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LITERATURA LATINA REPUBLICANA Y AUGÚSTEA

GRUPO A: PROF. FELISA DEL BARRIO

REPUBLICANA Y AUGÚSTEA GRUPO A: PROF. FELISA DEL BARRIO SEGUNDA PARTE A LA MUERTE DE SILA
REPUBLICANA Y AUGÚSTEA GRUPO A: PROF. FELISA DEL BARRIO SEGUNDA PARTE A LA MUERTE DE SILA

SEGUNDA PARTE

A LA MUERTE DE SILA (78 a.C.)

A LA MUERTE DE CÉSAR (44 a.c.)

(≈ Temas 6-9 del programa de la guía de la asignatura)

509

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241 a.C. final de la 1ª guerra púnica 78 a.C. 44 a.C. 14 d.C. †Sila
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inauguración de

Pro Roscio

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la literatura latina

Amerino

† Livio

†Ovidio la literatura latina Amerino † Livio Tema 2. Manifestaciones preliterarias: Textos litúrgicos,

Tema 2. Manifestaciones preliterarias: Textos litúrgicos, versificación saturnia, elogia y carmina. Los orígenes:

Apio Claudio. Livio Andronico. Nevio. Ennio.

Tema 3. Plauto. Pacuvio. Cecilio. Terencio. Accio. Otros poetas dramáticos.

Tema 4. Los analistas. Catón. La oratoria antes de Cicerón.

Tema 5. Lucilio. La poesía preneotérica. Levio. La atelana. El mimo.

6. Lucrecio.

7. Varrón. César. Salustio. Nepote. Otros prosistas de la época.

8. Cicerón.

9. Los poetae noui. Catulo.

10. Virgilio.

11. Horacio.

12. Los elegíacos. Galo.

Tibulo. Propercio.

13. Tito Livio. Otros

prosistas de época augústea.

14. Ovidio. Otros

poetas.

C. JULIO CÉSAR

(Roma, 100 44 a.C.)

Nello studio della cultura latina, l‘ultimo periodo della repubblica ha sue caratteristiche ben marcate e merita perciò una considerazione come periodo autonomo. Come punti di demarcazione cronologica si tratta, naturalmente, di riferimenti di comodo, che non possono pretendere alcun carattere di oggettività, ma hanno solo

una funzione pratica si usano assumere le morti di

due grandi personaggi: Silla (78 a.C.) e Cesare (44 a.C.). Non sono, naturalmente, i soli grandi personaggi delle loro rispettive generazioni; eppure ci richiamiamo a loro e non, per esempio, a Mario e a Pompeo. Il motivo è semplice: Silla e Cesare si legano, in tutta la loro vita, allo sviluppo di due grandi esperimenti politici. Sia la dittatura di Silla che il ―principato‖ di Cesare (anche se quest‘ultimo ebbe pochissimo tempo in cui consolidare la propria forma di potere), segnano due momenti- chiave nella crisi delle istituzioni repubblicane, e due fasi critiche in cui si avverte anche il maturare di nuove soluzioni. Non a caso, guarderà proprio all‘esperienza di Silla e quella di Cesare il dominatore della successiva e ben più duratura svolta politica: Ottaviano Augusto.

(G.B. CONTE [1987], p. 117)

politica: Ottaviano Augusto. (G.B. C ONTE [1987], p. 117) Busto de Julio César Museo Arqueológico Nacional

M. TULIO CICERÓN

(Arpino, 106 Formias, 43 a.C.)

Anche guardando alla pura e semplice cronologia letteraria, la periodizzazione appare opportuna. La figura dominante nella vita culturale di questa

generazione, Cicerone, comincia la sua attività

pubblica sotto Silla, pochi anni prima dell‘incisione cronologica da noi accolta, e la protrae sino a pochi mesi dopo la morte di Cesare. La morte violenta di Cicerone, nel dicembre del 43, appare, persino più che quella di Cesare, come il simbolo della fine di un‘epoca.

(G.B. CONTE [1987], p. 117)

della fine di un‘epoca . (G.B. C ONTE [1987], p. 117) Busto de Cicerón. Copia renacentista

Se poi si mette a fuoco lo sviluppo della poesia, il periodo 78-44 ha pure una sua soddisfacente ―chiusura‖: viene abbracciato integralmente lo sviluppo della poesia neoterica, che ha certi suoi precorritori nell‘età sillana, giunge a piena maturazione con Catullo, Pertenio e il circolo dei poetae novi, e perde vitalità nel periodo delle guerre civili. Per di più, proprio a cavallo del 44-43 si dovettero avere i debutti letterari dei nuovi capiscuola, Cornelio Gallo (il più legato al clima neoterico) e Virgilio (il più innovativo e originale). Ancora, proprio nel periodo cesariano rientra l‘isolata fioritura dell‘epicureismo lucreziano, che tenui ma non trascurabili fili riconnettono alla cultura contemporanea.

Il nostro periodo vede, soprattutto, i grandi dibattiti teorici, politici e ideologici, testimoniati dall‘opera di Cicerone; la massima fioritura dell‘oratoria giudiziaria e politica; il formidable impulso del pensiero filosofico romano (ancora Cicerone, ma anche il pitagorismo di Nigidio Figulo, e la diffusione dell‘epicureismo); la crescita dell‘antiquaria, della linguistica, della biografia e di altre forme di divulgazione culturale (Varrone, e inoltre Attico, Nigidio Figulo, Cornelio Nepote). Si può dire che nessun‘altra generazione nella storia di Roma conobbe uno sviluppo culturale altrettanto vario e complesso. In ombra, tra i vari generi e filoni letterari, rimase solo lo sviluppo del teatro. Quanto alla storiografia un genere per eccellenza retrospettivo e ritardatario, che ha bisogno di un suo respiro e stacco dagli avvenimenti è chiaro che bisogna collocare nella temperie culturale cesariana l‘opera di Sallustio. Pur scrivendo negli anni successivi alla morte di Cesare, Sallustio punta tutta la sua riflessione storica sulla fase che si è da poco chiusa, la lunga lotta politica introdotta da Mario e Silla e culminata nell‘uccisione di Cesare.

(G.B. CONTE [1987], p. 117-118)

In seguito soprattutto allo scarso rinnovamento del teatro, il pubblico popolare aveva da tempo perduto i contatti con la produzione letteraria contemporanea. Nell‘età di Cesare il pubblico di élite si rivela tuttavia molto cresciuto per ampiezza e per varietà: alla élite colta della città, che spesso mostrava un vivace interesse per la produzione contemporanea, si affiancavano le élites locali dell‘Italia, intensamente partecipi della vita culturale di Roma almeno dalla fine del II secolo a. C., e le élites delle province, che proprio nel I secolo a. C. incominciavano ad assimilarsi a quella della capitale. La vasta mobilità sociale in atto in questo periodo faceva inoltre sì che individui o gruppi cercassero di accostarsi

allo stile di vita dei ceti dirigenti; (

La produzione letteraria conosce, in questo periodo, uno sviluppo quanto mai vario e complesso; d‘altra parte, questa fioritura così eccezionale si rivela per più di un verso legata alla gravissima crisi che Roma sta attraversando.

Nella vita culturale di questa generazione, la figua dominante è senza dubbio quella di Cicerone, il cui

nome resta legato alla più alta elaborazione artistica dell‘eloquenza e all‘adattamento alla realtà romana

dei grandi dibattiti teorici, politici e filosofici da tempo di casa nella cultura greca.

).

M. CITRONI F.E. CONSOLINO M. LABATE E. NARDUCCI, Letteratura latina, con antologia degli

autori, Roma-Bari: Laterza, 1998, p. 4.

MARCO TULIO CICERÓN Copia renacentista de un original romano. Museo Chiaramonti (Museos Vaticanos)

MARCO TULIO CICERÓN

Copia renacentista de un original romano. Museo Chiaramonti (Museos Vaticanos)

M.TULIO CICERÓN

(Arpino, 106 Formias, 43 a.C.)

Cicerone, è stato detto, è il personaggio del

mondo antico che conosciamo meglio: attraverso le

sue opere riconducibili a ―generi‖ diversi (orazioni, trattati retorici, politici e filosofici), ma anche attraverso il ricco epistolario che spesso permette di riannodare le fila tra le esperienze personali (in più

di

un caso confidate agli amici con piena sincerità)

e

la loro rielaborazione in opere destinate ad un

pubblico più vasto. Ciò sarebbe ancora poco, se Cicerone non fosse un personaggio particolarmente ―interessante‖ per la posizione che occupa nella cultura romana e per il valore straordinario della sua esperienza intellettuale: protagonista e testimone della crisi che porta al tramonto della repubblica, egli elabora un progetto etico-politico

nel vano tentativo di porvi rimedio. La sua rimane, naturalmente, un‘ottica di parte, legata al progetto

di egemonia di un blocco sociale (sostanzialmente

dei ceti possidenti): un‘ottica che, per rendersi accetta alla comunità nel suo complesso, deve saper profittare anche degli artifici più efficaci che possono offrire le tecniche di comunicazione.

suo complesso, deve saper profittare anche degli artifici più efficaci che possono offrire le tecniche di

Cicerone, grande avvocato, superbo manipolatore delle parole ai fini della persuasione, mette a frutto tali artifici nelle orazioni e li teorizza nei trattati retorici:

ricollocata nel proprio tempo, la sua ars dicendi si spoglia dei tratti di vana ampollosità di cui l‘ha rivestita il ciceronianesimo umanistico e scolastico, per rivelarsi, fra l‘altro, una tecnica sapiente e produttiva, funzionale al dominio dell‘uditorio e alla regìa delle sue passioni. (Si

riflette, d‘altronde, in ciò una condizione di fondo

della cultura romana, per la quale l‘oratoria costituiva il modello fondamentale non solo di un‘educazione elevata ma anche, in notevole misura, dell‘espressione letteraria stessa).

Al proprio progetto politico-sociale Cicerone ha cercato di dare concretezza di applicazioni pratiche anche con adattamenti, talora opportunistici, alla situazione contingente (di ciò stanno a testimonianza diverse orazioni); ma, procedendo negli anni e nelle delusioni, ha progressivamente sentito sempre più forte la necessità di riflettere, rifacendosi al pensiero ellenistico, sui fondamenti della politica e della

morale.

forte la necessità di riflettere, rifacendosi al pensiero ellenistico, sui fondamenti della politica e della morale.

