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SUR 26

SUR 26

César Aira

Il marmo

titolo originale: El mármol traduzione di Raul Schenardi

Opera pubblicata nell’ambito del Programma «Sur»

di sostegno alla traduzione del Ministero degli Affari Esteri

e Culto della Repubblica Argentina.

Obra editada en el marco del Programa «Sur»

de apoyo a las traducciones del Ministerio de Relaciones Exteriores

y Culto de la República Argentina.

© César Aira, 2011

Published by arrangement with Michael Gaeb Literary Agency per la prefazione: © Giuseppe Genna, 2014

© SUR, 2014

Tutti i diritti riservati

Edizioni SUR redazione: via della Polveriera, 14 • 00184 Roma tel. e fax 06.83514309 sede legale: viale Parioli, 73 • 00197 Roma info@edizionisur.it www.edizionisur.it

I edizione: novembre 2014 ISBN 978-88-97505-45-7

Progetto grafico di Riccardo Falcinelli

Composizione tipografica degli interni:

Miller (Matthew Carter, 1997)

César Aira Il marmo

traduzione di Raul Schenardi prefazione di Giuseppe Genna

César Aira Il marmo traduzione di Raul Schenardi prefazione di Giuseppe Genna

QUESTA STORIA dEI MOLTISSIMI UnIvERSI SEMBRA COnTInUARE ALL’InFInITO

di Giuseppe Genna

S embrerebbe tanto distante César Aira da Franz

Kafka, in termini di tempo e di torrenzialità pro-

duttiva e anche di rilievo letterario assoluto. La

prossimità invece è testimoniata da una gragnuola di fatti, di piccole eredità custodite e reimpegnate sul mer- cato finanziario del guadagno spirituale. Un contempo- raneo italiano che, forse, incarna il punto odierno più prossimo a quello kafkista, e cioè Tommaso Pincio, coglie perfettamente una postura di César Aira, lo scrit- tore estrovertito, la quale postura coincide con un conte- gno tipico di Franz Kafka, lo scrittore introvertitissimo. Scrive Pincio, a commento dei Fantasmi, una delle ope- re più note del romanziere argentino:

César Aira, scrittore, argentino, segue un suo metodo. In cosa consista questo metodo è presto detto. Ogni giorno

si reca in un caffè, si siede e scrive una pagina. Riempito

di parole quell’unico foglio, si alza e se ne va. Il foglio

andrà a costituire il tassello quotidiano di un libro che, in media, gli richiede tre o quattro mesi di lavoro, giacché i suoi libri contano, in media, un centinaio di pagine.

Si tratta di un atteggiamento: un metodo, appunto,

che è sempre un protocollo con cui controllare gli atteg- giamenti. Esistono però metodi e metodi, alcuni dei qua-

li sorgono dal nulla per smentire definitivamente, con il

mistero, la supposta dittatura operativa dei metodi stes- si. Ed è precisamente in questo punto che il kafkista Pin- cio enuncia l’apparente opposizione dell’antikafkista

Aira al kafkiano Kafka, poiché lo scrittore argentino, con

il suo metodo quotidiano ed elvetico, di libri

ne ha scritti una sessantina a questa maniera, convinto

che l’improvvisazione sia quanto di più vicino alla vita reale si possa sperare di produrre. Improvvisazione sì, perché un aspetto per nulla secondario del metodo Aira

è quello di spostarsi in un’unica direzione: avanti, come

in

una fuga. Fuga hacia adelante, per dirla con le paro-

le

dello stesso scrittore. Senza tornare mai sui propri

passi per rivedere, ripensare, correggere le pagine scrit-

te nei giorni precedenti.

È talmente agli antipodi della clinica kafkiana, que- sto risultato debordante, da mettere in ridicolo chi sostiene la possibilità di un simile accostamento tra il praghese e l’argentino, parallelo non soltanto eretico, bensì blasfemo, del tutto insultante. Eppure basterà domandarsi cosa accade in questo Il marmo, splendida novella di avanguardia pura che appare nel nostro pre-

sente (il libro è del 2009). L’avanguardia sarebbe una

modalità di esperienza, sia chiaro: nulla di storico. Se c’è qualcosa che fa un baffo ad Aira è proprio il tempo e, con

il tempo, la storia, umana o non umana che sia.

Se l’elenco che vado a stilare fosse stato emesso a fine anni novanta, si sarebbe ascritta l’opera a un certo tardo postmoderno o al suo superamento, che trasitoriamente

si etichettò come avantpop. nel giro di pochi anni tutta-

via queste classificazioni mostrano non tanto una venera- bile vetustà, quanto la putredine tipica della sostanza che ha superato la data di scadenza. Ci si deve interrogare proprio su questa atipica radioattività che testo e imma- ginario di César Aira manifestano, al di là di quelli che, nel novecento e nel primo decennio degli anni Zero, venivano condivisi come «canoni storici». dunque, detto che improvvisamente, nell’incipit del Marmo, c’è un uomo in un supermercato che sta su un blocco di marmo

e si guarda le gambe nude e i genitali, ecco di lì a poco

cosa si accatasta nel regime assoluto della sua percezione, che diviene quindi, per quella modesta tirannide che sol- tanto lo scrittore può esercitare sulla percezione altrui, l’ambiente in cui ogni lettore viene immerso all’improvvi- so: un commerciante cinese, pile elettriche aaa, grappoli

di pupazzetti, scatolette di madreperla per pastiglie, scar-

pette da bambola, lamette da barba, fialette di profumi francesi falsi, l’equazione (A – 2,50 = B), un occhio di

gomma che se schiacciato sprigiona una debole lumino- sità rossa, un cucchiaino-lente d’ingrandimento (che cos’è?!), le scimmiette di mare, micro ovuli che rendono effervescente la materia solida e, finalmente, gli alieni. Insomma, un universo parallelo e interno al nostro, dove

la cosalità impazzisce e si presta a una continua eruzione

di oggetti e numerologie interessanti ed esotiche, fino al

momento in cui davvero il nostro universo non è più sol- tanto nostro, poiché arrivano gli extraterrestri. Quanti elementi coincidenti con certo Kafka si pos- sono recuperare in questa svagata controlista della spesa (poiché di questo, letteralmente, si tratta)? Almeno tre. Anzitutto c’è il cinese. È una potenza kafkiana. In un

certo senso i cinesi sono già degli alieni. Certo, non li si trova sul tavolo della dissezione nell’Area 51, ma Pechino

è ben più che Roswell. Il cinese kafkiano è tutto, è tutti,

è uno che è tutti, è l’innesco della storia delle storie ed è pure la fine di ogni storia. In «durante la costruzione della muraglia cinese», racconto di Kafka su un’opera architettonica che, secondo le urban legend novecente- sche, sarebbe l’unico elaborato umano visibile a occhio nudo dalla luna (una leggenda metropolitana composta secondo un kafkismo allo stato puro), si fronteggiano matematiche e geometrie e collettivi immani e lavoro anonimo e caste:

La direzione deve esserci sempre stata e così pure la decisione di costruire la muraglia. Ingenui i popoli set- tentrionali che pensavano di esserne la causa innocen- te, e venerabile l’Imperatore che credeva di averla ordi- nata! noi addetti alla costruzione pensiamo diversa- mente e stiamo zitti.

È da questi cinesi che proviene per discendenza diret-

ta il commerciante del minimarket in cui capita l’Ulisse di

Aira, un Ulisse decisamente kafkiano, perché impegnato

in un itinerario di rammemorazione e ricomposizione di

una mappa, a partire da una domanda decisiva, tale in quanto quella domanda sintetizza ogni possibile doman- da, e questa domanda è: «Che senso ha tutto [ciò]?» L’ap-

parizione del cinese, così come quella dell’alieno, coincide con l’arzigogolo esotico e concreto che permette a un mon-

do di costituirsi. E del resto la contiguità, se non la conti-

nuità, tra esotico e concreto è una questione che lo scritto-

re argentino pone da subito esplicitamente. La compre-

senza di remoto e attuale è la cifra genetica di questa spe-

cie immaginaria e perturbante che sono i cinesi, a cui la

letteratura ha spalancato i propri portali e da cui si è fatta invadere; una mossa, anche questa, à la Kafka: soltanto facendosi invadere, si sconfigge l’invasore. nel suo saggio

su Kafka, è Walter Benjamin in Angelus Novus a rendere

esplicito questo mortale meccanismo, raccontando la parabola cassidica del mendicante che fu un re, fuggito da un assedio. non è una metafora prolungata abbastanza precisa, ma si potrebbe dire che qui si gioca la strategia

per cui l’anticorpo contro tutti gli anticorpi è la fine di qualunque patologia. È esistito un periodo in cui una categoria né stilistica

tematica ha imperversato nella letteratura occidenta-

le:

il «correlativo oggettivo». Prima che la sua genealo-

gia retorica culminasse in una sorta di ossessione e di spia puntualmente accesa in certi testi, Franz Kafka, quale esponente di ben altra genealogia e di nessuna

retorica, l’aveva già distrutta. Uno dei momenti più alti

di questa guerra implicita al correlativo oggettivo è il

racconto «La preoccupazione del padre di famiglia» (titolo già genealogico di per sé), in cui appare Odradek. verrebbe da chiedersi chi è Odradek, come si sa: se lo sono chiesto in moltissimi, a partire da Kafka stesso. Esso è anzitutto una parola, di cui si tenta vanamente l’e- timologia. Poi è una cosa, però una cosa parallela, aliena, animata, che sopravvive e infligge un certo dolore. Si

pensi sia all’occhio luminoso di gomma sia al cucchiai- no-lente di ingrandimento nel romanzo di Aira, e si con- staterà che questi oggetti attivi o attivabili provengono per discendenza diretta da quella specie immaginaria e perturbante che a un certo momento ha dato i natali a Odradek. Che è così fatto:

A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a for- ma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arro- tolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe… non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordina- riamente mobile e non si lascia prendere.

Questi oggetti, che sono certamente soggetti e però lo sono a un modo tutto loro, queste presenze, che lasciano attoniti e non soltanto attoniti, hanno a che fare forse con la nostalgia. Se sono nostalgici, è perché vogliono tornare da dove vengono. Forse passano di qui, presso gli umani, in forma di immagini o di suoni, mentre stanno viaggiando verso l’universo che pertiene loro. Questa situazione, che direi centrale in tutta l’opera di César Aira, lo è ancor più nel Marmo. Ed è centrale in Kafka. È proprio la questione (o la quest, la ricerca del graal, qua- lunque esso sia, un granello di polvere così come una sintonizzazione delle sfere celesti) di un eroe sopra nominato: Ulisse. O è la questione delle Sirene? Kafka non lo chiarisce; tenta di stabilirlo Aira, che non si inten-

de affermare qui che sia Kafka, a partire dalla rilevanza metafisica in un numero infinito di universi estetici, il che era, diciamo così, l’ambiente naturale di cui Kafka fu demiurgo se non dio. nostalgia, ritorno e ricerca denota- no dunque Ulisse o le Sirene?

Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. […] non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. […] Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca, filatrice del destino, poteva penetrare nel suo intimo. Forse egli, benché questo non si possa capire con l’intel- letto umano, si è realmente accorto che le Sirene tace- vano e non ha fatto altro che opporre, sia a loro che agli dei, come se fosse uno scudo, la finzione precedente- mente narrata.

Entità mediane, si potrebbe dire, se appartenessero a qualche linea o area o volume o geometria; ma proprio esulano dall’idea di spazio, così come dall’idea di tempo. Mediane entità sono queste Sirene, certo, però anche Ulisse appartiene alla medesima specie. Specie immagi- naria e perturbante. È per caso importante comprende- re, per l’intelletto umano, che lo spazio poetico o narra- tivo è dove può accadere una finzione, ma non è affatto una finzione e non ha nulla a che vedere con la finzione? no, non è importante. Si vive un’epoca molto transitoria in cui le storie sono protette dal divieto di spoiler, ovvero la rivelazione circa quello che accade, non solo su come la storia finirà, ma anche sul suo sviluppo intermedio. non ho praticato que- sta attività interdetta, non ho fornito nessuno spoiler.

Tuttavia ho descritto infedelmente tutto il conturbante romanzo di César Aira: ogni pagina ha una relazione con quanto ho qui scritto. Possano gli inesistenti dei preservare il più a lungo possibile l’attività di notista e scriba da bar di questo straordinario argentino e con lui voi tutte e tutti, suoi lettori.

IL MARMO

I

Q uando mi sono abbassato i calzoni, ho chinato la testa e mi sono guardato le gambe, i genitali e le cosce: un insieme tridimensionale, solido,

leggermente rialzato per la pressione della superficie su

cui ero seduto. nella visione c’è stata un po’ di sorpresa e

di gratificazione. non che mi fossi dimenticato dell’esi-

stenza del mio corpo, né che l’avessi negata. Ma non l’a-

vevo avuta presente per tutto il giorno, e forse era da vari giorni che non affiorava alla mia coscienza oberata da problemi, doveri e distrazioni, da tutti gli impegni gran-

di o piccoli a cui ci obbliga la quotidianità. E d’un trat-

to… eccole lì, le mie membra preposte al piacere e alla locomozione, sane e in forma a ricordarmi che, come c’e- rano loro, c’erano anche i piedi, che in quel momento non vedevo, e il petto, le braccia, la testa e tutti gli organi interni, e persino gli occhi che vedevano… Mi ricordava-

no che in me era sempre vivo l’elemento animale, il dato

biologico, la rappresentazione individuale della specie;

un promemoria di potenza d’azione, una promessa di

tempo e movimento. È stata una visione effimera; non

mi sono attardato a contemplare ciò che conoscevo così

bene: decisivo è stato il primo istante, e la sensazione di

intima felicità che si è prolungata, senza una causa espli- cita e senza tante giustificazioni, ma si è prolungata. Basta così poco per sollevarci al di sopra del lavoro tri- viale e assillante di negoziare il giorno-per-giorno. Come dicevo, si è trattato di un attimo. Mi sono sof- fermato a raccontarlo e spiegarlo, e ora che l’ho fatto scopro che non riesco a ricordare in quale circostanza mi sono abbassato i calzoni. Sono sicuro che è una di quelle dimenticanze momentanee che oppongono un’ostinata resistenza al ricordo quando si cerca di forzare la memo- ria, ma cedono poco dopo, in modo tanto inspiegabile e immotivato quanto quello in cui si sono prodotte. Perciò aspetto, con la penna sospesa a pochi centimetri dal foglio… Ma niente. Immagino che succeda perché mi sto sforzando di ricordare, e la soluzione sta nel non provar-

ci, nel dimenticare. dimenticare per ricordare. dovrò

aspettare un momento, pensare ad altro, e allora, una

volta dissipato quel piccolo vuoto e recuperata l’integrità

dei fatti, il ricordo tornerà, chiaro e intero, accompagna-

to da un sorriso o da un risolino segreto. Però scopro che per ora non posso dimenticarmene e pensare ad altro. In ogni caso, lo lascio per dopo. Adesso non posso perché vengo assalito (e voglio lasciarmi assali- re: voglio godermela) da un’infinita perplessità di fronte alla natura del fatto. Com’è possibile che io mi sia calato i calzoni fuori da casa mia, in pieno giorno…? Questi due

ultimi dettagli li conosco perché sono uniti alla visione in sé, quella che mi è rimasta impressa: la luce era diurna, non artificiale, proveniva dal cielo; e sicuramente non mi trovavo in casa… E dunque? L’enigma si infittisce. Uno può dimenticarsi dove o quando ha starnutito, o ha visto un cane di razza chow chow, o ha fatto o gli è successa qualsiasi altra cosa insignificante. Ma abbassarsi i calzoni non è qualcosa che possa confondersi con il flusso delle attività e delle percezioni, non è qualcosa che passi inav- vertito né per gli altri né per chi lo fa. Cerco di spremere altri dati dall’unica visione o dall’u- nico momento che mi è rimasto impresso. (da un po’ la mia penna ha ricominciato a posarsi sul foglio. Ho rinunciato all’attesa passiva.) Cerco il filo che mi porti al ricordo. Un solo dato, minimo, basterebbe… Ma l’unico dato che riesco a tirar fuori dal cilindro non potrebbe essere più intrigante: nel momento in cui mi abbassavo i calzoni ero seduto su un blocco di marmo. Un blocco di marmo? Il mio sconcerto è al culmine. non ho dubbi che si trattasse di marmo in quanto il mar- mo, o perlomeno la parola, è rimasto attaccato, non so perché, alla sensazione originaria. non ha niente a che vedere con la felicità suscitata da questa sensazione, ma è lì: marmo. Intanto, la felice sensazione con cui ho iniziato non si estingue. Non la spegne l’oblio, che si ostina a non resti- tuirmi la circostanza del fatto; non l’offusca nemmeno l’e- nigma del marmo. Al contrario, il marmo le conferisce un che di stranezza, di lusso esotico, una certa monumentali- tà antica. viene ad aggiungersi a una perplessità gratifi- cante in sé. Io che non faccio altro che lamentarmi di quanto sia noiosa e grigia la mia vita, all’improvviso mi

vedo coinvolto in un episodio audace e memorabile, quasi un’avventura. non mi sfugge che magari si è trattato di qualcosa di banale, o persino di sordido e deprimente.

Questa possibilità esiste, anche se, sapendo di essere così timido e pacato, non vi do molto credito a priori. Ma gra-

zie a questo opportuno vuoto di memoria posso restare

nell’incertezza in cui abita l’elemento romanzesco e leg- gendario. Qui sta la preziosità di questo secondo momen-

to, e anche la sua fragilità: d’un tratto, di sicuro fra pochi

istanti, apparirà il ricordo, ogni cosa tornerà al proprio posto, il marmo troverà una spiegazione, e la felice visione delle mie gambe nude, inserita in un contesto, sarà sol- tanto una di quelle piccole gioie immotivate che capitano

nella vita, persino nelle vite poco interessanti come la mia. In realtà, quindi, non voglio ricordare. Ciò che un momento fa mi sembrava meritevole di sforzo ora mi sembra meritare lo sforzo contrario. voglio pensare ad altro per preservare l’oblio; ma ricordo che il metodo più efficace per riportare qualcosa alla memoria consiste nel non sforzarsi di ricordarlo e nel pensare ad altro. In ogni caso non posso evitarlo, perché mi torna in mente qual- cos’altro: mi domando perché ho voluto mettere per iscritto il momento originario. Cerco di ricostruire la decisione. Comunque, poco importa se non riesco a rico- struirla (non vale la pena disturbarsi), perché la decisio-

ne posso prenderla di nuovo, e lo farò sicuramente negli

stessi termini, dato che sono ancora lo stesso di quando

mi sono seduto per scrivere.

volevo preservare, mettendola nero su bianco, una felicità che altrimenti, per quanto minima e immotivata,

non avrebbe avuto nulla su cui basarsi.

II

P erò succede che davvero posso pensare ad altro, perché di colpo mi viene in mente una cosa intri- gante… Intrigante in sé, e anche in relazione a ciò

che mi ha preoccupato fino a questo momento: il mar- mo. È qualcosa che mi ronza in testa da ieri e ha fatto volare le mie idee in cieli così distanti che, forse, è stato questo a provocare la felice sorpresa di constatare la per- sistenza della mia dimensione animale. È stato come tornare, inaspettatamente, dall’astratto al concreto, dall’esotico e inspiegabile all’intimo e quotidiano, e ren- dersi conto che, per quanto il pensiero possa spingersi lontano, il corpo e i suoi attributi restano lì, dove sono sempre stati. E il veicolo per questo lungo viaggio istan- taneo di ritorno è stato il marmo, se non la pietra chia- mata così, la parola che la nomina, «marmo». Come dicevo, mi è successo ieri; non è stata una novità assoluta, perché già me ne avevano parlato mia moglie e

una vicina di casa, e inoltre lo sapevo per averlo sentito o letto da qualche parte. E credo addirittura che fosse suc- cesso proprio a me, ma non lo avevo memorizzato, o non

si era sviluppato nella sua interezza, come ieri. È successo al supermercato cinese sotto casa. Ho fatto un acquisto,

ho pagato alla cassa con due banconote da venti e atten-

devo il resto. L’importo l’ho visto sul display del registra- tore di cassa, perché se aspettavo che me lo dicesse il cas- siere stavo fresco. Se lo dicono, non si capisce, e poiché sanno che nessuno li capisce, e che la cifra appare sul

display con numeri grandi, non si prendono la briga di dirla, tutt’al più la indicano svogliatamente con un dito. Il cassiere era un cinese robusto e ottuso. La tanto sbandie- rata «cortesia cinese» deve essere un mito, oppure la usa-

no soltanto fra loro, perché con noi manifestano una

sconcertante mancanza di buone maniere. non credo si possa attribuire al fatto che i cinesi che emigrano in Suda- merica per aprire supermercati appartengano a una clas-

se di commercianti meschini e pragmatici, esclusi dalle

norme culturali della loro nazione. Mai riusciranno a far-

mi credere una cosa del genere, perlomeno finché rimarrò

argentino. Un uomo, che lo voglia o no, rappresenta sem- pre la propria nazione. La cifra indicata dal display era molto precisa e capricciosa, una di quelle cifre che ci si domanda da dove escano, ed escono dalla somma di due o tre o quattro cifre qualsiasi. Era inferiore ai quaranta pesos con cui avevo pagato. non ricordo quale fosse esattamente, ma supponiamo che fosse trentasei e quaranta. dovevo ave- re il resto, ed è nato l’eterno problema degli spiccioli. Al quale siamo ormai talmente abituati che non ci rendia- mo nemmeno conto che c’è un problema. nessuno ha

spiccioli, e se li ha non vuole darli. Io rientro nella regola generale, perciò non mi lamento. Il cinese ha detto qualcosa che suonava come: «Uno e cinquanta? due?» La sua pronuncia era così imprecisa che potrebbe aver detto qualsiasi altra cosa. Era la solita richiesta di spiccioli, ormai quasi rituale. Ho negato scuo- tendo la testa, senza prendermi la briga di capire. Il cinese

ha aperto la cassa e ci ha guardato dentro. negli scompar-

ti di metallo c’erano poche banconote e qualche moneta. In realtà in questi supermercati c’è abbastanza movimen-

to, malgrado l’atmosfera desolata. Però svuotano le casse

ogni ora o due e portano i soldi in qualche nascondiglio,

lasciando soltanto il necessario per dare il resto, in modo da premunirsi contro le rapine, che sono frequenti. non avrebbe dovuto essere tanto difficile; in un paese civile non succedevano cose del genere: se l’ammontare dell’acquisto fosse stato, secondo il mio esempio ipoteti-

co, di trentasei e quaranta, il resto di quaranta pesos

sarebbe stato di tre e sessanta. Il cinese ha preso una banconota da due pesos, ed era l’ultima che aveva: quello scomparto è rimasto vuoto. Ha frugato tra le monete, che erano mischiate. ne ha trovata una sola da cinquan- ta centesimi, le altre erano da dieci e da cinque; quando

si è messo a contarle, è risultato che erano quasi tutte da cinque. Ho pensato che mi avrebbe dato una manciata di monetine inservibili, che mi avrebbero creato un rigon- fiamento in tasca provocando un ridicolo tintinnio e annunciando la mia presenza ovunque fossi andato. non sono riuscito a reprimere una smorfia di fastidio, e lui probabilmente l’ha colta, anche se non mi stava guar- dando, perché ha lasciato cadere le monete nella cassa e

mi ha mostrato la banconota da due pesos e la moneta

da cinquanta centesimi, le uniche presentabili che aveva.

