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Prefazione

前言

Questa ricerca si propone di analizzare una situazione –quella dell’immigrazione cinese a


Prato– che presenta ancora numerosi risvolti poco chiari, e quasi totalmente sconosciuti
dalla popolazione italiana.
In realtà, non molti pratesi sanno dell’esistenza di un consistente retroterra di studi e di
ricerche riguardanti la Chinatown della città, che proviene principalmente dalle attività
del Centro Ricerche e Servizi per l’Immigrazione del Comune di Prato, e dalle
pubblicazioni della professoressa Antonella Ceccagno, che proprio del Centro ha diretto i
lavori e gli studi. Pur essendo stati utilissimi per la stesura del lavoro, i dati del Centro
Ricerche e le rielaborazioni di Antonella Ceccagno presentano un’analisi riservata agli
addetti ai lavori, che dà per scontato una conoscenza approfondita di questioni riguardanti
la sociologia dell’immigrazione e la cultura cinese; la lettura di queste ricerche, dunque,
sarebbe estremamente difficile per un pubblico mediamente informato, e forse persino
sterile per quanto riguarda una reale comprensione dei fatti e dei meccanismi descritti.
Per questo, ho deciso di utilizzare le mie –seppur modeste- conoscenze della lingua e
della cultura cinese, e le mie –stavolta ben più approfondite- conoscenze del territorio e
della società pratese, per creare un testo agile e allo stesso tempo veritiero, che fa il punto
sulla comunità cinese di Prato e sui suoi rapporti con la comunità degli italiani e con il
territorio circostante.
Alla semplice compilazione delle ricerche già fatte ho preferito lo svolgimento di ricerche
personali, che si concentrano sugli aspetti a mio avviso più interessanti per l’opinione
pubblica pratese, e tuttavia da questa più sconosciuti. E’ ovvio, dunque, che l’aspetto
dell’imprenditoria tessile cinese e dei suoi effetti sul distretto industriale costituisce il
punto di partenza dell’analisi; dall’economia, poi, ci si estende verso altri ambiti della
vita dei cinesi che, per quanto non direttamente influenti sulla società degli italiani,
possono comunque dare importanti spunti di riflessione. Così, eccettuate le parti in cui si
citano nelle note le fonti bibliografiche, tutte le informazioni contenute in questo libro
sono state ottenute tramite indagine sociologica, ovvero intervistando e stabilendo
contatti diretti con i soggetti coinvolti nelle dinamiche studiate
I risultati della ricerca sono stati per certi aspetti sorprendenti: non solo è stato possibile
avvicinare i protagonisti e le autorità della comunità cinese di Prato, ma più in generale la
penetrazione nel mondo degli immigrati è stata profonda e utile ad una comprensione
completa dei fenomeni. Gli intervistati sono stati disposti a raccontare le proprie vite, i
propri problemi e le proprie speranze, e non di rado durante l’indagine ho potuto stabilire
rapporti di cordialità o amicizia con alcuni immigrati. Per questo, la quantità di materiale
raccolto è stata enorme, e nel testo sono contenute non poche informazioni inedite che
potranno interessare anche gli addetti ai lavori e gli studiosi di sociologia o cultura
cinese.
Ovviamente, non potranno mancare errori o omissioni nella ricerca: ad esempio, sono
state volutamente trascurate questioni riguardanti l’inserimento scolastico dei giovani
immigrati, oppure le posizioni del mondo economico pratese rispetto all’imprenditoria
cinese. Nel primo caso, la mancanza è dovuta al fatto che Antonella Ceccagno ha già
pubblicato un libro che si concentra proprio sull’argomento giovani e scuola, e riprendere
questi temi già ampiamente ed esaurientemente studiati appariva come un inutile
sovrapposizione, e un arrogante riluttanza a riconoscere i meriti altrui. Non parlare del
dibattito dell’opinione pubblica italiana, invece, è stata una scelta di coerenza e di spazio:
lo studio della comunità cinese ha comportato uno sforzo di per sé imponente, e non c’è
stato modo di trattare anche l’altra metà della questione. Io, da italiano, ho voluto studiare
i cinesi; sarebbe bello se un cinese si mettesse a studiare il nostro mondo, e facesse luce
su aspetti e contraddizioni di noi stessi che, chiusi come siamo nella nostra cultura nostro
modo di pensare, da soli non riusciamo a notare.
Questo lavoro, insomma, non ha nessuna pretesa di essere totale o definitivo: anzi,
essendo forse unico nel suo genere, possiede la virginea ingenuità dell’opera prima, e
potrà essere integrato da critiche, studi e arricchimenti successivi, magari condotti con
mezzi più imponenti di quelli con cui è stata svolta la mia ricerca. E tuttavia, ciò non
vuole dire affatto che le informazioni contenute siano incomplete, parziali o addirittura
errate: i risultati delle indagini sono sempre stati provati prima di essere messi per
iscritto, e quando sono fatte delle supposizioni o enunciate posizioni personali,
l’ipoteticità delle affermazioni è espressa chiaramente e queste non sono mai confuse con
i fatti oggettivi.
Tra molte innocue pagine di questo libro ve ne sono alcune in cui si parla di temi forti,
scomodi e talvolta persino denunciatari: anche di queste, però, è stata provata la
veridicità, visto che in ogni momento ho tentato di attenermi quanto più possibile
all’ideale obiettivo della mia ricerca, la cosiddetta verità. Per questo, mi prendo totale
responsabilità delle affermazioni fatte, senza ritrattare né ridimensionare nulla di ciò che
ho scritto.

Il cuore del lavoro si compone di quattro capitoli: ognuno di questi è titolato da una frase
o da un proverbio cinese, opportunamente spiegato nelle pagine seguenti e che costituisce
l’ideale filo narrativo di ciascuna parte.
Il primo capitolo introduce la situazione dell’immigrazione cinese a Prato dai suoi
primordi fino ad oggi, e raccoglie le statistiche ed i numeri ufficiali sulla comunità cinese
e sulle sue attività economiche. Questi dati generali sono consultabili da chiunque
mediante accesso agli archivi anagrafici del Comune di Prato, ma anche e soprattutto
grazie agli annuari del Centro Ricerche e Servizi per l’Immigrazione del Comune di
Prato, che dal 1997 al 2005 ha ordinato e catalogato le statistiche in validi e precisi
compendi. Ai dati specifici sulla situazione di Prato, inoltre, si aggiungono informazioni
più generali sulla congiuntura economica degli ultimi anni, e sulle tendenze
dell’imprenditoria immigrata a livello nazionale e locale. Per ottenere queste
informazioni sono stati invece utilizzati i risultati della ricerca Excelsior dell’Unione
delle Camere di Commercio, Artigianato ed Industria, consultabile anch’esse facilmente
sul web o in versione cartacea in annuari che vanno dal 2002 ad oggi. La grande
maggioranza di questi dati è consultabile via internet, ed indicazioni per visionare le
pagine web sono date in bibliografia.
A partire dal capitolo seguente, invece, si espongono i risultati della ricerca vera e
propria. Il secondo capitolo, in particolare, si sofferma sul mondo dell’economia tessile
cinese, sulle sue stratificazioni imprenditoriali e lavorative e, sebbene in misura minore,
sulle sue relazioni con il distretto tessile italiano.
Il terzo capitolo costituisce una sorta di “pausa” alla serietà degli argomenti trattati, e
descrive le questioni riguardanti la religione e la spiritualità dei cinesi immigrati a Prato.
Come si vedrà, un argomento interessantissimo, ma che forse non influisce
immediatamente sulla vita degli italiani nella città toscana.
L’ultimo capitolo, al contrario, tratta la questione più spinosa riguardo all’immigrazione
cinese sul territorio: la segretezza della comunità, l’illegalità e in generale tutti i fenomeni
che minacciano l’ordine pubblico e la sicurezza tra le vie della Chinatown.
Durante la narrazione sono usati termini cinesi per definire concetti intraducibili in
italiano; i termini più importanti o usati più frequentemente sono tradotti nel glossario in
fondo al libro, insieme con una breve spiegazione del contesto culturale in cui ogni parola
cinese si colloca.
Come si è già detto, la ricerca sul campo è stata svolta mediante interviste o
conversazioni con i soggetti interessati, compiute con metodo e ordine a discrezione
dell’autore. Per i contatti con la comunità cinese è stato utilizzato un interprete, Lin Jie,
studente del Liceo Scientifico Statale “N. Copernico” di Prato, e prescelto in virtù delle
sue spiccate doti di analisi, oltre che ovviamente per la sua competenza linguistica e per il
fatto di appartenere personalmente alla comunità studiata. Lin Jie è stato fondamentale
per la riuscita stessa della ricerca, perché ha potuto fornire un’insostituibile mediazione
culturale – oltre che linguistica – e, grazie alle spiegazioni personali dei fenomeni
studiati, un interessantissimo sguardo dall’interno sulla comunità cinese. Le interviste
sono state condotte in cinese mandarino e, dove non possibile, nel dialetto della città di
Wenzhou; in alcuni casi, poi, è stato possibile tenere una conversazione in italiano, o in
inglese, ed in questi casi mi sono incaricato personalmente dell’intervista, se pur sempre
in presenza dell’interprete.
Per la scelta del campione da intervistare ci si è avvalsi: di una scelta di soggetti
rappresentativi – quando è stata possibile la selezione tra molti soggetti disponibili ed
avvicinabili; di una scelta di convenienza – quando l’intervista di alcuni soggetti rispetto
ad altri è parsa più semplice, più conveniente o meno invasiva; o di un metodo
meramente aleatorio – se non esistevano elementi per preferire alcuni soggetti rispetto ad
altri. Includendo tutti i soggetti considerati, sono state svolte più di 300 interviste: tali
numeri non sono precisabili perché non tutte le interviste hanno potuto essere condotte in
maniera ortodossa, registrando immediatamente le risposte. In molti casi, infatti, le
persone avvicinate si sono mostrate riluttanti a rispondere, ed un contatto è stato possibile
solo una volta garantita loro la completa informalità ed oralità del colloquio. In ogni caso,
tutte le interviste sono state anonime, e non vi è stata alcuna forzatura da parte nostra
affinché gli intervistati dicessero più di quanto essi stessi non fossero disposti a svelare.
Fortunatamente, le risposte fornite dagli intervistati sono state nella stragrande
maggioranza coerenti, motivate o supportate dall’evidenza, e questo ha fatto sì che le
verità rivelate e confermate fossero nel loro insieme credibili. Sono state scartate solo
affermazioni clamorosamente improbabili o totalmente indimostrabili; tutte le altre
informazioni che si distaccavano dalla linea generale individuata sono state considerate
come naturali divagazioni dalla normalità, dovute alle peculiarità del soggetto o della
dinamica studiata.
In linea generale, sono stati segnalati dei trend ogni volta che le risposte apparivano
simili nel 50-70% dei casi; il grande numero delle interviste – per alcuni fenomeni siamo
giunti ad intervistare fino al 20% del totale delle manifestazioni - ha reso giustificabili le
generalizzazioni fatte. Come sempre avviene, per quasi ogni regola enunciata sono
esistite delle eccezioni, o testimonianze non totalmente in linea con i principi dati;
tuttavia, le più lievi sono state ritenute stratificazioni fisiologicamente proprie di una
comunità complessa e variegata come quella studiata, e non rilevanti abbastanza da
mettere in discussione l’intero impianto di analisi che si era creato. Quelle più consistenti
o degne di nota, invece, sono menzionate nel lavoro subito dopo il trend enunciato.
E’ opportuno ripetere che gli intervistati si sono quasi sempre aperti e disponibili al
colloquio. A favore di ciò hanno giocato il fatto che Lin Jie fosse un membro della
comunità, e talvolta persino un conoscente dell’intervistato, ed il fatto che io e
l’interprete fossimo entrambi di età molto giovane, e dunque eravamo considerati meno
offensivi o importuni dagli intervistati. Insomma, abbiamo sempre tentato di creare
un’atmosfera informale durante le interviste, e questo ci ha permesso una notevole
capacità di accesso alle dinamiche e alla vita della comunità cinese. E’ possibile,
ovviamente, che questa scarsa maturità abbia anche apportato degli effetti negativi alla
ricerca; in ogni caso, però, non si ho mai avuto l’impressione che il mio interprete o io
stesso non fossimo all’altezza, o non dotati di sufficienti strumenti di analisi, per portare a
termine il compito preposto.
Infine, il lavoro finito non è stato visionato né discusso con Lin Jie, quindi ritengo di
poter sollevare il mio interprete da responsabilità riguardanti il taglio, la forma o
l’obiettivo con cui le informazioni sono state espresse.

In appendice a questa nota metodologica, desidero ringraziare le persone che hanno reso
possibile l’indagine e il suo buon esito: in primo luogo la professoressa Antonella
Ceccagno, per la disponibilità ad un colloquio e ad uno scambio di informazioni e,
ovviamente, per aver creato con le sue ricerche “terreno fertile” per le attività svolte; la
professoressa Assunta Nappi, per la correzione in itinere ed i preziosi consigli dati; la
professoressa Elisabetta Rotino, per il supporto metodologico; le autorità e personalità
italiane e cinesi che hanno acconsentito ad un’intervista con l’autore, Andrea Frattani,
Assessore alla Multiculturalità del Comune di Prato, il presidente dell’Associazione
d’Amicizia Italia-Cina di Prato, il segretario della sezione di Prato dell’Associazione
Generale di Commercio Italo-Cinese, il presidente dell’Associazione Amici del Fujian, il
direttore della Chiesa Evangelica Cinese di Prato e Samuele, studente seminarista e suo
portavoce, il segretario dell’Associazione Buddista di Prato; la comunità cinese di Prato
nel suo insieme, per essersi dimostrata aperta e disponibile nel raccontare le proprie storie
e, talvolta, persino la propria intimità.
Infine, e con un accento particolare, ringrazio Lin Jie, per la costanza, la dedizione e la
partecipazione intellettuale e setimentale con cui si è dedicato al mio supporto, e per aver
compiuto per primo quei grandi passi di mediazione e di dialogo che sono necessari per
l’integrazione tra italiani e cinesi, motivo fondamentale che fa da sfondo non solo a
questo lavoro, ma anche alla mia personale vocazione personale e professionale.
Benvenuti a Prato?
欢迎光临普拉托?

Benvenuti a Prato. Prato, terza città del centro Italia per popolazione dopo Roma e
Firenze, ma ultima per estensione del territorio provinciale, capoluogo di un lembo di
colline toscane ritagliate tra i domini di città più patinate e importanti. Troppo vicina a
Firenze per poter acquisire una personalità propria, troppo grande ed importante perché
potesse essere semplicemente risucchiata dalla gigantesca stazza della città culla
dell’arte. Prato, ridente capoluogo di provincia dell’Italia più profonda, quella dei centri
storici, del buon cibo e della terza età; e non a caso, è seconda città in Italia per
aspettativa di vita, e le ragioni non sono difficili da capire, per chi legge sulle riviste da
spiaggia i vantaggi della dieta a base di aria pulita, vino rosso e olio extravergine d’oliva.
Ma non c’è solo questo: Prato accoglie un enorme numero di immigrati, che la rendono la
città con la più alta densità di abitanti extracomunitari del paese –il 14,7%-. Tra questi, la
comunità cinese si distingue senza dubbio per dimensione ed impatto sociale: più di
diecimila cinesi sono regolarmente registrati agli anagrafi, ed il loro numero sembra
aumentare inesorabilmente con lo sviluppo delle attività economiche degli immigrati e la
loro integrazione nel tessuto sociale. Un abitante su sei, a quanto pare, è straniero, e uno
su dieci cinese, e questo è facilmente apprezzabile anche solo con una passeggiata per le
vie del centro, dove ogni fine settimana nutriti gruppi di cinesi si mischiano in egual
numero agli italiani per lo stesso voluttuoso obiettivo, lo shopping domenicale.
Davanti a questa immigrazione in massa, le istituzioni si sono dovute attrezzare, e il
Comune di Prato ha predisposto non pochi servizi per i nuovi concittadini stranieri:
assistenza in lingua, facilitazioni per l’integrazione scolastica e cartelli bilingui, ed è
giunto persino a riservare un dipartimento unicamente all’immigrazione e alla gestione
delle sue problematiche, l’Assessorato alla Multiculturalità. Così, pur con il grande
numero di extracomunitari il livello di criminalità non si è innalzato, e rimane anzi
piuttosto basso per una città di quasi duecentomila abitanti; e, nonostante la fiumana di
nuovi studenti immigrati nelle scuole del territorio, nel 2006 a Prato è stata riconosciuta
la più alta qualità dei servizi scolastici a livello nazionale. Già si vedono ragazzi cinesi
che parlano perfettamente italiano –e perfino con un sorprendente accento toscano-, che
frequentano le scuole fino alla fine del liceo ed oltre, che appaiono perfettamente integrati
tra i coetanei e nella società italiana.
Insomma, anche nell’eccezionalità del suo fenomeno migratorio, Prato ha sviluppato
politiche di successo, confermando l’alta qualità della vita che caratterizza il territorio, e
forse costituendo persino un esempio di integrazione multiculturale per le altre grandi
città di immigrazione, dove il rapporto tra gli autoctoni e gli stranieri ha assunto invece
un carattere talvolta molto più vicino allo scontro di civiltà.
E tuttavia, esiste un’altra faccia di questa dorata medaglia. Prato è una città di medie
dimensioni, che è stata soggetta ad un impatto di immigrazione della stessa portata di
quello che potrebbe subire una metropoli di milioni di abitanti; e questo, ovviamente, ha
portato e porta tuttora inevitabili squilibri nella composizione e nei rapporti della società
pratese. Già oggi, infatti, l’afflusso di immigrati è il principale stimolo alla crescita
demografica, e compensa il tasso di natalità prossimo allo zero della popolazione
autoctona. Gli italiani, come si sa, non fanno più figli; e questo a causa dell’incertezza del
mondo moderno e delle difficoltà finanziarie, ma anche per la precarietà delle nostre
strutture familiari, che sono sempre più piccole e di sempre più breve durata. Così,
mentre la comunità italiana invecchia in modo continuo ed implacabile, gli immigrati
sono più giovani, più fertili e contribuiscono in maniera molto più rilevante al
rimpinguamento della popolazione locale.
La maggioranza degli immigrati ha meno di trentacinque anni, forma strutture familiari
stabili e di media grandezza –due figli in media- che, se paragonate alle flebili prospettive
procreative degli italiani, delineano un bilancio demografico decisamente “a vantaggio”
degli stranieri. Questo disequilibrio è ancor più evidente se si considera la comunità
cinese, perché di gran lunga la più consistente, e anche perché nella comunità cinese i
matrimoni sono quasi sempre celebrati tra connazionali; così, il contrasto tra cinesi che
aumentano e italiani che diminuiscono e si fanno sempre più vecchi si fa stridente, e
molto preoccupante per i difensori dell’omogeneità culturale degli italiani.
Eppure, non è solo un problema di sopravvivenza etnica. Per quanto ci siano stati sforzi
da una parte e dall’altra, l’integrazione degli immigrati è ancora una prospettiva lontana:
la comunità cinese, in particolare, vive ancora ghettizzata ed isolata dal resto della
popolazione, e per ogni giovane cinese integrato ci sono cinque, dieci cinesi in età
avanzata che non parlano la lingua italiana, che non hanno rapporti con gli autoctoni e
che non di rado vivono secondo regole diverse da quelle dettate dalla morale e dalla legge
italiana. Per queste ampie fasce di extracomunitari l’accesso alla vita “normale” degli
italiani è molto difficile, se non impossibile: alle differenze linguistiche si sommano
diversità ben più profonde, di tipo culturale, sociale, economico, che rendono la
possibilità di dialogo tra queste due comunità estremamente difficili, e forse riservato al
ridotto gruppo dei giovani immigrati cinesi che, seppur mantenendo le radici familiari
nella cultura cinese, sono anche ben inseriti nel mondo degli italiani. E così, la mancanza
di dialogo ha generato l’incomprensione tra questi due mondi tanto vicini fisicamente
quanto remoti culturalmente, l’incomprensione ha portato alla perdita del controllo sulla
comunità cinese da parte delle autorità, ed infine la mancanza di controllo ha
inevitabilmente provocato sospetto e paura negli italiani, i quali vedono zone ed attività
economiche della propria città invase da estranei sconosciuti e poco controllabili.
Il timore, insomma, è che questa crescita incontrollata e imperscrutabile della comunità
cinese porti alla creazione di due separate società, una italiana ed una straniera, che
vivano vite parallele e distinte, parlino lingue incomprensibili l’una all’altra e persino
facciano riferimento ad autorità e norme di comportamento diverse ed incompatibili. E il
fatto che la comunità italiana sia in contrazione numerica e quella cinese, invece, in
continua espansione, contribuisce a rendere questa prospettiva ancora più funesta ed
indesiderabile.
Oltre a questo, vi è un aspetto molto particolare nel fenomeno migratorio cinese a Prato,
che per la stragrande maggioranza dei pratesi costituisce anche la preoccupazione
maggiore riguardo all’immigrazione in città: il settore economico in cui i cinesi si sono
inseriti. In linea di massima, gli immigrati tendono ad inserirsi in ambiti produttivi
disagevoli e marginali che, per il fatto di essere scartati dagli autoctoni, non presentano
motivi di concorrenzialità –e dunque attrito- con la popolazione locale1. Questo, ad
esempio, avviene con gli immigrati albanesi, i quali tendono –ovunque in Italia e anche a
Prato- a lavorare nel settore edile, e soprattutto come manovalanza; un tipo di attività
sempre meno diffusa tra gli italiani, e quindi estremamente richiesta sul mercato.
Al contrario, la penetrazione lavorativa della comunità cinese a Prato si è concentrata
proprio nel settore tradizionalmente caratteristico dell’economia della zona, ovvero
l’industria tessile. Fin dalla prima ondata migratoria i cinesi si sono inseriti nell’economia
del territorio con imprese proprie, aggiungendosi o addirittura sostituendosi al novero
delle aziende italiane già esistenti; e ancora oggi, dopo vent’anni di presenza a Prato, gli
immigrati cinesi rimangono quasi esclusivamente impegnati nel settore tessile, e ancora
con imprese etnicamente definite ed isolate dal sistema produttivo italiano.
Gli effetti di questo inserimento sono stati molto dibattuti dall’opinione pubblica, e
tuttora i giudizi espressi a riguardo sono stati piuttosto controversi: il nuovo fenomeno
dell’economia cinese, infatti, si è spesso confuso con trasformazioni dell’economia tessile
pratese che affondavano le loro radici nei decenni precedenti, e non è facile capire se gli
immigrati abbiano avuto un impatto diretto sulla produzione del territorio, o se abbiano
solamente velocizzato con il loro arrivo dei processi che erano già in incubazione, e che
si sarebbero verificati comunque, con o senza cinesi. Sta di fatto, però, che pochi anni
dopo l’arrivo degli immigrati –e cioè a partire dagli ultimi anni ’90- l’economia tessile
della città ha conosciuto una fase di crisi, più profonda ancora di quella che aveva
interessato il distretto nel decennio precedente, e che da questa situazione di recessione il
sistema produttivo locale ancora stenta a risollevarsi. D’altra parte, invece, il numero di
immigrati ed imprese cinesi è cresciuto costantemente negli anni, dando l’impressione
generale che il nuovo tessile cinese fosse florido e in espansione.
Una così evidente concomitanza di eventi non poteva rimanere inosservata dall’opinione
pubblica, e specialmente in una piccola città provinciale che non aveva mai avuto
esperienza di fenomeni migratori o di convivenze multiculturali. Per questo, la nuova
imprenditoria cinese poté facilmente essere additata a causa diretta della crisi del tessile

1
Vedi Hoffman-Novotny, Soziologie des Fremdarbeitsproblems (1973 Weinheim, Stuttgart)
italiano, e i successi delle imprese cinesi a danno delle aziende tradizionali pratesi hanno
acuito ulteriormente la frustrazione di molte frange della cittadinanza rispetto a quella che
iniziò ad essere avvertita come “minaccia cinese”.
Ora, che questi successi dell’economia cinese o fallimenti dell’economia nostrana siano
stati veri o presunti, e che il legame tra i due femoneni sia così logico e diretto, è tutto da
dimostrare, ma per ora basti sapere che l’opinione pubblica ha sviluppato negli anni una
progressiva insofferenza nei confronti degli immigrati cinesi; insofferenza che, per
quanto non sostenuta da prove reali a riguardo, è sicuramente giustificata dall’aria di
malessere che si respira negli ambienti economici pratesi. Non è quindi il caso di
soffermarsi sui toni del dibattito locale, che sono perfettamente comprensibili anche nelle
loro manifestazioni più violente e xenofobe: dopotutto, Prato è e rimane una piccola
comunità provinciale, e davanti ad una “invasione” migratoria così massiccia persino la
città più multiculturale ed aperta avrebbe avuto delle fondate riserve.
Nonostante questo, se ci si avvicina al problema dei cinesi a Prato con occhio critico ed
imparziale, ci si potrà subito rendere conto che le informazioni su cui si costruiscono
queste riserve non sono chiare né complete. Nel dibattito giornalistico locale, nelle
discussioni da bar o nel chiacchiericcio di strada, la parola “cinesi” ha assunto una
ricorrenza frequentissima, fino ad assumere un valore proverbiale o a essere elevata nel
pantheon delle imprecazioni colorite che caratterizzano la parlata toscana; ma, se tutti ne
parlano, ben pochi hanno una reale conoscenza di chi questi cinesi di Prato siano, di
quanti siano, di cosa effettivamente facciano e, soprattutto, del perché dei poveri
immigrati siano riusciti a scalzare in così breve tempo un sistema industriale antico di due
secoli, e ad assumere il controllo dell’economia tessile locale in modo inevitabile.
Molte delle critiche dei sostenitori del provincialismo economico sono certamente
fondate, e ruotano intorno al fatto che le aziende cinesi riescono ad essere
schiacciantemente competitive grazie a condizioni lavorative che invece non sono
applicabili dalle imprese italiane, per restrizioni sindacali, legali e perfino culturali.
Certamente, questo fenomeno è diffuso anche a Prato, e talvolta con portata persino più
grande di quanto si pensi, come si dirà nei prossimi capitoli.
E tuttavia, queste convinzioni sono state più che altro importate da analisi generali
sull’economia globalizzata, sugli effetti dell’emergente “tigre cinese” sul sistema
macroeconomico mondiale, e sono state applicate alla situazione di Prato dando per
scontato che anche i piccoli imprenditori immigrati si comportino come i giganti
capitalisti dell’Asia Orientale. Eppure, siamo sicuri che tutti gli immigrati cinesi a Prato
abbiano agito ed agiscano allo stesso modo? E se tale situazione è sempre stata così
evidente e dilagante, com’è possibile che le autorità locali non abbiano mai ritenuto
opportuno intervenire per fermare un sistema produttivo così scorretto e nocivo, magari
negli anni iniziali dell’immigrazione, quando arginare il fenomeno poteva essere
semplice ed efficace? Ovvero, com’è possibile che per anni il fenomeno
dell’immigrazione cinese non abbia destato alcuna preoccupazione o protesta diffusa?
Domande di questo tipo sorgono quotidianamente nella mente del pratese medio: da un
lato, ci si preoccupa per la propria città e la propria sfera personale, e ci si chiede se la
massiccia immigrazione cinese a Prato non possa portare un giorno a maggiore
criminalità, a rischi per la propria attività economica –di qualunque tipo essa sia-, ad un
degrado dell’alto livello di vivibilità che la città oggi gode. Dall’altro, invece, sorgono dei
dubbi più maliziosi, e ci si domanda come un giorno l’opinione pubblica si lanci in
attacchi all’unisono verso i cinesi e l’impatto socio-economico devastante prodotto sul
territorio, mentre il giorno dopo autorità locali e forze produttive si possano vantare
tronfiamente di accordi economici con la Cina o rappresentanti della comunità; e in casi
come questi si ha l’impressione che la posizione anti-immigrazione sia in realtà
propaganda di facciata, e che non pochi invece traggano vantaggio dalla presenza dei
cinesi sul territorio.
Il problema cinesi a Prato, insomma, sembra non essere semplice affatto, e proprio per
questo potrebbe anche non avere un’unica spiegazione o un’unica soluzione. Nel mezzo
di questo confuso dibattito, però, l’unica cosa che appare certa è che dei cinesi di Prato
nessuno abbia sufficiente conoscenza, e che prima di trarre conclusioni in proposito
potrebbe essere utile avvicinarsi un po’ di più all’oggetto di questo tanto parlare.
Iniziamo dunque dall’inizio, parlando dell’evoluzione dell’immigrazione in città dai suoi
inizi ai suoi sviluppi più recenti.
Breve biografia dei cinesi di Prato

L’immigrazione cinese a Prato ha avuto inizio nel Maggio 1987, con il primo gruppo di
quattro cinesi registrati all’anagrafe residenti del Comune. Il perché si siano stabiliti
proprio a Prato è difficile da stabilire, e in realtà un problema come questo non ha vero
senso nella mentalità cinese: la maggior parte del mondo orientale, infatti, ha un’idea
piuttosto vaga e pragmatica del resto del mondo e, se spinto a lasciare il luogo natale, un
cinese non ha alcuna preferenza riguardo a spostarsi in uno o un altro luogo nel globo,
anche perché la sua migrazione è in ogni caso votata al ritorno in patria prima della
morte.
Così, l’emigrante si stabilisce indifferentemente dove trova delle condizioni economiche
e di accoglienza favorevoli; poi, visto che è più facile insediarsi in una comunità dove sia
già presente una popolazione cinese, i nuovi arrivati tendono a seguire l’esempio dei
connazionali, e ad unirsi ai nuclei di immigrazione già formati. In questo modo si sono
formate nel tempo tutte le grandi Chinatown di oltremare, e in questo modo si è formata
anche la comunità cinese di Prato.
Si può immaginare, però, che i cinesi di Prato siano stati originariamente una costola del
gruppo di immigrati della vicina Firenze, da cui si sono staccati dando vita ad un nuovo
focolaio di migrazione. Il fenomeno migrativo cinese a Firenze, infatti, si è sviluppato in
tempi ben più lontani, e già alla metà degli anni ’80 era presente una consistente
comunità di immigrati provenienti dalla Cina Popolare, che si erano insediati nella zona
di Brozzi al confine ovest della città. Già a Firenze, inoltre, questi cinesi si erano
concentrati nell’attività tessile a livello artigianale; è dunque ragionevole pensare che
molti siano stati attratti dalle opportunità lavorative del distretto tessile pratese, che in
quegli anni presentava grandi margini di sviluppo, specialmente nel settore delle
confezioni, e per questa ragione si siano spostati nella vicina città.
Si aggiunga, poi, che Firenze, da città importante e famosa internazionalmente quale è,
ospitava già un gran numero di immigrati che si concentravano su molteplici attività
economiche, e questo rendeva la competizione per l’insediamento più forte e sparpagliata
tra le varie etnie; Prato, al contrario, era totalmente sconosciuta a qualsiasi fenomeno
migrativo, e il “vergine” territorio poté apparire particolarmente attraente per gli
immigrati cinesi. Ulteriore conferma a questa ipotesi di provenienza è il fatto che il
numero degli immigrati cinesi a Firenze si è progressivamente stabilizzato nel corso degli
anni ’90 a fronte, invece, di vertiginosi aumenti del numero dei cinesi di Prato; molti dei
migranti nella piana fiorentina, dunque, sono stati incanalati nella comunità pratese
invece di stabilirsi nel capoluogo di regione o in altre zone della Toscana del nord.
Come avevano fatto a Firenze nella zona periferica di Brozzi, anche a Prato gli immigrati
cinesi si concentrarono tutti in un’area ristretta della città, dove potessero formare un
proprio centro cittadino senza porsi in contrapposizione con la popolazione autoctona:
questa area fu trovata nel quartiere di San Paolo, che proprio nel corso degli anni ’80 era
stato soggetto ad un certo spopolamento da parte degli italiani e, per questo, fondi e
abitazioni erano disponibili a prezzi convenienti per i nuovi arrivati. San Paolo è un
quartiere popolare storico della città, in cui si concentrava gran parte delle botteghe
artigianali che formavano la struttura micro-industriale del distretto tessile di Prato: con
la prima crisi del tessile degli anni ’80, molti di questi fondi si erano liberati, e l’intero
quartiere aveva perso quell’importanza economica ed abitativa che invece aveva avuto
nel dopoguerra, ovvero negli anni d’oro del tessile pratese. I cinesi poterono così
stabilirvisi senza problemi e senza proteste di proprietari e opinione pubblica i quali, anzi,
furono contenti che un area in decadenza potesse trovare nuovo impulso e nuovo mercato
negli immigrati: in particolare, i cinesi si concentrarono intorno a via Pistoiese, la via
principale del quartiere, in una posizione urbanisticamente conveniente perché appena
fuori dalle mura della città vecchia.
L’immigrazione a Prato non fu compatta solo in quanto a distribuzione nella città, ma
anche e soprattutto per la composizione omogenena dei cinesi giunti sul territorio pratese:
tutti i primi immigrati, infatti, provenivano dalla stessa zona della cina, la municipalità di
Wenzhou. Wenzhou è un importante città costiera della provincia dello Zhejiang, nella
Cina centro-meridionale; lo Zhejiang, pur essendo una delle regioni interessate dai primi
esperimenti di apertura del mercato economico di Deng Xiaoping degli anni ’80 –e
dunque una delle più ricche del paese-, è da sempre il principale bacino di emigrazione
cinese, tant’è che tuttora la maggior parte dei cinesi immigrati in Europa proviene da
questa regione, e segnatamente dalla zona di Wenzhou.
I motivi dell’immigrazione dei wenzhounesi –così d’ora in poi chiamerò i cinesi di
Wenzhou- sono rappresentativi delle loro caratteristiche culturali: più che per difficoltà
economiche o per questioni politiche, infatti, gli emigranti di Wenzhou lasciano la Cina
spinti dal desiderio di arricchirsi e, come si è detto, dalla speranza di tornare in patria da
benestanti prima della morte. L’impulso all’arricchimento –in cinese facai (ma letto come
se fosse fazai)- è stata la principale ragione per cui i wenzhounesi sono immigrati a Prato,
e si concilia perfettamente con lo spiccato spirito imprenditoriale di cui i cinesi di questa
regione sono dotati: molti immigrati, poi, giunsero in città già con alcuni risparmi, e
questo permise loro di avviare fin da subito delle attività economiche, e così cominciare
da subito la “scalata” verso la ricchezza.
I wenzhounesi insediatisi a Prato iniziarono a richiamare familiari, parenti e conoscenti
sul territorio; e, visto che nei primi anni le condizioni per l’immigrazione erano molto
favorevoli, la comunità si poté stabilire praticamente indisturbata. Fino al 1990, infatti,
non vi erano in Italia regolamentazioni per l’imprenditoria straniera a livello nazionale,
perché l’immigrazione sul territorio era un fenomeno ancora sconosciuto e mancavano gli
strumenti politici per analizzarne e controllarne gli effetti; grazie a questo vuoto
legislativo, gli immigrati potevano aprire attività economiche senza alcun vincolo e quasi
senza controllo. E se immigrati di altre nazionalità si limitarono al lavoro dipendente,
perché sprovvisti di mezzi economici e motivazione culturale, i cinesi –dotati di grande
senso degli affari- poterono approfittare largamente di questa situazione, ed iniziarono a
creare le prime botteghe artigianali di confezione di vestiario.
Al tempo degli eventi narrati, inoltre, a Prato non era stata ancora riconosciuto lo status di
provincia autonoma, e politicamente la città dipendeva ancora da Firenze; questo ridusse
la capacità di azione delle autorità locali in quanto, almeno rispetto alla già formata
comunità di Firenze, gli immigrati pratesi apparivano numericamente insignificanti e
perciò indegni di politiche di ampio respiro.
Nei primi anni, insomma, l’immigrazione cinese a Prato avvenne quasi in sordina: essa
aveva un carattere prettamente familiare ed informale, ed era limitata a gruppi di
conoscenti che si spargevano la voce, convincendo nuovi affiliati ad approfittare delle
opportunità favorevoli che si presentavano nella zona in quegli anni. Da un lato, questo
fece sì che la crescita iniziale del numero dei cinesi fosse non troppo sostenuta, ma
piuttosto si sviluppasse a livello di ramificazioni di conoscenze: una persona chiamava
un’altra persona, un’altra due, da due a quattro e così via, ma senza sviluppare afflussi di
massa, tant’è che dopo quattro anni i cinesi a Prato erano ancora meno di quattrocento, e
di questi una buona parte proveniva ancora dall’area di Firenze. D’altra parte, il carattere
familiare della prima immigrazione rese la comunità cinese estremamente compatta al
suo interno, perché tutti gli immigrati erano uniti da legami di conoscenza, e provenivano
tutti dalla stessa città, ovvero da Wenzhou: si venne così a creare il “nocciolo duro” della
comunità cinese di Prato, formato da wenzhounesi socialmente coesi ed economicamente
integrati, che avevano potuto aprire un’attività economica in tempi non sospetti e che in
larga misura sono ancora residenti in città, ma ora con attività ben più redditizie e
strutturate.
La grande omogeneità della prima immigrazione è particolarmente importante, non solo
perché su questo drappello di “padri fondatori” si è costruito un processo di migrazione di
enorme portata, ma anche e soprattutto perché spiega la tradizionale chiusura della
comunità cinese di Prato, la quale ha potuto –e per certi aspetti può ancora- esaurire nella
sua rete di relazioni interne tutti i suoi bisogni e le sue dinamiche. Questo concetto di
relazione –in cinese guanxi- è fondamentale per capire moltissimi dei processi che
riguardano la società e l’economia dei cinesi, in patria come di quelli immigrati: esso
verrà spiegato progressivamente con il procedere della narrazione, ma per ora basti
sapere che ora come all’inizio dell’immigrazione a Prato, i cinesi che dispongono di
queste relazioni possono avere successo economico ed integrazione sociale, e che i primi
wenzhounesi –coloro che, cioè, queste relazioni le hanno create- sono ancora quelli che
hanno il potere sociale e politico più grande all’interno della comunità.
Per i primi dieci anni l’immigrazione cinese a Prato mantenne le stesse caratteristiche e lo
stesso meccanismo di funzionamento: un cinese già residente a Prato riusciva ad aprire
un’attività in proprio, magari riscuoteva discreti successi nel suo lavoro sul territorio, e
per questo decideva di chiamare qualche altro familiare per renderlo partecipe della
congiuntura favorevole. Questi nuovi migranti potevano provenire direttamente dalla
Cina ma anche da altre regioni d’Italia e d’Europa: oltre a Firenze, soprattutto Milano e la
Francia erano le zone di partenza dei cinesi già emigrati dalla madrepatria. Ed essi, come
si è detto, erano soprattutto cinesi di Wenzhou: nel 1996, infatti, ancora il 97% degli
immigrati aveva nella provincia dello Zhejiang il suo luogo di origine.
A partire dal 1997-1998 circa, tuttavia, l’afflusso migratorio ha conosciuto una sensibile
accelerata: essa fu trainata, oltre che dal consueto fenomeno di richiamo di conoscenti,
dall’arrivo in città di un nuovo gruppo di immigrati, provenienti dalla regione del Fujian
invece che da Wenzhou come la totalità dei cinesi pratesi. Il Fujian è una provincia
limitrofa a quella di Wenzhou, lo Zhejiang, anch’essa affacciata sul mare e anch’essa
interessata dall’apertura del mercato negli anni ’80; due zone molto vicine storicamente e
geograficamente, insomma, a cui fanno riferimento tratti culturali piuttosto simili e
persino un dialetto affine.
Nonostante ciò, questi secondi immigrati presentavano –e presentano ancora-
caratteristiche molto diverse dai connazionali wenzhounesi. A differenza dei cinesi dello
Zhejiang, gli immigrati di Fujian provenivano dalle zone dell’entroterra della provincia:
zone economicamente più arretrate, in cui la motivazione all’emigrazione era la povertà
dilagante, e l’assenza di prospettive sul territorio, e non le mire di ricchezza facile. Se
prima di emigrare i wenzhounesi avevano già un decoroso livello economico –non pochi,
infatti, possedevano un esercizio commerciale in Cina o comunque avevano un lavoro
stabile-, gli emigranti del Fujian erano nella stragrande maggioranza disoccupati o in
condizioni di indigenza.
Questo, ovviamente, ha condizionato non poco lo status dei fujianesi nella comunità
cinese di Prato: non avendo i mezzi per avviare un’attività in proprio, essi sono stati
spinti a lavorare come operai nelle botteghe dei wenzhounesi, e solo molto dopo hanno
potuto iniziare ad aprire delle loro imprese. In questo modo, tra gli immigrati si è creata
una prima gerarchia, al cui livello più alto stavano gli imprenditori wenzhounesi, e ai
gradini più bassi gli operai fujianesi; e, come si vedrà presto, questa divisione non è
l’unica a scalfire la presunta compattezza della comunità cinese di Prato.
Tali stratificazioni sociali e lavorative sono andate di pari passo con l’aumento del
numero delle imprese, che hanno iniziato a richiedere sempre più lavoratori aumentando
di conseguenza il flusso migratorio verso la città. Nei primi dieci anni, infatti, il numero
delle imprese era limitato, ed i cinesi di Wenzhou potevano assorbire all’interno della
famiglia o del cerchio delle proprie conoscenze il bisogno di manodopera; dopo il boom
imprenditoriale, invece, iniziarono ad essere richieste competenze specifiche, operai
qualificati e personale più vario per far funzionare le aziende cinesi in numero e
dimensioni sempre crescenti. I fujianesi risposero perfettamente a queste esigenze, perché
la regione del Fujian ha una lunga tradizione di industria tessile, soprattutto nella zona di
Mingxi, da cui buona parte dei fujianesi proviene; molti nuovi immigrati, dunque,
avevano proprio le competenze tecniche e l’esperienza sul campo di cui gli imprenditori
wenzhounesi avevano bisogno.
Questo nuovo arrivo massiccio è registrato anche nelle statistiche ufficiali dell’anagrafe
del Comune di Prato, tanto che nei soli tre anni dal 1997 al 2000 il numero dei cinesi
residenti raddoppiò –arrivando a più di 2100 unità-; di questi, il 5% proveniva dalla
provincia del Fujian. Negli anni successivi questo trend di crescita massiccia è continuato
e si è perfino velocizzato: alle procedure ordinarie di regolarizzazione si sono sommate le
numerose sanatorie nazionali per gli immigrati irregolari dal 1996 al 2004, che
rispondevano alla necessità di certificare una situazione di immigrazione di massa in
Italia, che non era stata mai conosciuta nella storia del nostro paese.
Grazie alle sanatorie, moltissimi cinesi a Prato hanno potuto emergere dalla precedente
condizione di irregolarità, e questo ha portato a balzi notevoli nel numero degli immigrati
all’anagrafe: nel 2002 i cinesi registrati erano 3408, due anni dopo erano addirittura
raddoppiati fino a 6831, per giungere ai 10077 immigrati cinesi residenti degli ultimi dati
ufficiali alla fine del 2006. Sempre secondo queste statistiche, i cinesi di Wenzhou si
mantengono sempre oltre il 90% del totale e, anche se la diversificazione geografica degli
immigrati ha iniziato a toccare praticamente tutte le province della Repubblica Popolare
Cinese, i cinesi provenienti dalle regioni centro-meridionali dello Zhejiang e del Fujian
costituiscono ancora la stragrande maggioranza della comunità di Prato.
Numeri del genere sono di per sé impressionanti, perché descrivono la situazione di una
piccola comunità non di frontiera –la città di Prato-, in cui più del 5% della popolazione
residente proviene da un unico paese straniero, la Cina, e persino da una ristrettissima
regione di quel paese, la municipalità di Wenzhou. Volendo trovare un paragone, questo
singolare fenomeno assomiglierebbe molto alla colonizzazione dell’America da parte dei
puritani inglesi, in cui gruppi omogenei di coloni fondavano nel nuovo territorio delle
moderne riedizioni del loro luogo di origine: così nacque il New Hampshire, New York e
più in generale il New England. In questo senso, non stupisce affatto che a Maggio 2007
il sindaco di Wenzhou si sia recato proprio a Prato a visitare e stipulare accordi di
scambio con la “Nuova Wenzhou” tra le colline toscane.
Tuttavia, a qualunque cittadino pratese i dati delle statistiche ufficiali potranno non
sembrare troppo rappresentativi della realtà della comunità cinese di Prato: un solo
sguardo alle vie della città –e meglio ancora alle stradine della Chinatown- bastano per
capire che gli immigrati cinesi sul territorio potrebbero essere ben di più di quelli
ufficialmente registrati all’anagrafe, e che forse intere frange di cinesi non sono
contemplate nei dati resi pubblici per l’opinione pubblica. Sarebbe superfluo dire che il
fenomeno dell’immigrazione cinese clandestina esiste, e che ha una portata significativa
nel bilancio numerico della comunità e nelle sue relazioni: per non fare confusione
nell’analisi, però, e anche per non svelare subito tutte le informazioni a disposizione, di
numeri “ufficiosi” e di immigrazione illegale si parlerà nell’ultimo capitolo, non prima di
aver descritto minuziosamente il funzionamento della comunità e dell’economia dei
cinesi di Prato.
Quello che interessa, per ora, è che i dati ufficiali sono rappresentativi, se non della
totalità dei cinesi a Prato, almeno di un certo gruppo, cioè di quelli che hanno raggiunto
un livello economico e di integrazione tale da non temere un’esposizione totale al
controllo delle autorità. I dati ufficiali, infatti, fanno riferimento ai cinesi provvisti di
permesso di soggiorno ed iscritti ai registri sanitari, tributari ed eventualmente scolastici
del Comune.
Semplificando al massimo, il rilascio del permesso di soggiorno ad un immigrato è
condizionato al possesso di una residenza stabile, di un certo reddito e all’aver trascorso
un periodo piuttosto lungo sul territorio; e queste condizioni, come sarà comprensibile,
non sono facili da ottenere, specialmente per un immigrato che è costretto a lavorare
come operaio dipendente, magari in una fabbrica gestita a sua volta da immigrati. Per
questo, i cinesi che riescono ad emergere e ad ottenere un permesso sono soprattutto
cinesi di Wenzhou, che siano presenti sul territorio già da molto tempo con un’azienda
propria, o che comunque siano dotati di relazioni utili per il conseguimento delle
condizioni necessarie per la regolarizzazione –le guanxi di cui si è parlato prima-. Di
queste guanxi, i cinesi non wenzhounesi sono di solito sprovvisti, perché non hanno
nessun legame di parentela, di conoscenza o di affinità geografica con i cinesi già
presenti sul territorio i quali, come si è visto, provengono in maggioranza da Wenzhou. E,
non potendo aprire una propria azienda perché emigrati dalla Cina senza risparmi, sono
costretti a lavorare per wenzhounesi in maniera più o meno sommersa, e senza comunque
essere censiti nei dati ufficiali.
Per questo motivo, nelle statistiche ufficiali i cinesi di Wenzhou sono ancora la
stragrande maggioranza nella comunità di Prato anche se, forse, questa egemonia
numerica si è ridotta con il tempo in favore di altri cinesi provenienti da altre zone della
Cina. In particolare, gli aumenti vertiginosi degli anni 2002-2005 sono dovuti al fatto che
molti wenzhounesi sono emersi dalla condizione di irregolarità in cui si trovavano prima:
laddove nei primi anni gli immigrati di Wenzhou lavoravano in botteghe artigiane senza
visibilità né permessi, con il tempo essi hanno potuto emanciparsi ed aprire delle attività
economiche regolari e più visibili, come negozi e ristoranti su via Pistoiese o, soprattutto,
pronto moda di abbigliamento.
Allo stesso modo, l’aumento dei cinesi provenienti dalla provincia del Fujian registrati
nei dati ufficiali –al 2006 risultano più di 400- fa capire che anche alcuni fujianesi hanno
potuto emanciparsi dalla posizione di lavoratori dipendenti –spesso irregolari- che li
caratterizzava all’inizio, magari perfino aprire un’attività economica regolare e dunque
emergere completamente al controllo ed all’attenzione delle autorità italiane. In
appendice, è opportuno notare che negli ultimi anni la comunità cinese di Prato si è
arricchita di un gruppo crescente di cinesi provenienti dalle regioni del nordest della
Cina; questo nuovo gruppo regionale appare ancora enormemente minoritario nelle cifre
ufficiali, ma si può immaginare che, come i fujianesi, anche i cinesi del nordest stentino
ad emergere perché impiegati come lavoratori dipendenti e che, forse, siano
effettivamente molto più numerosi nella realtà della misteriosa Chinatown pratese.
Queste congetture si possono avanzare mediante una semplice analisi dei dati statistici e
delle informazioni ufficiali: ma, a partire dal prossimo capitolo, da semplici ipotesi si
passerà ben presto a tesi più corpose, basate sulle notizie informali che ho ottenuto
nell’attività di ricerca e di intervista sul campo –per certi aspetti ancora inesplorato- della
comunità cinese di Prato. Prima di ciò, tuttavia, diamo uno sguardo alla storia
dell’imprenditoria cinese in città ed alle sue relazioni con il distretto tessile tradizionale.

