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Riduzione a cura del prof.

Benito Marino

Gorter, Rhle, Pannekoek, Mattick:


la rivoluzione bolscevica stata una rivoluzione borghese
che ha imposto il capitalismo di stato
Alcuni
studiosi
legati
al
pensiero di Marx ed Engels,
secondo cui il socialismo avrebbe
potuto realizzarsi solo nei paesi
industrializzati
dell'Occidente
quando fossero stati maturi i
tempi,
l'esperienza
leninista
appare una forzatura della storia
che si sarebbe conclusa con un
inevitabile fallimento.
Di questo avviso sono stati i
teorici del comunismo consiliare
(una corrente politica maturata
nel
primo
dopoguerra
in
Germania),
i
quali
hanno
affermato
che
l'arretratezza
economica e il ruolo minoritario
della classe operaia, nei confronti
della stragrande maggioranza
contadina nella societ russa,
pregiudicarono
inevitabilmente
ogni processo rivoluzionario.
Pertanto la stessa rivoluzione
d'ottobre stata da loro
considerata proprio come una
rivoluzione borghese, di cui si era
fatto carico il Partito bolscevico,
per modernizzare e per industrializzare il paese, finendo per
imporre un capitalismo di stato
pi spietato di quello in atto in
Europa e negli Stati Uniti.
Questi rappresentanti del comunismo di sinistra (o comunisti
dei consigli o consiliaristi), pur
operando separatamente tra loro
sono pervenuti alle stesse
conclusioni, esprimendo giudizi
molto negativi sui risultati della
rivoluzione russa.
i principali esponenti di questa
tendenza sono il tedesco Otto
Rhle, gli olandesi Herman
Gorter e Anton Pannekoek e i
tedeschi Paul Mattick e Karl
Korsch emigrati negli Usa e
diventati in quel paese punto di
riferimento per tutta l'opposizione
marxista americana.
I loro scritti non hanno ancora
avuto una completa traduzione in
italiano e, quantunque le loro
posizioni siano ancora scarsa-

mente prese in considerazione


dalla storiografia ufficiale, costituiscono un originale contributo
alla comprensione degli avvenimenti russi.
Per Gorter il vero duello tra il
capitale e il lavoro si sarebbe
potuto
realizzare
solo
in
Occidente, "i rapporti economici
in Russia non possono che
condurre al fallimento i tentativi
dei compagni russi di saltare il
periodo del capitalismo", scriveva
subito dopo la rivoluzione.
Il carattere feudale dell'economia
agricola russa, l'assenza di una
industria e di un commercio
sviluppati avrebbero presto strozzato le aspirazioni comuniste
degli operai, essendo questi ultimi
un'infima minoranza (appena
1,3% della popolazione russa) nei
confronti dell'80% delle grandi
masse contadine.
Per tali motivi furono inevitabili
da una parte il fallimento/repressione del moto rivoluzionario di
Kronstadt, dall'altra l'introduzione
in Russia dell'economia privata e
capitalistica attraverso la Nep. La
rivoluzione russa pertanto si era
risolta in "una rivoluzione borghese compiuta da comunisti".
Dir questo, sostiene Gorter, non
equivale per a condividere le
tesi dei menscevichi, dei socialisti
rivoluzionari e dei socialdemocratici tedeschi, secondo i quali i
russi avrebbero dovuto "arrestarsi" alla rivoluzione borghese
con il rispetto delle formalit
democratico-borghesi (parlamento, graduali riforme ecc.).
Secondo lo storico, l'errore dei
bolscevichi era stato proprio al
contrario quello di aver dato
troppo spazio ai contadini,
arruolandoli nell'armata rossa,
inserendoli nel nuovo stato
sovietico, concedendo loro le
autonomie nazionali da sempre
rivendicate dai ceti rurali pi

