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Dialoghi

TEOLOGIA

euroetica

na nuova disciplina inizia ad affacciarsi nei


programmi degli atenei
di tutto il mondo: la neuroetica.1 Essa nasce dalle
neuroscienze, cio da quel campo interdisciplinare di studi che si occupa dellanatomia, della fisiologia, della biochimica, delle patologie del sistema nervoso
centrale e periferico, dei suoi effetti sul
comportamento e delle esperienze mentali. In altre parole, si tratta di discipline
le neuroscienze e la neuroetica che
si occupano della relazione tra mente
e cervello.
Il cervello costituisce la parte pi
consistente del sistema nervoso centrale, ha la funzione di ricevere informazioni dal mondo esterno, elaborarle
memorizzandole se necessario ed
emettere una risposta. Il cervello umano pi voluminoso di quello di qualsiasi primate ed pi piccolo soltanto
di quello degli elefanti, dei grandi delfini e delle balene. Il suo peso medio
circa 1.330 grammi.
La parola mente, invece, appartiene a quel gruppo di termini molto
utilizzati ma altrettanto vaghi nel loro
significato. Con essa si pu indicare tutto ci che attiene lo spirito o lo spirituale, ma questo sposta soltanto il problema sulla definizione altrettanto vaga
di spirito. Altri identificano la mente
con il concetto di anima, che molte
tradizioni spirituali o religiose considerano immortale. Paradossalmente, neppure le singole funzioni mentali (come
pensiero, memoria, coscienza ecc.), che
fanno di un uomo una persona, sono
agevolmente definibili e circoscrivibili.

La teologia morale e le nuove sfide


delle neuroscienze

Il re nudo!
Per addentrarci nei contenuti specifici della neuroetica ci sia permesso
di partire, a mo di metafora, da un
racconto appartenente al bagaglio culturale condiviso dellOccidente. A un
imperatore vanitoso, completamente
dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento, due imbroglioni giunti in citt
fanno arrivare notizia di essere tessitori
e di avere a disposizione un nuovo e
formidabile tessuto, sottile, leggero e
meraviglioso, che possiede la peculiarit di risultare invisibile agli stolti e agli
indegni. I cortigiani inviati dallimperatore non riescono a vederlo; ma per
non essere giudicati male, ne riferiscono lodando la magnificenza del tessuto. Convinto, egli si fa preparare un
abito dagli imbroglioni, ma quando
gli viene consegnato anche lui si rende
conto di non essere in grado di vedere
alcunch. Come gi i suoi cortigiani,
anche limperatore decide di fingere e
di mostrarsi estasiato per il lavoro dei
tessitori. Col nuovo vestito sfila per le
vie della citt di fronte a una folla di
cittadini che applaudono e lodano a
gran voce leleganza del sovrano. Lincantesimo spezzato da un bimbo che,
sgranando gli occhi, grida: Ma non
ha niente addosso!. Ciononostante, il
sovrano continua imperterrito a sfilare
come se nulla fosse successo.
La fiaba, divenuta famosa per il grido del bimbo: Il re nudo!, denuncia una situazione paradossale in cui
una maggioranza di osservatori sceglie
volontariamente di non far parola di
un fatto noto a tutti, fingendo di non

vederlo. Volendo esplicare la metafora potremmo dire che oggi, grazie ai


progressi delle neuroscienze, il soggetto e la sua mente e insieme a essi il
tanto declamato concetto di persona,
che ha dato forma alla nostra cultura
, parrebbero rivelati nella loro inconsistenza.2 Il grido Il re nudo! annuncerebbe oggi il fatto che del s,
della mente razionale, non sembra
essere rimasto nulla. Forse il s, il
sovrano di quella che chiamavamo
persona, era senza abiti da tempo; ma
soltanto ora qualcuno si messo a gridarlo.
Davanti allannuncio che noi siamo solo il nostro cervello3 molti restano increduli perch, rimanendo nella
metafora, non facile vedere il re
circolare in pieno giorno e notizie di
lui arrivano solo in maniera mediata,
attraverso fonti verificabili da una minoranza i neuroscienziati, appunto
ammessa al suo cospetto. E se il re
nudo, se la persona non esiste, la sua
aura di mistero e di autorevolezza rischia di dissolversi. Una volta diffusa la
voce, gli si obbedir ancora? Qualcuno
prender il suo posto? Come ci si organizzer per il futuro?
Dallio alla societ
della mente
Abbandonando la metafora dobbiamo registrare che il progredire della ricerca ha consentito ultimamente di
affermare che, sebbene le neuroscienze siano lungi dallaver mostrato tutti
i meccanismi e i funzionamenti del
cervello, oggi conosciamo abbastanza
perch si possa tentare di spiegare (o

