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Filologia romanza -a

Le Origini delle Lingue Neolatine


Capitolo 2 Il sostrato preromano
Latino e Romanzo Le lingue romanze formano un gruppo di idiomi affini; esse sono, infatti, la
continuazione diretta del Latino e non vi interruzione tra Latino e Romanzo. Le lingue romanze
sono l'unico esempio di un gruppo di lingue geneticamente affini di cui si sia conservata la fonte
comune, ovvero il Latino.
Il Latino e i dialetti italici Il Latino era, in origine, solo il dialetto di Roma e non si estendeva
oltre il Tevere. L'aggettivo latinus un etnico tratto dal toponimo Latium, che potrebbe significare
paese piano; gi presso gli scrittori romani ha un senso diverso a secondo che si riferisca alla
lingua o al popolo.
Infatti, lingua latina, la lingua parlata dai Romani, molto pi frequente della denominazione
romana lingua, mentre in senso etnico e politi Latini indicava i popoli del Lazio socii dei
Romani.
Il Latino fa parte della famiglia linguistica indoeuropea. Strettamente affini al Latino, erano quelle
variet finitime territorialmente e poco conosciute, ad eccezione del Falisco. Considerati affini
anche i dialetti italici di tipo Osco-Umbro: la maggior parte degli indoeuropeisti aveva costituito,
infatti, un gruppo italico che comprendeva da una parte il Latino-Falisco e dall'altra l'Osco-Umbro.
Il gruppo Osco-Umbro (altrimenti detto Umbro-Sabellico) comprendeva i seguenti dialetti:

L'Osco, lingua parlata dai Sanniti nel Sannio e nella Campania, in

parte della Lucania e del Bruzio; parlata anche dai Mamertini nella colonia siciliana di Messana.
conosciuto grazie a oltre 200 iscrizioni.

I dialetti Sabellici, variet dialettali poco conosciute dei popoli che

abitavano fra il Sannio e l'Umbria. Tra queste variet troviamo: il Peligno, il Marrucino, il Vestino,
il Marsico e il Sabino e mostrano pi affinit con l'Osco; pi vicino all'Umbro era il Volsco, noto
grazie alla Tabula Veliternia, e parlato molto pi a sud della zona abitata dagli Umbri.

L'Umbro, parlato fra il Tevere e il Nera, era il pi settentrionale dei

dialetti italici ed conosciuto grazie alle Tavole Iguvine.


Le maggiori differenze tra il Latino-Falisco e l'Osco-Umbro sono:
1)

il trattamento delle labiovelari indoeuropee q, g, gh che

nell'Osco-Umbro sono rese con delle labiali, nel Latino con delle velari seguite da u (qu, gu): ie. *
qetor- > u. petur vs lat. quattuor.

2)

la conservazione delle aspirate interne come spiranti in Osco-Umbro,

mentre il Latino presenta delle sonore: ie. *albho- > u. alfu vs lat. albus.
3)

l'assimilazione di nd in nn e di mb in mm (m) in Osco-Umbro: o.

psannam = lat. operandam.


4)

considerevoli differenze morfologiche nella formazione del futuro,

del perfetto, ecc e notevoli divergenze anche nel lessico.


L'espansione del Latino Il modo con cui il Latino si diffuso fa parte della storia del Latino e
della romanizzazione e, quindi, della preistoria delle lingue romanze ed anche una conseguenza
diretta dell'espansione politica di Roma. All'inizio, l'annessione dei territori dei popoli vinti era
largamente praticata, mentre in seguito vi si ricorreva soltanto in caso di paesi particolarmente
infidi. Lo scopo di unire a Roma sia le citt vinte, sia quelle che volontariamente si mettevano sotto
la protezione romana, fu ottenuto col sistema dell'alleanza, ovvero il foedus, che poteva essere
aequum o iniquum. Nel 240 a. C. Roma godeva di un territorio compatto di un migliaio di
chilometri quadrati intorno alla citt e nelle zone di confine troppo pericolose, si creavano delle
colonie agricole e militari. Le provinciae, invece, vennero considerate come territori soggetti.
Non in tutte le citt annesse le condizioni furono le stesse e il diritto romano escogit formule,
sempre vantaggiose a Roma, che lusingavano comunque i popoli vinti, tenendo, cos, in pugno una
popolazione molto superiore a quella propriamente romana, su un territorio sempre pi esteso.
Importante ricordare due concetti base: il primo, che il concetto di romanit fu soprattutto politico;
il secondo, che i Romani non ricorsero mai a un'assimilazione violenta e non tentarono di imporre la
loro lingua. Perci i Romani non ostacolarono mai gli idiomi dei federati italici, n l'Etrusco
(sebbene anche gli Etruschi furono assoggettati), n il Greco nell'Italia meridionale e in Grecia.
Alcune province romane furono: la Sicilia (241 a .C.); la Sardegna e la Corsica (238 a. C.); la
Spagna (197 a. C.); l'Africa (146 a. C.); l'Illirico (167 a. C.); la Gallia meridionale (120 a. C.); la
Gallia settentrionale (50 a. C.); la Rezia (15 a. C.) e la Dacia (107 d. C.). La Gallia Cisalpina era gi
stata conquistata e i Veneti si erano sottomessi volontariamente.
Gli elementi dialettali del Latino Dalla diffusione del Latino su un territorio sempre pi vasto
derivarono due conseguenze: la prima, che il Latino venendo a contatto con idiomi diversi
esercitava e subiva un influsso notevole; la seconda, che il Latino si differenziava man mano nelle
singole regioni. Finch il legame politico col centro rimane saldo, quelle differenze erano minime;
ma quando questo legame si indebol e, poi, si ruppe, le differenze si approfondirono.
Roma non ha mai imposto la sua lingua, bens erano le popolazioni soggette che volevano elevarsi
culturalmente utilizzando il Latino: cos Roma riusc a far prevalere il latino sull'Osco, sull'Umbro e

sul Gallico e sull'Etrusco, ma non sul Greco che aveva maggior prestigio.
Anche il Latino, per, sub un certo influsso dai popoli assoggettati: perci sia gli abitanti della
Roma iniziale, sia le popolazioni sottomesse erano da considerarsi bilingui.
Grazie a Graziadio Isaia Ascoli, sono state messe in evidenza le cosiddette reazioni etniche,
l'influsso cio del sostrato.
A parte alcune parole che possono considerarsi latine (fatta eccezione per la toponomastica che
conserva elementi delle lingue preesistenti), traspaiono nelle lingue romanze alcune tendenze
fonetiche e elementi lessicali attribuibili al sostrato preromano.
Il sostrato italico Le vocali latine (non composte) che presentano -f- intervocalica sono di origine
dialettale italica, anche se alcune risultano gi attestate in Latino, sia come unica forma esistente
(es. tfus, tufo), sia accanto a una forma cittadina con fonetica romana normale (es. bfalus
accanto a bbalus): spesso le due forme giungono fino al Romanzo.
Vi sono casi, invece, dove solo le lingue romanze attestano una forma con fonetismo italiano. La
mancanza di attestazione in Latino non prova dell'inesistenza di tale voce nell'antica Roma, ma
indica che, se la parola esisteva, aveva una limitata validit, oppure che si era in presenza di una
voce regionale. Va ad Ascoli il merito di aver attirato l'attenzione degli studiosi su questo problema
in una delle sue lettere glottologiche.
Una delle caratteristiche dei dialetti italici rispetto al Latino era l'assimilazione nd > nn, mb > mm.
Questa assimilazione si trova in tutti i dialetti italiani centro-meridionali (es. monno = mondo).
Importante ricordare l'opinione di Gerhard Rohlfs a proposito: egli ritiene che non vi sia continuit
tra i due fenomeni fonetici; se l'assimilazione fosse antica, essa avrebbe dovuto col Latino volgare
diffondersi anche nelle altre parti della Romnia, ed effettivamente se ne trovano alcune tracce
anche in altri punti del territorio romanzo. Clemente Merlo precisa, per, che trattandosi di un
fenomeno assimilatorio, normale che ritorni sporadicamente. Il confine nord-orientale del
fenomeno corrisponde al limite meridionale del territorio occupato un tempo dai Galli (vedi cartina
pag. 102).
Vi sono altri casi in cui la coincidenza di un fenomeno moderno con uno antico italico molto pi
dubbia o, addirittura, da escludersi: ad esempio, risaputo che l'Umbro antico aveva come
corrispondente di -d- intervocalica il fonema particolare , rappresentato dal segno etrusco e reso
nell'alfabeto latino con rs. Il passaggio d > r si trova, per, solo nell'antico Umbro (es. pei, pede)
e nell'Osco non vi sono esempi sicuri di r < d, poich i pochi esemplari hanno pi probabilmente r <
l.
Nei dialetti italiani centro-meridionali non raro il passaggio d > r e qualche linguista ha messo in
relazione questo fenomeno con quello umbro, ma studi pi approfonditi hanno dimostrato

l'invalidit di tale ipotesi. L'attuale area di questo fenomeno comprende la Campania meridionale,
ricorre in Lucania ad Acquafredda e a San Chrico Riparo (PZ). In Sicilia ricorre nella zona costiera
settentrionale e a Giarratana (SR).
Il sostrato etrusco probabile che gli stessi nomi di Roma e di Tevere siano di origine etrusca.
Roma, infatti, fu un tempo governata dagli Etruschi, e precisamente dalla dinastia dei Tarquinii.
Dagli Etruschi appresero molto, soprattutto sulla religione, la divinazione, ecc. secondo Livio,
all'epoca dei re l'Etrusco era insegnato regolarmente e pubblicamente a Roma. L'Etrusco era una
lingua completamente diversa dal Latino e, probabilmente, non era nemmeno una lingua
indoeuropea; infatti molto glottologi moderni sostengono che l'Etrusco sia imparentato con le lingue
dell'Asia minore. La tesi oggi prevalente quelle di una concordanza pi sensibile fra Etrusco e
lingue asianiche e, pi remota, con l'Indoeuropeo. La maggior parte delle iscrizioni etrusche che
possediamo sono brevi e di carattere funerario o votivo, mentre quelle pi ampie sono scarse e di
difficile interpretazione.
I frequenti contatti tra Latini ed Etruschi hanno fatto s che il Latino assimilasse parole etrusche che
si possono isolare sia perch mancano le corrispondenze indoeuropee, sia per la presenza di alcuni
tipici elementi morfologici, come ad esempio i suffissi -na, -ena, -enna, -na.
Grande influsso esercit l'Etrusco sull'onomastica romana, a cominciare dal sistema nominale
composto da tre membri (praenomen, nomen, cognomen) comune ad altri popoli italici ma diverso
da quello di tutti gli altri popoli indoeuropei.
Importante vedere se i dialetti romanzi, formatisi dall'evoluzione del Latino su territorio etrusco,
conservino, appunto, tracce etrusche. Il territorio etrusco sub grandi variazioni e questo popolo so
spost anche a nord nella pianura padana e verso le Alpi. Per quanto riguarda l'Etruria da ricordare
un particolare fenomeno fonetico, quello della gorgia toscana, cio l'aspirazione o spirantizzazione
delle sorde intervocaliche -c-, -t-, -p-: l'area che aspira la -c- la pi estesa; meno estesa l'area che
aspira la -t-, mentre ridotta quella che aspira la -p-. Lo storico Heinrich Nissen mise in relazione il
fenomeno fonetico etrusco con quello toscano odierno e la sua ipotesi fu accettata, tranne che da
Rohlfs, e poi sviluppata da Clemente Merlo. Recentemente l'americano Robert A. Hall ha cercato di
dimostrare che l'aspirazione di -t- e -p- pi recente di quella di -c- e che fu solo Firenze il centro di
diffusione della tendenza aspiratoria. Ma Clemente Merlo rispose a tale ipotesi, insistendo
sull'importanza di ritrovare nel Toscano una tendenza fonetica sicuramente etrusca e non italica o
celtica: egli sostenne che anche la disposizione geografica delle aspirate toscane conferma l'ipotesi
del sostrato etrusco.
Meno ipotetici sono i nomi riguardanti la toponomastica: Chianti deriverebbe da Clante, mente
Volterra deriverebbe da Velathri.

Il sostrato greco Nell'Italia meridionale i Romani incontrarono svariate popolazioni non italiche,
tra cui i Greci. Tracce delle lingue meridionali affiorano soprattutto nella toponomastica. Per quanto
riguarda il Greco, la questione pi problematica, poich la lingua e cultura greca godevano di tale
prestigio che rallentarono il processo di romanizzazione.
La colonizzazione greca inizi intorno alla met del VIII secolo a. C. e le colonie greche
raggiunsero il massimo splendore fra il VII e il VI secolo a. C., per poi declinare a causi di lotte
intestine, per le pressioni e invasioni italiche e di altri popoli non ellenici. La pi pericolosa fu,
ovviamente, l'inimicizia di Roma. I dialetti ellenici della Magna Grecia erano soprattutto di tipo
dorico e cominciarono presto ad assimilare elementi latini, anche se la romanizzazione fu molto pi
difficile poich, grazie alla superiorit del Greco, esso resistette fino ad epoca abbastanza tarda. A
questo punto, la questione della persistenza della grecit in Italia diventa importante. Il Greco,
infatti, si parla tuttora in due oasi nell'Italia meridionale: nella Calabria meridionale (a est di
Reggio) e in Terra d'Otranto a sud di Lecce. I dialetti di queste due piccole oasi corrispondono, sia
foneticamente, morfologicamente e sintatticamente, sia sotto l'aspetto lessicale, ai dialetti
neoellenici della Grecia, ma presentano anche alcuni tratti arcaici.
Lo studioso Giuseppe Morosi sostenne che il grecismo di queste due colonie non la continuazione
diretta di quello dell'epoca antica, bens dovuto alla dominazione bizantina. Questa teoria fu
accettata dai glottologi, tranne che da Rohlfs, il quale afferm che tale grecit doveva connettersi
direttamente a quella della Magna Grecia.
Il Latino, fin da epoca antica, aveva gi assimilato elementi greci, ma quando mancano sicuri criteri
fonetici non facile stabilire l'origine e l'epoca dei prestiti linguistici. Negli odierni dialetti della
Calabria e delle Puglie si trovano elementi che rimandano alla grecit antica e per molti di essi si
pu affermare il loro passaggio attraverso il Latino volgare.
Il numero degli elementi greci nei dialetti dell'Italia meridionale altissimo, ma molti di essi si
devono alla posteriore grecit bizantina. Gli influssi del sostrato greco si rivelano anche nel campo
della sintassi: ad esempio, il Neogreco come il Calabrese ha perduto l'infinito nelle proposizioni
oggettive e lo sostituisce col congiuntivo.
Meno notevoli ma comunque numerosi sono gli elementi greci sulla costa provenzale, dovuti alle
colonie marittime greche dell'epoca preromana.
Il sostrato in Sicilia Tracce dei Sicani a ponente e dei Siculi a levante si possono riscontrare nella
toponomastica della Sicilia. La lingua dei Siculi ha carattere indoeuropeo, probabilmente italico; i
Sicani avrebbero la stessa origine, nonostante la tradizione li faccia provenire dall'Iberia e la loro
lingua non abbia carattere indoeuropeo. Le tracce di sostrato, dovute a queste antiche popolazioni,
sono assai scarse.

Le colonie greche cominciarono a sorgere in Sicilia intorno all'VIII secolo a. C. ed alcune fiorirono
anche notevolmente, soprattutto quelle situate lungo le coste orientali e meridionali.
Buona parte della Sicilia fu a lungo sotto il dominio cartaginese: la prima guerra punica, terminata
con la battaglia delle Egadi (241 a. C.) fece cadere il dominio cartaginese e la Sicilia divenne
provincia romana. Anche se la completa romanizzazione della Sicilia un fatto assodato, non da
escludere la presenza di numerose tracce di sostrato greco.
Il sostrato in Sardegna e in Corsica Fin dal tardo periodo neolitico, la Sardegna fu abitata da
popolazioni di stirpe mediterranea, che lasciarono numerose tracce nei nuraghi e in altri
ritrovamenti. Dal VI secolo a. C. fu contesa tra i Cartaginesi e i Greci: dopo la battaglia di Alalia
(537 a. C.), la Sardegna andr ai Cartaginesi, mentre la Corsica pass sotto il dominio etrusco. In
seguito, i Romani conquistarono sia Sardegna che Corsica, ma dovettero sostenere dure battaglie
con gli aborigeni dell'interno e con le popolazioni puniche delle coste. La romanizzazione avvenne,
quindi, lentamente ma profondamente. L'invasione dei Vandali porto via la Sardegna ai Romani, che
per la riconquistarono sotto il dominio di Giustiniano. Essendo la Sardegna isolata dal resto della
penisola, l'idioma neolatino ivi sviluppatosi rappresenta il tipo romanzo pi vicino alla base
originaria. Riguardo al sostrato, si trova ben poco di Greco preromano: gli elementi greci del Sardo
o provengono attraverso il Latino o sono tarde importazioni del periodo bizantino. Gli elementi
derivanti dal Punico sono stati ritrovati prevalentemente nella toponomastica e nel lessico sardo.
Ma gli studi rivelano elementi anche pi antichi dei punici: sia nella toponomastica che nel lessico
si riscontrano elementi di carattere preindoeuropeo-mediterraneo; si trovano anche notevoli
concordanze tra questi elementi paleosardi e alcuni relitti iberici conservati dal Basco. Leopold
Wagner segnala parecchi nomi sardi di animali che possiedono un prefisso a-, ta-, tsa- o i-, ti-, tsi-,
che potrebbe essere messo in relazione con l'articolo femminile ta- dei dialetti berberi.
Per quanto riguarda la Corsica, gli studi pi esaurienti si hanno solo nel campo della toponomastica,
dove appaiono, tuttavia, anche qui elementi di carattere prelatino e non sempre facile distinguere
quelli attribuibili agli Iberi, agli Etruschi e ai Liguri.
Il sostrato ligure e retico I Liguri occupavano un territorio molto ampio che si estendeva dal
Rodano all'Arno e comprendeva una parte del Piemonte, della Provenza, della Lombardia e
dell'Emilia e soprattutto la regione ancora oggi nota col nome di Liguria, e la Corsica.
Per quanto riguarda la lingua, il materiale scarso poich si possiedono poche glosse, solo una
settantina di iscrizioni, dei toponimi e dei nomi di persona. Da questi studi si conclude che nel
Ligure sono presenti due strati principali: uno non indoeuropeo o mediterraneo pi antico e uno
indoeuropeo pi recente dovuto, forse, alla fusione coi Celti (in seguito all'invasione avvenuta nel

VI secolo a. C.). Tracce del sostrato ligure appaiono soprattutto nella toponomastica dell'alta Italia e
regioni finitime: notevole il suffisso -asco, -asca.
Secondo Clemente Merlo le pi importanti tracce del sostrato ligure non sarebbero nella
toponomastica, bens in una tendenza fonetica di alcuni dialetti della Liguria e della Provenza che
egli attribuisce a una reazione etnica dovuta al sostrato ligure, soprannominata acutissima tra le
spie liguri.
Importante da ricordare il Leponzio, che rivela una struttura di compromesso tra il declinare di
una fare arcaica reto-ligure e l'affermarsi di una fase con decisiva provenienza gallica: i Leponzi
segnano il passaggio tra Liguri e Reti.
Per quanto riguarda i Reti, la questione complicata e una delimitazione geografica quasi
impossibile. probabile che i Reti fossero un conglomerato di trib molto diverse e il loro nome
aveva una valenza pi politica che etnica o linguistica. I confini della Raetia sono molto incerti:
buona parte dell'Alto Adige dove si parlano dialetti impropriamente chiamati retoromanzi
apparteneva al Norico e non alla Rezia. Anche riguardo alla lingua gli elementi sono piuttosto
scarsi: si riscontrano alcune affinit con l'Etrusco, ma non si possono identificare i Reti con gli
Etruschi. Secondo Livio, i Reti sarebbero i resti degli Etruschi che, prima dell'invasione dei Galli,
avevano occupato l'Italia settentrionale tranne il Veneto; Trogo Pompeo e Plinio il Vecchio
sostenevano che fossero gli Etruschi fuggiti dalla pianura padana. Come per il Ligure, si trovano
tracce del sostrato retico solo nella toponomastica, ma anch'esse sono difficilmente interpretabili. Il
Retico, comunque, appare come una lingua sicuramente anaria (non indoeuropea), affine alle lingue
preindoeuropee del bacino del Mediterraneo.
Il sostrato celtico Prima della romanizzazione, i Galli occupavano la maggior parte dell'Italia
settentrionale, dopo essere scesi dalla Gallia e dopo aver scacciato i Liguri, gli Etruschi e altre
popolazioni. I Galli appartenevano al gruppo celtico, ramo della famiglia linguistica indoeuropea.
Bench arrivarono a Roma e alcuni si spinsero anche in Campania, i Galli riuscirono a insediarsi
solo nell'Italia settentrionale, fondando la Gallia Cisalpina.
A partire dal III secolo a. C. i Romani cominciarono a conquistare il territorio cisalpino, portando il
confine dell'Italia al Rubicone; successivamente, i Romani si impadronirono di tutta la parte
settentrionale della penisola, spingendosi, poi, anche nella parte meridionale della Gallia
Transalpina, rendendo la Gallia Narbonese o Transalpina provincia romana; in seguito, grazie a
Cesare, tutta la Gallia divenne provincia romana.
Il Gallico fa parte della famiglia delle lingue celtiche, che si dividono in due gruppi: il Celtico
continentale, rappresentato dal Gallico e che si estinto intorno al V secolo d. C., e il Celtico
insulare, che si divide a sua volta in Gaelico formato dall'Irlandese, Scozzese e dal dialetto

dell'isola di Man e Britannico formato dal Cimrico, dall'estinto Cornico e dal Bretone.
Il Gallico documentato da un modesto numero di iscrizioni soprattutto votive, in caratteri greci o
latini, poi da parecchie parole degli autori classici, da alcune glosse e da un buon numero di nomi
propri. ovvio che i lunghi contatti fra Romani e Celti abbiano influenzato anche la lingua, infatti
un certo numero di elementi celtici penetr nel Latino; ma oltre a queste parole gi attestate nel
Latino, vi sono molte parole di origine sicuramente gallica attestate solo attraverso le lingue
romanze o nel Latino tardo che vivono nel territorio una volta celtico. Spesso la forma di tali
parole non documentata nemmeno in glosse e solo le continuazioni romanze permettono
l'attribuzione al Celtico. Il celtista tedesco Rudolf Thurneysen mise su basi scientifiche lo studio
delle parole di origine celtica.
I relitti celtici sono considerevoli anche nella toponomastica della Francia, dell'Italia settentrionale e
dell'Olanda. L'influsso del sostrato celtico, tuttavia, non si limita solo a relitti lessicali, ma si estende
anche a tendenze fonetiche, a elementi di formazione e alla composizione delle parole. Fra le
tendenze fonetiche, un problema su cui si discusso a lungo stato quello del passaggio > :
molti linguisti, siccome questo fenomeno presente solo in Francia, in parte della Ladinia e nei
dialetti gallo-italici, ritengono che le ragioni di questo mutamento si trovino in una reazione del
sostrato gallico. Non si sa con certezza se il Gallico abbia mai avuto il fonema , ma la tendenza del
Celtico a trasformare in i fa supporre un intermediario .
Il problema fu posto da Ascoli in una delle sue lettere glottologiche e venne risolto in favore della
reazione etnica in base a tre prove: corografica, per la corrispondenza del territorio che presenta
con quello che fu di lingua celtica, congruenza intrinseca, per la presenza di i < in alcuni idiomi
celtici moderni, e congruenza estrinseca, per la presenza di < in Neederlandese. Il germanista
Erich Clemens Gierach si dimostr favorevole alla teoria dell'origine celtica dello spostamento
fonetico, mentre Meyer-Lbke present parecchie obiezioni, riassumibili in quattro punti: 1) la
mancanza della palatalizzazione della cdavanti alla ; 2) le parole che l'antico e il medio alto
tedesco hanno mutuato dal Galloromanzo non presentano , nonostante questo fonema fosse
presente nelle loro lingue; 3) le parole che l'Inglese ha mutuato dal Francese trasformano in au e
in iu; 4) l'assenza di in Catalano. Ma non tutte queste obiezioni reggono veramente alla critica.
Alla fine, si pu ammettere che la presenza di nei territori romanzi di sostrato celtico si debba ad
una tendenza di origine gallica, anche se non da escludere la possibilit di sviluppi indipendenti.
Un altro spostamento fonetico attribuibile al sostrato celtico quello del nesso consonantico -ct- che
in Francese, Provenzale, Portoghese e in buona parte dei dialetti gallo-italici d -it-; anche lo
Spagnolo, che oggi presenta la fase risale a it. Il passaggio ct > it si trova esattamente nel
territorio che fu celtico: Italia settentrionale (a eccezione del Veneto), Francia e Penisola Iberica. A
sud della linea La Spezia-Rimini che segnava il confine meridionale del mondo celtico ct si

assimila in -tt- e in Rumania ct passa a -pt-.


