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Busi D La chiave delleconomia

LA CHIAVE DELLECONOMIA
di Daniele Busi
22 set 2015

PER UN MONDO INNOVATIVO, EFFICIENTE E NATURALE


La chiave dellanalisi macroeconomica risiede nella comprensione di due concetti fondamentali,
che troppo spesso sono dimenticati o ignorati nel dibattito pubblico. Il primo di questi che, a
livello macroeconomico, la spesa e il reddito sono due facce della stessa medaglia: esiste
reddito solo a seguito di una spesa equivalente. Se consideriamo un sistema economico nel suo
complesso, possiamo dire che il reddito totale sia esattamente equivalente alla spesa totale che
stata sostenuta in tale sistema. Per le imprese il reddito generato dalla spesa dei clienti, per
i lavoratori il reddito generato dalla spesa del datore di lavoro, eccetera.
Nel momento in cui, per ragioni legate a variabili esterne (prezzo del petrolio, bolle finanziarie)
o interne (eccessiva pressione fiscale), la spesa totale diminuisce, ecco che si ha una crisi,
ovvero una diminuzione del reddito totale. Le imprese faticano a vendere poich i clienti non
spendono, i lavoratori vedono il proprio stipendio abbassarsi, o vengono licenziati. Aumenta cos
la disoccupazione e diminuiscono i profitti delle imprese: non ci guadagna nessuno.
La crisi non quindi dovuta alla mancanza di soldi, ma alla mancanza di soldi spesi: fenomeno
ben noto a John Maynard Keynes, che parlava a tal proposito di paradosso del risparmio. Se
tutti domani mattina si mettessero a risparmiare tutto il proprio reddito, allora non vi sarebbe
pi alcuna spesa allinterno del sistema economico, si annullerebbero i redditi, le imprese
chiuderebbero e tutti perderebbero il lavoro.
Ma facciamo un esempio. Immaginiamo che nellanno 3201 la spesa e il reddito totali del pianeta
siano pari 100 globi (la valuta globale). Se nel 3202 i cittadini della Terra volessero risparmiare
20 globi dei 100 guadagnati, allora ecco che ne verrebbero spesi solamente 80. Il reddito totale
dellanno 3202 scenderebbe quindi a soli 80 globi. Una catastrofe causata dal risparmio. Tutto
ci suona molto innaturale, paradossale, appunto. Il risparmio solitamente associato ad un
momento florido di uneconomia, non certo ad una crisi.
Ecco che necessario, per non cadere in contraddizione con lesperienza, introdurre il secondo
concetto fondamentale: la valuta un monopolio. La valuta, lo strumento su cui si basa
lesistenza stessa del mercato, un oggetto che pu essere creato e distrutto unicamente dal
suo monopolista. Tale soggetto lo Stato, che impone tramite la legge e con la tassazione
lutilizzo di una particolare valuta entro i propri confini. Lo Stato, spendendo a deficit, pu
soddisfare la volont di risparmio del settore privato, evitando in questo modo una diminuzione
della spesa totale e risolvendo il paradosso.
Nellesempio precedente, lo Stato globale dovrebbe spendere a deficit 20 globi nellanno 3202,
quando il settore privato disposto a spenderne solo 80, per mantenere il livello del reddito
totale a 100 globi. Si noti che la spesa pubblica dello Stato, per avere effetto sul livello
complessivo di spesa e reddito, deve essere effettuata in deficit, cio non deve essere coperta
da unimposizione fiscale. Spendere 20 e tassare 20 sarebbe del tutto equivalente a non fare
nulla, per quanto riguarda il reddito complessivo.

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La spesa a deficit dello Stato deve quindi adattarsi alla volont di risparmio del settore privato,
espandendosi nei momenti in cui il settore privato tende a risparmiare di pi, e riducendosi in
caso contrario. Tale strumento lunico antidoto ad una crisi che, in assenza di stimolo esterno,
non pu che avvitarsi sempre pi su se stessa: il settore privato tende per necessit a spendere
meno del proprio reddito (cio a risparmiare), mentre luscita dalla crisi pu essere raggiunta
solo in presenza di un soggetto che spenda pi del proprio reddito e spinga leconomia.
evidente che lunico soggetto in grado di permettersi tale comportamento sia il monopolista
della valuta, che non risponde per natura a logiche di profitto.
Si tenga in considerazione unultima (non meno importante) precisazione: se lo Stato emette
una propria valuta, esso non ha nessun vincolo di bilancio: la spesa a deficit, se necessaria, pu
essere sostenuta senza conseguenze negative, poich lo Stato esso stesso il creatore della
valuta. Come un cinema non pu finire i propri biglietti, cos uno Stato sovrano non pu finire i
soldi, cio non pu fallire nella propria valuta. Il vincolo di bilancio si presenta solamente nel
caso in cui lo Stato decida di utilizzare una valuta straniera, che esso non emette. questo il
triste caso delleurozona, in cui il monopolista delleuro la Banca Centrale Europea, istituita
dagli Stati membri con il Trattato di Maastricht. La perdita della sovranit monetaria per gli
Stati europei solo uno dei molti vincoli che essi hanno deciso di autoimporsi negli ultimi
decenni, e che tuttavia conservano il potere di eliminare.
Se ci che abbiamo scritto fino ad ora vero (invitiamo tutti alla riflessione e alla critica), allora
questa la chiave delleconomia: una spesa pubblica a deficit che elasticamente si adatti alle
necessit di risparmio del settore privato, stimolando la domanda di beni e servizi e mantenendo
il livello di spesa e reddito al massimo delle potenzialit del sistema economico. Le conseguenze
positive sarebbero molteplici, tra cui la crescita dei profitti per le imprese e il raggiungimento
della piena occupazione. Gli investimenti in infrastrutture, ricerca ed educazione resi possibili
dalla spesa a deficit potrebbero inoltre andare a generare quella tanto ricercata competitivit
sistemica che oggi manca alleconomia italiana in particolare: non si tratterebbe di
unasfissiante competitivit di prezzo, ma di una sana competitivit sulla qualit e
sullinnovazione. Liberando lo Stato da insensati e miopi vincoli di bilancio si potrebbe quindi
tornare a guardare al futuro con fiducia, sfruttando al massimo la capacit produttiva a
disposizione e valorizzando appieno il capitale umano di cui si compone la societ. Si potrebbe
finalmente tornare ad adoperarsi per soddisfare quella necessit intrinseca alla specie umana
che stiamo lentamente abituandoci a dimenticare: il progresso.
articolo gi pubblicato sulla rivista Bergamo Economia

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