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UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI BOLOGNA

FACOLTA' DI PSICOLOGIA
Corso di Laurea in Psicologia

TITOLO DELLA TESI

LA FASCINAZIONE.
UN'ANALISI PSICOSTORICA
Tesi di laurea in Psicometria

Relatore

Presentata da

Prof. Giuseppe Mucciarelli

Barbara Tampieri

Parole chiave: Psicostoria Suggestione Fascinazione Nazismo


Psicologia di Massa.
II^ sessione
Anno Accademico 1996-97

A mia madre Minnie,


che sar sempre la mia guida.

INTRODUZIONE

Il presente lavoro intende offrire alcune riflessioni psicostoriche sul fenomeno


della fascinazione, concentrandosi monograficamente sul paradigma del nazismo e
dei suoi rapporti con essa, ma anche con il fenomeno della suggestione e i contenuti
della psicologia di massa.
Il metodo psicostorico, come sviluppato attualmente, "applica concetti e
categorie psicologiche, generalmente della psicoanalisi, per spiegare il
comportamento di individui o gruppi di interesse storico".1 Ulteriori contributi
derivano alla ricerca psicostorica dallo studio dell'infanzia e dei metodi educativi.
Non mancano spunti non psicoanalitici derivanti dalle teorie della psicologia sociale.
Il materiale che fornisce qui lo spunto alla ricerca psicostorica sul nazismo,
oltre ai documenti ed al lavoro della storiografia ufficiale, attinto da testimonianze
scritte, diari, biografie ed interviste dei protagonisti dell'epoca. E' stata prestata
attenzione, inoltre, al materiale letterario,
artistico, cinematografico (anche
propagandistico) e in generale mediatico del periodo.
A partire dalla definizione del concetto generale di fascinazione, intesa come
"attrazione disarmata subita al cospetto di qualcosa o di qualcuno la cui forza si
impone in modo irresistibile"2, sono state analizzate le sue implicazioni a livello
collettivo, e le interazioni con la suggestione e la propaganda, che Lasswell (1927)
definisce "come la gestione di atteggiamenti collettivi con la manipolazione di
simboli significativi".3 Tutto questo in rapporto ad un fenomeno, il nazismo, che per
le sue conseguenze nefaste sull'umanit argomento inesauribile di riflessione e
impegno conoscitivo.
Il primo capitolo contiene una rassegna dei contributi della ricerca psicologica
sulla personalit di Adolf Hitler. Saranno analizzate diverse ipotesi esplicative del
carattere distruttivo del dittatore nazista, discutendo sulla attualit e validit dello
stereotipo di "Hitler come pazzo", ancora diffuso ed accreditato.
Il secondo capitolo vuole proporre alcune considerazioni sui principali tratti
della complessa personalit hitleriana, come appaiono dall'osservazione empirica
delle sue manifestazioni esteriori, dagli atti, dagli scritti e dai discorsi e su come essi
devono essere interpretati in rapporto al meccanismo di fascinazione sul popolo
tedesco dell'epoca. In particolare, la capacit di mentire e la teatralit saranno
considerati elementi fondamentali della fascinazione attraverso la ritualizzazione e la
spettacolarizzazione del regime.

Il terzo capitolo affronta il problema della sensibilizzazione del popolo tedesco


alla fascinazione nazista. Sono ripercorse e descritte la principali esperienze collettive
che, dal 1919 al 1933, fornirono il pretesto ad una forza politica eversiva di ottenere il
consenso e il potere. Vengono analizzate altres le esperienze di terrore e di
coercizione che erano intrinseche al sistema. Le conseguenze patologiche a livello
centrale (lo stato razziale e la volont genocida) sono messe in relazione alle
conseguenze patologiche periferiche (la paura, lo scatenamento dell'aggressione,
l'adesione al principio del capro espiatorio da parte del popolo tedesco). Il carattere
totalmente distruttivo ed anti-umano del nazismo svelato attraverso la descrizione
dei suoi crimini contro ebrei, minoranze etniche, emarginati sociali, malati e
handicappati.
Nel quarto capitolo le considerazioni psicostoriche riguarderanno aspetti della
vita reale del Terzo Reich. L'intromissione del regime e dei suoi contenuti
propagandistici nell'inconscio delle masse e nella loro vita privata sar descritta
attraverso alcuni sogni di tedeschi raccolti in quel periodo. L'elemento simbolico del
regime analizzato nel paragrafo sulla svastica e in quello sul cinema di propaganda.
Le possibilit di resistenza alla fascinazione nazista e l'opposizione al regime sono
esemplificati dalle testimonianze e dalle interpretazioni degli atti compiuti da singoli
individui contro il regime.
Viene inoltre considerato il ruolo della propaganda nella coercizione e
analizzata l'immagine esteriore del regime nazista, come conservata dai documenti
cinematografici.
Il quinto capitolo intende infine mettere in luce la sopravvivenza attuale della
fascinazione nazista e il rischio della sua mitizzazione, anche attraverso il risorgere di
quell'idea politica in varie parti del mondo, non solo in Europa. E' fatto cenno anche
al dibattito sulla responsabilit dei popoli di fronte alla comparsa di ideologie
antibiologiche ed antiumane, delle quale il nazismo fu allo stesso tempo rievocatore,
rinnovatore ed esecutore.
Pur dovendosi considerare, per forza di cose, non esaustivo rispetto alla vastit e
complessit dei temi in gioco, il nostro lavoro sul nazismo e la sua fascinazione
intende offrirsi come contributo alla ricerca della comprensione di un fenomeno le
cui ripercussioni sono ancora visibili. Una ricerca che ancora lontana dalla sua
conclusione.
Bologna, 1997

Capitolo I.
PSICOBIOGRAFIA DI ADOLF HITLER

Adolf Hitler stato definito per troppo tempo, con facile e pericoloso quanto
diffuso luogo comune, un "pazzo capace, non si sa come, di contagiare con la sua
follia un popolo intero".
Man mano che ci allontaniamo dal periodo nazista diviene sempre pi
pressante la necessit di considerarne l'ascesa, il trionfo e la caduta non pi solamente
come il frutto della pazzia di un demone uscito dalle tenebre della storia ma di
comprendere, nel senso weberiano del verstehen, i meccanismi individuali e collettivi
innescanti un fenomeno multifattoriale che port sciaguratamente l'uomo sbagliato al
momento sbagliato ad una posizione di assoluto dominio e all'annientamento di interi
popoli.
Al centro di questo potere, che non si pu che definire criminale, vi era, come
capo indiscusso, Adolf Hitler, e qualsiasi analisi psicostorica del nazismo non pu
prescindere dalla sua psicobiografia.
Fin dalla sua comparsa sulla scena politica, e maggiormente da quando fu
dimostrata da fatti inconfutabili la sua assoluta negativit e distruttivit, quest'uomo
stato oggetto di innumerevoli tentativi di interpretazione psicologica, che si sono
moltiplicati nel tempo in progressione esponenziale. Nonostante la mole di volumi
dedicati ad Hitler ed al nazismo, a tuttoggi non si ancora riusciti a svelare il
mistero della fascinazione maligna di questo personaggio, dellincongruit tra la sua
biografia incolore e mediocre e lenorme potere di suggestione che riusc ad imporre
non solo al suo popolo ma al mondo intero. Friedrich Nietzsche scrisse che se si
osserva troppo a lungo labisso, labisso ci guarda.
E ci che capita a chi si accosta da studioso al nazismo ed al suo capo, si viene colti
da una vertigine che minaccia in ogni momento la serenit di giudizio. E tale
lenormit dei misfatti di ogni genere perpetrati in nome e per conto di Adolf Hitler
che la tentazione di allontanarsene, di trovare spiegazioni meno dolorose per tutti
sempre in agguato.
La storia delle interpretazioni della personalit hitleriana inizia nel 1943 con un
rapporto classificato segreto, commissionato dall'Office of Strategic Services (oggi
C.I.A.) a W.C. Langer e collaboratori. Questanalisi, pubblicata successivamente nel
1972, fu solo la prima di molte ipotesi che, come vedremo, a tutt'oggi lasciano
irrisolta gran parte dei quesiti che sorgono da uno studio complessivo del nazismo.
Forse perch gran parte di queste ricerche tendono a concentrare l'attenzione sul
protagonista, lasciando lo sfondo indistinto. Un altro limite di questi primi lavori la

loro origine propagandistica, tendente a demonizzare aprioristicamente il nemico, e a


liquidarlo come folle, semplificando ad uso contingente conclusioni che si sarebbero
prestate a ben altro lavoro interpretativo.
I lavori pi noti di questo tipo, oltre a quello pionieristico di Langer, sono
dovuti ad autori come N.Bromberg (1971,1974), J. Brosse (1972), e Robert
G.L.Waite (1965,1971), considerati i maggiori esponenti del filone psicoanalitico
incentrato sulla formula classica del conflitto edipico come spiegazione della
malvagit di Hitler.4
1.1 - L'interpretazione psicoanalitica.
Langer fu il primo ad utilizzare gli strumenti della psicoanalisi e a concentrarsi
sull'infanzia di Hitler, secondo l'assioma che la personalit si forma in base alle prime
esperienze di vita. Oltre a riferirsi alla dinamica edipica, Langer parla di probabili
traumi derivati dall'avere assistito a rapporti sessuali violenti tra i genitori e dei
conseguenti desideri di rivalsa del figlio nei confronti di un padre brutale.
E' evidente come una tale interpretazione, utilizzando un universale come il
complesso edipico, non risulti sufficiente a spiegare un caso particolare anomalo
come quello di Hitler, come hanno osservato molti commentatori.
Waite (1977), si pone sulla scia di Langer, ma sembra dare maggiore
importanza al potere delle fantasie incestuose pi che ad un concreto vissuto infantile.
Bromberg (1971), oltre al leitmotiv del trauma da scena primaria, attribuisce la
causa delle vociferate perversioni sessuali di Hitler alla monorchidia (confermata in
sede autoptica dalle autorit sovietiche che ne presero in consegna il cadavere). Tale
malformazione avrebbe provocato sentimenti di inferiorit sessuale e conseguenti
forme di difesa nevrotica contro l'ideale virile paterno che spiegherebbero, tra l'altro,
la postura oratoria rigida, fallica e lo sguardo "castrante" esternati nel rapporto con le
folle.
Questimmagine da maschio dominante, pi mussoliniana che hitleriana, non
tiene sufficientemente conto del complesso delle manifestazioni pubbliche di Hitler;
delle loro componenti anche femminee, isteriformi, o altrimenti asessuate.
Brosse (1972), aggiunge al tema della minaccia di castrazione proveniente dal
padre Alois e alla fantasia dominante di assassinare la "figura genitoriale combinata"
kleiniana, alcuni bizzarri argomenti sul vegetarianismo e sul ribrezzo per il fumo,

prodotti entrambi dall'ossessione del fantasma onnipresente di Alois, il quale era


buon mangiatore e accanito fumatore di pipa.
Sul vegetarianismo, l'ipotesi pi probabile che fosse un omaggio di Adolf al
suo idolo Richard Wagner. Non era infrequente che, in piena febbre wagneriana, i
seguaci del musicista imitassero le abitudini vegetariane ed animaliste del loro
oggetto di culto. Perfino quei giovani ebrei che sembravano negarne il feroce
antisemitismo e amavano incondizionatamente il divo e la sua musica. Unaltra
ipotesi che le abitudini vegetariane di Hitler non abbiano alcun significato se non
quello di una preferenza dietetica.
Come abbiamo visto, questa prima corrente di studi ha alla base due assunzioni
fondamentali; l'eccessivo attaccamento di Adolf all'amata madre iperprotettiva e
l'odio nei confronti del padre.
Linterpretazione psicoanalitica soffre di numerosi mali. Non ultimo
dellimpossibilit di dimostrare scientificamente la validit delle sue conclusioni: le
categorie psicoanalitiche sono vaghe e basate pi sulla fede che sulla realt.
1.2. Erich Fromm e l'incestuosit maligna.
Nel suo studio sulla distruttivit umana, Erich Fromm si avvale della sua
formazione psicoanalitica, ma utilizza anche contributi neurofisiologici,
antropologici, etologici e paleontologici, nel tentativo di delineare complessivamente
il problema.5
Nel capitolo dedicato alla psicobiografia di Hitler, contesta l'immagine
canonica di Alois, nel quale vede non un tiranno brutale ma un padre autoritario che
cercava di imporre disciplina e responsabilit ad un figlio riottoso e chiuso nel suo
narcisismo. Klara Hitler era certamente una madre eccessivamente premurosa nei
confronti del figlio, tanto da viziarlo fino all'et adulta, ma, a differenza delle altre
ipotesi psicoanalitiche, quella di Fromm ribalta l'idea di un figlio amorosamente
devoto alla madre. Adolf non sarebbe stato il classico uomo "fissato-alla-madre" che
vive con lei un rapporto caldo e reale e da adulto spinto a rivivere l'esperienza
concretamente con figure femminili reali e materne. Al contrario egli potrebbe avere
reagito all'accudimento eccessivo e intromissorio di Klara con un ritiro difensivo
semi-autistico e con il mantenimento di un atteggiamento freddo e anaffettivo nei
suoi confronti, culminato nell'indifferenza di fronte alla malattia e alla morte di lei.

Fromm considera Hitler una personalit necrofila, non nel senso della semplice
perversione sessuale, ma in quello pi globale di una tendenza predominante alla
distruzione come ragione di vita. Alla base di tale carattere necrofilo vi sarebbe
proprio l"incestuosit maligna", un caso particolare di complesso edipico, dove la
madre non reale ma un simbolo che rappresenta la vita ma anche e soprattutto la
morte. "Chi legato alla madre da maligni vincoli incestuosi resta narcisista, freddo,
insensibile; [...] lei l'oceano in cui vuole affogare, la terra in cui vuole essere
sepolto."6
E' vero che, quando Fromm sottolinea in Hitler il narcisismo ma anche le
buone capacit di controllo, oltre alle doti di mistificatore e di ottimo conoscitore del
come dominare le folle con l'oratoria e la semplificazione, non aggiunge molto a
conoscenze autoevidenti.
Nel complesso per, Hitler esce dal ritratto di Fromm non come vittima di un
ambiente negativo ma nella sua realt di essere egocentrico incapace di provare
empatia e teso allo scopo del raggiungimento del potere a qualunque costo.
Questa costruzione teorica del carattere distruttivo sulla base della
contrapposizione tra biofilia come tendenza alla vita e necrofilia come tendenza alla
morte pu apparire non risolutiva e incapace di dirci alcunch di nuovo sul caso
specifico di Hitler, secondo l'osservazione di Peter Loewenberg.7
Anche qui il complesso edipico, uscito dalla porta nella sua forma classica,
rientra dalla finestra in forma anormale nel concetto di "incestuosit maligna".
Tuttavia l'analisi di Fromm ha alcuni meriti. In primo luogo non crede alla
follia di Hitler, non cede a tentativi di giustificazionismo e, nelle sue considerazioni
finali, ci mette in guardia contro il pericolo di non riconoscere in tempo quegli
individui nefasti che per mascherare i loro intenti distruttivi e mistificatori sanno
abilmente crearsi un immagine di apparente normalit. "E perci, finch si creder
che gli uomini cattivi abbiano le corna e puzzino di zolfo, sar impossibile
scoprirli."8
1.3. Interpretazioni psicostoriche: l'ipotesi di Rudolph Binion.
Abbiamo descritto ampiamente la posizione di Erich Fromm perch la sua
ipotesi di "incestuosit maligna" contestata in quella che, a nostro avviso, una
delle pi sconcertanti tesi psicostoriche hitleriane, quella di Rudolph Binion.

La sua interpretazione, nata come contributo per un simposio, fu pubblicata nel 1973
dalla rivista History Of Childhood Quarterly, nei due articoli: Hitler's concept of
Lebensraum: The Psychological Basis e Reply to Commentaries on Symposium
Article.
Seguiremo la ricostruzione della teoria di Binion, sulla base dei due articoli,
fornitaci da Helm Stierlin nella sua celebre monografia su Hitler (1993).1
Anche per Binion la relazione preedipica di Adolf con la madre centrale. Ma
egli considera di grande importanza il fatto che i primi tre figli nati dalla relazione tra
Klara e Alois fossero morti a breve distanza l'uno dall'altro in tenerissima et e come
ci costituisse un trauma terribile per la giovane donna, non ancora superato quando
poco dopo nacque Adolf, "sicch egli succhi il trauma della madre, insieme con il
suo latte".9 Nel timore di perdere anche questo figlio lo coccol e vizi oltre misura
come compensazione della triplice perdita. Non solo, ma allattandolo per lungo
tempo si sarebbe procurata volontariamente un periodo di infertilit. Il figlio
successivo Edmund, infatti, sarebbe nato solo quattro anni dopo Adolf.
Quale fu, secondo Binion, la reazione del bambino all'attenzione eccessiva
della madre nei suoi confronti? Non certo quella descritta da Fromm che, come
abbiamo visto, riteneva possibile una chiusura narcisistica e una conseguente
mancanza di interesse e affetto per Klara perfino in occasione della sua morte. Binion
sostiene invece che Adolf ricompens le cure amorose della madre con una costante
preoccupazione nei suoi confronti quando ella si trov in fin di vita. Insomma, Hitler
amava sua madre o no?
A questo punto necessario, per chiarire il nocciolo della questione, inserire la
descrizione dell'episodio della biografia di Hitler che costituisce il focus della teoria
binioniana e delle sue inferenze.
Nel gennaio del 1907, quando Adolf viveva ancora a Linz con la madre, a
Klara fu diagnosticato un cancro al seno. Dopo l'asportazione di una mammella, il
male si ripresent e il medico curante, dottor Eduard Bloch, sottopose la donna ad un
trattamento locale consistente nell'applicazione sulle ferite in suppurazione di
iodoformio, sostanza antisettica e lievemente analgesica. La terapia, inefficace e
costosa, comportava, ad alte dosi, il rischio di intossicazione sanguigna. Klara mor il
21 dicembre dopo una dolorosa agonia.
Quale fu il comportamento di Adolf durante i mesi della malattia della madre?
Continu la sua vita di sempre, o la gravit della situazione lo mise di fronte a vere

assunzioni di responsabilit? Accud la madre durante la sua sofferenza o torn da lei


solo all'ultimo? Fu il suo vero e sincero dolore al funerale o fu semplice teatralit?
Sappiamo che in ottobre egli si rec a Vienna per sostenere gli esami di
ammissione all'Accademia di Belle Arti, per esserne respinto, ma a tutt'oggi non si
riusciti a stabilire con precisione la data del suo rientro a casa. Secondo la recente
biografia di Joachim Fest, dopo lo smacco subito Adolf riteneva umiliante ritornare a
casa: " non os rimettere piede a Linz neppure quando la madre, [...] fu in punto di
morte. Solo poco prima del suo decesso [...] si decise a tornare a Linz".10
Altri storici come B.F. Smith (la principale fonte di Fromm) e F. Jetzinger
erano precedentemente giunti alla stessa conclusione, non ritenendo credibili le
principali testimonianze a favore della permanenza di Adolf al capezzale della madre
malata, fornite dall'amico dinfanzia August Kubizek e dal medico dr. Bloch.
Il primo, autore di un libro di memorie edito nel 1953 in Germania con il titolo Adolf
Hitler, mein Jugendfreund, nel suo stile apologetico, dipingeva come un figlio devoto
quello che era pur sempre stato il suo idolo, sia come amico di giovent sia come
Fhrer della Germania.
Sulla testimonianza del dottor Eduard Bloch necessario soffermarci, e per ci
ritorneremo all'esposizione della tesi di Binion, nella quale la figura di questo medico
centrale per spiegare la psicologia di Hitler.
Basandosi sulla decifrazione delle annotazioni cliniche di Bloch, Binion
sostiene che, nonostante l'esitazione del medico, costui fu "spinto" da Adolf a
sottoporre la madre al trattamento a base di iodoformio, risultato poi tossico.
Adolf avrebbe in seguito mantenuto contatti con il dottor Bloch, inviandogli cartoline
da Vienna e esprimendogli "la sua infinita riconoscenza".11
Nello stesso tempo, per: "a livello inconscio, in una furia disperata che
pretendeva rivincita, egli vedeva in lui l'uomo che aveva avvelenato la madre e aveva
approfittato senza scrupoli delle sue sofferenze".12
Non abbiamo detto finora che il dottor Bloch era ebreo, fatto di estrema
importanza, alla luce delle deduzioni alle quali giunge Binion sulla genesi
dell'antisemitismo ossessivo di Hitler e sulla sua smania di conquistare spazio vitale
(Lebensraum).
Il furore inconscio contro il medico ebreo che gli aveva avvelenato la madre,
sarebbe esploso in occasione dell'episodio dell'intossicazione da gas mostarda
(gaskrank) subita durante la Prima guerra mondiale. In tale contesto sarebbe sorta la

volont di vendicare la madre, ora identificata con la Germania, attraverso la grande


missione politica. Nello stato di cecit temporanea, in una catena allucinatoria di
associazioni, iodoformio, ebreo avvelenatore e gas asfissiante, si sarebbero
condensati nell'idea delle future camere a gas e nella soluzione finale. Era per
necessario che la volont del singolo si fondesse con quella collettiva. "La personale
esperienza dello choc e dell'improvvisa deprivazione che aveva colto un uomo viziato
[...] trovava ora - alla fine della Prima guerra mondiale - una sua risonanza
nell'esperienza collettiva del popolo tedesco, il quale pure, come lui, si vedeva
esposto a improvvisa deprivazione e pubblico tradimento. [...] Hitler invit i tedeschi
a dominare il loro trauma collettivo attraverso la ripetizione - cio organizzando e
vivendo una nuova guerra - analogamente a come la madre aveva cercato di dominare
la triplice perdita dei suoi figli attraverso la ripetizione del trauma (ossia attraverso la
sua, secondo Binion, inconsciamente voluta infecondit). La brutale campagna di
Hitler in Oriente era al servizio di questi due scopi principali, in quanto portava sia
alla conquista di ulteriori territori russi sia alla distruzione dei centri dell'ebraismo
europeo".13
Peter Loewenberg, nella sua critica alla posizione di Binion, afferma che tale
riduzionismo rende un ben misero servizio all'applicazione della psicologia alla
storia.14
Da parte nostra, vorremmo aggiungere qualche commento alla teoria di Binion,
soprattutto mettendo in risalto il problema dell'uso delle fonti nella ricostruzione
psicostorica.
Torniamo al dottor Eduard Bloch, medico curante della signora Hitler. Nel
1938, e quindi nel momento in cui la persecuzione antiebraica nazista si fa sempre
pi violenta, culminando nei pogrom organizzati nella famigerata Kristallnacht e in
decine di migliaia di arresti, il medico ebreo convocato dalla Gestapo e incaricato di
stendere una relazione contenente le seguenti affermazioni:
"Nel pi intimo del suo cuore egli (Adolf Hitler) era legato alla madre, restava
l attento ad ogni suo movimento per correre immediatamente a prestarle i piccoli
soccorsi del caso. Il suo occhio, altrimenti triste e perso nel vuoto, si schiariva
quando vedeva che la madre non aveva dolori."
(E sulla reazione di Hitler al funerale della madre):

"Nella mia attivit quasi quarantennale di medico non ho mai visto un


giovane cos prostrato dal dolore come lo era il giovane Adolf Hitler." (Relazione del
dottor Eduard Bloch del 7 novembre 1938, Bundesarchiv, Coblenza, NS/26/17 a.) 15
Dopo essere riuscito a espatriare in America, e quindi a mettersi in salvo,
secondo Binion su preciso volere di Hitler, Bloch ancora nel 1941 rilasciava la
dichiarazione seguente al Colliers Magazine:
"La mia attivit professionale mi ha portato ad essere testimone di molte scene
di questo tipo, eppure nessuna ha lasciato in me un'uguale impressione. In tutta la
mia carriera non ho mai visto nessuno cos distrutto dal dolore come Adolf Hitler".16
La prima impressione che tale testimonianza offre quella di essere stata
estorta vigliaccamente ad un uomo che, per il solo fatto di essere ebreo, aveva davanti
a s la prospettiva di una sempre maggiore persecuzione ai suoi danni. Una
dichiarazione vera o falsa come quella, ma richiesta dai suoi persecutori, avrebbe
significato per lui la salvezza.
Non era infrequente che la Gestapo, dopo averne saccheggiato gli averi,
obbligasse gli ebrei che riuscivano ad ottenere il permesso di espatrio a firmare
documenti nei quali era attestato che non avevano subito maltrattamenti. Lo stesso
Sigmund Freud, quando riusc finalmente a lasciare Vienna, dovette affrontare questa
umiliazione. Firmando il documento, aggiunse sarcasticamente: "Posso raccomandare
vivamente la Gestapo a chicchessia - Ich kann die Gestapo jedermann auf das beste
empfehlen".17
Un altro problema il significato da attribuire alla dichiarazione del dr. Bloch.
Si voleva semplicemente, e sadicamente, che una vittima dimostrasse una qualche
gratitudine verso il suo principale persecutore? Come poteva Bloch, dopo essere
stato salvato e avere dichiarato per iscritto che il Fhrer era una cos brava persona
testimoniare contro lo sterminio ebraico voluto da Hitler? Non sapremo mai quali
tormenti interiori possa avere provocato in lui successivamente tale dichiarazione, ma
conosciamo bene le tecniche sadiche del regime nazista nei confronti delle sue
vittime, compreso il tentativo di negare i propri crimini attribuendone la
responsabilit o la correit a loro stesse. Non dichiar forse Hitler che la guerra non

l'aveva voluta lui, ma gli ebrei? Senza contare che in regime inquisitorio e in
qualunque epoca, le dichiarazioni estorte sono una prassi quotidiana.
Binion costruisce la sua teoria sulla base, a quanto pare, di quest'unica
principale fonte documentaria. Di secondaria importanza appaiono le dichiarazioni, a
sostegno della preoccupazione filiale di Hitler, fornite a Binion da Paula Hitler. La
sorella minore del Fhrer, nonostante gli avesse accudito la casa in giovent, fu in
seguito da lui sempre respinta e per un certo periodo addirittura costretta a cambiare
cognome.18 Dopo la guerra i molti tentativi di avvicinamento da parte di storici e
giornalisti la trovarono comprensibilmente restia a parlare del fratello. Non difficile
immaginare come una persona che ha avuto un tale parente, quando ne parli ne possa
fornire un ritratto annacquato nella sua negativit, allo scopo di difendersene.
Ma tornando a Binion, egli ci offre un mondo possibile dove Hitler da un lato
spinge un medico ebreo a sottoporre la madre adorata ad un trattamento tossico e
dall'altro sfoga il suo risentimento su sei milioni di ebrei.
Perch mai un'apprezzato e competente medico si sarebbe prestato a tale assurda
richiesta rimane un mistero. E perch allora Hitler, vedendo la madre soffrire tanto,
non richiese piuttosto la somministrazione della morfina? Sfrenando la nostra fantasia
potremmo, leggendo tra le righe dell'ipotesi di Binion, immaginare altri mondi
possibili che spieghino, per cos dire, "l'infinita riconoscenza" di Hitler nei confronti
del dottor Bloch.
E se Adolf, ansioso di ritornare alla sua vita di fannullone a Vienna, avesse
vissuto come un peso la malattia della madre e per liberarsene avesse fatto in modo di
accelerare la sua fine, provocandole oltretutto sofferenze inutili, servendosi di un
medico (inconsapevole di tale progetto criminale), al quale sarebbe rimasto sempre
"riconoscente"? Non sarebbe questo il ritratto di un perfetto matricida? La
dichiarazione estorta in seguito a Bloch non sarebbe l'alibi perfetto?
Non potrebbe qualcuno vedere in questo episodio l'origine degli esperimenti medici
inutili e dolorosissimi eseguiti sui deportati nei lager o l'intero progetto eutanasia
contro le "vite indegne di essere vissute"? Lo scrittore francese Max Gallo, in un
romanzo ancora inedito in Italia, ispirandosi liberamente alla vicenda di Klara Hitler
e del dottor Bloch, giunge pi o meno alle stesse conclusioni.19
Immaginiamo invece un diverso scenario. Adolf, di fronte alla malattia
incurabile della madre, per la quale provava affetto ma in contrasto con la sua carica
distruttiva, avrebbe fantasticato e desiderato la sua morte ed in seguito, oppresso dal

senso di colpa, nell'elaborazione del lutto della sua perdita, si sarebbe ricordato del
medico ebreo e avrebbe scaricato prima sul singolo e poi sulla totalit degli ebrei il
peso della colpa, originando cos la sua ossessione antisemita.
Potremmo continuare a costruire infinite altre ipotesi, che tuttavia
continuerebbero ad avvolgersi su se stesse senza fine.
Nessuna riuscirebbe a spiegare l'annientamento finale del popolo ebraico, messo in
atto con sconvolgente concretezza burocratica da migliaia di esecutori che non
possono avere tutti condiviso lo stesso presunto trauma hitleriano.
Restiamo dell'opinione che Klara Hitler mor a causa del cancro e non del
trattamento del dottor Bloch e che il medico firm la sua dichiarazione perch era in
pericolo di vita.
1.4. La prospettiva psicopedagogica: Helm Stierlin e il figlio come delegato.
Proseguiamo la nostra rassegna sulla psicobiografia di Adolf Hitler prendendo
in esame quelle posizioni che pi esplicitamente si concentrano sulle influenze
familiari e pedagogiche nella formazione della personalit.
La questione della presunta infanzia infelice di Hitler, della povert e del
destino crudele che si accaniva contro l'artista incompreso dal mondo come causa
oggettiva del suo odio assoluto, cos abilmente mitizzata da Mein Kampf, costituisce
ancora oggi un importante punto di riferimento per queste teorie.
Il gi citato Helm Stierlin uno psicoanalista che ha utilizzato la terapia
familiare in ambito clinico, con adolescenti psicotici e dropouts. Egli propone un
modello generazionale di figlio come "delegato" dei genitori fondato sul paradigma
della relazione medievale tra il signore feudale e il suo vassallo.20
Il figlio riceve il permesso di allontanarsi dai genitori al fine di soddisfare le loro
richieste, ma al tempo stesso vincolato da un patto di lealt a coloro che lo
ricompenseranno con l'amore solo se torner avendo svolto correttamente i compiti
assegnatigli.
Tali compiti sarebbero la proiezione delle istanze egoiche, super-egoiche ma
soprattutto inconsce dei genitori.
Partendo dalle sue osservazioni cliniche, giunge alla convinzione che molti
ragazzi considerati ribelli non sarebbero altro che prigionieri del loro ruolo di delegati
di genitori animati dalla volont di vedere realizzati nei figli i pi vari desideri di

elevazione sociale, rispettabilit e soddisfazione di ambizioni artistiche; ma anche


inconsciamente ansiosi di deviare da s istanze distruttive, asociali o psicotiche che a
loro non sarebbero permesse.
Il processo di delega genitoriale pu essere considerato normale, secondo Stierlin, e
dovrebbe fungere positivamente da guida al figlio per affermarsi nella vita trovando
uno scopo, a patto per che sia rispettata la sua autonomia e "la capacit di spostare la
lealt dai genitori, ai coetanei e ad altri adulti".
Se le istanze genitoriali sono troppo pressanti, quando ad esempio uno dei
genitori lega a s il figlio in un patto di alleanza contro il coniuge, o vi
trascuratezza, sorgono conflitti nel figlio che si concretizzano in sensi di colpa per i
desideri di evasione vissuti come crimini orribili. Le conseguenze sono
l'annientamento di s, la proiezione dell'aggressivit sugli altri o l'assunzione
dell'onere dell'espiazione e del risarcimento.
Applicando il suo modello a Hitler, Stierlin vede in lui il delegato della madre
Klara, la quale lo avrebbe, con il suo eccesso di cure e vizi, legato a s e incaricato di
vendicarla dei torti subiti dal marito prevaricatore, di rassicurarla della sua bont
materna e di dare un senso alla sua vita di povera contadina attraverso una missione
grandiosa da compiere.
Adolf avrebbe in seguito identificato la Germania con la madre, il persecutore
originario Alois con l'ebreo avvelenatore della madre-patria e avrebbe conquistato il
potere per portare a compimento la sua delega.
Ritroviamo l'influsso della posizione di Rudolph Binion, che Stierlin dichiara di
volere completare con il suo contributo teorico.
E' indubbio che le complesse dinamiche familiari descritte da Stierlin siano
importanti e che la sua descrizione del disagio giovanile contenga una certa parte di
verit. Potremmo, rinnovando la critica a suo tempo mossa a Erich Fromm, non
trovare molta novit nel fatto che i genitori tendano a plasmare i figli secondo i loro
desideri pi o meno inconsci. E forse l'avere osservato prevalentemente casi clinici
pu limitare il potere inferenziale della sua teoria.
Quando per torniamo al tentativo di risolvere l'equazione Hitler, soprattutto il
suo potere di fascinazione sulle masse, Stierlin ce ne offre una spiegazione riduttiva,
se visto da lui come frutto della condivisione da parte dei tedeschi dello stesso
clima educativo. Il Fhrer, solo grazie a ci, incarnando il padre delegante avrebbe
inviato i suoi figli delegati a commettere i suoi crimini in giro per l'Europa.

