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Luigi Le Voci, l’ultimo grande artista bohemien 11

Luigi Le Voci
l’ultimo grande artista bohemien
11
Collana “Quaderni del Museo”
M
A
C
A
Museo Arte Contemporanea Acri

Città di
Acri

Dedicato a:
con affetto, un saluto al Sindaco Elio Coschignano,
alla fine del suo mandato
Organizzazione
MACA Museo Arte Contemporanea Acri
Direttore Museo: Giuseppe Altomari
Direttore Artistico: Valerio Vigliaturo

Curatore della mosrta


Boris Brollo, curatore esterno del MACA
Federico Bria, curatore collezione Bancartis

Collaboratori
Antonella Algieri
Alice Ferraris
Franco Gaccione
Massimo Garofalo
Andrea Rodi
Elisabetta Spina
Ilaria Zucca

Rapporti con gli organi di informazione


Federico Bria, ufficio stampa BCC Mediocrati
Francesco Kostner, portavoce del Rettore Università della Calabria
ufficio stampa MACA

Fotografia
Studio Fotografico Gaccione, Acri (CS)
Roberto Ferraris, Pavarolo (TO)

GraficArtFronzoli
Oesum led icima - edizione 2010 Stampa: Alzani Tipografia, Pinerolo (TO)
l’ultimo grande
artista bohemien

Luigi Le Voci
a cura di Boris Brollo e Federico Bria

Mostra patrocinata da BCC Mediocrati


LUIGI LE VOCI
l’ultimo grande artista bohemien

MACA
Museo Arte Contemporanea Acri
Palazzo Sanseverino, Acri (CS)
27 marzo – 30 maggio 2010
Dopo una serie di mostre di straordinario respiro internazionale, il MACA, con questa personale dedicata all’artista
calabrese Luigi Le Voci, sembra volerci riportare proprio nella nostra Calabria, per permetterci di cogliere quanto essa
sia ricca anche di tesori pittorici.
Questo viaggio di ritorno lo facciamo con lo sguardo e la mente più maturi, dopo esserci esercitati attraverso un
costante contatto con il nuovo e il sorprendente dell’arte contemporanea; e il MACA non poteva fornirci guida più
adatta di Le Voci. Egli, infatti, ha conosciuto e amato le grandi città italiane ed europee, facendone l’oggetto delle
sue emozioni e della sua pittura, come i suoi colleghi bohemien del XIX e del XX secolo, veri e propri cittadini del
mondo. Anche le opere che ritraggono i panorami della nostra regione, lo fanno esprimendo l’amore adulto di chi
ha respirato appassionatamente l’aria d’altri luoghi, e da essi, a sua volta è stato vissuto.
Non ci resta dunque che ringraziare l’artista Luigi Le Voci, ovviamente, lo staff del museo per l’ennesima eccellenza artisti-
ca che è riuscito a portare ad Acri, e la BCC Mediocrati di Rende per aver collaborato alla realizzazione dell’evento.

Elio Coschignano
Sindaco della Città di Acri

Angela Vita
Assessore alla cultura della Città di Acri

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Luigi Le Voci
L E V OCI E L A B CC M EDIOCR ATI
di Nicola Paldino*