Il Bolelli considera fra i fenomeni pi sicuramente attribuibili al sostrato celtico nelle lingue
romanze la palatalizzazione di e, cio, il passaggio di a > e (o ) in sillaba libera, che si osserva
nel Francese, in molti dialetti gallo-italici e in parte del Ladino. Questa evoluzione ignota nel
Provenzale e nel Francese settentrionale avvenuta tardi. In Italia, tale fenomeno si presenta in
modo assai diverso e si estende oltre Rimini, in parte delle Marche e penetra nell'Umbria.
Un altro fenomeno fonetico quello della sonorizzazione o lenizione delle consonanti sorde
intervocaliche che interessa tutta la Romnia occidentale.
Potrebbe, poi, essere collegata al sostrato gallico la tendenda all'indebolimento e alla caduta delle
vocali di sillaba debolmente accentata (atona) che si riscontrano nel Galloromanzo, nei dialetti
gallo-italici e, parzialmente, nel Portoghese.
Il sostrato nella Penisola Iberica La Penisola Iberica presenta condizioni etniche molto
complesse, infatti l'unica regione europea in cui si conservi e si parli tuttora un idioma preromano
certamente preindoeuropeo. Questa lingua il Basco, oggi limitata a poche province della Spagna
nord-orientale e nella Francia sud-occidentale.
Il Basco ha una struttura sintattica completamente diversa da quella delle lingue indoeuropee:
stato spesso avvicinato alle lingue camitiche, ma oggi la tesi prevalente che si debba connettere
alle lingue caucasiche.
Nessuna fonte antica attesta che i loro progenitori siano giunti nella Penisola Iberica in epoca
storica, perci pare ovvio che i Baschi non siano altro che la continuazione di uno dei popoli
antichissimi della Penisola Iberica. Wilhelm von Humbolt cerc di spiegare alcuni nomi di luoghi e
di persona dell'antica Iberia servendosi del Basco e, pi recentemente, anche Hugo Schuchardt,
grazie a delle iscrizioni iberiche, tent di ricostruire la declinazione iberica e not importanti
concordanze con quella del Basco.
In base a ricerche pi recenti, siamo portati a ritenere che gli Iberi siano un popolo venuto nella
penisola dall'Africa settentrionale e a identificare i progenitori dei Baschi negli antichi Vascones
affini agli Aquitani: molti antichi nomi di luogo ritenuti iberici si riscontrano in toponimi della zona
che fu aquitana e proprio nelle iscrizioni latine del territorio aquitano si trova il maggior numero di
nomi di persona spiegabili attraverso il Basco.
I progenitori dei Baschi giunsero nella Penisola Iberica in un'epoca molto antica, anche se non si a
conoscenza della via seguita nelle migrazioni dal Caucaso. La migrazione pi plausibile quella via
terra, attraverso la costa settentrionale dell'Africa; in questo modo si potrebbero spiegare anche i
contatti con le lingue camitiche, in quanto possibile che durante la migrazione elementi caucasici
si siano fusi con popolazioni camitiche. Gli Iberi, invece, costituiscono una ondata successiva

proveniente dall'Africa settentrionale e di origine libica.


Nelle lingue romanze della Penisola Iberica e nella parte ovest del dominio provenzale Guascone
e Bearnese gli elementi attribuibili al sostrato sono numerosi. Fra le voci documentate in Latino
come caratteristiche della Penisola e attribuibili al sostrato troviamo, ad esempio, arrugia > sp.
arroyo, pg. arroio.
Per quanto riguarda le tendenze fonetiche dovute al sostrato, la pi evidente il passaggio f > h: f
non presente nel sistema fonologico del Basco, che rende f- iniziale delle parole latine con p-, b- o
con h- o facendo addirittura cadere il fonema (es. biku, piko, iko < fcus). Lo Spagnolo muta f- in h(es. faba > haba). La tesi della reazione etnica rafforzata dal fatto che il passaggio f- > h- si trova
anche in alcuni dialetti guasconi confinanti direttamente col territorio basco.
Il sostrato paleoveneto La parte dell'Italia settentrionale che corrisponde all'odierno Veneto sub
poche infiltrazione da parte del popolo gallico. In quest'area erano stanziati, fin da tempi antichi,
popoli di origine non celtica: essi furono principalmente i Veneti e gli Euganei, anche se l'essenza
etnica di questi ultimi rimane sconosciuta. dubbia l'appartenenza degli Euganei alla stirpe ligure,
come dubbia la loro italicit; , invece, probabile che gli Euganei si siano fusi con i Reti nella
regione di Verona e nelle montagne a Nord di Verona e di Brescia, e che si siano fusi coi
Paleoveneti nella pianura padana, nella regione di Padova e di Este.
Il Paleoveneto ci parzialmente noto attraverso delle iscrizioni in alfabeto facilmente decifrabile.
indubbia l'origine indoeuropea del Paleoveneto, ma il carattere illirico appare pi incerto, anzi esso
ormai negato da parecchi studiosi che ritengono il Paleoveneto una lingua indoeuropea
occidentale una delle lingue kentum. Nella toponomastica troviamo dei relitti che risalgono senza
dubbi al Paleoveneto: nomi proparossitoni , come lo stesso nome di Padova. Per quanto riguarda la
fonetica potrebbe essere di origine paleoveneta la tendenza a fonemi interdentali nei dialetti veneti
odierni. Tuttavia, la constatazione pi interessante negativa: i dialetti veneti di oggi si accostano di
pi al Toscano e all'Italiano letterario e ci d l'impressione ingannevole di maggior somiglianza del
Veneto con l'Italiano letterario. L'assenza di sostrato gallico nel Veneto rende, quindi, pi simile il
Veneto al Toscano, privo anch'esso di sostrato celtico. Si tratta di concordanza nella agallicit.
Il sostrato illirico e trace Nella zona dell'Illyricum si formata una sola lingua romanza oggi
estinta: il Dalmatico, che presenta notevoli affinit col Rumeno e con gli elementi latini
dell'Albanese. Questa affinit dovuta sia a ragioni di continuit geografica e all'isolamento delle
due lingue, sia ad affinit di sostrato preromano.
La romanit del Rumeno ha sicuramente sostrato trace. Il Trace, che conosciamo attraverso una sola
iscrizione, poche glosse e materiale onomastico, era una lingua indoeuropea.

Per quanto riguarda la fonetica del Dalmatico, notiamo tendenze comuni al Rumeno, all'Albanese e
al Bulgaro; nella sintassi vi sono concordanze fra le lingue balcaniche che possono essere dovute a
tendenze ereditarie dal comune sostrato.

Capitolo 3 La Romnia, territori perduti e territori nuovamente acquistati dal dominio


linguistico neolatino
Il termine Romanus - Il populus romanus costituito dalle gentes aggregate alle trenta curiae
delle tre tribus, perci l'appartenenza a una gens condizione necessaria per poter far parte del
populus romanus. Col tempo, cominciano a diventare membri del populus anche dei clienti e dei
plebei e la condizione di cittadino cessa di corrispondere a quella di gentilis e gentili e plebei
vengono designati col nome nuovo di cives.
Il diritto di cittadinanza venne man mano esteso a varie citt dell'Italia fino al Po e, in seguito,
anche alle citt transpadane finch, con l'editto di Caracalla, la cittadinanza fu estesa a tutti i sudditi
liberi dell'Impero.
L'aggettivo romanus in espressioni come populus romanus aveva in origine un valore etnico ed
uno politico, ma quando il diritto di cittadinanza cominci ad essere esteso, esso perse la sua
valenza etnica e conserv solo il significato politico e giuridico. In principio i Romani si
opponevano ai Latini, ma quando la sudditanza si estese, allora i Romani si opposero solo ai
Barbari, cio alle popolazioni esterne all'Impero.
Il valore politico del termine romanus appare soprattutto nella parte orientale dell'Impero, ovvero
dove il Latino non riusc mai a sopraffare il prestigio del Greco.
Nella parte occidentale, tuttavia, al tempo delle invasioni barbariche, Romanus ha sia valenza
politica che linguistica; normale, per, che, quando croll l'unit politica dell'Impero d'Occidente
e subentrarono i barbari, al termine rimanesse solo il significato linguistico. Romani, inoltre, il
nome che danno a s stessi i parlanti Latino.
I Germani chiamano i Romani assoggettati con un termine della loro lingua: Walha. Col tempo, il
nome di Romani si conserver in Occidente solo presso una piccola popolazione alpina, quella del
cantone svizzero dei Grigioni; i dialetti latini parlati in questa zona vengono chiamati rumantsch ed
tale anche il nome della popolazione, pievel rumantsch.
I termini romanicus, romanice - Il termine Romnia, nel mondo occidentale, cominci a
indicare l'insieme dei parlanti il Latino e, quindi, anche romanus assunse un significato sempre pi
vasto. Accanto a questo aggettivo viveva un aggettivo di carattere pi popolare: romanicus, ovvero
fatto alla maniera di Roma. Accadde, perci, che romanicus stesse a Romnia, come romanus a
Roma. Allo stesso modo, come a romanus corrispondeva l'avverbio romane, a romanicus

corrispondeva l'avverbio romanice. E se romane loqui equivaleva, nei tempi classici, a latine loqui,
ora che romane e romanice non si identificavano pi, romanice parabolare significava parlare
come gli abitanti della Romnia. E questo avverbio romanice si prestava meglio di romane ad
indicare quello che di nuovo la lingua stava nascendo. Ben presto romanice si trasform in
romance, e questa trasformazione ci comprovata dalle sue continuazioni delle lingue neolatine: si
ha fr. ant. romanz, prov. romans, sp. romance. Dalla Francia la parola passa nell'it. romanzo,
dapprima usato solo per designare opere letterarie in volgare.
Romnia perduta e Romnia nuova Nella parte occidentale dell'impero, i sensi politico e
linguistico del termine Romnia non corrispondevano alla realt geografica, poich non in tutto
l'impero il Latino era ugualmente diffuso.
La scienza moderna ha scelto il nome di Romnia per designare il complesso del mondo neolatino,
in cui si parlano le lingue romanze continuazione del Latino. Ma questa Romnia corrisponde solo
in parte alla Romnia del IV-V secolo d. C.: molto territori, infatti, non furono mai romanizzati
linguisticamente; altri, romanizzati superficialmente, persero col tempo l'uso del Latino o del
Romanzo. Tuttavia, le lingue neolatine, sviluppatesi su una parte del territorio dell'antica Romnia
storica, furono portate in altri territori in cui i Romani non erano mai arrivati, estendendo, quindi, il
mondo linguistico romanzo.
Cos da una parte troviamo la Romnia perduta, in cui si possono studiare gli stadi della spenta
latinit attraverso la toponomastica e i relitti latini rimasti, e dall'altra la Romnia nuova, frutto
della colonizzazione.
La geografia linguistica e la linguistica spaziale ci hanno mostrato che ogni fenomeno fonetico ha la
sua particolare estensione geografica e la sua storia, e che questa storia questa espansione si
riscontra in quasi tutte le parole che fanno parte di una lingua.
Latino e Greco nell'Impero Romano Se si osservano le carte dell'estensione dell'impero romano
dal tempo di Augusto a quello di Romolo Augustolo, si pu seguire l'allargamento prima e il
restringimento dopo dei territori su cui venne esercitato il potere di Roma; pi ristretta fu la
Romnia linguistica e ancora pi ristretto il territorio che conserv l'uso della lingua romana.
La parte orientale non fu mai romanizzata nella lingua, poich il Latino fece sempre molta fatica ad
imporsi sul Greco, lingua che aveva maggiore prestigio storico e culturale. Tuttavia, non facile
tracciare un netto confine tra il dominio del Latino e quello del Greco. Il criterio del maggior
numero di iscrizioni greche o latine non basta per determinare l'uso linguistico del popolo.
In Africa era per la maggior parte grecofona la regione che andava dalla Cirenaica all'Egitto e
grecofone erano tutte le province romane dell'Asia.

La presenza di un idioma neolatino nel territorio che fu un tempo romano non sufficiente per
garantire dappertutto la continuit della vita romana, ma basta a far presumere una tale continuit.
Da Occidente e Oriente rimangono alla Romnia linguistica e al mondo neolatino: la Hispania
(tranne la zona popolata dai Baschi), la Gallia (salvo la parte orientale della Belgica e salvo
immigrazioni alloglotte), tutta l'Italia, piccola parte della Rezia e del Norico e la Dacia. Dapprima
era compresa anche la fascia costiera della Dalmazia che fu, poi, sommersa.
Gli elementi latini nei dialetti berberi Anche per quanto riguarda la Romnia perduta si procede
da Occidente a Oriente, partendo dall'Africa romana, che comprende l'Africa Settentrionale odierna,
dal Marocco alla Tripolitania. Dall'Atlantico fino a Leptis Magna, la fascia costiera, che si
estendeva verso l'interno, fu quasi completamente romanizzata. Le citt di fondazione fenicia o
cartaginese fiorirono sotto l'Impero Romano e il Cristianesimo vi si diffuse rapidamente.
Anche qui, la romanizzazione non fu dappertutto uguale: fu pi intensa nelle regioni pi vicine
all'Italia, e cio nella zona di Cartagine e nella provincia proconsolare. Verso Oriente, nella
Cirenaica, cominciava il territorio in cui era pi diffusa la lingua greca. Nel periodo imperiale la
cultura latina fioriva in Africa e Cartagine era il maggiore centro di studi.
L'influenza che ebbe la romanizzazione appare anche dall'elevato numero di iscrizioni latine. Ad
esempio il Punico dialetto fenicio era parlato a Cartagine e nei suoi antichi domini, ma col
tempo di estinse in favore del Latino. Ma nella costa settentrionale dell'Africa c'era una popolazione
indigena che resistette alla romanizzazione: si tratta della popolazione libica, che parlava un
idioma appartenente alla famiglia camitica. Questa popolazione si identifica negli odierni Berberi, i
cui dialetti si estendono dalla costa Atlantica fino all'oasi di Siwh in Egitto. Esaminando proprio le
voci latine penetrate nel dialetti berberi possiamo farci un'idea del potere della latinit dell'Africa.
Fu Hugo Schuchardt ad iniziare lo studio dei elementi latini del Berbero. Gli elementi latini in
questo dialetto presentano caratteri di grande arcaicit fonetica. Per prima cosa, notiamo la
conservazione di ed del Latino, che nella maggior parte del territorio romanzo si sono fusi con
ed . Notevole anche la conservazione di c e g davanti a vocali palatali.
Il Berbero continua termini latini che mancano alle altre lingue romanze: ad esempio il lat. porrigo
(tigna, forfora) sconosciuto a tutto il dominio neolatino tranne che in Mozambico, accordo non
casuale, poich dall'Africa alla Spagna si notato un continuo movimento migratorio che ha
favorito l'estensione di isoglosse di origine africana nella Penisola Iberica.
Gli elementi latini nel Basco Nella Hispania la romanizzazione fu quasi completa, tranne che
nelle regioni montuose del Nord-Est, dove il popolo basco si mantenne. Ma l'attuale territorio basco
oggi non che un piccolo resto di quello che era il dominio della lingua basca.

La presenza di elementi latini nel Basco notevole sia dal punto di vista quantitativo che
qualitativo. Si rimane sorpresi nel trovare nel Basco una enorme quantit di parole latine senza che
si sia indebolita la forza vitale della lingua indigena. L'influsso latino nel Basco interessante e
importante per il suo carattere arcaico che ci permette di conoscere preziosi relitti sconosciuti al
resto del mondo neolatino.
Per quanto riguarda la fonetica, il carattere conservativo e arcaico dato dalla conservazione di c e
g velari davanti a e ed i. Troviamo nel basco la conservazione di esiti distinti per le vocali latine
ed , ed che invece, gi in epoca volgare, si erano fuse rispettivamente in e ed o.
Dal punto di vista della cultura interessante notare che l'influsso latino si riferisce in primo luogo
all'organizzazione giuridica ed amministrativa del paese. Notevole fu anche l'influsso romano sulla
terminologia del vestiario, su quella commerciale e militare.
Relitti nella Britannia. Gli elementi latini nelle lingue celtiche e nell'Inglese antico La
Britannia un dominio completamente perduto per la Romnia linguistica.
Le citt della Britannia dovevano essere assai romanizzate quando, nel V secolo, le forze militari
romane si ritirarono sul continenti lasciando l'isola in mano ai Barbari; tuttavia, gli idiomi celtici
insulari, sia per la maggiore distanza da Roma, sia per la pi breve dominazione romana, resistettero
meglio di quelli continentali, mantenendosi in Irlanda, nel Galles e in Cornovaglia.
Tenendo conto anche del fatto che le documentazioni di queste lingue cominciano solo nel periodo
medievale, incontriamo delle difficolt a distinguere i pochi relitti latini dovuti alla conquista
romana. Inoltre, l'Irlanda non venne mai assoggettata e quindi gli elementi latini dell'Irlandese
provengono, pi che dalla colonizzazione, dai rapporti di commercio e sono in buona parte
importati dalla Britannia e, quindi, passati attraverso lingue celtiche di tipo gaelico.
Per quanto riguarda l'Anglosassone, da tenere presente che alcuni elementi latini penetrarono
negli idiomi germanici degli Angli e dei Sassoni anche prima delle loro migrazioni verso le isole
Britanniche, quando ancora occupavano sedi vicine al Reno.
Dal punto di vista della fonetica, i pi antichi elementi latini delle lingue celtiche dimostrano
caratteri arcaici. Nella toponomastica della Gran Bretagna non sono rare le tracce che riconducono
alla Britannia romana.
Gli elementi latini nelle lingue germaniche La provincia romana della Germania abbracciava un
territorio relativamente piccolo, ad occidente del Reno, il limes naturale fra mondo romano e
mondo germanico. In questa regione, oltre che in Baviera, Tirolo e Svizzera, troviamo i pi
numerosi relitti latini, sia nella toponomastica che nel lessico.
La conoscenza del Latino doveva essere abbastanza diffusa fra i Germani e non solo fra quelli che

entravano a far parte dell'esercito romano. Gi Cesare parla della presenza di commercianti romani
presso gli Ubi e i Suebi. I primi commerci furono forse di vini e non un caso, infatti, che la parola
latina caupo (oste, commerciante di vino) si conservi solo nelle lingue germaniche.
Ma fra i relitti della Romnia perduta si trovano anche voci ormai estinte nel Romanzo. Anche le
condizioni fonetiche dei pi antichi relitti latini ci mostrano fasi arcaiche, come la pronuncia velare
di c e g.
Relitti romani nella Pannonia e nell'Illirico. Gli elementi latini in Albanese Nella Rezia e nel
Norico troviamo residui neolatini limitati alla fascia alpina: qui si svilupperanno, poi, i dialetti
ladini. Le parti settentrionali della Rezia e del Norico sono state perdute alla romanit e oggi sono
completamente germanizzate. Tuttavia, il sostrato romano appare nella toponomastica e nel lessico.
Per quanto riguarda la Pannonia, le invasioni slava e ungherese hanno fatto scomparire la romanit
linguistica, anche se molti elementi nella toponomastica inducono a ritenere che all'arrivo degli
Ungheresi l'idioma neolatino non fosse ancora estinto. L'esame delle iscrizioni dimostra che la
latinit della Pannonia doveva concordare con quella occidentale e non con quella orientale.
Nell'Illirico si form, nella regione costiera, una lingua romanza: il Dalmatico. Nella parte pi
meridionale dell'Illirico un popolo indoeuropeo, forse formato da Illirici e Traci, fu quasi sul punto
do romanizzarsi linguisticamente: questo popolo era quello albanese.
Il luogo di formazione dell'albanese rimane incerto, ma tutto gli studiosi ormai lo collocano in una
zona pi a nord di quella dell'attuale Albania e abbastanza distante dal mare. Oggigiorno non si
considera pi l'Albanese come una lingua semiromanza, ma l'apporto dato dal Latino alla
formazione di questa lingua considerevolissimo. Dal punto di vista culturale, gli elementi latini
del lessico albanese hanno grande importanza: fra i nomi di parentela, le voci per la parentela
cognatizia sono di origine latina.
Quasi completamente latina la terminologia cristiana; parole importanti di origine latina si
riferiscono alla vita sociale e a quella intellettuale; animali comuni sono denominati con termini
latini; importante anche la presenza di un elevato numero di aggettivi di origine latina.
Dal punto di vista della forma, si pu trovare un'affinit con Rumeno e con l'antico Dalmatico,
nonch con gli elementi latini e neolatini del Neogreco e delle lingue slave meridionali. Questa
affinit si riscontra sia in fenomeni di conservazione comuni, come nel mantenimento di latino,
sia in fenomeni di innovazione comuni o paralleli, come il nesso -ct- che in Albanese diventa -ft- e
in Rumeno -pt-.
Importante anche la concordanza di elementi latini dell'Albanese col Rumeno, sia per la
conservazione di voci latine che non hanno o hanno scarsa vita in altra parte della Romnia, sia per
innovazioni semantiche.