1.5. Alice Miller e il bambino perseguitato.


Decisamente antipsicoanalitica e antipedagogica la posizione di Alice Miller
(1987).
Miller fornisce come spiegazione chiave della formazione criminale di Hitler le
conseguenze perturbanti di un ambiente domestico persecutorio e pedagogicamente
"nero".21
Il termine "pedagogia nera" usato da Miller con riferimento ad una raccolta di
scritti pedagogici dei secoli XVIII e XIX curata da Katharina Rutschky e pubblicata
nel 1977 con il titolo Schwarze Pdagogik.Da tali scritti emergerebbe, nella visione
di Miller, il ruolo di condizionamento precoce sul bambino di uneducazione come
atteggiamento tendente alla repressione della componente genuinamente infantile
dell'individuo attraverso la pratica sistematica della violenza sia psicologica che
fisica. I bambini sono educati a non mettere in discussione l'infallibilit dei genitori
ed loro impedito di ribellarsi precocemente ad ogni tipo di sopruso. Gli inevitabili
effetti patologici di tale educazione alla durezza si rifletterebbero nella passivit del
bambino divenuto adulto di fronte all'autoritarismo, nell'incapacit di elaborare il
lutto della propria persecuzione fino alla ripetizione coattiva delle stesse violenze sui
propri figli e sugli altri come effetto dell'annientamento del s. Il pessimismo
antipedagogico di Miller non risparmia neppure la cosiddetta educazione
antiautoritaria. La via da percorrere per comprendere veramente i bambini passa per
l'empatia e la deidealizzazione della nostra infanzia.
Come esempio di vittima della pedagogia nera Miller dedica un ampio capitolo
a Hitler e alle sue esperienze infantili, desunte dalle biografie e in parte dalla tesi
interpretativa di Stierlin. Ne emerge un Adolf "bambino battuto" dal padre, non
sufficientemente protetto da una madre incapace di amare veramente ma solo di
viziare; un bambino che non era stato esposto all'amore e quindi divenne incapace di
amare. Quando giunse al potere pot scaricare l'odio represso contro i genitori
tirannici proiettandolo sugli ebrei che, al contrario dei genitori, potevano essere odiati
in quanto tradizionali capri espiatori nella cultura imperante.
Questa impossibilit di odiare i genitori e la conseguente proiezione del
risentimento sugli ebrei avrebbe avuto facile presa sui tedeschi, educati come Hitler
sugli stessi principi della pedagogia nera.

E citato, come esempio, il caso di una donna tedesca che, all'epoca, si sentiva
sollevata dal fatto di poter finalmente odiare liberamente qualcuno.
Senza alcun intento giustificazionista, ma mettendo in pratica
un'identificazione empatica rischiosa con il personaggio-bambino, al limite del non
riconoscimento del controtransfert, l'autrice sembra non mettere in dubbio la
veridicit di una versione dei fatti costruita ad arte dal protagonista, soprattutto
quando afferma che: "Egli (Hitler) espresse il proprio pensiero e i propri sentimenti,
sia pure in modo cifrato, in numerosi discorsi e nel libro Mein Kampf." 22
Oppure quando accusa lo storico Jetzinger di insensibilit nel comprendere quegli
episodi dove Hitler racconta la sua amara verit.23
Miller senz'altro ammirevole nel suo tentativo di difendere ad ogni costo
l'infanzia incompresa e violata, ed il suo contributo molto ben documentato ed
autorevole.
Per, quando parla di Hitler, accomunandone il disgraziato vissuto infantile a quello
della giovane tossicodipendente Christiane F. ed al serial-killer Jrgen Bartsch, non si
pu che notare l'enorme differenza che intercorre tra questi due ultimi casi umani e
quello di colui che non fu un semplice dropout o un assassino, ma anche un
abilissimo uomo politico che ebbe in mano le sorti della Germania per dodici anni.
Non si difende la causa dei bambini violati, ma la si ridicolizza, cercando le
attenuanti in un uomo che inaugur il genocidio autorizzando l'uccisione di
cinquemila bambini tedeschi malati e handicappati, eliminati con iniezioni letali di
Luminal o lasciati morire di fame in speciali "cliniche" 24 e ordin ai suoi seguaci nel
proprio testamento che anche l'ultimo bambino ebreo fosse braccato in eterno ed
eliminato dalla faccia della terra.
Una critica alla posizione di Miller la fornisce Arno Gruen, che non crede alla
descrizione del bambino Hitler come sofferente reale e quindi spinto alla malvagit
dai cattivi genitori, ma lo considera un esempio di personalit pseudoaffettiva
riassunta nel concetto di "come se" da Helene Deutsch (1934,1942). Pur constatando
anch'egli la difficolt di realizzazione di una vera autonomia del s che
predisporrebbe le giovani menti alle suggestioni dei leader, a causa dell'educazione e
della pressione sociale, Gruen non esclude la possibilit che il singolo individuo
possa trovare in s la forza morale di reagire.
Come nel caso, che analizzeremo, di Hans e Sophie Scholl, studenti ventenni
dell'Universit di Monaco, che assieme a colleghi e professori si opposero al regime

creando il movimento di resistenza della "Rosa Bianca".25 Il loro disperato tentativo


di ribellione li port alla morte per decapitazione nel 1943.

1.6. L'ipotesi psicostorica di Peter Loewenberg.


In questa esposizione delle principali teorie sulla psicologia hitleriana
vorremmo ora proporre un contributo di impostazione pi decisamente psicostorica,
quello di Peter Loewenberg (1988).
Dopo avere passato in rassegna le tesi classiche psicoanalitiche, Loewenberg
concorda con lo storico George L. Mosse, quando quest'ultimo afferma che:
"Si rimane sconcertati nel constatare come la psicostoria insista nel volersi
concentrare su un lato del carattere di Hitler; nella fattispecie, la sua infanzia e
adolescenza e le sue presunte anormalit e nevrosi. Da tale approccio risulta difficile
vedere la formazione del suo genio politico ed individuare la fonte della sua superba
tempestivit, e l'abilit ad imparare dagli errori passati."26
Nel suo articolo per History of Childhood Quarterly del 1976, Mosse invocava
una moratoria sulle analisi tradizionali ed invitava a concentrarsi sui fattori di
personalit che fecero di Hitler, attraverso le sue azioni politiche, uno degli uomini di
stato pi abili e di successo del nostro secolo.
La psicologia dell'Io offre a Loewenberg gli strumenti per rispondere
all'appello di Mosse e quindi analizzare le funzioni egoiche di controllo della realt e
di adattamento dimostrate da Hitler in alcuni frangenti ed il loro crollo in altri periodi
della sua carriera politica. I momenti chiave da esaminare, secondo lui, sono: la crisi
interna alla NSDAP dopo il fallimento del Putsch del 1923, il declino elettorale del
partito nell'autunno-inverno 1932 e infine la serie di errori militari e diplomatici
iniziati a Dunquerque nel '40 e culminati con la dichiarazione di guerra agli Stati
Uniti del '41 e le disastrose campagne sul fronte Orientale.
Dopo il Putsch, Hitler dimostr una straordinaria abilit nel dominare la
tecnica del divide et impera, manovrando affinch il partito, (dopo innumerevoli lotte
intestine non domate dal capo ad interim Alfred Rosenberg 27), tornasse docilmente
nelle sue mani al momento del suo rilascio dal carcere.

Ma ancora pi dimostrativo della sua capacit di adattamento alle situazioni il


comportamento di Hitler in occasione del declino elettorale nelle elezioni del
Reichstag del novembre 1932, dove la NSDAP pass da 230 a 196 seggi.
Egli rifiut ogni proposta di alleanza con altri partiti ed ogni compromesso,
mettendo da parte la sua sete di potere fino a quando, intuendo il momento propizio,
approfittando della confusione politica e degli intrighi di potere, impose le sue
condizioni il 30 gennaio 1933, giorno della sua nomina a Cancelliere.
Per tutti gli anni Trenta, secondo Loewenberg, Hitler mantenne il controllo
della situazione, giostrando abilmente in politica interna ed estera i vari interessi,
fossero essi quelli delle Chiese o quelli degli industriali, come di tutte le altre parti in
causa.
Quando per veniamo alla guerra, e alla primavera del 1940, cominciamo a scorgere
la commistione di fallimenti, errori di calcolo e infine atti autodistruttivi che stridono
con le precedenti doti di flessibilit, capacit di giudizio e senso di realt.
La politica nei confronti degli Stati Uniti fu una dimostrazione lampante di tale
comportamento impulsivo e autodistruttivo. Creandosi un nuovo nemico mentre la
sconfitta in Unione Sovietica era praticamente certa Hitler avrebbe decretato la fine
sua e della Germania.
Resta da dimostrare il motivo di tale improvviso crollo. Loewenberg ne offre
come spiegazione l'antisemitismo psicotico hitleriano visto nella prospettiva della
relazione oggettuale. E qui sembra sgretolarsi anche la tesi di Loewenberg,
distaccandosi dal concreto per rifugiarsi in una diagnosi psicopatologica nebulosa.
La fantasia che domin sempre linconscio hitleriano riguardava l'Ebreo, come
nemico interno onnipresente e onnipotente che doveva essere allontanato e distrutto,
per proiettare le parti "cattive" di s all'esterno, in una forma di difesa paranoica.
Questa fantasia era esternata in discorsi e scritti, come Loewenberg evince dalla
lettera del 1919, nella quale Hitler incita fin da allora "all'eliminazione degli ebrei".
Un'altra frase di Hitler nella quale egli afferma che " pi facile combatterlo (l'Ebreo)
come persona reale pi che come demone invisibile - Aber es ist leichter ihn in
leiblicher Gestalt zu bekmpfen, als den unsichtbaren Dmon", rivelatrice della sua
volont di concretizzare la fantasia in un oggetto reale da distruggere.28
Fin qui riusciamo ancora a seguire Loewenberg, ma le sue conclusioni ci
appaiono deboli.

Dopo il 1940, quando si realizz l'effettiva distruzione degli ebrei, Hitler non
pot pi utilizzarli come minaccia esterna, e quindi devi la sua paranoia su obiettivi
diversi, l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti, sempre per difendersi dai propri oggetti
interni persecutori. Nel contempo, cominci a soffrire di gravi disturbi fisici,
soprattutto dolori allo stomaco (che egli attribuiva alla presenza di un cancro) e che il
suo medico curante cercava di combattere con ogni sorta di medicinale. In uno stato
di deterioramento fisico, le fantasie di un individuo sono l'espressione delle proprie
dinamiche interne e della personalit intera. Per citare le stesse parole di Loewenberg,
a conclusione del suo articolo:
"Il male e la distruzione erano vicini, nel suo stomaco. La sua difesa fu la
megalomania. [...] La sua capacit di giudizio era intaccata dalla grandiosit e dalla
mania di onnipotenza difensiva che dovevano combattere l'ansia interna di
decadimento e disintegrazione".29
Abbiamo seguito ed apprezzato Loewenberg nella sua brillante esposizione
delle capacit decisionali di Hitler, e nel suo contrastare le ipotesi riduzionistiche che
si concentravano sui problemi infantili nella dinamica edipica. La sua costruzione
sinfonica, all'inizio coerente e tonale, nell'ultimo tempo dedicato a "ci che mi dice il
crollo di Hitler", contiene alcune dissonanze e la melodia cos ben costruita si
dissolve rasentando la cacofonia.
Se non abbiamo frainteso il suo pensiero, egli prima ci ritrae un Hitler
razionalmente capace di affrontare ogni vicissitudine, ma che poi perde la bussola
improvvisamente nel 1940, impaniandosi in un delirio paranoico che va deteriorando
il suo senso di realt. A meno che il suo unico scopo non fosse quello di annientare il
nemico ebreo e una volta raggiuntolo quella sorta di "controllo razionale della
paranoia" non gli servisse pi, resterebbero da spiegare l'odio nei confronti dei popoli
dell'Est Europa, per non parlare degli ordini finali di fare terra bruciata del suolo
tedesco. Insomma quella tendenza alla distruzione totale ipotizzata da Erich Fromm,
e che Loewenberg contesta, affermando che, tra i vari anti-ismi hitleriani solo
l'antisemitismo avesse una qualit psicotica.
E' sostenibile la tesi che dopo il '40 gli ebrei con costituissero pi per Hitler una
minaccia esterna essendo stati "eliminati"?

La famigerata "soluzione finale" (Endlsung) fu effettivamente avviata nel 1942, e si


protrasse fino all'ultimo giorno di guerra, modificandosi come una sorta di virus
mutante e prendendo forme sempre pi aberranti e perfezionate. Non si risolse
all'improvviso, come se si fosse creato un buco nero, nel quale il tempo un'attimo o
non esiste pi, ma gradualmente.
A leggere il testamento del 1945 non pare proprio che Hitler avesse rinunciato
a odiare e combattere gli ebrei. Sei milioni di vittime non erano bastate a placare le
sue "paure". Ma soprattutto possiamo ritenere che il suo odio non si estinguesse
neppure con la sua morte ma fosse eterno come eterno era lo spettro dell'ebreo errante
e non-morto (der Ewige Jude) che ossessionava gli antisemiti.
Riguardo ai disturbi fisici dell'ultimo Hitler, essi sono molto simili a
somatizzazioni pi che a reali malattie. Hitler voleva l'assoluto dominio anche sulla
Morte e decise al momento opportuno di porre fine alla sua esistenza organizzando il
suicidio nei minimi particolari. Difficile pensare che temesse la morte, visto che con
essa il suo mito di eroe sarebbe divenuto completo. Il controllo della situazione lo
ebbe fino all'ultimo.
George Mosse aveva espresso il desiderio di analisi scevre da elementi
psicopatologici e Loewenberg conclude la sua analisi con l'argomento della paranoia,
seppure esposto in forma elegante. Se Hitler fosse impazzito veramente durante la
guerra, come mai nessuno dei suoi ambiziosi "delfini" riusc ad estrometterlo, magari
attuando una di quelle tecniche "asiatiche" come le purghe staliniane che sono,
secondo Ernst Nolte, il modello al quale attinse il nazismo? Obbedienza cieca ad un
capo che li stava portando tutti alla rovina? Un desiderio di autodistruzione generale?
Erano tutti pazzi?
Ma il punto centrale un altro. Resta il problema di come un pazzo, ossessionato da
una paranoia omicida, riesca a contagiare un intero popolo. Sono controllabili
sessanta milioni di pazzi?
Last but not least, abbiamo lasciato per ultima l'opinione di Erik H. Erikson,
esposta nel celebre saggio Infanzia e societ (1963), perch essa si offre come filo
conduttore per alcune considerazioni sul rapporto tra la personalit individuale e
collettiva che necessario esporre pi dettagliatamente nel corso dei prossimi
capitoli.

Capitolo II.
TRATTI DI PERSONALITA' DI HITLER

Nella rassegna delle principali teorie interpretative sulla personalit hitleriana


abbiamo osservato la presenza di alcune costanti in termini di tratti, che vorremmo
analizzare una per una, con il fine ultimo di tentare un collegamento tra esse e il
fenomeno di fascinazione collettiva che costituisce il tema della nostra trattazione.
Tali tratti di personalit possono essere identificati nella pseudologia fantastica,
nella teatralit, nel narcisismo, nell'isteria e nell'auto ed eterodistruttivit.
Per ciascuno di questi elementi seguiremo due tipi di percorso: l'analisi degli
influssi storico-culturali che hanno probabilmente contribuito alla loro formazione
durante la fase prepolitica della vita di Adolf Hitler e la loro concrezione nella
personalit del Fhrer. In secondo luogo prenderemo in esame i meccanismi di
trasmissione e le relative modalit di comunicazione in termini di evocazionefascinazione, dal singolo alla collettivit, dei contenuti del messaggio hitleriano,
espressione di tale complessa personalit.
Tale messaggio e la sua successiva traduzione in atti concreti devono essere
considerati criminali, con carattere di premeditazione; tuttavia nella nostra analisi la
criminalit di Hitler non sar considerata la spiegazione ultima del nazismo, avendo
noi gi disapprovato quelle ipotesi riferentesi alla follia individuale del capo e alla
conseguente psicosi collettiva da contagio.
Anche se dimostrato che capi di stato, in questo e nei secoli passati abbiano
potuto detenere il potere in evidente stato di infermit mentale o potessero essere
considerati personalit criminali, da Nerone a Stalin, nel caso del nazismo abbiamo
gi affermato l'importanza della comprensione della peculiare dimensione collettiva
del fenomeno e di conseguenza, una diagnostica di stampo criminologico limitata alla
figura del leader ci allontanerebbe dagli obiettivi della nostra ricerca.
Ci limiteremo a ricordare qui, nell'analisi della psicologia collettiva, il
fenomeno della "fascinazione del crimine", la cui nascita nell'Ottocento ed
espansione nel Novecento sicuramente uno dei possibili fattori culturali di massa
che alimentarono il terreno di coltura di alcuni aspetti del totalitarismo moderno.
Negli ultimi anni del nostro secolo la fascinazione del crimine ha assunto i
caratteri di una vera moda, amplificata dai mass-media, dove i nuovi eroi sono gli
assassini seriali variamente classificati in serial killers, mass-murderers, o spreekillers.
Gli esperti generalmente identificano due tipi di assassini seriali: quelli
psicotici e "disorganizzati", che colpiscono a caso e senza curarsi di occultare le

prove, e quelli "organizzati", sociopatici. Questi ultimi sono i pi pericolosi in


quanto, pur affetti da gravi disturbi di personalit sono in ogni caso in grado di
pianificare, a volte grazie ad un notevole livello intellettivo, crimini a danno di
vittime predesignate o scelte casualmente, mantenendo una facciata di insospettabilit
e persino di bonomia che gli permette di sfuggire alla cattura per molto tempo.
Definiti estremamente affascinanti, una volta scoperti ed incriminati, tali individui
sanno ingannare anche gli psichiatri, perch, come afferma Stanton A. Samenow,
psicologo clinico e consulente scientifico del FBI:
"Cosa fa lo psichiatra? [...] passa qualche ora con il criminale, il quale ha avuto
tutta una vita per imparare a truffare la gente, a colpirne i punti deboli, a capire quel
che uno cerca di scoprire, per poi raccontargli quel che desidera sentirsi dire. [...]
l'individuo per cui il crimine uno stato d'animo permanente, vede la vita con occhio
differente. [...] Questi individui considerano l'esistenza una strada a senso unico."30
Tale descrizione, nella quale ritroviamo il tema della dissimulazione e della
fascinazione cos congeniale alla personalit hitleriana, che potrebbe indurre
qualcuno a considerare il fenomeno nazista un caso di serial killer al potere. E', in
effetti, un tipo di ipotesi che comincia a comparire in una varia pubblicistica popolare
dedicata al fenomeno, alimentata dal fatto che alcuni serial killers americani abbiano
fatto professione di filonazismo.
La pericolosit di tale ipotesi, gettata sconsideratamente in pasto alle nuove
generazioni consiste, secondo noi, nella possibilit di rinverdire ulteriormente, come
se ce ne fosse bisogno, la fascinazione di chi non fu "un nevrotico gravato da una
compulsione al delitto. [...] disgraziatamente, egli era anche e soprattutto qualche
cosa di pi".31
E' questo "di pi" che cercheremo di indagare e che fece di Hitler non un
criminale qualsiasi anche se uno dei peggiori di tutti i tempi, ma soprattutto il
prototipo del tiranno demagogo e incantatore, capace di indurre altri a macchiarsi dei
propri delitti.
Come scrive Joachim Fest:
"Hitler possedeva in larga misura quello che Walter Benjamin ha definito
"carattere sociale": una fusione pressoch esemplare delle paure, dei sentimenti di
protesta e delle speranze dell'epoca; e tutto questo, senza dubbio enormemente
esasperato, deformato, dotato di molteplici risvolti devianti, e tuttavia mai privo di
nesso n incongruente con lo sfondo storico."32

2.1. Pseudologia fantastica.


"In tutti i grandi ingannatori degno di nota un processo al quale debbono il
loro potere. All'atto vero e proprio dell'inganno, fra tutti i preparativi, l'orrendo nella
voce, nell'espressione, nei gesti, in mezzo all'efficace messa in scena, sopraggiunge in
loro la fede in se stessi: questa che allora parla in tono cos prodigiosamente
suadente agli astanti. [...] Gli uomini, infatti, credono alla verit di tutto quanto venga
chiaramente creduto con forza."33
Nietzsche scriveva queste parole nel 1878, prima che la sua lucida follia fosse
sopravanzata da quella ottusa di coloro che ne vollero fare l'ispiratore ante-litteram
del nazismo.
Gi nel 1945 Carl Gustav Jung nel saggio Dopo la catastrofe aveva definito
Hitler come bugiardo patologico, un caso di pseudologia phantastica. Caratteristica
di questi individui appunto la forza con la quale si autoconvincono e riescono a
convincere gli altri delle proprie menzogne. Il mentire patologico, assunto a tratto di
carattere pu accompagnare l'intera esistenza dell'individuo che ne affetto.
Hitler utilizzer sistematicamente la mistificazione e l'automitizzazione come
strumento di fascinazione per giungere al potere e mantenerlo. Joachim Fest afferma:
"Mascherare e insieme trasfigurare la propria personalit, costitu uno degli
scopi fondamentali della sua esistenza. Punte o poche apparizioni storiche hanno
saputo abbellire e palliare se stesse con tanta consequenzialit e cocciuta pedanteria,
s da rendere irreperibile la propria vera fisionomia. [...] La penombra nella quale si
formano le leggende e l'aura di una particolare elezione aduggiano la preistoria della
sua vita, in pari tempo improntando di s anche le angosce, le solitudini e lo
straordinario ruolo da lui svolto."34
E Fest aggiunge altri particolari, quali il continuo cancellare tracce,
l'obnubilare il gi opaco sfondo della sua origine familiare, il falsificare la
professione del padre e la mancanza di una corrispondenza privata.35
La creazione dell'antefatto quasi mitologico dell'avvento del Fhrer pu essere
riconosciuta nella parte pi strettamente autobiografica di Mein Kampf, dettata a
Rudolph Hess durante la detenzione in carcere a seguito del fallito Putsch del 1923, e
considerata oggigiorno dagli storici costruita ad arte sulla menzogna, al fine di
commuovere e dare dell'autore l'immagine del perseguitato.36

Una tecnica che aveva gi utilizzato con successo nel 1913 con le autorit
militari austriache che lo ricercavano per renitenza alla leva e persino con i suoi
compagni di partito nel 1921, quando minacci platealmente le dimissioni per
ritirarle una volta che le sue pretese centralistiche fossero accettate come inevitabile
conseguenza della sua insostituibilit.
Perch Adolf Hitler aveva cos bisogno di costruire un aura mitica attorno al
suo passato nel momento in cui si accingeva ad affrontare l'agone politico, al fine di
portare a compimento il suo progetto di dominio assoluto?
L'essere un "nessuno" che ambiva ad incarnare quella figura quasi messianica
del Fhrer implicava il timore di non essere preso sul serio da una societ che, per
antica tradizione, consegnava il potere a chi ne fosse degno per lignaggio o et. Come
ha osservato Stefan Zweig:
"La Germania non solo sempre stata un paese diviso per classi, ma
nell'ambito di questo ideale di classe ha sempre conservato anche un'incrollabile
supervalutazione idolatra della "cultura". All'infuori di pochi generali, le pi alte
cariche dello Stato furono riserbate sempre a persone di "cultura accademica"; mentre
in Inghilterra un Lloyd George, in Italia un Garibaldi e un Mussolini, in Francia un
Briand, erano veramente sorti dal popolo e giunti ai pi alti uffici statali, era
inconcepibile per il tedesco che un uomo il quale non aveva neppur finito le scuole
secondarie e tanto meno fatto studi superiori, uno che aveva pernottato negli alberghi
popolari e trascinato per anni un'esistenza oscura, potesse mai accostarsi ad una
carica tenuta in passato da un barone von Stein, da un Bismarck, da un principe
Blow. Fu soprattutto questa superbia culturale che indusse gli intellettuali tedeschi a
vedere in Hitler un sobillatore da birrerie che non avrebbe mai potuto diventare
pericoloso, mentre egli gi da tempo, in grazia dei suoi invisibili padroni, si era
acquisito aiuti potenti negli ambienti pi disparati. Persino quando [...] divenne
Cancelliere, la grande massa ed anche gli stessi che lo avevano spinto sino a quel
posto, lo consideravano soltanto un luogotenente provvisorio, ritenendo il regime
nazionalsocialista solo episodico. Allora si rivel per la prima volta ed in grande stile
la tecnica genialmente cinica di Hitler. Da anni aveva fatto promesse a dritta e a
manca, cattivandosi notevoli esponenti in tutti i partiti, ciascuno dei quali si illudeva
di utilizzare per i suoi fini le mistiche energie di questo "milite ignoto". Celebr
allora il suo primo trionfo quella stessa tecnica che Hitler pi tardi us nella grande

politica: concludere alleanze, con giuramenti e professioni di fede tedesca, proprio


con coloro che egli si proponeva di annientare e di estirpare. Egli aveva una cos
perfetta arte di ingannare con promesse in ogni direzione, che il giorno in cui assunse
il potere, regn il giubilo nei campi pi opposti."37
Nella lucidissima visione di Zweig emerge un elemento importante: il successo
dell'arte propagandistica sottile di Hitler, a quel tempo ancora quasi totalmente frutto
di talento personale, presso quasi tutte le classi sociali.
Per riuscire credibile per chiunque Hitler riesum in grande stile il concetto di
Volk, una societ rassicurante senza pi classi, dove il Fhrer sarebbe stato padre,
madre, fratello ed egli stesso popolo, fuso indissolubilmente con esso, pronto a
soddisfare ogni suo desiderio: di vendetta, trasgressione, omicidio, e dove la
responsabilit sarebbe stata di tutti e di nessuno.
L'aggregazione del popolo tedesco al Volk doveva per trovare argomenti
convincenti per tutte le parti in causa.
Se la classe alto-borghese non avrebbe potuto identificarsi nel "caporale Hitler,
" ma si sarebbe limitata a sfruttarne le capacit politiche per proprio tornaconto, il
popolo tedesco, il Volk, sarebbe rimasto colpito da una biografia che avesse funto da
contenitore per l'identificazione di un ampio spettro della popolazione, dall'operaio al
contadino al piccolo commerciante. Le pagine dedicate da Hitler in Mein Kampf
all'"esistenza oscura" assomigliano a campi generici da poter riempire e riorganizzare
in molti diversi modi, come nel seguente brano citato da Erikson:
"In questa cittadina sull'Inn, di sangue Bavarese e di nazione Austriaca, dorata
della luce dei martiri tedeschi, vivevano alla fine dell'ottavo decennio del secolo
scorso i miei genitori: mio padre, onesto funzionario, e mia madre, tutta dedita alla
casa e costantemente piena di amorevole attenzione per i figli".
Erik Erikson, che significativamente intitola il suo saggio La leggenda
dell'infanzia di Hitler, commenta:
"Prender come testo il pi dolce ed attraente accordo del Flauto Magico. [...]
La struttura della frase e la sua intonazione ci fanno capire che ci troviamo davanti ad
una favola ed in realt noi la analizzeremo come un elemento di un tentativo moderno
di creare un mito. Ma un mito, antico o moderno, non una menzogna; inutile
dimostrare che esso non corrisponde ad alcuna realt di fatto e proclamare che il suo
racconto un trucco ed un non senso. Un mito unisce la realt storica e la finzione in

