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Liceo Classico Statale Marco Minghetti Bologna

Esame di Stato a.s. 2014/2015

La follia dellOccidente:
divenire e contraddizione
Il ritorno a Parmenide di E. Severino
di Alberto Merzari

Emanuele Severino passa in rassegna la storia dellOccidente individuando nel pensiero del divenire il
comune presupposto alla base di tutte le esperienze filosofiche e culturali che portano da Platone al
Nichilismo. Nel tentativo di tener fede allevidenza che le cose divengono (che la legna, ad esempio, diventa
cenere) i pensatori di tutte le epoche si sono affaticati a risolvere le contraddizioni che si sono via via poste.
Di questo lungo percorso - che passa attraverso Platone e Aristotele, ma anche Eschilo - Giacomo Leopardi
rappresenta lultimo e coerente epigono, che con lucidit ha portato questo pensiero alle sue estreme
conseguenze. Severino interpreta questa come la storia di una follia, in cui lOccidente, lasciando
inascoltata la voce di Parmenide di Elea, si ostinato a difendere proprio ci che da principio avrebbe
dovuto problematizzare, e cio lesistenza del divenire. La sua proposta filosofica, di abbandonare questo
modo di guardare la realt, gravida di conseguenze: non solo perch pensare, come lui sostiene,
alleternit dellente potrebbe sembrare un tentativo astratto e scandaloso, ma perch con essa dobbiamo
rinunciare a quella volont di potenza che invece proprio ci che, alla follia del divenire, ci ha
tenacemente tenuti attaccati.

Sommario
Introduzione ...................................................................................................................................................... 1
Il compito della filosofia e il peccato originale .................................................................................................. 2
Lintuizione inascoltata Parmenide di Elea .................................................................................................... 3
Come i folli distinsero sensibile e idea Platone e il fraintendimento di Parmenide....................................... 3
La narrazione del Timeo limmagine mobile delleternit.......................................................................... 3
Lepamfoterzein della Repubblica il legame tra divenire e libert ............................................................ 4
Ksmos e Chos la volont di potenza e gli immutabili nel teatro di Eschilo ................................................ 4
Il lgos come volont di potenza ................................................................................................................... 4
T pthei mthos........................................................................................................................................... 5
Atto e potenza nel pensiero di Aristotele laporia della contingenza ............................................................ 5
Lultimo dei Greci Leopardi e lesito nichilistico del pensiero del divenire .................................................... 6
La coerenza del nichilismo laffermazione della contingenza e lente impredicibile ................................. 7
1.

Tutto indifferente ............................................................................................................................... 7

2.

La natura eterna ................................................................................................................................. 8

3.

Tutto dolore, ma il mondo cosa arcana e stupenda il poeta .................................................... 8

Leopardi ultimo dei Greci: il solidissimo nulla ............................................................................................... 9


Emanuele Severino e gli eterni sulle orme di Parmenide............................................................................. 10
Divenire e contraddizione ........................................................................................................................... 10
Il destino il fondamento incontrovertibile................................................................................................ 10
Il grande scandalo: il divenire non ............................................................................................................ 11
La libert e la gloria lapparire trascendentale ......................................................................................... 12
Le conseguenze del discorso severiniano la volont di potenza .............................................................. 12
Bibliografia ....................................................................................................................................................... 14

Introduzione
Che il destino degli enti sia il niente e che essi, divenendo, siano gi niente anche quando essi sono non
solo lesito contingente di unisolata esperienza filosofica da etichettare, genericamente, sotto il nome di
nichilismo. Rappresenta il fondamento pi profondo attorno a cui si struttura lintera storia del pensiero
occidentale il pensiero che considera il divenire unevidenza e coerentemente il niente una necessit.1
1

Nella preistoria dellOccidente . cio nella preistoria del nichilismo se lagire del mortale non mostra i tratti espliciti del
nichilismo li ha per in s, li in s: il nichilismo appartiene allinconscio della preistoria dellOccidente (anche se, uscendo alla
luce dellOccidente, il nichilismo non appare a s come volont che lente sia niente, ma come evidenza dellepamfoterzein
dellente (Severino E., Destino della necessit. Kat t chren, Milano, Adelphi, 1999, p.242)

Una voce si levata agli albori di questa lunga parabola ad avvertire gli uomini che un simile pensare era
follia - Parmenide, di nome, italiota, faceva pronunciare alla dea del suo per ts fseos quella sentenza che
loccidente nella sua radicalit non ha mai compreso: lessere e non pu non essere. Ecco che ad oltre
due millenni da loro ci si pone laffascinante obiettivo di problematizzare lovvio, di chiederci che cosa
significa pensare che in un camino la legna che brucia diventa cenere; se portiamo fino in fondo il fardello
del filosofare, ci chiederemo se persino quel che vediamo con pi evidenza lo vediamo davvero, se,
insomma, questo pensare ad un mondo che diviene non forse gi in principio la follia pi grande.
Severino lega a doppio filo la storia del niente a quella del divenire, due storie parallele e coessenziali2, che
cercano di ignorarsi lun laltra finch lo sguardo acuto di due coscienze inquiete come Leopardi e Nietzsche
non ne far affiorare la parentela; ma con loro pensare il divenire inizia a significare gettarsi nel tragico
abisso in cui niente ha un senso, niente una direzione (Tutte le cose dritte mentono). Lungi dal trovare
lantidoto, Leopardi e Nietzsche hanno drammaticamente smascherato la contraddizione. Il destino degli
enti il niente, ed essi, divenendo, sono gi niente anche quando essi sono. Esito coerente di un percorso
filosofico che ha fatto della volont di potenza la propria maestra, il nichilismo finisce per mostrare
paradossalmente a Severino come il divenire sia una cattiva originariet, e come viceversa il monito di
Parmenide sia il solo possibile. Quello che riguarda gli enti nel divenire non lessere bens il loro apparire
sostiene Severino. Ogni ente in quanto tale eterno, ed eterno lo stesso apparire dellente.