Mancava qualcosa. Proseguendo con il mio esempio, sarebbero mancati solo un peso e dieci centesimi. Me ne sarei potuto andare rinunciando a quella modesta som- ma, che non mi avrebbe cambiato la vita, ma per farlo sarebbero state necessarie una volontà e una decisione che non ho mai quando entro in un supermercato cine-

se; ero passivo, subivo i fatti, e così ho aspettato. Con la sua dizione quasi incomprensibile, mi ha comunicato la cifra che doveva restituirmi. L’aveva calcolata mental- mente in pochi secondi. In questo perlomeno non ho visto motivi per lesinargli la mia ammirazione. Prima aveva calcolato quanto resto doveva darmi dei miei qua- ranta pesos, e poi quanto mancava tolti i due pesos e cin- quanta che aveva in mano. A me sarebbero occorsi carta e penna, concentrazione e tempo. E anche così avrei avu-

to il mio bel da fare. Sono sicuro che avrei dovuto fare i

conti due volte, per assicurarmene. Ma è vero che non sono pratico, perché non ho mai esercitato il commercio. A quel punto, modificando lievemente l’espressione di

burbera indifferenza, il cassiere mi ha indicato l’espositore

di piccoli oggetti in fondo al bancone della cassa. Ci ho

messo un po’ a capire, ma non tanto, perché mi era già

successo in precedenza, e fa parte del nuovo folclore fiori-

to per impulso delle difficoltà che incontra il commercio al

dettaglio con il problema del resto: si completano le picco- le somme residuali con articoli a basso prezzo. L’usanza ha avuto inizio nelle edicole, rimpiazzando l’ultima moneta mancante del resto con una caramella, e via via che il pro- blema cresceva e la clientela era sempre più refrattaria ad accettare caramelle che non aveva voglia di mangiare, si sono aggiunti altri prodotti. Io non avevo prestato grande

attenzione a questa dinamica; ignoravo quanto si fosse

sviluppata; di lì la mia sorpresa nel vedere l’abbondanza e

la varietà di oggetti che il cinese mi invitava a scegliere. A

quanto pareva, era stata creata tutta un’industria di cose piccole e di scarso o scarsissimo valore. di fatto, ce n’erano troppe. Una foresta in miniatura

assaliva la vista con mercanzie lillipuziane, difficili da individuare malgrado – o proprio per – i loro colori viva-

ci e le scritte o i disegni delle confezioni. Le leggi non

scritte del gioco imponevano di scegliere in fretta, senza pensare. Le signore che attendevano in coda alle mie spalle erano potenzialmente minacciose, ma l’operazio- ne alla cassa, anche senza di loro, era veloce per natura. doveva essere frutto di calcoli, una piccola trappola ulte-

riore perché il cliente si portasse via qualsiasi cianfrusa- glia inutile pur di concludere la procedura. Ma il bello della faccenda, ciò che la rendeva istantanea, sorpren- dente e un po’ magica, era proprio questo. Ho allungato la mano prima ancora di aver preso una decisione. La sorte mi ha favorito perché ho visto delle pile aaa e mi sono ricordato del mio proposito di cambia-

re quelle del telecomando della tv, che era piuttosto lava-

tivo. Erano pile cinesi, abbastanza sospette con i loro pae- saggi dipinti da guardare con la lente d’ingrandimento, ma non m’importava perché avevo l’impressione di por- tarmele via gratis. Le ho prese, infilando le dita fra grap- poli di pupazzetti, scatolette di madreperla per pastiglie, scarpette da bambola, lamette da barba e fialette di pro- fumi francesi falsi. non so come sono riuscito a non far cadere niente, ma ho preso le pile e le ho mostrate al cine- se. Subito mi ha detto qualcosa; ho creduto di capire «uno e sessanta» (o l’ho immaginato, associandolo con

«uno si siede…» 1 a guardare la tv). Ma se era «uno e ses- santa», vale a dire un peso e sessanta centesimi, era più del peso e dieci che lui mi doveva (sempre secondo l’e- sempio che ho fatto); poiché ha indicato con un cenno i piccoli oggetti, ho immaginato che avesse detto «sessan- ta», cioè sessanta centesimi… Costavano così poco le pile? non mi ha lasciato il tempo di pensarci; anch’io avevo fretta di concludere. Se le pile costavano sessanta

centesimi, me ne doveva ancora cinquanta, e io dovevo prendere qualcos’altro. C’era la possibilità che «sessanta» fosse quello che mancava, nel qual caso le pile sarebbero costate cinquanta centesimi; questa ambiguità si è pro- tratta per tutta la durata della scena. In ogni caso, ormai dovevo aver quasi raggiunto la somma, ossia dovevo prendere qualcosa che costasse meno delle pile per essere a pari. nella fretta del momen-

to procedevo a tentoni, capivo a metà, soltanto lo stretto

necessario per agire. Solo adesso, nella calma riflessiva

con cui lo scrivo, posso chiarirlo, in formule. dei quaranta pesos con cui avevo pagato il mio acquisto dovevo ricevere una somma ics di resto, chiamiamola A; di questa somma

A, il cassiere aveva solo una parte, due pesos e cinquanta.

Il resto (A – 2,50 = B) doveva completarlo con le cianfru- saglie; chiamando C il prezzo della prima cianfrusaglia scelta (le pile), ora il resto, chiamiamolo D, si calcolava

con un’altra sottrazione: B – C = D. Il cinese faceva questi calcoli mentalmente e mi buttava lì il risultato nel suo spagnolo difettoso, incomprensibile per me, che sono uno

di quelli che se non gli si parla chiaro non capiscono.

1. Gioco di parole nell’originale fra «uno sesenta» (uno e sessanta) e «uno se senta» (uno si siede). [n.d.t.]

Ho preso qualcos’altro, questa volta a caso. Era un occhio di gomma che, a schiacciarlo, sprigionava una debole luminosità rossa; un gingillo cinese, sicuramente,

anche se era strano che gli avessero dipinto l’iride di azzur- ro e che emettesse una luce rossa, come se raffigurasse l’oc- chio di un inglese ubriaco. L’ho preso pensando che un oggetto dal funzionamento così sofisticato (nella mia infanzia sarebbe sembrato fantascientifico) fosse caro e

che

avrebbe saldato il resto, sempre che non lo superasse.

Mi

sbagliavo. Oggi l’industria, soprattutto quella cinese,

produce massicciamente oggetti che incorporano parec- chia tecnologia ma che non valgono niente; quell’occhio doveva essere estremamente economico, inoltre il cassiere era onesto (più che onesto: scrupoloso), perché avrebbe anche potuto considerare chiusa l’operazione e io me ne

sarei andato subito. Invece ha buttato lì un nuovo numero,

che suonava come «trenta», anche se potrebbe essere stato

un altro, e poi ha aspettato che io tirassi fuori un’altra di quelle bazzecole. Probabilmente i clienti abituali in casi analoghi ne prendevano diverse; forse avevo commesso un errore nel prenderle una alla volta, ma ormai era andata e non potevo far altro che continuare così, soprattutto per-

ché pensavo che con una bazzecola in più ci saremmo arri-

vati. Ho staccato una cosa qualsiasi, la prima che ho tocca- to con la mano: era una tabella delle proteine. Il cinese: «Quindici». (O ha detto qualcos’altro?) Io avevo già perso il conto. doveva mancare qualche centesimo. Interrompere l’operazione però mi sembrava uno sgarbo, in fondo doveva trattarsi di una modalità della cortesia cinese. Ho lasciato fare al caso, un’altra volta; se la sorte mi favoriva potevo azzeccare l’oggetto che costasse esatta-

mente la somma necessaria per chiudere il conto. La sor- te agisce seguendo il caso, non la determinazione. Ho preso qualcosa senza guardare: una forcina dorata. «Tre». (O «tredici»? Chissà.) Con un unico gesto nervoso ho preso un’altra cosa. Era un cucchiaino-lente d’ingrandimento. Non ne avevo mai visto uno. Ma non ho potuto attardarmi a osservarlo perché il cinese aveva già detto qualcosa come «sette», o forse «sei», e questo significava che dovevo continuare a scegliere e a prendere altre cianfrusaglie. In quel momento non ho fatto il conto, non ci sarei riuscito, ma ora mi domando quale sia stata la progressio- ne, o la regressione. Anche adesso che ho tutto il tempo che voglio e la calma per concentrarmi, e un foglio su cui fare l’elenco e i conti, non è facile, anzitutto perché la cifra che ho fornito quale resto che dovevo completare in natu- ra, un peso e sessanta centesimi, l’ho inventata per fare un esempio. In secondo luogo perché le cifre che il cinese mi diceva via via, nel suo spagnolo imparato male, le capivo solo a metà, o ancora meno, o semplicemente le indovina- vo (oltretutto, adesso non le ricordo). E in terzo luogo per- ché non so se le cifre che mi sciorinava corrispondessero al prezzo di ogni cianfrusaglia o agli spiccioli che conti- nuavano a mancare. Malgrado tutte queste difficoltà e obiezioni, un calcolo approssimativo poteva essere il seguente: se le pile costa- vano sessanta centesimi, grazie a quelle l’ammontare ori- ginario di un peso e dieci centesimi era sceso a cinquanta centesimi. Poi, se davvero l’occhio di gomma costava trenta centesimi, bisognava toglierli dai cinquanta, e ne restavano venti. Poi era arrivata la tabella delle proteine:

«Quindici». Perciò erano rimasti cinque centesimi… Per-

ché in quel momento non mi ha dato una delle monetine della cassa, che era ancora aperta, mandandomi via in pace? Sicuramente perché, se me ne fossi andato con un piccolo oggetto invece della moneta, lui avrebbe ottenuto qualche guadagno. Era incredibile che qualcuno si abbas- sasse a una simile microscopia del profitto, ma in fondo uno non sa mai come funziona la mente degli altri. A quel punto ho scelto la forcina dorata, e lui ha det- to, o io ho creduto di sentire: «Tre». Era possibile che di cinque ne avanzassero tre? Stava andando avanti con unità di centesimi? La moneta del valore più basso in circolazione è quella da cinque centesimi. Le monete da un centesimo però esistono, anche se non si usano, e cre- do di ricordare una direttiva della Banca Centrale secon- do cui, quando i negozi non ne hanno a disposizione, devono arrotondare a favore del cliente. (Il verbo «arro- tondare», a quanto pareva, non figurava nel vocabolario di quel cinese.) In ogni caso: se restavano due centesimi, e io ho preso il cucchiaino-lente d’ingrandimento, com’è possibile che il cassiere abbia detto qualcosa come «sette» o «sei»? Era arrivato a frazioni di un centesimo? non era possibile. Mi viene da pensare che quello che mi ha detto non fosse né «sette» né «sei», ma «sì»: magari voleva dire che «sì», che ormai c’ero quasi… non avevo bisogno che me lo dicessero, perché intuiti- vamente ero sicuro di esserci quasi… Con atteggiamento di sfida, ho preso un anellino di plastica dorata. non doveva costare niente, eppure doveva avere un prezzo. Quale fosse non l’ho indovinato: mancava ancora qualcosa. Allora ho alzato la posta: ho preso una macchina fotografica delle dimensioni di un dado. Sì, secondo i

calcoli che faccio adesso mancava poco più o poco meno

di un centesimo, quella era la macchina fotografica meno

cara del mondo. Era un giocattolino, ovvio, ed era impro- babile che funzionasse. Ogni volta che prendevo un oggetto, lo mostravo al cassiere cinese sul palmo della mano, dove si accumula- vano a poco a poco; tutti insieme stavano in una mano, perché erano veramente piccoli. Il cinese doveva avere tutti i prezzi in testa; di sicuro ripeteva quella cerimonia cinquanta volte al giorno. Il caso, o qualche legge matematica che ignoravo, face-

va

sì che, nonostante tutto, non arrivassimo allo zero. C’e-

ra

ancora un resto, e a giudicare dal fatto che non ci sono

stati altri inviti a scegliere, ho ipotizzato che fosse così pic- colo che uno qualsiasi degli oggetti, nonostante i loro prezzi infimi, lo avrebbe superato. A quel punto il cinese

mi ha fatto una domanda che ho decifrato come «globu-

li?», anche se suonava «grobuli?» Ho annuito, senza

sapere a che cosa. Lui ha infilato la mano in una scatola di latta che aveva dietro la cassa e ha tirato fuori una man- ciata di palline bianche. A quel punto mi sono ricordato:

erano i globuli di marmo con cui si completava il resto nei supermercati cinesi. Avevano il vantaggio non solo di essere economicissimi, ma pure divisibili, dato che si ven- devano per unità; il loro prezzo doveva essere di un peso per un migliaio, cioè dieci per un centesimo; non esisteva una piccola somma tanto capricciosa da non potersi paga-

re con quelli. Ma li usavano solo come ultima risorsa, per

il resto più irriducibile. non volevano «bruciarli» abusan-

do dei loro servigi.

Questa, e non altra, era l’associazione con il marmo che avevo fatto.

III

C erto, tutto ciò non spiega affatto perché io mi sia

abbassato i calzoni in pieno giorno e in un luogo

che non era casa mia, seduto su una lastra di

marmo… È stranissimo: strano che lo abbia fatto, tanto è distante dalle mie solite abitudini domestiche, e ancor più strano che non ricordi la circostanza. Continuo a pensare che sia uno di quei vuoti momentanei e capric- ciosi, che si dissolvono (o al contrario: si riempiono e si precisano) per un motivo insignificante come quello per cui si sono verificati. In tal caso, si tratta solo di aspetta- re. Io però mi spazientisco, legittimamente. La penna è rimasta di nuovo sospesa per un momento sopra il quaderno. Anche se mi risulta che la memoria è refrattaria al metodo, ho cercato di avvicinarmi per elimi- nazione. non sono tante le circostanze plausibili in cui ci si spoglia fuori di casa… Un impulso sessuale? È la prima

cosa che verrebbe in mente a un altro, l’ultima che verreb- be in mente a me; no, no, non è successo niente del genere.

Il camerino di un negozio? no, perché è da parecchio tem-

po che non mi compro vestiti. E non vado neanche in pale-

stra o in piscina, né mi siedo nei bagni di bar o ristoranti. no. È inutile. Al massimo, per associazione di idee questo esercizio di ricerca potrebbe fornirmi il capo del filo che mi condurrebbe al ricordo. E sospetto, non so per quale ragione, che a condurmi a questa associazione sarà qualcosa che non avrà niente a che vedere con nien- te, qualcosa che arriverà dalla direzione meno prevedibi- le… Ma anche se così non fosse, continuerebbe a essere inutile perché il mio pensiero è fisso su un’altra cosa: i globuli di marmo. Che idea! «Globuli di marmo». A chi sarà venuta in mente? L’assurdità del concetto ne ha decretato il succes- so popolare. Anche se in questo caso parlare di successo

o di popolarità è esagerato; è qualcosa di cui si parla sor-

ridendo, una di quelle strane curiosità che appaiono di quando in quando, durano il tempo di una barzelletta e poi restano per il lusso di qualcuno dotato di buona memoria (più o meno come i Sea Monkeys). Inoltre, non credo che si siano diffusi al di fuori della cerchia dei supermercati cinesi, e non so se in tutti o soltanto in quelli del mio quartiere, dove questi locali, in effetti, pro- liferano fino all’eccesso. non è giustificato neanche par-

lare di successo, perché in fin dei conti si è finito per usar-

li solo per completare il resto, segno che nessuno li com-

pra spontaneamente. E perché la gente dovrebbe com- prarli? A cosa servono? Al riguardo avevano cominciato a diffondersi certe teorie, ma erano, appunto, teorie e niente di più. Leggen-

de metropolitane. Con un po’ d’immaginazione chiunque

può inventare una funzione per un oggetto inusuale. niente di più facile. Perfino io… A rigor di termini, l’immaginazione a cosa serve?

non è anch’essa, e proprio essa in primo luogo, un ogget-

to privo di funzione apparente incrostato nella mente?

Sono gli oggetti strani a crearle una funzione… È da que- sta circolarità che nasce probabilmente la sensazione di sconcerto e perplessità che a volte mi assale. non avevo prestato grande attenzione alla faccenda. Come ho detto, sapevo dell’esistenza dei globuli, ma non avevo una nozione precisa della loro esistenza reale:

immagino di aver pensato, sempre che ci abbia pensato, che forse era qualcosa che veniva dalla televisione, o il nome metaforico di qualche dolcetto, o le rimanenze del merchandising di un film fantastico. Invece no. In uno qualsiasi di questi casi sarebbero stati pensati per i bam- bini, ma un severo avvertimento, che ricordo di aver sen-

tito, riguardava proprio il fatto di non lasciarli a portata

di mano dei bambini: non sono commestibili, tutt’altro,

e le loro piccole dimensioni li rendono pericolosi per i più piccoli, che potrebbero portarseli alla bocca o infilar- seli nei buchetti del naso. Secondo una di quelle teorie, si trattava di «fiches» per una specie di gioco di strategia cinese, la qual cosa non suonava convincente per via della forma sferica e delle minuscole dimensioni delle palline. Altre teorie sostene- vano le cose più disparate. Rimedio infallibile per l’itteri- zia. Acceleratori di immagini che potevano correre nei cavi televisivi. Arma bianca per intontire uccelli. Una, più ingegnosa (forse troppo), suggeriva che la loro utilità con- sistesse nel produrre effervescenza, ma nei solidi, non nei

liquidi; vale a dire che, una volta introdotti in un corpo solido, i globuli si scioglievano rendendolo effervescente. Ignoro a chi possa essere venuta in mente un’idea così peregrina; probabilmente a qualcuno che aveva tentato di scioglierli in un liquido, ma pur avendo rimestato a lungo non ci era riuscito, e così ha immaginato che invece avreb- be funzionato con un solido. Questa probabilmente era la teoria più originale; l’ul- tima su cui si esercitava l’intelligenza collettiva dopo averne sostenute molte altre. La qualità di ultima, più che nella sua imbattibile stravaganza, stava nel fatto che non era verificabile: chi poteva introdurre un solido in un altro solido? dal canto mio, se avessero domandato a me, avrei risposto che erano oggetti inutili, semplici palline bian- che che servivano soltanto a decorare un acquario o a riempire una bottiglia. O a calmare i nervi facendole scorrere fra le dita. Molto più realistico sarebbe stato attenersi all’uso che se ne faceva in realtà: completare il resto. In fin dei conti, servivano effettivamente per quello. Ma nessuno si sareb- be accontentato di così poco. Ai cinesi dei supermercati, in definitiva quelli che le mettevano in circolazione, era inutile chiedere. non ci si capiva niente. Anche se l’udito di chi li avesse interrogati fosse stato migliore del mio nel decifrare il messaggio attraverso le loro grossolane deformazioni idiomatiche, credo che non ne avrebbe ricavato niente. Perché non si trattava soltanto di lingue diverse: queste lingue erano espressione di rappresentazioni del mondo diverse. E questa non sarebbe stata la cosa più grave. Proba- bilmente non lo sapevano neanche i cinesi stessi. Come

avrebbero potuto saperlo? Chi sarebbe stato in grado di spiegarglielo? Loro erano i meno adatti del mondo a capire la nostra lingua e, anche se non fosse stato così, l’unica cosa che avevo da dirgli era qualcuna delle ridico-

le teorie che circolavano. Si era stabilito un perfetto cir- colo vizioso. Perché noi argentini credevamo che fossero loro a sapere, e non era così.

Il malinteso sorgeva dalla convinzione che i globuli di

marmo venissero importati dalla Cina, come tutte le altre piccole mercanzie inutili che riempivano i loro negozi. In realtà, come sono venuto a sapere grazie a una curiosissi- ma circostanza, i globuli erano una produzione nazionale.

A questo punto mi viene voglia di descrivere breve-

mente questi oggetti, pur consapevole che facendolo continuo ad allontanarmi dal mio proposito iniziale, che era… Insomma, non so di preciso quale fosse. Ricordare la circostanza in cui mi toglievo i calzoni e vedevo le mie gambe e il mio sesso… Questo non è un proposito, poi- ché si realizza da solo, quando la memoria lo vuole. Sarebbe più vicino al vero dire che volevo mettere per iscritto il resoconto di un attimo di felicità e autocompia- cimento, due sentimenti così rari nella mia vita. I globuli in realtà non erano di marmo, ma di qualcosa che era stato chiamato «pre-marmo». Cioè, la loro strut- tura atomica era esattamente la stessa del marmo, ma un istante prima che prendesse la sua forma definitiva. Que- sta scoperta fece scalpore in certi circoli scientifici; circoli ristretti, è vero, e non ben visti dalla comunità scientifica in generale, dato che confinavano con la fantascienza e la ciarlataneria. Si pensò che lo studio del pre-marmo potes- se offrire la soluzione del problema del tempo, o almeno della pre-esistenza del tempo. Ma a quanto pare non c’è

stata una mente abbastanza sagace da trarre le conclusio-

ni

pertinenti, e tutto è finito in una promessa incompiuta. Questa era la seconda delusione al riguardo. La prima

si

era verificata quando alla scoperta della cava, in una

località argentina, era seguita la scoperta che da lì non si sarebbe estratto marmo, ma soltanto quelle miserabili palline. L’illusione che si era creata era quella dello sviluppo sostenibile in aree di estrema povertà. E proprio in una

di queste aree era stata scoperta la presunta cava. Con

uno slancio d’immaginazione così caratteristico dei miei connazionali, che tanti dispiaceri ci è costato e ci ha allontanato così tanto dalla realtà, venne pronosticato che avremmo avuto una nostra Carrara, fonte di ricchez-

za e benessere. E non si trattava semplicemente, in que-

sto sogno futuribile, di ricchezza materiale: la «nuova Carrara» era contagiata dai capolavori artistici realizzati con il marmo della celebre cava italiana, diventando quindi un sogno di raffinatezza e cultura, di senso esteti-

co ed eterna giovinezza. È comprensibile che, quando il

palloncino si bucò e cominciarono a uscirne, come nel gioco della pentolaccia, gli inutili globuli – adatti solo per i supermercati cinesi, che erano il contrario della raf-

finatezza e dell’estetica –, il grande pubblico abbia prefe- rito dimenticarsene, ed è per questo, immagino, che sono rimasti velati dal mistero. Un mistero, inutile dirlo, triviale, quasi risibile. Uno

di quei misteri che nessuno si prende la briga di esami-

nare seriamente, perché non ne vale la pena. Il massimo a cui si poteva arrivare mediante un’indagine in piena

regola era una terza delusione.

Iv

H o ancora qualcosa da dire e, siccome ce l’ho in testa e ostacola ciò che mi sono proposto di ricordare, sarà meglio che lo metta per iscrit-

to, in modo che sparisca una volta per tutte. Si tratta di un episodio apparentemente insignificante che si è verificato mentre uscivo dal supermercato. Sono stato abbordato da un ragazzino cinese che mi aveva seguito per qualche passo. Lo avevo già visto entrando, fermo davanti all’ingresso, che fumava. Era stato questo det- taglio ad attirare la mia attenzione; i cinesi, l’ho notato, fumano moltissimo. Pare che non gli importino i danni alla salute causati dal tabacco. Ciò nonostante, sono rimasto impressionato nel vedere quel ragazzo così gio- vane che fumava. Sembrava un bambino di undici o dodici anni; ma potevo sbagliarmi: ci sono orientali talmente emaciati che sembrano sempre bambini.