modo tale da "suonar vero" per una ragione o per un'epoca e da provocare pii stupori
ed ambizioni brucianti. La gente che ne presa non si porr problemi di verit o di
logica ed anche la ragione dei pochi che non potranno far a meno di dubitare ne sar
paralizzata."38
L'associazione che Erikson fa tra le parole di Hitler e le suadenti note del
Flauto Magico, riferendosi pensiamo alla figura leggendaria del Pifferaio di Hamelin,
rende evidente l'intento ingannatorio e fascinatorio del messaggio.
Ancora pi evocativo un successivo passaggio sempre di Mein Kampf, citato da
Alice Miller nel suo libro:
"In un alloggio cantinato, composto di due stanze oscure, abita una famiglia di
operai di sette membri. Tra i cinque ragazzi c' anche un bimbo che pu avere,
poniamo, tre anni. [...] Gi la strettezza dei locali non fa posto ad alcun lieto
avvenimento. Litigi e odii nascono facilmente in tale clima [...]. Se il dissidio [...]
scoppia tra i genitori, e questo avviene ogni giorno e secondo forme tipicamente
volgari e rozze, allora bisogner pure che i risultati di una simile educazione si
mostrino anche nei pi piccini. E come suonino tali insegnamenti, quando il litigio si
sfoga in villane ingiurie del padre contro la madre, o in una scarica di botte in caso
d'ubriachezza, difficile che se lo possa rappresentare dal vero chi non conosca tali
ambienti. Gi a sei anni quei poveri bimbi pensano cose che in genere un adulto sente
soltanto con ribrezzo. [...] In quanto poi a ci che quei ragazzi odono in casa, non son
cose certo che possano contribuire ad aumentare il rispetto per la societ in cui
vivono."39
Abbiamo visto storici come Bullock e Fest non attribuire alcun valore
autobiografico a questo racconto, ed in generale a tutta la descrizione dell'infanzia di
Hitler resa da lui medesimo, liquidando gli episodi come "qualche efficace pennellata
scura"40, mentre la citazione del brano suddetto da parte sia di Stierlin che di Miller
commentata dagli autori come testimonianza di vita vissuta. Stierlin, mentre da un
lato ammette che la documentazione attuale non ci permette di concludere che Alois
Hitler fosse un alcolista, tuttavia, nelle note del suo saggio cita un lavoro di
Bromberg (1974) dove si sostiene che l'autobiografia fu dettata al segretario Hess in
uno stato di stream of consciousness, libero flusso di risvegliati ricordi d'infanzia e
quindi corrispondenti a realt.41
Alice Miller ancora pi esplicita quando scrive: "Bench la profonda e
persistente ferita inferta alla sua dignit non avesse permesso a Adolf Hitler di

descrivere in prima persona - come fosse la propria - la situazione di quel "bimbetto,


poniamo, di tre anni", non ci possono essere dubbi sul fatto che in quell'episodio egli
descriva la propria esperienza personale".42
Ecco il flauto magico che continua a suonare per incantare, non soltanto le
famiglie proletarie degli anni '20, ma anche gli esperti del mondo scientifico.
Che importa se Hitler non fu mai povero se non per propria scelta, se il padre
non era un povero operaio ma un funzionario benestante al punto da potersi
permettere una bella casa con terreno per praticare l'hobby dell'apicoltura.
L'accennare a maltrattamenti secondo uno schema di una banalit sconcertante, da
romanzo d'appendice, sufficiente a far scattare l'identificazione di persone sensibili
con il bambino battuto.
Qui non sono in discussione la veridicit in molti ambienti familiari di scene
come quelle descritte da Hitler, ma il fatto che la sua costruzione e non rievocazione
del passato ha una finalit ben precisa: l'identificazione empatica con il protagonista.
I temi del nazionalismo, della madre vittima del padre manesco ed i relativi
simbolismi presenti in Mein Kampf non sono considerati da Erikson sintomo di
qualche complesso edipico ma, secondo le sue stesse parole:
"[...] ci vuole ben pi che un semplice complesso individuale per fare di un
individuo un rivoluzionario; il complesso pu creare un certo ardore iniziale ma, se
fosse troppo forte, paralizzerebbe il rivoluzionario invece di ispirarlo. Il sorprendente
uso delle immagini familiari nelle allocuzioni pubbliche di Hitler ha invece quel tono
misto di confessione ingenua e di scaltrita propaganda che caratterizza l'istrionismo
del genio."43
La tecnica comunicativa menzognera di Hitler, che mirava all'assoluta
credibilit su tutti i fronti, si svolse, di conseguenza, nel periodo dal 1919 al 1933, su
pi canali.
Per le alte sfere del mondo borghese e industriale servivano le promesse di
arginare il bolscevismo sempre in agguato oltre alle prospettive di allargare i margini
di profitto, occultando con cura la componente anticapitalista del movimento,
sbandierata altrove.
E' tuttora aperto, ed in pieno fermento, il dibattito sui finanziamenti al nascente
partito nazionalsocialista, da parte di gruppi industriali e finanziari, "gli invisibili
padroni" di cui parla Zweig. Come asserisce Karl D. Bracher: "Una determinazione

esatta dell'entit delle elargizioni dall'interno e anche dall'estero - specialmente


attraverso la Svizzera, dove Hitler si rec spesso - tuttora difficile."44
Queste parole, scritte nel 1969, suonano sinistramente profetiche, alla luce dei
recenti sviluppi, ampiamente riportati dalla stampa, dell'inchiesta condotta da vari
governi sulla questione dei beni espropriati agli ebrei europei sterminati dai nazisti e
sulle complicit di enti bancari svizzeri e internazionali nel riciclaggio di enormi
capitali.
Se Hitler fu convincente, nonostante la sua origine modesta, presso le classi
dirigenti, non altrettanto facile fu la presa sulla classe operaia, tradizionalmente
organizzata dal Partito Comunista o su posizioni socialdemocratiche e cosciente
dell'antibolscevismo nazista, che si scatenava nelle imprese squadristiche delle SA
contro i militanti comunisti, i quali costituirono il primissimo bersaglio della violenza
nazionalsocialista sul territorio. Non mancarono tuttavia tentativi di conquistare il
consenso operaio, prima di giungere allo scontro aperto.
Lo storico Alan Bullock cos rievoca il periodo 1927-30 con un esempio:
"Nel 1927 Gregor Strasser dichiar su un periodico del partito: "Noi
nazionalsocialisti siamo nemici, nemici mortali dell'attuale sistema capitalista con il
suo sfruttamento degli elementi economicamente deboli... e saremo decisi sempre e
comunque a distruggere questo sistema". [...]
Non solo l'esigua rappresentanza nazista al Reichstag present dei disegni di legge
(senza nessuna speranza che venissero approvati) che prevedevano la confisca delle
grandi fortune acquisite sui mercati azionari e dei profitti di guerra, ma il partito
nazista fu l'unico a schierarsi in numerose occasioni a fianco della linea apertamente
anticapitalista dei comunisti. Hitler giunse perfino a passar sopra lo stratagemma
mediante cui l'ala sinistra del partito aggir il suo divieto di creare a sindacati propri
istituendo nelle fabbriche delle cellule che presero ad insidiare il monopolio socialista
e comunista diffondendo la propaganda nazista e presentando propri candidati alle
elezioni per i consigli di fabbrica."45
La NSDAP prometteva ai lavoratori una societ senza lotta di classe, un
socialismo nazionale che avrebbe difeso gli interessi degli operai tedeschi contro gli
immigrati rappresentanti una forza lavoro a basso costo e contro i capitalisti assetati
di profitto. Sappiamo come il nazismo abbia in seguito fatto del lavoro forzato e
schiavistico una dei capisaldi della sua organizzazione; di come le piccole mani dei

bambini internati nei lager fossero preziose per la fabbricazione di proiettili, fino al
famigerato "Arbeit macht frei - Il lavoro rende liberi" all'entrata di Auschwitz.
Nonostante ci, ancora nel 1944, all'indomani del fallito attentato del 20 luglio,
fermandosi a conversare con alcuni muratori Hitler, affermando la sua vicinanza al
popolo affermava: "Io ho saputo fin dall'inizio che non siete stati voi: e' mia profonda
convinzione che i miei nemici siano le persone con il "von", quelli che si fanno
chiamare aristocratici".46
Un discorso a parte merita l'impatto dell'immagine di Hitler sul ceto medio. Era
questo in fondo l'ambiente di provenienza di Hitler, quella fascia intermedia che
oscilla tra il desiderio di ascendere ai livelli dell'alta borghesia e il desiderio di
difendere comunque i piccoli privilegi, ma che le crisi economiche gettano nel panico
da retrocessione nel proletariato. Le promesse di Hitler colpirono i nervi sensibili dei
piccoli commercianti terrorizzati dall'avanzata della grande distribuzione e
maldisposti verso il governo di Weimar, visto come un avamposto del comunismo.
Ma Hitler ebbe parole suadenti anche per tutti quei contadini ai quali
propose addirittura un Volk armato di vanga e fucile, in stretto legame con la terra.
In conclusione, il talento mistificatorio di Hitler, il suo trasformismo
ideologico, la forza della convinzione della propria missione, il suo essere violento
con i violenti e mite con i miti, anticomunista con gli anticomunisti e allo stesso
tempo anticapitalista con gli anticapitalisti, port alla convinzione pressocch
generale nel popolo che il Fhrer tanto atteso fosse proprio quel tedesco di frontiera
che, nonostante l'oscuro passato, o forse grazie a quell'alone di mistero che induce
curiosit e interesse, avrebbe riportato le cose a posto.
Nel 1933 Karl Kraus scrisse: "Su Hitler non mi viene in mente nulla."47 Non era
la solita battuta del noto polemista, ma l'espressione dello sbigottimento
dellintellettuale di fronte ad un fenomeno di difficile decodificazione, e di fronte al
quale la cultura non pu che divenire impotente.
William Sheridan Allen, nella sua ricostruzione dell'ascesa del nazismo cos
conclude:
"Manc la capacit di capire realmente quel che fosse il nazismo. [...] Ogni
gruppo vedeva l'uno o l'altro aspetto del nazismo, ma nessuno riusc a vederlo in tutta
la sua odiosit. Questa si manifest apertamente solo pi tardi, e anche allora non a
tutti. Il problema del nazismo fu prima di tutto un problema di percezione."48

La percezione distorta dal flauto incantatore di Adolf Hitler e della sua


cricca avrebbe trascinato alla morte cinquantacinque milioni di persone.

2.2. Teatralit.
"Fu mai donna corteggiata in tale stato d'animo? Fu mai donna in tale stato
d'animo conquistata? Io l'avr, ma non la terr a lungo. Come! io che ho ucciso suo
marito e il padre di lui, prenderla mentre l'odio le colmava il cuore [...], avendo Iddio,
la sua coscienza e quegli ostacoli contro di me, ed io, a sostenere la mia istanza,
nessun altro amico che il diavolo a viso aperto e i miei sguardi simulatori: e ci
nonostante conquistarla: tutto il mondo contro nulla! [...] Scommetterei il mio ducato
contro un miserabil quattrino, che io mi sono ingannato sin qui circa la mia persona!
Sulla mia vita, essa trova in me, bench io non ci riesca, un uomo meravigliosamente
piacente. Vu far la spesaccia di uno specchio, e impiegare una ventina o due di sarti
a studiar fogge che donino al mio corpo: dacch io mi sono insinuato nel favor di me
stesso, mi ci conserver con un p di spesa. [...] Risplendi, bel sole, finch io non mi
sia comperato uno specchio, sicch io possa veder la mia ombra mentre cammino."49
Erikson ha definito Hitler "un avventuriero in scala grandiosa", la cui
personalit molto simile a quella dell'attore "perch anch'egli deve essere sempre
pronto ad assumere, come se le avesse scelte, le parti mutevoli che i capricci del fato
gli impongono."50
Da attore consumato, Hitler non era solo un semplice improvvisatore ma:
"Passava ore ed ore dinanzi allo specchio a mimare gesti ed espressioni, e a studiare
le foto che Heinrich Hoffmann gli scattava mentre parlava, scegliendo quelle pi
efficaci e scartando le altre."51
La teatralit di Hitler intesa come Weltanschauung non si esplic unicamente
nello stile oratorio, ma giunse negli anni a fagocitare ogni aspetto della sua "persona",
con spazi accuratamente divisi tra ribalta e retroscena ma rimanendo la sua forse pi
vera natura.
Egli teorizz perfino il suo "metodo", per altro ampiamente plagiato dalle idee
di Gustave Le Bon, in Mein Kampf. Ci risulta chiaro dalla seguente famosa
citazione.

"La psiche delle grandi masse non risulta per nulla sensibile ai mezzi toni.
Allo stesso modo della donna [...] anche la massa ama pi il dominatore che non chi
le rivolge implorazioni... [...] Del carattere sfacciato del terrorismo psicologico cui
sottoposta, ha altrettanto scarsa coscienza che del rivoltante oltraggio cui vien fatta
segno la sua umana libert, n si rende minimamente conto dell'intima assurdit
dell'intera dottrina."52
Fin dagli anni dell'infanzia, dove a cinque anni dominava i suoi coetanei nei
tanto amati giochi fra cow-boys e indiani, rivel unassoluta certezza interiore nel
saper come imporre la sua volont, sempre sospesa tra la realt e la finzione.
Il successivo incontro nell'adolescenza con il teatro totale, il Wort-ton-drama
wagneriano e la sua idealizzazione assoluta, completa il quadro di formazione di
quello che pu essere considerato un tentativo, tragicamente riuscito, di tradurre la
politica in rappresentazione scenica.
Se Hitler rimase fino all'ultimo il protagonista assoluto della tragedia nazista,
non mancarono comprimari, suggeritori, servi di scena (Goebbels e Hess), comparse
e musicanti. Mentre i nazisti mettevano in scena pomposamente la loro
rappresentazione teatrale, affascinando pericolosamente le potenze straniere, nella
vita reale del Terzo Reich milioni di persone plaudenti non si accorgevano che gli
ingranaggi di questa scenografia avrebbe stritolato ogni libert personale, fino alla
catastrofe finale della guerra. Per non parlare del fatto che, a differenza della finzione
scenica, nel perverso teatro nazista le vittime dovevano realmente soffrire e morire,
dandole in pasto ai "volonterosi carnefici", per i quali non mancarono mai biglietti
omaggio.
2.3. L'influsso del wagnerismo.
"Un uomo politico ripugnante", scrisse Richard Wagner a Franz Liszt, e uno
dei suoi ammiratori ha notato che, "se Wagner stato in qualche modo un'espressione
del suo popolo, se in qualche modo stato tedesco, umanamente tedesco,
borghesemente tedesco, nel senso pi alto e pi puro, lo stato nel suo odio per la
politica".53
Il rapporto tra Hitler e il wagnerismo, la passione del dittatore per l'opera del
maestro di Lipsia e il desiderio di continuarne idealmente l'opera identificandosi in

essa e nei suoi eroi, secondo lo schema del fan devoto al suo idolo sicuramente uno
degli aspetti pi sconcertanti del fenomeno nazista.
Wagner stato definito forse il maggiore esponente ideale dell'800, nelle sue
contraddizioni e nella sua fusione con lo spirito dell'epoca.
Come pochi altri intellettuali seppe farsi mito vivente e, anche dopo la sua
morte nel 1883, la sua titanica figura si offriva all'idolatria dei tedeschi. Al di l della
sua indubbia grandezza come innovatore del teatro e del discorso musicale, Wagner
fu anche uomo odiosamente opportunista e animato da un esasperato egoismo. Dalle
sue opere teatrali, dai suoi saggi ed autobiografie e dai suoi atti emerge una delle
figure pi complesse della storia della cultura moderna.
Nel suo saggio su Tristano, Peter Wapnewski individua alcune parole chiave
della personalit wagneriana:
"Wagner il rivoluzionario, l'anticapitalista, il messaggero dell'et industriale, il
materialista, il nazionalista, l'antisemita, il tedesco di Makart, l'alpinista, il
mitopoieta, il rappresentante della borghesia illuminata, il trageda, l'architetto,
l'attore, lo storico, il germanofilo e l'entusiasta del Medioevo, il distruttore di ogni
convenzione, il garante della convenzione pi prude, il democratico, l'artista
autocrate, lo psicologo del profondo"54.
Difficile non rimanere colpiti dalle assonanze con la personalit di Adolf
Hitler, il quale avrebbe sempre riconosciuto solo in Wagner il maestro ispiratore della
sua Weltanschauung.
L'incontro di Hitler con l'opera wagneriana risale ai primi anni della giovent,
in quella fase di rodaggio che ancora non gli permetteva di scorgere un destino futuro
ma lo faceva crogiolare nell'ozio e nelle fantasticherie.
"Anche la musica di Richard Wagner, col suo pathos e il suo tipico melodismo
insistente e ammaliante, capace di tanto acuta pregnanza, a partire dal giorno in cui
ne fu sedotto (e da allora frequent assiduamente l'opera), fu per lui un mezzo di
autoipnosi: niente come quella musica sovraccarica, borghesemente fastosa, poteva
rispondere alle sue tendenze di fuga dalla realt, nient'altro poteva, come quella,
sollevarla irresistibilmente al di sopra della quotidianit".55
E' di quegli anni caotici e dispersivi l'ingenuo progetto di Hitler di
completare un'opera tralasciata da Wagner, Wieland der Schmied (Wieland il fabbro),
pur essendo egli privo di alcuna conoscenza musicale. Il primo soggiorno viennese
vede il futuro dittatore assistere innumerevoli volte in estasi alle rappresentazioni di

Tristano e Isotta, opera dall'esasperato cromatismo che anticipa tutte le innovazioni


teoriche del Novecento, soprattutto la scoperta della dissonanza e della progressione
tonale come mezzo per esprimere il dolore e l'emotivit.
Per nulla addolcito dal turbine voluttuoso di amore e morte degli amanti infelici,
associa i primi deliri antisemiti alla colonna sonora di Wagner; vedere gli abitanti del
quartiere ebraico dopo aver ascoltato la marcia funebre del Crepuscolo degli dei ha su
di lui un effetto simile a quello che ha l'odore del sangue sulle belve.
Si identifica con l'eroe wagneriano; l'ingannatore ed autodistruttivo Tristano, il
figlio dell'incesto Sigfrido, il tribuno Rienzi. Assimila acriticamente il mondo
fantastico e mitologico ampiamente e liberamente manipolato da Wagner sulla base
della tradizione germanica, confondendo la realt con la finzione nella sua visione
distorta dell'esistenza.
In seguito, negli anni della dittatura, il maestro di Lipsia sarebbe divenuto
l'oggetto principale dei suoi interminabili e noiosissimi monologhi in societ. E
soprattutto, nelle manifestazioni esteriori del regime, dalle opere architettoniche alle
parate scenografiche era presente il continuo tentativo del regista Hitler di rinverdire i
fasti del Wort-ton-drama, elevandosi a suo pi grande e delirante interprete. La sua
devozione di attore tragico wagneriano era immutata.
"Amava ricordare l'enorme importanza di Wagner "ai fini dello sviluppo
dell'uomo tedesco", ed esprimeva la propria ammirazione per il coraggio e l'energia
con cui Wagner, "senza voler essere propriamente un politico", aveva influito sulla
situazione politica, non mancando neppure di ammettere che, dalla nozione della
profonda parentela tra lui e il grand'uomo, gli era derivata un'"eccitazione addirittura
isterica".56
Sappiamo come Hitler non amasse considerarsi un politico e come il rigetto per
la politica dei tedeschi abbia influito sull'ascesa nel nazionalsocialismo. Vi un filo
che lega l'affermazione di Wagner sulla "ripugnanza del politico" all'isterismo
hitleriano. Per entrambi l'arte travalica la realt e la vita consacrata ad un progetto
artistico, realizzato in Wagner, artista vero, nel teatro totale; in Hitler, artista
mancato, nella sacra rappresentazione pagana della tragedia nazista.
Wagner aborriva la politica ma, fatalmente, l'opera criminale del suo pi
devoto seguace ha fatto in modo che lo si identificasse con l'ispiratore del nazismo.
In realt Wagner fu in fondo un eccelso uomo di teatro che volle dire la sua,
quasi sempre a sproposito, su temi pericolosi come la disuguaglianza delle razze e la

questione ebraica, dimostrando quell'incosciente pressappochismo che avrebbe infine


disgustato i suoi due folli seguaci, Nietzsche e Ludwig II. Ancor pi che l'infelice re
di Baviera, sedotto e sfruttato, fu il filosofo a rinnegare e a scrollarsi violentemente di
dosso il demone della fascinazione wagneriana, oramai opprimente, negli ultimi
feroci scritti dedicati al maestro di Bayreuth.
Nessuna follia salv Hitler. Il suo isterismo and ad attingere continuamente a
quel formidabile contenitore di fumisterie mitologiche e razziste che era il mondo
teatrale del divo e che, mediante il meccanismo di evocazione - fascinazione
innescato dal ritmo ipnotico della musica, rinforzava nel fan le sue inamovibili
certezze interiori. Nel suo furore distruttivo Hitler riusc a legare a s ed al suo
nazismo l'opera wagneriana, tanto che ancora oggi difficile ascoltare Wagner
spogliandolo della coltre nazista per ricondurlo alla sua dimensione ottocentesca e
puramente musicale. Come in un rito tribale, il nazismo ha incorporato
cannibalisticamente il suo totem.
Se nessuno pu perdonare Wagner per il disgustoso libello Das Judenthum in
der Musik (Il giudaismo in musica) ed i suoi eredi per l'entusiastica adesione al
nazismo, resta l'inquietudine per come Hitler sia riuscito a distruggere quello che di
buono c' in Wagner, la musica, la pura musica che non possiamo pi ascoltare
serenamente.

2.4. Isteria e narcisismo.


Abbiamo visto quale importanza abbia avuto, nella fascinazione del popolo
tedesco al nazismo, il carattere teatrale di Hitler e la sua capacit di imporsi come
leader ingannatore e suadente, bonario e terribile allo stesso momento. La forza
naturale che emanava dal suo sguardo, la sua presenza scenica capace di provocare
scene di delirio collettivo dimostrano quanto, gi allora, l'elemento scenografico e
superficiale del messaggio propagandistico fosse pronto ad essere recepito come
modo autentico e nuovo di fare "politica".
Al di l della apparente gioiosit di molte manifestazioni del regime,
dell'entusiasmo e delle citt parate a festa, tuttavia, non pu sfuggire il sentore di
assoluta tragicit personale che emanava dalla figura di Hitler, come ci appare nei
documenti filmati dell'epoca. Tragicit come espressione di altri due tratti della sua
personalit, isteria e narcisismo.

Colui che un osservatore inglese defin una figura "estremamente esotica",


"uno di quei mullah pazzi, che nella loro strampalata vita privata non bevono alcool,
non fumano, sono dediti a diete vegetariane, non vanno a cavallo e non si dedicano
alla caccia"57, era tutt'altro che un personaggio ridicolo. Il grande fraintendimento su
Hitler da parte degli stranieri negli anni '30 nacque dall'incapacit o dalla non volont
di calarsi nella mentalit tedesca, allora votata alla tragedia e decisa ad accogliere un
Fhrer che contenesse tale tragedia e la elaborasse. Ci che soprattutto gli
angloamericani non riuscirono a capire in tempo fu il desiderio assoluto da parte di
Hitler di fare sul serio per quanto riguardava i propri scopi, fino alle estreme
conseguenze. La sua mentalit lugubre, la drammaticit patologica dei suoi
atteggiamenti contagi i tedeschi proprio perch il Fhrer ed il suo popolo erano
fatalmente sintonizzati sullo stesso stato d'animo.
Se pure nei primi anni ci furono alcuni tedeschi che non si accorsero di ci che
stava per precipitare loro addosso e si ingannavano sulla seriet di Hitler il caporale,
forse perch avevano rimosso lo spirito tragico che covava in Germania da decenni e
non lo riconoscevano pi riemergere attorno a loro, con l'avvento pieno della dittatura
nessuno pens pi che i nazisti scherzassero. Il terrore era ormai una realt, e Hitler
recitava con piena soddisfazione il suo grande ruolo, rinforzando tramite narcisismo e
isteria il suo comportamento pubblico. Provava l'unica soddisfazione piena quando
sentiva la folla cedergli sotto i colpi del suo eloquio isterico, lui che in privato era
conversatore pedante e insicuro. La sicurezza di s come trascinatore di folle, vero
appagamento narcisistico, fu il fuoco che tenne fino all'ultimo viva la leggenda dei
suoi occhi da cobra ipnotizzatore.
Joachim Fest ci offre la descrizione del clima delle apparizioni hitleriane:
"L'andamento dei comizi rispondeva a un ordine immutabile, a un programma
tattico e liturgico che Hitler and plasmando per conferire sempre maggior efficacia e
rilevanza alle proprie apparizioni. Mentre le bandiere, i ritmi di marcia, le grida
dettate dall'attesa impaziente, trasponevano le masse in una condizione di fremente
inquietudine, Hitler se ne stava in una stanza d'albergo o in una sede del partito,
nervoso, bevendo in continuit acqua minerale, a brevi intervalli informandosi sullo
stato d'animo della folla adunata. Non di rado, impartiva disposizioni dell'ultimo
minuto, faceva intervenire al momento opportuno altri oratori in veste di
interlocutori, e soltanto quando la temperatura delle masse minacciava di scemare,

quando l'impazienza e l'aspettativa, artificiosamente provocate, erano sul punto di


cedere, egli faceva la propria comparsa.
Badava allora ad avanzare lentamente, anche con quest'espediente aumentando
la tensione, e di regola entrava nelle arene dall'ingresso posteriore. Nella Badenweiler
Marsch Hitler aveva la sua sigla musicale, destinata a lui esclusivamente e le cui
note, che via via s'avvicinavano, facevano tacere i bisbigli e inducevano i presenti a
balzare in piedi, col braccio teso, tra un urlio frenetico, travolti dalla duplicit di
un'esistenza insieme manipolata ed esaltata: EGLI era finalmente l! [] in prima
fila, non di rado donne; e lui invece solitario, chiuso in se stesso, distaccato da tanta
brama di stupro psichico. Hitler non voleva saperne di discorsi introduttivi o di
saluto, che avevano per unico effetto di distogliere l'attenzione dalla sua persona. Per
alcuni istanti restava immobile sul podio, scuotendo meccanicamente le mani, muto,
quasi distratto, con sguardi erratici, e tuttavia medianicamente pronto a lasciarsi
colmare e trascinare dalla forza che si esprimeva nelle grida delle masse.
Le prime parole che pronunciava cadevano, sommesse, quasi andassero
tentoni, nel silenzio di morte, non di rado precedute da una pausa di raccoglimento
che durava minuti, fino a toccare i limiti dell'insopportabile. L'esordio era di solito
monotono, triviale, per lo pi riferito alla leggenda delle sue origini: "Quando, nel
1918, da anonimo combattente del fronte qual ero". Con tale inizio formulistico,
Hitler non soltanto prolungava la tensione dentro il discorso stesso: esso, pi ancora,
gli serviva a saggiare l'atmosfera, a mettersi in sintonia con essa. Un grido isolato che
si levasse dalla folla bastava allora a dare ipso facto il via alla sua ispirazione, a
provocare una risposta, una puntualizzazione, finch non scoppiava il primo
applauso, ansiosamente atteso, quello che istituiva il contatto, che lo trasponeva in
uno stato di esaltazione; e, "dopo circa una quindicina di minuti, interveniva", per
dirla con un osservatore dell'epoca, "ci che pu esprimersi soltanto col ricorso a
un'immagine primordiale: lo spirito penetra in lui". Con bruschi, esplosivi scatti, la
voce di Hitler, che aveva intanto acquistato inflessioni metalliche, saliva
irresistibilmente di tono, e Hitler scagliava addirittura le parole fuori di s, e non di
rado nel furor dell'evocazione, si portava i pugni serrati al volto contratto e chiudeva
gli occhi, abbandonandosi alle esaltazioni della sua rimossa sessualit."58
E' nella successiva immagine che cogliamo un punto importante del rapporto
tra Hitler e il suo Volk:

"Quale un salvatore, Hitler calava sopra le masse umane brulicanti che per ore
ed ore restavano in paziente attesa riscattandole dalla loro abiezione e disperazione e
trasponendole in quella che egli stesso definiva "isteria motrice".59
Secondo lo studioso Istvn Bib, che ha dedicato un saggio all'argomento,
questa isteria era ben presente nel carattere collettivo tedesco fin dagli anni del primo
dopoguerra. E' indubbio che nella seguente descrizione dell'isteria politica collettiva
si possano cogliere molti degli argomenti dominanti in Germania per il periodo che
precedette l'ascesa del nazionalsocialismo.
"Appare gi pi corretto considerare di carattere isterico quelle condizioni di
paura duratura [] che compaiono a seguito di grandi sconvolgimenti storici subiti
dalle comunit (per esempio dopo il crollo di autorit politiche, dopo rivoluzioni,
domini stranieri, sconfitte belliche e che normalmente si manifestano nel continuo
timore di congiure, rivoluzioni, aggressioni, coalizioni e nella persecuzione accanita
di avversari politici reali o ritenuti tali. La vera, grande isteria collettiva tuttavia
quella che dell'isteria presenta simultaneamente tutti i sintomi caratteristici:
l'allontanarsi della comunit dalla realt effettiva, l'incapacit di risolvere i problemi
posti dalla vita, l'insicurezza o la sopravvalutazione di se stessa, le reazioni
irrealistiche e sproporzionate verso gli influssi del mondo circostante"60.
Hitler non utilizz alcuna magia o arte da stregone per soggiogare il popolo.
Semplicemente si offr come la panacea di tutti i mali, riuscendo a catalizzare
l'angoscia generale nel grande rito della fascinazione.
2.5. Auto ed etero distruttivit.
A conclusione della nostra analisi sui tratti di personalit di Adolf Hitler
prenderemo in considerazione la distruttivit auto ed etero diretta che sempre pervase
la sua esistenza.
All'indomani della presa di potere, nel 1933, in un discorso pronunciato ad una
riunione della NSDAP, dichiarava:
"Le misure da me intraprese non verranno certo ostacolate da scrupoli giuridici
di qualsiasi tipo. La mie misure non verranno ostacolate da nessun intervento
burocratico. Io mi trovo qui a dover esercitare la mia giustizia, io qui devo solo
distruggere e togliere di mezzo, e basta!"61

Undici anni dopo, nell'autunno del 1944: "quando gli eserciti alleati andavano
avvicinandosi ai confini tedeschi, aveva ordinato che anche nel territorio del Reich si
applicasse il metodo della "terra bruciata", in modo che il nemico si trovasse di fronte
un deserto. Tuttavia, ci che, in un primo momento, era parso giustificato sotto il
profilo operativo, ben presto sfoci in una mania di distruzione per cos dire astratta,
avulsa da ogni finalit. Non soltanto gli impianti industriali e i depositi, bens tutte le
attrezzature necessarie alla vita civile dovevano essere rase al suolo: magazzini di
viveri e sistemi di fognatura, stazioni radio, linee telegrafiche e telefoniche, centrali,
antenne radio, riserve di pezzi di ricambio, archivi anagrafici e municipali, persino i
depositi blindati delle banche, persino i monumenti artistici che fossero sopravvissuti
ai bombardamenti aerei: monumenti storici, castelli, chiese, teatri. Il vandalismo di
Hitler, sempre sopravvissuto sotto il sottile strato di civilt e di cultura, la sindrome
barbarica, venne alla luce senza alcun mascheramento".62
Un'altra immagine del furore hitleriano ci fornita da Hugh Trevor-Roper nel
suo volume sugli ultimi giorni del dittatore:
"La sua terribile sete di sangue non si placava mai e anzi, come la sua sete di
distruzione, sembrava aumentare [] Nei suoi ultimi giorni, i giorni di Radio Lupo
Mannaro e della strategia suicida, Hitler appare come un dio cannibale, tripudiante tra
le rovine dei templi. I suoi ultimi ordini furono quasi tutti ordini di esecuzioni: i
prigionieri dovevano essere scannati, il suo vecchio chirurgo doveva essere
assassinato, suo cognato fu giustiziato, e tutti i traditori, senza ulteriore
specificazione, dovevano morire. Come un eroe antico, Hitler voleva scendere nella
tomba con una scorta di sacrifici umani e la cremazione stessa del suo corpo, che non
aveva mai cessato di essere il centro e il totem dello stato nazista, fu la logica e
simbolica conclusione della Rivoluzione di Distruzione"63.
Come ha osservato Erich Fromm, "il caso di Hitler caratterizzato dalla
sproporzione fra la distruzione che egli ordin e le ragioni realistiche che lo
ispirarono."64
Fromm spiega la distruttivit di Hitler con l'individuazione del carattere
necrofilo attraverso l'analisi psicoanalitica dei suoi atti. La sua conclusione che egli
odiava assieme agli ebrei gli stessi tedeschi, tutta l'umanit e la vita stessa senz'altro
corrispondente alla realt.
Nella costruzione della personalit di Hitler un ruolo preponderante l'ebbe la
fascinazione per la morte.