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meglio di dissolvere, secondo le interpretazioni pi radicali) questioni e


misteri che dagli albori dellumanit
accompagnano la nostra consapevolezza di essere uomini. Libert, responsabilit, moralit e spiritualit non
sarebbero pi elementi che caratterizzano la persona, espressioni di ci che
a lungo abbiamo chiamato anima o
mente, ma solo fenomeni dovuti a
combinazioni biochimiche nel cervello, sottoposti a leggi meccanicistiche
che ne renderebbero prevedibile e
controllabile il funzionamento (cf. Regno-att. 14,2010,479ss e 6,2012,191ss).
Lio, il soggetto gi sotto scacco
nellanalisi freudiana e in tanta riflessione novecentesca, mediante le opere
di quei pensatori che Ricoeur amava
chiamare i maestri del sospetto viene privato di gran parte delle sue attribuzioni.4 Sotto locchio della scienza
e della filosofia contemporanea, che
si appropria dei risultati della ricerca
neuroscientifica, lio non sembra tanto
una realt unitaria, ma un complesso puzzle di sub-elementi funzionali,
spesso in competizione, che solo apparentemente, agli occhi di un osservatore ingenuo e non informato dalle
moderne tecniche neuroscientifiche,
trovano unit.
Forse la monarchia del s, propugnata da Descartes in poi, si accinge
a lasciare il posto alla rumorosa democrazia di una pluralit di entit
sub-personali, ovvero allattivazione
differenziale di diversi circuiti cerebrali, che si contendono il controllo della
coscienza e determinano il nostro agire e il nostro pensare.5 Questi moduli
indipendenti sono elementi cerebrali e
processi sub-personali non direttamente accessibili alla coscienza, che sembrano ridurre lio a una molteplicit
di agenzie in competizione o in collaborazione; una societ della mente,
secondo la definizione di Minsky, dove
non esiste un controllore unico al comando.6

Due rivoluzioni
Grazie a quelle che potremmo
definire due rivoluzioni stato possibile uno sconfinamento delle neuroscienze verso campi di studio che non
le erano propri, come la filosofia, la
morale e anche la teologia.
La prima rivoluzione concerne i

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progressi tecnici nello sviluppo di metodologie per lo studio dellattivit cerebrale umana: tecniche sempre pi
precise consentono oggi di vedere in
tempo reale cosa accade nel cervello.
Gran parte di ci che sappiamo deriva oggi da una crescente capacit di
tracciare vere e proprie carte topografiche della corteccia cerebrale e
delle strutture situate nella profondit
dellencefalo. Tali mappe permettono
di conoscere in quali aree del nostro
cervello ha inizio unazione e in quali proviamo un dolore; quali nuclei e
gangli cerebrali sono alla base del linguaggio; quali sono le reti neurali e gli
snodi cerebrali della memoria; quali
sono le dinamiche delle scelte morali.
Le mappe che siamo in grado di costruire con tecniche come la risonanza
magnetica funzionale (fMRI) non sono
statiche ma dinamiche; esse permettono di seguire nel tempo una determinata funzione cerebrale, oppure le sue
variazioni in rapporto alle modifiche
della situazione encefalica.
Da questa nuova capacit tecnica
si generata una seconda rivoluzione,
segnata dallapplicazione delle neuroscienze alle scienze cognitive: mettendo in relazione lattivit neuronale
con il pensiero e il comportamento si
sono prodotti nuovi modelli di comprensione del cervello e della mente.
Questi mutamenti hanno dato vita alla
convinzione che a esperienze profondamente ed esclusivamente umane
quali lamore, lapprezzamento della
bellezza, la volont di ingannare, lo
sforzo di comprendere latteggiamento
degli altri corrispondano particolari correlati neuronali, individuabili
con estrema precisione, e che in futuro
essi potranno essere oggetto di lettura,
controllo, modifica o intervento esterno. La supposta correlazione tra eventi materiali occorrenti nellencefalo e
quanto consideriamo i nostri pensieri
apre un vasto spazio di discussione e
controversia scientifico-filosofica che
tocca questioni radicali, come lidentit (che cosa siamo) e la liceit di
agire sul cervello.
La questione di fondo stabilire se
le attivit cerebrali e quelle mentali siano tutte generate dagli stessi meccanismi neurali e, in ultima analisi, se siano
tutte riconducibili alla sola attivit delle cellule nervose cerebrali; oppure se

le une e le altre siano in realt eventi o


funzioni tra loro incomparabili, e se le
attivit mentali siano da vedere come
il risultato di processi irriducibili alla
semplice attivit neuronale e alle comuni leggi della fisica e della biologia.

