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Attingiamo allesperienza spirituale di Don Bosco,

per camminare nella santit


secondo la nostra specifica vocazione
Giornata della scuola e della Formazione Professionale
Venezia Mestre San Marco 6 settembre 2013

Carissimi docenti, formatori e confratelli,


per me motivo di grande gioia trovarmi oggi con voi.
La visita straordinaria alla vostra ispettoria mi sta conducendo, passo dopo passo, a conoscere le
vostre opere, ad incontrare i giovani che voi accogliete, ad ammirare ed apprezzare quanto con
intelligenza e passione operate. La giornata odierna mi offre per unoccasione unica. Non solo la
opportunit di incontrarvi e salutarvi tutti assieme a nome del Rettor Maggiore, ma ancor pi quella
di poterci intrattenere attorno a Don Bosco, a considerarne la ricchezza umana e spirituale della sua
persona. Siamo al terzo anno di preparazione alla celebrazione del bicentenario della sua nascita
(1815 2015). Molto opportunamente, Don Pascual Chavez non ha inteso ridurre questo importante
anniversario agli aspetti celebrativi esteriori. Don Bosco non ha bisogno delle nostre lodi. Dal 2
aprile 1934 sappiamo con certezza, per fede, che egli eternamente felice. Siamo, invece, noi che
abbiamo bisogno di attingere alla sorgente della sua esperienza umana cos ricca e feconda, per
imparare da lui. La sua storia, le intuizioni ed il suo agire pedagogico, la sua spiritualit sono tre
sfaccettature di una medesima pietra preziosa da esaminare con attenzione, con la lente di
ingrandimento della intelligenza, della memoria e del cuore, per coglierne la bellezza.
Per necessit didattiche i tre aspetti sono stati distribuiti nellarco di tre anni, ma sono
armonicamente fuse nella storia di questuomo del XIX secolo italiano, il cui nome risuona oggi e
con proiezione di futuro - in 132 nazioni del mondo. A lui ed al suo insegnamento si richiamano
migliaia di uomini e donne che consacrano la loro vita alla sua medesima causa, migliaia di laici
che si ispirano a lui nella propria azione educativa, milioni di giovani che nei cinque continenti
trovano il senso della vita, il lavoro, leducazione, la fede grazie allincontro con i suoi figli e figlie.
E londa lunga della santit. La fecondit di un piccolo seme, un piccolissimo seme che diventa
albero, ed albero che diventa bosco.
La seconda scelta operata dal Rettor Maggiore stata quella di non circoscrivere
questo evento ai membri consacrati ed ai membri laici appartenenti alla Famiglia salesiana, ma di
allargare gli spazi del coinvolgimento e dellinteresse attorno al fenomeno Don Bosco. Egli non
appartiene solo alla nostra storia; le sue intuizioni, il suo stile di vita, la sua scuola pedagogica e
spirituale sono aperte a quanti credenti e non credenti hanno a cuore le sorti dei giovani e si
pongono interrogativi profondi sul senso della propria vita.
Da questo punto partiamo per la condivisione di questa mattina. Essa ci porter, in
tre passaggi successivi, a considerare anzitutto il rapporto tra Salesiani e laici, come appartenenti
(nella intuizione di Don Bosco), ad un unico, vasto, movimento spirituale a servizio dei giovani. In
secondo luogo esamineremo alcune tentazioni e perplessit che pu suscitare in noi il termine
spiritualit. Infine esamineremo quali elementi della spiritualit di Don Bosco possono rivelarsi
fecondi nella missione di docente e formatore.
1. Salesiani e laici: un unico vasto movimento spirituale.
Lintuizione che la spiritualit non sia appannaggio esclusivo degli uomini e delle
donne di Chiesa non propriamente di Don Bosco. Essa per una intuizione squisitamente
salesiana, risalente, cio, a San Francesco di Sales (1567 1622). L8 agosto 1608 egli consegn
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il manoscritto della Filotea, ovvero Introduzione alla vita devota per la stampa. Le radici prossime
del libro erano legate alla corrispondenza con una donna, Louise du Chastel, sposa del Duca di
Nemour; ma le radici remote risalgono alla scoperta di tante persone ricche di Dio, al contatto con
un numero sempre crescente di uomini e donne che gli chiedevano consigli per impostare la loro
vita cristiana, desiderosi di camminare verso Dio con slancio e generosit. Nei luoghi pi impensati
(a corte, nei salotti, nelle case dei principi...), Francesco scopre tante Filotee e tanti Filotei, cio
tanti amici e amiche di Dio. E fu proprio a contatto con questo mondo spirituale che avvert la
mancanza di un testo che riassumesse in forma concisa e pratica i principi della vita interiore e ne
facilitasse lapplicazione per tutte le classi sociali.
Nella parte prima, al capitolo terzo, tratta proprio il tema della devozione che
possibile in ogni vocazione e professione. La devozione (da non confondere con le devozioni)
precisamente per Francesco di Sales, il cammino di vita spirituale. Ebbene essa
deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dallartigiano, dal domestico, dal principe,
dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ci non basta, bisogna anche accordare
la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona.
E un errore, anzi uneresia, voler escludere lesercizio della devozione dallambiente militare, dalle
botteghe degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati.