L’impressione che mi faceva questo, al di là dell’abitu-

dine di fumare, non era buona. dava un’impressione di sporcizia, con i capelli lunghi che gli cadevano sulla fac- cia, e tinti di biondo, gli indumenti scadenti che gli pendevano sul corpo magro e i piedi nudi infilati in un paio di infradito, malgrado il freddo. Questi non sareb- bero stati motivi validi per criticarlo, se non fosse stato per la faccia e l’espressione, che avevano quell’aria distante che si associa abitualmente alla criminalità, anche se in questo caso doveva dipendere piuttosto dal fatto che era cinese. Ebbene, l’ho rivisto mentre uscivo, dopo la mia ceri- monia del resto. L’ho notato a causa di un dettaglio pre- ciso: stava ancora fumando. In questo non ci sarebbe stato niente di speciale (a me che importava: facesse pure quello che voleva con la sua salute), sennonché durante la scelta dei piccoli oggetti e il relativo calcolo

mi ero costantemente preoccupato di non accaparrarmi

la cassa per troppo tempo, per non far aspettare quelli in

coda dietro di me. Perciò, quando l’ho visto ancora con

la sigaretta, ho pensato che il lasso di tempo che mi era

sembrato così esteso, in realtà, doveva essere stato bre- vissimo, dato che non l’aveva ancora finita. Certo, poteva anche essere trascorso molto tempo, e

lui magari stava fumando un’altra sigaretta dopo aver

gettato via la prima e lasciato passare un momento, fino a recuperare la voglia di fumare. Anche se ci sono fuma-

tori accaniti che si accendono una sigaretta con la cicca

di quella precedente, suppongo (è soltanto una supposi-

zione, non essendo io un fumatore e non avendo riflettu- to al riguardo) che i fumatori più accaniti siano quelli che fumano più lentamente…

Comunque sia, non ha importanza. Ho accennato

all’argomento solo per dire che uscendo l’ho visto, come l’avevo visto entrando, e mi ha dato la stessa impressio- ne, accentuata dal fatto che questa volta mi ha guardato,

e

con una certa insistenza. Mi sono sentito in imbarazzo

e

credo di aver allungato il passo. «Signole, signole!» Che c’era? Avevo dimenticato qualcosa? L’ombrello?

La testa? no. non stava piovendo. Subito è passato al tu;

il «signole» con cui mi aveva interpellato non era, eviden-

temente, un segno di rispetto. Che un adolescente dia del

tu a un signore di una certa età senza conoscerlo non è

affatto raro al giorno d’oggi, e in questo caso era giustifi- cato dalla padronanza difettosa della lingua. non mi dilungherò sulle difficoltà incontrate per capire quello che mi stava dicendo. Potrei affermare, senza men- tire, che capivo un quarto di ciò che diceva; e quel quarto, temo, lo capivo male. Era arrivato solo di recente nel nostro paese? La sua vita in Argentina, breve o prolungata, era forse trascorsa in una cerchia rigorosamente cinese, familiare, senza contatti con ispanofoni? A priori l’aspetto

e l’atteggiamento non facevano di lui un candidato alla vita

di famiglia. Eppure credo che la spiegazione non dipenda

dalle risposte a queste domande. Magari era cresciuto qui ed era stato educato fra argentini, era andato a scuola… Quel po’ di accento cinese che aveva conservato, sommato

alle deformazioni del gergo giovanile, bastava a renderme-

lo incomprensibile. Sì, era un ragazzo di un quartiere di

Buenos Aires, quasi tipico; il fatto di essere cinese lo ren- deva ancor più autoctono, accentuava il «che m’importa»

dei ragazzi molto giovani. Che gli importa se non li si capi- sce, tanto non hanno niente da dire a nessuno.

Mi suscitava un’impressione mista. E non è che mi sia messo ad analizzarla, né in quel primo momento né in seguito, perché in sua presenza dovevo pensare urgente- mente ad altre cose. Era lui a imporre l’urgenza, con la sua parlantina, i suoi avvertimenti e le sue rivelazioni. Comunque, una cosa lo assolveva, ed era forse la più

strana di tutte: non si infastidiva né si spazientiva per il fatto che non lo capissi. Andava avanti, come se non avesse importanza. Senza tentare di riprodurre quanto mi ha detto, lo riassumerò. Aveva a che fare con i globuli di marmo. Aveva visto che li accettavo e c’era qualcosa che doveva comunicarmi, o spiegarmi (o di cui avvertirmi!) in pro- posito. Mi sono portato la mano alla tasca in cui li avevo messi senza guardarli, insieme al resto dei cotillon in miniatura. Sì, erano lì. Li voleva? Glieli regalavo. A me non servivano affatto. Li ha guardati con preoccupata avidità, ma li ha rifiutati energicamente due o tre volte, come per rimarcarlo: no, lui non li voleva, non poteva volerli, né lui né altri, solo io… non potevo liberarmene, perché soltanto in mio possesso avevano qualche utili- tà… non ha detto quale fosse questa utilità, ma lasciava capire che era portentosa. Ho sospettato che ci fosse qualche malinteso. Ma ho rinunciato in anticipo a dissiparlo. A quanto pareva, il ragazzo era stato fermo all’ingresso del supermercato, chissà per quanto tempo, fumando senza sosta e sfidan-

do

il freddo tagliente con i suoi indumenti leggeri e i pie-

di

nudi nelle infradito, aspettando che uscisse qualcuno

con dei globuli di marmo… Ed ero stato io. Ma non pote- vo credere di essere stato l’unico cliente ad accettare le famose palline. non le davano a tutti gli acquirenti

quando non avevano il resto giusto? non ho avuto il tempo di digerire la rivoluzione mentale che ciò avrebbe dovuto comportare. Pensare di aver fatto qualcosa che fanno tutti e poi scoprire che sei l’unico che l’ha fatto suscita sgomento, quasi come scoprire di essere nudi in mezzo alla gente. Ma era una semplice supposizione, un’«ipotesi di lavo- ro», si potrebbe dire, per orientarmi nella perplessità. Il cinesino insisteva, o così mi è sembrato, sul fatto che il possesso dei globuli di marmo mi apriva inedite

possibilità d’azione. Quando gli ho sentito dire qualcosa

a proposito della televisione, ho creduto di cominciare a

capire: le palline erano collegate con qualche gioco della PlayStation e, siccome tutto ciò che riguarda questa fac- cenda mi è estraneo e lo rifiuto (per un principio sia generazionale sia intellettuale), ho chiuso la mente come un’ostrica imbronciata e ho deciso di mettere fine alla commedia. Ho fatto male. All’orizzonte non c’era alcun gioco elet-

tronico e quando l’ho capito, e ho voluto aprirmi di nuovo,

è stato faticoso. Ho perso tempo; quando ho ricominciato

a prestare attenzione, il racconto ormai era passato alla

fase successiva. Il mio giovane amico insisteva sul fatto che avrei ricevuto le istruzioni dalla tv, e che era imminen- te, magari me le stavano già dando e io me le stavo per- dendo… L’ho dedotto più dai suoi gesti che dalle sue paro- le, che per me restavano cinese elementare: mi indicava l’orologio da polso. O forse mi stava indicando la mano, o la tasca, o qualsiasi altra cosa. Per non crearmi ulteriori problemi, ho deciso di credere che avevo capito bene. dopotutto, poteva essere vero. Al giorno d’oggi in tv ci sono un mucchio di giochi interattivi, con premi enormi.

A volte basta rispondere a una sola domanda, o dire sem-

plicemente «ciao», per guadagnare milioni. Lo so perché quei programmi li guardo tutti, mi affascinano… A questo punto devo fare una confessione di cui mi vergogno un po’, ma senza la quale la mia reazione sareb- be incomprensibile. Per me il denaro è importante. È quasi diventato un leitmotiv nella mia testa, dalla quale,

alla mia età, dovrebbe essere scomparso. Il fatto è che per ragioni di salute ho dovuto chiedere il pensionamento anticipato e smettere di lavorare. L’imprudenza, la situa- zione disastrosa della Cassa Pensioni e, perché non ammetterlo, una scarsa capacità professionale che non mi ha permesso di progredire abbastanza, hanno fatto sì che quanto mi spetta di pensione sia una vera miseria. nel paese non sono l’unico che si trova in questa condizione,

e nemmeno quello che sta peggio. Ma, come si sa, «mal

comune… non è mezzo gaudio». Inoltre, non ho ancora l’età per ridurmi al minimo vitale dei vecchietti rassegna- ti; anche se mi ci avvicino, non sono ancora arrivato ai

sessant’anni, cioè l’età in cui un uomo, nella nostra epoca,

è nella sua seconda maturità e può godere di tante cose

che il mondo ha da offrirgli… Però, anche senza pensare a viaggi o lussi… La pensione non mi basta per vivere con le comodità basilari. È mia moglie che manda avanti la casa. Lei ha gestito meglio la sua carriera, è una psicologa pre- stigiosa e guadagna bene… Paga tutto questo con orari di lavoro estenuanti, schiaccianti responsabilità e un logora- mento generale e, anche se non me lo sbatte in faccia, per me costituisce una sorda tortura costante. non può stupire allora che mi abbandoni a vane fan- tasticherie davanti a questi programmi che, ah!, ho sem- pre il tempo di guardare (tutti i miei impegni si riassu-

mono nel fare la spesa al supermercato). Nella relativa impotenza in cui mi trovo, è abbastanza logico che lasci scivolare la mia immaginazione nel campo delle soluzio- ni magiche. E siccome non ho immaginazione, mi con- formo a quelle fornite dalla tv. vedo o, per meglio dire, sento una signora timorosa che risponde a una domanda («Quale organo del corpo umano contiene nitrogeno?») con cui guadagna centomila dollari e già sto calcolando cosa farei io con quei centomila dollari, fino a quando mi basterebbero… Perché presuppongo sempre che sarà l’u- nico premio che vincerò, quindi calcolo gli anni di vita che mi restano e divido i soldi per quel numero, e poi per dodici, per sapere quanto posso spendere al mese… Sono fantasticherie un po’ meschine, lo ammetto, vado sul sicuro, non commetto pazzie. La pazzia più grande che commetto è dividere solo per dieci: finché compirò set- tant’anni, così posso spendere di più e darmi alla bella vita, quello che succederà dopo non m’importa, tanto morirò… Ma forse non morirò, e allora, ormai definitiva- mente al verde, mi vedo condannato a una vecchiaia miserabile e non autosufficiente, e mi deprimo. È per questo che ho accettato le frasi malcomprese del giovane cinese e mi sono lasciato contagiare dalla sua impazienza di guardare la tv… non so… Mi sono passate per la testa idee abbastanza bizzarre, per esempio l’im- magine di una presentatrice televisiva di programmi d’intrattenimento pomeridiani che diceva: «Abbiamo in linea un signore che ha ricevuto dei globuli di marmo… Salve, salve, è lì? Ci sta guardando? deve dirci soltanto il numero di globuli che ha ricevuto, e se coincide con quello scritto sul tabellone lei vince…» Ma dov’era un televisore? Casa mia era proprio lì, dietro l’angolo. d’i-

stinto, senza pensarci su, gli ho proposto di andarci. Mia moglie non c’era (il giovedì torna tardissimo) e non avrebbe mai saputo che avevo fatto entrare in casa uno sconosciuto, e per di più impresentabile come quello. Per poco non ridevo all’idea. nel sentire il mio invito il cinesino aveva allungato il passo, e anch’io. Continuava a fumare e a sputare ogni due o tre passi, sputacchi dritti come proiettili che scagliava in qualsiasi direzione senza

smettere di parlare. Aveva l’aspetto di un indigente, e non esattamente per una scelta estetica. A quanto pareva, era uno di quelli che non si preoccupano di come appaiono, né dell’effetto che provocano. Per capire la situazione, dovevo ripetermi che ero in compagnia di un membro di una cultura differente, con altre norme e altri valori. Inoltre, non potevo contare sull’inevitabile universa- lizzazione data dall’età, perché era quasi un bambino. Imberbe, con lineamenti delicati pur nella sua volgarità,

le dita con cui si portava la sigaretta alle labbra sembra-

vano di porcellana, da bambolotto, e anche i piedi. non poteva avere più di quindici o sedici anni. non aveva

paura di recarsi a casa di un perfetto estraneo? nessuno

lo aveva avvertito dei pericoli che corrono i minori nelle

mani di criminali e pervertiti? no. I cinesi avevano altro

di cui preoccuparsi. Questo però mi spinse a domandarmi se, lasciandolo

entrare in casa mia, non fossi io a correre un pericolo. La delinquenza minorile, infatti, è all’ordine del giorno, e questo rovesciamento della questione me la faceva vede-

re sotto un’altra luce… Una faccia d’angelo non era una

garanzia, e questo angelo proveniva dagli oscuri paradisi

orientali. Ma ormai eravamo arrivati. Ho aperto il can- cello. Siamo entrati. Le mie ultime riflessioni, oltre a

scollegarmi da ciò che mi stava dicendo, mi avevano destato una certa inquietudine, perciò volevo accelerare la procedura e finire al più presto. Qui c’è il televisore, ho detto senza parlare, con un cenno impaziente. E adesso? non mi ero ancora tolto il soprabito, limitandomi a posare il sacchetto della spesa su una poltrona. Lui non ha perso tempo ad apprezzare l’arredamento. non aveva neanche avuto bisogno che gli indicassi dov’era la tv. Aveva già la mano sul telecoman- do. La scena, in sé, mi deprimeva. Accendere la tv… Abbandonare il mondo, la ricchezza e la varietà della vita in quel mondo in cui ormai non avevo più niente da fare, per rinchiudermi nella fascinazione idiotizzante delle immagini nelle mie volgari fantasticherie sul dena- ro… Era qualcosa di talmente ripetuto, senza vie d’usci- ta, che il suo semplice protocollo bastava a farmelo sen- tire come una condanna. Mi ero scollegato di nuovo dalla conversazione, sem- pre che la nostra potesse chiamarsi conversazione, e questa volta ho sentito che mi ero perso qualcosa d’im- portante, forse la spiegazione della manovra. Mi sono consolato pensando che se anche fossi stato attento non avrei capito niente. Il cinesino (gli darò il suo nome, che ho saputo dopo: Jonathan) cambiava canale frenetica- mente. Credevo che cercasse il programma in cui si gio- cava con i globuli di marmo. non era così. Ovvio che non era così, perché quel pro- gramma non esisteva, e io dovevo saperlo, data la mia assidua frequentazione dei programmi pomeridiani. non intendeva fermarsi su nessun canale, bensì passare da uno all’altro il più rapidamente possibile. La mia con- gettura secondo cui quel ragazzo aveva qualche rotella

fuori posto si accentuava. Con quella reazione comune a

tutti di stare al gioco dei pazzi, gli ho detto che c’erano due pulsanti con le freccette per spostarsi avanti o indie- tro sui diversi canali, avendo notato che lo faceva digi- tando i numeri. Mi ha zittito con uno shhh d’impazienza.

Il suo pollice volava sui pulsanti dei numeri, come quelli

che scrivono messaggi con i telefonini. Mi sono reso con-

to

che ripeteva una serie, una serie lunga, di una ventina

di

numeri, e sullo schermo si succedevano venti immagi-

ni

scollegate di altrettanti canali, che apparivano solo

per un istante prima di cambiare. La cosa cominciava a intrigarmi, perché il cinesino aveva un metodo, per di più abbastanza enigmatico. Mentre lo faceva mormora-

va qualcosa, sospirava e si lamentava, nervoso, allarma-

to. Ricominciava per la terza o quarta volta, sempre la stessa serie, cercando di fare più in fretta… Ma non ci riusciva. C’era qualcosa che non andava. Senza render- mene conto mi sentivo coinvolto nella faccenda, come se significasse qualcosa anche per me. Alla fine, frustrato, ha abbassato il braccio, e sembra- va così deluso e arrabbiato che ho temuto scagliasse il telecomando contro la parete. In quel momento però un

sorriso (il primo che gli vedevo fare) gli ha illuminato il volto scontroso e concentrato, e si è portato la mano alla fronte, col telecomando e tutto, nell’abituale gesto di «come ho fatto a dimenticarmene!» Ho sorriso anch’io, per contagio, senza capire di cosa si trattasse. E conti- nuavo a non capire mentre lui, dicendo qualcosa, indica-

va la tasca del mio soprabito. Mi stava chiedendo… cosa?

I globuli, un’altra volta? Li ho tirati fuori, insieme alle altre cianfrusaglie con cui erano mischiati. Lui si è preci- pitato sul mio palmo aperto, ha scostato i globuli e ha

preso le due pile aaa. A quel punto ho capito cosa aveva in mente e stavo per fare anch’io il gesto del ricordo recuperato, perché nel prendere le pile avevo pensato di usarle per il telecomando. Così ha fatto, con maggiore abilità di quella con cui l’a- vrei fatto io. Ha tirato fuori le pile vecchie, ha inserito le nuove e ha ricominciato a digitare. Ha schiacciato tutti i numeri della serie, a titolo di prova, accelerando, e sem- brava soddisfatto. In effetti, ora i canali cambiavano a una velocità fulminante. Si è fermato all’ultimo numero e pri- ma di ricominciare mi ha guardato, come per dirmi:

«Adesso sì, questa è la volta buona, sta’ attento». Ho capi- to, in modo subliminale, che si riferiva a quello che mi ave- va detto prima: ma cosa mi aveva detto? Mi sono doman- dato se per caso non stavo capendo più di quanto io stesso credessi. Perché dentro di me ho trovato una spiegazione, che poteva venire sia da me (magari la stavo inventando in quel momento) sia da lui, e la seconda ipotesi mi sembra- va più probabile, dato che a me non sarebbe venuta in mente neanche in mille anni. Si trattava di questo: cam- biando canale a grande velocità (ma alla velocità giusta) si sentiva una parola in ogni canale, e queste parole, passan- do attraverso una determinata serie di canali, formavano una frase, un messaggio segreto perfettamente occulto ma disponibile per chi conoscesse la chiave… Era possibile? Sembrava troppo fantasioso, ma succe- dono anche cose più strane. Ho cercato di concentrare l’attenzione sulla tv, dove le immagini e i rispettivi audio cambiavano vertiginosamente. Adattare l’udito a quel gioco non era un compito facile. Rone… iz… blau… meno… non ci trovavo alcun senso. Jonathan invece ascoltava con appassionata intensità, lo sguardo fisso sullo scher-

mo, il pollice sicuro sui tasti, mentre con le labbra artico- lava parole mute… Erano forse parole in cinese che si for- mavano con quei frammenti sonori incoerenti? O si erano formate tramite degli indovinelli unendo immagini e suo- no? Mi sono proposto di chiederglielo, e di domandargli anzitutto come aveva saputo dell’esistenza di questi mes- saggi, e come aveva ottenuto la chiave numerica… d’un tratto quel ragazzo così anodino diventava interessante, una fonte di informazioni esoteriche di prim’ordine. La serie era già terminata. non era durata neanche un minuto. La tv spenta, il telecomando gettato senza tanti riguardi su una poltrona, Jonathan non mi ha dato neanche il tempo di iniziare con le mie domande. Era lui che stava domandando qualcosa a me!

v

L a sua domanda, oltre a cogliermi di sorpresa, ha esaurito la mia capacità di stupirmi. Ho risposto con un no, perché non vedevo altro modo di

rispondere. no, non sapevo niente di una statua che palpitasse. Come potevano palpitare le statue? Era come dire che esistono statue che strizzano l’occhio, o che fanno fuck-you con il dito. Cose del genere vanno

bene per le barzellette o i film comici, ma nella realtà non succedono. Salvo che non avessi sentito bene e lui

mi avesse fatto un’altra domanda. Chiedergli di ripetere

era inutile. Ho negato di nuovo; in qualche modo, non

so come, ero sicuro di aver sentito bene. Ma anche se

avessi sentito bene, poteva riferirsi a un’altra cosa. Ci sono le cosiddette «statue viventi», dentro le quali in effetti batte un cuore; il cuore di un disoccupato, di uno che si arrangia, o nel migliore dei casi (che perciò è il

peggiore) di un artista che ha deviato dai veri fini dell’ar- te. Io non le guardo mai, distolgo gli occhi (per non vederle ho smesso di frequentare calle Florida), perché

mi fanno pensare a tutti i lavori affini alla mendicità di

coloro che non hanno altri modi per guadagnarsi da vivere, e che non possono contare su una moglie psico-

loga che li mantenga e paghi le bollette. Idem per quelli che fanno acrobazie ai semafori. La mia situazione mi

ha

reso molto sensibile. Perché mi aveva fatto quella domanda sulle statue?