Il fine delle sue opere filosofiche è lo stesso che ispira alcune delle orazioni più significative: dare

una solida base ideale, etica, politica a una classe dominante il cui bisogno di ordine non si traduca in ottuse chiusure, cui il rispetto per la tradizione nazionale (mos maiorum) non impedisca l‘assorbimento della cultura greca; una classe dominante che l‘assolvimento dei doveri verso lo stato non renda insensible ai piaceri di un otium nutrito di arti e di letteratura, né, in generale, di quello stile di vita garbatamente raffinato che si riassume nel termine di humanitas: quella coscienza culturale che è frutto dell‘incivilimento, che è capacità di distinguere e di apprezzare ciò che è bello e conveniente. In questo senso, gran parte dell‘opera di Cicerone può essere letta come

la ricerca di un difficile equilibrio fra istanze di

―ammodernamento‖ e necessità di conservazione dei valori tradizionali. Dietro la vicenda intellettuale di Cicerone si profila una società attraversata da spinte contrastanti, spesso laceranti: l‘afflusso di ricchezze dai paesi conquistati ha da tempo reso anacronisticamente

improponibile la rigida moralità delle origini; ma il

veloce distacco dalle virtù e dai valori che avevano fatto la grandezza di Roma mette ora in forse la stessa sopravvivenza dello stato repubblicano.

e dai valori che avevano fatto la grandezza di Roma mette ora in forse la stessa

L‘attività oratoria di Cicerone si intreccia indissolubilmente con le vicende politiche di Roma nell‘ultimo cinquantennio della repubblica: si impone, per la nostra trattazione, il rispetto di una sequenza cronologica che, pur senza eccedere in particolari, renda comprensibile lo sfonfo storico sul quale egli si trovò a operare, le circostanze con cui dovette misurarsi.

(G. B. CONTE [1987], pp. 153-154)

πολλὸν ἀριστεύειν καὶ ὑπείροχον ἔμμεναι ἄλλων*

a puero adamaram,

illud vero quod

(Q.fr. III v: octubre-noviembre del 54)

* Cf. Homero, Il. VI 208 y XI 784:

αἰὲν ἀριστεύειν καὶ ὑπείροχον ἔμμεναι ἄλλων

Me envió a Troya y con gran insistencia me encargó descollar siempre, sobresalir por encima de los demás (Il. VI 207-8)

El anciano Peleo encomendó a su hijo Aquiles descollar siempre y sobresalir por encima de los demás (Il. XI 783-4)

(trad. de E. Crespo, Madrid: B.C.G, 1982)

Aquiles descollar siempre y sobresalir por encima de los demás ( Il . XI 783-4) (trad.

Algunas lecturas interesantes sobre Cicerón, que no se recogen en la bibliografía de la guía de la asignatura:

se recogen en la bibliografía de la guía de la asignatura: P. GRIMAL, Cicéron , París:

P. GRIMAL, Cicéron, París: Fayard, 1986, traducido recientemente por Ana Escartín para la editorial Gredos, Madrid 2013 (en nuestra biblioteca; en las diapositivas siguientes extracto algunos párrafos de esta obra).

siguientes extracto algunos párrafos de esta obra) . E. NARDUCCI, Modelli etici e società: un‘idea di
siguientes extracto algunos párrafos de esta obra) . E. NARDUCCI, Modelli etici e società: un‘idea di
siguientes extracto algunos párrafos de esta obra) . E. NARDUCCI, Modelli etici e società: un‘idea di

E. NARDUCCI, Modelli etici e società: un‘idea di Cicerone, Pisa: Giardini, 1989 (en Geografía e Historia). .- Processi ai politici nella Roma antica, Roma-Bari: Laterza, 1995 (en Derecho).

.- Cicerone e l'eloquenza romana, Roma-Bari, Laterza, 1997.

.- Introduzione a Cicerone, Roma-Bari: Laterza, 2005 2 . .- Cicerone: la parola e la politica, Roma-Bari: Laterza, 2009 (en Derecho).

―Por sí sola, la lista de estudios, libros o artículos dedicados a Cicerón ocupa volúmenes enteros, debido a lo mucho que se ha investigado, analizado y explorado en todos los sentidos la obra de quien fue un orador juzgado durante mucho tiempo (y en épocas diversas) como incomparable, un hombre de Estado inmerso en luchas mortales, un filósofo considerado unas veces un pensador único y original, incluso profundo, y otras despreciado y acusado de no haber entendido las doctrinas de los griegos, un teórico de la elocuencia, en fin, y, a través de ella, de toda cultura digna de tal nombre. () la diversidad de las opiniones emitidas a lo largo de los siglos, la amplitud y elevado número de trabajos de los que han sido objeto Cicerón y su obra, lejos de desalentar la investigación, invitan a continuarla (). Para emprender una investigación de esta naturaleza, contamos con los discursos, la correspondencia, los tratados filosóficos y los dedicados a la teoría y la historia de la elocuencia, así como con la obra poética: extenso corpus que, desgraciadamente, no incluye todo lo que Cicerón escribió y publicó. () Estos son los caminos que hemos de transitar para discernir los distintos aspectos y peripecias de lo que fue en sí la vida de Cicerón. Ello entraña un imprescindible trabajo de reconstrucción, que pone en cuestión todo lo que podemos saber sobre la historia de esta época . Y, conforme nos vamos viendo obligados a prestar atención a los trasfondos históricos de la obra, las incertidumbres aumentan inevitablemente, en un ámbito en el que las hipótesis son más numerosas que

los hechos perfectamente probados.

El terreno más seguro es el que nos proporcionan los discursos, que se van escalonando a lo largo de toda esta trayectoria. Modelos de elocuencia, de habilidad en la demostración, sucesión de armoniosas cadencias donde los períodos son, por sí mismos, tan imperiosos como los argumentos que presentan, los discursos constituyen, de por sí, un objeto de estudio. Pero si vamos más allá del análisis puramente formal, no tarda en ponerse de manifiesto que cada uno de esos discursos fue un acontecimiento histórico, en mayor o menor grado.*

(P. GRIMAL, o.c., pp. 9-10)

* En época neroniana, el filólogo Q. Asconio Pediano (ca. 75 d.C.) hizo un comentario de sesgo histórico de varios discursos de Cicerón; conservamos los comentarios a cinco de ellos: In Pisonem, Pro Scauro, Pro Milone, Pro Cornelio e In toga candida (estos dos últimos discursos perdidos).

Podemos preguntarnos por las razones de ese prestigio reconocido a Cicerón. Explicar todo en virtud

Podemos preguntarnos por las razones de ese prestigio reconocido a Cicerón. Explicar todo en virtud de su elocuencia pasa por ser casi una petición de principio. Es elocuente quien convence. ¿Por qué convencía Cicerón? ¿Era la música de las palabras que utilizaba la que tenía ese poder? La armonía, la belleza, amable o severa, según el momento, que se encuentran en sus discursos, tuvieron evidentemente algo que ver, pero solamente como mediadoras. Un éxito tan continuado hubo de tener otras causas. Cicerón tuvo que personificar una fuerza hasta entonces difusa en la conciencia romana, una autoridad de naturaleza

moral, análoga a la de un general victorioso, pero exenta de violencia y de sangre. Este magisterio, que él parece ejercer, está basado, a nuestro entender, en varias vertus: una sabiduría constituida a base de moderación, clarividencia, justicia y valor. Él dio muestras de todo ello. Eso que denominamos, por ejemplo, sus vacilaciones durante la Guerra Civil se explica no por cierta cobardía ante la acción, sino por su horror a las situaciones violentas (algo que no era propio de los

―extremistas‖ que rodeaban a Pompeyo). En los discursos judiciales que

había pronunciado a lo largo de su carrera, había querido defender la justicia o la equidad, al menos así podríamos creerlo. En la época de Verres, había procurado hacer que la administración romana no se manifestara por medio de actos tiránicos y arbitrarios. En la época de Catilina, había sabido descubrir el complot, y si optó por contemporizar fue porque así se lo exigía la prudencia, sin la cual los culpables no

habrían sido desenmascarados. Y en el curso de esa misma crisis, en

lugar de pactar con los conjurados, como hacían otros a su alrededor y, probablemente su colega C. Antonio, él mostró toda su valentía,

desafiando a los intentos de asesinato de los que fue víctima

(P. GRIMAL, o.c., pp. 17-18)

toda su valentía, desafiando a los intentos de asesinato de los que fue víctima … (P.

Tal era el retrato que justificaba su autoridad moral al final de su vida. Es verdad que se puede, y lo sabemos, trazar otro distinto y ofrecer de su conducta una interpretación desfavorable. Si hablamos de su valentía, se podrá aducir el abatimiento del que fue presa cuando tuvo que exiliarse. Para negar su moderación, se evocará la ejecución de los conjurados del 63, asegurando que no era necesaria, o bien, en su vida privada, el deseo que siempre sintió de adquirir riquezas. También habrá quien pregunte cómo se puede elogiar la justicia o la equidad de un abogado tan hábil que consiguió, conscientemente, que absolvieran a culpables, habló a favor de Fonteyo y en contra de Verres. En cuanto a su clarividencia, habrá quien la conteste y explique que se dejó engañar por el joven Octavio, cuando este en realidad tenía la firme intención de utilizarlo y deshacerse después de él. O bien se aprovechará una

determinada palabra de su correspondencia, una determinada afirmación sobre un personaje cuya conducta venía después a desmentir lo que Cicerón pensaba de él. El espectáculo de esta vida, tan sumamente expuesto a nuestros ojos gracias a las cartas del propio Cicerón y de sus amigos, que han llegado hasta nosotros (parcialmente, como hemos dicho, pero pese a todo en gran número), desata una gran diversidad de opiniones, sobre todo si uno se limita a los acontecimientos sin más, a la superficie de las cosas. Pero la realidad del hombre va más allá, reside en el trasfondo intelectual, e incluso espiritual, en el que toma las decisiones, y que el historiador ―positivista‖ no puede identificar. Y

lo que debería invitarnos a la prudencia en las conclusiones que estamos tentados de extraer de un

determinado hecho es la aprobación con la que sus contemporáneos y los hombres de las siguientes generaciones siempre juzgaron a Cicerón. Si ellos lo hubieran considerado tan despreciable como a veces se le describe, ¿lo habrían propuesto como modelo? ¿Acaso su prestigio está basado en la mentira? ¿Acaso convenció a su época solo porque era elocuente? En realidad, pensamos que Cicerón respondió a una de las preguntas más angustiantes que se planteaban en su época. Fue al principio del siglo I antes de nuestra era, cuando Cicerón no era más

que un niño, en una pequeña ciudad del Lacio, cuando el problema se planteó a los romanos. Sus armas

habían sometido a más de la mitad del mundo conocido. () Estos territorios, de lenguas tan diversas, y con civilizaciones diferentes, dispersos también en el

espacio, debían ser administrados y defendidos en condiciones a menudo difíciles. ()

(P. GRIMAL, o.c., pp. 18-20)

debían ser administrados y defendidos en condiciones a menudo difíciles. ( … ) (P. G RIMAL