Basti questa citazione non solo per incuriosire ad invitare a leggere un libro
splendido della spiritualit cristiana che in quattrocento anni ha raggiunto oltre 1300 edizioni, ma
soprattutto per far comprendere il clima spirituale in cui matura, nel giovane sacerdote Don
Giovanni Bosco, la convinzione che lincipiente Opera degli Oratori, dovr essere caratterizzata
da una forte presenza laicale. Questa non sar vista come ausilio materiale, in una visione
pragmatica ed operativa della educazione e della pastorale, legata al fare ed alloperare con
Don Bosco. I primi laici delloratorio - la sua mamma, altre mamme, laici, giovani pi grandi - non
sono solo aiutanti, ma partecipi di un progetto educativo e pastorale intriso e sostenuta da una
spiritualit semplice, ma profonda. Respirano il medesimo clima spirituale. E presente gi, in
nuce, quel vasto movimento spirituale salesiano a servizio dei giovani che oggi sotto i nostri
occhi nel mondo.
E cos fortemente radicata in Don Bosco questa convinzione della condivisione con i
laici della medesima spiritualit e delle medesime finalit che, quando per indicazione divina
egli diviene Fondatore, concepisce in modo sorprendente la sua nascente Societ come composta
di consacrati e di laici. Nella prima Redazione in lingua italiana delle Costituzioni del 1860, con
molta probabilit inviata a Mons. Fransoni in vista di una approvazione diocesana della
Congregazione, troviamo un capitolo dedicato agli Esterni:
Qualunque persona anche vivendo nel secolo, nella propria casa, in seno alla propria famiglia, pu
appartenere alla nostra societ.

La novit sconvolgente. Non si era mai udito nella storia della Chiesa che dei laici
potessero far parte, a pieno titolo, di un Ordine o Congregazione religiosa e viverne la medesima
spiritualit. La risposta della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari netta 1. Don Bosco non
si d per vinto. Se tale articolo sugli Esterni non potr entrare nel testo, almeno sia riportato in
Appendice2. E difatti lo troviamo nel primo e nel secondo testo a stampa in lingua latina dopo il
1 Approbandum non est, ut personae extraneae Pio Instituto adscribantur per ita dictam affiliationem. An
Sv 9
2 Cum fere omnes Congregationes et Ordines religiosi habeant tertiarios quos amicos vel benefactores
vocamus, quique specialiter bonum Societatis promoventes sanctiorem vitam appetunt, atque Constitutiones
religiosae in saeculo, qoad fieri poterit, observare satagunt, ideo humiliter postulatur ut hoc caput si non in
textu saltem in autem Constitutionum tampquam appendix approbetur. Ad Bo.

Decretum laudis e le tredici Animadversiones del 1867 e nel secondo testo a stampa in lingua latina
del 1873. La risposta fu inesorabile: occorreva cancellare ogni riferimento ai laici come
compartecipi della medesima spiritualit e missione della nascente Societ.
Don Bosco aveva avuto una intuizione lungimirante, troppo lungimirante, precorrendo di un
secolo quanto il Concilio Vaticano II avrebbe poi riscoperto e codificato. Nel 1984, nelle
Costituzioni rinnovate ed approvate dalla Santa Sede, larticolo 47 parta esplicitamente dei laici
associati al nostro lavoro:
Realizziamo nelle nostre opere la comunit educativa e pastorale. Essa coinvolge, in clima di
famiglia, giovani e adulti, genitori ed educatori, fino a poter diventare unesperienza di Chiesa,
rivelatrice del disegno di Dio.
In questa comunit, i laici associati al nostro lavoro, portano il contributo originale della loro
esperienza e del loro modello di vita.
Accogliamo e suscitiamo la loro collaborazione e offriamo la possibilit di conoscere e approfondire
lo spirito salesiano e la pratica del Sistema preventivo.
Favoriamo la crescita spirituale di ognuno e proponiamo, a chi vi sia chiamato, di condividere pi
strettamente la nostra missione nella Famiglia salesiana.