ricchi. E soprattutto era stato


commesso l'errore, "che la storia
non potr mai perdonare" di
imporre attraverso la III Internazionale il modello di questa
politica di alleanza operaicontadini al resto del movimento
comunista mondiale.
Borghesi
e
capitalistiche
furono inoltre le misure economiche e politiche adottate dai
bolscevichi: la negazione dell'indipendenza e dell'autonomia del
proletariato, la dittatura del partito, il dispotismo dei capi, la
reintroduzione
delle
imposte
indirette e della propriet privata,
il ritorno sulla scena economica di
tutto "quell'insieme di vampiri che
vivono alle spalle dei proletariato"
(possidenti, impiegati, negozianti,
piccoli industriali).
Come aveva gi asserito la
Luxemburg, citata da Gorter a
questo proposito, il nuovo
governo era "dunque in fondo un
governo di cricca, una dittatura
certamente, ma non una dittatura
del proletariato, bens la dittatura
di un gruppo di uomini politici,
una dittatura nel significato
borghese, perch una rivoluzione
di una minoranza contro la
maggioranza" sempre una
rivoluzione borghese.
" dunque fuori di dubbio che
sotto la direzione dei bolscevichi conclude Gorter - si creato in
Russia un nuovo e potente
nemico" del proletariato di tutto il
mondo, un nuovo stato capitalistico paragonabile solo agli Stati
Uniti.
Anche secondo Otto Rhle in
Russia era sorta "una caricatura
politica
ed
economica
del
comunismo, una foglia di fico,
che nascondeva un comunismo
rozzo, sterile e insopportabile, e
una rozza, sterile e insopportabile
schiavit d stato".
Quale la causa di tutto questo?

Riduzione a cura del prof. Benito Marino

"l'iper-centralismo
risponde
Rhle - infatti la rivoluzione non
affare di partito. La massa non
una truppa condannata a una
disciplina totale e passiva, la
dittatura del proletariato non il
dispotismo di una cricca di capi".
Le stesse motivazioni ideologiche spingono Anton Pannekoek
(il teorico pi rappresentativo del
consiliarismo) ad affrontare il
"problema russo".
Se il processo rivoluzionario
principalmente diretto contro lo
stato per la realizzazione del
sistema consiliare, ci significa
l'abolizione di ogni potere e
l'affermazione di una societ
senza classi. Invece il potere
politico ipotizzato dai leninisti e
condiviso
da
Trockij,
poi
confermato da Stalin, la
riproposizione del vecchio stato
centralizzato.
appunto quello che fu
definito dallo stesso Lenin "uno
stato borghese senza borghesia",
dove, mantenendo esteriormente
la forma sovietica, "/ soviet
vennero di fatto svuotati del loro
significato e inseriti nell'ambito
dell'apparato governativo". Non
poteva essere definito socialismo
questo tipo di organizzazione
economica "dal momento che i
mezzi di produzione restavano
nelle mani dello stato, il quale
cos diventava il solo grande
imprenditore".
Come in Europa anche in Russia
gli operai non erano padroni dei
mezzi di produzione, "ricevevano
un salario ed erano sfruttati dallo
stato, che era l'unico grande
capitalista".
Per Pannekoek "il socialismo
di partito una nuova teoria e
pratica di dominazione da parte di
una nuova classe burocratica"
che, come i capitalisti, possiede i
mezzi di produzione. In Russia
tale socialismo servito solo per
mettere al potere i dirigenti che la
classe operaia si era data nella
sua speranza di liberazione,
sottoponendosi "a una servit
ancora peggiore" di quella
capitalista.

La posizione di Paul Mattick


nei confronti della rivoluzione
bolscevica ancora pi radicale
degli altri esponenti del marxismo
consiliare, perch attribuisce al
bolscevismo la responsabilit di
aver messo in crisi tutto il
movimento operaio internazionale
e di aver annullato ogni immediata prospettiva rivoluzionaria.
Per Mattick le "idee democratiche" di Lenin fin dagli anni
precedenti la rivoluzione e dopo
l'ottobre sono una "pura leggenda". Il capitalismo di stato che
realizz Lenin, "senza stare a
confrontare il numero delle torture
e degli assassini perpetrati dai
due regimi", fu diverso da quello
di Stalin solo perch i poteri
dittatoriali di quest'ultimo erano
diventati assai peggiori di quelli
del suo predecessore.
"Il bolscevismo una dittatura,
una dittatura nazionalista, un
governo autoritario con una
struttura sociale capitalistica":
esso
si
afferm
con
la
distribuzione del movimento dei
soviet (strumentalizzato da Lenin
per imporre la dittatura del suo
partito), che sarebbe stato l'unico
in grado di rimanere in contatto
con le masse e di contribuire alla
realizzazione del comunismo.

Bibliografia:
L'antistalinismo di sinistra e la natura sociale dell'Urss. a cura di B. Bongiovanni, Milano. Feltrinelli. 1975;
P. Mattick, Ribelli e rinnegati, Torino, Musolini, 1976).