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Eleonora Cavallini

Pavese tra gli di:


Calvino primo commentatore dei Dialoghi con Leuc

Come noto, e come ho gi avuto occasione di sottolineare in altra sede, Pavese rest profondamente deluso dalla freddezza con cui furono
accolti, sia nellambiente letterario che in quello accademico, i Dialoghi
con Leuc, opera cui lo scrittore teneva in modo particolare, al punto da
considerarla come il suo biglietto da visita presso i posteri (lettera a
Billi Fantini del 20 luglio 1950). Lamarezza di Pavese, non disgiunta da
un certo sussiegoso orgoglio, emerge pi volte dallepistolario. Cos ad
esempio, l11 dicembre 1947, egli scrive a Bona Alterocca: Leuc un
maledetto libro su cui nessuno osa pronunciarsi: tutti stanno ancora
leggendolo. Di analogo tenore una lettera scritta pochi giorni prima
(3 dicembre 1947) a Tullio e Cristina Pinelli, in cui tuttavia viene evidenziata unimportante eccezione: [i Dialoghi] non piacciono a nessuDesidero ringraziare Mariarosa Masoero del Centro di Studi di Letteratura Italiana
in Piemonte Guido Gozzano-Cesare Pavese, la Casa Editrice Einaudi in particolare
Roberto Cerati, Laura Piccarolo e Carmen Zuelli , nonch lAvvocato Maurizio Cossa,
rappresentante della famiglia Pavese, per avermi permesso di leggere alcuni inediti di
Pavese, e in particolare di trascrivere e pubblicare un risvolto di copertina riguardante
Luciano di Samosata (cfr. infra).

Cfr. E. Cavallini, Cesare Pavese e la ricerca di Omero perduto: dai Dialoghi con Leuc alla traduzione dellIliade, in Omero Mediatico. Aspetti della ricezione omerica nella
civilt contemporanea, a cura di E. Cavallini, Dupress, Bologna 2010, pp. 97-132.

Sullatteggiamento di diffidenza assunto dallambiente letterario dellimmediato


dopoguerra nei confronti di unopera cos atipica come i Dialoghi con Leuc, cfr. da
ultimo A. Falco, La figura di Odisseo nei Dialoghi con Leuc, in Cesare Pavese tra cinema e letteratura, a cura di M. Lanzillotta, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pp. 216 s.

In Lettere 1945-1950, a cura di I. Calvino, Einaudi, Torino 1966 (dora in poi citato
come Lettere II), p. 553.

In Lettere II, p. 203.

In Lettere II, p. 201. Sulla figura di Tullio Pinelli come drammaturgo, e soprattutto
come autore di sceneggiature cinematografiche, cfr. Cavallini, Cesare Pavese, cit., p. 98
n. 6.

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no, tranne a un valente professore di greco e studioso delle religioni.


Il valente professore era, notoriamente, Mario Untersteiner, che alla
fine del 1947 avrebbe pubblicato, ne Leducazione politica, una recensione nettamente favorevole ai Dialoghi. interessante notare come in
questo scritto, breve ma puntuale e penetrante, lillustre studioso trentino lasci trapelare la consapevolezza di essere una voce fuori dal coro:
Che i Dialoghi con Leuc di Cesare Pavese siano documento di una singolare comprensione dei grandi momenti, che costituiscono eterne fonti dangoscia per gli uomini, che questi momenti siano modernamente rivissuti nella
sostanza dellesperienze egee preelleniche ed elleniche; che infine londa
drammatica della poesia li animi con un impeto di irruente persuasione, io
non dubito. Se avr molti consenzienti non so, n mi preoccupo. Per me il libro presenta un suo valore singolare.

Come sempre restio ad adeguarsi alla communis opinio, in particolare


allopinione dei filologi classici del tempo, cui verosimilmente Pavese
doveva apparire non pi che un dilettante privo di institutio accademica, Untersteiner esprime con chiarezza e onest intellettuale il proprio
giudizio, anche a rischio di rimanere, almeno in quel periodo, totalmente isolato.
Senonch, limportante recensione di Untersteiner non , in ordine di
tempo, la prima pubblicazione relativa ai Dialoghi con Leuc: gi dal 10
novembre 1947 era infatti in circolazione un altro scritto, che forse lo

M. Untersteiner, rec. a C. Pavese, Dialoghi con Leuc, in Leducazione politica, I,


11-12 (1947), pp. 344-346. Sui successivi, fecondi sviluppi dellincontro fra Pavese e Untersteiner, con particolare riferimento alla traduzione dellIliade di Rosa Calzecchi Onesti
(1950), cfr. da ultimo Cavallini, Cesare Pavese, cit., pp. 101-103. Sul carteggio fra lo scrittore e la traduttrice, cfr. A. Neri, Tra Omero e Pavese: lettere inedite di Rosa Calzecchi
Onesti, in Eikasms, 18, 2007, pp. 429-447.

Cos Untersteiner, rec. a C. Pavese, Dialoghi con Leuc, cit., p. 344 (il corsivo mio).

Sullaccidentato percorso che conduce Pavese, liceale deprivato dello studio del
greco presso listituto DAzeglio di Torino, a recuperare successivamente, con lavoro
durissimo e ostinato, la conoscenza della lingua di Omero, cfr. G. Tesio, Augusto Monti
e Cesare Pavese: unaffinit dissimilare, in Cesare Pavese tra cinema e letteratura, cit.,
pp. 233-237. In unintervista rilasciata ad Andrea Icardi per il documentario Cesare Pavese. Ritratto (2008), Tullio Pinelli dichiara che Pavese, pur esonerato dallo studio del
greco al liceo, si tratteneva volontariamente in classe a sentire gli aoristi.

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stesso Pavese non considerava come una pietra di paragone significativa, in quanto proveniente dallinterno della casa editrice e a firma di un
giovane ventiquattrenne che per Pavese era pi un amico e un allievo che
non un vero recensore. Nondimeno questo lavoro generalmente trascurato presenta un notevole interesse, in quanto presuppone una conoscenza personale dello scrittore e del suo percorso culturale e letterario.
Come si evince dalle bibliografie pavesiane di Sergio Givone e Monica Lanzillotta e da quella calviniana di Luca Baranelli, il primo commento ai Dialoghi con Leuc si deve a Italo Calvino, che lo diffuse tramite il Bollettino di Informazioni Culturali di Einaudi (n. 10, 10 novembre 1947, pp. 2-3): nulla pi che un ciclostile destinato ai librai,
dunque una collocazione editoriale del tutto secondaria. Tuttavia la
scheda, puntuale e incisiva, offre spunti di riflessione importanti per la
Cfr. C. Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglielminetti e
L. Nay, Einaudi, Torino 1952, pp. 376 s.: Dato consigli dallalto dellet al giov. Calvino:
mi sono scusato di lavorare molto bene: anchio alla tua et ero indietro e in crisi. Qualcuno mi ha mai fatto questo discorso quando avevo venticinque anni? No sono cresciuto in una wilderness, senza agganci, con lorgoglio di preparare il mio atollo in questo
ignoto e scoppiare un giorno e, quando gli altri se ne sarebbero accorti, essere gi grandissimo. Come noto, Calvino, insieme con Lorenzo Mondo, oper una prima organizzazione dellarchivio e della biblioteca di Pavese, peraltro gi parzialmente ordinati
da Pavese stesso, e pubblic parte dellepistolario (anni 1945-1950); inoltre, nellarchivio
conservata una lettera di Fausto Codino a Calvino, datata 5 febbraio 1953, in cui il filologo discute il progetto, ideato dallo stesso Calvino, di pubblicare un volume di traduzioni dal greco eseguite da Pavese negli anni giovanili e poi tra il 1947 e il 1950 (Hyperpavese, AGP. FE 21.6, 2-3). Probabilmente, proprio lamicizia di Pavese indusse Calvino a
interessarsi ai miti greci, con significativi sviluppi, tra cui da ricordare almeno la spiazzante rivisitazione del mito di Orfeo e Euridice nelle Cosmicomiche (Einaudi, Torino
1965; per un confronto tra il dialogo pavesiano Linconsolabile, Laltra Euridice calviniana
e lOrfeo vedovo di A. Savinio, cfr. A. Cannas, Lo sguardo di Orfeo. Studi sulle varianti
del mito, Bulzoni, Roma 2004). Sullamicizia tra Pavese e Calvino, e sulle illuminanti
esegesi che Calvino dedic ad alcune opere pavesiane, in particolare al romanzo La luna
e i fal, cfr. R. Gigliucci, Cesare Pavese, Bruno Mondadori, Milano 2001, pp. 44-46.