Dodici anni dopo, nel 1996, il Capitolo generale 24 riprende il tema e d un


orientamento definitivo su Salesiani e laici: comunione e condivisione nello spirito e nella
missione di Don Bosco.
2. La spiritualit tra estraneit e partecipazione.
Dopo aver richiamato, per sommi capi, il filo rosso che, a partire da San Francesco
di Sales, lega i consacrati ed i laici alla medesima spiritualit, ci chiediamo: Ma cosa
propriamente la spiritualit?.
Il Dizionario della lingua italiana, alla voce spiritualit, cos recita:
Sensibilit ai valori spirituali. Il complesso dei motivi che delineano una determinata concezione
religiosa o una determinata visione spirituale.

La risposta, di per s chiara, non per pienamente soddisfacente, poich essa


innesca immediatamente altre domande: E che cosa significa lespressione vita spirituale?; Si
distingue da vita cristiana o rappresenta soltanto un suo sinonimo?; Se cos perch non si parla
semplicemente di vita cristiana?. Il tema ampio ed interessante. Di esso non posso che riportare
le conclusioni che pi illuminano la nostra riflessione, traendole dalle indimenticabili lezioni di un
nostro maestro, don Giorgio Gozzelino.
Laccertamento della identit della teologia spirituale in quanto teologia
della
appropriazione soggettiva, necessariamente singolare, del dato cristiano oggettivo, necessariamente
universale, ci consente di apprezzare adeguatamente la carica di significato sottesa nelluso del
termine spirituale attribuito alla vita cristiana. Laggettivo riveste due accezioni portanti: da una
parte si modula come singolare; dallaltra rimanda allopera salvifica dello Spirito Santo. Cos vita
spirituale vuol dire vita cristiana in quanto singolarizzata in ciascuno dei credenti ed in quanto
condotta sotto la signoria dello Spirito di Cristo.
La prima accezione si trova dovunque si parla di spiritualit. Sappiamo infatti che le
spiritualit sono incarnazioni particolari della vita di fede caratterizzate da sottolineature speciali,
specificate dalla assunzione di determinati punti di condensazione, contrassegnate da tipiche
insistenze proprie. La vera spiritualit cristiana si radica sul Cristo e perci propone tutti e ciascuno
gli elementi fondamentali dellesistenza cristiana. Per lo fa in forme e modalit particolari, come
avviene nella moltiplicazione delle traduzioni dellessenza uomo nelle singole persone umane.
A rigore, esistono tante spiritualit quanti furono e sono i credenti. Tuttavia nella singolarit

si riscontra, accanto al livello ultimo che riguarda lindividuo come tale, anche un livello penultimo
che coinvolge gruppi particolari di persone, accomunate da un medesimo spirito ossia con una
medesima mozione carismatica dello Spirito Santo. Poich la singolarit dellindividuo
ultimamente ineffabile, come perch lindividuo irripetibile, le spiritualit visualizzano
propriamente non la singolarit ultima, bens quella penultima. Ma di singolarit si tratta, in ogni
caso. Sicch, veramente, spirituale significa particolare e speciale.

Ometto, perch amplierebbe troppo il nostro discorso, la riflessione sulla seconda