Gli elementi latini in Greco e nelle lingue slave Anche se a sud della linea tracciata da Jireek,
che va da Alessio al Mar Nero passando per la Penisola Balcanica, la lingua prevalente sia stata il
Greco, non mancano, tuttavia, elementi del mondo romano. risaputo che il Greco esercit molta
influenza sul Latino, ma bene ricordare che, nonostante ci, il Latino divent la lingua ufficiale
dell'esercito anche in Oriente, nonch la lingua della giustizia e dell'amministrazione tanto da
lasciare profondi segni anche sul Greco. Questo influsso latino cominci a farsi sentire dal II secolo
a. C. e si intensific dopo la vittoria di Leucopetra che segn il declino politico della Grecia. La
divisione cronologica dei prestiti latini fatta da Federico Viscidi nel lavoro I prestiti latini nel Greco
antico e bizantino segna l'apice nel VI secolo d. C., ovvero l'epoca di Giustiniano che sempre stata
ritenuta il principio del declino della lingua latina.
Dal punto di vista culturale, bisogna ricordare l'importanza di elementi dotti e semidotti assimilati
dal Greco che furono, insieme a parole di origine popolare, portati dove si parlava la lingua greca:
in questo modo, parole latine si trovano fino in Asia Minore e in Egitto.
Allo stesso modo, probabile che parole della latinit balcanica siano state introdotte nelle lingue
slave, poich al tempo della venuta degli Slavi, la romanit balcanica occupava un'area abbastanza
estesa. Anche la toponomastica dei paesi oggi slavofoni della Penisola Balcanica contiene numerosi
elementi che risalgono al Latino, anche se non facile distinguere le voci che provengono
direttamente dal Latino da quelle che provengono, invece, da prestiti da idiomi romanzi gi formati,
come il Dalmatico e il Rumeno.
La Romnia nuova Anche se il dominio linguistico romanzo perdette alcuni territori di quella
che fu la Romnia imperiale, le lingue neolatine si espansero comunque in regione che mai erano
state sotto il dominio di Roma. Erano soprattutto territori d'oltremare, in cui le lingue romanze si
espansero in seguito all'allargamento dei domini coloniali.
Generalmente le differenze tra le lingue romanze di origine coloniale e quelle europee sono esigue e
consistono in conservazioni di fasi arcaiche e dialettali e in alcune innovazioni. Le lingue letterarie,
sempre svolte su modelli classici, mantengono maggiore uniformit. Casi sporadici sono
rappresentati dalle lingue creole (vedi pag. 11-12 appunti).
L'espansione dell'Italiano L'Italiano non ha dato vita a variet stabili di tipo coloniale, poich
l'Italia non ha partecipato alla colonizzazione dell'America e dell'Asia e, per quanto riguarda
l'Africa, la sua espansione coloniale recente. vero che le repubbliche marinare di Genova e
Venezia ebbero colonie nel Levante, ma non hanno mai generato un idioma che sia stato capace di
conservarsi a lungo.
Testimonianze dell'espansione veneta e italiana sono le numerose parole di origine italiana

specialmente veneta nel Neoellenico, Croato, Albanese, Arumeno e Turco. Il commercio nel
Mediterraneo port elementi italiani anche all'Arabo. L'unico esempio di un idioma creolizzante a
base fortemente italiana dato dalla cosiddetta lingua franca.
L'espansione del Francese L'espansione del Francese come lingua nazionale di gran lunga
minore di quella che ha avuto come lingua di cultura e di comunicazione. La colonizzazione
francese in America, infatti, stata relativamente modesta. La maggiore colonizzazione stata
sicuramente quella del Canada, iniziata nel XVI secolo e intensificata nel XVII. Dopo la pace di
Utrecht, tuttavia, la Francia cominci a perdere terreno e territori in favore dell'Inghilterra. Nel
XVIII secolo la Francia veniva sconfitta e la pace di Parigi cedeva il Canada all'Inghilterra.
Nonostante questa perdita, il Francese ancora parlato in Canada, soprattutto nella provincia di
Qubec.
Il Francese del Canada si distingue per alcune particolarit e specialmente per il suo carattere
arcaico (ad es. la pronuncia u e dittongo oi): non esattamente il Francese del XVII, ma ne
conserva molti tratti sia nella fonetica che nel lessico.
Il Francese si conserva, con tipo creolizzante, anche nella Louisiana e, sotto forma di dialetti creoli,
anche nelle Antille. Altri dialetti creoli francesi si trovano, poi, in Africa, nelle isole Mascarene
(Riunione e Maurizio), nelle isole Seycelles e in alcuni punto dell'Africa Occidentale ed
Equatoriale.
L'espansione dello Spagnolo La bolla del Papa Alessandro VI (1493) divideva i territori scoperti,
e quelli ancora da scoprire, tra Spagnoli e Portoghesi: la parte maggiore tocc alla Spagna, che ben
presto divenne uno degli imperi coloniali pi grandi del mondo.
Anche se le lingue indigene americane non sono del tutto scomparse, lo Spagnolo si imposto nelle
colonie gi appartenenti alla corona di Spagna, dal Messico al Nord fino alla Patagonia al Sud,
eccetto che in Brasile.
Quando le colonie si emanciparono anche attraverso le lotte, i singoli stati indipendenti mantennero
come lingua nazionale lo Spagnolo ed proprio questa conservazione che permette all'America
Latina di godere ancora di una certa unit culturale. L'unione politica con la Spagna ormai cessata,
ma l'unione culturale esiste ancora e, nella lingua scritta, le differenze fra lo Spagnolo europeo e
quello dell'America Latina sono soprattutto lessicali. I prestiti dalle lingue indigene non sono molto
numerosi e si riferiscono perlopi alla flora e alla fauna locale, oppure appaiono nella
toponomastica. Pi importanti sono le differenze nella lingua parlata, dove si in presenza di
fenomeni di conservazione e di innovazione, ma soprattutto si osserva l'affermarsi di tendenze che,
nella lingua della madre patria, sono solo dialettali.

Lo Spagnolo d'America importante perch il suo sviluppo offre notevoli parallelismi con la
diaspora del Latino volgare nella Romnia e il suo successivo funzionamento, offre nuovi tipi di
letterature e permette di seguire aree dialettali e di trovare in variet ispano-americane odierne
alcuni fenomeni dello Spagnolo gi tramontati o dialettali nella madre patria, ma che in America
ebbero un grande sviluppo.
Dal punto di vista linguistico, interessante il Giudeo-spagnolo degli Ebrei sefarditi. Nelle citt
dell'Oriente europeo Bosnia, Macedonia, Grecia, Bulgaria, Romania e Turchia vivevano
migliaia di Ebrei sefarditi, discendenti dagli Ebrei spagnoli che furono cacciati dalla Spagna nel
1492 e che si rifugiarono presso l'impero ottomano. Questi Ebrei hanno conservato la loro lingua
che corrisponde allo Spagnolo del periodo classico.
Un'evoluzione completamente diversa ha avuto lo Spagnolo nelle isole Filippine, dove ha dato
luogo anche a una variet creola. A Curaao si parla, infatti, una lingua creola influenzata
lessicalmente dallo Spagnolo e che ha per base un dialetto creolo-portoghese.
L'espansione del Portoghese Il principale centro di espansione coloniale del Portogallo stato il
Brasile. In principio colonia, poi viceregno, poi regno, poi impero e quindi repubblica indipendente,
il Brasile ha mantenuto la lingua dei colonizzatori e mantiene tutt'oggi unit culturale e spirituale
col Portogallo, affermata con l'unificazione ortografica fra i due Stati. Il Portoghese brasiliano
conserva alcuni aspetti del Portoghese arcaico e presenta anche alcune innovazioni. Le principali
differenze si trovano nel lessico e nella fraseologia; in Brasile troviamo voci che in Portogallo sono
ormai antiquate o solo dialettali e vi sono voci diverse per alcuni oggetti o concetti. Nella
morfologia si nota solo nella parlata di classi meno colte la tendenza al livellamento fra
singolare e plurale. La maggiore differenza sta per nella collocazione dei pronomi atoni che in
Brasile vengono preposti in casi in cui in Portogallo si postpongono.
Gli elementi mutuati dalle lingue indigene si riferiscono perlopi alla flora e alla fauna o a
costumanze locali. Sul Portoghese brasiliano ha influito, poi, la parlata creolizzante degli antichi
schiavi negri.
Nel territorio brasiliano si sono, col tempo, formati parecchi idiomi creoli. Il Portoghese
sicuramente la lingua romanza che ha dato vita al maggior numero di variet creole: i dialetti indoportoghesi delle poche oasi dell'India, il Sino-portoghese di Macao, il Maleo-portoghese, ecc.

Capitolo 4 Il nucleo centrale: il Latino


Latino scritto e Latino parlato; urbanitas e rusticitas Il nucleo delle lingue neolatine
formato dal Latino.
Il Latino un idioma appartenente alla grande famiglia indoeuropea; esso ci conosciuto, grazie a

una documentazione ininterrotta e organica, solo dal III secolo a. C. Se vero che la posizione dei
dialetti indoeuropei non si notevolmente alterata, il Latino, come i dialetti italici e le lingue
celtiche, rappresenta un idioma marginale dell'estremit occidentale: la linguistica spaziale ci ha
insegnato che le aree laterali conservano elementi arcaici. Il Latino presenta, quindi, importanti
fenomeni di conservazione del sistema indoeuropeo, ma presenta anche notevoli innovazioni.
La lingua latina offre fenomeni di semplificazione che si vanno sempre pi accentuando. I dittonghi
indoeuropei, ancora ben conservati nel Latino arcaico, si vanno man mano monottonghizzando: ei
passa in (es. deico > dco); oi passa in (es. oinos > nus); ou passa in (es. Loucilius > Lcilius);
la declinazione si semplifica con la perdita del locativo e dello strumentale, la coniugazione subisce
anch'essa delle semplificazioni; l'accento non pi fisso sulla prima sillaba, ma condizionato dalla
quantit della penultima e non risale mai oltre la terzultima.
Dopo averla fissata come lingua letteraria, il Latino scritto con intenti artistici mantiene una relativa
fissit; ma all'interno dell'urbs e non solo nelle provinciae, la lingua parlata differiva pi o meno
considerevolmente, secondo le epoche e le categorie sociali, dalla lingua scritta e, soprattutto, dalla
lingua letteraria. Ad esempio, lo stesso Cicerone usa, nelle epistole non destinate alla pubblicazione,
uno stile molto diverso da quello impiegato nelle orazioni o nelle opere filosofiche e retoriche.
Il Latino scritto e letterario aveva una certa uniformit e regole che andavano obbligatoriamente
rispettate e anche i filologi pi esperti distinguono a fatica certe peculiarit regionali. Pi facilmente
perseguibili sono, invece, le differenze regionali nei testi non a carattere letterario, come ad esempio
le iscrizioni di carattere non ufficiale. Il Latino parlato, unitario fino solo ad un certo punto, a causa
del livellamento provocato dall'unit politica e culturale, aveva un numero maggiore di differenze
regionali e sociali. Cicerone e Quintiliano oppongono, infatti, l'urbanitas romana alla rusticitas. Ma
questi fenomeni ritenuti rustici non erano dappertutto gli stessi e il sermo vulgaris doveva avere gi
in s stesso quei germi di differenziazioni dialettali che si svilupperanno poi nelle singole lingue
romanze: il Latino classico sub, infatti, una lenta e profonda trasformazione, allontanandosi sempre
pi dalla lingua parlata e rimanendo sempre pi legato a determinati schemi e modelli.
Fonti per la conoscenza del cosiddetto Latino volgare Il nome di Latino volgare si pu
prestare a qualche equivoco: sarebbe forse meglio parlare, infatti, di Latino parlato e di Latino
comune, siccome l'aggettivo volgare pu essere male interpretato. Non si tratta solo del Latino
parlato dalle classi pi basse del popolo, ma della lingua parlata da tutte le classi sociali con infinite
sfumature: non mai esistito, infatti, un Latino volgare unitario.
Grazie ad alcune principali fonti possiamo acquistare una relativa conoscenza di questa lingua:
1)

Gli autori latini. In primo luogo alcuni autori arcaici, come Plauto, sia

per il genere comico, che meglio si prestava ad essere reso con espressioni pi colloquiali, ma anche

perch, all'epoca, non si erano ancora fissati tutti i modelli retorici. Importanti sono, poi, alcuni
trattati di veterinaria e alcune opere di culinaria e di medicina popolare. Petronio, nel suo Satyricon,
mette in bocca ai suoi personaggi soprattutto a Trimalchione espressioni e parole di carattere
popolare o plebeo. Altra preziosa fonte sono gli autori cristiani: nei primi secoli dell'era volgare si
era formato un Latino cristiano, che non solo risentiva degli influssi greci e orientali, ma, avendo il
compito di diffondere il messaggio del Signore, ed essendo nato in ambienti popolari, era una
lingua molto vicina a quella parlata. Sant'Agostino e altri Padri della Chiesa, sebbene fossero
uomini di immensa cultura, utilizzano volutamente una lingua molto pi vicina a quella parlata dal
popolo a cui si rivolgono. Carattere popolare aveva anche la pi antica traduzione della Bibbia e
anche la Vulgata, la traduzione compiuta da San Gerolamo, si basa sulla Vetus Latina di cui
conserva alcuni volgarismi. Non si possiede nessun testo esclusivamente volgare, ma in tutti i testi
sopra menzionati troviamo, o volute dagli autori, o usate per mancanza di termini tecnici nel Latino
classico, tracce pi o meno numerose del Latino volgare.
2)

I grammatici latini, dove parlano di forme da evitare o segnalano gli

errori pi comuni dell'uso quotidiano, sia nella pronuncia, sia nella morfologia.
3)

I lessicografi. Nelle opere lessicografiche si trovano non solo delle

parole arcaiche o rare e poi spiegate, ma anche numerosi volgarismi. Importanti sono, poi, i
glossari, fra cui ha particolare interesse la cosiddetta Appendix Probi, scritta probabilmente a Roma
intorno al III secolo a. C. che contiene, nella terza parte, un elenco di 227 parole volgari da evitare,
con le corrispondenti in Latino corretto. L'autore doveva essere un grammatico e il piccolo elenco
era destinato ai suoi alunni (viene chiamato Apprendix Probi perch stato trovato in calce a un
manoscritto di Valerio Probo). Speciale importanza hanno, poi, le Glosse di Kassel e quelle di
Reichenau.
4)

Le iscrizioni, pi importanti quelle a carattere privato che non quelle

ufficiali; nelle iscrizioni funerarie dei piccoli cimiteri di campagna, nei graffiti murali, ecc. si
trovano tracce di volgarismi che mancano quasi del tutto nelle epigrafi ufficiali. Siccome le
iscrizioni rimangono nel luogo dove furono scritte, lo studio delle loro particolarit linguistiche
permette di rendersi conto del Latino regionale della Gallia, della Dacia, dell'Iberia, ecc.
Particolarmente interessanti sono le iscrizioni e i graffiti di Pompei. Grazie alle iscrizioni, la vita
quotidiana di un popolo di una citt di provincia ci si presenta nei suoi vari aspetti ed esse
testimoniano molti volgarismi che si affermeranno, poi, nelle varie lingue romanze. Per il loro
carattere popolare hanno una notevole importanza anche le defixiones, formule di incantesimo con
cui si vogliono neutralizzare i malefici e le maledizioni.
5)

Le grafie dei manoscritti, soprattutto attraverso gli sbagli dei copisti o

le false ricostruzioni, ci manifestano tendenze del Latino volgare.

6)

Le note tironiane: in origine rappresentano il primo sistema

stenografico romano, ideato da M. Tullio Tirone e usato per stenografare le orazioni tenute ex
abrupto. Le glosse e i manoscritti in note tironiane hanno spesso un carattere popolare e si ricavano
importanti dati per la ricostruzione del Latino volgare.
7)

I diplomi, che dimostrano l'affermarsi di certe innovazioni nei vari

paesi romanzi.
8)

Le parole latine passate in lingue non romanze.

9)

La grammatica comparata e il lessico delle lingue romanze, ovvero i

coefficienti maggiori che ci permettono la ricostruzione di molte voci del Latino volgare o comune
non attestate.
Il lessico del Latino volgare Il nucleo principale delle parole de Latino volgare doveva essere
fondamentalmente comune al Latino classico, sia per la forma, sia per il significato.
Voci come actum o mter erano usate, senza considerevoli divergenze semantiche, sia nel Latino
scritto, sia in quello parlato. Altre voci avevano subito leggere trasformazioni fonetiche (es. oclus
per oclus) o un passaggio di declinazione o di coniugazione (es. acru(s) per acer e *sapre per
sapre). Alcune voci, invece, pur mantenendo intatta o quasi la loro forma, hanno avuto nel Latino
volgare spostamenti di significato.
Per designare il fuoco, il Latino utilizzava la parola indoeuropea ignis; con fcus designava,
invece, il focolare domestico, opposto ad ra, quello della divinit. Nel Latino popolare focus
cominci a prendere il senso di ignis e dal IV secolo in poi si trover sempre pi spesso la parola
focus. Le lingue romanze non conservano nessuna traccia di ignis, ma concordano tutte nel
presentare continuazioni di fcus (> it. fuoco, fr. feu, sp. fuego, pg. fogo, rum. foc).
Per designare il cavallo, la denominazione pi diffusa era l'antico nome indoeuropeo equus; gi
nel II secolo a. C. compare, per, caballus, usato soprattutto per il cavallo da tiro e da lavoro e con
una sfumatura peggiorativa; i grammatici dicono che era la voce della lingua popolare. Ora le lingue
romanze non presentano continuazioni di equus, ma solo di caballus (> it. cavallo, fr. cheval, sp.
caballo, pg. cavalo, rum. cal).
I mutamenti semantici avvenuti nelle parole latine rimaste nelle lingue romanze mostrano o una
specificazione e un restringimento del senso, o un allargamento. Nel Latino classico, cognatus
indicava il parente per mezzo del sangue in opposizione a adfinis, che indicava il parente
acquisito. Nell'antico diritto romano si faceva una notevole differenza fra agnati (parenti di linea
diretta) e cognati, ma in seguito si designarono come cognati anche gli agnati. Nel Latino volgare
cognatus restringe il suo senso e si riferisce al marito della sorella.
Il verbo latino necare, enecare significava uccidere; nel Latino tardivo, per, si specializz nel

senso di uccidere nell'acqua, affogare e cos si ha l'it. annegare, fr. noyer, prov. negar, sp./cat./pg.
anegar, rum. neca.
Spesso le evoluzioni semantiche, pur partendo da determinate accezioni o da usi fraseologici
attestati, vanno man mano divergendo. Il verbo latino lvare, derivato da lvis, significava
alleggerire e nell'epoca imperiale anche sollevare. Questo verbo ha poi sostituito nelle lingue
romanze, parzialmente o totalmente, i verbi ferre, tollre, surgre e oriri. In rum. lua e in sardo
logud. leare significano prendere; in it. Levare significa alzare; in sp. llever significa portare.
Il fr. lever significa sollevare nonch portar via, togliere, senso comune anche al dominio
linguistico italiano.
Vi sono parole latine scomparse nel Romanzo; vi sono voci del Latino classico che sono state
sopraffatte da concorrenti indigene che avevano un carattere pi popolare e affettivo. Le
applicazioni della geografia linguistica ci permettono di stabilire non solo il punto di partenza delle
innovazioni, ma anche di spiegare le ragioni di tali innovazioni. Il lat. anser quasi completamente
scomparso in favore di un derivato di avis, e cio avca, da cui auca, forma alla quale risalgono
tutte le forme romanze (> it. oca, fr. oie, prov. auca).
Molto spesso, per, le innovazioni lessicali non giungono a diffondersi per tutto il territorio poich
o non hanno avuto sufficiente forza, o sono partite troppo tardi per raggiungere le zone pi lontane.
il caso di manducare, in origine usato solo da comici e satiri e poi entrato anche nel lessico della
buona societ, in contrapposizione a edre; nelle lingue romanze odierne si ha sp./pg. comer
mangiare, rum. mnca, fr. manger.
Una delle principali fonti per la ricostruzione del lessico del Latino volgare data dalle lingue
romanze, ma noi non conosciamo perfettamente il lessico delle singole lingue e dei singoli dialetti
neolatini.
Ogni nuovo studio mostra che parole che si credevano estinte hanno, in realt, la loro continuazione
in un dialetto periferico e isolato e sono attestate in documenti che prima venivano ignorati. Per
rendersi conto del progresso della geografia linguistica sufficiente comparare tra loro due edizioni
contigue del REW (Romanisches Etymologisches Wrterbuch) di W. Meyer-Lbke: si pu
constatate che sono stati aggiunti circa 900 lemmi dall'edizione del 1911-1920 e quella del 19301935.
Uno dei principali mezzi di rinnovamento del lessico Latino volgare dato dalle derivazioni per
mezzo di suffissi e dalle composizioni con prefissi. Importante ricordare che questo Latino volgare
era specialmente una lingua parlata e familiare e nella lingua familiare sono frequenti le derivazioni
diminutivali di carattere affettivo: ad esempio lat. genuculum o genoculum (invece di genu) > it.
ginocchio, fr. genou, prov. genolh, pg. joelho, rum. genunchiu.