S. Givone (a cura di), Cesare Pavese, Dialoghi con Leuc, Einaudi, Torino 1999, p.
190; M. Lanzillotta, Bibliografia pavesiana, Centro Editoriale e Librario, Rende 1999, p.
87.

L. Baranelli, Bibliografia di Italo Calvino, Edizioni della Normale, Pisa 2007, p. 56.

Lo scritto di Calvino fu ripubblicato, senza modifiche e non firmato (compare la


sola iniziale c.), nella rivista forlivese Fiamma garibaldina del 15 dicembre 1947; poi
in inglese, con il titolo Pavese amongst the Gods, in Publishers Monthly, Number 2,
February 1948, pp. 1-2.

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comprensione della genesi dei Dialoghi con Leuc e, in generale, per


linterpretazione dellopera di Pavese. Calvino cos esordisce:
Qualcuno, a leggere i Dialoghi con Leuc (Einaudi, 1947), ci rimarr disorientato: questa da Pavese non se laspettava. Chi lo conosce, no: sa che questo
Pavese dei Dialoghi sempre esistito accanto allaltro, quello dei romanzi;
anzi senza questo laltro non sarebbe possibile: sono un Pavese solo, insomma.
Prima tuttal pi si discuteva se Pavese fosse pi un narratore o pi un poeta. C chi, cio, vedeva muoversi anche nei poemetti di Lavorare stanca le
invenzioni e i modi della sua narrativa: o chi, forse pi sottile, vedeva i suoi
romanzi e i suoi racconti basarsi su momenti lirici e sapore di paesaggi.
Questo nuovo libro pu servire a scoprire quanta fatica, quanta ricerca anche erudita costi la sua tecnica creativa: scopre cio il Pavese umanista; perch l dove qualcuno crederebbe di trovare uno scrittore il pi spregiudicatamente moderno, i cui interessi si fermano ai Vittoriani e a Melville, c
invece un filologo che si traduce e annota il suo pezzo dOmero ogni giorno,
e uno scienziato che ha sviscerato tutta la pi avanzata cultura mondiale in
fatto dinterpretazione delle religioni primitive. Di questo lavoro gi erano
avvisaglie certi capitoli di Feria dagosto in cui Pavese chiariva agli altri e a s
i concetti di simbolo, mito, scoperta, infanzia, memoria ecc. come le ragioni
prime della narrativa e della poesia in genere, e della sua in particolare.

Nel presentare i Dialoghi con Leuc, Calvino riprende e al tempo


stesso rettifica, mitigandone alcune polemiche asprezze, le parole che
lo stesso Pavese aveva scritto per la copertina della prima edizione
dellopera:
Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore
realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c
scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio,
la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si ricordato di quandera a scuola e di quel che leggeva: si ricordato dei libri
che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tab, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, lassassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili
bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano,
tutti ammirano un po straccamente e ci sbadigliano un bel sorriso. E ne
sono nati questi Dialoghi.

Il breve scritto pavesiano riportato a p. 5 della citata edizione a cura di S. Givone.

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Dal punto di vista di Pavese, dunque, i libri incentrati sul mito, sulle
sue origini e sulle sue interpretazioni moderne (soprattutto di ambito
storico-antropologico e psicanalitico), sono i libri che legge ogni giorno, anzi gli unici libri che legge. Una rivelazione probabilmente inaspettata, perfino spiazzante per lambiente letterario in cui lo scrittore
aveva fino ad allora militato, e che si atteneva ai dettami del neorealismo
e di un irriducibile modernismo apparentemente incompatibile con una
narrazione di tipo anti-naturalistico, basata su immagini e simboli, al
punto che unopera incentrata su questi ultimi rischiava di apparire
frutto di disimpegno e autocompiacimento. Inoltre, nella temperie culturale postbellica, la mitologia, specialmente classica, era vista con diffidenza, per il fatto di essere stata strumentalizzata a fini propagandistici dai regimi totalitari di Italia e Germania.
Ma Calvino, nel proporre al pubblico i Dialoghi con Leuc, si mostra
Per un curioso errore (motivato, probabilmente, dal fatto che Pavese parla di se stesso
in terza persona), in quarta di copertina le parole dello scrittore sono attribuite a Givone.

Sullargomento, cfr. da ultimo Falco, La figura di Odisseo, cit., p. 216. Le idee di


Pavese riguardo al mito, e la stessa collana viola, furono oggetto di polemiche, soprattutto da parte di Franco Fortini con cui Pavese ebbe, fra il 1949 e il 1950, un acceso dibattito. In particolare, nella nota Discussioni etnologiche, scritta nel marzo 1950 e pubblicata in Cultura e realt, 1, maggio-giugno 1950 (ora in C. Pavese, Saggi letterari, Einaudi, Torino 1968, pp. 323-324), Pavese risponde ai rilievi mossi da Fortini contro E. De
Martino in Il diavolo sa travestirsi da primitivo, in Paese sera, 23, febbraio 1950. Scrive
Pavese: Dice invece Franco Fortini che linteresse desto in tutto il mondo per le cose
etnologiche e la mentalit primitiva, per ogni manifestazione mistica, magica, irrazionale, lo preoccupano assai, in quanto non si possono facilmente scordare i guasti politici
prodotti da una recente cultura irrazionalistica e in fondo folcloristica. Tanto pi lo
preoccupa il vedere che propugnatore di un rinnovato interesse per le cose primitive e
arcaiche si faccia proprio uno studioso marxista e ci in nome di una santa crociata che
nel paese del socialismo si andrebbe combattendo nello stesso senso. Egli teme insomma
che la possa del socialismo unita allargomento della mente partorisca un tale mostro
di brutale mistico fanatismo attivista, da risuscitare incubi recenti. Che dire? Noi salutiamo lietamente linteresse socialista per la mentalit magica e mitica e vorremmo rassicurare Fortini che il pericolo da lui prospettato non sussiste. Sullargomento, cfr. da
ultimo M. Palumbo, Fortini, Pavese e il mestiere di scrivere, in Cesare Pavese tra cinema
e letteratura, cit., pp. 255-274.

Sul ruolo svolto da alcuni classicisti vicini al nazismo, come H. Berve e F. Schachermeyr (questultimo autore, fra laltro, di Alexander, der Grosse. Ingenium und Macht,
Pustet, Graz-Salzburg-Wien 1949, in cui si ipotizza un legame tra la grandezza di Alessandro e la sua nordicit), cfr. L. Canfora, Ideologie del classicismo, Einaudi, Torino
1980, specialmente pp. 154-159.

