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Guerre, citt e televisione

1. Vita e morte delle grandi citt jugoslave


Sarajevo, bombardata dalle milizie serbe, sfigurata da vari muri, tra i quali uno
esterno che l'accerchia, uno interno che la divide in due, separando i quartieri serbi da
quelli mussulmani. La sorte di questa citt ci ricorda Berlino e il suo muro. Tutte le citt di
questa guerra hanno subto analoga sorte e la guerra sembra essersi proposta come
riordinatrice delle citt. Punirle e abolirle, sembra il motivo ispiratore degli aggressori.
Piazze, ospedali, aeroporti, biblioteche e antichi ponti, simboli della memoria storica e
della cultura, sono stati presi di mira con furore iconoclasta, con accanimento metodico.
La guerra non si solamente disputata il controllo del territorio ma ha mirato al centro
nevralgico della civilizzazione occidentale: la citt.
La cultura urbana, i suoi modi di vita hanno mescolato le genti, generato nuovi
raggruppamenti e stirpi familiari, dissolvendo la forza delle etnie e delle trib, creando
l'individuo borghese, intellettuale e cosmopolita. La pulizia etnica della guerra dell'exJugoslavia ha reintrodotto le stirpi e le divisioni tribali, relegando l'individuo al muro del suo
ghetto religioso, familiare, etnico dal quale si era liberato. Simbolo di questo ritorno ai
ghetti la distruzione del ponte di Mostar, sulla Neretva, costruito nel 1566 da architetti
ottomani. E cos i minareti e le cupole delle moschee, le scuole coraniche, la biblioteca di
Sarajevo (in buona parte distrutta), i mercati e i bazar non esistono pi: ne rimasta
traccia solo nell'archeologia delle guide turistiche. La vita nelle citt stata ridotta a
semplice sopravvivenza, ricerca del cibo per poi tornare a rifugiarsi nelle cantine. La
guerra dei Balcani l'odio dei collettivi contro la citt fatta di individui. I fondamentalisti
sono sempre stati contrari alle citt ibride.
Nelle citt dell'Occidente regna lo spirito blas, di cui parla Simmel, lo scambio
impersonale fondato sul denaro. Contro questo mondo l'Oriente slavo e ortodosso si
sempre ribellato: Dostoevskij inorridiva vedendo a Londra il Palazzo di cristallo
all'Esposizione universale, simbolo di una Londra babilonica e degradata; Cajanov vedeva
nelle citt superiori ai ventimila abitanti un pericolo per la democrazia. La capitale trasloca
da Pietroburgo a Mosca, realizzando cos il sogno slavofilo: dalla porta aperta verso
l'Occidente al sottosuolo della Russia. Si ricordi che Pietroburgo fu voluta dallo zar Pietro il
Grande in opposizione a Mosca, porta verso l'Occidente e fu popolata, fin dalle sue origini
da genti che provenivano dai luoghi pi diversi.
Bogdan Bogdanovic, architetto ed ex-sindaco di Sarajevo, spiega che nel XVIII
secolo coloro che si designavano come Srd, Srbalj, Srbo non volevano vivere nelle citt,
essendo occupate da una plebaglia antinazionale di usurai, di tedeschi e di cosmopoliti
(B.Bogdanovic, L' urbicidio ritualizzato in Architecture d' aujourd' hui, dicembre 1993). Uno
dei progetti dei generali serbi quello di fare di Pale la nuova capitale della Bosnia serba:
una piccola citt, senza memoria storica, un po' sperduta tra le valli e i monti. Rifare una
grande Serbia, partendo da una piccola capitale. La sorte di Sarajevo simbolizza bene
l'odio verso una citt aperta e plurale da parte di chi sogna una societ omogenea e
chiusa.1