Ho conosciuto Luigi Le Voci in occasione della sua adesione al progetto Bancartis, la collezione d’ar-
te che la BCC Mediocrati sta allestendo sulla scia di un prezioso liuto barocco donato dal maestro
De Bonis.
Sono rimasto colpito dalla sua raffinatezza semplice e dalla genuinità della commozione che lo colpì.
Dopo aver parlato della sua vita, delle scelte compiute, dell’arte e di ciò che gli sta più a cuore, una
lacrima si aprì sulla sua anima mostrandolo senza veli dinanzi a tutti. Fu come se, d’incanto, i sog-
getti dei suoi bozzetti si fossero animati, suonando e riempiendo la sala De Cardona che ci ospita-
va.
L’inaugurazione di una mostra personale a lui dedicata non poteva non vederci partecipi, al fianco
del MACA.
Altra storia, quella del legame con Silvio Vigliaturo che del MACA è anima ed emblema. È stato lui
a presentarci Le Voci, avendolo preceduto all’interno della nostra collezione.
Con questa mostra riusciamo ad essere vicini ad entrambi, Vigliaturo per l’organizzazione e l’ospita-
lità, e Le Voci con la sua longeva e ricca produzione artistica.
Siamo orgogliosamente vicini al MACA, dunque. Riteniamo che sia un ottimo esempio di quello che
può fare l’arte per contribuire ad animare la vita culturale e sociale di una comunità.
A Palazzo Sanseverino, ormai da qualche anno, si succedono iniziative di varia natura e trovano
posto opere provenienti da diverse parti del mondo. Non è poco, se si pensa che appena pochi
decenni addietro le nostre città sarebbero state difficilmente sfiorate da fenomeni artistici di levatura
internazionale.
La BCC Mediocrati, che con Bancartis ha aperto le sue porte all’arte e all’artigianato d’eccellenza,
non poteva rimanere lontana da un’opera di questo genere.
L’arte, del resto, intreccia legami profondi con la manualità e noi siamo figli della laboriosa manua-
lità dei contadini e degli artigiani. Non credo di esagerare se dico che, soprattutto nel Meridione, la
cooperazione di credito è stata una vera e propria opera d’arte compiuta dalle classi più umili. Uniti
intorno ai valori propugnati da Don Carlo De Cardona si sono dati forza l’un l’altro, costruendo una
opportunità per se stessi e una certezza per le generazioni future. Il loro motto era “Forti perché uniti,
liberi perché forti”.
Quando guardo l’opera di Le Voci che custodiamo nel Centro Direzionale della Banca penso spesso
all’importanza dell’incontro e alla capacità umana di costruire relazioni. L’arte è un legame forte che
consente ad ogni uomo di astrarsi o di sentirsi parte di qualcosa di più grande. I quadri di Le Voci ci
consentono di affrontare lo sforzo con la leggerezza di chi sa che il cammino è lungo.

*Presidente BCC Mediocrati

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COLL EZ IONE B ANCAR TIS

La Collezione Bancartis della BCC Mediocrati è nata a dicembre del 2008.


La “prima pietra” è costituita dal liuto barocco donato alla banca dal socio Vincenzo De Bonis, ultimo discendente
della storica famiglia di liutai già attiva a Bisignano nei primi anni del 1700.
Allo stato attuale la Collezione si compone delle seguenti opere:
Sezione “ARTE”
L’Or o del B u s e n t o, sculture in vetro di Silvio Vigliaturo
Sculture realizzate nel 2008 appositamente per la BCC Mediocrati. Opere in vetro, l’Oro del Busento, com-
prende due opere, realizzate in vetro, oro e argento; la denominazione è un tributo alla leggenda di Alarico,
Re dei Visigoti, di cui nel 2011 ricorreranno i 1500 anni dalla morte.
Ca labr ia, opere pittoriche di Silvio Vigliaturo
La raccolta “Calabria” è costituita da 20 opere realizzate tra il 2006 e il 2008, esposte nel Centro
Direzionale della Banca, quasi tutte (16) nella Sala “De Cardona”. Nella Sala di presidenza sono esposte le
altre quattro opere, tra cui le uniche due sviluppate orizzontalmente. In una di queste, l’unica della raccolta,
la Calabria è raffigurata come una donna distesa tra mare e cielo e il sole che disegna strani effetti ottici. Un
fico d’india carico di frutti arricchisce la figura di significati allegorici. La seconda, invece, è la sola in cui
appare il verde dei boschi calabresi. Solo un cenno, all’interno della raccolta, che richiama anche cromati-
camente il Gran Bosco d’Italia.
L im a n i, ceramica di Antonio Violetta
L’opera, che prende il nome da una mostra personale realizzata presso la Galleria d’arte Vertigo di Cosenza,
è un trait d’union tra l’arte e la storia stessa della banca. Una storia fatta dal lavoro manuale di chi diede vita
oltre un secolo fa alle Casse Rurali. Realizzata in ceramica, nel 2004, in sei esemplari, presso la bottega
Gatti di Faenza, rappresenta una mano forte, vigorosa.
Fes t a in pia zza, quadro di Luigi Le Voci
Dipinto realizzato con la tecnica dell’olio su tela, è una rappresentazione notturna della festa di San Giovanni
organizzata ogni anno a Castrovillari, dinanzi allo storico castello aragonese.
Sezione “Artigianato d’eccellenza”.
P r es epe ar t is t ico, di Matteo Orlando
Opera realizzata nel 2008; realizzata con ceppi d’ulivo, sughero, ferro, acciottolato di fiume, argilla; i pasto-
ri sono in argilla; gli accessori curati fin nel minimo dettaglio.
Me daglia ce lebr a t iv a “ De Car do n a” , di Santo Naccarato
Opera realizzata nel 2009 in argento fuso.