La crisi del tessile e la nuova imprenditoria cinese

Come si è detto, l’aspetto più eccezionale della presenza cinese a Prato è dato dal fatto
che la grande maggioranza degli immigrati si è concentrata nel settore tessile, e cioè
proprio l’area economica che tradizionalmente caratterizza il distretto cittadino e, cosa
ancora più sorprendente per immigrati non integrati nella comunità autoctona, che questo
impiego non ha assunto la forma di lavoro dipendente per gli imprenditori italiani, ma
piuttosto di lavoro autonomo in competizione diretta con le aziende nostrane.
L’intraprendenza imprenditoriale cinese, comprensibilmente, ha mal deposto nelle
relazioni tra i nuovi arrivati e gli italiani, i quali hanno percepito l’ondata migratoria
come una minaccia all’ordine sociale ed economico precostituito. E tuttavia, non bisogna
pensare che la percezione della “questione cinesi” da parte degli ambienti economici e
dell’opinione pubblica abbia sempre avuto toni così pessimisti e xenofobi: anzi, nei primi
tempi la nuova imprenditoria cinese fu guardata con interesse e persino favorita da molti.
La spiegazione a tale apparente contraddizione è individuabile nella storia più recente
dell’industria tessile a Prato.
Durante gli anni ’80 il distretto tessile pratese andò incontro ad un’acuta crisi economica
e produttiva. I motivi di questa crisi furono strutturali e, per certi aspetti, inevitabili:
l’industria pratese, infatti, era da sempre impegnata in stadi piuttosto bassi e
tecnologicamente poveri della produzione tessile, ovvero la produzione di tessuti grezzi
–i cosiddetti cenci, parola che del resto racchiude in sé la rustica semplicità dell’oggetto
in questione. In un periodo di boom della moda di massa, e del Made in Italy come
sinonimo di alta qualità e design di culto, prodotti così inarticolati non potevano trovare
un mercato fiorente; si aggiunga, poi, che il tessile pratese era specializzato nella tessitura
della lana, e l’ingresso sul mercato internazionale dei nuovi materiali sintetici trovò
largamente impreparati i produttori locali. Per questo, le aziende tessili pratesi dovettero
attraversare una fase di ristrutturazione produttiva ed imprenditoriale; l’intero distretto
subì un drastico ridimensionamento, con la chiusura di più del 30% delle imprese e
l’esubero di un quinto circa dei lavoratori del settore.
Di fronte a questa situazione di difficoltà, il distretto tessile dovette cercare nuove strade
di sviluppo e nuovi mercati di riferimento; essi furono trovati nel settore delle confezioni
–ovvero nella produzione di capi di vestito finiti-, settore che non aveva mai riguardato
l’area di Prato ma che sembrava offrire buoni margini di sviluppo. A partire dai primi
anni ’90, dunque, furono creati i primi “pronto moda”, aziende che gestivano la
realizzazione del capo d’abbigliamento dal tessuto fino alla vendita all’ingrosso; e questi
pronto moda sembrarono davvero essere il futuro dell’industria pratese, tant’è che furono
sviluppate moderne infrastrutture e una nuova area industriale per sostenere ed accogliere
il numero crescente di queste attività, ovvero l’area del Macrolotto a Iolo.
La crisi del tessile, insomma, pareva in via di superamento, ed il merito di ciò parve
andare al fiuto degli imprenditori pratesi, alla loro grande intraprendenza tipicamente
italiana; ma in realtà il successo dei pronto moda era legato a doppio filo alla presenza a
Prato degli immigrati cinesi. Proprio in quegli anni, infatti, essi avevano cominciato a
stabilirsi sul territorio e avevano aperto le prime botteghe di cucitura e confezione di
abbigliamento; e proprio la manodopera di queste botteghe cinesi fu usate dalle aziende
italiane per demandare loro gli stadi più bassi e dequalificati della produzione, come la
cucitura o il taglio, e mantenere invece il controllo del design e della vendita, cioè le
attività più redditizie e visibili.
Non sarebbe semplice capire se l’arrivo dei cinesi sia stato lo sprone per l’avvio dei primi
pronto moda a Prato, o se invece gli immigrati abbiano iniziato l’afflusso in massa nella
città proprio perché attirati dai nuovi sviluppi già intrapresi dagli imprenditori pratesi. Si
può immaginare, però, che l’immigrazione cinese sia stata allo stesso tempo causa e
conseguenza di questi sviluppi, e che moltissimi immigrati al momento dell’arrivo a
Prato fossero già al corrente delle possibilità economiche ed imprenditoriali che il
territorio offriva in quegli anni.
Ovviamente, questo connubio con gli immigrati cinesi si rivelò estremamente proficuo
per le aziende italiane, perché le botteghe artigiane dei cinesi potevano confezionare i
capi a prezzi molto inferiori delle manifatture italiane, avvalendosi di ritmi e condizioni
lavorative molto gravose che, non è il caso di sottolinearlo, la manodopera nostrana non
avrebbe mai accettato. Grazie a queste condizioni favorevoli, i pronto moda italiani
conobbero un momento di fortuna e grossi profitti, e il sistema industriale tessile di Prato
–che fino a quel momento era rimasto relegato alla mera produzione dei tessuti- si allargò
fino a coprire tutti gli stadi della manifattura, giungendo fino alla confezione del capo di
abbigliamento finito e alla vendita al cliente. Non a caso, il termine distretto tessile
nacque proprio in quel frangente, perché solo allora l’industria di abbigliamento pratese
era giunta ad un livello di produzione autosufficiente e multiforme che si espandesse in
verticale ed in orizzontale nell’intera catena economica.
In questi primi anni, dunque, la presenza cinese a Prato fu salutata con grande favore,
soprattutto dagli emergenti imprenditori dei pronto moda, ma anche da chi vedeva nella
ripresa dopo la crisi un’opportunità per nuovi posti di lavoro e nuovi investimenti. Non
sorprende, dunque, che questioni riguardanti le sacche di irregolarità all’interno della
comunità immigrata o le condizioni lavorative all’interno delle loro aziende non avessero
avuto un ruolo troppo importante nel dibattito pubblico, e che molte perplessità riguardo
all’immigrazione cinese furono soppresse in favore dell’immediato beneficio che essa
produceva sull’economia cittadina. La previsione di molti –o, se vogliamo, la loro
speranza- era che gli immigrati cinesi sarebbero rimasti ad occupare gli stadi di bassa
manovalanza dell’industria tessile, lasciando agli italiani il controllo della produzione e
del mercato del pronto moda; così, i pronto moda avrebbero potuto continuare a trarre
beneficio dalla presenza di operai cinesi a basso prezzo, senza caricarsi del peso
economico e sociale di regolarizzare, formare o integrare gli immigrati.
Sfortunatamente per gli italiani, tuttavia, tale previsione non si verificò. A partire dagli
anni 1999-2000, alcuni imprenditori cinesi utilizzarono i profitti della propria attività
artigiana per creare imprese più complesse e strutturate, che utilizzavano la manodopera a
basso prezzo dei connazionali delle botteghe più piccole, esattamente come facevano gli
italiani; finché alcuni non aprirono i propri pronto moda cinesi seguendo l’esempio dei
pronto moda nostrani. E, come era avvenuto per le imprese dei primi immigrati, anche in
questo caso sempre più cinesi seguirono l’esempio di questi precursori, e la penetrazione
economica degli stranieri iniziò a concentrarsi anche in questo settore.
In brevissimo tempo il numero delle ditte cinesi di confezioni aumentò vertiginosamente:
nei soli cinque anni tra il 1997 ed il 2002 le imprese gestite dagli immigrati registrate alla
Camera di Commercio di Prato triplicò, passando da 400 a quasi 1200. Negli anni
successivi il trend di crescita non si è fermato, e sempre più cinesi hanno continuato a
registrare nuove ditte di confezioni; alla fine del 2006, 1987 aziende cinesi di
abbigliamento erano attive nel solo territorio del Comune di Prato. A queste, poi, bisogna
aggiungere un buon numero di industrie di produzione di tessuti, che gli immigrati hanno
creato per rispondere alle esigenze emergenti del mercato dei pronto moda cinesi –altre
186 imprese secondo i dati del 2006-, che portano il numero delle imprese tessili gestite
dai cinesi a più di duemila a fronte, ricordiamolo, di una popolazione cinese ufficiale di
10000 unità. Considerando, poi, che la crescita media delle imprese cinesi tra il 2002 ed
il 2006 è stata del 15%, e che le imprese di confezioni cinesi costituiscono già il 69,5%
del totale del distretto pratese, sembra proprio che l’economica pratese sia destinata a
diventare ancora più “cinese”.
Come si è detto per i dati sui cinesi residenti, se anche queste cifre non sono forse
rappresentative della totalità delle imprese cinesi a Prato, esse comunque danno un’idea
della quantita di attività economiche di successo degli immigrati: imprese, cioè, che
avevano acquisito una tale visibilità ed importanza da spingere gli imprenditori cinesi ad
emergere totalmente, e ad iscriversi agli albi cittadini. Proprio per questo, buona parte
delle nuove imprese tessili registrate sono pronto moda, perché l’attività di vendita
all’ingrosso che caratterizza i pronto moda può essere compiuta solamente da ditte
totalmente in regola, mentre per le botteghe artigiane una condizione di sommerso può
persino giovare al proprietario, il quale non è costretto a subire controlli igienici o
tributari da parte delle autorità. Di contro, è necessario notare che le ditte cinesi sono
estremamente volatili, hanno cioè una vita media molto breve e chiudono e riaprono con
estrema facilita; in alcuni casi, dunque, una nuova azienda non è che un’azienda già
esistente aperta da un imprenditore con nome o forma sociale diversa –per motivi legali,
tributari o personali di qualunque tipo-, lasciando la ditta precedente inattiva ma ancora
presente nei registri della Camera di Commercio.
Ma anche dopo tali precisazioni, questi numeri appaiono imponenti, e sono indice di
un’affermazione imprenditoriale totalmente inattesa dagli osservatori italiani: in poco
tempo, e persino partendo da una posizione sociale molto svantaggiosa, i cinesi sono
riusciti a creare un proprio sistema economico parallelo, ottenendo grandi successi ed
integrazione nel tessuto produttivo preesistente. La prosperosità della nuova economia
cinese non è stata testimoniata solo dai numeri, ma anche e soprattutto dalla progressiva
volontà di alcune fasce della comunità di manifestare apertamente il proprio nuovo status
sociale. Così, dall’iniziale possesso di scalcagnati camioncini per il trasporto dei capi di
abbigliamento –la famosa ape-, a cui nell’immaginario collettivo si era soliti associare i
cinesi, non pochi immigrati sono giunti a possedere auto di lusso, case di proprietà e
persino a fare investimenti immobiliari e finanziari come gli italiani più benestanti. Per i
cinesi di Prato, insomma, l’ascesa economica è andata ben oltre i lineari processi di
integrazione che si verificano col tempo per tutti i gruppi immigrati in tutte le società:
essi si sono inseriti nella società pratese ai suoi livelli economici medio-alti, e talvolta
persino minacciando le sfere economicamente dominanti della città. E, sebbene tale
scalata non abbia riguardato l’intera comunità cinese, ma piuttosto una parte socialmente
ed etnicamente ristretta di essa, la perdita dei propri privilegi in favore degli immigrati
cinesi ha turbato ed inferocito non pochi pratesi.
Un simile successo, poi, fu tanto più evidente in quanto si verificò in un momento di
nuova crisi del distretto tessile pratese, che troncò sul nascere le aspettative di rinascita
che c’erano state all’inizio degli anni ’90 –soprattutto nel nuovo settore delle confezioni-,
e che ancora miete vittime tra le industrie del sistema produttivo locale. Tra il 2002 ed il
2006, infatti, il numero delle aziende tessili italiane si ridusse di più del 5%, e molte di
più furono le aziende che dovettero ricorrere a tagli sul personale e alla cassa
integrazione, tant’è che gli addetti presso il distretto diminuirono del 25% in soli quattro
anni.
Questa nuova crisi del tessile è stata oggetto di attenzioni ossessive da parte dell’opinione
pubblica, al punto da esaurire in sé le possibili analisi sullo stato dell’economia pratese,
nel settore tessile e non: questo perché il distretto ha subito una drastica contrazione del
numero di industrie di produzione di tessuti –i cosiddetti cenciai, cuore della tradizionale
attività manifatturiera pratese-, e la chiusura a ritmo giornaliero di lanifici e cotonifici
storici della città ha contribuito ad aumentare la percezione di un generale stato di
malessere dell’economia dell’area. E, come se tutto ciò non bastasse, la difficoltà in cui
nuovamente versavano gli imprenditori italiani faceva stridente contrasto con i dati della
crescita indisturbata delle aziende cinesi, e con l’impressione generale che gli immigrati
si stavano arricchendo facilmente e velocemente alle spalle degli italiani; questo,
inevitabilmente, produsse un diffuso moto di stizza verso la presenza dei cinesi a Prato.
Anche questa volta, in realtà, la crisi è stata largamente consequenziale a fenomeni
macroeconomici che hanno interessato l’economia mondiale nel suo insieme. In primo
luogo, la globalizzazione dei mercati ha spostato i centri manifatturieri industriali in
regioni dove la manodopera ha un costo inferiore, e questo ha reso la manifattura pratese
necessariamente più cara e meno competitiva sui mercati internazionali; oltre a questo, il
generale ciclo di depressione economica degli anni 2001-2005 ha indebolito la fiducia dei
consumi, e con questa anche la propensione a spendere per beni non necessari come il
vestiario alla moda. Queste motivazioni strutturali sono state senza dubbio indipendenti
dalla presenza dei cinesi nel distretto tessile pratese; e, anzi, al massimo l’effetto
disastroso sull’economia locale sarebbe da imputare agli imprenditori ed agli affaristi
italiani, i quali non erano stati in grado di prevedere e rispondere a trasformazioni già in
corso da molti anni.
Nonostante questo, è parsa una circostanza singolare e sospetta che la crisi che tanto ha
vessato gli italiani non abbia colpito anche le aziende cinesi, e da qui a tracciare il
collegamento tra crisi del tessile e presenza dei cinesi a Prato è stato gioco facile, e non
solo per gli ambienti più populisti e conservatori della città. In questo momento, sono
state lanciate accuse ai ritmi lavorativi e al troppo basso costo della manodopera cinese,
alla dilagante irregolarità nella Chinatown e alla mancanza di controlli da parte delle
autorità, condizioni che rendevano le imprese cinesi irraggiungibilmente competitive, e
restringevano la fetta di mercato delle ditte italiane. Che queste riserve di legalità e
moralità non fossero mai state avanzate nei tempi in cui gli imprenditori pratesi godevano
dei vantaggi della manodopera cinese a basso prezzo, non è sembrata una grande
contraddizione, e tutti hanno concordato sulla necessità di fare fronte comune contro il
nemico cinese che minacciava l’integrità e l’esistenza dell’economia locale.
In realtà, anche questa reazione è stata dimostrazione della cieca ignoranza di molti
pratesi riguardo alla questione cinesi e alla vita degli immigrati nella propria città: siamo
davvero tutti sicuri che la crisi economica non abbia colpito neppure un poco anche
l’economia dei cinesi? Che tutti i cinesi e tutte le loro imprese gioiscano di dorati profitti,
mentre gli imprenditori italiani stanno a contare i debiti ed i lavoratori industriali
vengono mandati a casa in esubero? E, se pure questo fosse vero, com’è che a nessuno è
venuto in mente di indagare realmente nel mondo dei cinesi, di capire il segreto vincente
che sta alla base del loro –vero o presunto- indiscriminato successo?
Si sa, gli anziani fanno spesso fatica ad imparare, e forse buone parti del tessile pratese
sono ormai troppo vecchie per poter rispondere alle nuove sfide del moderno mercato
internazionale. Ma, per chi a questo rassegnato pessimismo non volesse cedere, potrebbe
essere utile uno sguardo più profondo nelle colpe e nei meriti dell’imprenditoria cinese a
Prato, per vedere quanto sia magari possibile imparare qualcosa, se non dai rivali
immigrati, almeno dalla lezione che il loro arrivo sul territorio ha dato alla società pratese
ancora poco erudita su questioni di multiculturalismo ed economia globale.

Insomma, huanyin guanglin pulatuo; ovvero, se si preferisce, benvenuti a Prato. Il


benvenuto, e persino la sola parola “benvenuto”, ha una particolare importanza nella
cultura cinese. In Cina, un visitatore o un uomo d’affari straniero se la sentirà dire decine
e decine di volte anche in una sola giornata, da commessi nei negozi, dai propri partner
d’affari e anche dalla gente comune per la strada; quando tornerà in Italia, sarà
sicuramente una delle due o tre parole che avrà imparato della lingua del posto. Certo, lo
spirito cinese è molto pragmatico, e le persone tendono ad intessere relazioni cordiali con
tutti, e soprattutto con gli occidentali, sperando che un giorno esse potranno tornar loro
utili e che ne potranno ottenere qualcosa in cambio; ma oltre a questo vi è anche la
genuina volontà compiacere l’ospite, che è sempre considerato come un gradito dono e
un auspicio di fortuna per la propria casa, la propria famiglia o la propria esistenza in
generale.
Nonostante questo, nella specifica situazione dei cinesi a Prato sembra proprio che questi
buoni propositi di armonia e cordialità non si siano verificati, e che il “benvenuto” abbia
lasciato progressivamente il posto al sospetto, alla chiusura e all’insofferenza reciproca.
Da un lato, la difficoltà dei rapporti tra italiani e cinesi si può certamente imputare agli
immigrati, chiusi ancora oggi in una propria ermetica comunità nella comunità, isolata
dal resto della popolazione e talvolta persino lontana dalle regole di convivenza che si
suppongono condivise universalmente. Dall’altro, anche gli autoctoni hanno fatto ben
poco per facilitare l’ingresso e l’integrazione dei nuovi arrivati; e, anzi, non appena questi
hanno mostrato di poter raggiungere i loro livelli sociali ed economici, si sono aggrappati
con forza alle proprie prerogative, e hanno risposto alla chiusura dei cinesi con una
chiusura ancora più sorda e refrattaria.
Fortunatamente, però, la realtà non è solo questo: da una parte e dall’altra ci sono pratesi
–come forse entrambi dobbiamo iniziare a considerare- che si impegnano in privato per
aiutare la comprensione e il dialogo tra questi due mondi apparentemente così lontani tra
loro, e alcuni che anche pubblicamente affermano che una comprensione e un dialogo
sono effettivamente realizzabili.
Queste voci favorevoli tra gli italiani, lascio che siano i cinesi a scoprirle; io, da italiano,
ho voluto ricercare proprio nella comunità immigrata qualche segno premonitore di un
possibile incontro. Ne ho trovati, e anche di questo parlerò nei prossimi capitoli: cinesi
giunti a Prato con la speranza di creare qualcosa di diverso da una seconda Cina, cinesi
che aspirano a vivere tra gli italiani come dei veri italiani, cinesi che si integrano e cinesi
già integrati. Certo, non sto parlando di tutti i cinesi, e forse chissà se anche tra i più
bendisposti ce ne saranno alcuni che non metteranno in pratica le buone intenzioni; ma
questo non impedisce che si possa accordare un po’ di fiducia, e dar loro almeno un
primo, tiepido benvenuto a Prato.
La Guerra del Tessile
知己知彼百战百胜

Generalmente parlando, la particolarità e forza della presenza economica cinese in Italia


sta nella capacità degli immigrati di non limitarsi all’azione in settori economici
marginali, ma piuttosto di inserirsi in interi processi produttivi di settori tipici del Made
in Italy. Questo, ad esempio, è ciò che è avvenuto nella zona di Carpi o di Udine, dove i
cinesi si sono concentrati nella produzione laniera e di mobili, entrambe tipiche dei due
territori. Tale fenomeno, però, è ancor più evidente nel caso della comunità cinese a
Prato; la sua penetrazione economica, infatti, ha avuto un sorprendente progresso, e ha
portato le aziende cinesi dal lavoro in sommerso per conto di appaltatori italiani al
controllo dell’intera catena produttiva dell’industria tessile, per cui il Made in Italy –e
ancora di più il Made in Prato- è famoso2.
Come si è detto, questa invasione di campo non ha potuto essere accettata di buon grado
dai locali imprenditori, i quali si sono visti scalzare prerogative, posizioni e profitti che
erano stati riconosciuti loro da decenni, se non da secoli: per questo, la presenza di due
sistemi economici paralleli nella stessa città –quello italiano e quello cinese- non è stata
percepita come occasione per una pacifica coesistenza, ma piuttosto come uno scontro
senza possibilità di ricongiungimento. Una vera e propria guerra, insomma, che si
combatte sui giornali e nelle discussioni da strada prima ancora che sul vero campo da
battaglia –il mercato dell’abbigliamento-, in cui si fronteggiano due culture così diverse
che convivono in uno spazio comune così piccolo, e che per questo sembra non potersi
risolvere se non con l’allontanamento di uno di questi due gruppi: la guerra del tessile.
Allora, se proprio di guerra stiamo parlando, vediamo di chiamare in aiuto per la nostra
analisi le nozioni di cultura bellica che provengono da una e dall’altra fazione. Prato,

2
Ceccagno, The Economic Crisis and the Ban on Imports: the Chinese in Italy at a Crossroads.
posta proprio alla bocca di una delle poche valli di valico dell’Appennino Tosco-
Emiliano, fu una zona di attiva presenza della Resistenza alla fine della seconda guerra
mondiale, e non è raro vedere ancora reduci della Guerra di Liberazione, ritrovatisi per
giocare a carte o discorrere di calcio e di politica nelle Case del Popolo sparpagliate tra i
vari paesini della Val di Bisenzio.
Le battaglie della Resistenza sono emblematiche per capire il sentimento bellico
nazionale, ed ancor di più quello toscano/pratese: negli anni dell’occupazione tedesca, le
differenze politiche tra i diversi gruppi della Resistenza erano forti, e questo si sarebbe
visto già pochi anni dopo, con le lotte fratricide tra DC e PCI nell’Italia della prima
repubblica. Tuttavia, davanti allo spettro ancora presente del fascismo, e agli orrori
dell’invasione nazista, queste riserve ideologiche furono messe da parte per combattere il
nemico comune, e solo dopo la cacciata dello straniero le fazioni interne ricominciarono
ad azzufarsi a danno del proprio stesso paese come, del resto, gli italiani avevano sempre
fatto.
E una cosa molto simile sembra proprio che stia avvenendo oggi a Prato nei confronti
della “occupazione cinese”, dove gruppi sociali e politici tradizionalmente avversi
concordano nelle interpretazioni e nei giudizi verso il fenomeno migratorio. Tanto i
giornali locali vicini agli ambienti di sinistra, quanto quelli più conservatori –fare nomi
sarebbe inutile pleonasmo, visto che solo due giornali sono attivi in città- tengono
posizioni molto vicine in relazione all’immigrazione in città; e, non è il caso di
sottolinearlo, queste posizioni possono essere quasi sempre inserite nei due temi chiave “i
cinesi se ne devono andare” e “perché nessuno fa niente a riguardo?”.
Certo, visto il successo della politica del fronte comune contro la prima invasione
tedesca, non è detto che anche in questa nuova guerra di resistenza i pratesi non possano
riuscire nei propositi di liberazione; fin ora, però, sembra che questi nuovi partigiani del
tessile risultati concreti non li abbiano ottenuti, e sorge quasi il dubbio che il sentimento
di appartenenza locale e la motivazione allo scontro non sia così forte come lo era stata
contro i nemici tedeschi più di sessant’anni fa. Anche per questo, dunque, potrà essere
utile dare uno sguardo alle strategie di guerra dall’altra parte della barricata.
Come primo nome, ovviamente, salta in mente quello di Sun Tzu, generale del regno
cinese di Wu nel VI secolo a.C., ed autore di testi di strategia –tra cui il famosissimo
L’Arte della Guerra- ancora oggi considerati manuali indispensabili per i politici e gli
strateghi di tutto il mondo. Si dice che i testi di Sun Tzu fossero la lettura preferita di
Mao ai tempi di un’altra Guerra di Liberazione, quella contro i giapponesi alla fine degli
anni ’30, e non sorprende che molti degli aforismi contenuti nelle opere siano diventati di
uso comunissimo in Cina, soprattutto dopo la dimostrazione della loro validità con la
vittoria del comunismo maoista. Tra questi, il più celebre è senza dubbio quello che dà il
titolo a questo capitolo: zhiji zhibi bai zhan bai sheng, ovvero “conosci te stesso e conosci
il tuo nemico, e su cento battaglie otterrai cento vittorie”.
Conosci te stesso e conosci il tuo nemico: una filosofia che ben si adatta all’idea ascetica
che molti occidentali potranno avere della cultura orientale, e che è stata rinforzata dalla
recente ondata di film wuxia, i film cinesi di arti marziali che in questi ultimi anni sono
approdati anche ai botteghini dei cinema nostrani. Oltre a questo, però, può sorprendere
quanto persino i cinesi immigrati a Prato –che ben poco hanno dei medievali lottatori di
kung-fu di cui sopra- abbiano osservato questa regola di etica marziale nella loro attività
di conquista del mercato del tessile pratese.
Come si è già detto, gli immigrati cinesi hanno largamente approfittato del fatto che, al
momento del loro arrivo sul territorio, il mercato dell’industria tessile fosse già formato,
che le imprese avessero una struttura definita nel corso degli anni e che il nuovo settore
delle confezioni fosse in espansione proprio in quel periodo. Per questo, ai nuovi arrivati
è bastato osservare le imprese già presenti nel distretto tessile pratese, ed individuare tra
esse le esperienze e le caratteristiche vincenti per inserirsi nel tessuto economico con
maggiori possibilità e competitività; e così, fin dal momento del primo insediamento a
Prato, i cinesi hanno ricalcato le dinamiche imprenditoriali degli italiani, riproducendo in
piccolo la struttura micro-imprenditoriale che l’economia cittadina già possedeva. Non
bisogna dimenticare, infatti, che il sistema delle botteghe di terzisti esisteva da decenni,
da quando cioè le industrie tessili demandavano alle famiglie con i telai in casa
produzioni meno complesse per far fronte a commesse più consistenti: gli immigrati
hanno dovuto solamente aggiungere la propria manodopera a basso prezzo e la grande
produttività tipicamente cinese per creare un nuovo prodotto estremamente competitivo e
richiesto sul mercato.
Questa riproduzione “sinificata” dell’economia italiana, comunque, non ha riguardato
solo le rudimentali botteghe artigiane: anche i primi pronto moda cinesi, infatti, hanno
ricopiato in buona parte il funzionamento delle aziende italiane che si erano appena
sviluppate e, come si vedrà, hanno aggiunto una serie di ritocchi rendendo la propria
attività più redditizia e competitiva dei predecessori.
Insomma, ancora una volta l’allievo ha superato il maestro e, inesorabilmente, ancora una
volta si sono levate proteste da parte degli imprenditori italiani; molti hanno visto in
questo comportamento una forma di spionaggio industriale, un’ulteriore dimostrazione
della dilagante pratica della contraffazione e dell’imitazione che contraddistingue
l’economia cinese in tutto il mondo. In realtà, analisi del mercato e della concorrenza di
questo tipo sono comunemente considerate come mezzi legittimi di pianificazione
aziendale, e vengono utilizzate tanto dalle imprese occidentali quanto da quelle orientali;
questo molti italiani non lo sapevano, o fingevano di non saperlo, e l’accortezza dei cinesi
è stata spiegata come scorrettezza o addirittura illegalità. Ad onor del vero, probabilmente
neppure gli immigrati cinesi saranno stati al corrente delle più recenti pratiche di
economia aziendale, e forse essi non hanno fatto altro che applicare alla nuova situazione
di Prato il vecchio detto di Sun Tzu; ma questo non impedisce che dalla millenaria
saggezza orientale anche gli imprenditori pratesi non possano imparare qualcosa.
Insomma, conosci te stesso e conosci il tuo nemico, e su cento battaglie otterrai cento
vittorie. Vediamo dunque se da un’osservazione più approfondita dell’accampamento
avversario non possiamo magari giungere ad una conoscenza migliore di noi stessi; o, in
mancanza di queste motivazioni spirituali, almeno a trovare le armi per combattere più
alla pari la guerra contro il “nemico cinese”.

L’arrivo delle imprese cinesi ha modificato profondamente le relazioni e la distribuzione


del lavoro nel distretto tessile di Prato: e come primo effetto, l’economia cittadina ha
conosciuto una progressiva frammentazione delle imprese, che sono diventate sempre più
piccole e sono aumentate in numero. Che le ditte tessili siano diminuite in grandezza è
facilmente visibile dalla chiusura, dalla cassa integrazione, dalla riduzione di personale di
molte grandi industrie tessili degli italiani, e dalla generale contrazione del numero degli
addetti nel settore: una contrazione nell’ordine di migliaia di unità, che ha portato il
distretto tessile più grande d’Europa da 37000 a poco più di 23000 impiegati.
D’altro canto, la costante nascita di nuove imprese cinesi ha ingrandito sensibilmente il
novero delle ditte attive a Prato: non a caso, infatti, nel 2006 Prato è stata la provincia con
il più alto tasso di crescita delle imprese a livello nazionale –il +3,5%-, e questo record è
stato trainato proprio dalla crescita delle imprese cinesi –che nel 2006 hanno registrato un
sensazionale +15%. Il fatto stesso, poi, che il numero delle imprese cinesi sia cresciuto ad
un ritmo molto più alto del numero dei cinesi immigrati dimostra che le nuove ditte
debbano essere necessariamente più piccole e più compresse; e questo, come vedremo, è
una caratteristica fondamentale della nuova imprenditoria cinese e uno dei motivi della
sua grande competitività.
Questa trasformazione quantitativa, inoltre, è stata accompagnata da una ancora più
interessante trasformazione qualitativa; grazie alla presenza degli immigrati cinesi,
infatti, la catena produttiva del distretto tessile pratese si è allungata in verticale,
coprendo nuovi stadi della manifattura tessile che precedentemente non erano presenti
nell’economia del territorio. La produzione tradizionale, infatti, si concentrava sulla mera
produzione dei tessuti grezzi –i cosiddetti cenci-: cenci che venivano lavorati al telaio e
tagliati in pezzi più piccoli, per poi essere esternati in altre zone produttive –altri centri
tessili in Italia o in Europa- per la confezione vera e propria del capo, o anche per
lavorazioni avanzate dei tessuti che non venivano effettuate dai laboratori pratesi. Da
alcuni anni, invece, l’attività ha iniziato a riguardare tutti gli stadi di produzione di capi di
abbigliamento, rendendo Prato un distretto di manifattura di abbigliamento completo ed
autosufficiente.
La produzione va dalla creazione dei tessuti grezzi, alla cucitura e confezione dei capi,
per arrivare al top end della catena, le aziende di pronto moda, che vendono vestiti finiti
all’ingrosso per il pronto consumo a tutti i livelli; per distretto, insomma, si intende
proprio questo, un complesso industriale integrato che segue la creazione del vestito dal
filo di cotone al negozio. Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la
composizione del distretto tessile di Prato non è omogenea: laddove, infatti, le industrie
di produzione di tessuti rimangono ancora saldamente in mano agli imprenditori nostrani
–il 95% delle aziende sono infatti italiane-, il settore delle confezioni e della vendita sta
conoscendo una progressiva penetrazione da parte dei nuovi immigrati cinesi.
Negli ultimi anni, insomma, il nuovo panorama tessile pratese è diventato estremamente
più complesso, con un numero sempre maggiore di imprese che parlano lingue diverse e
che si concentrano in aspetti sempre più limitati della produzione. Le attività, poi, sono
distribuite con molteplici livelli di appalto e di sub-appalto e questo, come si è visto, ha
portato ad un boom del numero delle imprese.
In realtà, l’uso di terzisti –cioè di aziende appaltatrici di lavori manifatturieri per ditte più
grandi- non fa riferimento alle industrie tessili propriamente dette, perché la produzione
di filati necessita in genere macchine grandi e costose, che solo aziende importanti
possono ospitare e permettersi; al massimo i grandi cotonifici possono demandare parti
dei lavori ad altri cotonifici più piccoli, ma comunque ad aziende di dimensioni
considerevoli e struttura aziendale complessa. L’appalto, al contrario, si confa
perfettamente alle esigenze delle aziende di confezioni, perché la cucitura ed il taglio dei
vestiti sono attività che possono essere effettuate in piccoli magazzini da lavoratori
esterni, e persino in casa. Sono praticamente solo le ditte di pronto moda, dunque, a
delegare buone parti della loro produzione a botteghe artigiane, presentando poi ai
compratori all’ingrosso una “produzione propria”, che però è stata assemblata
fisicamente da uno o più terzisti.
Queste botteghe dei terzisti sono mini-aziende disseminate nei fondi commerciali
dell’intera città, che non hanno visibilità e, proprio per il carattere ufficioso e rudimentale
della loro attività, lavorano spesso in sommerso. Esse sono state create proprio dagli
immigrati cinesi, ed ovviamente hanno composizione totalmente immigrata, se non altro
perché gli italiani non sono più disposti a lavorare ad un livello così basso e dequalificato
di produzione.
Le ditte di pronto moda –che ancora fino a tre o quattro anni fa erano gestite da italiani-
hanno sfruttato ampiamente la disponibilità di manodopera a basso costo degli immigrati
cinesi, grazie a cui il nuovo settore economico ha potuto decollare; affidando la
confezione dei capi a terzisti cinesi, i pronto moda hanno così potuto proporre prezzi
competitivi ai compratori di capi all’ingrosso. Negli ultimi anni, nonostante il controllo
dei pronto moda sia passato nelle mani degli imprenditori cinesi, il sistema dei terzisti
non si è modificato, e la relazione di appalto-dipendenza tra pronto moda e botteghe
artigiane è rimasta la stessa. Con l’unica differenza, ovviamente, che sono questa volta i
nuovi impreditori cinesi a godere del lavoro dei compatrioti artigiani, gli stessi che prima
confezionavano in appalto per le ditte italiane.
Insomma, le botteghe di terzisti ed i pronto moda, pur lavorando a livelli completamente
diversi della produzione, sono strettamente collegate tra di loro, e proprio dalla simbiosi
di tutti i piccoli elementi del distretto tessile nasce il segreto della sua competitività: una
competitività di cui per un certo periodo gli italiani hanno goduto i frutti, ma che oggi
sembra essere destinata ad unico vantaggio degli immigrati cinesi. Tuttavia, anche
all’interno del nuovo sistema tessile unicamente cinese, esistono grandi differenze tra le
diverse aziende, che sono caratterizzate ciascuna da un diverso livello di complessità,
visibilità e prospettive di mercato. E a queste differenze imprenditoriali, poi, fa sfondo
una serie di stratificazioni sociali ed etniche all’interno della comunità immigrata che
rende l’economia cinese a Prato estremamente eterogenea e variegata. Proprio alla luce di
queste differenze, il fenomeno dei pronto moda e quello delle botteghe artigiane saranno
trattati in ordine e separatamente, per tentare di descrivere al meglio la grande
frammentazione del mondo dei cinesi che lavora a Prato.

Il Macrolotto di Iolo

La grande maggioranza delle aziende di pronto moda è concentrata nella zona del
Macrolotto di Iolo. Il Macrolotto è un distretto industriale di periferia, creato a metà degli
anni ’90 circa per ospitare le rinate imprese tessili pratesi dopo la crisi del decennio
precedente; nonostante le aspettative iniziali, tuttavia, le ditte italiane del Macrolotto
hanno iniziato a chiudere già alla fine del decennio, in una fase di acutizzazione della
crisi e come ironica conseguenza alla nascita dei primi pronto moda cinesi. La zona
industriale è stata progressivamente compenetrata da ditte cinesi, fino a diventare in
tempi recentissimi appannaggio esclusivo dell’emergente imprenditoria cinese, e
provocatorio emblema del suo successo a scapito delle aziende italiane.
Nel solo Macrolotto sono presenti oggi almeno 450 ditte di pronto moda, a cui si
aggiunge forse un numero simile di aziende sparse in tutta la città. Se nelle altre zone
industriali resistono aziende gestite da italiane, quelle di Iolo sono cinesi nella quasi
totalità dei casi; tale superiorità numerica è facilmente apprezzabile, anche perché la
maggior parte delle aziende cinesi è ben pubblicizzata su internet o sulle guide agli
acquisti locali, e gode dunque di visibilità pari alle aziende italiane.
Proprio a causa della loro grande visibilità, le ditte di pronto moda sono continuamente
sottoposte a controlli fiscali dalle autorità locali. Ogni giorno, pattuglie della Guardia di
Finanza e della Polizia Municipale si affannano a rincorrere le decine di camion che
circolano nella zona alla ricerca di qualche irregolarità; ma, inesorabilmente, tornano in
centrale a mani vuote, perché la costante pressione a cui sono sottoposti i pronto moda
non permette loro il minimo errore, così le loro attività ed i loro lavoratori sono
totalmente regolari. Anche per questo, ovviamente, esse sono tutte regolarmente iscritte
alla Camera di Commercio, e dunque sono annoverate nei dati delle autorità comunali.
Il macrolotto è una zona originariamente creata per attività industriali complesse, con
grandi impianti ed infrastrutture; nonostante questo, le ditte cinesi che vi sono presenti
sono ben più semplici e molto meno pretenziose. L’azienda tipo di pronto moda, infatti, è
un grande capannone sventrato in cui, esclusa una piccola area per gli uffici, lo spazio è
interamente adibito all’esposizione dei capi di abbigliamento prodotti; essendo i vestiti
assemblati al di fuori della ditta, il lavoro svolto nel pronto moda è principalmente
commerciale e di magazzino. E in questo senso, l’unica funzione di possedere fondi così
ampi è quella di mostrare a pieno le potenzialità della propria produzione, perché i
compratori all’ingrosso normalmente comprano partite piuttosto consistenti di capi e
vogliono accertarsi che il fornitore sia in grado di far fronte a domande di qualsiasi
portata.
Grazie all’esposizione diretta dei prodotti, i pronto moda riescono ad evitare operazione
di promozione commerciale o fieristica, mantenendo così i prezzi più bassi possibili. Ci
sono, certo, aziende che usano rappresentanti o mandano campionari ai poli distributivi
–in primo luogo al CIS di Nola-; tuttavia, il rapporto diretto con l’acquirente è
considerato conveniente e proficuo da compratori e venditori, ed è facilitato dalla
particolare conformazione della zona industriale.
I pronto moda sono concentrati tutti in una zona relativamente piccola della città, e
questo rende l’intero quartiere del Macrolotto una specie di enorme show-room
all’aperto, dove gli acquirenti possono facilmente andare a caccia di prodotti, ricercando
tra la massiccia quantità di merce esposta quella che più si confà alle proprie esigenze di
prezzo e qualità. Per questa sua convenienza, l’intera area di Firenze si rifornisce a Prato,
ma i compratori arrivano da tutta Italia, e poi Germania, Olanda, Polonia, Ungheria,
Spagna, perfino dal Canada; e tutti incuranti della grande distanza da percorrere, perché
l’enorme disponibilità di prodotti di alta qualità e prezzo contenuto ha reso il tessile
pratese apprezzato a livello internazionale e valevole della trasferta chilometrica.
Il grado di risonanza del Macrolotto, inoltre, è talmente alto che i pronto moda di Iolo
non hanno neppure bisogno di procurarsi e coltivare una clientela propria: la stragrande
maggioranza degli acquirenti, infatti, giunge autonomamente, e pochissimi imprenditori
intervistati hanno affermato di aver bisogno di rappresentanti o intermediari. Insomma, il
pronto moda pratese è così appetibile da spingere commercianti da tutta Europa a viaggi
internazionali, al fine di giungere di mattina nella zona del Macrolotto e tornare a casa a
sera con la macchina o il furgoncino pieno di capi di vestiario per la nuova stagione. Per
molti, l’operazione è compiuta talmente in fretta da non permettere neppure di perdere
una notte in albergo; e intorno all’ora di pranzo, quando gli scambi rallentano il ritmo e la
calura renderebbe la strada del ritorno incerta e faticosa, il Macrolotto si trasforma in un
grande dormitorio all’aperto, dove commercianti o camionisti schiacciano un fugace
pisolino prima di rimettersi in viaggio.
Per quanto siano pubblicizzati tramite diversi canali, i pronto moda ricevono comunque il
maggior afflusso dai clienti che giungono autonomamente fino a Prato per riempire il
proprio veicolo di vestiti. Il breve tragitto dall’uscita dell’autostrada al polo industriale,
poi, lo guida la miriade di cartelli disseminati per la città, le cui scritte sono in cinese ed
in italiano, e che sono tradotti coscienziosamente con nomi e slogan accattivanti.
In realtà, gli imprenditori hanno dovuto adattare la propria cultura alle esigenze del
marketing italiano, e così anche la scelta del nome ha subito grandi trasformazioni dagli
esordi dell’imprenditoria immigrata. I primi nomi dei pronto moda cinesi tentavano
goffamente di tradurre immagini della poesia cinese in italiano: ed erano così nate le
aziende “La famiglia gialla-Trend Moda” o “Fiori d’inverno”. Poi, man mano che la
comprensione della cultura italiana aumentava –al passo, forse, con i sogghigni dei
compratori-, gli imprenditori hanno scelto marchi di fabbrica più neutri, ed in particolare
si sono concentrati sui nomi propri di donna, che si sono limitati a tradurre in cinese
tentando di imitare i suoni della lingua italiana; così, sulla strada declassata che porta al
Macrolotto, centinaia di cartelli da Ada a Valery cercano di attrarre i clienti verso il
proprio pronto moda. Proprio i cartelli nella doppia lingua danno la prima grande
illusione agli acquirenti; perché il bilinguismo dovrebbe essere garanzia di una
conveniente sinergia tra design italiano e prezzi “cinesi”, mentre nella maggioranza dei
casi il Made in Prato del Macrolotto è ormai creato e prodotto unicamente dagli stranieri,
e di italiano ha forse solamente il suolo su cui è stato fabbricato.
Non per questo, i capi di abbigliamento dei pronto moda pratesi hanno perso l’attrattiva a
livello nazionale ed internazionale. Anzi, proprio la clientela straniera ha conosciuto un
aumento sensibile nel corso degli ultimi anni, e sta acquisendo un ruolo sempre più
consistente nel mercato dei pronto moda a scapito dei clienti italiani: se la crisi
economica del nuovo secolo, infatti, ha ridotto la disponibilità del consumatore italiano a
spendere per moda ed abbigliamento, la domanda del mercato estero ha permesso alle
aziende di mantenere gli affari ad un livello soddisfacente, che compensasse la
contrazione del mercato interno. Secondo le dichiarazioni degli imprenditori, la
percentuale di clienti stranieri va dal 40 al 70% del totale; e tali dati sembrano in tutto e
per tutto credibili, visto anche solo l’enorme numero di targhe straniere sulle macchine
parcheggiate nel Macrolotto.
Di fronte all’internazionalizzazione del proprio mercato, le aziende cinesi si sono dovute
attrezzare, ed hanno iniziato a tradurre le proprie insegne ed i cartellini sui vestiti anche
in inglese, e più in generale a guardare con maggiore attenzione alle tendenze della moda
a livello europeo. Inoltre, persino nell’ambito commerciale e delle pubbliche relazioni, gli
imprenditori di pronto moda guardano con crescente attenzione alla clientela straniera, ed
hanno cominciato ad procacciarsi competenze linguistiche e relazionali per trattare con i
nuovi clienti. Dalle indagini effettuate, infatti, è emerso che almeno un’addetto in ogni
ditta parla inglese o un’altra lingua per fini commerciali. Non raramente, poi, è il titolare
stesso a parlare una o più lingue; in questi casi anche la conoscenza dell’italiano è
risultata avanzata e le interviste all’imprenditore hanno potuto essere condotte in italiano
anziché in cinese.
Le aziende cinesi, insomma, sono venute incontro ai clienti stranieri nelle loro esigenze
linguistiche non appena compresa l’importanza e le potenzialità dei mercati esteri. E, se
questo non dovesse bastare, sono gli acquirenti stessi a prodigarsi perché il commercio
avvenga senza incomprensioni: molti clienti, infatti, portano con sé interpreti che parlano
italiano o cinese, e seguono le parti durante lo scambio.
Oppure, ancora più incisivamente, alcuni compratori intervistati hanno imparato
personalmente l’italiano per poter meglio gestire gli affari a Prato. Ovviamente, questo
poteva avere un senso quando i pronto moda erano ancora gestiti da pratesi, mentre allo
stato delle cose i clienti potrebbero ritenere utile imparare il cinese, invece dell’italiano,
per fare affari con i nuovi imprenditori; e non è detto che non giungano anche a questo,
visto che già un commerciante greco ci ha mostrato un libro di grammatica cinese, che
tiene nel cruscotto della macchina per fare il miglior uso delle soste durante i suoi viaggi
di lavoro.
Buona parte della clientela dei pronto moda del Macrolotto si recava a Prato anche prima
che le iniziali ditte italiane venissero rilevate o soppiantate da imprenditori cinesi, e
quindi ha potuto osservare personalmente la trasformazione del settore di confezioni
pratese. Nonostante questo, ben pochi hanno realmente compreso le motivazioni che
hanno portato all’avvicendamento tra italiani e cinesi: c’è chi pensa che gli italiani si
siano semplicemente ritirati dall’attività tessile per dedicarsi ad altre attività, e non
sospetta neppure il grande movimento di protesta che ha accompagnato l’arrivo degli
imprenditori immigrati. D’altra parte, i più maliziosi sospettano che dietro il nuovo
pronto moda ci siano delle dinamiche, se non illegali, almeno non completamente in
regola; per questo, approcciare gli acquirenti per le interviste non è stato sempre facile, e
non pochi hanno eluso i miei tentativi di intervistarli, per sospetto o per totale ignoranza
della situazione.
Ce ne sono stati molti che, invece, si sono dichiarati aperti ad un colloquio e non
nascondono la propria soddisfazione a comprare capi d’abbigliamento dai cinesi:
soddisfazione che è giustificata dal fatto che, oltre ad essersi adeguate linguisticamente
per il commercio con italiani e stranieri, le ditte cinesi hanno cercato di attenersi il più
possibile al tipo di produzione ed agli standard qualitativi dei predecessori. Gli acquirenti
disponibili alle interviste –tanto gli stranieri quanto i pochi italiani- non hanno
manifestato grandi preferenze per i prodotti cinesi rispetto a quelli italiani, o viceversa.
Esempio di ciò è il caso di un commerciante olandese, il quale si rifornisce a Prato già da
diverso tempo –e dunque fin dal periodo in cui al Macrolotto i pronto moda italiani erano
più di quelli cinesi-; questi era solito ricercare prodotti papabili prima dagli italiani e, solo
in seconda battuta, dalle ditte cinesi, e questo perché, almeno agli esordi della
produzione, le aziende italiane riuscivano ad infondere migliore qualità o design più
innovativo nei propri prodotti, laddove i pronto moda cinesi offrivano prodotti a prezzi
più competitivi ma di qualità o disegno peggiore. Solo in seguito, per certi aspetti
costretto dall’improvvisa chiusura delle aziende italiane a partire dal 2001-2002, ha
dovuto necessariamente avvicinarsi ai rifornitori cinesi. E questo ripiegamento non gli è
costato caro in quanto, come del resto altri intervistati ci hanno confermato, la qualità
degli indumenti cinesi è andata sensibilmente migliorando negli ultimi 5 anni, fino a
competere ora senza sensibili differenze con i prodotti totalmente italiani.
Come è ovvio, l’aumento qualitativo ha provocato una parallela crescita dei prezzi dei
prodotti, e così ora la produzione dei pronto moda cinesi è in tutto e per tutto simile a
quella degli italiani, tanto come prezzi quanto per design e qualità. E, vista la continuità
tra vecchi prodotti italiani e nuovi prodotti cinesi, tra i clienti sono pochi quelli a credere
che l’intero sistema produttivo sia in mano ai cinesi. La maggior parte degli acquirenti,
infatti, continua a credere che gli indumenti siano disegnati da stilisti italiani o, almeno,
che i produttori cinesi utilizzino consulenti italiani per giustificare il marchio Made in
Italy che si arrogano –o per raggiungere un tale livello qualitativo, che almeno
preconcettualmente si ritiene impensabile per un prodotto cinese.
Insomma, non esistendo reali differenze tra indumenti italiani e prodotti cinesi, i
compratori non fanno alcuna attenzione alla composizione etnica dei loro fornitori; anzi,
sarebbero ben contenti di comprare dagli italiani invece che dagli immigrati, se non fosse
che le aziende italiane sono letteralmente scomparse e l’unico prodotto rimasto sul
mercato è proprio quello dei pronto moda cinesi. E mentre i pronto moda cinesi godono
della nomea della presunta sinergia design italiano-manifattura cinese, e della
denominazione Made in Italy sui cartellini dei propri vestiti, gli italiani continuano a
ritirarsi dal settore, senza sfruttare il “ruolo intellettuale” di designers, stilisti o esperti di
marketing che il nuovo mercato avrebbe potuto riservare loro.
I pronto moda cinesi, praticamente, sembrano condurre la propria azienda in maniera del
tutto simile a come lo facevano i concorrenti italiani, e questo mette in discussione la
motivazione comunemente addotta per la chiusura delle aziende italiane, cioè la
concorrenza sleale delle imprese immigrate.
E’ vero che nel breve periodo in cui erano attive sia le ditte cinesi che le ditte italiane, gli
immigrati vendevano i propri prodotti a prezzi molto più bassi degli italiani, e quindi
erano estremamente competitive rispetto alle aziende con personale italiano; tuttavia, a
prezzi così bassi corrispondeva anche un livello qualitativo inferiore, ed i produttori
italiani potevano ancora essere padroni della fascia di mercato dei prodotti di qualità più
alta. Ovvero, il mercato del design di lusso, delle commesse per le firme più prestigiose
della moda fiorentina: in un termine, il mercato capital-intensive, quello in cui al lavoro
manuale si sostituisce il lavoro intellettuale, e per definizione il più redditizio per
un’azienda3.
In più, il miglioramento qualitativo dei prodotti cinesi sembra essere avvenuto in tempi
molto recenti, cioè già quando le aziende italiane avevano iniziato a chiudere, e stavano
lasciando libera la fascia di mercato in cui operavano; non è da escludere, dunque, che se
le aziende italiane fossero rimaste in attività, tale spostamento non si sarebbe verificato o,

3
A.A.V.V. The new Palgrave: a Dictionary of Economics; Macmillan, London, 1987
almeno, si sarebbe verificato in termini e portata più ridotta, in modo da mantenere la
conveniente spartizione del mercato tra italiani e cinesi.
I tempi di trasformazione dell’economia pratese sono stati troppo rapidi per trarre
conclusioni definitive riguardo alla relazione tra l’arrivo delle ditte cinesi e la chiusura
ditte italiane. Da un lato, se ci si avvicina al problema con occhi imparziali, non sembra
ci siano gli elementi per porre i due fenomeni in sequenza logica, e sarebbe invece più
sensato pensare che queste realtà imprenditoriali abbiano seguito ciascuna la propria
parabola –una di ascesa, l’altra di declino; influenzandosi a vicenda, certo, ma comunque
conoscendo evoluzioni diverse che probabilmente avrebbero avuto luogo anche senza la
presenza dell’altra, e anche se al posto dei cinesi ci fossero stati concorrenti di qualsiasi
altra nazionalità.
D’altra parte, però, esistono delle specifiche caratteristiche dell’imprenditoria cinese che
la rendono estremamente competitiva e difficile da contrastare, e questo ha sicuramente
soffocato le speranze di ripresa della debole e tradizionalista economia pratese. Per capire
quali siano, e in che modo si differenzino dalla cultura imprenditoriale italiana/pratese, è
necessario uno sguardo più in profondità nel mondo dei pronto moda cinesi, nella loro
struttura di funzionamento e, dunque, nelle ragioni del loro successo.