Hitler era affascinato dalla morte in un modo che difficilmente si pu


riscontrare in altre figure storiche, pur altrettanto feroci e distruttive. Egli era
totalmente posseduto dalla passione per la morte ed i suoi simboli; dalla sua
ossessione per la morte per malattia e la corruzione della materia simboleggiata dalla
sifilide e dal cancro, fino alla sua particolarissima visione dell'amore, possibile solo
nel principio tristaniano dell'unione nella morte degli amanti. La totale sproporzione
tra Eros e Thanatos nella sua psiche, a tutto vantaggio di Thanatos, ne fece un uomo
sospeso idealmente tra la vita e la morte, un sonnambulo, come egli stesso amava
definirsi. Un uomo che aveva catalizzato lo stato di lutto permanente e non elaborato
del dopoguerra tedesco e che estraeva dai simboli di morte tutto il loro potenziale
evocativo facendoli vorticare sulla folla, simboleggiati dalla svastica incendiata.
Un regime creato a sua immagine e somiglianza non poteva che assorbire
fatalmente la sua pulsione di morte e riversarla sul popolo tedesco, mascherandola
abilmente da riscossa nazionale. Non a caso le cerimonie pi solenni erano quelle
dedicate alla memoria dei caduti, con le bandiere grondanti sangue, alla luce delle
fiaccole, al suono delle marce funebri nel buio della sera. Tutte le manifestazioni
esteriori del nazismo possono essere viste come la celebrazione di un culto di morte,
il cui sacerdote massimo era Adolf Hitler e le cui vittime sacrificali andavano verso
l'altare inconsapevoli di ci che le attendeva, mostrando addirittura entusiasmo. Il
nazismo metteva in scena una morte simbolica, teatrale, catartica e nello stesso tempo
celebrava la morte vera nei tribunali, nei lager e sui campi di battaglia. Il risultato
che in Germania per dodici anni non si visse una vera vita ma l'equivalente di una
continua prova generale della grande catastrofe. Non ci fu mai probabilmente altro
regime nella storia che passasse tanto tempo a pensare a come organizzare
burocraticamente e con pedanteria l'uccisione dei suoi cittadini, a come toglier loro la
vita lentamente, attraverso la persecuzione prima e l'annientamento fisico poi.
Difficile dire se i tedeschi comuni si rendessero conto di essere precipitati nel
regno della morte. Fromm si chiede come sia stato possibile che "la Germania e il
mondo non abbiano visto il grande distruttore dietro la maschera del costruttore".65 E
si chiede anche come potesse conciliarsi in Hitler l'amore per l'architettura, se non nel
desiderare di costruire per poi distruggere con maggiore gusto.
Di fronte a tanta spavalderia riguardo all'annientamento dell'essere umano
appare inoltre paradossale lo sforzo massimo per nascondere, negare e secretare i

progetti di eutanasia e di sterminio, fino al delirio della distruzione della distruzione,


lo smantellamento finale dei lager e le marce della morte.
E' questo forse il massimo enigma dello stato nazista e la sua maggiore
perversione. Rendere cos palese ed evidente la morte per infondere poi il dubbio che
nulla accaduto, che milioni di persone sono svanite nel nulla, che si sapeva o forse
non si sapeva, si vedeva ma non si capiva. Ai tedeschi fu fatto credere che fosse
necessaria una grande ricostruzione nazionale attraverso il sangue. In realt il fine
ultimo del nazismo era solo la Distruzione, demone personale del suo capo unico ed
indiscusso.

Capitolo III.
LA SENSIBILIZZAZIONE DEL POPOLO TEDESCO ALLA FASCINAZIONE
NAZISTA. CONSEGUENZE PATOLOGICHE.

Adolf Hitler divenne cancelliere nel gennaio del 1933. Per la fine dello stesso anno,
grazie alla Machtergreifung (conquista del potere), insieme di leggi e provvedimenti
intesi a consolidare e rendere definitivo il potere nazista ed alla Gleichschaltung
(livellamento), processo di nazificazione dello Stato e di tutte le organizzazioni, dalle
bocciofile alle associazioni culturali, Hitler diede un colpo di maglio alle difese
democratiche tedesche, agendo sia sul piano politico che su quello privato del popolo.
Per realizzare il suo progetto totalitario il partito nazionalsocialista, emanazione del
pensiero negativo di Hitler, doveva obbligatoriamente insinuarsi in ogni cellula della
societ, sferrando attacchi al sistema della Giustizia, al mondo della medicina ed a
quello accademico in generale, fino allo stravolgimento totale delle leggi e delle
semplici regole di convivenza civile.
Le qualit oratorie di Hitler, la sua presenza scenica e la sua capacit di
catalizzare le pulsioni del popolo per poi riproiettarle su di esso in termini di
suggestione furono necessarie ma non sufficienti ad eclissare totalmente la ragione in
Germania per dodici anni. Questi fattori personali poterono agire grazie all'allora
endemica sensibilizzazione alla fascinazione del popolo tedesco, fomentata dalla crisi
economica e dallo stato d'angoscia del primo dopoguerra.
L'impatto del nazismo su questo terreno fertile ebbe come conseguenza uno
scatenamento senza precedenti dell'aggressione.
Tra i primi conseguimenti del regime vi fu la disintegrazione del principio
dell'habeas corpus, come presupposto fondamentale della successiva politica di
repressione e per l'attecchimento ad ogni livello dell'ideologia razzista e genocida.
Eliminato questo caposaldo, tutto sarebbe divenuto possibile ed accettabile, in nome
del grande Reich millenario promesso.
La facilit con la quale l'obiettivo fu raggiunto pone ancora oggi interrogativi
sulla fragilit dei sistemi democratici di fronte all'attacco di ideologie anti-umane
come quella nazista.
3.1. Lo stato di lutto permanente tra guerra e inflazione.
La grande crisi che attanagli con poche interruzioni la Germania nel periodo
dal 1919 al 1933, fu la conseguenza di fattori politici, economici, sociali e psicologici
che si sommarono in una miscela esplosiva fino all'avvento del nazionalsocialismo.

La sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale e il trattato di


Versailles avevano risvegliato bruscamente ed esacerbato quell'orgoglio nazionale
che pareva essere stato assopito durante il periodo della grande modernizzazione ed
industrializzazione successive al 1871. Improvvisamente riemerse nel mondo
culturale, e in ideologi come Oswald Spengler, il conflitto tra Kultur tedesca e
Zivilisation occidentale, a favore della prima come espressione della peculiare
coscienza della Gemeinschaft germanica. 66 Solo il popolo tedesco riportato alle sue
origini pi autentiche era apportatore di cultura. Lo straniero poteva solo imitare
senza raggiungerla la grandezza tedesca.
Queste concezioni, in politica, avevano il corrispettivo nella sfiducia nel
sistema parlamentare liberale e democratico, visto come una contaminazione aliena.
La destra, che andava sempre pi estremizzandosi, invocava il ritorno ad una vera
comunit di popolo legato alla terra e incitava alla vendetta contro i "traditori" della
patria, comunisti ed ebrei. La sinistra, divisa e incapace di far fronte alle minacce di
una destra demagogica e irrazionale, ripeteva i suoi slogan internazionalisti che non
facevano presa su coloro che erano sempre pi attratti dal nazionalismo. La
Repubblica di Weimar fu un coraggioso tentativo di modernizzazione politica in
senso democratico ma non fu mai veramente capita e soprattutto accettata dai
tedeschi dell'epoca. Faceva pi scalpore la libert sessuale nelle grandi citt come
Berlino, vista come capitale della degenerazione morale, che la farneticazione
veramente pornografica sulla razza ariana e la sua superiorit.
Dal punto di vista economico, le conseguenze del trattato di Versailles,
secondo il quale la nazione sconfitta avrebbe dovuto pagare una cifra di
centotrentadue miliardi di marchi come risarcimento alle potenze vincitrici portarono,
come noto, ad una gravissima inflazione ed alla crisi economica, che contribuirono
ad alimentare l'insofferenza verso la Repubblica. Nonostante una breve ripresa negli
anni '20, l'economia tedesca collass nuovamente a causa delle ripercussioni della
grande depressione successiva al "venerd nero" (il 25 ottobre 1929) della Borsa di
Wall Street ed all'applicazione di politiche economiche pro-cicliche che produssero
un avvitamento della recessione.67
Nella vita sociale, il periodo inflazionistico e la depressione economica, "si
ripercossero immediatamente su tutti quelli che vivevano allora in Germania, sul loro
stato d'animo, sulla loro visione del futuro, sul problema quotidiano di riuscir a
mangiare a sufficienza, di poter pagare la pigione, di avere la possibilit di comperare

il carbone per riscaldare la casa. La guerra era stata combattuta in luoghi lontani e
soltanto gli uomini validi delle classi mobilitate avevano vissuto il Fronterlebnis,
l'esperienza del fronte. L'Inflationserlebnis, invece, fu un'esperienza alla quale
nessuno si sottrasse; consent a pochi astuti profittatori di arricchirsi di colpo, elarg
un modesto benessere a un esiguo settore della popolazione, cio a quelli che ebbero
la possibilit di comperare terre o altri beni immobili non soggetti al deprezzamento.
Ma per uno che vi guadagnava, centinaia d'altri andavano in rovina; il ceto medio, i
pensionati e le classi lavoratrici dovettero subire le conseguenze del precipitoso
declino nel valore reale degli introiti. In un certo senso la depressione ebbe un effetto
livellatore, vero, ma verso il basso; fu l'uguaglianza nella miseria".68
La sconfitta, la povert reale o fantasticata, furono vissuti come eventi
traumatici da un popolo tedesco ancora giovane nella sua costituzione di nazione e
dipendente psicologicamente dal peso del passato, che veniva sempre pi rievocato e
idealizzato per compensare la miseria del presente e difendersi dall'angoscia del
futuro. Come afferma Fest, "l'angoscia e il disgusto culturale per la realt si univano a
romantiche nostalgie per un ordine arcadico ormai defunto."69
Possiamo ricordare qui la nozione di Binswanger (Melanconia e mania, 1960)
di "equilibrio antropologico", dove "ogni espressione umana equilibrata quando
nessuna delle tre dimensioni della temporalit che ne caratterizzano l'esistere (il
passato come retentio, il presente come presentatio e il futuro come protentio) prevale
sulle altre. L'inesistenza di un tale equilibrio allontana (aliena) l'uomo da una o pi
parti di s anche quando questa mancanza di equilibrio fondata logicamente".70
Ci esemplificato dall'esperienza del lutto. Hanno scritto Laplanche e
Pontalis: " Freud ha mostrato tutta la gamma che esiste tra il lutto normale, i lutti
patologici (il soggetto si ritiene colpevole della morte sopravvenuta, la nega, si sente
influenzato o dominato dal defunto, si crede colpito dalla stessa malattia che ha
provocato la morte della persona cara, ecc.) e la melanconia. [] Nel lutto patologico
il conflitto ambivalenziale passa in primo piano; con la melanconia si entra in una
fase ulteriore: l'Io si identifica con l'oggetto perduto. Dopo Freud gli psicoanalisti
hanno cercato di spiegare il fenomeno del lutto normale a partire dalle sue forme
patologiche, non solo quella depressiva e melanconica, ma anche quella maniacale,
insistendo in particolare sul ruolo dell'ambivalenza e sulla funzione dell'aggressivit
verso la morte, in quanto tale aggressivit faciliterebbe il distacco dalla morte".71

Le situazioni traumatiche vissute in Germania nel primo dopoguerra erano


legate al sentimento di perdita o alla sua minaccia ed al lutto conseguente. Esse
assunsero dimensioni collettive ed accomunarono idealmente i tedeschi preparandoli
alla suggestione totalizzante dell'ideologia hitleriana. Non vi fu tempo sufficiente per
elaborare un lutto che andava sommandosi all'altro e la soglia della suggestionabilit
si abbass pericolosamente.
La maniacalit cercava disperatamente i colpevoli del disastro. Gli antisemiti
storici riproposero all'opinione pubblica il capro espiatorio ebraico ottenendo nuovi
consensi. L'ebreo incarnava allo stesso tempo il profittatore capitalista e l'agitatore di
folle bolscevico, la destra e la sinistra, il bianco e il nero.
La depressione e l'apatia erano alimentate anche dall'inattivit da
disoccupazione. In mancanza di lavoro gli uomini sperimentavano una coazione a
ripetere il Fronterlebnis, visto come esperienza irripetibile ed eroica facente parte del
passato idealizzato. Fu il periodo dei Freikorps, dei corpi paramilitari che
sfoggiavano divise e bandiere. Per le strade si respirava una nostalgia della guerra
agita che sarebbe difficilmente immaginabile in condizioni normali. Gli scontri tra le
opposte fazioni politiche si susseguivano con sempre maggiore violenza. La reazione
aggressiva all'angoscia era gi tangibile.
Riassumendo, abbiamo visto come l'esperienza di guerra e l'esperienza
dell'inflazione e depressione postbelliche contribuirono ad alimentare in Germania
l'angoscia e quello stato di lutto generalizzato e permanente che potremmo
considerare tra i possibili fattori scatenanti la sensibilizzazione del popolo tedesco
alla fascinazione nazista
Vi tuttavia un altro evento nella storia mondiale di quel periodo che quasi
dimenticato ma che, per la sua gravit, potrebbe aver influito, nel caso della
Germania e assieme agli altri fattori, sulla genesi dell'angoscia collettiva.
Un'esperienza di malattia che colp le famiglie nel loro nucleo, facendole ripiombare
nella paura medioevale della peste e del contagio. Ci riferiamo alla pandemia del
1918-19 che ricordata come "la spagnola" ed alle sue sequele neurologiche.
Essa ci fornisce lo spunto per alcune considerazioni sull'esperienza di malattia
a livello collettivo e sulle sue interazioni con l'esperienza di fascinazione.

3.2. L'esperienza di malattia. "La pi grande pandemia degli ultimi sei secoli".72
Nella prefazione del volume di Ruffi e Sournia (1984) Le epidemie nella
storia, Anna Foa descrive il rinnovato interesse della storiografia riguardo
all'universo della malattia: "Il trauma delle epidemie pu essere utilizzato come la
cartina di tornasole che mette in luce comportamenti, sentimenti, immaginari del
prima e del dopo, e l'epidemia davvero uno di quei momenti particolari di
destrutturazione di universi complessi di realt sociali e simboliche che permettono, a
chi ne affronta la decodificazione, sondaggi preziosi su aspetti altrimenti
inafferrabili".73
La pandemia, che colpisce il mondo intero e sembra non fare distinzione di
sesso, nazionalit o religione assume nell'immaginario collettivo un significato
ancora pi intenso e terrorizzante. Come l'epidemia pu colpire chiunque utilizzando
il contagio, ma la sua ubiquit porta il conto delle vittime a cifre incommensurabili.
Tuttavia, sull'ultima grande pandemia, l'influenza "spagnola", che caus in
questo secolo circa venti milioni di morti, pi di quelli della Prima Guerra mondiale,
alla quale si sovrappose, sceso da allora un inspiegabile oblio.
Ha scritto Giorgio Cosmacini: "I viventi oggigiorno, tra quanti avevano allora
vent'anni, sono pochi. Ma la scomparsa della spagnola dalla memoria storica stata
ben pi generalizzata e rapida del fisiologico rarefarsi e illanguidirsi delle
reminiscenze superstiti. Una rimozione dalla coscienza, una regressione
nell'inconscio? [] Pochi anni dopo i suoi funesti accadimenti, essa era gi lettera
morta, dimenticata".74
La storia di questa pandemia, che ebbe il suo culmine tra l'ottobre 1918 e il
gennaio 1919 e che annovera tra le sue vittime nomi illustri della cultura del
Novecento come l'architetto della Secessione viennese Otto Wagner, i pittori Egon
Schiele e Gustav Klimt e il sociologo Max Weber, si sovrappone a quella
dell'epidemia di encefalite letargica descritta da Sacks (1973).
Scrive il neurologo americano:
"Durante l'inverno del 1916-17, comparve all'improvviso, a Vienna e in altre citt,
una malattia "nuova" che nei successivi tre anni dilag rapidamente in tutto il mondo.
Le sue manifestazioni erano cos svariate che non si trovavano due pazienti che
presentassero esattamente lo stesso quadro clinico, ed erano cos strane da indurre i
sanitari a formulare diagnosi disparate. [] Sembr, da principio, di assistere allo

scatenamento improvviso di mille nuove malattie, e fu soltanto grazie al profondo


acume clinico di Constantin von Economo [] che fu stabilita l'identit di questa
proteiforme malattia. Vi erano gi stati innumerevoli casi e piccole epidemie nella
bimillenaria storia del morbo. [] Ma non vi era mai stata una pandemia globale
paragonabile a quella che ebbe inizio nel 1916-17. Durante i dieci anni in cui
impervers, essa tolse o devast la vita a quasi cinque milioni di persone, per poi
scomparire, altrettanto misteriosamente e improvvisamente come era arrivata, nel
1927.75 Vi furono alcune coincidenze e sovrapposizioni della grande pandemia di
encefalite con la pandemia globale di influenza. [] E' probabile, ma non certo, che
influenza ed encefalite fossero il prodotto di due diversi virus, ma sembra possibile, e
perfino probabile, che l'epidemia influenzale abbia aperto la strada all'epidemia
encefalitica e che il virus dell'influenza abbia potenziato gli effetti di quello
dell'encefalite, o abbia diminuito la resistenza ad esso in modo catastrofico. E' un
fatto che fra l'ottobre del 1918 e il gennaio del 1919, quando met della popolazione
mondiale fu colpita dall'influenza o dalle sue sequele, l'encefalite si manifest nella
sua forma pi virulenta".76
Come per la spagnola, cos per l'encefalite letargica vi una diffusa amnesia
storica. Forse ancor di pi per l'ultima, che colpendo il cervello, la mente e il
controllo di s rimanda alla paura della follia ed alla sua vergogna.
Se i malati pi gravi morivano dopo essere sprofondati in un sonno comatoso o
in uno stato di insonnia ribelle, chi sopravviveva era condannato ad un'esistenza
spezzata e probabilmente terrorizzante per i familiari.
"Erano coscienti e consapevoli, e tuttavia non erano completamente svegli;
passavano le giornate seduti, immobili e silenziosi, totalmente privi di energia, di
slancio, iniziativa, motivazioni, appetiti, affetti o desideri; percepivano ci che
accadeva attorno a loro senza un'attenzione attiva, ma anzi con profonda indifferenza.
Non ispiravano n provavano vitalit alcuna; erano privi di sostanza some fantasmi e
passivi come zombie: von Economo li paragonava a vulcani spenti. [] Erano
ontologicamente morti, o "sospesi" o "addormentati", in attesa di un risveglio che
giunse (per la piccola frazione di sopravvissuti) cinquant'anni dopo.77
Molti dei pazienti descritti sopra mostravano spesso, anche anni dopo la fase
acuta della malattia, sintomi parkinsoniani. L'acinesia era cos grave a volte che chi
ne era colpito diventava come una statua vivente.

Particolarmente interessante la descrizione che Sacks fa dei sintomi catatonici di


alcuni sopravvissuti, sintomi considerati erroneamente all'inizio legati alla sindrome
schizofrenica.
" I pazienti postencefalitici, quando sono in grado di parlare [] possono darci
descrizioni eccezionalmente particolareggiate e accurate di quegli stati catatonici di
"trance", di "fascinazione", di "blocco", di "negativismo", ecc., che i pazienti
schizofrenici di solito non possono o non vogliono descrivere, o di cui parlano solo
in termini distorti, magici, "schizofrenici".78
Accanto ai sintomi
negativi di acquiescenza e obbedienza potevano
comparire disturbi esattamente opposti in altri malati; un impedimento all'azione che
spesso sfociava in movimenti violenti, tic ed altri parossismi. Oltre ai sintomi
neurologici, le sequele dell'encefalite comprendevano sintomi nevrotici e psicotici di
vario tipo, erotomanie, accresciuta suggestionabilit, scoppi d'ira, furori e accessi
distruttivi. Nei bambini si osservava in particolar modo la comparsa di bruschi
cambiamenti di carattere che li rendevano violenti, ribelli ed incontrollabili.
Se il quadro neurologico era devastato dalla malattia non altrettanto lo erano le
facolt superiori di pensiero, che potevano raggiungere in alcuni casi stati di
brillantezza e profondit inattese. Questi malati riuscivano quasi sempre a ricordare,
confrontare, analizzare, testimoniare e ci aggiunge maggiore drammaticit al loro
destino. Furono per gran parte dimenticati in ospedali e appositi cronicari e vi
morirono a centinaia di migliaia.79
L'encefalite letargica ed i suoi sopravvissuti, nonostante la repentina rimozione
collettiva del loro ricordo, sollevarono l'interesse del mondo culturale degli anni '20,
in modo palese o agendo come suggestione inconscia. Tra gli scrittori che furono
apertamente affascinati da "una malattia dotata di un potenziale dionisiaco [] e
capace - se pur ambiguamente di spingere l'attivit cerebrale a vette di pi intensa
lucidit e creativit"80 possono essere annoverati il poeta W. H. Auden e Thomas
Mann.
E' interessante domandarsi se l'arte espressionista, soprattutto il cinema, pieno
in quegli anni di riferimenti al "sonnambulo" (Il Gabinetto del Dottor Caligari, di
Wiene 1919), al "non-morto" (Nosferatu il vampiro, di Murnau 1922), all'automa
(Metropolis, di Lang 1927), non abbia risentito dell'influsso dell'esperienza della
malattia pandemica, diffusa ovviamente anche in Germania. La scuola della Bauhaus,
fondata da Walter Gropius nel 1919, ci ha lasciato tra l'altro spettacoli e balletti dove

gli artisti dovevano muoversi con le movenze a scatti (parkinsoniane?) delle


marionette.
La visione deformata della realt di fronte all'angoscia del presente una
caratteristica di quella corrente che Hitler avrebbe bollato come "arte degenerata" e
che trov proprio nel mondo tedesco massima espressione. E' solo una coincidenza o
quell'insistere sul sonnambulismo, sulla apatia pu essere considerato un modo per
esorcizzare il pensiero dei tanti che erano caduti nel sonno e nella catatonia? Il tema
della suggestione, ottenuta con mezzi truffaldini, e della manipolazione della volont
attraverso l'ipnosi il filo conduttore di un film come Il Dottor Mabuse di Lang
(1922), che il critico Siegfried Kracauer considera una premonizione di Hitler e del
suo sistema politico criminale.81 L'arte, la letteratura e il cinema di quegli anni,
particolarmente in Germania, insistono sul tema di un'angoscia che deriva non solo
dalla crisi economica e dalle conseguenze della guerra ma sembra celare la paura
della perdita del proprio Io, dello sprofondare nella follia e nell'impotenza.
La visione di quei vulcani spenti, di quei morti viventi che erano apparsi
improvvisamente nella realt della vita quotidiana sarebbe stata cancellata
definitivamente se fosse stata ritrovata la speranza nel futuro. Negli anni '30, con la
grande fascinazione collettiva nazista l'illusione raggiunse il suo apice. Il popolo
tedesco si ritrov, popolo di sonnambuli, a seguire l'incantatore Hitler nelle sue
imprese criminali e nella celebrazione dei suoi rituali.
Se i sopravvissuti della grande pandemia erano motivo di angoscia in relazione
alla paura e alla vergogna della follia, i suoi morti possono aver contribuito
enormemente ad accrescere lo stato di lutto permanente, che in Germania era gi
alimentato dalla sconfitta e dalle privazioni.
L'esperienza della malattia, spesso trasmessa dai reduci dal fronte e propagata
alle donne e ai bambini, portava la morte e la sua inesplicabilit nelle case e colpiva
gli affetti pi cari. La gioia del ritorno a casa del padre poteva essere spenta
repentinamente dall'ammalarsi della moglie e dei figli e magari dalla loro morte. Non
poteva essere accettata una tale intrusione della morte nel nucleo familiare, senza
sapere come essa fosse venuta. Le dimensioni dell'epidemia rendevano necessarie
misure eccezionali come le fosse comuni e il divieto dei funerali. Immagini atroci di
un passato di pestilenza che si credeva finito per sempre.
Come scriveva Freud nel 1915, "Abbiamo mostrato una chiara tendenza a
metter da parte la morte, ad eliminarla dalla vita. Abbiamo cercato di soffocarne la

voce; anzi, abbiamo perfino un modo di dire a tal riguardo: pensare a qualcosa come
alla morte. [] A completare questa posizione convenzionale nei confronti della
morte, propria del nostro stato di civilt, interviene, infine, il crollo totale che noi tutti
subiamo allorch la morte colpisce una delle persone che ci sono maggiormente
vicine: un genitore o un coniuge, un fratello, un figlio o un caro amico. Con lui
seppelliamo le nostre speranze, le nostre aspirazioni, le nostre gioie, e non troviamo
consolazione e ci rifiutiamo di sostituirlo in noi. Insomma, ci comportiamo come gli
Asra che seguono nella morte le persone che amano".82
L'imprevedibilit della malattia e l'impossibilit di sapere chi poteva essere
contagiato evocava le antiche paure di contagio e gli spettri degli untori. Ogni
pestilenza, come segno della punizione divina, aveva fomentato in passato l'odio
contro le minoranze, considerate colpevoli dell'ira della divinit. La purificazione
necessitava, ora come allora, del sacrificio rituale, dell'olocausto.
La morte rimase per lungo tempo nelle case tedesche. Il trauma sommatorio
della guerra, della miseria e della malattia, lungi dall'essere superato in un ideale
positivo e costruttivo, come negli Stati Uniti del New Deal rooseveltiano, unito al
tradizionale senso di colpa tedesco, si cristallizz in una abitudine, in un
allacciamento alla morte, che divenne quasi ossessione. Un'intossicazione affettiva
del popolo che si sarebbe gettato nelle braccia del fascinatore e si sarebbe nutrito
avidamente del latte avvelenato della illusione nazista.
Hitler, affascinato da Thanatos, e pur sempre figlio del suo tempo, trasmise la
sua malattia al popolo tedesco perch trov difese immunitarie indebolite. Oltre a
trascinare una nazione in una guerra che era la coazione a ripetere di vecchi traumi,
allo stesso tempo istitu un regno nel quale l'unica risposta all'angoscia era la forma di
aggressione pi letale, l'aggressione difensiva. L'aggressione attuata da chi crede di
non aver pi niente da perdere.
3.3. Lo scatenamento dell'aggressione.
Con le sue parate, le manifestazioni pubbliche ed i rituali, il nazismo rinnovava
la sua fascinazione sul Volk. Chi partecipava ad essi si ritrovava in un hic et nunc
dove era confermato empiricamente il credo cinico di Gustave Le Bon sulla

psicologia delle folle, "evolutivamente inferiori come le donne, i selvaggi e i


bambini".83
Nel periodo dei primi comizi, tenuti da Hitler non a caso in arene circensi,
quando le fiaccole erano spente, le luci smorzate e ognuno tornava alle proprie case,
poteva accadere che qualcuno tornasse all'indifferenza di sempre; che qualcun altro
reagisse alla propaganda controargomentandola e rifiutandola. Altri ancora uscivano
trasformati e convinti, fulminati sulla via di Damasco dalla rivelazione hitleriana. La
folla impersonale poteva ancora scomporsi nel personale. Con l'avvento al potere la
macchina propagandistica entr nelle case con la radio e si vece verbo. Gli spazi per
sfuggire la suggestione si restrinsero sempre pi mentre aumentava a dismisura
l'occasione di sperimentarla.
Il nazismo si present fin dall'inizio come aggressore e gioc la carta della
paura per imporsi. Le violenze squadristiche delle SA sugli avversari politici
terrorizzavano la popolazione e provocavano indignazione, ma bastava che Hitler
comparisse sul palco o parlasse alla radio per far dimenticare tutto, e avvincere nella
fede nel Fhrer salvifico la stessa popolazione. Veniva a crearsi cos una situazione
ambigua, nella quale andavano sfumandosi i confini tra percezione dell'aggressione e
sua negazione.
Ogni volta che il sistema nazista doveva fare un passo avanti verso la
realizzazione del suo piano distruttivo era certo che un'apparizione del Fhrer al
momento giusto non avrebbe fatto percepire l'avvenuta aggressione. Le SA erano
troppo violente e non piacevano al popolo? Il Fhrer premuroso le toglieva dalla
circolazione, istituendo al contempo un ancor peggiore strumento di repressione, le
SS.
Se si volevano piegare le ultime resistenze al consenso era necessario che la
paura e la minaccia della morte fossero sempre presenti come spauracchi ma che al
contempo il regime fosse percepito come riparo da ogni male. Sotto la sua ala
protettiva si otteneva l'assicurazione che chi era stato picchiato, sbattuto in carcere e
vilipeso non aveva pi niente da temere. Altri, i veri "nemici", avrebbero da questo
momento sopportato il peso della persecuzione. Solo cos si sarebbero potuti ottenere
complici preziosi e collaborativi. Solo in questo modo si sarebbe stanata la
percentuale di sadici che occorreva per mandare avanti i lager. Il messaggio chiaro e
forte era che per non provare pi paura bisognava che altri la provassero, mors tua
vita mea.