Con la Collezione Bancartis la Banca ha l’ambizione di raccontare la Calabria. Tutte le opere acquisite finora sono
attribuibili ad artisti calabresi. Ma il particolare non vuole essere un recinto, né rappresentare una barriera, perciò
non è esclusa la possibilità di inserire in futuro anche opere di autori non calabresi purché riferibili per qualche moti-
vo alla regione.
Le opere della Collezione Bancartis sono posizionate all’ultimo piano del Centro Direzionale di Rende, tra la Sala De
Cardona e l’Ufficio di Presidenza della BCC Mediocrati.
LE V OCI DEL LA P ITTUR A

Della Scuola Romana fra le due Guerre Mondiali s’intravvedono Scipione e Mafai, per i colori marron –
verdastro, mescolati con del nero e del giallo, più una punta di rosso; o per le figure che sembrano fiam-
melle; ma pure Ligabue, per gli autoritratti nella notte nera come la pece, molto spagnolesca, e, ancora,
Carlo Levi, e per certi aspetti Guttuso – per le Nature Morte così sfatte da sembrare appetibili fino alla
nausea. Dei francesi vi troviamo Utrillo e Raoul Dufy, per le vedute cittadine e per i caffè parigini, e,
per certi aspetti delle Bagnanti, vi è il ricordo di Cezanne con i suoi nudi in campagna cosi liberi, pos-
senti, dove le carni non si preoccupano della cellulite rubensiana, anzi, più “larghe” sono più sono mater-
ne e accoglienti. Carne e gioia di vivere in uno spettacolo carnasciale continuo, dove gli animali fanno
parte del nostro mondo, come nelle favole dei fratelli Grimm.
Questi sembrano essere i “maestri” che si possono riconoscere e nutrono l’opera pittorica di Le Voci (non
a caso mai cognome fu più indovinato essendo egli un “collettore” delle voci della pittura europea). La
leggenda di un artista che è tutti gli artisti, che porta in sé come nel teatro delle anime – caro a Foucault
–, risulta essere non solo possibile, ma vera, reale. Un mondo concitato e febbrile il suo, dove altre sono
le coordinate che reggono la vita dentro la sua pittura. Mi ricorda la Quinta del Sordo, quella serie di
pitture nere e verdastre che Goya negli ultimi anni della sua vita, oramai sordo e mezzo cieco, dipinse
sui muri di casa, per tenersi compagnia. Sì, egli diede la stura ai suoi sogni più oscuri come quando
dette vita a “Il Sonno della Ragione” che generò i mostri dei “Disastri” della guerra.
In Le Voci l’analogia fra la pittura del Goya e la propria sta nella pennellata e in una certa somiglian-
za della rappresentazione: il teatro fra bestie e umani. Ciò che ci convince in Le Voci, al di là della ovvia
presenza del Goya, è l’atmosfera di carnevale, sì, ma non tragico, bensì comico, tutto compreso nel
desiderio di vivere. Quindi in lui c’è più Picasso che Goya. La joie de vivre del bohemien, del frizzo
della superficialità, insomma, dell’insostenibile leggerezza dell’essere. Perché anche nella leggerezza vi
è malinconia, e da qui nasce la necessità della maschera, del depauperamento della personalità a favo-
re della bestia, così si è meno coinvolti seppure complici.
In questo teatro della pittura di Le Voci sta un attardarsi sulla soglie della contemporaneità. Il suo sguar-
do è ancora legato al secolo scorso, al Novecento, con tutti i suoi sogni e le sue fantasie che furono
ora ricche ora povere a seconda del periodo della sua vita, ma tutte umane. Ora sembra che l’umano
e la sua vita contino poco, e più che la foto o il video o la Tv dell’arte contemporanea, è la pittura di
Le Voci a ricordarcelo.