La struttura delle aziende di pronto moda

Come si è già accennato, i pronto moda non svolgono vere e proprie attività
manifatturiere; essi tendono a demandare la cucitura in appalto a laboratori artigiani, e
questo permette di limitare al massimo il numero di impiegati. In media, le aziende di
pronto moda sono composte da 3-7 addetti: tra essi, si distinguono il modellista –la
persona che prepara i modelli dei vestiti da commissionare i terzisti- ed eventuale
personale italiano –di cui si parlerà più avanti. Gli altri impiegati si dividono in maniera
abbastanza versatile il restante lavoro, che in effetti non richiede particolari competenze:
gestione dell’inventario e del magazzino, stiratura, attaccatura dei cartellini ed eventuali
rifiniture ai vestiti finiti prima della vendita.
L’imprenditore –o laoban, come si indica il “capo”, il “titolare” in cinese- non ha vere e
proprie mansioni: difficilmente partecipa ad attività manuali e, anzi, spesso non si trova
in sede durante l’orario di lavoro. In un grandissimo numero di casi, infatti, il titolare si
reca nella propria azienda al massimo una o due volte al giorno, giusto per controllare a
grandi linee l’operato dei suoi sottoposti, e nel resto del tempo viaggia per rappresentanza
o spende il suo tempo in attività non troppo impegnative, come giocare a carte o a
biliardo con gli altri imprenditori per i club della Chinatown.
Le sue generalità possono essere molto varie: ha normalmente tra i 30 ed i 45 anni, ma
non sono rari casi di titolari più giovani; vi è una leggera preponderanza di imprenditori
uomini rispetto alle donne, e tuttavia il rapporto tra sessi non è troppo squilibrato, visto
che quando l’imprenditore è sposato il coniuge codirige l’attività insieme al fondatore.
Nella stragrande maggioranza dei casi, l’imprenditore o l’imprenditrice provengono tutti
dalla zona di Wenzhou; un identikit molto preciso e sorprendentemente omogeneo, che
rende quello degli imprenditori dei pronto moda un ceto sociale ben preciso e
chiaramente definito.
Oltre a questo, le caratteristiche del laoban, i suoi trascorsi ed il tempo di permanenza a
Prato sono importanti per definire il tipo e la struttura del pronto moda di cui è
proprietario. In questo senso, si possono riconoscere principalmente due tipi di aziende: il
primo è il pronto moda a carattere familiare, fondato da cinesi già presenti sul territorio
da lungo tempo, che hanno avuto un passato a Prato come operai in un laboratorio tessile
e sono riusciti grazie ai risparmi e agli aiuti di familiari ad aprire un pronto moda. Dopo
aver avviato l’azienda, essi si sono ricongiunti con la famiglia –moglie, figli o genitori
che ancora si trovavano in Cina, o magari in un’altra nazione europea- nella gestione
collettiva della nuova attività imprenditoriale.
Il secondo tipo di pronto moda, invece, è di natura non familiare, avviato da cinesi che
provengono soprattutto da altre zone di Italia –in primo luogo Milano o Napoli- ed hanno
avuto trascorsi lavorativi vari: operai, commercianti o persino venditori ambulanti, che
grazie ai risparmi accumulati sono riusciti da soli ad aprire un pronto moda. Certo, potrà
sorprendere pensare che qualcuno degli ambulanti che pochi anni fa vendeva
cianfrusaglie di plastica nella piazza della stazione ora giri in Porsche per le strade del
Macrolotto; chissà se non abbiamo canzonato scherzosamente la sua erre poco rotulante
mentre tentava di rifilare ai passanti gli orologi o le radioline della bancarella, e ora ci
guarda dall’alto delle sue lussuose quattro ruote motrici…
Eppure avviene anche questo, nel mondo degli indefessi lavoratori cinesi, così lontano
dalle oziose abitudini lavorative degli italiani; e da questo punto di vista, i nuovi ricchi
cinesi possono forse insegnarci qualcosa e persino apparire più simpatici. In questo caso,
l’imprenditore è soprattutto maschio, e generalmente più giovane, in quanto il carattere
“avventuriero” della sua immigrazione in Italia si addice meglio ad un uomo non sposato;
le aziende familiari, invece, possono essere guidate da donne come da uomini, anche
perché sono poi entrambi i congiunti a gestire effettivamente l’attività.
Questi due tipi di ditte differiscono profondamente, non soltanto per il background del
proprietario e l’origine del capitale iniziale, ma anche e soprattutto nella loro struttura
aziendale. In primo luogo, nelle aziende personali gli impiegati non hanno alcuna
relazione con il laoban, e vengono assunti tramite sistemi di collocamento all’interno
della comunità cinese; nelle aziende familiari, al contrario, la forza lavoro si esaurisce
spesso nei soli membri della famiglia, i quali vengono messi a lavorare non appena si
ricongiungono con l’imprenditore o, nel caso di figli più giovani, non appena abbiano
concluso la scuola dell’obbligo.
Questa differenza ha importanti ripercussioni, e non solo sui movimenti nel mercato del
lavoro: nelle prime aziende, infatti, gli addetti vengono selezionati per le loro abilità
lavorative, e questo porta ad una maggiore ricerca della competenza specifica; nelle altre,
invece, i familiari lavorano a prescindere che essi abbiano competenze ed abilità
imprenditoriale o meno. Le ditte personali hanno poi un’effettiva divisione del lavoro
–tra modellista, stiratori, inventaristi ecc.-, perché gli addetti vengono assunti con
specifiche mansioni, mentre in quelle familiari i compiti vengono svolti
indifferentemente da uno o un altro membro della famiglia a seconda delle esigenze e
della disponibilità.
Anche i titolari, poi, hanno competenze diverse a seconda che guidino un’azienda
personale o familiare. In primo luogo competenze linguistiche: l’imprenditore tipo di
un’azienda non familiare conosce bene l’italiano, perché se non altro ha dovuto gestire da
solo le formalità burocratiche e le relazioni con le autorità italiane necessarie per aprire la
sua attività a Prato. Anche per questo, ha dovuto formarsi con quante più competenze
possibili e, non raramente, conosce anche altre lingue straniere, come l’inglese, il
francese o il tedesco. Tali conoscenze, invece, non sono necessarie ad un capofamiglia
imprenditore, perché questi può godere dell’aiuto dei familiari, in particolare dei figli che
hanno avuto più possibilità di imparare l’italiano (o altre lingue straniere), a scuola o in
rapporti sociali più frequenti con gli autoctoni.
A tutto questo si aggiunge un’importante differenza nella provenienza e nella gestione
delle risorse economiche. Il proprietario di un’azienda personale investe un proprio
capitale individuale, di cui è individualmente responsabile e che mira a massimizzare per
il proprio singolo interesse; le aziende familiari, invece, si basano soprattutto su prestiti di
parenti o risparmi familiari, che come tali sono gestiti collettivamente ed inseriscono
l’economia dell’impresa in una più ampia rete di solidarietà familiare/comunitaria, favori
e compensi informali. In altre parole, le ditte personali funzionano secondo una logica
capitalistica, mentre le altre seguono le linee guida dell’economia familiaristica tipica
della cultura cinese, un’economia basata sulle relazioni –le guanxi- prima ancora che sul
raggiungimento del profitto.
Si può affermare, dunque, che le aziende personali siano generalmente meglio strutturate
delle concorrenti a gestione familiare. Nonostante questo, una migliore organizzazione
imprenditoriale non è necessariamente sinonimo di maggiore successo negli affari; molto
spesso, al contrario, sono le aziende familiari ad ottenere i profitti maggiori. Ciò si spiega
perché le aziende familiari sono presenti sul territorio da più tempo –alcune sono attive
fin dal 2000-, e dunque hanno potuto già stringere rapporti solidi con la clientela, e con i
terzisti cinesi da cui ottengono prezzi di favore per le forniture; le aziende personali,
invece, sono quasi tutte di recentissima formazione –sono state fondate nel 2006 o al
massimo nel 2005-, e hanno dovuto fare i conti con un mercato già saturo e competitivo,
e con le fisiologiche difficoltà del primo periodo di vita di un’impresa.
Inoltre, le aziende familiari possono ammortizzare i costi di gestione –salari degli operai,
vitto ed alloggio- all’interno del nucleo familiare, creando quel prototipo di famiglia
votata unicamente al lavoro, che permette grande risparmio e costituisce il motivo
principale della grande competitività delle aziende cinesi; un risparmio che, ovviamente,
non può essere ottenuto dall’imprenditore singolo, il quale deve pagare tutti i suoi
dipendenti, abbastanza da garantire loro standard di vita adeguati.
Ancora una volta, però, è necessario prendere queste affermazioni generali con
flessibilità: il mondo economico cinese, e persino la piccola realtà dei pronto moda, è
spesso troppo variegata e multiforme perché si possano definire leggi di comportamento
senza eccezioni.
Tutte le aziende, infatti, tanto quelle a conduzione familiare quanto quelle personali,
fanno massiccio uso di lavoratori esterni, occasionali o stagionali, per far fronte ad
improvvisi aumenti del carico di lavoro: questi lavoratori sono normalmente impiegati
per mansioni di fatica –spostamento pacchi, uso del carrello, guida dei camion-, e dunque
non sono cooptati tra i familiari dell’imprenditore, ma piuttosto tra giovani cinesi appena
arrivati in Italia e dunque in disperato bisogno di lavoro a qualsiasi livello. Lo stesso vale
per il modellista o il personale italiano, per cui sono necessarie competenze specifiche
che anche le aziende familiari devono ricercare al di fuori del nucleo delle proprie
relazioni; insomma, anche le aziende familiari disperdono inevitabilmente molte spese
fuori dalla famiglia, e questo riduce le differenze con l’altro tipo di azienda.
Non mancano, infine, aziende personali aperte già da alcuni anni, e che hanno potuto
combinare la propria strutturazione razionale al vantaggio di essere presenti da tempo sul
mercato. In buona parte dei casi, dunque, le differenze organizzative tra pronto moda
passano in secondo piano, ed il vero discrimine tra successo e difficoltà, tra azienda
dominante ed azienda di nicchia si trova solamente nel tempo di attività sul mercato.
Serve the people4: gli italiani lavorano per i cinesi

La chiusura delle ditte tessili italiane è stata un comprensibile shock per molti lavoratori
pratesi, che da un giorno all’altro si sono visti licenziare da un impiego in un settore che
sembrava aver superato la crisi degli anni ’80, e avere rosee prospettive di sviluppo.
Davanti a questa improvvisa disgrazia, molti hanno dovuto guardarsi intorno nelle
opportunità che il distretto tessile –tanto quello cinese quanto quello italiano- offriva, e
questo ha portato alla nascita di una nuova figura professionale: l’addetto italiano
impiegato presso un’azienda tessile cinese.
Questo fenomeno è stato ignorato volontariamente o involontariamente da buone fasce
dell’opinione pubblica, perché confuta platealmente l’ipotesi della chiusura del mondo
cinese nei confronti degli italiani; e comunque non ha ancora avuto grande risonanza,
perché si è sviluppato solo negli ultimi anni, di pari passo con la recentissima creazione e
l’ingrandimento dei pronto moda cinesi del Macrolotto.
Una volta consolidata la propria posizione ed allargata la propria clientela, i pronto moda
cinesi hanno sentito l’esigenza di dotarsi di un struttura più complessa ed organizzata,
diversa dall’iniziale conduzione prettamente familiare; una struttura, insomma, che
potesse rispondere a tutte le esigenze del nuovo mercato multietnico ed internazionale. In
particolare, la motivazione che ha spinto le ditte cinesi ad assumere italiani è duplice: in
primo luogo, esse hanno percepito l’evidente necessità di avere personale italiano per
gestire i rapporti con la clientela o con i fornitori italiani, e che allo stesso tempo potesse
corroborare la caratterizzazione Made in Italy con la quale le aziende cinesi si connotano.
Oltre a questo, e forse più incisivamente, la trasformazione delle aziende e del mercato,
con un numero sempre maggiore di acquirenti e di fornitori –e dunque un numero sempre
maggiore di dati e transazioni da gestire- ha creato la necessità di personale dalle
competenze impiegatizie più sviluppate.
Gli immigrati di Wenzhou, quelli cioè che hanno aperto i pronto moda, difficilmente
hanno studi professionali alle spalle, e mancano di conoscenze tecniche per gestire i conti

4
Wei renmin fuwu: ovvero, servire il popolo. E’ un celebre slogan politico della Cina maoista, ripreso da
un titolo di un famoso discorso di Mao del 1944
e fare un bilancio d’impresa. E infatti, la figura professionale più ricercata dalle aziende
cinesi è quella del ragioniere, che viene impiegato come gestore della contabilità.
Esistono italiani che vengono assunti in qualità di rappresentanti, intermediari generici, e
anche tecnici o chimici per le tintorie cinesi; tuttavia, gli impiegati contabili continuano
ad essere la figura professionale più richiesta. Infine, sono ancora pochi i pratesi che
lavorano nelle aziende cinesi come modellisti o stilisti, cioè facendo quello che gli italiani
dovrebbero essere particolarmente bravi a fare, e questo fa capire che una possibile
sinergia design italiano-manifattura cinese è ancora lontana dall’imporsi come modello
di impresa vincente nel panorama economico pratese.
Questo non deve far pensare, però, che le aziende cinesi ricerchino personale italiano
dalle basse qualifiche; anzi, dalle ricerche effettuate è emerso che gli impiegati italiani
del pronto moda hanno sempre un alto profilo professionale, esperienza decennale alle
spalle, istruzione a livello di scuola superiore ed in alcuni casi persino universitaria, e che
sono stati assunti proprio per il “contributo intellettuale” che possono apportare
all’impresa.
Lo sviluppo delle aziende ha reso il livello di competenze specifiche dell’imprenditore e
della sua famiglia insufficiente per gestire tutti gli aspetti di un traffico sempre più ampio
e differenziato; e questo perché agli imprenditori cinesi manca un tipo di formazione
–quella progettuale e artistica- comunque importante per il lavoro nel mondo della moda.
Come ha ben sintetizzato proprio un titolare cinese intervistato, caratteristica peculiare
dei cinesi è la fase produttiva, la creazione concreta –tanto a livello di manualità operaia
quanto a livello imprenditoriale-, mentre per il lavoro gestionale ed astratto essi sono
costretti a fare affidamento su personale dalle qualifiche intellettuali più definite. Alle
qualifiche, cioè, degli italiani, popolo di poeti, di artisti e di sognatori, e tuttavia povero di
concretezza imprenditoriale e senso degli affari.
Insomma, pur rivelandosi perfetta, la collaborazione tra italiani e cinesi è iniziata quasi
come una costrizione inevitabile, che non si sarebbe mai verificata quando gli italiani ed i
cinesi bastavano a loro stessi. E, così come per gli imprenditori cinesi alla ricerca di
personale italiano, anche l’avvicinamento degli autoctoni alle ditte straniere è stato
conseguenza necessaria delle trasformazioni del mercato tessile degli ultimi anni.
La spinta per cercare lavoro presso un’azienda cinese, infatti, proviene per molti da
un’esigenza primaria: con la progressiva chiusura delle ditte italiane, un numero sempre
crescente di impiegati in esubero è stata letteralmente forzato a cogliere la richiesta di
impiego che proveniva dai pronto moda cinesi. E non è difficile immaginare che,
solamente pochi anni fa, una tale richiesta sarebbe stata accolta con disprezzo da
impiegati campanilisticamente fieri della propria professione tradizionale.
A rendere ancor più ironico questo destino commerciale, poi, è l’alta probabilità che i
nuovi datori di lavoro cinesi lavorassero giusto nel magazzino accanto, o addirittura si
trovassero in concorrenza diretta con l’azienda italiana, arrivando ad inglobarne il
mercato e la clientela appena dopo il fallimento; i vecchi addetti italiani, così, hanno
dovuto mettere in discussione la propria figura professionale, e reinventare la propria
posizione secondo le nuove esigenze dell’imprenditore cinese. Per molti italiani, inoltre,
lavorare per i cinesi ha significato mettere da parte la tradizionale diffidenza, se non
xenofobia, verso gli immigrati, ed allearsi con “l’antico nemico” per una vitale necessità
di sopravvivenza professionale.
Fatti tutti i conti, comunque, per la maggior parte di loro il passaggio ai nuovi datori di
lavoro si è rivelato proficuo: nelle aziende cinesi gli impiegati italiani hanno maggiori
responsabilità e maggior margine decisionale, perché viene affidata loro carta bianca per
tutte le questioni gestionali che non siano direttamente legate all’ambito produttivo –i
rapporti con la clientela italiana, la gestione dei conti, la rappresentanza legale e pubblica.
Unici depositari della conoscenza di leggi e costumi italiani, gli addetti nostrani godono
di altissima considerazione all’interno dell’azienda, tanto dagli altri impiegati quanto
dall’imprenditore stesso, ed arrivano a partecipare alle decisioni vitali dell’azienda come
se fossero soci o co-titolari.
Nondimeno, tutti gli intervistati hanno conosciuto un sostanziale aumento del proprio
stipendio sotto i nuovi datori di lavoro cinesi -per alcuni le entrate arrivano fino al 50% in
più5-; aumento che deriva, oltre che dalla migliore salute dell’azienda cinese rispetto a
5
Come è immaginabile, gli intervistati hanno in genere mostrato riluttanza a parlare di soldi e di entrate;
da dichiarazioni informali ed incrociate, comunque, si può affermare che lo stipendio medio in un pronto
moda sia di 1000 euro mensili per un lavoratore cinese, e di 1500 euro mensili per un lavoratore italiano
–laddove nell’azienda italiana questi guadagnava intorno ai 1000-1100 euro-.
quella italiana, e quindi alla possibilità per l’imprenditore di pagare di più i suoi
impiegati, anche e soprattutto dalla grande fiducia e considerazione professionale che gli
addetti italiani godono presso il nuovo posto di lavoro. Insomma, superato il primo
smarrimento, gli impiegati italiani nei pronto moda cinesi hanno riscontrato un
miglioramento generalizzato della propria posizione lavorativa ed economica; non
stupisce, dunque, che tutti gli intervistati si siano dichiarati soddisfatti del proprio
impiego nelle aziende degli immigrati.
Più complessa, invece, è la condizione dei nuovi addetti per quanto riguarda i rapporti
interpersonali all’interno del luogo di lavoro, e molto spesso la riuscita o meno di questa
collaborazione multietnica dipende dalle caratteristiche specifiche delle aziende dove essi
lavorano. Nei pronto moda in cui è presente personale giovane, e quindi integrato
socialmente e linguisticamente nel tessuto locale, i rapporti tra cinesi ed italiani sono in
genere distesi ed informali, e l’impiegato italiano può a tutti gli effetti affermare di essere
ben inserito nell’ambiente lavorativo. In alcuni casi le relazioni tra colleghi si
protraggono anche oltre l’orario di lavoro, e l’italiano viene coinvolto nelle attività dei
cinesi, o persino invitato a cena dal laoban e dalla sua famiglia; non è dato sapere se
questi rapporti acquisiscano un vero e proprio carattere di amicizia, anche perché
l’addetto italiano non parla il cinese e difficilmente può comprendere la cultura cinese
nella sua interezza, ma in ogni caso ciò testimonia la volontà reciproca di vincere la
diversità e la distanza culturale.
D’altra parte, può anche capitare che l’impiegato italiano si senta isolato e distante dai
colleghi, e questo avviene soprattutto se i colleghi sono troppo vecchi o sono a Prato da
troppo poco tempo per poter parlare correntemente l’italiano. In questo caso gli unici
rapporti possibili sono quelli meramente professionali, e talvolta neppure quelli, perché
l’italiano lavora da solo in ufficio e non ha contatti con i cinesi che hanno mansioni
produttive; senza stimoli umani, l’addetto italiano è legato al proprio posto di lavoro
esclusivamente per le soddisfazioni della retribuzione e della responsabilità data.
Bisogna considerare, inoltre, che normalmente vi è un solo lavoratore italiano per ogni
ditta cinese, ed essere solo ed unico estremizza la percezione della propria condizione:
così, quando le cose vanno bene, questi si sente una figura insostituibile, eccezionale e
per questo “coccolata” dai colleghi, che trattano spesso l’impiegato italiano come una
vera e propria mascotte dell’azienda. Se invece l’italiano non si integra, la mancanza di
connazionali a lavoro rende ancora più soffocante il senso di isolamento e frustrazione
nei confronti del mondo così diverso e lontano dei colleghi cinesi.
Per quanto riguarda i cinesi, invece, l’impressione ricavata è che i colleghi immigrati
siano generalmente contenti, e persino fieri, di avere un italiano a lavorare con loro; e
questo perché, innanzitutto, l’addetto italiano è una conferma del successo della propria
azienda, cresciuta a tal punto da spingere anche lavoratori non cinesi a lavorare con loro.
Oltre a ciò, molti si sentono in qualche modo grati che gli italiani abbiano abbandonato
l’iniziale disprezzo per i cinesi, ed comincino a trattarli come pari, almeno dal punto di
vista produttivo-economico. Contrariamente a quello che si può pensare, infatti, i cinesi
sarebbero ben contenti di stringere relazioni con gli italiani, e la chiusura della Chinatown
è dovuta molto più ad ignoranza e paura del nostro mondo che piuttosto ad un sentimento
di superiorità etnica; per questo, anche nei casi in cui i rapporti tra cinesi ed italiano in
azienda sono scarsi e difficili, i colleghi trattano comunque l’impiegato italiano con
rispetto, e quasi con timore reverenziale.

Le ragioni del successo dei pronto moda cinesi

I pronto moda cinesi sono aziende sane ed in attivo, che hanno conti in regola, e come si
è visto tengono gli stipendi a livelli persino più alti delle aziende italiane; e, del resto,
questo ce lo hanno confermato anche gli impiegati italiani, che di lavoro fanno proprio gli
addetti alla contabilità.
In realtà, basterebbe un semplice sguardo alle strade del Macrolotto per capire che, per
chi più o per chi meno, quella delle confezioni si è rivelata un’attività piuttosto redditizia.
Nelle aree di sosta dell’area industriale e davanti ai magazzini sono parcheggiate a decine
auto di lusso di ogni sorta, che sottolineano sfrontatamente lo status economico del
titolare a della sua famiglia. Questo delle automobili potrà sembrare un particolare
insignificante, ma in realtà non lo è affatto, perché proprio il veicolo posseduto è il
principale indicatore del livello sociale ed economico di un immigrato cinese. Fino a
pochissimo tempo fa, infatti, i proprietari immobiliari erano riluttanti a vendere o affittare
immobili ai cinesi, perché avevano paura che sconosciute abitudini igieniche degli
inquilini potessero deturpare allo stabile, e che una casa occupata da immigrati potesse
far perdere valore all’intero condominio o all’ambiente circostante; così, visto che
comprare case grandi o di lusso non era loro permesso, gli imprenditori più benestanti
sfogavano nell’acquisto della macchina le proprie velleità di ostentazione economica.
Ora le cose sono cambiate, e agenzie immobiliari e costruttori sono ben contenti di
vendere case ai cinesi, perché l’esperienza a riguardo ha insegnato che i cinesi sono
inquilini silenziosi, praticamente invisibili e, soprattutto, pagano in contanti e subito
l’immobile acquistato; così, il mercato immobiliare è diventato disponibile e molti ne
stanno iniziando ad approfittare con investimenti e persino speculazioni. La macchina
rimane comunque uno status symbol per i più, e ai primi buoni profitti ogni laoban che si
rispetti corre ad un concessionario per comprare il biglietto di ingresso al club dei cinesi
ricchi.
Lo stile richiesto è sempre lo stesso: berlina tedesca, motorizzazione da corsa e colore
rigorosamente nero –nella cultura cinese, infatti, il nero non è associato alla morte o al
lutto, e al contrario è considerato il colore più elegante e distinto. Ma sorprendentemente,
ciò che più conta è che nella targa del veicolo compaia una sequenza di numeri propizia e
sufficientemente esibizionista. Già, perché la lingua cinese ha un numero limitato di
suoni, che possono significare moltissime cose anche molto diverse tra loro; quindi, se
sarà quasi impossibile vedere un cinese con la targa dove ci siano 4 –visto che quattro in
cinese suona molto simile alla parola morte e, ovviamente, associare la propria macchina
a tetre profezie funebri non deve essere un’aspirazione frequente, soprattutto per chi ha
dovuto spendere così tanto per l’auto nuova-, altre combinazioni di numeri possono
rivelare messaggi ben più positivi e benaugurali. È soprattutto il numero 8 ad essere
ricercato dagli immigrati più arrivisti perché otto, ba in cinese, è un omofono di fa
(facai), che vuol dire appunto diventare ricco; così, molti pagano un extra alla
motorizzazione per avere la targa dell’auto con quanti più otto possibili, o aspettano fino
ad un numero di matricola che sia conforme ai desideri di manifestazione della propria
ricchezza. C’è la targa 518, che letteralmente significa “voglio diventare ricco”, 668 che
sta per qualcosa come “velocissimamente ricco” e, ovviamente 888 “ricco ricco ricco”, a
questo punto un’affermazione davvero ampollosa del proprio status di vincente, dinanzi
al gruppo molto più numeroso di quelli che ancora si affannano per sollevare la propria
condizione economica.
Messe da parte queste curiosità tipicamente cinesi, non ci sono dubbi che i pronto moda
degli immigrati abbiano ottenuto un notevole successo di mercato, e per chiarire le
ragioni di tale successo si possono portare diverse spiegazioni. Da un certo punto di vista,
la competitività delle aziende è dovuta a condizioni che non possono o non vogliono
essere applicate dalle aziende italiane: come si è visto, i pronto moda fanno largo uso di
manodopera a basso prezzo e, se sono gestiti a livello familiare, ammortizzano molte
spese all’interno del nucleo familiare. Inoltre, molte ditte –non tutte, però, come si
potrebbe pensare- hanno ciclo continuo giorno e notte, e ciò permette di sfruttare al
massimo la produttività dei terzisti e dei propri lavoratori.
Nonostante questo, ad uno sguardo più attento, tra le aziende italiane ed i pronto moda
cinesi non vi sono poi grandi differenze: entrambe pagano gli addetti con stipendi
superiori al minimo sindacale, entrambe sono iscritti agli ordini, compilano un bilancio e
pagano le tasse, entrambe vendono agli italiani e, quando capita, a clienti stranieri; anzi,
per onor del vero, tutte queste attività vengono compiute addirittura meglio dalle imprese
cinesi che da quelle italiane. Persino il lavoro notturno non è determinante, perché di
notte vengono compiute solo le attività di carico e scarico, i lavoratori d’ufficio –tra cui
ovviamente gli italiani- non sono in servizio, e quindi l’azienda funziona solamente a
mezzo regime.
Ed allora, dove si situa il vero discrimine tra cinesi ed italiani, tra aziende che hanno
avuto successo ed aziende che, invece, hanno chiuso i battenti, soffocate dalla
competizione interna e dall’apertura internazionale del mercato?
L’aspetto che caratterizza il funzionamento dei pronto moda è in primo luogo
l’outsourcing: pur controllando e gestendo ogni piccolo anello della catena di produzione
tessile, infatti, le ditte di pronto moda non agiscono minimamente sull’attività di
produzione del capo di abbigliamento. Esse comprano i tessuti da ditte di filati, li
smistano alle botteghe artigiane di terzisti che confezionano il capo di abbigliamento
secondo il disegno presentato loro, ed infine esibiscono i prodotti finiti nel magazzino del
Macrolotto aspettando che i clienti giungano autonomamente dall’intero continente per
comprare i vestiti. In alcuni casi, inoltre, il disegno viene creato dagli stessi clienti, ed in
quel caso l’unica incombenza richiesta a queste aziende è controllare che tale produzione
avvenga fedelmente alle richieste del commissionario. Insomma, se si esclude lo
spillaggio dei cartellini sul capo e –cosa che non avviene neppure nella totalità dei casi-,
un taglio grossolano del tessuto in dimensioni più piccole prima di commissionarlo a chi
confeziona il capo, l’incidenza lavorativa di queste ditte è talmente minima da rendere la
loro esistenza nella filiera quasi parassitaria.
L’organizzazione “cellulare” di queste aziende, in effetti, si adatta perfettamente alle
caratteristiche del distretto industriale pratese –composto da una miriade di
microindustrie che possono concentrarsi solo su stadi limitati della produzione-; e,
proprio nello strategico sfruttamento di queste caratteristiche sta il successo
imprenditoriale del tessile cinese. Questo sistema di delocalizzazione è persino più
estremo rispetto al fenomeno di outsourcing –o offshoring- tipico dell’economia
globalizzata. Le aziende che delocalizzano, infatti, spostano i centri di produzione nelle
regioni dove la manodopera costa meno, rimanendo in possesso delle strutture di
produzione, e mantengono il cuore manageriale ed intellettuale nello stato di origine. I
pronto moda, invece, sfruttano le stratificazioni sociali della comunità cinese a Prato per
ottenere manodopera a basso costo nello stesso luogo in cui è presente anche il centro
manageriale –con evidenti risparmio dei costi di spostamento e spedizione delle merci;
tutto questo, senza neppure controllare le strutture manifatturiere, che sono gestite
autonomamente da altri imprenditori ad uno stadio più basso della catena produttiva.
I pronto moda demandano intere fasi produttive tecniche a botteghe di lavoratori cinesi –i
quali, spesso, lavorano in sommerso- ed ottenengono così prezzi di produzione
sensibilmente inferiori; questo, inoltre, permette loro di limitare il proprio organico al
numero minimo di lavoratori necessari, e nel caso di improvvisi aumenti di lavoro, essi
ricorrono costantemente a lavoratori stagionali –anche questi prevalentemente irregolari-;
tutto ciò sommato contribuisce a mantenere i costi di produzione bassi e ad aumentare la
competitività dei propri prodotti.
Marxisticizzando l’analisi della produzione tessile, insomma, si direbbe che il capitalista
delle aziende pronto moda non ha bisogno di possedere più neppure i mezzi di
produzione: crea valore senza quasi instillare lavoro, e senza richiederne né da sé né dai
suoi dipendenti (i quali in effetti hanno ritmi di lavoro piuttosto blandi), ed invece investe
solamente il capitale iniziale seguendo le linee guida del proprio spirito imprenditoriale, o
del know-how carpito alle aziende italiane o a modelli internazionali di successo. Non
bisogna dimenticare, infatti, che il funzionamento delle ditte italiane prima della loro
scomparsa dal mercato era abbastanza simile a quello delle aziende cinesi di ora; anche
gli italiani, infatti, hanno largamente utilizzato il sistema del terzismo, ed al laoban è
bastato unirlo allo spirito imprenditoriale cinese ed ai prezzi più bassi della manodopera
connazionale per ottenere un prodotto di successo.
Certo, a monte di questo meccanismo vincente vi sono una serie di espedienti al limite o
al di sotto della legalità: primo tra tutti, l’utilizzo –indiretto ma comunque fondamentale-
di lavoro nero dei terzisti per ottenere prodotti a prezzi competitivi. Bisogna considerare,
però, che questi artifizi sono sempre stati utilizzati anche dalle industrie italiane, le quali
ai tempi del boom dei cenci commissionavano a cottimo alle famiglie pratesi con i telai in
casa e poi, con i primi pronto moda italiani del Macrolotto, hanno utilizzato per terzisti
quegli stessi cinesi che hanno ora aperto un proprio pronto moda. Questa realtà spesso
inconfessata ci è stata anche confermata da molti imprenditori cinesi che gestivano un
laboratorio artigiano prima di aprire il pronto moda, in cui fornivano per gli italiani né più
né meno le stesse prestazioni che ora essi pretendono da altri laboratori artigiani di
connazionali. E, messi da parte per un attimo giudizi morali in proposito, è chiaro che la
chiave del successo dei pronto moda cinesi non può stare solamente in tali espedienti
illegali, visto che il metodo di produzione delle confezioni è sempre stato lo stesso, sotto
gli italiani come sotto i cinesi; anche se, forse, i cinesi hanno saputo utilizzare tali sistemi
di outsourcing in maniera più razionale ed intraprendente.
Piuttosto, quello che differenzia le ditte cinesi è la loro grande flessibilità: flessibilità
nell’uso dei meccanismi imprenditoriali, ma anche flessibilità nella caratterizzazione del
proprio target di mercato, e persino dei propri prodotti. Proprio per il fatto di non avere
reali specializzazioni, infatti, i pronto moda cinesi sono disposti a fare di tutto, ed a
rispondere alle domande più svariate delle clientele più vaste. Laddove le aziende italiane
presentavano i propri modelli di stagione in stagione secondo la volontà –o persino il
gusto personale- del titolare, le ditte cinesi sono disposte a creare modelli su commissione
del cliente, o a modificare i propri capi secondo le tendenze di abbigliamento dello
specifico target di mercato a cui hanno intenzione di vendere.
Per questo, esse non hanno degli standard qualitativi e di design fissi a cui attenersi: in
alcuni momenti, possono ritenere più proficuo produrre abbigliamento di qualità più
scadente ed a prezzi inferiori –ed in questo caso fanno uso di certi terzisti meno
specializzati e più economici, oppure importano i tessuti o i vestiti già finiti dalla Cina. In
altri casi, al contrario, si rivolgono a fasce di mercato più alte, e per fare questo seguono
più da vicino la fase di confezionamento dei capi e comprano tessuti pregiati dalle più
famose industrie di filati pratesi.
I pronto moda cinesi, insomma, cambiano terzisti e fornitori frequentemente, inseguendo
di volta in volta il prezzo più vantaggioso o le risposte che più si confanno alle esigenze
immediate; molte ditte, infatti, hanno molteplici laboratori artigiani a cui si possono
rivolgere, e tale numero aumenta significativamente se il pronto moda è più grande, più
di successo o ha più lavoro da gestire. In questo senso, le aziende cinesi differiscono
sensibilmente da quelle italiane, le quali avevano un solo fornitore ed un solo terzista “di
fiducia”, da cui speravano di ottenere prezzi migliori in virtù del legame creato; nel caso
cinese, invece, si è venuto a creare un mercato di laboratori artigiani che competono tra di
loro per accaparrarsi le consegne dai pronto moda, e questo ha evidenti effetti di
limitazione dei prezzi e di rafforzamento della posizione delle aziende in cima alla catena
economica. A questo si aggiunge una caratterizzazione molto sfumata del proprio scopo
societario: non sono rare, infatti, ditte che producono allo stesso tempo abbigliamento,
scarpe e bottoni, che fabbricano a Prato o importano dall’estero indifferentemente, in
base alle tendenze subitanee del mercato.
Dimostrazione ulteriore della grande flessibilità dei pronto moda cinesi è la tempistica
con cui vengono prodotti i vestiti. Laddove le ditte italiane normalmente producono
diversi mesi prima la collezione per una stagione futura, le ditte cinesi preparano la
propria collezione proprio a ridosso della stagione in cui intendono venderla: a Giugno
per la stagione estiva, a Settembre per l’autunno, a Dicembre per l’inverno. Così facendo,
i pronto moda immigrati possono essere aggiornatissimi sulle tendenze della moda, e
possono cambiare produzione all’ultimo momento qualora abbiano una commessa
particolare, o decidano improvvisamente di vendere ad acquirenti di una specifica
nazione, e devono perciò adattare la collezione ai gusti tipici dell’area scelta.
Ovviamente, questo comporta loro una concentrazione enorme di lavoro in un tempo
brevissimo, che le aziende italiane diluiscono invece in tempi più lunghi; ma lo sforzo
extra viene sopportato di buon grado, perché produce dei vantaggi consistenti nella
capacità di soddisfare la clientela e dunque di aumentare le vendite.
Dal modo in cui i vari laoban parlano delle proprie relazioni con le altre aziende,
l’impressione è che i cinesi siano giunti creare un proprio distretto tessile, parallelo a
quello italiano ma non necessariamente in competizione con esso. Anche se nessun
cinese ne parla in questi termini, l’esistenza di questo nuovo distretto tessile è evidente ed
il suo funzionamento sotto gli occhi di tutti: in esso, ogni piccolo anello della catena
contribuisce come un grande organismo alla sopravvivenza degli altri elementi e della
struttura in generale.
Nonostante questo, il sistema è estremamente libero e fluido, in quanto ogni azienda può
aspirare all’ascesa in fasi più redditizie della produzione, e la competizione interna tra le
ditte ad ogni livello tiene bassi i prezzi ed alta la competitività del prodotto finale; e
questo differisce profondamente dal sistema italiano, dove alla competizione per i
fornitori ed i terzisti si sostituisce il criterio della conoscenza e del “prezzo di favore”, e
dove difficilmente i ruoli e le attività possono essere scambiati e seconda delle
circostanze. Per questo, si può sostenere che non esistano veri e propri sistemi di accordo
cartellistico tra le aziende, e che le relazioni tra le aziende si regolino secondo le regole
implicite del suddetto distretto cinese; ma di questo parlerò più avanti, quando si tratterà
di questioni più relative all’illegalità all’interno della comunità immigrata.
Per ora, invece, è interessante vedere come la flessibilità dei pronto moda si applichi al
nuovo mercato internazionale a cui essi si rivolgono. Più imprenditori intervistati hanno
affermato di aggiustare i propri prodotti al gusto specifico spagnolo, greco, o francese,
perché magari nella prossima stagione si aspettano un maggior arrivo di acquirenti da
quelle nazioni. E tale “aggiustamento culturale” avviene in maniera tanto semplice
quanto geniale: il modellista si procura qualche giornale di moda della nazione verso cui
si rivolge, e da questo saccheggia idee e prende modelli, facendosi un’idea delle tendenze
della moda di quella nazione per quell’anno.
Tutti questi elementi rendono l’economia delle aziende cinesi estremamente dinamica, e
per questo competitiva e vincente; e da qui è facile immaginare la velocità con cui esse
siano riuscite ad annichilire le concorrenti nostrane. Mentre l’economia tessile si apriva ai
nuovi mercati mondiali, gli imprenditori italiani sono rimasti arroccati in un’anacronistica
riluttanza a modificare i propri meccanismi di funzionamento, i propri prodotti o i propri
mercati –la stessa riluttanza, del resto, che ha minato la competitività italiana in molti
altri settori produttivi. Con l’attività già in perdita, hanno ceduto alle prime difficoltà del
mercato, e venduto appena potuto ai cinesi i quali, come d’uso nella loro cultura,
pagavano comodamente in contanti e non chiedevano garanzie sulla salute dei conti; ora,
poi, che per merito di quest’ultimi le sorti delle confezioni pratesi si sono risollevate, ne
rivendicano il controllo e si lamentano della “invasione cinese”.
Il fallimento tessile pratese risulta ancora più amaro se si considera che un azienda di
successo avrebbero potuto costruirla anche gli italiani. A ben vedere, infatti, la ricetta
imprenditoriale dei pronto moda cinesi non è terribilmente complessa: essa introduce sì
elementi di modernità –nella capacità di analizzare ed utilizzare a proprio vantaggio il
mercato globale-, ma si basa spesso su espedienti rudimentali e talvolta quasi ridicoli,
soprattutto per quanto riguarda le scelte di design, di promozione pubblicitaria e la
struttura aziendale. Insomma, se i pronto moda cinesi riescono a vendere con modelli di
vestiti scopiazzati da un catalogo, con marchi di fabbrica tradotti a spanne dal cinese e
senza la minima organizzazione aziendale, non si vede proprio perché un’azienda seria
italiana, dove lavorino stilisti capaci e fantasiosi in grado di disegnare capi di
abbigliamento innovativi, non debba trovare la sua bella fetta di mercato, pur nella feroce
competizione del mercato delle confezioni pratese.
A ben vedere, il successo imprenditoriale delle ditte cinesi è quasi solamente dovuto al
fiuto per gli affari del laoban, alla sua maniacale volontà di riscatto economico ed alla
capacità di sacrificarsi per ottenere i propri scopi; le debolezze, invece, trovano
spiegazione nella mancanza di competenze specifiche, di tipo commerciale o artistico,
che sono comunque necessarie per svolgere qualsiasi attività economica nel mondo
moderno. Proprio in questo senso, dunque, c’è da chiedersi perché gli italiani –che di
queste competenze sono culturalmente dotati- si siano così passivamente ritirati dal
mercato emergente del pronto moda, e non abbiano voluto fondere le proprie inclinazioni
intellettuali alla forza imprenditoriale degli immigrati; gli effetti positivi della sinergia
italo-cinese sono stati enumerati trattando degli (ancora pochi) addetti italiani nelle
aziende cinesi, ma è tuttora improbabile che tale unione si allarghi ad un campo più
ampio.
E’ notizia recentissima la creazione di un marchio tessile Made in Prato che unisca
industrie tessili italiane a pronto moda cinesi; la riuscita di questa operazione è tanto
auspicabile quanto incerta, e tuttavia sembra che per giungere finalmente al modello
(secondo me vincente ed inevitabile) design italiano-manifattura cinese il mondo
economico pratese debba prima abbandonare campanilistici preconcetti, e l’atavica
resistenza a collaborare con –o persino lavorare per- gli immigrati cinesi.