Ese era el problema que había empezado a plantearse cuando los filósofos vinieron a disertar, ante un público romano, sobre la naturaleza de la justicia. No es, como se ha dicho, que la famosa conferencia

de Carnéades de 155 a.C. sobre este asunto provocara una crisis de conciencia en el espíritu de los nobles romanos que la escucharon, sino que lo que allí se dijo no hizo sino consolidad y actualizar el viejo sentimiento de que el vencido pasaba a ser un protegido del vencedor, obligado por la fides. Pero cabía la posibilidad de que este principio, que sustituía a la violencia de las relaciones jurídicas y afectivas, fuera olvidado, en la práctica. A principios del siglo I antes de nuestra era, se hizo urgente repensar el Imperio. Un problema que no era solamente teórico, como demostró la gran revuelta de los aliados, que estalló, en la propia Italia, en el 91 y no terminó hasta dos años más tarde: ¿acaso no era Roma, como afirmaba la ―propaganda‖ de los insurgentes, una loba voraz, un pueblo de salteadores afortunados? Había que crear, y en primer lugar pensar, una romanidadque fuera por fin aceptada. Esa romanidad nueva no podía seguir replegada sobre la vieja sociedad aristocrática que, pese a ser teóricamente fiel a las arcaicas tradiciones políticas, económicas y morales que en otro tiempo habían asegurado la fortuna de la Ciudad, en realidad se veía profundamente afectada por las fuerzas de disociación a las que hemos aludido. Se hacía urgente, por tanto, despertar una mentalidad nueva, en torno a la cual cristalizaría, de alguna manera, el imperium romanum. Esta era la tarea a la que su propia historia invitaba a los romanos de aquella época. Cicerón había de ser uno de sus primeros artesanos. Ya existía una condición preliminar, por la composición misma del Imperio: esa romanidad debería operar la síntesis del espíritu romano y la cultura griega, integrar toda la historia espiritual de Oriente. Los valores fundamentales deberían ser, evidentemente, los que habían puesto de relieve los filósofos, las cuatro virtudes cardinales: clarividencia (prudentia), justicia (iustitia), moderación (temperantia) y valor (fortitudo) (); esas cuatro virtudes, retomadas desde platón por el aristotelismo, el epicureísmo y el estoicismo, pertenecían, ya, y desde hacía siglos, a la moral común. Constituían un terreno de

entendimiento para todos los hombres civilizados

(P. GRIMAL, o.c., pp. 21-22)

A ello se añadían algunos otros principios, nacidos al mismo tiempo de la tradición romana y de la reflexión de los filósofos: por ejemplo la idea de que lo esencial del hombre, su verdadero valor, reside

en su espíritu, en el ejercicio de su pensamiento, o incluso que la naturaleza de los hombres les impone ser solidarios, que el universo es una inmensa ciudad cuyos miembros, todos ellos, tienen ciertos deberes, inscritos en su ser, los unos para los otros. Todo esto se encontrará en la obra de Cicerón, unas veces en sus exposiciones teóricas, más a menudo como postulados que rigen su acción (y así también en la manera en la que gestionó los asuntos de las ciudades que dependían de él durante su proconsulado en Cilicia). Estas son, creemos, las grandes líneas de su pensamiento, y también las condiciones en las que este se formó y las exigencias históricas a las que se esfuerza por responder. El momento era decisivo para la continuación de la historia: o bien, minada por la guerra civil, Roma se desmoronaría y el mundo regresaría a su destructiva fragmentación, o bien se afirmaría mediante la violencia y el terror, algo que no podría perdurar, o bien y esa era la solución escogida por el patriotismo de Cicerónse prestaría a construir un ―imperio de los espíritus‖. Vemos por tanto que es difícil separar la actividad política de Cicerón, su reflexión como filósofo y su arte de la palabra. Estos tres aspectos pertenecen a su personalidad más profunda, que les confiere

unidad. Impulsado por un patriotismo que no se desdice jamás (el propio Augusto, del que había sido

enemigo, así lo reconoció un día con una sola palabra, cuando dijo a uno de sus nietos que Cicerón había sido ―un gran patriota‖), sitúa a Roma en el centro de su pensamiento y supedita su ambición al bien de la Ciudad, a su salvación material y moral. Si trata de acceder a los cargos más altos es porque cree desempeñarlos mejor que cualquier otro. Los especialistas modernos lo tachan de vanidoso; tal vez les engaña el mito igualitarista, ese sutil veneno del pensamiento político moderno. Cicerón intenta identificar en él aquello que no cualquiera puede encontrar en sí mismoHacia el final de su vida,

escribe que existe en el alma de cada uno un aguijón que lo empuja a ser el primero. Es lo que llama, con sus contemporáneos, la ―grandeza de alma‖, la magnitudo animi. () Poco a poco, Cicerón va diseñando así la imagen de un hombre que encuentra en el cumplimiento de sus deberes la tranquilidad interior, y una seguridad que le confiere firmeza y dignidad.

(P. GRIMAL, o.c., pp. 22-23)

Cicerón, cierto es, no logró tomar plena conciencia de su propia verdad hasta el final

Cicerón, cierto es, no logró tomar plena conciencia de su propia verdad hasta el final de su vida, instruido por sus experiencias de la vida política. Pero siempre tendió hacia ese ideal, que él expresa, finalmente, en términos tomados del estoicismo, y que recupera la imagen que habían querido dar de sí mismos los grandes romanos de otro tiempo. Sigue avanzando, para esta síntesis entre la tradición nacional y las contribuciones del helenismo, en la evolución espiritual que se había iniciado a comienzos del siglo II a.C. y cuyos principales testigos literarios son para nosotros las comedias de Terencio (que

Cicerón conoce bien y que le gusta citar) y las Sátiras de Lucilio. A ello hay que añadir la evolución de la elocuencia, cuya historia relatará en su diálogo del Bruto: la lista de los oradores notables de este siglo marca la lenta progresión de un arte que interesa más al pensamiento que a las palabras. Aunque dominara su época por su propio talento, Cicerón no rompe la continuidad de Roma, al contrario, la consolida y contribuye a preparar un nuevo nacimiento de la Ciudad, que pervivirá

aún varios siglos, pese a que la crisis de las guerras civiles parecía

anunciar su muerte. Y también veremos que, en el terreno del espíritu, y no en el de la política (en el que intervienen factores distintos de los del pensamiento), Cicerón consiguió extraer principios y métodos que han marcado hasta nosotros lo que fundamenta, y confiamos en que fundamentará todavía durante un tiempo, nuestra cultura.

(P. GRIMAL, o.c., pp. 23-24)

fundamenta, y confiamos en que fundamentará todavía durante un tiempo, nuestra cultura. (P. G RIMAL ,

M.TULIO CICERÓN

(Arpino, 106 Formias, 43 a.C.)

Conservamos una biografía de Cicerón en las Vidas paralelas de Plutarco (c. 45 c. 125 d.C.)

Si queréis leerla, la tenéis traducida en la Biblioteca Clásica Gredos (386); es entretenida porque está, como todas las biografías de Plutarco, llena de anécdotas. Del biógrafo griego están tomadas, como veréis, algunas de las noticias sobre la infancia y adolescencia de Cicerón que da P. Grimal en su libro, de cuyo comienzo extracto a continuación algunas partes. También os extracto algunos pasajes de la biografía de Plutarco (en traducción) a los que remite el texto del estudioso francés, así como partes de las obras del propio Cicerón.

(en traducción) a los que remite el texto del estudioso francés, así como partes de las

Cicerón no es un romano de Roma; no nació en la Ciudad, sino en un municipio del país de los volscos, situado a unos ciento veinte kilómetros al sureste de Roma y llamado Arpinum. Es un territorio que ama, que evoca con emoción y del que le gusta repetir que es su verdadera patria, por naturaleza, y que está

unido a él por lazos secretos. Es el país de su

infancia, pero la imagen que lleva consigo no está constituida solo por enternecedores recuerdos nacidos en sus primeros años. Allí encontró los principios de su fe política, allí se hallan enraizadas las tradiciones a las que está vinculado y a las que nunca renunciará. Eso

tendrá grandes consecuencias en la formación

de su pensamiento y en toda su conducta vital…‖

(P. GRIMAL, o.c., p. 25)

Los volscos habían sido durante mucho tiempo enemigos de los romanos. De entre los distintos pueblos que, antes de la conquista romana, ocupaban los valles y colinas de Italia central, en la vertiente tirrena, ellos eran los más turbulentos. Después de bajar de la montaña, habían llegado hasta el mar siguiendo el curso del Liris, que nace en el país de los marsos, no lejos del actual Avezzano, en plenos Apeninos, y desemboca en el mar Tirreno no lejos de Minturno…‖ (P. GRIMAL, o.c., p. 25)

Avezzano, en plenos Apeninos, y desemboca en el mar Tirreno no lejos de Minturno …‖ (P.
Avezzano, en plenos Apeninos, y desemboca en el mar Tirreno no lejos de Minturno …‖ (P.

Es un río tranquilo cuando discurre, a partir de Sora, por las tierras altas en las que se encuentra encaramada la pequeña ciudad de Arpinum, hoy Arpino, y recorre su territorio, en Isola del Liri, donde la familia de Cicerón poseía una finca.

(P. GRIMAL, o.c., p. 25)

recorre su territorio, en Isola del Liri, donde la familia de Cicerón poseía una finca. ‖
recorre su territorio, en Isola del Liri, donde la familia de Cicerón poseía una finca. ‖

―El nombre de Arpino aparece en la historia en el año 305 a.C., durante las guerras samnitas. Tres poblaciones de la región, Sora, Arpino y Cesenia, son ese año, según el relato de Tito Livio*, recuperadas de manos de los samnitas, que las habían ocupado, después de quitárselas a los romanos con la complicidad de los habitantes. La defección de Arpino no duró mucho. Ya en el 303, la pequeña ciudad obtenía el derecho de ciudadanía sine suffragio, es decir, sin que sus habitantes pudieran participar en las elecciones ni en las votaciones de las asambleas, y sin posibilidad de que fueran elegidos magistrados en Roma. () En el 188 a.C. las gentes de Arpino obtuvieron el derecho de ciudadanía cum suffragio. () Esta larga historia había hecho olvidar a los arpinates la época en la que, bajo la dirección de Atio Tulio, junto con los demás volscos, sus ejércitos amenazaban a Roma* ().

(P. GRIMAL, o.c., pp. 25-26)
(P. GRIMAL, o.c., pp. 25-26)

* Livio VI-X (guerras samnitas, 389-293 a.C.) y II-III (guerras con los volscos y otros pueblos del Lacio, 493-478 a.C.; Coriolano y Atio: II 33-40).

