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Pillola sociologica

Intendo comporre un breve elaborato. Non ho la presunzione di scrivere con la perizia


sociologica di un addetto ai lavori. Non ne possiedo né il titolo, né i mezzi (mi riferisco
alla specializzazione lessicale e alla lungimiranza cognitiva). E’ un approccio da
giovane studente “appassionato” il mio. Tuttavia sorge immediatamente un
imbarazzante ma cruciale interrogativo: da dove iniziare? O meglio, dove iniziare a
scavare? Tutto appare come una sterminata landa ricca di oro nero. Qual è la causa di
questa mortificante (seppur per alcuni stimolante) condizione? La risposta credo che
sia sintetizzabile dall’espressione mcluhaniana: “capovolgimento del medium
surriscaldato”. Un medium può estendersi fino all’inverosimile, riscaldarsi fino ad un
punto di ebollizione. Subito dopo sopraggiunge una fase di implosione, di ribaltamento
della condizione archetipica. Un esempio banale: la vasca da bagno in voga nei secoli
precedenti, si è surriscaldata fino a diventare doccia. Fino a scomparire, a rinnovarsi.
Un'altra micro-esemplificazione di questa teoria è rappresentata dalla campagna
elettorale di un candidato qualsiasi. Essa nasce, poi piccole scosse. Lievi assestamenti
tellurici. La costruzione del consenso si infiamma giorno dopo giorno. Raggiunge il
punto di ebollizione ed evapora incredibilmente dopo il risultato delle votazioni.
Ritorno al mio discorso: viviamo (in) così tanta informazione che questa, dopo una
lunga fase di surriscaldamento, si è azzerata. O più esattamente si è rinnovata. I
giudizi di valore sul prodotto ottenuto sono superflui o quasi se si tratta di servizi
igienici. Ma in questo caso?

L’informazione ha subito un importante stravolgimento con l’introduzione dei media