Il compito della filosofia e il peccato originale


La nascita della filosofia, dice significativamente Severino, coincide con lesigenza di superare il mito. E con
mito intendiamo (mythos) quel discorso che per la sua stessa indeterminatezza possiede la peith,
lautorit di persuadere. A mano a mano che, nellesperienza umana del lgon didnai, il mito perde la sua
capacit di soddisfarci, la filosofia, linterrogazione razionale della realt, ne prende il posto. Filo-sofia,
significa appunto: amore del sapere, ma anche, e forse ancora pi radicalmente, sottolinea Severino, amore
di ci che saldo (safs). Il tentativo di stabilire qualche cosa di saldo e incontrovertibile nella selva della
apparenze il tentativo, per dirla con Aristotele, di rintracciare la causa delle cose, la cui ignoranza ci fa
apparire il mondo come mostruosa meraviglia (thuma) lessenza pi propria della filosofia.
Il divenire rappresenta in questo senso forse la domanda pi grande. Che ci che ci appare possa un istante
dopo non apparire pi senza alcun dubbio la pi mostruosa (deintaton) delle meraviglie; tocca la vita e la
morte, riguarda il nostro stesso rapportarci, nella dimensione del tempo, al mondo. Come diremo, il
pensiero occidentale questa la tesi del filosofo si costituisce su un assunto fuorviante, la cui
contraddizione solo col tempo ha potuto ravvisare: lente diviene. Nella coerenza a questo peccato
originale, tutto il pensiero si affaticato a mascherarne lassurdo corollario: lente niente. Platone stesso
un nichilista; solo, inconsciamente.

La storia della metafisica storia del processo in cui, rimanendo allinterno della persuasione della nientit dellente, ci si rende
conto della precariet e della falsit dei risultati ottenuti sul fondamento di quella persuasione, ma non ci sirende e non ci si po
rendere conto che tale precariet e falsit sono da ultimo dovute al fondamento, allinterno del quale ci si mantiene e che lo
sguardo non veduto in cui ogni evento diviene visibile la nientit dellente. (ibidem, p.34)

Lintuizione inascoltata Parmenide di Elea


E tuttavia alle soglie del cosiddetto pensare filosoficamente sta quella che per Severino la riflessione pi
matura e lucida di tutte quante la dottrina di Parmenide. La storia folle del pensiero occidentale ne ha da
principio ignorato la lezione.
Il filosofo Eleate, lungi dallessersi astratto dalla realt sensibile e dal suo apparire, come invece a tutta la
filosofia successiva sembrato di potergli imputare, ha colto con estrema ingenuit e sintesi il modo
corretto di vedere la realt. Se teniamo fede al principio di non contraddizione (bebaiotte arch) il non
essere non pu esistere in alcun modo e pertanto il divenire, sul piano dellessere, non pu risultare altro
che unillusione. Tutto ci che diviene non diviene nel senso dellessere, ma diviene nel senso dellapparire
per come esso si manifesta; giacch nel senso dellessere, a meno di ammettere che lente sia al
contempo ni-ente, lente deve essere gi e per sempre eterno (ou poten, oude estai epei nun esti omou
pan) . Lo spettacolo del mondo, per dirla con Severino, ci attesta che ai nostri sensi cose diverse
sopraggiungono, non gi che le cose mutano. Lesempio canonico della sua riflessione riguarda il farsi
cenere della legna. Certo che, nella progressione di istanti che separano la legna dalla cenere (listante in
cui vediamo la legna dallistante in cui vediamo la cenere) si avvicendano enti diversi e a ben guardare
uninfinit di enti diversi (giacch v la legna incandescente, nelle sue infinite sfumature, e poi gli infiniti
stadi del suo ingrigirsi e infine del suo farsi polvere); tutto ci non ci autorizza per a dire che la legna sia
divenuta cenere, ma solo che quella legna dellistante di tempo iniziale non appare pi e che invece appare
quella dellistante conclusivo. Ammettere un divenire dellessere significa in ultima analisi ammettere che
proprio la legna ad essere cenere, cio che la legna cenere, che A al contempo non-A.

Come i folli distinsero sensibile e idea Platone e il fraintendimento di


Parmenide
In Ritornare a Parmenide, Severino sostiene che un simile assunto stato osservato dal successivo
pensiero occidentale limitatamente allAssoluto. Solo una classe di enti tale che la sua esistenza non
incomincia ad essere e non finisce di essere. Solo di essi si pu fare conoscenza autentica (epistme);
quanto al resto, il mondo di sotto (to kto), il mondo fenomenico in cui le cose divengono, esso mmesis,
pallida imitazione della quale occorre al pi presto liberarsi per fare filosofia. Con la figura emblematica di
Talete che cade nel pozzo, la filosofia si costituisce alla sua nascita come contemplazione di ci che alto e
trascendente e immutabile, in contrapposizione a ci che mondano e transeunte. Se la conoscenza del
mondo abbisogna di qualche cosa di incontrovertibile, allora dovr cercarlo al di fuori di questo oceano di
determinazioni in cui niente stabile il divenire del mondo quaggi levidenza suprema.

La narrazione del Timeo limmagine mobile delleternit


Questa dicotomica distinzione trova la sua narrazione nel Timeo platonico (37d). C unoriginaria
distinzione tra quegli enti il cui apparire eterno (ou gignontai, ae ontes) e esente dal tempo e quegli enti
di cui la gh invece si compone, lo spettacolo dei divenienti. Il demiurgo, con gesto ordinatore (ksmikos)
e non creatore, ha posto mano (epicherese) allo spazio vuoto (chra): essa che era niente, giacch era
scevra di determinazioni - era aides, informe - comincia cos ad essere; lo spazio che era niente, diventa
non-niente. Per un verso esso dunque essere del niente, e cio un qualcosa, se non altro un ti che cade
sotto i nostri occhi; ma per laltro esso sempre il niente dellessere. Qualificare come fa il Timeo platonico
lo spettacolo dei divenienti come unimmagine mobile delleternit kinetn tinainos eikna o, se si
preferisce, come limmagine di un eterno che non sempre, rappresenta il modo greco di mascherare la
contraddizione del divenire. A essere leterno, mentre il suo darsi fenomenico , per cos dire,
3

unintermittenza: nellesempio della legna che diventa cenere, la legna non cenere sarebbe
evidentemente contraddittorio pensarlo bens la legna, poich solo eikna ainos, deve cessare ad un
certo punto di essere, e il suo cessare coincidere di necessit con lincominciare ad essere di qualche cosa
daltro. Il divenire pertanto pensato come un entrare e un uscire dal nulla, in cui, per dirla con Aristotele,
E necessario che lessere sia, quando , e che il non essere non sia, quando non