389-293 a.C.) y II-III (guerras con los volscos y otros pueblos del Lacio, 493-478 a.C.; Coriolano

―De ese pasado subsistían ciertos vestigios, y algunos aún perduran. El más destacado es la muralla que defiende una ciudadela incluida dentro de la ciudad y que, hoy en día, se eleva entre viñas y huertas. Este muro, enorme, construido con grandes bloques irregulares, siguiendo el modelo denominado ―ciclópeo‖, se creyó durante mucho tiempo perteneciente a épocas prehistóricas. Los arqueólogos coinciden hoy en día en considerarlo como una de las fortificaciones establecidas por los romanos en la línea del Liris. Otras localidades de la región también cuentan con ellas…‖ (P. GRIMAL, o.c., p. 26)

en la línea del Liri s . Otras localidades de la región también cuentan con ellas
en la línea del Liri s . Otras localidades de la región también cuentan con ellas

―Pero esas murallas no podían por menos que proporcionar a la gente de la ciudad el sentimiento de su antigüedad y, en consecuencia, de la nobleza de su población. Su arquitectura de apariencia arcaica (una de las puertas de este recinto presenta una forma ojival que la hace parecerse a las que los pastores dan a sus cabañas), contrastaba con las construcciones nuevas que, a comienzos del siglo I antes de nuestra era, y tal vez una generación antes, estaban empezando a erigirse en toda la región, y que se inspiraban en modelos helenísticos. Desgraciadamente, no sabemos si Arpino participó de esa renovación y si el decorado de la vida municipal se modernizó.

(P. GRIMAL, o.c., pp. 26-27)

―Cabe pensar que Arpino, sobre sus altas colinas, ciudadela inexpugnable, resistió durante mucho tiempo a las innovaciones y fue el refugio de las más antiguas tradiciones. Un testimonio aislado, del propio Cicerón, parece autorizarnos a ello…‖ (P. GRIMAL, o.c., p. 27)

del propio Cicerón, parece autorizarnos a ello …‖ (P. G RIMAL , o.c ., p. 27)

En el prólogo del segundo libro del Sobre las leyes, nos explica que la casa paterna, que se erigía en las orillas del río, había seguido siendo durante mucho tiempo una vivienda rústica, a la antigua, comparable a la legendaria casa de Curio Dentato*, en la que el triunfador llevaba una noble vida de pobreza y tomaba la comida frente al hogar. Durante todo el tiempo que vivió M. Tulio Cicerón, el abuelo del orador, no se había hecho ningún cambio en la finca. Solamente cuando este murió (no sabemos en qué fecha) el padre de Cicerón se apresuró a añadirle ciertas comodidades y mayor elegancia (lautius aedificauit, dice, más o menos, el orador).(P. GRIMAL, o.c., p. 27)

* Manio Curio Dentato, cónsul en 290, 284, 275 y 274 a.C., venció a los
* Manio Curio Dentato, cónsul en 290, 284, 275 y 274 a.C., venció a los samnitas y a Pirro y es uno de
los ejemplos para los romanos de las generaciones siguientes de austeridad e incorruptibilidad.
generaciones siguientes de austeridad e incorruptibilidad. Isola del Liri-Cascata del Valcatoio. Raffaele Carelli

Isola del Liri-Cascata del Valcatoio. Raffaele Carelli (1795-1864)

Cic., De legibus II 1-6 (trad. de J.M.ª Núñez, Madrid: Akal, 1989) 1[I] [A.] Sed

Cic., De legibus II 1-6

(trad. de J.M.ª Núñez, Madrid: Akal, 1989)

1[I] [A.] Sed visne, quoniam et satis iam ambulatum est et tibi aliud dicendi initium sumendum est, locum mutemus et in insula quae est in Fibreno nam id, opinor, illi alteri flumini nomen est sermoni reliquo demus operam sedentes?

[M.] Sane quidem; nam illo loco libentissime soleo uti, sive quid mecum ipse cogito sive aut quid scribo aut lego.

I.1 ÁTICO.Como ya hemos paseado bastante y tú debes comenzar con otro tema, ¿te parece bien si cambiamos de sitio y vamos a sentarnos en la isla que hay en el Fibreno (me parece que éste es el nombre de ese otro río) y continuamos allí el resto de nuestra conversación?

MARCO.De acuerdo. Es ése un lugar que me resulta muy agradable tanto para reflexionar a solas como para escribir o leer algún libro.

El río Fibreno desemboca en el Liris, dividiéndose en dos brazos que dejan una isla en medio. En la confluencia de ambos ríos se encontraba la villa familiar de Cicerón, sobre cuyas ruinas se levanta en la actualidad la abadía de San Domenico.

se encontraba la villa familiar de Cicerón, sobre cuyas ruinas se levanta en la actualidad la

2 [A.] Equidem qui nunc potissimum huc venerim, satiari non queo, magnificasque villas et pavimenta marmorea et laqueata tecta contemno. Ductus vero aquarum, quos isti Nilos et Euripos vocant, quis non cum haec videat irriserit? Itaque ut tu paulo ante de lege et de iure disserens ad naturam referebas omnia, sic in his ipsis rebus, quae ad requietem animi delectationemque quaeruntur, natura dominatur. Quare antea mirabar nihil enim his in locis nisi saxa et montis cogitabam, itaque ut facerem et orationibus inducebar tuis et versibussed mirabar ut dixi, te tam valde hoc loco delectari; nunc contra miror te, cum Roma absis, usquam potius esse.

nunc contra miror te, cum Roma absis, usquam potius esse. 2 desprecio por las grandiosas villas

2

desprecio por las grandiosas villas de recreo, los pavimentos de mármol y sus techos artesonados. ¿Habría alguien que al ver este paisaje no encontrara ridículos esos canales artificiales a los que llaman Nilos y Euripos? Y tal como tú, un poco antes cuando hablabas de la ley y del derecho, referías todas las cosas a su origen en la naturaleza, también aquí en estas cosas destinadas al descanso y al recreo del espíritu reina la naturaleza. Por

ÁTICO.Ciertamente, y sobre todo ahora que he llegado aquí, no llego a sentirme saciado y sí a sentir

eso yo sentía extrañeza pues creía que en estos lugares no había más que rocas y montañas, creencia a la que

me inducían tus discursos y tus versos; pero, sentía extrañeza, como os decía, por lo grato que te resultaba a ti este lugar. Ahora, por el contrario, lo que me extraña es que cuando te ausentes de Roma, prefieras algún otro

lugar a éste.

te ausentes de Roma, prefieras algún otro lugar a éste. Cicero at his villa at Arpinum.

Cicero at his villa at Arpinum. Richard Wilson (1714-1782)

3 [M.] Ego vero, cum licet plures dies abesse, praesertim hoc tempore anni, et amoenitatem hanc et

salubritatem sequor; raro autem licet. Sed nimirum me alia quoque causa delectat, quae te non <ita> attingit

{ita}.

[A.] Quae tandem ista causa est?

3 MARCO.Ciertamente, cuando tengo la posibilidad de ausentarme varios días, sobre todo en esta época del año, busco el encanto y la salubridad de este lugar. Pero pocas veces tengo la posibilidad. Pero hay además otra razón por la que también me resulta grato y que a ti no te atañe de esa forma.

ÁTICO.—¿Cuál es esa razón?
ÁTICO.—¿Cuál es esa razón?
otra razón por la que también me resulta grato y que a ti no te atañe

[M.] Quia si verum dicimus, haec est mea et huius fratris mei germana patria; hic enim orti stirpe antiquissima sumus, hic sacra, hic genus, hic maiorum multa vestigia. Quid plura? Hanc vides villam ut nunc quidem est, lautius aedificatam patris nostri studio, qui cum esset infirma valetudine, hic fere aetatem egit in litteris; sed hoc ipso in loco, cum avus viveret et antiquo more parva esset villa, ut illa Curiana in Sabinis, me scito esse natum. Quare inest nescioquid et latet in animo ac sensu meo, quo me plus hic locus fortasse delectet, siquidem etiam ille sapientissimus vir, Ithacam ut videret, inmortalitatem scribitur repudiasse.

Ithacam ut videret, inmortalitatem scribitur repudiasse. M ARCO . — Pues que, a decir verdad, ésta

MARCO.Pues que, a decir verdad, ésta es mi verdadera patria y la de éste, mi hermano. Los dos hemos nacido aquí, de una familia antiquísima; aquí están sus dioses, nuestro linaje y muchas huellas que dejaron nuestros antepasados. ¿Qué más podría decir? Estás viendo esta casa de campo, ahora edificada con más lujo gracias al afán de nuestro padre, que por encontrarse débil de salud, pasó aquí casi toda su vida, dedicado a las letras. Pero has de saber que yo he nacido aquí, en este mismo lugar, cuando vivía mi abuelo y la casa era pequeña, a la antigua usanza, como la de Curio en el país sabino. Por ello hay en mi alma y en mi corazón un no sé qué escondido que hace que este lugar me resulte más placentero; si bien es verdad que, según está escrito, el más sagaz de los hombres ante la vista de Ítaca, rechazó la inmortalidad.

hombres ante la vista de Ítaca, rechazó la inmortalidad. Cicero with his friend Atticus and brother

Cicero with his friend Atticus and brother Quintus, at his villa at Arpinum Richard Wilson, c. 1771-15. Art Gallery, South Australia

4 [II] [A.] Ego vero tibi istam iustam causam puto, cur huc libentius venias atque hunc locum diligas; quin ipse (vere dicam) sum illi villae amicior modo factus, atque huic omni solo in quo tu ortus et procreatus es. Movemur enim nescioquo pacto locis ipsis in quibus eorum quos diligimus aut admiramur adsunt vestigia. Me quidem ipsae illae nostrae Athenae non tam operibus magnificis exquisitisque antiquorum artibus delectant, quam recordatione summorum virorum, ubi quisque habitare, ubi sedere, ubi disputare sit solitus; studioseque eorum etiam sepulcra contemplor. Quare istum ubi tu es natus plus amabo posthac locum.

Quare istum ubi tu es natus plus amabo posthac locum. 2 Pero, si hasta yo mismo

2

Pero, si hasta yo mismo me he hecho desde hace un rato más amigo de esta casa y de todo este paraje donde tú fuiste engendrado y dado a luz. En efecto, nos conmueven, no sé de qué manera, los lugares en que quedan vestigios de las personas que amamos y admiramos. La propia Atenas, ciudad tan entrañable para nosotros, no me gusta tanto por sus grandiosos monumentos y por las extraordinarias obras de arte de los antiguos como por

ÁTICO.Me parece verdaderamente justa la razón por la que prefieres venir aquí y por la que amas este lugar.

el recuerdo de sus más ilustres personajes: el lugar en que vivía cada uno de ellos, donde acostumbraban a

sentarse o a dialogar; incluso sus sepulcros contemplo con admiración. Por esa razón, a partir de ahora, voy a querer más este lugar donde tú has nacido.

sepulcros contemplo con admiración. Por esa razón, a partir de ahora, voy a querer más este

[M.] Gaudeo igitur me incunabula paene mea tibi ostendisse.

5 [A.] Equidem me cognosse admodum gaudeo. Sed illud tamen quale est quod paulo ante dixisti, hunc

locum (id est, <ut> ego te accipio dicere, Arpinum) germanam patriam esse vestram? Quid? vos duas habetis patrias? An est una illa patria communis? Nisi forte sapienti illi Catoni fuit patria non Roma sed Tusculum.

MARCO.Me alegro, entonces, de haberte enseñado lo que podría llamar mi cuna.