La frammentazione del lavoro cinese a Prato

Per la stragrande maggioranza dei pratesi, la comunità cinese si presenta come un “buco
nero” nella conoscenza della propria stessa città e dei suoi abitanti. Alle differenze
culturali e linguistiche si somma la difficoltà ben più basilare degli italiani a riconoscere i
volti degli immigrati, così diversi nei tratti dalla razza caucasica da apparire ad un primo
sguardo tutti uguali. E così, per le strade della Chinatown questa massa fisionomicamente
indifferenziata di asiatici vive una vita parallela da quella del resto della popolazione,
chiusa ed impenetrabile a chi non conosca almeno un poco gli strani e lontani costumi
della cultura cinese.
In realtà, come si è accennato, le relazioni economiche tra i cinesi e gli italiani a Prato
esistono e sono molte, e talvolta scofinano anche nell’ambito dei rapporti personali e di
amicizia. E, a ben vedere, proprio queste relazioni hanno dato la prima spinta verso
l’evoluzione delle strutture economiche cinesi, e l’ascesa sociale ed economica di un
gruppo di cinesi; i laoban dei pronto moda, le loro famiglie, e più in generale i cinesi
legati al settore delle confezioni ai suoi più alti livelli.
D’altra parte, gli imprenditori di pronto moda ed i loro addetti non esauriscono affatto il
panorama sociale e lavorativo della comunità cinese. Agli stadi più bassi della catena
produttiva esistono molte altre figure, di cinesi che lavorano come terzisti nelle botteghe
artigiane, con gradi di visibilità progressivamente inferiori e condizioni economiche e
sociali ben più modeste di quelle dei ricchi e vincenti capi di azienda. Il mondo dei cinesi
a Prato, insomma, è frammentato in una amplissima scala sociale, che mostra le difficoltà
di molti ad ambientarsi ad una realtà nuova, diversa e spesso ostile, a fronte di un
relativamente piccolo gruppo di cinesi che “ce l’hanno fatta”, che hanno cioè raggiunto la
sospirata ricchezza e giungono persino ad ambientarsi con l’ambiente autoctono.
Le disparità economiche, in realtà, sono solo le manifestazioni più esteriori della varietà
della comunità cinese, perché si sono formate solo in seguito all’insediamento a Prato e
alla creazione delle nuove attività economiche. Ad esse si aggiungono differenze
fondamentali “a monte”, nella provenienza dei vari gruppi di cinesi e nei motivi che li
hanno spinti ad emigrare, e tutto ciò rende la comunità variegata anche etnicamente,
linguisticamente e persino religiosamente.
I vari luoghi di provenienza non sono semplici caratterizzazioni geografiche, perché la
Cina ha una dimensione paragonabile a quella di un intero continente, e a diverse regioni
del paese corrispondono basilari peculiarità culturali. Per questo, anche all’interno della
“piccola” comunità cinese di Prato, immigrati cinesi di una certa regione hanno un
linguaggio proprio, spesso incomprensibile ai connazionali che non provengono dalla
stessa zona; questi gruppi, inoltre, differiscono profondamente nella concezione della
propria etnicità e nazionalità, e dunque anche nelle relazioni che essi sono disposti ad
intrecciare con gli italiani sul territorio. Insomma, questa massa indistinta dei cinesi a
Prato è forse più variegata di quanto l’omogeneità facciale percepita dagli italiani possa
suggerire; e forse più chiusa tra i diversi gruppi all’interno della comunità stessa, di
quanto non lo sia rispetto all’ambiente esterno.
La gran parte dei cinesi di Prato, lo si è già indicato, proviene da Wenzhou, città costiera
nella regione centrale dello Zhejiang; del resto, i wenzhounesi costituiscono il nucleo
dell’immigrazione cinese in Europa in generale, e tuttora la maggioranza dei cinesi di
oltremare nel continente proviene da questa città. I cinesi di Wenzhou sono i fautori
dell’emigrazione economica per eccellenza, quella cioè motivata dal desiderio di fortuna
fuori dalla patria, prima ancora che dalla necessità o disagio sociale; il loro ideale di vita
è basato sul lavoro indefesso e spassionato, con l’unico scopo del raggiungimento della
ricchezza –del facai, il “diventare ricchi”- per poter poi tornare vittoriosi nella città
natale, dove spendere da benestanti la vecchiaia.
Molti di loro sono effettivamente riusciti in questo intento di ricchezza, ed in patria ricchi
ci sono tornati davvero, tant’è che ora la Wenzhou è una delle città più moderne,
dinamiche e sature di investimenti della nazione. Così, mentre i wenzhounesi erano
tradizionalmente sottostimati dai cinesi delle altre regioni ricche –in primo luogo dalla
vicina Shanghai-, ora il loro modello di vita è ammirato ed imitato da compatrioti di altre
regioni, fino ad essere diventato perfino proverbiale. Difatti, anche l’idea generale che gli
occidentali hanno dei cinesi, e cioè quella di calcolatori, stakanovisti e un po’ avari alla
Paperone de’ Paperoni, è in realtà solo l’immagine dei cinesi di Wenzhou, i più numerosi
nelle nostre nazioni e anche quelli più pittoreschi ed appariscenti: in molte altre zone
della Cina, gli abitanti sono ben più rilassati e spensierati, ma è chiaro che un cinese che
si arricchisce fa più scalpore di un cinese dimesso, ed i wenzhounesi sono stati ormai
presi come nostri modelli universali di descrizione degli immigrati asiatici.
Ovviamente, anche a Prato sono proprio i wenzhouesi ad aver ottenuto i successi
imprenditoriali maggiori. Questo perché la determinazione all’emancipazione economica
tipicamente wenzhounese ha motivato interi gruppi familiari a lavorare a ritmi
estremamente pesanti, ed allo stesso tempo a mantenere condizioni di vita frugali, per
ottenere il massimo profitto e la minima uscita di denaro. A tali costumi, dunque, si deve
una buona parte della competitività delle industrie cinesi, capaci di produrre di più e a
prezzi più bassi rispetto alla produzione italiana, che invece è caratterizzata da ritmi di
lavoro più leggeri e da una maggiore attenzione verso i diritti degli operai.
Oltre a questo, e forse in maniera ancor più significativa, i cinesi di Wenzhou sono stati
fortemente avvantaggiati dal fatto di essere giunti a Prato per primi –a partire dal 1987 e a
ritmi sostenuti fino a 5-6 anni fa-, e di essere stati per lungo tempo l’unica comunità
cinese presente nella città. In quel periodo l’immigrazione nel territorio era fenomeno
sconosciuto, ed autorità e forze produttive non avevano conoscenze o esperienza per
arginare o prevedere l’impatto dei nuovi arrivati sul mondo economico; per questo, gli
immigrati cinesi furono tollerati con indifferenza, ghettizzati in una piccola area della
città in cui fu loro permesso di svolgere qualsiasi attività senza freni o controlli. Cosa
che, comprensibilmente, i wenzhounesi sfruttarono senza indugio e con abilità per
costruire strutture e relazioni economiche ora molto complesse e strutturate.
Inoltre, le prime imprese cinesi potevano godere i vantaggi di un mercato ancora vergine
a Prato –quello delle confezioni-, e della pressoché totale mancanza di competizione; e,
come si è visto, sono proprio le ditte presenti sul territorio da più tempo ad aver ottenuto
riscosso il successo imprenditoriale maggiore. Così, gli imprenditori giunti a Prato da
lungo tempo hanno iniziato con un piccolo magazzino di confezioni e poi, con molta
ambizione e un pizzico di fortuna, sono magari riusciti ad aprire un pronto moda al
Macrolotto, grazie al quale hanno potuto finalmente salire la scala sociale.
Questi sono i laoban – “i padroni” o, letteralmente, “i vecchi marpioni”-, un gruppo
sociale ben definito e fiero della propria caratterizzazione, che non esita a manifestare
appena possibile il proprio benestare e la propria differenza dal resto della comunità; a
differenza di tutti gli altri immigrati, infatti, i laoban vivono in case di proprietà e girano
con macchine di lusso dalle già citate targhe evocative del loro successo personale.
Certamente, non tutti i laoban di Wenzhou riescono in questa ascesa, perché c’è chi non
riesce a fare il “gran salto” verso i pronto moda, e rimane invece a livello delle botteghe
di terzisti, le quali hanno termini di commercio peggiori e margini di profitto molto più
ridotti; e, ovviamente, ci sono anche immigrati wenzhounesi giunti a Prato più di recente,
che sono ancora in fasi precedenti del “percorso ideale di sviluppo” seguito dai cinesi in
via di arricchimento. In generale, però, per i cinesi di Wenzhou ci sono tangibili
possibilità di emergere, tanto per quelli che vivono a Prato già da molto tempo, quanto
per coloro che devono ancora affrontare le difficoltà dei primi tempi.
All’interno della comunità cinese, infatti, i legami di concittadinanza valgono molto più
dei legami nazionali, ed i wenzhounesi tendono a chiudersi in un gruppo chiuso anche ai
compatrioti di altre regioni; questo perché il dialetto parlato è molto diverso ed
incomprensibile per gli altri cinesi, ma anche perché tra i cinesi di Wenzhou esistono
quasi sempre gradi di parentela e relazione che hanno origine da quando essi si trovavano
ancora in Cina. Per questo, i Wenzhou a Prato si considerano ancora tongxiang
–“compagni di villaggio”-, e per un wenzhounese in città è sempre piuttosto semplice
intessere relazioni –le guanxi, su cui le strutture economiche e sociali del mondo cinese si
basano. Tutti i cinesi che emigrano oggi da Wenzhou hanno già parenti o conoscenti a
Prato, e questi possono aiutarli ad aprire un’attività o, almeno, garantire loro un lavoro
come operai da cui partire la propria scalata; e, considerato che la maggior parte dei
laoban di prontomoda, prima di diventare imprenditore, lavorava come operaio in un
magazzino proprio come tutti gli altri, la speranza di arricchimento dei wenzhounesi è
fondata e possibile, ed uno degli stimoli più grandi per la produttività e l’intraprendenza
di questo gruppo di immigrati.
Sotto ai laoban ed alle loro famiglie stanno i lavoratori specializzati, coloro che per
competenze professionali lavorano nei prontomoda come venditori o modellisti.
All’interno della comunità cinese le competenze specifiche sono molto rare, perché
difficilmente gli immigrati hanno potuto conseguire un’istruzione completa quando si
trovavano in Cina; il lavoro –tanto quello imprenditoriale quanto quello operaio- viene
fatto e gestito ad intuito, basandosi sull’esperienza o imitando modelli già creati, e ciò fa
sì che persone dotate di formazione avanzata siano molto richiesti dai pronto moda.
I pronto moda svolgono attività di tipo gestionale più che manifatturiero, e per questo gli
addetti non sono sottoposti a fatica manuale o a ritmi estenuanti; a lavorare di notte,
infatti, non sono i lavoratori specializzati ma piuttosto personale extra, assunto a nero o
comunque privo di qualifiche. Questo piccolo gruppo di impiegati specializzati è
comprensibilmente soddisfatto del proprio impiego, che viene pagato decentemente
perfino se paragonato agli stipendi italiani –1000, talvolta anche 1200 euro al mese- e
che, soprattutto, permette loro di perseguire il sogno dell’emancipazione economica e del
lavoro in proprio. Non mancano, infatti, immigrati che hanno utilizzato le loro
conoscenze per attività di tipo diverso, come creare un proprio studio da modellista
freelance, o aprire uffici di consulenza legale o linguistica; e anch’essi, sebbene in modo
diverso, hanno raggiunto un certo status sociale comparabile a quello dei laoban.
Questi sogni, al contrario, non possono condivisi dagli operai delle botteghe artigiane: le
loro condizioni lavorative e retributive sono ben più degradanti dei tongxiang degli
imprenditori, ed essi non possono accampare con il laoban nessuna relazione che
potrebbe in qualche modo facilitarli o rendere la loro vita lavorativa più leggera. Le
botteghe di terzisti producono concretamente i capi che vengono venduti dai pronto
moda, ed al loro interno vengono compiute attività manuali molto spesso gravose, che un
wenzhounese parente di un imprenditore difficilmente si abbasserebbe a fare. A svolgere
questi lavori, quindi, sono cinesi provenienti da altre zone della Cina che, per il fatto di
essere al di fuori del giro di guanxi che caratterizza il gruppo di Wenzhou, non hanno
mezzi economici né scelta, se non quella di mettere la propria forza lavoro a disposizione
dei laoban dei piccoli magazzini artigiani.
Tornando alla solita e antiquata analisi marxista, questi si potrebbero definire i proletari
della comunità cinese, quelli cioè che non posseggono capitale e sono costretti a vendere
le loro braccia all’imprenditore; un’analisi che in realtà funziona perfettamente con i
cinesi di Prato, con la sola importantissima eccezione che al centro del sistema non ci
sono direttamente i soldi –il capitale-, ma piuttosto le relazioni –le guanxi- che
indirettamente permettono di ottenerli.
Il primo gruppo di immigrati non wenzhounesi a giungere a Prato è stato quello del
Fujian, provincia costiera poco a sud di Wenzhou, ed altro grande bacino di provenienza
dei cinesi d’oltremare. Grazie alla loro relativa vicinanza, le caratteristiche culturali di
questi due gruppi sono piuttosto simili –anche se, ovviamente, ciascuno ha le sue
consistenti peculiarità-, e non a caso in cinese essi sono compresi nella stessa
denominazione geografica, jiangnan, ovvero la zona a sud del fiume Yangzi.
Dal punto di vista lavorativo, in particolare, i fujianesi hanno molte caratteristiche simili
a quelle dei compatrioti di Wenzhou: sono bravi nel lavoro di precisione, e dotati per certi
aspetti dello stesso spirito imprenditoriale che caratterizza i wenzhounesi. Buona parte
dei fujianesi proviene dalla zona di Mingxi, importante bacino di lavorazione del cotone,
e ciò garantisce loro un’utile esperienza di impiego nel settore tessile.
Per tutti questi motivi, i cinesi del Fujian sono spesso impiegati come operai specializzati
nelle botteghe artigiane, in posizioni conformi alle capacità manifatturiere di cui sono
dotati; e, ovviamente, ciò li rende molto richiesti e trattati quasi alla stessa stregua di
lavoratori di Wenzhou. I fujianesi sono i più pagati nelle aziende dei terzisti e, visto che
di competenze specifiche c’è sempre bisogno, difficilmente rimangono senza lavoro.
Così, per coloro che coltivano ambizioni di ascesa sociale e sono disposti a sfibranti
prestazioni lavorative, ci sono possibilità di accumulare abbastanza risparmi per aprire
un’attività in proprio: pur mancando degli agganci e delle relazioni dei connazionali di
Wenzhou, insomma, anche alcuni fujianesi riescono ad emanciparsi. E un segno di questa
possibile emancipazione è dato dalla crescente presenza degli immigrati del Fujian nelle
statistiche ufficiali, a testimoniare che sempre più fujianesi raggiungono livelli sociali ed
economici tali da emergere al controllo delle autorità.
In fondo all’ideale piramide sociale della comunità cinese di Prato, infine, vi è una grande
massa di lavoratori dalle speranze e prospettive ben più limitate degli altri. Questi sono i
lavoratori non specializzati, che non hanno nessuna competenza o qualità specifica, e per
questo sono privi di potere di contrattazione nei confronti del proprio datore di lavoro;
essi davvero non hanno niente da offrire se non la propria fatica e, come si può
immaginare, di fatica ne viene loro richiesta molta.
Inoltre, i lavoratori non specializzati sono giunti a Prato in tempi recentissimi –e in realtà
ancora oggi siamo nel pieno del loro processo di immigrazione-, e quindi sono totalmente
privi di relazioni con la comunità cinese preesistente. Tutto ciò sommato rende la loro
situazione a Prato estremamente svantaggiata, e le loro prospettive lavorative ben poco
allettanti: non a caso sono chiamati gli zagong, che letteralmente significa “quelli che
fanno un po’ di tutto”.
Gli zagong provengono dalle zone più disparate della Cina: soprattutto dal dongbei, le
regioni industriali del nord-est, ma anche dallo Henan, dal Jiangxi e perfino da Shanghai
o da Pechino. A differenza dei cinesi di Wenzhou o del Fujian, la loro migrazione è di
tipo meramente sussistenziale: più che dal desiderio di fare fortuna, sono spinti all’esodo
dalla condizione di disoccupati che li opprimeva in patria, o da esperienze lavorative
fallite in altre città d’Italia o d’Europa.
Le ragioni di questo loro “fallimento” sono diverse: da un lato, essi non sono
culturalmente dotati dello spirito imprenditoriale e delle ambizioni dei cinesi del sud,
hanno lavorato per tutta la loro vita nelle industrie pesanti statalizzate, e considerano la
libertà imprenditoriale come un rischio più che come una possibilità. In secondo luogo,
proprio per le loro caratteristiche da operai pesanti, non rispondono alle richieste di
manodopera leggera e di precisione delle imprese tessili, e sono dunque impiegati come
tuttofare per i lavori di fatica. Gli operai del nordest sono i grandi perdenti della
modernizzazione cinese: con la riforma dell’economia pianificata in economia di
mercato, le imprese di stato siderurgiche o carbonifere sono diventate degli obsoleti
ostacoli allo sviluppo economico. Per quanto per anni lo stato cinese abbia continuato a
farle funzionare come ammortizzatori sociali e per scongiurare lo spettro della
disoccupazione –il grande nemico del regime totalitario cinese, perché foriero di protesta
sociale e rivoluzione politica-, ora si sta cominciando a smantellarle e ad esse si è
sostituita un’industria più leggera, soprattutto riguardante i computer. Ma, com’è facile
comprendere, un operaio siderurgico non può mettersi da un giorno all’altro ad attaccare
chip su una scheda madre, e così in moltissimi si sono trovati senza lavoro e senza
prospettive.
Per loro Prato è un ultima estrema possibilità: essi sanno già che le condizioni di lavoro
per gli zagong sono particolarmente dure, e che il provenire da una realtà culturale
completamente diversa da quella a cui appartengono gli altri cinesi della comunità può
costituire un ulteriore svantaggio, se non addirittura fonte di discriminazione. Del resto,
non hanno alternative, perché per loro in Europa non ci sono possibilità di trovare un
lavoro per cui avrebbero qualifiche e forza contrattuale; inoltre, venendo a Prato dove
esiste una comunità numerosa di cinesi emancipati e regolari, gli zagong sperano se non
altro di poter essere regolarizzati, e magari di trovare una propria strada lavorativa tra gli
italiani.
Ritornando ancora una volta a terminologie più familiari, gli zagong si avvicinano al
nostrano sottoproletariato: sono lavoratori senza qualifica, senza istruzione, la cui vita
oscilla tra il lavoro di fatica nelle botteghe, ed il vagabondaggio senza scopo per le vie
della Chinatown quando la domanda di manodopera è poca. E’ chiaro che queste infime
classi sociali sono testimoni di un profondo disagio sociale, e che anche per questo
racchiudono in sé una componente criminogena potenziale ma significativa: tuttavia,
essendo un fenomeno sociale estremamente recente, non hanno ancora sviluppato una
consapevolezza di gruppo, e sono numericamente in minoranza rispetto agli altri gruppi
regionali della comunità cinese; così, per ora rimangono isolati ed impotenti alla mercè
degli imprenditori.

Il mercato del lavoro cinese a Prato

Tutte queste stratificazioni sociali sono espressione di una realtà economica e


comunitaria estremamente complessa, per certi versi opposta alla concezione unitaria che
si è soliti associare alla Chinatown pratese. Quando tutti i cinesi di Prato provenivano da
Wenzhou, o al massimo anche dal Fujian, la comunità poteva esaurire i propri bisogni di
manodopera e di produzione nell’ambito delle relazioni familiari o di conoscenza che
legavano praticamente tutti gli immigrati. Da qualche anno, però, l’afflusso di cinesi
provenienti da altre zone della Cina si è fatto massiccio, e questo ha inevitabilmente
cambiato la forma e la dimensione del mercato del lavoro; esso è divenuto più
competitivo e la forza lavoro conseguentemente più economica, aumentando ancora di
più la distanza tra i laoban di Wenzhou –i quali si avvantaggiano di lavoratori a basso
costo- ed operai delle altre regioni –che si ritrovano con dei termini di contrattazione e
delle condizioni lavorative sempre più deteriorate.
Nonostante questo, non bisogna pensare che nelle botteghe di terzisti si svolga solamente
lavoro non qualificato: anzi, proprio in seguito all’evoluzione del mercato delle
confezioni, i pronto moda hanno iniziato a richiedere ai terzisti prestazioni manifatturiere
sempre più precise ed avanzate. Perciò, anche le botteghe artigiane hanno dovuto
adeguare la propria struttura ed la propria produzione al nuovo mercato, e si sono venute
a creare figure lavorative dalla collocazione produttiva ben definita.
Per rispondere alle richieste più strutturate del sistema produttivo si è venuta a creare una
vera e propria “piazza del lavoro” su via Pistoiese, il centro nevralgico della Chinatown:
è la piazzetta del Xiaolin Chaoshi –il supermercato cinese-, sulle cui pareti sono affisse
centinaia di annunci di chaogong, ovvero richieste di assunzione di operai in industrie
tessili. Ogni giorno un gruppo nutrito di cinesi –che diminuisce o aumenta a prescindere
dalla quantità di lavoro disponibile sul mercato- si affolla per leggere e staccare i foglietti
di assunzione, o ancora si raccoglie davanti al Centro Tim, dove i laoban pagano 2 euro
all’ora per avere su uno schermo elettronico la propria richiesta di lavoratori.
La piazza del lavoro di via Pistoiese assomiglia molto alle aree di reclutamento che
esistevano nelle città del sud Italia, soprattutto nell’immediato dopoguerra e al tempo del
boom economico. Mettere gli annunci sui giornali cinesi non avrebbe senso, visto che a
leggere sono soprattutto i cinesi più ricchi ed istruiti, che di lavoro come operai non
hanno bisogno; per questo, si ritiene molto più veloce e conveniente affiggere messaggi
concisi e chiari, che anche i lavoratori più illetterati possono comprendere, in un luogo di
passaggio e di cui tutti conoscono l’esistenza.
Molti operai possono passarvi intere giornate, seduti sui blocchi di cemento nella galleria
dietro al Xiaolin Chaoshi a fumare o a chiacchierare con gli altri, se la domanda di lavoro
non è molta: così, la piazza del lavoro può anche fungere da indicatore dello stato
dell’economia cinese a Prato, perché quando gli annunci sono molti e gli operai in cerca
di lavoro pochi, le confezioni sono a pieno regime e tutti gli immigrati sono a lavoro,
mentre se gli annunci sono pochi e c’è folla nella galleria, questo significa che
l’economia stagna e non c’è lavoro.
Ogni tanto arriva una signorina distinta, la figlia o la moglie di un laoban –dall’età
comunque postadolescenziale-, che attacca qualche annuncio sul muro e va via senza
salutare, e forse una macchina targata ottottotto la sta aspettando in doppia fila su via
Pistoiese; gli operai aspettano che se ne sia andata, perché in ogni caso provano reverenza
nei confronti dei cinesi dallo status più alto, e poi si accalcano ferocemente per leggere i
nuovi annunci e vedere se la richiesta fa al caso loro. Quelli che non sanno leggere, e non
sono pochi, si fanno aiutare dai due o tre più letterati; gli altri si affrettano a scrivere i
numeri di telefono da contattare su un pezzettino di carta.
Gli annunci sono specifici e mirati, e descrivono in modo dettagliato le mansioni che
spettano al futuro addetto. Così, il semplice gongren –termine generico per operaio- è
diventato insufficiente per rispondere alle domande della filiera, e sono ora richieste
competenze professionali più solide; quelle, ad esempio, del chegong (il lavoratore al
telaio), del taokougong o shougong (il lavoratore che assembla i vari pezzi di tessuto per
creare l’indumento), del tanggong (colui, cioè, che stira i prodotti finiti) o, in fondo alla
catena, del già citato zagong.
Molto spesso, poi, vengono anche indicate le generalità preferite del lavoratore, il sesso o
la provenienza: perché, come si è detto, alle diverse regioni della Cina corrispondono
anche diverse inclinazioni lavorative. E se il chegong tipo è maschio, e preferibilmente di
Wenzhou –perché il lavoro alla macchina comporta grandi responsabilità e viene meglio
pagato, ed i laoban tendono ad affidare questa mansione ai tongxiang piuttosto che agli
“estranei”-, il taokougong può essere sia donna che uomo, e viene spesso dal Fujian,
perché esso deve compiere un lavoro meno retribuito e considerato, ma che richiede
uguale precisione ed esperienza nel campo tessile. Lo zagong, invece, è rigorosamente
uomo, perché le sue mansioni sono estremamente logoranti e faticose, e solo lavoratori
maschi sono in grado di sostenerle.
Per questo, pur essendo disseminate in centinaia di volantini nella Chinatown, non tutte le
richieste di manodopera possono essere colte dagli immigrati in cerca di lavoro: molti –e
sono soprattutto quelli del nordest- non hanno qualifiche sufficienti per molte delle
professioni richieste, e devono limitarsi alla ricerca dei pochi annunci rivolti agli zagong.
Per operai specializzati, invece, le possibilità di impiego sono molte: la figura del
taokougong, per esempio, è particolarmente richiesta nel distretto pratese, perché non vi è
un gran numero di lavoratori con abilità adeguate, e questo fa sì che gli immigrati del
Fujian –quelli che più spesso rispondono a queste competenze specifiche- trovino lavoro
molto facilmente, e che possano cambiare lavoro frequentemente alla ricerca di
retribuzione o condizioni migliori.
Tra le varie richieste degli annunci, infine, vi è quella che a presentarsi per il lavoro sia
una coppia sposata piuttosto che una persona singola: una pretesa che può sembrare
assurda, ma che in realtà cela delle precise motivazioni. Come prima cosa, infatti, si
preferiscono coppie lavoratrici perché marito e moglie possono lavorare in spazi più
ristretti ed intimi, sullo stesso tavolo da lavoro ed in maggiore sinergia di quanto lo
farebbero colleghi estranei; l’imprenditore, insomma, sa che le cose fatte con amore sono
fatte prima e meglio e, naturalmente, non vuole negarsi i vantaggi delle unioni affettive
dei propri dipendenti. Ma, soprattutto, i due possono dormire nello stesso letto e, visto
che è in genere l’imprenditore a garantire ai propri operai l’alloggio, questo gli permette
di avere un sensibile risparmio nelle spese.
Non bisogna pensare che questo tipo di speculazioni siano considerate scandalose dagli
operai che le subiscono: la cultura cinese, infatti, è estremamente pragmatica, e anche
questioni sentimentali come il matrimonio, l’amore ed il sesso vengono tenute
regolarmente di conto tra i vantaggi e gli svantaggi economici. Così, se un imprenditore
valutasse vantaggioso per la produzione che i propri operai avessero relazioni sessuali
prima di lavorare, non avrebbe nessuna remora a chiederlo ai lavoratori, e questi,
probabilmente, non avrebbero grandi obiezioni in proposito.
Le coppie sposate, però, vengono preferite ai single anche per un altro motivo: e cioè che
esse danno al laoban maggiori garanzie di un impegno lavorativo a lungo termine. Il
mercato del lavoro della Chinatown, infatti, è estremamente volatile, e molti lavoratori
cambiano impego frequentemente alla ricerca di condizioni migliori, lasciando senza
preavviso le aziende e quindi mettendole in carenza di forza lavoro. Simili trafile possono
essere compiute facilmente da giovani cinesi non sposati, ma certamente meno da operai
con famiglia e figli a carico, che necessitano entrate costanti per mantenere i congiunti;
per questo, gli operai accasati tendono a rimanere stabilmente in una ditta dopo aver
trovato lavoro, e sono tenuti dagli imprenditori come riserva fissa di manodopera.
La piazza del lavoro della Chinatown è posta su via Pistoiese, proprio al centro della
Chinatown dove si trova la maggior parte delle botteghe artigiane; anche grazie a ciò,
questa è pure il luogo di ritrovo per la raccolta degli operai. La raccolta viene fatta spesso
dall’imprenditore stesso, con un camioncino o un minibus; questo avviene il lunedì o in
generale la mattina, in modo molto simile alla raccolta dei lavoratori giornalieri in altri
settori industriali –soprattutto dalle aziende edili-, a seconda delle esigenze momentanee
di manodopera.
L’assunzione di forza lavoro si basa quasi solo sulle relazioni ufficiose che si intrecciano
attorno al Xiaolin Chaoshi. Proprio questa struttura informale rende il mondo del lavoro
cinese estremamente competitivo e mobile, e permette alle imprese tessili immigrate una
flessibilità che non era possibile quando la comunità era chiusa ai soli cinesi di Wenzhou.
Tra le strade della Chinatown, insomma, si sviluppa ogni mattina un vero e proprio
tamtam di voci che si spargono tra gli operai riguardo ad una o un’altra fabbrica che ha
bisogno di lavoratori; e queste voci possono, nel giro di poche ore, spingere decine o
centinaia di immigrati ad affollarsi sulla piazza del lavoro. Oppure, se gira la notizia della
crescita dell’economia pratese in generale, in un tempo velocissimo cinesi da tutta Italia
si spostano a Prato per sfruttare la congiuntura economica favorevole: questo è quello che
avviene in periodi di “piena” della confezioni cinesi, come Maggio, Settembre o
Dicembre, in cui la stazione centrale di Prato si anima ogni giorno di una folla di cinesi
giunti in città per lavorare per qualche settimana e poi tornare nel luogo di provenienza.
Il mercato del lavoro cinese a Prato ha ormai raggiunto una dimensione tanto notevole
quanto difficile da quantificare; dalle opinioni raccolte all’interno della comunità, si può
affermare che faccia riferimento ad almeno 20000-25000 operai; tale numero, in realtà,
oscilla a seconda delle stagioni e della quantità di lavoro disponibile, e in momenti di
congiuntura favorevole dell’industria tessile può anche superare queste cifre.
Di numeri in generale si tratterà meglio nell’ultimo capitolo; per ora parliamo solo di
lavoratori nelle imprese di confezioni che, per quanto maggioranza, non esauriscono
l’intera popolazione della Chinatown. In realtà, contare la forza lavoro cinese non è cosa
banale, perché il movimento degli operai da un’azienda ad un’altra è molto intenso, ed
esiste sempre un grande numero di lavoratori che non sono impiegati in nessun’azienda
semplicemente perché stanno cambiando datore di lavoro o perché hanno deciso di non
lavorare per un certo periodo.
Sì, perché in alcuni casi il lavoratore stesso può decidere se e quando lavorare; questo
avviene, ovviamente, solo se questi non ha vincoli economici –cioè non deve pagare
debiti o prestazioni al datore di lavoro-, ma non gli procura un perdita economica, visto
che la paga viene data proporzionalmente alla prestazione data. Sono frequentissimi,
infatti, i casi in cui l’operaio lascia il posto di lavoro anche solo dopo pochi giorni
dall’assunzione alla ricerca di condizioni migliori, senza avvisare l’imprenditore e
avendo comunque diritto alla retribuzione per la propria prestazione fino a quel
momento: da qui, il bisogno di avere una sacca di manodopera fissa, le coppie sposate di
cui si parlava prima. Ovviamente, questa mobilità si ritorce anche –e soprattutto- contro
gli operai, i quali non sono mai tutelati davanti a decisioni inaspettate del padrone di
diminuire il numero degli addetti, richiedere loro straordinari improvvisi o chiudere la
ditta senza preavviso o compensazione; e tuttavia, ciò fa sì che il bisogno di manodopera
da parte delle imprese tessili sia costante, e che vengano assunti preventivamente più
lavoratori di quanti siano strettamente necessari per la produzione.
Viste le dimensioni e la dinamicità del mercato del lavoro, è chiaro che Prato e la sua
fiorente economia etnica producono una fortissima attrattiva fra i cinesi d’oltremare; anzi,
neppure solo tra i cinesi immigrati, perché persino in Cina la città toscana è diventata
famosa e costituisce una meta ambitissima tra gli emigranti dell’intera nazione. Come ci
hanno confermato molti intervistati, nelle regioni di grande emigrazione, come lo
Zhejiang ed il Fujian, Prato è ormai universalmente sinonimo di una seconda America, un
terreno vergine per i nuovi pioneri cinesi; tali descrizioni favolistiche, poi, vengono
supportate dalla vista degli immigrati pratesi ritornati in patria coperti di gloria e di
denaro, e così l’immagine che giunge ai potenziali migranti della città è quella di un
luogo della speranza in cui tutti i cinesi possono diventare facilmente ricchi. E così,
migranti da tutta Europa preparano, in momenti di difficoltà economica, una affacciata
sulla piazza del Xiaolin Chaoshi, dove è sempre disponibile un posto per coloro che
hanno voglia di lavorare e coltivano il sogno di arricchirsi.
Il potere attraente dell’economia tessile è talmente forte che essa assorbe in sé la
stragrande maggioranza delle attività economiche della comunità cinese di Prato: non c’è
niente, insomma, nella comunità cinese di Prato, che non abbia direttamente o
indirettamente qualcosa a che vedere con le confezioni. Anche per questo, non è insolito
avvicinare immigrati in cerca di un lavoro in fabbrica, che tuttavia abbiano competenze
ben più vaste di quelle da semplici operai: cinesi con passati di tecnici, impiegati, e
persino laureati, tutti disposti –o costretti- a gettare alle spalle il proprio passato e le
proprie qualifiche per la nuova promettente avventura del tessile pratese.
Tra i vari personaggi interessanti intervistati davanti al Xiaolin Chaoshi, eloquente è il
caso di un medico di Pechino, giunto in città con la moglie solo poche ore prima, e già in
cerca di un lavoro nella piazzetta. Alla notizia che persino un medico potesse ridursi a
fare l’operaio senza specializzazione, c’era da sobbalzare: medicina cinese, d’accordo,
questione di agopuntura e centri di energia, ma comunque di un dottore laureato stiamo
parlando. Com’è possibile, insomma, che anch’egli non potesse trovare nient’altro da fare
a Prato, se non lavorare nelle confezioni? Forse i cinesi di Prato non hanno anche loro
bisogno di medici e di medicine? Ma il dottore, stupito della mia domanda, risponde
lapidario: no, perché per i cinesi di Prato l’unica vera medicina è il lavoro.

Le botteghe artigiane e le condizioni lavorative degli operai

Lo studio “sul campo” delle fabbriche cinesi e delle loro dinamiche produttive non è cosa
semplice. Un conto è osservare, intervistare e persino stringere amicizia con gli
imprenditori dei pronto moda ed i loro addetti, perché essi sono spesso integrati
culturalmente e linguisticamente nella società italiana, le attività svolte dalle loro aziende
sono totalmente emerse, e dunque i più “non hanno niente da temere”; un conto, invece, è
avvicinarsi al ben più oscuro mondo delle botteghe artigiane.
Una buona parte del lavoro svolto dai terzisti, infatti, è totalmente sommersa, e
quand’anche l’azienda sia formalmente regolare ed registrata agli albi, le prestazioni
lavorative al suo interno vengono svolte da lavoratori irregolari, pagati a nero o
comunque in condizioni igieniche e sanitarie che difficilmente passerebbero il più
basilare dei controlli delle autorità italiane. Insomma, ogni bottega di confezioni ha il suo
motivo per fuggire anche il più piccolo contatto con gli italiani, per evitare l’inutile
rischio di aumentare la propria visibilità, e da qui la possibilità di essere controllata e
sanzionata dalle forze dell’ordine. Molto spesso, inoltre, le aziende dei terzisti sono
difficili da individuare, perché sono nascoste nei meandri della Chinatown –una zona in
cui, per diffidenza preventiva, pochi italiani si avventurano-, camuffate con mirabile
maestria e secondo tecniche di cui si parlerà più avanti.
La maggior parte delle fabbriche si trova nella zona di San Paolo, non lontano da via
Pistoiese; e questa scelta del luogo non è casuale per i desideri di segretezza dei terzisti.
San Paolo è un quartiere industriale storico, in cui sono concentrati molti opifici dismessi
o abbandonati dopo la prima crisi del tessile; anche nella parte più residenziale, poi, ogni
casa ha il suo retrobottega, dove ai tempi d’oro del tessile le famiglie pratesi lavoravano a
cottimo per le grandi aziende della città. Per questa sua particolare conformazione
industriale-residenziale, la zona permette agli immigrati di mimetizzarsi perfettamente tra
fabbriche chiuse o talmente scalcinate da sembrare tali, poche botteghe artigiane ancora
gestite dagli italiani e case dove ancora vivono molti italiani: un vero e proprio labirinto
di cortili, viuzze e opifici dove non è difficile scambiare un’impresa cinese clandestina
per un semplice garage. Il fatto che i cinesi lavorino nella porta accanto a quella dove gli
italiani risiedono non facilita l’individuazione di queste fabbriche, perché mentre gli
autoctoni vivono alla luce del sole gli immigrati rimangono sempre nascosti; così, anche
una strada che sembra abitata da soli italiani in realtà potrebbe celare un numero
considerevole di aziende cinesi mimetizzate.
In alcuni casi, tuttavia, è stato possibile compiere interviste personali ad imprenditori o
operai, e persino entrare nelle botteghe per osservare le loro dinamiche all’interno; e
tuttavia, tale possibilità è dipesa spesso dal fatto che l’azienda trattata aveva un grado di
visibilità maggiore, era sottoposta a molti controlli o era già in fase di “emersione” verso
stadi più sviluppati di produzione, come il pronto moda. Tutte, insomma, situazioni
eccezionali e non effettivamente rappresentative della realtà dei terzisti.
Per capire il funzionamento generale di queste strutture, invece, ci si è basati soprattutto
su testimonianze indirette, ovvero sui racconti degli operai intervistati nella piazza del
Xiaolin Chaoshi , o di immigrati che hanno avuto precedenti da operai, ed ora fanno un
lavoro diverso nella Chinatown. A differenza degli operai nelle fabbriche, che temevano
una rappresaglia da parte del datore di lavoro se ci avessero dato qualche informazione, i
lavoratori disoccupati non subivano la “pressione alla segretezza” del luogo di lavoro, e
molto spesso erano aperti a rivelare dei particolari anche molto dettagliati riguardo alla
vita nelle botteghe artigiane. Ovviamente, queste descrizioni hanno rischiato di essere
distorte o esagerate da fattori emotivi o personali, perché difficilmente i lavoratori delle
fabbriche terziste nutrono buoni sentimenti verso il proprio titolare, e ancor di più quelli
che il lavoro non ce l’hanno più, e vagano per la piazza del lavoro in cerca di una nuova
attività; nonostante questo, ho tentato di controllare ed incrociare le fonti per estrapolare
un’analisi quanto più realistica possibile.
In linea generale, per le botteghe di terzisti vale la stessa suddivisione indicata per i
pronto moda del Macrolotto. Esistono, cioè, delle imprese a gestione prettamente
familiare ed imprese personali: nelle prime i lavoratori sono direttamente i familiari del
laoban, il quale partecipa attivamente alla produzione, mentre nelle seconde il
reclutamento della manodopera avviene nell’ambito della piazza del lavoro del Xiaolin
Chaoshi. Ovviamente, questi due tipi di aziende presentano delle dinamiche di lavoro
diverse, soprattutto per quanto riguarda il trattamento e le condizioni degli operai, ma non
sono invece dissimili nell’organizzazione, che è in entrambe molto rudimentale.
Nelle botteghe familiari lavorano quasi esclusivamente cinesi di Wenzhou perché, come
si è detto, solo i wenzhounesi arrivano ad avere relazioni e risorse sufficienti per aprire
una ditta in proprio, foss’anche una piccola bottega di cucitura. Le unioni matrimoniali,
poi, avvengono sempre tra gruppi regionali chiusi, ed è difficilissimo che un cinese di
Wenzhou sposi una donna che proviene da un’altra regione; per questo, anche tutte le
altre guanxi di un imprenditore sono wenzhounesi, e ciò rende la casta dei laoban
fortemente esclusiva ed impenetrabile a cinesi non di Wenzhou. Oltre alla moglie –o al
marito, nel caso di imprenditore donna-, in queste aziende possono lavorare i figli o altri
parenti di vario grado; solitamente, questi ultimi sono giunti a Prato di recente, dopo
l’apertura della bottega e apposta per collaborare alla nuova attività familiare, e dunque
non hanno altre esperienze lavorative sul territorio, né altre scelte di impiego. Le imprese
familiari hanno dimensioni molto ridotte, di circa 4-7 persone e, anche se non è
impossibile che utilizzino manodopera aggiuntiva o occasionale al di fuori della cerchia
della famiglia, fanno comunque quasi sempre riferimento ai soli parenti.
Il fatto di avere responsabilità ed entrate condivise rende le botteghe di tipo familiare
luoghi di lavoro relativamente meno spiacevoli. Gli operai, infatti, sono tutti intimi
conoscenti, il titolare lavora proprio come gli altri, e questo dà all’attività un valore di
sforzo collettivo; uno sforzo, insomma, che viene portato avanti dalla famiglia tutta per
sollevarsi dall’indigenza e raggiungere l’ambito status di facai, di ricchezza. I ritmi della
produzione sono molto stressanti, è vero, si lavora di giorno e di notte a ciclo continuo,
ma dopo tutto l’ambiente è amichevole e tutti gli addetti sono motivati a sacrificarsi per il
bene di tutti e, soprattutto, per la sospirata ricchezza futura.
Questo scenario idilliaco, però, non si realizza sempre: non bisogna dimenticare, infatti,
che i figli difficilmente possono scegliere di non lavorare in fabbrica con i parenti e
prendere una propria strada di vita, e talvolta i legami familiari vengono usati come
forma di costrizione mascherata dal laoban. Nella maggioranza dei casi, poi,
l’imprenditore ha pagato bei soldi per far venire i parenti in Italia, e ovviamente si aspetta
che questi lo ripaghino lavorando nella sua azienda alle condizioni e ai ritmi decisi da lui.
Così, l’azienda familiare si può trasformare in una trappola per i parenti lavoratori, in cui
l’imprenditore sfrutta i legami affettivi per ottenere vantaggi economici; e questi vantaggi
per il laoban possono anche essere consistenti, visto che gli operai in famiglia non
devono essere pagati come degli estranei, e sono tenuti ad attenersi al volere patronale
per pietà filiale.
Le imprese non familiari sono allo stesso modo gestite da laoban wenzhounesi, ma hanno
una composizione geografica degli addetti molto varia: di solito, a parte i chegong o un
aiutante del direttore, gli operai provengono tutti da altre zone della Cina. In questo tipo
di imprese i lavoratori hanno un contratto di ingaggio con l’imprenditore –normalmente
un impegno a voce per un tempo molto breve, di uno o due mesi-, e vengono pagati
all’ora, o più spesso a seconda della quantità di vestiti prodotti. Le loro dimensioni
possono fluttuare di molto: ci sono aziende piccole di grandezza simile a quelle familiari,
come veri e propri opifici dove lavorano decine e decine di operai. E se nelle botteghe
familiari il lavoro viene diviso indifferentemente tra i membri della famiglia a seconda
delle necessità, l’impresa personale ha invece dei ruoli ben definiti, che come si è detto
sono anche caratterizzati da specifiche denominazioni. Vi è dunque la prima lavorazione
del tessuto al telaio, che viene svolta dal chegong, poi i pezzi vengono assemblati dal
taokougong, che opera anche le rifiniture, l’attacco di bottoni e di eventuali altre
decorazioni, e infine il tanggong stira il capo finito; allo zagong spettano tutte le
mansioni di corredo, dal taglio dei fili allo spostamento dei panni.
La diversa organizzazione delle aziende familiari e quelle personali dipende soprattutto
dal fatto che le prime sono generalmente più piccole delle seconde, e necessitano un
grado di complessità inferiore rispetto alle grandi fabbriche non familiari; in entrambi i
tipi di azienda, comunque, i ritmi lavorativi sono estremamente sostenuti. Le aziende di
pronto moda richiedono ai terzisti consegne in tempi brevissimi, perché nella velocità di
produzione risiede buona parte del successo dei loro prodotti; e la presenza di una grande
competizione tra le botteghe artigiane fa sì che il pronto moda possa ricercare tra i vari
terzisti le condizioni ed i tempi di consegna più vantaggiosi.
Per questo, gli imprenditori delle ditte di terzisti, tanto di quelle familiari quanto di quelle
personali, richiedono ai propri lavoratori sforzi spesso eccezionali per concludere gli
ordini nei tempi strettissimi ingiunti dai pronto moda. E, pur con lo stesso risultato, i
lavoratori dei due tipi di imprese sono spinti alla super-produzione da motivazioni
diverse: nelle aziende familiari l’impulso viene dalla volontà di riscatto del nucleo
familiare, e dai legami affettivi che naturalmente legano gli operai, mentre nelle aziende
personali i lavoratori producono di più perché mirano ad entrate più alte, e perché solo
con grandi somme di denaro essi possono riscattare la propria condizione ed aspirare ad
un lavoro migliore.
Il regime di lavoro può arrivare anche a 20-22 ore giornaliere: le botteghe dei terzisti,
infatti, hanno ciclo continuo giorno e notte, e non esistono turni fissi. Così, l’operaio che
ha necessità di denaro –e quindi, di lavorare- può tranquillamente decidere di sedersi
davanti alla propria macchina da cucire per due, tre, quattro giorni consecutivi senza che
nessuno –e meno che mai il laoban- glielo impedisca. Secondo le testimonianze raccolte,
per ricevere uno stipendio decente è necessario lavorare 15-16 ore al giorno; dunque, è
immaginabile che anche la durata media della giornata lavorativa si aggiri intorno a
questa cifra.
L’attività in fabbrica è molto onerosa per tutti; per i cucitori, perché combina l’attività di
precisione alla fatica della gestione di macchinari pesanti, o dello spostamento dei tessuti;
per gli zagong, poi, perché il lavoro è meramente manuale, e presenta anche elementi di
pericolo a causa dei pesi da gestire e la precarietà delle attrezzature a disposizione –in
quanto non vi sono controlli riguardo al rispetto di fondamentali norme di sicurezza,
come l’uso dei guanti o dell’elmetto protettivo. Tutto questo si svolge in ambienti
malsani ed angusti, dove molti operai lavorano gomito contro gomito in spazi strettissimi.
Le fabbriche tengono porte e finestre chiuse per evitare di esporsi allo sguardo degli
italiani, e ciò rende il luogo di lavoro buio e soffocante, assordato dai rumori delle
macchine e avvelenato dai fumi dei colori dei tessuti: solo ad ora di pranzo, quando il
caldo si fa insopportabile ed il passaggio di persone nelle strade è molto ridotto, gli
opifici lasciano aperti degli spiragli da cui è possibile sbirciare ed avere un’idea generale
delle condizioni di lavoro all’interno.
Per capire lo sforzo a cui sono sottoposti gli operai è stato sufficiente osservare i volti
delle persone che venivano ad aprire la porta della bottega quando abbiamo tentato di
intervistarli. Volti pallidi e scavati, gli occhi socchiusi perché la luce del giorno acceca
dopo giornate intere passate in un buio pertugio; pur rivolgendoci a loro in cinese, era
spesso necessario ripetere le stesse frasi più volte per far loro capire chi eravamo, e molti
non avevano le energie fisiche e mentali per respingerci quando insistevamo per entrare a
dare un’occhiata alla fabbrica.
La paga per simili prestazioni varia a seconda della posizione dell’operaio, e va dagli
800-1000 euro mensili per un chegong, ai 650-700 per uno zagong senza qualifica.
Queste cifre possono apparire irrisorie in confronto allo sforzo fisico richiesto, ma in
realtà sono considerate dagli operai in tutto e per tutto proporzionate al lavoro e, anzi,
proprio il trattamento economico costituisce la motivazione più grande alla loro
produttività. Ciò perché nel salario degli operai viene incluso anche il vitto e l’alloggio,
che normalmente ogni imprenditore fornisce ai suoi dipendenti per tutta la durata della
prestazione lavorativa. Il mantenimento dei propri addetti potrà essere una consuetudine
bizzarra in Italia, ma è considerato perfettamente normale nella cultura cinese; anzi, per
un operaio sarebbe più difficile da accettare che il proprio laoban non fornisse vitto ed
alloggio inclusi nella paga, piuttosto che gli si richiedessero le condizioni di lavoro più
degradanti ed inumane.
Ovviamente, nelle condizioni di iper-inflazione del mercato immobiliare italiano, non
dover pagare per l’alloggio a Prato permette ai lavoratori cinesi un consistente risparmio;
ed è chiaro che, al netto delle spese, uno stipendio maturato presso un datore di lavoro
italiano verrebbe ad essere sensibilmente più basso. Gli operai più ambiziosi e misurati,
infatti, riescono a vivere del solo trattamento fornito dall’azienda, e a conservare intatto il
salario; questo può portare i lavoratori ad accumulare ingenti somme di denaro in breve
tempo, e rappresenta una potentissima spinta allo stakanovismo. Certo, quasi sempre il
letto fornito all’addetto è lo stesso tavolo dove questi lavora durante il giorno, ed i pasti
sono poveri ed insufficienti per garantire le energie necessarie alla fatica del lavoro; e
comunque, il desiderio di rivalsa economica degli operai è talmente forte da portare ad
una vera e propria frustrazione delle passioni, e crea il modello di lavoratore indefesso
che caratterizza il sistema produttivo cinese.
Non bisogna pensare, però, che gli operai possano risparmiare soldi fin da subito e con
grande facilità. Una vera libertà economica, infatti, vale solo per gli operai che si
ricongiungono a cinesi già presenti sul territorio, e quindi sono facilitati nei processi di
regolarizzazione o nel pagamento del viaggio dalla Cina all’Italia; per tutti gli altri,
invece, l’avventura lavorativa a Prato comincia con ingenti debiti sulle spalle, e quindi
con la necessità di saldare le proprie pendenze prima di iniziare a risparmiare denaro per
la scalata sociale.
In primo luogo c’è il prezzo del viaggio di migrazione: molti cinesi giungono in Europa
in aereo, poi compiono progressivi avvicinamenti con altri mezzi di trasporto, fino ad
arrivare a Prato; molti altri, poi, vengono smistati via nave da organizzazioni cinesi più o
meno legali, e sbarcano direttamente in Italia dove sono aiutati ad eludere i controlli delle
autorità per l’immigrazione. Entrambi tragitti difficili da ricostruire, ma che costano
all’emigrante cifre superiori ai 3000-4000 euro; somme simili, specialmente se
trasportate in valuta cinese, non sono semplici da reperire, e dunque devono essere
ripagate con i primi salari non appena trovato un lavoro da operaio. Secondo le
testimonianze raccolte tra i lavoratori, almeno il primo anno di lavoro a Prato viene
impiegato interamente al saldo del debito per il viaggio in Italia.
In secondo luogo, e in misura ancor più significativa, l’immigrato è spesso costretto a
pagare per la propria regolarizzazione. Come si vedrà nel capitolo quarto, le condizioni
per la regolarizzazione degli stranieri in Italia variano molto frequentemente, e talvolta
stranieri irregolari devono aspettare anni prima di ottenere un permesso di soggiorno, pur
soddisfacendo già da subito i requisiti necessari. Esiste però una possibile scorciatoia alla
–spesso vana- attesa dei tempi burocratici italiani: cioè che un imprenditore, italiano o
non, a capo di un’azienda regolare, si faccia garante della posizione dello straniero,
certifichi l’impegno lavorativo dell’immigrato e velocizzi così il processo di emissione
dei permessi di soggiorno e lavoro.
Comprensibilmente, nel caso di ricongiungimenti familiari o di conoscenti del laoban che
giungono in Italia per lavorare nell’azienda familiare, l’imprenditore porta avanti senza
remore e richieste la procedura, spinto dal desiderio –o dalla necessità- che i parenti si
uniscano a lui e lo aiutino nell’attività lavorativa. Quando, invece, gli operai non hanno
nessuna relazione con l’imprenditore, o non possono neppure accampare un rapporto di
tongxiang perché non provengono da Wenzhou, questi non ha nessun interesse a favorire
la regolarizzazione i propri addetti, ed anzi tenta di trarre il maggior profitto possibile
dalla condizione precaria in cui essi versano.
Frequentemente, infatti, il laoban chiede agli operai somme di denaro o prestazioni di
lavoro gratuite, ed in cambio si fa carico delle pratiche di regolarizzazione; e soprattutto i
nuovi immigrati, completamente privi di conoscenze o alternative lavorative, sono
costretti ad accettare inermi le usuraie condizioni dell’imprenditore. Da quello che
riferiscono gli stessi operai, intervistati privatamente fuori dal posto di lavoro, le somme
in questione sono molto consistenti: vanno dai 7000 euro in su, fino anche a 16000-18000
euro in momenti di grande domanda di regolarizzazione. Molti imprenditori, poi, oltre al
già citato pagamento in denaro, richiedono un anno o due di lavoro gratis dall’addetto che
richiede la regolarizzazione. Le cifre richieste per la regolarizzazione, infine, hanno
conosciuto una crescita esponenziale negli ultimi anni; questa crescita, per certi aspetti, è
stata proporzionale all’aumento di cinesi non wenzhounesi, ed all’espansione del bacino
lavorativo pratese e dunque della sua “fama” tra gli immigrati cinesi di tutta Europa.
Basta una semplice operazione aritmetica per comprendere quanto i debiti pesino sulla
vita degli operai: considerati gli sitpendi medi, l’estinzione del debito può avvenire solo
dopo due anni o più dall’inizio dell’attività lavorativa a Prato, il che significa che gli
immigrati appena arrivati vengono sfruttati gratuitamente per lunghi periodi prima di
poter iniziare a risparmiare denaro, e quindi prima di poter intravedere una via d’uscita
alla misera situazione in cui si trovano.
Per alcuni, in realtà, il debito rappresenta un ulteriore stimolo all’intraprendenza e al
sacrificio, e magari già in un anno essi riescono a ripagare i soldi, ottenere il permesso e
dopo poco persino ad aprire la tanto sospirata attività in proprio. Ma questi sono
soprattutto coloro che possono contare su una rete di aiuto di familiari già presenti in
città, e che cioè possono farsi aiutare a pagare il costo del viaggio; in pratica, solo i cinesi
di Wenzhou, o al massimo i più giovani, ovvero i meglio disposti a sopportare le fatiche
della sovraproduzione. Per tutti gli altri, invece, il debito di regolarizzazione si somma a
quelli contratti per il viaggio dalla Cina in Europa, o alle rimesse che devono mandare ai
familiari bisognosi in Cina; così, la sua estinzione diventa una mira sempre più lontana,
così come si fanno lontani gli originari sogni di ricchezza ed emancipazione.
Tra tutti gli immigrati, quelli che più risentono di questa situazione di impotenza sono
senza dubbio gli zagong delle regioni del nordest. Gli immigrati del dongbei sono giunti a
Prato in tempi recentissimi, e quindi sono completamente privi di guanxi sul territorio;
come si è visto, poi, essi non sono per retaggio culturale inclini allo stakanovismo, e sono
privi di una reale tensione verso l’arricchimento a tutti i costi. Per loro, le condizioni di
vita e di lavoro sono particolarmente difficili, perché oltre a trovarsi in una nazione
straniera e sconosciuta, sono costretti a venire a patti con una comunità di compatrioti
fredda se non ostile nei loro confronti, che tratta con superiorità i cinesi che non
provengano da Wenzhou, e che non di rado impone trattamenti discriminatori ai
lavoratori non specializzati.
La differenza culturale ed etnica tra la Cina del sud –in cui Wenzhou ed il Fujian si
trovano- e la Cina del nord –vicina geograficamente e storicamente alla Russia- sono
enormi, e questo ha delle inevitabili ricadute nel rapporto tra i diversi gruppi di immigrati
a Prato. All’interno delle botteghe di terzisti, infatti, i cinesi del nord vengono spesso
emarginati, e discriminati a causa della loro provenienza geografica e della loro scarsa
formazione professionale.
In realtà, questa discriminazione non è legata solo all’ambiente lavorativo, perché l’intera
comunità cinese guarda con diffidenza ai connazionali del nord: essi vengono giudicati
etnicamente impuri –perché soggetti ad influenze linguistiche e persino fisionomiche
della Russia e della Corea-, e per questo culturalmente inferiori. A questo si aggiungono
le differenze economiche, tra i facoltosi wenzhounesi e gli immigrati del nordest appena
arrivati a Prato e oberati dai debiti, che rendono le relazioni tra i connazionali molto tese
e difficili: così, persino per le strade della Chinatown molti laoban wenzhounesi, ricchi,
curati e ben vestiti, si curano attentamente di evitare i poveri e stracciosi dongbeiren dalla
“faccia piatta”. La discriminazione verso i cinesi del nordest è un fenomeno dilagante,
dovuto all’impostazione culturale più che a cattiveria personale, e per questo anche i
wenzhounesi più acculturati e aperti ne sono soggetti; ma in effetti, essa è anche
giustificata dalla paura, perché gli immigrati del nord sono quelli più poveri e dunque
quelli più inclini alla microcriminalità, e questo spinge molti alla diffidenza e al sospetto
preventivi.
Certamente, non sempre il sospetto si traduce in odio etnico, e così la discriminazione dei
non wenzhounesi nel luogo di lavoro dipende spesso dalle inclinazioni e dal grado di
umanità del titolare. È sicuramente vero, però, e la maggior parte degli intervistati lo ha
confermato, che un lavoratore tongxiang del capo ha ritmi lavorativi più blandi, viene
impiegato in posizioni di maggiore responsabilità o retribuzione, e ha una possibilità di
emancipazione ed ascesa sociale insperata invece per lavoratori senza legami
geografici/parentali con il laoban, specialmente se questi non provengono neppure da
regioni nel sud della Cina.
Per gli zagong, poi, la povera specializzazione della professione svolta, poi, ne deteriora
ulteriormente condizioni e prospettive lavorative. In primo luogo, gli zagong lavorano
sempre più degli altri lavoratori: gli altri operai, infatti, devono solamente finire il lotto di
lavoro che hanno in consegna e poi possono riposarsi, e quindi possono gestire come
meglio credono il proprio tempo ed il proprio lavoro. Gli zagong, al contrario, lavorano a
ciclo continuo, semplicemente perché fanno tutto ciò che gli altri non fanno e c’è sempre
una compito che uno zagong può svolgere; potenzialmente, dunque, uno zagong non
smette mai di lavorare. Visto che non crea un prodotto come i cucitori dei capi di
abbigliamento, lo zagong non ha neppure possibilità di vedere un’obiettivo ed uno scopo
nella propria attività lavorativa, e questo rende la sua posizione molto frustrante.
Le possibilità che gli zagong hanno di innalzare la propria infima posizione professionale
sono estremamente basse: essi non hanno alcuna abilità specifica nell’azienda tessile, e
questo quasi sempre impedisce loro di accedere ai lavori meglio retribuiti e con maggiori
possibilità di ascesa sociale. Questo avviene soprattutto perché gli imprenditori non
hanno interesse a formarli per posizioni più alte: la formazione costerebbe soldi e tempo,
e metterebbe gli zagong in competizione con altri lavoratori –quelli di Wenzhou o del
Fujian- che già occupano posizioni professionali più alte. Inoltre, ai laoban i lavoratori
non specializzati servono, perché in fabbrica c’è tutta una serie di mansioni che un
operaio qualificato non si abbasserebbe mai a fare, e che solo gli zagong del nordest
possono svolgere; insomma, proprio dalla loro scarsa professionalità –e dunque
bassissima forza di contrattazione- gli imprenditori ottengono i vantaggi maggiori.
Gli zagong, per conto loro, hanno esigenza di iniziare a lavorare il prima possibile,
perché devono guadagnare per estinguere i debiti contratti venendo in Italia, e per questo
sono spinti ad accettare il primo lavoro che si presenta loro, senza possibilità di ottenere
una qualche formazione professionale prima del lavoro vero e proprio. Insomma, a
differenza degli altri, uno zagong potrà sempre e solo essere uno zagong, e quindi è
costretto ad assistere impotente al deterioramento continuo della propria condizione, ed
all’aumento dello sfruttamento operato dai ricchi della comunità cinese.
Questo amaro trattamento riguarda soprattutto gli zagong, e soprattutto i cinesi
provenienti dal nord, ma non sono solo loro a subire l’indebitamento senza uscita o la
discriminazione dai propri stessi compatrioti: immigrati dal Fujian, dallo Henan, dal
Jiangxi, insomma tutti i cinesi che non possono accampare relazioni di conoscenza o
compaesanità con i wenzhounesi, e che ora provano una grande frustrazione verso Prato e
la comunità cinese. Prato, alla fine, si è rivelata una realtà ben diversa da quel paese da
sogno che si erano prospettati migrando qui. Molti intervistati si sono sentiti traditi da
coloro che li avevano spinti a venire in Italia, con l’esca magari di promesse di ricchezza
e lavoro facile; ora, però, queste prospettive sono sfumate, perché sono schiacciati dai
debiti e dalla condizione di irregolarità. E, visto che senza permesso di soggiorno non
possono lasciare l’Italia perché verrebbero scoperti dalle autorità, non possono neppure
tornare in Cina dai familiari; così, non hanno nessuna alternativa se non il misero lavoro
da uomini di fatica nelle botteghe artigiane.
Alcuni arrivano ad accettare passivamente la posizione di semi-schiavitù in cui versano, a
rinunciare al desiderio originario di ricchezza, e persino a quello di emergere
dall’illegalità; per questo, non avendo forza o energie per ripagare al debito della
regolarizzazione, lavorano il minimo indispensabile per garantirsi un’esistenza decente, e
smettono di risparmiare denaro per un eventuale –e sempre più improbabile- agiatezza
futura. Se posti davanti alla domanda su quali siano le loro prospettive per il futuro,
spesso gli operai rispondono che una paga alta non costituisce più alcuna attrattiva per
loro e che, se potessero, preferirebbero lavorare per un italiano, se non altro perché nelle
aziende italiane sarebbero trattati umanamente ed avrebbero condizioni lavorative
migliori.
In realtà, la difficoltà dell’ambiente lavorativo ed i debiti della regolarizzazione sono
probabilmente solo due dei problemi che affliggono gli immigrati cinesi nei gradini più
bassi della piramide sociale. Degli altri, possibili o reali, possiamo solo avere un sentore,
ispirato da vaghe e sfuggenti confessioni degli intervistati più rancorosi e sprezzanti:
violenze fisiche e psicologiche ai danni degli operai, pressioni sulle lavoratrici in caso di
gravidanza, trattamenti di vitto ed alloggio al di sotto dell’umana considerazione.
L’esistenza di questi trattamenti solleva grandi interrogativi morali, riguardo alle misere
condizioni dei molti reietti della comunità cinese, ma anche riguardo all’ulteriore
violenza di reazione che questa violenza inflitta potrebbe generare. La comunità cinese,
infatti, è divisa al suo interno da un’enorme forbice di ricchezza che spacca a metà una
società di connazionali erroneamente solidali e compatti: da una parte vi è un
atteggiamento di totale scoramento degli operai più sfruttati; dall’altra, il potere
economico e sociale raggiunto dal ceto dei laoban wenzhounesi.
Questa divisione etnica e sociale è per certi aspetti un elemento sostanziale su cui si basa
il dinamismo e la varietà del sistema produttivo cinese a Prato, e quindi un suo punto di
forza. Allo stesso tempo, però, è indice delle contraddizioni di una comunità
apparentemente chiusa, ma che in realtà è attraversata da tensioni radicali e spinte
centrifughe, destinate a produrre un cambiamento profondo delle dinamiche interne del
mondo cinese e, di conseguenza, dei suoi rapporti con gli italiani. Per inciso, un
lavoratore del dongbei, intervistato sulla piazza del Xiaolin Chaoshi, ha affermato di
provare “una gran rabbia” per la propria condizione e verso i propri aguzzini
connazionali: una dichiarazione sicuramente eloquente riguardo allo stato di malessere
che pervade alcuni strati della Chinatown pratese, e degli effetti che la reazione a tale
disagio potrebbe scatenare.
Di questo si parlerà nel quarto capitolo, ma non prima di aver compiuto una digressione
su un altro aspetto interessante della comunità cinese, ovvero le questioni religiose e
culturali, e come queste si concretizzano e manifestano nella vita e nelle attività dei cinesi
a Prato.
Religione e Capitalismo Cinese
新教伦理与资本主义精神