Mi

leggeva nel pensiero? Per contaminazione con il sen-

so

di

oppressione che mi suscitavano le statue viventi,

avevo cominciato a sviluppare una fobia per le statue in

generale. Per fortuna nel quartiere non ce ne sono molte. Lui si guardava intorno, cercando. no, non avrebbe trovato statue in casa mia, tantomeno una di quelle che «palpitavano». Che assurdità. Passavamo da un’assurdi-

tà all’altra senza che la precedente venisse spiegata. Io

ero ancora intrigato dal messaggio che aveva ricevuto dalla tv, e mi sembrava difficile venirne a capo perché ci sarebbe voluta una spiegazione a parole, civile, con domande, risposte, tempo per assimilare le informazioni e chiedergli di chiarirmi questo o quel dettaglio. E la fretta con cui agiva il mio giovane interlocutore, per non parlare della sua dizione, escludevano da subito questa

possibilità. Forse mi conveniva affidarmi a quella veloci-

avventurosa, senza spiegazioni che avrebbero ritarda-

to

la sequenza dei fatti…

E in effetti, come se davvero lo avessi deciso, cinque

minuti dopo ero seduto sulla metà posteriore della sella

di un ciclomotore, senza casco, a bere il vento di avenida

Bonorino, con una mano intorno alla vita di Jonathan,

che guidava, mentre l’altra reggeva con difficoltà un grosso rospo di pietra… La «sequenza dei fatti» che mi aveva portato a caval- care quel motorino non aveva tanti anelli. dopo aver capito, o dedotto, o supposto, che il famoso messaggio si riferiva all’uso che alcuni agenti sconosciuti stavano facendo dei globuli di marmo, si era svelato che ciò che questi agenti cercavano era una statua che palpitasse. Fin lì, più o meno, ci eravamo capiti. Le nostre opinioni però divergevano rispetto a ciò che seguiva. A me sem- brava evidente che si trattasse di una specie di indovinel- lo, simile a quelli che servono da indizi nella «caccia al tesoro». Anche se appariva estremamente remota, quasi una fantasmagoria, non volevo scartare del tutto la pos- sibilità che alla fine del gioco ci fosse davvero un premio. voglio dire: non ci perdevo niente ad andare avanti. Il punto in discussione, se ci fosse stata discussione, era che per Jonathan la «statua palpitante» del messag- gio era letteralmente una statua che palpitava, mentre per me era una metafora, una metafora che per i suoi termini poteva riferirsi praticamente a qualsiasi cosa. Un uomo o un animale immobile, per esempio, o una di quelle donne dette «scultoree», innamorata… O qualche sorta di manichino con un dispositivo ritmico. E questo per non spingersi tanto lontano, perché poteva essere anche un’auto, un pianeta, il mare, un sistema filosofico o qualsiasi altra cosa che attivasse le associazioni corri- spondenti nella mente di un poeta. Comunque, non si poteva scartare l’ipotesi della let- teralità. Magari era una delle regole del gioco. E il padro- ne del gioco non ero io, ma Jonathan, perciò gli ho ripe- tuto che in casa mia non avrebbe trovato statue. Come

era ormai abituale, le mie parole gli entravano da un orecchio e gli uscivano dall’altro. Si era avvicinato alla finestra che dà sulla facciata, apparentemente dopo essersi ricordato qualcosa, e guardava fuori, non in stra- da bensì, con un’angolazione molto acuta, più vicino e in basso, verso il minuscolo giardino, poco più di un balco- ne, di fianco alla porta. Si è avviato risolutamente verso l’uscita, dicendo qualcosa che io ho interpretato come «il rospo». Aveva già aperto la porta e stava uscendo (men- tre entrava un’affilata corrente d’aria fredda) quando ho capito a cosa si riferiva: al rospo di pietra che c’era lì. di sicuro lo aveva visto entrando. Io invece non lo vedevo più, per l’abitudine: quel rospo è lì da almeno trent’anni, da quando ci siamo trasferiti in questa casa. Lo avevano lasciato, non so se per dimenticanza o per noia, i prece- denti proprietari. In quel piccolo rettangolo di terra, due metri per uno, fra il cancello e la finestra del soggiorno, c’era stata qualche pianta, di cui il rospo, grossolana- mente scolpito nella selce, era il pittoresco e seminasco- sto guardiano. Ora la trascuratezza aveva ridotto la vege- tazione a un cardo coriaceo che resisteva, non so come, al freddo e alla mancanza di irrigazione. Il rospo, come dicevo, mi era diventato invisibile, per l’abitudine. nes- suno lo avrebbe considerato, di punto in bianco, una «statua», ma in fin dei conti era proprio quello. Per fare la prova del palpito, Jonathan l’ha tolto dal suo posto, da cui nessuno lo muoveva da decenni. Era mezzo sprofondato nella terra arida, ed estrarlo gli ha dato il suo da fare. Mi sono offerto di aiutarlo, ma in quello spazio esiguo non ci stavamo in due. Alla fine, muovendolo verso un lato e poi verso l’altro, è riuscito a disincastrarlo e lo ha sollevato. Il suo fisico scheletrico si

piegava in avanti per il peso. Ha fatto due passi e lo ha

posato sulla soglia. Io guardavo stranito il vecchio rospo;

lo avevo sempre visto dalla stessa angolazione e adesso

ne scoprivo aspetti diversi, quasi sconosciuti. Comun-

que, restava sempre lo stesso rospo di pietra, come uno

di quei classici nani da giardino; salvo che i nani sono di

cemento, mentre il rospo era scolpito in una pietra dura. Con la sua fretta abituale, Jonathan stava palpando il

rospo proprio lì, sulla soglia di casa. Sul marciapiede di fronte ho visto passare alcune vicine che guardavano. Avranno pensato che era un operaio venuto a farmi qual- che lavoro. Però vederlo manipolare in quel modo il rospo

di pietra avrebbe potuto incuriosirle. volevo far entrare

Jonathan, ma il terriccio attaccato alla base del rospo avrebbe sporcato il tappeto, così mi sono rassegnato a fare

una figuraccia, che in ogni caso non si sarebbe prolungata tanto, vista la velocità con cui agiva quel ragazzo freneti- co. La porta però era rimasta aperta e probabilmente la casa si stava raffreddando, così per accostarla ho allunga-

to il braccio sopra il cinesino rannicchiato. non so se ho

calcolato male la forza, o forse ha collaborato una corren-

te d’aria, sta di fatto che la porta si è chiusa. Ho avuto un

attacco di panico: se la chiave era rimasta dentro non sarei potuto entrare fino al ritorno di mia moglie, in tarda serata. C’era la possibilità che mi fossi infilato le chiavi in tasca dopo aver aperto; non me lo ricordavo e non ho voluto verificare subito per non amareggiarmi prematu- ramente. In quel momento ero contento della fretta con cui Jonathan faceva le cose, perché non mi aveva dato il tempo di togliermi il soprabito. L’ho guardato. Aveva avvicinato un orecchio alla pie- tra e socchiudeva gli occhi da cinese, già un po’ socchiusi

di per sé. non ho potuto reprimere un sorriso. Si aspet-

tava davvero di sentire dei palpiti? Avrebbe auscultato il rospo con uno stetoscopio, se ce l’avesse avuto? nessuno

è tanto ingenuo, ho pensato. Ma non si sa mai fin dove

può arrivare la credulità di uno sconosciuto. Insisteva. Appoggiava i palmi delle mani ben aperti sulla superficie della pietra, si concentrava… Ormai sembrava sul punto di arrendersi; sarebbe sta-

ta la cosa più ragionevole, se ciò che voleva era scoprire

dei palpiti in un rospo di pietra. Ma qualcosa nel suo

personaggio suggeriva (e fino a quel momento me l’ave- va dimostrato) che era uno di quelli che trovano sempre quello che cercano. Lo ha dimostrato un’altra volta alzando gli occhi, girandosi verso di me e chiedendomi qualcosa. non ho capito la domanda, ma istintivamente

ho portato la mano alla tasca per tirare fuori ciò che con-

teneva e mostrarglielo sul palmo. Mentre mi rendevo conto che fra gli oggetti non c’erano le chiavi, lui ne sol- levava uno con la punta delle dita. Era l’occhio di plasti- ca. nel momento in cui lo avevo preso, alla cassa del supermercato, a dispetto della fretta con cui si era svolta

tutta l’operazione del resto, avevo visto che si trattava di un gingillo di gomma, un occhio appena un po’ più gran-

de

di quello di un adulto, con la pupilla di plastica azzur-

ra

trasparente; schiacciando la pallina di gomma (che

era bianca e solcata da venuzze), dentro si accendeva una luce e la pupilla diventava rossa. Jonathan ha cercato di infilarlo nella bocca del rospo,

o fra la zampa e la pancia, o in una delle sue parti conca-

ve. Era una manovra intelligente: se nella pietra si fosse mosso qualcosa, benché impercettibile alla vista e al tat- to, la pressione eventualmente esercitata sull’occhio lo

avrebbe rivelato. Mi ha ricordato quello che facevano con la Piedra Movediza di Tandil, il cui movimento non era percepibile a occhio nudo: mettevano una bottiglia

nell’angolo fra la Piedra e la roccia su cui poggiava, e il vetro si rompeva. nel nostro caso l’ingegnosità della pro-

va sarebbe andata perduta… Alla fine ha scoperto dove sistemarlo: in un occhio

del rospo, che doveva essere il primo posto dove provare.

Ci entrava come se l’avessero fatto su misura e gli confe-

riva un’aria comica. Se avessi avuto il tempo di farmi una

risata, mi si sarebbe gelata sulle labbra quando l’occhio

si è lentamente illuminato, poi si è spento, poi si è riacce-

so, secondo una cadenza regolare. Palpitava! Entrambi

siamo rimasti immobili a guardarlo; per me quell’immo- bilità non aveva niente di strano, perché ciò che stava

succedendo mi teneva sulla vetta della perplessità, dove potevo soltanto concentrarmi a pensare; era invece una novità per Jonathan, l’ipercinetico. Persino lui aveva bisogno di una pausa, che comunque non è durata mol- to. Pochi istanti dopo sollevava di nuovo il rospo e mi diceva, credo, che dovevamo andare da qualche parte.

Ha

fatto un passo sul marciapiede, curvo per il carico.

Ha

esitato, ma solo per un attimo. Si è girato verso di me

e mi ha allungato il rospo, o piuttosto, dato che non

potevamo passarcelo semplicemente di mano in mano,

mi ha indicato di prenderlo. L’ho fatto, per non aprire

una discussione, e mi sono meravigliato per il peso. Lui è partito di corsa dopo avermi chiesto, più a gesti che con

la sua parlantina concitata, di aspettarlo… Sono rimasto

dov’ero, con il rospo in braccio. Era davvero pesantissi-

mo, un fermacarte da giardino, e la forma quasi sferica

lo rendeva scomodo da sostenere. Oltretutto mi sono

accorto che l’occhio, che continuava a illuminarsi ritmi- camente, era rimasto rivolto verso la strada. Il rospo era troppo bizzarro perché potessi starmene lì a esibirlo, ma girarlo in modo che l’occhio fosse rivolto verso il mio cor- po, oltre a essere una manovra complicata, mi faceva impressione. Ho scelto di girarmi io dando le spalle alla strada. Ma era troppo bizzarro anche per me. Ho comin- ciato a sentire che tenevo fra le braccia un essere vivente, di pietra eppure vivo… Per fortuna non ho dovuto aspet- tare a lungo. Si avvicinava lo scoppiettio assordante di un motorino; era il cinese, che già si era fermato e mi faceva segnali urgenti perché montassi dietro di lui. non che ci fosse molto posto; il sellino era per una persona e non era tanto lungo; la considerazione del cinese per il mio volume, che è notevole, era distratta: si è limitato a spostarsi avanti di qualche centimetro. Facendo buon viso a cattivo gioco, ho ubbidito. Era la prima volta in vita mia che salivo su una moto.

vI

L a velocità mi ha suscitato un’esaltazione scono- sciuta. Era come se mi svegliassi a una realtà rimasta latente fino a quel momento. Ma non

arrivava a essere felicità perché, avvolta in una sensazio-

ne di fugacità, era impossibile da afferrare. Aveva quella

componente magica che ha di solito ciò che succede, quando succede, trascurando quanto era successo fino a quel momento. Anche se il veicolo che ci portava non aveva niente del tappeto magico: subiva le leggi fisiche, eccome. Quei motorini sono progettati per un solo mem- bro di equipaggio, e giovane. Jonathan non sembrava

pesare più di cinquanta chili; con me il carico si triplica- va. Il piccolo motore, che non doveva essere più potente

di

quello di un frullatore o di un ventilatore, si sforzava

al

massimo, tossicchiando penosamente. Eppure, conti-

nuavamo ad accelerare.

Un uomo della mia età, corpulento come me, avrebbe dovuto valutare i rischi prima di montare in sella. Il mio equilibrio ammassato in quel punto era precario, soprat- tutto perché potevo afferrarmi al conducente soltanto con un braccio; con l’altro reggevo il rospo, che diventava sempre più pesante e il cui volume mi costringeva a una pericolosa torsione. È stato per questo, e per l’inquietudi- ne che si è impadronita di me al pensiero di un incidente, che mi sono incollato a Jonathan e gli ho messo la mano libera sul petto, afferrandomi con forza; gli sentivo le costole in rilievo e i palpiti del cuore; il mio batteva contro la sua schiena. Era un abbraccio senza secondi fini, stret- to, animalesco. Il suo calore mi arrivava attraverso il soprabito; era la gioventù a rendere ardente il suo corpo, malgrado l’aria gelida e gli indumenti leggeri che indossa- va. Mi girava un po’ la testa e ho appoggiato la fronte sulla sua spalla, chiudendo gli occhi… Quando li ho aperti, è stato come svegliarsi un’altra volta. Prima non avevo notato che il cielo si stava rassere- nando. nascosto fino a quel momento dietro grosse nuvole grigie, lasciava intravedere brandelli di un azzurro brillante, e sembrava che fosse il vento stesso a portare qualche raggio di sole radente. (Poteva trattarsi di un’il- lusione ottica creata dai mulinelli d’aria sollevati dalla nostra velocità.) Il quartiere grigio e modesto si trasfor- mava. O ero io a farlo? Aveva cominciato ad agire una poesia sconosciuta. non avevo domandato dove stavamo andando. L’ave- vo presa come una gita improvvisata. La strada sembra- va lunga, ma non ci eravamo allontanati di molto. Ci tro- vavamo ancora nelle vie della zona meridionale di Flo- res, deserte per il freddo. Mi si stava addormentando un

braccio con la rispettiva spalla, il che mi ha ricordato il rospo, che portavo incastrato contro un fianco. Oltre alla scomodità della posizione, per paura che mi cadesse lo stringevo con una forza eccessiva. Con estrema precau- zione ho cercato di sistemarlo, senza staccarmi da Jona- than. Ho scoperto che non era possibile e che il terriccio attaccato alla base stava sporcando il mio prezioso sopra- bito Packard, una reliquia di tempi migliori, alla cui con- servazione prestavo la massima cura. In altre circostanze questo sarebbe bastato per rovinarmi la giornata, ma in quel momento, non so perché, l’ho presa abbastanza bene: mi sono detto che era terra secca e che una sempli- ce spazzolata l’avrebbe eliminata. Queste preoccupazioni pratiche ne hanno suscitate altre, più inquietanti: il viaggio non era lungo (per il momento), ma ci portava verso le baraccopoli e i terreni incolti del Bajo, zone di miseria e delinquenza, dove un signore maturo ed estraneo a quei postacci, con un sopra- bito Packard autentico, sarebbe stato oggetto d’invidia e facile preda. Mi sono proposto di fare attenzione al tragit- to, per evitare di cadere nella tana del lupo. E mi sono rimproverato di essere troppo distratto, a volte. di fatto avevo vissuto come in un sogno, compiendo atti incoscienti di cui vedevo solo le conseguenze: mi ero seduto nello scarso spazio libero sul sedile del motorino, senza pensarci, aprendo le gambe e accostandole alle nati- che di un giovane cinese… non era facile abbandonare quella posizione senza rischiare di cadere. Mi sono doman- dato se Jonathan non fosse preoccupato di addentrarsi in quella zona popolare formando un quadretto così equivo- co. Ma subito mi sono convinto che stesse già pensando a qualcos’altro; stava sempre pensando a qualcos’altro.

Ha frenato di colpo. La forza d’inerzia mi ha spinto

ancora di più addosso a lui, però mi sono staccato imme- diatamente. non eravamo arrivati alle zone a rischio, ma

ci trovavamo sul confine. Era un paesaggio urbano abba-

stanza onirico; la via si era allargata enormemente, come

se ormai non avesse importanza; le case, basse e distanti,

retrocedevano, non si vedeva anima viva e non c’erano auto in circolazione né parcheggiate. In lontananza, in fondo allo spiazzo, correva un lungo muro rosa che forse era soltanto un effetto ottico. Il cinesino, più agile, era sceso dal motorino prima di me e stava concludendo una frase iniziata mentre erava- mo ancora in viaggio. Il silenzio mi rintronava nelle

orecchie, per contrasto con il rumore infernale provoca-

to dal veicolo. I suoi gesti sono stati più eloquenti: mi ha

tolto il rospo di mano, e io gliel’ho dato con grande pia- cere. Era come togliermi di dosso una montagna. Che sospiro di sollievo mi sono lasciato sfuggire! Lui, pove- retto, si piegava sotto il peso. Appena ho alzato lo sguardo per vedere dove ci trova- vamo, al sollievo è seguita una sorpresa che non era una vera sorpresa: ci eravamo fermati davanti a un super- mercato cinese, cosa che mi sarei dovuto aspettare; non

poteva sorprendermi nemmeno che fosse esattamente uguale a quello all’angolo di casa mia, dove era iniziata la mia avventura: tutti i supermercati cinesi sono fatti secondo lo stesso modello, e alcuni sono decisamente imitazioni, quando appartengono a uno stesso consorzio

di cinesi, come doveva essere il caso di questi due.

Jonathan si stava dirigendo verso l’ingresso quasi di corsa, senza guardarmi e senza occuparsi più di me. Ho provato una delusione che in altre circostanze mi sareb-

be sembrata esagerata. nei pochi ma intensi minuti tra- scorsi da quando ci conoscevamo mi ero abituato a lui; in un certo senso, contavo su di lui. Mi sono sentito abbandonato. Ho pensato: «Adesso che non ha più biso- gno si dimentica di me». L’indignazione mi ha spinto a reagire. dopotutto, il rospo era mio. non avevo idea di cosa volesse farci, ma glielo avrei chiesto indietro non appena avesse finito. Mi veniva da pensare che quel brutto pezzo di pietra, che avevo relegato e dimenticato sulla porta di casa senza preoccuparmi che potessero rubarmelo (quasi quasi mi avrebbero fatto contento), forse aveva qualche valore. Al mondo non dovevano esserci tante statue che palpitava- no. Però… Ho deciso su due piedi di dare parte dell’even- tuale guadagno al cinesino, non fosse altro per impartir- gli una lezione di giustizia e cortesia. Oltretutto sarebbe veramente stato un atto di giustizia, perché senza di lui non avrei mai scoperto la rara qualità del mio rospo. Sono entrato per dirglielo. Come l’esterno, anche l’in- terno di quel supermercato somigliava all’altro (e sicura- mente, ho pensato, a moltissimi altri). La stessa disposi- zione degli scaffali, la stessa luce bianca, impersonale, la stessa vaga musica inudibile, acuta, orientale. L’unica differenza consisteva nel fatto che non c’era nessuno, anche se mi è venuto il dubbio che fosse una differenza, perché in quel momento ho creduto di ricordare che nei supermercati cinesi non c’era mai nessuno. A una delle casse, un cinese corpulento sembrava perso in una fanta- sticheria personale e non mi guardava; era uguale a quello che mi aveva servito poco prima, il che accentuava la sensazione di ripetizione, alleviata dal fatto risaputo che a noi occidentali tutti i cinesi sembrano uguali.

Ho cercato Jonathan con lo sguardo. non riuscivo a spiegarmi come potesse essere sparito nei pochi secondi di vantaggio che aveva su di me. non l’aveva fatto. Era lì e

camminava quasi di corsa, come se temesse di arrivare tar-

di da qualche parte. Mi sono affrettato a seguirlo senza

togliergli gli occhi di dosso. L’ho raggiunto perché, una vol-

ta in fondo, si è fermato. Guardava verso l’esterno anche se,

in quel punto, interno ed esterno non erano ben definiti,

dato che il fondo era aperto, come se fosse crollata una parete (poi ho pensato che probabilmente era crollata dav- vero). Questo spiegava il freddo. Doveva essere il freddo, come se l’interno fosse diventato esterno senza smettere di stare dentro, a conferire al supermercato quell’aria di sce- nografia fantastica che avevo notato attraversandolo. Quando sono arrivato lì, nell’affacciarmi mi sono anche spiegato perché non vi fossero clienti: il supermer- cato sorgeva sul vuoto! Sul bordo dell’assente parete di fondo si apriva direttamente un pozzo enorme. Ho pro- vato qualcosa di simile alle vertigini. La cavità era tal- mente scoscesa che sembrava di camminare sopra le fon- damenta dell’edificio. Jonathan, al mio fianco, diceva qualcosa di incomprensibile mentre scrutava quegli abis- si bianchi. non parlava a me, ma al vuoto, come quelli che in montagna buttano lì una parola qualsiasi per pro- vocare l’eco. dal canto mio, ho fatto un passo indietro, spaventato. Svanita la prima impressione, ho cominciato a capire: mi trovavo davanti alle fallimentari cave di mar- mo, e quel dirupo era costituito da globuli bianchissimi che si sgranavano… non avevo mai immaginato che le famose cave, che tante speranze avevano suscitato, e poi tanto crudelmente beffato, fossero così vicine a casa mia, nel quartiere. Quando avevo letto notizie in merito sui

giornali, senza prestarvi grande attenzione, non avevo fatto caso al luogo, dando per scontato che fosse una lon- tana provincia, o piuttosto supponendo che fosse una di quelle cose che non succedono in nessun posto concreto. Forse il mio errore si doveva alla faccenda delle «aree economicamente depresse», dove, secondo i media, era stata fatta la scoperta. Si pensa sempre che luoghi simili si trovino molto lontano, e non si vuole sapere quanto siano lontani e dove si trovino, per un superstizioso timo- re della povertà. Ma era lì, e non era altro che un grande pozzo formato dall’estrazione di milioni di globuli… ne avevano tirati fuori tanti? O si erano verificati crolli e sprofondamenti? Quest’ultima ipotesi sembrava alquanto probabile, a giu- dicare dalla disgregazione del materiale. La separazione in globuli, che rendeva inutile il marmo, ne accentuava la bianchezza; il suo splendore contrastava con il grigio opaco del pomeriggio e si introduceva nel supermercato conferendogli quell’aria strana che avevo notato. Le parole in cinese che pronunciava Jonathan erano rivolte ad alcune sagome umane che apparivano piccolis- sime in fondo al pentolone di ceci di marmo. non so dove avessero trovato il coraggio di scendere fin laggiù rischian- do, se si fosse verificato uno smottamento, di restare sepolti sotto tonnellate di globuli; mi sono ricordato di qualche film visto in tv nel quale un urlo provocava una valanga e volevo consigliare a Jonathan di abbassare il volume. non è stato necessario: già gli avevano risposto a gesti che sarebbero saliti. non ho capito come abbiano fatto; sono scomparsi dalla mia visuale mentre si dirige- vano verso di noi (io ero indietreggiato di qualche passo) e devono essersi issati mediante un sistema di pulegge,

perché nel giro di pochi secondi si sono affacciati al bordo

del pavimento e sono entrati. Erano in tre. I loro sguardi

convergevano sul rospo che Jonathan gli mostrava senza smettere di parlare, eccitato, reclamando qualcosa. A par- tire da quel momento, una volta fra loro, la conversazione sarebbe proseguita in cinese e, data la mancanza di buone maniere che li caratterizzava, ho immaginato che non si sarebbero fatti scrupolo di escludermi.