10_11 Boris Brollo


L E V OCI DEL L E CITTÀ

Ero a Torino già da tempo quando sentii nominare per la prima volta Luigi Le Voci. In quel periodo, nella seconda
metà degli anni ’70, si faceva un gran parlare di questo artista, e non solo per l’eccellenza e l’originalità dei suoi
dipinti, ma anche, e soprattutto, per il suo spirito libero testimoniato da una serie di scelte indubbiamente coraggio-
se, quali quella di trasferirsi e lavorare a Parigi – il sogno di ogni artista –, o, ancor di più, quella di aprire a Torino
uno spazio espositivo autogestito, lo Spazio le Voci appunto, in cui vendere le proprie opere esposte direttamente al
pubblico, senza passare attraverso l’intermediario delle gallerie. Ricordo che si scatenò una polemica che durò diver-
se settimane; un botta e risposta sulle pagine del quotidiano La Stampa che vide il grande critico Marziano Bernardi
esaltare l’iniziativa personale di Le Voci, e i galleristi e alcuni artisti torinesi schierarsi contro di essa, toccati nel vivo.
Era evidente che Le Voci non fosse un artista comune.
Il primo contatto a livello artistico e personale però non avvenne che l’anno scorso, in occasione di una mostra orga-
nizzata dalla Provincia di Cosenza in cui mi era stato chiesto di esporre alcuni dipinti insieme ad altri artisti calabre-
si, tra i quali, guarda caso, c’era proprio Luigi Le Voci. In un primo momento mi stupii. Il nome non mi era certamen-
te nuovo, ma avendolo sentito nominare così spesso a Torino attraverso la stampa torinese, ero convinto che lui stes-
so fosse originario del Piemonte. Mi sbagliavo, ovviamente, ma questo mio errore era sintomatico del fatto che Le
Voci, per quanto egli stesso ami sinceramente la sua terra d’origine, non possa essere considerato un artista legato
ad un unico luogo, una regione, o ad una città particolare. La stessa stagione torinese, infatti, venne interrotta da quel-
la parigina, e poi la Svizzera, Milano e Roma; tutte città di Le Voci, il quale, verrebbe da dire, divenne “Le Voci delle
città”. Quella che può sembrare una semplice battuta, un gioco di parole, nasconde però, a parer mio, una delle
caratteristiche più peculiari della pittura dell’artista, ossia il fatto di lavorare en plein air – una delle freschezze più
belle della nostra arte e che Le Voci è uno dei pochi artisti ad aver mantenuto in vita. Gli angoli di Parigi, gli scorci
di Roma, i paesaggi Calabresi, il massiccio del Pollino, sono tutti ritratti dal vivo, con gesti rapidi e vibranti. I musi-
cisti ritratti sui libretti dei teatri d’opera trasudano vitalità perché Le Voci li ha dipinti mentre li guardava, ne sentiva e
ne viveva le note. Il quaderno di acquerelli che è esposto in mostra ha il valore di un diario di viaggio, di un raccon-
to in cui i disegni narrano più di quanto avrebbero potuto fare le parole. I dipinti di Le Voci sono cartoline d’arte, intri-
se di un estro espressionista che svela l’anima estrosa, bohemien, dell’artista, e al contempo quella fantastica celata
dietro ogni strada di città, ogni paesaggio.

Silvio Vigliaturo
l’u lt im o gr a n d e a r t ist a b o h em ien
Liberazione
1971
olio su tela
80x60

14_15
Amanti
1972
olio su tela
30x24
Triunfas
1973
olio su tela
100x70

16_17
Autoritratto
1974
olio su tela
100x70
Quaderno di un viaggio
1974
90x70

18_19
Natura
1976
olio su tela
30x40

Subconscio
1977
30x40
Entrando nella storia
1980
olio su tela
50x70
20_21
Le restaurant avec musique
1981
70x100
Incubi cittadini
1984
olio su tela
30x24

22_23
Mitologia e quotidianità
1985
olio su tela
50x70
Il grande atelier condiviso
1987
olio su tela
50x70

