Sei sulla pagina 1di 2

Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest

15 novembre 2015 di Luca Guglielminetti

(Darsena di Milano, Manifestazione Je Suis Paris, Sabato 14 Novembre 2015)

The soft (power) is the hardest in counter violent radicalisation, cio intervenire nelle fasi (e nei luoghi) del
processo di radicalizzazione violenta jihadista precedenti a quelle finali in cui la violenza diventa pratica
concreta, come accaduto a Parigi nella strage del 13 Novembre, quanto tentano di fare molti paesi
europei, e la Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente intervengano sulle
persone e nelle comunit, fornendo ad esempio consapevolezza e informazioni alle famiglie e agli opinion
leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione nelle prigioni, o di rafforzamento del pensiero
critico nelle scuole.
Assistiamo invece alla retorica che prova a rassicurare l'opinione pubblica con lo stato d'emergenza, la
chiusura delle frontiere e il presidio militare quando proprio il carattere indiscriminato degli obbiettivi
colpiti negli attentati terroristici di Parigi dimostrano che non ci sono pi obbiettivi sensibili. Il rischio oggi
che la reazione irrazionale e liberticida abbia conseguenze politiche che potrebbero minare la stessa unit
europea, invece di rafforzarla come servirebbe pi che mai, soprattutto in politica estera.
L'analisi migliore che si pu leggere in questi giorni quella, su Limes o sull'Huffington Post, scritta da
Mario Giro, della Comunit di Sant'Egidio e Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri: "Siamo in
guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non la nostra. quella che i musulmani stanno
facendosi tra loro, da molto tempo () In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti
primari; il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.

Lobiettivo degli attentati di Parigi quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che
rappresenta la vera posta in gioco."
Di fronte al fenomeno della radicalizzazione violenta dell'islam: "Ci impressionano i temi nichilisti di questi
giovani terroristi, la mancanza assoluta del valore della vita - propria e degli altri. Cos come ci scandalizza
la crudelt e l'orrore nel dare la morte." Allora in Europa: "Occorre innanzitutto proteggere la nostra
convivenza interna e la qualit della nostra democrazia. () occorre conservare il nostro clima sociale il pi
sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dellodio che bramerebbero vendetta,
che per rancore trasformerebbero le nostre citt in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e
inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di
Daesh."
La politica di prevenzione sociale e culturale con i suoi strumenti "soft" che intervengono alle radici del
fenomeno terrorstico quanto mancato in Francia e manca in paesi come il nostro. Entrambi i paesi,
infatti, giunti in ritardo solo quest'anno, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", ad attivare qualche politica in tal
senso, hanno un vizio: sono gestite dalle forze dellordine e dalle istituzioni nazionali precipuamente
preposte alla lotta al terrorismo tenendo fuori istituzioni locali e societ civile.
Gli esempi nord europei e gli approcci suggeriti dal Summit della Casa Bianca sul CVE o dal Global
CounterTerrorism Forum (GCTF), trovano difficolt ad applicarsi, con rare eccezioni, nei paesi latini. Il
presupposto corretto di partenza delle politiche di contrasto della radicalizzazione che "l'intelligence , la
forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolver - e quando abusato possono infatti
esacerbare - il problema dell'estremismo violento" . I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse dalla
societ civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunit locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di
radicalizzazione
prima
che
un
individuo
si
impegni
in
attivit
criminali.
( si veda Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo)

La societ civile e le amministrazioni locali possono quindi giocare un ruolo attivo - al di l dei momenti di
solidariet, di mobilitazione e di commemorazione - come era gi capitato a Torino del corso degli anni di
piombo quando autorit locali (Regione, Citt Quartieri), sindacati, partiti e scuole erano state partecipi
dellopera di isolamento del terrorismo eversivo con la sua propaganda e la pedagogia dei suoi cattivi
maestri.
Oggi lo scenario diverso e gli attori da coinvolgere sono sicuramente anche altri, a partire dalle comunit
islamiche, ma gli studi sociali e psicologici ci forniscono nuove analisi e strumenti (sui processi di
radicalizzazione e di de-radicalizzazione) che ci permettono di individuare una pi ampia platea di soggetti
da includere nellattivit di consapevolezza, formazione e prevenzione: famiglie, insegnanti e tutti coloro
che sono potenzialmente in contatto con soggetti o gruppi a rischio.
Una stretta collaborazione tra le Autorit nazionali coinvolte su questo terreno (cio i ministeri di Interni,
Difesa, Giustizia, Esteri ed Educazione) con l'Europa (si veda la rete RAN) e con la societ civile e le
amministrazioni locali l'unica strada che nei tempi medio lunghi possono assicurare al nostro e agli altri
paesi di mantenere la loro identit liberale, democratica e pluralista di fronte alla dottrina nichilista del
"martirio" che abbiamo visto all'opera a Parigi.