La sintassi del Latino volgare Spesso un mutamento fonetico provoca delle alterazioni
morfologiche, le quali a loro volta danno innovazione sintattiche; da ci si deduce che le tre parti in
cui tradizionalmente si divide la grammatica sono imprescindibili.
Il carattere delle fonti del Latino volgare che ci sono pervenute un ostacolo non lieve per la
conoscenza della sintassi del Latino parlato, in quanto non esiste un solo testo volutamente volgare.
La maggior diversit fra la sintassi del Latino classico e quella delle lingue romanze sta nella
diversa collocazione delle parole nel periodo; alla relativa libert del periodare subentra un ordine
pi fisso. Nel Latino classico era abituale l'ordine: soggetto complementi indiretti oggetto
predicato; il verbo preferiva stare alla fine della proposizione, mentre i complementi indiretti e
diretti lo precedevano. La collocazione delle parole nelle lingue neolatine invece determinata
dall'ordine: soggetto predicato oggetto complementi indiretti. Il Latino classico preferisce la
costruzione per ipotassi, ovvero attraverso una serie di proposizioni dipendenti subordinate, mentre
le lingue romanze preferiscono la costruzione per paratassi. Questo non significa che la costruzione
ipotattica sia scomparsa dalle lingue romanze, soprattutto dalle lingue letterarie. Ma il Latino rimase
per secoli la lingua della scuola e della cultura; la sintassi latina continu, quindi, ad esercitare un
notevole influsso sulla sintassi delle lingue romanze occidentali.
Ragioni soprattutto fonetiche provocarono, col tempo, l'impoverimento e quindi la perdita quasi
completa delle declinazioni, tanto che nelle lingue romanze odierne esse non sono pi presenti.
Anche alcuni grecismi entrano, specialmente attraverso il linguaggio ecclesiastico, nel tardo Latino.
Il vocalismo del Latino volgare Nella fonetica del Latino volgare vi sono stati notevoli
cambiamenti. La quantit aveva grande importanza per i Romani: era la quantit della penultima
che, in epoca classica, determinava la posizione dell'accento, che nel Latino preistorico cadeva,
invece, sempre sulla prima sillaba. In origine, la differenza tra una sillaba lunga e una breve era data
probabilmente solo dalla maggiore durata della vocale.
In seguito, nel Latino parlato, le vocali lunghe cominciarono ad essere pronunciate chiuse e le
vocali brevi aperte. Quando il Latino si espanse in Europa e in Africa si sovrappose a lingue che
non conoscevano l'opposizione fonematica fra vocali lunghe e vocali brevi e il senso della quantit
and man mano perdendosi. Rimase come distinzione la differenza di apertura e, cio, la differenza
di timbro; i aperto e u aperto si fusero rispettivamente con e chiuso e o chiuso in gran parte della
Romnia. Si venne ad avere cos una riduzione (vedi pag. 237). Lo schema di pagina 237 vale per le
vocali toniche e solo per una parte della Romnia. Man manco che la qualit cominci a guadagnare
sulla quantit, la durata smise di essere una caratteristica per ogni vocale; le sillabe accentate
divennero tutte pi lunghe di quelle atone. Le sillabe con vocale breve accentata divennero pi
lunghe e le sillabe con vocale lunga atona divennero pi brevi. Continuare sul libro da pag. 238.

Vedi libro per i capitoli Il consonantismo del Latino volgare (pag. 243) e La morfologia del
Latino volgare (pag. 249)

Capitolo 5 Gli adstrati e i superstrati


Il prestito linguistico La causa del passaggio dalla relativa unit del Latino comune alla pluralit
delle variet romanze non stata solo una, bens tre: la differenza cronologica della colonizzazione
delle varie provinciae, la differenza delle lingue del sostrato e i diversi influssi esercitati dai popoli
che si sono sovrapposti alle genti parlanti romanice.
Se con la parola sostrato si intendono quelle lingue alle quali il Latino si sovrappose durante la
sua espansione, con il termine adstrato si intendono le lingue vicine territorialmente, alle quali il
Latino non si sovrappose, e con la parola superstrato si intendono le lingue dei popoli che
vennero ad abitare, sia come dominatori che come padroni, nei territori linguisticamente
romanizzati.
Una divisione di adstrati e sostrati non sempre possibile. Il Greco, ad esempio, fu un sostrato e
in queste regioni si pu parlare di sostrato greco. Nelle regioni grecofone della Grecia, dove il
Latino non si impose, il Greco fu piuttosto un adstrato e nelle colonie bizantine dell'Italia
meridionale su territorio romanizzato rappresenta prevalentemente un superstrato.
Importare da notare il fatto che quasi ogni lingua di sostrato prima stata una lingua di
adstrato; il Gallico era una lingua di adstrato e rimase tale anche dopo la colonizzazione
romana; divenne lingua di sostrato solo dopo la sua sparizione come lingua d'uso e la sua
sostituzione con il Latino. In seguito, il Celtico divenne lingua di superstrato nella Penisola
Armorica dopo l'immigrazione delle popolazioni bretoni dalle Isole Britanniche e quando la loro
lingua si sovrappose al Romanzo, e divenne di nuovo sostrato per le popolazioni che ritornarono
di lingua francese.
L'influsso del sostrato si rivela sia grazie a relitti lessicali, sia per mezzo di tendenze fonetiche,
mentre l'influsso delle lingue di adstrato e superstrato si limita solo al lessico e raramente intacca la
fonetica e la morfologia.
Gli influssi sul lessico sono la prova di una penetrazione minore di quella che intacca la
grammatica. Quando si parla di influssi lessicali si usa generalmente la voce prestiti. Il vocabolo
ormai entrato nella terminologia linguistica ufficiale, ma non forse uno dei migliori adattamenti.
Infatti il prestito dovrebbe portare con s l'idea di restituzione, e chi presta dovrebbe
rimanerne, almeno temporaneamente, privo, cose che, invece, avvengono molto raramente.
I glottologi tedeschi fatto una distinzione tra due tipi di prestiti: Lehnwrter e Fremdwrter. I
primi sono completamente assimilati al sistema linguistico del sistema che li adotta; i secondi,
invece, mantengono ancora l'aspetto formale della lingua originaria.

Vi sono varie cause che determinano i prestiti. La prima e pi potente data dal bilinguismo; nelle
regioni bilingui si osserva sempre uno scambio di voci e di costrutti fra le due lingue. Sia per le voci
appartenenti alle lingue di sostrato, sia per le lingue che formano adstrati e superstrati, sicuro che
le popolazioni bilingui siano state il tramite pi efficace per la diffusione di voci romanze nel
Germanico, o nel Greco, e viceversa.
Di solito, il popolo di maggiore prestigio che maggiormente irradia la sua cultura attraverso il
lessico. Nei rapporti tra Greco e Latino stato, infatti, il Greco a dare un maggior numero di prestiti
di quello che non ne abbia ricevuto. Numerosi sono gli elementi slavi in Albanese e Rumeno, ma
scarsi sono gli elementi albanesi e rumeni nelle lingue slave.
Spesso il prestito si riferisce a un oggetto o a un concetto inesistente nella lingua che lo riceve. Ad
esempio, i Romani hanno aggiunto al loro vocabolario la parola gallica braca, che corrispondeva ad
un capo di vestiario sconosciuto a Roma; stessa cosa successe per il carrus gallico a quattro ruote
ben diverso dal currus romano, carro da guerra con due sole ruote. In questo caso ci troviamo di
fronte a prestiti che potremmo chiamare, come ha suggerito il romanista Ernst Tappolet, prestiti di
necessit. Quando, invece, la parola mutuata corrisponde perfettamente ad una voce gi esistente,
siamo in presenza di un prestito di lusso o di moda (Luxuslehnwrter).
Per misurare l'influsso di una lingua su un'altra giovano di pi i prestiti di moda, poich difficile
che entrino in una lingua parola non strettamente necessarie, solo per imitare una moda o un'usanza
straniera. Non sempre facile trovare la ragione di un prestito: spesso la moda della parola pu
concorrere a indebolire la parola indigena che pu man mano sparire; ma, altre volte, la parola
primitiva pu aver gi perso il suo carattere espressivo oppure pu essere venuta a collimare per
omofonia con altre parole. Questo potrebbe essere il caso dell'adozione della parola germanica per
designare la guerra e la perdita assoluta della voce bellum, omofona all'aggettivo bellus, che
sostituiva la parola pulcher.
I prestiti servono per ricostruire la storia culturale di una nazione e i rapporti di quest'ultima con gli
altri popoli, ma non bisogna ritenere che tutte le volte siamo in presenza di un prestito, questo si
debba a ignoranza dell'oggetto o del concetto.
Da ricordare, poi, che una volta mutuata, una parola pu sviluppare significati secondari o
sopravvivere pi a lungo che nella lingua d'origine.
L'influsso greco Il Greco rappresenta una lingua di sostrato solamente per quei territori che, un
tempo grecofoni, furono poi romanizzati. Ma nei luoghi in cui la romanizzazione linguistica non si
impose e entrambe le lingue erano utilizzate, il Greco fu per il Latino una lingua di adstrato. ,
infatti, risaputo che il Latino, per i rapporti commerciali, per la simbiosi greco-romana, per
l'influsso culturale, assimil un elevato numero di elementi greci. Inoltre, noto anche che questi

elementi non fossero un privilegio solo delle classi colte, bens penetrarono fino alla lingua del
popolo, come attestano numerosi scritti di carattere popolare. Il Cristianesimo fu uno dei pi forti
coefficienti che introdussero nella lingua latina parlata dei primi secoli dell'era volgare un nuovo
filone di elementi greci.
Una posizione a s stante, per quanto riguarda gli elementi greci, ha il Rumeno. Gli elementi greci
forzatamente ritrovati in rumeno sono quasi tutti malsicuri; essi sono passati soprattutto attraverso il
Latino o lo Slavo, oppure, nel caso di prestiti diretti, risalgono al periodo bizantino. Nella storia
della lingua rumena si fa, di solito, una divisione cronologica: elementi greci anteriori alla
dominazione fanariota ed elementi del periodo della dominazione fanariota. Durante la dominazione
(1711-1821) i prncipi greci alle dipendenze di Costantinopoli e i Greci immigrati nei Principati
Danubiani apportano un grande numero di elementi neoellenici, la maggior parte dei quali dur solo
brevemente.
A parte elementi di origine dotta e semidotta che penetrarono nella lingua letteraria latina e che,
raramente, ebbero la fortuna di introdursi anche nelle lingue Romanze, il Greco fu sempre una
lingua che rappresentava un superstrato culturale immanente che divenne, dopo un breve periodo di
declino, la fonte di innumerevoli parole dotte in tutti i campi tecnici. La terminologia scientifica
moderna, soprattutto, piena di neoformazioni dal Greco.
Gli elementi germanici. Criteri generali per stabilire la loro stratificazione nel dominio
romanzo Altro grande superstrato quello formato dalle lingue germaniche. Le classi pi elevate
dei Germani conoscevano il Latino, mentre raramente i Romani si preoccupavano di imparare le
lingue dei popoli sottomessi. Il centro principale di contatti fra Romani e popolazioni germaniche
era la valle del Reno, dove sopravvivevano anche resti delle popolazioni celtiche: la lingua
utilizzata da questi tre popoli era il Latino e tracce della dominazione romana appaiono nella
toponomastica, nella monetazione, nell'ordinamento giuridico e nella rete stradale.
La penetrazione di parole germaniche in Latino stata, al contrario, pi debole, tanto che nella
Germania di Tacito si riscontra solo una parola germanica adattata al Latino (framea, lancia).
Parole germaniche presso autori della latinit sono piuttosto rare: alces, alce e urus, bue
selvatico (Cesare); ganta. oca e sapo, sapone (Plinio), ecc. e quasi tutte queste parole non
hanno alcuna continuazione nel Romanzo.
Il numero crescente di Germani che facevano parte dell'esercito romano o che abitavano in parti
dell'Impero come liberi o servi, dovette accrescere l'introduzione di elementi germanici nel Latino
volgare, prima ancora delle invasione barbariche: si pu ritenere che, gi prima della fine del V
secolo, alcuni elementi germanici si introducessero nella lingua latina e ci si pu dedurre
dall'esame degli elementi germanici comuni a tutte le lingue romanze occidentali. Anche in questo

caso, un trattamento a parte va riservato al Rumeno, mancando assolutamente di sicuri elementi


germanici. La mancanza di voci germaniche in Rumeno, Dalmatico e Sardo testimonia che le voci
penetrate nel Latino, quando era ancora relativamente unitario, furono poche e abbastanza tardive e
non riuscirono a diffondersi in tutta la Romnia.
Gi all'epoca di Cesare e Tacito, le popolazioni germaniche erano divisi in numerosi stirpi che
parlavano dialetti diversi. Le parole mutuate dalle lingue balto-finniche e dal Lappone ci portano
verso una fase molto arcaica del Germanico. Quando si trova una parola diffusa in tutte le lingue
romanze occidentali e l'aspetto fonetico o morfologico non si permette di determinare con sicurezza
la lingua di provenienza, si possono fare due ipotesi: o che la parola sia stata mutuata in epoca
volgare e poi tramandata nelle singole lingue romanze, o che siamo in presenza di prestiti
indipendenti. Molto spesso, per, successo che una parola germanica sia entrata in una o due
lingue romanze e che da questa si sia poi irradiata nelle altre.
Se prendiamo, ad esempio, la serie romanza rappresentata dalle corrispondenze: it. uosa, ant. fr.
huese, ant. sp. huesa, pg./prov./cat. oza, tutte voci che traducono scarpa alta di cuoio, stivale, si
nota che il punto di partenza deve essere stato germ. *hsa, corrispondente al ted. Hose pantaloni.
L'anglista Alois Pogatscher ha stabilito alcuni principi per determinare il carattere degli elementi
germanici nelle lingue romanze. Essi sono:
1)

Quando una parola germanica presente in tutte le lingue romanze

occidentali, ma la provenienza dal Gotico contraddetta dallo Spagnolo e dal Portoghese, si pu


presumere che tale parola fosse gi entrata in epoca latina volgare. Josef Brch osserva per che per
gli elementi attestati nello Spagnolo e nel Portoghese si pu anche pensare a un'origine sveva, in
quanto gli Svevi si erano stabiliti in Galizia verso il V secolo e, nella seconda met del secolo,
furono assoggettati dai Visigoti.
2)

Se una parola di origine germanica si trova in tutte le lingue romanze

occidentali e ragioni fonetiche o culturali impediscono di trarla da una comune fonte latina volgare
o preromanza, si pu supporre che si tratti di prestiti indipendenti; ad esempio l'it. sperone, fr.
peron, prov./cat. esper, sp. espuera, pg. espora sono forme corradicali che risalgono a una voce
germanica corrispondente a quella rappresentata dal ted. Sporn. Non si possono, tuttavia, ricondurre
a una sola base. Le forme ibero-romanze risalgono a un got. *spara, mentre quelle gallo-romanze
e italiane risalgono a un francone *sporo.
3)

La fonetica dimostra la provenienza delle voci romanze di origine

germanica, attribuendole all'una o all'altra lingua dei popoli germanici che hanno formato un
superstrato politico e sociale. Per quanto riguarda la Penisola Iberica bisogna tener conto del
Visigoto e del Vandalo, lingue che appartengono al ramo germanico orientale che ha caratteristiche
fonetiche e morfologiche abbastanza chiare. Importante, poi, lo Svevo, che appartiene al Germanico

occidentale. In Italia, bisogna considerare soprattutto il Gotico (Ostrogoto) e il Longobardo e, poi, il


Francone, sapendo che la maggior parte degli elementi franconi giunse in Italia per mezzo del
Galloromanzo. In Francia si deve tener conto del Francone e, solo in determinate regione, del
Burgundo.
Accanto a queste lingue ve ne sono state altre che possono essere considerate o come lingue di
superstrati minori o come lingue di adstrati. Ad esempio, l'antico Nordico: i Normanni si spinsero
sulle coste settentrionali della Francia intorno al IX secolo e si stabilirono nella regione da loro
conquistata. Presto, per, perdettero l'uso della loro lingua e adottarono il Francese. Nel Francese, e
soprattutto nei dialetti della Normandia, non sono rari gli elementi nordici; non sempre, per,
l'origine nordica di una parola risale direttamente ai Normanni: alcune voci nordiche, infatti,
possono essere penetrate anche attraverso l'antico e medio Inglese, siccome i Normanni occuparono
anche l'Inghilterra.
I rapporti storici continuarono anche in seguito alla formazione delle singole lingue romanze, perci
naturale che il flusso dei prestiti non sia mai cessato; in Italia numerose voci risalgono all'antico e
medio alto Tedesco e, nella parte settentrionale, anche al Tedesco moderno. In Francia, oltre a
elementi risalenti all'alto Tedesco, abbiamo un importante filone basso tedesco e specialmente
neederlandese.
Gli elementi germanici in Italiano (elementi gotici, longobardi, franconi, baiuvari, ecc.) Il
primo superstrato germanico in Italia rappresentato dagli Ostrogoti. Nel 493 l'imperatore d'Oriee
Zenone mand in Italia Teodorico e lo riconobbe suo vicario nell'Impero romano d'Occidente;
Teodorico, venuto per liberare l'Italia da Odoacre e per ripristinare l'Impero d'Occidente, fu
proclamato re dai Goti e govern in Italia affidando tutti gli uffici militari a funzionari gotici e, per
quanto riconoscesse la superiorit romana, cerc sempre di evitare la fusione dei Goti coi Romani.
Il Regno gotico in Italia dur poco pi di mezzo secolo e, anche dopo la sconfitta, la maggior parte
dei vinti rimase in Italia e si fuse con la popolazione. Nella toponomastica si trovano tracce gotiche,
come Goito (Mantova), Castello di Gdego (Treviso), Godo (Milano). Troviamo anche alcuni
toponimi italiani in -engo, da nomi personali gotici, come Buttanengo (Novara), Bussolengo
(Verona), ecc.
poche sono, invece, le parole italiane letterarie e dialettali che si possono far risalire al Gotico
con una certa sicurezza. Questi elementi permettono, tuttavia, di trarre alcune deduzioni di ordine
culturale sul genere dei rapporti fra i Romani e i Germani nel periodo di dominio ostrogoto e in
quello successivo, in cui i resti dei Goti furono assimilati dal Romani. Secondo Gamillsheg, fra le
settanta parole gotiche conservate nel vocabolario italiano nessuna riflette la vita delle classi
superiori. Le poche parole gotiche adottate dai Romani riflettono tutta la miseria della popolazione

straniera rimasta in Italia senza l'appoggio della classe dirigente. I personaggi del periodo eroico
gotico sparirono dalla tradizione letteraria italiana, e si rifugiarono a nord, dove finalmente
entrarono nell'epopea del Medioevo tedesco. La maggioranza delle parole gotiche sopravvissute in
Italiano vive nei dialetti: dalla disposizione geografica e dai relitti toponomastici, appare che questi
sono pi numerosi in Veneto e nelle province di Cremona e Brescia. Assenti elementi gotici in
Emilia e nel Piemonte.
Tredici anni dopo, i Longobardi conquistarono dapprima il Veneto e poi tutta l'Italia settentrionale e
centrale. Il Longobardo conosciuto solo attraverso poche parole di documenti giuridici redatti in
Latino, attraverso alcuni nomi propri e massimamente attraverso gli elementi longobardi penetrati
in italiano. Sembra che questa lingua germanica del gruppo occidentale sia congiunta col
sottogruppo anglo-frisone che dette origine da una parte al Frisone e dall'altra all'Anglico. La patria
primitiva dei Longobardi fu, probabilmente, nelle regioni dell'Elba inferiore, anche se la tradizione
storiografica indigena li colloca in Scandinavia. Durante le migrazioni verso il sud-est, la loro
lingua si modific notevolmente: nel Norico e nella Pannonia vissero in simbiosi con popolazioni
che parlavano idiomi germanici di tipo alto-tedesco e parteciparono anche al mutamento fonetico
che distingue l'Alto-tedesco dal Basso-tedesco. La maggior parte dei Longobardi si stabil nell'Italia
settentrionale che prese il nome di Longobardia mentre gli altri si spinsero verso il sud, dove
fondarono i ducati di Spoleto e di Benevento.
Il dominio longobardo dur circa due secoli, ovvero fino a quando l'ultimo re, Desiderio, fu vinto da
Carlo Magno e il suo regno fu annesso alla monarchia franca. In pratica, i Longobardi hanno
dominato su tutta l'Italia, ad eccezione delle zone in cui continuava il dominio bizantino.
I Longobardi giunsero in Italia quasi completamente ignari della lingua del paese e imposero alle
loro residenze italiane denominazioni germaniche: i Longobardi non avevano nessun vincolo con
l'Impero, perci imposero la loro organizzazione. Lo Stato longobardo era concepito come l'unione
di tutti gli uomini liberi atti alle armi; era uno Stato militare, ma l'organizzazione militare si basava
su una serie di aggruppamenti familiari o fare, riuniti in modo da formare unit sempre maggiori; i
capi delle fare avevano potere sia militare, che giudiziario, che civile. Ogni Duca riuniva sotto la
sua bandiera un certo numero di fare e questa parola germanica ricorre spesso nella toponomastica.
I toponimi italiani formati con fara delimitano chiaramente la zona abitata dai Longobardi: Farra
d'Alpago (Belluno), Fara Gera d'Adda (Bergamo), Fara in Sabina (Rieti), Valle Fara (Teramo).
Questa pi larga estensione verso il Sud ci permette di giustificare la presenza di fara non pi come
toponimo, ma come appellativo nel senso originario di stirpe, che proprio quello che risulta dai
documenti giuridici longobardi. Oltre agli appellativi risalenti a fara, troviamo: long. auja pianura
verde > Olgia (Novara e Como), Olgiate (Como, Milano); long. berg monte > Valperga
(Torino), Valdiperga (Pisa); long. braida pianura > Braida (Treno, Udine), Breda di Piave

