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UNIVERSITA’ COMMERCIALE LUIGI BOCCONI

CORSO DI LAUREA
IN ECONOMIA PER LE ARTI, LA CULTURA E LA COMUNICAZIONE

COMUNICAZIONI SOVVERSIVE
PRASSI E TEORIE DEI MOVIMENTI CONTEMPORANEI

Lavoro finale di Federico Carlo Campagna


Relatore Professor Guido Guerzoni

Anno accademico 2004/2005

1
INTRODUZIONE

“Stat rosa pristina nomine,


Nomina nuda tenemus.”
Bernardo di Morlay, De contemptu mundi.

Il presente lavoro di ricerca è nato allo scopo di rappresentare, mediante esposizioni teoriche e
aneddotiche, la storia passata e presente di quella forma di contestazione dell’ordine
socio-economico esistente denominata dai suoi stessi protagonisti “comunicazione-guerriglia”.
Nel corso della trattazione verranno esaminate inoltre le principali influenze intellettuali esercitate
sugli sviluppi del fenomeno, da parte di numerose correnti novecentesche del pensiero filosofico,
sociologico, semiologico e artistico.

In particolare, la struttura della tesi è definita da:


- Capitolo 1: “5 W” => le origini della comunicazione sovversiva, le cause, il “soggetto
rivoluzionario”, il terreno di scontro.
- Capitolo 2: “Ping-Fa” => le caratteristiche generali della comunicazione guerriglia e le sue
strategie di organizzazione e di lotta (influenze filosofiche).
- Capitolo 3: “Bevo Jägermeister perché il mio spacciatore è in galera” => le principali
tecniche impiegate dalla comunicazione-guerriglia, breve cronistoria del détournement,
varia e diffusa aneddotica.

Prima di dare inizio alla trattazione, è necessario fare però alcune precisazioni, che possono suonare
anche come una necessaria professione di umiltà:
- con il presente studio non ci illudiamo affatto di aver trattato l’argomento in questione con
sufficiente profondità e diffusione. Di fronte ad evidenti problemi di spazio e di tempo,
abbiamo deciso di limitare l’approfondimento soltanto a quelle forme di comunicazione-
guerriglia che comportassero un risvolto “performativo”, ovvero azioni concrete nel
quotidiano reale. In questo modo abbiamo consapevolmente tralasciato la quasi totalità della
comunicazione “virtuale” che avviene esclusivamente sul circuito di Internet.
- Allo stesso modo abbiamo deciso di concentrare l’analisi su fenomeni che interessassero
soprattutto le forme di comunicazione, tralasciando dunque spesso i contenuti della
comunicazione, a favore di uno studio della forma (che comunque, in molti casi, è essa
stessa un contenuto…).
- Non ci siamo occupati dei fenomeni di Controinformazione, in quanto abbiamo ritenuto che
quell’ambito avesse acquisito, soprattutto ultimamente, una propria esistenza autonoma, tale
da consentirle di poter essere separata dal resto della comunicazione-gerriglia. Sarebbe stato
interessante, dunque, integrare l’analisi con uno studio separato del fenomeno della
controinformazione, vitalissimo in Europa e in Italia da decenni. Sarà per una prossima
occasione…
- Nonostante sia ripetuto più volte nel corso della trattazione come il fenomeno analizzato si
caratterizzi per una marcata ostilità per le Teorizzazione, le Astrazioni, i Pensieri
Istituzionalizzati, tuttavia, soprattutto nella prima parte della tesi, abbiamo dedicato
attenzione particolare all’esposizione dei differenti influssi teorici e alla rappresentazione

2
(comunque sempre non schematica né categorica) delle posizioni ideali che possono in
qualche modo accomunare la galassia dei guerriglieri della comunicazione.

Infine, il procedere della narrazione potrà risultare a tratti frammentato e leggermente dispersivo. Ci
auguriamo che questo inconveniente si verifichi il meno possibile. In ogni caso, ce ne assumiamo la
piena e consapevole responsabilità, poiché è stata scelta fin dal principio una modalità di trattazione
“perimetrale” e che fornisse un’ampia panoramica dei collegamenti possibili e degli stimoli nascosti
nell’oggetto dell’analisi piuttosto che cercare di elaborare un’analisi più approfondita ma, a nostro
giudizio, forse anche più arida.
Alla base di questa scelta sta la convinzione di chi scrive che sia di gran lunga preferibile la selva
delle intuizioni e delle verità ombrose, piuttosto che la Stonehenge della Verità.

3
5W
In cui ci si pone le domande: Who? When? Where? What? Why?

“Le ideologie sono tramontate:


il qualunquismo, il culto dell’individuo,
il riflusso verso l’intimo e il privato sono ormai carcasse senza vita.
Un nuovo tipo di rivoluzione sta per diventare possibile.”

Teatro Situazionautico Luther Blissett, da un volantino del luglio 1995

“L’uomo deforme trova sempre degli specchi che lo rendono bello”


Marchese Donatien-Alphonse de Sade

Quali sono le origini della sovversione comunicativa ?

Difficile stabilirlo con precisione, in quanto la sua comparsa nello scenario delle lotte
(di classe o meno) è decisamente antica e assume caratteri non sempre delineati.
Gli epigoni possono essere individuati nel francese Rabelais, inventore di un mondo
di libertà e follia capace di infiammare gli animi degli ascoltatori, Ruzzante con il suo
teatro dialettale della “spontaneità” irriverente, Teofilo Folengo, dissacrante
inventore della poetica del “naturale” con il latino maccheronico, e addirittura Martin
Lutero, la cui traduzione della bibbia nel tedesco popolare suscitò più scalpore ed ira
nel seno della Chiesa di una vera e propria rivolta armata. E ancora buona parte della
favolistica popolare, da Bertoldo a Giufà, ai tedeschi Schwejk e Till Eulenspiegel. Di
quest’ultimo, contadino folle e girovago del XIII secolo, ricordiamo la storiella
secondo cui, assoldato dal langravio di Hessen per dipingere il suo castello in cambio
di 200 fiorini, Eulenspiegel scialacquò il suo compenso in una settimana e, non
essendo affatto capace di dipingere, lasciò perdere. Consegnò dunque senza indugi al
suo signore l’opera, ossia i lavori incompiuti. Presentandola, disse che soltanto chi
era capace di vedervi dei quadri poteva considerarsi un vero nobile…
Poi vi fu l’epopea dell’inafferrabile Pasquino, poeta romano ribelle all’autorità
papale. E nei primi anni del XX secolo le imprese folli delle avanguardie artistiche, in
particolare il Dadaismo tedesco e il Futurismo italiano.
Ma la caratteristica principale che ora viene configurandosi, col passaggio all’epoca
contemporanea, è che questo tipo di comunicazione assume finalmente piena
coscienza delle proprie possibilità sovversive, e le sfrutta con sempre maggior
precisione.
4
Così, dagli scherzi di Orson Wells (memorabile l’annuncio alla radio dell’arrivo dei
marziani il 30 ottobre 1938, e le relative inaspettate conseguenze) si è passati via via
verso forme sempre più mirate ed efficaci, attraverso le esperienze dei Situazionisti,
degli Yippies, dei Movimenti del ’77, dei Movimenti inglesi e tedeschi degli anni
’80, i Subvertisers degli anni’90, etc…

Ma qual è la causa o la necessità alla base di un metodo di lotta tanto eccezionale?