La paura che faceva richiudere precipitosamente le finestre a chi sentiva i


vicini portati via nel cuore della notte, alimentava e poneva le basi per lo
scatenamento dell'aggressione.
3.4. La creazione del capro espiatorio.
In una grande rappresentazione della lotta per la sopravvivenza, provocata
artificialmente, fu fornito al popolo tedesco un mezzo formidabile per superare
l'angoscia e il senso di precariet: il capro espiatorio sul quale era adesso possibile
sfogare il proprio risentimento, l'odio e la violenza fino a quel momento repressi.
Questo antico principio del capro espiatorio era riproposto, in chiave moderna, sui
fondamenti del razzismo e dell'eugenetica, quella depravazione della genetica che
rappresent ideologicamente in molti paesi il tentativo delirante di controllare
l'evoluzione umana attraverso la selezione artificiale e di negare il caos e la casualit.
Le scoperte di Charles Darwin sull'evoluzione e la selezione sessuale ebbero la
sventura di essere ampiamente male interpretate da coloro che erano spaventati dalla
rivelazione che l'uomo imparentato con la scimmia. Dovremmo forse considerare
come, nel mondo ottocentesco, queste scoperte costituissero uno shock culturale e
che per difendersi dalla scimmia, ossia dalla sua origine animale, l'uomo del tempo
abbia subito allontanato da s questa scomoda eredit proiettandola su gruppi etnici o
sociali che, in qualche modo, egli gi considerava scimmieschi. L'uomo europeo in
particolare, facendosi scudo della sua cultura, relegava l'animalit agli "inferiori" e
andava alla ricerca di origini pure, non toccate dalla scimmia; origini mitiche e
semidivine in un rinnovato avvicinamento agli dei. Un caso particolare di
antropocentrismo che, nell'ideologia dello stato razziale nazista sarebbe sfociato nella
negazione totale dell'uomo.
Fu un processo graduale, ma inesorabilmente progressivo ed esponenziale
quello che port l'umanit ammutolita di fronte all'orrore senza fine di Auschwitz,
Bergen Belsen, Mauthausen e di centinaia di altri lager. L'universo concentrazionario
definitivo non fu realizzato in pochi giorni. Occorsero dodici anni ai nazisti per
mettere a punto il loro sistema genocida, passando per tentativi, consulenze di esperti
sul metodo pi efficace e soprattutto economico di uccidere, acquisizione di territori
atti allo scopo, ed una sedimentata abitudine all'omicidio che divenne un "lavoro"
come un altro. Dalla semplice concentrazione di prigionieri si pass alla

concentrazione e lavoro forzato, e infine alla concentrazione con lavoro forzato,


annientamento e sterminio.
Questa fu la logica dell'aggressione nazista all'Uomo. Essa fu perpetrata
sistematicamente fin dai primi giorni del regime, sub mutazioni ma fu sempre il fine
ultimo di ogni atto del vertice del Terzo Reich.
Il primo campo di concentramento fu Dachau, presso Monaco, aperto nel
marzo del 1933 per rinchiudervi a decine di migliaia gli oppositori politici e coloro
che gi si stagliavano sullo sfondo del delirio razziale come scotomi da eliminare dal
campo visivo. Evidentemente le carceri tedesche non erano sufficienti a contenere i
nemici ideologici del nuovo stato terroristico ariano.
Dapprima gli oggetti della persecuzione furono trovati nelle classiche categorie
dei "diversi": vagabondi, mendicanti, delinquenti abituali, prostitute, alcolizzati,
omosessuali furono tolti alla vista degli occhi sensibili del Volk e spediti nei campi di
concentramento assieme agli oppositori politici. Una "pulizia" che permise al regime
di offrire agli ospiti stranieri convenutivi per le Olimpiadi del 1936 l'immagine di una
Berlino idilliaca e da cartolina, dove tutto in ordine e la gente ha perfino voglia di
ballare.84 Lo sporco era stato nascosto cos bene sotto il tappeto che molti, troppi
osservatori stupirono e riportarono impressioni entusiastiche su Hitler nei loro paesi.
Tra le minoranze etniche perseguitate vi fu il popolo dei sinti e dei rom.
Tradizionalmente ai margini della societ fin dalla fine del Quattrocento, ancora nel
1926 erano stati oggetto in Baviera di una "Legge per la lotta contro zingari, senza
lavoro e vagabondi" che acconsentiva il loro internamento in centri di lavoro fino a
due anni.85 Durante il regime, a causa della loro antica origine indiana, e quindi
ariana, sollevarono inizialmente nei capi nazisti discussioni su questioni di lana
caprina come la loro effettiva non arianit. Si decise comunque, nell'incertezza, di
eliminarli. Sempre nell'ambito della "pulizia" pre-olimpica a Berlino nel 1936:
"Le autorit rastrellarono senza alcuna giustificazione legale circa seicento sinti
e rom, confinandoli in una malsana zona abbandonata di Marzahn, vicino ad una
discarica fognaria e a un cimitero [] Molti furono falciati dalle malattie, dopodich
le autorit previdenziali di Berlino tentarono senza successo di regolamentare le
condizioni anomale da loro stesse create (scaricando nel contempo i costi sulle
autorit sanitarie), chiedendo che la zona fosse dichiarata campo di concentramento.
Prassi poi seguita in numerose altre citt tedesche".86

Ritroveremo pi tardi nei pseudoesperimenti medici nei lager questa abitudine


di inoculare malattie, in special modo infettive, per poi dimostrare l'impossibilit a
curarle. Una riedizione della lotta mortale tra il virus e l'uomo e il tentativo di
quest'ultimo di dominare onnipotentemente la natura che pu distruggerlo?
Sinti e rom furono sterilizzati a migliaia come nemici della razza e nel 1937
Himmler parl apertamente di "soluzione del problema zingari". Nel 1940 Eichmann
"sugger che la questione zingari fosse risolta in simultanea con la questione ebraica,
semplicemente attaccando tre o quattro vagoni di sinti e rom ai treni che
trasportavano gli ebrei da Vienna al Governatorato generale". Dopo la deportazione
in Polonia iniziarono anche per sinti e rom le fucilazioni in massa da parte degli
Einsatzgruppen delle SS, dell'esercito e della polizia e infine, il 16 dicembre 1942, "
Himmler firm l'ordine del loro trasferimento ad Auschwitz, dando inizio anche per
loro alla "soluzione finale".87 Rinchiusi nel campo "BIIe" molti bambini furono
oggetto delle torture mascherate da esperimento del dottor Joseph Mengele, criminale
rimasto vergognosamente impunito e probabilmente morto vecchio e tranquillo nel
suo letto. Lo sterminio di sinti e rom avrebbe raggiunto alla fine la cifra complessiva
di circa 550.000 persone.
Nel frattempo, nel 1935, l'antisemitismo ossessivo di Hitler e dei suoi seguaci
aveva potuto concretizzarsi in Legge del Reich, calpestando la giustizia degli uomini.
Le leggi di Norimberga stabilivano una volta per tutte l'esistenza di due categorie al
mondo, ariani e non ariani. Gli ariani erano belli, buoni, laboriosi ed avrebbero
ereditato il mondo. I non ariani erano cattivi e tramavano alle spalle degli ariani. Gli
ariani sarebbero stati al sicuro ma per i non ariani non vi sarebbe stata speranza; era
chiaro che qualcosa di terribile e definitivo sarebbe presto capitato a loro.
Erano i non ariani coloro che era possibile odiare apertamente, e se non li si
odiava si sarebbe imparato facilmente. Il focus dell'odio e della propaganda si
concentr sul popolo ebraico, che gi in passato, a causa dell'antisemitismo religioso,
aveva incarnato il principio del capro espiatorio, quando la pestilenza o il riemergere
di leggende su ostie profanate e sacrifici umani erano stati l'innesco per lo
scatenamento cieco della violenza nei suoi confronti. Dalle nebbie ottocentesche
degli isterismi wagneriani contro i critici ebrei il nuovo antisemitismo nazista avrebbe
portato il popolo ebraico verso la notte del ventesimo secolo.

Prima ancora di avviare la Endlsung, la soluzione finale di quella che era


definita la questione ebraica, progetto realizzatosi a partire dalla conferenza di
Wannsee del 1942, e compimento ideale del progetto distruttivo nazista, era
necessario fare pratica e mettere a punto la macchina da sterminio perfetta.
Le cavie dell'esperimento furono i figli sfortunati del Reich, handicappati e
malati di mente, i dimenticati nei cronicari, adulti e bambini.
3.5. Prove generali di un genocidio: il progetto eutanasia.
Il presupposto fondamentale dello stato razziale nazista era una visione
antibiologica del mondo dominata dall'invidia della morte e dal desiderio ossessivo
del suo controllo.
La cultura dell'eutanasia, non come libera scelta dell'individuo tra cessazione
del dolore fisico e sua accettazione, ma intesa come pratica eugenetica di selezione
artificiale ed eliminazione spartana di incurabili, deformi e infelici, era molto diffusa
all'inizio del Novecento, e non solo in Germania. L'idea di sterilizzare o eliminare i
malati di mente era un comodo espediente per allontanare da s l'incubo della follia e
della diversit di pensiero.
Il regime nazista ascrisse una patente di incurabilit a chiunque non fosse in
grado di adeguarsi al sistema. Il numero delle malattie ereditarie fu arbitrariamente
aumentato a dismisura. Chi era affetto dalle cosiddette malattie congenite, quindi
senza speranza di guarigione, era un peso per la societ. Fu una sorprendente resa
senza condizioni della ricerca scientifica di fronte alle possibili soluzioni al disagio,
alla malattia e all'handicap. Ampi settori del mondo accademico e in special modo
della medicina accettarono il principio di ineluttabilit del male e misero i loro
laureati al servizio del sistema eliminatorio criminale. Come persi in un orizzonte
degli eventi che sconvolgeva la loro percezione della deontologia e dei principi
ippocratici, almeno 350 medici nazisti88 utilizzarono cavie umane per i loro inutili
esperimenti, praticarono l'eutanasia attiva e uccisero direttamente migliaia di esseri
umani e per questo furono processati a Norimberga per crimini contro l'umanit.
Come ha scritto Robert Jay Lifton sulla psicologia del genocidio: "Un modo per
venire a capo di un ambiente storico saturo di morte quello di abbracciare la morte
stessa come mezzo di cura. L'uccisione come terapia".89

Nel suo tradizionale schema di progressione verso la morte, il regime nazista,


colp da principio i malati con l'imposizione della sterilizzazione coatta, che fu
"legalizzata" il 22 giugno 1933.
"Fu stimato che tra i "malati ereditari" da sottoporre a "trattamento" (la
sterilizzazione chirurgica) ci fossero 200.000 deboli di mente, 80.000 schizofrenici,
60.000 epilettici, oltre a 4.000 ciechi e a 16.000 sordi e poi ancora 20.000 soggetti
con malformazioni gravi, 10.000 "alcolisti ereditari" e 600 affetti dalla Corea di
Huntington: in tutto 410.000 persone, ma il calcolo era ancora considerato
provvisorio. Il genetista Fritz Lenz sugger di sterilizzare anche quanti presentassero
un lieve segno di malattia mentale, pur riconoscendo che ci avrebbe comportato il
trattamento di 20 milioni di persone. Speciali tribunali sceglievano le persone da
sottoporre a intervento: vasectomia nell'uomo e legatura delle tube nella donna. Le
stime pi attendibili indicano in 200.000-350.000 gli interventi compiuti".90
Le conseguenze psicologiche sulle vittime di questo controllo della fertilit su
base autoritaria, erano particolarmente gravi per chi doveva vivere in un paese dove
era esaltata la maternit. Giovani uomini e donne furono privati per sempre del diritto
di essere genitori perch i loro figli non sarebbero stati graditi al Fhrer.
Hitler aveva dichiarato i suoi intenti eugenetici gi nel 1929, quando aveva
affermato che sarebbe stato necessario eliminare settecento-ottocentomila persone tra
le pi deboli per rinforzare la Germania, ma fu solo nell'inverno del 1938-39 che egli
trov il pretesto per scatenare la sua furia omicida nei confronti delle "vite indegne di
essere vissute".
Una richiesta di eutanasia pervenne alla Cancelleria, da parte di una famiglia
nella quale era nato un bambino gravemente deforme. Si richiedeva l'autorizzazione a
sopprimere la creatura e Hitler acconsent, raccomandando ai dirigenti sanitari di
risolvere allo stesso modo casi simili, secondo il principio della Gnadentod (morte
pietosa). Fu il primo di tanti "ordini non scritti" tesi ad avviare il genocidio.
Si cominci con i bambini. Medici e levatrici erano obbligati a segnalare
all'autorit la nascita di neonati affetti da malformazioni e deficit psichici, che
venivano inviati in speciali "cliniche pediatriche" dove venivano lasciati morire di
fame o soppressi con iniezioni letali. Nella prima fase del programma morirono cos
almeno 5200 tra neonati e adolescenti.91
Nell'ottobre del 1939 si pass agli adulti. Il decreto fu retrodatato al 1
settembre per accampare l'alibi dello stato di guerra. Appositi questionari furono

inviati negli ospedali e nei manicomi per schedare le migliaia di pazienti in lista per
l'eutanasia, scelti in base a criteri clinici e razziali.
Una squadra di medici e psichiatri coordinarono quello che in codice era
chiamato "progetto T4", dall'indirizzo (Tiergartenstrasse 4) della sua sede berlinese.92
Dopo il trasferimento nei centri approntati, i pazienti erano eliminati
utilizzando varie tecniche che dovevano selezionare il modo pi efficace ma non
necessariamente meno doloroso di dare la morte: iniezioni letali o gassazione a
mezzo di monossido di carbonio. Il gas fu impiegato dapprima utilizzando gli scarichi
di normali furgoni modificati allo scopo, ma presto si pass alle camere a gas. Fu
nell'ambito del progetto eutanasia che fu ideato lo strumento simbolo dell'orrore
nazista, la camera a gas. Non mancarono esecuzioni sommarie di pazienti, come i
4000 malati di mente fucilati in Polonia nel 1939.93 Le vittime complessive della
prima fase del progetto eutanasia ammontano a oltre 70.000.
La sparizione nel nulla di malati che, in molti casi, avevano una famiglia
inquietava l'opinione pubblica. Le Chiese presero ufficialmente posizione contro
quella che ormai si sapeva essere l'eliminazione dei deboli. In molti casi la
popolazione diede segno di ribellione, tentando di fermare i convogli che portavano
via i malati. Purtroppo non altrettanta indignazione collettiva fu dimostrata quando
furono gli ebrei ad essere portati via in massa verso i lager. Segno che la propaganda
antisemita aveva attecchito profondamente, dividendo definitivamente l'ingroup
tedesco dall'outgroup ebreo.
L'indignazione popolare per l'eutanasia vide il Ministero della Propaganda
moltiplicare i suoi sforzi per realizzare film che dimostrassero senza ombra di dubbio
la necessit di eliminare dalla societ il peso economico di queste vite senza valore.
Film come Ich klage an (Io accuso), apologia dell'eutanasia attiva giocata sulle corde
dell'emozione e del ribrezzo per la deformit, furono visti da 18 milioni di spettatori
in Germania. Le proteste non cessarono e infine Hitler ordin che il programma fosse
interrotto, nell'agosto del 1941. In realt, con un semplice cambio di sigla (Aktion 14f
13) il progetto eutanasia si spost nei lager, dove continu ad ingoiare vittime su
vittime.
Con il progredire della guerra, "le categorie di persone previste dal programma
vennero estese per includervi gli Ostarbeiter colpiti da malattie o da esaurimento
nervoso; i bambini delle Ostarbeiterinnen, razzialmente "indesiderabili"; i detenuti
ammalati o inclini a lamentarsi delle normali prigioni; gli handicappati e, forse, i

soldati gravemente mutilati e i piloti che non rispondevano alle cure standard per la
psicosi traumatica da guerra. L'omicidio prosegu anche nelle unit pediatriche
istituite dal programma di "eutanasia per bambini".94
Mentre eliminavano esseri umani sotto l'egida della medicina e la scusa della
Gnadentod, i nazisti perseguivano un folle progetto di creazione di una razza eletta,
formata da individui biondi e con gli occhi azzurri, protopitici della razza superiore
ariana. Erano stati istituiti, a partire dal 1936, i centri riproduttivi Lebensborn (fonte
della vita), dove maschi delle SS si sarebbero accoppiati con femmine razzialmente
pure e i bambini sarebbero stati allevati con ogni cura. A Steinhering e nel castello
di Wewelsburg erano concentrati gli sforzi per realizzare questo tragico allevamento,
voluto dall'ex-allevatore di polli Heinrich Himmler, capo delle SS.
I bambini venivano per la maggior parte dati in adozione a famiglie di SS che non
raggiungessero il numero di quattro figli. Con la fine della guerra i bambini ancora
presenti nei centri Lebensborn furono abbandonati a loro stessi, molti di loro in
condizioni pietose e dispersi per l'Europa, alla disperata ricerca delle proprie origini.
Pi che creare la razza eletta, furono messi al mondo circa 90.000 orfani, che anni pi
tardi avrebbero dovuto subire il trauma di scoprire la propria vera origine.95
Le immagini idilliache di un Reich pieno di bambini e mamme felici, che
affascinavano i tedeschi e li facevano commuovere alla vista del Fhrer, autore di
quel miracolo, erano sempre pi sfuocate e lontane. Si stava realizzando il progetto di
distruzione ed autodistruzione di Hitler e di un popolo che aveva ceduto alla
fascinazione e preferito "una fine nell'orrore piuttosto che un orrore senza fine". Una
discesa nell'orrore che attendeva solo l'atto finale. L'atto di purificazione estremo
dell'ideologia barbarica nazista, l'olocausto del capro espiatorio, lo sterminio del
popolo ebraico.
3.6. Persecuzione e sterminio del popolo ebraico.
Tutto il furore, l'invidia, il rancore, l'odio accumulati nelle menti frustrate dei
nazisti e di coloro che ne subivano la fascinazione furono riversati senza limiti sul
popolo ebraico.
L'antisemitismo personale di Hitler super l'antisemitismo tradizionale
cristiano e ne realizz una nuova versione letale, mescolando elementi di
suggestione antichi (gli ebrei come portatori di peste) e moderni (gli ebrei come

bolscevichi, gli ebrei come profittatori e responsabili della sconfitta). Hitler


immaginava, fin dai suoi ozi viennesi, una guerra epocale tra il popolo tedesco e il
popolo ebraico, nella quale solo una delle parti poteva uscire vincitrice. Quando ebbe
il potere, la fantasia si concretizz e la guerra fu dichiarata.
L'antisemitismo tradizionale dei giornali settari, del pregiudizio popolare, della
chiesa e di una certa parte della cultura, che aveva sobbollito per anni sotto il
coperchio della moderazione di Weimar, nel nazismo reale si tramut in elemento di
fede. Chi era nazista non poteva non essere antisemita. Non sarebbe bastato ai nazisti
provare fastidio pensando agli ebrei, bisognava odiarli, come il Fhrer.
L'antisemitismo era congenito al nazismo, era la sua ossessione, il suo fulcro. Ed era
anche tremendamente congeniale al principio del capro espiatorio.
Le vicende degli ebrei in Germania erano state spesso legate alla casuale
benevolenza di sovrani e governi illuminati che periodicamente abbassavano il
livello dell'antisemitismo precedente togliendolo dal fuoco dell'attenzione. Una crisi
di qualunque tipo vissuta collettivamente per, faceva riemergere la cosiddetta
Judenfrage (questione ebraica) che diventava improvvisamente "il problema" da
risolvere. Di fronte all'ostilit che li colpiva, alcuni ebrei si chiedevano se
rinunciando alla tradizione e alla religione, con l'assimilazione, sarebbero stati
accettati. Altri ribattevano che la tradizione non andava perduta e difendevano
orgogliosamente la loro cultura.
All'inizio degli anni '30 vivevano in Germania 525.000 cittadini di religione
israelita, tradizionalmente concentrati nelle citt. Erano impiegati, operai,
commercianti, professionisti. Potevano essere ricchi o poveri, come tutti gli altri.
Come gli altri studiavano, amavano la cultura e l'arricchivano con il loro contributo.
Alcuni avevano idee politiche di sinistra, altri erano di destra. Potevano essere molto
religiosi o atei.
Con il nazismo questi cittadini ebrei si ritrovarono da un giorno all'altro
annullati nelle loro differenze individuali e contrassegnati da un marchio d'infamia
che era costituito semplicemente dalla loro "ebraicit". Hannah Arendt ha scritto che
" dal giudaismo essi avevano sempre potuto cercare salvezza nella conversione; dalla
ebraicit con c'era pi alcuna via di scampo".96
Gli ebrei subirono da parte dei nazisti quella che Erik Erikson ha definito
pseudospeciazione, che consiste nel vedere altri esseri umani come appartenenti a una
specie diversa.97 Non furono pi considerati umani, furono espulsi dalla specie umana

e valutati meno degli animali, che i nazisti viceversa tenevano in grande


considerazione. I loro carnefici furono addestrati alla pseudospeciazione, che cancell
in loro ogni segno di solidariet e piet.
Se nei confronti delle loro vittime i nazisti dimostravano a volte un qualche
coinvolgimento affettivo anche se negativo, indifferenza o odio, davanti agli ebrei vi
era un'assoluta sospensione della decodificazione dei segnali di riconoscimento e dei
legami intraspecifici. Di fronte al pianto e alle urla delle donne e dei bambini, nudi e
inermi sull'orlo delle fosse scavate per raccoglierne i cadaveri, le SS degli
Einsatzgruppen riuscivano a restare indifferenti e lucide. Anzi, dovevano rimanere
indifferenti.
Prima della morte fisica gli ebrei subirono la morte civile. Ogni legge, ogni
provvedimento che li riguardasse era un passo avanti verso la negazione della loro
appartenenza alla societ civile e all'umanit. Il boicottaggio dei loro negozi,
l'espulsione dalle universit, il divieto di esercitare professioni, i pestaggi e le
violenze per strada, le umiliazioni. Poi l'obbligo di portare un contrassegno giallo con
la stella a cinque punte, per permettere agli altri di riconoscerli e l'imposizione di un
nome standard (Israel per gli uomini e Sarah per le donne), s da cancellarne ancora
una volta l'individualit.
Il filologo Viktor Klemperer ha descritto le umiliazioni che comportava
indossare la stella di David:
"Da quel momento fummo obbligati a portare la stella, fatta di panno giallo, il
colore che ancor oggi segnala peste e quarantena e che nel Medioevo identificava gli
ebrei; il colore dell'indivia e della bile nel sangue; panno giallo con impressa in
lettere cubitali la parola "Jude", racchiusa in due triangoli intersecantisi; parola scritta
in neretto, i grossi caratteri ben staccati l'uno dall'altro, con la pretesa di riprodurre i
segni della scrittura ebraica.
Un uomo dall'aspetto comune e dall'espressione bonaria venne verso di me,
tenendo per mano un bambino. Mi si ferm di fronte: "Guarda, Horst! E' colpevole di
tutto!"98
L'invidia, intuita da Klemperer nel significato del contrassegno infame,
divoratrice e distruttiva. Anim molti accademici, professionisti, medici che non
vedevano l'ora di subentrare al posto dei colleghi ebrei espulsi. L'invidia era insita
all'ideologia hitleriana; si attacc avidamente alla sua vittima ebraica e ne succhi i
beni, la vita, il sangue.

Dove l'antisemitismo non era abbastanza sentito dalla popolazione, dove


magari gli ebrei erano il medico di famiglia, il negoziante di fiducia o il professore
dei figli e non si faceva troppo caso alla loro ebraicit, il regime si incaricava di
mandare i suoi scagnozzi a sputare in faccia alle donne tedesche che osavano fare la
spesa lo stesso dagli ebrei; a mettere alla berlina con cartelli infamanti altre donne
che avevano amanti ebrei. Famiglie cosiddette "miste" furono brutalmente separate e
nemmeno i pi elementari vincoli d'affetto furono rispettati. Chi aveva una moglie o
un marito ebrei era invitato cortesemente a divorziare per il bene del Reich. Alcuni
rifiutarono, altri approfittarono del provvedimento per rifarsi una vita.
Dopo il giro di vite della Kristallnacht del novembre 1938, chi fra gli ebrei non
aveva ancora pensato di lasciare la Germania fu quasi costretto a farlo. Non tutti per
avevano appoggi all'estero o non avevano denaro sufficiente. Se lo trovavano, il
regime era ben lieto di arraffarlo, barattando la libert con un riscatto.
Con l'acquisizione dei territori polacchi, gli ebrei iniziarono ad essere deportati
e rinchiusi nei ghetti di Lodz, Lublino, Varsavia. La sovrappopolazione,
l'insufficienza di cibo, le malattie, la promiscuit forzata, la sporcizia erano le
variabili dell'inferno in terra. Nei ghetti fu artificialmente e studiatamente ricreata la
Miseria, la sofferenza quotidiana al limite del sopportabile fatta subire a migliaia di
persone. La sofferenza della fame, della febbre che scuote le membra, del freddo.
Poi fu la notte. I lager erano pronti, i medici del programma eutanasia avevano
fatto sufficiente pratica, si era trovato un sistema economico e rapido per uccidere
molte persone in una volta, le camere a gas. Successivamente si trover il sistema
anche per smaltire i cadaveri, i forni crematori.
Il 20 gennaio 1942, fu decisa la "soluzione finale" che avrebbe portato alla
distruzione di milioni di ebrei, colpevoli di "tutto".
Auschwitz fu l'infernale punto di convergenza di treni piombati che, da tutta
l'Europa occupata, con la complicit o il silenzio di governi amici o nemici,
trasportavano le vittime di quello che per i nazisti era l'Olocausto, il pi grande
sacrificio umano della storia e per gli ebrei la Shoah, la catastrofe.
Auschwitz e gli altri lager furono il compimento della disumanizzazione di
vittime e carnefici. Furono un delirio industriale dove il lavoro perdeva ogni
significato di elevazione morale, ritornava schiavit e si riciclavano resti umani
come merci. Dove la comunicazione e la capacit di comunicare, nella babele delle
lingue parlate dagli internati, poteva salvare la vita o perderla, come ha detto Primo

Levi.99 Dove qualunque sfumatura del comportamento umano era messa alla prova da
condizioni eccezionali e mai sperimentate prima con altrettanta sistematicit.
Ma soprattutto furono il luogo fisico e metafisico dove il nazismo dimostr
senza ombra di dubbio la sua assoluta incompatibilit con il bene pi prezioso
dell'uomo, la sua umanit.
Il luogo di fronte al quale l'Uomo ammutolisce e piange.

Capitolo IV.
VITA PUBBLICA E PRIVATA NELLA REALTA' DEL TERZO REICH.