Cio che resta del sapere


1987
70x90

24_25
Le grand artiste
1987
olio su tela
70x50
Bagnanti
1989
olio su tela
30x45

26_27
Milano
1989
olio su tela
50x50
L E V OCI DI
... MAR Z IANO B ER NAR DI

Nato a Torino il 3 maggio del 1897 (il padre Carlo era professore e scritto-
re di romanzi e racconti, la madre Eva aveva frequentato lo studio del pitto-
re Carlo Pollonera), Marziano Bernardi si occupò di letteratura sin dal 1920-
21, dopo aver partecipato come tenente degli alpini alla I Guerra Mondiale
riportando una grave ferita sull’Adamello, con scritti su Leopardi e su
Flaubert, e collaborò inoltre alla Rivista Europe di Romain Rolland. Nel 1924
fondò con Lorenzo Gigli la rivista torinese Il Contemporaneo e un anno dopo
accettò, insieme a Mario Gromo, la direzione del Teatro di Torino che anno-
verava fra i suoi creatori Riccardo Gualino, Guido Maria Gatti, Gigi Chessa,
con la consulenza di Lionello Venturi.
Fra le molte mostre alle quali collaborò ricordiamo la retrospettiva di Antonio
Fontanesi (1932) nel cinquantenario della morte, la vasta esposizione di
opere di Felice Casorati (che fu tra i primi a suggerirgli di
occuparsi d’arte) nel 1937, e la significativa riproposta della pittura piemon-
tese dell’ottocento attraverso le rassegne allestite nel Salone de La Stampa ed
imperniate su personalità come Vittorio Avondo, Lorenzo Delleani, Pellizza da
Volpedo e Giovanni Giani, che rimangono a testimonianza, con i nitidi testi
di presentazione, della sua attiva partecipazione alla diffusione di un’arte che
appariva fin troppo chiusa nei confini regionali.
Lasciata La Stampa nel 1944 per motivi politici vi rientrò definitivamente nel
1954, dopo aver collaborato per diversi anni alla Gazzetta del Popolo (suoi
scritti sono inoltre apparsi sull’Opinione, il Popolo Nuovo e La Nuova
Stampa), portando avanti il proprio discorso, la propria visione dell’arte,
suscitando talvolta aperti dissensi, ma rimanendo sempre figura di primo
piano della cultura torinese e nazionale. Nel 1977 gli venne assegnato l’am-
bito Premio Giornalistico bandito in occasione delle celebrazioni del IV
Centenario della morte di Tiziano Vecellio.
Nella sua lunga carriera Marziano Bernardi pubblicò una trentina di volumi
che, a partire da Climi ed artisti (1924) ad Antonio Fontanesi (ed.
Mondadori 1933), da Arte Piemontese (1937) ad Ottocento Piemontese
(1946), sviluppano il suo pensiero sull’arte; mentre in La Galleria Sabauda
(1952), Il Museo di Palazzo Madama (1954), La Palazzina di Caccia di
Stupinigi (1958), Castelli del Piemonte (1961), Barocco Piemontese (1964),
che rappresentano solo alcuni volumi scritti per la Collana d’Arte del San
Paolo, si avverte la sua incessante ricerca del costume, delle architetture, del
tessuto sociale e culturale che formano la storia della civiltà piemontese.
IL SUO SOGNO SI È R EAL IZ Z ATO, E NE SONO L IETO
Lettere di Marziano Bernardi a Luigi Le Voci