In realtà lo sviluppo della comunicazione guerriglia, diventata negli ultimi decenni la


forma privilegiata di lotta e sovversione nei paesi occidentali, è dovuto a cause
piuttosto esogene che endogene ai movimenti contestatori.
La società verso (o contro) la quale si rivolgono i tentativi rivoluzionari è
radicalmente cambiata durante tutto il novecento.
La forma della società industriale, tipica del XIX secolo e di inizio ‘900 ha lasciato
gradualmente il posto ad una società di tipo post-industriale.
Il capitale raggiunge, nella seconda metà del ‘900, “un tale grado di accumulazione
da diventare immagine” 1.
Lo sviluppo abnorme dell’economia ha ormai trasformato il mondo in quello che Guy
Debord definisce il “mondo dell’economia”.
La realtà dei rapporti di produzione e di potere non si scherma più soltanto dietro una
vaga “egemonia culturale della classe borghese”, quale l’aveva definita Gramsci, ma
tende ora a configurarsi come una rappresentazione di se stessa che da un lato non
dia adito a sospetti sulla realtà sottostante e dall’altro riesca a compiersi in una
perfezione astratta e separata.
In una parola, la società si caratterizza sempre più come Società della Spettacolo,
dove lo Spettacolo altro non è che “l’economia sviluppatesi per se stessa”
Ma lo Spettacolo è al contempo, e forse soprattutto, “una Weltanshauung divenuta
effettiva, tradotta materialmente. E’ una visione del mondo che si è oggettivata.”
“Lo Spettacolo si presenta come un’enorme positività indiscutibile e inaccessibile.
Esso non dice niente di più di questo, che <ciò che appare è buono, ciò che è buono
appare>.” La sua funzione non si riduce dunque alla mera rappresentazione, ma
piuttosto ad un tentativo di assimilazione dei valori dominanti attraverso la
persuasione quotidiana delle immagini. L’egemonia non vuole più soltanto una
legittimità, vuole diventare “natura”2. La sua aspirazione è quella di superare il
proprio carattere di contingenza per assurgere ad una condizione che rasenta quella
religiosa “Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa. [Esso]
non ha dissipato le nubi religiose in cui gli uomini avevano deposto i loro poteri
staccati da loro stessi: le ha soltanto riallacciate a una base terrena. Così è la vita

1
Guy Debord, la Società dello Spettacolo, Baldini Castoldi Editori, Milano 2004
2
il concetto di naturalizzazione è sviluppato da Roland Barthes in Miti d’Oggi

5
terrena che diviene opaca e irrespirabile. Essa non respinge più nel cielo, ma alberga
presso di sé il suo ripudio assoluto, il suo ingannevole paradiso.”
L’avversario della sovversione è perciò innanzitutto lo Spettacolo dell’avversario o
per meglio dire il suo Mito artificiale. E’ Roland Barthes ad aver individuato le
peculiarità di questo tipo di Mito: “Il Mito trasforma la storia in natura. Si capisce
perché agli occhi del consumatore di miti l’intenzione del concetto [in esso
contenuto] possa restare manifesta senza per questo apparire interessata: la causa che
fa proferire la parola mitica è perfettamente esplicita, ma è immediatamente bloccata
in una natura; non viene letta come movente, ma come ragione. […] Ecco perché il
mito è vissuto come una parola innocente: non perchè le sue intenzioni siano nascoste
– se fossero nascoste non potrebbero avere efficacia – ma perché sono naturalizzate.
[…] Questa confusione si potrebbe esprimere in un altro modo: ogni sistema
semiologico è un sistema di valori; ora, il consumatore del mito prende la
significazione per un sistema di fatti: il mito viene letto come un sistema fattuale
mentre è solo un sistema semiologico.”3

Chi è il nuovo soggetto rivoluzionario?

A partire dalla fine degli anni settanta e sempre più negli anni successivi, le grandi
concentrazioni operaie racchiuse nelle fabbriche sono andate progressivamente
disgregandosi in seguito alle ondate di ristrutturazioni e ai cambiamenti dei processi
produttivi. Il “soggetto rivoluzionario” che Marx aveva teorizzato disponeva sempre
meno della possibilità di concentrarsi in un unico luogo fisico e le modificazioni nelle
modalità di lavoro rendevano sempre più difficile il riconoscersi in un’unica,
compatta “classe sociale” dalle rivendicazioni e dai valori omogenei.
L’atomizzazione sociale è stata una realtà con la quale i grandi movimenti di massa
hanno dovuto dolorosamente confrontarsi: nonostante si fosse realizzata la tanto
temuta (o sperata) “proletarizzazione di massa” – in quanto tutta la massa sociale è
considerabile, oggi, oggetto di sfruttamento economico per la produzione e il
consumo dello Spettacolo – era però al contempo svanita la possibilità di fare leva su
grandi masse appellandosi a valori o bisogni comuni o ad una “coscienza di classe”
comune. Dalla “classe in sé”, sembrava essere tornati ad una condizione in cui le
classi erano semplicemente “classi per sé”. Se ancora di classi si poteva parlare.

Il contraccolpo si fece sentire duramente, con un notevole indebolimento delle attività


e delle pretese di rinnovamento da parte dei più importanti partiti di sinistra
istituzionalizzati. Dall’altra parte, le frange più estreme hanno cercarono di superare
il trauma chiudendosi ulteriormente in apparati sempre più piccoli ed autoreferenziali
e scarsamente capaci di incidere sulla realtà.

3
Roland Barthes Miti d’Oggi, Einaudi, Torino 2004

6
E tuttavia, nuove possibilità andavano aprendosi.
La chiave del cambiamento si rivelò nascosta all’interno delle immense potenzialità
dei nuovi mezzi di comunicazione, e nelle possibili strutture relazionali racchiuse in
esse. In particolare dopo l’avvento di internet, una nuova modalità di azione e
aggregazione sembrò improvvisamente rivelarsi attuabile: il modello della Rete si
presenta come un ottimo strumento per creare, su scala locale o globale, un nuovo
soggetto rivoluzionario finalmente unito e flessibile, al contempo sparpagliato
geograficamente ma in costante contatto informativo, e con capacità di mobilitazione,
di informazione e di azione infinitamente superiori alle forme fin’allora sperimentate.
Era solo questione di acquisire sufficiente esperienza per riuscire a padroneggiare il
mezzo.