Il regime nazista ebbe fin dai suoi esordi un carattere particolarmente invasivo
della personalit dei singoli individui. Al di l della libera adesione entusiastica di
molti all'idea del Volk e del suo Reich Millenario, l'aggregazione ad esso da parte di
ogni suo seguace implicava necessariamente una dedizione affettiva assoluta. La
conseguente ed inevitabile rinuncia alla libert di espressione dell'individualit sia in
pubblico sia nella vita privata non era immediatamente e razionalmente percepibile,
soprattutto nei suoi devastanti effetti distruttivi.
Alla luce delle atrocit occorse in quei dodici anni, necessario chiedersi se e
fino a che punto il nazismo non fosse anche uno stato mentale, le cui pi spiccate
caratteristiche appaiono la dipendenza dalla figura del Fhrer, la regressione infantile
e il totale annullamento del s e delle remore morali. Se, come abbiamo visto, la
personalit di Adolf Hitler era caratterizzata da un'irresistibile fascinazione per la
morte e l'annichilamento, inquietante riflettere su come questo affondare nella
passione devastatrice, dominio di Thanatos, come opposto dell'esperienza d'amore,
regno di Eros, abbia potuto attrarre e soggiogare milioni di tedeschi attraverso lo
stesso meccanismo della fascinazione. Il nazismo vissuto ed agito sembra essere stato
per i suoi troppi entusiasti protagonisti il risultato dell'esperienza di tale passione al
negativo.
L'organizzazione psicologica dei sistemi dittatoriali necessita di comportamenti
pubblici stereotipati, nonch di manifestazioni marcatamente emotive che fungono da
controllo, dall'alto verso il basso e da un individuo all'altro, del consenso. Per ci che
attiene al periodo nazionalsocialista si hanno numerose testimonianze dell'esistenza
di tali comportamenti specifici con funzione di controllo sociale; dall'obbligo per i
genitori di iscrivere i figli maschi dai dieci ai diciotto anni alla Hitlerjugend,
all'imposizione del saluto "Heil Hitler" nei luoghi pubblici, fino all'ostracismo
antisemita. Le conseguenze per coloro che eventualmente non avessero attuato tali
comportamenti potevano comportare il carcere e il campo di concentramento, fino
alla pena di morte per i delitti contro la cosiddetta purezza della razza. La realt
nazista, dietro il paravento dell'entusiastico consenso, celava una coercizione alla
quale era probabilmente difficile sfuggire, proprio perch l'annullamento nella
passione hitleriana era sentito come autentico e sincero, un'esperienza totalmente
intima tra il Fhrer e la sua Germania.
Se tale era la dimensione pubblica del rapporto tra il potere e il cittadino
durante il nazismo, ci si potrebbe chiedere se nella vita privata, in quel retroscena che

in alcuni regimi autoritari ancora possibile difendere, i tedeschi fossero abbastanza


liberi di esprimere un intimo disagio o aperto dissenso, qualora realmente sentiti.
E' questo un aspetto particolarmente interessante del problema dell'adesione del
popolo tedesco al nazismo ed alla sua ideologia criminale compulsiva; adesione che,
nel suo discusso libro I volonterosi carnefici di Hitler Daniel J. Goldhagen considera
assoluta, attribuibile a tutti i tedeschi e perfettamente consapevole.
Al fine di analizzare le conseguenze psicologiche della fascinazione nazista
opportuno gettare uno sguardo, oltre che sull'aspetto pubblico, su un altro ancora
misconosciuto di quella che abbiamo definito la realt del Terzo Reich, la dimensione
pi quotidiana ed intima dei suoi cittadini dal 1933 al 1945.
4.1. L'intrusione nell'inconscio. Sogni di tedeschi.
Un documento impressionante e prezioso dell'oppressivit del regime nazista,
per quanto riguarda la vita privata dei suoi sudditi, rappresentato dal lavoro di
Charlotte Beradt.100
Nei primissimi anni della dittatura, e fino alla sua emigrazione in America nel
1939, la giornalista tedesca raccolse i sogni di circa trecento persone di varia
estrazione sociale ed et, riunendoli poi nel volume Il Terzo Reich dei sogni edito nel
1966. Nellopera si possono leggere, descritte in modo particolarmente vivido, le
angosce di coloro che si opponevano esplicitamente o inconsciamente all'oppressione
del regime ed alla sua fascinazione maligna. Lintento di Beradt non era quello di
fornire interpretazioni psicoanalitiche dei sogni, ma unicamente di presentarci una
testimonianza unica del clima dellepoca nella dimensione particolarissima ed intima
del lavoro onirico dei suoi protagonisti. Ci che maggiormente colpisce dei contenuti
del libro lelemento della condivisione; il fatto che si ripetano ossessivamente e
trasversalmente tra le classi sociali e che, nel loro complesso, tendano a formare la
risultante di un'intrusione pesante ed insopprimibile nell'inconscio tedesco.
Sono presenti tutti i principali protagonisti del regime, da Hitler a Goebbels ma
soprattutto quelle figure, come le SA e le SS, aventi la funzione fin dall'inizio di
spargere il terrore e di gestire la repressione. La loro apparizione coincide sempre con
la percezione del controllo, anche del pensiero.
I sogni nei quali appare il Fhrer in persona sono pochi e l'autrice ha
accuratamente selezionato il materiale onirico, omettendo quei "sogni di pura

angoscia e violenza, dal momento che essi possono comparire sempre e ovunque, e
non sono in grado di testimoniare niente di specifico riguardo al periodo del
nazionalsocialismo"101.
Dove Hitler appare non infrequente che venga mantenuta di lui, a scopo di
difesa, l'immagine ideale della veglia, il Fhrer come punto di riferimento
rassicurante.
L'elemento d'interesse principale dal punto di vista psicostorico del lavoro di
Beradt consiste nel permetterci di cogliere la struttura comune e le costanti dei sogni
di quei cittadini tedeschi che fin dal primo momento seppero percepire, forse grazie
ad una particolare sensibilit, la natura pi invasiva della realt del Terzo Reich come
sistema totalizzante.
E' necessario puntualizzare come le testimonianze raccolte riguardino persone
che non si riconoscevano nel regime e non appartenevano al partito
nazionalsocialista. La loro ideale collocazione sociopolitica si trova in un'area che
potremmo definire medio borghese di centro o socialdemocratica. La loro
opposizione in molti casi si limit ad un ripiegamento nel privato, senza sfociare
nell'azione. Sono presenti anche i sogni di cittadini ebrei e di coloro che si
ritrovarono etichettati come Mischlinge, secondo la terminologia adottata dalle
spietate leggi razziali di Norimberga, perch nati da matrimoni misti o comunque non
rispondenti all'ideale razziale ariano.
Riporteremo integralmente alcuni tra i sogni pi rappresentativi dello stato
d'angoscia da oppressione totalitaria, a partire dal primo della raccolta:
"Goebbels giunge nella mia fabbrica. Ordina alle maestranze di schierarsi su due
file, una a destra, l'altra a sinistra. Io devo stare in piedi nel mezzo e sollevare il
braccio per il saluto nazista. Mi ci vuole mezz'ora, per riuscire ad alzarlo, un
millimetro dopo l'altro. Goebbels assiste ai miei sforzi quasi fosse uno spettacolo,
senza esprimere n biasimo, n approvazione. Ma quando ce l'ho finalmente fatta,
pronuncia cinque parole: "Non desidero il suo saluto", mi volta le spalle e si avvia
verso la porta. Cos mi trovo messo alla berlina nella mia azienda, tra la mia gente,
col braccio alzato. Fisicamente ci riesco solo tenendo lo sguardo fisso sul suo piede
deforme, mentre lui esce zoppicando. Rimango cos fin quando mi sveglio"102.
(S., industriale, sessantenne.)

Lasceremo a Charlotte Beradt il commento di questo primo, paradigmatico


esempio della sua raccolta.
"Il sogno dell'industriale come chiamarlo? "del braccio alzato", "della
ristrutturazione della personalit", che pareva uscire direttamente dal laboratorio del
regime totale, laddove generato il meccanismo che presiede al suo
funzionamento, mi conferm in un'idea che, pur di sfuggita, avevo gi preso in
considerazione: sogni simili non dovevano andar perduti.
Avrebbero potuto far parte dell'evidenza, qualora si fosse messo sotto processo
il regime in quanto fenomeno epocale, poich sembravano essere molto illuminanti
riguardo alle passioni e ai moventi dei singoli individui proprio nel momento in cui,
simili a tanti ingranaggi, essi venivano inseriti nel meccanismo totale. [...] I sogni di
questo genere, veri e propri diari notturni, pur scaturendo da un'attivit psichica
involontaria, sembravano registrare con la minuzia di un sismografo gli effetti causati
dagli avvenimenti politici esterni all'interno delle persone. Cos le immagini oniriche
avrebbero potuto contribuire all'interpretazione della struttura di una realt che stava
trasformandosi in un incubo. Iniziai dunque a raccogliere sogni dettati dalla dittatura.
Non fu poi tanto facile, dato che parecchi avevano paura di raccontare quanto si erano
permessi di sognare; una dozzina di volte mi perfino capitato di imbattermi, in
forma quasi identica, nel sogno: " vietato sognare, eppure sogno".103
Il sogno dell'industriale S., cos pervaso dal senso di impotenza simboleggiata
dalla paralisi del braccio, solo uno dei tanti nei quali l'emozione prevalente la
vergogna, ancora pi angosciosa in quanto derivante dal dover subire una pubblica
umiliazione. La vergogna, nella sua funzione comunicativa, pu essere considerata
come un segnale intra- ed inter- soggettivo del fatto che si subita o che si subir
un'umiliazione e, allo stesso tempo, rappresenta una reazione ad essa (funzione
d'azione).104
L'impossibilit di conservare un proprio spazio ed una vera intimit con se
stessi ben descritto dal "sogno delle pareti scomparse".
"A visite concluse, [] mentre sono in procinto di stendermi pacificamente sul
divano con un libro su Matthias Grnewald, improvvisamente le pareti scompaiono
dalla mia stanza, dal mio appartamento. Mi guardo attorno costernato, tutti gli
appartamenti che riesco a vedere non hanno pi pareti. Sento gracchiare un

altoparlante: "In conformit al decreto del 17 del mese corrente, relativo alla
rimozione delle pareti".105
(Medico, quarantacinquenne, sogno del 1934.)
La reazione del medico contro la collettivizzazione sfoci clamorosamente nel
sogno successivo:
"Da quando gli appartamenti sono diventati pubblici, vivo sul fondo marino,
per restare invisibile".106
Le crescenti proibizioni imposte dal regime e la percezione della loro
oppressione sono ben rappresentate dal sogno di una donna, un'insegnante di
matematica sulla cinquantina:
"E' proibito annotare tutto ci che ha a che fare con la matematica, pena la
morte. Mi rifugio in un bar in vita mia non ho mai messo piede in un locale del
genere -. Ci sono ubriachi barcollanti, bariste seminude, un'orchestrina assordante.
Estraggo della carta sottilissima dalla borsa, e con l'inchiostro simpatico scrivo
qualche equazione, in uno stato di paura mortale".107
L'esprimere una semplice emozione, l'impossibilit di provare gioia, durante
una telefonata serale privata poteva successivamente tramutarsi nel seguente incubo
kafkiano.
"Come tutte le sere, verso le otto telefono a mio fratello, unico mio confidente
e amico. [] Dopo aver elogiato Hitler per misura precauzionale, affermando
quanto avesse ragione e come si vivesse bene nella nostra collettivit nazionale,
dico: "Non c' pi nulla che mi dia gioia". [] In piena notte squilla il telefono. Una
voce inespressiva [] dice: "Questo l'ufficio preposto al controllo dei colloqui
telefonici". Nient'altro. Mi rendo immediatamente conto che il mio crimine
consisteva in quell'osservazione sulla gioia, sento la mia voce dilungarsi in
argomentazioni, pregare e implorare di essere perdonato, almeno per questa volta,
che solo per questa volta non mi venga fatto rapporto, non mi si incolpi o denunci.
Mi sento parlare come durante un'arringa. La voce resta assolutamente muta e
riaggancia in silenzio, lasciandomi in preda a un'angosciosa incertezza".108
(Un funzionario dell'amministrazione cittadina, di circa quarant'anni, 1934.)
Un altro tipo simile di sogni, dove l'oppressione del regime si anima su uno
sfondo orwelliano, rende gli oggetti quotidiani, anche i pi semplici e consueti,

strumenti di controllo intrusivo della privacy; il lume del comodino, la stufa di


ceramica del soggiorno, lo specchio, i quadri, parlano e diventano informatori del
regime, rivelando all'autorit ci che stato detto durante il giorno tra le pareti
domestiche.
Sono soprattutto le casalinghe a sognare di essere spiate:
"Un milite delle SA si piazzato davanti alla grossa vecchia stufa di ceramica
azzurra che si trova nell'angolo del nostro soggiorno, dove ogni sera sediamo a
conversare; apre lo sportellino e la stufa, con voce stridula e penetrante, inizia a
parlare (ecco di nuovo la voce penetrante, reminiscenza dell'altoparlante sentito
durante il giorno): tutte le frasi dette contro il governo, tutte le barzellette che
abbiamo raccontato. Dio solo sa cosa succeder ancora, penso, tutte le mie battute
contro Goebbels; ma nello stesso istante mi rendo conto che, frase pi frase meno,
non cambia nulla, che tutto ci che abbiamo pensato, o ci siamo detti nell'intimit
risaputo. Nello stesso tempo mi viene in mente di aver sempre riso all'idea che
potessero esistere microfoni incorporati e, in fondo, non ci credo nemmeno ora.
Perfino quando il milite delle SA mi stringe il polso con un laccio per portarmi via
utilizza il guinzaglio del nostro cane credo che stia scherzando, a voce alta gli
chiedo addirittura: "Non far sul serio, questo non pu essere".109
Il riferimento frequente a Goebbels mostra l'efficacia della propaganda ed
rivelatorio di quanto questi cittadini tedeschi "illuminati" fossero consci della
pressione da essa esercitata su di loro.
Il prezzo da pagare per sfuggire al controllo si risolveva spesso in una fuga da
se stessi. Ecco i sogni di una modista e di un giovane, 1933:
"Sogno di parlare russo in sogno una lingua che non conosco, e del resto
non parlo nel sonno -, come misura precauzionale, affinch non capisca me stessa e
nessuno possa capirmi, in caso mi sfugga qualcosa a proposito dello Stato, visto che
ci proibito e va denunciato".
"Sogno di sognare ormai unicamente dei rettangoli, triangoli, ottagoni, che in
un certo qual modo sembrano tutti dei biscotti di Natale, visto che vietato
sognare".110
Abbiamo infine i sogni pi direttamente legati alla questione razziale ed alla
persecuzione antiebraica.

Tra i temi conduttori vi sono il disagio per la diseguaglianza dai canoni estetici

del regime, l'ideale ariano biondo e con gli occhi azzurri che campeggiava nei
manifesti propagandistici e che di notte si trasformava in fantasma persecutorio. E'
esemplare il sogno di una ragazza bruna:
"Entro in un negozio. Guardo impaurita la commessa bionda dagli occhi
azzurri e non riesco a dire una parola. Poi noto con sollievo che almeno le
sopracciglia le ha nere, e mi azzardo a dire: - Vorrei un paio di calze".111
Un'altra ragazza, proveniente da un matrimonio misto e attaccatissima alla
madre ebrea, con l'entrata in vigore delle leggi razziali cominci a vivere la
"diversit" della sua condizione di Mischling (sanguemisto), proiettando i sentimenti
conflittuali nei confronti della madre, esprimendo il desiderio di liberarsi di lei in
diversi sogni.
"Vado in montagna insieme a mia madre. Presto saremo tutti costretti a
vivere in montagna dice mia madre. (A quell'epoca le deportazioni erano ancora
lontane) Tu si, ma non io, - rispondo, odiando lei e disprezzando me stessa".
"Sogno di avere un bambino da un ariano, la cui madre me lo vuole sottrarre,
non essendo io pura di razza. Da quando morta mia madre, - grido, - nessuno di
voi pu pi farmi del male".112
Si potrebbe obiettare che un generico odio latente della figlia nei confronti
della madre possa essere stato evocato dal tamburo della propaganda razziale. In
realt, come afferma Charlotte Beradt:
"Che li si voglia vedere nel loro contenuto politico, oppure in quello puramente
umano, i quattro brevi sogni della donna di sangue misto ci mostrano un nuovo
aspetto di quanto gi avevamo visto in precedenza da un'altra prospettiva: a quali
estreme condizioni psichiche possa condurre l'ingerenza della cosa pubblica nel pi
recondito ambito privato; quali possono essere le reazioni di una persona nelle zone
oscure del proprio intimo, quando dall'alto le viene reso eccessivamente difficile
amare il proprio prossimo, convivere con lui, perfino quando si tratta della persona
pi cara".113
Non mancano, in questi sogni di tedeschi, alcuni esempi di tentativi di
ribellione contro i simboli pi tipici del regime. Ecco il sogno di una novella
Penelope, casalinga borghese:

"Di notte mi affanno senza sosta a scucire la croce uncinata dalla bandiera
nazista, sentendomi fiera e felice per questo; ma il giorno dopo essa sempre
saldamente ricucita".114
A conclusione di questa rassegna lasciamone il commento a Bruno Bettelheim,

curatore della postfazione de Il Terzo Reich dei sogni.


"Ci che turba in questo libro la prevalenza di sogni di persecuzione e la
relativa assenza di quelli in cui il sognatore ha un ruolo vincente. E' proprio lo
squilibrio tra sogni di debolezza e di potenza che sono normalmente gli estremi che
caratterizzano il lavorio dell'inconscio che dimostra il successo del regime nazista.
Viene qui distrutto il sano equilibrio tra sottomissione e affermazione di s. Il Terzo
Reich invade e controlla anche i pi profondi e intimi recessi della nostra mente,
finch, persino nell'inconscio, rimane solo la sottomissione.115
Non appena la dittatura si pone nei nostri confronti in una posizione
paternalistica, ci tratta da bambini incapaci, e se noi ci facciamo mettere in questa
condizione, regrediamo nel nostro inconscio verso atteggiamenti infantili. []
Questo non soltanto un libro di sogni ma anche una raccolta di racconti ammonitori.
Essi ci avvertono di quanto forti siano nell'inconscio le pulsioni che ci spingono a
credere in poteri esterni onnipotenti quando siamo lacerati dalle angosce. E' la nostra
angoscia il fondamento su cui vengono costruiti i sistemi totalitari".116

4.2. Sul simbolismo della svastica.


L'adozione del simbolo della svastica, o croce uncinata, da parte della NSDAP
nel 1920, riconducibile al tentativo di concentrare attorno a pochi significativi
segnali evocatori la forza d'attrazione del movimento rivoluzionario
nazionalsocialista.
E' indubbio che fosse proprio Hitler a volere fortemente questo simbolo, ma
non come personale invenzione, come affermato falsamente in Mein Kampf, bens
come intuizione della potenza dell'elemento simbolico e scenografico in un partito
che ambiva a divenire di massa.
La svastica, antico simbolo del culto solare, di origine orientale ma presente
anche nella mitologia nordica, era in realt gi stata adottata da innumerevoli sette e

movimenti vlkisch e antisemiti fin dalla fine dell'Ottocento in Germania e Austria.


Si poteva trovare, ad esempio, sulla rivista preferita da Hitler durante il periodo
viennese, l'Ostara di Lanz von Liebenfels e sulle pubblicazioni e insegne della
Thulegesellschaft di Rudolf Freiherr von Sebottendorff, setta rifondata nel 1918 che
annoverava tra i suoi seguaci molti futuri membri del partito nazionalsocialista come,
tra gli altri, l'"ideologo" Alfred Rosenberg e il fondatore della DAP (Deutsche
Arbeiterpartei) Anton Drexler.
Questa provenienza settaria di molti futuri dirigenti nazisti ha fornito lo spunto
per innumerevoli scritti sulla presunta origine esoterica e misteriosa dell'hitlerismo.
Per una rassegna dell'argomento si veda il saggio del 1989 di Giorgio Galli.117 Se
l'apparato nazista, soprattutto le SS possono apparire un fenomeno effettivamente
settario e altamente selettivo di berserker devoti ad un invasato, non vi dubbio che
Adolf Hitler fin dall'inizio non si accontentasse di essere il capo di una setta, ma
ambisse a dominare tutto un popolo con mezzi niente affatto misteriosi ma palesi e
destinati a colpire efficacemente l'"anima collettiva" leboniana.
In tale ottica, la scelta della svastica offre interessanti spunti di riflessione,
proprio analizzandone l'evoluzione.
Dall'ambito settario e quindi esoterico la svastica, era divenuta col tempo un
simbolo sempre pi presente e popolare, soprattutto tra gli studenti, tramutandosi cos
in elemento essoterico di fascinazione. E' interessante notare l'esistenza di
un'ordinanza dell'8 novembre 1920 da parte del ministero prussiano dell'Istruzione
Pubblica, costretto ad intervenire per porre un freno al dilagare tra i giovani di
emblemi sempre pi violenti e antisemiti.118
Se forse le autorit agirono per ristabilire l'ordine, l'intuito di Hitler non sbagli
nel cogliere l'efficacia essoterica della svastica. Non solo riusc a legarla
indissolubilmente a s e al suo progetto, bruciandola dalla storia, ma ne fece
l'emblema del terrore. Fu scelta proprio come segnale intimidatorio?
Come Gestalt, la svastica d l'impressione percettiva di segno lineare e
circolare allo stesso tempo, una contraddizione disturbante e destabilizzante. Questo
effetto amplificato dalla sua iscrizione entro un cerchio bianco che fa risaltare la
non chiusura della forma nera, tanto pi evidente quanto pi sono ravvicinati i bracci
della croce. E' quasi impossibile non immaginarla in movimento fino a vederla
avvolgersi in una spirale ipnotizzante; nell'immobilit perturba la sua discontinuit
che ci costringe prima o poi a rimetterla in movimento.

Elias Canetti ha cos descritto il potere evocativo della svastica:


"La sua efficacia duplice: del segno e della parola. Ambedue hanno qualcosa
di crudele. Il segno stesso sembra celare due forche. Esso minaccia alquanto
subdolamente l'osservatore, come se volesse dire: aspetta, stupirai di ci che pender
di qui. Anche il moto rotatorio cui si ricollega la croce uncinata di tipo minaccioso:
esso ricorda le membra spezzate di coloro che in precedenza hanno subto il supplizio
della ruota. La parola [...] "Uncino" (Haken) ricorda il metter trappole (Hakenstellen)
dei bambini, e promette ai seguaci i molti che cadranno in trappola. Vi si pu
ritrovare qualcosa di militaresco e pensare a un rinnovato batter di tacchi. [...] e un
recondito richiamo alla disciplina militare".119
Nelle parole di Canetti possono essere riconosciuti i bambini della
Hitlerjugend che intrappolano nemici e genitori, ma anche un superiore
intrappolatore che allaccia il popolo nella illusione rotatoria ipnotica
dell'asservimento terroristico.

4.3. L'indottrinamento della giovent.


Uno dei principali punti di forza del regime nazista fu l'opera continua di
suggestione sulla giovent. Un movimento politico che aspirava a creare l'uomo
nuovo non poteva che tenere in massima considerazione il consenso delle giovani
generazioni.
Adolf Hitler utilizz ampiamente il potere deflagrante della ribellione
giovanile, dando mano libera alla sua Hitlerjugend all'interno delle famiglie e nelle
scuole, al fine di mantenere il controllo sulla popolazione.
In questa ottica, la rievocazione suggestiva che Hitler fornisce della sua
giovinezza in Mein Kampf tale da permettere l'identificazione appassionata di tutti
quegli adolescenti che fin dall'Ottocento avevano iniziato a maturare l'idea della
rivolta contro l'autorit genitoriale fino alla fantasia parricida, all'interno dello stesso
movimento vlkisch.
Nella sua ricostruzione della nascita dei movimenti giovanili in Germania, tra il
1897 e il 1923, Eduard Spranger individua due momenti fondamentali: quello del
movimento vero e originario della giovent, e quello successivo della giovent
organizzata. 120

La prima fase, fino al 1923, fu caratterizzata da un acceso spontaneismo e da


uno spirito di ribellione contro la societ degli adulti, derivante dagli ideali romantici.
Il gruppo di giovani che si definiva dei Wandervgel (uccelli migratori), fin dal 1897
"intraprese gite nella Marca brandeburghese, vivendo secondo natura e rinunciando
liberamente all'alcool e alla nicotina. [] Il suo stile di vita si diffuse presto per tutta
la Germania, ma si limit dapprima alla giovent delle scuole medie superiori, e da l
si estese nelle universit. Per quanto, poi, questi gruppi si dividessero variamente e si
riunissero, e cambiassero di nome [], la manifestazione di vita pi originaria e pi
comune a tutti rimase sempre il vagare in mezzo alla natura".121
Nello stile sociale del movimento, secondo Spranger, si poteva trovare un
motivo di grande importanza per il futuro: l'ideale del condottiero, sempre un
giovane, verso il quale si nutrivano sentimenti antichi di fedelt vassalla.
"In questi ambienti, sorse a poco a poco una attesa addirittura messianica del
vero condottiero, che sapesse interpretare tutte le visioni non chiare. 122
Se all'inizio il movimento diede coscienza alla giovent e pot essere
considerato un'occasione di emancipazione della stessa, dal 1919 in poi si assistette
ad una sua progressiva politicizzazione e militarizzazione. La spinta veniva dal
mondo adulto che intuiva chiaramente la possibilit di utilizzare per i propri fini le
energie giovanili, chiuse nel loro autoriserbo. Cominciarono a comparire le divise, le
associazioni e le diverse colorazioni politiche. Soprattutto, il vecchio ideale del capo
veniva ad assumere sempre pi una connotazione autoritaria di delega delle
responsabilit. La crisi di Weimar, con la disoccupazione crescente, mont il
malcontento giovanile fino a farlo sfociare nella violenza aperta degli scontri tra
fazioni avverse. Come scrive Spranger: "la situazione della giovent nazionale
borghese organizzata, intorno al 1933, era questa: i sentimenti nazionali erano stati
rinfocati dalla situazione generale e divamparono in ardore nazionalista. Il pensiero
del Reich era vivo []. Questa giovent viveva gi da tempo in forme semi-militari,
indossando la divisa. Essa si avvicinava allo stile delle truppe d'assalto, che quasi tutti
i partiti avevano istituite, per la protezione delle loro sedi. Lo spirito dei
lanzichenecchi entrava dai canti nella vita reale. D'altronde la miseria opprimeva
anche la giovent degli ambienti pi sicuri. E tutti i cuori erano pieni non solo di un
intenso desiderio, ma della fidente certezza che il grande condottiero e redentore
sarebbe venuto, che, anzi, doveva venire".123

Fatalmente, l'autoriserbo dei giovani e la mancanza di una sicura fede in se


stessi permisero alle forze suggestive nazionalsocialiste di colpirne i punti deboli e di
fornire loro un capo pronto a soddisfare i loro desideri di una grande riscossa
nazionale di popolo. Era giunto il tempo della giovent hitleriana.
La Hitlerjugend, che annoverava nel 1934 un milione e duecentocinquantamila
membri, si occupava attivamente dell'educazione e dell'indottrinamento dei ragazzi
dai dieci ai diciotto anni, fondendosi con le frange pi giovani delle S.A. negli
ambienti universitari. Il movimento giovanile che avrebbe dovuto liberare le menti e
rivoluzionare il mondo nel segno della natura era morto, sostituito da legioni di
ragazzini armati di tamburo, asserviti ad un mostruoso ingranaggio autoritario, dediti
allo spionaggio ai danni dei genitori e degli insegnanti e alla violenza nei confronti
degli oppositori e degli ebrei.
Il pensiero di Hitler sulla giovent illuminante nel seguente discorso del 4
dicembre 1938:
"Questi giovani non imparano altro che a pensare come tedeschi e ad agire
come tedeschi; questi ragazzi entrano a far parte della nostra organizzazione a dieci
anni e per la prima volta respirano una boccata d'aria fresca, poi quattro anni dopo
passano dallo Jungvolk alla Giovent hitleriana, dove li teniamo per altri quattro anni.
E a questo punto siamo ancora meno disposti a restituirli nelle mani di coloro che
creano barriere di classe e sociali: li prendiamo invece subito nel partito, nel Fronte
del lavoro, nelle SA o nelle SS, nello NSKK ecc. E se dopo diciotto mesi o due anni
in una di queste organizzazioni non sono ancora dei veri nazionalsocialisti, allora
vanno nel Servizio obbligatorio del lavoro, dove sono ben ben strigliati per sei o sette
mesi, sempre sotto un unico simbolo, la vanga tedesca. E se dopo sei o sette mesi
conservano ancora una coscienza e un orgoglio di classe, vengono presi in carico
dalla Wehrmacht per un ulteriore trattamento di due anni; quando tornano, dopo due
o quattro anni, per impedire che ricadano nelle vecchie abitudini, li destiniamo subito
di nuovo alle SA o alle SS ecc., e non saranno mai pi liberi per il resto della loro
vita".124
Queste parole dense di odio, degne non di un capo di stato, ma di un ragazzino
desideroso di vendicarsi sugli altri del maestro che lo punisce mandandolo dietro la
lavagna, dimostrano ancora una volta come il popolo del Reich fosse incapace di
comprendere il vero significato del regime hitleriano, nell'ottundimento percettivo
causato dalla fascinazione del grande Fhrer. Hitler aveva la sfrontatezza di

dichiarare apertamente i suoi intenti liberticidi e la folla dei suoi ragazzi accettava
felice le bacchettate, pronta a morire per lui gridando slogan come: "La morte solo
il punto di partenza verso una vita pi elevata".125
La suggestione del Pifferaio Magico si era incarnata in un Fhrer rimasto
nell'animo un ragazzino riottoso ed egocentrico che desiderava un popolo di pari et,
nel quale evocare le pulsioni pi basse. Il messaggio recepito dall'immaginario del
popolo regredito patologicamente all'infanzia poteva suonare cos: permesso
spaccare le teste, spaccare tutto, ritornare i bambini cattivi, perversi polimorfi che
torturano i gatti e perseguitano ridendo i compagni poveri o malati.
Se esiste un lato feroce dell'infanzia che possibile liberare dalle profondit
dell'inconscio, conservandone intatte la scelleratezza e la mancanza di senso di colpa,
il nazismo riusc per primo ad insinuarlo nelle sue organizzazioni.
La lezione non sarebbe andata perduta. Altri regimi hanno utilizzato ed
utilizzano proficuamente i bambini per i loro crimini. Il prezzo enorme pagato
dall'umanit la perdita dell'innocenza.
Se mai esistita una vera ed autentica innocenza infantile del mondo, essa
giace nella sala che contiene la montagna di scarpine dei bambini innocenti, gasati ad
Auschwitz dai bambini cattivi di Adolf Hitler.
4.4. Lo svelamento dell'inganno. Forme di resistenza attiva alla fascinazione nazista.
Di fronte all'enormit dei crimini nazisti, le testimonianze di una opposizione
concreta anche se obbiettivamente disperata di diversi gruppi e singoli individui
tedeschi durante i dodici anni di inferno sembrano come scomparire in un'area cieca
della percezione storica.
Anche se la pi recente ricerca storiografica ha dimostrato l'esistenza nella
Germania nazista di margini di resistenza, ad opera di settori delle Chiese, dei partiti
di opposizione di sinistra e di centro e di singoli individui, vi ancora una sorta di
tab che impedisce di parlare serenamente della Resistenza tedesca. Questa non ebbe
sicuramente l'ampiezza di altre in paesi europei oppressi da dittature fasciste e
soprattutto manc un vero e capillare appoggio popolare. Come ha osservato Peter
Hoffmann, "Riusc solo a dimostrare la propria esistenza e la propria disponibilit a
dichiarare da che parte stava".126