accezione cristiana del termine spirituale in riferimento alla azione dello Spirito Santo.
Ci basti comprendere, da un lato, la originalit e la irripetibilit di ognuno di noi, in
quanto figlio e figlia, dinanzi a Dio; dallaltro, la ricchezza di quelle tradizioni spirituali che hanno
avuto origine da singolarit eccezionali (i santi fondatori sono tra questi) e che ci fanno
legittimamente parlare, per esempio, di spiritualit francescana, ignaziana, benedettina,
salesiana. Uno dei frutti pi evidenti della Chiesa del post concilio stato il fiorire di gruppi e
movimenti, caratterizzati da spiritualit proprie: il Movimento dei Focolari, il Rinnovamento nello
Spirito, il Movimento Neocatecumenale, per citare solo i pi noti e numerosi. Ciascuno di essi
come ogni santo, specie i santi fondatori o iniziatori di scuole di spiritualit - un dono gratuito
dello Spirito, un carisma (da charis, che indica ogni cosa che ci rende piacevole ad altri, di qui
avvenenza, favore, dono, ricompensa, benevolenza).
Siamo quindi giunti al centro della nostra conversazione. Assodato che Don Bosco
stato liniziatore di un vasto movimento di consacrati e di laici partecipi della medesima spiritualit
ci chiediamo: Cosa ha a che fare la mia professionalit docente con tale spiritualit?. Ed ancora:
Come tale spiritualit pu arricchire la mia persona e diventare una fonte ispiratrice per la mia
professione di docente e di formatore?. Dinanzi a queste domande, di cui nella terza parte mi
sforzer di far percepire la ricchezza, vedo allorizzonte due tentazioni.
La prima quella della estraneit. La cito, anche se non la ritengo ampiamente
diffusa. In base ad essa, pur lavorando (anche per anni), in un ambiente originato e contrassegnato
da una forte esperienza spirituale, da valori, da una ricchezza di contenuti e di metodologie
educative originali, da una antropologia cristiana, un docente o un formatore pu rimanerne del
tutto estraneo, quasi impermeabile ad essi. Non mi riferisco qui al cammino di fede personale che
pu essere iniziale, o segnato da momenti difficili di prova, da fedelt ed infedelt o dalla
percezione di unassenza. Tutto ci fa parte della storia di ciascuno di noi e merita rispetto. Mi
riferisco invece a ci che nella visione aziendale chiameremmo la cultura dimpresa, cio a quell
insieme di valori condivisi da coloro che concorrono a realizzare gli obiettivi (il business) di
quellimpresa. Se addirittura il mondo della produzione di beni e servizi riconosce la necessit di un
quadro di valori, di una gerarchia dei medesimi, di una etica professionale che deve caratterizzare i
membri di quellimpresa, quanto pi un opera educativa dovr richiedere in coloro che ne fanno
parte una visione delluomo, della donna, del mondo, della educazione, profonda, chiaramente
individuabile e riconoscibile.
Poich lazione educativa corale e richiede una pluralit di interventi (lo si nota gi
nella coppia genitoriale) tale visione non pu che essere condivisa. Il fatto di esercitare la vostra
professionalit in una scuola salesiana o in un centro di formazione professionale salesiano non
indica solo lo stato in luogo, lo sfondo del vostro lavoro quotidiano. Lambiente salesiano il
vostro interlocutore, dialoga con voi, vi interpella. In altre parole, vi offerta non solo la possibilit
di conoscere quel quadro di riferimento e di valori, quella visione cristiana delluomo e
delleducazione, ma anche di farne esperienza, appropriarvene, di partecipare cio alla medesima
spiritualit. Essa come detto vita, simile ad una sorgente sempre zampillante, che nasce dalla
vita di coloro che la vivono e genera vita. Don Bosco, allinizio della sua opera, non aveva
teorizzato in forma sistematica gli elementi caratteristici della spiritualit salesiana, ma viveva il suo
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sacerdozio in modo particolare, tale da attirare e coinvolgere giovani e laici a condividere con lui la
medesima esperienza. La tentazione della estraneit pu privare di tale ricchezza un docente. Egli
pu conoscere la vita di Don Bosco, gli elementi fondamentali del suo sistema educativo e
rimanerne estraneo. Quando li vive, li sperimenta nella loro ricchezza, se ne appropria, allora
partecipa della medesima esperienza spirituale di Don Bosco.
La seconda tentazione quella della dissociazione. Essa tipica di chi conosce e
vive, ma mantiene separate l esperienza spirituale e l esperienza professionale. La citazione di San
Francesco di Sales ci ha gi orientati verso una visione fortemente integrata tra la fede ed il proprio
stato di vita (le forze, gli impegni e i doveri di ogni persona). Sentiamo ancora il santo:
La devozione non distrugge nulla quando sincera, anzi perfeziona tutto e quando contrasta
con gli impegni di qualcuno senza dubbio falsa.
Lape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La
vera devozione fa ancora meglio perch non solo non reca pregiudizio ad alcun tipo di vocazione, o
di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio.
Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano pi splendenti, ognuna secondo il
proprio colore, cos ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se lunisce alla devozione. La
cura della famiglia resa pi leggera, lamore tra marito e moglie pi sincero, il servizio del principe
pi fedele, e tutte le altre occupazioni pi soavi e amabili.