Lepamfoterzein della Repubblica il legame tra divenire e libert


Questa condizione dellente quella che, indirettamente Platone chiama altrove (Rep. V, 479 c)
epamfoterzein. Quale conoscenza quella dellopinione? ci si chiede al termine del quinto libro della
Politia. La risposta che essa n pu essere definita un niente, poich non riguarda un niente, n
unepistme, giacch non riguarda un incontrovertibile; la dxa piuttosto una terza via, qualche cosa di
conteso (erzein) tra due estremi (ep amftera), dove questi due estremi sono costituiti dallessere e dal
non essere. La condizione di ci che non eterno appunto lintermittenza: in questo modo il pensiero
greco scavalca apparentemente la contraddizione del divenire, addebitandola alla diversa qualit
ontologica del mondo della dxa rispetto a quello degli immutabili.
Ci si potrebbe legittimamente chiedere per quale motivo il pensiero greco si affatichi in questa soluzione e
non si accontenti dellintuizione parmenidea. La suggestiva risposta di Severino, nel suo il destino della
necessit, la seguente:
In quanto indecisione (epamfoterzein) tra lessere e il niente lente in quanto ente libert. () Esso in s
stesso libert perch non legato n allessere n al niente. In quanto libero dallessere e dal niente, lente
libero da ogni legame, libert assoluta. (p.30)
Conservare levidenza originaria del divenire delle cose significa primariamente salvare levidenza originaria
della libert. Nel per tes ermeneas Aristotele scrive (19 a, 7-10) : Vediamo infatti che le cose future
prendono principio dalle deliberazioni e dalle azioni e che in generale esiste negli enti che non sono sempre
in atto la capacit di essere e di non essere. Pensare il mondo sensibile nei termini parmenidei, cio vedere
gli enti come eterni eternamente dispiegati, comporterebbe la dissoluzione dellevidenza della libert.
Poich tutto quanto gi , non in noi la possibilit di farlo cominciare ad essere, e noi siamo puramente
coscienze che assistono allo svolgersi di uno spettacolo pre-determinato. la volont di potenza la
volont del far diventar altro, la volont di far cominciare ad essere quello che impone al pensiero
Occidentale fin dalle sue remote origini la costrizione del divenire. Tutto oscilla tra lessere determinato e
lessere indeterminato perch sia luomo a pensarsi demiurgicamente come colui che tali determinazioni
pu controllare.

Ksmos e Chos la volont di potenza e gli immutabili nel teatro di


Eschilo
Il lgos come volont di potenza
Stabilito che il divenire il presupposto di ogni libert, perch ogni libert volont di potenza sugli enti
che divengono, la domanda assumer allora una nuova formulazione e ci si chieder come luomo possa
esercitare questa potenza. Il mondo greco pensa in questi termini: gli enti divengono, e per non in un
4

modo del tutto caotico e disordinato, bens secondo un ordine. Sono pur sempre immagine delleternit,
essere del niente: latto ordinante del demiurgo fa del mondo un ksmos. Compito principe della filosofia
sar allora rinvenire il filo rosso di questo spettacolo, il lgos in base a cui questa processione degli enti dal
niente accade. Una volta che lo si sia rinvenuto e questo vuol dire uscire dalla Caverna platonica, o
contemplare il pyr aionios di Eraclito quel che ci sembrava caotico assume un ordine logico e la nostra
potenza si manifesta nella precomprensione di un tale ordine.

T pthei mthos
Esemplare nel contributo a questo pensiero della libert il teatro di Eschilo, sul cui spessore filosofico il
prof. Severino insiste a pi riprese (in il Destino della Necessit, Cosa arcana e stupenda e soprattutto
Il giogo ). Nellicastica formulazione del t pthei mthos il tragediografo mette in luce loriginaria
correlazione tra verit e dolore. Fintanto che la suprema evidenza del divenire rester deposta nel suo
chos, continuamente aperta (chskei) , per ogni cosa, la possibilit di non essere. Tutto vive con
langoscioso peso della propria fine imminente appunto perch sembra non esserci ragione per cui esso o
non . Ma la tragica esperienza di questo peso (pthos), capace di annientare la nostra volont di vita e di
farci sospirare, con Sileno, che sarebbe meglio non essere mai nati, si risolve in realt nella scoperta che il
dolore superabile, nella suprema coscienza che esserci non indifferente e che tutto ci che c ha una
ragione e un ordine. Lepi-stme ci che etimologicamente sovrasta saldamente ogni divenire, quel
sapere incontrovertibile degli incontrovertibili che ci rassicura dal chos (cio dallindifferente apertura)
dellepamfoterzein. Poich sapere incontrovertibile esso ci dice che alluomo dato conoscere un che di
esente dal mutamento; poich e sapere dellincontrovertibile esso ci dice che lo stesso mutamento si lascia
dominare. Nellinno a Zeus delAgamennone (vv. 170 e segg.), questo sapere incontrovertibile viene
chiamato Zeus; soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia smentire, il dolore viene
meno, la morte stessa non ci fa paura:
Zeus, chiunque egli sia, a lui mi rivolgo con questo nome, se gli caro esser chiamato cos. Se il dolore, che
getta nella follia, deve esser cacciato dall'animo con verit, allora, soppesando tutte le cose con un sapere
che sta e non si lascia smentire, non posso pensare che a Zeus. Uranos, infatti [il dio del cielo], che pur fu in
passato potente e traboccante di audacia spavalda, come se non fosse mai stato. Ed svanito chi poi
venne ad esistere, Cronos [il dio del tempo], che si imbatt in Zeus, il vincitore per sempre. Chi ha la mente
protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria, perviene al culmine della sapienza. Guidando il pensiero dei
mortali, Zeus ha stabilito che attraverso il dolore il sapere acquisti potenza. Quando, nel sonno, goccia
davanti al cuore l'affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza la volont dei mortali, sopraggiunge in
essi un sapere che salva. Questo un dono dei dmoni che siedono potenti sul sacro seggio di Zeus
La volont di potenza, rispondiamo dunque allinterrogativo che abbiamo sollevato, risulta possibile
nellorizzonte dellepamfoterzein perch, mentre niente di stabile pu essere fatto oggetto del nostro
dominio, il rapporto tra ci che, instabile, esce ed entra nel nulla pensato come qualcosa di
intrinsecamente dominabile. T pathei mthos vuol dire anzitutto: la scoperta del divenire la scoperta che
qualche cosa non diviene.