Ma a sua volta, questi nuovi strumenti andavano modificando radicalmente lo stesso


soggetto rivoluzionario. Diventava necessario possedere una tecnologia
adeguatamente avanzata e conoscenze specifiche per riuscire ad utilizzarli: buona
parte del nucleo del vecchio “soggetto” si ritrovava improvvisamente esclusa dalle
nuove possibilità di sovversione. Il focus sembrava allora spostarsi sulle categorie più
acculturate della società, o quantomeno su quelle che potevano disporre di sufficienti
mezzi economici e cognitivi. Una “rivoluzione” nelle mani dei “colletti bianchi”,
dunque, o degli intellettuali. E così effettivamente sarà…4
Del resto, già Alois Schumpeter in Capitalismo, socialismo, democrazia aveva
previsto “il ruolo degli intellettuali nel fomentare, organizzare e prendere la guida del
risentimento sociale. Schumpeter rileva che , <diversamente da ogni altro tipo di
società il capitalismo, inevitabilmente… crea, educa e promuove un interesse
costituito all’inquietudine sociale>, inquietudine che è riconducibile ad <un
miglioramento secolare dato per sicuro unito a un senso acuto della mancanza di
sicurezza individuale>. Ma la protesta rimarrebbe potenziale se non vi fosse
l’intervento di un folto gruppo di intellettuali disoccupati o insoddisfacentemente
occupati o in impiegabili, che invadono la politica, prestando teorie, parole d’ordine e
direzione al movimento operaio e radicalizzando la protesta.”5
Rifacendoci alle categorie di Merton (elaborate all’interno della Teoria della
Tensione del 1938, riguardo al fenomeno della Devianza sociale) siamo dunque di
fronte ad una sovversione da parte dei cosiddetti “innovatori”.

Infine, notiamo anche come questo nuovo “soggetto rivoluzionario” non si rifaccia
più a determinate ideologie, ma piuttosto a vaghi valori “umanistici” (l’etica del
consumo, l’ecologismo, il rispetto dei diritti dei lavoratori, l’avversione per il
consumismo, l’odio per le grandi concentrazioni capitalistiche e per le forme invasive
di pubblicità, la centralità dell’uomo nella struttura della società).
E ancora, è diventato sempre più evidente come non sia possibile nemmeno riferirsi,
oggi, ad un unico “soggetto”, ma piuttosto ad una serie di piccoli soggetti, i cui valori
4
confronta a proposito il caso dell’Antipubblicità parigina del 2003, nel capitolo 3
5
Alberto Martinelli, Analisi economica e sociologica in Schumpeter, in Economia e Società, Edizioni di Comunità,
Toprino 1999

7
di riferimento diventano soprattutto quelli delle sottoculture di appartenenza, in
particolare delle sottoculture urbane.

Dove si trova il terreno di scontro?

Abbiamo notato come il terreno di scontro si sia spostato, negli ultimi anni, dallo
scontro decisamente “materiale” del controllo dei mezzi di produzione industriale a
quello di una “immaterialità” che però non abbiamo ancora ben definito.
Ci rifacciamo dunque al contributo del semiologo Roland Barthes per spiegare
meglio su quale terreno la lotta si sia spostata, in quanto questo nuovo terreno è
quello della semiologia, o meglio della grammatica culturale.
Le frasi e le definizioni che qui riportiamo provengono dal testo Comunicazione
Guerriglia, un vero e proprio “manuale” di lotta (tale era infatti il titolo originario
tedesco Handbuch der Kommunikationsguerilla), i cui autori si ispirano
dichiaratamente, nella redazione di queste ultime, al pensiero del semiologo francese.
“Con l’espressione grammatica culturale indichiamo il sistema di regole che struttura
i rapporti e le interazioni sociali. Esso racchiude la totalità dei codici estetici e delle
regole di comportamento che determinano il fenotipo degli oggetti (quello ritenuto
socialmente conforme) e il normale corso delle istituzioni. La grammatica culturale
ordina gli innumerevoli rituali che si ripetono ogni giorno a tutti i livelli di una
società… e le possibilità di comunicazione.”6
Ma la grammatica culturale non è soltanto un neutrale sistema di regole sintattiche.
“La grammatica culturale è espressione delle relazioni sociali di potere e comando, e
le sue regole giocano un ruolo importante nella produzione e riproduzione di queste
ultime.”
La grammatica culturale non è oggetto di discussione, poiché viene il più delle volte
accettata automaticamente (come del resto viene accettata in maniera automatica la
grammatica della lingua, in quanto sistema di regole prestabilito e “necessario” per la
comunicazione). Così, silenziosamente, insieme ad essa vengono accettati
acriticamente i sottostanti rapporti di potere ed i Miti in cui sono andati
cristallizzandosi i valori della società dominante, i quali, da semplici rappresentazioni
“narrative”, riescono finalmente a raggiungere uno status che non è solo di
legittimità, ma quasi di “natura” indiscussa.
La dimensione della grammatica culturale si rivela, perciò, come essenzialmente
politica.
“Quando la cultura pervade l’intera società, cultura e politica non possono essere
viste come ambiti separati.”, continua il manuale.

6
AA.VV. (Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels), Comunicazione Guerriglia; tattiche di
agitazione gioiosa e resistenza ludica all’oppressione, Derive Approdi, Roma 2001

8
Perciò “ogniqualvolta il ministro non riesce a prendere la parola, ogniqualvolta un
lavoratore chiede con tono grave al proprio superiore il motivo del ritardo,
ogniqualvolta finti decreti ordinano ai cittadini di gettare via i loro moduli del
censimento, allora la grammatica culturale viene spostata e tali spostamenti non sono
solo culturalmente, ma anche politicamente sovversivi.”

Ma, in pratica, su quale terreno reale vanno concretizzandosi questo tipo di azioni
sovversive?
Il fatto che gli autori di tale sovversione si autodefiniscano guerriglieri della
comunicazione lo fa solo parzialmente intuire, ed il testo Comunicazione-Guerriglia
cerca di precisarlo ulteriormente: “Noi puntiamo su azioni che decostruiscano i
momenti estetici del potere e confondano le regole della grammatica culturale,
talvolta anche il luogo comune secondo cui gli interventi hanno valore politico solo in
presenza di un discorso esplicito… Lo spazio pubblico in cui si svolgono è già
predisposto a determinate rappresentazioni e aspettative. Questa struttura della
normalità può essere confusa, spiazzata o superata mediante un’azione inattesa. Ogni
avvenimento pubblico è anche un rituale di forme e convenzioni, che da sole ci
parlano del contesto generale in cui si svolgono e dell’autorappresentazione della
società. Un intervento che tenga conto di tutto questo può trasmettere e far
comprendere contenuti anche senza esprimerli chiaramente.”
In ogni caso, alla base di queste azioni è necessaria una adeguata conoscenza
dell’avversario ed una visione critica della realtà. “(la cultura della nostra
sovversione) talvolta si esprime, più che in discussioni, analisi, teorie e pedagogie, in
una spontanea risata. Ciò non significa in alcun modo che i guerriglieri della
comunicazione non abbiano bisogno di una critica teorica della società. Per criticare,
o meglio attaccare la dimensione politica della grammatica culturale dominante,
quest’ultima deve essere in primo luogo decifrata. Anche le azioni di comunicazione-
guerriglia funzionano solo se sono precedute da una comprensione delle strutture di
potere. (Poiché il rischio è che) le nostre azioni scadano nel puro e semplice
spettacolo, noi crediamo che solo una buona conoscenza della grammatica culturale
possa proteggerci dal rischio di derive qualunquiste.”