Sarebbe ingiusto tuttavia liquidare la Resistenza tedesca con la notazione che


chi si oppose fu un eroe solitario o un malato di idealismo. Una sua analisi pu
fornirci degli strumenti preziosi per tentare di comprendere come sia stato possibile
per alcuni distinguersi dal tutti e quali scudi morali ed ideali potessero essere usati
contro la fascinazione maligna del nazionalsocialismo.
Si obietter che, dal punto di vista statistico, una minima parte della
popolazione che si oppone non significativa. In realt noi probabilmente negligiamo
tutta quella parte di popolazione che semplicemente non ebbe il coraggio di ribellarsi
o non ebbe il tempo di accorgersi del disastro incombente e conosciamo solo i nomi
di quei pochi che concretamente agirono contro il regime.
Le colpe collettive, comprese quelle di omissione, vi furono e sono
incancellabili, ma a noi sembra che, in nome della difesa dell'individualit contro
l'appiattimento voluto in ogni tempo dal totalitarismo, si debba rendere giustizia a
quei pochi, singoli casi di ribellione.
Tra i pi noti esempi di persone che reagirono contro la dittatura nazista vi
furono i membri del gruppo studentesco della "Rosa Bianca" e il conte Claus von
Stauffenberg, autore materiale del fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944.
Persone molto diverse, provenienti dalla media borghesia gli uni e dall'aristocrazia
prussiana l'altro ma accomunati da quella che chiameremo l'esperienza dello
svelamento dell'inganno. Tutti avevano creduto alle mirabolanti promesse del Fhrer
e ne erano stati affascinati in un primo momento; tuttavia qualcosa aveva offeso le
loro coscienze e li aveva spinti all'azione. L'incantesimo per loro si era sciolto di
fronte ad una lucida percezione della realt criminale della dittatura.
4.4.1. I giovani. La "Rosa Bianca".
La "Rosa Bianca" era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti
dell'Universit di Monaco firmava dei volantini clandestini nel 1943, nei quali
venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava
la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignit e della libert. Le
figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.
La sorella Inge, nel libro a loro dedicato, cos ricorda i primi anni della loro
formazione di ragazzi nell'universo nazista:

"Una mattina udii una compagna di classe dire ad un'altra sui gradini
dell'edificio scolastico:
- Hitler andato al potere!
La radio e i giornali annunciavano intanto:
- Tutto andr meglio in Germania, ora. Hitler ha preso le redini in mano!
La politica fece il suo ingresso nella nostra vita in quell'occasione. Hans aveva
quindici anni a quell'epoca e Sophie dodici. Sentivamo parlare molto di patria, di
cameratismo, di comunit nazionale e di amore per la propria terra. Ci faceva
impressione a noi e, quando ne sentivamo parlare a scuola o per strada, prestavamo
ascolto con entusiasmo perch amavamo molto la nostra patria [], se pensavamo
alla patria ci sembrava di sentire l'odore del muschio, della terra umida e il profumo
delle mele. Ogni palmo di terra ci era ben noto e caro. La Germania! [] L'amavamo
e non ne sapevamo quasi il perch. Non se n'era parlato molto, prima d'allora. Ora
per la parola "patria" veniva scritta con grandi lettere di fiamma nel cielo. E Hitler
sentivamo dire ovunque Hitler voleva far s che questa patria divenisse grande,
felice, voleva portarla al benessere. Voleva fare in modo che tutti avessero pane e
lavoro. [] Ci sembrava un bene e il contributo che potevamo dare lo avremmo dato
volentieri. C'era poi anche un'altra cosa che ci attraeva e ci trascinava con forza
misteriosa ed erano le colonne compatte di giovani che marciavano con le bandiere al
vento, con gli occhi fissi in avanti, fra il rullo dei tamburi, cantando. Questa comunit
non era forse qualcosa di travolgente? Nessuna meraviglia che siamo entrati tutti nei
ranghi della "giovent hitleriana", Hans, Sophie e noi ragazzi".127
Gli Scholl, dunque, condividevano con la maggioranza dei tedeschi la
suggestionabilit di fronte al simbolo risvegliato della patria, il quale evoca di
rimando altri significati visibili, familiari, caldi; il pane, le mele, la terra umida. Il
sentimento della comunit ed i suoi rituali di sempre, semplici ma terribilmente
efficaci al contempo, li affascinavano e li allacciavano nella credulit. Sentivano che
dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di
buono. Il loro padre, vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito
sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.
L'esperienza nella Hitlerjugend, all'inizio cos soddisfacente, volge in seguito
verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli
aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perch non appartenevano al suo

popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto
l'impatto con l'irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli
avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall'osservare la mancanza di
libert individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei
campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
Inge ricorda:
"Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasform
dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro
e fiducioso in cui credevamo cominci a crollare, un po alla volta, nel nostro animo.
Che cosa avevano fatto, in realt, della patria? Non v'era pi libert n vita in fiore n
prosperit n felicit per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no!
Avevano posto, uno dopo l'altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non
divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere".128
Il contatto con l'ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere
nei confronti della dittatura, spingono Hans all'azione. Nascono i primi volantini della
"Rosa Bianca". Ha l'appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella
Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi
seguono l'arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro
mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi
gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica:
"Il treno che li portava al fronte aveva sostato per alcuni minuti in una stazione
polacca. Sull'argine della ferrovia aveva scorto delle donne e delle giovanette con in
mano delle accette, curve e intente a fare dei lavori pesanti, da uomo. Portavano sul
petto la stella gialla di Sion. Hans salt gi dal finestrino della vettura e si avvicin
alle donne. La prima della fila era una giovanetta consunta, dalle mani scarne: aveva
un bel viso intelligente, soffuso di un'indicibile tristezza, Che cosa avrebbe potuto
donarle? Gli venne in mente la riserva per i momenti di emergenza un misto di
cioccolata, uva passa e noci e gliela porse. La giovane butt il pacchetto ai suoi
piedi []. Hans lo raccolse, le sorrise guardandola in volto e disse:
- Avrei tanto voluto poterle dare un po di gioia.
Indi si chin, colse una margherita e la depose ai piedi della giovane assieme al
pacchettino. Il treno si mosse per in quel mentre ed egli dovette prender la rincorsa

per saltar su. Riusc tuttavia a scorgere dal finestrino la ragazza che se ne stava
immobile a guardare il treno, con la margherita bianca nei capelli".129
Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della "Rosa Bianca" impegnarsi in varie
iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, "Abbasso Hitler!", "Libert", ai
volantini da distribuire anche nelle universit del resto del paese. Questi gesti sono
solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell'impotenza,
poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte
all'enormit di ci che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in
Germania occorresse pi coraggio che altrove per scrivere "Libert" su un muro.
Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un
ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all'impatto con la realt.
In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18
febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono
interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti
davanti al tribunale per un processo sommario.
Apparvero altri volantini in quel febbraio a Monaco, questa volta rossi, con la
scritta:
"Sono stati condannati a morte per alto tradimento:
Christoph Probst, di ventiquattro anni
Hans Scholl, di venticinque anni
Sophie Scholl, di ventidue anni.
La sentenza gi stata eseguita".130
La notte prima di essere decapitata, Sophie Scholl fece un sogno che raccont
alla sua compagna di cella:
"In una giornata piena di sole portavo a battesimo un bimbo che indossava
una lunga veste bianca. Per arrivare alla chiesa dovevo percorrere un sentiero
ripido di montagna. Ma portavo in braccio il bimbo saldamente e con sicurezza. Un
crepaccio si apr improvvisamente davanti a me. Ebbi appena il tempo di deporre il
bimbo al di l del crepaccio, poi precipitai nella voragine.
Il bimbo simboleggia le nostre idee, che si affermeranno ad onta di tutti gli
ostacoli. Ci stato concesso di essere i pionieri, ma dobbiamo morire per esse prima
di vederle tradotte in realt".131

Hans, Sophie e i loro amici amavano il loro paese, credettero in Hitler che
diceva di amarli, furono ingannati, uscirono dall'incantesimo ed ebbero il coraggio di
indignarsi.
Li uccisero perch avevano scritto "Libert" nelle strade di Monaco.

4.4.2. Gli adulti. Claus von Stauffenberg e il tirannicidio.


La storia degli attentati alla vita di Hitler costellata di incertezze, titubanze e
sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la
vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora l, ma
avrebbe dovuto piuttosto ringraziare il sorprendente impedimento al tirannicidio
creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.
I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie
perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti mossi dalla
sofferenza non fecero che causare altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese
a pretesto l'attentato di un giovane ebreo per avviare l'orgia distruttiva della
Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, dopo l'incendio al Reichstag si era
appellato alla necessit di difendere lo Stato, stringendo ancor di pi la morsa
persecutoria contro i partiti d'opposizione.
L'unica occasione nella quale Hitler rischi veramente la vita fu il 20 luglio
1944, quando una bomba squarci la baracca nella quale si teneva una riunione
militare ed egli si ritrov ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa
bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall'esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l'unico tentativo concreto della Resistenza
tedesca di eliminare il Fhrer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per
fatalit e in parte per effetto della mancanza di coordinazione tra i congiurati. Una
disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessit di agire e le forti
ed inspiegabili remore sull'uccisione di Hitler. Chi apparentemente riusc a superare
questo conflitto fu l'autore materiale dell'attentato, il conte Claus von Stauffenberg.
Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg
aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell'apprendere
degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla

conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.132 "Stauffenberg e altri membri
dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli
errori tattici, ma con scarso successo. Egli per non si accontentava "di aver tentato".
Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiar
pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l'alto comando militare, uno
degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe
dovuto andare dal Fhrer e dirgli la verit sulla situazione militare. Stauffenberg
replic: "Il punto non dirgli la verit ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo". Non
aveva per accesso al dittatore e non trov appoggi. Non era neppure in contatto con i
cospiratori gi attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler".133
Questo episodio riportato da Hoffmann contiene una delle costanti
dell'atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. "Tutto ci
impossibile, il Fhrer non pu permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno
tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo", sono le frasi che molti tedeschi si
saranno ripetuti mille volte. Quanto doveva essere forte la fiducia in quell'uomo che
si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l'assoluta incorruttibilit e
purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la
minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri
che un criminale.
Nel rapporto di traslazione tra Hitler e i tedeschi possiamo ritrovare quello
stato di dipendenza infantile correlato con la suggestionabilit, descritto da Ferenczi
(1909) e ripreso da Kris (1941). Questa dipendenza costituita da atteggiamenti
libidici e per appoggio; essi corrispondono a due desideri principali nella vita del
bambino: il desiderio d'amore e il desiderio di protezione, entrambi un tempo legati
alle figure parentali. Questi desideri non muoiono mai e in condizioni speciali
possono ridestarsi in pieno vigore.134
Come il bambino che scopre che non pu fidarsi del padre o il paziente del
terapeuta, quei tedeschi delusi sperimentarono la vergogna di avere amato chi non lo
meritava e anzi approfittava di loro. La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo in
conflitto, con la sua presa di posizione a favore dei desideri pulsionali, si configura
come una seduzione a tutti gli effetti, a cui segue nelle menti pi sensibili la vergogna
di essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e
paralisi della volont, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati

dalla spinta all'agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tab dell'uccisione di


Hitler.
Il percorso che l'aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale
sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che considerato dagli
studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di
risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg
attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente
era poi virato nella neoplasia razzista e antisemita dei pangermanisti come Alfred
Schuler e Ludwig Klages.135
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso
dell'onore prussiano l'esercito. Aveva aderito al progetto di colpo di stato. Dopo il
fallimento dell'attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice
che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler
organizz una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e
contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e
l'ottantacinquenne padre di un loro cugino.136
Che fossero stati lo sdegno per le atrocit commesse dal suo stesso esercito o la
percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello
Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il
responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
"E' ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo
sapendo che nella storia tedesca sar ricordato come un traditore. Se non fa nulla,
per, sar un traditore per la propria coscienza".137
Non riusc ad uccidere Hitler e a fermare la guerra ma riusc concretamente a
fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel
bunker, insonne ed imbottito di farmaci, tra seguaci stanchi che non vedevano l'ora
che si suicidasse per poter fumare di nuovo.138
4.5. Il ruolo della propaganda.
La propaganda nel Terzo Reich ebbe la funzione di amplificare il potenziale
fascinatorio del messaggio hitleriano e di mettere in risonanza la suggestionabilit del
Volk, attraverso un'opera capillare di controllo dei mezzi di comunicazione,

coordinata a livello centrale dal Ministero per la Propaganda, con a capo Joseph
Goebbels.
Era costui un uomo che aveva messo al servizio del radicalismo
nazionalsocialista la sua cultura e la sua intelligenza, ma soprattutto il suo genio
propagandistico, che attingeva abilmente da tutto quanto fosse stato enunciato in
materia anche dagli avversari e l'amalgamava in una miscela di idee rivoluzionarie,
nichilismo e violenza razzista sfrenata da riversare sul popolo dalle tribune e dai
microfoni radiofonici. Era rimasto sedotto dal primo incontro con Hitler negli anni
'20 e fino all'ultimo, con dedizione fanatica, aveva organizzato nei minimi particolari
assieme all'architetto Speer le grandi rappresentazioni del suo Fhrer.
Il Ministero della propaganda, creato nel 1933, si articolava in cinque settori:
radio, stampa, cinema, teatro e orientamento generale della propaganda.139 Goebbels
sfruttava con successo i pi moderni mezzi di comunicazione di massa dell'epoca,
soprattutto la radio e il cinema per divulgare la Weltanschauung nazista. Sotto le sue
direttive, la parola e l'immagine si caricavano di significato evocativo alla massima
potenza. La fonte inesauribile della sua ispirazione era Hitler, del quale diceva: "la
sua maniera di fare quella dell'artista puro, quale che sia l'ambito nel quale
agisce".140 Si adoper strenuamente per volgere a vantaggio del regime ogni
situazione politica; ruppe i bubboni di antisemitismo, spargendone e virulentandone i
germi; fece realizzare film ad effetto dove si voleva dimostrare la necessit
dell'eliminazione fisica dei malati e deformi, lui che trascinava una gamba ed era
visto dalla popolazione come una sorta di gobbo malefico. Segu Hitler nella tomba,
suicidandosi assieme alla moglie, non prima di aver fatto eliminare i sei figli con un
iniezione di morfina.141
Da un punto di vista psicodinamico, il ruolo della propaganda nei fenomeni di
suggestione collettiva stato riassunto da Roger Money-Kyrle in questi termini:
"Ci sono delle variazioni nella suscettibilit generale delle persone alla
propaganda, che dipendono dal grado di indipendenza, cio di maturit, che esse
hanno raggiunto. [] Le persone sono specialmente sensibili all'influenza di quei
simboli di figure parentali buone di cui vanno alla ricerca nel mondo esterno per
proteggersi dalla persecuzione di quelle cattive. Infine la suggestionabilit alla
propaganda dipende dalla sua natura. Per essere efficace, la propaganda deve
simboleggiare e corrispondere a quelle fantasie inconsce che sono gi presenti. La
propaganda pi efficace comincia probabilmente con un appello alla paura; indica

simboli di genitori cattivi, cos fa sorgere quei demoni dormienti della fantasia
inconscia. Poi costruisce simboli compensatori dei genitori buoni, eroi che sono
sufficientemente forti per sconfiggere i demoni".142
La suggestione del simbolo fu sfruttata fino in fondo dall'armamentario
propagandistico nazista, in ossequio all'affermazione di Joseph Goebbels che "la
propaganda migliore agisce per vie traverse".143
4.6. Considerazioni su "Triumph des Willens".
Il Congresso della NSDAP, svoltosi dal 6 al 10 settembre 1934, fu celebrato
dal Ministero della Propaganda commissionando alla regista Leni Riefenstahl il film
documentario sull'avvenimento, Triumph des Willens (Il trionfo della volont). La sua
recente pubblicazione in videocassetta ci offre l'opportunit di fare alcune riflessioni
psicostoriche sul suo significato di documento storico della fascinazione nazista, al di
l di ogni considerazione politica o di merito.
"La prima di Triumph des Willens, prevista inizialmente per il dicembre del
'34, ebbe luogo il 28 marzo 1935 all'Ufa-Palast am Zoo (il titolo del film era stato
scelto anche in questo caso personalmente dal Fhrer). La messa in scena della serata
si svolse secondo un rituale grandioso e testimonia l'importanza attribuita a questo
"terzo livello di articolazione", costituito dalla spettacolarizzazione dell'apparato della
visione. La scenografia della facciata fu realizzata dallo stesso Speer e nello stesso
stile delle architetture del congresso di Norimberga. L'operazione svela chiaramente
la funzione di collegamento, di raccordo che il cerimoniale della prima doveva
svolgere tra il cerimoniale dell'esperienza diretta e quello dell'esperienza
audiovisiva".144
La tecnica con la quale Riefenstahl tratta il grande happening di Norimberga
essenzialmente quella di piazzare dei kameraaugen, dei "cameraocchi"145 che
scrutano da ogni punto dello spazio, di fianco, dietro, davanti, sopra Hitler l'evolversi
degli avvenimenti e del loro rituale. Con riprese che anticipano lo stile televisivo, il
montaggio alterna ci che vede Hitler a ci che noi vediamo assieme a Hitler.
L'intento di sembrare quasi distaccati, di proporre un evento come se fosse in presa
diretta. In realt il risultato subdolamente fascinatorio. La semplicit delle immagini
non fa che esaltare la semplicit del messaggio e il suo significato evocativo. Non vi

apparentemente segno di enfasi cinematografica, di passionale partecipazione


registica come nelle opere sovietiche di Ejzentejn o Pudovkin sulla rivoluzione.
Riefenstahl, pur celebrando i fasti del Fhrer sembra voler dire non c'entro nulla, mi
hanno chiamato solo per documentare ci che sta accadendo, eseguo solo gli ordini.
Un gelo di morte pervade tutto il film che, non a caso, ha il suo momento
topico nella scena dell'omaggio ai caduti. Hitler, Himmler e Lutze si avviano
lentamente verso il cippo, tra due ali di folla immobile, lungo una via lastricata
dilatata dall'obbiettivo, inquadrati dall'alto, nel silenzio interrotto solo dalle note di
una marcia funebre.
Il film inizia con l'inquadratura dell'aereo di Hitler che sorvola le nubi sopra
Norimberga, citt fatale che sembra presentire i giorni della fine e del Processo.
Come stravolgendo lo schema della tragedia, non sappiamo se il deus ex machina
scenda dal cielo portando la catastrofe oppure la salvezza. La didascalia ci ricorda
che siamo "a 16 anni dalla sconfitta della Germania e a 19 mesi dalla sua rinascita".
Le successive immagini: la folla che attende impaziente, l'atterraggio dell'aereo, la
figura di Hitler che compare dal portello, i fiori, il viaggio in macchina lungo le
strade, i primi piani dei volti e le braccia alzate, Hitler che saluta il suo pubblico dalla
finestra sono stranamente familiari al nostro sguardo. Le vediamo tutti i giorni in
televisione, sono quelle dell'artista, del divo. Nonostante la divisa portata dal
protagonista stiamo assistendo alla nascita della societ dello spettacolo.
Una dissolvenza ci porta ad una lunga carrellata per le vie di una Norimberga
ancora addormentata mentre risuonano le note dei Maestri Cantori di Wagner.146
L'unico segno di vita una mano che apre una finestra. I camini fumano
esageratamente per essere in settembre e tra breve rimanderanno al fumo del rancio
che bolle negli accampamenti, poi al fumo della fiaccolata notturna. Dall'aria nella
quale si libra l'aereo del Fhrer, alla terra solida e alle pietre medievali della citt,
fino al fuoco che prender il predominio sugli altri elementi, in forma di torcia,
braciere o vorticante in giochi pirotecnici. Sono questi i simboli elementari, la base
evocativa del film.
Sul fuoco ha scritto Elias Canetti: "Ci che separato destinato ad essere
unito in breve tempo dal fuoco. Gli oggetti diversi ed isolati vengono tutti assorbiti
nelle medesime fiamme, e divengono cos uguali da sparire interamente: case,
creature, tutto afferrato dal fuoco. Esso contagioso: appare ogni volta stupefacente
l'impotenza a difendersi dal contatto delle fiamme. Quanto pi una cosa viva, tanto

meno pu difendersi; solo le cose pi inanimate, i minerali, possono tollerare il


fuoco. La sua rapida spietatezza non conosce limite. Esso vuol contenere tutto, non
ne ha mai abbastanza".147
La scena del risveglio nell'accampamento mostra la toeletta, gli scherzi e i
giochi di uomini regrediti ad uno stato preadolescenziale. E' il momento nel quale
Riefenstahl sfoga il suo senso estetico, inquadrando sapientemente sani corpi virili e
soprattutto ariani a dimostrazione del vigore della giovent tedesca. Nonostante il
tono giocoso e l'aria da Oktoberfest, si percepisce un sottofondo carcerario. Quale
prigione ideale se non quella dove i detenuti sono felici e si divertono? Il direttore sta
per arrivare.
Un ragazzo ride quasi con cattiveria, in primissimo piano, la prima volta che
sentiamo una voce ed sgradevole come uno schiaffo. Sfilano i contadini, le anime
del Volk nei loro costumi tradizionali. E' la volta delle donne, tante donne, mamme
amorose devote alle tre K, Kche, Kirche, Kinder (cucina, chiesa e bambini).
Improvvisamente appare il Fhrer, mentre eravamo ancora intenti ad ammirare
i bambini, belli e nutriti e le trecce bionde delle ragazzine. Uscito non si sa da dove
(ma il montaggio sapiente), Hitler si incontra con le donne che gli si affollano
attorno. Una di loro lo guarda con amore, quasi con desiderio. E' il volto rassicurante
del Reich, di quell'uomo ci si pu fidare. Dopo le donne gli operai. I contadini, le
donne e gli operai, il cuore della comunit di popolo, la patria.
La nota stonata lo sguardo di Hitler, i suoi occhi persi nel vuoto. Quegli occhi
che, secondo la testimonianza di Jacques Benoist-Mchin, che li vide di persona:
"Parevano senza sguardo e come privi di vita. Ma subito si era costretti a correggere
questa impressione. Ci che creava tale sentimento di vuoto, era la loro fissit. Si
sarebbe detto che le pupille, invece di scrutare il mondo, fossero rivolte verso
l'interno, a seguire uno spettacolo che si svolgeva nel fondo di lui stesso".148
L'aquila nazista che campeggia sul palco del Congresso ci introduce alla prima
scena in interni. Hitler ricorda l'appena defunto Presidente Hindenburg, saluta gli
ospiti stranieri e chiama l'applauso all'indirizzo della Wehrmacht. Goebbels enuncia
con voce metallica, come proveniente da un'entit impersonale: "La nostra
propaganda nasce dal profondo del popolo e verso il profondo del popolo deve essere
sempre orientata".
La parte del film dedicata al dispiegamento delle forze popolari e alla
celebrazione del loro incondizionato assenso riprende con una scena impressionante

nel suo tono rituale, l'Adunata dei membri del Servizio del Lavoro. Gli uomini in
divisa portano delle vanghe che maneggiano come fucili. La vanga lo strumento del
popolo della terra ma, all'occorrenza pu anche scavare le fosse. Il popolo pronto a
seppellirsi dopo avere seppellito il mondo.
"Il cerimoniale utilizzato quello dello Sprechchor, del coro parlato. La sua
origine "sacra" trasparente, Ma si tratta anche di una forma che una lunga
consuetudine aveva istituzionalizzato come forma liturgica laica, utilizzata nelle
cerimonie patriottico-nazionali (lo Sprechchor era stato assimilato anche dalla
tradizione socialdemocratica e poi dalle organizzazioni della sinistra negli anni
della Repubblica di Weimar venne utilizzato anche nell'ambito agit-prop).149
Chi conduce il coro, come in stato di esaltazione ipnotica, chiama all'appello i
vari reparti, provenienti da ogni parte della Germania, per il giuramento di fedelt. Il
riferimento simbolico all' esercito germanico, alla foresta che cammina150.
"La rigidit e il parallelismo degli alberi ritti, la loro densit e il loro numero
riempiono il cuore tedesco di gioia profonda e segreta. Il tedesco cerca la foresta in
cui hanno vissuto i suoi antenati e si sente ancora oggi volentieri tutt'uno con gli
alberi. [] Il ragazzo che lasciava la ristrettezza della casa e si spingeva nella foresta
con l'intenzione di sognare e di essere solo, vi sperimentava in anticipo la sua entrata
nell'esercito.151
La folla di ragazzi assiepata nello stadio e il rullo dei tamburi introduce
all'incontro di Hitler con la sua Jugend. Il tono carezzevole e suadente, "mein
Jugend.", ma presto passa dall'autorevole all'autoritario, "vogliamo un popolo
ubbidiente". I ragazzi sono tutti con lui. Sembra che per un momento Hitler abbia un
cedimento emotivo, deglutisce. Quei giovani eseguiranno il suo piano, non lo
ostacoleranno. La Germania ai piedi del fallito del Mnnerheim.
La seconda parte del film, dove i protagonisti sono i militanti del partito, lo
stato nello stato, ha un tono meno suggestivo ma i cameraocchi della Riefanstahl
riescono a penetrare nella dimensione oratoria del regime, ispirandoci alcune ulteriori
considerazioni.
La prima cosa che viene notata lo stile prosodico dei vari discorsi dei
dirigenti. Tutti hanno un tono esaltato, sopra le righe, monotono e violento. E' un
comportamento acquisito per incentivazione localizzata dell'attenzione. Nessuno
parlerebbe cos in condizioni normali, ma la situazione non normale. Lo stile vocale

del capobranco ben riprodotto, ma non riesce a convincere come l'originale. Le


parole sono urlate, quasi ululate da lupi usciti dalla foresta.
L'oratoria di Hitler operistica. Davanti ai suoi pu lasciarsi andare come ai
bei tempi e intonare il suo Liebestod, interpretare la morte di Isotta che aveva visto
decine di volte a Vienna. Un finale d'opera, il grande crescendo wagneriano della
morte per esaltazione amorosa per il gran finale del Congresso. L'anima di Hitler un
soprano drammatico, la gestualit quella della mani al petto, delle mani agitate
davanti al viso, degli occhi al cielo. L'animus il direttore d'orchestra, del quale
Hitler assume il tono imperioso. Gli elementi maschile e femminile sono fusi in un
super-individuo teatrale che vuole inglobare il pubblico.
"Il direttore d'orchestra sta in piedi. Con un piccolissimo movimento egli desta
d'improvviso alla vita questa o quella voce, altre ne tacita, secondo la sua volont. Ha
dunque potere di vita e di morte sulle voci. Una voce morta da molto tempo pu
risorgere al suo comando. La differenza degli strumenti corrisponde alla differenza
degli uomini. L'orchestra equivale a un'assemblea di tutti i principali tipi. Pronti a
ubbidire, permettono al direttore di trasformarli in un'unit che egli far poi divenire
visibile dinanzi a loro stessi. [] Sugli ascoltatori viene esercitata una costrizione
affinch restino immobili. [] Finch egli dirige, non possono muoversi. Appena
termina, devono applaudire. [] Egli in potere di quelle mani, ma solo di esse; per
loro vive veramente. E' l'antica acclamazione del vincitore. [...] mentre gli ascoltatori
lo seguono ha dinanzi a s un piccolo esercito di suonatori professionisti da
dominare. Anche in questo caso gli serve la mano, che per non si limita a indicare
passi -come per gli ascoltatori ma impartisce comandi".152
L'opera wagneriana l'ispiratrice dello stile declamatorio di Hitler. E' un
omaggio a Tristano come ossessione personale, del cui finale cattura lo schema
progressivamente isterico: dal piano e lento "Mild und leise" al trasfigurato
"ertrinken, versinken, unbewsst, hchste Lust!" (naufragare, affondare
inconsapevolmente suprema letizia!)153. Le parole assumono un tono di verit
assoluta e, al termine del suo discorso, letto e non improvvisato, si volta e se ne va,
quasi risentito.
Impagabile l'espressione di Rudolph Hess, inquadrato in primo piano, che
in assoluto il pi rapito dall'interpretazione di Hitler. E' il suo Kurwenal (il servo
fedele di Tristano), il capo-claque, il suo servo di scena, il capo del fan-club. Urla alla

folla in delirio: "Il partito Hitler, ma Hitler la Germania, cos come la Germania
Hitler!"
Dissolvenza su una grande svastica e giovani che marciano verso il
fuoricampo, verso la fine.
Il grande circo nazista lascer dietro di s solo morte e distruzione, dopo avere
elargito illusioni di pace e prosperit. E' il trionfo della volont, della volont
necrofila di Adolf Hitler.

Capitolo V.
LA SOPRAVVIVENZA DELLA FASCINAZIONE NAZISTA.