2. Addio a Sarajevo
Accanto all'intolleranza slava verso il pluralismo della cultura delle citt, dobbiamo
ricordare quella del fondamentalismo islamico. Proprio a Sarajevo, dove la vita quotidiana
fa i conti con la ricerca di una tanica di acqua, di un po' di verdura coltivata in orti
improvvisati tra le rovine dei palazzi e delle case, dove la "campagna" tornata ad
invadere la citt, sempre pi difficile essere "solo" bosniaci - n serbi n mussulmani. Gli
esponenti della comunit islamica (che fa capo al presidente bosniaco Alija Iztbegovic)
sono protagonisti di una campagna nazionalista che ha per obiettivo proprio i bosniaci che
rifiutano la divisione etnica, che, di origine serba o croata, non vogliono ritornare ai ghetti.
Prima della guerra il 45 per cento delle famiglie di Sarajevo era misto, senza che un
coniuge conoscesse l'etnia dell'altro. La guerra ha scatenato le divisioni, attraverso la
ricerca dell'origine dei nomi e dei cognomi.
Oggi che la comunit islamica auspica pubblicamente il divieto dei matrimoni misti, le
famiglie di etnia mista sono solo pi il 15 per cento. Forse i mussulmani fanno lo stesso
gioco dei serbi: separare e dividere in nome dell'identit etnica. Ciascuna etnia si propone
come baluardo contro l'altra: i serbi, bastione contro il fondamentalismo islamico in
Europa, i mussulmani, paladini del Corano contro la corruzione occidentale. Ma per le
strade di Sarajevo le donne portano la minigonna e non lo chador, gli uomini al caff
ascoltano musica rock e bevono coca cola (quando si trova). Se la pulizia etnica dei serbi
vuole distruggere il cosmopolitismo cittadino, allo stesso modo il fondamentalismo
islamico cerca di cancellare i segni dell'Occidente europeo: al linguaggio vengono
aggiunte consonanti arabe; gli speaker della televisione salutano prima in arabo; nelle
scuole i testi sono stati riscritti e, come prima lingua da imparare, l'arabo ha sostituito
l'inglese, proprio la lingua che pi di altre vive nel segno del cosmopolitismo. Ora, sono
sempre pi coloro che credono che la salvezza consista nella fuga. Dopo la guerra (se e
quando ci sar un "dopo") sar ancora possibile una Bosnia multietnica?2

3. Sangue sul rock


Un altro violento attacco alla cultura cittadina e cosmopolita dell'Occidente viene
dall'Algeria islamica, dove, si scatenato il furore dell'intolleranza fondamentalista:
magistrati, intellettuali, giornalisti, scrittori sono diventati bersaglio del fanatismo religioso
(si ricordi il precedente della fatwa, la sentenza di morte coranica emessa dagli
ayatollah, contro lo scrittore Salman Rushdie).
Fanatici adepti della Gia (Gruppo armato islamico) hanno ucciso a Orano il cantante
Cheb Hasni, esponente della musica rai, sorta di rock magrebino, che molto successo
aveva tra i giovani. La sua musica, fatta di una mescolanza di arabo e francese, racconta
storie di libert e di amore, di spregiudicatezza (si fa per dire) e di "mala vita", motivi e
significati di una mentalit individualista e plurale, a differenza della religione, che oppone
censure a tutto ci che, come quella musica, rappresenta la cultura occidentale. Fin dal
1990, nei comuni dove il Fis (Fronte islamico di salvezza) ha vinto le elezioni, i concerti
rai sono stati vietati, per le strade i venditori di cassette con le sue canzoni sono stati
minacciati di morte e, da un paio d' anni, nei bar, dal barbiere, sui taxi non si ascolta pi
musica. Forse proprio il successo di quelle storie, nonostante i divieti e le minacce, stato
interpretato come un pericolo non pi tollerabile. Allora, per non cadere sotto i colpi
2

dell'odio e dell'intolleranza, molti musicisti se ne sono andati in esilio: Cheb Kahled,


Fadela Sahrawi, Cheb Mami.3
Prima dell'assassinio di Cheb Hasni, alla fine di settembre, era stato rapito dai
fondamentalisti del Fis il cantante cabilo Matoub Louns, liberato in seguito a numerose
manifestazioni di piazza che ne chiedevano il suo rilascio. Questa vicenda ripropone
ancora la questione delle minoranze, quella dei berberi che, in Algeria e in Marocco,
costituiscono circa il 40 per cento della popolazione (solo una piccola componente in
Tunisia). I berberi sono stati i primi abitanti del Maghreb, ma il loro nome arabo: "coloro
che balbettano", cos apparvero nel VII secolo, ai conquistatori arabi quelle popolazioni da
islamizzare, delle quali non comprendevano la lingua. Dopo dieci secoli di islamismo per,
quelle popolazioni hanno conservato la loro lingua e cultura. Quanti marocchini e algerini
non conoscono l'arabo ma solo la loro lingua, il tamazight! Con gli altri arabi parlano in
francese o spagnolo.
Mentre in Marocco il potere centrale, pur temendo tendenze separatiste (Berberi o
Arabi siamo tutti Marocchini e Musulmani), recentemente ha introdotto nelle scuole le
diverse lingue berbere, e alla televisione si trasmette anche in queste lingue, in Algeria,
invece, la questione berbera la questione cabila (Cabilia - nome che significa
libert - la terra dove si parla la lingua e la cultura tamazight).
In Algeria, i principali oppositori degli integralisti sono proprio esponenti cabili (At
Ahmed, del Ffs, Fronte delle forze socialiste e Sad Sadi, dell'Rcd, Raggruppamento per
la cultura e la democrazia). Il cantante Matoub Louns, del partito dell'Rcd, il 20 aprile
aveva affermato: "Io non sono arabo e non sono mussulmano". Abbastanza per attrarre
l'attenzione sia degli integralisti che del potere centrale. Dopo aver ricevuto oscure
intimidazioni, anche la cantante rai Halima Zahouania ha lasciato l'Algeria. Come in
Bosnia sempre pi difficile restare bosniaci e basta, anche in Algeria sempre pi
difficile affermare la propria identit e cultura.
Va ricordato inoltre che Tahar Djaut, il primo intellettuale assassinato nel maggio
1993, era cabilo. Anche qui, laddove il rischio di una guerra totale sarebbe troppo grande,
a venir colpiti sono i simboli, simboli di resistenza e di identificazione4.