(Treviso), Braida (Modena), Brera (Milano); ecc. Alcune denominazioni riflettono anche
l'amministrazione, come long. gastald amministratore dei beni pubblici > Gastaldi (Torino),
(strada della) Castaldia (Padova); ecc.
Ormai, per, le parole longobarde che si riferiscono all'organizzazione e all'amministrazione dello
Stato sono solo note come termini storici: infatti, cessato il regno longobardo, questi termini
caddero in disuso e furono sostituiti da altri di origine francone o galloromanza. Numerosi sono i
toponimi italiani derivati da personali longobardi e abbondanti sono i nomi personali, diventati poi
in gran parte cognomi: Baldo > Baldi, Baldini e Baldi (Trento); Berto > Alberto, Adalberto e Berti,
Bertoni, ecc.
Gli elementi longobardi penetrati nel lessico sono molto pi numerosi di quelli ostrogoti; si tratta di
circa 300 parole che si sono estese anche ad altre regioni e, in parte, sono penetrate nella lingua
letteraria. Un esempio di parola limitata il long. *wizza punizione, documentato nella
toponomastica del Veneto (La Guizza) e dell'Alto Adige (Valle di Vizze), anche se ora limitato solo
a qualche dialetto. Come esempio di parola diffusa troviamo il long. stainberga casa di pietra, che
vive nell'it. stamberga ed diffuso in tutta l'Emilia e la Toscana.
Fra i prestiti longobardi non sono molti quelli che si riferiscono alle armi, probabilmente perch
alcuni, passati di moda, furono sostituiti da voci franconi: ad esempio, il long. strl freccia rimane
nell'it. strale, parola di uso letterario che non vive nei dialetti. Per quanto riguarda il lessico della
casa possiamo ricordare il long. balk, palk, da cui it. balcone, palco. Alcuni nomi si riferiscono
all'agricoltura, altri all'allevamento del bestiame, alla caccia, ecc.
Pi importante fu la colonizzazione dei Baiuvari che, partiti dalla Boemia, passarono il Brennero e
scesero lungo la Val d'Adige. Nei secoli IX e X le colonizzazioni baiuvare si fecero frequenti e si
accompagnarono a donazioni di latifondi e a compere di terreni da parte di Tedeschi. Questa
colonizzazione port alla germanizzazione dell'Alto Adige fino alla stretta di Salorno e al
soffocamento del Ladino centrale che resistette solo nelle valli impervie e isolate. Da questo flusso
di Tedeschi si formarono, poi, le oasi tedesche del Trentino e quelle dei Sette Comuni del Vicentino
e dei Tredici Comuni del Veronese, oasi che mostrano chiaramente origini bavaresi.
Quando nel 774 l'ultimo re dei Longobardi, Desiderio, fu vinto da Carlo Magno e, quindi, il regno
longobardo fu annesso a quello franco, l'autonomia politica ed amministrativa dei Longobardi cess
e l'Italia vide un nuovo padrone germanico che la staccava sempre di pi dall'Oriente, dove
continuava la tradizione dell'Impero Romano. Tuttavia, con Carlo Magno sorgeva di nuovo l'Impero
Romani d'Occidente e per la prima volta dopo quattro secoli l'Italia si trovava in contatto diretto con
l'Europa nord-occidentale.
L'Italia settentrionale aveva conosciuto nuclei dei Franchi anche prima dell'arrivo di Carlo Magno.
Ancora durante il III secolo trib franche avevano passato il Reno e si erano spinte fino in Spagna.

Le lotte con queste trib, soprattutto lungo il corso del basso Reno e in Batavia (Olanda) durarono
tutto il IV secolo e si possono gi distinguere due gruppi di Franchi: quelli che abitavano lungo le
rive del Reno e che per questo furono detti Franchi Ripuari, e quelli che abitavano verso il mare,
detti Franchi Salii.
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tre sono le popolazioni germaniche che si
spartiscono il territorio dell'antica Gallia: i Visigoti che occupano la parte sud-occidentale, i
Burgundi quella sud-orientale e i Franchi quella settentrionale.
I re franchi tentarono di trarre profitto dalla rovina del regno ostrogoto in Italia, tanto che pi volte
scesero o mandarono i loro eserciti e nel VI secolo ebbero il possesso della valle padana. Quando il
regno longobardo fu annesso a quello dei Franchi, il regno franco si estese notevolmente: oltre alla
Gallia romana, esso dominava quasi interamente la regione germanica, l'italica e parzialmente
l'iberica. Carlo Magno conservava la sua sede germanica ad Aquisgrana e manteneva usi e costumi
germanici. Il diritto franco e il sistema feudale erano di origine germanica, ma la simbiosi con i
Romani era gi iniziata e aveva raggiunto, durante il periodo carolingio, il suo apice. La lingua
romanza e germanica vivevano l'una accanto all'altra, ma col tempo la lingua romanza ebbe il
sopravvento sul Francone.
La simbiosi fu cos forte che, da una parte la popolazione germanica parlava sempre pi la lingua
romana, e dall'altra quella galloromanza accettava il nome germanico: cos non si parl pi di
Gallia ma di Francia, non pi di Galli ma di *Francses e la lingua comunemente parlata, nota
ancora come romanice, divenne lingua francisca.
Quando l'Italia fu parzialmente annessa al regno franco, la simbiosi era nel pieno dello sviluppo.
Molti studiosi concordano nel dire che gli elementi franconi giunti in Italia siano sempre passati
attraverso la filiera galloromanza e per la maggior parte dei casi avvenuto proprio cos. La
fonetica ci permette di dimostrarlo: il termine marinaresco it. ghindare non proverr direttamente
dal germ. windan, ma attraverso il fr. guinder o lo sp. guindar.
Il Francone o Franco era un dialetto germanico occidentale; le testimonianze dirette che abbiamo di
questa lingua nel secoli III-VIII sono piuttosto scarse: bisogna basarsi su nomi propri e su parole
franconi in documenti latini. Ma il Francone, anche se in territorio galloromanzo fu assorbito, nella
parte germanica del regno dei Franchi si continu a parlare, dando vita a numerosi dialetti tedeschi.
Siccome la maggior parte dei contatti tra Romani e Franchi avvenne nella Francia occidentale a
occidente del Reno il Francone che sta alla base delle parole passate, poi, in Romanzo il Basso
Francone, un dialetto germanico occidentale.
Non per sempre facile determinare la via seguita dalle parole germaniche per passare in Italiano:
ad esempio, mentre il fr. bouter risale sicuramente a un francone botan (spingere), l'it. buttare
risale piuttosto a un got. *bautan gettare.

Gli elementi germanici in Francese, Spagnolo e Portoghese Problema molto importante


quello che il Brch chiama il secondo strato, rappresentato in Italia dalle voci ostrogote. A questo
secondo strato corrispondono le parole franconi nella Galla settentrionale, le parole visigotiche nella
Gallia meridionale e nella Penisola Iberica, anche se, per quest'ultima, entra in gioco anche qualche
elemento attribuibile agli Svevi.
L'elemento pi importante quello francone nella Gallia settentrionale. Nella Gallia, oltre a un forte
contributo all'onomastica e a un nucleo di elementi lessicali molto elevato, abbiamo anche un
influsso sulla fonetica, sulla formazione delle parole e sulla sintassi. Per quanto riguarda la fonetica,
il Francese ha assunto dal Germanico l'aspirata h; per la formazione delle parole si ricorda il
suffisso -ard/-art che proviene dal germ. -hart e si ritrova prima nei nomi di persona, poi nei nomi
comuni e si diffonde verso Spagna e Italia in unione con molte parole: ant. fr. bastard > it./sp.
bastardo.
Nella Francia meridionale si hanno anche parecchie tracce del Visigoto, mentre nella Francia sudorientale si hanno notevoli tracce del Burgundo.
Per quanto riguarda la Penisola Iberica, la stratificazione degli elementi germanici relativamente
semplice. Il Portoghese e lo Spagnolo sono le lingue romanze occidentali che hanno il minor
numero di elementi germanici. Gli unici popoli che scesero nella Penisola Iberica furono i Visigoti,
i Vandali e, in Galizia, gli Svevi. Numerosi i nomi propri di origine germanica, mentre scarsi sono
gli appellativi.
Ben poco quello che si pu attribuire ai Vandali che, attraverso la Spagna, arrivarono in Africa:
forse ricorda il loro nome la regione che oggi si chiama Andalucia.
Il terzo strato di elementi germanici in Francia parallelo a quello degli elementi longobardi in
Italia; mentre continua l'influsso del Basso Francone, si trovano in Francia anche elementi
germanici che parteciparono alle seconda mutazione consonantica. Queste voci possono provenire
dal Francese o dal Francone meridionale o da vicini dialetti alemannici.
Al terzo strato ne segue un quarto che, per la Francia, comprende parecchie parole nordiche dovute
ai Normanni: infatti questa popolazione scandinava i cosiddetti Vichinghi si insediarono al
principio del X secolo in quella regione che oggi conosciuta come Normandia.
Le tracce lasciate nella toponomastica si limitano alla zona settentrionale della Francia e poco
numerosi sono anche i nomi personali. Per quanto riguarda gli appellativi, solo alcuni hanno
ottenuto diritto di cittadinanza nella lingua letteraria francese (vague onda < isl. vgr), mentre
alcuni sono spariti durante il medioevo (brant prua < isl. brandr). Come si pu notare, si tratta di
termini prevalentemente marinareschi.
Al quarto strato segue il quinto, che comprende parole mutuate dal medio Neederlandese, dal medio
Inglese e dal medio Tedesco. Le parole medio-inglesi sono rare e si riferiscono generalmente al

traffico marittimo; anche le parole basso-tedesche sono poche e si rifanno al traffico commerciale;
numerose, invece, le parole medio-alto-tedesche nei dialetti orientali della Francia, nelle zone
mistilingui o di confine. Le parole neederlandesi sono abbastanza numerose.
Viene poi il sesto ed ultimo strato, che comprende gli elementi entrati in Francese dal XVI secolo in
poi. Oltre a elementi tedeschi, numerosi solo nelle zone mistilingui (Alsazia e Lorenza) e nella
Svizzera romanda, e neederlandesi, troviamo anche elementi inglesi. Durante il XVIII secolo si
traducono opere inglesi e parole inglesi cominciano a introdursi nel lessico francese: troviamo
parole che riflettono l'influsso politico, come session, voter, budget, ecc. Nel XIX si diffondono
termini sportivi, come golf, tennis, ecc.
Gli elementi germanici in Rumeno I pretesi elementi germanici del Rumeno (in tutto 26 voci)
posso essere respinti, se esaminati a fondo. In alcuni casi si tratta di antiche parole derivanti dal
sostrato, in altri di parole recenti di origine molto varia. Non da escludere, comunque, che alcune
voci risalgano al Germanico: esse provengono, per, attraverso il Latino volgare, come ad esempio
tpa ciocco, che per voce dialettale mancante a tutti i dizionari e di cui non si pu
documentare l'antichit.
Numerose sono, poi, soprattutto in Transilvania e nel Benato, le voci rumene di pi recente origine
tedesca; in Transilvania esse sono dovute ai contatti della popolazione rumena coi Sassoni.
Importante ricordare, per, che alcune voci di origine tedesca giungono al Rumeno per via mediata,
e cio attraverso l'Ungherese. Alcune parole provengono al Rumeno anche dal dialetto giudeotedesco parlato dai numerosi ebrei eschenaziti stabiliti nei paesi rumeni.
Gli elementi germanici nel Ladino e nel Sardo Per quanto la parte occidentale del territorio
ladino appartenesse politicamente al regno dei Franchi, le voci di origine francone sono comuni
all'alto Italiano e mostrano piuttosto origine galloromanza. Influssi indipendenti dall'Italiano
cominciarono a verificarsi solo quando inizi la simbiosi dell'elemento ladino con popolazioni
tedesche. I contatti linguistici ladino-tedeschi procedono ormai indipendenti nelle tre sezioni in cui
viene diviso il Ladino. Anche se alcuni elementi lessicali penetrarono in pi di una sezione, l'eposa
e la forma del prestito sono, generalmente, diverse. La sezione centrale e occidentale furono quelle
pi toccate dall'influsso tedesco, che gravitavano e tutt'ora gravitano intorno a centri tedeschi.
Nella sezione occidentale (Grigioni, Engadina), oltre agli elementi germanici, vi si trova un numero
considerevole di voci germaniche che provengono attraverso l'Italia settentrionale, ad esempio
engad. albierg, soprasilv. albiert riparo, alloggio risale al got. haribergo, attraverso l'it. albergo;
mentre altre voci provengono attraverso il Galloromanzo.
Nella sezione centrale, i germanismi pi antichi mostrano punti in comune a quelli dell'Alta Italia e

di provenire, indirettamente, alla Ladinia. Gli elementi germanici peculiari della Ladina dolomitica
risalgono al Baiuvaro (antico bavarese) o alla fase pi tarda dell'antico alto Tedesco. Numerosi
anche i germanismi recenti di origine tirolese.
Per quanto riguarda il Sardo, l'unico popolo che abbia occupato la Sardegna fu quello dei Vandali. I
pochi elementi germanici del Sardo provengono per via mediata: i pi antichi risalgono al Latino
volgare, gli altri all'Italiano. Ad esempio frisku proverr probabilmente dal Latino volgare che non
dall'Italiano fresco. Qualche elemento ritenuto germanico pu anche provenire attraverso il
Catalano o lo Spagnolo, come per esempio il campidanese gaya gherone della camicia che non
pu essere il long. gaida, ma rimanda al catal. gaya.
Gli elementi arabi Nel 711 gli Arabi attraversarono l'Egitto e le coste settentrionali dell'Africa e
giunsero nella Penisola Iberica, occupandola interamente. Passarono, poi, nella Francia meridionale
da cui vennero respinti definitivamente da Pipino il Breve nel 759. Nella Penisola Iberica gli Arabi
dominarono a lungo: nella parte meridionale della penisola dur poco meno di otto secoli, ovvero
fino alla caduta di Granada nel 1492. gli Arabi giunsero anche in Sicilia, nelle isole Baleari e a
Malta.
Gli Arabi portarono una civilt completamente nuova, tanto che l'influsso del superstrato arabo
considerevolissimo, specialmente nella Penisola Iberica e in Sicilia.
Nella Penisola Iberica, nonostante la resistenza linguistica romanza, gli Arabi riuscirono ad
assimilare un notevole numero di Romanzi: coloro che assunsero usi e costumi arabi mantenendo,
per, la religione cristiana venivano chiamati Mozrabes; essi erano particolarmente numerosi al
Sud della penisola ed importante ricordare che molti di loro si servivano del Romanzo come
lingua familiare, mentre l'Arabo era considerata lingua di cultura. I Mozrabes furono generalmente
bilingui e si deve in gran parte a loro se numerosi elementi arabi penetrarono nel lessico delle
lingue ibero-romanze. Quando la Reconquista cristiana avanzava verso il Sud, venivano inglobati
nella vecchia lingua cristiana sempre nuovi elementi mozarabici. Nei secoli posteriori all'XI secolo,
sempre durante la Reconquista, gli elementi mozarabici erano numerosissimi; la penetrazione
dello Spagnolo del Nord e del centro e, soprattutto, del dialetto di Castiglia che cominci a
dominare sugli altri dialetti si fece sempre pi viva.
Per quanto riguarda la Sicilia, i due secoli e mezzo di dominio arabo contribuirono al cambiamento
della toponomastica dell'isola e a introdurre un considerevole numero di arabismi: in nessuno dei
territori occupati, per, gli Arabi riuscirono a far sopravvivere la loro lingua; l'influsso arabo si
limita, infatti, a mutazioni lessicali, a toponimi e a qualche nome proprio personale.
L'influsso arabo ha, quindi, carattere quasi esclusivamente lessicale, infatti tutta una serie di termini
della cultura araba medievale (astronomia, matematica, medicina, ecc.) fa parte del patrimonio

culturale europeo. Parecchi termini arabi che si sono diffusi in tutte le lingue europee si riferiscono
all'astronomia; quasi immutati appaiono, infatti, alcuni termini tecnici come azimut direzione,
nadir opposto, almanacco calendario.
Notevoli anche i nomi relativi alla chimica, o meglio alla chimica medievale o alchimia, come ad
esempio proprio lo stesso termine alchimia che aveva il senso di pietra filosofale.
Provengono dall'Arabo alcuni nomi di giochi, come ad esempio il gioco degli scacchi, che gli Arabi
appresero dai Persiani e questi dagli Indiani; inoltre, deriva dall'Arabo anche il gioco dei dadi.
Parecchie parole di origine araba si riferiscono alla marina e al commercio marittimo: tra quelle che
vivono anche nell'Italiano troviamo ammiraglio che si diffonde dalla Sicilia, arsenale e darsena con
molte varianti in diverse citt italiane.
Accanto a queste voci culturali, l'Arabo ha lasciato tracce indelebili nelle lingue ibero-romanze e un
po' meno numerose nel Siciliano. Troviamo voci arabe nella toponomastica, come sp. Albacete, sp.
Alcal, sp. Gibraltar. Notevoli i nomi di fiumi composti con guad-, come ad esempio in Guadiana,
Guadalquivir, ecc. Ma nella Penisola Iberica troviamo residui arabi anche nel lessico
amministrativo: ad esempio, sp./pg. alcalde giudice, sindaco, alguacil ufficiale giudiziario.
notevole anche che nella toponomastica della Penisola Iberica si conservino voci latine passate
attraverso l'Arabo, come ad esempio C(ae)sara(u)gusta > ar. Saraqust > sp. Zaragoza.
Le lingue ibero-romanze mutuano le parole con l'articolo determinativo arabo concresciuto, che
suona al e in cui l viene assimilato davanti ad alcune consonanti. Le altre lingue romanze, invece,
hanno mutuato direttamente alcune parole dall'Arabo e solo raramente le hanno prese con l'articolo:
ad esempio, it. zucchero fr. sucre,sp. azcar, pg. acar.
I vari superstrati del Rumeno Il lessico rumeno firmato in primo luogo da elementi latini, che
per sono numericamente inferiori alle voci estranee inglobate nel corso dei secoli. Secondo il
dizionario etimologico realizzato da De Chiac Dictionnaire d'tymologie daco-romane su 5765
parole, solo 1165 sono di origine latina contro 4600 voci di origine straniera. Tuttavia, nella realt
dell'uso linguistico la percentuale delle parole romanze molto pi elevata, anche perch non
possibile formare una frase con soli elementi non latini. Fra gli elementi latini occorre osservare la
mancanza di voci che, invece, sono comuni a tutte le lingue romanze occidentali, come contentus,
semper, amare, amicus, ecc. D'altra parte, ci sono parole che si conservano solo nel rumeno, come
libertare > ierta perdonare, e molte altre hanno subito variazioni semantiche, come anima >
inim cuore.
L'influsso slavo il pi considerevole: esso si manifesta in tutti i rami della cultura e della civilt;
secondo lo storico Bogdan, non si pu realmente parlare di popolo rumeno prima dell'assorbimento
degli elementi slavi da parte della popolazione originaria romana. Gli elementi slavi entrarono, per