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pi obiettivo e conciliante dello stesso Pavese. Non parla infatti n di


quarti di luna n di bizzarrie, bens di un Pavese solo. Calvino
consapevole del fatto che linteresse di Pavese per la mitologia non un
capriccio momentaneo; sa anzi che lo scrittore non solo si dedica allo
studio dei miti come immagini archetipiche immutabili e tuttavia capaci di dare vita a multiformi interpretazioni poetiche (significative, in
questo senso, le riflessioni di Feria dagosto, del 1946), ma addirittura
da molti anni si cimenta in prove di traduzione di lunghi brani di Omero e dei tragici, e perfino di frammenti di poeti lirici come Saffo e Pindaro, misurandosi con la divina e terribile lingua greca con avida
curiosit e tenace pazienza. Una sfida che lo scrittore affronta con le sue
sole forze, senza ricorrere a consulenze esterne e nemmeno a sussidi in
usum scholarum, quali le traduzioni interlineari, che avrebbero potuto
facilmente evitargli alcune sviste banali. Che gi ai tempi dellUniver
Cfr. in particolare Del mito, del simbolo e daltro, in C. Pavese, Feria dagosto, introduzione di E. Gioanola, Einaudi, Torino 2002, pp. 149-155, in cui Pavese giunge a una
matura enunciazione della propria poetica proprio partendo da una personale riflessione
sul mito: Quel tanto di disciplina formale che si possedeva, crolla sotto lindeterminato
del sentimento incontenibile. Sono rari i creatori che sanno far coincidere la profonda
esigenza formale implicita nellimpronta del loro pi remoto contatto col mondo e i
mezzi espressivi forniti a tutta una generazione dalla cultura. loro compito un compromesso, un parziale tradimento dellingenuit, un tentativo di vedere, nel gorgo del mito
che li afferra, il pi nitidamente possibile ma soltanto fino al punto in cui la bella favola
non si dissolva in naturalit (ivi, p. 155).

La traduzione di un noto carme di Saffo (= fr. 168 B Voigt) riportata in una lettera
del 27 dicembre 1935 alla sorella Maria (in Lettere 1924-1944, a cura di L. Mondo, Einaudi, Torino 1966 [dora in poi citato come Lettere I], p. 490): Tramontata la luna / e le
Pleiadi, mezza / notte, passata lora: / giaccio sola nel letto, che letterale e interlineare quanto le traduzioni omeriche, e al tempo stesso priva delle spigolosit e delle
asprezze che si riscontrano spesso in queste ultime. A. Dughera, a proposito del terzo
Quaderno di traduzioni dai classici greci conservato nel Fondo Sini, annota che Sul
primo foglio bianco, incollato allinterno della copertina anteriore, sono riportati, a inchiostro nero, i primi quattro versi in greco della lirica di Saffo: Tramontata la luna
(Tra gli inediti di Pavese: la traduzione dai classici greci, in Fra le carte di Pavese, Bulzoni,
Roma 1992, p. 13). Vale la pena di notare che nella trascrizione di Pavese loriginale
del v. 4 sostituito da (Hyperpavese AGP.AP VI.3,2). Lo scrittore
fa dunque sua la malinconica solitudine notturna della poetessa greca.

La definizione divina e terribile, con riferimento alla lingua greca, nella lettera
del 20 novembre 1947 a Mario Untersteiner (in Lettere II, cit., p. 195).

Alcune di queste sviste, seppure ben riconoscibili, non compromettono gravemente la comprensione del testo originale (cfr. in proposito E. Cavallini, LInno omerico a

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sit, di quella Facolt di Lettere cui era riuscito ad accedere grazie a un


escamotage, Pavese rifiutasse ostinatamente di avvalersi di strumenti
scolastici, testimoniato da una lettera del 26 agosto 1929, inviata allo
scrittore dal suo Maestro liceale, Augusto Monti:
Carissimo,
coraggio Cesarino! Non taffannare. Sono tutte res. Anche Tucidide una
res (non fare lo scemo, veh! Compra la traduzione letterale interlineare. Fan
cos anche i professori autentici).

Dioniso nella traduzione di Cesare Pavese, in Pavese: un greco del nostro tempo. Dodicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di A. Catalfamo, Quaderni del CE.PA.M, Supplemento a Le Colline di Pavese, 134, 2012, pp. 65-82). Altri e pi
importanti errori sono presenti nelle traduzioni inedite, a proposito delle quali tuttavia
non condivido il giudizio negativo di Fausto Codino (nella lettera citata a n. 10). Le traduzioni di Pavese sono s pervicacemente letterali e interlineari, ma tuttaltro che scolastiche, in quanto arricchite da soluzioni interpretative dense di suggestione poetica e, al
tempo stesso, il pi possibile aderenti alloriginale. Lasperit del dettato, unita a una
certa pesantezza (che Codino definisce barocca) si deve probabilmente al fatto che
Pavese sa di cimentarsi con una lingua artificiale, cristallizzata, ben lontana dal parlato
([Omero] d limpressione di scrivere in una lingua letteraria, con artificio musivo
legata, che probabilmente nessuno parl mai: cos egli scrive nella lettera alla Calzecchi Onesti del 29 novembre 1949, in Lettere II, p. 442. Paradossalmente, le traduzioni
omeriche di Pavese hanno ben poco a che vedere con ci che egli scriver nella Prefazione alla traduzione einaudiana dellIliade del 1950: chi avrebbe detto che Omero
cos oggettivo, cos schietto, cos immediatamente parlato e quasi somiglia pi ai narratori neorealisti che non alle sue traduzioni correnti?. In realt, le traduzioni omeriche
di Pavese sono molto lontane dai canoni neorealisti; in compenso, si avvertono consistenti influssi del neorealismo pavesiano (in particolare quello di Lavorare stanca) in
quelle di Rosa Calzecchi Onesti, come gi ho parzialmente illustrato in altra sede (cfr.
Cavallini, Cesare Pavese, cit., pp. 103-104).

Essendosi iscritto alla sezione moderna del liceo DAzeglio, Pavese non aveva studiato lingua greca bens cultura greca, ma sul diploma e sulla pagella era stato trascritto semplicemente greco. Questo permise allo scrittore di iscriversi alla facolt di Lettere, ripromettendosi tuttavia di sgobbare seriamente su quel greco che non aveva
appreso in precedenza (cfr. Dughera, Fra le carte di Pavese, cit., pp. 25 s.).

Pubblicata da A. Dughera, Fra le carte di Pavese, cit., p. 70; cfr. inoltre G. Tesio,
Tre premesse e mezzo svolgimento su Pavese editore, in Lezioni pavesiane. Atti del corso
di aggiornamento per insegnanti settembre 1996, Quaderni de CE.PA.M, Santo Stefano
Belbo 1997, pp. 63 s. Che Pavese non facesse uso di traduzioni scolastiche, ma lavorasse
direttamente su edizioni scientifiche prive di traduzione a fronte, confermato, nella
citata lettera a Calvino (cfr. n. 10), da Fausto Codino, che probabilmente aveva ispezionato la biblioteca dello scrittore.