4. Imparando da Teheran
Dopo la terribile guerra contro l'Iraq, a Teheran l'edilizia sembra essersi arrestata.
Numerosi edifici non vengono pi completati, le facciate si screpolano, rovine moderne si
mescolano alle antiche macerie.
La strip di Teheran incanala processioni di donne con lo chador e vestiti lunghi fino
ai piedi, di uomini in completi scuri e camice cupe, senza cravatte o in jeans ampi e
informi - abiti che nascondono i corpi, buoni a far dimenticare la forma che avvolta da
quelle stoffe, ad allontanare qualsiasi tentazione erotica. Nelle strade di Teheran la
propaganda religiosa ha dato vita ad una nuova strategia dell'immagine urbana. Come le
insegne luminose dei casino, delle Gambling Hall, dei motel di Las Vegas, cos, al posto
delle insegne commerciali, le gigantografie di capi storici e autorit in carica troneggiano
sopra gli uffici pubblici e le facciate d' albergo, con lodi di fede e slogan antiamericani

(anche in inglese),
iraniana.

esprimendo l'ornamento simbolico dei monumenti della teocrazia

Il mausoleo di Khomeini, invece, si presenta come un incrocio tra San Pietro e il


Beaubourg, ibridando il gigantismo modernista ed eroico di tipo occidentale con le luci da
fiera di paese dei bazar orientali: potenti fari illuminano la spianata antistante e aggressivi
altoparlanti diffondono le prediche, mentre tra tubi hi-tech e minareti squillanti si consuma
la tristezza di un integralismo senza integrazione 5.
5. La televisione nel deserto
Dalla ex-Jugoslavia la televisione ha portato in tutti i salotti scene di distruzione e di
disperazione che la Guerra del Golfo invece non ci aveva mostrato. La Guerra del Golfo
stata una guerra di comunicazione, dove l'informazione stata censurata dalle autorit
militari. Esse avevano autorizzato undici pool di giornalisti che andavano da cinque a
diciotto persone. Raggiunte le zone operative sotto la scorta di un ufficiale addetto, si
effettuavano le riprese e le interviste che venivano poi controllate, sopprimendovi le
informazioni giudicate incompatibili con le esigenze di sicurezza. Il tutto veniva poi inviato
a Dahran e distribuito ai centri stampa.
Nel conflitto vietnamita, ultimo precedente che vide impegnate truppe americane in
una guerra dura e sanguinosa, le televisioni si guardarono bene dal mostrare nelle living
room dei telespettatori gli orrori della guerra. In ci furono guidate da una sorta di
autocensura, sia verso il loro pubblico che verso le autorit. Il timore, insomma, che la
televisione fosse stata una specie di opinion maker che aveva orientato gli americani e il
resto del mondo contro la guerra in Vietnam, aveva fatto scatenare la censura militare per
la prima volta dopo la guerra di Corea. Tra l'altro, lo stesso timore indusse il governo
britannico ad analoghe restrizioni durante la guerra delle Falkland-Malvine del 1982.
Ma noi siamo ancora qui a chiederci che cosa abbiamo visto della Guerra nel Golfo.
Si potrebbe dire: delle belle immagini della Baghdad di notte, trasmesse nel nostro
"Appartamento Globale", (il pubblico sembra aver gradito) in un' unica ripetuta immagine,
opalescente, verdolina, illuminata dai traccianti della contraerea, come stelle filanti, nella
notte di guerra irachena - ma neanche in quelle immagini abbiamo visto la guerra6.
Che cosa ci stato mostrato allora della Guerra del Golfo? Il trionfo delle armi
intelligenti: missili guidati da calcolatori di bordo, satelliti ricognitori (cinque satelliti
sorvolavano l'Iraq mandando dati al Pentagono, con dettagli fino alla decina di centimetri),
bombe guidate sul bersaglio, come in un videogame, ecc. Una guerra appunto, dove si
uccide a grande distanza, senza vedere il nemico e senza essere visto: shoot and forget.
Questa, inoltre, stata la prima guerra gestita in tempo reale, nel senso che di 100 soldati
presenti all'operazione "Scudo del deserto", solo 55 erano combattenti. Gli stati maggiori
americani hanno preso a prestito le tecnologie di comunicazione dall'industria
automobilistica giapponese: gestione informatizzata, massimo contenimento delle scorte,
approvigionamento delle parti necessarie su richiesta in corso di produzione.
Fin dalla guerra delle Malvine, l'impiego pionieristico su vasta scala di mezzi di
distruzione autoprogrammati aveva fatto parlare di superamento della geostrategia a tutto
vantaggio della logistica: Paul Virilio scrisse che il passaggio all'atto di guerra si configura
come il trasferimento di responsabilit dallo stato di libera decisione d' impiego sul campo
di battaglia, allo stadio della programmazione industriale ed economica (Guerre
4