Con queste suggestive immagini il Santo ci sta comunicando un dono prezioso: la


esperienza spirituale (nel duplice senso della appropriazione personale e nella presenza vivificante
dello Spirito Santo), arricchisce la persona in tutte le sue dimensioni umane e professionali. Essa
diventa una forza ispiratrice ed orientatrice. Non un caso che molte similitudini evangeliche
facciano proprio riferimento ad elementi vivi, capace di vivificare, di trasformare, di fecondare: il
seme nel campo, lacqua viva che diventa sorgente, il lievito nella farina, il fuoco che fonde e si
propaga. Lesperienza spirituale non lascia la persona ed il suo agire quale essa , ma trasfigura,
rinnova, rafforza.
Voler nascondere nella propria attivit docente i valori che sorreggono la propria vita
e la propria esperienza spirituale in nome di un malinteso rispetto delle idee altrui, priva il docente
della forza della testimonianza e riduce latto educativo alla istruzione. Gli esiti di tale grigia
impostazione, priva di passione e di contatto vitale sono facilmente immaginabili.
3. Docenti e formatori alla luce dellesperienza spirituale di Don Bosco
Nel cammino fin qui fatto abbiamo compreso che la spiritualit secondo la visione
salesiana non riguarda solo i religiosi e la religiose.
Abbiamo inoltre intuito che, come la fede non lanalgesico della storia, inventato
per sedare i gemiti della creatura oppressa, ma lenergia per trasformare la storia; come la fede
non si contrappone alla vita in un dualismo escludente (o la fede o la vita), ma ragione e
condizione della pienezza della vita; come la fede non unesperienza al lato dellumanit della
persona o sopra di essa come una sovrastruttura opzionale e ingombrante, ma elemento costitutivo
e strutturale della persona umana; cos la spiritualit (che della fede espressione ed appropriazione
esperienziale soggettiva), trasforma la vita ed ogni manifestazione di essa, quali ad esempio la
relazione con se stessi e con gli altri, la visione dellesistenza e della educazione, la professione.
Vediamo, a questo punto, come la spiritualit vissuta e proposta da Don Bosco pu
incidere sulla attivit di un docente e di un formatore. Lo faccio indicando alcuni elementi in
maniera esemplificativa e non esaustiva, perch la spiritualit non un trattato o una formula da
applicare, o una tassonomia di obiettivi da raggiungere, ma una esperienza da vivere che genera
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vita, intuizioni, progetti, scelte difficilmente preordinabili.