9
PING – FA

In cui si parla di tattiche, strategia e “macchine da guerra”

“In maniera sottile! In maniera sottile!”

“Quando [il nemico] si preparerà a combattere ovunque,


in realtà le sue truppe risulteranno sguarnite dappertutto”

“Coloro che sono in grado di conformarsi alle trasformazioni


e ai mutamenti del nemico per ottenere la vittoria
vengono definiti ‘spiriti’ (shen)”

“La configurazione tattica eccellente, dal punto di vista strategico,


consiste nella condizione ‘senza forma’ (wu-hsing),
ossia nell’essere privi di configurazione tattica”

Maestro Sun-Tzu, Ping-Fa.

GUERRA TANTRICA

“Non si tratta di inanellare clamorosi exploits, improvvise detonazioni che suscitino il


‘panico mediatico’ come una scarica orgasmica: l’erotismo cospirativo è tantrico e
lunare, lavora su ombre e silenzi, estende i contatti, prolunga il piacere.” Parole di
Luther Blisset.7
Sovversive anche nei confronti dei tradizionali metodi sovversivi. Effettivamente, il
nucleo concettuale dei metodi di guerriglia della comunicazione analizzati in questa
ricerca è proprio una base di “irrazionalità” che li accomuna e insieme li oppone ad
altre forme di antagonismo sociale.
Lasciamo ancora una volta la parola a Luther Blisset, per spiegare questa differenza:
“È la differenza tra vedere le rivoluzioni come dei passi avanti, come delle aggiunte
nel cammino lineare (e dunque cumulativo-dialettico) della Storia e vederle invece
come dei salti qualitativi verso una visione delle cose radicalmente diversa, degli
scarti verso un differente piano di realtà.”
Ma questa opposizione nei confronti di un discorso dialettico e razionalista “lineare”
(proprio anche del marxismo), presente il rischio di diventare, a sua volta, una nuova
e diversa “posizione” ideologica, cristallizzata infine in una “struttura di Verità”
limitata e limitante.

7
Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi Stile Libero, Torino 2000

10
La risposta che intende adottare non è però quella del semplice rifiuto della
razionalità lineare: piuttosto che un’opposizione razionalismo/irrazionalismo, ciò
verso cui si tende è la scomparsa di questo dualismo “artificioso” (non a caso il titolo
del presente capitolo si riferisce a un classico del taoismo cinese… “Non c’è
dualismo. Non due, non due” era l’insegnamento anche di Hung-jen, quinto patriarca
della scuola buddista cinese del Ch’an. Molto spesso i riferimenti al pensiero
filosofico taoista e buddista emergono evidentissimi nel pensiero delle nuove
controculture).

La filosofia sottostante a larga parte della guerriglia comunicativa si basa sul concetto
di “Gioco”, inteso come momento di superamento delle strutture concettuali
comunemente utilizzate. Il tentativo è quello di creare uno “spazio liscio” che
sovverta le “traiettorie” sclerotizzate e limitanti del pensiero dominante, e più in
generale del pensiero istituzionalizzato.
E’ in questo senso che bisogna intendere l’apparente contraddizione di un movimento
senza Identità, senza Teoria e senza Verità. Probabilmente, piuttosto che la
liberazione da specifiche istituzioni e verità, l’aspirazione di fondo è la liberazione
dall’Istituzione e dalla Verità.
Lasciamo ancora una volta la parola ad altri: Kandinsky saprà spiegarlo sicuramente
meglio, anche se riferendosi ad un ambito diverso, l’arte: “Ci sono studiosi d’arte che
scrivono libri ponderosi e apologetici sull’arte che ieri consideravano assurda. Con
questi libri abbattono barriere che l’arte ha scavalcato da tempo, e ne pongono di
nuove,destinate a durare per sempre. Non capiscono che coi loro interventi pongono
delle barriere non davanti, ma dietro all’arte. Quando lo capiranno scriveranno subito
altri libri, e sposteranno le barriere più avanti. Quest’attività continuerà inalterata
finché non si comprenderà che la legge esteriore dell’arte vale solo per il passato, non
per il futuro. Non si può teorizzare sul prossimo cammino che avrà luogo nel regno
dell’immateriale. Non si può cristallizzare materialmente ciò che materialmente non
esiste ancora. Solo il sentimento […] può riconoscere lo spirito che ci porta al regno
del domani. La teoria è la lucerna che illumina le forme cristallizzate di ieri e
dell’altro ieri.”8

TATTICA VS. STRATEGIA

La guerriglia della comunicazione ha molto più dell’azione spontanea (o


spontaneistica) che non della “guerra” organizzata.
Ciò è dovuto a due ordini di fattori:
• Il suo atteggiamento è tattico piuttosto che strategico.
“Si può definire tattico un calcolo che non può fare affidamento su alcuna base
solida né su alcun luogo proprio, ed è costretto a muoversi sul terreno del

8
Wassily Kandinsky, Lo Spirituale nell’Arte, Se, Milano 1989.

11
nemico.”9 La sovversione comunicativa opera sul terreno del nemico non solo
perché fisicamente insiste sulle stesse zone della città (ad es. i cartelloni
pubblicitari modificati o il détournamento di simboli o fenotipi architettonici), ma
perché spesso utilizza la stessa “voce” del potere ed i suoi stessi mezzi di
comunicazione (vedi in questo senso i fakes nel capitolo 3).
Il rimando è soprattutto al pensiero del gesuita Michel De Certau e al suo Arts de
Faire (in italiano L’Invenzione del Quotidiano), in cui sono analizzate le micro-
tattiche attraverso le quali l’uomo comune, “senza qualità”, dimostra ogni giorno
la capacità di reinventare il proprio quotidiano sovvertendo le disposizioni del
Potere. De Certau parla di “colpi ben riusciti, begli espedienti, stratagemmi di
caccia, molteplici simulazioni, scoperte fortunate di natura poetica o militare.”
Queste azioni si inseriscono tra le maglie di una Strategia di fondo, che è quella
del “potere”, come l’acqua tra le fessure della roccia e piano piano, come l’acqua,
cercano di sgretolarle. Alla Strategia, che perpetua attraverso le proprie Istituzioni
i rapporti sociali di forza esistenti, esse si oppongono détournando-ridefinendone
le disposizioni per mezzo di azioni tattiche quotidiane.

• La sua forma è quella del rizoma.