Eleonora Cavallini

Monti forse sottovalutava lallievo, la sua tenacia e soprattutto la sua


sensibilit linguistica, che gli permetteva di orientarsi, pur con frequenti intoppi, anche nei meandri di una lingua che non padroneggiava pienamente. Di questo invece ben consapevole Calvino, al punto di definire Pavese un filologo, la cui tecnica creativa nasce da unapprofondita riflessione sui classici antichi, oltre che dallattenzione rivolta
agli scrittori Vittoriani e a Melville (con evidente riferimento alla
traduzione pavesiana del romanzo di C. Dickens, David Copperfield,
Einaudi, Torino 1939, nonch a quella di H. Melville, Moby Dick, Frassinelli, Torino 1932).
Di seguito, Calvino indaga ulteriormente e approfondisce le modalit dellapproccio pavesiano al mito, evidenziandone il carattere del tutto peculiare rispetto ad altre riletture novecentesche dei classici:
In questi Dialoghi Pavese fa a ritroso il cammino della storia e ricerca, alle
origini degli antichi miti greci, gli oscuri motivi umani che in essi si sono
espressi. Eccoci dunque a colloquio con Edipo, Prometeo, Orfeo, Calipso,
Ermete, Eracle e compagnia bella. Ora, a un moderno che voglia rimaneggiare i classici restano aperte diverse vie. O rivestire di questi miti un significato, una moralit moderna, e per questa via si arriva facilmente a una
parodia alla Giraudoux, alla Meano. O tornare classici fra i classici e dar
sfogo a un proprio bisogno di levigatezza morale e formale. La via di Pavese
non n luna n laltra. Lui torna indietro con gli antichi, al momento in
cui il mito nasce con la forza delle sue oscure esigenze, ma ci torna con gli
strumenti interpretativi del moderno etnologo e sa subito metter le mani su
quellinforme travaglio da cui il mito nato: e insieme porta con s il bagaglio di tutta la tradizione, la storia, la fortuna del mito stesso attraverso
secoli e secoli di varie letterature, da intendere e contrapporre criticamente
e polemicamente.

Calvino precisa, con lucida chiarezza, che il lavoro di Pavese sul mito
molto distante sia dai paradossi satirico-pacifisti di J. Giraudoux (La
guerre de Troie naura pas lieu, 1935), sia dallestetismo dannunziano di
Cesare Meano, autore del fortunato romanzo Quella povera Arianna
(1932), ma ancor prima librettista di opere liriche come La morte di

Di fatto, gli scrittori americani, a partire da Melville, sembrano rivestire, nella formazione culturale di Pavese, un ruolo pi importante rispetto a quello dei Vittoriani
come Dickens.

Pavese tra gli di

Frine ossia un tramonto (1919), ispirata alla cortigiana greca del IV secolo a.C. e musicata da Lodovico Rocca utilizzando una scrittura musicale ricca di arcaismi grecizzanti ed esotismi orientali. Naturalmente,
nemmeno il levigato classicismo degli scrittori neolatini, seguaci della
Musa pascoliana, pu fungere da termine di paragone con larduo,
impervio e, in ultima istanza, modernissimo approccio ai classici di Pavese, che degli antichi miti aveva fatto sostanza anche dei suoi romanzi
e racconti di ispirazione neorealista. Alle spalle dei Dialoghi con Leuc,
annota Calvino, ci sono gli strumenti interpretativi del moderno etnologo e, insieme, il bagaglio di tutta la tradizione, la storia, la fortuna
del mito stesso attraverso secoli e secoli di varie letterature. Che tale
bagaglio culturale venga affrontato da Pavese con lucido spirito critico, non si pu dubitare (si vedano, in particolare, le penetranti riflessioni sul classicismo di Foscolo in Feria dAgosto). Daltra parte,
proprio nei Dialoghi che si ravvisano i presupposti della presa di posizione che, a partire dal 1948, Pavese assumer nei confronti degli studi
classici predominanti nellItalia del tempo: dallentusiastico apprezzamento per lallora minoritaria corrente comparativistica, rappresentata
dagli studi di Pettazzoni e Brelich, alla creazione, con Ernesto De Martino, della famosa collana viola einaudiana, fino a quelloperazione
fortemente innovativa che la traduzione dellIliade (1950), realizzata

Cfr. A. Scalfaro, I lirici greci di Quasimodo: un ventennio di recezione musicale, Diss.


(Universit di Bologna), 2007, p. 20. Come risulta da una lettera del maggio-giugno 1925
(in Lettere I, p. 9), Pavese aveva inviato alcune sue liriche a Meano perch le pubblicasse nella rivista Ricerca di poesia, ma senza successo (cfr. anche Lettere I, pp. 20 s.).

Sulla produzione poetica moderna in lingua latina, cfr. A. Traina, Poeti latini (e
neolatini). Note e saggi filosofici, I, Ptron, Bologna 1975, 1986).

Sulla presenza di temi ispirati al mito greco nei romanzi e racconti di Pavese, cfr.
M. Lanzillotta, Andare per le strade giorno e notte a modo nostro senza mta. Il mendicante nellopera di Pavese, in Cesare Pavese fra cinema e letteratura, cit., pp. 150-214 e, da
ultimo, L. Lijoi, Ospitalit e ostilit in tre opere di Cesare Pavese, Diss. (Univ. di Genova),
2011.

Cfr. in particolare il saggio Ladolescenza, in Pavese, Feria dAgosto, cit., pp. 160-164.

Sullargomento, cfr. Cavallini, Cesare Pavese, cit., p. 98 e n. 4. Proprio ad Angelo


Brelich, futuro autore di saggi come Paides e parthenoi (Edizioni dellAteneo, Roma
1969), Pavese affid ledizione italiana del libro di P. Philippson, Origini e forme del
mito greco, Einaudi, Torino 1949, tratto da due saggi della studiosa: Thessalische Mythologie e Untersuchungen ber den classischen Mythos, entrambi originariamente pubblicati a Zurigo nel 1944.

Eleonora Cavallini

dallallieva di Untersteiner Rosa Calzecchi Onesti, ma fortemente voluta, e costantemente seguita, da Pavese stesso. Fino a che punto la dizione poetica pavesiana, in particolare la prosa poetica dei Dialoghi
con Leuc, abbia influenzato le scelte interpretative della Calzecchi
Onesti, un problema complesso che merita di essere ulteriormente
approfondito.
Calvino prosegue:
Ma da quel che ho detto sembrerebbe che Dialoghi con Leuc fosse unarida
ricerca di filologia mitologica: al contrario un appassionato quadro di unumanit alle soglie della coscienza, che abbandona let della comunanza assoluta con la natura, let dei mostri e delle metamorfosi, per sentirsi a un
tratto come separata dalle cose a trasformare la natura in nomi e in di, e a
trovarsi di fronte i dubbi del destino, della libert, della morte. Il motivo
dominante del libro un ora nostalgico un ora incombente ricordo di unepoca in cui balzavamo tra le cose come cose cheravamo. A quel tempo la
bestia e il pantano eran terra dincontro di uomini e di. La montagna il
cavallo la pianta la nube il torrente tutto eravamo sotto il sole. Chi poteva
morire in quel tempo? Che cosera bestiale se la bestia era in noi come il
dio?.
La graduale separazione degli uomini dagli di, e insieme dalle bestie, e
dalle cose, d alla successione dei dialoghi un ordine logico e storico. E a un
paganesimo olimpico e statuario vien contrapposto come sostanza dunantica verit che ancora vive sotto le nuove forme, il paganesimo animalesco e
sanguinario dei primi culti contadini, un paganesimo da pagus, pi panico
per , meno stregonesco di quello di Carlo Levi.

Minimizzando gli aspetti pi propriamente filologici ed eruditi


dellopera, Calvino mostra di tenere soprattutto allopinione di narratori e poeti contemporanei, cui i Dialoghi con Leuc rischiavano di apparire come un mero esercizio di stile: per questo, egli si sforza di sottolineare le implicazioni filosofiche dellopera, lappassionato lavoro

Sullargomento, si veda da ultimo Cavallini, Cesare Pavese, cit., pp. 101-106.