Tuttavia, non è andata proprio così. Uno dei nuovi arrivati, più giovane degli altri, si è rivolto a me in uno spagnolo perfetto; mi ha domandato cos’ero venuto a fare

in quel misero locale disgraziato, a «onorare con la mia

presenza» ecc., o a «sprecare il mio tempo in compagnia

di

poveri falliti». dopo tanto tirare a indovinare, capire

mi

ha sconcertato, stavo quasi per dire che non capivo, e

invece capivo, perlomeno sul piano linguistico. Sembrava che questo nuovo giovane cinese, dal linguaggio articola-

to e chiarissimo, stesse facendo la parodia della cortesia

dei

mandarini, e non capivo se volesse davvero una rispo-

sta

o se si trattasse soltanto di un’esibizione. In ogni caso,

gli

ho detto che il rospo era mio e che ero venuto ad

accompagnare il giovane Jonathan per «il concorso». Quest’ultimo dettaglio l’ho lanciato a mo’ di pallone di

prova; era abbastanza speculativo. Fino a quel momento avevo creduto di capire che la statuetta, con la sua curiosa caratteristica, abilitasse il suo possessore a partecipare a

un concorso, o direttamente a vincerlo. Ignoravo però in

che cosa consistesse il premio, e questo mi interessava perché, se ne fosse valsa la pena, intendevo reclamare la mia parte. Per una volta che la fortuna bussava alla mia

porta, non volevo lasciarmi sfuggire l’occasione. Il mio interlocutore annuiva con benevolenza. Ho cer-

cato, con discrezione, di formulare le due domande: se la presentazione del rospo, una volta constatato che palpi- tava, bastasse per vedersi accreditare il premio; e, ancora più importante, qual era il premio. Rispetto alla prima questione, mancava solo una pro- cedura: rispondere a qualche facilissima domanda o com- pilare un questionario molto semplice. E il premio era «insignificante», «più una punizione che un premio»: il supermercato con tutto ciò che conteneva. Il cinese ha accompagnato queste parole con un gesto onnicomprensi-

vo che a sua volta, per l’ampiezza, voleva dire: «Tutto que-

sto sarà suo», e per l’autocritica cortesia orientale: «Queste

miserabili rovine sono tutto ciò che possiamo darle, e ce ne vergogniamo molto». non volevo credere alle mie orecchie. Intanto, non sapevo se parlasse in senso letterale; il metodo cinese di esagerare nella cortesia, benché ammirevole, si presta a simili equivoci. Inoltre, mi stavo ancora riabituando al fatto che capivo quello che mi dicevano, e il conseguente sforzo mi poneva piuttosto dalla parte del non capire, o

del non credere che capivo. E poi, c’era anche un motivo

più fisico: il putiferio scatenato dagli altri intorno al rospo. Se avessero parlato in cinese puro me ne sarei potuto disinteressare, farmelo entrare da un orecchio e uscire dall’altro; ma nella conversazione intercalavano parole in spagnolo, sicuramente nomi di cose o concetti privi di un equivalente nel loro idioma. E dato che queste parole erano «supermercato», «concorso», «questiona-

rio», non mi era chiaro se l’idea che avevo finito per far-

mi dipendesse dalle informazioni fornite dal nuovo gio-

vane, o piuttosto dalle deduzioni che il mio inconscio tesseva a partire da quelle parole sciolte.

nonostante questi equivoci, o per causa loro, il mio cervello lavorava alla grande. Anche se sembrava strano che un supermercato organizzasse un concorso per met- tere in palio il supermercato stesso, poteva succedere. Ho immaginato un motivo plausibile: questi cinesi ave- vano avuto la sfortuna che sul terreno confinante era sta- ta scoperta una cava di inutile pre-marmo, e i tentativi di sfruttarla avevano indebolito il terreno mettendolo a rischio di crolli; così avevano perso tutti i clienti, timoro- si di restare schiacciati. Forse il concorso era la maniera legale più semplice per liberarsi di quella scomoda pro- prietà, senza pagare le imposte del contratto di vendita né le spese legali per lo scioglimento della società com- merciale… Era soltanto una mia ipotesi, istantanea e improvvisata, ma mi serviva per andare avanti. non sono andato molto avanti. non mi sono doman- dato che cosa avrei fatto con un supermercato in bilico sul vuoto. O con la metà, perché Jonathan avrebbe sicu- ramente rivendicato la sua parte. La semplice idea di essere padrone di tutto quello che avevo sotto gli occhi si imponeva sulle obiezioni; devo dire che, da quando la forzata disoccupazione e la dipendenza economica da mia moglie mi hanno obbligato a occuparmi delle fac- cende di casa, sono un assiduo frequentatore di super- mercati, e mi è entrato nel sangue guardare con una cer- ta nostalgia di possesso quell’oceano di mercanzie, fra le quali scelgo e compro solo poche cose. È inevitabile che alla lunga uno si consenta la fantasia di disporre libera- mente di tutto, per esempio introducendosi nel super- mercato di notte, o in uno abbandonato dopo una cata- strofe nucleare… di colpo la fantasia diventava realtà. Mi sono ricordato che potevo chiedergli spiegazioni

(non riuscivo ad abituarmi all’idea che adesso potevo par- lare chiaramente e con maniere civili nel mio idioma) e l’ho guardato per farlo. Potrà sembrare strano, ma era la prima volta che lo guardavo davvero. Mi ha colpito la sua somiglianza con Jonathan. Mi sono allarmato, ma non perché credessi di trovarmi di fronte a un fenomeno soprannaturale. Mi sono allarmato per me stesso, per

quell’eurocentrismo di cui non credevo di essere portatore

e che tuttavia mi rendeva colpevole del brutto difetto di

percepire uguali tutti i cinesi. E in questo caso mi depri-

meva doppiamente, perché per Jonathan, nei pochi minu-

ti da quando lo conoscevo, ero arrivato a provare un certo

affetto, per la sua energia, la sua irrequietudine infantile, la sua innocente avidità, i suoi desideri trasparenti (era la sincerità in persona) di vincere il concorso e diventare padrone di un supermercato… Persino per la sua trasan- data fragilità, la sua povertà e volgarità avevo provato sim- patia; me l’ero sentito vicino. Insomma, avevo creduto di individualizzarlo, e invece risultava che per me continua- va a essere nient’altro che «un cinese», l’ennesimo cinese! Ho sentito una pena e una nostalgia istantanee, che mi hanno attraversato dolorosamente, come se Jonathan si allontanasse da me a tutta velocità su un aereo… L’ho cercato con lo sguardo; era ancora insieme agli altri intorno al rospo; era l’unico giovane, gli altri cinque cinesi avevano più o meno la mia età, anche se accocco- lati in cerchio sembravano bambini con un giocattolo. davano l’impressione di parlare tutti insieme, urlando come per farsi sentire a grande distanza, pur formando un gruppo compatto, e come se fossero arrabbiatissimi e sul punto di venire alle mani. Ma poteva trattarsi di un’illusione creata dalla dizione tonale dell’idioma cine-

se in cui si svolgeva la conversazione. Secondo loro, magari stavano parlando con sussurri confidenziali, rispettando i turni e cordialmente. niente di tutto que-

sto si poteva dedurre dalla loro gestualità risoluta, che per di più era velata dal fumo, perché tutti stavano fumando senza farsi alcuno scrupolo. Ho notato che avevano consegnato a Jonathan il famoso questionario e una Bic, e dovevano avergli spie- gato ciò che si aspettavano da lui, perché si è messo immediatamente al lavoro.

Si impegnava così tanto, era così evidente la sua

voglia di farlo bene e di vincere il premio… e a me di col-

po è risultato talmente chiaro che si trattava di un ingan- no e che non avrei vinto niente… che mi sono vergognato per lui. E un po’ anche per me, perché ero arrivato con lui sentendomi suo socio… Anch’io ero entrato nel gioco, o nella trappola, e non riuscivo a liberarmi completa- mente della speranza di guadagnare qualcosa e di cam- biare la mia vita.

di modo che, non potendo sopportare oltre lo spet-

tacolo (Jonathan era andato con i fogli in mano alla cor- sia più vicina, quella dei biscotti, e controllava febbril- mente le etichette delle confezioni), mi sono allontana- to, fingendo di essere incuriosito dal posto, e ho cammi- nato fra gli scaffali. Come al solito, mi lasciavo guidare dai miei pensieri lugubri, ma il supermercato avrebbe meritato un’atten- zione più scrupolosa. I prodotti, ben disposti, erano quelli delle marche abituali, e non sembrava mancare niente di ciò che si vende in un centro commerciale con un bell’assortimento di prodotti. Eppure, l’insieme aveva un’aria morta, o in ogni caso artificiale. Poteva dipendere

dalla luce, di cui ho già parlato: una luce stagnante, che appariva troppo bianca, troppo trasparente per avvolge- re adeguatamente gli oggetti. O poteva essere un effetto della pulizia, che era impeccabile; mi è sembrata un’esa- gerazione; il pavimento brillava, sugli scaffali non c’era un granello di polvere, i barattoli di piselli sembravano spolverati uno per uno. O i proprietari erano fanatici dell’igiene, oppure di lì non passava nessuno da secoli. La seconda ipotesi sembrava più probabile, ma era stra- no che non fosse entrata polvere dalla vicina cava, soprattutto perché non c’era niente che la separasse dall’interno. Forse ciò indicava che il presunto marmo della cava non si disgregava in polvere ma direttamente in palline, i famosi «globuli». All’improvviso, mi sono perso. non è strano smarrire l’orientamento in un supermercato, soprattutto se si sta pensando ad altro. Ma quando mi sforzavo di pensare a dove mi trovassi, qualcosa dentro di me respingeva que- sto pensiero. Era come se avessi deciso che non si tratta- va di un vero supermercato, quindi lì non c’erano corsie che portassero da qualche parte. Forse dipendeva solo dal fatto che era la prima volta che mi trovavo in un supermercato senza l’intenzione di comprare, ma sem- plicemente per passare il tempo. Ho creduto di poter preservare per un po’ la deliziosa sensazione di trovarmi in un labirinto. La mancanza di punti di riferimento era accentuata dal fatto che ogni tanto, attraversando una corsia, scorgevo Jonathan, che cambiava posto in conti- nuazione. Mi amareggiava vedere la sua sagoma rimpic- ciolita dalla distanza che si stagliava però nella luce immobile, come se fosse stato l’unico ad avere un volume reale in mezzo a immagini scorrevoli. La visione non

durava a lungo. Jonathan appariva ed era già scomparso. Si affannava come un forsennato a esaminare scatolette, bottiglie e barattoli presi dagli scaffali, uno alla volta, cercando una corrispondenza che non trovava, però insi- steva… I suoi movimenti, da cui distoglievo lo sguardo il più rapidamente possibile, comunicavano un senso d’an- goscia. Tutta la storia cominciava a sembrarmi assurda. Ho pensato che se avessi visto l’uscita me ne sarei andato subito. Ma c’era qualcosa che mi tratteneva. Passato qualche minuto, ho avuto paura che ci aves- sero lasciati soli. non sarebbe stato strano. Ma d’un trat- to è comparso vicino a me il giovane cinese che somiglia- va a Jonathan. Ha cominciato a parlare, con la sua gram- matica appropriata e le sue maniere artificiosamente squisite. C’era dell’ironia in tutto ciò che diceva; non si sapeva cosa prendere in senso letterale e cosa in senso figurato. All’inizio ho avuto l’impressione che stesse reci- tando, poi mi ci sono abituato e ho scoperto in lui una contorta naturalezza. Ma è pur vero che ci si abitua a qualsiasi cosa. «Il suo giovane amico…» Così si riferiva a Jonathan. L’ho osservato con attenzione, per la prima volta in realtà, per attenuare l’impressione che mi aveva suscitato all’ini- zio. Mi è dispiaciuto non poterla modificare nell’essen- ziale, perché continuavo a vederlo simile all’altro. Eppure le differenze erano straordinarie, si potrebbe quasi dire:

totali. E tutte si coniugavano in un aumento di civiltà; non solo lui parlava bene lo spagnolo, costruendo le frasi e scegliendo i vocaboli, ma per di più si muoveva e gesti- colava come un damerino e vestiva come un dandy: abiti firmati all’ultima moda, impeccabili, ben stirati, ottime scarpe di cuoio viola che contrastavano con i poveri piedi

nudi di Jonathan infilati nelle infradito. Quel dettaglio

mi ha colpito come la differenza principale: vestiva in

modo adatto alla stagione, alla temperatura, ben coperto,

mentre il mio Jonathan, «il mio giovane amico», pativa il freddo. Mi sono messo automaticamente dalla parte del povero contro il ricco, senza soffermarmi a pensare che

io, con i miei calzini di cashmere e il soprabito Packard,

ero più dalla parte del secondo che del primo. Questo nuovo Jonathan, inoltre, per completare la sua trasfor- mazione classista, non sputava e non fumava. Sembrava dare per scontato che eravamo dalla stessa parte e non risparmiava critiche all’altro. Però ha commesso un errore. Io avevo cercato di strappargli qualcosa di concreto sul concorso e la presun- ta cessione del supermercato, fino a convincermi che era

inutile. Rispondeva con aforismi e sottigliezze, sfoggian-

do in modo sfrontato un’intelligenza che si esauriva in sé

stessa. Mi lasciava perfettamente a digiuno. non credo che agisse così per malevolenza: doveva avercelo nel san- gue. Inutile fargli richieste precise, o tentare approcci indiretti. Per esempio, se gli domandavo: «Quanto tempo

fa è stato lanciato il concorso?», lui rispondeva: «Il tem-

po della speranza è lo stesso sia per i vincitori sia per i

perdenti». «Si sono presentati molti aspiranti?» «Per poter aspirare a qualcosa di ragionevole, biso- gna aver fatto un lungo tragitto nell’insensatezza genera- le». Il tutto abbellito da eleganti sospiri. «Il premio non sarà mica un’“offerta greca”?», dicevo io, cercando di entrare nel gioco dell’ironia e dei sottintesi. «Ci mancherebbe solo questo, per un locale così scre- ditato: vendere carne di cavalli di legno!»

Basta. Mi sono arreso. L’ho lasciato parlare, e alla fine si è rivelata la strategia più produttiva. A un certo punto della sua brutta imitazione cinese di Oscar Wilde ha but- tato lì qualche frase sarcastica su Jonathan, che era appar- so fugacemente in fondo a una corsia in mezzo agli scaffa- li, sempre indaffaratissimo con i suoi fogli. devo aver assunto un’espressione infastidita, e lui l’ha scambiata per una presa di posizione da parte mia; ha azzardato di più; erano le sue stesse pretese di raffinatezza a trascinarlo, a fargli abbassare la voce per perfezionare la sua fantasti- cheria su due gentiluomini che conversano in disparte durante una riunione chic, scambiando pettegolezzi da clubmen, forse nel vuoto di un bovindo che si affacciava sulle praterie del Sussex; e il fatto di abbassare la voce lo costringeva, per rendere la cosa verosimile, a entrare in confidenza e a dirmi cose che sicuramente gli era stato proibito di diffondere. di questo non ero affatto sicuro, però lo intuivo. Mi diceva che Jonathan «non ci sarebbe mai riuscito» perché «non aveva il codice…» È stato que- sto a farmi drizzare l’orecchio, sfortunatamente un secon- do troppo tardi, e così mi sono perso l’aggettivo che segui- va «codice». Era una parola lunga, qualcosa come «potas- sico» o «prometeico», e ho avuto l’impressione che l’aves- se lasciata a metà, forse nel rendersi conto che stava entrando in un territorio proibito. Ipotesi confermata dalla rapidità con cui ha cambiato discorso. Io cercavo disperatamente di recuperare la parola perduta. A poco a poco avevo innalzato una certa ostilità verso il suo discor- so, il che bloccava in parte la mia attenzione, eppure mi sembrava di essere sul punto di trovare ciò che avevo per- so… Oltre ad avere ancora nelle orecchie il suono della parola, mi ronzava anche in testa qualcosa, un ricordo o

una coincidenza, che quella parola aveva risvegliato. Lo sforzo si è impregnato d’urgenza, come se ogni secondo che passava mi allontanasse da un’occasione che non si sarebbe ripetuta. Quando cerco di ricordare qualcosa, non ci riesco, mai. Queste pagine che sto redigendo faticosamente ne sono la prova; ormai ne ho riempite un bel po’ nel tenta- tivo di recuperare un momento recente, e non credo di

essere vicino al successo. Eppure quella volta ci sono riu- scito, e nel lasso di tempo quasi istantaneo dettato dall’urgenza. La cosa è talmente eccezionale da suscitar-

il sospetto che in realtà non ho ricordato niente: me

mi

lo sono inventato. Comunque, non mi preoccupa più di tanto, perché la differenza tra ricordare e inventare può neutralizzarsi nel corso dell’azione. La parola che mi è venuta in mente, l’aggettivo per «codice», è «proteinico». Coincideva perfettamente con

quello che ci si poteva aspettare, viste le circostanze. I questionari che Jonathan doveva compilare riguardava-

no certi prodotti alimentari, qualche combinazione

numerica relativa alle informazioni nutrizionali riporta-

te sulle confezioni, ma per riuscirci occorreva un codice, senza il quale l’impresa era interminabile.

E io forse quel codice ce l’avevo in tasca! Ecco perché

la parola «proteinico» mi suonava familiare. nell’altro supermercato avevo preso una tabella delle proteine solo perché era a portata di mano, e per finirla una volta per tutte con quella stupida trafila del resto, pensando che non mi sarebbe mai servita a niente. Tutto questo ragionamento mi è passato per la testa in un lampo, mentre mi mettevo a correre lasciando il mio interlocutore con un palmo di naso e una smorfia di

stupore. Sono corso verso l’ultimo posto dove avevo visto Jonathan, che naturalmente non era più lì. La solita sto- ria: quando non volevo vederlo, lo vedevo in continua- zione; adesso che lo cercavo, era scomparso. Sembrava

un incantesimo, o una di quelle cose che succedono negli

incubi. Il problema stava nel fatto che entrambi ci muo-

vevamo; se uno si fosse fermato, l’altro sarebbe compar- so. Mi sono piazzato dov’ero, ho respirato profondamen- te (correndo mi ero agitato) e, proprio come mi aspetta-

vo, ho visto Jonathan svoltare in fondo al corridoio. Sono

andato verso di lui frugandomi in tasca e chiamandolo con due «psst, psst» che, nonostante volessero essere

discreti, nel silenzio congelato del supermercato sono risuonati come due frustate. Mi ha guardato con impa- zienza, ma anche con una remota speranza: ormai dove-

va

pensare che senza aiuto non ce l’avrebbe fatta. Arriva-

to

al suo fianco, ho aperto il pugno dove stringevo i pic-

coli oggetti del resto e glieli ho mostrati; si è stretto nelle spalle: sembrava non capire. Questa volta ero io che tro- vavo la soluzione. Ho preso la tabellina delle proteine e rimesso in tasca il resto. L’ho guardata, cosa che non avevo fatto fino a quel momento; non ne avevo avuto il tempo, per il modo in cui si erano succeduti i fatti. Era una tessera minuscola

di forma irregolare, fatta di sei quadrati disposti in

maniera approssimativa a forma di stella, come un dado trasferito goffamente su una superficie piana. Ogni qua- drato presentava una quadrettatura di numeri e lettere

mobili, piccoli come punti ma leggibili grazie a uno spes-

so strato di vernice ottica che copriva quel lato dell’og-

getto. Il rovescio riproduceva le quadrettature, ma con minuscole rotelline che si potevano far girare con la pun-

ta del dito. Io avrei potuto esaminarla per anni senza capirne il funzionamento, ma confidavo che Jonathan si ingegnasse a scoprirlo. dopotutto era un’invenzione dei suoi compatrioti, e mi sembrava che avessero avuto buo- ne ragioni per idearla: nutrire una popolazione di mille milioni di persone era una sfida imponente per i nutri- zionisti cinesi. Ed è andata proprio così. Il volto di Jonathan si è illuminato. Era la seconda volta (la prima era stata con l’occhio) che si ricordava in ritardo, ormai sull’orlo del fallimento, che io avevo in tasca la soluzione dei suoi problemi.

vII

D unque, il supermercato sarebbe diventato nostro?

Continuavo a non poterci credere del tutto, ma

mi conveniva iniziare a pensarci seriamente.

Avevo qualche minuto per farlo; grazie al codice, la solu- zione dell’enigma degli alimenti sarebbe stata istantanea, ma Jonathan avrebbe impiegato un po’ di tempo per riem- pire tutte le caselle, che si moltiplicavano nei fogli del que- stionario. Per quale motivo desideravo un supermercato? Sarei riuscito a farmene carico? non ho mai esercitato il commercio, in nessuna forma. Comunque, non doveva essere tanto difficile, visto il tipo di persone, cinesi o no, che gestivano i supermercati. Certo, c’era il fatto che questo poteva sprofondare in qualsiasi momento, magari bastava togliere soltanto un altro globulo di marmo perché si veri- ficasse il crollo. Un motivo c’era, se non si vedeva nemme- no un cliente, né sembrava che ce ne fossero stati da giorni,

o settimane. di più: un motivo c’era, se lo regalavano.

«Quando l’elemosina è grande, persino il santo diffida». Poi però c’era il proverbio contrario: «A caval donato…»

Pur nella sua precarietà, la proprietà aveva un certo valore. Forse era solo questione di portare lì un ingegnere che cal- colasse scientificamente i rischi, e poi, mettendo qualche trave o rinforzo nei punti giusti, si sarebbe dissipata la minaccia. Ai cinesi, ignoranti com’erano, probabilmente non era passato per la testa di consultare un tecnico. Ma in cambio di che cosa lo regalavano? non c’era altro che il rospo. Me n’ero dimenticato e sono andato a vedere dove l’avevano lasciato. Così come non avevo avu-

to tempo per esaminare le cianfrusaglie che mi ero porta-

to dall’altro supermercato, non ne ho avuto neanche per valutare la portata del prodigio costituito da una pietra che palpitava. Poteva diventare un’attrazione di prim’or- dine per curiosi e scienziati. Un oggetto magico, unico al mondo, doveva per forza valere più di un volgare super- mercato cinese, per quanto pulito e ben fornito, soprat- tutto se in bilico sull’orlo di un baratro in via di disgrega- zione. Il valore del rospo poteva essere, e sicuramente era, incalcolabile… Il problema però stava proprio in questo aggettivo. Come ricavare un profitto materiale immediato dall’incalcolabile? Mi è venuto in mente un altro proverbio: «Meglio un uovo oggi che una gallina domani». d’altra parte, al di là dei calcoli e della diffidenza, il progetto del supermercato esercitava su di me un’attra- zione vaga e insieme potente. non mi sono soffermato a riflettere sui dettagli concreti perché non ne valeva la pena, finché la situazione non si fosse chiarita. In ogni caso le linee generali del progetto mi pervadevano, e in

maniera luminosa. Il fulcro era costituito dalla società con Jonathan. Saremmo diventati comproprietari e ci saremmo divisi i compiti; certo, avrebbe dovuto fare quasi tutto lui, perlomeno all’inizio, io sarei stato una figura più che altro simbolica, benché non priva di utili- tà: la presenza di un signore maturo, un rispettabile bor- ghese, avrebbe dato il necessario tocco di serietà e fidu- cia. Poteva anche darsi, se Jonathan non era ancora maggiorenne, come credevo, che mi toccasse il ruolo di rappresentante legale della ditta. I problemi di comuni- cazione fra noi si sarebbero appianati col tempo: io avrei imparato a capire il suo gergo misto, e lui lo avrebbe ripulito grazie al contatto quotidiano con me. La cosa più importante era che il supermercato mi avrebbe dato un’occupazione, un interesse, una ragion d’essere, vale a dire ciò che avevo perso a poco a poco negli ultimi anni. Avrei avuto una buona scusa per uscire di casa, per intere giornate… Mi stavo inoltrando nella zona dei miei misteri, nella quale non entro mai se non in pun- ta di piedi e con la massima prudenza. Lì c’era spazio in abbondanza, magari uffici o magazzini che non avevamo ancora visto; mi sarei potuto ricavare una cameretta in un angolo, con un letto, anzitutto per fare la pennichella, o per attendere una consegna alle prime ore del mattino, o per una lunga seduta d’inventario… Le scuse non mi sarebbero mancate. E così, a poco a poco… non che io non ami mia moglie, o che non riconosca tutto quello che ha fatto e fa per me. Sarei un mostro d’in- gratitudine. Però credo che abbia già fatto anche troppo, mentre io a lei ho dato troppo poco; è comprensibile che si sia stancata di me; per lei il mio allontanamento sareb- be una benedizione. E in un certo senso anche per me:

essere un peso nella vita di qualcuno, anche se sembra un gioco di parole, è un peso insopportabile. non era la prima volta che ci pensavo: una volta, tem- po fa, ero stato sul punto di andarmene. La vedevo così triste, così stanca, sapevo che le rodeva la frustrazione del viaggio a Piriápolis con le sue amiche che non avreb- be potuto fare: il denaro messo da parte per quella modesta vacanza doveva essere usato per pagare il nuo- vo catetere che mi era stato prescritto dal medico. Lei non me l’avrebbe mai detto, né avrebbe accennato a qualcosa che somigliasse a un rimprovero, ma era un altro chiodo piantato nella bara della nostra felicità, e lo sapevamo entrambi. Presi la decisione di andarmene. d’un tratto si presentavano circostanze ideali. Qualche giorno prima avevo individuato un alberghetto familiare in un vicolo nascosto e pittoresco (sembrava Parigi) vici- no al parco Avellaneda, uno di quei posti che prometto- no felicità. Per caso avevo saputo le tariffe, e che c’era una stanza libera… I soldi del catetere, che avevo in tasca, mi sarebbero bastati per vivere lì per due o tre mesi. dopo, dio avrebbe provveduto. non mi sarei por- tato via niente: un cambio di indumenti intimi, la carta d’identità, gli occhiali da lettura e la copia di Zezè e l’al- bero d’arance che mi accompagna fin dall’infanzia, il mio libro preferito. Con lo scotch avrei attaccato un biglietti- no sullo schermo della tv: «Ti libero del mio peso. Sii felice. Te lo meriti. Sei una donna meravigliosa». Mentre soppesavo mentalmente qualche variante di questo mes- saggio la sentivo cambiarsi in camera da letto, come al solito di fretta (veniva dal suo studio e andava alla clini- ca), poi la sentii uscire… era il momento. La decisione era presa e non mi sarei tirato indietro.