ÁTICO.Y yo me alegro aún más por haberla conocido. Pero, no obstante, ¿cómo es eso que dijiste hace

un rato, que este lugar el mismo que te he oído llamar Arpinoes vuestra verdadera patria? ¿Acaso tenéis dos patrias o hay una sola patria, aquella común? A no ser que aquel sabio que fue Catón no tuviera por patria a Roma sino a Túsculo.

5

una sola patria, aquella común? A no ser que aquel sabio que fue Catón no tuviera
una sola patria, aquella común? A no ser que aquel sabio que fue Catón no tuviera

[M.] Ego mehercule et illi et omnibus municipibus duas esse censeo patrias, unam naturae, alteram civitatis; ut ille Cato, cum est Tusculi natus, in populi Romani civitatem susceptus est. Ita cum ortu Tusculanus esset, civitate Romanus, habuit alteram loci patriam, alteram iuris. Ut vestri Attici, priusquam Theseus eos demigrare ex agris et in astu, quod appellatur, omnes se conferre iussit, et sui erant idem et Attici, sic nos et eam patriam ducimus ubi nati, et illam qua excepti sumus. Sed necesse est caritate eam praestare <e> qua rei publicae nomen <et> universae civitatis est, pro qua mori et cui nos totos dedere et in qua nostra omnia ponere et quasi consecrare debemus; dulcis autem non multo secus est ea quae genuit quam illa quae excepit. Itaque ego hanc meam esse patriam prorsus numquam negabo, dum illa sit maior, haec in ea contineatur.

numquam negabo, dum illa sit maior, haec in ea contineatur. Marco. — ¡Por Hércules! Yo creo

Marco.¡Por Hércules! Yo creo que aquél, igual que todos los procedentes de los municipios, tienen dos patrias: una por naturaleza, la otra, por ciudadanía. Así el Catón del que hablamos, como había nacido en Túsculo y fue admitido en la ciudadanía del pueblo romano, aunque era tusculano por nacimiento, era romano por ciudadanía: tenía una patria de origen, otra de derecho. De la misma forma que tus queridos áticos, antes de que Teseo les ordenara abandonar los campos y reunirse todos en la llamada asty, los mismos eran a la vez de su lugar de origen y áticos; así, también nosotros llamamos patria a donde nacimos y a aquella que nos ha acogido. Pero es necesario tener por delante en nuestro afecto a aquélla por la que el nombre de ―república‖ se extiende a toda

la ciudadanía. Por ella debemos morir, a ella debemos

entregarnos totalmente, y en ella debemos depositar y hasta consagrar, diría yo, todo lo nuestro. La que nos

engendró nos resulta querida no de forma muy distinta

a la que nos adoptó. Por eso, yo nunca negaré que

ésta es mi patria, si bien aquella es la mayor y comprende a esta otra.

la que nos adoptó. Por eso, yo nunca negaré que ésta es mi patria, si bien

6 [III] [A.] Recte igitur Magnus ille noster, me audiente, posuit in iudicio, cum pro Ampio tecum simul diceret, rempublicam nostram iustissimas huic municipio gratias agere posse, quod ex eo duo sui conservatores exstitissent; ut iam videar adduci, hanc quoque quae te procrearit esse patriam tuam.

adduci, hanc quoque quae te procrearit esse patriam tuam. III 6 Á TICO . — Por

III 6 ÁTICO.Por tanto, tenía razón nuestro común amigo Pompeyo el Grande, cuando sostuvo, en aquel juicio en que compartió contigo la defensa de Ampio, y que tuve la oportunidad de escuchar, que nuestra república podría mostrar un muy merecido reconocimiento a este municipio, porque de él habían salido dos salvadores de ella; para que quede claro que estoy convencido de que ésta que te engendró también es tu patria.

dos salvadores de ella; para que quede claro que estoy convencido de que ésta que te

―La nueva villa, convertida en suburbana (que posee las eleganc¡as de la ciudad), pertenece a ese estilo nuevo () que se inspira en modelos helenísticos. Cicerón en su alegato a favor del poeta Arquias, recordará que Italia entera, en este principio de siglo, estaba impregnada de cultura griega. Y más que la propia Roma. Esa cultura había penetrado hasta Arpino, donde era acogida con desconfianza por las gentes de rancio abolengo. Una frase, muchas veces repetida, del abuelo de Cicerón nos da testimonio de ello: ―Los hombres de nuestra tierra decíason como los esclavos sirios que uno compra, cuanto mejor conoce el griego alguno de ellos, más crápula es‖. Una frase que bien podría ponerse en boca del viejo Catón, pero que fue pronunciada por lo menos medio siglo después de los tiempos del Censor. El abuelo de Cicerón iba con retraso con respecto a su época.(P. GRIMAL, o.c., pp. 27-28)

respecto a su época. ‖ (P. G RIMAL , o.c ., pp. 27-28) Estela funeraria de

En Arpino, tanto como en Roma y hoy en día todavía en los pueblos italianos, la célula familiar seguía siendo esencial, y la vida social descansaba sobre los parentescos y las alianzas. Por eso no deja de ser útil rastrear, en la medida de lo posible, lo que fue la familia de Cicerón, en el sentido más amplio.

(P. GRIMAL, o.c., p. 28)

Y así comienza la biografía de Cicerón escrita por PLUTARCO (c. 45 c. 125 d.C.) (Vidas paralelas VIII, Madrid: B.C.G, 2010: traducción de Carlos Alcalde y Marta González):

La madre de Cicerón, Helvia, tuvo, según cuentan, un nacimiento y una vida honorables; de su padre, en cambio, no he podido obtener ninguna información mesurada. En efecto, unos dicen que nació y se crió en un batán, mientras que otros hacen remontar el origen de su linaje a Tulio Atio, un glorioso rey de los volscos que combatió enérgicamente con los romanos. Sin embargo, el primero de su linaje que tuvo el sobrenombre de Cicerón parece haber sido una persona digna de consideración. Por eso sus descendientes no rechazaron el sobrenombre sino que estaban contentos de llevarlo, y eso que mucha gente se burlaba de él pues los latinos llaman cicer al garbanzo. Aquel antepasado, al parecer, tenía en la punta de la nariz un leve hoyuelo semejante a la hendidura de un garbanzo, por el que adquirió el sobrenombre. Se cuenta que el propio Cicerón al que se dedica esta biografía, cuando aspiró por primera vez a un cargo y entró en la política, como sus amigos pensaban que debía quitarse el nombre y cambiarlo por otro, les respondió con arrogancia que él lucharía para hacer el nombre de Cicerón más ilustre que el de los Escauros y los Cátulos

más ilustre que el de los Escauros y los Cátulos … M. Tullius. Denarius 121BC, AR

M. Tullius. Denarius 121BC, AR 3.55 g. Helmeted head of Roma r.; behind, ROMA. Victory in prancing quadriga r., holding palm branch; above, wreath and below horses, X. In exergue, M·TVLLI. Babelon Tullia 1. Sydenham 531. Crawford 280/1.

palm branch; above, wreath and below horses, X. In exergue, M·TVLLI. Babelon Tullia 1. Sydenham 531.

―Sus años de infancia, en la ―felicidad de Arpino‖, despertaron también en Cicerón el sentimiento de solidaridad que unía entre sí a los ciudadanos del municipio, un sentimiento que ya no experimentaban los romanos de la Ciudad. () y Cicerón sabía muy bien que la gloria que da y reconoce la ciudad chica es más pura que aquella a la que puede aspirar un romano de la Ciudad.(P. GRIMAL, o.c., pp. 33-34)

romano de la Ciudad. ‖ (P. G RIMAL , o.c ., pp. 33-34) Arpino ,’ porta

Arpino,’ porta Napoli’: placa moderna de bienvenida al viajero

―Parece ser que los años de Arpino estuvieron marcados, desde el principio, por esa luz de la gloria. En la escuela ya había tenido un primer contacto con ella. Plutarco, que conservó para nosotros algunas de las anécdotas de la infancia de Cicerón, nos relata que su nacimiento se produjo sin que su madre experimentara ningún sufrimiento; nacimiento milagroso de un ser destinado a alcanzar gran renombre, de un ser, en cualquier caso, fuera de lo común. La gente decía también que la nodriza del pequeño había visto aparecer un fantasma que le había predicho que aquel al que ella alimentara prestaría grandes servicios a los romanos. Tal vez todo esto no sea más que una leyenda, imaginada mucho más tarde, o tal vez, por el contrario, sea la expresión de una fascinación que Cicerón despertó desde muy pronto.(P. GRIMAL, o.c., p. 34)

desde muy pronto. ‖ (P. G RIMAL , o.c ., p. 34) ‘ Fanciullo che legge
desde muy pronto. ‖ (P. G RIMAL , o.c ., p. 34) ‘ Fanciullo che legge

Fanciullo che legge Cicerone’ (o ‘Cicerone fanciullo’) Vincenzo Foppa (ca. 1464). Wallace Collection, Londres

―No en vano, Plutarco nos cuenta cómo, en las clases del gramático de la ciudad, su facilidad

para aprender y lo que hemos de llamar ya sus talentos le habían valido la admiración de sus compañeros. Los padres de familia, curiosos por ver y oír a ese niño que, se rumoreaba, poseía dones excepcionales, se agolpaban en torno a la escuela que, como era costumbre, no estaba encerrada entre muros, sino que sus actividades se desarrollaban bajo un pórtico accesible a todo el mundo. Y allí se les ofrecía un espectáculo sorprendente: sus hijos rodeaban a Cicerón y lo acompañaban en comitiva, del mismo modo que, en el mundo de los adultos, los ciudadanos de a pie escoltaban a un magistrado o a un hombre particularmente

prestigioso, para honrarlo. Espectáculo que no

gustaba demasiado a los padres cuyos hijos estaban menos dotados, añade Plutarco…‖ (P. GRIMAL, o.c., p. 34)

Arpino, subida a la acrópolis

cuyos hijos estaban menos dotados, añade Plutarco …‖ (P. G RIMAL , o.c ., p. 34)

―Esos primeros triunfos fueron sin duda algunos de los recuerdos más agradables que constituyeron la felicidad de Arpino. Otro detalle, que conocemos gracias a Plutarco, nos muestra que al niño, ya entonces, le apasionaba la poesía, y compuso un breve poema titulado Pontius Glaucus (Glauco marino). Solo conocemos el título, a partir del cual podemos establecer algunas conjeturas…‖ (P. GRIMAL, o.c., p. 34)

Solo conocemos el título, a partir del cual podemos establecer algunas conjeturas …‖ (P. G RIMAL

PLUTARCO, Cicerón (Vidas paralelas VIII, Madrid: B.C.G, 2010:

traducción de Carlos Alcalde y Marta González):

Dicen que Cicerón nació, sin que su madre padeciera dolores ni fatigas en el parto, el tercer día de las calendas nuevas, en el que actualmente los magistrados hacen plegarias y sacrificios

por el emperador. Una aparición que, al parecer, tuvo su

nodriza, le vaticinó que estaba criando un gran bien para todos los romanos. Estos presagios, que en otros casos se consideran sueños y tonterías, el propio Cicerón demostró muy pronto que eran una certera profecía: llegado a la edad de aprender, destacó por su brillante talento y adquirió tal renombre y fama entre los niños que sus padres iban con frecuencia a la escuela porque querían ver con sus propios ojos a Cicerón y comprobar su celebrada rapidez de aprender y su inteligencia. Sin

embargo, los más zafios se enfadaban con sus hijos cuando veían que en las calles dejaban a Cicerón en medio como señal de su estima. Aunque se reveló, como Platón dice que debe ser una naturaleza deseosa de aprender y de saber, capaz de abarcar todos los conocimientos sin despreciar ninguna materia ni enseñanza, se entregó con algo más de entusiasmo a la poesía. Se conserva incluso un pequeño poema en tetrámetros, ―Poncio Glauco‖, que compuso siendo todavía un niño. Cuando se hizo mayor y aumentó la destreza con la que cultivaba esta musa, llegó a ser considerado no sólo el mejor orador, sino también el mejor poeta de los romanos (¡¿?!)*. Pues bien, su fama en la oratoria dura hasta hoy en día, a pesar de las grandes innovaciones que se han producido en la retórica, y en cambio su poesía, con los numerosos ingenios que vinieron después, ha quedado completamente privada de gloria y aprecio.