Il rizoma è un tubero, una radice avventizia.
E’ la metafora utilizzata da Deleuze-Guattari per definire la forma di una
molteplicità reticolare e priva di centro, in alternativa e in opposizione alla
struttura gerarchica e centralistica, tipica delle istituzioni, paragonata dai filosofi
francesi a quella di un albero.
Un rizoma si caratterizza per le qualità di:
- connessione (ogni parte del rizoma può essere connessa ad un’altra),
- eterogeneità (gli elementi che lo compongono non devono sottostare ad un
vincolo di omogeneità per far parte del medesimo rizoma),
- molteplicità (“se non le si vuole schiacciare sull’Uno, le molteplicità devono
essere pensate come rizoma, lasciando da parte radici, tronchi, fusti e rami,
caratteristiche proprie della pseudo-molteplicità arborescente”)10,
- rottura asignificante (“un rizoma può essere rotto, spezzato in un punto
qualsiasi e riprendere seguendo questa o quella delle sue linee o seguendone
altre”),11
- cartografia (il rizoma è spontaneamente rivolto più ad una esplorazione
sperimentale dei propri percorsi possibili che non ad una rappresentazione
stabile di sè)
- non-dualismo (il movimento del rizoma è il divenire: e il divenire è definibile
essenzialmente come un movimento “tra” gli spazi, e non invece come uno
spostamento “da” un punto “a” un altro).

9
AA.VV. Comunicazione-Guerriglia, op. cit
10
Gilles Deleuze-Felix Guattari, Mille Piani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1980.
11
Deleuze-Guattari, Mille Piani, op. cit.

12
MACCHINE DA GUERRA

“Al di là di questo incancrenito apparato di Stato che è il teatro di ricerca ufficiale,


esiste tutta una situazione molteplice e vitale tra i giovani teatranti. Questa realtà è
fatta di gruppi, collettività attoriali quasi sempre intercomunicanti tra loro. Questa
comunità spontanea si costituisce secondo una modalità rizomatica, opposta a quella
di tipo arborescente caratteristica del teatro ufficiale.
Il problema di questo rizoma è come esso possa organizzarsi, valorizzare le proprie
potenzialità, prendere coscienza di se stesso e diventare così una macchina da guerra.
Santarcangelo ’95 è stato il primo atto, il momento aurorale di un rizoma che si
metamorfosa in macchina da guerra.”12

Quello della macchina da guerra è un altro concetto mutuato dal pensiero di


Deleuze-Guattari. I due “pop-filosofi”13 francesi intendevano la machina da guerra
come un’invenzione dei nomadi, il loro modo di occupare lo spazio desertico ed un
qualcosa che non abbia necessariamente a che fare con la guerra. O meglio, si trova
ad avervi a che fare solo quando le capita di scontrarsi con il suo opposto, l’apparato
di Stato. “Si dirà che l’apparato di Stato (sedentario) e la macchina da guerra
(nomadica) non appartengono alle stesse linee e non si costituiscono neanche sulle
stesse linee: infatti mentre l’apparato di stato appartiene a linee di segmentarietà
rigida, la macchina da guerra segue invece le linee di fuga e di maggior pendenza,
giungendo dal fondo della steppa a o dal deserto e conficcandosi nell’Impero.”14
E’ comprensibile, ora, che se i guerriglieri della comunicazione aspirano a costituirsi
in “machina da guerra” è perché di fondo sentono forti affinità con il concetto di
nomade che vi sta alla base. E del resto possono proprio considerarsi nomadi in senso
deleuziano per la loro capacità di riutilizzare un territorio ostile e di resistere,
nonostante tutto, con una carica vitale e combattiva. Sono nomadi perché non sono
migranti, fuggitivi da una realtà ostile come quella della quotidianità del capitalismo
postindustriale: “mentre il migrante abbandona un ambiente divenuto amorfo o
ingrato, il nomade è colui che non se ne va, che non vuole andarsene, che si attacca a
quello spazio liscio in cui la foresta si ritrae, in cui la steppa o il deserto crescono e
inventa il nomadismo come risposta a questa sfida.”15
Il nomade, paradossalmente, è colui che non si muove, colui che rifiuta di
abbandonare la terra che si è fatta deserto, ed inventa un modo per abitarla.

12
Riccardo Paccosi, del Teatro Situazionautico Luther Blissett, luglio 1995, da Totò, Peppino e la Guerra psichica 2.0
[Nota del Tesista: nel luglio 1995 si doveva tenere la 25° edizione del Festival Teatrale di Santarcangelo sotto la
direzione artistica di Leo de Berardinis. Contemporaneamente all’evento, il paesino romagnolo era stato “invaso” da
diversi gruppi teatrali sperimentali, perlopiù composti di giovani attori, che contestavano la linea “conservatrice e
controriformista” del Festival di de Berardinis. Le strade vennero trasformate per alcuni giorni nel lungo palcoscenico
di innumerevoli performances teatrali, a metà tra l’happening e il rave party. Per dirla con Hakim Bey, in una Zona
Temporaneamente Autonoma, al di là dei cancelli del Festival ufficiale.
13
come li definisce nel suo saggio Massimiliano Guareschi; Gilles Deleusze Popfilosofo, Shake edizioni 2001
14
Gilles Deleuze, Conversazioni, ombre corte, Verona 1988
15
Gilles Deleuze-Felix Guattari, Mille Piani, op. cit.

13
La sua non è un’impresa violenta, anche se rabbiosa, ma si tramuta in un’esplosione
di violenza proprio quando si trova a scontrarsi con lo “spazio striato” e costretto
dell’apparato di stato. A quel punto, l’orda nomadica (acentrica e rizomatica) si
riversa sui confini dell’impero con la carica irrazionale che la rende temibile e
irresistibile. Le parole di Sun-Tzu citate a inizio capitolo sembrano scritte apposta per
descrivere questo tipo di strategia militare, naturalmente priva di ogni carattere
strategico. La sua forza sta appunto nella sua imprevedibilità. In maniera molto più
concreta, se ne accorsero a loro spese l’impero romano con le incursioni di Attila e
quello cinese con gli assalti dell’orda di Gengis Khan.

PER UNA STRATEGIA DELLE TATTICHE


In conclusione, riportiamo quella che appare come una dichiarazione di intenti (o
forse solo una aspirazione) per il lungo periodo nel manuale di Comunicazione-
Guerriglia.
“Le tattiche quotidiane sono sovversive in quanto modificano, ridefiniscono e
riutilizzano i punti saldi del potere, ma non si deve pensare che esse sfocino
naturalmente in azioni che cambiano la società. In tal senso, le azioni sono efficaci
solo se scivolano attraverso le reti delle strategie, non più isolate, individualizzate,
ignare l’una dell’altra, ma connesse da un modo di procedere consapevole e
collettivo. Sta qui una potenziale strategia delle tattiche: si tratta di spostare in
situazioni concrete e collettive il superamento tattico messo quotidianamente in
pratica dagli individui, e rendere questi ultimi consapevoli di esprimersi
politicamente in modo efficace.”

14
“BEVO JÄGERMEISTER PERCHÉ...
IL MIO SPACCIATORE È IN GALERA”16
In cui si tratta delle tecniche di comunicazione-guerriglia.