La neuroetica
e le sue correnti
A oggi la neuroetica registra tre
correnti di pensiero al riguardo. Secondo una prima visione, che potremmo definire monista, materialista o riduzionista, tutte le attivit della mente
sono esclusivamente dovute ai neuroni; da questo punto di vista, il nostro
cervello come un potente e ancora in
parte sconosciuto computer, nel quale
i neuroni svolgono il ruolo di microprocessori naturali.
Una differente ipotesi, che chiamiamo dualista, considera al contrario le
attivit cerebrali e le attivit psichiche
assolutamente distinte e scaturenti da
meccanismi sostanzialmente diversi.
Una terza ipotesi, infine, sostiene che
entrambe sono dovute ai neuroni, ma
le attivit mentali non sono il semplice
risultato dellattivit neuronale, come il
movimento di un arto o la percezione
di un colore; esse costituiscono un salto
di qualit di natura ancora in parte sconosciuta. Secondo questa concezione,
assimilare il cervello a un potente computer improprio: anche se si riuscisse
a costruire una macchina in grado di
replicare le funzioni del cervello non
detto che questa sarebbe dotata di tutte
le facolt dello stesso, soprattutto quelle
attinenti la coscienza di s (autocoscienza). Tale posizione prende il nome di
ipotesi delle propriet emergenti.
Si tratta di un percorso di esplorazione appena avviato, che non pu e
non deve spazzare via secoli di riflessione sullessere umano. Tuttavia, i
risultati delle neuroscienze sembrano
porsi per molti aspetti in contrasto con
quelle intuizioni fondamentali, fortissime e incancellabili, di cui ci serviamo
per muoverci nellambiente sociale.
Le idee di libert, di responsabilit,
di consapevolezza e di coscienza non
sembrano pi trovare spazio nella
descrizione del mondo e del nostro
encefalo che le neuroscienze consentono. Nonostante limpressione di un
s che agisce e perdura nel tempo, una
certa riflessione neuroetica afferma

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che la stessa volont non sarebbe che


unutile illusione.
In sintesi dobbiamo constatare che
da due decenni la riflessione sulle implicazioni etiche, legali e sociali delle
neuroscienze7 ha cominciato a dispiegarsi a partire dagli Stati Uniti e dal
mondo anglosassone mentre, su un
altro piano e in contesto soprattutto
europeo, si sono sviluppate le ricadute
su temi filosofici generali, che vanno
dallesistenza del libero arbitrio allo
statuto della coscienza fino alla concezione stessa della persona e della natura umana.

Letica delle neuroscienze


e le neuroscienze delletica
Lingresso dei grandi temi filosofici nella neuroetica ha spinto Adina
Roskies a proporre una partizione che
andata affermandosi e che nel termine neuroetica pone, da un lato, letica
delle neuroscienze e, dallaltro, le
neuroscienze delletica.8
In sintesi, letica delle neuroscienze riguarda la riflessione sulle applicazioni controverse delle neuroscienze
stesse. Le neuroscienze delletica hanno invece al loro centro la riflessione
metaetica, ovvero quella che si concentra sul ragionamento morale a partire
dalle sue basi materiali. Alla neuroetica dovrebbe dunque attenere anche
la riflessione circa ci che sappiamo, o
crediamo attendibilmente di sapere, su
noi stessi e sul funzionamento di mente
e cervello. Se poi si accettasse o si provasse che solo il cervello responsabile
della totalit della coscienza, delle azioni che compiamo, del senso di ci che
giusto e di ci che sbagliato e della
capacit di percepire i valori morali,
sarebbe almeno legittimo chiedersi se
esista unetica oltre la neuroetica stessa.
E se nel nostro vivere quotidiano
tutto sembra restare immutato, perch
noi continuiamo a gloriarci o biasimarci, a gioire o a intristire per atti che crediamo intenzionalmente scelti da noi o
dal nostro prossimo, alcuni scienziati
giunti al cospetto del sovrano riferiscono che stato smascherato, che
non ha trono n scettro n ermellini;
che se ne sta inerme in un angolo, bench continui a emettere pompose grida
tramite i suoi messaggeri.
Questo ampio e sfidante campo del
sapere, questa riorganizzazione di ci