lectronique in Terminal, n.11, 1984). Inoltre, nel 1985 il Pentagono ordina il black-out
dell'informazione per l'invasione di Grenada. Con l'invasione di Panama, nel 1989,
comincia ad emergere il ruolo della CNN (Cable New Network) che, con la crisi del Golfo
nel 1990 e la guerra del 1991, assume il rango di televisione globale.
Riassumendo: le bombe intelligenti (si fa per dire) lanciate su Baghdad avevano
come obiettivo postazioni militari e strategiche finalizzate alla guerra, come basi
missilistiche, fabbriche di bombe, hangar aeroportuali, ecc. (si ricordi per, che il
Pentagono, dopo la fine del conflitto, ammetteva che la guerra tecnotronica, portata alla
ribalta dai mezzi di comunicazione censurati, rappresentava solo una piccola parte
dell'azione: delle 88.500 tonnellate di bombe lanciate su Kuwait e Iraq, solo il 7 per cento
erano bombe a guida laser, e ci spiega perch il 70 per cento abbiano mancato il
bersaglio) mentre, come possiamo vedere ogni giorno sullo schermo televisivo, la guerra
jugoslava ci mostra citt martoriate: si pensi all'ex-villaggio delle olimpiadi invernali di
Sarajevo, i suoi palazzi forati e anneriti dai razzi lanciati dalle alture circostanti, per non
parlare di moschee e minareti, la biblioteca, il ponte di Mostar - sono i simboli dell'identit
culturale che vengono colpiti per distruggere i "monumenti" dell'abitare di quelle citt.7

6. Le ceneri di Beirut
C' un precedente alla tragedia jugoslava: la guerra in Libano. Prima della guerra,
Beirut era una specie di Vienna mediorientale e stava al mondo arabo come Vienna all'est
comunista: vi si poteva fare ci che a casa propria non era concesso. Era un crocevia tra
Iraq, Siria, Egitto, emirati del Golfo, Arabia Saudita, una specie di zona franca di traffici
spesso illeciti e, sempre, tollerati, sede di banche e mercato aperti a tutti, oasi di cordialit
e ospitalit in una regione difficile.
All'Htel Saint Georges, sede di intrighi internazionali (vi alloggiava la famosa spia
inglese al soldo dei sovietici, Kim Philby) si poteva sentir domandare in arabo e rispondere
in francese o in inglese; sulla sua terrazza si beveva un whiskey in compagnia di un
bancarottiere o di un ricercato da molte polizie. Ora quell'htel non c' pi. Il demone della
guerra ha distrutto il genius loci di Beirut: l'area circostante stata colpita da bombe
lanciate dai cristiano-maroniti, dai sunniti, dagli sciiti, dagli israeliani o dai siriani e tutt'
intorno regnano le macerie.8

Barbara Spinelli, Distruttori di citt, La Stampa, 10 marzo 1994


Remy Ourdan, Addio Bosnia pluralista il tribalismo ha vinto, la Repubblica,
29 settembre 1994
3
Fabio Scuto, Cantante algerino ucciso dagli islamici, la Repubblica,
30 settembre 1994
4
Tahar Ben Jelloun, I Berberi e la crisi algerina, la Repubblica, 1 ottobre 1994
5
Alberto Arbasino, Fierissima Teheran, la Repubblica, 28 settembre 1994
6
Giovanni Bogani, L' arte della fuga, Segnocinema, 1991, XI, n.49
7
Armand Mattelart, La comunicazione mondo, Milano, Il Saggiatore, 1994
8
Bernardo Valli, Beirut, piacere di vivere, la Repubblica, 22 maggio 1994
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