La sentii mettere in moto l’auto e seguii il rumore del motore finché, svoltando l’angolo, si perse nel rumore della città. Rimasi dov’ero, sdraiato, ancora un po’… E a un certo punto mi addormentai. dovette trattarsi di una peculiare reazione alla circostanza, perché di giorno non dormo mai. E dormii profondamente e a lungo, tanto che a svegliarmi, ore dopo, fu il rumore dell’auto che tor- nava… Ma non fu tanto per quello che non me ne andai; me ne sarei potuto andare il giorno dopo; quella strana pennichella fu solo la causa materiale, o superficiale, della rinuncia alla fuga. La vera causa fu che quella volta, dormendo, feci un lungo sogno, complicato e meravi- glioso. Questi aggettivi, l’ultimo in particolare, sono l’u- nica cosa del sogno che mi è rimasta, perché al risveglio l’argomento e le immagini li avevo già dimenticati. Ave- vo soltanto, e ho continuato ad avere per un certo tempo, quella sensazione esaltante, d’invenzione e di avventura, gratuite ma proprio per questo tanto più libere e poeti- che, più simili alla vita. dentro il sogno (ma questo den- tro si trovava fuori, fuori da tutto) il mondo si ampliava, come un pallone che si gonfia, i colori si definivano, aumentava la trasparenza, la superficie che conteneva il tutto si dissolveva… Sono uscito da questi ricordi quando ho visto i cinesi inginocchiati intorno al rospo, apparentemente (ma non potrei giurarlo, perché li vedevo da lontano, attraverso lo spazio esiguo di due corsie parallele) molto impegnati a farci qualcosa. Loro non mi guardavano ed erano talmen- te concentrati che ho pensato che non mi avrebbero visto o non mi avrebbero prestato attenzione. da parte mia, era come se li vedessi per la prima volta. All’inizio ero stato distratto da avidi calcoli di profitto, e poi avevo cercato di

levarmi di torno il vanesio cinese. Ero stato troppo occu- pato a sforzarmi di capire, e in una situazione del genere non si vede niente. Ho avuto un’idea in qualche modo pre- monitrice: anche loro erano esseri umani. La mia prece- dente distrazione, colpevole, forse dipendeva dal fatto che avevo pensato a tutti loro soltanto come cinesi. È impres- sionante come anche una persona abbastanza colta, di sinistra (in gioventù mi sono meritato l’appellativo di «psicobolscevico»), possa cadere nelle trappole del razzi- smo, che spesso, se non sempre, è questione di parole. del resto, non si possono neanche reprimere le impres- sioni che sgorgano naturalmente dalla realtà. dopotutto, questi cinesi erano cinesi. E una certa estraneità sprigio- nava dai loro atteggiamenti, o dal mio non capire: qualco- sa di differente. Per dirlo in breve, mi sembravano bambi- ni, forse solo perché stavano accoccolati o seduti per terra, concentratissimi, in cerchio. Bambini che giocavano. Cos’altro si poteva fare con quel rospo che gli avevo porta- to? Ho avuto una qualche remora nell’avvicinarmi di più, tanto la scena evocava quella di un padre intento a osser- vare i suoi rampolli assorti con il giocattolo che gli ha regalato… Ma erano talmente assorti che avrei potuto girargli intorno come fossero statue, senza che se ne accorgessero. non l’ho fatto perché la loro attenzione mi ha conta- giato, e mi sono concentrato anch’io sul rospo. ne valeva la pena. Li ho giustificati per essere rimasti imbambolati in quel modo, perché quello che stava succedendo era abbastanza fantastico. Ubbidendo a chissà quali istruzio- ni della loro meccanica mentale, avevano messo al rospo, nell’altra orbita, un altro di quegli occhi di gomma che si illuminano a pressione. E anche il secondo occhio si

accendeva come il primo, quello che gli avevamo messo a casa mia. Ma il ritmo acceso-spento di un occhio non era uguale a quello dell’altro; non erano sincronici. La sfasa- tura temporale creava una lenta polka di luci che sembra- va un messaggio cifrato. Ma allora… dovevo modificare l’idea che mi ero fatto originariamente, e che sembrava la più naturale, secondo cui la pietra palpitava internamen- te, perché in tal caso il palpito avrebbe dovuto essere uno solo, e una sola la sua manifestazione. Forse l’idolo di pie- tra aveva due cuori? no. Se li aveva, erano in una quanti- tà indefinita, ossia non valeva la pena usare questa meta- fora del cuore. Ho immaginato che, se vi fosse stato posto dove inserire altri occhi, si sarebbero avuti più ritmi, più velocità… Se per caso la faccenda aveva qualche spiega- zione, e se questa spiegazione era ciò che si stava discu- tendo animatamente nel cerchio di uomini per terra, io non ne avrei saputo niente, perché parlavano in cinese. La discussione saliva di tono. Erano eccitatissimi. d’un tratto però si sono alzati tutti insieme per dirigersi verso il settore delle casse, con il rospo in spalla. Avevo creduto che stessero per darsele di santa ragione, mentre probabilmente si stavano mettendo d’accordo; così tanto inganna l’ignoranza di una lingua e della gesticolazione che l’accompagna e la completa, come del resto i toni, che in certe lingue vengono usati solo per motivi affetti- vi, e in altre per cambiare il significato di una parola. da più di un’ora, dal momento in cui ero entrato nell’altro supermercato a fare spesa, mi vedevo navigare nel pro- celloso mare della comprensione; credo che ormai mi ci stessi abituando. Ho cercato Jonathan con lo sguardo. Anche lui si sta- va dirigendo verso le casse. Benché dubbioso, sono anda-

to fin lì. Ho immaginato che ci sarebbero state delle trat- tative. da un lato non volevo che mi lasciassero in dispar- te (il rospo, in fin dei conti, era mio, non avevo affatto rinunciato al suo possesso), però non volevo neanche interferire e, nella mia ignoranza, rovinare tutto o ritar- dare la soluzione. Queste donazioni di grande risonanza sono fragili come il cristallo, il successo o il fallimento dipendono da un soffio. non mi sono dovuto decidere perché l’altro cinesino, l’elegantone, uscendo dal nulla mi ha sbarrato il passo (doveva avermi sorvegliato). Con la sua consueta corte- sia untuosa mi ha chiesto di prestargli attenzione per un momento. «Il suo giovane amico, grazie al valido aiuto che lei gli ha offerto, è riuscito a realizzare in parte il suo compito…» «Come sarebbe “in parte”? C’è dell’altro?» «no. Ma vedrà che gli contesteranno qualche detta- glio formale». «Questo non è un problema. Il mio “valido aiuto”, come dice lei, è sempre vigente. Sono un burocrate navi- gato, con quarant’anni di esperienza di pratiche, perciò capirà che la cosa non mi spaventa. Ma volevo sapere cosa faranno con il rospo». «Immagino che lo taglieranno con il diamante». «Romperlo? Aprirlo? Ma non era prezioso? Inesti- mabile?» «Prezioso è quello che c’è dentro, il rospo come forma è soltanto un involucro». Ho pensato alla sostanza che poteva contenere: oro, uranio arricchito, plutonio, platino, che ne so io… Invece no. È risultato che si trattava di post-marmo. Almeno, questo è quanto ho dedotto dalla spiegazione del giova-

ne gagà cinese, spiegazione difficile da seguire a causa dello scrupolo con cui impiegava parole che riteneva raf- finate, e di una sintassi ellittica alla Ronald Firbank. Era uno di quei soggetti a cui vien voglia di dire: «Parla come mangi, cazzo, oppure chiudi il becco!» Questi due esemplari di adolescenti orientali erano opposti, ma io continuavo a non comprenderli, uno per- ché ignorante, l’altro perché troppo raffinato. Comun- que, ho più o meno capito che questo gruppo di cinesi possedeva un bene pregiato (ho immaginato che si trat- tasse di una statua, per via del marmo) che aveva subìto una sorta di regressione atomica, in seguito alla quale la sua materia si era degradata a pre-marmo, cioè quei glo- buli inservibili. E da lungo tempo stavano cercando la sostanza che motorizzasse un’accelerazione temporale; di lì il nome di post-marmo, che in realtà gli ho dato io. Ecco la conclusione a cui sono arrivato – com’è mia abi- tudine senza fare troppe domande – o per meglio dire la mia costruzione narrativa: questi cinesi possedevano una preziosa statua di marmo (preziosa per la qualità artistica, o per l’antichità, o per motivi di culto) che, a causa di una inusuale reazione fisica, si era disgregata in piccoli globuli… Fin qui, niente di troppo strano: non sarebbe stata la prima statua che diventava polvere. Ma se era vero quanto pubblicato dai quotidiani sui globuli, quando avevano cominciato a circolare, il marmo di cui erano fatti era pre-marmo, vale a dire che aveva una costituzione atomica anteriore a quella del marmo pro- priamente detto. di modo che i cinesi, seguendo un ragionamento logico, ma in quanto logico abbastanza dubbio, si erano messi a cercare qualcosa che fosse post- marmo per applicarlo ai globuli e ricostituire il marmo

originale. Avranno saputo come farlo. Ma lo sapevano davvero? O confidavano nel fatto che accadesse automa- ticamente? dovevano aver riposto grandi speranze in quella sostanza da me chiamata post-marmo, per lancia- re un concorso e pagare il suo ritrovamento nientemeno che con un intero supermercato funzionante. L’incogni- ta restava la statua: ciò che rappresentava e il motivo per cui era così preziosa per loro. La mia curiosità, che qual- che minuto prima aveva cominciato ad affievolirsi in seguito ai malintesi, si è acuita di nuovo. nel frattempo Jonathan aveva alzato la voce, agitava i questionari che stringeva in mano e fumava nervosa- mente, mentre i cinesi ben vestiti (ora potevo vedere che tutti erano in ghingheri e molto alla moda) gli risponde- vano con severità, risoluti, sfavorevoli. Un risolino di fianco a me mi ha ricordato l’altro giovane cinese, che guardava nella mia stessa direzione. «Cosa le avevo detto?» Mi sono indignato, comprensibilmente. Mettendo da parte i miei pregiudizi linguistici, sono andato da loro. Se fino a quel momento mi ero arrangiato per capire, non vedevo perché non provarci anche in questa circo- stanza. E in effetti, non appena sono riuscito a inserirmi nell’accalorata discussione che proseguiva in cinese, e nel cinese più scombinato, ho capito che non accettava- no i questionari di Jonathan a causa di un «dettaglio for- male», come anticipato dall’altro Jonathan. Sapere di quale dettaglio si trattasse non è stato facilissimo. Ugual- mente difficile è stato far capire al mio giovane amico che ero in grado di aiutarlo. Malgrado tutta la simpatia che aveva suscitato in me, senza fare niente per suscitar- la, bisognava ammettere che le sue maniere lasciavano

molto a desiderare. Mi ignorava, semplicemente. Conti- nuava a discutere con i suoi compatrioti. non gli faceva nessun effetto che io gli toccassi il braccio, o che indicas- si i questionari con la mia Bic, che avevo estratto di tasca, per suggerirgli che con la mia esperienza di burocrate potevo apportare le correzioni necessarie. Ho pensato di chiedere aiuto all’altro ragazzo, che era rimasto a una certa distanza e contemplava la scena con sguardo ironico. Però ero abbastanza riluttante a farlo intervenire: non volevo che si avvicinasse troppo a Jona- than, non so perché. E non è stato necessario, perché alla fine mi sono reso conto, senza bisogno d’aiuto, che il pro- blema non stava nella compilazione dei questionari, ma in qualcosa di ancor più formale, in effetti ridicolmente for- malistico: gli obiettavano di non poter accettare i questio- nari in pagine sciolte; dovevano essere graffati. È stato allora che mi sono indignato. non potevo tolle- rarlo! Ho alzato la voce fino a farmi sentire. Mi risultava che quegli individui capissero perfettamente lo spagnolo. Gli ho detto quello che pensavo di un requisito così tirato per i capelli; non gli ho detto che negli uffici pubblici argentini cose del genere succedevano ogni giorno, ma non era un argomento a loro favore, perché negli uffici pubblici argentini sorgeva la stessa indignazione che vedevano in me. Li ho minacciati di portarmi via il rospo. Era un bluff, perché la cosa che desideravo di meno al mondo era riportarmi a casa quella pietra inutile, mentre avevo cominciato a desiderare follemente il supermercato che mi avrebbero dato in cambio. Per farmi svenire, il cinese che lo teneva in braccio ha abbozzato il gesto di restituirmelo. Ma si è fermato prima. Anche quello dove- va essere un bluff. Un altro ha cominciato a dire che i que-

stionari erano numerati… Jonathan, fra le intermittenti boccate alla sigaretta, lo ha interrotto con veemenza. Ho cercato di zittirlo, perché in quel modo non si arrivava da nessuna parte. Le argomentazioni ragionate valevano più delle urla. E io ne avevo di buone. Che diavolo c’entrava che i fogli fossero numerati? Questo non rendeva ancor più innecessario graffarli? d’un tratto si sono messi a discutere tutti insieme, così for- te che non riuscivo a capire se parlavano in cinese o in spagnolo (in realtà, non aveva importanza). In mezzo a quel bailamme, ho avuto una rivelazione, così ovvia che non capisco come mai non mi sia venuta in mente prima. Si trattava di codici culturali. Essendo stra- nieri, provenendo da una cultura diversa e avendo dovuto adottare codici estranei, loro non potevano sapere cosa fosse importante e cosa no. nell’elenco dei requisiti per presentare un questionario leggevano: «Recare il timbro dell’ufficio per le autorizzazioni», «essere graffati», «pre- sentare dati completi», e per loro si trovavano tutti allo stesso livello. Ovviamente, a quel punto si poteva sollevare un’obiezione: non c’era forse burocrazia in Cina? Ma se l’avevano inventata loro! Forse a questa obiezione si pote- va rispondere che di fronte alla burocrazia siamo tutti stranieri, o che la burocrazia è, essenzialmente (e su que- sto si basa la sua utilità), un codice estraneo. Una volta compreso ciò, ho compreso anche che l’o- stacolo non era affatto insuperabile: bastava trovare una cucitrice o una graffetta ed era finita lì. Lasciando che si sgolassero in cinese, ho guardato nei registratori di cassa. niente. Cosa ci avrei dovuto trovare. nel corso di una giornata puoi vedere milioni di graffette, ma se te ne ser- ve una puoi scommetterci che non la vedrai manco mor-

to. E poi ho anche pensato, in modo non tanto peregrino, che una volta consegnati i fogli graffati sarebbe saltata fuori un’altra richiesta… A meno di presentargli una graf- fatura che gli cucisse la bocca… Tutte queste idee mi sono venute insieme, di sicuro perché, anche senza saperlo, dovevo già sapere quello che avrei fatto. Mi sono infilato una mano in tasca. La chiassosa assemblea cinese è ammutolita di colpo. Tutti gli sguardi sono confluiti sul mio gesto, in una suspense carica di aspettativa. Forse temevano che tirassi fuori una pistola.

Per tranquillizzarli, ed evitarmi problemi, mi sono affret- tato a estrarre la manciata di oggettini che avevo portato dall’altro supermercato e glieli ho mostrati sul palmo aperto. Eccola lì, la forcina. dorata. L’ho presa con l’in- dice e il pollice dell’altra mano, ho rimesso le altre cose

in

tasca e l’ho osservata sotto lo sguardo attento dei cine-

si

(e del rospo, che nel frattempo continuava con le sue

strizzate d’occhi luminose). Era una comunissima forci-

na a pressione per i capelli, non di plastica, come avevo

creduto, bensì di metallo, un metallo leggerissimo ma resistente. La cosa notevole era la doratura molto bril-

lante, frutto, ho ipotizzato, non di un semplice bagno ma

di una buona elettrolisi. Ho saggiato l’elasticità della lin-

guetta interna. Ho allungato la mano e Jonathan, senza dire una parola, mi ha passato il fascio di fogli. Con l’aria

di sufficienza del vincitore li ho sistemati colpendo il

dorso sul ripiano della cassa, e con la forcina li ho graffa- ti nell’angolo superiore sinistro. La forcina compiva per- fettamente la sua funzione.

vIII

R icordo… È ciò che ricordo meglio; potrei quasi

dire che è l’unico vero ricordo del pomeriggio di

ieri, quello che diffonde la sua luce (una luce

dorata) su tutti gli altri avvenimenti e mi rende possibile ricordarli… Ricordo l’intensa felicità che mi ha procura- to quel minuscolo successo. Una felicità sproporzionata, come dovrebbe sempre essere la felicità. E il mio succes- so, benché minimo, quasi irrisorio, aveva causato un’e- norme impressione fra i cinesi, anch’essa sproporziona- ta. È stato questo più che altro a riempirmi il cuore:

vedere le loro facce pietrificarsi. Era come se avessero assistito a un miracolo, a un prodigio magico. Un po’ mi hanno contagiato. Mi sono sentito un mago. E nel guar- dare il plico dei questionari che passava dalle mie mani a quelle di Jonathan e da queste alle mani del cinese più importante, vedevo la forcina brillare come un astro, o come un’onorificenza mistica.

Era stata una piccola impresa di efficienza e tempi-

smo. Una sorta di coincidenza, ed era questo a conferirle

la sua magia. nell’esplosione intima di euforia che mi

scuoteva, ho sentito che ormai tutto si era risolto e che potevo essere felice, e basta. Come mi sbagliavo (e allo stesso tempo, come ci azzeccavo!). Intanto, non sono state scambiate altre parole. I cinesi

se ne sono andati immediatamente verso il fondo portan-

dosi via il rospo, come un trofeo. Li guardavo allontanarsi,

in una prospettiva che retrocedeva e cambiava insieme a

loro. I passi si riproducevano in una simmetria inversa, finché non sono stati inghiottiti dall’apertura sul fondo, dove si estendevano il cielo livido dei sobborghi, il freddo

e il silenzio. Sono scomparsi nella fossa dei globuli, a fare

in segreto le loro stregonerie.

Anche all’interno era calato il silenzio. Un silenzio che non era più cinese: si reintegrava in me, e mi ci è voluto un po’ di tempo per assimilarlo e ritrovare le paro- le. Il supermercato deserto mi appariva misterioso. non

era troppo pulito, troppo ordinato? Gli scaffali si allinea- vano secondo una geometria secolare, disumana, carichi

di barattoli, scatolette, vasetti, bottiglie, anch’essi ben

allineati, il tutto quieto e muto, in attesa. La visibilità mi appariva eccessiva, come se l’aria si fosse estinta, o come

se l’avessero svuotata di qualche componente, quella che filtrava la visione.

 

A

suscitarmi questa impressione di stranezza era for-

se

la

presenza, quella sì soprannaturalmente isolata e

ben stagliata, del giovane cinese elegante, di cui soltanto adesso ricordo il nome (sempre che ricordi bene; vice- versa, l’ho inventato): Rodrigo. Non se n’era andato con gli altri, né si era avvicinato alla linea delle casse, dove

eravamo rimasti io e Jonathan. Quando ha visto che l’os- servavo, ha cominciato ad avvicinarsi. Mi sono reso con- to che in lui c’era una tristezza indefinibile, al di là dell’e- leganza; e anche questa non era poi tanta: ora che lo vedevo da una certa distanza, a figura intera, notavo che in lui c’era qualcosa di sproporzionato, altrettanto inde- finibile. L’indefinibilità era ciò che faceva da nesso fra la sproporzione e la tristezza, o ciò che percepivo come una cosa e l’altra (e io mi sbaglio di rado). La sua vicinanza, che non mi era mai stata molto gra- dita, in quel momento mi infastidiva in modo particola- re perché avevo bisogno di parlare con Jonathan per mettere le cose in chiaro. Ma il mio giovane amico si era allontanato. Per un istante non l’ho visto e mi sono spaventato. Stava fuman- do sul marciapiede, apparentemente distratto. Stava for- se aspettando qualcuno? Questa eventualità non mi pia- ceva per niente. Fino ad allora tutte le mie congetture si erano basate sul fatto che agisse da solo, per conto suo. Cioè, da solo con me. Probabilmente la preoccupazione mi ha conferito un’espressione di fastidio perché Rodrigo, una volta di fianco a me, ha detto: «disturbo?» Ho negato, senza troppa enfasi. Come dicevo, aveva cominciato a farmi pena. «Io me ne vado. volevo solo avvertirla che i registra- tori hanno un sistema di chiusura ottico, e qui senza registratori non funziona niente». «Grazie per l’informazione. Questo significa che il supermercato è… nelle nostre mani?» «Se non aprite i registratori non potete fare niente». «Ma le chiavi non sono insieme a tutto il resto?»

«non ci sono chiavi specifiche per i registratori. Qui si usava un dispositivo generale». «dunque è una specie di imbroglio? Ci date il super- mercato ma non quello che servirebbe a farlo funzionare?» Ha sospirato, come se tutto ciò che stavamo dicendo fosse inutile. «Le posso assicurare, signore, che non è un atto deli- berato. non c’è alcun raggiro. Si saranno dimenticati». «Glielo ricorderò io». Ha guardato verso il fondo della corsia, e mi è sem- brato che il suo atteggiamento suggerisse una partenza imminente. Me l’ha confermato dicendo: «Adesso me ne vado. non la disturberò più». «non mi sta disturbando, al contrario. Le sono molto grato per le sue informazioni, senza le quali avrei capito ancor meno di quello che sto capendo. A proposito, dove andrete?» A quel punto, con la più grande naturalezza, mi ha fat- to una rivelazione sbalorditiva. non so come ho potuto accoglierla così tranquillamente, di sicuro perché non gli ho creduto del tutto. Erano extraterrestri e tornavano nel loro mondo, e per farlo dovevano attraversare buona par- te dell’Universo. L’ho lasciato parlare. non ho fatto domande perché non avrei saputo da dove cominciare. Poi me ne ha dato l’occasione. Quando mi ha detto che il viaggio si era concluso con un fallimento perché quelli che erano venuti sulla Terra, il gruppetto che conoscevo io, avevano cominciato a provare un’intollerabile nostalgia per il loro mondo, non ho potuto fare a meno di doman- dargli se il loro mondo era molto diverso dal nostro. «no. È identico». «Come sarebbe, identico? Simile, vorrà dire».