broadcasting. Radio e poi tv generalista. Quest’ultima ha rigettato il discusso sistema
dell’infotainment. Informazione e intrattenimento. Il risultato, scandagliato da una
mole immane di studi sociologici e non, è quanto di più lontano sia mai esistito
dall’Informazione con la i maiuscola. Quella di cui si è cibata la sfera pubblica
borghese per metà del ‘600 e per tutto il XVIII secolo. Nella post-modernità
l’informazione acquista poliedriche sfaccettature. In un unico evento (“fatto” secondo
la terminologia giornalistica) si registrano innumerevoli accadimenti. Come una
cartella di windows con le relative sottocartelle. Intanto nel 1993 l’avvento del world
wide web moltiplica esponenzialmente le informazioni. I media tradizionali ci narrano
alcuni aspetti di alcuni eventi ritenuti degni di nota. I new media riportano tutte le
sfaccettature di tutti gli avvenimenti. “Oggi Diderot e D’Alembert potrebbero
impazzire per eccesso di informazioni” (Cristante, 2009). Oppure sarebbero dei grandi
smanettoni di wikipedia o youtube. Due prodotti eccellenti del web 2.0, introdotto da
pochi anni. Il colpo di grazia all’unidirezionalità, prerogativa dei media tradizionali.
Probabilmente anche il punto di ebollizione dell’informazione. Con la nuova tecnologia
2.0 tutti possono fare notizia. Ecco che la i di informazione diventa sempre più
sparuta. Impossibile distinguere tra fonti oggettive e non, fra notizie veritiere e false,
fra informazione e disinformazione. Attraverso il nuovo progresso tecnico è possibile
servire l’informazione in tutte le case, plasmarla a proprio piacimento e ridistribuirla.
L’informazione diventa soggettiva. Un sodalizio con l’opinione: infopinione. Si è
rinnovata di nuovo.
Un altro aspetto chiave: la disfunzione narcotizzante teorizzata da Robert K. Merton.
Secondo il sociologo statunitense, il flusso di informazioni veicolato dalla Tv immerge il
pubblico in un intontimento che lo allontana dall’azione. Gli spettatori in poltrona
“sanno di più ma fanno di meno”. Nell’epoca dei new media assistiamo al fenomeno
dell’iper disfunzione narcotizzante. Internet è un terreno fertile per la teoria di Merton.
Si vola da un’informazione all’altra attraverso gli innumerevoli link. Dalla biografia di
Abruzzese si può approdare alla ricetta delle “chiacchiere”(tipici dolcetti pugliesi). A
me è successo. Non so come, né perché. L’aspetto più preoccupante è che spesso si
dimentica il percorso. E a volte persino ciò che si legge. Il rovescio della medaglia
delle intuitive e semplici consultazioni online: volatilità della memoria. Accade perché
si ha tutto a portata di mouse. Senonchè ci si affida alla memoria virtuale come
estensione di quella fisica e reale. L’iper disfunzione narcotizzante produce anche altre
conseguenze: superficialità dell’informazione. Siamo bombardati da così tante notizie
da cercare di acquisirne il numero più elevato possibile. Ciò comporta un grado di
approfondimento sui fatti estremamente carente. Un esempio lampante è il classico
lettore del quotidiano che scorre i titoli degli articoli. Al massimo occhiello e immagini.
Ovviamente la pochezza delle informazioni rapsodiche si ripercuote anche e
soprattutto sulle dinamiche argomentative dell’espositore del XXI secolo. Il mio breve
elaborato ne è la limpida testimonianza. Frammentario, con salti logici qua e là. Sono
un cittadino di Internet, nato quando la rete era nella sua fase aurorale. Ragiono
secondo il paradigma ipertestuale, per link. Sono il risultato della società postmoderna
2.0, riflesso e inganno di quella capitalistica tradizionale. Per dirla con Marx, la post-
modernità 2.0 rappresenta la sovrastruttura della modernità a paradigma capitalistico.
Nella struttura profonda appaiono ancora le masse (oltre che i suoi antagonisti attori
della doxasfera). In superficie esse si “differenziano” per la possibilità di
personalizzarsi. Piccoli dettagli. Stesso personaggio, diversa etichetta, o “abito
mentale”: moltitudini differenziate. Ognuno è produttore di una certa quantità di
infopinione, ciascuno con le sue sfumature estetiche e psichiche.

La differenza rispetto al passato sta nella velocità. Nell’accelerazione temporale. Come


un’auto senza freni sulla sommità di un colle, la società contemporanea è
probabilmente giunta al termine della discesa. Ad un ritmo impressionante. La
testimonianza di quanto detto è la frenesia delirante che caratterizza le attività
umane. Non c’è più tempo per le relazioni sociali, per pensare, per distendersi. Mentre
riflettiamo, o più semplicemente esistiamo, una classe di noocrati tecnosmanettoni
cambiano il nostro mondo. Distruggono, rinnovano e ridistribuiscono smisurate
quantità di universi in cui quotidianamente siamo immersi. Non intendo rispolverare il
vetusto e provinciale approccio del “si stava meglio quando si stava peggio”, o
riprendere l’apocalittica credenza del giorno del giudizio. Non disconosco le notevoli
migliorie introdotte dall’innovazione tecnologica e mediatica. Non nego che mi
entusiasma sognare la realizzazione di una repubblica elettronica globale. Purtroppo
ad ogni concetto positivo (Yin) si contrappone il suo corrispettivo negativo (Yang).
Esattamente ciò a cui mi riferisco: le conseguenze dello Yin. Il lato oscuro della società
postmoderna 2.0, che vorrei ribattezzare post-contemporanea. L’appellativo che
esaurisce i caratteri della società attuale. La prospettiva ineluttabile di una collettività
che rincorre il futuro. Esistiamo qui, adesso, ma siamo già proiettati nel dopo,
sbilanciati in avanti, protesi verso qualcosa che ci sfugge continuamente. C’è il rischio
di cadere nel vuoto e scomparire. Punto d’ebollizione.
Francesco Ercolani

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