Xinjiao lunli yu ziben zhuyi jingshen; ovvero, la traduzione in cinese di “L’etica


protestante e lo spirito del capitalismo”, celeberrima opera dell’inizio del ventesimo
secolo di Max Weber, le cui tesi, per quanto datate e criticate aspramente da marxisti e
postmodernisti, sono ora tornate in voga a causa dei sempre più stretti rapporti tra
religione, politica ed economia: almeno per quanto riguarda l’Italia, ovviamente.
L’argomentazione del libro era tanto semplice quanto geniale: la religione protestante, in
virtù del suo accento sull’impegno mondano del fedele, e la messa da parte di valori
cattolici come la carità e la trascendenza, costituisce un terreno culturale più fertile per lo
sviluppo di attività economiche individualistiche e razionali, in una parola capitalistiche.
Ora, che il capitalismo italiano, cattolico e non, si sia dimostrato debole e malato è una
realtà sotto gli occhi di tutti, dimostrata giornalmente dal fallimento delle strutture
industriali tradizionali, a livello del distretto pratese come su scala nazionale. E tuttavia,
che alla fallimentare etica cattolica pratese si possa sostituire una nuova, vincente,
coscienza religiosa/industriale asiatica –una specie di etica capitalista zen che si basi sui
supposti valori buddisti dell’equilibrio e della meditazione- sembra parodistico, a tratti
quasi dissacrante.
E tuttavia, scavando nella tradizione culturale della comunità cinese di Prato, si scopre
invece che una buona fetta della popolazione è in realtà di religione cristiana-evangelica,
e che se si considerano i soli cinesi provenienti da Wenzhou, tale percentuale arriva fino
al 40-50% circa del totale: questa incidenza è sorprendente, se si considera che in Cina la
percentuale di cristiani protestanti è dello 0,5%, e che la città di Wenzhou non si discosta
da queste proporzioni insignificanti.
Come si è visto, sono proprio i cinesi di Wenzhou a costituire il gruppo sociale più
intraprendente e “massimizzatore dei profitti personali” nella gestione delle proprie
attività economiche: al contrario di altri compatrioti di altre regioni della Cina, essi sono
giunti in Italia con l’obiettiva preciso di facai –di diventare ricchi-, e per la realizzazione
di questo obiettivo sono disposti a razionalizzare all’estremo la propria vita prima ancora
del proprio lavoro, rinunciando persino a beni e servizi essenziali per la massimizzazione
della propria produttività e del proprio profitto. E’ possibile, dunque, che esista un
legame tra le tendenze spirituali degli immigrati wenzhounesi ed il loro successo
imprenditoriale in Italia.
Certamente c’è chi può vedere ben poco di cristiano, nelle condizioni di vita e lavorative
in cui si trovano molti cinesi a Prato, e forse dare troppo valore alla religione nei rapporti
sociali potrebbe essere pericoloso, visto il momento storico da post-crociate in cui ci
troviamo. Nonostante questo, trascurare di trattare il possibile legame tra religione e
spirito capitalistico nella comunità cinese sarebbe una mancanza verso una realtà
estremamente interessante della Chinatown, la religione e le sue manifestazioni, di cui
ben pochi italiani hanno coscienza; e, forse, sarebbe anche un’inguista sconfessione
dell’enorme eredità intellettuale di Max Weber a cui, volenti o nolenti, tutti gli studiosi
odierni di scienze sociali devono rifarsi. Capiamo dunque come alcuni cinesi di Prato
abbiano potuto diventare protestanti, e di quali effetti il cristianesimo abbia sulle relazioni
economiche della comunità e –perché no?- sulla spiritualità degli immigrati.

God save the Qing: I cristiani dalla Cina a Prato

Le origini della chiesa protestante in Cina sono piuttosto lontane, e pongono radici nelle
missioni evangelizzatrici che seguirono la prima grande penetrazione occidentale del
Celeste Impero durante la dinastia Qing, ovvero le Guerre dell’Oppio della prima metà
del secolo XIX. In seguito alla sconfitta cinese nelle Guerre dell’Oppio, le potenze
occidentali ottennero l’apertura forzata di alcuni porti sul Mar Giallo, e ai nuovi
missionari protestanti –soprattutto americani- fu concessa la libertà di predicare, fondare
scuole, chiese ed associazioni, che si svilupparono rapidamente nel territorio costiero
della Cina centrale. Wenzhou fu appunto una delle città costiere interessate dal
fenomeno, e dunque una delle zone in cui la religione cristiana attecchì fin dal suo primo
arrivo in Cina.
Semplificando al massimo, bisogna dire che le missioni protestanti ebbero un ruolo
fondamentale nel processo di modernizzazione del paese a cavallo tra Ottocento e
Novecento: le associazioni evangeliche create dai missionari contribuirono a combattere
il consumo di oppio; associazioni femminili come le YWCA spinsero l’imperatrice Cixi
ad abolire l’istituto della fasciatura dei piedi delle bambine, tipico emblema della
discriminazione di genere nella Cina tradizionale; infine, fu proprio su impulso delle
scuole missionarie che vennero create le prime scuole moderne, e persino le prime
università su modello americano.
Com’è immaginabile, dunque, il successo popolare che riscontrarono i protestanti del
XIX secolo fu massiccio, e fu sensibilmente superiore a quello ottenuto dai missionari
Gesuiti, i quali erano giunti in Cina ben due secoli prima, ma la cui influenza si era
limitata alla corte e a questioni filosofiche. Proprio a tale successo fu proporzionale la
soppressione e la persecuzione operata nel corso del XX secolo nei confronti di
missionari e fedeli, da parte dei nazionalisti prima, e dei comunisti dopo; fino a che il
culto cristiano non fu ridotto ad insignificante minoranza negli “anni duri” del
comunismo maoista.
Con la riforma di apertura del mercato degli anni ‘80, poi, la dottrina cristiana iniziò ad
essere meglio tollerata dall’autorità, e dalle ceneri della persecuzione nacquero nuove
chiese e nuovi movimenti di fede; tali manifestazioni religiose sono sempre state inserite
nel grande progetto governativo di occidentalizzazione indiscriminata del paese, e come
tali sostenute nella loro natura settaria ed anti-cattolica –entrambi caratteri tipici della
chiesa americana. Così, accanto alla chiesa ufficiale, sono sorte una miriade di altre sette
che hanno potuto coesistere in relativa pacificità; proprio tra esse si trova la Chiesa
Evangelica Cinese, che pur non avendo relazioni con la chiesa ufficiale è ora
generalmente tollerata.
La prima Chiesa Evangelica Cinese in Italia fu fondata nel 1997, proprio a Prato, su
iniziativa personale di un imprenditore devoto e grazie al sostegno della crescente
comunità di wenzhouesi della città. In realtà, nel primo periodo dell’immigrazione cinese
gli evangelisti avevano chiesto alla Chiesa Cattolica di utilizzare sue strutture ed
attrezzature per celebrare le proprie cerimonie; sebbene la Chiesa italiana avesse
originariamente accettato, ha poi cominciato ad accampare richieste di garanzie e
condizioni sempre più esigenti, finché la comunità cinese non è stata costretta a costruirsi
la propria chiesa per poter professare più liberamente la propria fede.
Dopo le difficoltà iniziali, la Chiesa Evangelica Cinese ha aumentato vertiginosamente il
numero dei suoi membri e delle sue sedi. Ad oggi l’Associazione Evangelica Cinese
conta ben 39 chiese in 34 città, ed ha dovuto smembrarsi in tre divisioni per meglio
gestire le attività confessionali: la divisione centro-nord, quella centro-sud, e l’ultima
unicamente per la Toscana. A Milano ci sono già tre cappelle, a Roma due, ed altre se ne
stanno progettando per soddisfare una sempre maggiore richiesta di luoghi di culto per la
popolazione cinese.
Anche a Prato ci sono due chiese, ma è ancora la prima chiesa, la capostipite in Italia, ad
accogliere il maggiore afflusso di fedeli. E neanche a dirlo, questa è costruita in un
esemplare stile architettonico sino-pratese: è situata in un magazzino riutilizzato, e
nascosta nel bel mezzo di una stradina senza sbocco e senza traffico, si mimetizza
perfettamente con l’ambiente circostante, quello cioè di una brulla zona industriale in cui
tutto ci si aspetterebbe di vedere tranne questo singolare altare al multiculturalismo
religioso. Durante la settimana, quando non ci sono funzioni, la chiesa-opificio tiene la
saracinesca chiusa, e il bandone metallico non si distingue in nulla e per nulla dalle altre
fabbriche del vicoletto. Se non fosse, ovviamente, per la grande croce rossa che spicca
fiammante sulla lamiera del tetto, e per i grossi simboli dorati che suggeriscono un
contenuto insolitamente importante per un semplice magazzino: Jidu Jiaotang, ovvero
“cattedrale di Cristo”.
La chiesa opera funzioni per i fedeli tutte le domeniche pomeriggio, cioè nel momento
della settimana in cui c’è il minor rischio di dare nell’occhio: e, proprio mentre le
famiglie pratesi si riuniscono davanti alla televisione per la partita della Fiorentina, una
piccola folla di cinesi si ritrova in chiesa per l’unico momento di indisturbata spiritualità
della settimana. Il bandone apre alle tre e chiude alle sette, proprio quando il passaggio
degli italiani ricomincia, e così la possibilità di essere scoperti si riduce ad un signore che
porta a spasso il cane, getta uno sguardo perplesso allo strano binomio croce cristiana-
caratteri cinesi, ma poi Bobby ha fiutato qualcosa, lo tira via, ed il dubbio svanisce veloce
ed innocuo com’era sorto.
La cerimonia è molto semplice: non ci sono preti –perché la chiesa evangelista non
riconosce autorità religiose al di fuori, appunto, del Vangelo-, e tutti i fedeli che
desiderano intervenire possono salire sul palco per una propria personale omelia.
All’entrata della chiesa sono disposti su uno scaffale decine e decine di vangeli, tutti
rigorosamente in cinese, che ogni fedele può prendere per poter seguire le letture; chi sale
sul palco sceglie un brano e lo legge davanti agli altri. Poi si cantano i salmi, anche questi
riscritti con ritmi e melodie adattate per la platea cinese; dietro il palco, una ragazza
accompagna le nenie con un pianoforte.
La sala delle funzioni è molto grande, e difficilmente il pubblico è tale da poterla
riempire tutta: delle trenta e più file di panche, solamente le prime sei o sette sono
regolarmente occupate. A dire il vero, la cerimonia non ha la patina di sacralità che c’è
nel culto cattolico; gente si alza o arriva nel mezzo delle funzioni, si porta dietro il
giornale e lo legge sopra la panca, parla ad alta voce con il vicino, c’è sempre una grande
circolazione di persone anche nei momenti più sacri della cerimonia.
Il vero momento saliente della funzione è, neanche a dirlo, la raccolta delle offerte dei
fedeli. Per questa c’è un rito apposito, forse l’unico vero rituale di suggestione collettiva
della liturgia: ci si alza in piedi, e si inizia a cantare una canzone che suona più o meno
“di dieci parti danne una alla chiesa/la chiesa è l’unica che ti può salvare”. Le donazioni
fioccano generose, e la cerimonia può finire con la soddisfazione di tutti, di chi ha
alleggerito di un peso la propria anima peccatrice, e di chi invece ha appesantito la borsa
con qualche indispensabile entrata.
Questo perché, ovviamente, anche l’aspetto economico ha la sua rilevanza. Innanzitutto,
gli amministratori della chiesa agiscono in piena autonomia da qualsiasi organizzazione
superiore: la Chiesa Evangelica Cinese in Italia, infatti, è solo un associazione di
coordinamento, e non esiste direzione o finanziamento centrale. Per questo, ogni chiesa
deve provvedere autonomamente alle spese per la gestione, e quella di Prato, la più
grande , di spese ne ha molte; alcuni fedeli possono lavorarvi come volontari, perché
svolgono altre attività nei giorni feriali, ma è comunque necessario trovare risorse per il
sostentamento di coloro che vi lavorano a tempo pieno.
In più, la Chiesa Evangelica di Prato fornisce numerosi servizi ai propri fedeli,
formalmente a titolo gratuito ma per cui concretamente richiede un compenso. In primo
luogo ci sono i corsi di catechismo per i bambini, in cui i giovani cinesi si avvicinano per
la prima volta al Sifuyinshu, al Vangelo, o si insegna cinese mandarino ai bambini che
sono nati in Italia e dunque non hanno potuto imparare la lingua madre. Esistono varie
classi, da quelle per bambini in età da asilo a corsi avanzati per adolescenti o adulti: tutto
con insegnanti attrezzati, materiale didattico e persino una cucina per servire i pasti agli
studenti.
Oltre a questo, la Chiesa organizza formazione religiosa avanzata ai giovani più
“ispirati”. Un vero e proprio seminario, che prevede lo studio sistematico dei testi
cristiani e che dovrà formare la futura classe clericale della comunità evangelica cinese in
Italia. La prima chiesa a creare un corso di studi per giovani seminaristi è stata Milano,
seguita quasi subito da Prato: tra un anno terminerà il primo ciclo di studio, ed i nuovi
pastori potranno dedicarsi con competenze riconosciute all’opera di conversione e di
custodia delle anime degli immigrati cinesi.
Samuele è uno di loro: quasi diplomato all’Istituto “T. Buzzi” della città –la fiamma della
fede lo ha folgorato prima ancora della fine degli studi-, parla un italiano perfetto e
discute con dimestichezza di questioni teologiche e morali. È lui a mostrarci orgoglioso la
chiesa, le aule di lezione ed a parlarci dei problemi spirituali che affliggono la comunità
cinese, quei problemi che si propone di combattere con il suo impegno religioso.
Alla domanda su chi siano i frequentatori del tempio, Samuele risponde sorridendo: tutti,
perché la Chiesa vuole essere un punto di riferimento per la comunità nella sua interezza.
Ma noi li abbiamo visti, i fedeli, e sappiamo che sono praticamente solo cinesi di
Wenzhou, tanto che talvolta alcuni discorsi o canti vengono tenuti nel dialetto della città,
un idioma di porto che mescola al suo interno elementi paesi e tradizioni diverse, e che
nessun cinese al di fuori di Wenzhou riuscirebbe a capire.
Così insistiamo un poco, e ben presto scopriamo che la Chiesa Evangelica non è così
universale come ci vorrebbero far credere. Per prima cosa ci sono i buddisti, che non
riconoscono il cristianesimo come elemento della tradizione cinese, e si arrogano il diritto
di considerarsi i “veri cinesi”, bollando gli evangelici come traditori dei costumi
nazionali.
Poi vi è la questione dell’appartenenza geografica: come abbiamo visto, i cinesi di
Wenzhou tendono a chiudersi in un nucleo compatto e diffidente verso l’esterno e, in
virtù della loro (reale) superiorità economica ed alla loro (presunta) superiorità culturale,
considerano con disprezzo e discriminazione i loro compatrioti di altre regioni. Per
questo, un luogo pubblico frequentato principalmente da wenzhounesi è spesso evitato
dagli altri cinesi, i quali si sentirebbero a disagio o comunque fuori luogo: e la chiesa non
fa certamente eccezione, visto che proprio sul sentimento di collettività si basa la riuscita
dei riti religiosi. Senza considerare, poi, che un cinese non di Wenzhou sarebbe subito
riconosciuto tra la folla per il proprio abbigliamento semplice e sciatto, in stridente
contrasto con la toeletta da giorno di festa da cui sono di solito ammantate le signore
wenzhounesi.
Per alcuni aspetti, quindi, la chiesa cinese –prima ancora che un dimesso ritiro per la
preghiera- è diventata un luogo di manifestazione dello status sociale ed economico delle
diverse famiglie, dove mostrarsi in pubblico al massimo del proprio benestare e potere di
relazione. E anche per questo molti uomini si presentano in chiesa solo per leggere il
quotidiano o discutere con gli altri capifamiglia, perché le relazioni nella comunità di
Wenzhou sono fondamentali, e fondamentale è coltivarle in qualunque occasione
pubblica.
Insomma, persino nelle abitudini religiose i cinesi non si discostano poi troppo dal
gruppo dei pratesi autoctoni: anche per loro la cerimonia liturgica assume una funzione
principalmente sociale, se non politica, rispetto a cui l’elemento della credenza viene
forse in secondo piano. Certamente, tanto nella comunità cinese quanto in quella italiana
potranno esistere molteplici eccezioni a questa regola “blasfema”, e molti sinceri fedeli
che decidono disinteressatamente di immolare il giorno santo alla preghiera e alla
penitenza. Ma per ora l’importante è capire che lo spirito religioso cinese è per molti
aspetti simile all’italianissimo spirito del cattolicesimo, e che anche nel mondo della
religione cinese esistono tensioni e scontri su questioni che di religioso non hanno
assolutamente niente.

Buddismo e buddisti a Prato

Nonostante la somiglianza tra cattolicesimo italiano ed evangelismo cinese –almeno nelle


manifestazioni sociali del culto-, la religione cinese è molto meno potente della sorella
italiana, e ben lungi dall’avere quella posizione di indiscusso monopolio spirituale che
invece spetta al cattolicesimo tra gli italiani. Come si è visto, infatti, alcuni gruppi etnici
ed economici sono sostanzialmente esclusi dalla partecipazione al culto, ed in linea di
massima è praticante solo un gruppo dell’intera comunità cinese a Prato, quello cioè dei
cinesi di Wenzhou che, per quanto maggioranza relativa, non arriva neppure a coprire la
metà della popolazione cinese in città.
Persino tra i wenzhounesi, inoltre, la Chiesa Evangelica non è l’unico punto di
riferimento religioso, visto che c’è anche una certa concorrenza spirituale che proviene
dai buddisti. In realtà, almeno formalmente, la maggioranza di tutti i cinesi di Prato si
dovrebbe dire buddista: il buddismo, infatti, è generalmente più diffuso nel sud della Cina
–di quanto non lo sia a nord, dove prima della rivoluzione comunista prevaleva il culto
confuciano- e, visto che le comunità più nutrite degli immigrati provengono proprio da
due regioni del sud, lo Zhejiang ed il Fujian, lo stampo culturale tradizionale dei cinesi di
Prato è quello buddista.
Detto questo, sono necessari alcuni chiarimenti: innanzitutto, non bisogna pensare al
buddismo cinese come al monachesimo tibetano, e quindi immaginarsi che gruppi di
monaci zen –o meglio chen, come si dice in cinese- girino per la Chinatown con incenso
e saio predicando all’insaputa degli italiani. Pur essendo correnti interne della stessa
religione, infatti, i due culti sono diversi per riti ed abitudini, ed hanno un grado di
dogmaticità e di rigorosità quasi opposto.
Se i monaci tibetani sacrificano la loro intera esistenza al rispetto delle regole ed alla
soppressione degli stimoli mondani, i buddisti cinesi, al contrario, non sono rigidamente
tenuti a frequentare le cerimonie, non hanno decaloghi da rispettare né particolari divieti
morali da osservare. L’unico vero precetto del buddismo non zen è quello di condurre
una vita saggia e di tentare di non nuocere agli altri uomini ed alla natura; ma, si sa, la
distanza tra buoni propositi ed azioni reali può essere molto grande, e per molti
l’affermazione della propria religiosità si esaurisce spesso a qualche saltuaria offerta ai
monaci e ad una catenella di giada con l’effigie di Buddha tenuta al collo.
E se ciò avviene in Cina, dove in ogni caso i monaci organizzano molteplici attività
aggregative e di sensibilizzazione verso la religione buddista –come del resto avviene in
Italia per la Chiesa Cattolica-, per i cinesi immigrati questo distacco dalla religione si
manifesta in maniera ancora più forte. Molto spesso, infatti, gli immigrati sono buddisti
per tradizione familiare, ma al di fuori del contesto della madrepatria non hanno più
interesse a coltivare il proprio credo: in Cina c’erano templi e un’ampia partecipazione
popolare, ed essere buddista poteva avere una funzione sociale oltre che meramente
spirituale. A Prato, però, i praticanti sarebbero in minoranza, dovrebbero combattere per
imporre il loro credo e per riscuotere seguito di fedeli, ed in generale professare la fede
comporterebbe uno sforzo ed una spesa che molti non sono disposti a sostenere.
In famiglie di fede buddista i genitori difficilmente si curano di tramandare la tradizione
religiosa ai figli, anche perché essi stessi hanno perduto gran parte del trasporto spirituale
che potevano magari avere quando ancora si trovavano in patria; così, man mano che
trascorre il tempo di residenza a Prato gli immigrati si distaccano sempre più dalla fede
originaria. Anche per questo, abbiamo saputo di un buon numero di cinesi
originariamente buddisti che però si sono convertiti all’evangelismo una volta arrivati a
Prato. Vista la popolarità del cristianesimo tra i cinesi, molti ritengono che questa nuova
religione sia più utile per garantirsi l’integrazione –e dunque le relazioni, le guanxi-
all’interno della comunità immigrata, abbandonando il buddismo per il culto di Cristo. E,
essendo la loro fede non proprio incrollabile, si può immaginare che per molti questa
conversione non sia stata troppo traumatica.
Insomma, almeno a Prato, la grande maggioranza dei buddisti potrebbe essere definito
credente non praticante, con la stessa accezione con cui se ne parla riguardo al
cattolicesimo italiano; proprio come nel caso nostrano, la perdita di attaccamento ai culti
è un sintomo profondo della perdita di forza attrattiva della religione in generale, e
colpisce soprattutto le generazioni più giovani.
Praticare il buddismo a Prato, in realtà, non sarebbe semplice neppure per i fedeli più
integralisti, considerato che non esiste ancora un vero e proprio tempio dove celebrare i
culti. Ciò è ulteriore testimonianza della debolezza del buddismo cinese tra gli immigrati;
e tuttavia, che pur dopo vent’anni di vita sul territorio non sia ancora nata una spinta per
la creazione di luoghi di culto per una comunità apparentemente così nutrita di fedeli
appare quanto meno strano.
Certo, ci sono anche per questo diverse ragioni: innanzitutto, le autorità locali non hanno
mai concesso aiuti per la creazione del santuario, e questo ha reso l’onere della
costruzione sicuramente gravoso. Inoltre, come si è detto, la religione buddista è
intrinsecamente meno incline alla mobilitazione e alla socializzazione; per sua stessa
natura, il buddismo professa la meditazione interiore e non contempla la partecipazione
alle cerimonie pubbliche tra i doveri dei fedeli. Insomma, secondo la propria religione
anche senza templi un buddista dovrebbe riuscire ad esprimere la propria spiritualità; ma
che questo effettivamente venga fatto dai sedicenti fedeli è tutto da dimostrare.
Secondo l’Associazione di Buddisti Cinesi di Prato, punto di riferimento per i credenti
della comunità, questa perdità di spiritualità non esiste: come ci hanno spiegato gli
addetti, senza un tempio vero e proprio in cui recarsi per le cerimonie qualsiasi credente,
anche il più fervente, si troverebbe in difficoltà e vacillerebbe nel proprio credo. Anche
per questo, l’Associazione sta lavorando per l’apertura al più presto di un luogo di culto.
Sembra che finalmente, dopo ben 6 anni di raccolta fondi tra i laoban credenti, i buddisti
abbiano raggiunto le cifre necessarie per avviare la costruzione: orgogliosi dei numeri a
loro disposizione, ci hanno rivelato che sono stati raccolti più di 500.000 euro per la
costruzione, e che il luogo avrà un’estensione di di oltre 600 mq. Una cattedrale in grande
stile, insomma, che possa competere con la chiesa evangelica, e possa accogliere la
richiesta della maggioranza della popolazione cinese in città che, come non si sono
stancati di ripetere, è di fede solidamente buddista.
E tuttavia, osservando l’Associazione e le sue funzioni, sorge il dubbio che questa possa
realmente essere rifugio per le anime di migliaia di fedeli: non vi esiste personale fisso né
figure religiose, e persino il direttore è in realtà un laoban di pronto moda che gestisce
l’attività a tempo perso. L’ufficio è posto in un locale commerciale di piccole dimensioni,
e consiste in due soli locali, la stanza dove nei piani originari doveva essere situato il
negozio, ed un piccolo magazzino sul retro; proprio nel mezzo della stanza c’è l’unico
altare pubblico della città.
Ora, considerato che dovrebbe rispondere ai bisogni religiosi della maggioranza della
comunità –e quindi un diecimila persone circa- bisognerebbe immaginare davanti
all’Associazione una fila chilometrica di postulanti, cercatori di grazia o semplici fedeli
in preghiera, accorsi da tutta la provincia e forse anche da più lontano. E invece, i locali
dell’Associazione di Buddisti Cinesi di Prato sono soprattutto il ritrovo di una mezza
dozzina di anziani, che vi si recano ogni giorno per giocare a mahjong o a carte,
guardarer la televisione cinese, fumare e bere baijiu –la grappa cinese: insomma, tutte
attività che non sono immediabilmente collegabili alla preghiera o alla meditazione. Così,
i cinesi che si fermano all’Associazione lo fanno solo per chiedere chi vince la partita,
magari fumano una sigaretta e poi se ne vanno, e poco ci manca che perfino l’altare con
la statuetta di Buddha non sia ingombro di posaceneri colmi o tasselli di mahjong.
Recentissimamente siamo tornati a chiedere se e in che modo procedeva la costruzione
del tempio che, come ci avevano assicurato pochi mesi prima, era cosa certa ed
imminente. E tuttavia, chiesti aggiornamenti in proposito, gli anziani intervistati hanno
iniziato ad arretrare dalle loro posizioni, ad accampare spiegazioni e scuse per giustificare
il fatto che la prima pietra del tempio doveva ancora essere posata: un indecisione tra due
possibili siti per la costruzione, e un litigio sorto tra i due proprietari dei fondi –per chi,
ovviamente, si sarebbe aggiudicato l’ambito merito di ospitare il santuario… Insomma,
sembra che come previsto il tempio buddista dovrà aspettare ancora qualche anno, e una
motivazione spirituale più grande, prima di essere aperto ai pochi fedeli che sentono la
vocazione alla preghiera nella pragmatica e mondanissima comunità cinese di Prato.

Crisi culturale e nemici della fede

Persino nei fervori religiosi la comunità cinese di Prato è molto meno unita di quanto si
possa credere a prima vista: anzi, come si è visto, tra gli evangelici ed i buddisti non corre
certo buon sangue, ed i due gruppi competono spesso per rivendicare le vere tradizioni
della cultura cinese.
Per i buddisti, neanche a dirlo, i cinesi cristiani sono considerati alla stregua di traditori
dello spirito tradizionale cinese, che hanno abbracciato una fede occidentale per
vergognosa esterofilia, rifiutando i legami con la madrepatria ed i suoi costumi. Gli
evangelisti, d’altro canto, vedono i buddisti come dei “falsi credenti” –come li ha
testualmente definiti il direttore della Chiesa Evangelica-, sempre dediti ad alcool, gioco
d’azzardo e vizi di ogni tipo, e li ritengono i principali artefici della crisi spirituale della
comunità immigrata a Prato. Non abbiamo mezzi sufficienti per giudicare quale dei due
gruppi abbia ragione, ma possiamo supporre che, come spesso avviene, la verità stia da
qualche parte nel mezzo, e che entrambe le comunità abbiano qualcosa da rimproverare e
da rinfacciare all’altra.
Fatto sta che la crisi spirituale addossata come colpa all’altro da una delle due religioni
esiste veramente nella popolazione cinese, ed è manifestata soprattutto
dall’allontanamento dei più giovani dalla religione e, più in generale, dai costumi
tradizionali cinesi.
Da una parte, questo fenomeno trova le sue radici nei fisiologici processi di integrazione
delle nuove generazioni: ovviamente, man mano che i giovani immigrati si inseriscono
linguisticamente, socialmente e culturalmente nel tessuto nostrano, sono destinati ad
abbandonare molto della cultura di provenienza, e ad abbracciare lo stile di vita italiano.
Così, è già comune vedere ragazzi cinesi che parlano toscano con un accento persino più
marcato di quello dei compagni dalla pelle bianca, che escono la sera nei locali notturni
degli italiani, e talvolta ne condividono anche i comportamenti più trasgressivi; per
questi, il rifiuto della cultura e della religione cinese è una della possibili manifestazioni
dello scontro generazionale, e rappresenta la volontà di abbandonare la comunità chiusa
dei genitori per entrare invece nel mondo aperto e multiculturale che essi vedono
all’esterno, tra gli italiani.
D’altro canto, però, i giovani che riescono ad inserirsi nell’ambiente autoctono sono
solamente quelli che provengono da famiglie benestanti, che possono permettersi di
mandare i figli a scuola invece di trattenerli nell’impresa familiare a lavorare, e che
possono garantire loro elementi –il motorino, i vestiti alla moda, il coprifuoco ad un’ora
abbastanza tarda- tali da consentire il loro inserimento tra i giovani italiani; e questi sono,
ancora una volta, i figli dei laoban, principalmente di Wenzhou e residenti a Prato già da
lungo tempo. Un gruppo piuttosto ristretto, insomma, che non esaurisce la totalità dei
giovani cinesi né di quelli interessati dal distacco culturale.
Per ogni giovane figlio di laoban, benestante e libero a tal punto da poter permettersi di
rifiutare i propri retaggi familiari e culturali, ve ne sono molti che non hanno i mezzi per
integrarsi con gli italiani anche se lo vorrebbero, e che sono intrappolati nella comunità
cinese pur detestandone i costumi e le dinamiche.
In primo luogo ci sono gli immigrati non wenzhounesi, che sono giunti a Prato molto di
recente, ed a causa dei debiti contratti per venire in Italia e della mancanza di relazioni
sul territorio non riescono ad inserirsi economicamente e socialmente nella comunità
cinese, e sono relegati a posizioni lavorative molto svantaggiose. Come abbiamo già
detto, questi sono fujianesi o cinesi del nordest, e lavorano nelle botteghe artigiane come
operai o zagong. Per loro essere accettato nella comunità religiosa è impossibile, perché
la religione cinese –in primo luogo quella cristiana- ha una forte valenza di dimostrazione
economica, ed essi non avrebbero niente da dimostrare se non la loro povertà ed i propri
debiti; e c’è da immaginare che, con il loro accento del nord e l’abbigliamento sciatto,
nella Chiesa Evangelica non li farebbero proprio entrare.
La condizione disperata degli zagong, poi, li induce spesso a comportamenti rancorosi e
sprezzanti che ben poco hanno di devoto: molti si abbandonano all’alcolismo o fanno un
uso spropositato dei pochi soldi che riescono a guadagnare, e non raramente danno vita a
fenomeni di microviolenza come schiamazzi, risse e piccoli furti per le stradine attorno
via Pistoiese. Queste esplosioni di rabbia sono espressioni del profondo malcontento che
si annida in alcune fasce della comunità cinese e, almeno umanamente, sono
perfettamente comprensibili per quanto non condivisibili.
Cionostante, la vita dissoluta e disincantata di questi vagabondi e sottoproletari già di per
sé mostra un rifiuto della cultura cinese, maniacalmente attenta al diulian –a non “perdere
la faccia”- in pubblico, ed alla soppressione della propria intimità a vantaggio
dell’apparenza. Per i cinesi più perbenisti ed esteriormente morigerati (in una parola si
potrebbe chiamarli confuciani), queste frange di reietti hanno già tradito la morale
tradizionale cinese con i loro gesti inconsulti, e per questo è estremamente difficile che
essi possano mai aspirare alla rete di guanxi su cui si fonda la comunità dei cinesi
“vincenti”.
Ma non sono solamente questi gruppi più in difficoltà a subire un allontanamento dalle
proprie radici culturali: se per gli zagong l’immoralità è una risposta alle condizioni
gravose in cui versano, per altri può diventare un mezzo per mostrare la propria ricchezza
e la volontà di distinguersi all’interno della comunità cinese. Questi sono soprattutto i
giovani cinesi che arrivano in Italia tramite riconguingimento familiare: un meccanismo
possibile solo per gli immigrati regolari che dimostrino di avere un certo reddito ed una
residenza stabile, e di cui quindi possono usufruire praticamente solo i figli dei proprietari
di pronto moda.
Questi giovani immigrati sono appena arrivati in Italia, perché prima di ricongiungersi ai
genitori erano in Cina, o ne avevano seguito il girovagare per l’Europa in cerca di
fortuna; per questo, non parlano italiano e ciò rende il loro inserimento con gli autoctoni
molto difficile. Pur essendo magari già in età da scuola superiore, a causa delle loro
povere conoscenze linguistiche sono costretti ad entrare al primo anno delle scuole
medie, e i rapporti che possono intessere con gli italiani sono molto frustranti e
comunque deboli.
Molti di loro, poi, sono costretti a seguire corsi di lingua italiana nelle scuole private di
via Pistoiese prima di poter essere accettati a scuola: scuole gestite da cinesi, in cui ci
sono quasi solo insegnanti cinesi e, ovviamente, tutti gli studenti sono cinesi. Gli alunni,
così, rimangono necessariamente chiusi nella piccola cerchia di compatrioti, e può
passare un lungo, lunghissimo tempo prima che riescano ad avere reali contatti con i
coetanei italiani.
Ad aumentare il loro disagio a Prato è la scolarizzazione piuttosto precaria che hanno
ricevuto in passato. I continui spostamenti fatti a causa delle ambizioni di ricchezza dei
genitori hanno impedito loro di frequentare un ciclo scolastico completo –fosse esso in
Cina o in un altro stato europeo-; molti di loro, quindi, sono totalmente restii all’istituto
scolastico, alla cultura del rispetto e dell’apprendimento delle regole. Con alcuni di questi
giovani cinesi ho potuto stabilire rapporti personali prolungati, perché erano studenti
nella scuola privata dove ho insegnato italiano per un certo periodo: sono spesso alunni
dal tempo di attenzione bassissimo, indisciplinati e viziati, che pretenderebbero di fumare
in classe o di saltare la lezione per andare al bar o all’internet point.
I modelli offerti dalla famiglia, poi, non sono certo i più morigerati: per anni, l’unico
rapporto avuto con i genitori veniva dai regali in occasione delle ricorrenze, spediti
dall’altra parte del mondo per supplire con artifici materiali alla loro assenza affettiva ed
educativa, e se c’è un messaggio che i genitori possono aver mandato loro è che la
ricchezza ed il prestigio sono da anteporre a qualsiasi altro valore. Per questo, la loro più
grande ambizione è quella di seguire le orme del padre laoban, lavorare come capo in un
prontomoda e diventare ricco al più presto. Appena possono, questi giovani immigrati
lasciano la scuola italiana ed entrano in fabbrica dai genitori o dai parenti, e ciò rende la
loro integrazione nel tessuto sociale locale ancora più improbabile; tant’è che ve ne sono
alcuni che a scuola riescono a non andarci proprio, e praticamente troncano sul nascere le
possibilità di avere contatti di qualsiasi tipo con gli italiani.
I figli ricongiunti sono combattuti tra la volontà di avvicinarsi al mondo italiano –e
soprattutto al mondo giovanile dei rapporti tra sessi, delle uscite notturne o delle mode di
abbigliamento, che magari non hanno mai potuto sperimentare in passato-, e
l’impossibilità di realizzare questa speranza, soprattutto per carenze linguistiche o perché
i genitori li attraggono nell’attività familiare e impediscono loro di inserirsi con i coetanei
nostrani. Molto spesso, dunque, prendono solamente il peggio della realtà giovanile
italiana, e cioè la trasgressività, l’uso di alcool o droghe, o la spesa sconsiderata di
denaro, e non arrivano invece all’elemento positivo dell’integrazione e del dialogo con la
società autoctona. Sono loro i principali frequentatori dei wangba, gli internet point
cinesi, dove passano ore a chattare con gli amici che hanno lasciato in Cina o trovato
altrove in Europa, o a giocare a giochi di ruolo; in ogni caso, tentano di costruirsi una
realtà lontana o fantastica per ovviare alle mancanze della propria vita a Prato.
Come sarà evidente, i loro comportamenti dissoluti sono guardati con crescente
preoccupazione dalle comunità religiose, anche e soprattutto per la potenziale capacità di
influenzare negativamente anche i giovani più sobri e devoti. Secondo il direttore della
Chiesa Evangelica, questi elementi sono da considerarsi perfino più pericolosi dei
buddisti, perché sono avvezzi a rapporti sessuali liberi, consumo di alcool e
all’abbandono scolastico, tutti tipi di trasgressione che possono suscitare grande attrattiva
tra i ragazzi, e possono spingere i credenti ad allontanarsi dalla religione per uno stile di
vita più libero e “peccaminoso”.
Insomma, la popolarità della religione tra gli immigrati cinesi sta conoscendo un
progressivo deterioramento. Nelle fasi iniziali dell’immigrazione a Prato, quando la
comunità era piccola ed omogenea geograficamente e socialmente, la religione era stata
usata come elemento coesivo tra i cinesi: da una parte contribuiva a riunire la comunità al
suo interno intorno alle proprie peculiarità etniche e culturali, dall’altra fungeva come
difesa verso il mondo esterno degli italiani, che era sconosciuto e per questo considerato
ostile. Ora, però, i rapporti con i pratesi sono molto più solidi, e non vi sono più motivi
per guardare la società italiana con sospetto e prevenzione; inoltre, si sono create molte
stratificazioni nella stessa popolazione cinese, che l’hanno resa molto più eterogenea e
divisa all’interno di quanto non lo fosse all’inizio.
E, insomma, sembra che la comunità cinese a Prato stia subendo un processo di messa in
discussione dei valori tradizionali simile a quello che ha interessato l’Italia negli scorsi
cinquant’anni; forse, solamente in modo molto più veloce e repentino. La liberalizzazione
dei costumi, le tensioni generazionali e l’influenza di culture diverse hanno eroso nei
decenni passati l’uniformità religiosa e culturale della cattolicissima terra dei papi; si può
discutere a lungo degli effetti positivi o delle perplessità morali riguardo a questa
trasformazione, ma è comunque certo che la cultura italiana sia oggi più moderna e che
susciti maggiore attrattiva verso le altre culture, e soprattutto quelle non occidentali. E
proprio a causa di questa grande attrattiva è inevitabile, ora, che anche il chiuso mondo
dei cinesi pratesi subisca una sorte analoga, e che finalmente si apra alla società tutto
sommato multiculturale, pluralista ed aperta dell’Italia del terzo millennio.