“La miglior sovversione non consiste forse nel


distorcere i codici, anziché distruggerli?”

Roland Barthes, Miti d’Oggi.

“Fallo da te!”
Manuale del bricoleur

Le tecniche di comunicazione-guerriglia operano su tessuti comunicativi preesistenti,


nei quali cercano di inserire la “più piccola differenza minimale”17 ma tale da
scardinare l’intera struttura semiologica del tessuto.
Sono strumenti di precisione, da utilizzare con cautela in quanto possono facilmente
trasformarsi nel loro contrario (vedi le tecniche di sovraidentificazione), ma hanno il
vantaggio di poter essere impiegati agevolmente anche da pochi individui, senza
necessitare di particolari risorse o mezzi fisici.
Si rivelano particolarmente adatte per una forma di lotta, quale quella degli ultimi
decenni, caratterizzata da un network di piccoli gruppi eterogenei piuttosto che da un
movimento di massa strutturato. E non a caso, il loro impiego massiccio in campo
“politico” compare alla fine degli anni ’70 (vedi il Movimento del ’77 in Italia),
quando i grandi partiti comunisti nazionali iniziano a percorrere la china del declino.

In ogni caso, se dovessero essere in qualche modo categorizzate, non potrebbero


essere considerate che come un’intersezione degli ambiti dell’arte della semiologia,
della filosofia, e della guerriglia.

16
Contropubblicità tedesca comparsa sulla rivista “Pardon” nel 1981
17
Deleuze-Guattari, Mille Piani Gilles Deleuze-Felix Guattari, Mille Piani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma
1980.

15
DÈTOURNEMENT

PASQUINO
Ascolta bene, questo è il mio ultimo epigramma.
È indirizzato al Papa

“Perché induggiamo tanto, oh Padre Santo?


Volemo segà er collo ai carbonari Targhino e Montanari?
Er boia aspetta e ce diventa vecchio.
Dateje sotto
e bonanotte ar secchio.”

Allora, hai capito?

PASTORE
Ho capito sì! Che sei passato ar nemico!

PASQUINO
E io mo’ che faccio, te sputo o te do un calcio in bocca?

PASTORE
Aho! Ma mica è facile a capirte!

Dialogo tra Pasquino (Nino Manfredi) e il pastore suo aiutante (Pippo Franco)
Dal film Nell’anno del Signore, 1969

Cos’è il détournement?

“Detournement è la libera appropriazione delle creazioni altrui. Detournement è


decontestualizzazione.” Così venne definito per la prima volta da Guy Debord e Gil J.
Wolman nel saggio titolato "Metodi di Détournement”, una delle ultime opere della
Internazionale Lettrista.

In generale, si può intendere per détournement un metodo di straniamento e di


ridefinizione che modifichi il modo di vedere oggetti o immagini comunemente
conosciuti, strappandoli dal loro contesto abituale e inserendoli in una nuova,
inconsueta relazione.

16
In tale definizione rientrano certamente i famosi Ready Mades di Marcel Duchamp e
diverse opere di Joseph Beuys, nonché la pratica artistica del plagiarismo, nel quale
vengono spacciati come propri non solo idee e testi altrui, ma anche immagini o foto
strappate dal loro contesto originario.

Tuttavia - riprendendo le parole di Debord e Wolman - “nella fase di guerra civile in


cui ci troviamo, l'arte e la creazione in generale dovrebbero servire esclusivamente
motivi partigiani”. E perciò concentreremo la nostra attenzione più sulla valenza
“sovversiva” che su quella artistica del détournement.

È dunque solo di sfuggita che accenniamo al concetto di deterritorializzazione-


riterritorializzazione elaborato dai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari, che
sembra rimandare alla pratica di détournement come ad un metodo per
detorritorializzare e riterritorializzare (ovvero per liberare) un territorio assolutamente
chiuso, quale può essere quello della semiologia pubblicitaria e istituzionale (ma non
solo).
“Il territorio è sinonimo di appropriazione, di soggettivazione chiusa su se stessa. Ma
il territorio può deterrritorializzarsi, aprirsi, essere coinvolto in linee di fuga oppure
franare e distruggersi”18

Per concludere questa breve presentazione, non ci resta che notare come il
dètournement sia non solo la pratica più diffusa di comunicazione guerriglia ma
l’ossatura principale alla base della quasi totalità degli atti di sovversione dei codici.

Pratiche di détournement – cronistoria

E’ quasi con imbarazzo che ci troviamo a dover nuovamente citare l’Internazionale


Situazionista.
Del resto, anche la controcultura è andata creando al suo interno delle contro-
istituzioni, ma pur sempre delle istituzioni.
“Guy Debord è morto davvero” era il titolo di un libro firmato Luther Blissett del
1995, ma noi, ancora una volta, dovremo fare riferimento a “Guy The Bore” (come
venne scherzosamente rinominato proprio dai Blissett) per raccontare le prime
pratiche di détournement .

Una elegante signora, un uomo muscoloso dai capelli corti. Lei istruisce il suo
interlocutore sulla condizione del proletariato, sull’ideologia della classe borghese e
sulle richieste della rivoluzione. Il titolo del fumetto, affisso sui muri della città, è "Il
proletariato come soggetto e come rappresentazione" (tra l’altro, a sua volta un
détournement da Schopenhauer, Il Mondo come volontà e come rappresentazione.),

18
Félix Guattari, Glossario di schizoanalisi, Ombre Corte, Verona 1997

17
l’autore è Guy Debord. In copertina del presente lavoro, ne abbiamo riprodotto una
delle ultime tavole.
I situazionisti ritennero i fumetti un’adeguata forma espressiva e, sottraendoli al loro
contesto usuale, la letteratura d’intrattenimento di basso livello, li rivestirono di nuovi
contenuti. Attraverso la ridefinizione di strumenti “innocui” come i fumetti,
riuscirono a costruire canali nuovi ed efficaci per la trasmissione di messaggi
rivoluzionari. Erano i primi anni Sessanta.

Nel corso degli anni Sessanta, lo straniamento linguistico lasciò il posto a ben più
“concrete” ed esplicite azioni politiche di massa, nelle quali il “gioco” del linguaggio
era piuttosto uno strumento tra i tanti della lotta politica.. Perlomeno in Europa. Negli
Stati Uniti, invece, la presenza degli Yppies portò ad una pratica politica dai risvolti
più ludici e, in qualche modo, artistici. Si può leggere in questo senso l’azione
dell’agosto 1967: circa quindici Yippies visitarono la borsa di New York a Wall
Street e riuscirono ad attuare una messinscena che non necessita di spiegazioni.
Assieme ad alcuni turisti salirono sulle tribune degli spettatori e da lassù lanciarono
banconote nell'atrio della borsa: “Le telescriventi si fermarono e i brokers si
lasciarono scappare grida di giubilo.”19 L'obiettivo degli Yippies era gustarsi lo
spettacolo dei giocatori di borsa chini sul pavimento ad arraffare banconote: “Il
nostro obbiettivo deve rimanere un mistero. Teatro puro...Lanciare soldi sul
pavimento della borsa è pura informazione. La dice più lunga di centinaia di saggi e
trattati anticapitalisti.”20 Paradossalmente, era bastato détournare delle banconote nel
tempio mondiale del denaro!
Allo stesso modo, gli Yppies détournarono i “colleghi” dell’antagonismo militante:
“Gli Yppies sono marxisti. Si pongono nella tradizione rivoluzionaria di Groucho,
Harpo e Karl.”
In Europa, ancora una volta, le più belle azioni comunicative e linguistiche
rimandano ai Situazionisti, soprattutto nel fatidico maggio francese del 1968.