la maggior parte, gi nell'epoca proto-rumena, quindi nei secoli VII-IX, se non prima. L'influsso
slavo sul Rumeno molto importante anche perch il Rumeno ha ricevuto elementi formativi vitali
e produttivi; ad esempio, fra i prefissi ricordiamo ne-, rz- e fra i suffissi -ac, -c, -nic, -an.
L'influsso slavo si fa sentire anche sul sistema fonematico, meno sulla morfologia e fino a un certo
livello sulla sintassi. Le voci di origine slava sono numerose: molti aggettivi come drag caro,
bogat ricco, slab debole, ecc., molti sostantivi e verbi come trup corpo, boal malattia,
iubi amare, ecc. All'introduzione di elementi slavi in Rumeno hanno contribuito lunghi periodi di
bilinguismo slavo-rumeno: il Rumeno ha assimilato sia elementi slavi antichi che pi recenti dalle
lingue con cui ha avuto contatti, come il Russo, il Polacco, il Serbo, ecc.
L'influsso numericamente pi importante quello turco, infatti possediamo un nucleo rilevante di
voci entrate all'epoca della dominazione ottomana; alcune sono diventate popolari e vengono usate
nella lingua comune, altre sono cadute in disuso e vengono usate solo con un preciso valore storico.
Tra i suffissi, solo due sono di origine turca, -lic e -giu. Gli elementi turchi sono frequenti in
Valacchia e Moldavia, ma scarsi in Transilvania.
Molto importanti, poi, gli elementi ungheresi: sono entrati pi recentemente rispetto agli elementi
slavi e si trovano solo nel Dacorumeno. Troviamo, poi, un numero molto maggiore di elementi
ungheresi nelle regioni in cui, come in Transilvania e nel Banato, la simbiosi rimeno-ungherese
continua anche ai giorni nostri.
Considerevoli anche gli elementi che possono derivare dall'Albanese: naturalmente, pi numerosi
sono gli elementi albanesi relativamente recenti nell'Arumeno.
Scarsissimi e quasi limitati al gergo sono gli elementi zingari del Rumeno, e ci dovuto alla bassa
posizione sociale che gli Zingari hanno e avevano in Romania.
Il superstrato culturale latino Anche dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, dopo le
invasione barbariche e dopo l'istituzione di nuovi regni, il Latino non si spense: il Latino era
divenuto in Occidente la lingua ufficiale di quella religione cristiana che andava diffondendosi
dappertutto e che aveva il suo centro a Roma.
risaputo che anche dopo che le singole lingue romanze, germaniche, ecc. si erano affermate come
lingue letterarie, il Latino rimase la lingua della scienza fino al XVIII secolo.
Quando, quindi, le lingue neolatine occidentali avevano bisogno di denominare un oggetto o di
esprimere un concetto per cui, per, non trovavano un corrispondente nel patrimonio linguistico
volgare, lo attingevano direttamente al Latino scritto, la lingua della cultura e della scuola.
Questo influsso del superstrato culturale latino un influsso tipicamente letterario e colto, ma
attraverso le lingue letterarie le lingue nazionali molti elementi colti riuscivano a diventare
comuni e a diffondersi nella lingua del popolo e nei dialetti. Uno dei pi importanti fattori che ha

portato le lingue romanze occidentali ad un'evoluzione convergente stato proprio questo influsso
culturale che si prolungato senza sosta fino all'et moderna.
L'Italia era il paese che si trovava pi esposto a subire l'influsso del superstrato latino; inoltre, la
lingua italiana toscana prevalentemente fiorentina si era fissata come lingua letteraria, ed era sia
morfologicamente che sintatticamente molto simile al latino, perci le parole dotte o semi-dotte vi
si potevano facilmente amalgamare.
Il principale criterio con cui possiamo riconoscere i latinismi senza dubbio dato dalla fonetica:
quando una forma italiana non presenta le regolari evoluzioni fonetiche e conserva l'aspetto fonetico
della parola originaria latina, si in presenza di un latinismo: per esempio, se tonico
rappresentato da i e non da , vizio < lat. vtium che, con evoluzione spontanea, d l'it. vzzo.
In molti casi l'Italiano possiede, accanto alla voce dotta mutuata posteriormente dal Latino, anche il
prodotto dell'evoluzione spontanea o popolare: si hanno cos delle serie di doppioni del tipo di vizio
~ vezzo, capitolo ~ capecchio, ecc.
Talvolta il latinismo pu essere solo semantico, cio rivelato dal senso e non dalla forma: cos il lat.
captivus prigioniero fu usato fin dal I secolo d. C. dai filosofi stoici con un senso morale; da
captivus diaboli si passa ai sensi di disgraziato e di malvagio (it. cattivo).
Altre volte il latinismo pu rivelarsi anche dall'aspetto morfologico: le derivazioni dal nominativo
nella lingua popolare sono molto rare, perci se siamo in presenza di termini che riproducono un
nominativo latino come carme, germe, imago, ecc. essi sono da considerarsi latinismi. Talvolta sar
l'evoluzione irregolare del suffisso che indicher il latinismo: i suffissi -abile e -ibile sono
generalmente indici di latinismo (potabile, tangibile), in quanto l'esito normale -vole. Infine, a
volte il criterio culturale che ci permette di riconoscere i latinismi, ovvero la loro appartenenza a
sfere non popolari, la poca o nessuna vitalit nei dialetti, ecc.
Spesso le parole dotte si riconoscono anche dalla posizione dell'accento: in esse si seguono le regole
dell'accentuazione latina che si basava sulla quantit della penultima; l'it. cttedra segue
l'accentuazione latina cathdra, ma come voce popolare, l'alto it. carga seggiola segue
l'accentuazione cathdra.
Talvolta anche le parole dotte o semidotte possono subire trasformazioni semantiche: ad esempio,
lavabo vale lavamano, e questo significato ci giunge dalla Francia, ma la parola latina ed la
prima persona singolare del futuro indicativo del verbo lavare.
In Spagnolo e Portoghese il problema dei latinismi analogo. Il maggior numero delle parole dotte
di origine latina s'introdusse durante il Rinascimento. Lo sp. heir impastare una continuazione
regolare del latino fingre, che aveva anche il senso di formare, plasmare, mentre fingir fingere,
simulare un latinismo colto.
Sia in Italiano che in Spagnolo, accanto a latinismi eruditi e a voci dotte, vi sono latinismi semi-

eruditi e voci semi-dotte: si tratta di parole latine che si sono adattate parzialmente alla fonetica
indigena; per esempio il lat. titulus cartello, epitaffio che, come voce dotta, d l'it. titolo, in
Spagnolo, attraverso tidulo > *tidlo > *tildo, giunge a tilde, mentre l'esito regolare sarebbe stato
*tejo, come in it. sarebbe stato *tecchio.
Meno difficile lo studio degli elementi latini di origine colta in Francese, in quanto questa lingua
pi differenziata dal Latino rispetto alle altre lingue romanze occidentali, perci il riconoscimento
pi semplice. Ad esempio, direct < directus, voce dotta, contro droit, voce popolare; fragile <
fraglis contro frle, ecc. In Francese notiamo che spesso un antico vocabolo popolare venne
sopraffatto da una voce erudita, come nel caso di brief sostituito da bref.
Per quanto riguarda la Romania, qualsiasi sia stato il luogo di formazione della lingua rumena, a
Nord o a Sud del Danubio, i Rumeni si trovarono completamente isolati dal mondo e dalla cultura
latina durante tutto il Medioevo e il principio dell'Evo moderno. Solo in Transilvania il Latino
riappare, portato dall'amministrazione ungherese, nel XVIII secolo.
I latinismi del Rumeno sono, quindi, relativamente recenti, ma proprio per l'assenza in epoca
antica di parole colte latine che il Rumeno particolarmente prezioso per dimostrare il carattere
popolare di alcune voci che altre lingue romanze occidentali non riescono a dimostrare.
La maggior parte delle parole latine dotte comincia a introdursi verso la fine del Settecento, grazie a
scrittori transilvani cattolici che avevano studiato a Roma o a Vienna e che volevano purificare la
lingua rumena da elementi stranieri. Anche nei Principati Danubiani si fece questo tentativo, e non
solo si introducevano nuove parole, bens si cercava di adeguare, nella nuova ortografia latina, le
parole rumene al loro etimo latino.
Alcune parole di origine latina colta giunsero al Rumeno per via indiretta: in Transilvania attraverso
l'Ungherese e in altre regioni attraverso le lingue slave o il Neogreco.
Scambi reciproci fra le lingue romanze Per tutto il IX secolo e il X secolo, i rapporti fra le due
parti del dominio franco francese e italiana sono intensi e il numero di Franchi in Italia aumenta
costantemente. All'inizio del XI secolo avvengono le conquiste dei Normanni e la formazione di un
regno normanno nell'Italia meridionale e in Sicilia e nei secoli XI e XII avvengono, poi, le Crociate.
Queste premesse permettono di comprendere il grande apporto linguistico del Galloromanzo
all'Italiano. Il Francese lingua d'oil era molto diffuso in Italia, al pare del Provenzale lingua
d'oc e nel Duecento, molti italiani cominciarono a scrivere liriche in queste due lingue, infatti la
prima lirica italiana, che si svilupp intorno alla Corte siciliana, ebbe per modello le poesie dei
trovatori provenzali, di cui imit il metro e lo stile: il nome di giullare ha origine provenzale da
joglar, come sono di origine galloromanza anche trovatore (< prov. trobador) e menestrello (< ant.
fr. menestrel). Dalla Francia provengono anche i nomi di alcuni strumenti musicali, come viola,

liuto, ecc., i termini di falconeria, la terminologia amministrativa e feudale, molti nomi di armi,
molti termini di cultura, ecc. Per distinguere l'origine delle voci, il metodo pi sicuro dato dalle
caratteristiche fonetiche, dall'uso dei suffissi, ecc. Talvolta, pi che la forma, la documentazione
che indica l'origine transalpina.
La lingua italiana del periodo delle origini contiene numerosissimi elementi francesi e provenzali,
ma l'influsso francese, anche quando, cessata la sovranit politica, si limit ad essere influsso di
adstrato, non si spense mai completamente: si fece risentire, poi, nel Settecento con l'Illuminismo e
con la Rivoluzione, e poi nell'Ottocento e nel Novecento, quando la cultura francese influenz la
moda e il commercio italiani. Spesso i prestiti francesi suscitarono le proteste violente dei puristi
della lingua: molti vocaboli inerenti alla moda, alla cucina, all'esercito, ecc. riuscirono a penetrare
in Italiano (plotone, tappa, cotoletta, rango, ecc.), altri sono comunemente usati ma non appurati
dai puristi (dettaglio, rimpiazzare, ecc.) e altri sono usciti subito dall'uso (regretto, degaggiato,
ecc.).
Per quanto riguarda l'influsso spagnolo, la dominazione aragonese in Sicilia e a Napoli nei secoli
XIII-XV e, soprattutto, il predominio spagnolo in Italia nel Cinquecento e nel Seicento, furono le
principali cause storiche dell'influsso spagnolo nella lingua italiana. Molti autori italiani e spagnoli,
il Galateo e parecchie commedie della prima met del Cinquecento sono pieni di ispanismi e questa
moda dur a lungo: gli italiani scrivevano in Spagnolo e a Napoli e Milano lo Spagnolo era
comunemente parlato. Molte parole furono introdotte in Italia, come lindo (< lindo bello),
disinvoltura (< desenvoltura sfacciataggine), sussiego (< sosiego tranquillit), ecc.
Caratteristiche sono le voci in -iglia, come maniglia, pastiglia, ecc.
Importante poi l'introduzione di molte parole esotiche e dei nomi dei nuovi prodotti importati dalle
Americhe: lo Spagnolo prese il nome di patata (batata, patata) da una lingua indigena americana,
che poi si irradi in it. patata, ingl. potato, ecc. Dall'Azteco kakauatl proviene lo sp. cacao che poi
si diffuse in tutte le lingue europee.
Minore fu l'influsso del Portoghese sull'Italiano: di origine portoghese sono, ad esempio, baiadera <
bailadeira, marmellata < marmelada, ecc. I Portoghesi introdussero parecchi vocaboli di origine
asiatica e africana.
Anche il Francese assorb parecchi vocaboli, soprattutto dall'Italiano e dallo Spagnolo. Il periodo
del massimo influsso culturale e linguistico italiano in Francia fu il Cinquecento: attraverso la
supremazia della arti e della cultura italiana in questo secolo, l'Italiano diventa di moda in Francia.
Oltre ai termini relativi all'arte e alla scienza (come mosaque, grotesque, ecc.), ne troviamo altri
relativi alla guerra (bastion, caporal, ecc.), alla marina (come accoster, barbasse, ecc.), al
commercio (banque, risque, ecc.) e alla moda (camisol, pantalon, ecc.), ecc.
Dalla Spagna il Francese attinge termini di guerra (bandoulire < bandolera, ecc.), termini

marinareschi, politici, commerciali, ecc.


Anche lo Spagnolo e il Portoghese hanno incorporato parecchie voci dal Francese e dal Provenzale.
Nei secoli XIII e XIV la letteratura francese era molto conosciuta in Spagna e la lirica provenzale
aveva influenzato la lirica gallego-portoghese. Spesso il Francese stato il tramite di parole
franconi accanto all'it. giardino, lo sp. jardin, il pg. jardim che rivelano, attraverso la fonetica, un
intermediario galloromanzo.
Anche l'Italiano ha dato un buon contributo di voci al lessico spagnolo: il periodo di maggiore
influsso italiano va dal XV secolo a tutto il XVI. Se per l'Italia lo Spagnolo fu una lingua di
superstrato, l'Italiano per la Spagna fu una lingua di adstrato, specialmente durante il
Rinascimento: molti elementi italiano si riferiscono, infatti, alle arti, al teatro, ecc., come conce(p)to
dicho engenioso < concetto; estanza < stanza (in senso metrico); bufn < buffone, ecc. Numerosi
anche i termini militari, come alerta < all'erta; emboscada < imboscata, ecc. Numerose anche le
voci marinaresche.
Nello Spagnolo da ricordare anche l'elemento gallego-portoghese e, viceversa, importante
l'elemento spagnolo del Portoghese. Tali contatti si devono s alla vicinanza territoriale e agli
scambi commerciali, ma soprattutto ai reciproci influssi culturali.
Per quanto riguarda il Rumeno, a partire dal XIX secolo si pu constatare un profondo
rinnovamento artificiale poich dovuto soprattutto a teorici e scrittori della lingua. Accanto alle
numerose parole slave si cominci ad arricchire il lessico rumeno anche con abbondanti parole
francesi, che ebbero pi successo di quelle italiane. Le voci francesi si fanno sempre pi frequenti
attraverso le imitazioni letterarie, i giornali e le opere degli scrittori che avevano studiato in Francia.
La terminologia scientifica e quella della critica letteraria viene prelevata dal Francese: troviamo, ad
esempio, copia < copier; erudiie < rudition, ecc. L'influsso francese si manifest anche sulla
sintassi e ha profondamente cambiato l'aspetto della lingua rumena moderna: attraverso questo
filone di voci francesi e, in minor misura, italiane, il Rumeno moderno divenuto molto pi simile
alle altre lingue romanze di quanto non fosse fino all'inizio del XVIII secolo.

Capitolo 5 Le lingue e i dialetti neolatini


La classificazione delle lingue neolatine Federico Diez distingueva solo sei lingue neolatine:
l'Italiano e il Valacco (= Rumeno) che formavano la sezione orientale, il Portoghese e lo Spagnolo
che formavano quella occidentale e il Provenzale e il Francese che formavano la sezione nordoccidentale. Egli stabil questa classificazione pi su basi filologiche che glottologiche, infatti
consider solo le lingue che che avevano o avevano avuto una tradizione letteraria e tenne in scarsa
considerazione i dialetti: i criteri prevalentemente filologici consigliavano di dare maggior peso a
quelle lingue che si erano manifestate attraverso la scrittura e che avevano dato vita a una

letteratura. Si visto, per, che proprio nel dominio romanzo, si venuta affermando come
disciplina scientifica la dialettologia. Graziadio Isaia Ascoli, nei Saggi ladini che aprivano la serie
dell'Archivio Glottologico Italiano (AGI) cerc di fissare la posizione di un gruppo di parlate
neolatine che dovevano formare un'unit effettiva della Romnia linguistica, e cio il Ladino. Ascoli
riun sotto questo nome tre gruppi di dialetti separati tra loro e non formanti n un'unit geografica,
n un'unit storica, n politica e cio le parlate romance del Cantone dei Grigioni, alcuni dialetti
dell'Alto Adige e il Friulano. L'opera di Ascoli rappresent, soprattutto dal punto di vista
metodologico, un notevole progresso. Per fissare l'unit linguistica ladina, egli si bas sulla
presenza in questi dialetti di un certo numero di fenomeni fonetici e morfologici che li
caratterizzano e li distinguono dalle parlate circostanti: da questo punto, sono solo argomenti
interni, esclusivamente glottologici, che inducono alla formazione di un'unit linguistica.
In seguito, Ascoli tent di isolare un altro gruppo di parlate romanze: il Franco-provenzale. Riun
sotto questo nome i dialetti della Svizzera romanda e alcune variet dialettali della Francia Sudorientale e della Val d'Aosta che presentano caratteristiche comuni.
Meyer-Lbke, nella sua opera Einfhrung in das Studium der romanischen Sparchwissenschaft,
distingue, nella famiglia neolatina, nove unit, che enumera andando da Oriente a Occidente: 1.
Rumeno, 2. Dalmatico, 3. Retoromanzo (= Ladino), 4. Italiano, 5. Sardo, 6. Provenzale, 7. Francese,
8. Spagnolo, 9. Portoghese. Il Catalano viene unito al Provenzale, mentre sono considerati
indipendenti il Ladino o Retoromanzo, il Dalmatico e il Sardo.
Anche se ci si basa su criteri linguistici, difficilmente si riescono a tracciare limiti netti fra lingue
genealogicamente affini. Inoltre, la geografia linguistica ha dimostrato che, pi che di linee di
demarcazione, bisogna parlare di fasce, in quanto, anche i fenomeni fonetici e morfologici pi
importanti non hanno le stesse linee di confine in tutti gli esempi.
Tenendo conto della ripartizione geografica, dei sostrati e di altri criteri, possiamo dividere le
variet neolatine nel modo seguente:
a) Rumeno = Balcano-romanzo; b) Dalmatico, Italiano, Sardo, Ladino = Italo-romanzo; c)
Francese, Franco-provenzale, Provenzale (e Guascone), Catalano = Gallo-romanzo; d) Spagnolo,
Portoghese = Ibero-romanzo.
Questa divisione presenta, tuttavia, dei difetti. Il Dalmatico viene posto nel gruppo Italo-romanzo e,
quindi, accomunato all'Italiano come il Ladino e il Sardo: il Dalmatico presenza senza dubbio punti
comuni all'Italiano, ma anche sicuro che il Dalmatico una continuazione della romanit orientale
e concorda per parecchi tratti col Rumeno e con gli elementi latini dell'Albanese. Il Dalmatico,
quindi, pu essere considerato come il ponte di passaggio tra il Balcano-romanzo e l'Italo-romanzo.
Il Rumeno Del dominio Balcano-romanzo, o Romanzo orientale, ci giunta solo la variet

neolatina rappresentata dal Rumeno, ma solo se si ammette la teoria della reimmigrazione. Resti
della latinit balcanica si trovano anche negli elementi latini dell'Albanese, del Neogreco e delle
lingue slave meridionali.
Il Rumeno si divide in quattro principali dialetti:
1.

il Dacorumeno, parlato nel territorio dell'odierna Romania, nella

Bessarabia e parte della Bucovina annesse all'URSS, in parte del Banato appartenente alla
Jugoslavia e in qualche villaggio della Bulgaria e dell'Ungheria. Esso si suddivide in molte variet
dialettali sulla riva sinistra del Danubio e solo in piccola parte sulla destra. La lingua letteraria si
basa sulla variet della Valcchia;
2.

il Macedorumeno o Arumeno, parlato dagli Arumeni sparsi un po'

ovunque nella Penisola Balcanica;


3.

il Meglenorumeno o Meglenitico, parlato da qualche migliaio di

uomini in una zona a nord-est di Salonicco, intorno alla cittadina di Nanta e da gruppi di emigrati in
Dobrugia e nell'Asia Minore;
4.

l'Istrorumeno, parlato da circa millecinquecento persone in Istria, in

un piccolo territorio intorno al Monte Maggiore non lontano da Fiume.


Le differenze tra i quattro dialetti sono considerevoli, tuttavia essi presentano notevoli
caratteristiche comuni le quali di devono a innovazioni proto-rumene. Esse risalgono, quindi, a un
periodo precedente la diaspora che avrebbe, poi, portato i progenitori dei Rumeni in terre lontane
fra loro. Uno degli obiettivi principali che si sono proposti i rumenisti quello di ricostruire il
Proto-rumeno. Prima di considerare i fenomeni che si possono far risalire al Proto-rumeno,
necessario esaminare le caratteristiche che risalgono a un periodo anteriore e attribuibili al Latino
balcanico.
Per la ricostruzione di tali caratteristiche ci servono i confronti col Dalmatico e con gli elementi
latini dell'Albanese. Il Latino balcanico ha partecipato alla riduzione di , in , ma non ha
partecipato alla riduzione di , in . In tal modo il Rumeno e l'Albanese hanno un diverso
trattamento di e , mentre le altre lingue romanze hanno un unico esito; per esempio: lat. flre >
rum. floare; lat. *smnu > rum. somn, ecc. Le poche eccezioni, come autmnu > rum. toamn, sono
state spiegate in vari modi, ma probabilmente indicano il principio di un'altra innovazione che, per,
non riuscita a svilupparsi. Un altro tratto che si pu riportare al Latino balcanico la riduzione dei
nessi -ct- in -pt-, e -cs- (x) in -ps-.
Risale a un'epoca anteriore al Proto-rumeno anche la formazione del futuro col verbo volo che , in
parte, comune al Dalmatico: tale costruzione ha corrispondenza nelle altre lingue balcaniche. Anche
nel lessico troviamo molte parole latine sconosciute alle lingue romanze occidentali.
Un grande problema quello dell'indipendenza della palatalizzazione delle velari in Rumeno. Nel

Dacorumeno letterario si hanno e , rispettivamente dal lat. c, g + i, e, precisamente come in


Italiano: per esempio cer cielo, ger gelo; nell'Arumeno ts e dz < c, g + i, e, come ad esempio
tser cielo, dzer gelo; nel Meglenitico ts, nelle stesse condizioni, ad esempio tser cielo, iniri
genero; nell'Istrorumeno troviamo , ts < c + i, e, e z, < g + e, i. Secondo alcuni studiosi, il
Latino balcanico non avrebbe avuto la palatalizzazione delle velari. noto che gli elementi latini
dell'Albanese presentano le velari intatte: in tal modo, alcuni autori traggono la conclusione che
anche il Protorumeno avesse mantenuto le velari intatti e che, quindi, la palatalizzazione del
Rumeno sia indipendente da quella delle altre lingue romanze e che a detta di Petar Skok
probabilmente avvenne dopo la distruzione dei centri della latinit orientale.
Tra i fenomeni che si possono considerare protorumeni consideriamo:
1.

la riduzione a > in sillaba atona, passaggio messo in relazione alla

riduzione di a > in sillaba atona in Albanese. Ma siccome la cronologia dei fenomeni fonetici
rumeni ci mostra che la riduzione di a in deve essere posteriore alla caduta di -v- e -llintervocalici, cos questo fenomeno pu essere indipendente nel Rumeno e nell'Albanese.
2.

il passaggio a + n > n, sia dinanzi a vocale sia dinanzi a consonante e

a + m + consonante > m; ad esempio manu(m) > mn, campu(m) > cmp. Questo passaggio, che ha
corrispondenze anche in Albanese, molto antico e ci appare dal fatto che gli elementi slavi non
partecipano.
3.

il passaggio di -l- intervocalico a -r-, ad esempio filu(m) > fir. Questo

passaggio si trova solo negli elementi latini ed quindi preslavo.