«Identico, fino all’ultimo dettaglio. Fino alla moleco- la, sarebbe più esatto dire». «Che strano». «non c’è niente di strano. Tutti gli innumerevoli mondi sono identici. Fra l’uno e l’altro non c’è la minima differenza». «E allora perché la nostalgia?» «Proprio per questo!» Risposta intrigante, come tutto quello che diceva. Mi sono domandato (e non era la prima volta, né l’ultima) se non stesse parlando per metafore. non ero in grado di farmi carico di tanta doppiezza, ma l’intrigo stimolava i miei ragionamenti. La sua desolazione mi ha fatto capire che aveva cominciato a provare la nostalgia di cui mi sta- va parlando, ma a un secondo grado: se il loro mondo, dall’altra parte delle galassie, era identico al nostro, ciò significava che questo era identico a quello, e lui di fronte all’imminente partenza veniva assalito da una nostalgia anticipata. Ma là non avrebbe trovato le stesse cose che c’erano qui? A meno che… L’unica spiegazione che mi veniva in mente era che qui avesse trovato qualcosa che là non c’era… per esempio, me. non era possibile prevedere le reazioni di questi esseri dalla psicologia così diversa. Era indubbio che avesse provato una certa attrazione per me: un motivo doveva esserci, se era rimasto al mio fian- co senza seguire i suoi simili, e prima mi aveva detto cose che probabilmente erano segrete… Tuttavia, se il suo mondo era identico al nostro, io sarei stato là ad aspettar- lo. (Non mi piaceva, ma ero costretto ad ammetterlo.) Era strano, comunque, che esseri tanto progrediti, capaci di attraversare l’Universo, si lasciassero sopraffa- re da un’emozione così primitiva come la nostalgia. Me

lo sono spiegato in questo modo: il viaggio aveva intro- dotto una differenza nell’identico, e tale differenza, se era vero che tutti i mondi dell’Universo erano identici, aveva provocato uno squilibrio cosmico che loro pativa- no e che chiamavano «nostalgia». Fra l’altro, questo argomento mi ha fatto scartare la spiegazione che avevo escogitato istantaneamente nel sentire la parola «extraterrestri»: e cioè, che avessero adottato le sembianze di cinesi contando sul fatto che a noi occidentali tutti i cinesi sembrano uguali, così non avrebbero dato nell’occhio. no, non erano stati costretti ad assumere alcuna sembianza: gli era bastato venire così com’erano… Un’altra spiegazione plausibile per la nostalgia: l’i- dentico cancellava il tempo. Forse il motivo del loro viag- gio era la ricerca del tempo, e l’avevano trovato, e non gli piaceva. Come si può vedere, non è stato necessario fargli tan- te domande, in pratica neanche una. Le cose si chiariva- no grazie alla loro stessa logica. Mentre io elaboravo questi pensieri, lui se n’era andato verso il fondo del negozio, dopo avermi detto qualcosa a cui avevo annuito senza prestare attenzione, immerso com’ero nelle mie elucubrazioni. Una volta uscito dallo stato riflessivo, ho cercato di ricostruire le sue parole e mi è sembrato che avesse detto qualcosa del tipo che andava a chiedere agli altri se potevano lasciare aperti i registratori. Mi sono visto solo, appoggiato a una cassa. Ho guar- dato fuori: Jonathan era ancora lì e fumava. Qualcosa mi ronzava in testa: la parola «registratori», ripetuta da Rodrigo con un’insistenza che mi sembrava deliberata. Aveva qualcosa di antico, mi faceva pensare ai vecchi

«registratori di cassa» di ferro e bronzo, con tastiere di madreperla e squilli cristallini. Ho osservato le casse, contro una delle quali ero appoggiato: erano i banali computer che si usano al giorno d’oggi. Mi sono doman-

dato se si continuasse a chiamarli «registratori». Qualco-

sa però ha colpito la mia attenzione e, approfittando della

circostanza che ero solo, ho fatto quello che non avevo mai fatto prima: ho guardato in una delle casse, precisa- mente quella con il compartimento del denaro aperto, sotto lo schermo. In effetti, era aperto. Conteneva pochi biglietti da due e cinque pesos e qualche moneta. L’ho chiuso e poi riaperto schiacciando il tasto Open. I miei

sospetti erano giustificati: i «registratori» di cui mi aveva parlato il cinesino erano un’altra cosa. Cosa? È stato Jonathan a scoprirlo, fatto un po’ paradossale perché la soluzione stava nella parola, e la sua padronanza della lingua, come ho già detto, era scarsa. Comunque non

ci è arrivato per via linguistica, ma grazie alla sua cono-

scenza «dall’interno» della gestione del supermercato. Inoltre, non occorreva essere una cima: i «registratori»

erano le telecamere di sicurezza, che «registravano» quel-

lo che succedeva nel locale. Elementare. Rodrigo aveva rincarato l’importanza di questi ele-

menti; era sintomatico che sentendo parlare di importan-

za io pensassi ai soldi e alle casse. L’importanza delle tele- camere doveva consistere nella prevenzione dei furti, che

in quella zona del Bajo di Flores costituivano probabil-

mente una minaccia costante. Ma l’impegno che ci ha messo Jonathan nel localizzarle, prima di fare qualsiasi altra cosa, era significativo. Ha cominciato a percorrere tutto il supermercato, in fretta, osservando gli angoli del soffitto e seguendo con gli occhi il percorso dei cavi, così

concentrato da non vedere dove metteva i piedi e da anda-

re a sbattere di continuo contro gli scaffali. Mi è passato

per la testa che un momento prima, quando era fuori e io

immaginavo che fosse distratto o in attesa di qualcuno, in realtà stesse cercando con lo sguardo un’antenna o dei cavi esterni. E tutto ciò mi ha indotto a pensare che il motivo per cui gli interessavano non era la sicurezza. domandare a lui era inutile, così ho provato a scoprire

da solo il senso più plausibile. In questo sono sempre stato

bravo, nel collegare un’informazione con un’altra e nel trovare la ragione della loro coesistenza. non dico di azzeccarci sempre, ma sono sempre in grado di andare avanti. In questo caso, per cominciare c’era quello che mi aveva detto Rodrigo, il cinese sedicente extraterrestre, riguardo a un certo ruolo essenziale svolto dalle telecame- re, senza le quali il supermercato non poteva funzionare. non poteva trattarsi soltanto dei furti, che di fatto, per quanto ne so, vengono inseriti come rischio marginale nella contabilità di quei negozi. Questi marziani avevano messo in moto un sistema per catturare immagini per qualche altra ragione, sulla quale io potevo soltanto con- getturare. non avevo granché su cui basare queste conget-

ture, tante erano le cose che ignoravo del viaggio, dei suoi motivi e della sua meccanica. Il principale punto cieco era costituito dalla statua, cioè dal marmo. Lì doveva esserci

di sicuro una chiave importante: probabilmente la statua

era una sorta di astronave, o di dispositivo, con cui sareb- bero tornati sul loro pianeta. Era la nostalgia a imporgli l’urgenza di tornare, e quell’urgenza aveva dettato l’intera Operazione Rospo e la ricostituzione del marmo. A quel punto mi era rimasta in testa una parola pro- nunciata dal cinesino elegante, non ricordavo in quale

contesto: «molecola». Che cosa poteva significare? La statua era forse una molecola? E la molecola era lo stru- mento per reintegrarsi nell’identità universale? Questi interrogativi, comunque, non mi portavano da nessuna parte: sarei dovuto andare in fondo al supermer- cato, vincere le vertigini che mi provocava quell’abisso di palline, affacciarmi e vedere cosa stavano facendo. Per il momento, sono tornato alle immagini. non doveva trat- tarsi di un circuito chiuso di vigilanza, dato che la parola impiegata, «registratori», suggeriva piuttosto un sistema di conservazione o un archivio. E, trattandosi di extrater- restri, era inevitabile pensare a un album di panorami dell’Universo, a colori e in alta definizione. Oggigiorno (e a fortiori nel futuro in cui magari erano arrivati questi esseri) un’immagine, soprattutto se in movimento, può contenere milioni di bit di informazioni. L’intera storia della costituzione della materia era racchiusa nei super- floppy disc di quelle telecamere, nei loro chip di diaman- te. E non era soltanto l’arida e fredda questione scientifi- ca; non erano numeri. Oppure sì, erano anche quello, ma i poteri magici della tecnologia digitale facevano sì che quei numeri si traducessero nei paesaggi più belli che occhio umano abbia mai visto. Padiglioni di nebulose in fiamme, rosee atmosfere di gas di litio che si stagliavano sopra mari di gravità, cerchi invisibili che giravano ad altissima velocità, ghirlande di nove, ondate di nulla che diventava tutto… E i colori! A partire da qui si spiegava un dettaglio che avrebbe potuto intrigarmi: che i visitatori dello spazio avessero scelto il Bajo di Flores per stabilirsi sulla Terra: la delin- quenza che proliferava nel quartiere era la scusa perfetta per installare tutte le telecamere che avessero voluto.

nell’apprezzare fra me e me il valore delle immagini,

mi si è aperta un’altra via di comprensione dei fatti. For-

se l’interesse di Jonathan era rivolto fin dall’inizio alle

immagini, non al supermercato. E in quel momento la sua urgenza di trovare le telecamere e i cavi ubbidiva al timore che gli esseri spaziali se ne andassero con le immagini, lasciandogli il supermercato come un guscio

vuoto. Se era così, le mie fantasticherie di diventare pro- prietario di un supermercato cadevano nel vuoto. Restava in piedi la mia parte di proprietà, in base al rospo. Se il bottino erano le immagini, metà spettavano a me. Ma Jonathan cosa si proponeva di farci? Poteva ven- derle a una catena televisiva, o a uno studio di produzio-

ne cinematografica (potevano costituire una miniera ine-

sauribile di effetti speciali). Oppure metterle in un com- puter e ottenere conoscenze e poteri favolosi; questa seconda opzione dipendeva dalle sue capacità intellet- tuali, e il suo aspetto e le maniere da lumpen cinese non promettevano niente di buono in tal senso; ma trattan- dosi della combinazione di un ragazzo e di un computer, non si poteva mai sapere; magari le voleva per creare nuovi giochi per la PlayStation. Comunque, la società che avevo sognato non sarebbe nata: in caso di vendita, una volta divisi i soldi ci saremmo separati. E al lavoro con il computer, data la mia completa ignoranza in merito, non avrei potuto partecipare, neanche dall’esterno. nel frattempo, mentre i miei pensieri mi portavano da lui, Jonathan sembrava essere arrivato a qualche conclu- sione perché stava tornando precipitosamente verso il set- tore delle casse, da dove io non mi ero mosso, per mettersi a cercare qualcosa. Mi infastidiva un po’, era inevitabile, che agisse come se io non esistessi. Era da un po’ che avevo

deciso di perdonarlo, attribuendo la sua disattenzione alla diversità dei codici culturali che usava, al suo basso livello sociale, alla scarsa istruzione che probabilmente aveva ricevuto crescendo nell’ambiente dei supermercati cinesi. E comunque, dopo tutto l’aiuto che gli avevo fornito, cre- devo di avere diritto a qualche gesto di cameratismo. Gli ho domandato se stava cercando la centralina dei registratori. L’ho detto con l’aria di chi sa di cosa sta par- lando, per risvegliare in lui qualche interesse nei miei confronti (che patetico). Non ha fatto una piega, e non sono riuscito a capire se avevo colto nel segno e lui dava per scontato che fossimo sintonizzati nell’impresa, o se avevo sbagliato tanto che non valeva neanche la pena di rispondermi. Ho voluto credere che fosse per il primo motivo, e i fatti mi hanno dato ragione. Ma sono stati davvero i fatti? O tutto continuava a suc- cedere sul piano delle mie supposizioni? Il pensiero si basa sempre sui fatti, li rende «fatti significativi». E nel corso della mia avventura, che somigliava tanto a un sogno, ho scoperto che la carica di significato dei fatti si moltiplica in modo portentoso quando si tratta di fatti strani, imprevi- sti, per esempio quando, come in questo caso, vi prendono parte degli extraterrestri. Allora è naturale che le supposi- zioni spicchino il volo e continuino a radicalizzarsi, in una scalata che arricchisce positivamente la realtà. Ho detto a Jonathan che, anche se avessimo trovato quella centralina, non sarebbe stato facile aprirla, o accenderla, o qualunque cosa ci si facesse; il suo sosia mi aveva avvertito. non sarebbe stato meglio andare in fon- do al supermercato e chiedere a loro? Jonathan alla fine aveva trovato quello che cercava e lo stava tirando fuori faticosamente da sotto uno dei

banconi laterali. Sembrava pesantissimo, metallico, e quanto di più ermetico si potesse immaginare. Già a pri- ma vista (era un oggetto ovale irregolare con i piedi, grande come una scatola da scarpe) appariva inespugna- bile. Ho insistito sulla proposta di andare a chiedere… Mi ha interrotto con impazienza e con qualcosa che, pur non avendo capito bene, mi ha aperto prospettive nuove e sorprendenti. Come mi succedeva sempre con lui, ho dovuto decifrarlo mediante una combinazione precaria, di tipo geroglifico, fra le sue parole mal artico- late, i gesti, l’espressione della faccia e il contesto. Ha detto qualcosa del tipo «sono qui…», e la sua espressione sembrava voler dire «non vale la pena» andare fino in fondo al supermercato e scendere nel pozzo dei globuli, perché, e questo si deduceva dal «sono qui» (se avevo sentito bene e non aveva detto invece qualcos’altro), se «erano qui…», non erano là. Quale significato poteva avere? L’unica cosa che mi veniva in mente era che gli extraterrestri si erano reinte- grati nelle immagini e non erano più fatti di materia soli- da ma di bit luminosi. Era molto probabile, molto coe- rente con tutte le spiegazioni che mi ero dato via via fino a quel momento, anche se superficialmente poteva con- traddirne qualcuna, per esempio quella della statua. dico superficialmente perché la statua, in fondo, è rap- presentazione. L’adozione di false apparenze era coe- rente con l’uso dell’immagine come veicolo, e persino il marmo diventava plausibile, in quanto solido indiscuti- bile dopo il passaggio attraverso le immagini. Tutta que- sta didascalia era provvisoria, ma mi teneva sulla cresta dell’onda nel corso degli avvenimenti. Jonathan stava tentando di aprire il misterioso ogget-

to

ovoidale. volevo lasciarlo divertire con quello e anda-

re

in fondo al supermercato per vedere se davvero gli

pseudocinesi spaziali erano svaniti. Ma qualcosa mi ha trattenuto vicino a lui. Ho fatto bene, perché ho avuto

l’opportunità di dimostrare ancora una volta che potevo essergli utile, e su quella via potevo arrivare a risultargli indispensabile, il che mi avrebbe risarcito dei suoi sgarbi

di ragazzo maleducato.

L’apparecchio resisteva a tutti i suoi sforzi. Quando ho visto che stava per ricorrere alle martellate, l’ho fer-

mato. valeva di più l’ingegno della forza. Mi sono ricor- dato della parola con cui Rodrigo si era riferito alla chiu- sura del dispositivo: «ottica». Ciò ha fatto suonare un campanello nella mia memoria e ho avuto un’illumina- zione. Mi sono infilato la mano in tasca, dove erano rimasti pochi degli oggetti insignificanti avuti come resto. Come sospettavo, c’era anche il cucchiaino-lente d’ingrandimento. L’ho preso con la punta delle dita (era delle dimensioni di uno stuzzicadenti) e ne ho verificato il funzionamento guardandomi le impronte digitali. Se

la chiusura era di tipo «ottico», la lente d’ingrandimento

poteva aprirla. Era come sparare a casaccio, ma non ci perdevamo niente a tentare. Mi incoraggiava in questa idea il fatto che me l’avesse detto Rodrigo; aveva buttato lì l’aggettivo come una pista, come un aiuto, forse – sicu- ramente – disubbidendo agli ordini dei suoi simili: per- ché lui, a differenza di loro, non voleva andarsene, per la regressione della nostalgia di fronte all’identico. Sono passato alla fase operativa. Ho cercato il buco in cima a quell’uovo grigio di titanio, ho inserito delicata- mente il cucchiaino, e una volta arrivato in fondo ce l’ho lasciato per un momento in modo che la lente agisse, poi

ho cominciato a girare. Ho dovuto impiegare tutta la mia coordinazione psicomentale. Si è aperto. Per me, l’espressione ammirata di Jonathan era una ricompensa sufficiente. Lui, invece, aveva altre aspirazioni. Mi sono domandato se non avessimo aperto un vaso di Pandora cosmico.

IX

S ubito dopo ci sono stati motivi di ogni genere per

definire imprudente l’iniziativa di aprire l’oggetto

metallico, senza sapere cosa contenesse e cosa

potesse uscirne. La colpa era più di Jonathan che mia, come credo di aver chiarito nel racconto che precede, ma immagino risulti ugualmente chiaro che anch’io ho fatto la mia parte, senza che nessuno mi obbligasse; anzi, la mia partecipazione, come negli episodi precedenti, era stata decisiva. Anche a rischio di perdere il filo di queste remini- scenze che sto tirando fuori faticosamente dal mio cilin- dro interiore, a questo punto devo fare una digressione, perché gli eventi successivi si sono accumulati in tale quantità e così velocemente che d’ora in avanti non ci sarà più occasione di aprire parentesi di qualsiasi natu- ra. Perciò ne apro una ora per tentare, senza grandi spe-

ranze di successo, di rispondere alla domanda latente:

«Perché io?» domanda pertinente, in quanto la ripeti- zione dello stesso meccanismo, avvenuta l’ultima volta

con il cucchiaino, metteva me e nessun altro all’infuori

di me nel ruolo di chi fa avanzare l’azione fornendo la

soluzione adatta e perfettamente efficace. Era come se Jonathan mi avesse portato con sé in qualità di «assi- stente magico», come un talismano o un genio della lampada. Per questo mi trattava con quell’indifferenza che avevo scambiato per mancanza di buone maniere o incompatibilità di codici culturali. Io ero funzionale alla sua avventura, e la mia persona acquisiva un certo rilievo quando doveva compiere la propria funzione, mentre nel resto del tempo per lui non esistevo. Questa plausibi- le interpretazione implicava però che l’avventura fosse di

Jonathan, e non mia; io ero soltanto uno strumento… Ma le cose stavano realmente così, o si trattava solo di un effetto del punto di vista? Tanto per cominciare, io ero stato scelto. Jonathan mi aveva seguito quando ero uscito dal supermercato. Quin- di, un’altra volta: perché io? dopotutto, ero uno di quei signori qualsiasi («un vecchio», per un adolescente come lui) che vanno a fare la spesa al supermercato, senza nul- la che mi distinguesse o promettesse qualcosa di speciale, salvo che il mio soprabito Packard lo avesse indotto a pensare che ero ricco… Questa ipotesi l’ho scartata, in primo luogo perché non credevo che Jonathan fosse in grado di distinguere la qualità del mio abbigliamento, e

in secondo luogo, che in realtà era il primo, perché mi

rifiutavo di pensare che avesse intenzioni venali. I fatti però si prestavano alle deduzioni, e ce n’era una abbastanza chiara, se tornavo indietro a un paio di minu-

ti prima del momento in cui ero stato abbordato. Cos’era successo prima? Avevo negoziato il resto con quel cassie- re cinese ossessivo che mi aveva riempito di cianfrusaglie inutili… Era lì che doveva essere la soluzione. Jonathan teneva d’occhio la cassa dalla strada, chissà da quanto tempo, aspettando l’improbabile, improbabilissima occasione che qualche cliente uscisse esattamente con i piccoli oggetti necessari per superare le prove che l’av- ventura avrebbe imposto, cioè quelli che lo avrebbero abilitato come «assistente magico». dico che era som- mamente improbabile che questa cosa potesse succede- re, ma è dire poco. In effetti, quel cliente provvidenziale (che sono risultato essere io) doveva scegliere mercanzie che costassero una certa somma di denaro, e pagarle con una banconota per la quale bisognasse dargli un certo resto, e il cassiere non doveva avere il resto sufficiente, e il cliente doveva accettare di portarsi via qualche cara- battola… E dopo che si fossero verificate tutte queste improbabilità nella loro debita successione, veniva la cosa più difficile, e cioè che il cliente ci azzeccasse nel prendere proprio quelle che doveva prendere, fra l’innu- merevole varietà stravagante e variopinta a sua disposi- zione… no, decisamente c’era una sola probabilità fra tante migliaia di bilioni: era come indovinare un atomo fra tutti quelli che formavano l’Universo. Ciò rendeva verosimile, e persino necessario, un intervento degli extraterrestri, che erano anch’essi una improbabilità, ma già istituzionalizzata dalla leggenda popolare. La realtà è una grande coincidenza. Grandissima, se si pensa all’e- norme quantità di unità materiali e immateriali che la formano. Lo stesso calcolo dell’innumerevole che avevo fatto si applicava a tutto. Perché un uccellino pigoli in un

preciso istante, è necessario lo stesso colossale cumulo di convergenze. Il corollario di tutto ciò era che in ogni sto- ria, perché succedesse, dovevano intervenire gli extrater- restri. Insomma. Che servissero a qualcosa. Anche se, collocati in questa funzione così quotidiana e routinaria, avrebbero perso il glamour della loro stranezza. Ebbene, se davvero bisognava pensare a quantità cosmiche, quanto tempo aveva dovuto aspettare Jonathan? Quali eternità di calcolo delle probabilità aveva dovuto sopportare facendo il palo, finché non ero comparso io? dal mio punto di vista era lusinghiero che avessero avuto tanta pazienza per me. C’era molto di cinese in quella virtù. Anche di animale, per esempio del gatto, che può passare tutta la giornata immobile con gli occhi fissi sul buco nel battiscopa in cui è scomparso il topolino. Una pazienza sovrumana, che conferiva a Jonathan un’aura temporale che lo distanziava e lo ingigantiva. Forse in questo stava il segreto dell’attrazione che aveva esercitato su di me, altri- menti inspiegabile in un ragazzo piuttosto insignificante. d’altra parte, forse non era neanche tanto complica- to. Bastava che un cliente pagasse con una banconota di grosso taglio, e che il cassiere provvedesse a regolare la questione del resto facendogli portare via la quantità richiesta di oggetti. E questi potevano essere oggetti qualsiasi, magari non erano prestabiliti, al contrario:

erano loro a determinare il corso degli avvenimenti; il cliente poteva portarsene via uno o l’altro, a caso, della grande varietà disponibile, e da questi sarebbe dipesa l’avventura che avrebbe vissuto il loro portatore. In ogni caso, restava in piedi la domanda da cui ero partito e con la quale avevo l’impressione di dover con- cludere: perché quel cliente, il protagonista, ero stato io?