L’etica cinese e lo spirito del capitalismo

Se da una parte la crisi spirituale sta erodendo la solidità culturale delle nuove
generazioni, per la maggior parte degli adulti la tradizione è ben lungi dal poter essere
messa in discussione. Pur avendo rapporti economici consolidati con i nostrani, infatti,
moltissimi cinesi non conoscono ancora la lingua italiana e vivono isolati nella propria
cerchia di relazioni connazionali; e forse, a ben vedere, la possibilità di una loro
integrazione culturale –a parte quella economica- appare molto remota. Per le vecchie
generazioni, dunque, la cultura tradizionale cinese è ancora l’unico punto di riferimento,
così come lo sono le due religioni –l’evangelismo ed il buddismo- che la comunità
tradizionalmente professa: e insomma, crisi spirituale a parte, le relazioni tra i cinesi si
basano ancora largamente sul modello culturale tradizionale, visto che i gruppi sociali più
conservatori sono anche quelli che detengono il potere economico.
Ora, come si è visto, le strutture economiche cinesi a Prato non raramente fanno uso di
forme di costrizione, di ricatto e persino di sfruttamento nei confronti degli operai, ed in
generale nei confronti di chi si trova in una posizione più svantaggiata economicamente e
socialmente: gesti che si confarrebbero forse a individui senza scrupoli, sprezzanti del
giudizio divino e della moralità condivisa. Ma com’è possibile, invece, che a tenere le
redini di questo immorale sistema economico siano proprio i cinesi più devoti, coloro a
cui la difesa dei principi e dei culti tradizionali sta più cuore?
Per capire questo è necessario osservare più da vicino i fondamenti della cultura cinese e
le sue manifestazioni nella comunità immigrata di Prato; e in primo luogo guardare alle
differenze che tra cinesi e italiani sussistono nella concezione stessa di ciò che è morale e
di ciò che non lo è.
Tanto la religione cattolica quanto il diritto occidentale si fondano su norme morali
assolute ed astratte, valide in qualunque situazione e a prescindere da qualunque
situazione o giustificazione; così nascono i comandamenti divini, o gli articoli dei codici
legali, i cui precetti –non uccidere, non rubare, ecc.- non possono per nessun motivo
essere messi in discussione. L’etica cinese, al contrario, è molto più flessibile e
pragmatica, e giudica la rettitudine dei comportamenti umani dal contesto specifico prima
ancora che in linea generale: così azioni che secondo la nostra morale devono essere
condannati senza indugio, nella mentalità cinese possono essere accettati in determinate
situazioni.
Certo, davanti a violazioni basilari dei diritti delle persone questa spiegazione di
relativismo culturale può sembrare pretestuosa e debole, e ci sarà di sicuro chi non è
disposto ad indietreggiare dalle proprie inflessibili concezioni di moralità. E tuttavia non
c’è solo questo: alla base dei rapporti interpersonali del mondo cinese, infatti, vi è la
volontà condivisa di mantenere l’equilibrio e l’armonia sociale a tutti i costi, cosicché
ogni gesto umano viene giudicato per il suo impatto sulla società, e non per la sua
consistenza in sé e per sé. Per questo, se il fine di un’azione è morale –e cioè se essa
contribuisce a mantenere l’armonia tra gli uomini- anche l’azione stessa è considerata
morale ed accettabile: con questa spiegazione sono tollerate la corruzione, la disparità
sociale e persino la limitazione della libertà in Cina, proprio perché anche su di esse si
basa l’equilibrio dello stato e della società.
Una cosa molto simile avviene a Prato. Buona parte del successo e della tenuta stessa
dell’economia della comunità immigrata si basa su pratiche talvolta impietose e crudeli
verso i connazionali, che singolarmente qualunque cinese condannerebbe; nonostante
questo, il mantenimento di queste pratiche va tutto sommato a vantaggio di tutti –perché
altrimenti l’economia etnica perderebbe competitività, si indebolirebbe, e non riuscirebbe
così a fornire lavoro o speranza ad un gruppo così nutrito di immigrati. Questo ogni
cinese a Prato lo sa, anche quello che subisce lo sfruttamento più spietato: e così, si
decide di sacrificare il benessere o la libertà di molti per la coesistenza e la stabilità di
tutti.
Un’argomentazione di questo tipo è profondamente cinese, fondamento stesso della
filosofia confuciana su cui l’Impero Celeste ha imperniato per millenni la propria
prosperità ed il proprio ordine sociale, e per certi aspetti è la stessa filosofia su cui si basa
anche il regime politico cinese contemporaneo. Per i cinesi di Prato, però, ad essa si
aggiungono dei nuovi elementi di pensiero che derivano dalla condizione specifica di
immigrati in cui questi si trovano; e qui entra in gioco anche la matrice religiosa
protestante a cui fa riferimento buona parte della comunità di Wenzhou.
La mentalità dei cinesi in Cina, infatti, è quella di anteporre la collettività al singolo,
perché la vita nella madrepatria crea un sentimento di appartenenza nazionale condiviso,
e anche a causa dell’influenza dell’ideologia comunista: gli immigrati wenzhounesi in
Italia, invece, sono tendenzialmente individualisti.
Una volta emigrati verso l’Italia, hanno coscientemente lasciato la madrepatria e le sue
relazioni collettive per un progetto individuale, quello cioè di diventare ricchi; un
progetto che è arrivato ad assumere il carattere di un vero e proprio imperativo morale, e
per realizzarlo molti sono disposti a rinunciare persino alla propria dignità ed alla libertà
personale. Un wenzhounese ambizioso appena giunto a Prato non avrebbe remore a
compiere i lavori più degradanti e a subire i trattamenti più inumani, se questi possono
garantirgli entrate sufficienti ed aiutarlo nella scalata economica; e proprio dalle
condizioni più umili hanno cominciato tutti, anche quelli che ora girano in macchine di
lusso e impongono queste condizioni ai nuovi arrivati.
In questa tensione “moralista” verso l’arricchimento, i cinesi immigrati ricordano molto i
primi capitalisti anglosassoni i quali, partendo dalla povertà più assoluta, hanno creato
una fortuna grazie alla fiducia riposta nelle proprie capacità e nel valore del lavoro: per
questi, come per i cinesi di Wenzhou, la ricchezza non viene solo dalla volontà di
sollevarsi dalla povertà in cui versano, ma diventa un vero e proprio bisogno di mettere
alla prova sé stessi, il proprio valore e persino la benevolenza del fato nei propri
confronti.
Di questi self-made men all’americana l’Italia non ne ha conosciuti molti nella sua storia
economica, non solo per la pochezza storica delle nostre classi politiche ed
imprenditoriali, ma anche e soprattutto perché la cultura italiana non ripone grande valore
nel lavoro, né tantomeno nella ricchezza. I valori professati dal cattolicesimo, infatti,
sono quelli della carità e del rifiuto dei valori materiali: il modello di cattolico ideale è
quello del fedele povero e umile, laddove il ricco deve scontare la propria superbia
economica con opere buone e carità verso i fratelli più indigenti. Tutto questo,
ovviamente, non invoglia alla scalata sociale, perché la ricchezza viene continuamente
additata a fardello per il raggiungimento della salvezza eterna; a questo si aggiunga il
carattere tipicamente familiare ed assistenzialista della cultura e dell’economia italiana, e
si è sicuramente delineato un terreno poco fertile per il capitalismo più zelante.
La religione protestante, al contrario, non considera la carità tra le doti del perfetto
cristiano: la salvezza proviene dalla fede, e non dalle opere, e chi si è arricchito con
lavoro duro e onesto avrà se non altro dimostrato il proprio valore, se non addirittura il
fatto di essere prescelto da Dio per il regno eterno. I cinesi evangelisti a Prato hanno
mostrato una mentalità simile: quando si è chiesto loro se ci fosse contraddizione tra
l’attività imprenditoriale e la religione, i capitalisti cinesi hanno risposto di no, perché la
loro virtù si può misurare solo dalla fede, e questa è qualcosa di cui devono rendere conto
a Dio intimamente e personalmente, e non attraverso quello che appare nella vita di ogni
giorno. E così, ogni cinese porta avanti la propria arrampicata in maniera individualistica,
senza risparmiare neppure sé stesso e con qualunque mezzo disponibile, e considerando
esclusivo il proprio rapporto con la moralità e, quando possibile, anche con la divinità.
In questo senso persino le guanxi, le relazioni della comunità cinese, acquistano un
significato diverso da quello assistenzialista e comunitario che possiedono nel mondo
italiano: esse sono costruite sul pragmatismo, ovvero sull’utilità di vivere e lavorare tutti
insieme e sul vantaggio che le relazioni possono portare alla propria posizione personale.
E questo vale tanto per le conoscenze extra-familiari quanto per i rapporti all’interno
della famiglia: i ricongiungimenti familiari tra immigrati cinesi avvengono soprattutto
perché il residente a Prato ha bisogno di essere aiutato nel proprio lavoro da una persona
fidata, e non è prevista la possibilità che il familiare giunto in Italia scelga liberamente la
propria strada di vita, indipendentemente dalla persona che ha operato il
ricongiungimento o dalla motivazione pratica che lo ha reso necessario.
Una mentalità così diversa da quella italiana potrà sembrare arida ed insensibile, ma in
realtà si basa sulla convinzione che il singolo cinese a Prato non possa contare su nessuno
se non su sé stesso e le proprie forze: una convinzione non del tutto errata, vista l’ostilità
ed il sospetto che la società italiana nutre spesso verso gli immigrati, e visto anche il
carattere “cellulare” e frastagliato della stessa comunità cinese. Insomma, nel difficile
terreno dell’economia pratese, ogni immigrato cinese si ingegna alla meglio per ottenere i
massimi vantaggi individuali, senza curarsi dell’effetto che la propria attività ha sul resto
della comunità: se poi quest’effetto è positivo, e tutti si avvantaggiano della crescita delle
imprese cinesi, meglio ancora, ma nessuno sarebbe veramente disposto a cambiare il
proprio status o i propri profitti in funzione o a vantaggio degli altri compatrioti.
I cinesi si sono concentrati, è vero, nella stessa area economica –la confezione di
abbigliamento- ma questo non è stato dovuto all’esistenza di una coscienza sociale, un
progetto condiviso o un desiderio strategico di creare un’economia etnica autarchica.
Piuttosto, essi si sono raggruppati attorno alle confezioni perché un settore produttivo
solamente cinese permette ai singoli immigrati di ottenere successi e profitti maggiori,
sfruttando al massimo i vantaggi della competitività cinese; e visto che la lingua e la
cultura comuni facilitano l’ingresso nel settore di nuove imprese o di lavoratori
connazionali, i nuovi arrivati hanno ritenuto naturale seguire l’esempio dei primi
imprenditori cinesi, si sono inseriti nel campo dell’abbigliamento e hanno alimentato così
il circolo vizioso dell’occupazione monopolistica del tessile pratese. E questo è vero in
qualunque comunità cinese in Italia, dove gli immigrati sono sempre giunti a
monopolizzare un solo ambito produttivo per convenienza o difficoltà di integrazione, ma
è ancor più vero a Prato, la cui economia anche italiana ha sempre avuto un carattere
monosettoriale e distrettuale.
Gli imprenditori cinesi intervistati non hanno mostrato interesse verso la concorrenza dei
compatrioti o verso la sorte del distretto economico cinese in generale: nessuno ha una
chiara idea di come vada l’economia cinese a Prato, di quali siano le differenze tra la
propria azienda e le altre concorrenti, e persino di quante siano le aziende cinesi a Prato o
di quante persone effettivamente vi lavorino. A domande simili la risposta è stata sempre
la stessa: chiedete a loro, ché io posso rispondere solo della mia attività –e in questo
ricordano nuovamente i capitalisti protestanti e la loro concezione di rapporto individuale
con Dio e la morale.
Per strappare loro qualche confessione si è dovuto scendere a livello di gossip paesano, e
magari chiedere chi fosse secondo loro il laoban più ricco, o quello con la macchina più
lussuosa: a quel punto, molti sorridendo ci hanno indirizzato verso un concorrente
sgradito, o un imprenditore che godesse di una nomea particolarmente generosa. Una
volta controllate le “segnalazioni”, però si è visto che tali convinzioni erano ingiustificate
o semplicemente ingigantite dal chiacchiericcio della comunità, e che quei laoban non
erano poi tanto diversi dagli altri per status sociale o livello economico.
Tutti questi chiarimenti serviranno forse a spiegare il perché di molti comportamenti
economici dei cinesi di Prato, o almeno del sostrato culturale che ne permette lo sviluppo.
Da un lato, in realtà, i cinesi immigrati hanno mantenuto alcuni elementi della cultura
tradizionale –soprattutto l’esaltazione del benessere comune sulla libertà individuale-,
quando questi hanno fatto comodo per creare delle strutture economiche competitive
anche a scapito dei diritti degli individui; e, allo stesso tempo, i singoli imprenditori
hanno usufruito della libertà personale di cui potevano godere in Italia per ottenere il
massimo vantaggio e profitto. Questo mix culturale ha permesso uno sviluppo
dell’economia cinese molto disequilibrato, perché solo poche fasce di cinesi sono
effettivamente giunte ad usufruire della “libertà italiana”, mentre molti altri sono rimasti
vittime dello “sfruttamento morale cinese”, e ciò ha reso la comunità cinese ancora più
divisa al suo interno –e cioè non solo geograficamente, economicamente, socialmente,
ma perfino culturalmente.
D’altro canto, non bisogna dimenticare che la solidità culturale degli immigrati è stata
anche intaccata dalla necessità di confrontarsi con la nuova realtà italiana, e con le
difficoltà di inserimento e integrazione che questa presentava; davanti all’ostilità degli
italiani, i cinesi hanno abbandonato la tradizione sociale e socialista e si sono scoperti
ferventi individualisti e spietati capitalisti. Nei primi anni di immigrazione sul territorio,
in particolare, hanno dovuto sfruttare al massimo gli spazi vuoti che l’economia e la
società pratese, per disinteresse o timore, aveva lasciato loro: e si ricordi che questi spazi
erano ben esigui, e si limitavano al lavoro a cottimo nelle botteghe per conto degli allora
nascenti pronto moda italiani del Macrolotto.
Nel sottobosco delle botteghe di terzisti la competizione economica era –ed è tuttora-
feroce, i margini di profitto miseri, e anche per questo i singoli immigrati hanno dovuto
tentare di massimizzare il proprio interesse ad ogni costo, imponendo ed imponendosi
condizioni di lavoro che, significativamente, non sono mai state criticate dagli italiani
quando questi erano ancora in controllo delle fasce alte della produzione. Com’era
prevedibile, tuttavia, il capitalismo selvaggio ma efficiente ha eventualmente scalzato la
debole e fallimentare imprenditoria italiana, ed ora che l’intero settore delle confezioni è
diventato un appannaggio solamente cinese, questioni di moralità economica sono
puntualmente tornate all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze produttive
nostrane ferite dalla ”invasione cinese”.
Ovviamente, la miopia della classe imprenditoriale nostrana ed il qualunquismo nocivo
dell’opinione pubblica pratese non bastano a giustificare pratiche economiche scorrette e
non di rado efferate all’interno della comunità cinese –che esistono e di cui si parlerà nel
prossimo capitolo-, né tantomeno a considerare ormai inevitabilmente perduta la “guerra”
del tessile, una parte così importante e rappresentativa dell’economia e finanche della
cultura della città. La monopolizzazione del settore delle confezioni da parte dei cinesi ha
portato senza dubbio a grandi svantaggi per gli italiani, a massicce riduzioni dei posti di
lavoro e al trasferimento di grandi capitali da mani nostrane a mani straniere; e a tutt’oggi
costituisce il fenomeno più preoccupante per gli amministratori locali, e quello che più di
tutti necessita soluzioni forti e strategie efficienti.
Per combattere gli aspetti negativi dell’economia etnica, tuttavia, una soluzione
intransigente e xenofoba non potrebbe mai funzionare: le scelte di chiusura economica
della comunità sono dovute soprattutto alla mancanza di alternative e alla difficoltà di
integrazione. Laddove l’integrazione si facesse ancora più difficile e la comunità italiana
facesse muro ancora più impenetrabile davanti ai cinesi, la comunità immigrata non
avrebbe alternative se non quella di chiudersi ancor di più nell’economia etnica e nella
segregazione dagli italiani.
Se invece si ampliassero le possibilità di integrazione e di dialogo tra cinesi ed italiani, e
si combattessero le motivazioni alla base della chiusura etnica, a questa mancanza di
alternative si sostituirebbe una gamma di scelte più vaste per l’immigrato cinese, tra cui
magari anche quella di abbandonare il ghetto e di votarsi ad una partecipazione più piena
e paritaria alla vita economica, sociale e culturale della città. Ma per capire se e come
questo sia possibile, è necessario approfondire le dinamiche e le ragioni alla base del
sommerso, dell’illegalità e della –vera o presunta- criminalità cinese.
Sommersione e Sovversione
最危险的地方就
是最安全的地方

Diciamo la verità, l’ignoranza e l’incomprensione che molti pratesi hanno nei confronti
degli immigrati cinesi non è solamente dettata dall’indifferenza o, peggio ancora, dalla
xenofobia.
Anche dalla parte degli immigrati, infatti, non si può proprio dire che ci si prodighi
sempre per favorire il dialogo tra due culture –quella italiana e quella asiatica- così
diverse tra loro, o per far percepire la propria presenza a Prato come un’opportunità
invece che come una minaccia: la maggioranza dei cinesi, piuttosto, si sottrae al contatto
con gli italiani e vive una vita nascosta dall’attenzione generale. E così, tutto quello che
riguarda i cinesi a Prato, quando più e quando meno, è ammantato da un’aura di mistero e
di segretezza, che rende l’esistenza degli immigrati in città totalmente imperscrutabile, e
soggetta alle più fantasiose interpretazioni da parte degli ignari locali. Quanti siano e
quanti ne nascano, dove e come vivano, cosa mangino, e persino dove vengano seppelliti
i cadaveri: insomma, l’intero ciclo della vita del cinese di Prato si svolge nell’oscurità
delle strade della Chinatown, lontano anche dagli sguardi dei pratesi –e non sono pochi-
che hanno interesse nella vita dei loro concittadini dalla pelle gialla, e delle risposte a
queste domande vorrebbero averle.
Più che questo genuino interesse multietnico, però, la grande segretezza degli immigrati
cinesi produce tra gli italiani soprattutto sospetto e paura; e non c’è da biasimarli perché,
se i cinesi fanno le cose di nascosto invece che alla luce del sole, un motivo ci dovrà pur
essere, e del resto anche i film sul tema ci insegnano che le Chinatown possono essere
luoghi avventurosi e decisamente malfamati. Periodicamente i giornali locali pubblicano
notizie di fenomeni di criminalità grande e piccola avvenuti dalle parti di via Pistoiese; e,
per quanto crimini ne avvengano in gran quantità anche tra gli italiani –e forse tra loro
anche di più- il sangue si gela nelle vene di chi pensa che ci siano zone della propria città
off-limits per gli italiani, perché in mano a stranieri pericolosi, senza scrupoli e fuori dal
controllo delle forze dell’ordine. E chissa quanti altri episodi criminosi saranno avvenuti
di nascosto, senza che i quotidiani ne abbiano reso conto, tra le misteriose stradine di San
Paolo… A questo, infine, si aggiungono frequenti dichiarazioni terroristiche da parte
delle autorità, le quali un giorno decantano i valori del multiculturalismo e
dell’integrazione razziale, e già il giorno seguente parlano pubblicamente dei rischi
dell’economia etnica, di “minaccia gialla” o di “comunità criminogena”, provocando
scompigli cardiocircolatori nei cittadini più sensibili e diffidenti.
Tutto ciò, è chiaro, non può che corroborare la convinzione di molti pratesi che i cinesi
abbiano un’influenza nefasta non solo sull’economia tessile del territorio, ma anche sulla
qualità della vita e sul grado di sicurezza di una città tradizionalmente sicura e tranquilla;
e così, i comportamenti discreti e silenziosi degli immigrati vengono immediatamente
elevati a conferma della loro minacciosa delittuosità. In realtà, non tutto può essere
spiegato necessariamente dall’illegalità: ci sono tantissimi cinesi, infatti, perfettamente in
regola con il permesso di soggiorno, che pagano le tasse e non hanno niente da
nascondere, e che tuttavia vivono nella Chinatown con lo stesso atteggiamento dimesso
di altri che magari qualcosa da nascondere ce l’hanno eccome.
Ogni anno, decine e decine di nuovi immigrati giungono a Prato per ricongiungimento
familiare o ottengono il permesso di soggiorno alla Questura e di questi, ovviamente, si
conoscono trascorsi, il lavoro e la residenza in città, la composizione familiare e persino
il reddito. Una volta ottenuti i documenti italiani, gli immigrati regolari possono essere
controllati capillarmente e, per certi aspetti, sono persino costretti al rispetto delle leggi,
perché in caso di reato le autorità possono disporre il rimpatrio forzato e ritirare il
permesso di soggiorno, e con esso i generosi servizi cittadini che ne comportano.
Come si è per certi aspetti già accennato, la Chinatown pratese è un luogo molto meno
oscuro ed impenetrabile di quanto si possa pensare al primo sguardo. Per una persona
fornita di una buona dose di relativismo culturale, e forse di un pizzico di faccia tosta,
non è difficile entrare in via Pistoiese, osservare da vicino la vita degli immigrati, parlare
con loro e magari persino stringere relazioni intime e amichevoli con qualcuno più
bendisposto. La mia ricerca è stata condotta proprio così, all’inizio curiosando nei negozi
e nelle fabbriche, fintamente inconsapevole degli sguardi smarriti e sospettosi dei cinesi
che vi vivevano o vi lavoravano, e poi finalmente avvicinando gli immigrati dalle facce
meno ostili, ponendo domande più o meno innocenti a seconda della disponibilità che mi
si dimostrava; certo, non sono mancate occasioni in cui sono stato trattato in malo modo,
o cacciato bruscamente da luoghi in cui era meglio che nessun italiano si avventurasse,
ma nel complesso il trattamento ricevuto è sempre stato cordiale e disponibile. Molti
hanno visto in me una possibilità per sfogare la propria frustrazione, o addirittura un
possibile salvatore dalla propria meschina condizione di vita; altri invece mi hanno solo
tollerato, credendo –forse a ragione forse no- che non avrei mai potuto comprendere la
loro cultura, la loro vita o la loro sofferenza, e che un italiano è comunque meglio
trattarlo bene, ché non si sa mai, con i tempi che corrono.
La più errata convinzione è credere che tutti i cinesi di Prato godano della situazione di
isolamento in cui si trovano rispetto al resto della società e dell’economia italiana: al
contrario, sono molti gli immigrati che preferirebbero lavorare o vivere tra gli italiani, e
semplicemente non hanno la possibilità di farlo. In linea generale, i cinesi immigrati si
strutturano in comunità chiuse –le cosiddette Chinatown- non già perché vogliano isolarsi
dal resto della società, ma piuttosto perché vivere tutti insieme procura dei vantaggi
pratici immediati: il fattore linguistico in primo luogo, perché la lingua cinese è
radicalmente diversa dalle lingue indoeuropee, ed imparare l’idioma del luogo è uno
sforzo che non tutti possono permettersi di compiere. Oltre alla lingua, vi è la maggiore
facilità di trovare lavoro tra i connazionali rispetto che presso gli autoctoni –di cui non si
conoscono abitudini lavorative, canali di collocamento, competenze richieste-, e la più
facile reperibilità di beni di consumo tipici della propria cultura –come cibo cinese,
vestiario tradizionale, film, libri o musica-.
Queste esigenze, poi, decadono man mano che i cinesi si integrano nella società di
immigrazione, e ne iniziano a condividere le usanze, le abitudini culturali e le attività
della vita quotidiana; e tuttavia, bisogna ricordare che non tutti gli immigrati arrivano ad
integrarsi nella comunità pratese. Il Comune di Prato, è vero, fornisce una serie di servizi
per favorire l’integrazione, come l’aiuto per il ricongiungimento familiare, corsi di lingua
italiana e consulenza per l’inserimento scolastico; questi servizi, però, sono accessibili
solo per gli immigrati regolari, quelli cioè dotati di permesso di soggiorno, e quindi di un
discreto status economico.
Per tutti gli altri cinesi irregolari –i quali, come si vedrà presto, sono ben di più di quelli
regolarizzati- i servizi comunali sono irraggiungibili, e anche una volta in regola molti
immigrati non hanno tempo né modo di dedicarsi alla propria formazione linguistica,
perché devono lavorare a tempo pienissimo per ripagare i debiti contratti per la
regolarizzazione. Molti operai fujianesi, gli zagong del nordest, i cinesi senza guanxi e
senza competenze lavorative: tutti questi rimangono intrappolati nella Chinatown, senza
possibilità di interagire con gli italiani, di cui non conoscono e non conosceranno mai la
lingua e la cultura. Anche se, magari, non pochi avrebbero preferito lavorare tra gli
italiani invece che dai gretti laoban delle botteghe artigiane.
Gli immigrati non regolari non hanno alternativa se non quella di nascondersi nella
Chinatown perché, ovviamente, non possono permettersi di esporsi al controllo delle
autorità e al rischio di espulsione; così, la maggior parte non esce mai dal quartiere
cinese, e vive solamente intorno a quei due o tre luoghi sicuri e conosciuti, la piazza del
lavoro, la bottega dove lavora e, quando va bene, la rosticceria cinese dove riesce a
mangiare una o due volte alla settimana con qualche sudato risparmio. Molti non hanno
mai oltrepassato la Porta Pistoiese per vedere gli italiani, i lussuosi negozi del centro ed i
ricchi wenzhounesi che si mischiano ad essi nello shopping della domenica; e così,
l’unica idea che hanno di Prato e dell’Italia si riduce a via Pistoiese e alle buie fabbriche
dove sono reclusi giorno e notte.
Eppure, a ben vedere, le realtà nascoste che compongono la comunità cinese non sono
così difficili da scovare: dopo tutto, i luoghi di ritrovo dei cinesi sono sotto gli occhi di
tutti, e la Chinatown è situata in una zona ben definita e ristretta, e comunque vicinissima
al centro della città. Persino le botteghe artigiane, l’emblema stesso della segretezza e
dell’illegalità degli immigrati di Prato, si trovano in una zona dove vivono anche gli
italiani, e dove tutti sanno che sotto casa c’è una fabbrica in cui si lavora giorno e notte in
condizioni disumane; così, per quanto nascoste, queste realtà sono comunque accessibili
a chiunque si voglia prendere la briga di capire cosa avviene nella propria città. Ma
allora, com’è possibile che si conosca ancora così poco della comunità cinese? Che non si
riescano a combattere, o almeno ad arginare, quei fenomeni di lavoro illegale che
–realmente o presuntamente- stanno distruggendo l’economia della città, o di criminalità
immigrata che –di nuovo realmente o presuntamente- rovina il sonno agli italiani per
bene?
Ancora una volta ci viene in aiuto qualche principio della cultura cinese, ed ancora una
volta sotto forma di detto popolare. Neanche a dirlo, è la frase che da il titolo al capitolo:
zui weixian de difang jiu shi zui anquan de difang, che significa più o meno “il luogo più
pericoloso è in realtà il luogo più sicuro”.
L’antica saggezza orientale, si sa, può essere molto acuta nelle sue massime, tanto che
questo detto sarebbe approvato dagli strateghi militari più avveduti persino oggi; perché
la sicurezza è un concetto relativo, che dipende dalla consapevolezza della propria
posizione e dalla comprensione delle mosse dell’avversario. Ma, oltre che alla sfera
bellica, una tale filosofia può essere applicata a molti ambiti dell’esistenza umana; ed
effettivamente, la vita degli immigrati cinesi di Prato si basa largamente sull’applicazione
di questa massima.
Il luogo più pericoloso è in realtà il luogo più sicuro. Sì, perché porre la Chinatown nel
centro della città può senza dubbio essere considerato pericoloso, certo più pericoloso che
confinarsi all’estrema periferia della città, dove i contatti ed i controlli degli autoctoni
sono più radi; del resto, questo lo fanno altre comunità immigrate che non sono estranee a
comportamenti criminosi, come ad esempio i rom. E tuttavia, via Pistoiese e le sue
stradine si sono dimostrate perfettamente adatte allo scopo di ospitare, e talvolta
nascondere, decine di migliaia di immigrati cinesi, sebbene essi non siano sempre
impegnati in attività lecite, e quasi mai in attività gradite agli italiani. Tuttora la capacità
di controllo delle autorità italiane nei confronti della comunità cinese è meramente
superficiale; tuttora vivere e compiere i propri traffici sotto gli occhi di tutti è considerato
dagli immigrati il modo più sicuro, e su via Pistoiese qualsiasi cinese può sentirsi
tranquillo, circondato da un ambiente amichevole e conosciuto, quasi come se fosse
ancora in Cina invece che in un paese straniero e ignoto.
E non è un caso che da qualche anno via Pistoiese sia stata ribattezzata dai suoi stessi
abitanti immigrati tangrenjie, che vuol dire né più né meno “via dei cinesi”, a baldanzosa
dimostrazione dell’ormai indiscutibile dominio che gli immigrati hanno preso del
quartiere e della sua strada principale. Un battesimo di questo tipo potrà sembrare
normale, visto che la via in questione è ormai effettivamente monopolizzata dalla
comunità immigrata: tutti i negozi sono cinesi, lungo i marciapiedi gli occhi a mandorla
sono in schiacciante superiorità rispetto agli occhi tondi, perfino le case, fino a poco
tempo fa ancora abitate da soli italiani, sono state progressivamente cedute agli
immigrati, da inquilini che hanno preferito spostarsi verso zone a composizione etnica
nostrana, e abbandonare il quartiere ai soli cinesi. I pochi esercizi commerciali ancora a
gestione italiana hanno dovuto attrezzarsi per la clientela prevalentemente straniera, e
quasi tutti hanno scritte e cartelli in cinese che spiegano i prodotti o i servizi venduti, o
addirittura vi lavora personale cinese per la traduzione e la consulenza linguistica.
Insomma, chiamarla “via dei cinesi” ha solamente certificato una trasformazione già
avvenuta in modo irreversibile.
Nonostante questo, che i cinesi abbiano osato tanto nella propria penetrazione della città
non è cosa da poco: fino a qualche tempo fa, infatti, “via Pistoiese” era ancora “via
Pistoiese” nella denominazione cinese, e nessun immigrato si sarebbe sognato di
ribattezzare una strada italiana a propria immagine e somiglianza. Perfino via Paolo
Sarpi, la “via Pistoiese” della Chinatown di Milano –la più grande dopo quella pratese, e
salita alla ribalta per gli eventi di rivolta degli immigrati contro le autorità italiane- è
tuttora chiamata semplicemente “via Paolo Sarpi” e forse, viste le tensioni che corrono tra
comunità autoctona ed immigrata nella città lombarda, non sussisteranno mai le
condizioni per affermare il possesso cinese sulla zona ribattezzandola con un altro nome.
Il caso di via Pistoiese è unico, così come è unico il fenomeno di totale controllo che gli
immigrati cinesi di Prato hanno sul proprio quartiere: un controllo talmente profondo ed
indiscusso da rendere naturale ed ineccepibile che la strada venisse considerata di propria
proprietà. E così, via Pistoiese è diventata via dei Cinesi, ed il luogo più pericoloso è ben
presto diventato il luogo più tranquillo.
Ma allora facciamo un giro per la via dei Cinesi, e scopriamo qualche piccolo segreto
“non-segreto”, nascosto per chi abbia deciso ormai da molto tempo di non mettere più
piede nella rimpianta via Pistoiese, ma chiaro ed evidente a chi voglia mettere da parte
paure e pregiudizi, e calarsi in una conoscenza un poco più profonda di una realtà così
vicina, e tuttavia ancora così remota per molti italiani.

La via dei Cinesi ed i segreti della Chinatown

Come si è visto, il quartiere cinese è costruito su una struttura urbana già formata, in una
zona popolare ad alta densità abitativa; se escludiamo via Pistoiese, dove gli immigrati
hanno occupato la quasi totalità dei negozi e delle abitazioni, il resto della Chinatown si
sviluppa in parallelo con la comunità italiana, ed i nuovi arrivati vivono gomito a gomito
con gli abitanti tradizionali. Per questo, tra le strade di San Paolo i cinesi tendono ad
esporsi il meno possibile al contatto con gli italiani, e ad evitare occasioni di tensione
interetnica che potrebbero attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica su di loro e sulle
loro attività.
I cinesi, dunque, sono dei vicini di casa perfetti: si sentono il meno possibile, si vedono il
meno possibile, e non bussano mai alle ore più importune per chiedere un po’ di latte o di
zucchero. L’unico fastidio che possono dare –e, in realtà, non è un fastidio da poco- è il
rumore delle macchine tessili di notte, quando gli italiani vogliono dormire, mentre i
cinesi lavorano indefessamente sfruttando il fresco ed il buio della sera; non di rado, gli
italiani si lamentano, e così nelle fabbriche si lavora spesso a porte chiuse, con gran
dispiacere degli operai costretti al gran caldo e ai fumi dei colori chimici.
In questa loro discrezionalità, i cinesi seguono un paio di regole ben precise. La prima è
non protestare mai contro l’operato degli italiani: qualunque cosa questi dicano o
facciano, è sempre opportuno essere affabili, o al massimo far finta che non si capisce la
lingua italiana, in modo da respingere l’italiano senza doverlo trattare in maniera
scortese. La seconda, invece, è concentrarsi nelle zone del quartiere in cui il passaggio
degli italiani sia più rado: per quanto gli italiani vivano nella zona, esistono delle aree più
esposte ed altre più recondite, e le seconde sono sempre da preferirsi alle prime. Così, se
in una strada c’è un bar, un circolo o un negozio italiano, gli immigrati tendono ad
evitarla, perché lì il traffico di persone e di automobili sarà necessariamente più grande, e
con esso la possibilità di dare nell’occhio. Al contrario, i cinesi preferiscono le strade
senza negozi, a senso unico o senza sfondo, dove insomma gli italiani non hanno nessun
motivo per avventurarsi; e di stradine di questo tipo, a San Paolo, non ve ne sono poche.
Questo principio non è seguito solo per le botteghe artigiane, le quali hanno ovvi motivi
per sottrarsi allo sguardo degli italiani; piuttosto, viene applicato per qualunque luogo di
ritrovo cinese, in cui gli immigrati prediligono la riservatezza anche per compiere le
attività più innocenti. Così la chiesa cinese, camuffata dentro un magazzino in una
stradina cieca dove non passa nessuno; così i wangba, gli internet point dove si ritrovano
decine di ragazzi per giocare al computer o per chattare, che sono anch’essi posti in
strade laterali della Chinatown, e spesso mascherati dietro insegne in italiano generiche e
fuorvianti come “club di divertimento”, o “negozio di computer”.
Nella maggior parte dei casi, in realtà, basta che le attività dei cinesi non siano troppo
appariscenti perché gli italiani dimostrino il loro disinteresse più totale: sono poche, e
sempre di meno, le persone che si recano in via Pistoiese per genuina curiosità verso gli
immigrati, e a molti sono sufficienti le informazioni superficiali che sui cinesi vengono
fornite dai giornali. Così, fino a quando i cinesi continuano la loro dimessa vita a San
Paolo senza minacciare i quartieri residenziali esclusivamente italiani, i pratesi sono
disposti a tollerare la loro presenza senza grandi obiezioni.
Questo atteggiamento di relativa tolleranza proviene in larga misura dalla cultura politica
dominante nella zona, ovvero una cultura cattolica e di sinistra, che ha educato i pratesi ai
principi dell’umanitarismo e della carità; il cattocomunismo, ovviamente, è stato decisivo
perché il fenomeno migratorio a Prato fosse accettato fin dal primo momento e perché si
sviluppassero una serie di importanti servizi di aiuto nei confronti degli immigrati. Tutto
ciò, ovviamente, non impedisce che ci si lamenti costantemente della presenza cinese e si
maledicano le proprie stesse decisioni, in pieno stile toscano e malapartiano; e comunque
bisogna sottolineare che la tolleranza e l’integrazione degli immigrati a Prato sia molto
maggiore di quanto non lo sia in altre realtà –come ad esempio quella di Milano- dove la
cultura politica è più individualista e laicista.
L’indulgenza dei pratesi è stata facilmente sfruttata dagli immigrati cinesi, i quali hanno
ben presto compreso la necessità di non ostentare le proprie attività e la propria presenza,
ma piuttosto di vivere in sordina, senza dare nell’occhio. Non è un caso, infatti, che gli
unici cinesi che non rispettano questo stile di vita dimesso, magari manifestando la
propria ricchezza con auto di lusso e case di proprietà, sono i laoban dei pronto moda,
quelli che non hanno niente da nascondere, e che dunque non ottengono nessun profitto
dalla discrezione.
Il disinteresse o la tolleranza formale non sono però gli unici elementi a giocare a
vantaggio dei cinesi: quand’anche gli italiani si decidessero a fare luce sui luoghi e le
attività della Chinatown, si troverebbero davanti l’insormontabile scoglio della differenza
linguistica ad impedire di decifrare il mondo ed il comportamento dei cinesi di Prato.
Ancora oggi la maggioranza degli immigrati ha difficoltà a comprendere e a parlare
l’italiano e, tranne che per il gruppo ristretto dei figli di laoban che studiano, e che hanno
mezzi e possibilità per integrarsi linguisticamente con la società italiana, la
comunicazione tra i cinesi e gli italiani è molto problematica, se non addirittura
impossibile. E questo, da una parte aumenta la frustrazione degli italiani, i quali vedono
invadere la propria città da masse di stranieri che neppure conoscono la lingua del luogo,
dall’altra ne rende la capacità di comprensione –e dunque di controllo- dei cinesi
estremamente ridotta. Del resto, su via Pistoiese tutte le insegne, i cartelli, gli annunci
sono scritti in caratteri cinesi; e questi simboli pittoreschi, oltre ad accentuare il senso di
mistero della Chinatown con il loro occulto esotismo, sono totalmente indecifrabili dalla
stragrande maggioranza dei pratesi, e così si ha spesso l’impressione che gli immigrati la
stiano facendo sotto il naso degli italiani, semplicemente perché questi non sono in grado
di comprendere la lingua cinese.
Comprensibilmente, non tutto quello che riguarda la Chinatown pratese può essere
relativo a intraducibili traffici misteriosi. Su via Pistoiese gli immigrati mangiano,
passeggiano, si riuniscono, come fanno gli italiani nel proprio centro città, e dunque
molte delle scritte e delle attività dei cinesi riguardano banali questioni di vita quotidiana,
che deluderebbero miseramente i cacciatori di scoop: si vendono biciclette, si offrono
servizi medici, si invita gente all’apertura del nuovo ristorante cinese su via Filzi, si
pubblicizza una scuola di lingua…insomma, si vive in comunità in maniera totalmente
normale.
In particolare, questo delle scuole di lingua si è rivelato essere un business molto florido,
che si è sviluppato da poco ma che ha già riscontrato un discreto successo tra gli
immigrati cinesi; e, ad oggi, già tre scuole di lingua gestite da cinesi sono attive intorno a
via Pistoiese. Come si è detto, il Comune di Prato fornisce corsi di lingua italiana per gli
stranieri, ma questi sono accessibili solo a immigrati regolari, e solo a determinate
condizioni di reddito e di competenza linguistica; e dunque, per supplire alla rigidità delle
strutture comunali, gli immigrati si sono attrezzati con le proprie scuole private.
Le scuole cinesi sono molto più flessibili riguardo alla regolarità o meno degli studenti
immigrati, hanno insegnanti cinesi, e che quindi possono aiutare gli immigrati con
problemi di comprensione più grandi e, soprattutto, prevedono vari corsi a tutte le ore,
che si confanno agli orari poco “ortodossi” dei lavoratori cinesi; e così, anche se si
devono pagare le tasse di iscrizione, la maggior parte degli immigrati preferisce le scuole
cinesi le quali, per giunta, si trovano tutte nel bel mezzo della Chinatown e perciò sono
comodamente raggiungibili da tutti gli studenti.
Molto intelligentemente, poi, le scuole private cinesi non forniscono solamente corsi di
lingua italiana per immigrati appena arrivati a Prato, ma insegnano anche il cinese
mandarino. Le classi di cinese si rivolgono soprattutto ai bambini nati a Prato, che non
hanno mai vissuto in Cina e quindi non hanno mai avuto occasione di parlare la lingua, e
in generale a tutti i giovani che non hanno frequentato le scuole in Cina, e per questo
conoscono solamente il dialetto regionale parlato in famiglia. I cinesi, che sono per natura
pragmatici e calcolatori, si rendono subito conto dell’importanza che i propri figli
imparino la lingua, e soprattutto il cinese mandarino, nell’evenienza che questi decidano
di tornare in patria invece di restare in Italia; così, quand’anche magari non diano molta
importanza all’istruzione e decidano di ritirare i figli dalla scuola italiana appena
legalmente possibile, sono comunque disposti a spendere i soldi della retta per una scuola
privata di lingue.
Nel periodo della mia ricerca, ho lavorato come insegnante proprio in una di queste
scuole di lingue, e per questo ho osservato da vicino il mondo dei giovani cinesi; e anche
se, come si vedrà più avanti, il mondo dei giovani immigrati non è propriamente
ammantato da un’aura di puerile innocenza, le attività delle scuole private sono
totalmente trasparenti, e anzi sono un’ulteriore dimostrazione della grande dinamicità ed
intraprendenza degli immigrati cinesi.
Eppure, oltre a queste innocue attività quotidiane, tra le strade della Chinatown sono
disseminati indizi di faccende più nascoste e sconosciute, che sono lasciati alla luce del
sole solo perché si suppone che nessun italiano abbia la competenza linguistica o gli
strumenti di analisi adeguati per tradurli e spiegarli.
Tra tutte le scritte sui muri intorno a via Pistoiese, due caratteri in particolare compaiono
ossessivamente, scritti ovunque in formato cubitale per attrarre l’attenzione dei passanti:
lifa, “tagliare i capelli”, ovvero un modo informale per chiamare le botteghe di
parrucchiere. Guardando i giovani cinesi di Prato, in effetti, ci si stupisce dell’ossessiva
attenzione riposta nella pettinatura e nello stile del taglio dei capelli: tanto i ricchi figli di
laoban che frequentano le scuole italiane e si acconciano all’occidentale, quanto i giovani
operai che lavorano nelle fabbriche immigrate, si presentano sempre con tagli alla moda e
frangette scrupolosamente allineate, tanto da far invidia alla gioventù italiana, che
tralaltro non manca certo di attenzione verso l’aspetto fisico e le mode del momento.
Del resto, è tradizione nella cultura cinese dare grande attenzione alla cura dei capelli; fin
dai tempi imperiali, infatti, sia gli uomini che le donne portavano i capelli lunghi, ed
entrambi ricorrevano a frequenti trattamenti di bellezza su di essi. Questo, a differenza
del mondo occidentale, non era considerato segno di scarsa virilità, ma anzi era una
forma di affermazione della propria posizione sociale; perché un funzionario o un ricco
avevano tempo e mezzi per curare il proprio aspetto esteriore, mentre un contadino
doveva svolgere lavori di fatica e non poteva permettersi l’intralcio di una capigliatura
lunga e delicata. Durante gli anni del comunismo “duro”, la morigeratezza dei costumi ha
interrotto temporaneamente queste abitudini, ma dopo la riforma economica i capelli
lunghi sono tornati ben presto in uso, e con essi il culto della pettinatura come
manifestazione del proprio status.
Oggi, in realtà, il taglio dei capelli è diventato un mezzo dei ragazzi per esprimere il
proprio fisiologico anticonformismo adolescenziale; a Prato ciò si aggiunge al disagio
dell’integrazione in una cultura estranea, e i giovani immigrati usano il taglio di capelli
anche come strumento per affermare la propria identità cinese all’interno della società
degli italiani. E’ chiaro, quindi, che una tale richiesta debba necessitare un gran numero
di parrucchieri, e che i negozi italiani sarebbero linguisticamente e stilisticamente
inadeguati per soddisfare il gusto degli immigrati; così, si è venuto a creare un circuito di
negozi di servizi estetici alternativo a quello ufficiale, di cui gli italiani sanno poco o
nulla perché, ovviamente, la clientela di queste botteghe è esclusivamente cinese.
A dire il vero, queste botteghe di parrucchieri non sono esercizi molto complessi: ben
pochi tra gli acconciatori cinesi di Prato hanno una vera e propria esperienza nel campo, e
quasi tutti si sono improvvisati parrucchieri fiutando le tendenze del mercato della
Chinatown. Nella maggior parte dei casi, i lifa sono semplicemente una stanza di
un’abitazione intorno a via Pistoiese, in cui un membro della famiglia taglia i capelli ai
clienti mentre nelle altre stanze il resto della casa vive normalmente: basta uno specchio,
un pettine, un paio di forbici e uno sgabello, e chiunque può diventare lifa, e anche per
questo di lifa a Prato ce ne sono decine, disseminati negli appartamenti e nei retrobottega
di via Pistoiese.
Le prestazioni di parrucchiere sono informali, e gli esercizi lavorano prevalentemente in
sommerso; ciò, ovviamente, anche perché i lifa difficilmente passerebbero i controlli
igienici italiani. D’altra parte, però, la rudimentale semplicità dei lifa e il pagamento a
nero tengono i prezzi bassi, così è possibile spendere molto meno dei parrucchieri italiani
anche per trattamenti estetici complessi: un listino prezzi standard di un parrucchiere
cinese è di 7-8 euro per il taglio e la piega, 15 per le meches o il colore. La qualità delle
prestazioni è soddisfacente, e la maggior parte dei cinesi preferisce andare dai lifa
piuttosto che dai parrucchieri italiani non solo per la convenienza linguistica ed
economica, ma anche per i risultati più vicini al proprio gusto estetico orientale; certo,
qualche hair-stylist diplomato rabbrividirebbe vedendo qualche tecnica di taglio non
proprio perfetta, ma con premesse così misere e prezzi così bassi, non c’è proprio da
lamentarsi.
D’altronde, il taglio dal parrucchiere non è l’unico trattamento estetico praticabile tra i
cinesi di Prato: tra i vari annunci di assunzione operai nella piazza del Xiaolin Chaoshi,
ve ne sono anche alcuni più mondani, che offrono agli affaticati lavoratori delle fabbriche
cinesi terapie di relax e sedute di massaggi. Il massaggio, in cinese anmo, è un tipo di
intrattenimento molto diffuso nel mondo cinese, ed in Cina recarsi in una anmoguan, una
sala di massaggi, per una seduta di massaggio, viene considerato una delle normali
opzioni per passare una serata in compagnia di un gruppo di amici, allo stesso pari di
vedere un film al cinema o bere una birra in un locale notturno.
Fin qui tutto normale, visto che un massaggio cinese costa normalmente molto meno di
un massaggio italiano, e in Cina le arti tradizionali sono recentemente tornate molto in
voga come divertimento popolare; eppure, non di rado le anmoguan possono offrire
trattamenti di relax ben più audaci. E’ abituale, infatti, che alla fine della seduta la
signorina richieda al cliente se questi desideri per caso il “servizio completo”; servizio
che, non c’è bisogno di sottolinearlo, consiste in una prestazione sessuale più o meno
spinta operata dalla stessa massaggiatrice.
Certamente, è possibile andare a farsi fare un a n m o anche senza incorrere
necessariamente in un’offerta erotica a pagamento, ed uscire dalla sala semplicemente
soddisfatti del massaggio ricevuto senza complicazioni. Eppure, è uso comunissimo che
le case di massaggi siano allo stesso tempo case di prostituzione mascherate dietro il
pretesto fisioterapico, che le autorità tollerano come uno dei tanti e bizzarri
ammortizzatori sociali della nuova economia liberalizzata cinese; questo è tanto risaputo
quanto pubblicamente taciuto, al punto che in cinese la parola anmo è diventata ormai un
eufemistico sinonimo di prostituzione, o di prestazione sessuale in generale.
A Prato le anmoguan non possono che rispecchiare le caratteristiche che hanno in patria,
ed anche da noi i massaggi cinesi celano spesso fenomeni di prostituzione. Ed in effetti
basta leggere gli annunci affissi nella Chinatown, che non disdegnano un linguaggio
allusivo alla reale entità del servizio offerto: si parla di “signorine molto carine”, di
“servizio completo”, di “massima discrezione”, un linguaggio, insomma, che sottintende
eufemisticamente una situazione di cui tutti gli immigrati cinesi a Prato hanno coscienza.
Scandalizzarsi per realtà di questo tipo sarebbe pura ipocrisia, visto che la prostituzione è
largamente diffusa tra gli italiani come tra i cinesi, ed è sufficiente aprire un giornale per
leggere annunci dello stesso tipo; è verosimile, però, che in un mondo difficile e
sommerso come quello degli immigrati cinesi la prostituzione possa essere legata a
fenomeni di sfruttamento e di violenza sulle donne. E comunque, dare notizie certe a
riguardo è impossibile, perché esplorare ambienti di questo tipo è molto difficile, a anche
alquanto pericoloso.
Per un italiano, accedere ad una sala massaggi è praticamente impensabile, ed anche
avere dettagli sui servizi delle anmoguan non è cosa banale, perché gli annunci non
danno coordinate sul luogo in cui si trovano, ma hanno solo un numero di telefono da
contattare, e solo un madre lingua cinese riuscirebbe ad ottenere informazioni al telefono
senza far riconoscere l’accento straniero. Delle case massaggi ho avuto solo descrizioni
superficiali e “dall’esterno”, a cui ho potuto dare una forma più strutturata solamente
applicando la conoscenza delle anmoguan che proveniva dalla mia personale esperienza
in Cina: in linea ipotetica, si può immaginare che esistano meccanismi di sfruttamento
della prostituzione, soprattutto nei confronti delle immigrate non regolari e quindi
facilmente ricattabili, ma che allo stesso tempo possa anche essere presente prostituzione
libera, così come anmoguan in cui si offrano solamente massaggi e niente più.
Prima di passare al prossimo paragrafo, è necessario parlare di una questione che sembra
avere una primaria importanza per gli italiani che osservano il mondo dei cinesi
immigrati: la morte e la sepoltura. Da quando ho iniziato questa ricerca sulla comunità di
Prato, non c’è stata persona che, giungendo in argomento cinesi, non mi abbia chiesto
con disperato interesse di svelare questo mistero indissolubile: dove vanno i cinesi
quando muoiono? Ovvero, dove vengono messi i cadaveri degli immigrati deceduti, visto
che nei cimiteri comunali non vi è traccia di cinesi sepolti? Neanche a dirlo, sullo sfondo
c’è un immaginario di container pieni di cadaveri mandati alla deriva in acque
internazionali per far sparire gli immigrati clandestini, morti nascoste alle autorità per
utilizzare l’identità –e dunque il permesso di soggiorno- del defunto, e così perpetuare le
stirpi dei soliti Li, Lin o Zhang, che a noi sembrano sempre gli stessi ma potrebbero
perfino essere intere generazioni di cinesi diversi.
Ancora una volta, purtroppo, la realtà è molto meno romanzata. Paragonando la comunità
cinese alla quella pratese, e cioè ad una popolazione mediamente molto anziana, si tende
a pensare che la frequenza e la quantità di decessi sia grande e costante: ogni giorno
muore un certo numero di persone, e questo avviene continuamente perché tra gli italiani
sono presenti tutte le fasce di età, e c’è sempre qualcuno in “età da decesso”. Questo,
invece, non avviene tra gli immigrati: come si è visto, il fenomeno migratorio cinese è
iniziato circa 15-20 anni fa, ed era costituito da immigrati tra i 25 ed i 35 anni. La
piramide dell’età degli immigrati cinesi, dunque, è fortemente squilibrata verso il basso,
in quanto l’età più avanzata è quella dei primi immigrati –che ora hanno tra i 40 e i 50
anni-, mentre sono presenti in modo continuo tutte le altre età al di sotto di questa soglia.
La causa primaria di morte, in Italia come in Cina, sono i problemi di salute dovuti alla
degenerazione fisiologica e alla vecchiaia: soprattutto tumori e malattie del sistema
cardiocircolatorio. E’ ovvio, però, che un cinquantenne non va incontro molto
frequentemente a malattie o scompensi dell’invecchiamento, e che quindi il numero dei
decessi all’interno della comunità cinese è molto inferiore a quello riscontato tra gli
italiani6.
In effetti, poi, non avviene proprio questo, perché un certo numero di immigrati ha
richiamato i genitori in Italia dopo aver aperto un’attività in proprio e aver raggiunto un
livello economico soddisfacente; così, anche a Prato esiste un piccolo gruppo di cinesi
anziani –quelli che del resto si ritrovano all’Associazione Buddista a giocare a carte-,
soggetti a fenomeni di decesso simili agli anziani italiani. Anche per loro, tuttavia, la
morte a Prato non è un caso frequente, perché i più decidono di tornare a casa prima del
decesso per morire in Cina nella propria città natale.
Il principio del “tornare a casa” ha un valore molto forte nella cultura cinese, ed è persino
celebrato da un celebre detto confuciano: luoye gui gen, ovvero “le foglie che cadono
ritornano alle proprie radici”, a significare appunto la necessità di tornare al luogo natale
prima della morte, e chiudere così l’ideale ciclo della vita. Per questo, alle prime
6
Si vedano, ad esempio, le statistiche dell’Istat su “Cause di morte”: www.istat.it. Nel 2002 il numero
delle morti in età 40-50 è stato di poco superiore alle 12000 unità su base nazionale; facendo una
semplice proporzione tra le popolazioni, il numero delle morti annuali nella comunità cinese di Prato per
la fascia di età considerata risulta intorno alle 5 o 6.
avvisaglie di malessere, i vecchi immigrati prendono una nave o un aereo e tornano in
patria: essendo genitori di laoban, possono tranquillamente permettersi un viaggio
comodo fino in Cina, e nella maggior parte dei casi non hanno bisogno di ricorrere a
canali illegali o poco ortodossi per la traversata. Insomma, di morti cinesi a Prato non ve
ne sono così tante come si vorrebbe credere: e del resto, gli asiatici sono famosi per la
loro longevità, e l’aria pulita delle colline toscane avrà senza dubbio contribuito a
mantenere in salute la popolazione immigrata insieme a quella nostrana.
Nonostante ciò, non è impossibile che si verifichino anche quelle “pittoresche” pratiche
di cui parlavamo prima: se, disgraziatamente, un anziano muore improvvisamente prima
di poter essere tornato a casa, i figli spediscono comunque la salma in Cina seguendo le
volontà del defunto. In un container e congelata, è vero, perché si conservi integra fino al
contatto con la terra natìa.
Ogni tanto, poi, possono accadere delle morti violente, e questo soprattutto nelle botteghe
dei terzisti dove le condizioni di lavoro sono precarie e i rischi di incidenti sul lavoro
molto alti; in questo caso, va nell’interesse di tutti –datore di lavoro e operai- nascondere
il decesso ed evitare qualsiasi attenzione inutile sulle proprie attività non sempre legali.
E’ vero, dunque, che il cadavere è fatto scomparire con tutti i mezzi possibili –di cui non
si hanno notizie certe ma che possono essere benissimo immaginati-, ma non è vero che
l’identità del defunto viene presa da un altro immigrato per ottenere il suo permesso di
soggiorno, semplicemente perché un operaio morto per incidente in una fabbrica cinese il
permesso di soggiorno non ce l’ha proprio. Bisogna sottolineare, comunque, che di simili
eventi mortali non ve ne sono molti, perché i rischi per la salute nelle fabbriche tessili
sono principalmente di tipo logorativo, e non violento come ad esempio nell’industria
pesante o edile.
Tutti gli altri decessi che possono avvenire a immigrati regolari, invece, sono
normalmente certificati. Gli immigrati regolari provengono principalmente da Wenzhou,
sono benestanti e hanno famiglia a Prato; per questo, possono e vogliono rendere
pubblica la morte e manifestare il proprio lutto senza dover nascondere nulla alle autorità
italiane. Anche in questo caso la salma può essere rispedita in Cina seguendo il principio
del luoye gui gen, ma non è impensabile che alcuni immigrati decidano di essere
seppelliti in Italia in cimiteri cristiani: gran parte dei wenzhounesi, ricordiamolo, sono
protestanti, e rispettano il precetto religioso della sepoltura senza distruzione del corpo.
Con la progressiva integrazione nella società italiana, molti cinesi hanno tagliato i
rapporti con la madrepatria e ora vivono stabilmente e felicemente in Italia con la
famiglia; chissà che alcuni di loro non inizino a considerare Prato la “casa” in cui dover
tornare, e dunque scelgano la nostra città come il luogo naturale dove trascorrere
l’eternità.
Insomma, spero di aver dato sufficiente risposta alle domande che sorgono
quotidianamente sulla vita e sulla morte degli immigrati cinesi. E tuttavia, oltre a questi
racconti di “folklore”, sono state raccolte informazioni ben più serie sul disagio e sulla
violenza che si scatena all’interno della comunità cinese. Di questa “torbida” ricerca nella
Chinatown, le notizie sono sempre state date in maniera informale, strappate durante
confessioni in extremis in momenti in cui non c’era nessun altro intorno, e quindi si
poteva parlare un po’ più liberamente, e difficilmente ciò che veniva detto ha potuto
essere provato dall’osservazione diretta. Nonostante questo, sono venute spesso più
conferme alle versioni date, e la maggior parte del materiale raccolto è stato giudicato
attendibile; e del resto, una volta aperti al dialogo con un italiano, non vi erano motivi per
cui un immigrato cinese si inventasse particolari sinistri nei confronti della sua stessa
comunità.
Tra tutti gli immigrati, quelli più disponibili a parlare di sé e della comunità cinese sono
stati gli zagong, i lavoratori più umili e dequalificati, quelli cioè che più di tutti devono
sopportare le difficili condizioni di vita e di lavoro nella Chinatown: e la maggior parte
parlava per sfogare la rabbia, sperando magari che parlando delle proprie sventure con un
italiano questi potesse in qualche modo aiutarli, o addirittura punire i loro aguzzini. Ogni
volta che ne avvicinavo un gruppo davanti al Xiaolin Chaoshi, molti gettavano la
sigaretta e si allontanavano in fretta e furia, per paura o semplicemente perché non
capivano chi fossi o cosa volessi; ma poi, bastavano un paio di parole in cinese e un po’
di comprensione perché gli intervistati si aprissero, ed iniziassero a raccontare senza freni
la propria vita, i propri problemi, i propri sentimenti.
La realtà venuta fuori da queste testimonianze è profondamente diversa dall’immagine
che molti pratesi possono avere, quella cioè di una comunità che fa muro comune contro
gli italiani: piuttosto, i nemici, gli sfruttati e gli sfruttatori dei cinesi sono i cinesi stessi, e
gli odi e le differenze all’interno della comunità sono ben più grandi di quelle che li
oppongono agli italiani. Osservando senza preconcetti il mondo degli immigrati a Prato,
si scopre che a godere della sommersione della comunità cinese non sono tutti, ma solo
un piccolo gruppo di privilegiati che sfrutta la debolezza di molti altri compatrioti, e che
tantissimi immigrati preferirebbero invece vivere tra gli italiani alla luce del sole, senza
dover nascondere niente e perfino tentando di integrarsi nella società italiana. E per
capire perché, è necessario comprendere dall’origine le ragioni della sommersione della
comunità cinese a Prato, ovvero svelare il mondo degli irregolari ed il meccanismo della
regolarizzazione degli immigrati.