4.

il passaggio qu > p, gu > b; ad esempio aqua > ap, lingua > limb.

5.

la metafonesi di e e o tonici, condizionata dalla presenza nella sillaba

seguente di - (-a), -e in finale assoluta, come sear > sera.


Il rotacismo di -n- , secondo alcuni, protorumeno comune col rotacismo albanese. Altri autori,
invece, negano ogni rapporto storico tra i due fenomeni.
Fra le caratteristiche morfologiche, si pu notare la conservazione del vocativo in -e nei nomi
maschili della seconda declinazione, perduto nelle altre lingue romanze, che potrebbe spiegarsi
anche per influsso slavo; il Rumeno conserva la forma del dativo dei femminili della prima e della
terza declinazione.
Il problema pi arduo da trattare quello che riguarda il luogo nel quale si venuto a formare il
Rumeno. Argomenti filologici portano a ritenere che il Protorumeno si sia sviluppato si sia
sviluppato sulla riva destra del Danubio; questa ipotesi e data dall'esame di parecchi fatti: le
concordanze con l'Albanese, che devono risalire a un certo periodo di simbiosi; il carattere bulgaro
degli antichi elementi slavi nel Rumeno; la mancanza di elementi germanici antichi, ecc. Quasi tutti
gli studiosi rumeni ammettono l'esistenza di un centro di vita rumena al Nord del Danubio stesso,

anche se qualche filologo ha riconosciuto l'origine sud-danubiana del popolo.


Il Dalmatico Con il nome di Dalmatico intendiamo l'idioma estinto preveneto. Un tempo, il
Dalmatico si estendeva da Segna poco a Sud di Fiume fino circa ad Antvari.
Il Dalmatico resistette in quei territori in cui la sua vita era meno minacciata dall'influsso dello
Slavo, e cio nelle citt della costa. A Est era minacciata dallo Slavo, a Sud dall'Albanese e,
soprattutto, minacciata dalla crescente penetrazione veneta, il Dalmatico si ridusse ad essere parlato
in poche oasi, nelle quali, comunque, si spense rapidamente. La scomparsa del Dalmatico
aumentava man mano che l'influsso veneto si faceva pi forte: a Zara esso tramont molto presto, a
Ragusa che, anche se alle dipendenze della repubblica veneta, godeva di una certa indipendenza
si spense intorno al XV secolo, mentre nell'isola di Veglia (oggi Krk) il Dalmatico si conserv fino
allo scorso secolo.
Le fonti per conoscere il Dalmatico sono di due tipi: le fonti dirette, ovvero materiale documentario
fornitoci dagli archivi dalmati (soprattutto quello di Ragusa), e i saggi di dialetto raccolti da vari
studiosi grazie agli ultimi parlanti del Dalmatico; le fonti indirette, costituite dalla toponomastica e
dagli elementi dalmatici incorporati nel Veneto e nel Croato, gli idiomi che si sono sovrapposti.
Possiamo distinguere due rami o dialetti del Dalmatico: uno settentrionale, costituito dal
Vegliotto, e uno meridionale, formato dal Raguseo.
Nel vocalismo del Dalmatico, notevole la ricchezza di dittongazioni; sia le vocali aperte che
quelle chiuse del Latino, e perfino a, si dittongano in sillaba libera e le vocali aperte, compresa a, si
dittongano anche in posizione.
Il consonantismo, al contrario, molto conservatore: c e g mantengono la pronuncia velare davanti
ad e, ad esempio kenur < cenare, gelut < gelatu(m). Manca assolutamente il fenomeno della
lenizione delle sorde intervocaliche. Nei nessi cl, gl, pl, fl, bl si conserva, in generale, l inalterato.
Nella morfologia si nota la presenza del lat. mene > main in funzione di accusativo del pronome di
prima persona singolare e la persistenza del comparativo maior > maro. Nel verbo si sono
conservate le quattro coniugazioni latine (-ur, -r < -are; -ar < -re; '-ro < '-re; -er < -ire). Il tema
del presente spesso amplificato dai due infissi -ej- ed -esk-, il primo attestato solo nel Vegliotto e il
secondo solo nel Reguseo. Il fenomeno morfologico pi importante del Dalmatico , per, l'assenza
del futuro perifrastico del tipo cantare habeo e l'uso di continuatori del futuro anteriore del tipo
cantavero.
Attraverso le fonti dirette e quelle indirette, perci, possiamo constatare che il Dalmatico si
distingue per una spiccata conservativit dell'elemento latino: notevoli le concordanze con Rumeno
e con l'Albanese, soprattutto nella conservazione di frasi arcaiche e nella struttura della lingua.
Anche molte parole presentano concordanze fra Rumeno, Albanese e Dalmatico. Pur trovando tali

coincidenze, Matteo Bartoli il pi grande studioso di questa lingua ha cercato di dimostrare la


somiglianza con l'Italiano meridionale e specialmente con i dialetti della zona abruzzese-pugliese,
geograficamente di fronte alla Dalmazia: dopo tutto, in ambedue le regioni si trovava un sostrato
illirico. I risultati di Bartali sono stati accettati da tutti gli studiosi ad eccezione di Clemente Merlo,
che ha sempre cercato di dimostrare che il vocalismo e il consonantismo del Dalmatico concordano
piuttosto col Ladino.
Il Ladino Con il nome di Ladino o Retoromanzo si intende un complesso di variet neolatine
parlate nella regione alpina centrale e orientale. Il nome di Ladino una regolare continuazione di
latnus; questo termine stato usato soprattutto dai linguisti italiani, ma non esente da equivoci,
siccome ladino anche il termine che designa il Giudeo-spagnolo dei Balcani. I linguisti tedeschi
preferiscono la denominazione retoromanzo, ma anche questo termine non propriamente esatto:
infatti, solo la parte pi occidentale ha sostrato retico, mentre la parte pi orientale apparteneva al
Norico e il Friuli faceva parte dell'Italia.
Il Ladino si divide in tre sezioni: occidentale, centrale e orientale.
La sezione occidentale comprende le parlate romance del cantone dei Grigioni (Svizzera) e cio
della Sopraselva, Sottoselva, Engadina; il punto pi orientale di questa sezione formato dalla Val
Monastero. Nei Grigioni, dove il Ladino si spento a causa della pressione di dialetti alemannici,
alcune variet sono state utilizzate anche a scopi letterari, in particolare dopo la Riforma Luterana.
Il Romancio divenuto la quarta lingua nazionale della Confederazione Elvetica, ma non essendo
questo idioma mai diventato lingua unitaria e sia perch i Grigioni sono suddivisi, dal punto di vista
religioso, in due gruppi cattolici e protestanti vengono usate nell'insegnamento e nella stampa le
due principali variet (Soprasilvano e Engadinese).
La sezione centrale formata da alcuni dialetti della regione dolomitica che hanno per centro il
massiccio del Sella. Le valli ancora ladine sono: Fassa, Gardena, Badia e Marebbe, Livinallongo,
Ampezzo e il Comlico, ma anche i dialetti pi a Sud hanno ancora qualche caratteristica ladina.
La sezione orientale formata dal Friulano e va dai confini del Comlico fino alle porte di Trieste.
Trieste e Muggia un tempo erano ladine, ma il Veneto si sovrappose alla parlata. Fra la sezione
orientale e quella centrale, il Veneto si infiltrato lungo la Valle del Piave e fra quella centrale e
quella occidentale vi una larga zona linguisticamente tedesca. Nelle zone intermedie il sostrato
ladino si riscontra solo nella toponomastica.
Ascoli era costretto a dividere le aree di transizione in due gruppi, uno pi ladino e l'altro pi veneto
o lombardo anche se, sia Ascolti che il romanista Gartner, consideravano i tre gruppi ladini come tre
oasi affioranti da una pi antica unit ormai sparita. Al contrario, Carlo Battisti e Carlo Salvioni
negarono l'indipendenza del Ladino suscitando parecchie critiche. Battisti, non solo nega l'esistenza

di un'unit linguistica ladina, ma non ammette neppure un'unit storica e genetica fra le tre sezioni:
orientale (friulana), centrale (atesina o dolomitica) e occidentale (grigionese). Per lo studioso, i
dialetti dei Grigioni sono direttamente congiunti con i dialetti della Lombardia; i dialetti delle
sezioni centrale e orientale sarebbero, invece, la continuazione di quelli veneti. Invece, E. G. Parodi
si limit ad affermare l'esistenza di una stretta parentela del Ladino con l'Italiano, conclusione a cui,
poi, arriv anche Bartoli.
Il linguista svizzero Caspar Pult, in uno dei suoi scritti, sembrava ammettere che le caratteristiche
fonetiche e morfologiche reto-romanze presentassero maggiori concordanze col Gallo-romanzo che
con l'Italo-romanzo. Anche altri linguisti svizzeri come J. Jud e W. von Wartburg ammettono
maggiori contatti tra il Ladino e il Galloromanzo che fra il Ladino e l'Italo-romanzo. Alcune
caratteristiche ladine concordanti con il Gallo-romanzo e discordanti dall'Italiano sembrano dovute
ad evoluzioni indipendenti nei due domini. Ad esempio, il volgere di ca e ga in a e a nel Ladino
(an < cane) stato confrontato con l'analogo passaggio nel Francese (chien). Per nelle variet
all'estremit occidentale del dominio ladino quelle pi vicine alla Francia la riduzione della
velare in palatale molto rara.
Nel Ladino centrale osserviamo la palatalizzazione di ca e ga in quasi tutti il dominio; ma che il
fenomeno sia relativamente recente dimostrato dalla toponomastica delle regioni che furono
ladine e che ora sono germanizzate, come l'Oltradige bolzanino e la valle di Funes. In Francese,
invece, la palatalizzazione anteriore alla riduzione di au in o, quindi ha forse avuto luogo tra il VI
e l'VIII secolo. In questo modo, la differente cronologia non ci permettere di ritenere la
palatalizzazione di ca e ga come un fenomeno comune al Ladino e al Francese, ma si tratta di
un'evoluzione parallela avvenuta indipendentemente in due periodi diversi.
Un'altra presunta analogia tra Ladino e Gallo-romanzo sarebbe il passaggio di l + dentale ad u, per
esempio alt(e)ru(m) > soprasilv. auter, fr. autre ma it. altro.
La velarizzazione di l, nel Francese, si ritiene sia iniziata verso la fine dell'epoca gallo-romana; nel
Ladino, invece, tale evoluzione deve essere molto pi recente. Essa manca nella sezione orientale,
dove l quasi sempre conservato. Anche nei Grigioni il passaggio l > u non molto antieriore al
XVI secolo. La stessa cosa vale per il Ladino centrale.
Anche il passaggio di a in e uno dei tratti principali e pi antichi del Francese non pu avere
rapporti cronologici col passaggio di a in e che si riscontra in parte del territorio ladino e soprattutto
nel Ladino centrale. Carlo Battisti ha dimostrato che questa evoluzione nel Ladino centrale
provocata dall'allungamento della vocale e perci subentra solo in alcuni casi. Dall'aspetto fonetico
delle parole e dalla toponomastica appare che questa evoluzione deve aver avuto luogo abbastanza
tardi, intorno al XVI secolo.
Minore peso ha la concordanza fra Ladino e Francese nella conservazione dei nessi di consonante +

l, ad esempio lat. clave(m) > soprasilv. clav, fr. clef ma it. chiave. La trasformazione dei nessi cl, bl,
pl nell'Italia settentrionale avvenuta tardi e i pi antichi testi dialettali lombardi danno ancora
forme con l conservato.
Il Sardo Col nome di Sardo si intendono le variet dialettali della Sardegna, con esclusione di
Alghero isola linguistica catalana e di Calasetta e Carloforte isole linguistiche genovesi.
Il Sardo ha una sua propria fisionomia e individualit, e questa speciale individualit traspare gi
dai testi pi antichi.
Il Sardo si suddivide in quattro principali variet dialettali:
1.

il Logudorese, parlato nella regione del Logudoro al centro dell'isola;

2.

il Campidanese, parlato nel Campidano nella parte meridionale;

3.

il Gallurese, parlato a Gallura nella parte nord-orientale dell'isola;

4.

il Sassarese, nella citt di Sassari e nelle immediate vicinanze.

Il Logudorese si pu definire il Sardo per eccellenza e fu usato da scrittori e poeti sardi come una
specie di volgare illustre. Giovanni Campus ne distingue tre varite:
a)

la variet meridionale che abbraccia la regione sud-ovest del

Logudoro con centro Nuoro;


b)

la variet centrale che ha per centro Bonorva e abbraccia il sud-est

del Logudoro;
c)

la variet settentrionale che ha per centro Ozieri.

Differenza fondamentale si nota tra il Logudorese e il Campidanese da una parte e il Sassaresegallurese dall'altra.
Mentre il Campidanese si avvicina pi ai dialetti italiani di tipo centro-meridionale, i dialetti di tipo
gallurese-sassarese si avvicinano ai dialetti corsi, che sono di tipo toscano, ma sviluppati su un
sostrato simile a quello del Sardo. I dialetti gallurese e sassarese si differenziano per molte
innovazioni: (yod) si volge ad occlusiva palatale (), n d , come in Italiano, i nessi cl, gl, pl, bl,
fl si semplificano, le desinenze del plurale cadono, ecc.
Fra le caratteristiche del Sardo ricordiamo soprattutto il mantenimento della distinzione fra le
continuazioni di e e di e (pilu < plu), il mantenimento di (iam > ya). Specialmente il
mantenimento del valore velare di c davanti a vocali palatali nel Logudorese, Nuorese e antico
Campidanese, come centum > kentu. Anche g dinanzi a e, i era conservato come fonema velare
nell'antico Logudorese.
I nessi cl, gl, pl, bl, fl sono conservati nei dialetti del centro dell'isola e nel Campidanese; in buona
parte del territorio per, l passa ad r.
lo sviluppo dell'elemento labiale qu, gu > b pu ricordare quello del Rumeno, ma quasi certamente

di tratta di due evoluzioni parallele ma indipendenti. Anche l'evoluzione del nesso gn > nn pu
ricordare quella del Rumeno, ma anche qui si tratta di evoluzioni indipendenti.
Un altro tratto arcaico nei dialetti pi conservatori del centro dell'isola il mantenimento delle sorde
intervocaliche.
L'articolo determinativo su, sa, plur. sos, sas e continua il lat. volg. ipsu, ipsa, ipsos, ipsas,
differenziandosi dagli altri articoli romanzi che derivano da illu.
Il plurale dei sostantivi maschili e femminili esce in -s, ad esempio muru = muros, femina =
feminas; -s finale si conserva anche nei neutri singolari della terza declinazione, ad esempio tempus
tempo, onus peso.
Nella coniugazione si nota la prevalenza della III sulla II. Il Sardo antico conservava ancora il
piuccheperfetto antico. L'imperfetto congiuntivo aveva le desinenze -aret, -eret, -iret che oggi si
trovano nella Barbagia. Il perfetto indicativo aveva le desinenze -avi, -asti, -avit, -avimus, -astis,
-arun per la prima coniugazione; pi tardi -v- scomparve e oggi si hanno le desinenze in -ai, -ait,
ecc.
Anche dal punto di vista lessicale, il Sardo molto conservativo; Wagner osserva che i dialetti del
centro dell'isola rappresentano il vero Sardo con pochissimi elementi spagnoli. indubbio che il
Sardo conservi nel suo lessico alcune parole latine assenti da tutte le altre lingue romanze: ad
esempio, sa domo la casa (< domo); log. kitto per tempo (< citius), ecc. Abbiamo, poi,
interessanti concordanze con la Romnia orientale: lat. pertundre > rum. ptrunde, log. pertungere
forare.
Anche dal punto di vista degli elementi dovuti a superstrati il Sardo ha una posizione particolare:
mancano quasi completamente gli elementi germanici, anche se la Sardegna fu per un secolo sotto i
Vandali e per un anno sotto gli Ostrogoti, ma pare che i contatti non siano stati sufficienti per
influenzare la lingua, infatti quasi tutti gli elementi germanici presenti provengono dall'Italiano. Le
scarse parole arabe provengono quasi tutte dallo Spagnolo e dal Catalano. Importanti gli elementi
greci, anche se alcune voci greco-bizantine possono derivare dal Latino. Senza dubbio, gli elementi
che hanno maggiormente influenzato il Sardo sono quelli catalani e spagnoli. Il dominio degli
Spagnoli durato circa quattro secoli (1327-1720); i conquistatori erano Aragonesi e portarono
nell'isola il Catalano, ma accanto ad esso si introdusse anche il Castigliano, soprattutto nel
Sassarese e nel Gallurese. Per molto tempo lo Spagnolo fu lingua ufficiale nei tribunali e nelle
scuole e molti autori sardi scrissero in catalano e spagnolo. In tutta l'isola, ad esempio, per designare
finestra si trova l'ispanismo ventana (< sp. ventana) e solo nei dialetti pi conservativi si trova
fronesta. I vocaboli iberici abbondano specialmente nella terminologia dell'amministrazione e della
chiesa, come camp. ui, nuor. ue giudice < cat. jutge; sa su la cattedrale < cat. su, ecc.
Catalana anche la terminologia della pesca.

L'Italiano L'Italiano parlato entro i confini dell'odierna Repubblica Italiana e, fuori dai confini
politici:
a)

nella Repubblica di San Marino;

b)

nella Svizzera Italiana;

c)

in Corsica;

d)

nelle regioni della Venezia Giulia e dell'Istria passate dopo la seconda

guerra mondiale sotto il dominio della Jugoslavia;


e)

nelle principali citt della costa dalmata;

f)

da un buon numero di abitanti della regione nizzarda e soprattutto nel

Principato di Monaco;
g)

come lingua di cultura nell'isola di Malta;

h)

dagli italiani stabiliti nelle ex-colonie e all'estero.

Nel dominio linguistico italiano si possono distinguere tre grandi suddivisione dialettali:
1.

dialetti alto-italiani o settentrionali;

2.

dialetti centro-meridionali;

3.

dialetti toscani (compresi quelli della Corsica).

Con il nome di dialetti settentrionali o alto-italiani si intendono i dialetti gallo-italici, il Veneto e


l'Istriano. Qualche glottologo ha preferito separare i dialetti gallo-italici dal Veneto, ma altri tra
cui Clemente Merlo li hanno riuniti in un unico gruppo, in quanto le principali caratteristiche per
cui i dialetti settentrionali si differenziano da quelli centro-meridionali e toscani sono comuni al
Gallo-italico e al Veneto.
In dialetti gallo-italici comprendono quattro sezioni differenziate tra loro:
1.

dialetti piemontesi;

2.

dialetti lombardi;

3.

dialetti liguri;

4.

dialetti emiliano-romagnoli.

Fra le caratteristiche generali dei dialetti alto-italiani ricordiamo:


1)

la riduzione delle vocali lunghe e geminate, come ll > l: caballu(m) >

piem./lomb./emil. kavl, ven. kavalo; nn > n: annu(m) > piem./lomb./emil. an, ven. ano;
2)

la lenizione delle sorde intervocaliche, che pu arrivare anche al

dileguo, come amta > milan. meda, bergam. meda, ma ven. amia (dove -t- > -d- > 0);
3)

gli sviluppi di cl, gl > , , ad esempio clamare > piem. am, lig.

ama, ven. amar; glacia > piem. asa, lig. asa, ven. aso;
4)

c e g dinanzi a vocali palatali e, i si assibilano in tutto l'Alto Italiano,

dando ti e di;
5)

il trattamento del nesso ct che nel Piemontese si sviluppa in it come

in Francese mentre nel Lombardo l'i intacca la dentale portandola a : ad esempio la latte, fa
fatto, ecc.
Nel vocalismo, i dialetti gallo-italici hanno caratteristiche notevoli: il passaggio a > e avviene in
condizioni non dappertutto uguali. Nell'Emilia a libero o seguito da l e da r + consonante d sempre
. Ma il processo di palatalizzazione ha caratteristiche proprie nelle varie regioni: cos a Modena a
seguito da nasale resta intatto mentre a Bologna abbiamo a > .
Vengono considerate come provocate dal sostrato celtico le evoluzioni di > e di > . Questo
fenomeno si manifesta nel Piemontese, Ligure, Lombardo mentre manca nell'Emiliano-romagnolo.
In una parte del Piemonte nel Monferrato passa addirittura ad i.
Caratteristica generale della maggior parte dei dialetti gallo-italici la caduta delle vocali finali, le
quali dileguano tutte ad eccezione di -a.
Molto diffusa nei dialetto gallo-italici la metafonesi provocata da -i finale e quindi pi antica
della caduta della stessa -i finale. Nei dialetti veneti la metafonesi oggi quasi scomparsa: i testi
veneti antichi, per, testimoniano la presenza della metafonesi.
Una caratteristica dei dialetti alto-italiani la perdita dei pronomi personali soggetti nelle forme
toniche: al loro posto si usano i pronomi obliqui, come ven. mi digo = me dico. Per i pronomi
soggetti si conservano in atonia nella coniugazione verbale, come ven. ti te dizi = te tu dici.
Dialetti gallo-italici di tipo arcaico si trovano anche nella Sicilia nordorientale nelle province di
Messina ed Enna, in Basilicata e presso il golfo di Policastro: l'opinione pi attendibile sull'origine
di queste colonie quella che ritiene che le colonie lombardo-sicule sarebbero provenienti dalla
Lombardia occidentale dall'alto Novarese.
I dialetti trentini sono prevalentemente di tipo lombardo, con molti influssi veneti.
I dialetti veneti si possono dividere in:
a)

Veneziano;

b)

Veronese;

c)

Vicentino-Padovano-Polesano;

d)

Trevigiano;

e)

Feltrino-Bellunese;

f)

Triestino e Veneto-giuliano.