Atto e potenza nel pensiero di Aristotele laporia della contingenza


Tale rapporto che poi il verso per cui il niente , se torniamo alle formulazioni di pocanzi riguardo al
Timeo platonico viene pensato da Aristotele nei termini di una relazione potenza-atto. Il tempo
5

rappresenta nientaltro che il dispiegarsi o laccadimento, con cui ci che adesso potenza si muove in
direzione del proprio atto. Conoscere la causa finale di questo movimento (lo ou neka) significa ad un
tempo dominarne gi la sua forma attuale, per cos dire, anticipandola. Aristotele per, ultimo epigono
della grecit filosofica, compie un passo ulteriore in direzione di quellesito coerentemente nichilistico del
divenire, allorch nota in questa formulazione una problematicit logica. Se vogliamo salvare quella libert
che sembra a tutti gli effetti essere levidenza originaria, allora dobbiamo coerentemente pensare che ci
che ora potenza possa liberamente venir meno al proprio atto dice Aristotele in Metaph. 1047a, 20-22:
ci che in potenza ha la possibilit di passare e di non passare allatto. Difatti se cos non fosse quel
divenire non sarebbe libero, e allintelletto capace di dispiegarlo interamente esso apparirebbe come non
diverso da quelleterno di cui immagine. Poich invece la libert levidenza prima, questa libert deve
potersi esimere da quelle costrizioni di cui la predicibilit dellente rappresenta la figura suprema. Il mthos
eschileo, sottraendo laccadimento alla sua contingenza, lo sottrae, ad un tempo, allaccadere: sul piano
dellessere esso figurerebbe come un gi accaduto, e non gi come un da accadere. Cos facendo il divenire
si convertirebbe in permanenza; il fuoco di Eraclito sarebbe cristallizzato dal fatum semel dictum. Fanno
notare infatti i Megarici: c potenza solo quando si agisce (ossia quando c latto), e quando non si agisce
non c neppure potenza (1046 b 29-30) e dunque se limpossibile ci che privo della capacit di
divenire, per ci che non divenuto sar impossibile divenire, s che tale dottrina sopprime il movimento e il
divenire. Infatti chi in piedi star sempre in piedi e chi seduto star sempre seduto: se sta seduto non si
alzer mai giacch per chi non ha la capacit di alzarsi sar impossibile alzarsi (1047 a, 10-17) . Certo in
gioco nel pensiero aristotelico stanno le determinazioni accidentali dellente, giacch lavvicendamento di
queste a non essere prevedibile: lente nella sua sostanzialit soggiace come un che di immutabile al di
sotto di ogni movimento (upochemenon), ed attraverso la sua conoscenza che siamo al riparo dal chaos.
Levidenza del divenire attrae dunque a s quella della contingenza3: lente che in un certo modo, se
diciamo che diviene, avrebbe potuto anche non divenire in un certo modo; e questo significa che mai
avremo ragioni sufficienti per determinare anticipatamente se esso verr o non verr a quellatto: il nostro
sapere di esso puramente ipotetico. Poco importa se, ancora in Aristotele, questo sillogismo, riguardando
il sumbebeks e non lo upokimenon, non sembra mettere in crisi il fondamento della volont di potenza.

Lultimo dei Greci Leopardi e lesito nichilistico del pensiero del divenire
queste sensazioni, sole nostre maestre, ci insegnano che le cose stanno cos, perch cos stanno, e non
perch cos debbano assolutamente stare

Il passo compiuto oltre due millenni pi tardi da Giacomo Leopardi, primo pensatore dellet della
tecnica e insieme il pensatore del compimento di questa et (LOccidente e il Nulla, E. Severino). Il merito
della sua riflessione consiste nellaver portato ai suoi estremi e coerenti esiti il pensiero occidentale del
divenire, contemplando con lucidit quel deserto della vita che il pensiero greco era da sempre destinato a
3

Se tutto preesiste ed conservato nel dio, lo slegarsi dal niente e dallessere, da parte degli enti, impossibile; ma questo
scioglimento levidenza; dunque levidenza della libert esige linesistenza del dio e di ogni immutabile che predetermini e anticipi
il concreto divenire storico delle cose. Liberandosi da dio, la pura essenza della libert si pone come totalit dellente. (ibidem, p.36)

produrre, e tracciando quella originaria coimplicazione, tenacemente mascherata dai filosofi antichi, tra
divenire e nientit dellente.

La coerenza del nichilismo laffermazione della contingenza e lente


impredicibile
Il nichilismo la matrice fondamentale della nostra tradizione filosofica, , Platone, Eschilo e Aristotele non
ne sono altro che apologhi inconsapevoli. Per maturare questo il ragionamento leopardiano sembrerebbe
partire proprio laddove Aristotele lo aveva lasciato: queste sensazioni, sole nostre maestre, ci insegnano che
le cose stanno cos, perch cos stanno, e non perch cos debbano assolutamente stare4; lesperienza ci
attesta che nulla pre-dicibile, esistono solo fatti o , per dirla con lessico aristotelico, solo atti. E questi
fatti, proprio in quanto impredicibili e non obbedienti ad alcuna ragione, si esauriscono nel momento
stesso in cui accadono. Anche quando sono, anche intanto che sono, le cose sono nulla, perch un nulla,
in esse, la capacit di resistere stabilmente, eternamente al nulla. Nessuna cosa assolutamente
necessaria, cio non v ragione assoluta perchella non possa non essere o non essere in quel tal modo.
Dallimpredicibilit dellente, e cio dalla necessit della sua contingenza, ne deriva immediatamente la sua
nientit, nello stesso senso per cui lentit della chra platonica deriva dal suo essere ordinata: lentropia
del mondo, assunto il divenire come levidenza originaria, la prova filosofica che tutto niente; giacch
niente lordine con cui si avvicendano, niente lessere conformandosi al quale gli enti sarebbero. In
somma, il principio delle cose, e di Dio stesso, il nulla5 () Vale a dire che un primo e universale principio
delle cose, o non esiste, n mai fu, o se esiste o esist, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo
noi n potendo avere il menomo dato per giudicare delle cose avante le cose, e conoscerle al di l del puro
fatto reale (1342).