La risposta, se c’era, doveva trovarsi nel rospo, perché il rospo conteneva la sostanza misteriosa ed era stato in casa mia. non volevo arrischiare un’ipotesi qualsiasi solo perché mi passava per la testa, dato che non c’è modo migliore di scivolare nel delirio, ma ecco la cosa più pro- babile: gli extraterrestri, o una loro fazione, per combat- tere la nostalgia che li spingeva a tornare avevano «bru- ciato le navi», come Hernán Cortés, cioè avevano distrut- to la loro astronave interplanetaria disintegrandola in globuli. Però si erano riservati, non si sa mai, la possibi- lità di ricostruirla, nascondendo la sostanza necessaria per farlo all’interno di un banale rospo di pietra… Que- sto doveva essere successo molti anni prima e con il pas- sare del tempo era diventato una leggenda, con l’inestri- cabile mescolanza di verità e poesia comune a tutte le leggende. Per loro «bruciare le navi» era stata una deci- sione importante, un modo di sfidare la nostalgia e impegnarsi a combatterla ma, nel rendere impossibile il ritorno, anche uno stimolo per quella stessa nostalgia. Quel combattimento, la resistenza al sentimento corro- sivo della nostalgia, era stato l’obiettivo del viaggio. Altrimenti, perché si sarebbero arrischiati a compiere una lunga e pericolosa traversata dell’etere, se alla fine del viaggio c’era la stessa cosa che avevano lasciato alla partenza? Fatto sta che quella nostalgia avevano già ini- ziato a sentirla quando erano nelle loro case; il mondo si trovava da un’altra parte, era lo stesso ma si trovava lon- tano, dall’altra parte dei soli e delle lune; dal momento in cui si formula la nozione dell’identico, è inevitabile sentire la dolorosa lontananza dello stesso. Hanno capi- to che alla lunga la nostalgia sarebbe stata la loro rovina:

il virus che avrebbe fatto sì che tutto smettesse di valere

la pena, che gli avrebbe tolto la voglia di vivere. E che insieme a loro avrebbe ammazzato l’universo intero. Hanno fatto quello che potevano. Si sono adattati; questo era il meno. difficile sarebbe stato disadattarsi. L’unico problema serio, all’inizio, era lo scarto orario: ci mettevano duecentocinquanta milioni di anni per addormentarsi, e quelle lunghe insonnie, forse, sono sta- te all’origine della malinconia che ha segnato tutta la loro permanenza fra noi. Finché è arrivato il giorno in cui hanno desiderato tornare. Perché si sono decisi? non lo so; e molto proba- bilmente non lo saprò mai. Forse perché consideravano conclusa l’esperienza, semplicemente. A quel punto sono intervenuto io, quando era ormai impossibile separare i fatti dalla leggenda. dovevano recuperare il rospo che conteneva il post-marmo, hanno organizzato un concor- so, hanno stabilito i termini, in codice, alla televisione, eccetera, eccetera, eccetera. Su questo semplice schema funzionale io avevo costruito tutto un complesso di volu- te e chincaglierie fantastiche, quasi tipiche di quella fan- tascienza che aborrisco. Eppure, c’era un’altra sorpresa. Quando abbiamo aperto la cassa, che era effettivamente la cassa con la regi- strazione delle immagini, queste si sono liberate tutte insieme. La liberazione è stata quasi un’esplosione, tante erano le immagini «registrate». A quanto pareva, aveva- no sviluppato una tecnologia di compressione che per- metteva di conservare nello spazio ridotto della cassa una quantità inconcepibile di immagini, forse tutte. doveva esserci un dispositivo per estrarle una alla volta, o in serie limitate. Sollevare il coperchio così, semplicemente, era una bestialità che poteva venire in mente solo a dei ter-

racquei ignoranti come noi. Si è prodotto un vortice che ci

ha trascinati via, in una confusione di correnti d’aria tal-

mente forti che ci sballottolavano e per poco non ci solle-

vavano in alto. Le immagini, in quanto immagini, sono

immateriali, ma nessuno può dire (noi sì, per averlo spe- rimentato sulla nostra pelle) quale sarebbe l’effetto di tut- te le immagini che si decomprimono di colpo. Alle turbo- lenze nell’atmosfera si è aggiunto un suono, il più violento e irritante che esista. Sembrava una sirena, ma apocalitti-

ca; cresceva d’intensità in modo sempre più rapido, e in

pochi secondi ci stava già perforando i timpani. Quel suo-

no

doveva avere una spiegazione, e se in quel momento

mi

fossi messo a pensarci l’avrei trovata, perché ho piena

fiducia nella mia capacità di trovare spiegazioni; se mi mettessi a pensarci adesso che ho tempo e sono più cal- mo, idem: ma adesso non ha più importanza. doveva essere qualcosa che riguardava il propagarsi delle onde,

sia quelle visive che quelle sonore; quell’arco che si va

allargando fino ad arrivare alla linea retta, che è quella del laser o della sirena, eccetera, eccetera, eccetera. (Ho sem- pre meno voglia di scrivere.) Jonathan ha fatto un vano tentativo di rimettere il coperchio al suo posto. non c’è riuscito, ovvio. Barcolla- va e ballonzolava come una marionetta; io probabilmen- te facevo la stessa cosa. La mia faccia si era contratta in una smorfia, come se mi stessero strappando i denti uno alla volta. non ero sicuro, tanta era la forza delle corren- ti che mi scuotevano, di riuscire a mantenere la posizio-

ne verticale ancora per molto. Con non poca sorpresa ho

visto che Jonathan mi rivolgeva un’occhiata di rimprove-

ro. Perché a me? Che colpa avevo io? È vero, ero stato io

ad aprire la cassa, ma lo avevo fatto, come quasi tutto

quello che avevo fatto, per accontentare lui. Il senso d’in- giustizia si è aggiunto alla tortura delle orecchie (doveva mancare poco perché ci scoppiassero i timpani) e al bar- collamento provocato dall’agitazione degli atomi dell’at- mosfera. Bisognava prendere subito una decisione, ma se volevamo metterci d’accordo avremmo dovuto farlo a gesti, perché parlare sovrastando quell’ululato era fuori discussione. Sembrava che la nostra società in nuce fosse perseguitata da problemi di comunicazione. Ho alzato gli occhi e ho girato la testa da entrambi i lati, nel classico atteggiamento di chi cerca una via di fuga. Mi sono reso conto che il suono, pochi secondi dopo che era iniziato, già riempiva tutto lo spazio interno, rim- balzava contro le pareti, girava mulinando, si intrecciava con i propri echi anticipati, l’aria vibrava come un milio- ne di lamine, lo spazio stesso era diventato una tuba. Fuggire era una priorità. Ma non c’è stato niente da deci- dere perché, come dicevo, venivamo trascinati. Il super- mercato era diventato un fischio gigantesco. Il suono e il soffio erano una cosa sola. Che ci portava verso il fondo; io avrei preferito andare verso la strada, ma opporre resi- stenza era una chimera. Jonathan urlava qualcosa che non ho sentito: lo vedevo soltanto muovere le labbra. Ho immaginato che dicesse: «La polizia!» Era abbastanza plausibile che lo dicesse, perché qualcuno doveva pur accorrere verso quel terremoto atmosferico e quel rumo- re; i vicini probabilmente stavano chiamando il 911. La semplice idea di dover spiegare la mia presenza in quel posto mi scoraggiava. Ho deciso che, qualunque cosa fos- se successa, non avrei parlato di extraterrestri; non solo non mi avrebbero creduto, non avrebbero creduto nem- meno che ero pazzo: lo avrebbero preso per uno strata-

gemma per dissimulare intenzioni criminali sotto la maschera del pazzo. Allo stesso tempo, però, ho capito che inventare una storia qualsiasi mi sarebbe risultato

impossibile, tanto quanto dire la verità. non restava altro

da fare che lasciarsi andare e aver fiducia, con l’ingenuità

dei bambini di una volta o delle bigotte di sempre, nel fatto che la Provvidenza avrebbe scelto la cosa migliore per noi due. L’impulso era ormai fuori controllo e la sire- na non sembrava più una sirena, ma l’urlo disperato di un animale. L’inesistente parete di fondo ci ha inghiottito. Mentre saltavamo nel vuoto si è avuta la dimostrazione che il supermercato era un mezzo, non un fine. La sua realtà era

indiscutibile, ma non si esauriva in sé stessa. Era soltanto

la soglia di accesso ad altre realtà, funzionale a queste.

Insieme a noi sono precipitate le immagini, che già si sta- vano espandendo benché rimanessero invisibili. Ritro- vandosi all’aria aperta (il supermercato evidentemente aveva svolto la funzione di un tubo), si sono sparpagliate

in tutte le direzioni, e non abbiamo più sentito l’estrema

pressione con cui ci avevano spinto. non abbiamo toccato terra, però, perché eravamo già sospesi nel vuoto. Siamo stati attirati dal pozzo. di colpo eravamo in caduta libera,

il che era piuttosto preoccupante (mi sono visto con tutte le ossa fracassate). Ho riflettuto, nella misura in cui pote-

vo farlo nell’urgenza di quella circostanza, e non capivo

perché non avevamo avuto il sangue freddo di aggrappar-

ci a qualcosa. La trazione era stata così forte? In quel

momento, durante la caduta libera, sembrava remota e fittizia; e così pure la sirena, che risuonava lontana, come

se avessimo dato le spalle alle onde. non avevamo oppo-

sto alcuna resistenza, una negligenza che occorre sempre

rimproverarsi, anche se nelle avventure c’è, o dovrebbe

esserci, una certa tolleranza. Era la prima volta nella mia vita che mi ritrovavo in caduta libera. Si potrebbe dire, come si dice a un certo punto dello sviluppo dell’azione, che «le cose precipitavano», salvo che in questo caso a precipitare eravamo noi. Jonathan sgambettava e si sbracciava per aria imitan-

do un gatto, o l’idea che se n’era fatto. A me che, sprovvi-

sto della sua flessibilità, cadevo di fianco a lui come un pesante sacco di patate, sono passate per la testa mille cose. La prima delle quali, convenzionalmente, è stata:

«non può capitare a me». In quel momento ho avuto un

flash d’intuizione, ma mentre ricapitolo i fatti e ci penso

mi rendo conto che quella frase è il compendio del reali-

smo. E siccome la mia bussola nel labirinto dei fatti, dal momento del mio ingresso nel mondo dei supermercati cinesi, era stata la realtà, anche in quella occasione ho trasformato l’intuizione in una considerazione realistica

di ciò che stava succedendo. non so se eravamo caduti in

una trappola ben congegnata o se ce l’eravamo cercata

da soli, ma ciò che avevamo liberato, maneggiando bru-

talmente la cassa, doveva essere qualcosa di più di un

forte vento. degli extraterrestri, di tutti gli innumerevoli extraterrestri inventati dalla narrativa di genere, non si

sa nulla con certezza, tranne una cosa su cui tutti con-

cordano: non fanno niente senza un motivo. Ciò si deve

alla loro appartenenza alla suddetta narrativa di genere, nella quale non rimangono mai fili sciolti. Perciò non potevano essersi impegnati ad accumulare immagini semplicemente per hobby. dovevano aver perfezionato

la trasmissione delle immagini a distanza, in modo da

potersi inserire essi stessi nella trasmissione e viaggiare.

dopotutto, le immagini sono di per sé una forma di tra- smissione. non bisogna far altro che accentuare un po’ questo loro aspetto perché diventino veicoli efficienti quanto rapidi. Ecco com’erano arrivati. Le immagini erano il combustibile che gli occorreva. Era per questo motivo che ne avevano fatto incetta. E ora, a causa della nostra goffaggine e imprudenza, le immagini si erano impadronite di noi. Ci stavamo spostando sotto forma di immagini! Questo spiegava perché non vedevamo nien- te. Eravamo, momentaneamente, delle immagini, e le immagini non vedono. La macchina che senza volere avevamo messo in moto ci stava portando in un altro mondo. Era soltanto un’ipotesi, ma bastava pensarci e formularla con queste parole (ci stavano portando in un «altro mondo»!) per provare il terrore più giustificato. Per fortuna le frazioni di secondo della caduta non ci hanno dato il tempo di calcolarne le conseguenze e di lasciarci vincere dal panico, processo che, benché gene- ralmente rapido, richiede comunque un po’ di tempo. E

poi, se non mi avevano mentito, c’era il fatto che quell’al- tro mondo era identico a questo. Ciò che non mi era venuto in mente fino ad allora, nonostante fosse di una logica assolutamente elementa-

re,

era che, trattandosi di due mondi identici, non c’era-

no

un mondo e un altro, non c’era differenziazione, quin-

di

non c’era numero. Cioè, non erano due. Potevano

essere una qualsiasi quantità. dal momento in cui smet-

teva di essere uno, era una quantità indefinita. O meglio, una non-quantità.

E se sembra impossibile (lo sembra persino a me,

quando me ne ricordo) che nel brevissimo lasso di tem-

di una caduta io abbia potuto dispiegare questi ragio-

po

namenti, devo ricordare (e ricordarmi) che da una cosa ne veniva fuori un’altra secondo la logica, e la logica, a differenza del racconto, non impiega tempo, è istanta- nea come la matematica. Invece mi ci sarebbe voluto del tempo per generaliz- zare e farmi carico del danno che forse stavamo causan- do al mondo, al vecchio e unico mondo in cui eravamo vissuti fino a quel momento. non mi spiego come, ma ho avuto il tempo per farlo. doveva trattarsi di tempo mar- ginale; oppure la compressione della logica aveva pro- dotto un’espansione compensatoria. Il mondo in generale poteva essere colpito da questa fuga involontaria di cui eravamo i protagonisti. non per- ché fossimo tanto importanti. Anche se fossimo stati due fili d’erba, due protozoi, due atomi, l’effetto sarebbe stato il medesimo perché il mondo era un sistema solidale per- fino nel suo pezzo più minuscolo. E siccome non poteva continuare a funzionare senza un pezzo, rischiava di col- lassare! Quest’ultima cosa però era improbabile; mi stavo lasciando conquistare dal vocabolario della fantascienza. Un dispositivo di protezione, che non poteva mancare in un marchingegno così sofisticato come il mondo, avrebbe fatto sì che anche tutti gli esseri che lo abitavano fossero trasferiti, infilandosi nel buco aperto da noi. In quel modo si sarebbe ristabilito l’equilibrio, a costo di una trasforma- zione completa. La trasformazione sarebbe passata inos- servata, perché ne sarebbe risultato un mondo identico a quello trasformato; ciò mi garantiva una certa impunità per proseguire nelle mie elucubrazioni. Ma un altro mondo, pur essendo identico, era un altro. Innumerevoli altri, come avevo già stabilito. Rim- balzavamo da un mondo all’altro, nella vertiginosa istan-

taneità della logica. L’impunità diventava responsabili-

tà. nelle mie mani c’era il destino del cosmo che diventa-

va

un altro… Malgrado tutta la simpatia che Jonathan

mi

aveva suscitato, non potevo contare su di lui, che non

aveva altro orizzonte al di là del meschino reddito dei supermercati cinesi. Cioè, non c’era nessun altro all’in- fuori di me che potesse assumersi il compito. Sentivo una voce che mi incitava dicendo che potevo

farcela, che dovevo solo avere fiducia in me stesso: «devi farlo a modo tuo! Secondo il tuo stile! devi trovare il tuo

stile!»

In quel momento, curiosamente, una cosa del tutto estranea alle mie capacità, come essere originale e dimen-

ticarmi delle regole, mi sembrò fattibile. In realtà, niente

di

tutto ciò costituiva una novità per me. Era una via che

le

mie narrazioni mentali avevano già percorso, e non

molto tempo prima. Un giorno, un pomeriggio di quello

stesso inverno, me ne stavo seduto su una panchina di

plaza de la Misericordia e mi ero messo a contemplare un cane addormentato. Può sembrare un oggetto poco adat-

to ad attirare l’attenzione, ma nello stato in cui mi trovavo

ero grato a qualsiasi cosa che riuscisse a distrarmi. Il mio stato d’animo, prevedibilmente, era di grande sconforto. Che altro aspettarsi dalla disoccupazione, dall’accumulo

di un senso crescente di inutilità, dal senso di colpa che

impregnava ogni fibra del mio matrimonio. Mentre io lasciavo che le ore strisciassero dentro di me come serpi sonnolente, mia moglie si ammazzava di lavoro. non si lamentava, non me lo rinfacciava. E sapevo (dolorosa- mente) che nel lavoro metteva un impegno e una respon- sabilità impeccabili. La sua etica era quella di un samurai. non evitava alcuna delle esigenze del dovere. Io, invece,

con la scusa della salute cagionevole, mi lasciavo andare… In fondo non potevo nascondere a me stesso che provavo piacere nel farlo. Lo facevo perché lo desideravo, per una profonda debolezza morale. niente, infatti, mi avrebbe impedito di cercarmi un’occupazione compatibile con lo stato delle mie valvole cardiache. La mia volontà era con- torta, e non potevo far altro che lamentarmene, eppure quelle lamentele mi suonavano ipocrite, con il che si chiu- deva il cerchio della colpa. Il cane addormentato, d’altra parte, era uno spettaco- lo degno d’ammirazione. non aveva destato soltanto la mia curiosità. La gente che gli passava di fianco si ferma- va a guardarlo, i cani lo annusavano, tutti dovevano pen- sare la stessa cosa che avevo pensato io: che era morto. Tuttavia, a giudicare dalle risate che suscitava non era così: quelli che si chinavano per guardarlo da vicino lo sentivano respirare. E allora diventava comico, nella sua indifferenza per il pubblico della piazza, nella sua deci- sione di godersi una pennichella. E dormiva davvero profondamente. I bambini, e anche qualche grande, si divertivano a sollevargli una zampa: nell’abbandonarla ricadeva come un oggetto inerte. Impossibile non invi- diare quel grado di rilassatezza. Mi era venuto in mente che se avessi avuto la pazien- za necessaria sarei potuto rimanere dov’ero finché il cane non si fosse svegliato. Allo stesso tempo, ero consapevole che non l’avrei fatto: la pazienza non è il mio forte, e già mi stavo annoiando. Ciò nonostante, mi ero trattenuto ancora un po’, assaporando la strana sensazione di essere io a svegliarmi in una realtà improvvisamente moltipli- cata. Avevo pensato: il mondo in cui ci si sveglia è diver- so da quello in cui ci si è addormentati. Basta aprire gli

occhi. Un altro mondo, ma io non sono di quelli che cre- dono in mondi con cieli rossi, alberi di nichel, montagne viventi e abitanti simili a scarabei… no. non ho mai ceduto a queste sgargianti fantasie, e lì nella piazza,

davanti al cane addormentato, avevo capito di avere una causa per la quale chiamare a raccolta i miei ultimi resti

di vigore morale. In quella resistenza alle vanità della

fantascienza vedevo una missione redentrice autoimpo-

sta, che avrebbe compensato in qualche modo le volte che avevo chinato la testa nella vita: rivendicavo il mon- do così com’era, senza accampare scuse per modificarlo a mio piacimento. L’altro mondo in cui si sarebbe svegliato il cane (e io, ipoteticamente) sarebbe stato identico a questo, ma non

lo stesso. Una duplicazione. Ma come…? Con l’istinto

tipico dei disoccupati, che non hanno altro da fare se non calcolare quanto tempo e quanti sforzi occorrereb-

bero per fare le cose, avevo cercato di immaginare come

si sarebbe potuto ricostruire un duplicato del mondo.

Avevo alzato gli occhi verso gli alberi, i vecchi alberi del-

la piazza, e sopra il cielo con le sue nuvole, e sotto la gen-

te che passava, i bambini che giocavano… Tutto era

innumerevole nelle sue forme, nei suoi contorni e volu- mi. nei suoi movimenti. Come ricostruirlo, punto per punto, in un altro luogo dell’universo? (Peggio ancora, come fare in modo che anche quel luogo fosse identico, senza smettere di essere un altro?) Riprodurre una sola foglia di un solo albero, con mezzi artigianali umani,

avrebbe portato via anni di lavoro, e dare a quella secon-

da foglia la stessa vita della prima, il suo verdeggiare, il

suo seccarsi e cadere e danzare nel vento e decomporsi nel terreno, una cellula dopo l’altra e un istante dopo l’al-

tro, avrebbe richiesto un ingegno e un sapere sovrumani. E farlo con tutte le foglie del mondo, e con le pietre, le mosche e le auto e noi esseri umani con ciascuno dei nostri pensieri…? E poi i pianeti, le stelle, le nove e i buchi neri… nessuno avrebbe potuto farlo. Era una di quelle cose che sono già fatte. Ci pensavo seduto nella piazza, senza sapere che a pochi metri di distanza, sulla porta di casa mia, c’era il rospo, il contrassegno di pietra che avrebbe indotto i giramondo a scegliere me per quell’avventura. A meno che non mi fossi scelto da solo, nel qual caso il suggeri- mento della mia voce interiore (avere fiducia nella mia intuizione, seguire il mio stile) era superfluo, perché ave- vo agito così fin dall’inizio. Ma non era più l’inizio, era il finale. Eravamo nell’ul- tima e definitiva tappa dell’avventura, quando si anticipa che, nonostante il gravissimo pericolo, ci sarà un lieto fine. Gli oggetti in miniatura del cinese avevano segnato via via l’ordine della serie, offrendo la soluzione, o forse creando il problema, a ogni passo successivo. Avrebbero dovuto farlo anche nella suprema congiuntura in cui mi trovavo. Me ne restava qualcuno? di sicuro non c’era un paracadute. non so se ero a testa in giù, credo di sì, e anche se non vedevo niente ho visto qualcosa di lucci- cante che cadeva insieme a me. Era forse Jonathan, tra- sformato in un buchetto d’oro? non mi è sembrato improbabile, viste le numerose mutazioni che avevo dato per scontate nell’ultima ora. Invece no. Era uno dei famosi e ricorrenti piccoli oggetti, l’ultimo che mi rima- neva in tasca, da dove era stato estratto dalla forza di gravità in una delle mie capriole: l’anello. E non era d’o- ro, ovvio, bensì di plastica dorata cinese, una cianfrusa-

glia inutile di cui mi ero impadronito soltanto per il fastidio e la voglia di farla finita una volta per tutte. Un’improvvisa fiducia si è impadronita di me: se tutti gli altri talismani del resto erano serviti a qualcosa, perché non avrebbe dovuto farlo anche questo? Un anello, sia pure un semplice gingillo, è un oggetto eminentemente simbolico. E c’è un racconto, che conosco in modo impreciso, su un anello che rende invisibile il suo porta- tore. niente impediva che fosse questo (è vero altresì che niente lo garantiva); l’invisibilità era lo scudo protettivo perfetto contro l’impatto delle immagini. Ho allungato la mano per prenderlo. non è stato necessario. È succes- so qualcosa di notevole: ci ho infilato il dito di colpo, al volo, come l’anello della giostra. O meglio, l’anello mi si è infilato da solo al dito, come quando il conducente della giostra accettava la mancia del papà e metteva l’anello al dito del bambino. Mi è sembrato un ottimo auspicio. È rimasto all’anulare della mano destra, insieme alla fede nuziale; in una sorta di bigamia mistica ero sposato sia con mia moglie, la mia derelitta e fedele sposa, sia con la realtà rivelata. Con l’anello al dito e le falde del Packard che mi svo- lazzavano intorno come neri albatros turbolenti, mi sen- tivo sicuro. O non tanto…

X

L’ atterraggio è stato un anticlimax. Come se non cadessimo da nessuna parte. Ecco la spiegazio- ne che mi sono dato: durante la presunta cadu