Sullambivalenza dei Dialoghi con Leuc, per buona parte almeno poemetti in
prosa di forte carica ritmica (da avvicinare piuttosto a Lavorare stanca), cfr. G. Contini,
Presenze femminili nellopera di Pavese, in Otto/Novecento, I, 1994, pp. 199 ss.

Calvino cita dal dialogo I due, ispirato alle figure di Achille e Patroclo, immaginate
a conversare nella notte precedente luccisione dellamico e scudiero del pi valente
campione acheo (Pavese, Dialoghi con Leuc, cit., pp. 57-62).

Pavese tra gli di

compiuto dallautore al fine di evidenziare, attraverso unindagine diacronica della mitologia greca, limmane sforzo con cui luomo rivendica
la propria autonomia nei confronti delle forze della natura e di una divinit immortale s, ma anche bestiale, in quanto priva di memoria e
di speranza. Lo scritto di Calvino, pur prescindendo dalle penetranti
considerazioni di Mario Untersteiner, destinate ad essere pubblicate
poco tempo dopo, ne anticipa tuttavia alcuni aspetti: in particolare, la
rilevanza data al tema della graduale separazione degli uomini dagli
di prelude allinterpretazione untersteineriana dei Dialoghi, in cui,
per usare le parole del filologo trentino, Pavese vuole conquistare
alluomo quello che ab origine gli appartene: lumanit, e risale alle
radici primigenie della realt, per rintracciarvi allo stato puro alcuni
fondamentali valori necessari per lautonomia dellindividuo. Ma se
Untersteiner, dal proprio punto di vista di grecista e filologo classico,
riconosce ai Dialoghi con Leuc un valore singolare, tale dunque da
rendere lopera degna di considerazione anche nellambiente dei classicisti, Calvino dal canto suo prende le distanze dallarido mondo dei
filologi, avallando di fatto una frattura che a tuttoggi non sembra essere stata sanata. Daltra parte, se ai tempi di Pavese, e del giovane Calvino, la filologia classica italiana propendeva per una visione idealizzata
del mito greco, minimizzandone gli aspetti pi truci ed efferati, e tendeva a separare nettamente la cultura greco-romana da quelle orientali, al giorno doggi, in una prospettiva interculturale che riconosce la
Cfr. le parole di Circe nel dialogo Le streghe (ivi, p. 114): Una volta credetti di
avergli spiegato perch la bestia pi vicina a noialtri immortali che non luomo intelligente e coraggioso. La bestia che mangia, che monta, e non ha memoria. Lui mi rispose
che in patria lo attendeva un cane, un povero cane che forse era morto, e mi disse il suo
nome. Capisci, Leuc, quel cane aveva un nome; inoltre, quelle di Calipso nel dialogo
Lisola (ivi, p. 101): immortale chi accetta listante. Chi non conosce pi un domani
[...]. Chi non spera di vivere.

Untersteiner, rec. a C. Pavese, Dialoghi con Leuc, cit., p. 346. Nel ringraziare Untersteiner per la recensione, Pavese scrisse il 12 gennaio 1948: Certamente il senso di
questo groviglio, che sono per me i Dialoghi, sta nella ricerca dellautonomia umana (in
Lettere II, p. 211).

In particolare, il concetto di primato dei Greci sugli altri popoli del mondo antico
si era affermato con il terzo umanesimo tedesco, per il quale la cultura che sta alla
base del mondo civile occidentale trarrebbe origine dalla paideia greca, finalizzata alla
formazione di un elevato livello di civilt. Questa corrente, ancora condizionata dalla
filosofia idealistica, rappresentata soprattutto dallopera di W. Jaeger, Paideia. Die For

Eleonora Cavallini

costante presenza di scambi e interazioni fra il mondo greco-romano e


le altre civilt del Mediterraneo antico, la ricerca pavesiana sul mito
appare ancora attuale e meritevole di essere indagata anche nei suoi risvolti storico-antropologici.
Non a caso, Calvino paragona i Dialoghi con Leuc allopera di un
altro scrittore noto per la sua spiccata vocazione per lantropologia:
Carlo Levi. Il parallelo probabilmente dettato da quello stesso intento
apologetico che pervade le prime righe dello scritto di Calvino: dimostrare che il Pavese dei Dialoghi non contraddice il Pavese neorealista,
anzi tuttuno con questultimo, tanto da far riemergere, dietro il paganesimo olimpico e statuario, il paganesimo animalesco e sanguinario dei primi culti contadini. Tuttavia, il contatto di Levi con il mondo
arcaico del profondo Sud, intriso di magia e superstizione, si risolve in
pietas, addirittura in empatica sintonia con gli abitanti di quei luoghi;
per Pavese, la riflessione sui culti e rituali contadini soprattutto il
punto di partenza per unindagine sui misteri dellanimo umano, sulle
sue angosce di fronte alle forze della natura, sui meandri dellinconscio.
Il paganesimo di Pavese panico, in quanto legato allabisso, al profondo, ma anche alla terra e ai campi, e perfino alla Luna, che gioca un
ruolo cos importante nellimmaginario pavesiano, in quanto emblema
della dea Artemide/Diana (protagonista, fra laltro, del dialogo La bel-

mung des griechischen Menschen, Walter De Gruyter, Berlin und Leipzig 1933 (trad. it.
Paideia. La formazione delluomo greco, La Nuova Italia, Firenze 1936), nonch da quella
di M. Pohlenz, Der Hellenische Mensch, Vandenhoeck und Ruprecht, Gttingen 1947
(trad. it. Luomo greco, La Nuova Italia, Firenze 1962). Sui primi tentativi di reazione al
neo-umanesimo nel secondo dopoguerra, cfr. E. Cavallini, From Mazzarino until Today:
Italian Studies between East and West, in Schools of Oriental Studies and the Development
of Modern Historiography, Ravenna, October 13-17, 2001, vol. 4, Mimesis, Milano 2004,
pp. 87-91. Per quanto riguarda alcuni argomenti scottanti, come quello del sacrificio
umano in Grecia, vale la pena sottolineare come anche in tempi recentissimi godano di
notevole favore alcune tesi che ne negano la storicit: emblematico il caso di D.D. Hughes, I sacrifici umani nellantica Grecia, trad. it., Salerno, Roma 1999, secondo cui il sacrificio umano sarebbe stato presente nellimmaginario greco ma di fatto non praticato;
ulteriore bibliografia in A. Beltrametti, Ifigenia e le altre. Archetipi greci del sacrificio
femminile o degli incerti confini tra sacrificio, oblazione eroica e crimine politico nella
cultura ateniese del V secolo, in Storia delle donne, 4 (2008), pp. 47-69.

Levi era stato confinato negli anni 30 ad Aliano, nel Potentino, ribattezzato Gagliano in Cristo si fermato ad Eboli (Einaudi, Torino 1945).

Pavese tra gli di

va): proprio Pan, nelle Georgiche di Virgilio, era infatti riuscito a sedurre Selene.
La presentazione di Calvino si conclude nel modo seguente:
Cos questo libro serve a chiarirci un altro volto di Pavese, che a moltissimi
sar passato inosservato: un oscuro culto faunesco e arvale che glispir gi
liriche come Il dio caprone nonch quella specie di saga contadina, carica
di miti sanguinari e incestuosi, che Paesi tuoi.
Poi, c nel libro anche unattentissima arte di linguaggio e di ritmo, imparata con uno studio di finezze su Luciano o su Leopardi. E c il Pavese lirico-narrativo che fa capolino spesso, appena pu metter fuori qualche sobria
nota di paesaggio, o qualche intimit di racconto (vedi, soprattutto, I Fuochi). Tanto che alla fin fine verrebbe voglia di dirgli che i suoi vagabondaggi per i secoli sono veramente fruttuosi quando gli servono per costruire
delle nuove favole per noi, necessarie e semplici come quelle degli antichi.