Gli anni Settanta vedono un rifiorire della distorsione dei codici. E’ merito da un
lato dell’ala creativa dei movimenti, soprattutto in Italia, e dall’altro dall’evoluzione
del lavoro intellettuale da parte di molti studiosi francesi (Barthes, Debord, Guattari,
Deleuze, Foucault, Sartre, Wahl, Solere, Roche, etc…)21.
E’ forse il cosiddetto Movimento del ’77 italiano (o meglio i movimenti) l’esperienza
più interessante e insieme più controversa. Alle pratiche politiche delle Istituzioni (tra
cui figura ormai anche il P.C.I. di Berlinguer e del compromesso storico) vanno ad

19
J. Rubin, Do it: sceneggiatura per la rivoluzione, Milano Libri Edizioni, Milano, 1971.
20
Abbie Hoffman, Ruba questo libro, Stampa Alternativa, Roma, 1998
21
Il punto di contatto tra le esperienze dei due paesi si avrà in occasione del “Convegno contro la repressione” tenutosi
a Bologna nel settembre del 1977 e del relativo documento di solidarietà al movimento italiano firmato dagli
intellettuali francesi

18
opporsi le frange più radicali del movimento antagonista: da un lato con gli
esperimenti di eversione armata che andranno tristemente concretizzandosi negli anni
immediatamente successivi, dall’altro con l’azione “creativa” di gruppi quali gli
Indiani Metropolitani (di Roma), i Maodadaisti (di Bologna) e i Desideranti.22
E’ rimasto celebre l’assalto da parte degli Indiani Metropolitani al palco di Luciano
Lama, giunto all’Università di Roma, da giorni occupata dagli studenti, per tenervi un
comizio. Era il 17 febbraio del 1977: gli “Indiani Metropolitani in dis/aggregazione”
(così si firmavano sulla loro fanzine Oask!?) aspettarono l’arrivo del leader sindacale
nel cortile dell’università vestiti con costumi decorati di specchi e perline, agitando
asce di plastica; non appena Lama prese a parlare, risuonarono i canti ironici sulla
melodia di Jesus Christ Superstar: “Lama star/ Lama star/ i sacrifici vogliamo far!” e
ancora “Più lavoro, meno salario!”, “I democristiani sono innocenti, siamo noi i veri
delinquenti”, “Lamaodada! Lamaodada!”, “Sa-cri-fi-ci! Sa-cri-fi-ci!” “Lama,
frustaci!”. Il servizio d’ordine del P.C.I. reagì male alla provocazione: gli scontri che
seguirono tra il “movimento” e gli uomini del P.C.I. furono di una violenza
sorprendente e si conclusero con la devastazione del palco di Luciano Lama da parte
degli studenti e la fuga del leader sindacale.
Per la prima volta si delineava con chiarezza la spaccatura che intercorreva tra i
“vecchi” metodi di lotta politica antagonista e le nuove armi “semiologiche” di
contestazione. Una spaccatura ideologica oltre che formale. Alla rigidità
istituzionalizzata del Partito si opponevano i metodi dissacratori dei movimenti
giovanili. Ma soprattutto erano due visioni della “concretezza” dell’azione politica a
scontrarsi: la generazione del ’68 si scontrava con quella del ’77, da
“l’immaginazione al potere!” si passava a “La fantasia distruggera' il potere!”. E le
due visioni, diversamente ma entrambe rivoluzionarie, non riuscivano a comprendersi
a vicenda. Questo cambiamento ideologico è di particolare importanza nella
comprensione delle caratteristiche della comunicazione guerriglia degli anni
successivi: si può dire che essa sia figlia più del ’77 che non del ’68.
Dalla testimonianza di un membro del movimento, sui fatti del febbraio ’77: “Il
movimento in quei mesi non si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su
una rete di cento comunicazioni diverse che erano i cento linguaggi diversi, che erano
i cento messaggi diversi incrociati tra loro, come le scritte sui muri dell’università,
che loro del P.C.I. hanno cancellato con prepotenza. […] E invece Lama viene lì e
quello che fa è dire: io vengo qui, prendo un megafono grande così e faccio il mio
discorso che è un discorso che deve coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi.
Ecco, questo è stato subito chiaro a tutti i compagni del movimento, questo tutti
quanti i compagni lo hanno vissuto subito come un atto autoritario, illegittimo,
prepotente, in linea con tutto quello che il P.C.I. aveva già detto e fatto fino a quel
momento nei confronti del movimento.”23
Ancora, sull’origine della comunicazione-guerriglia nel movimento del ’77, Franco
Berardi detto Bifo, uno dei fondatori della bolognese Radio Alice: “Il movimento del
22
per correttezza, nel mezzo tra questi due poli, non possiamo non citare il complesso fenomeno degli Autonomi. Ma
non è questa la sede per approfondire…
23
cit. da N. Balestrini, P. Moroni, L’Orda d’Oro 1968 – 1977,

19
’77 percepiva l’imminenza di una trasformazione profondissima nell’organizzazione
sociale dell’attività umana, la smaterializzazione del modo produttivo e dei rapporti
comunicativi tra gli uomini. […] Chi cominciava a capire il funzionamento delle
nuova forma di dominio, l’ala di movimento che aveva sviluppato la sua azione nel
campo dell’arte e della comunicazione, propose la pratica di guerriglia nella
circolazione dei segni. Guerriglia comunicativa e semiologica. Furono coloro che
meglio seppero comprendere ed interpretare il mutamento nella composizione sociale
del lavoro, ma senza mai riuscire a concretizzarsi in un’esperienza autonoma di
produzione, consapevole del nuovo soggetto del lavoro mentale .Questa incapacità si
tradusse poi in un processo di sottomissione del lavoro mentale alle leggi del capitale.
Il ’77 avvertì questo pericolo, senza riuscire ad evitarlo.”24