Il 15 marzo 1970, il grande critico torinese Marziano Bernardi così scrive ad un giovane Le Voci con il quale, da
qualche tempo, ha intrapreso un fitto scambio epistolare: « Il Catalogo Bolaffi mi aveva chiesto (come già altre volte)
di segnalare tra le giovani forze artistiche più promettenti un pittore e un incisore. L’anno scorso mi rifiutai. Questa
volta ho pensato di fare il Suo nome».
Bernardi, che all’epoca, ormai da quarant’anni, scrive una rubrica d’arte per il quotidiano La Stampa, scopre l’arti-
sta originario di Castrovillari quando quest’ultimo è ancora uno studente della facoltà di architettura di Torino, in occa-
sione di una mostra al Castello del Valentino in cui il giovane pittore presenta i suoi primi lavori.
Il critico, nato a Torino nel 1897, non manca mai di testimoniare in svariati articoli la sua ammirazione nei confronti
del pittore Le Voci, colpito, oltre che dall’innegabile capacità tecnica e da una sensibilità prettamente figurativa, anche
dal suo innato entusiasmo, che a tratti può apparire ingenuo. Ed è proprio questa sfaccettatura del carattere dell’esu-
berante artista, intriso egli stesso dello spirito romantico di un Werter di cui trasudano le sue opere, che permette ai
due di instaurare un rapporto fatto di un affetto sincero, pur nella pacatezza delle parole che lo esprimono, e che fa
venire alla mente una relazione tra un padre saggio e amorevole ed un figlio artista bohemien di fine Ottocento. «
Lei s’è aperta davanti una strada luminosa, ed io sono lieto di essere stato uno dei primi a capirlo (del resto non ci
voleva molto). La sua eccezionale affermazione con la mostra a “L’Approdo” deve renderla cosciente di due cose:
che ha del talento, ma che questo talento va bene amministrato. Resista alla pressione mercantile, sia estremamente
severo nel concedere mostre. Non bisogna mai logorare una firma. Ho quarant’anni più di Lei, perciò posso parlar-
le come un padre ».
In occasione della prima mostra di Le Voci a Parigi, nella primavera del 1972, l’anziano critico non manca di com-
plimentarsi con l’artista. « Ad ogni modo – gli scrive il 16 giugno – il suo sogno si è realizzato, e ne sono lieto per-
ché fino dai suoi primi saggi ho avuto fiducia in Lei ».
La distanza che li separa nella stagione parigina del pittore bohemien non diminuisce i loro scambi epistolari. Le Voci
spesso spedisce dei disegni a Bernardi, e questi immediatamente gli risponde per congratularsi, ma anche per muo-
vergli delle critiche – sempre costruttive – che possano aiutare il giovane artista a destreggiarsi con la dovuta discipli-
na nel successo che lo sta finalmente investendo. « Opponga resistenze a tutto: alla gioia di trovarsi a Parigi, alla
buona accoglienza delle gallerie, al suo stesso temperamento umano e pittorico; insomma non si lasci travolgere dalla
facilità del successo. Credo che ad un artista dotato come lei sia necessario anche il dubbio: nei propositi, nelle deci-
sioni, nel lavoro ».
« Grazie del “Mandolino” – scrive Bernardi nel dicembre del 1972. È un disegno vigoroso, bellissimo, con dei neri
e marroni degni di Braque »; e continua ammonendo l’artista perché, scrive, è «meglio un quadro in un mese che
dieci improvvisazioni anche se cariche di lirismo. Una luce vale quanto illumina con chiarezza e non lascia zone in
ombra in cui si debbano indovinare delle “intenzioni” ».
Passano gli anni, ma il rapporto non fa che intensificarsi.
Bernardi manifesta tutto il suo affetto in alcuni suggerimen-
ti di lettura che sfociano poi nell’evidente desiderio di tro-
varsi a Parigi con il suo giovane amico. Il 28 gennaio
1974 il critico scrive: «Leggo che ormai Parigi le appar-
tiene. Ha mai letto “Le Père Goriot”? Anche Rastignac,
guardando l’immensa distesa della città esclama: “Et
maintenant à nous deux!”. Quanto al cielo parigino che lei
contempla, come non ricordare “i cieli bigi” della “Bohème”;
e vorrei anch’io essere costì per respirare un’aria unica al
mondo. Invece continuo a ingurgitare mostre di cui non m’im-
porta un cavolo, se pur devo scriverne».
Il consiglio che più volte ritorna nelle lettere di Bernardi a
Le Voci è quello di un uomo innamorato di un’arte che
ormai sta scomparendo dopo l’avvento delle avanguardie
e della fuga informale, e che ha individuato nell’artista
calabrese un importante rappresentante di un’intelligente
resistenza a queste nuove tendenze. « Mi congratulo con
lei per la sua attività e fede – scrive Bernardi in una lette-
ra del 15 aprile 1975 –, per il suo entusiasmo. Lei è gio-
vane e vive tutto calato nel suo tempo; ma i suoi sentimen-
ti sono ancora quelli dei nostri grandi padri ottocenteschi.
Creda pure: non è dissacrando e demitizzando, che si
costruisce nel presente e per l’avvenire. I veri rivoluziona-
ri, dal Caravaggio a Cézanne, non hanno mai perso
tempo per abbattere gli idoli: hanno costruito i propri.
Ora troppa gente fa il contrario: distrugge e non crea ».

