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Noi che ci muoviamo sul confine tra gallerie e grande schermo

di Shirin Neshat

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Oggi vi sono numerosi artisti che girano film per esempio Julian Schnabel, Steve McQueen, e Sam
Taylor Wood - e ciascuno di loro pare essersi accostato al cinema per un motivo e una logica
diversi. A prescindere dalle nostre differenze, tuttavia, sembriamo tutti varcare le medesime
frontiere: il linguaggio delle arti visive nel cinema, il passaggio dalle gallerie d'arte e dai musei alle
sale cinematografiche, e più di ogni altra cosa diversificare il nostro pubblico passando dal mondo
dell' arte al pubblico in genere.

Le motivazioni personali all'origine di questa mia transizione non possono essere comprese senza
tener conto del mio carattere in genere. Io sono una "nomade", provo un'esigenza ininterrotta di
spostarmi, cambiare, ricominciare, riscoprire, e soprattutto reinventarmi. Pertanto, se ora mi giro
indietro e osservo l'irrequieto modo che mi ha caratterizzata di muovermi e spostarmi rapidamente
dalla fotografia alla video-arte, dalla performance alla regia, capisco in che misura io mi sia
ribellata contro ogni tipo di opera d' autore, mezzo che ho sperimentato per poi abbracciare nuovi
media coni quali non avevo avuto alcuna esperienza in precedenza.

Questo schema non permette di desumere un coraggio o un talento particolari, bensì un' autentica
paura di ripetermi e di ritrovarmi in fase di stagnazione artistica. Con Le donne di Allah (1993-
1997) come fotografa ho cercato di creare ritratti molto stilizzati e fortemente minimalisti di donne
musulmane militanti, per esplorare il concetto di "martirio" nell' Iran dopo la Rivoluzione Islamica.
Con le mie immagini ho provato a esplorare la mentalità delle donne, divise e contese tra la loro
umanità, la loro femminilità e il mondo materiale da una parte e una totale sottomissione ai precetti
religiosi e alla devozione a Dio dall'altra.

Con una meticolosa selezione dei simboli (corpi, pistole, testo, veli) ho cercato di afferrare l'
essenza stessa di questo paradosso e di capire in che modo il martirio si trovia uno stesso tempo
sulla soglia tra la vitae la morte, tra la spiritualità e la violenza, tra la repressione e la devozione.
Con le installazioni video (1997), le mie fotografie hanno iniziato a "muoversi". L' arte dei filmati è
diventata una sorprendente innovazione, in quanto ho scoperto che con essi non soltanto potevo
continuare a fare fotografie con composizioni visive simili, ma oltretutto il fatto che si muovessero
offriva vari modi per introdurvi il paesaggio, una certa coreografia, la musica e soprattutto una
trama. Inoltre, se in precedenza praticare l'arte equivaleva a vivere un'esperienza solitaria, realizzare
filmati mi ha consentito di interagire maggiormente.

In qualità di regista ho dovuto imparare a collaborare con attori, registi, scrittori, compositori e
troupe cinematografiche. Ancor più importante, con le immagini in movimento ho dovuto uscire
dallo studio fotografico per entrare nel mondo reale. Nonostante tutto, dopo aver realizzato svariate
installazioni video, nel 2002 ho avvertito una certa frustrazione e delusione per il mondo dell' arte,
per i circuiti internazionali delle mostre, per il pubblico così esclusivo degli esperti di arte, e ancor
più per l' importanza che il mercato dell' arte era solito usare per valutare gli artisti.

Mi sono chiesta se non potessi prendere appena appena le distanze da questa pratica incoraggiata
dal mercato, e avvicinarmi maggiormente alla gente. A mano a mano che mi andavo lentamente
innamorando del cinema, mi sono resa conto che nel cinema vige una democrazia che manca invece
nel mondo dell' arte e che come mezzo espressivo il cinema è più popolare. Ho capito che realizzare
film offre la possibilità di elevare l' arte ai massimi livelli estetici ed artistici, di poter usufruire di
una forte trama morale, filosofica e politica; di poter entrare in contatto con la cultura popolare e
renderla accessibile a un pubblico più vasto. Poi mi sono chiesta se potessi essere in grado di gestire
tale transizione, da un punto di vista artistico e professionale, o scrivere sceneggiature invece di
disegnare delle tavole, lavorare con produttori cinematografici invece che con mercanti d'arte,
frequentare i festival del cinema invece di mostrarmi nelle gallerie e nei musei. Più importante
ancora, ero incerta e non riuscivo a capire se sarei riuscita a passare dalle arti visive al cinema senza
il rischio da un lato di scimmiottare il cinema tradizionale e dall'altro di dover fare compromessi
con il mio linguaggio artistico. In ogni caso niente è riuscito a fermarmi.

Ho trascorso gli ultimi sei anni a scandagliare e mettere a punto il mio primo lungometraggio.
Adesso, se mi volto indietro, mi rendo perfettamente conto che la differenza principale tra arte e
cinema è forse che gli artisti lavorano con "concetti"ei registi immaginano "storie"e "personaggi". Il
romanzo Donne senza uomini mi ha offerto una base di partenza ideale, in quanto era a uno stesso
tempo una struttura concettuale e narrativa, e offriva vari spunti per parlare della crisi interiore ed
esteriore dei personaggi, di individui e di repressione sociale, di arte e di politica, di magia e di
realismo e - cosa ancor più importante - di arte e di cinema. (Traduzione di Anna Bissanti)

Da Repubblica — 20 marzo 2010 pagina 47 sezione: CULTURA