Fra le caratteristiche dei dialetti veneti si possono ricordare:


1)

la mancanza delle vocali turbate e ;

2)

la fermezza delle vocali finali. Nel Vicentino-Padovano-Polesano le

vocali finali rimangono salde e solo -e, -o cadono dopo n nelle parole piane. Nel Veneziano -e cade

anche dopo l e r, -o nei suffissi -ol, -iol, -er, -ier. Maggiore ampiezza assume la caduta delle vocali
finali nel Veneto-giuliano, nel Trevigiano e nel Feltrino-Bellunese;
3)

il mantenimento dei dittonghi ie, uo in sillaba libera; mentre ie si

conserva ancora oggi, uo conservato solo nei testi antichi;


4)

conservazione delle vocali in sillaba debolmente accentata con

tendenza all'apertura in a davanti a r.


Tutte queste caratteristiche del vocalismo danno ai dialetti veneti una fisionomia che sembra
avvicinarli pi al Toscano che ai dialetti gallo-italici.
Nel consonantismo, tuttavia, le tendenze sono simili a quelle dei dialetto gallo-italici, e cio:
lenizione delle sorde intervocaliche che arriva fino al dileguo, come t > d > 0, b > v > 0; riduzione
delle geminate; assibilazione di ce, ci, ge, gi.
Oggi ridotti sono i dialetti istriani (o istrioti) parlati nel territorio dell'Istria. Essi presentano
caratteristiche prevenete arcaiche che non si possono definire ladine.
I dialetti centro-meridionali formano il maggior nucleo dell'Italia dialettale e si possono dividere in
tre grandi sezioni:
a)

sezione marchigiano-umbro-romanesca;

b)

sezione

abruzzese-pugliese

settentrionale-molisano-camapano-

lucana;
c)

sezione salentina e calabro-sicula.

Questi dialetti presentano parecchie caratteristiche comuni, alcune delle quali si possono attribuire
al sostrato italico, come le riduzioni nd > nn, mb > mm.
Vi sono alcuni tratti fonetici, morfologici e lessicali di tipo meridionale che occupano una zona che
comincia poco pi a Sud di Ancora e scende fino sotto Roma. Vi sono, per, anche altre isoglosse
che congiungono l'Italia settentrionale con Roma, attraverso la parte Nord delle Marche e l'Umbria,
escludendo la Toscana.
Posizione a s ha il dialetto di Roma: la penetrazione toscana, le vicende storiche che quasi
spopolarono la capitale e le successive immigrazioni, hanno permesso che l'antico Romanesco
autoctono venisse sopraffatto da un'altra nuova variet, formatasi dal Toscano sovrapposto a un
sostrato romanesco. Grazie al prestigio e all'importanza di Roma, questo nuovo romanesco si
diffuse in tutto il Lazio.
Nell'Abruzzo, i dialetti della regione dell'Aquila continuano le condizioni del gruppo marchigianoumbro-romanesco. Non si trovano le vocali indistinte che caratterizzano le parlate meridionali.
L'estrema sezioni dei dialetti meridionali caratterizzata dal gruppo calabro-siculo: da unire anche
il Pugliese meridionale, ovvero il gruppo di parlate che si estendono lungo la Penisola Salentina, a
Sud di una linea che va da Taranto a Brindisi. Colpisce molto la differenza fra le parlate di tipo

pugliese settentrionale caratteristiche per la ricchezza dei dittonghi e quelle di tipo meridionale
dove non si trovano vocali indistinte e a non si riduce pi ad e per influsso di i.
Per quanto riguarda i dialetti siciliani, la loro uniformit non cos reale come sembra. Alcuni anni
fa fu proposta una bipartizione tra dialetti occidentali, pi conservativi, e dialetti orientali, di tipo
pi recente.
Se dal Nord Italia scendiamo verso Sud seguendo la costa tirrenica, si trovano dialetti di transizione
fra il Ligure e il Toscano; i caratteri toscani si fanno sempre pi decisi man mano che si discende
verso il Sud.
Un po' pi a oriente si trovano anche dialetti di transizione fra l'Emiliano e il Toscano: nel passaggio
da dialetti gallo-italici e meridionali non si hanno, quindi, bruschi salti.
I dialetti toscani possono dividersi in quattro sezioni:
a)

sezione centrale o fiorentina;

b)

sezione occidentale (Pisa, Lucca, Pistoia);

c)

sezione senese;

d)

sezione aretino-chianaiola.

I dialetti toscani hanno speciale importanza sia per la loro grande conservativit, sia per il fatto che
uno di essi il Fiorentino sta alla base della lingua letteraria italiana. I dialetti aretino-chianaioli
segnano il passaggio fra i dialetti di tipo nettamente toscano da quelli umbri.
Ai dialetti toscani si legano strettamente quelli della Corsica, che si dividono in due sezioni, i
territori delle quali sono separati dalla catena montuosa che attraversa l'isola da Nord-Ovest a SudEst. Il dialetto oltremontano ricorda le condizioni dei dialetti sardi, quindi conserva tratti pi arcaici
delle condizioni primarie dell'isola che vennero poi intaccate con la penetrazione toscana. Oggi i
dialetti corsi sono di tipo nettamente toscano e sono particolarmente preziosi per la storia della
nostra lingua.
La lingua letteraria italiana che si forma nei secoli XIII e XIV ha per base il Toscano,
specialmente il Fiorentino: si pu dire che la posizione geografica permise a questo dialetto di
primeggiare sugli altri, ma anche il prestigio dei tre grandi toscani del Trecento Dante, Petrarca,
Boccaccio fu un grande aiuto. Dante voleva rendere il Toscano aulico sulla scia del Provenzale,
voleva che fungesse da lingua letteraria importante tanto quanto il Latino. Dante alla fine scrisse un
Fiorentino temperato e contribu a far assumere grande importanza a questo dialetto.
Per quanto riguarda l'Italiano, in generale, non facile stabilirne le caratteristiche, data la
policromia dell'Italia dialettale. Limitandosi alla lingua scritta e parlata, si possono indicare alcuni
tratti che la differenziano dalle altre lingue romanze:
1.

la mancanza di vocali turbate ed evanescenti;

2.

l'assenza della metafonesi;

3.

la conservazione delle vocali finali e la scomparsa di tutte le

consonanti finali del Latino, perci tutte le parole italiane escono in vocale;
4.

la presenza di consonanti lunghe o geminate accanto a consonanti

semplici;
5.

la libert di posizione dell'accento;

6.

la ricchezza delle derivazioni suffissali;

7.

la libert della sintassi del periodo.

Il Provenzale (e il Guascone) Nel gruppo chiamato Galloromanzo si distinguono due unit


linguistiche, il Francese (lingua d'oil) e il Provenzale (lingua d'oc). Importanti, poi, il Catalano e il
Guascone che, anche se non vengono riconosciuti come vere unit linguistiche, rappresentano il
ponte di passaggio tra Galloromanzo e Ibero-romanzo.
Procedendo dall'Italia verso Occidente troviamo il dominio del Provenzale: il confine politico tra
Italia e Francia coincide, qui, con quello linguistico. A Ventimiglia di parla un dialetto ligure; a
Nizza gi un dialetto provenzale che ha, per, influssi italiani; a Mentone si parla un dialetto di
transizione tra Provenzale e Gallo-italico; mentre Monaco un'antica isola linguistica ligure.
Se si segue, per, lo spartiacque alpino, la corrispondenza dei confini viene annullata: questo
esempio serve a comprendere come confini geografici ben netti non sempre corrispondano a confini
linguistici. Qui le condizioni linguistiche sono date da profonde ragioni storiche. Territori cisalpini e
transalpini appartennero per secoli ad una sola unit politica; sotto Casa Savoia, la lingua ufficiale
era il Francese, che si estendeva anche al Piemonte, che fu riannesso all'Italia solo nel XIX secolo.
Nella parte italiana troviamo numerosi centri in cui si parlano dialetti provenzali, i cui pi
importanti sono quelli dei Valdesi di Val Pellice. Una colonia valdese nel XV secolo migr in
Calabria a Guardia Piemontese. Posizione speciale ha, poi, il dialetto provenzale di Pragelato,
nell'alta Val Chisone.
Il confine linguistico tra il Provenzale e il Francese si man mano spostato in favore del Francese,
lingua nazionale e letteraria. Jules Ronjat distingue cinque gruppi di dialetti e precisamente:
1.

gruppo provenzale da Agen a Nizza;

2.

gruppo linguadocico-guiennese;

3.

gruppo aquitano;

4.

gruppo alverniate-limosino;

5.

gruppo alpino-delfinatese.

Ronjat non comprende il Catalano ma include il Guascone.


I dialetti provenzali che hanno ristretto il loro territorio sotto la spinta della lingua nazionale sono in
continuo regresso: il confine settentrionale, che pu essere rappresentato da una fascia, si spostato
verso il Sud. I dialetti provenzali, sviluppatisi dal Latino volgare, cominciarono ad essere attestati

ben presto e dettero luogo a una fiorente letteratura medievale; in seguito, l'uso letterario divenne
sempre pi raro fino a scomparire per poi risorgere, soprattutto come lingua della letteratura
regionale, nel secolo scorso.
Il Guascone, che Ronjat comprende sotto il nome di aquitano, ha una tale individualit linguistica
che potrebbe essere considerato un'unit a s, coordinata al Provenzale. Il Guascone si differenzia
dal Provenzale per il suo sostrato iberico e, infatti, concorda in molti punti con l'Ibero-romanzo;
numerose, poi, le concordanze anche fra Guascone e Catalano e Guascone e Aragonese. Il confine
attuale del Guascone coincide con quello del sostrato iberico della Gallia sud-occidentale. Il
Guascone si distingue per alcuni tratti fonetici caratteristici come f > h (dovuto forse al sostrato
iberico), -ll- > -r- (bella > bero), ecc. La morfologia molto conservativa e il lessico possiede un
serie di parole caratteristiche.
Il Franco-provenzale Col nome di Franco-provenzale si intende un gruppo di variet dialettali
che occupa la parte sud-orientale della Francia, la svizzera romanda e una parte delle valli alpine
entro i confini dell'Italia. I limiti del Franco-provenzale sono assai incerti, e ancora pi difficile da
stabilire il confine tra Franco-provenzale e Provenzale.
Nella Svizzera romanda, il territorio pi vasto e compatto dove si parlano dialetti franco-provenzali,
tale dialetto sconfina, a Oriente, con i dialetti alemannici. Anche qui, per, la linea di confine
incerta, anche perch ha subito vari mutamenti negli ultimi decenni: importante ricordare che,
mentre nella Svizzera tedesca i dialetti alemannici sono tutt'oggi in uso, nella Svizzera romanda
l'uso del dialetti in continua diminuzione.
Fra le caratteristiche delle parlate franco-provenzali si pu notare il vocalismo molto affine a quello
provenzale e il consonantismo pi concordante con quello francese. Ad esempio, a tonico si
conserva come nel Provenzale, ma passa in e per influsso di palatale in maniera ancora pi avanzata
che in Francese; -u ed -o finali rimangono come -o, ecc.
Il lessico molto conservativo: trattandosi di territori alpini si trovano parecchi relitti preromani.
Anche dal punto di vista del superstrato germanico vi sono nel Franco-provenzale elementi
caratteristici di origine burgunda. La divisione in sottodialetti estremamente difficile: il
frazionamento, infatti, molto forte ed ogni vallata ha una sua individualit linguistica. Ci
dipende, in buona parte, anche dalla mancanza di unit storica e politica: il dialetto di Ginevra fu
per qualche tempo lingua ufficiale ma poi fu abbandonato volontariamente in favore del Francese.
Il Francese Il terzo tipo e il pi importante del Galloromanzo il Francese. Le condizioni
linguistiche attuali corrispondono solo in minima parte a quelle pi antiche, poich, a partire dal XV
secolo, l'azione delle citt specialmente Parigi ha rapidamente alterato i dialetti della lingua

d'oil. In un'area vastissima intorno a Parigi i dialetti sono scomparsi e il Francese comune della
capitale ha preso il loro posto; esso poi ha cominciato a frazionarsi e a modificarsi e ha dato luogo
cos a quella variet che i linguisti francesi chiamano franais rgional. Nel contempo, anche
innovazioni partite dalla campagna si sono introdotte a Parigi e sono entrate a far parte della lingua
nazionale. Fra i dialetti a Sud di Parigi che ancora conservano alcune caratteristiche e si oppongono
alla penetrazione del Francese comune, si possono ricordare il Pittavino e il Santongese: questi
dialetti hanno guadagnato terreno su quelli della lingua d'oc, ma subiscono comunque l'influsso
delle parlate meridionali confinanti. L'angioino ha, invece, guadagnato terreno sul Bretone.
Dialetti pi caratteristici e meglio conservati sono quelli della costa settentrionale della Francia e
specialmente il Normanno e il Piccardo e la loro caratteristica pi importante il mantenimento di c
velare dinanzi ad a.
Un dialetto molto conservativo e tipico, che non ha subito l'influsso di Parigi, il Vallone che
rappresenta la parlata familiare della parte linguisticamente francese del Belgio. Il territorio del
Vallone delimitato a Nord e a Est dalla frontiera romanzo-germanica; a Occidente confina col
Piccardo; mentre il confine a Sud segue la Valle della Mosa. La vicinanza del Neederlandese e del
Tedesco, inoltre, ha introdotto nel Vallone un numero assai considerevole di elementi germanici.
Verso Sud troviamo, poi, il Lorenese che presenta numerosi tratti conservativi, soprattutto nella
parte pi orientale confinante col Tedesco.
I dialetti della Franca-Contea e della Borgogna presentano un minor numero di tratti caratteristici
poich sono stati fortemente influenzati dal Francese comune: al Sud della Borgogna, addirittura,
troviamo gi delle particolarit che ricordano il Franco-provenzale.
I dialetti della Champagne sono, ormai, in via d'estinzione: gli ultimi resti furono raccolti qualche
decina di anni fa lungo il confine lorenese.
Al centro del pentagono troviamo il Francien, cio il dialetto dell'Ile-de-France, di cui assai
difficile tracciare i limiti precisi. Questo dialetto sta alla base della lingua letteraria francese, poich
Parigi divenne presto la capitale del regno. Il Francese si diffuse poi, attraverso la colonizzazione,
anche oltre oceano.
La Francia si pu dividere in tre grandi gruppi:
a)

dialetti settentrionali o d'oil;

b)

dialetti meridionali o d'oc;

c)

dialetti sud-orientali o franco-provenzali.

La lingua d'oc, che domina a mezzogiorno, rappresenta l'elemento pi conservatore dal punto di
vista fonetico e anche quello che ha subito il minore influsso germanico.
Al Nord, la lingua d'oil ci presenta un minor grado di romanizzazione e il massimo di
germanizzazione.

A Sud-Est il Franco-provenzale formatosi in territori assai romanizzati, le cui popolazioni subirono


anche influsso germanico, presenta tratti in parte comuni ai due domini e in parte propri.
Il Catalano Con il Catalano si entra nella Penisola Iberica. In Francia, il Catalano oggi parlato
solo nel Rossiglione; la lingua ufficiale della Repubblica di Andorra e in Spagna non solo la
lingua della Catalogna storica, ma anche di una striscia del territorio di Aragona ai confini con la
Catalogna, di gran parte delle regioni di Valencia e Alicante e delle isole Baleari. Esso fu importato,
inoltre, ad Alghero in Sardegna.
Si divide in parecchie variet dialettali e le principali sono due, una orientale e una occidentale,
oltre al Valenziano, a quello delle Baleari e al Rossiglionese. L'espansione del Catalano verso Ovest
dovuta all'estensione dell'antico contando di Ribafora, mentre l'estensione verso Sud si deve alla
Reconquista sugli Arabi.
Uno dei problemi principali quello di fissare la posizione linguistica del Catalano. Meyer-Lbke
propenso a mettere in evidenza le differenze rispetto alle lingue romanze della Penisola Iberica e le
somiglianze col Galloromanzo. Dopo numerosi esami linguistici, si giunti alla conclusione che il
Catalano gallo-romanzo per le sue origini ma non pu essere classificato come dialetto
provenzale; ibero-romanzo per la sua posizione geografica, ma per alcune caratteristiche e per
ragioni storiche non pu essere considerato fra le lingue ibero-romanze.
L'espansione catalana, durante la Reconquista, port ad un ulteriore allargamento del dominio
linguistico catalano: la conquista di Maiorca introdusse il Catalano nelle Baleari. Dell'espansione in
Sardegna non rimangono che gli elementi catalani nel Sardo e nella colonia di Alghero.
Lo Spagnolo Lo Spagnolo parlato nella Repubblica Spagnola, con eccezione della parte nordorientale, delle province basche dove si parla ancora il Basco e di quattro province nord-occidentali
dove si parla il Gallego.
Anzich lengua espaola si usa dire correntemente lengua castellana; fu infatti il Castigliano
parlato nella regione centrale della Spagna che divenne lingua letteraria e si estese con la
Reconquista dei territori dominati dagli Arabi. La scoperta dell'America e la sua colonizzazione
dovuta anche agli Spagnoli estesero questa lingua in gran parte nel Nuovo Mondo.
Fra le variet dialettali spagnole ricorderemo: il Leonese, i cui limiti attuali non coincidono con
quelli dell'antico regno di Len n con l'odierna provincia di Len. Una variet simile al Leonese,
orientata pi verso il Gallego-portoghese, il dialetto di Miranda in Portogallo.
Un altro importante dialetto l'Aragonese che in parte deve le sue premesse storiche al vecchio
regno di Aragona e Navarra, ma che fu fortemente influenzato dal Castigliano.
I dialetti della Spagna meridionale non sono altro che frazionamenti del Castigliano, importato al

Sud dalla Reconquista. Fra i dialetti medievali, infine, importante il Mozrabe.


Il Portoghese La seconda variet della Penisola Iberica il Gallego-portoghese.
Il Portoghese parlato in Portogallo, in qualche punto della Spagna presso la frontiera portoghese,
negli arcipelaghi delle Azzorre e di Madera, nel Brasile e infine in parecchi punti dell'Africa e
dell'Asia.
Nella storia della lingua portoghese si distinguono due punti:
1.

il periodo arcaico, dall'XI secolo fino alla met del XVI secolo;

2.

il periodo moderno, dalla met del XVI secolo a oggi.

Il Portoghese arcaico strettamente connesso al Gallego, ossia all'idioma della Galizia. Questo
periodo, che comprende le prime fasi delle due variet neolatine affini tra loro, viene generalmente
chiamato periodo gallego-portoghese.
Il Gallego-portoghese si venne formando nella Lusitania settentrionale, poich la parte meridionale
dall'VIII al XIII secolo era occupata dagli Arabi. Dopo le conquiste di Alfonso Henriques il
Portoghese arcaico del Nord si propag anche al Sud e si fuse con l'idioma neolatino del Sud.
Fra le caratteristiche morfologiche del Portoghese, le pi importanti sono il mantenimento del
piuccheperfetto indicativo latino (comune anche allo Spagnolo e al Provenzale). Il futuro indicativo
e il condizionale che, anche in Portoghese, continuano condizioni latine volgari di composti
dell'infinito del verbo pi l'ausiliare habeo, hanno la possibilit di separare l'infinito dall'ausiliare
con un pronome atono (direi dir, ma dir-te-ei ti dir).
Nella sintassi caratteristica la collocazione dei pronomi atoni che in Portogallo (ma non in Brasile)
non stanno mai all'inizio di una preposizione.
Per quanto riguarda il lessico, i relitti del sostrato iberico sono comuni agli altri idiomi della
Penisola, sono scarsissimi e incerti. L'influsso germanico rilevante nella toponomastica e
nell'onomastica. Notevolissimo , poi, l'influsso arabo.
Vi sono, poi, numerosi elementi francesi, spagnoli e anche italiani. Ma un nucleo di elementi molto
importante quello formato dalle parole esotiche di lingue africane e asiatiche che i Portoghesi
hanno appreso durante le colonizzazioni.
Il Portoghese, parlato su un territorio molto vasto di quattro parti del mondo, ha parecchie variet
dialettali. De Vasconcelos distingue dapprima due sezioni: 1) Portoghese propriamente detto; 2) codialetti portoghesi.
Il Portoghese propriamente detto a sua volta diviso in quattro grandi gruppi: 1) dialetti
continentali; 2) dialetti insulari; 3) dialetti dell'oltremare; 4) dialetti degli Ebrei. I co-dialetti
portoghesi si dividono anch'essi in quattro gruppi: 1) Gallego; 2) Riodonorese; 3) Guadramilese; 4)
Mirandese.

Vedi cap. 6 da pagina 444.