* Las exclamaciones e interrogaciones ante tan peregrina afirmación de Plutarco son mías.

de gloria y aprecio. * Las exclamaciones e interrogaciones ante tan peregrina afirmación de Plutarco son

―Todo esto constituye para nosotros una imagen de la infancia, tal y como pervivió en el espíritu y el corazón de Cicerón…‖

Cic., Tusc . V 26.74 ut si quis aestuans, cum vim caloris non facile patiatur, recordari velit sese aliquando in Arpinati nostro gelidis fluminibus circumfusum fuisse.

como si uno que está sofocado, apenas pudiendo soportar el rigor del calor, se empeñara en recordar que en cierta ocasión estuvo entre heladas corrientes de agua en mi finca de Arpino.

(trad. de A. López Fonseca, Madrid: Alianza, 2010)
(trad. de A. López Fonseca, Madrid: Alianza, 2010)
estuvo entre heladas corrientes de agua en mi finca de Arpino. (trad. de A. López Fonseca,
―Hemos mencionado ya sus consecuencias políticas, el apego a una forma tradicional de vida pública,

―Hemos mencionado ya sus consecuencias políticas, el apego a una forma tradicional de vida pública, en esa ―pequeña Roma‖ de antaño. No sorprende que se convirtiera en el patronus de las gentes de Arpino, es decir, su representante legal frente a las leyes y los magistrados de Roma, y su protector, en cualquier circunstancia, tanto si se trataba de un ciudadano aislado como de la colectividad. () Las relaciones de Cicerón con Arpino no escaparon a las bromas y los sarcasmos de sus adversarios, que muchas veces eran romanos de Roma y aparentaban tratar al pequeño municipio

de las orillas del Liris como una insignificante

localidad provinciana. Lo llamaban en tono de burla el ―tirano de Arpino‖, y hacían hincapié en que la pequeña ciudad había estado en otros tiempos entre los enemigos de Roma (en tiempos de los volscos). De eso hacía ya muchos siglos, y Arpino había demostrado, en la época de la Guerra

Social, que era fiel a Roma, que era

profundamente romana. La ofensa era inmerecida. Cicerón no se sintió en ningún momento fuera de casa en la vida política de la Ciudad. Es posible

incluso que sus lazos con Arpino contribuyeran a hacerle más visibles las tradiciones que otros, nacidos en Roma, tendían a olvidar.(P. GRIMAL, o.c., pp. 35-36)

más visibles las tradiciones que otros, nacidos en Roma, tendían a olvidar. ‖ (P. G RIMAL

Los comienzos

PLUTARCO, Cicerón (Vidas paralelas VIII, Madrid: B.C.G, 2010: traducción de Carlos Alcalde y Marta González):

Finalizados sus estudios de la niñez, asistió a las clases de Filón, miembro de la Academia, que era discípulo de

Clitómaco al que los romanos admiraban más por su elocuencia y preferían por su carácter. Al mismo tiempo, frecuentaba la compañía de Mucio y su entorno, todos ellos personajes relevantes de la política y del senado, lo que le fue útil para adquirir experiencia en las leyes; y durante algún tiempo también participó en una campaña militar bajo las órdenes de Sila en la guerra contra los marsos. Luego, al ver que la República se precipitaba a una sedición, y de la sedición a una monarquía absoluta, volvió a la vida de estudio y meditación, frecuentando a hombres de letras griegos y dedicándose a aprender, hasta que Sila se hizo con el poder y la ciudad pareció recuperar cierta estabilidad.

En este tiempo, Crisógono, liberto de Sila

De esta forma tan breve e imprecisa resume Plutarco los primeros 10/15 años de Cicerón en Roma, desde su llegada hasta el comienzo de su carrera como abogado, un período que abarca desde el año 91 (quizás algunos años antes) hasta el año 80 a.C. A continuación, iré desbrozando aquellos años con más detalle, mediante un esquema cronológico que recoge, en paralelo, los hechos más importantes de la historia de Roma y de la vida de Cicerón; al mismo tiempo ‘escucharemos’ al propio Cicerón que en el Brutus , publicado el año 46 a.C., nos da una información excepcional sobre esos años.

año, o

algunos antes, su padre lo lleva a estudiar a Roma,

91: Cicerón toma la toga viril y en este

junto a Q. Mucio Escévola el Augur.

Brutus 56 205-207: Fuit is omnino vir egregius et eques Romanus cum primis honestus idemque eruditissimus et

Graecis litteris et Latinis, antiquitatisque nostrae et in inventis reb us et in actis scriptorumque veterum litterate peritus. Quam scientiam Varro noster acceptam ab illo auctamque per sese, vir ingenio praestans omnique doctrina, pluribus et inlustrioribus litteris explicavit. Sed idem Aelius Stoicus esse voluit, orator autem nec studuit umquam nec fuit. Scribebat tamen orationes, quas alii dicerent (). His enim scriptis etiam ipse interfui, cum

essem apud Aelium adulescens eumque audire perstudiose solerem.

Este Elio fue un egregio ciudadano, caballero romano entre los más honorables, muy erudito en letras griegas y latinas, docto conocedor de nuestra antigüedad tanto en la investigación de las instituciones como de los hechos históricos- y de los antiguos escritores. De él

heredó nuestro Varrón, hombre de gran talento y vasta

cultura, esta ciencia y la dignificó, dedicándole obras muy numerosas y más ilustres. Pero este mismo Elio quiso ser estoico y nunca se esforzó por ser orador, ni realmente lo fue. Escribía, no obstante, discursos para que otros los pronunciaran (). Y es que yo mismo estuve presente en la composición de estos discursos, cuando de joven frecuentaba su casa, y allí solía escuchar con gran

atención sus lecciones. (Trad. de M. MAÑAS, Bruto, Madrid: Alianza, 2000)

casa, y allí solía escuchar con gran atención sus lecciones. (Trad. de M. M AÑAS ,
casa, y allí solía escuchar con gran atención sus lecciones. (Trad. de M. M AÑAS ,

Brutus 88-89 301-306: Hortensius igitur cum admodum adulescens orsus esset in foro dicere, celeriter ad maiores causas adhiberi coeptus est; et quamquam inciderat in Cottae et Sulpici aetatem, qui annis decem maiores erant, excellente tum Crasso et Antonio, dein Philippo, post Iulio, cum his ipsis dicendi gloria comparabatur. () Reliqui qui tum principes numerabantur in magistratibus erant cottidieque fere a nobis in contionibus audiebantur. () Reliquos frequenter audiens acerrimo studio tenebar cottidieque et scribens et legens et commentans oratoriis tantum exercitationibus contentus non eram. () ego autem in iuris civilis studio multum operae dabam Q. Scaevolae Q. F., qui quamquam nemini se ad docendum dabat, tamen consulentibus respondendo studiosos audiendi docebat.

Trad. de M. MAÑAS, Madrid: Alianza Editorial, 2000:

Hortensio, pues, empezó a hablar en el foro cuando aún era un muchacho y rápidamente comenzó a hacerse cargo de causas más importantes. Aunque le tocó vivir en la época de Cota y Sulpicio, diez años mayores que él, cuando refulgía la fama de Craso y Antonio, luego la de Filipo y, más tarde, la de Julio, su prestigio oratorio era ya comparable al de todos estos. ()

Los demás oradores que figuraban entonces en los primeros puestos ocupaban magistraturas y yo les oía casi a diario en

los discursos pronunciados en las asambleas populares. () A la vez que oía a los demás, me aplicaba con fervor al estudio y, aunque escribía, leía y me entrenaba en la elocuencia todos los días, no me contentaba sólo con los ejercicios oratorios . () yo, a mi vez, me dedicaba con el máximo empeño al estudio del derecho civil bajo las órdenes de Quinto Escévola, hijo de Publio, el cual, aunque no se dedicaba a enseñar a nadie, sin embargo, con las respuestas que daba a los que le consultaban, enseñaba a cuantos con gusto le escuchaban.

88: Cicerón, destinado en el ejército del cónsul Sila, es testigo del asedio y conquista de la ciudad campana de Nola, tras lo que deja la vida militar y regresa a Roma para seguir con sus estudios de filosofía y oratoria. Fin de la guerra social. La ―primera guerra civil‖: la lucha por el poder entre Mario y Sila, que se planta con su ejército a las puertas de Roma; Mario huye de la ciudad y Sila parte con su ejército a Oriente a luchar contra Mitrídates, rey del Ponto; el orador P. Sulpicio Rufo es asesinado durante su tribunado.

87: consulado de Cn. Octavio Rufo y L. Cornelio Cinna; Sila es enviado a Oriente contra Mitrídates, rey del Ponto; Cinna, tras obligar a su colega a huir de la ciudad, entra con su ejército en Roma. La represión política: muerte de Q. Lutacio Cátulo, M. Antonio, Gayo y Lucio César. A la muerte de Escévola el Augur, Cicerón pasa a oír las lecciones de Q. Mucio Escévola el Pontífice; llega a Roma el rétor Molón de Rodas.