1. Tutto indifferente
Il primo corollario il seguente: tutto indifferente - e su questo si gioca lambigua utilizzabilit di
Leopardi come pensatore della civilt della tecnica. Lindifferenza di ciascuna cosa rispetto ad ogni altra
laltro nome, se vogliamo, della contingenza. Nel momento in cui nessun nesso necessario vincola gli
accadimenti, non c differenza, sul piano ontologico, tra un evento o un altro: tutti potrebbero essere
parimenti causati. E tutti quegli accadimenti che non sono accaduti non avevano altra ragione per non
accadere che il loro fattuale non essere accaduti. Ciascuno dei mondi possibili reale non meno del nostro,
a cominciare da quello in cui non siamo mai nati. questa la fatale constatazione e la sublime vertigine del
nodo quasi di stelle della Ginestra, vedere come il nostro mondo affianco agli altri, viene ad essere
nientaltro che un punto accanto a punti. Il concatenamento degli accadimenti, che fa essere questo mondo
qui piuttosto che gli altri, e che ci fa essere piuttosto che non essere, un mero gioco della divinit (cfr.
Dialogo di Ercole e Atlante), le cui ragioni tanto assurdo trovare quanto cercare. Appare evidente che un
4

Laffermazione del divenire dellente rimane lincontrovertibile (il mondo levidenza);ma lincontrovertibile consiste ora nel
riconoscimento dellassoluta imprevedibilit e impossibilit di anticipazione di ci che esce dal niente (e la cui esistenza non pu
quindi essere preceduta dallessenza): consiste cio nellesclusione di ogni incontrovertibile che non sia il puro riconoscimento del
divenire evidente. (ibidem, p.50)
5
La metafisica afferma gli dei immutabili, ponendosi come epistme, cio come sapere non ipotetico e incontrovertibile della
totalit dellente. Per questo suo carattere, nella storia del nichilismo lepistme si pone come la forma trascendentale della
costrizione della libert, cio come il dio immutabile che guida i modi spefici in cui, di volta in volta, la forma metafisica del pensiero
metafisico ha affermato gli immutabili. quindi inevitabile che, nella storia del nichilismo, la liberazione della pura essenza della
libert dalle costrizioni che la circondano si presenti in modo sempre pi esteso e intenso, come negazione di ogni verit definitiva
(ibidem, p.45)

simile presupposto sembra il terreno perfetto su cui costruire una legittimazione della tecnica e in certo
senso, almeno agli occhi di Heidegger, questo far Nietzsche. Lindifferenza radicale di ogni ente rispetto ad
ogni altro e la destituzione di ogni divinit a garanzia di un ordine (In somma il principio delle
cose, e di Dio stesso, il nulla (Zib, 1341)) pu legittimare la libert suprema della volont di potenza, del
tutto libera da vincoli e capace di replicare, nellassecondare lannichilimento degli enti, il gioco supremo
del divenire. La civilt della tecnica sembrerebbe fondata dal pensiero nichilistico, perch con la nientit
dellordine viene meno ci che solo imbriglia e confina la volont di potenza. Ma ad un simile pensiero
Leopardi irride non meno che alla divinit: le magnifiche sorti e progressive finirebbero per produrci un
ulteriore e vano idolo da adorare, un illusorio contenimento del chas; ci che appunto, se guardiamo il
divenire nella sua radicalit, del tutto impensabile.

2. La natura eterna
Il secondo corollario il seguente: la Natura, ossia il gioco di questo divenire, eterna6. Poich un gioco il
sopraggiungere degli enti, tale che nessun ente mai necessitato nel suo sopraggiungere, tanto meno
potr sopraggiungere quellente che chiude la fila di tutti gli altri enti: se cos fosse, ad un tratto, tutti gli
enti che possono ad un tempo essere e non essere potrebbero solo non essere, e quellepamfoterzein che
il divenire del mondo si assesterebbe su una parte soltanto, diventando improvvisamente necessario.
Loscillazione tra essere e non essere del divenire implica leternit di entrambi; lorizzonte della Natura,
cio dello spettacolo dellessere del divenire, deve restare aperto, proprio perch il divenire possa essere
oscillazione indifferente tra i due poli.

3. Tutto dolore, ma il mondo cosa arcana e stupenda il poeta


ll terzo: tutto dolore, ma il mondo cosa arcana e stupenda in questo si condensa il valore, oltre che
del Leopardi filosofo, di Leopardi poeta. Scrive Leopardi il 19 aprile 1826, nel suo Zibaldone:
"Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sar sempre infelice di necessit. Non il genere umano solamente, ma tutti gli
animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi,
i mondi. Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di ori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella pi mite stagion dell'anno. Voi non
potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali in stato di
souffrance, qual individuo pi, qual meno. L quella rosa offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. L
quel giglio succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti pi sensibili, pi vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose,
pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle bre delicatissime, senza strage spietata di teneri orellini.
Quell'albero infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo ferito nella scorza e
cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello offeso nel tronco o nelle radici; quell'altro ha pi foglie secche;
quest'altro rso, morsicato nei ori; quello tratto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco;
troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello
stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in
istato di sanit perfetta. Qua un ramicello rotto o dal vento o dal suo proprio peso; l un zefretto va stracciando un ore, vola
con un brano, un lamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co'
tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente
sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro".