3.1 La passione educativa
Il primo e pi evidente tratto della spiritualit vissuta da Don Bosco il chiaro
riferimento della sua vita ai giovani, la dedizione totale ai giovani, la donazione, il sacrificio per i
giovani. Lesperienza di Dio in lui non si tradusse in estasi e visioni (anche se indubbiamente ebbe
tali doni mistici), ma in un estasi educativa, in una uscita da se stesso per donarsi ai giovani.
La spiritualit diventa passione, nel duplice significato di affetto profondo e di disponibilit a
soffrire per i giovani (Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a
dare la vita).
Cosa significhi tutto ci per un docente od un formatore oggi facile immaginarlo.
Egli vive la professione come passione, come espressione di amore per la persona dei giovani che
incontra. La simpatia e la volont di contatto con i giovani, la presenza attiva ed amichevole tra di
loro al di l dei tempi istituzionali, la disponibilit a fare il primo passo, lapertura e la cordialit
(cio la capacit di saper trovare le vie del cuore nella comunicazione), la capacit di accogliere
sempre con rispetto e pazienza, sono alcune sfaccettature di tale amore.
Potremmo raccogliere questa molteplicit di significati nella categoria della
assistenza che non principalmente vigilanza o prevenzione degli gli infortuni, n solo presenza
disponibile, ma un vero ad-sistere, cio uno stare mentalmente presso il mondo giovanile, per
coglierne i linguaggi, i dinamismi, le attese, i drammi, le tensioni, le potenzialit. Tale conoscenza
vitale possibile solo a chi fisicamente e mentalmente presente in mezzo a loro. I tempi pre e
post didattici, gli intervalli, le occasioni di dialogo personale, la presenza nei corridoi, in cortile e
nelle attivit extradidattiche, sono dunque occasioni da ricercare intenzionalmente. In chi ha nel
cuore una sincera attenzione e volont di contatto con i giovani, tale tensione emerge in ogni
circostanza, anche temporalmente breve.
Al contrario lentrare ed uscire dalla scuola, in tempi misurati, per fare le mie ore,
quanto di pi lontano ci possa essere dalla esperienza della spiritualit salesiana.
Nelle Costituzioni dei Salesiani dedicato un intero capitolo al cosiddetto spirito
salesiano. Esso si apre con un affermazione chiara e programmatica: Don Bosco ha vissuto e ci
ha trasmesso, sotto lispirazione di Dio uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano. Il
suo centro e la sua sintesi la carit pastorale.
La carit pastorale: con questa espressione si fa riferimento alla passione
educativa, dandole una sfaccettatura biblica assai feconda per un docente. Nei profeti Jahv
presentato come il grande pastore del popolo che porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano
le pecore madri (cfr. Is 40,11). Nel profeta Ezechiele leggiamo: Andr in cerca della pecora
perduta e ricondurr allovile quella smarrita; fascer quella ferita e curer quella malata, avr cura
della grassa e della forte e le pascer con giustizia (Ez 34,14).
Per un docente ed un formatore ci significa attenzione individualizzata, il
superamento della visione della classe come gregge, la visione di ciascun allievo non solo sotto il
profilo del rendimento scolastico, ma come storia che pu denotare ferite, debolezze, cadute,
punti di forza, mai ininfluenti ai fini dellapprendimento. Storia e storie diverse le une dalle altre,
originali.
Latteggiamento del buon pastore denota una flessibilit e capacit di adattamento
notevoli. In campo didattico questo si traduce nel rovesciamento della visione che prevede la unicit
della proposta, del contenuto e del metodo a cui segue una pluralit di esiti facilmente prevedibile
data la pluralit di precondizioni, di attitudini e di capacit, a favore di una visione che al
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contrario prevede una pluralit di proposte, contenuti e metodi per favorire il pi possibile la
crescita di tutti (la pro-mozione in senso etimologico), secondo ritmi e tempi diversi. Talvolta il
ritenere immodificabile la struttura di apprendimento di un allievo il segno della non disponibilit
a modificare la struttura della propria proposta didattica sulla misura delle reali situazioni degli
allievi.
Lesperienza della propria professione come esercizio della carit, dellamore
pedagogico, diviene quindi per il docente una fonte continua di ispirazione per trovare le vie giuste
della relazione educativa e le strategie pi adeguate per regolare i processi di quella comunit di
apprendimento che la classe.
3.2 Il senso di trascendenza
Uno dei testi classici per la conoscenza di Don Bosco e della sua spiritualit ha un
titolo molto eloquente Don Bosco con Dio. Fu scritto nella prima edizione nellanno della
Beatificazione, il 1929, ed ebbe una seconda, definitiva edizione nellanno della canonizzazione.
Lautore uno dei migliori conoscitori di Don Bosco, Don Eugenio Ceria che complet la redazione
delle cosiddette Memorie Biografiche, con gli ultimi 9 volumi. Assai significativamente in questo
testo compare un capitolo intitolato Educatore, dedicato appunto a come Don Bosco ha concepito
e vissuto leducazione con un forte senso di trascendenza.
A chi si rivolgeva a lui, lamentando difficolt nella relazione educativa, egli
immancabilmente domandava: Tu preghi per i tuoi giovani? Era sua ferma convinzione che
leducazione cosa di cuore e di esso solo Dio pu fornircene laccesso. Con tali affermazioni
egli ci fa comprendere come la spiritualit, lesperienza di Dio delleducatore, lanima della sua