Andrea Rodi
Passeggiata a cavallo
1991
olio su tela
32_33 50x70
Le vogliose
1993
olio su tela
50x70
Vecchio macinino per caffè
1993
olio su tela
60x80

Natura morente
1993
olio su tela
50x70

34_35
Baccanali a Venezia
1994
olio su tela
60x80
Natura
1994
olio su tela
50x70
Verso il pollino
1997
olio su tela
60x80

Verso il Pollino 2
1997
olio su tela
60x80
Autunno a Parigi
1998
olio su tela
50x70
Picador
1998
olio su tela
50x70
Calabria
1999
olio su tela
35x50
40_41
Calabria
2000
olio su tela
40x50
L'artista al lavoro
2000
olio su tela
40x50

42_43
Tempi moderni
2000
olio su tela
30x40
Città
2001
olio su tela
30x24

44_45
Conversazione
2001
olio su tela
70x50
Natura morta
2001
olio su tela
20x30

46_47
Angolo di Parigi
2002
olio su tela
50x40
Della patria l'altare
2005
olio su tela
50x70
Bella al casino
olio su tela
18x23
Le Voci
della musica
Concerto
1985
olio su tela
40x50

Musica in camera
1999
olio su tela
30x40

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Canone inverso
2000
olio su tela
50x70

Paris Notti di musica e peccati


2000
olio su tela
50x70
Sogno a Milano
2001
olio su tela
50x70

54_55
Per una moneta
2003
olio su tela
30x45
«Sarà un caso, ma tu passi, a Milano, sul marciapiede della
Scala, e incontri Le Voci. Sosti, a Torino, sotto i portici del
Regio, ed ecco spuntare Le Voci, come un’apparizione che
si fosse improvvisamente concretata in quel punto. Questo
pittore “frequenta” i luoghi della musica, come in certe leg-
gende si vuole che un lago, un monte, un bosco, siano abi-
tati, “hantés”, da uno spirito: il genius loci, per l’appunto».
Massimo Mila, I disegni dei concerti di Luigi le Voci,
Piccolo Teatro Regio di Torino, 1976

«Se nel bel mezzo di un concerto alla Scala, al conservato-


rio o a San Maurizio al Monastero Maggiore vi trovate
accanto un personaggio con papillon che schizza frenetica-
mente figure di orchestrali su un foglio, non stupitevi. […] Le
figurine sono sottili, aggraziate, disegnate in punta di
penna, con una frenesia che fa pensare ad un personaggio
che dipinge sotto l’influsso della musica che sta ascoltando».
Il Giornale, 9 ottobre 1987
«Luigi Le Voci è un antico della
Magna Grecia che s’è reincarnato
nelle più rischiose esperienze di un’ar-
te audacemente moderna; la musica
delle sue immagini viene dalla siringa
di Pan per confondersi con il racconto
favolistico di Chagall, con la grazia
fragile di Dufy».
Marziano Bernardi,
La Stampa, 26 gennaio 1977
«C’è un ritratto di Uto Ughi disegnato
con piglio chagalliano da Luigi le
Voci: il violino si confonde con il corpo
e quasi appare come un prolungamen-
to delle braccia».
Giuseppe Borgioli, Toscana Oggi,
23 dicembre 1984

«[…] il suo è un posto unico nel mondo


della musica, egli sta in orchestra, in
mezzo al coro, si confonde fra le compar-
se, entra nella cassa del contrabbasso,
appare dietro le gonne della celebre can-
tante. Le Voci è dovunque.
È un uomo musica».
Mario Pasi, La Scala di Le Voci, 1983