Ci che si conserva si detto - il divenire, ma il divenire in s stesso patimento, dal punto di vista delle
singole cose che sono. Infatti esso il processo in cui solo se c produzione di cose nuove c distruzione di

Parlando filosoficamente, lesistenza, che mai non cominciata, non avr mai fine, dice egli stesso in una postilla
al Cantico del Gallo Silvestre

quelle vecchie e solo se c distruzione delle vecchie c produzione delle nuove. Proprio perch il divenire
nel suo complesso possa conservarsi, occorre che niente di stabile resista: Ogni parte delluniverso, si
affretta infaticabilmente alla morte (Cantico del Gallo Silvestre). Il nostro esserci qui condannato a finire
dal fatto stesso che avremmo potuto non esserci; poich siamo contingenti, moriamo; poich moriamo,
siamo contingenti: sono due facce, queste della stessa medaglia. A chi guarda il mondo con la schietta
verit di Tristano appare chiaro che tutto ci che non ha ragione per incominciare ad essere non ha ragione
per non finire di essere. Le vite parziali degli enti sono meri strumenti attraverso cui passa la sopravvivenza
del tutto- Natura ognor verde.
Mentre la ragione che ci fa guardare la realt del mondo non porta consolazione, ma infelicitante, il
dolore nichilistico prodotto dal sentimento della propria indifferenza sa solo aggravarsi : rovesciando il
motto eschileo del to pthei mthos, Leopardi dimostra come la ragione foriera di un dolore ineludibile.
Non siamo pi capaci, e su questo sembra insistere con un certo rimpianto, di credere come gli antichi in
una qualche forma di gloriosa eternit. Ci che la ragione ci attesta non sono le verit intramontabili
(epistme) che ci mettono al riparo dalla furia del divenire, ma la drammatica vicenda di questa furia,
destinata ad inghiottirci, come le belve del Dialogo della Natura e di un Islandese, per salvare la propria
sopravvivenza. Tutto dolore, dunque, una volta fatta la scoperta che tutto irrevocabilmente destinato
ad una definitiva fine. E funesto a chi nasce il di natale, la saggezza silenica scongiurata da Eschilo ritorna
potente, solo adesso compresa, pi che mai vera.
Fin qui, a parlare, per Leopardi filosofo soltanto. Leopardi poeta dice nel Coro dei Morti allinizio del
Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie che il mondo cosa arcana e stupenda. Bench tutto sia
condannato al niente e dal niente esca, riesce ancora a suscitarci meraviglia? A ben vedere, per lo stesso
motivo per cui suscitava meraviglia ad Aristotele, perch di esso non si conoscono le cause. Se per la
meraviglia era per Aristotele ci che preparava la filosofia, intesa come indagine razionale e possibile di
queste cause, la meraviglia poetica di Leopardi ci che dalla filosofia, come conseguenza scaturisce,
allorquando si scopra che queste cause sono del tutto inconoscibili. el naufragar m dolce in questo
mare, una volta compreso che loceano di determinazioni in cui abitiamo sfugge del tutto ad ogni nostro
tentativo di dominio, la volont di vita deve di necessit coincidere con la volont di creazione di senso
poetico. Quel senso che razionalmente appare insondabile, si inventi con la poesia; i versi traccino quei
nessi necessari che la Natura non conosce poco importa che essi non siano veri; giacch essi sono belli ci
salvano. Se il vero dolore, il bello vita: il filosofo non perfetto segli non che filosofo. Il tramonto
degli incontrovertibili che avrebbe potuto legittimare il dominio tecnico del mondo, converte invece la
volont di potenza in volont di bellezza: in questo forse lintuizione pi umanamente elevata di tutta la
riflessione leopardiana.

Leopardi ultimo dei Greci: il solidissimo nulla


Lestremo corollario, o, per cos dire, il corollario postumo, reciterebbe: lente, anche sino a che esiste,
niente. Bench questo esito scaturisca come conseguenza logica immediata di tutta la riflessione
leopardiana, di questo solo Leopardi non pot avvedersi mai con piena autocoscienza. Leopardi riesce a
pensare e a dire che, poich le cose si annullano ed escono dal nulla, esse sono nulla. Riesce a raggiungere il
pensiero essenziale dellOccidente, il pensiero che sorregge lintera storia della nostra civilt e della nostra
cultura. Ma proprio perch il pensiero di Leopardi appartiene allOccidente esso, portandosi verso quella
linea pi avanzata, non la oltrepassa n pu oltrepassarla, cio non vede la follia essenziale dellOccidente
quindi non vede la propria follia essenziale - : non vede alcuna contraddizione evidentissima e
formalissima nel pensiero che pensa che le cose esistenti sono nulla. E intende tener fermo che le cose
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esistenti sino a che esistono non sono cose da nulla (2936). (LOccidente e Leopardi, E. Severino).
Continuando a vedere, come tutto il pensiero filosofico che lo precede, il divenire come levidenza
suprema, egli giunge s al punto di riconoscere che coerentemente il divenire implica il venire e il tornare al
niente di ci che diviene. Ma appunto perch vuole e deve ancora essere un diveniente, questo nulla
dellente viene ancora pensato come un solidissimo nulla, un nulla che fintanto che e che nonostante
potesse non essere ha nel divenire ancora una realt. In questa commistione di essere e non essere,
Leopardi non rinviene alcuna contraddizione. Il passo successivo, o se vogliamo, circolarmente, il ritorno a
Parmenide, ci che Severino attribuisce a se stesso: bisogner ammettere fino in fondo che il nulla in
nessun senso e in nessun modo pu originare un ente (perch se nel niente sta la facolt di far uscire da s
qualcosa, il niente gi, contraddittoriamente, non-niente); e che dunque, accolta levidenza dellente,
bisogner togliere quel peccato originale che ci ha indotto in contraddizione, ossia levidenza del divenire.

Emanuele Severino e gli eterni sulle orme di Parmenide


Divenire e contraddizione
Il pensiero di E. Severino ha il fascino di suscitare oggi una domanda apparentemente inattuale, di mettere
in questione levidenza prima su cui si costituita tutta la nostra civilt. Il percorso che abbiamo sin qui
tracciato vuole mostrare come, per salvare levidenza apparente del divenire, il pensiero occidentale abbia
indotto se stesso in una contraddizione logica: se A diventa non-A, e se ammettiamo che questa
proposizione ha un significato diverso da non-A comincia ad essere, allora dobbiamo dire che in un
qualche senso proprio A ad essere non-A, cio la pi grave delle contraddizioni. I tentativi di
mascheramento di questa che Severino chiama la follia dellOccidente hanno voluto chiamare in causa la
contingenza e il nulla: e a meno di non apparire immediatamente contraddittori, questo dovevano fare. Il
nichilismo non semplicemente una filosofia, ma lesito maturo e coerente di un intero percorso filosofico
che gi nel concetto di contingenza aristotelica avverte il bisogno di postulare il nulla: A diventa non-A
significa che c un istante in cui lessere niente di A, determina lessere non-niente di non-A. Ma questo
pensiero pure, bench persino Leopardi non giunga a questo grado di autocoscienza, contiene in s una
contraddizione, e se vogliamo una contraddizione ancora pi lampante della precedente; e cio che, in
quale senso che sia, il nulla comincia ad essere, che il niente non-niente.
Bisogner allora che, preso atto della impossibilit di un pensiero logicamente consistente sul divenire,
quella filosofia che ama ci che consistente (safs) cambi strada, non insistendo pi, come sinora ha fatto,
nel difendere strenuamente levidenza del divenire da tutti i suoi accusatori, ma appunto accogliendo ci
che risulta dalla sua impossibilit.