che sappiamo sulluomo e gli interrogativi che le neuroscienze sollevano al


cuore di quanto abbiamo finora chiamato persona umana, sono le sfide che
dobbiamo raccogliere. La teologia,
e in particolare la teologia morale,
chiamata in primo luogo ad ascoltare
le acquisizioni neuroscientifiche e le
teorie neuroetiche. Occorre intessere
un dialogo etico che si configuri come volont di un cammino comune,
necessario a una piena e non reticente
assunzione di tutto quanto autenticamente umano e che le neuroscienze intendono evidenziare. Tale scelta presuppone una capacit di ascolto previa
alla presa di parola; suppone la ricerca
e non la presunzione dellautentico.
La ricerca etica, intesa come comune
ricerca dellumano, si propone alla
nostra attenzione come la via del possibile e doveroso contributo cristiano
alla formazione di un ethos pi vero e
autentico e di una neuroetica che non
si risolva in un mero riduzionismo, ma
sappia esplicare le verit della fede anche nel contesto delle neuroscienze.

Necessaria
interdisciplinariet
Interrogarsi sul rapporto tra le diverse discipline (umane, filosofiche,
neuroscientifiche) e la teologia morale,
in quanto disciplina teologica che riflette sul fenomeno della moralit esercitando la ratio illuminata dalla fede,
un domandare sui fondamenti della
teologia morale e su come essa possa
aver cura della propria specificit epistemologica e contenutistica.
Si deve ricordare che la dipendenza di una disciplina dallaltra non
a senso unico. Il discorso sul piano
della relazione tra i saperi, poich sul
piano ontologico il cristiano sa qual
lunica via di dipendenza: Dio, Ges
Cristo, luomo. La neuroetica inserita
in un contesto di riflessione teologicomorale deve sempre aver presente che
la dipendenza reciproca: nellesercizio della riflessione teologica e nei
vari ambiti a essa collegati occorre,
a partire dalla disciplina in cui si sta
esercitando la riflessione teologica, che
si vada a verificare negli altri saperi la
correttezza e la coerenza di ci che si
afferma. Si instaura cos un circolo ermeneutico che indica una dipendenza
reciproca e continua.

Autonomia delle discipline non equivale ad autarchia. Ogni sapere ha una


sua base specifica di esperienza, di approccio e di funzionalit: i risultati di
ogni disciplina saranno verificati o falsificati in base a quelle specifiche esperienze che costituiscono il suo campo
di ricerca. In forza dellautonomia delle
discipline, nessuna conclusione neuroetica direttamente trasponibile in conclusione morale. Il problema diviene
linterrelazione: il moralista riflette su
dati dellesperienza umana in quanto
libera, consapevole e responsabile, ma
sono dati offerti e interpretati da altre
discipline, tra cui la neuroetica; e di tali
discipline la teologia morale ha bisogno.
Come credenti, siamo chiamati a
rispondere ai nuovi interrogativi neuroetici inserendoli in una cornice di
senso, entro il sapere teologico-morale
che ereditiamo, sapendo che il punto
di vista morale il modo pi umano di
considerare lesistenza e che in ogni
problema umano vi una valutazione
morale (V. Jankelevitch). Questa la
sfida. Al nostro impegno di riflessione
affidata la ricerca di una risposta e
di un contributo animato dalla fede in
Cristo.

Paolo Benanti*

*Docente di Teologia morale presso la


Pontificia universit gregoriana e lIstituto teologico di Assisi. Nellanno accademico 20132014 stato incaricato del primo corso di neuroetica offerto da ununiversit pontificia, la
Gregoriana.
1 La neuroetica attualmente insegnata in
diverse facolt: psicologia, medicina, giurisprudenza, filosofia e ora anche teologia, con lattivazione del corso nella Facolt di Teologia della
Pontificia universit gregoriana.
2Abbiamo tratto spunto dal testo di Lavazza e Sartori per offrire questa introduzione
metaforica alla neuroetica (cf. A. Lavazza, G.
Sartori, Neuroetica. Scienze del cervello, filosofia e libero arbitrio, Il Mulino, Bologna 2011, 1719).
3 Si veda ad esempio A. Damasio, Il s viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Adelphi, Milano 2012.
4Cf. P. Ricoeur, Dellinterpretazione. Saggio su Freud, Il Saggiatore, Milano 2002 (ed. or.
1965), 46-49.
5Cf. D.C. Dennet, Sweet Dreams. Philosophical Obstacles to a Science of Consciousness,
MIT Press, Cambridge (MA) 2006.
6Cf. M. Minsky, La societ della mente,
Adelphi, Milano 1985, 66-82.
7 Normalmente si parla di ELSI, acronimo
dallinglese Ethical, Legal, and Social Implications.
8Cf. A. Roskies, Neuroethics for the
New Millennium, in Neuron 35(2002), 21-23.

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