Irregolarità e regolarizzazione: gli immigrati aspettano la “salvezza”

Nei primi anni dell’immigrazione cinese a Prato essere sommerso aveva anche potuto
garantire una certa libertà di movimento e di azione ai nuovi arrivati: l’indifferenza di
istituzioni e locali, unita alla loro pressoché totale ignoranza della lingua e dei costumi
cinesi, faceva sì che fosse tollerato ogni tipo di attività e di comportamento all’interno
della comunità. A patto, ovviamente, che il tutto rientrasse nel quadro di un generale
rispetto dell’ordine pubblico, e della limitazione del territorio in cui i cinesi si
sistemavano.
Queste condizioni furono rispettate fin troppo diligentemente, cosicché la comunità si
poté chiudere e conservare la propria cultura nazionale nel piccolo quartiere di via
Pistoiese, divenuto in breve tempo un vero e proprio ghetto le cui dinamiche e
problematiche sono rimaste –e rimangono tuttora- appannaggio esclusivo dei cinesi e
della loro imperscrutabile etnicità. La difficoltà per l’italiano medio a decifrare nomi e
suoni cinesi, ed a riconoscere le differenze nei tratti fisiognomici asiatici, faceva sì che la
comunità cinese apparisse come una schiera indifferenziata di volti e di situazioni tutte
uguali e tutte ugualmente sconosciute, all’interno della quale gli immigrati potevano agire
indisturbatamente.
E i vantaggi della sommersione valevano per tutti, tanto per i laoban quanto per gli operai
dipendenti nelle fabbriche, perché i primi potevano gestire la propria attività con
condizioni di lavoro “cinesi” senza incorrere nel controllo e nelle sanzioni delle autorità
italiane, mentre i secondi sfruttavano la propria “invisibilità” per potersi spostare
liberamente tra città, lavori e persino identità diverse senza dover renderne conto a
nessuno, a seconda delle proprie esigenze o delle tendenze del mercato. Essere sommersi,
insomma, significava essere liberi di essere “cinesi” anche da immigrati in Italia, e così la
comunità tutta concordò nell’opportunità di rimanere più nascosta ed inaccessibile
possibile rispetto al mondo degli italiani.
A tutto questo, poi, si aggiungeva il carattere prettamente familiare della prima
immigrazione: i primi immigrati, come si è visto, giungevano esclusivamente da
Wenzhou, per ricongiungersi a familiari o conoscenti che già si trovavano sul territorio
pratese, e le reti di guanxi che legavano praticamente tutti i cinesi potevano fornire
strutture di mutuo soccorso, assistenza e persino finanziamento ai nuovi arrivati da parte
degli immigrati da più tempo. Queste relazioni, quindi, rendevano l’impatto
dell’immigrazione a Prato meno traumatico, e la regolarizzazione appariva una procedura
lunga e superflua, perché il sostegno che si sarebbe potuto ottenere dall’autorita grazie al
permesso di soggiorno veniva già fornito dagli stessi immigrati compatrioti, ed in modo
molto più semplice e diretto.
Tutte queste condizioni favorevoli all’illegalità, però, si sono modificate con il tempo, di
pari passo con la sviluppo della comunità cinese a Prato e con l’aumento vertiginoso del
numero di immigrati cinesi. Da un certo punto di vista, la crescita delle attività
imprenditoriali immigrate ha reso necessaria una normalizzazione dei rapporti con il
tessuto economico locale: finché la produzione ed il commercio avveniva solo all’interno
della comunità, le ditte cinesi potevano continuare ad agire secondo le proprie regole, ma
una volta allargato il traffico agli italiani, e poco dopo anche ai mercati esteri, gli
imprenditori cinesi hanno dovuto fare i conti con la legge e con il mondo economico
italiano.
Per questo, i laoban che volevano tenere rapporti commerciali paritari con non-cinesi
hanno ritenuto opportuno legalizzare la propria posizione, i propri dipendenti ed i propri
beni, e ciò ha portato all’emersione della grande maggioranza delle attività economiche
attive sul territorio da lungo tempo, come i pronto moda o gli esercizi commerciali del
quartiere cinese. Oggi, infatti, si può affermare che buona parte delle ditte cinesi a Prato
sia regolarmente iscritta agli albi, e dunque virtualmente controllata dalle autorità.
Ciò non significa che il comportamento o le dinamiche produttive di queste aziende sia
totalmente limpido e legale, e del resto questo si è già visto ampiamente; ma almeno, che
i dati ufficiali si avvicinino a grandi linee al numero reale delle attività cinesi sul
territorio. Spesso le ditte cinesi fanno e producono molto più di quanto non indichi la
ragione sociale dichiarata ufficialmente, o hanno un numero di dipendenti maggiore di
quelli assunti a contratto, o ancora spostano continuamente sito, fino a diventare
introvabili per i meccanismi di controllo italiani, e quindi vengono considerate inattive
mentre in realtà sono pienamente funzionanti; e così i numeri della Camera di
Commercio –che già di per sé sono impressionanti- possono essere riconsiderati
leggermente in eccesso, senza però pregiudicare una stima generale del fenomeno.
D’altra parte, l’arrivo sempre più massiccio di cinesi provenienti da altre zone della Cina
ha intaccato l’iniziale omogeneità regionale e culturale della comunità, portando nuove
problematiche e tensioni interetniche tra gli stessi compatrioti. Oggi, per un cinese che
non proviene da Wenzhou –e che dunque non può contare su sostegno o relazioni sul
territorio- essere irregolare significa trovarsi totalmente privo di assistenza o di identità,
alla mercè di imprenditori che possono imporre loro condizioni lavorative arbitrariamente
degradanti, ed il pagamento di enormi cifre in cambio di un aiuto nelle pratiche della
regolarizzazione.
Insomma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la condizione di irregolarità è un
grande fardello da portare per un immigrato cinese in tempi recenti. I nuovi arrivati del
Fujian o del nord-est, intervistati mentre erano alla ricerca di un impiego nella piazza del
lavoro del Xiaolin Chaoshi, si sono mostrati molto più disincantati e rassegnati dei cugini
wenzhouesi, i quali invece erano emigrati in Italia con l’obiettivo preciso –e non
raramente raggiunto- di arricchirsi. Alla domanda su quale sia la loro più grande speranza
a Prato, quasi tutti rispondono che la regolarizzazione della propria condizione sarebbe
una priorità assoluta, da anteporre senza indugio al successo lavorativo o persino alla
tanto sospirata ricchezza.
In realtà, non ci sono grandi possibilità per l’immigrato clandestino di emergere: esse
risiedono tutte nelle saltuarie e convulse sanatorie del lavoro immigrato, periodicamente
concesse dai governi italiani per far fronte alle insostenibili situazioni di sovra-
immigrazione clandestina degli ultimi anni. Senza sanatoria, un immigrato irregolare,
anche se dotato di un lavoro, di una fedina penale immacolata e di una famiglia da
sfamare, ha scarsissime possibilità di ottenere un permesso di soggiorno; e questo fa
capire quanto le sanatorie siano agognate dai lavoratori cinesi. Ed infatti, molto
eloquentemente, per i cinesi a Prato la sanatoria si chiama dashe, ovvero “la grande
salvezza”: la salvezza, insomma, che migliaia di immigrati attendono per emanciparsi
dalla situazione di semi-servitù a cui sono ridotti.
A rendere ancora più mitologica e leggendaria la fama delle sanatorie sull’immigrazione
è la loro ingarbugliata complessità legislativa, che aumenta ad ogni sostituzione di
governo e ad ogni nuovo decreto emanato. I criteri per la regolarizzazione cambiano
continuamente, e si fanno sempre più confusi ed imperscrutabili; e questo,
comprensibilmente, amplifica ulteriormente la frustrazione e l’impotenza di quelli che si
affidano ad una “salvezza” quasi divina per emergere dall’illegalità.
Nessuno può prevedere con esattezza quando una sanatoria verrà concessa; come sempre
avviene in questi casi, ad un tratto il problema immigrati spunta all’attenzione
dell’opinione pubblica, e davanti alla sensibilizzazione mediatica il governo può decidere
da un giorno all’altro di avviare la sanatoria, non di rado per motivazioni elettorali e
formali più che per un interesse sostanziale. E non è un caso che nei periodi di transizione
governativa l’attesa della dashe si faccia particolarmente febbrile, perché ci si aspetta un
gesto di magnanimità dal nuovo governo appena installato.
In proposito, molti lavoratori intervistati hanno spiegato che all’interno della comunità
cinese ci sono voci insistenti di un’imminente sanatoria che potrebbe essere emanata dal
governo Prodi; voci che si smentiscono e si confermano ogni giorno, distorte dal
mormorio della piazzetta, che rendono l’ambiente del Xiaolin Chaoshi particolarmente
febbrile. Che gli immigrati siano più informati di noi italiani riguardo a queste questioni è
anche possibile, ma comunque bisogna dire che il dibattito politico ufficiale –quello,
cioè, che giunge all’attenzione mediatica degli italiani- non ha mai concretamente
paventato una tale possibilità.
In realtà, alla base di tutta questa confusione c’è una profonda incomprensione che gli
immigrati cinesi hanno nei confronti del sistema politico italiano; anzi, di per sé già il
sistema democratico in generale è un arcano insolvibile per molti cinesi, almeno per
coloro che non hanno gli strumenti culturali o linguistici per analizzare la realtà
occidentale –e cioè ancora una volta i non wenzhounesi. La continua e frequente
alternanza dei governi democratici intacca spesso e volentieri le disposizioni che
riguardano gli immigrati e la loro regolarizzazione, perché ad ogni nuovo insediamento i
governi modificano leggi e regolamenti in base all’istanza politica di cui si fanno
portatori; e tutto ciò non potrebbe essere più diverso dal meccanismo politico cinese,
privo di dialettica e proprio per questo capace di portare avanti politiche coerenti sul
lungo e lunghissimo periodo.
A questo si aggiunga, poi, la peculiare fisionomia delle istituzioni italiane, caratterizzate
da aspre quanto futili discussioni, dichiarazioni politiche che però difficilmente si
traducono in veri e propri provvedimenti legislativi, governi dalla vita brevissima, e che
comunque si fanno portatori di grandi progetti di riforme in cui sconvolgono totalmente
le normative preesistenti, creando non di rado sovrapposizioni o vuoti legislativi in
questioni politiche di primaria importanza. Il risultato, insomma, è che i nuovi immigrati
si sentono isolati e lontani dalla realtà italiana, che per giunta non capiscono né possono
condividere, e preferiscono invece chiudersi nella comunità cinese dove, se non una vita
facile, almeno ottengono di poter gestire senza incomprensioni i propri rapporti sociali. E
così, in questo clima ostile ed incerto, il lavoratore non regolare cede quasi sempre
all’unica possibilità conosciuta di ottenere un permesso di soggiorno: affidarsi, cioè, al
proprio laoban.
Secondo le normative italiane, per regolarizzare un immigrato clandestino durante una
sanatoria è necessario che un imprenditore attesti che questi ha lavorato per la sua
azienda per un determinato periodo di lavoro –che varia da provvedimento a
provvedimento ma che si aggira intorno ai quattro-cinque mesi. La regolarizzazione
dipende principalmente dalla volontà e dalla disponibilità del datore di lavoro; è chiaro,
dunque, che per conoscenti e familiari di un laoban ottenere la regolarizzazione è cosa
facile, perché l’imprenditore dà il suo assenso gratuitamente, in virtù della relazione con
la persona regolarizzata.
Per un lavoratore senza guanxi, invece, la procedura è ben più difficile e svantaggiosa, e
la richiesta di essere regolarizzato al proprio datore di lavoro si può trasformare in un
ulteriore occasione per essere sfruttato. In un momento di sanatoria, un operaio può
chiedere al proprio laoban di avviare il “processo” di regolarizzazione, ma nel frattempo
deve iniziare a lavorare per lui gratuitamente, scontando con prestazioni di lavoro una
somma di denaro richiesta. Come si è accennato, le cifre chieste per la regolarizzazione
sono molto consistenti, e possono arrivare anche ai 15000-20000 euro; per ripagare tutti
questi soldi, l’immigrato clandestino è costretto a lavorare mesi –e non di rado anni- dal
momento della dashe.
Mentre l’addetto lavora gratuitamente nella sua azienda, il laoban si prodiga nella pratica
di regolarizzazione. In realtà, questa procedura non è semplice neppure per
l’imprenditore, perché questi ha bisogno di trovare un’indirizzo a cui l’operaio possa
risultare residente, gestire la burocrazia, sfruttare eventuali conoscenze per facilitare la
riuscita della pratica, organizzare tutto per passare i numerosi controlli a cui può essere
sottoposta anche la propria attività e la propria posizione; la pratica di regolarizzazione,
quindi, può richiedere molto tempo, e nella maggior parte dei casi i lavoratori scontano il
debito prima ancora di ottenere fisicamente il permesso di soggiorno.
Gli immigrati vengono sottoposti a questo regime di lavoro anche solo per l’avvio delle
pratiche di regolarizzazione; non è raro, visti i molti possibili ostacoli nella procedura,
che la tanto sospirata regolarizzazione non si verifichi proprio. E in questi casi, pur
avendo lavorato gratuitamente fino ad aver raggiunto i “requisiti” per l’emersione,
l’immigrato si trova comunque nella condizione di irregolare. Nella migliore delle
ipotesi, il laoban “congela” i soldi maturati con il lavoro gratuito, e alla prossima
sanatoria delle autorità italiane può riprovare a regolarizzare l’operaio senza oneri
aggiuntivi; anche se, ovviamente, la prossima sanatoria può avvenire anche anni e anni
dopo la prima sfumata occasione. In altri casi, l’immigrato ha lavorato per niente, perché
il padrone si rifiuta di rimborsare i soldi del lavoro gratuito, e magari alla prossima
sanatoria richiede che l’operaio ricominci da capo a sborsare i soldi richiesti, come gli
altri lavoratori che chiedono per la prima volta la regolarizzazione.
Alcuni laoban impongono di essere pagati direttamente in denaro, invece che con il
lavoro gratuito, e ciò significa che l’operaio deve iniziare a risparmiare soldi in anticipo,
maturando anzitempo la somma necessaria in caso di un’eventuale sanatoria futura: il
risultato, comunque, è lo stesso, cioè che prima di ottenere il sospirato juliu –il permesso
di soggiorno e lavoro-, l’immigrato deve contrarre grossi debiti ed essere sottoposto a
oneri lavorativi in regime di effettivo sfruttamento.
In periodo di sanatoria, i lavoratori irregolari diventano veri e propri schiavi al servizio
dei padroni che li stanno regolarizzando. Mentre sta ripagando il debito, il lavoratore è
costretto a lavorare per l’imprenditore che gestisce la sua regolarizzazione, altrimenti
rischia che il laoban smetta di prodigarsi per il suo permesso di soggiorno. In più, deve
sottostare ai ritmi ed alle condizioni di lavoro che gli vengono imposte; condizioni che,
non è il caso di sottolinearlo, possono essere molto gravose, se non inumane. Solo una
volta ottenuto il permesso di soggiorno, l’operaio è finalmente libero di cambiare datore
di lavoro e, forse, di ottenere un trattamento lavorativo migliore.
In realtà, neppure dopo essere stati regolarizzati gli immigrati cinesi vedono le propre
condizioni di vita e di lavoro migliorare radicalmente; anzi, talvolta, capita l’esatto
contrario, cioè che un operaio regolare abbia la vita persino più difficile di un irregolare.
In primo luogo, un immigrato regolare può avere maggiori difficoltà a trovare un posto di
lavoro in una azienda tessile: molti imprenditori, infatti, preferiscono assumere operai
senza permesso di soggiorno, perché dalla regolarizzazione essi traggono enormi somme
di denaro, e poi anche perché i lavoratori irregolari si trovano in una posizione più debole
ed inerme, e cedono più facilmente alle condizioni più degradanti imposte
dall’imprenditore.
Inoltre, gli lavoratori ci hanno rivelato che non pochi imprenditori detraggono cifre
consistenti dal salario dei lavoratori con permesso di soggiorno, per il solo fatto di
rilasciare la busta paga: si parla di circa 1000-2000 euro l’anno, cifre non troppo
consistenti, è vero, ma che in proporzione alleggeriscono non di poco gli stipendi degli
immigrati. Il possesso della busta paga è condizione necessaria per il prolungamento del
permesso di soggiorno, in quanto essa dimostra che l’immigrato ha un lavoro e un reddito
sufficiente; e così, pur di mantenere il juliu, gli operai sono costretti ad accettare questa
ennesima forma di sfruttamento anche dopo essere stati completamente regolarizzati.
Questi fenomeni di sfruttamento sono talmente diffusi e dilaganti da essere ormai
considerati perfettamente normali dagli immigrati. Certo, non tutti gli imprenditori sono
così heixin –dal cuore nero-: ve ne sono alcuni, per esempio, che non esigono prestazioni
lavorative troppo gravose ai lavoratori in via di regolarizzazione, o altri che in generale
non sfruttano troppo biecamente la debole posizione dei propri sottoposti. E tuttavia,
praticamente tutti chiedono denaro in cambio del permesso di soggiorno, anche perché
proprio i soldi della regolarizzazione costituiscono il nucleo dei guadagni di
un’imprenditore di un’azienda di terzisti; la quale, come si è visto, agisce in stadi molto
bassi della catena produttiva e ha dunque margini di profitto molto bassi rispetto a quelli
di un pronto moda.
Quello dei cinesi di Prato, insomma, è un mondo spietato, in cui le difficoltà e i problemi
sono talmente opprimenti da non lasciare posto ai sentimenti o agli scrupoli di moralità:
chi non sfrutta viene quasi sempre sfruttato, e per questo si è costretti ad accettare i
meccanismi del sistema, anche quelli più disumani, semplicemente perché non esistono
alternative, e perché i cinesi si sentono isolati dagli italiani e non possono che fare
affidamento sulla comunità dei propri connazionali.
La regolarizzazione dei clandestini è il momento in cui la logica della Chinatown si
manifesta nella sua maniera più perversa ed impietosa, e per questo non tutti gli
immigrati cinesi arrivano effettivamente a regolarizzarsi. Per molti, le condizioni di
lavoro sono già troppo gravose, e aggiungere ad esse il lavoro gratuito per il laoban
renderebbe lo sforzo umanamente insostenibile; altri devono già pagare montagne di
debiti contratti per il viaggio dalla Cina all’Italia, e non possono permettersi di
aggiungervi le migliaia di euro richieste dal padrone per il juliu. Altri ancora –e non sono
pochi- abbandonano i sogni di ricchezza e di regolarizzazione, e optano per una vita alla
giornata con i pochi soldi che risparmiano dal lavoro nelle botteghe artigiane; rimanendo
irregolari, possono permettersi di lavorare di meno e, talvolta, persino decidere di non
lavorare, perché non hanno più debiti e non devono rendere conto a nessuno delle proprie
entrate. Questi “sconfitti” della Chinatown si possono vedere sotto la galleria del Xiaolin
Chaoshi, a passare giornate e giornate a fumare senza scopo, mentre magari ogni tanto
lavorano uno o due giorni come zagong nelle fabbriche dei terzisti, giusto per fare
abbastanza soldi per un anmo, o qualche pasto alla rosticceria cinese.
Quando gli intervistati mi rivelavano queste tristi verità, mi chiedevano per quale motivo
le condizioni per la regolarizzazione fossero così complicate, e perché non esistessero
metodi per far sì che i clandestini si regolarizzassero senza dover necessariamente essere
sfruttati dal proprio laoban; molti, vedendomi parlare qualche parole in cinese, mi hanno
chiesto di aprire un ufficio in cui aiutare i clandestini nelle pratiche di regolarizzazione
senza ricorrere agli imprenditori cinesi. Prendici mille euro, mi dicevano, duemila, ma
almeno facci avere il permesso di soggiorno e non lasciare che ci trattino come degli
schiavi.
Io, dalla mia parte, ho avuto molta difficoltà a rispondere alle loro domande, ed
effettivamente mi sono chiesto se non fosse meglio che le autorità italiane smettessero di
rifiutare la comprensione della questione dei cinesi a Prato, e di relegare i problemi della
regolarizzazione all’interno della comunità, lasciando che “se la sbrighino tra di loro”,
ovvero che pochi cinesi privilegiati ottengano tutti i vantaggi dallo sfruttamento dei
compatrioti più svantaggiati. Non sarebbe forse meglio che si comprendesse il numero
reale degli immigrati cinesi, si accettasse il fatto che queste persone esistono e sono
destinate a rimanere comunque a Prato –regolari o no-, e che per questo si tentasse di
integrarli nel migliore dei modi, magari rendendo la loro presenza sul territorio non solo
un peso, ma anche un’opportunità? A ben vedere, questo permetterebbe non solo di
evitare il lavoro nero e lo sfruttamento dei clandestini, ma anche di impiegare la
manodopera cinese a basso prezzo nelle aziende italiane, dando spinta produttiva
all’industria pratese e favorendo l’integrazione linguistica, sociale ed economica dei
cinesi nella società degli italiani.
Ma per ora questo non avviene, e gli immigrati cinesi restano irregolari. E così, la
clandestinità degli immigrati, prima ancora di essere la ragione della grande competitività
delle aziende cinesi, si rivela essere una dannazione per la massa di coloro che non hanno
mezzi né relazioni per essere regolarizzati, e devono sottostare alle condizioni più bieche,
oppure arrendersi ad una perpetua irregolarità senza possibilità di uscita. La maggioranza
della popolazione cinese a Prato è irregolare, e gli impressionanti 10077 cinesi registrati
agli anagrafi non sono in realtà che la punta dell’iceberg: questo già lo sapevano tutti, è
vero, ma è sempre bene affermare una verità quando se ne sono spiegate le ragioni e
comprese le conseguenze.
I numeri, finalmente, la parte che tutti stavano aspettando; e tuttavia, temo che molti
rimarranno delusi dalle mie “rivelazioni”, poiché non vi è in realtà nulla di
sensazionalistico nelle informazioni raccolte. Non è semplice dire con precisione quanti
siano realmente i cinesi a Prato: buona parte della popolazione immigrata è molto mobile,
e può spostarsi da una città all’altra, e persino da uno stato europeo all’altro, con estrema
facilità e velocità, a seconda delle opportunità lavorative che di volta in volta ogni luogo
offre. Così, in periodi di espansione dell’economia tessile pratese, il numero può crescere
anche molto velocemente, trainato dai continui arrivi di cinesi dalle zone vicine, mentre
durante le fasi di stagnazione, gli operai rimasti disoccupati ritornano nelle città da cui
provenivano, o decidono di tentare la fortuna in un nuovo posto.
Secondo le voci che circolano all’interno della stessa comunità cinese, il numero degli
immigrati a prato si aggira ora intorno ai trentamila cinesi; e queste cifre sono totalmente
realistiche, perché dalle indagini fatte è risultato che almeno due immigrati su tre sono
sprovvisti del permesso di soggiorno e vivono relegati nella Chinatown lontani dal
controllo delle autorità. Ma, come si è detto, tutto ciò ha un valore relativo, perché è
possibile che durante i mesi di maggiore produzione delle industrie di abbigliamento
–ovvero maggio, settembre e novembre- i cinesi possano arrivare a quarantamila, e
persino superare questa già strabiliante soglia.
Anche se da più parti è giunta la notizia che il numero dei cinesi a Prato stia diminuendo,
dalla ricerca fatta non sono stati trovati riscontri a questa ipotesi e, anzi, sembra che la
comunità continui ad espandersi, soprattutto grazie al sempre crescente arrivo di cinesi da
zone diverse dalla città di Wenzhou: come il dongbei, il Fujian, Shanghai e Pechino.
Quello che pare ragionevole, però, è che il tasso di crescita della popolazione immigrata
si stia stabilizzando, e che si siano superati i fenomeni di maxi-immigrazione degli anni
2000-2005. La concorrenza feroce all’interno del mercato cinese, l’incapacità di assorbire
i nuovi arrivi di lavoratori nelle imprese presenti sul territorio, la comprensione da parte
di molti che Prato non è la città delle meraviglie di cui tanto si parla, ma piuttosto un
luogo di molte difficoltà e di grandi tensioni sociali: tutto ciò sta minando la forza
attrattiva della città toscana verso gli immigrati i quali, invece, hanno iniziato a stabilirsi
in comunità più piccole, dove le possibilità e gli spazi liberi per i cinesi sono maggiori.
A prescindere da queste considerazioni, rimane il fatto che un abitante su sei a Prato sia
di nazionalità cinese: un’incidenza inaudita, forse unica nel suo genere, che non può non
far pensare alla necessità che alla questione cinesi sia data un’attenzione seria, e si inizino
a formulare delle politiche efficaci per l’integrazione di questa massa enorme di
immigrati ancora senza volto e senza relazione con il mondo degli italiani.
Da qualche tempo, il sentimento più comune che si è soliti associare alla comunità di via
Pistoiese è la paura: paura, insomma, che il fenomeno dell’immigrazione cinese sfugga
dal nostro controllo, ed faccia esplodere le sue potenzialità criminogene contro la società
italiana e l’ordine da essa costituito. Non si può negare l’esistenza di una sacca di
criminalità all’interno della comunità cinese, e per molti aspetti il suo contenuto è già
stato rivelato descrivendo la vita degli immigrati a Prato, il loro lavoro nelle industrie
tessile, i misteriosi luoghi del quartiere cinese.
E comunque, c’è ancora troppa confusione nell’idea che i pratesi hanno della criminalità
cinese, tant’è che il confine tra realtà ed immaginazione, tra l’idea della Chinatown che
proviene dai film di azione americani, e la vita reale degli immigrati che vivono a quattro
passi da noi, è tuttora molto sfocato. Tentiamo dunque di capire in cosa consista il
crimine cinese, e in che modo questo possa veramente portare ad uno scontro tra le
diverse etnie, o addirittura ad un rischio tangibile per la sicurezza della popolazione
italiana.

Qianjin! 7: ribellione e rivoluzione tra via Paolo Sarpi e via Pistoiese

In tempi recenti, la realtà dell’immigrazione cinese in Italia e delle Chinatown è salita


all’attenzione dell’opinione pubblica con tutta la sua scottante problematicità, incendiata
dagli eventi di violenza del quartiere cinese di Milano nell’aprile del 2007.
Tutto è iniziato quando sui marciapiedi di via Paolo Sarpi, e cioè proprio nel cuore della
Chinatown milanese, un gruppo nutrito di commercianti ha manifestato violentemente ed
attaccato le forze dell’ordine, apparentemente protestando contro una semplice multa
ingiustamente affibbiata ad un camionista cinese. L’evento, in realtà, ha avuto una
ricaduta concreta minima, perché i fenomeni di violenza sono subito rientrati, e da una
parte e dall’altra sono stati compiuti accorati appelli alla rappacificazione, e solenni
promesse di dialogo e cooperazione.
E tuttavia, dal punto di vista ideale la protesta di via Paolo Sarpi ha sortito un potente
effetto: fino a quei giorni, infatti, era un fatto inaudito che una comunità immigrata
affermasse con la violenza la propria coscienza di gruppo, e si ponesse in così diretta
opposizione nei confronti della comunità italiana, delle forze dell’ordine, e del resto della
cittadinanza in generale. Il principio stesso che gli immigrati cinesi si potessero in
qualche modo considerare gruppo politico a sé, e che volessero far pressione sulle
autorità per modificare le politiche nei loro confronti, ha scatenato la rabbia dei gruppi
più nazionalisti e populisti, quelli insomma che negli immigrati non hanno mai visto
nient’altro che una minaccia; ma ha anche fatto vacillare le certezze dei più liberali, che
hanno visto le speranze di integrazione multietnica crollare sotto i lanci di sassi degli
immigrati cinesi e le cariche della polizia italiana.

7
Letteralmente “avanti!”: è il grido finale dell’inno nazionale cinese oltre che, ovviamente, un celebre
motto del socialismo rivoluzionario internazionale.
Si è subito parlato di eventi premeditati, di provocazione sovversiva e di minaccia per
l’ordine pubblico; a ciò si sono poi aggiunte congetture più articolate e talvolta
fantasiose, di collusioni mafiose, strategie di penetrazione da parte del governo cinese,
“avanguardia” dell’invasione gialla sul nostro territorio. E così, da un giorno all’altro
l’opinione pubblica italiana ha aperto gli occhi sul morbo criminogeno dell’immigrazione
cinese, su una comunità che fino a poco tempo fa era guardata con bonario scherno per i
suoi costumi così strampalati e la sua esilarante pronuncia poco rotulante delle
consonanti, ed ora è invece temuta economicamente, socialmente e persino sul piano
della sicurezza di tutti i giorni.
Gli avvenimenti di Milano non sono affatto da sottovalutare. La cultura cinese ha nel
rispetto dell’autorità e dell’ordine costituito uno dei suoi punti cardini, perché le
gerarchie e le disparità sociali sono considerate condizione necessaria per il
mantenimento dell’armonia nella società; al contrario, all’associazionismo e alla protesta
politica non è data la stessa importanza della cultura occidentale, e questo è uno dei
motivi per cui il principio democratico ha sempre stentato ad attecchire nel mondo cinese.
Normalmente, insomma, un cinese non impugnerebbe mai le armi per protestare contro
un’ingiustizia, ma tenterebbe piuttosto di accettarla in virtù dei benefici effetti di
controllo sociale che essa produce; a meno che, ovviamente, questa ingiustizia sia
talmente grande da scardinare persino l’ordine e le gerarchie, e da spingere alla ribellione
per instaurare un nuovo ordine più “giusto” e rispettoso. Insomma, se gli immigrati di via
Paolo Sarpi sono giunti al punto di rivoltarsi contro le autorità milanesi, il sentimento di
malconento e di disagio sociale dev’essere stato davvero forte.
Ma ciò che interessa ora è capire se ci siano dei parallelismi tra la situazione di Milano e
quella di Prato, e se il sentimento di rivolta di via Paolo Sarpi possa allargarsi anche alla
più vicina via Pistoiese, verificando le più fosche previsioni sulla minacciosità degli
immigrati.
Nei giorni della protesta la mia ricerca era già iniziata da più di due mesi, e già mi
aggiravo per via Pistoiese mentre le immagini delle violenze venivano trasmesse dalle
emittenti cinesi italiane. Ovviamente, per un paio di giorni i fatti di Milano divennero
l’argomento di conversazione più celebre, “via Paolo Sarpi” tre delle poche parole
italiane sulla bocca di tutti gli immigrati, talmente frequenti da non aver neppure bisogno
di essere tradotte in cinese.
Eppure, contrariamente a quanto si possa pensare, non vi era nessuna agitazione di massa,
nessuno stato di mobilitazione dichiarato dalle presunte avanguardie dell’invasione
cinese: le informazioni che giungevano agli immigrati erano molto confuse, e persino nei
giornali e nei telegiornali cinesi l’attribuzione di colpe e responsabilità per le violenze
non troppo definita. Alcuni assistevano sdegnati, ritenendo ancora una volta di essere
colpevolizzati e puniti ingiustamente dagli italiani; ma non erano molti, perché altri erano
già rassegnati, altri guardavano senza capire, altri ancora non si interessavano e tiravano
dritto, ché avevano cose molto più importanti da fare. Molti, infine, non sapevano
neppure bene dove fosse, Milano, e per loro “via Paolo Sarpi” non sono che gli ennesimi
tre suoni impronunciabili della lingua italiana, che non si capisce cosa vogliano dire, e
perché vengano scritti con quelli strani caratteri.
Ma persino i più convinti della ragione dei protestanti di via Paolo Sarpi non sembravano
propensi ad iniziare una battaglia interetnica anche a Prato; si criticavano le scelte
dell’amministrazione comunale milanese, l’eccessiva violenza della polizia nel
sopprimere le proteste, ma nessuno ha messo in discussione l’autorità degli italiani, o
auspicato che ci si ribellasse anche su via Pistoiese. Parlando con gli immigrati per la
strada, intervistando i commercianti e gli imprenditori, è venuta fuori la convinzione di
una profonda differenza della situazione di Prato da quella di Milano: se l’idea generale è
che a Milano gli italiani non facciano abbastanza per gli immigrati, a Prato i cinesi si
sentono più vicini alle autorità, ed apprezzano gli sforzi compiuti per favorire
l’integrazione tra le diverse etnie. Certo, potranno non essere rivolti a tutti gli immigrati,
gestiti con fondi non sufficienti, ma non si può proprio dire che a Prato manchino i
servizi per gli immigrati, ed in particolare quelli rivolti alla comunità cinese.
Anche per questo, la Chinatown ha osservato con un certo distacco la situazione di
Milano, sentendo in qualche modo di trovarsi in una realtà meno ostile, e quindi diversa
dalle condizioni limite che hanno spinto i cinesi milanesi a ribellarsi. L’unica
eccezionalità era data dal gran numero di giornalisti e troupe televisive che si sono
aggirate per il quartiere cinese in quei giorni, attrezzandosi per la presunta ribellione
pratese che ci si immaginava sarebbe scoppiata di lì a poco, e dai maggiori controlli della
polizia nei confronti delle attività cinesi, dovuti alla maggiore attenzione dell’opinione
pubblica verso gli immigrati, e quindi alla necessità di mostrare che “si stava facendo
qualcosa”; poi, sfumato il rischio di scontri, e con questo i sogni di scoop dei giornalisti,
l’interesse mediatico verso gli immigrati cinesi è decaduto, e tutti sono tornati a
dimenticarsi di via Pistoiese.
Questo non vuol dire, però, che i rischi di violenza tra i cinesi non esistano; piuttosto,
questi rischi sono di tipo diverso, un tipo che non interessa forse troppo gli italiani,
perché non li riguarda direttamente, ma si sviluppa tutto all’interno della comunità cinese.
Come si è già visto ampiamente, le ragioni di scontro tra i connazionali cinesi sono
molteplici: le differenze di provenienza, e i fenomeni di emarginazione e discriminazione
verso gli immigrati non wenzhounesi a queste legati; lo sfruttamento all’interno delle
aziende cinesi; persino le divergenze religiose, che oppongono cinesi protestanti a cinesi
buddisti nella conquista dei fedeli, ma anche e soprattutto nell’ottenimento del sostegno
economico da parte di essi. Insomma, la comunità cinese di Prato è talmente frastagliata e
divisa al suo interno che non stupirebbe se invece di ribellarsi contro gli italiani, alcuni
gruppi di cinesi decidessero di ribellarsi contro i propri stessi connazionali, che poi quasi
sempre sono i loro aguzzini o comunque i loro nemici.
Le differenze economiche e sociali tra i ricchi laoban di Wenzhou e uno zagong sono
enormi, e si basano principalmente sulla relazione di sfruttamento all’interno delle
botteghe dei terzisti, e durante le sanatorie per l’immigrazione clandestina; i loro interessi
e le loro richieste riguardo alla condizione dei cinesi a Prato sono diverse, perché i primi
vogliono mantenere lo status quo di cui godono i frutti, mentre i secondi vorrebbero
cambiare le condizioni per la regolarizzazione, essere in grado di lavorare per gli italiani,
insomma rompere quel muro di incomunicabilità tra la comunità cinese ed il resto della
città. Sembra profondamente difficile, dunque, che gli operai possano considerarsi vicini
agli imprenditori, e che questi due gruppi possano portare avanti una battaglia politica
insieme; più volte, i lavoratori intervistati ci hanno confessato la loro frustrazione ed il
loro odio verso i laoban e che, se avessero un permesso di soggiorno e sapessero
l’italiano, non esiterebbero a denunciare alla polizia i propri datori di lavoro.
Eppure, la forza di questi “reietti” della comunità è molto scarsa, e le possibilità per loro
di incidere sui meccanismi della Chinatown estremamente ridotta. In primo luogo gli
operai non sanno l’italiano, e quasi sempre non poseggono il permesso di soggiorno; così,
per loro è praticamente impossibile accedere ai canali ufficiali di denuncia.
In più, come si è visto, gli operai possono provenire da zone molto diverse della Cina, e
parlare lingue diverse incomprensibili tra loro, e ciò rende il dialogo tra di loro piuttosto
difficoltoso; ma possono anche nutrire sospetto, pregiudizio, discriminazione verso
connazionali di altre regioni, e questo avviene soprattutto nei confronti degli zagong del
nordest. I padroni utilizzano a proprio vantaggio questa situazione per dividere gli operai
al loro interno, ed impedire che facciano blocco solidale contro di loro; molto spesso,
tendono a favorire gli operai del sud –dello Zhejiang o del Fujian- e ad isolare i lavoratori
del nord, quelli che più provano insofferenza per la propria misera condizione, e quindi
anche quelli che più rischiano di esprimere il loro disagio in modo violento. Per ora,
tuttavia, i dongbeiren rimangono minoritari rispetto al resto della popolazione cinese, ed i
laoban wenzhounesi possono ottenere la fedeltà dei lavoratori del sud, e l’accettazione
del sistema vigente, semplicemente perché –al contrario degli zagong- un immigrato del
jiangnan può aspirare un giorno a diventare padrone a sua volta, e spera dunque di poter
sperimentare i meccanismi di sfruttamento dalla parte del vincente, e non più da quella
dello sfruttato.
Ma se finora abbiamo solo parlato di violenza potenziale –quella che potrebbe scatenarsi
in reazione alla difficilissima vita degli operai cinesi-, ora parliamo finalmente di
violenza reale: chi è, insomma, il vero depositario della violenza nella Chinatown? Chi
l’autore dei crimini di cui si ha sfuggente notizia sui giornali locali? La maggior parte dei
lettori, lo so, sta aspettando che si dica qualcosa sulla mafia cinese, e sulle sue reali o
presunte attività a Prato; ma per questa si dovrà aspettare ancora qualche pagina, affinché
si parli prima di un tipo di criminalità meno scenografico, e comunque molto
significativo nel mondo degli immigrati cinesi.
Niente triade cinese o complotti in grande stile, insomma: i fenomeni più preoccupanti di
violenza all’interno della comunità provengono piuttosto dai giovani appena arrivati in
Italia per ricongiungimento familiare. Il numero di questi nuovi immigrati è molto
grande, se si considera che il processo di immigrazione tipo dei cinesi di Wenzhou a
Prato riguarda inizialmente un singolo, che da solo comincia a lavorare e ad ambientarsi
sul territorio; poi, una volta aperta un’attività in proprio o comunque regolarizzata la
propria posizione, questi –si tratta spesso del capofamiglia uomo, ma può anche essere
una donna- chiama gli altri familiari, ovvero coniuge e figli che possono ancora trovarsi
in Cina, oppure in qualche altro stato europeo.
E così, moltissimi giovani cinesi si trovano d’un tratto catapultati nella realtà pratese, a
quattordici-quindici anni, e cioè proprio mentre stavano iniziando a formare una propria
personalità adulta ed un interazione matura con la società del luogo di origine. Per tutti
questi, il disagio e lo smarrimento dell’immigrazione è particolarmente forte, a causa
della delicata età in cui si trovano, e per le scelte di vita tra cui sono combattuti.
Da una parte, infatti, c’è il richiamo della famiglia, che vorrebbe imporre loro condizioni
di vita spartane, e soprattutto la contribuzione all’attività lavorativa familiare, con i ritmi
estenuanti e le difficoltà che ne derivano. Dall’altra, essi hanno un fisiologico desiderio
adolescenziale di crearsi una vita sociale attiva e parallela alle relazioni familiari; cosa
che magari facevano quando si trovavano in Cina, ma che ora a Prato mal si concilia con
le possibilità economiche della famiglia, e le abitudini e la mentalità dei genitori, i quali
cercavano nei figli un sostegno per il lavoro, e non vogliono ammettere che questi
abbiano dei progetti diversi per la propria vita.
Molto spesso, questi giovani cinesi covano la speranza di integrarsi nella comunità,
persino in quella italiana; tuttavia, non avendo più possibilità di frequentare la scuola
–perché magari sono già in età da lavoro-, e dunque di imparare la lingua italiana, tutte
queste aspettative rimangono frustrate e questi giovani si ritrovano emarginati, rispetto
agli italiani e persino all’interno della stessa comunità cinese, perché non hanno relazioni
con gli altri giovani wenzhouesi, più ricchi e più integrati di loro. Come reazione a tutto
ciò, molti di loro si rifiutano di lavorare con i genitori ed iniziano una vita sregolata,
frequentando locali notturni e soprattutto i wangba, gli internet cafè in cui spendono ore
chattando con altri ragazzi cinesi in Italia, in Europa o in Cina, e si costruiscono una
realtà alternativa di relazioni, amicizie ed attività che non possono avere a Prato.
Questi fenomeni possono apparire relativamente normali, se comparati a quelli degli
adolescenti italiani, i quali hanno più o meno le stesse dissolute abitudini: la dipendenza
eccessiva da computer, chat o videogiochi, il consumo di alcol e di droghe nei locali
notturni. Nonostante questo, nel loro caso questi comportamenti hanno un carattere di
ribellione molto più spiccato, e si combinano troppo facilmente a fenomeni di violenza,
all’interno della famiglia e tra bande di giovani “sbandati”; in tempi recenti, infatti, si
sono venute a formare vere e proprie gang giovanili, avvezze alla microcriminalità e allo
spaccio di droga tra i giovani cinesi.
Di questi fenomeni gli italiani, anche i più giovani, hanno coscienza molto ridotta, perché
le violenze di questi giovani emarginati sono compiute tutte all’interno della comunità
cinese: gli immigrati hanno un proprio circuito di locali e ritrovi notturni, di cui solo i
cinesi sono a conoscenza e che per questo accentuano la situazione di emarginazione e
chiusura della gioventù cinese rispetto al mondo degli italiani.
A Prato ci sono oggi due o tre discoteche cinesi; è difficile parlare di numeri con
precisione, perché questi locali sono completamente a nero e dunque tendono a spostarsi
e a chiudere con estrema facilità. Le discoteche sono il luogo preferito di ritrovo dei
giovani, anche di quelli che lavorano come operai nelle fabbriche tessili: in città non ci
sono altri divertimenti per gli immigrati, e l’unica alternativa di svago è giocare al
computer nei wangba –cosa che, del resto, moltissimi altri ragazzi fanno anche per
diverse ore fino a notte fonda. Alcuni si recano in discoteca subito dopo aver staccato dal
lavoro, dopo essere stati seduti davanti ad un telaio per 16-18 ore, e poi magari escono
dal locale di mattina presto e vanno a lavorare direttamente senza dormire: questo,
ovviamente, aumenta l’alienazione dei giovani operai, che perdono completamente il
contatto con la realtà, con il ciclo del giorno e della notte, con degli umani ritmi
fisiologici. Ma questo necessita anche che si trovino mezzi artificiosi per reggere i ritmi
di lavoro e la fatica della notte a ballare; così, tra i giovani è molto diffuso l’uso di droghe
e l’abuso di alcool, sostanze che vengono pericolosamente usate come sostituti delle
proprie energie vitali sfiancate dalle durissime condizioni di lavoro.
La gioventù immigrata ha persino il suo campionario di droghe preferite, diverse da
quelle generalmente diffuse tra gli italiani: mentre i giovani nostrani propendono per
sostanze come la cocaina e i derivati della cannabis, i cinesi tendono a preferire le droghe
sintetiche, che costano meno e funzionano meglio nel ruolo di “surrogati di energia”
richiesto loro. Tra tutte queste spunta la chetamina, un potente anestetico che procura
effetti allucinogeni e la sensazione di separazione dal corpo, e quindi permette agli operai
spossati di non sentire le fatiche fisiche; e, forse, anche di immaginare una realtà diversa
da quella che hanno intorno, in cui le proprie condizioni di vita siano migliori ed i propri
sogni realizzabili.
Spesso sono proprio le gang giovanili a spacciare la droga tra i coetanei; e infatti non
sono infrequenti casi di giovanissimi fermati dalle forze dell’ordine su via Pistoiese con
ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti. Comprensibilmente, allo spaccio e al
consumo di droga si associano molto facilmente fenomeni di microcriminalità e di
violenza; per questo sono proprio i giovani frequentatori dei locali notturni i protagonisti
di gran parte dei crimini riportati dai giornali locali dalla Chinatown.