Il destino il fondamento incontrovertibile


Il discorso di Severino, preoccupato di mostrare linconsistenza e lartificio di questa precedente evidenza
del divenire, va anzitutto alla ricerca, con Parmenide, di unevidenza prima: che cos autenticamente
destino, quale verit tale che nemmeno un dio onnipotente potrebbe cambiarla? De-stino, dalla radice
indoeuropea sta, ci che sussiste senza poter essere in alcun modo scalfito: e qual lunico contenuto
di questo destino che andiamo dicendo? Che i differenti differiscono, con linguaggio proprio della logica
che A non non-A. Diremo che il destino di ogni ente il suo esser s. E tuttavia non si accontenteranno
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di questo gli obiettori del destino, coloro che con tutto lOccidente e la civilt della tecnica vogliono
sostenere che il divenire non solo unevidenza, ma levidenza da salvare ad ogni costo. Ebbene:
bisogner dir loro che falsa la loro obiezione, e cio, dire che falso che i differenti non differiscono.
Possiamo permetterci di confutare questa obiezione appunto perch il destino lincontrovertibile, ci che
neanche dai suoi obiettori si lascia smentire: agiscono nel destino anche coloro che il destino vorrebbero
negare7. Lessere il tratto trascendentale del dire, dice Severino in Destino della Necessit, chiunque
pretenda di smentire questa affermazione, ancora costretto a pensare lesser s della sua affermazione, e
dunque a smentirsi. Se i differenti non differiscono, dunque non differisce neanche il dire i differenti non
differiscono dal dire i differenti differiscono: quale contraddizione pi grande?
Dunque il de-stino, questo stare che non si lascia smentire e che appare come incontrovertibile, si erge
saldamente al di sopra di ogni determinazione8 da sempre, indipendentemente che gli uomini lo abbiano o
no dimenticato. LOccidente realizza con il nichilismo la suprema alienazione di se stesso dal proprio
destino e costruisce nel divenire una narrazione mitica del mondo questa condizione, che Severino
chiama la terra isolata per lappunto ci da cui la filosofia, tornando a volgere lo sguardo al destino, deve
imparare a uscire.

Il grande scandalo: il divenire non


Quale scandalo primariamente deriva alla terra isolata, allOccidente nichilistico, dallaffermazione
dellesser s dellessente? Che il divenire non ; che quel susseguirsi di istanti che lesperienza ci attesta
non va pensato come sinora lo si pensato. Il destino lesser s dellessente vuol dire: lente che non
pu smetter di esser s; il che, ulteriormente, significa: ogni ente eterno. Dunque eterni sono tutti gli
istanti se ascoltiamo il destino; eterni nel senso che dal punto di vista dellessere essi non devono mai
smettere di essere ci che sono. Riprendiamo lesempio della legna: ciascuno degli infiniti istanti che
separano listante iniziale della legna e listante finale della cenere un ente che in quanto ente eterno. Il
fatto che al sopraggiungere delluno, il precedente smetta di apparire non ci autorizza a dire che il
precedente abbia smesso di essere; ci che non appare pi precisamente ancora quel ci non apparente.
In quanto lessere tratto trascendentale del dire del destino, anche il dire, nel destino, che qualcosa non
appare pi, dice identit trascendentale dellessere, dice cio che qualcosa non pi apparente (ossia dice
che il qualcosa-che-non--pi-apparente il non-esser-pi-apparente-del-qualcosa), ma il non pi e il
non ancora indicano la ptsis dellapparire, il cadere al di fuori dellapparire, nel permanere della totalit
dellente (ibidem, p.147)
E solo la luce dellapparire pu posarsi sugli enti senza alterarli, giacch essa appunto il loro apparire, il
loro mostrarsi cos come sono. Linoltrarsi nellapparire non inoltrarsi nellessere. (p.127)
Il divenire, detto in altre parole, lungi dallessere negato, qualche cosa che per, alla luce del destino, non
riguarda lessere di ci che diciamo diveniente, il quale resta eterno al di qua e al di l dellapparire, bens
proprio quellapparire che porta quellente a sopraggiungere. Con formula severiniana: il divenire
lapparire dellincominciare ad apparire degli enti. Ma ora bisogner essere disposti ad accogliere un
secondo scandalo derivante da questa ammissione. Poich lincominciare ad apparire dellente esso
7

Il destino della verit la casa e non la prigione del Tutto, perch chi abbandona questa dimora non trova alcun luogo ove abitare:
travolto dagli stessi passi che muove per attraversare la soglia del destino (ibidem, p.125)
8
Alethees atrems tor (fr.1, v.29)
Il tutto non trema, perch ogni cosa destinata allessere, non un epamfoterzein tra lessere e il niente (ibidem, p. 126)

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stesso un ente (giacch un non-niente), allora esso stesso sar eterno. da sempre e sempre sar
lincominciare ad apparire di ogni ente; e poich nessun nesso necessario si crea, quel nesso necessario che
lega lente al suo incominciare ad apparire (quello che chiamiamo accadimento) eterno; cio, da sempre
e sempre sar pre-scritto nel destino quando lente e ciascun ente comincer ad apparire. Con altre
parole quel destino che lesser s degli essenti potremo chiamarlo la storia degli incominciare ad apparire
degli essenti; e non apparir nessun incominciare ad apparire che non sia contemplato dal de-stino.