"I neonazisti considerano importantissimo che Hitler sia un "fattore costante"


nella storia. Invece amano definire lo sterminio che ebbe luogo nelle camere a gas dei
campi di concentramento un "dettaglio", quando non lo negano addirittura".154
Nella Berlino del 1945, con la morte di Hitler, Goebbels e Himmler, la
scomparsa misteriosa di Borman e la fuga o cattura della maggior parte delle altre
figure rilevanti del regime, dominava la sensazione che l'incubo fosse finito e che il
Crepuscolo degli dei fosse giunto all'ultima replica, con il Reno che sommerge i roghi
dei falsi eroi.
Seguirono la cerimonia di purificazione del Processo di Norimberga, la fretta
da parte delle superpotenze di ristabilire la normalit in una Germania divisa secondo
la logica spartitoria della Guerra Fredda ma tutt'altro che completamente denazificata
e la necessit, forse conseguentemente colpevole, di coprire le complicit, le
reticenze e le meschinit di chi dentro e fuori il Terzo Reich sapeva ma non aveva
fatto nulla per limitare la catastrofe.
Nello stesso tempo, la scoperta definitiva dell'infinita crudelt dei lager, della
loro incontrovertibile realt documentata da immagini che si impressero
indelebilmente nella coscienza dell'Uomo, dava inizio al sentimento di angoscia che
tutto ci potesse ripetersi. Dopo Auschwitz, come hanno sostenuto molti autori, il
mondo non sarebbe pi stato come prima. Il prototipo della fabbrica della morte su
scala industriale era l nella campagna polacca ad ammonire il futuro ma pronto ad
offrirsi come precedente.
Se il nostro secolo stato caratterizzato dal totalitarismo in varie forme, il
nazismo, con le sue peculiarit e il principio fondante del razzismo eliminatorio, pu
essere considerato il punto di rottura tra il passato e il futuro del concetto di umanit.
Hitler ha consegnato alla storia, meglio di chiunque altro, il principio che se prevale
la concezione dell'individuo come non-uomo, oggetto privo di dignit, allora
legittima la quantificazione dei morti in milioni.
Se le guerre attuali vengono prevalentemente combattute sulle popolazioni
civili; se per salvare un soldato addestrato si preferisce sacrificare donne e bambini di
un paese povero, se stato possibile per quasi cinquant'anni concepire l'idea della
distruzione nucleare totale del mondo, allora possiamo ringraziare Adolf Hitler e il
suo regime criminal-tecnologico.
La scoperta della collaborazione di criminali nazisti nell'addestramento di
torturatori dei regimi sudamericani da parte degli stessi che avevano commesso

sevizie ed "esperimenti medici" nei lager rappresent per molti solo uno di tanti
episodi isolati, o peggio, un problema dei "cacciatori di nazisti" come Simon
Wiesentahl. L'Europa non c'entrava. Il nazismo era un fenomeno chiuso, da
dimenticare al pi presto.
L'illusione del sipario calato per sempre sulle fiaccolate e i discorsi isterici di
Hitler, conseguenza della rimozione di un passato difficile da superare, era destinata
alla fine a cessare bruscamente.
Soprattutto nel mondo tedesco, dagli anni della riunificazione in poi,
l'accumularsi di segni di un ritorno dal passato dei fantasmi nazisti cominci a
popolare gli incubi di coloro che vivono come impegno civile la lotta contro la
barbarie.
Che significato attribuire alla ricomparsa delle svastiche sui muri e sulle tombe
dei cimiteri ebraici? E gli atti di violenza contro gli asylanten e gli stranieri in genere,
il riaffiorare di un nazionalismo aggressivo e l'invasione di materiale propagandistico
neonazista importato illegalmente da vere e proprie imprese di merchandising con
miliardi di fatturato? Si trattava veramente di episodi isolati o vi era un progetto
eversivo dietro tutto ci?
Il nazismo veramente morto o pu ancora evidentemente affascinare con la
stessa virulenza del passato soprattutto i giovani? La Germania stata vaccinata
definitivamente o potrebbe sensibilizzarsi nuovamente, nelle circostanze adeguate?
La democrazia tedesca sufficientemente solida per controbatterne un eventuale
nuovo attacco?
Ci che preoccupa attualmente, l'arroganza con la quale sempre pi numerosi
movimenti politici di chiara discendenza nazionalsocialista reclamano una
legittimazione politica e scalpitano di fronte al problema dei crimini e della
responsabilit, fino ad arrivare all'oscena negazione degli stessi, supportata da una
certa pubblicistica paranoica che sostiene che le camere a gas non sono mai esistite.
Dimostrando estremo coraggio civile, negli anni dal 1988 al 1992, il giornalista
tedesco Michael Schmidt ha condotto un'inchiesta infiltrandosi negli ambienti del
neonazismo, vivendo di persona e a proprio rischio un'esperienza che egli stesso
descrive in questi termini, nella prefazione del suo libro: "Nessuno ha visto "tutto".
Quello che ho visto io, comunque, sufficiente a procurarmi veri e propri incubi".155

5.1. L'effetto del materiale propagandistico nazista oggi. L'esempio di "Der Ewige

Jude".
Nel corso della sua inchiesta sulle organizzazioni neonaziste, Michael Schmidt
pot assistere alla proiezione a scopo "didattico" del pi aberrante tra gli strumenti di
propaganda antisemita, il film Der Ewige Jude. Questo filmato, realizzato nel 1941 da
due dottori esperti di propaganda psicologica, Fritz Hippler e Eberhard Taubert, alle
dipendenze del dottor Goebbels, continua a far parte, assieme a Sss l'ebreo e Juden
sehen dich an (Gli ebrei ti guardano), del programma di indottrinamento standard
durante le riunioni di simpatizzanti, contattati tramite volantini o presentati da altri
camerati. Riporteremo estesamente la descrizione di Schmidt della proiezione di Der
Ewige Jude, assieme alla registrazione delle impressioni degli spettatori.
"Dall'altoparlante risuona il commento sonoro: "I ratti accompagnano l'uomo
come parassiti fin dai suoi primordi. La loro patria l'Asia. Da qui migrano in
gigantesche schiere, attraversando la Russia e i paesi balcanici, verso l'Europa." Sullo
schermo si disegna un'inquietante reticolato. Il ratto migrante invade l'Europa. []
Sullo schermo i ratti corrono verso di noi. Il commentatore sentenzia con voce decisa,
ostentatamente oggettiva: "Ovunque appaiano, i ratti portano con s distruzione,
annientano beni e viveri dell'uomo, diffondono malattie: lebbra, peste, tifo, colera,
dissenteria e via dicendo Sono perfidi, abietti e spietati, e si presentano
normalmente in grandi schiere. Tra gli animali rappresentano un elemento di
distruzione subdola e occulta; lo stesso dicasi per gli ebrei tra gli uomini".
Dissolvenza: dal brulichio di ratti si passa a un gruppo di ebrei. Seguono inquadrature
in primissimo piano dei loro volti. Poich sono appena stati inquadrati i ratti, d'un
tratto anche questi volti appaiono in qualche modo "subdoli". [] La musica diventa
sgradevole, carica di tensione. Come se non bastasse, il commentatore rincara la
dose: "Queste fisionomie confutano in maniera irrefutabile le teorie liberaleggianti
sull'uguaglianza di tutto ci che possiede un volto umano".156
Nella sua descrizione del film, Schmidt coglie l'estrema facilit con la quale si
pu creare un'associazione tra uno stimolo aversivo e ctonio come il ratto apportatore
di peste e l'oggetto dell'attacco propagandistico, in questo caso gli ebrei, quando
afferma che "anche questi volti appaiono in qualche modo subdoli".

L'effetto immediato. Lo schema di questo film solo apparentemente rozzo,


in realt l'efficacia persuasiva tale da poter essere considerata esemplare.
Il primo presupposto del messaggio che non tutti gli animali sono uguali, ve
ne sono alcuni apportatori di malattie, e quindi pericolosi per l'uomo. Qui si fa
appello alla paura atavica del contagio e si utilizza la "metafora della malattia"
utilizzando lo stimolo evocativo pi facile, il ratto. Un classico espediente
cinematografico, la corsa dei ratti verso gli spettatori, accresce la tensione e sfocia
nella paura e nel ribrezzo. Contemporaneamente, la voce fuori campo attribuisce
illogicamente agli animali, che continuano a dilagare sullo schermo, qualit
tipicamente umane: la perfidia, l'abiezione e la spietatezza, preparando il terreno per
l'associazione con il vero oggetto che dovr ingenerare il disgusto, l'uomo non
umano, l'ebreo.
Nello spettatore viene insinuato cos il dubbio che come tra gli animali, anche
tra gli uomini ve ne siano di pericolosi, subdoli e abietti. Senza dare il tempo di
riflettere, il commento conferma perentoriamente che ci che si detto per i ratti vale
per gli ebrei tra gli uomini. L'improvviso cambio di immagine, dall'animale all'uomo,
conferma percettivamente e rafforza l'avvenuta associazione. Non vi pi distinzione
tra animale e uomo, anzi sono state create due sottocategorie, gli animali inferiori e
gli umani inferiori, ratti ed ebrei. Essi condividono le stesse qualit negative e se
lecito distruggere l'orda dei ratti allora altrettanto lecito distruggere gli ebrei. Il
circolo chiuso.
La proiezione di Der Ewige Jude nel 1941, un anno prima dell'inizio della
sistematica e definitiva opera di sterminio del popolo ebraico la dimostrazione della
necessit del regime di convincere e fugare ogni possibile remora o dubbio circa la
giustezza del razzismo eliminatorio. Allo stesso modo, altri film che mostravano con
studiato compiacimento immagini di malati mentali, affetti da deformit, servivano
ad inoculare nel popolo l'idea aberrante dell'eliminazione delle "vite indegne di essere
vissute", concretizzata nel "progetto eutanasia". Questi film erano prodotti con il
preciso intento di indottrinare, inculcare e confermare la non necessit della pietas, ed
erano destinati non solo a chi era gi convinto ma soprattutto a coloro che dovevano
essere definitivamente conquistati alla fiducia incondizionata nella volont del Fhrer
e della sua cricca criminale. Se possiamo immaginare gli effetti sul pubblico tedesco
degli anni Quaranta di simili prodotti della propaganda razzista, quali reazioni
possiamo attenderci dalle generazioni attuali?

Schmidt riferisce, nel suo libro, alcuni commenti degli spettatori convocati per
la proiezione di Der Ewige Jude.
"Gli spettatori sono studenti, apprendisti e giovani operai, con un'et pi o
meno compresa tra i quindici e i vent'anni. [] Per alcuni si tratta del primo incontro.
[] Faccio fatica a crederci; ma questo film, della peggiore propaganda antisemita,
ha veramente effetto.
"Io non so molto sugli ebrei", dice un ragazzo con il volto ancora coperto di brufoli,
"ho sentito dire che sono uomini d'affari. Ma che siano gente cos" 157
I commenti alla scena del film nella quale viene mostrato, sottolineandone
studiatamente la truculenza, il rito ebraico della macellazione kasher dei buoi,
dimostrano una volta di pi come l'animalismo fasullo sia pi forte dell'amore per i
propri simili umani:
"Che torturino le bestie in quel modo proprio uno schifo". [] L'intensit
dell'odio suscitato da questa scena dimostrata dallo skinhead che siede accanto a
me, che assume compiaciuto una posa da vendicatore brutale: "Bisognerebbe
tagliargli la gola, agli ebrei, farli morire dissanguati". Una ragazza annuisce in
segno di approvazione quando il suo ragazzo giunge con rabbia a questa conclusione:
"Questa crudelt verso gli animali bella e buona". [] Uno dei presenti, che fino a
quel momento era rimasto timidamente in disparte, mi dimostra che su di lui
l'indottrinamento ha funzionato alla perfezione. Avr all'incirca diciassette anni e ha
l'aria di uno che non sarebbe capace di far male a una mosca. Timidamente, con un
po di imbarazzo, cerca di trovare le parole pi adatte, si sistema gli occhiali, poi con
una vocetta acuta, osserva
quasi fra s e s: "Almeno adesso riesco a
immedesimarmi nella situazione, anche se non sono nato in quel periodo".158
Se queste osservazioni ci danno i brividi, non serve a consolarci il pensare che
probabilmente chi andato a vedere il film era gi in qualche modo predisposto al
pregiudizio. Il nazismo, oggi come ieri, prende di mira le menti pi malleabili e
continua a proporre menzogne e stravolgimenti della realt per un solo scopo: la
perpetuazione dell'odio.
Dopo averci ricordato che gli autori del film, non solo non sono stati perseguiti
per i loro crimini ma che ancora sono in grado di esprimere le loro aberranti posizioni
scrivendo per giornali reazionari e neonazisti, Schmidt conclude amaramente:

"Hippler e Taubert, il sovrintendente del Reich per la cinematografia e il


propagandista dell'odio. Come tanti altri, sono stati velocissimi a rimuovere tutto. Il
seme gettato in passato prolifera e prospera. Cos la loro opera di propaganda
continua a registrare nuovi successi. E loro continuano a restare impuniti,
cinquant'anni dopo la realizzazione del film, nonostante abbiano perso la guerra,
nonostante l'interdizione, nonostante la democrazia".159

5.2. Il rischio della mitizzazione del nazismo e sua fascinazione sulle giovani
generazioni.
L'esistenza di un potenziale fascinatorio delle idee naziste sui giovani, non solo
in Germania ma in tutto il mondo oramai un dato di fatto. Non facile stabilire gli
elementi costituenti la formula generale di tale fascinazione. Nonostante le differenze
interculturali, in Russia come in Germania o negli Stati Uniti, l'ombra di Hitler
accarezza ancora amorevolmente la sua nuova Hitlerjugend.
In attesa di una chiara e definitiva condanna del nazismo come maledizione
dell'umanit intera da parte della coscienza collettiva, sorgono alcuni interrogativi.
Quanta parte ha in questo l'ignoranza dei fatti del nostro secolo? Cosa sanno
veramente i giovani del nazismo?
In questo stato di ignoranza quanti, colpiti dall'alone di mistero del Fhrer e
della sua plateale morte da eroe mitologico sono tentati di considerarlo un "grande",
confondendo la realt storica con il romanzo fantasy e la fumettistica? Quella
personalit quasi anticipatrice della rockstar, che abbiamo descritto precedentemente
e che a distanza di anni ancora "buca lo schermo" non potrebbe avere il suo peso, in
un mondo sempre pi dominato dal divismo? Nella progressiva virtualizzazione
della realt, coltivata dalla cultura mass-mediologica, riusciamo ancora a distinguere
tra il vero criminale e il villain del cinema?
Il diventare qualcuno partendo dal nulla non costituisce un mito del nostro
tempo? Non pi che mai vivo il concetto che il pi forte che vince, che non
concessa debolezza nel mondo sempre pi rispondente alle logiche della
competizione aziendale?
Nella prefazione al volume di Jaspers sulla Questione della colpa,160 Umberto
Galimberti indica nell'organizzazione tecnologica dei lager quel modello che porta

alla moderna separazione tra l'operatore industriale e il prodotto del suo lavoro ed alla
conseguente deresponsabilizzazione dell'operatore, fino alla possibilit del button
pushing, il premere il bottone.
Negli anni '30 milioni di giovani tedeschi furono attratti, affascinati,
condizionati e indottrinati con una facilit sorprendente alla ideologia negativa
nazista, e ci fu possibile anche perch vi fu uno stravolgimento degli ideali umani
preesistenti, assieme all'influsso del neoromanticismo, del nichilismo antimodernista
e all'ubriacatura per le idee razziste e pseudoscientifiche.
Oggi che gli stessi ideali sono molto deboli e pi che mai si assiste alla
disabituazione ai diritti-doveri della democrazia, il materiale umano a disposizione
sembrerebbe purtroppo ancora pi malleabile di allora.
Per impedire che la fascinazione del nazismo debba in futuro ammorbare
nuovamente il mondo, concretizzandosi in sistema politico, necessario un
particolare impegno da parte delle generazioni che ancora conservano memoria degli
eventi del Novecento, per esperienza diretta o per amore della conoscenza.
Prima che l'ultimo sopravvissuto tra i milioni di perseguitati muoia, e con egli
perisca anche la nozione di ci che accadde allora, sarebbe auspicabile che ognuno di
noi facesse proprio e conservasse con cura un frammento di quella memoria. Questo
impegno sar oltremodo prezioso se a recepirlo saranno i giovani o coloro che non
ebbero a subire alcuna persecuzione da parte del Terzo Reich.
Infatti, quando un regime proclama delle regole di diseguaglianza tra i suoi
cittadini, fino alle estreme conseguenze, nessuno potr mai sentirsi tranquillo nella
sua presunta inviolabilit. Nella Germania di Hitler essere ebrei, malati di mente,
zingari significava l'eliminazione. Pi recentemente, nella Cambogia di Pol Pot,
bastava portare gli occhiali.
Proprio perch potrebbe toccare a noi la prossima volta, e per impedire che
coloro che furono perseguitati allora debbano subire ancora una volta l'oltraggio del
razzismo eliminatorio, la conoscenza e la memoria potranno essere un utile strumento
per la vigilanza contro la barbarie. Tutto ci sar possibile se avremo gli strumenti
per accorgerci in tempo dei sintomi iniziali della sindrome genocida, uno dei quali
il presentarsi di un regime in termini fascinatori.
La storia spesso vista come in fotografia, annullandone gli indici prospettici
di profondit. Viene perso il senso della cronologia e della successione degli eventi,
che non sempre sono legati tra loro da precisi rapporti di causa effetto. La

fotografia con il tempo tende a sbiadire e ad impedirci di cogliere i dettagli degli


stessi eventi storici. Vedere fenomeni come il nazismo in movimento e in tre
dimensioni, restituendo loro il senso di realt potrebbe essere utile per tentare di
capirli.
Qualcosa che finora sfuggito, anche ed inevitabilmente nel presente lavoro,
potr essere riconosciuto e collocato nell'analisi complessiva dei perch.
Abbiamo imparato molto dallo studio del nazismo e delle sue conseguenze.
L'intento di proseguire l'impegno nella conoscenza, in memoria delle vittime e per
amore dell'umanit.

POSTFAZIONE

Questa tesi di laurea giunse a coronamento di un percorso personale di ripresa


degli studi quasi fuori tempo massimo, ad oltre trent'anni, in una materia, la
psicologia, che nei miei interessi era sempre stata seconda solo alla medicina. Una
sfida con me stessa, soprattutto, e di rivalsa contro un destino che mi aveva visto in
giovent impegnata quasi a tempo pieno solo nella musica. Pi per volont altrui, che
mia.
In questo lavoro, suggeritomi dal compianto Prof. Giuseppe Mucciarelli, mio
relatore ed insegnante di multiforme e rara capacit di ispirazione, ho potuto unire
alla psicologia, qui nella sua variante psicostorica, elementi di sociologia, storia,
politica, economia e medicina, in un approccio multidisciplinare che, secondo
Mucciarelli, era assai consono alla mia capacit di interpretare fenomeni osservandoli
da pi punti di vista e interpretandoli secondo diverse chiavi di lettura.
Nove mesi di studio e redazione, praticamente la cosa pi simile ad una
gravidanza che mi sia capitato di portare a termine.
L'argomento fu scelto per caso, probabilmente durante uno di quei preziosi
momenti in cui, finita la lezione, si ripristina l'antica tradizione del dialogo e della
trasmissione di conoscenza tra insegnante ed allievo che finisce per travalicare i rigidi
schemi dell'ambito del programma di studi per spaziare tra i pi diversi argomenti.
Solo in questo modo si pu partire dai freddi test psicometrici per giungere ai
meccanismi di fascinazione del nazismo e decidere di farci una tesi di laurea.
Argomento sviscerato fino alla nausea, il nazismo, in migliaia e migliaia di lavori ben
pi illustri del mio ma che io credo di aver trattato in maniera originale, proprio per
quella multidisciplinarit di cui parlavo.
Rileggendo la tesi oggi, a sedici anni di distanza, vi ritrovo ancora una certa
freschezza e validit e penso che, anche per il non esperto in materia di psicologia,
possa essere una lettura interessante. Senza contare che l'attualit politica e
soprattutto economica sta ripresentando, secondo la legge dei corsi e ricorsi storici,
inquietanti analogie con avvenimenti che, negli anni venti, posero le basi per
l'insorgenza della fascinazione nazista. Scellerate politiche economiche pro-cicliche
in risposta a crisi strutturali finanziarie che richiederebbero visioni di espansione
fiduciosa; senso di sgomento e lutto nelle popolazioni per la perdita di riferimenti
culturali, lavoro ed identit; paura di sprofondare nella povert; un paese, la
Germania, che, come allora, si trova al centro dell'attenzione e, purtroppo, con il

cerino acceso in mano. Tutto questo rende, dovrei dire purtroppo, attuale il discorso
su quali fattori possono distruggere la democrazia. Oggi come allora.
Ai tempi della mia laurea si era pensato di pubblicare il mio lavoro ma poi una
mia malattia e la prematura dipartita del Prof. Mucciarelli hanno fatto s che il
volume finisse sepolto negli archivi dell'ateneo bolognese senza ulteriori possibilit
di divulgazione.
L'avvento dell'ebook e la mia successiva ed attuale attivit di blogger, mi
permettono ora di mettere a disposizione dei lettori in Rete la mia ricerca in modo da
poterla far rivivere sotto altra forma e sottoporla al loro giudizio.
Ho apportato solo alcune piccole modifiche, per il resto si tratta della stesura
originale e definitiva del testo.

Faenza, 30 luglio 2013

BIBLIOGRAFIA

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Film e documentari:
Il trionfo della volont, di Leni Riefenstahl (1936).
Olympia, di Leni Riefenstahl (1936-1938).
Gli anni del consenso 1936-1939, in La Guerra del Fhrer, Hobby & Work 1997.
Ascesa al potere, in La Guerra del Fhrer, Hobby & Work 1997.
Notte e nebbia, di Alain Resnais.
Il sacrificio di Varsavia, di Yannick Bellon. Testo di C. Cassola.
Il Terzo Reich brucia, di Liliana Cavani.
In Tempo. Storia d'autore. 28-3-1997, Raiuno.
Ritorno ad Auschwitz, di Daniel Toaff. Intervista a Primo Levi, in Sorgente di vita,
Raidue.
Battaglione Lebensborn, di Chantal Lasbats, in Format, Raitre.

INDICE
Introduzione
Capitolo I. PSICOBIOGRAFIA DI ADOLF HITLER
1.1. L'interpretazione psicoanalitica
1.2. Erich Fromm e l'incestuosit maligna
1.3. Interpretazioni psicostoriche: l'ipotesi di Rudolph Binion
1.4. La prospettiva pedagogica: Helm Stierlin e il figlio come delegato
1.5. Alice Miller e il bambino perseguitato
1.6. L'ipotesi psicostorica di Peter Loewenberg
Capitolo II. TRATTI DI PERSONALITA' DI HITLER
2.1. Pseudologia fantastica
2.2. Teatralit
2.3. L'influsso del wagnerismo
2.4. Isteria e narcisismo
2.5. Auto ed etero distruttivit
Capitolo III. LA SENSIBILIZZAZIONE DEL POPOLO TEDESCO ALLA
FASCINAZIONE NAZISTA. CONSEGUENZE PATOLOGICHE.
3.1 Lo stato di lutto permanente tra guerra ed inflazione.
3.2. L'esperienza di malattia. "La pi grande pandemia degli ultimi sei secoli".
3.3. Lo scatenamento dell'aggressione
3.4. La creazione del capro espiatorio
3.5. Prove generali di un genocidio: il progetto eutanasia
3.6 Persecuzione e sterminio del popolo ebraico
Capitolo IV. VITA PUBBLICA E PRIVATA NELLA REALTA' DEL TERZO
REICH.
4.1. L'intrusione nell'inconscio: sogni di tedeschi
4.2. Sul simbolismo della svastica.
4.3. L'indottrinamento della giovent.
4.4. Lo svelamento dell'inganno: forme di resistenza attiva

4.4.1. I giovani. La "Rosa Bianca".


4.4.2. Gli adulti. Claus von Stauffenberg e il tirannicidio.
4.5. Il ruolo della propaganda.
4.6. Considerazioni su "Triumph des Willens".
Capitolo V. LA SOPRAVVIVENZA DELLA FASCINAZIONE NAZISTA.
5.1. L'effetto del materiale propagandistico nazista oggi.
L'esempio di "Der Ewige Jude".
5.2. Il rischio della mitizzazione del nazismo e sua fascinazione sulle giovani
generazioni.
Postfazione
BIBLIOGRAFIA
INDICE
NOTE

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57
58
59
60
61

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Erich Fromm, op. cit., pag. 451.
Peter Loewenberg, Psychoanalytic Models of History: Freud and After, in Psychology and Historical
Interpretation, Oxford University Press, New York 1988.
Erich Fromm, op. cit., pag. 536.
Helm Stierlin, op. cit., pag. 47. (Corsivo di Stierlin).
Joachim C. Fest, Hitler. Il Fhrer e il nazismo. Rizzoli, Milano 1991, pag. 34.
Ibidem, pag. 43.
Helm Stierlin, op. cit., pag. 50.
Ibidem.
Peter Loewenberg, op. cit., pag. 132.
Documento citato da J. C. Fest, op. cit., note pag. 98.
Citazione in Helm Stierlin, op. cit., note pag. 53.
Peter Gay, Freud. Una vita per i nostri tempi. CDE, Milano 1988, pag. 570.
Joachim C. Fest, op. cit., pag. 20.
Max Gallo, Le fils de Klara H. Fayard, Paris, 1995.
Helm Stierlin, op. cit.
Alice Miller, La persecuzione del bambino. Bollati Boringhieri, Milano 1987.
Alice Miller, op. cit., pag. 140.
Ibidem, pag. 148. (Corsivo nostro).
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Arno Gruen, Il tradimento del s. Feltrinelli, Milano 1992.
G. Mosse (1976), citato da Peter Loewenberg, op. cit., pag. 133.
Karl D. Bracher, La dittatura tedesca, Il Mulino, Bologna 1973, pag. 175.
Peter Loewenberg, op. cit., pag. 144.
Peter Loewenberg, op. cit., pag. 145.
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Erik H. Erikson, Infanzia e societ, Armando, Roma 1982, pag. 304.
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Joachim C. Fest, op. cit., pag. 19.
Ibidem, pag. 20.
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Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo. Mondadori, Milano 1979, pp. 289-90.
Erik H. Erikson, op. cit., pag. 302.
Adolf Hitler, Mein Kampf, citato da Alice Miller, op. cit., pp. 153-54.
Joachim C. Fest, op. cit., pag. 23.
Helm Stierlin, op. cit., pp. 29-30, 53.
Alice Miller, op. cit., pag. 154.
Erik H. Erikson, op. cit., pag. 304.
Karl D. Bracher, La dittatura tedesca. Il Mulino, Bologna 1973, pag. 136.
Alan Bullock, op. cit., pag. 212.
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Erik H. Erikson, op. cit., pag. 304.
Alan Bullock, op. cit., pag. 107.
Adolf Hitler, Mein Kampf, citato da Joachim C. Fest, op. cit., pag. 57.
Joachim C. Fest, op. cit., pag. 469.
Peter Wapnewski, Tristano, l'eroe di Wagner. Il Mulino, Bologna 1994, pag. 18.
Joachim C. Fest, op. cit., pp. 27-28.
Joachim C. Fest, op. cit., pag. 53.
Joachim C. Fest, op. cit., pag. 541.
Joachim C. Fest, op. cit., pp. 395-96.
Ibidem, pag. 397.
Istvn Bib, Isteria tedesca, paura francese, insicurezza italiana. Il Mulino, Bologna 1997, pag. 29.
Citazione in Joachim C. Fest, op. cit., pag. 486.

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Joachm C. Fest, op. cit. pag. 892.


Hugh Trevor-Roper, Gli ultimi giorni di Hitler. Rizzoli, Milano 1994, pp. 119-20.
Erich Fromm, Anatomia della distruttivit umana. Mondadori, Milano 1975, pag. 499.
Erich Fromm, op. cit., pag. 502.
Karl Dietrich Bracher, La dittatura tedesca. Il Mulino, Bologna 1973, pag. 30.
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Ibidem, pag. 34.
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Oliver Sacks, Risvegli. Adelphi, Milano 1987, pp. 49-50.
Ibidem, note pag. 413.
Oliver Sacks, op. cit., pp. 50-51.
Ibidem, pag. 53.
Oliver Sacks, op. cit., pp. 54-61.
Ibidem, note pag. 414.
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M. Burleigh e W. Wippermann, op. cit., pag. 113.
Ibidem, pag. 114-120.
Robert Jay Lifton, I medici nazisti. Rizzoli, Milano 1988.
Ibidem, pp. 616-17.
Gianni Moriani, Pianificazione e tecnica di un genocidio. Muzzio, Padova 1996, pag. 67.
M. Burleigh e W. Wippermann, op. cit., pag. 133.
Gianni Moriani, op. cit., pag. 75.
M. Burleigh e W.Wippermann, op. cit., pag. 136.
M. Burleigh e W.Wippermann, op. cit., pag. 148.
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Charlotte Beradt, op. cit., pag. 21.
Ibidem, pag. 22.
Ibidem, pag. 31.
Charlotte Beradt, op. cit., pp. 35-36.
Charlotte Beradt, op. cit., pp. 43-44.
Ibidem, pp. 49-50.
Ibidem, pag. 78.
Ibidem, pp. 63-64.
Charlotte Beradt, op. cit. , pag. 65.
Ibidem, pag. 88.
Ibidem, pag. 145. Postfazione di Bruno Bettelheim.
Ibidem, op. cit., pag. 153.
Giorgio Galli, Il nazismo magico. Rizzoli, Milano 1993.
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Ibidem, pag. 37.

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Ibidem, pag. 42.


Ibidem, pag. 48.
Citazione in M. Burleigh e W. Wippermann, Lo Stato razziale, Germania 1933/1945, Rizzoli, Milano 1992, pp.
183-84.
Ibidem, pag. 190.
Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo. Il Mulino, Bologna 1994, pag. 169.
Inge Scholl, La Rosa Bianca, La Nuova Italia, Firenze 1959, pp. 6-7. (Corsivo nostro).
Inge Scholl, op. cit., pp. 11-12.
Ibidem, pp. 41-42.
Inge Scholl, op. cit., pag. 4.
Inge Scholl, op. cit., pp. 59-60.
Peter Hoffmann, op. cit., pp. 146-47.
Ibidem.
Ernst Kris, Il "pericolo" della propaganda, in La propaganda, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pag. 45.
George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich. Il Saggiatore, Milano 1968.
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Peter Hoffmannn, op. cit., pp. 179-80.
Hugh Trevor-Roper, Gli ultimi giorni di Hitler. Rizzoli, Milano 1994.
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Citazione in Joachim C. Fest, op. cit., pag. 545.
Hugh Trevor-Roper, op. cit.
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Michael Burleigh e Wolfgang Wippermann, op. cit., pag. 142.
Leonardo Quaresima, Leni Riefenstahl. Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Firenze 1984.
Ibidem.
Leonardo Quaresima, op. cit.
Elias Canetti, Massa e potere. Adelphi, Milano 1981, pp. 90-91.
Jacques Benoist-Mchin, Hitler, due occhi fissi che vedevano solo dentro la sua persona, in Il Giornale, XXIV,
213, 9/9/1997, pag. 16.
Leonardo Quaresima, op. cit. pp. 60-61.
Elias Canetti, op. cit., pag. 206.
Ibidem.
Elias Canetti, op. cit., pag. 479-80.
Richard Wagner, Tristano e Isolda. Traduzione di Guido Manacorda. Le Lettere, Firenze 1994, pp.212-13.
Michael Schmidt, Neonazisti. Rizzoli, Milano 1993, note pag. 288.
Michael Schmidt, op. cit., pag. 8.
Michael Schmidt, op. cit., pp. 23-26.
Michael Schmidt, op. cit., pag. 24.
Michael Schmidt, op. cit., pp. 24-25.
Ibidem, pag. 26.
Karl Jaspers, La questione della colpa. Cortina, Milano 1996. Prefazione di Umberto Galimberti, pp. VII-XIX.