La mafia cinese a Prato: tra congetture e realtà

E comunque, i più stenteranno a credere che le potenzialità criminogene della Chinatown


pratese si esauriscano alle manifestazioni di disagio di un semplice gruppo di teppisti in
età adolescenziale. Insomma, la quantità di interessi e di denaro che gira intorno alle
attività degli immigrati è diventata ingente, ed il controllo delle autorità italiane su di esse
minimo; sarebbe realistico pensare, dunque, che i cinesi si siano organizzati in gruppi di
potere più strutturati e incisivi sul tessuto economico.
Negli ultimi tempi, in seguito ai già citati eventi di Milano e a studi ampi sulle strutture di
criminalità organizzata in Italia –soprattutto la camorra napoletana-, si è fatto tanto
parlare di mafia cinese, delle sue attività in Italia, e della sua capacità di gestire ed
influenzare le attività economiche degli immigrati cinesi: che siano effettivamente
esistenti o meno, l’idea che questi gruppi di criminalità organizzata possano controllare le
Chinatown spaventa non poco, anche perché si ha spesso l’impressione che gli immigrati
cinesi vivano completamente distaccati dalla comunità italiana e dalle sue leggi di
comportamento.
A Prato, comprensibilmente, sono soprattutto le possibili collusioni tra mafia e industria a
destare preoccupazione, perché se il sistema delle imprese tessili immigrate fosse
veramente controllato da un cartello di potenti mafiosi cinesi, le possibilità per gli
imprenditori italiani di contrastare l’economia etnica sarebbero seriamente compromesse.
In realtà, teorie di questo tipo non sembrano compatibili con i risultati della mia ricerca, e
per capire perché bisogna guardare alla specifica conformazione della comunità cinese di
Prato rispetto alle altre comunità immigrate d’Italia, cinesi e non.
La Chinatown pratese si fonda prevalentemente, se non unicamente, sul sistema di
imprese tessili e su tutto ciò che ne ruota intorno: terzisti, fornitori, tintorie, accessoristi.
In questo senso, è una comunità principalmente produttiva in cui, per di più, tutti
producono la stessa cosa, e dove la competizione per accaparrarsi i clienti è
particolarmente forte, ed oppone tanto le aziende dei cinesi agli italiani, quanto quelle dei
connazionali immigrati. Il sistema di rapporto con gli acquirenti acuisce la concorrenza
commerciale del distretto: perché, come si è visto, i compratori di abbigliamento vagano
per il Macrolotto alla ricerca dei prodotti migliori e del prezzo più conveniente, e le
decine di pronto moda fanno necessariamente a gara per attirarli nel proprio magazzino
invece che in quello degli altri.
La maggior parte dei clienti, inoltre, è straniera, e fa della ricerca di prodotti da comprare
in giro per l’Europa la sua tecnica commerciale vincente; per questo, gli acquirenti non
sono obbligati a comprare capi di abbigliamento a Prato, ma possono decidere di farlo in
qualunque altro distretto tessile del continente, una volta che i prodotti pratesi non si
confacciano più agli standard qualitativi e di prezzo desiderati. In questo senso, non
sarebbe utile per i pronto moda cinesi fare cartello per fissare dei prezzi artificiali, anche
perché gli imprenditori italiani non hanno contatti con quelli immigrati e si
comporterebbero in modo autonomo; piuttosto, l’unica logica di produzione sembra
essere quella di mantenere i prezzi quanto più bassi possibili e adeguarsi ai desideri del
mercato nella maniera più flessibile.
La limitazione dei prezzi, certo, è ottenuta spesso con metodi poco legali e persino poco
umani, ma questo non vuol dire necessariamente che le attività imprenditoriali cinesi
siano legate tra loro da vincoli mafiosi. I meccanismi di sfruttamento degli operai, ad
esempio, si basano su un sistema paradossalmente “libero”: chi ha soldi e possibilità può
accedere alla fascia sociale più alta, e chi non li ha è costretto a sottostare al volere dei
datori di lavoro e alle condizioni di lavoro imposte, ma ciò non impedisce che si possa
verificarsi mobilità sociale all’interno della comunità. Se esiste un principio di costrizione
della libertà, questo non è tanto basato sulle relazioni mafiose, quanto piuttosto sulle
relazioni economiche: sfruttamento capitalistico, se si vuole, che non è sostanzialmente
migliore dello schiavismo, ma almeno presenta una flebile speranza di via di uscita nel
duro, durissimo lavoro per racimolare abbastanza soldi per aprire un’attività in proprio.
D’altra parte, la comunità immigrata è disgregata e disunita, e non solo nell’ambito dei
diversi gruppi sociali e regionali, ma finanche nella cerchia dei laoban wenzhounesi;
l’unico legame sociale a cui è dato valore, infatti, è quello familiare, e persino le relazioni
all’interno della comunità –le famose guanxi- sono concepite in senso pragmatico e non
in termini di onore o rispetto, come avviene invece nelle società mafiose italiane.
Una volta aperto il proprio pronto moda, insomma, il laoban non ha più reale
motivazione a coltivare le guanxi, e anzi ha tutto l’interesse a isolarsi nella propria
attività economica, e tentare di ottenere il massimo profitto per sé e per la propria
famiglia. E del resto, come si è già detto, ben pochi hanno reale conoscenza di quello che
facciano gli altri imprenditori concorrenti, o di come vadano le loro aziende; ognuno tira
avanti la propria azienda in maniera individualistica o, se vogliamo, in maniera
capitalistica.
In tutto ciò la situazione di Prato differisce profondamente dalle altre comunità cinesi
italiane, in particolare da quelle di Milano, Roma e Napoli; le Chinatown delle grandi
città sono di tipo commerciale invece che produttivo, e lì gli immigrati gestiscono
esercizi di vendita al dettaglio e compravendita, ma quasi mai vere e proprie manifatture.
I negozi cinesi vendono agli stessi immigrati cinesi, venditori e compratori si conoscono
tutti, e per questo i rapporti tra le varie attività della Chinatown sono molto più stretti; in
una situazione di questo tipo, la comunità cinese è per natura più soggetta a fenomeni
come l’estorsione o gli accordi di cartello. Parlando in generale, dunque, la presenza di
strutture mafiose sembra molto più probabile altrove che nella città toscana; ed in
particolare in zone con un alto tasso di criminalità organizzata italiana come ad esempio
Napoli, dove l’illegalità cinese si può sovrapporre al sostrato di illegalità già diffusa per
opera della camorra.
E’ evidente che non si possono dare informazioni precise riguardo alla mafia cinese:
l’unico modo per penetrare il misterioso mondo dei rapporti sociali cinesi è essere
totalemente accettato dalla comunità, e questo è possibile solo essendo cinese, e
preferibilmente di Wenzhou. Già fare domande indiscrete tra gli immigrati poteva essere
pericoloso, e il mio interprete più volte mi ha messo in guardia da, o addirittura impedito
di indagare certi fenomeni, se il rischio di esporsi al sospetto della comunità era troppo
alto, e minacciava di compromettere il rapporto di fiducia stabilito con il tempo.
Gli immigrati intervistati non si sono risparmiati dal riportarmi indiscrezioni e segreti
anche molto scottanti sulla propria comunità; eppure, non è stata mai trovata traccia né
rivelazione della presenza della mafia cinese a Prato. Innegabilmente, non mancano
fenomeni di illegalità che potrebbero facilmente essere controllati da sistemi mafiosi: il
mercato della droga, di cui i giovani immigrati cinesi fanno largo uso; lo sfruttamento
della prostituzione e dei suoi canali di offerta, le anmoguan; la gestione del sistema dei
permessi di soggiorno e, ovviamente, delle ingenti somme di denaro che sono collegate
ad essi. Tra tutte le possibili fucine di illegalità, poi, spicca il casinò, luogo dove ogni
sabato sera i ricchi laoban si ritrovano per giocare d’azzardo e bere fino a tarda notte. Il
gioco d’azzardo, d’accordo, è un costume diffusissimo nella cultura cinese, e molti
immigrati si recano anche ai casinò ufficiali italiani, a Venezia o a Sanremo; il casinò
cinese di Prato, tuttavia, è completamente a nero, e per questo il gioco potrebbe essere
impregnato da dinamiche senza controllo legale, come regolamenti di conti violenti o,
ancora una volta, prostituzione di alto bordo.
E tuttavia, per ora queste potenzialità non sembrano avere un seguito effettivo, e il
“logico” presupposto che la mafia cinese possa o debba esserci non significa
necessariamente che ci sia. Del resto, stando a quanto riferiscono gli immigrati, il casinò
cinese è in realtà gestito e posseduto da un pratese, per quanto la clientela sia totalmente
immigrata; insomma, anche nel mondo del crimine cinese, le cose non sono così
monocolore come si vorrebbe credere, e può darsi che anche gli italiani abbiano la loro
parte di responsabilità e, ovviamente, la loro parte di profitti.
Intendiamoci, queste mie posizioni “morbide” non sono in contraddizione con quello che
si dice sulla mafia cinese, i suoi traffici, la sua penetrazione nei porti italiani, e soprattutto
quello di Napoli: è vero che la mafia cinese ha interessi economici in Italia, ed è ancor
più vero che gestisce gran parte dei traffici di merci e di immigrati verso il nostro paese,
con risultati e profitti spesso molto consistenti. Semplicemente, però, un conto è dirigere
dei flussi commerciali internazionali, magari tramite agganci o aiuti in Italia, ma
comunque agendo dalla Cina; un altro è controllare il sistema produttivo di un distretto
industriale di trentamila cinesi in un paese straniero, senza che nessuno ne abbia
consapevolezza o che venga lasciata traccia di questa enorme collusione mafiosa. La
mafia cinese si concentra dunque in attività dall’esterno, che non necessitano la
penetrazione nel tessuto sociale italiano; e la tratta degli immigrati, in particolare,
costituisce l’affare più redditizio.
Finché gli immigrati a Prato provenivano tutti dalla città di Wenzhou, i canali di viaggio
erano trovati sfruttando le relazioni con i cinesi già presenti in Italia: il capofamiglia
pagava il viaggio ai familiari, ci si prestava denaro tra amici o conoscenti, o addirittura
alcuni immigrati avevano già i soldi per la traversata, perché avevano tenuto da parte dei
risparmi ottenuti dal lavoro precedente. Tutt’oggi, gli immigrati wenzhounesi non hanno
problemi a procurarsi i soldi del viaggio, perché c’è sempre una guanxi a Prato disposta a
sostenere il nuovo arrivato.
Per tutti gli altri immigrati, invece, il viaggio verso l’Europa è proprio la difficoltà più
grande da superare nell’avventura dell’immigrazione in Italia: a Prato non c’è nessuno
che possa aiutarli a pagare il biglietto, né familiari già regolari che potrebbero procurare
loro un permesso di soggiorno chiedendo alle autorità italiane il ricongiungimento
familiare. Così, in mancanza di alternative, sono costretti a ricorrere alla mafia.
I canali dei gruppi mafiosi per far viaggiare i migranti non sono certo agevoli: molto
spesso i cinesi vengono stipati per settimane nei containers, o in carrette del mare dove le
condizioni igieniche sono precarie e non di rado si sviluppano anche malattie da contagio.
E tuttavia, solo la mafia ha i mezzi per permettere l’introduzione degli immigrati
clandestini in territorio europeo: si corrompono le autorità portuali di città ad alto tasso di
criminalità, come Napoli o Marsiglia, oppure si fa scalo sulle coste dell’Europa dell’est,
dove i controlli sono scarsi, e poi si fa sì che gli immigrati raggiungano da soli il luogo
dove intendono recarsi. In un modo o nell’altro, però, i migranti riescono tutti ad arrivare
a destinazione, e per questo la mafia è un mezzo sicuro ed affidabile per emigrare
clandestinamente.
Sebbene il trattamento di viaggio non sia propriamente lussuoso, la mafia cinese richiede
comunque cifre spropositate per il biglietto, che si aggirano intorno ai 2000-4000 euro;
queste condizioni, tuttavia, possono essere anche peggiori, a seconda del tipo di accordo
preso, e i debiti contratti possono giungere anche ai 10000 o 20000 euro, con talvolta
persino l’aggiunta di interessi a tassi da strozzinaggio. E’ inutile sottolineare che somme
simili sono estremamente difficili da procurare per un emigrante cinese, nella maggior
parte dei casi disoccupato o comunque indigente. E quand’anche l’emigrante abbia un
lavoro in Cina arrivare alle cifre suddette non sarebbe molto facile, visto che uno
stipendio medio cinese è di un equivalente di 100 euro; così, per almeno uno o due anni
dall’arrivo a Prato, il cinese lavora unicamente per pagare il debito accumulato.
I “contratti” firmati tra la mafia cinese e l’emigrante non ammettono ritardi o sconti nel
pagamento del debito: si stringe un vero e proprio accordo di sangue, e non onorarlo può
risultare in conseguenze tragiche per il cinese arrivato in Italia. Per mantenere gli
immigrati fedeli agli accordi presi, la mafia tiene “in ostaggio” un familiare del debitore
rimasto in patria: non di rado sono gli anziani genitori, che difficilmente possono
spostarsi o sfuggire al controllo dei malviventi. Se un immigrato scappa in un altro paese,
smette o rifiuta di pagare i debiti e gli interessi annessi, la mafia si vendica sui genitori,
ammazzandoli oppure utilizzandoli come schiavi e merce di scambio.
Per questo, gli immigrati giunti a Prato con il miraggio della ricchezza portano fin da
subito un pesantissimo fardello: hanno bisogno di trovare lavoro il prima possibile, per
poter iniziare a pagare il debito del viaggio alla mafia ed evitare che avvenga qualcosa di
spiacevole ai propri genitori. Così, accettano il primo impiego che capita loro per le mani,
per quanto dequalificato e frustrante, e sono costretti ad accettare le condizioni di lavoro
del laoban senza possibilità di protestare; solo una volta pagato il debito –e non voglio
neppure immaginare il caso in cui non si riesca a pagarlo-, l’immigrato può iniziare a
costruirsi una vita a Prato, sempre di nascosto dagli italiani e dalle autorità, certo, ma
almeno libero di decidere come e dove lavorare, e di staccare per un po’ e andare con gli
altri sotto la galleria del Xiaolin Chaoshi, dove c’è sempre ombra, e si possono vedere le
grandi auto nere dei laoban che sfrecciano veloci verso il loro magazzino o verso le
delizie della Chinatown dei ricchi.
Di storie tragiche ne ho sentite molte, in questa mia ricerca. Talvolta, tornando a casa
dopo qualche intervista, sentivo la rabbia che mi arrossava le guance, pensando alla
tragedia assurda di persone che non hanno diritto all’esistenza, e all’assurdo privilegio di
altri che di vite ne posseggono molte, e molte altre possono comprarle con poco; altre
volte me ne tornavo pieno di vergogna, vergogna di essere italiano, di credere di essere
portatore di valori di giusitizia e di libertà, quando invece a pochi passi vi sono realtà
crude che semplicemente non sono guardate o non vogliono essere comprese.
Eppure, nel turbinio di emozioni che la conoscenza di questo nuovo mondo mi ha
scatenato, una cosa credo di aver capito: che gridare allo scandalo, alle colpe e alle
responsabilità non avrebbe senso, perché lo scandalo è fatto per durare poco, e le colpe
sono date spesso per mettere l’anima in pace, e poi continuare a vivere come se niente
fosse mai accaduto. Piuttosto, sarebbe bello se chiuso questo libro, i pratesi si chiedessero
cosa effettivamente si può fare per risolvere i problemi che affliggono la propria piccola
ma cosmopolita città, e far sì che gli esperimenti riusciti di dialogo e di integrazione
possano essere finalmente disponibili per tutti.
Per finire, racconto una storia che può essere rappresentativa della grande crudeltà del
mondo degli immigrati cinesi, del bisogno che vince sui sentimenti e spinge tutti alla
disperata ricerca della propria salvezza, anche a scapito di chiunque altro. Lì dentro, a
guardar ben tutti si comportano allo stesso modo, o meglio, tutti farebbero le stesse cose
se si trovassero nella posizione di un immigrato clandestino, di un laoban oppure di un
mafioso; lì dentro, insomma, le colpe diventano di tutti, anche se poi non sono tutti a
pagarne le punizioni.
Centomila yuan, diecimila euro, di debiti con la mafia cinese, una moglie lasciata
dall’altra parte del globo, e una promessa di ritrovarsi in Italia, una volta che le cose
saranno migliorate, e si avrà abbastanza denaro per pagarsi il permesso di soggiorno, e
magari un giorno aprire un pronto moda insieme, proprio come hanno fatto i ricchi cinesi
di Wenzhou, che ora girano per le strade italiane con macchine nere e si comprano case
in patria per quando saranno vecchi e ancora più ricchi. Così inizia l’avventura a Prato di
un immigrato cinese; o, almeno, di uno dei tanti che non hanno già in città familiari ad
aiutarli a pagarsi il viaggio o a trovare un lavoro decente per iniziare.
Delle donne, si sa, è difficile parlarne. E così, molti dimenticano di avere delle mogli in
Cina, per la semplice ragione che non si potranno mai avere i soldi per ritornare
imploranti dalla mafia per pagare anche il loro viaggio, e vivono a Prato un’altra vita, una
vita parallela, fatta di lavoro, lavoro e lavoro, e almeno il fine settimana soddisfano il
proprio disatteso bisogno d’affetto in una anmoguan, le case di massaggi, dove le
signorine hanno sempre una parola gentile per chi ha lavorato tutta la settimana e si è
tenuto qualcosa da parte da spendere come più piace.
Altri alla speranza di ricongiungere la famiglia non ci rinunciano, anche perché insieme
marito e moglie possono lavorare di più, e meglio, e magari aspirare anche ad essere
qualcosa di più di semplici operai non specializzati, fino ad aprire una propria fabbrica, e
finalmente diventare laoban, diventare padroni. Per far arrivare in Italia la moglie, Xiao
Liu ha lavorato sodo per un anno intero, e forse lo sguardo fisso sull’obiettivo gli ha
permesso persino di sopprimere l’attrattiva delle anmoguan, fino al fatidico momento in
cui, per altri ventimila euro di debiti, ha potuto chiedere alla mafia il viaggio in Italia per
la sua donna. Certo, trecentomila yuan sono una bella somma, e Xiao Liu ha dovuto usare
i suoi genitori come caparra, nel caso sfortunato non riuscisse a ripagare la somma, e il
boss volesse pagare col sangue il suo macabro riscatto; ma in due ce la possono fare,
vivranno della ciotola di riso data dal datore di lavoro e dormiranno sul tavolo della
macchina per cucire, ché in due si può dormire anche sopra il più scomodo dei giacigli.
Uno, due, al massimo tre anni, e poi i debiti saranno estinti, e potranno ricominciare una
nuova vita in Italia, dove i cinesi viaggiano in macchine nere e comprano case come se
fossero pacchetti di sigarette.
Delle donne, si sa, è difficile parlarne, e infatti Xiao Liu non ha avuto il coraggio di
parlarne con i suoi compagni, per paura di essere schernito o, forse, per paura che
qualcuno parli troppo male della sua donna: è ancora la sua donna, dopo tutto, e chissà
che non si presenti al suo tavolo da lavoro una bella sera, per dargli il cambio dopo una
giornata faticosa. Xiao Liu l’ha cercata in lungo in largo, ha chiesto agli amici sparsi tra
le varie città d’Italia di riconoscerla con una piccola foto che gli era rimasta nel
portafoglio, tra le migliaia di immigrati che scendono dai treni di Milano o di Roma per
cercare lavoro nelle Chinatown. Poi ha dovuto tornare a lavoro, perché poco importa che
il pacco non sia giunto a destinazione, lui la spedizione la deve comunque pagare: i suoi
genitori sono ancora in Cina, e c’è sempre qualcuno che li tiene d’occhio per assicurarsi
che non spariscano insieme ai prestiti generosamente concessi.
La moglie di Xiao Liu si è persa per strada, o più semplicemente ha deciso di rinunciare a
una vita di debiti, di rinunce e di fatiche per una strada più semplice, di chi non deve
pagare debiti prima ancora di cominciare a vivere, ma i debiti li paga solo quando ha
comprato qualcosa in cambio, una macchina magari, nera come quella dei cinesi di Prato
quando fanno i soldi. E chissà che non sia proprio in una di quelle macchine nere che
passano veloci per via Pistoiese, e Xiao Liu le guarda da lontano mentre aspetta che il
padrone li venga a prendere per un’altra giornata di lavoro. Lui, invece, la macchina nera
l’ha mandata al diavolo, così come ha mandato al diavolo il permesso di soggiorno, il
pronto moda e la casa a Wenzhou: l’unica cosa che non può mandare al diavolo è la sua
piccola macchina da cucire, con cui ripaga briciola a briciola tutti i soldi che deve alla
vita per averlo messo al mondo e che, quando la notte si rischiara e la sua giornata di
lavoro è appena finita, posa dal tavolo a terra per poter dormire qualche ora prima di
ricominciare. Se potesse, Xiao Liu tornerebbe in Cina; e non già per poter ricominciare
da capo ancora una volta, perché la mafia lo troverebbe di certo, e non avrebbe
dimenticato tutte le cose che ha fatto per lui. Almeno, per pagare anche lui il suo riscatto
di sangue, dal padre e dalla madre che gli avevano concesso la figlia, a patto che lui non
l’avesse mai abbandonata e l’avesse sempre trattata con rispetto e pietà…
Xiao Liu è solo ora: a Prato non c’è nessuno che faccia niente senza chiedere qualcosa in
cambio, e persino le signorine più gentili tengono le loro parole più dolci solo per chi può
pagarle profumatamente. E Xiao Liu non è che abbia molto da dare in cambio. Amici non
ne ha: trecentomila yuan, trentamila euro, sono una bella somma, e delle donne, si sa, è
difficile parlarne.

Anzi, ho cambiato idea, ne racconto un’altra di storia. Questa è più breve e più semplice,
ma è ugualmente rappresentativa della realtà che ho osservato, delle sue contraddizioni e
delle sue misteriose vie di salvezza.
E’ la prima lezione di italiano nella scuola del professor Chen: la classe è già al livello
intermedio, gli studenti capiscono abbastanza bene, e così può il madrelingua insegnare
senza l’aiuto dell’insegnante cinese. Domande di rito, giusto per capire l’uso dei pronomi
interrogativi: come ti chiami, da dove vieni, perché studi l’italiano. Sono le due del
pomeriggio, e sotto il sole di via Pistoiese non c’è nessuno, così gli studenti assonnati non
possono neppure guardare fuori dalla finestra per distrarsi, e rispondono alle domande
svogliati. Poi si arriva a Zhao Mei: sorride sempre, i denti un poco storti, ma in fondo è
carina. Hai un nome italiano? Isabella, risponde, e in realtà fa anche fatica a pronunciarlo,
lungo com’è, e con la doppia in fondo. Perché studi italiano? Per il mio bambino. Cosa
voleva dire, l’insegnante lo capisce subito: alla fine della lezione, Isabella va da lui, e gli
chiede di aiutarla a riempire un modulo. E’ la domanda di iscrizione alle elementari;
l’insegnante la guarda, prende gli altri fogli che gli dà, lo ha chiamato Lorenzo, suo
figlio, Lorenzo Zhao. Vorrebbe dirle che Lorenzo gli piace, è anche il suo secondo nome
del resto, ma chissà se capirebbe, e si mette a riempire i moduli traducendo le domande.
Data di nascita vuol dire quando sei nata, le spiega; il bambino ha sette anni, lei ventotto.
Professione della madre: operaia. Il padre? Scuote la testa, ridendo; vabbè.
Poi si ferma prima di continuare con le domande; la scuola chiede il numero di un
documento. Esita un attimo: il permesso di soggiorno? Isabella sorride tristemente, e tira
fuori la carta d’identità, pulita e stirata come se fosse una banconota nuova: ce l’ho, dice.
Ce l’ha. L’anno prossimo Lorenzo andrà alle elementari.
Epilogo
后言

Queste due pagine di conclusione sono per dire che non scriverò alcuna conclusione. Le
conclusioni traetele voi.
Questo non è un libro di conclusioni; questo è un libro di fatti, di spiegazioni, di
interpretazioni. Nulla di ciò che è stato scritto è stato inventato, o usato forzatamente
come pretesto per giustificare una qualche opinione o convinzione personale; l’unica
opera di fiction è stata nella scelta delle parole, delle espressioni e delle immagini
secondo il mio personale gusto letterario e una mera motivazione estetica. E questa
licenza d’autore, spero, mi verrà perdonata anche dai più accesi sostenitori del realismo
giornalistico.
Non è un libro di conclusioni, perché della questione dell’immigrazione cinese a Prato
–o, se vogliamo, più in generale dell’immigrazione in Italia- si sa e si dice ancora così
poco che trarre una conclusione sembra impossibile, visto che nel capire e nel raccontare
simili realtà siamo appena all’inizio.
Voi però sì, traete le vostre conclusioni, perché i libri si leggono per avere un opinione, e
questo è forse perfino più giusto di scrivere un libro per affermarla al mondo, la propria
opinione.
Leggendo i fatti descritti in quest’opera le opinioni riguardo ai cinesi di Prato potranno
essere le più svariate, e ci sarà chi uscirà ancor più fiducioso della possibilità di
un’integrazione pacifica tra italiani e immigrati, e chi invece chiuderà il libro turbato,
spaventato o rabbioso nei confronti di una presenza di cui sapeva poco o nulla, e che si è
rivelata più complessa e pericolosa di quanto potesse anche immaginare. Tutte e due
queste reazioni, e l’infinita gamma di sfumature che sta nel mezzo, sono possibili e
accettabili; e sebbene mi auguri che la reazione possa essere la più razionale e portare i
risultati più positivi per tutti, italiani e cinesi, il risultato non mi interessa. Ho deciso di
scrivere la verità, e quando si scrive la verità ci si carica addosso un grande peso, perché
troppo facilmente questa può ritorcersi contro la volontà di chi l’ha affermata.
E tuttavia, l’unica cosa che mi preme è che, leggendo dei luoghi, delle persone e della
vita citati in questo libro, i pratesi possano iniziare ad avvicinarsi con maggiore interesse
alla Chinatown, e magari anche a pensare che possa essere utile vedere con i propri occhi,
e capire con la propria testa, cosa avviene in un mondo così vicino dal proprio uscio,
eppure così lontano dalla propria casa. Il sentito dire, non è più adatto all’età in cui tutti
viviamo, un’età di scontro e di confronto tra culture e popoli diversissimi appena sotto
casa; è arrivato il momento di scendere in strada, di sentire, di vedere e di capire. E
magari, anche di cominciare a fare qualcosa per cambiare la realtà che ci circonda.
No, non sto parlando di rivoluzione: la storia ci insegna…ma lo sapete meglio di me.
Piuttosto, sto parlando di conoscenza e di comprensione, questa è la vera rivoluzione, una
rivoluzione che può permetterci di non compiere gli stessi errori del passato, e di
immaginare il futuro senza necessariamente crearlo ed imporlo agli altri; solo dopo,
provare a fare qualcosa, perché pensare senza sapere può essere tanto pericoloso quanto
fare senza pensare.
Breve glossario di sopravvivenza Cinese-Pratese
汉-普拉托简短词典

Anmo – 按摩 è il massaggio cinese. Nella cultura orientale, il massaggio non è inteso


solo come un momento di relax, ma acquista un vero e proprio valore medico,
nell’ambito concezione del corpo come centri di energia tipica della medicina cinese. Il
ristoro mentale e spirituale ottenuto grazie il massaggio ha anche un importanza curativa,
e per questo è importante che le sedute di massaggio siano svolte in ambienti confortevoli
e accoglienti.

Anmoguan – 按摩馆 sono le case di massaggio, diffusissime in Cina come luoghi di


svago serale, soprattutto delle fasce sociali più abbienti. In realtà, le case di massaggio
offrono spesso trattamenti ben più ampi ed erotici del semplice massaggio, che giungono
persino a prestazioni sessuali offerte a pagamento dalle massaggiatrici ai clienti; le
anmoguan, dunque, possono essere veri e propri bordelli camuffati, di cui tutti conoscono
le vere attività, ma che rimangono formalmente nascosti per non destare scandalo. Per
questo, nell’immaginario comune al massaggio si è soliti associare il fenomeno della
prostituzione, in particolare la prostituzione di alto bordo dei laoban o dei funzionari
statali. Anche a Prato le anmoguan hanno la doppia funzione di case massaggi-case di
appuntamenti, e per questo esse non pubblicizzano apertamente le proprie attività, ma
sono contattabili solamente attraverso canali di conoscenza; il metodo migliore per
procacciarsi la clientela, infatti, è attaccare annunci per la via Pistoiese, in cui si indica un
numero di telefono da contattare per prendere un appuntamento in privato.
Ba – 八 il numero otto in cinese. E’ il numero preferito dai cinesi, perché richiama nella
pronuncia la parola fa (vedi facai), che significa “diventare ricco”. Questa assonanza è
dovuta al fatto che il numero delle possibili sillabe della lingua cinese è molto ridotto, ed
inevitabilmente ogni sillaba può voler dire molte cose, anche molto diverse tra loro; tra i
numeri, oltre all’otto, hanno un doppio significato 1 –“volere, dovere”-, 5 –che suona
simile al pronome “io”-, 6 –“morbido, tranquillo”-, 9 –“subito, sicuramente”-. E, mentre
questi numeri sono graditi ai cinesi per il senso positivo del loro assonante, diverso è il
caso del numero 4, che ha un suono uguale alla parola “morte, morire”, e che,
comprensibilmente, è evitato cautamente in qualunque circostanza; non è un caso, infatti,
che negli ascensori in Cina il bottone per il quarto piano non abbia il numero 4, ma
piuttosto la lettera “F” (che sta per four, quattro in inglese). D’altra parte, invece, molti
cinesi ci tengono che nel proprio numero di telefono, nel proprio numero civico, perfino
nella propria targa di automobile compaiano numeri favorevoli, ed in particolare il
numero otto, ad auspicio di una futura ricchezza o come manifestazione di uno status
economico già raggiunto. A Prato sono i cinesi di Wenzhou, quelli cioè che la ricchezza
l'hanno già raggiunta, ad utilizzare largamente il numero otto, che compare sulle targhe
delle automobili dei laoban in varie e colorite combinazioni: 518, "io sarò ricco", 668
"facilmente ricco" e, ovviamente 888 "ricco ricco ricco".

Chaogong – 超工 "assunzione lavoratori". E' l'incipit standard degli annunci di


assunzione della piazza del Xiaolin Chaoshi, che viene spesso scritto a caratteri cubitali
per attrarre l'attenzione dei potenziali lavoratori cinesi che passano davanti al
supermercato.

Chegong – 车工 è il lavoratore al telaio, la figura professionale più avanzata delle


botteghe dei terzisti e conseguentemente la più pagata all'interno dell'azienda. Per questo,
a svolgere mansioni di chegong sono normalmente immigrati di Wenzhou, o al massimo
operai specializzati del Fujian, i quali vengono scelti in virtù di competenze professionali
avanzate o, nel primo caso, di relazioni con l'imprenditore.

Dashe – 大赦 ovvero la “grande salvezza”. E’ il termine utilizzato dai cinesi per


designare le sanatorie per gli immigrati irregolari delle autorità italiane. Il periodo di
sanatoria è l’unico momento in cui un immigrato clandestino può sperare di regolarizzare
la propria posizione, e proprio per questo tra i cinesi di Prato questa parola ha assunto un
significato redentivo, quasi religioso, della “salvezza” dal mondo sommerso degli
irregolari.

Diulian – 丢脸 il “perdere la faccia”. Perdere la faccia è la più grande preoccupazione


per un cinese, perché rovinarsi la reputazione e il nome nella propria cerchia sociale
comporta anche un indebolimento e la decadenza delle proprie relazioni sociali –le
guanxi, vedi più avanti-, e potenzialmente anche perdite economiche e di influenza
politica. Per questo, i cinesi sono sempre ossessivamente attenti a non discostarsi dalle
opinioni o dai comportamenti socialmente condivisi, per non incorrere nella critica della
collettività e rischiare di perdere la faccia. Lo spettro del duilian può portare anche a
reazioni paranoiche ed esagerate: molti genitori, ad esempio, mandano il proprio figlio
miope a scuola senza occhiali, con evidenti limitazioni della sua capacità di
apprendimento, perché temono che avere un figlio che porta gli occhiali in pubblico
possa far loro perdere la faccia davanti alle proprie relazioni sociali.

Dongbei – 东北 il "nordest". L’immaginario del ricco e sviluppato nordest italiano ci


impedisce di dare al termine una caratterizzazione negativa eppure, al contrario del nostro
paese, in Cina le regioni del nord sono le più arretrate –almeno della zona propriamente
“cinese” della nazione, e cioè la zona orientale. Situato tra le steppe dell’estremo nord, il
dongbei è una zona di tradizione pastorizia, che proprio a causa della sua arretratezza è
stata soggetta a massiccia industrializzazione pesante negli anni del socialismo reale; e
ancora oggi, le industrie pesanti statali ne costituiscono il fulcro delle attività. A partire
dalla riforma economica degli anni ’80, al passo con la progressiva sostituzione
dell’industria pesante con produzioni più intensive, nella regione si stanno tentando
avvicendamenti produttivi verso l’industria del computer e quella delle automobili; e
tuttavia, pur non avendo alcun margine di sviluppo e competitività, le fabbriche statali
continuano ad essere tenute artificiosamente in piedi dal governo, e vengono utilizzate
come ammortizzatore sociale per le decine di migliaia di operai che ancora vi lavorano, e
che non hanno competenze per svolgere altre attività nel moderno mercato del lavoro
cinese.

Dongbeiren – 东北人 termine che si usa per definire la gente del nordest. La
caratterizzazione di cinese del nord può spesso avere un’accezione negativa e
discriminatoria, almeno da parte dei cinesi del sud che considerano i compatrioti
settentrionali etnicamente impuri. In realtà, l’odio e la discriminazione verso i cinesi del
nord ha origini ben lontane, che affondano le radici all’avvento della dinastia Qing
–l’ultima dinastia imperiale-; i Qing provenivano proprio dal nordest, dalla Manciuria, e
in seguito alla conquista del potere a Pechino imposero all’intera popolazione cinese i
propri costumi discriminando i cinesi del sud. Anche per questo, i Qing sono sempre stati
considerati degli invasori usurpatori, i mancesi dei “cinesi acquisiti”, e la caduta della
dinastia nel 1911 fu salutata con favore da molti. Il fatto, poi, che durante la seconda
guerra mondiale in Manciuria fosse stato costituito uno stato fantoccio giapponese ha
acuito il sentimento di diversità e di rifiuto verso il nordest traditore; così, anche se con
toni forse più dimessi, la discriminazione dei settentrionali è continuata fino ai tempi
moderni e resiste tuttora. A Prato questi fenomeni discriminatori sono particolarmente
violenti, perché il nocciolo della comunità pratese è costituito da immigrati di Wenzhou
–e quindi del sud-, e perché i dongbeiren non hanno competenze lavorative per l’industria
leggera tessile, intorno a cui l’economia della Chinatown pratese verte. Il dongbeiren,
quindi, viene esclusivamente impiegato come lavoratore non specializzato, e deve spesso
subire trattamenti umani e lavorativi degradanti dai suoi stessi compatrioti immigrati.

Facai – 发财 letteralmente "il diventare ricco". Il desiderio di ricchezza, oltre ad essere


un auspicio universalmente condivisile, è un elemento fondamentale della cultura cinese,
e costituisce la motivazione principale per l'emigrazione economica dei cinesi di
Wenzhou.
A differenza dei migranti di altre nazioni economicamente arretrate -e anche dei cinesi di
altre regioni-, i cinesi di Wenzhou non emigrano a causa di difficoltà economiche in
patria, ma piuttosto per la volontà spassionata di arricchirsi, e per la convinzione che
questo possa realizzarsi meglio e più velocemente in un paese occidentale sviluppato
come l'Italia. E' evidente, dunque, che i wenzhounesi che riescono in questo intento di
arricchimento ci tengano particolarmente a ostentare pubblicamente la propria ricchezza
all'interno della comunità.

Guanxi – 关系 è il concetto di "relazione", fondamentale nella cultura cinese, e per


comprendere le dinamiche sociali ed economiche del mondo sinico, in patria come nelle
Chinatown d’oltremare. Essa indica un legame di conoscenza tra due o più persone, di
tipo familiare, personale o di provenienza geografica, che può essere sfruttato a reciproco
vantaggio in caso di necessità o convenienza; possedere delle guanxi, insomma, è
condizione necessaria per il raggiungimento di una posizione sociale elevata nella società
cinese, ed in generale è considerato notevole vantaggio per la riuscita di qualsiasi
obiettivo prefissato. In questo senso, la guanxi assomiglia al concetto di "conoscenza"
della cultura italiana e, soprattutto, dell'ideologia mafiosa, in cui ogni dinamica
economica e di affermazione/esercitazione del potere è collegata alla conoscenza intima
del dominante e del dominato, ed avviene secondo la logica dei favori fatti e ricambiati. Il
principio della guanxi, dunque, è strettamente collegato all'idea di impegno, di obbligo:
non a caso, in cinese mei guanxi ("non c'è guanxi"), è sinonimo di "prego, non c'è di che",
come a significare che l'assenza di guanxi implica la non necessità che si ricambi ad un
favore fatto, o che ci si consideri in debito nei confronti della persona ringraziata. D'altra
parte, però, la guanxi si fonda su una concezione pragmatica delle relazioni
interpersonali, tipicamente cinese e diversa dal concetto di “legame di sangue” del mondo
italo-mafioso: tutte le relazioni umane, perfino quelle familiari, si fondano sul beneficio
reciproco che le due parti possono ricavare da esse, ed una volta decaduto questo
beneficio -che può essere intellettuale e affettivo, oltre che meramente economico-
semplicemente non sussistono più le motivazioni per mantenere le relazioni, ed elementi
sentimentali come l'onore o il rispetto non assumono nessun significato nel rapporto
intessuto e nel suo mantenimento. Anche a Prato il possesso di guanxi ha un importanza
fondamentale per l'ascesa economica e sociale degli immigrati: solo i cinesi dotati di
guanxi, infatti, possono aspirare all'arricchimento e al miglioramento della propria
condizione, mentre gli immigrati più recenti -e per questo privi di relazioni sul territorio-
non hanno possibilità di emergere. Come esempio lampante, solo i cinesi di Wenzhou
–quelli cioè che le guanxi a Prato le hanno create, essendo arrivati per primi in città-
possono raggiungere lo status di laoban, mentre i cinesi non wenzhounesi -ed in
particolare i cinesi del nordest- sono quasi sempre esclusi dalle attività imprenditoriali e
più redditizie.

Jiangnan – 江南 "il sud del grande fiume". Questo termine designa la zona a sud del
fiume Yangzi, il quale divide idealmente e geograficamente la Cina in una metà
meridionale ed una settentrionale; ed effettivamente, proprio come nel caso della penisola
italiana, la latitudine costituisce la principale diversificazione dell'immenso territorio
cinese, della sua vasta popolazione e delle sue caratteristiche culturali. I cinesi del sud e
quelli del nord sono profondamente diversi storicamente, culturalmente e perfino
fisionomicamente, perché laddove a nord l'influenza giapponese, coreana e russa hanno
lasciato tracce indelebili nelle abitudini e persino nei tratti facciali della popolazione, a
sud l'etnia han -l'etnia principale della popolazione cinese- è rimasta relativamente pura,
anche se la lingua del sud ha subito grandi modificazioni regionali -si pensi al cantonese,
una vera e propria lingua diversa dal cinese mandarino-. I cinesi del sud, inoltre, sono
tradizionalmente dediti al commercio e all'imprenditoria, mentre i cinesi del nord sono
stati per anni impiegati come operai nelle industrie pesanti statali, e questo, ovviamente,
ha avuto ripercussioni sul livello di sviluppo economico delle due aree, generalmente più
alto a sud e più arretrato a nord. Le differenze tra i due macro-gruppi generano reciproca
discriminazione e denigrazione, e la storia del cinese del sud che giunge a Pechino per
cercare fortuna e si trova spaesato e discriminato dai connazionali -o se si preferisce,
quella del cinese del nord che va a Canton- È tanto proverbiale quanto quella del
meridionale immigrato a Milano negli anni '50. Lo stesso avviene nella comunità cinese
di Prato, dove i cinesi già presenti e stabiliti -quelli di Wenzhou, ovvero del sud- tendono
ad emarginare e a discriminare i cinesi del nord, e più in generale tutti i connazionali che
non provengano dalla stessa regione.

Juliu – 居留 è l’abbreviazione di juliuzheng, ovvero “permesso di soggiorno”. A Prato


possedere un permesso di soggiorno ha un’importanza particolare, perché può permettere
all’immigrato cinese di emergere dalla condizione di lavoratore dipendente, ed aspirare
ad aprire la propria azienda tessile. Per questo, proprio intorno al juliu ed ai mezzi per
ottenerlo vertono i fenomeni di più bieco sfruttamento all’interno della Chinatown, e le
tensioni interne più forti tra i diversi gruppi che compongono la comunità cinese.

Laoban – 老板 letteralmente "il vecchio capo, il vecchio marpione". E' un termine che
indica il proprietario e gestore di un'attività economica, tipicamente di tipo
industriale/produttivo; sono laoban, dunque, più i capi di azienda che i proprietari di un
negozio, ma tanto gli imprenditori delle ditte di pronto moda quanto quelli delle botteghe
di terzisti. I laoban costituiscono un gruppo ben definito, non solo dal punto di vista
professionale, ma anche e soprattutto dal punto di vista sociale ed economico: essi,
infatti, tendono a distinguersi dal resto della comunità in virtù della loro agiata
condizione economica, frequentando luoghi di ritrovo diversi, emarginando i compatrioti
meno facoltosi, affermando la propria ricchezza mediante l'acquisto di beni –come le auto
di lusso o le case di proprietà che sono comprensibilmente inaccessibili alla restante
maggioranza dei cinesi. Da qui si comprende quanto l’elitarismo dei laoban venga
trasmesso alla famiglia e ai figli; a Prato, infatti, i figli degli imprenditori tendono
ugualmente a fare gruppo a sé all’interno del gruppo dei coetanei, e ci tengono
particolarmente ad affermare in pubblico il proprio status, ovvero che "mio padre è un
laoban".

Lifa – 理发 letteralmente “tagliare i capelli”. E’ la formula pubblicitaria delle botteghe


dei parrucchieri, scritta ossessivamente sui muri della Chinatown con il numero di
telefono da contattare in caso di interessamento. Di botteghe di parrucchieri cinesi, a
Prato ve ne sono decine, e molte di queste sono semplicemente case i cui inquilini si
improvvisano parrucchieri; anche per questo, i prezzi sono molto competitivi, e
sensibilmente più bassi rispetto ai parrucchieri italiani.

Pulatuo – 普拉托 è la traduzione fonetica di Prato. Essa non ha significato in senso


stretto, anche se esistono altre versioni più pittoresche in cui il nome rispecchia la visione
idealizzata che i cinesi hanno della città toscana e della sua gente. Nascono così palatuo
–“la comunità dove tutti i cinesi si riuniscono”-, oppure pulaotou, che significa
letteralmente "la comunità degli uomini vecchi" e fa ovviamente riferimento all'età
mediamente molto avanzata della popolazione autoctona pratese

Shougong – 手工 letteralmente "il lavoratore manuale". E’ un altro nome per i


taokougong.

Sifuyinshu – 四福音书 il “libro delle quattro annunciazioni di felicità”. E’ il nome che i


cristiani cinesi danno al Vangelo, ovvero all’unico libro cui i protestanti evangelici
riconoscono autorità. A Prato, i sifuyinshu sono disponibili in gran quantità nella Chiesa
Evangelica, ma sono anche venduti nelle librerie cinesi lungo via Pistoiese; tutti,
ovviamente, tradotti in cinese e rilegati con copertina rossa, che dà un tono di sacralità e
nazionalismo all’impegno religioso.

Tanggong – 烫工 è il “lavoro che scotta”. Così vengono chiamati gli operai che nei
pronto moda o nelle botteghe artigiane stirano i tessuti o i capi di abbigliamento finiti.

Taokougong – 套口工 letteralmente "quello che lavora le asole". Il taokougong, infatti,


è l'addetto a tutte quelle attività manuali che richiedono precisione e persino una certa
formazione professionale: il fissaggio dei bottoni e il taglio delle asole, la cucitura dei
diversi pezzi del capo di abbigliamento, le rifiniture e i cartellini. Contrariamente a
quanto si potrebbe pensare, il lavoro come taokougong è altamente considerato all'interno
delle aziende, e per questo viene pagato discretamente dai laoban; i taokougong sono
principalmente immigrati del Fujian e, a differenza dei chegong che sono principalmente
maschi, possono essere sia donne che uomini.

Tangrenjie – 唐人街 “la via dei cinesi”. E’ uno dei nomi che gli immigrati cinesi a Prato
danno a via Pistoiese, la strada intorno a cui si sviluppa il cuore della Chinatown
cittadina; questo nome rispecchia l’impressionante superiorità numerica degli asiatici
rispetto agli italiani tra coloro che si affaccendano su via Pistoiese, ed ironicamente
riprende il gergo degli italiani, visto che anche per i pratesi via Pistoiese è diventata
ormai semplicemente “la via dei Cinesi”. Il termine tangren per cinese fa riferimento al
periodo della dinastia Tang, uno dei più floridi ed importanti per la storia cinese, e perciò
quello in cui la cultura ed il sentimento nazionale cinese si è venuto a creare in modo più
deciso.
Tongxiang – 同乡 i “compagni di villaggio”. Così si chiamano i cinesi immigrati che
provengono dalla stessa città o, più in generale, dalla stessa zona della nazione. La Cina è
un paese sterminato, con decine di etnie diverse che parlano lingue proprie e hanno
usanze gelosamente distinte l’una dall’altra; per questo, a Prato il provenire dalla stessa
zona ha un valore di vicinanza e di somiglianza molto più forte che non essere
semplicemente connazionali. La vicinanza spirituale dei tongxiang è anche dovuta al fatto
che essi torneranno nello stesso luogo prima della morte –perché è usanza cinese tornare
a morire nella città natale- e quindi sono destinati a condividere il riposo eterno oltre che
la vita a Prato.

Wangba – 网吧 sono gli “internet bar”, i luoghi di ritrovo preferiti dei giovani cinesi a
Prato. Oltre ad essere uno dei pochi svaghi concessi alla gioventù cinese ancora non
integrata tra gli italiani, i wangba sono anche la spia di un certo disagio sociale diffuso tra
le giovani generazioni. Non sono pochi, infatti, i ragazzi che non possono integrarsi nella
società italiana per ragioni linguistiche o familiari, e che vivono a Prato in un limbo di
solitudine ed emarginazione; così, passano ore e ore nei wangba giocando a giochi di
ruolo o chattando con altri giovani cinesi immigrati in altre parti d’Europa, che quindi si
trovano nelle loro stesse condizioni. Costruendosi una propria nuova identità virtuale
lontana dalla difficile realtà della Chinatown, questi giovani iniziano ad osservare modelli
di vita sbagliati, sono spesso indotti al consumo di droga, e talvolta persino ad atti di
microcriminalità ed alla partecipazione a gang giovanili.

Wenzhou – 温州 la città da cui per lungo periodo è provenuta la totalità degli immigrati
cinesi a Prato, e che tuttora costituisce il principale focolaio di provenienza dei cinesi in
città. Wenzhou è una città costiera, ricca e moderna, da sempre aperta al traffico con il
resto del mondo e soggetta ai primi esperimenti di apertura economica di Deng Xiaoping
fin da subito primi anni 80. Tutto questo ha reso i suoi abitanti degli ottimi commercianti,
ne ha forgiato lo spirito imprenditoriale, e ha permesso ai wenzhounesi di riscuotere
enormi successi anche nelle loro attività da immigrati in occidente; ancora oggi quella di
Wenzhou è la comunità più ricca, organizzata e dinamica tra tutti i cinesi di oltremare.

Xiaolin chaoshi – 小林超市 il "supermercato del giovane Lin". E' il primo supermercato
cinese della Chinatown, e tuttora il più grande; proprio per la sua importanza, e il grande
movimento di persone davanti al negozio ad ogni ora, è stato scelto come sito ideale per
la piazza del lavoro, e così nella piazzetta davanti al supermercato sono affissi gli annunci
di richiesta di lavoratori nelle aziende cinesi della città.

Xinjiao – 新教 il “nuovo insegnamento”. E’ chiamata così la religione protestante,


ovviamente riferendosi alla venuta in tempi piuttosto recenti dei primi missionari
protestanti in Cina. A Prato il xinjiao si oppone al fojiao (佛教) all’insegnamento di
Buddha, che costituisce l’altra grande religione degli immigrati cinesi in città.

Zagong – 杂工 letteralmente "il lavoratore che fa un po' di tutto". E’ il lavoratore non


specializzato, che viene impiegato nelle botteghe dei terzisti per la bassa manovalanza,
ovvero per attività come il taglio dei fili residui dalla cucitura dei vestiti, lo spostamento
dei pacchi e delle balle, la pulizia dei luoghi di lavoro. Ovviamente, i lavoratori non
specializzati sono presenti anche nelle aziende di pronto moda, dove c'è altrettanto
bisogno di uomini di fatica per le mansioni più basse; tuttavia, nei pronto moda queste
figure hanno condizioni lavorative migliori, e la quantità di lavoro richiesto loro è
sensibilmente inferiore. Il termine zagong, invece, ha un espresso valore dispregiativo, e
per questo fa riferimento solo agli operai delle botteghe artigiane.

Zhongguojie – 中国街 è un altro possibile nome per via Pistoiese, che in questo caso
significa semplicemente “via Cina”.
Bibliografia
参考文献

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