Brutus 88-89 306-307: Atque huic anno proximus Sulla consule et Pompeio fuit. Tum P. Sulpici in tribunatu cottidie contionantis totum genus dicendi penitus cognovimus; eodemque tempore, cum princeps Academiae Philo cum Atheniensium optimatibus Mithridatico bello domo profugisset Romamque venisset, totum ei me tradidi admirabili quodam ad philosophiam studio concitatus, in quo hoc etiam commorabar attentiusetsi rerum ipsarum varietas et magnitudo summa me delectatione retinebatquod tamen sublata iam esse in perpetuum ratio iudiciorum videbatur. Occiderat Sulpicius illo anno tresque proximo trium aetatum oratores erant crudelissime interfecti, Q. Catulus M. Antonius C. Iulius. [Eodem anno etiam Moloni Rhodio Romae dedimus operam et actori summo causarum et magistro.] ()

―Y al año siguiente a éste fue el del consulado de Sila y Pompeyo. Entonces pude conocer a fondo todo el género de

elocuencia de Publio Sulpicio, que, durante su tribunado, hablaba a diario ante la asamblea popular; y en esa misma época, cuando Filón, el director de la Academia, tras huir de su patria junto con los aristócratas atenienses a causa de la guerra mitridática, se hubo establecido en Roma, me entregué por entero a él, animado por una extraordinaria pasión por la filosofía, en la cual me detenía con tanta mayor atención aunque la variedad y la importancia de las cuestiones tratadas me cautivaban con el mayor de los placeres-, cuanto que la normalidad judicial parecía haber desaparecido para siempre. Había muerto Sulpicio en aquel año y, al siguiente habían sido asesinados muy cruelmente tres oradores de tres generaciones diferentes: Quinto Cátulo, Marco Antonio y Gayo Julio. En este mismo año, en Roma, seguí también las lecciones de Molón de Rodas, excelente abogado y maestro de elocuencia. (…)‖

86: 2º consulado de Cinna y 7º de Mario, que muere ese año, quedando Cinna como único dueño de Roma. Posiblemente en ese año y bajo la influencia del poeta Arquias, Cicerón compone el poema Marius, en honor de su paisano (conservamos 133 versos); en estos años frecuenta a Accio, que por entonces contaría unos 80 años de edad; seguramente en ese año Tito Pomponio Ático, el que será el amigo más íntimo de Cicerón, marcha a vivir a Atenas. Nace Salustio.

85: en torno a este año nace Helvio Cinna, poeta neotérico y amigo de Catulo.

84: Cornelio Cinna es asesinado durante su 4º consulado. En torno a los años 86/84 Cicerón compone el

De inuentione.

84: En este año, probablemente, nace Catulo.

83: Sila, de vuelta en Roma con una colección de las obras de Aristóteles; en torno a este año muere Escévola el Pontífice.

82: en la batalla de la Porta Collina, Sila derrota a los partidarios de Mario quedando como único dueño de Roma. En estos años llegan a Roma algunos de los representantes de las principales escuelas filosóficas griegas. Cicerón traduce varias obras filosóficas griegas (varios diálogos de Platón y los Fenómenos de Arato) y frecuenta al célebre actor Roscio; en estos años defiende a una mulier Arretina (discurso no conservado). Nacen los poetas neotéricos Varrón Atacino y Licinio Calvo, este último gran amigo de Catulo; posiblemente también este mismo año nace Furio Bibáculo. Clodia, de 15 años, es prometida a Q. Cecilio Metelo Céler, cinco años mayor.

81: Sila, tras hacerse nombrar dictator legibus scribundis et rei publicae constituendae, establece un

régimen de terror; durante ese año y parte del siguiente procede a la sistemática eliminación de sus enemigos políticos: las proscripciones (4.700 nombres). Cicerón defiende a un tal Publio Quincio en relación con la liquidación de una herencia: Pro Quinctio.

Brutus 90 308-312: Triennium fere fuit urbs sine armis, sed oratorum aut interitu aut discessu aut fuganam aberant etiam adulescentes M. Crassus et Lentuli duoprimas in causis agebat Hortensius (). At vero ego hoc tempore omni noctes et dies in omnium doctrinarum meditatione versabar. Eram cum Stoico Diodoto, qui cum habitavisset apud me <me>cumque vixisset, nuper est domi meae mortuus. A quo cum in aliis rebus tum studiosissime in dialectica exercebar, quae quasi contracta et astricta eloquentia putanda est (). Huic ego doctori et eius artibus variis atque multis ita eram tamen deditus ut ab exercitationibus oratoriis nullus dies vacuus esset. Commentabar declamitanssic enim nunc loquuntursaepe cum

M. Pisone et cum Q. Pompeio aut cum aliquo cottidie, idque faciebam multum etiam Latine, sed Graece saepius, vel quod Graeca oratio plura ornamenta suppeditans consuetudinem similiter Latine dicendi adferebat, vel quod a Graecis summis doctoribus, nisi Graece dicerem, neque corrigi possem neque doceri. Tumultus interim in recuperanda re publica et crudelis interitus oratorum trium Scaevolae Carbonis Antisti, reditus Cottae Curionis Crassi Lentulorum Pompei, leges et iudicia constituta, recuperata res publica; ex numero autem oratorum Pomponius Censorinus Murena sublati

Durante casi tres años Roma no padeció guerras civiles, pero por el fallecimiento, la marcha voluntaria o el exilio de los oradores pues también se encontraban ausentes los jóvenes como Marco Craso y los dos Léntulos- Hortensio ocupaba el primer puesto como abogado (). En cambio yo, durante todo este período, pasaba los días y las noches dedicado al estudio de todas las disciplinas. Estaba acompañado del estoico Diodoto que, después de haber vivido a mi lado y haber tenido íntimo trato conmigo, murió hace poco en mi casa. Me instruía en diversas materias pero especialmente en dialéctica, que debe ser considerada como una especie de elocuencia condensada y comprimida (). A este maestro y a sus muchas y diferentes disciplinas me había entregado yo con tanta dedicación que no pasaba un solo día en que me viera libre de ejercicios oratorios. Me adiestraba componiendo abundantes declamaciones como lo llaman ahora-, a menudo en compañía de Marco Pisón y Quinto Pompeyo, normalmente cada día con alguien, y lo hacía muchas veces incluso en latín, pero más frecuentemente en griego, bien porque la lengua griega, al proporcionar más numerosos ornamentos, ayudaba a adquirir la costumbre de hablar con similar elegancia en latín, bien porque, si no hablaba en griego, los excelentes maestros

griegos no podían corregirme ni instruirme. Entretanto, la labor de restauración del Estado conllevó disturbios internos, a

los que siguieron la cruel muerte de tres oradores como Escévola, Carbón y Antistio, el regreso a Roma de Cota, Curión, Craso, los dos Léntulos y Pompeyo, el restablecimiento de las leyes y los tribunales y la restauración del Estado. Por otro lado, Pomponio, Censorino y Murena fueron eliminados del número de oradores

80: El gran ‗debut‘ de Cicerón: Pro Sex. Roscio (Amerino) Busto de Cicerón, copia de

80: El gran ‗debut‘ de Cicerón:

Pro Sex. Roscio (Amerino)

Busto de Cicerón, copia de un original romano, de B. Thorvaldsen (1799-1800) Thorvaldsens Museum de Copenhague

Así lo cuenta el propio Cicerón:

Brutus 90 311-312: Tum primum nos ad causas et privatas et publicas adire coepimus, non ut in foro disceremus, quod plerique fecerunt, sed ut, quantum nos efficere potuissemus, docti in forum veniremus. Eodem tempore Moloni dedimus operam; dictatore enim Sulla legatus ad senatum de Rhodiorum praemiis venerat. Itaque prima causa publica pro Sex. Roscio dicta tantum commendationis habuit ut non ulla esset quae non digna nostro patrocinio videretur. Deinceps inde multae, quas nos diligenter elaboratas et tamquam elucubratas adferebamus.

Entonces, por primera vez, comencé yo a ocuparme de procesos civiles y penales, no para aprender en el foro, como la mayoría ha hecho, sino para, en la medida de mis posibilidades, llegar al foro con una formación ya completa. Por estas mismas fechas seguí las lecciones de Molón, que durante la dictadura de Sila había llegado como legado para discutir ante el senado las recompensas que había que dar a los rodios. Por tanto, mi primera causa penal, la defensa de Sexto Roscio, me reportó tan gran reputación que no había ninguna que no pareciera digna de mi patrocinio. Vinieron después otras muchas que presenté en público diligentemente estudiadas y, por así decir, como preparadas tras muchas noches en vela.

Y así lo cuenta Plutarco, Cicerón (Vidas paralelas VIII, Madrid: B.C.G, 2010: trad. de C. Alcalde y M. González):

―En este tiempo, Crisógono, liberto de Sila, anunció la confiscación de los bienes de un hombre so pretexto de que había sido ejecutado como proscrito, y él mismo los compró por dos mil dracmas. Cuando Roscio, el hijo del heredero del muerto, se indignó y demostró que el valor de los bienes era de doscientos cincuenta talentos, Sila, encolerizado al verse en entredicho, promovió un proceso contra Roscio con una acusación por parricidio que había amañado Crisógono. Nadie lo socorría y todos le daban de lado por temor a la crueldad de Sila. Cuando el joven, aislado de esa manera, recurrió a Cicerón, los amigos de éste lo animaron diciéndole que no se le volvería a presentar otro comienzo más brillante ni más noble para adquirir fama. Así que aceptó la defensa y, como ganó, logró la admiración de todos…‖

Los hechos

Poco después Cicerón iba a intervenir en un juicio que entrañaría para él verdaderos riesgos, la defensa de Sex. Roscio de Ameria (una pequeña ciudad de Umbría), en un litigio que tuvo lugar un año después del caso de P. Quincio. No se trata aquí de artimañas ni argucias, sino de un crimen, la muerte de un hombre, asesinado en Roma, lejos de su casa y cuyos allegados intentan, por todos los medios, hacerse con su herencia, que es considerable. Y entre esos medios figura la intervención de un liberto de Sila, uno de sus favoritos, Crisógono, lo que confirió al juicio una dimensión política. Los dos primos del muerto, responsables del asesinato, tenían planeado hacer que se inscribiera el nombre de su víctima en la lista de los proscritos. Así parecería que había muerto con arreglo a la ley, lo que entrañaba una serie de consecuencias que beneficiaban a los asesinos. Los bienes de Roscio serían confiscados legalmente y subastados, y podrían comprarlos a buen precio, mientras que Sex. Roscio hijo se encontraría despojado de todo…‖ (P. GRIMAL, o.c., p. 65)

a buen precio, mientras que Sex. Roscio hijo se encontraría despojado de todo …‖ (P. G
a buen precio, mientras que Sex. Roscio hijo se encontraría despojado de todo …‖ (P. G

―Pero en realidad, hacía ya un tiempo que se habían acabado las proscripciones. Para resolver esa dificultad, los dos primos acudieron al campamento de Sila, que estaba asediando la ciudad etrusca de Volaterra, donde se encontraba, en el séquito del dictador, el todopoderoso Crisógono. Este accedió, a cambio de una parte del botín, a añadir a Sex. Roscio a la lista fatal. En cuanto los habitantes de Ameria recibieron la noticia, enviaron, alertados, una delegación a Volaterra para recordar que Roscio padre había servido a Sila, que había sido siempre fiel a la causa de la nobleza y que proscribirlo era profundamente injusto. Crisógono recibió a la delegación en nombre de su señor, pero se las arregló para que no pudiera encontrarse con este. Ofreció buenas palabras a las gentes de Ameria, les prometió resolver el asunto, pero no hizo nada…‖