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«Se accompagnassimo le sue rappresenta-
zioni figurative con supporti digitali ade-
guati, ci accorgeremmo che ritmi grafici e
timbrature cromatiche corrispondono rigo-
rosamente a strutture di base del linguag-
gio dei suoni».
Ugo Ronfani, Luigi Le Voci o la pittura
come musica, 1977
62_63
L u igi Le Vo ci Nas ce a Cas t r ov illa r i n e l 1938.
Si diplom a al liceo ar t is t ico d i Nap oli, pe r po i lau r ear s i in Ar ch it et t u r a a Tor in o.
Ne l 1968, a n co r a s t u den t e , e s p on e al Cas t ello de l Va len t in o di Tor in o.
Ne l 1970 v ie n e s egn alat o s u l “ B ola ff iar t e” da l cr it ico M ar zia n o B e r n a r di, al qu a le s i le gh e r à n e gli
an n i con u n r app or t o di s in cer a am icizia .
Ne llo s t e s s o a n n o es po n e u n a s e r ie d i pit t u r e e d is e gn i alla galle r ia Da n t es ca , s e m p r e a Tor in o.
L’an n o s e gu en t e ap r e u n o s t u d io a P ar igi ed es po n e alla galler ia P r e s e n t Ar t in B ou lev ar d Sain t
Ger m ain .
Ne l ’72 è n u ov a m e n t e a To r in o pe r es po r r e a lla galler ia l’A ppr o do .
Ne l ’76, n e lla s t es s a cit t à, de cid e d i ap r ir e lo Sp azio L e Voci, in cu i l’ar t is t a e s po n e i s u oi d ipin t i
pe r v en der li dir et t a m e n t e al pu bblico, s alt a n do a piè pa r i il m on d o de lle g aller ie d’ar t e.
L’es p er im en t o , r ipr es o da M ar zian o B er n ar d i in s u o a r t ico lo app ar s o s u l q u ot idian o L a St am pa,
n on m an ch er à d i s cat e n ar e v iv e p ole m ich e d a pa r t e dei g aller is t i t or in es i.
Sem pr e n e l 1976 s i s pos t a a Milan o, s u a t e r za cit t à d ’ele zion e, d ov e è in v it a t o a pu bb licar e d ei
dis egn i s u l qu ot idian o Il Gio r n o e s u lla r iv is t a in t er n azio n a le di cu lt u r a Sp ir ali.
Dal 1977 a l 1982 lav or a t r a P ar igi, M ilan o e Tor in o, s en za dim en t icar e la s u a Calabr ia, in cu i
s pes s o s i r eca per t r o v a r n e is p ir azion e .
Ne l 1980 es pon e I Dis egn i de i co n ce r t i a l C o n s er v at or io Giu s epp e Ve r di d i Milan o.
Ne ll’1982 è n u o v am en t e alla Dan t es ca di To r in o co n u n a per s on ale d al t it olo Dalla M olda v a al
P o, pr e s en t a t a d al cr it ico e s aggis t a Ugo R on f an i.
L’an n o s egu e n t e il Com u n e di Ca s t r ov illa r i gli de dica u n a m o s t r a in cen t r at a s u di u n a s er ie d i t e le
di paes aggi m ar o cch in i.
Ne ll’84 s i t en go n o d u e m o s t r e ch e lo v e don o pr o t ago n is t a : la pr im a n ella s u a Calabr ia , a
Co s e n za; la s eco n d a, an cor a a Mila n o , p r es s o la ga ller ia P o n t e r os s o .
Ne l 1986 e s p on e u n a co llezion e di a cqu er e lli d al t it o lo Da P ar ig i a Mila n o , pr im a al Ce n t r o
Cu lt u r ale Fr a n ce s e di M ilan o , e po i alla Ga ller ia P o n t e R o s s o, s em p r e n el capo lu o go lo m b ar do .
Ne l 1990 t o r n a ad e s p or r e a To r in o, p r es s o la Scu ola di Gior n alis m o , u n a co llezion e di dipin t i ch e
s on o ca r t o lin e an im a t e d ei s u o i v iaggi, e r it r aggo n o la Calab r ia, Ve n ezia, le ar ch it e t t u r a p ar igin e
e le ch ies e e le p iazze t or in es i.
Ne l 1992 es pon e a l Co n s e r v at or io Nazion ale d i Digio n e.
Dal 1993 t or n a a lav or a r e in Calabr ia , a pr en do u n o s t u d io a Cas t r o v illar i.
Tr a il 1997 e il 1999 es po n e an cor a t r a Tor in o e Milan o.
Ne l 2005 r ice v e il p r em io “ We B u ild ” de l K iw an is .
Tr a l’ot t o br e e il n ov e m b r e del 2009 la galler ia Dan t es ca di To r in o d edica u n a m os t r a ad u n a r ac-
co lt a dei dipin t i r o m a n i de ll’ar t is t a.
Ne llo s t e s s o an n o Le Voci pu b blica u n t es t o d al t it olo Le V o ci di P an ch e r acco glie le s u e r if les s io n i,
po es ie e illu s t r a zio n i.