azione educativa. Pregando per i suoi allievi egli percepisce che la sua opera tocca il mistero di vite
umane le une diverse dalle altre, alle quali d un contributo che va ben oltre le ore settimanali di
lezione e lapprendimento dei contenuti. I touch the future: I teach ebbe signficativamente a dire la
docente Christa McAuliff che per il 28 gennaio 1986 dopo 73 secondi dal lancio dello Shuttle
Challenger.
La consapevolezza di partecipare del mistero della paternit di Dio che ha voluto
quelle vite e di essere anche noi con il nostro operare segni e portatori di un amore pi grande,
dovrebbe farci entrare nelle classi con un profondo senso di rispetto, come facendo il segno della
croce. La mia casa stata la scuola; la scuola stata la mia chiesa, ebbe a dire nel giorno del suo
congedo definitivo il docente che ha inciso pi profondamente sulla mia vita.
Lespressione salvezza delle anime cos frequentemente adoperata da Don Bosco per
definire la sua azione educativa ci fa comprendere (al di l del tributo da pagare al linguaggio del
suo tempo) a quale profondit egli concepiva la relazione educativa. Essa davvero tocca lanima,
cio le dimensioni profonde della vita di un allievo, ed nella crescita della persona una
esperienza non trascurabile insieme alla relazione familiare ed alla molteplice rete di relazioni che
egli intesse negli anni della sua adolescenza.
La spiritualit del docente permette di vivere il senso di trascendenza anche nei
confronti della disciplina di cui egli maestro. Egli non entra in classe per insegnare la propria
disciplina, ma per incontrare e far crescere delle persone a partire dalla propria disciplina, attorno
alla disciplina. Ognuna di esse permette infatti di aprirsi allulteriore, ad andare oltre, a trascendere
appunto, verso le domande profonde e le domande ultime che luomo, ogni uomo porta
(consapevolmente o meno) nel suo cuore. La vita ed il senso del vivere, il macrocosmo ed il
microcosmo con la loro razionalit, la storia degli uomini e dei popoli, la finalizzazione della
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scienza, della tecnica, delleconomia a servizio delluomo, le creazioni dellarte figurativa, poetica,
coreutica, le profondit della musica, tutto rimanda a significati ulteriori, tutto pu essere strumento
che se ben toccato pu far vibrare lanima degli allievi, pu toccare la loro vita nel profondo, la loro
anima appunto ed aprirla al senso del vero, del bello, del buono, del giusto.
3.3 La predilezione per gli ultimi
Nella lettura che Don Bosco fece del Vangelo certamente fu pi sensibile ad alcuni
lineamenti della figura del Signore, e tra questi la predilezione per i piccoli ed i poveri. Le
diverse espressioni adoperate da Don Bosco per definire la sua azione e la sua missione sono
invariabilmente contrassegnata da una opzione preferenziale: quella dei giovani pi poveri
(soprattutto i pi poveri, la giovent, specialmente quella pi povera, abbandonata,
pericolante).
Quanto questo incida sulle opzioni di un docente o di un formatore nella gestione
della sua professionalit evidente. La registrazione delle prestazioni e di livelli di apprendimento
raggiunti sono una parte soltanto, a mio parere la meno significativa, della azione di un docente. La
vera sfida nel saper cogliere la sfida della demotivazione, della scarsa preparazione di base,
della lentezza del sistema di apprendimento, della difficolt alla integrazione con il gruppo-classe, e
delle varie, altre forme di povert scolastica.
Il nostro compito non si esaurisce nella certificazione delle competenze, o nella
diagnosi motivazionale o comportamentale o cognitiva. Don Bosco va oltre, e ci impone un
soprattutto uno specialmente che non ci lascia tranquilli, ma sfida la nostra capacit personale
ed istituzionale di credere che il cambiamento possibile, che questallievo pu cambiare, che noi
siamo in grado di operare affinch questo cambiamento diventi possibile. E un credo pedagogico
e spirituale che mobilita le forze del docente e dellallievo e rimuove abitudini mentali, fatalistiche
o falsamente probabilistiche.
Non accettarmi come sono il titolo significativo di un testo di Reuven Feuerstein
che ha speso tutta la sua vita per rendere possibile il cambiamento dei ragazzi e dei giovani per i
quali non cera pi nulla da fare!
Immagino quanto debba essere diversa dalle altre quella scuola salesiana che n solo
certifica linsuccesso, n illude allievi e famiglie con il facile successo, ma non si rassegna
allinsuccesso e traduce il soprattutto i pi poveri, in scelte didattiche, strategie motivazionali,
modificazioni dellambiente di apprendimento, stili di relazioni, che pro-muovono davvero, cio
che fanno crescere ogni allievo, ciascuno con un proprio passo, ma facendo sperimentare a tutti in
cammino.
Al riguardo, credo dovremmo liberarsi dalla sudditanza a visioni di burocrazia
pseudo-pedagogica ed attivare tutte le potenzialit offerte dal Regolamento della autonomia
didattica, organizzativa e di ricerca delle istituzioni scolastiche.
Il mio sogno quello di vedere le scuole salesiane ed i centri di formazione
professionale, allavanguardia non solo nella innovazione tecnologica, ma soprattutto didattica ed
educativa. Abbiamo urgente bisogno di nuovi sistemi nei quali lultimo, il pi povero sotto il
profilo cognitivo, affettivo o motivazionale sia posto al centro (cfr Mt 18,2) e sia salvato, cio
messo in condizione di recuperare la pienezza della sua vita e della sua dignit. Questa la nostra
vera gloria.