In queste ultime righe, Calvino non solo risale alle origini del panismo
pavesiano, con il richiamo alla lirica Il dio caprone di Lavorare stanca e alla bestialit primordiale dei personaggi di Paesi tuoi (1941), ma
cerca anche di individuare i dotti e raffinati modelli letterari che potrebbero avere influenzato lo scrittore nella stesura dei Dialoghi con Leuc:
fra questi, egli indica Luciano di Samosata, elegante prosatore di et
ellenistico-romana, nonch illustre esponente del genere dialogico, gi
utilizzato da Platone e Senofonte (e probabilmente ancor prima dal tiranno Crizia), fino alla diatriba cinico-stoica, a Plutarco e ad Ateneo

Georgiche, III, 391. Della passione di Pavese per le Georgiche testimonianza la


lettera del 27 giugno 1942 a Fernanda Pivano, in cui lo scrittore afferma: ho capito le
Georgiche. Le quali non sono belle perch descrivono con sentimento la vita dei campi
[...] ma bens perch intridono tutta la campagna in segrete realt mitiche, vanno al di l
della parvenza, mostrano anche nel gesto di studiare il tempo o affilare una falce, la dileguata presenza di un dio che lha fatto o insegnato (Lettere I, p. 640); cfr. inoltre Pavese, Il mestiere di vivere, cit., p. 254: La tua classicit: le Georgiche, DAnnunzio, la
collina del Pino. Su genealogia e caratteri del dio Pan, cfr. F. Cssola, Inni omerici,
Mondadori, Milano 1975, pp. 361-365 e 573-577, con riferimenti alle fonti e bibliografia.
Ancora sul dio Pan, sempre interessante la lettura visionaria di W.S. Burroughs, Apocalypse, 1990 (http://www.haring.com/cgi-bin/art_search_lrg.cgi?id=00065&search=
Burroughs).

Ora in C. Pavese, Le Poesie, a cura di M. Masoero, introduzione di M. Guglielminetti, Einaudi, Torino 1998, pp. 68 s.

Sullattribuzione al tiranno ateniese dellopera pseudo-senofontea La Costituzione

Eleonora Cavallini

di Naucrati, autore dei Deipnosofisti. Che Pavese stimasse Luciano (di


cui peraltro era stato diligente traduttore nel periodo del confino),
confermato da un breve scritto inedito (senza data), conservato nel Fondo Einaudi (AGP. FE 19.5, 8-9), e probabilmente destinato a fungere da
risvolto di copertina per un volume lucianeo della PBE:
Con Apuleio e Petronio, Luciano di Samosata fu dei pochissimi scrittori
antichi la cui critica e satira sociale restino a tuttoggi valide. Nessun aspetto
della vita ideologica del suo tempo (il II secolo d.C.) sfugge alla sua mordace eppur greca ironia: i filosofi, i fondatori di religioni, gli occultisti, gli acchiappanuvole. La sua arte del dialogo ne fa un arguto creatore di macchiette e di scene. La traduzione che delle sue operette presentiamo quella,
celebre, compiuta da Luigi Settembrini nel carcere borbonico.

degli Ateniesi, e sul carattere dialogico dello scritto, cfr. L. Canfora, Studi sullAthenaion
Politeia pseudoseofontea, in Memorie dellAccademia delle Scienze di Torino, V, 4,
1980, pp. 1-110; Id., Storia della letteratura greca, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 304 s.; Id.,
Una societ premoderna. Lavoro, morale, scrittura in Grecia, Dedalo, Bari 1989, p. 70.

Di cui, negli esercizi (cfr. nota seguente), Pavese aveva tradotto un brano tratto
dal libro XIII (606ef) e relativo allamicizia di un certo Cerano di Mileto con un delfino.
Ateneo era inoltre citato da Pavese nella notizia introduttiva al Dialogo La rupe, che nel
manoscritto, riportato da S. Givone nella Nota al Testo dei Dialoghi con Leuc, cit., p.
181, inizia cos: La notizia che Chirone centauro fosse destinato a riscattare col suo
sangue la libert di Prometeo ci conservata da Ateneo (25, 26). La frase risulta poi
cancellata dallo stesso Pavese, il quale evidentemente aveva constatato trattarsi di un
errore (la notizia non infatti in Ateneo bens nello Pseudo-Apollodoro, II, 5, 11).

Cfr. Dughera, Tra gli inediti di Pavese, cit., p. 13. Il Dughera fa riferimento a un
quaderno appartenente al Fondo Sini (attualmente catalogato come AGP. AP VI.3: cfr.
n. 18), contenente fra laltro alcune traduzioni genericamente denominate Esercizi e condotte in gran parte sulledizione del 1925 di L. Rocci, Esercizi greci con vocabolario e copiosa antologia, Societ Editrice Dante Alighieri, Milano 1906 e ss., che conservata
nella biblioteca di Pavese (FE 258), e che lo scrittore aveva richiesto alla sorella Maria
nella citata lettera del 9 agosto 1935: libri miei da mandarmi: [...] Poi, tra le grammatiche,
i due voll. del Rocci, Grammatica greca e Esercizi greci (in Lettere I, p. 423). Come annota puntualmente Dughera, Tra gli inediti di Pavese, cit., pp. 12-13 e nn., i dialoghi di
Luciano tradotti da Pavese con il titolo Esercizi sono: Creso, Mila, Sardanapalo; Menippo
Antiloco e Trofonio; Menippo e Mercurio; Vulcano e Giove; Zenofanto e Callidemide;
Caronte e Mercurio; Nireo e Tersite; Menippo e Tantalo; Vulcano e Apollo; Giove, Esculapio e Ercole; Mercurio e Caronte; Diogene e Mausolo; Plutone e Mercurio; Il Ciclope e
Nettuno. Lo stesso Dughera aggiunge alla lista anche il brano Arione e il delfino che
tuttavia non un dialogo lucianeo, bens un adattamento di Erodoto, I, 24.

Ora in Luciano di Samosata,Tutti gli scritti, traduzione di L. Settembrini, Bompiani, Milano 2007 (con testo greco a fronte).

Pavese tra gli di

Senonch, la mordace e pur greca ironia di Luciano, sebbene apprezzata da Pavese, non presente nei Dialoghi con Leuc. Lo scrittore antico, infatti, si mostra disincantato e perfino irriverente nei confronti della religione tradizionale e dei racconti mitici, i quali, persa
loriginaria valenza rituale e simbolica, scadono al livello di frivole narrazioni miranti a dimostrare la futilit e inconsistenza di divinit superate dallormai plurisecolare evolvere della cultura greca verso forme di
pensiero razionale. Diversamente, Pavese si sforza di recuperare il significato originario, ancestrale del mito, in cui le divinit greche scadute
di rango, come Circe e Calipso, si relazionano con gli umani in un
rapporto condiscendente, benigno, perfino velato di invidia (Lisola, Le
streghe), mentre gli di maggiori, come Apollo e Artemide, non rinunciano a mostrare il loro volto crudele e terribile (La belva, Giacinto, In
famiglia). Calvino sembra tuttavia cogliere nel segno nellaccostare i
dialoghi pavesiani a quelli lucianei per le finezze che riguardano le
modalit di elaborazione del discorso: entrambi gli autori, infatti, optano per un periodare breve, con prevalenza della paratassi, e adottano
un linguaggio semplice e colloquiale, pressoch privo di elementi aulici,
quasi a sottolineare la familiarit e lintima complicit fra gli interlocutori.
Pi ampia fortuna (nonostante le perplessit recentemente espresse
da Van Den Bossche) toccata allaltro parallelo, quello con Leopardi,

Lassenza di ironia e di satira sociale differenzia considerevolmente i dialoghi pavesiani da quelli lucianei, cui sono stati tuttavia avvicinati, oltre che da Calvino, anche da
U. Mariani, The Sources of Dialogues with Leuc and the Loneliness of the Poets Calling, in Rivista di Studi Italiani, 6, 1988, pp. 46 s. (cfr. B. Van Den Bossche, Nulla
veramente accaduto. Strategie discorsive del mito nell'opera di Cesare Pavese, trad. it.,
Franco Cesati Editore, Firenze 2001, p. 305 n. 40, che non considera il confronto convincente).