La libert e la gloria lapparire trascendentale


Lesito di tutto questo intanto: la libert (e con essa la contingenza) il contrario del destino. Il destino
che afferma lesser s dellessente afferma anche lesser s dellincominciare ad apparire di quellessente; e
dunque accade e solo pu accadere, quellente il cui incominciare ad apparire era eternamente pre-visto.
Ma laltro esito questo: se il variare delle cose il sopraggiungere degli eterni allora ogni ente glorioso,
cio allinfinito oltrepassa tutto ci che va, via via, sopraggiungendo (Emanuele Severino, Festival della Filosofia
Gloria, Modena, 13/09/2014). Ogni sopraggiungere allapparire ha bisogno di uno sfondo intramontabile entro
cui collocarsi, appunto, come apparire incominciante. Ogni ente, incominciando ad apparire, fa apparire ad
un tempo anche tutti quegli enti che, non incominciando ad apparire, ne costituiscono lo sfondo
trascendentale, sicch Lessere in eterna compagnia di tutti gli altri enti appartiene allessenza di ogni
ente. (p.114) Tutto ci che appare non solo non smette di essere allorquando sopraggiunga un altro ente;
esso non smette neppure di apparire, giacch lapparire dellente che sopraggiunge ad un tempo
lapparire dellente che ora sfondo come ente che non-appare. Lincominciare ad apparire di ogni ente
leterno apparire degli altri. Ogni ente glorioso perch sopravvivr apparendo a tutto ci che via via
sopraggiunge.
Quando la cenere sopraggiunge alla legna non solo la legna in quanto legna non ha smesso di essere; essa
gloriosa perch appare ancora come non-apparente, diciamo: la legna non la vedo.
"Nel contenuto che si manifesta, il grande fiume delle determinazioni che compaiono e scompaiono trattenuto da sponde
intramontabili: la scorta di quegli enti, il cui apparire di necessit richiesto dall'apparire di un qualsiasi ente. Essi sono lo 'sfondo'
intramontabile di ogni disvelamento dell'essere, lo spettacolo che sta eternamente dinanzi all'uomo e in cui si svolge ogni tempo."
"Essenza del nichilismo" (1982), Adelphi, Milano 1995, p. 199

Le conseguenze del discorso severiniano la volont di potenza


Tutto questo discorso, con cui Severino prende le distanze dal pensiero nichilistico-occidentale del divenire,
sembrerebbe destinato ad arenarsi in un narcisismo teorico. Mi rendo conto che queste affermazioni
devono fare i conti con tutta unesperienza filosofico-scientifica, ma anche artistica, in cui la modernit e
soprattutto la contemporaneit ha allontanato ogni pretesa metafisica di dire qualcosa al di l
dellesperienza. E certamente se parlo cos perch credo che questi conti che la modernit ha fatto nei
confronti della metafisica, siano conti sbagliati. Ebbene: che senso ha allora porsi oggi simili questioni e in
sostanza a quale visione del mondo dobbiamo legare il discorso severiniano?
Prima di tutto il tema della Gloria deve metterci in guardia da ogni tentativo di atomizzare il sopraggiungere
degli enti del mondo. Abbiamo detto: ogni ente necessita per apparire di ciascuno degli altri e col suo
incominciare ad apparire ne fa apparire ogni altro. Questo significa: nessuna regione dellessere si lascia
ritagliare come qualcosa di autonomo. Il nostro progetto sul mondo non pu non tenere conto in ogni
istante che il nostro intervenire sul mondo un intervenire su tutto il mondo. La civilt della tecnica,
pretendendo di realizzare un dominio sul mondo, rappresentando dominante e dominato, soggetto e
oggetto, come qualche cosa di autonomo, il contrario del destino; un modo cattivo di guardare al
sopraggiungere degli enti.
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In secondo luogo leternit degli enti fa essere ciascuno di loro un imperativo incontrovertibile. Passato e
futuro non sono a nostra disposizione come qualche cosa di dominabile, qualcosa il cui senso possa essere
posteriormente rimaneggiato. Essi convivono con noi nella loro eterna presenza come de-stino irrevocabile.
Possono anzi parlarci, dirci molto, nella dimensione della loro Gloria: siamo chiamati ad un colloquio col
passato, ma anche col futuro, nella certezza che essi non hanno meno realt di ci che adesso comincia ad
apparire.9
La filosofia di E.Severino, e forse con ci potremmo riassumere tutto quanto sin qui si detto, radicale
nemica della volont di dominio; quella pretesa folle con cui luomo ha insistito a inseguire il particolare
perdendo di vista luniversale e lessenziale. In fondo, condannando se stesso alla morte.
Ci troviamo nella condizione dei cacciatori che guardando gli uccelli vogliono catturarli, e in questa loro bramosia non tengono
conto del cielo che si staglia sullo sfondo del volo degli uccelli. Allora: il cielo, che il cacciatore non cura, siamo noi. Noi come eterno
apparire degli eterni e come eterno apparire del sopraggiungere degli eterni. Il cacciatore non intende il volo degli uccelli come un
sopraggiungere degli eterni, lo intende come ci che vuole dominare e catturare. Ma la volont di catturare, dominare, prevalere, di
vincere la volont di potenza che oggi sta scatenando sulla terra tutta una molteplicit di conflitti. Questa volont di dominio che
presente nelle cose abiette come nelle cose nobili, presuppone la dimenticanza di ci che noi abbiamo chiamato destino, di ci che
noi siamo. Noi siamo il cielo che crede di essere i cacciatori. Altre volte dico che noi siamo re che si credono mendicanti; questa volta
possiamo concludere dicendo che la regalit che noi siamo, questa regalit che ci destina alla Gloria infinita, la negazione pi
radicale della volont di potenza. la negazione pi radicale dellignoranza che ci fa dimenticare appunto il nostro essere leterno
apparire del destino. (Emanuele Severino, Festival della Filosofia Gloria, Modena, 13/09/2014)

Lermeneutica del testo, ad esempio, rappresenta una delle modalit con cui alla gloriosa immortalit del passato
possiamo renderci presenti.

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Bibliografia
Severino E., Essenza del nichilismo. Saggi, Milano, Adelphi, 1982
Severino E. Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Milano, Adelphi, 1989.
Severino E. Il nulla e la poesia. Alla fine dellet della tecnica: Leopardi, Milano, Rizzoli, 2005
Severino E. Cosa arcana e stupenda. LOccidente e Leopardi, Milano, Rizzoli, 2006
Severino E., Destino della necessit. Kat t chren, Milano, Adelphi, 1999
Severino E., La Gloria, Milano, Adelphi, 2001

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