( P. G RIMAL , o.c ., pp. 65 - 66)

a las gentes de Ameria, les prometió resolver el asunto, pero no hizo nada …‖ (
a las gentes de Ameria, les prometió resolver el asunto, pero no hizo nada …‖ (

―Un tiempo después, se procedió a la liquidación de la herencia, que acabó repartida entre los dos asesinos y el propio Crisógono. Entonces, Roscio hijo, un joven al parecer de gustos sencillos y generalmente poco inclinado a emprender nada, sintió un sobresalto y, viéndose sumido en la miseria, decidió defenderse por fin. Acude a Roma, donde su padre tenía amigos de la más alta nobleza, los Metelos, los Servilios, los Escipiones. Encuentra refugio en casa de una Cecilia Metela, una dama de muy alta alcurnia a la que rodea una reputación de piedad y casi de santidad. Los enemigos de Roscio, que muy probablemente tenían el propósito de hacer desaparecer al joven, se encuentran desarmados. Roscio

cuenta su historia a quien quiera escucharla; esta llega a

oídos de Sila, que no interviene, pero deja hacer. Entonces los dos cómplices urden una nueva estratagema. Acusan al joven Roscio de haber asesinado a su padre…‖

(P. GRIMAL, o.c., p. 66)

L. Cornelio Sila (138 78 a.C.) Gliptoteca de Múnich

haber asesinado a su padre …‖ (P. G RIMAL , o.c ., p. 66) L. Cornelio

La ‘intriga policíaca’

―El esclavo que vino a recogerme aquella mañana de primavera más calurosa de lo normal era un muchacho joven, de poco más de veinte años. () El esclavo se llamaba Tirón…‖

Así comienza la novela

Si no la conocéis, os la recomiendo:

dentro de toda la morralla que se publica bajo el reclamo del denominador ―novela histórica‖, ésta y las otras de la serie merecen la pena.

ésta y las otras de la serie merecen la pena. STEVEN SAYLOR, Roman Blood , Londres
ésta y las otras de la serie merecen la pena. STEVEN SAYLOR, Roman Blood , Londres

STEVEN SAYLOR, Roman Blood , Londres 1991

(Roma sub rosa. The investigations of Gordianus the Finder) = Sangre Romana. El primer caso de Gordiano el Sabueso, Barcelona:

Emecé Editores, 1993 > Barcelona: Planeta, 2006.

Nota del Autor Los lectores de novelas históricas que normalmente leen el postfacio antes que

Nota del Autor

Los lectores de novelas históricas que normalmente leen el postfacio antes que el texto deben saber que Sangre romana es también una novela policíaca; quisiera discutir aquí ciertas cuestiones relacionadas con la solución del enigma, aunque sólo

sea de pasada. Caveat lector.

Nuestra fuente principal sobre la vida de Sila es la biografía de Plutarco, llena de chismes, escándalos y juegos de manos en

otras palabras, una buena lectura- y el Bellum Iugurthinum (La guerra de Yugurta) de Salustio, que describe las proezas africanas de Sila con nervio digno de Kipling. Hay también numerosas referencias en las obras de autores contemporáneos de la República, especialmente Cicerón, que parece que jamás se cansó de presentar a Sila como un símbolo del vicio con el que había que comparar al campeón de la virtud (Cicerón). La autobiografía de

Sila no ha llegado hasta nosotros, lamentablemente. Dado lo que

sabemos de su carácter, no es probable que sus memorias fueran tan fascinantes como las de César ni tan inconscientemente reveladoras como las de Cicerón, pero sin duda eran más entretenidas y cultas que las de nuestros actuales dirigentes políticos.

Para el juicio de Sexto Roscio, poseemos el texto de la defensa de Cicerón. Es

Para el juicio de Sexto Roscio, poseemos el texto de la defensa de Cicerón. Es un largo documento y aunque lo he comprimido y adaptado, no creo haberme tomado ninguna libertad indebida. Los historiadores admiten que los discursos originales pronunciados por Cicerón no se corresponden exactamente con las versiones publicadas que nos han llegado, y que Cicerón (y Tirón) los revisaban y adornaban tras haberlos pronunciado, a menudo con fines políticos. Existen muchas dudas, por ejemplo, de que ciertas pullas satíricas dirigidas a Sila que se encuentran realmente en el texto publicado del Pro Sexto Roscio Amerino se pronunciaran realmente desde la columna rostral en vida del dictador. Sin embargo, algunos de los adornos retóricos de Cicerón, tal como se reproducen aquí, son rigurosamente auténticos; nunca me habría atrevido a inventar el melodramático ―¡Por Hércules!‖, al que Cicerón recurre con más frecuencia en sus escritos de lo que me he permitido en S ANGRE R OMANA.

Los detalles conocidos del caso nos los proporciona el mismo

Cicerón; el discurso del acusador no ha sobrevivido y sus puntos principales sólo pueden inferirse por las refutaciones de Tulio. Al extraer ciertas conclusiones acerca de la inocencia o culpabilidad del acusado, puede que haya exagerado un poco, aunque no creo haber ido demasiado lejos. Cicerón era perfectamente capaz de defender a un cliente culpable; se enorgullecía y se jactaba de arrojar polvo ante los ojos de los jueces, tal como hizo a raíz del juicio de Cluencio. Curiosamente, se refiere al tema en su tratado De officiis (De los oficios) y casi en el acto (conscientemente o no) saca a colación el juicio de Sexto Roscio.

Atque etiam hoc praeceptum officii diligenter tenendum est, ne quem umquam innocentem iudicio capitis arcessas; id enim sine scelere fieri nullo pacto potest. Nam quid est tam inhumanum quam eloquentiam a natura ad salutem hominum et ad conservationem datam ad bonorum pestem perniciemque convertere? Nec tamen, ut hoc fugiendum est, item est habendum religioni

nocentem aliquando, modo ne nefarium

impiumque, defendere. Vult hoc multitudo, patitur consuetudo, fert etiam humanitas. Iudicis est semper in causis verum sequi, patroni nonnumquam veri simile, etiam si minus sit verum, defendere; quod scribere, praesertim cum de philosophia scriberem, non auderem nisi idem placeret gravissimo Stoicorum Panaetio. Maxime autem et gloria paritur et gratia defensionibus, eoque maior si quando accidit ut ei subveniatur qui potentis alicuius opibus circumveniri urgerique videatur, ut nos et saepe alias et adulescentes contra L. Sullae dominantis opes pro Sex. Roscio Amerino fecimus; quae, ut scis, exstat oratio.

(Cic., Off. II 51)

―Pero no hay necesidad, por otro lado, de tener ningún escrúpulo a la hora de defender a una persona que es culpablesiempre y cuando no posea un carácter perverso o malvado. Pues el sentimiento popular lo requiere; lo sanciona por la costumbre y es conforme con la honradez humana. La función de los jueces, en todo proceso, es descubrir la verdad. Por lo que se refiere al abogado defensor, puede que en muchas ocasiones deba basar su trabajo en puntos que parezcan la verdad, aunque no se correspondan con ella exactamente. Pero confieso que no me atrevería a decir estas

cosas, y menos en un tratado filosófico, si Panecio, el más

ilustre de los estoicos, no hubiera manifestado ya la misma idea. El mayor renombre, la gratitud más profunda, la obtienen los discursos en defensa de personas. Estas consideraciones particulares se aplican cuando, como a veces ocurre, el defendido es víctima de opresión y persecución de parte de personajes poderosos y temibles. A menudo he

aceptado casos de esta clase. Por ejemplo, cuando era joven,

hablé en favor de Sexto Roscio de Ameria contra el poder tiránico del dictador Sila.

A Cicerón es mejor leerlo entre líneas, especialmente cuando se jacta de su propia osadía y honradez…‖

STEVEN SAYLOR, Roma sub rosa: Los casos de Gordiano ‗el Sabueso‘

Sangre Romana, 1991.

El brazo de la justicia, 1992.

La casa de las Vestales, 1997.

La muerte llega a Roma, 2005.

El enigma de Catilina, 1993. La suerte de Venus, 1995. Asesinato en la vía Apia, 1996. Cruzar el Rubicón. El último caso de Gordiano el Sabueso, 1999.

El cerco de Massilia, 2000. La adivina de Roma, 2002. El veredicto de César, 2004. El triunfo de César, 2008.

Roma. La novela de la antigua Roma, 2007.

Las siete maravillas (The seven Wonders), 2012.

Raiders of the Nile (Novels of Ancient Rome), 2014.

Cicerone aveva già al suo attivo alcune cause quando nell‘80 assume la difesa in un processo che,

per i suoi risvolti politici, ebbe vasta risonanza nella società romana (

La difesa, per essere efficace, no doveva tacere le responsabilità di Crisogono, che era stato il vero

regista di tutta la faccenda; ma ovvi motivi di prudenza e di opportunità politica invitavano il giovane

avvocato a cercare di coinvolgere il meno possibile Silla, allora dittatore e detentore di poteri praticamente assoluti, che di Crisogono era l‘influentissimo protettore. Cicerone, per quanto probabilmente provasse disgusto per gli aspetti più ripugnanti del regime sillano, come le proscrizioni e gli arbitrî di ogni genere, non poté fare a meno di coprire Silla di lodi di maniera. Egli si faceva in realtà portavoce di quella parte della nobiltà che, pur apprezzando l‘operato di Silla nella repressione della parte ―democratica‖ e ―popolare‖, si doleva di aver dovuto pagare ciò con la delega del potere nelle mani di un solo uomo e con l‘ascesa sociale di personaggi come Crisogono.

)

Lo stile oratorio della Pro Roscio Amerino no è ancora quello del Cicerone maturo. L‘oratore si mostra legato agli schemi dell‘asianesimo allora alla moda: le frasi scorrono veloci e sonore, con cadenza vivace, piene di neologismi e quasi poeticamente lussureggianti di metafore. Negli anni successivi Cicerone si sarebbe dato molto da fare per ―limare‖ il proprio stile. Già pienamente ciceroniana è invece la capacità ritrattistica, di dipingere personaggi e ambienti in quadri ricchi di colore, spesso con una felice vena satirica. Spicca fra tutti il ritratto di Crisogono: l‘uomo che Silla aveva comprato schiavo sul mercato di Delo ora porta i capelli inanellati e impomatati, si mostra spesso nel foro con un numeroso seguito, abita in una lussuosa casa sul Palatino (il quartiere più elegante di Roma), ornata di vasi corinzi, di statue e di tappeti. Dalla sua dimora la notte si sente fin da lontano lo strepito dei suoi conviti fastosi ma privi di vera eleganza. È il primo di una lunghissima serie di quadri satirici: fino, nelle Filippiche, a quello di Antonio e del suo seguito di personaggi sregolati.

(G. B. CONTE [1987], pp. 154-155)