Sull impronta colloquiale che accomuna i dialoghi di Luciano e quelli di Pavese,


cfr. Van Den Bossche, Nulla veramente accaduto, cit., p. 305.

Ivi, p. 305: I dialoghi pavesiani sono [...] stati avvicinati ad onta dellassenza di
elementi satirici e apertamente polemici ad alcuni antecedenti storici appartenenti
piuttosto al genere del dialogo mitologico satirico (I Dialoghi di Luciano e Le Operette
morali di Leopardi). Sempre secondo il Van Den Bossche, laccostamento dei Dialoghi
con Leuc alle Operette morali leopardiane diventato ormai un topos che ha il sapore
dellovviet (ivi, p. 305 n. 41). Vale la pena di sottolineare che lo studioso, pur allegando
amplissima bibliografia, non tiene conto dello scritto calviniano oggetto della presente
discussione.

Eleonora Cavallini

che pur essendo a sua volta estimatore dichiarato di Luciano, realizz


Le Operette morali in modo pienamente autonomo, scrivendo Dialoghi
di ispirazione ora mitologica, ora no, ma sempre improntati a una riflessione profonda sul destino delluomo, sulla vita e sulla morte, e soprattutto sulla noia, sul male di vivere. Che la precoce, inquietante modernit leopardiana fosse in grado di affascinare Pavese, stato ripetutamente sottolineato dalla critica pavesiana a partire dalla fine degli
anni 60, sulla scia di G. Contini, secondo cui i Dialoghi con Leuc sarebbero le Operette morali del Neorealismo. Nei documenti di poetica di Pavese, tuttavia, le tracce leopardiane riconducibili alla composizione dei Dialoghi con Leuc sono scarse e piuttosto generiche, e lo
stesso scrittore, in una lettera a Paolo Milano del 24 gennaio 1948, a
proposito dei Dialoghi, chiama in causa altri nomi: Non le nascondo
che mia ambizione, componendo questo libretto, fu pure di inserirmi
nella illustre tradizione italiana, umanistica e perdigiorno, che va dal
Boccaccio a DAnnunzio.

Tra il 1824 e il 1825 Leopardi si era impegnato in un progetto editoriale, mai realizzato, per leditore Stella, che prevedeva la traduzione di unaScelta di Moralisti greci(comprendente Isocrate, Plutarco e Luciano).

G. Contini, Letteratura dellItalia unita 1861-1968, Sansoni, Firenze 1968, p. 1003. Per
gli aspetti pi generali del leopardismo di Pavese, cfr. A. Dolfi, La doppia memoria.
Saggi su Leopardi e il leopardismo, Bulzoni, Roma 1986; M. Rusi, Le malvage analisi.
Sulla memoria leopardiana di Cesare Pavese, Longo, Ravenna 1988. Per il rapporto fra le
Operette leopardiane e i Dialoghi con Leuc, cfr. D. Thompson, The colloquio tra il divino e lumano in Pavese e Leopardi, in Bulletin of the Society for Italian Studies, 12,
1979, pp. 19-30; M. Tatti, Il terzo modo: dialogo e ironia tra memoria operettistica e palinodia in Cesare Pavese, in Quel libro senza uguali. Le Operette morali e il Novecento italiano, a cura di N. Bellucci e A. Cortellessa, Bulzoni, Roma 2000, pp. 243-256.
Sullipotesi che Leopardi possa essere lintermediario attraverso il quale Pavese si accosta
alla vicenda umana e poetica di Saffo, si veda G. Policastro, ...e quei di Saffo obblia:
traduzione e invenzione da Leopardi a Pavese, in Semestrale di Studi (e Testi) Italiani,
17 (2006), pp. 223-240.

Tra i richiami pi significativi, una pagina del Mestiere di vivere (10 luglio 1947):
Notato che Paesi tuoi e Dialoghi con Leuc nascono dal vagheggiamento del selvaggiola campagna e il titanismo [...]. Larte del Novecento batte tutta sul selvaggio. Prima
come argomenti (Kipling, DAnnunzio ecc.), poi come forma (Joyce, Picasso ecc.). Leopardi con le illusioni poetiche giovanili ha vagheggiato questo selvaggio, come forma
psicologica (ivi, p. 334).

Lettere II, p. 218. il caso di sottolineare che la novella del Boccaccio largamente
modellata sui dialoghi dei testi medievali: cfr., da ultimo, G. Celati, Lo spirito della novella, in Griseldaonline, settembre 2012 (http://www.griseldaonline.it/temi/rifiuti-

Pavese tra gli di

Calvino conclude la sua presentazione (o forse sarebbe meglio dire


perorazione), con un suggerimento per lautore dei Dialoghi con Leuc: che i suoi vagabondaggi per i secoli possano servire per costruire
delle nuove favole per noi, necessarie e semplici come quelle degli antichi. Al Pavese filologo ed etnologo, dunque, Calvino preferisce il Pavese scrittore: nella convinzione che questi sia in grado di costruire per
i suoi contemporanei nuove narrazioni, necessarie e semplici e, soprattutto, non suscettibili di strumentalizzazione. Non a caso, Calvino
non parla di miti, bens di favole, nel senso generico di racconti
fantastici: poich infatti il mito autentico, che presuppone un complesso sistema di credenze, simboli e rituali condivisi, non appare
compatibile con la razionale e disincantata civilt moderna e con i suoi
sofisticati strumenti comunicativi, uno scrittore moderno potr approscarti-esuberi/lo-spirito-della-novella-2.html). Quanto a DAnnunzio come punto di riferimento della classicit pavesiana (assieme alle Georgiche di Virgilio), cfr. Pavese, Il
mestiere di vivere, cit., p. 254 (e si vedano altres le importanti considerazioni di Gigliucci, Pavese, cit., p. 182).

In questo caso, evidentemente, il termine favola non usato nel senso tecnico
di racconto paradigmatico e moraleggiante, avente come protagonisti animali o cose
(come la favola di Esopo, Fedro o La Fontaine).