3.4 Il senso di Chiesa


Qual il primo dono che la fede fa ad un credente? Benedetto XVI rispose: Il
dono di una famiglia, lappartenere ad una famiglia che la Chiesa. La spiritualit vissuta da Don
Bosco si nutre di un profondo senso di Chiesa. Egli educava il ragazzi ad una matura appartenenza
ecclesiale, alla vita sacramentale regolare e profonda, a conoscere, amare sostenere il Papa come
successore di Pietro. E stato acutamente osservato che Don Bosco fu costruttore di Chiese (la
piccola cappella Pinardi, la Chiesa di San Francesco di Sales, la Basilica di Maria Ausiliatrice, la
Basilica del Sacro Cuore a Roma), ma ancor pi fu costruttore di Chiesa, una chiesa giovane
edificata con le pietre vive dei giovani.
Non mi soffermo su questo aspetto centrale nel cammino di educazione della fede dei
giovani, perch ampiamente conosciuto e gi bene esplorato. Mi piace considerare i riflessi che tale
tratto della spiritualit di Don Bosco ha nella ordinaria vita di un docente o di un formatore. La
testimonianza della propria partecipazione alla vita della comunit cristiana (nel rispetto del
cammino di ciascuno) e la esortazione a far parte attiva della Chiesa sono certamente fondamentali,
ma essi esigono una abituale attenzione alla dimensione comunitaria della vita che pu avere uno
forte carica innovativa e propositiva sullambiente scolastico.
Di fronte a modalit didattiche individualistiche o competitive, il docente ed il
formatore che vive la spiritualit salesiana fa una chiara opzione per modalit cooperative. La
interdipendenza positiva, la interazione promozionale faccia a faccia, linsegnamento diretto di
abilit sociali, la valutazione individuale, la revisione del percorso fatto assieme, hanno una portata
umana, e perci evangelica, indubitabili. Di qui la loro efficacia.
Non mi riferisco al generico lavoro di gruppo, ma alla strutturazione di percorsi che
attivino le risorse di tutti gli allievi, in piccoli gruppi cooperativi. La classe si trasforma cos un una
comunit di apprendimento nella quale la struttura piramidale viene superata da una regolata e
coordinata circolazione e valorizzazione delle informazioni, dei compiti e delle competenze.
Non solo la classe, ma tutto lambiente della scuola o del Centro, in chiave di
spiritualit salesiana, permeato da una tensione comunitaria. La comunit educativa pastorale, lo
stile di famiglia il coinvolgimento di giovani e adulti, genitori ed educatori possono crescere fino
a diventare una vera esperienza di Chiesa.
3.5 Limportanza dellambiente e del clima
Il capitolo sullo spirito salesiano ha un articolo significativo sulla gioia. Il Servite
Domino in laetitia era uno dei capisaldi biblici della spiritualit vissuta e proposta da Don Bosco ai
salesiani, ai laici collaboratori, ai giovani. Chi abitualmente in grazia di Dio ha il cuore lieto. Il
senso pasquale della vita, la certezza della vittoria del Risorto sulla morte e su ogni forma di morte
anticipata nella vita, la presenza viva e vivificante dello Spirito Santo sorreggevano la speranza e la
calma di Don Bosco anche in momenti difficilissimi.
Questo elemento di letizia e di gioia individuale pu (anzi deve) contrassegnare un
ambiente che si ispiri alla spiritualit di Don Bosco. Lambiente e il clima sono influenzati da una
variet di elementi, sia in campo atmosferico che in quello educativo. Un ambiente ed un clima
gioioso non sono un esito casuale, ma intenzionale, che richiede attenzione e scelte. Ne indico, per
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esempio, alcune: la presenza attiva e positiva dei docenti tra i giovani, la struttura e gli ambienti
accoglienti, adeguati a dei giovani, la valorizzazione di ciascuno, una molteplicit di proposte
interessanti agli occhi dei giovani che stimolino il loro protagonismo, attivit che coinvolgano le
famiglie e facciano sentire la scuola come una casa, momenti celebrativi e liturgici ben curati, il
canto, la musica, lo sport, il teatro, la coltivazione del senso di appartenenza allambiente, la
educazione al senso di riconoscenza per il bene ricevuto,
Ambienti formalmente perfetti, burocraticamente ineccepibili, ma nei quali i giovani
non si sentano coinvolti e corresponsabilizzati, difficilmente potranno far sperimentare quello
spirito di famiglia che una delle espressioni e condizioni pi evidenti della spiritualit vissuta e
proposta da Don Bosco.
3.6 Leducazione al servizio ed alla responsabilit
Chi crede che il rimando alla carit ed alla gioia renda sdolcinata e molle la
esperienza spirituale di Don Bosco sarebbe nellerrore. Egli fu educato in maniera forte ed esigente
anche se amorevole. La vita fu molto dura per il giovane Giovanni. Nella sua azione di fondatore e
di maestro spirituale, il lavoro e la temperanza diventano due valori fondamentali richiamati come il
distintivo che deve caratterizzare ogni salesiano.
Lesatto adempimento dei propri doveri, il vivere alla presenza di Dio, il buon uso
del tempo, i concreti gesti di servizio sono gli indicatori che, per Don Bosco, distinguono la vera
dalla falsa spiritualit.
Una relazione superficiale e pseudo amichevole, la tendenza alla condiscendenza ed
al compromesso per timore di perdere la gratificazione affettiva, la tolleranza di ci che non pu
educativamente essere tollerato, la indifferenza di fronte al male che fa male, laria di popolarit
che suscita solo disinganno ed ipocrite moine fanno delleducatore un adolescente in pi, di cui
ladolescente non ha proprio bisogno. Egli ha bisogno di un padre e di una madre, cio di adulti.
E la spiritualit, con le sue esigenze di fedelt e di profondit, di disponibilit
pasquale e di verit, rende adulto leducatore e lo abilit a formare personalit adulte.
Conclusione
E stato detto autorevolemente dal settimo successore di Don Bosco che il Sistema
Preventivo non solo metodologia, ma spiritualit. Esso rende migliore lallievo perch rende
migliore leducatore. Questo mi sembra il cuore e la sintesi del mio contributo.
Al termine di questo percorso, coltivo la segreta speranza di aver incuriosito un po
luditorio verso Don Bosco e la sua spiritualit. Se cos fosse, sarei contento di aver reso a persone
la cui missione assai delicata, il mio piccolo e fraterno servizio.

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