Sulla definizione di mito come racconto tradizionale, prodotto senza ausilio della
scrittura, nonch strettamente connesso con la sfera religiosa e cultuale, si veda W. Burkert, Mito e rituale in Grecia. Struttura e storia, trad. it., Laterza, Roma-Bari 1979. Nella
prima parte dellopera (pp. 3-57), lo studioso offre una lucida e puntuale panoramica
delle diverse interpretazioni moderne del mito, soffermandosi in particolare sullanalisi
strutturalistica di C. Lvi-Strauss, che a sua volta presuppone gli studi di V. Propp (Morfologia della fiaba [trad. it. di Morfologjia Skazki, Leningrad 1928], Einaudi, Torino 1966).
Il fatto che il mito, in quanto narrazione di gesta di di e di eroi civilizzatori e fondatori
di citt, fosse considerato dalle societ primitive (nel senso di prive di storia scritta)
come veridico e fededegno, non significa necessariamente che i singoli individui vi credessero realmente. In Grecia, la religione olimpica viene difesa strenuamente dalle istituzioni delle varie poleis, in quanto garante dellunit e della stabilit delle citt stesse,
anche se di fatto essa posta in discussione gi a partire dal VI e dal V secolo a.C., a
causa della concorrenza dei culti misterici prima, e della speculazione sofistica poi.
Sullargomento, cfr. P. Veyne, I Greci hanno creduto ai loro miti? (trad. it. di Les Grecs
ont-ils cru leurs mythes?, ditions du Seuil, Paris 1983), Il Mulino, Bologna 2005.

Che, anzi, del mito tendono a snaturare loriginaria genuinit, manipolandolo a


fini politici e/o di potere. Sulla necessit di distinguere il mito genuino [...] che sgorga spontaneamente dalla profondit della psiche, dallaltro mito, quello tecnicizzato
e asservito ai pi oscuri fini della politica dei dittatori, si veda F. Jesi, Letteratura e
mito, Einaudi, Torino 1981, pp. 35-37 (che a sua volta riprende la nota distinzione di K.

Eleonora Cavallini

fondire utilmente la storia dei miti, ma non potr a sua volta crearne.
I Dialoghi con Leuc sono dunque favole, non miti, anche se di questi
ultimi riprendono temi e personaggi. Lo stesso Pavese, del resto, utilizzer il termine favola per designare laspetto affabulatorio del mito,
quello che incanta e affascina a prescindere dai suoi pi profondi contenuti originari:
Prima che favola, vicenda meravigliosa, il mito fu una semplice norma, un
comportamento significativo, un rito che santific la realt. E fu anche limpulso, la carica magnetica che sola pot indurre gli uomini a compiere opere.

In questo, che fra gli ultimi saggi di Pavese, lo scrittore mette in discussione se stesso (cos come qualsiasi poeta), per lincapacit di
mantenere integra la sacralit del mito, dopo avere attinto ad esso e
al suo mistero. Egli prosegue:
Il poeta che altro fa se non travagliarsi intorno a questi suoi miti per risolverli in chiara immagine e discorso accessibile al prossimo? Giacch loro
natura demonica che, mentre incantano con lesperienza di un unico, di un
assoluto irriducibile, questi miti, che vogliono esser creduti (veri metafisici), inquietano la coscienza come unimportante parola ricordata solo a
met, e impegnano tutte le energie dello spirito per rischiararli, definirli,
possederli fino in fondo. Ma possedere vuole dire distruggere, si sa. Questa

Kernyi, Religione antica [trad. it. di Antike Religion, Pantheon, Amsterdam 1940],
Adelphi, Milano 2001, pp. 17-35; Dal mito genuino al mito tecnicizzato, in Id., Scritti italiani (1955-1971), Guida, Napoli 1993, pp. 113-126). Il concetto era gi stato esposto dello
stesso Jesi in Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del 900, Silva, Milano 1967,
Feltrinelli, Milano 1995, p. 9: Nella cultura tedesca degli ultimi centanni il mito sembra
essere di volta in volta medicina e veleno, sorgente di rinnovato umanesimo e strumento
di barbarie e di delitto. La distinzione fra sorgente e strumento rispecchia quella di
Kroly Kernyi fra mito genuino e mito tecnicizzato, luno sgorgato spontaneamente dalle profondit delluomo, laltro intenzionalmente evocato dalluomo per conseguire determinati scopi.

Cosa di cui del resto sembra consapevole lo stesso Pavese, che nella citata lettera a
Fernanda Pivano del 27 giugno 1942 (cfr. n. 36), a proposito di un percorso poetico che
segua limpostazione fantastica dei miti greci, osserva: Inutile dire che impossibile,
dati i tempi di lumi per questo digrigno i denti e mi mangio le unghie.

Cfr. C. Pavese, Il mito, saggio del 27-29 gennaio 1950, pubblicato in Cultura e realt, 1, maggio-giugno 1950 (ora in Id., Saggi letterari, cit., pp. 316-321).

Pavese tra gli di

distruzione beninteso, una trasformazione toglie al mito violato la sua


unicit, la sua misteriosa potenza di simbolo creduto. Il mito che si fa poesia
perde il suo alone religioso. Quando si faccia anche conoscenza teorica
(umana filosofia), il processo finito.

Per un poeta moderno che voglia confrontarsi con il mito, si profila


un cammino tortuoso e potenzialmente frustrante, soprattutto nellItalia del Dopoguerra. Diverse le prospettive della favola, o, pi specificamente, della fiaba (il mito in miniatura di Lvi-Strauss). La
fiaba infatti, essendo meno condizionata da presupposti religiosi e da
obbliganti coordinate spazio-temporali, pu essere continuamente reinventata e proposta in qualsiasi momento anche a un pubblico pienamente consapevole della sua natura di racconto fantastico, e tuttavia
disponibile ad apprezzarla per la sua intrinseca capacit di fascinazione nonch per le sue valenze allegoriche. Ma a questo punto, mentre
la parabola letteraria di Pavese si avvia a conclusione, si apre quella,
altrettanto essenziale e altrettanto necessaria, dello stesso Calvino.

Cfr. C. Lvi-Strauss, La struttura e la forma. Riflessioni su unopera di V. Propp (trad.


it. di La structure et la forme. Rflexions sur un ouvrage de Vladimir Propp, in Cahiers
de linstitut de sciences conomiques appliques, 9, 1960, pp. 3-36), in appendice alla
traduzione italiana di Propp, La Morfologia della fiaba, cit., p. 183. Si noti che G.L. Bravo,
curatore della traduzione italiana del saggio di Propp, dichiara che le parole favola e
fiaba sono state usate come varianti dello stesso termine (ivi, p. 3 n. 1).

Sulla capacit della fiaba di sopravvivere al mito nella civilt moderna, cfr. F. Jesi,
Sul Mito e la fiaba, in Tutto fiaba, Atti del Convegno Internazionale di Studio sulla Fiaba,
Parma 1979, Emme Edizioni, Milano 1980, pp. 43-52. Jesi fa soprattutto riferimento alla
citata traduzione italiana di Propp, La Morfologia della fiaba, in particolare alle pp. 223226 dellAppendice, in cui lo studioso russo, appositamente per ledizione italiana, replica al celebre saggio con cui Lvi-Strauss ne riconosceva limportanza anticipatrice (cfr.
n. 54).

Calvino, che sperimenter il filone fiabesco/allegorico a partire dal 1952 (Il Visconte
dimezzato), si dimostrer anche accurato studioso della fiaba, sia con limpeccabile trascrizione delle Fiabe italiane, Einaudi, Torino 1956, sia con saggi comeSulla fiaba, Mondadori, Milano 1995. Vale la pena ricordare che, gi alla fine degli anni 40, Calvino era
in grado di attingere a Le radici storiche dei racconti di fate di Propp, pubblicato in russo
nel 1946, e destinato a uscire nel 1949 nella Collana viola einaudiana, nella traduzione
italiana di Clara Coisson. Lespressione racconto di fate, con cui la traduttrice rende il
russo volebnaja skazka, considerata imprecisa dal Bravo (l.c.), che preferisce tradurre
favola di magia.