Anni Ottanta. Proprio in un periodo particolarmente “pacificato” a livello di scontri


sociali, soprattutto in Italia, quando i movimenti degli anni settanta vanno
rapidamente sfaldandosi, dispersi in parte nella lotta armata e in parte nel fatidico
“riflusso”, proprio allora forse comincia la nuova coscienza della comunicazione
guerriglia.
La Germania ovest è sicuramente la fucina più attiva, con un proliferare delle attività
soprattutto nell’ambito del fake. Ma è piuttosto a livello embrionale e potenziale che
gli anni ottanta possono in qualche modo considerarsi come il brodo di cultura delle
nuove esperienze, esplose poi nei novanta. L’embrione “guerrigliero” si nasconde
stavolta non più nelle fasce emarginate della società, nei bisognosi di riscatto sociale,
ma piuttosto in molti degli ex-militanti degli anni settanta, ormai completamente
integrati nel “sistema”, bisognosi in qualche modo di una sorta di “riscatto morale”.
Le parole dell’ (ex) direttore del giornale “IL Male”, Vincenzo Sparagna, esplicano
bene questa visione: “Io credo che, se il ’68 è stato la ‘presa della parola’, gli anni
ottanta sono stati la presa delle tecniche della comunicazione moderna che, in quanto
tale, va oltre la parola. Oggi infatti esistono, purtroppo ancora sparpagliati, divisi e in
comunicanti tra di loro, variegatissimi personaggi che, sotto la dicitura formale di
operatori dell’informazione, memori della ricchezza dell’esperienza passata nelle
strutture della comunicazione extraistituzionale, rappresentano la costituzione
soggettiva di potenziali guerriglieri dell’informazione.”25

Anni Novanta: lo Sniping. “Gli snipers sono franchi tiratori semiotici. Le loro armi
sono le bombolette spray, la loro specialità è un insidioso e inosservato inserimento
di segni e simboli nello spazio pubblico. Essi cambiano, commentano, correggono o
spiegano i contenuti spesso inespressi di manifesti, monumenti, insegne e simili. Il

24
Franco Berardi “Bifo”, Sull’Innocenza
25
Cit, da Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’Orda d’Oro, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2003.

20
messaggio originario viene straniato, ed eventualmente trasformato nel suo
contrario.”26
Lo sniping prende piede contemporaneamente alla pratica massiccia dei graffiti, ma i
suoi obiettivi sono, nei fatti, più circoscritti e si riconducono essenzialmente al
“sovvertimento/détournamento” delle pubblicità commerciali e in generale delle
comunicazioni istituzionali27.
Gli esempi più significativi di sniping sulle pubblicità (il cosiddetto subvertising)
vengono dai paesi anglosassoni. Particolare rilevanza hanno avuto la rivista
statunitense Adbuster, famosa per i suoi fotomontaggi anti-pubblicitari caratterizzati
da una visione piuttosto “morale” (o moralista?) dei consumi, e i gruppi di Billboard
Banditry (in Canada, Australia e U.S.A.), più attivi sul territorio fisico delle città. Il
lavoro dei Billboards Bandits consiste essenzialmente in lievi ma significative
modifiche direttamente sui cartelloni pubblicitari, come l’aggiunta o l’omissione di
segni e simboli (ad esempio “Go to [S]hell”) finalizzati allo straniamento o alla
ridicolizzazione del senso del messaggio.
Nota bene: buona parte di questi “guerriglieri”, nel frattempo, ha un impiego proprio
nell’ambito della comunicazione e (ironia della sorte) soprattutto in quello della
grafica e della pubblicità!
Ma in questi ultimi due anni anche la scena Europea, a lungo dormiente tranne rari
casi, sembra essersi risvegliata. 17 ottobre 2003, Francia, Parigi. Sette gruppi di 20/30
persone scendono nella metropolitana parigina con pennelli, secchi di vernice, rotoli
di carta, colla, bombolette. In circa un’ora détournano o devastano tutte le pubblicità
delle stazioni in cui scendono, e poi, sparpagliati, scompaiono. L’autunno del 2003
vede a Parigi la nascita delle Brigades Antipub, dei Casseurs de Pub, del R.A.P.
(Résistance à l’Agression Publicitaire), sotto l’egida dello studioso-scrittore Yves
Grandis e l’influenza del pensiero di un autore degli anni sessanta come Henri
Lefebvre (fondamentale è stato in questo senso il suo “Il diritto alla Città”). Il
movimento (o piuttosto i movimenti) francese si compone essenzialmente di
intellettuali, studenti e di un gran numero di ex-lavoratori del mondo della cultura e
dello spettacolo, colpiti duramente dalle politiche statali di tagli al settore culturale.
L’origine sociale di questi attivisti risulta essere dunque “middle-class” dal punto di
vista della classe sociale, ma decisamente più elevata sotto il profilo del ceto culturale
d’appartenenza. Le “profezie” elaborate negli anni ’50 da Lenski sembrano
lentamente avverarsi: forti discrepanze tra classe e ceto, negli individui, sono
26
AA.VV. Comunicazione-Guerriglia, OP. CIT.
27
nota del tesista: con “comunicazioni istituzionali” ci riferiamo allo stesso tempo sia alle comunicazioni
pubblicitarie politiche che a quelle commerciali. Seguendo la linea di pensiero dei guerriglieri della comunicazioni
abbiamo voluto marcare un’immaginaria frattura tra la “società civile” con le sue istanze sovversive e le
“istituzioni”, intese come “l’ordine sociale esistente” sia in senso economico che politico. E’ convinzione profonda dei
movimenti qui analizzati, infatti, l’effettiva inscindibilità dell’ordine economico vigente da quello politico e il loro
continuo rimandarsi come a voler mantenere un equilibrio stabile e proficuo per entrambi. Inoltre, ci rifacciamo al
pensiero di Max Weber sulle istituzioni, e in particolare sulla sua interpretazione dello stato come di una “Impresa
Istituzionale”, termine che, nel linguaggio weberiano, definisce un gruppo che statuisce regole e riesce a imporle in
determinati campi d’azione. Tale caratteristica è comune sia allo stato che a buona parte delle grandi imprese
economiche. Ciò che distingue lo stato dalle altre organizzazioni è soprattutto o soltanto , sempre rifacendoci a Weber,
“il monopolio della coercizione fisica legittima”. Ed è molto spesso proprio su questo confine che si gioca la vera ed
effettiva differenza tra stato e altre organizzazioni, perlopiù le grandi organizzazioni economiche.

21
portatrici di pericolose potenzialità eversive… Il nuovo “soggetto” al centro
dell’azione di comunicazione guerriglia va sempre più configurandosi come parte di
quel vasto “proletariato intellettuale”, cardine e vittima del capitalismo post-
industriale, di cui si discuteva già alla fine degli anni settanta.
Rispetto alle precedenti azioni di billboard banditry, gli Antipub francesi operano in
maniera decisamente più violenta: soltanto nell’autunno/inverno del 2003 i danni
subiti dall’organizzazione addetta alla vendita di spazi pubblicitari ammontano a più
di un milione di euro. Le reazioni non si sono fatte attendere: da un lato, un’attenta
repressione da parte delle forze istituzionali (sequestrati diversi siti internet in cui gli
antipub si davano appuntamento per le loro azioni), ma che comunque ha un certo
sapore di tolleranza viste le pene piuttosto miti inflitte agli antipub arrestati
(mediamente tre-quattro mesi di “lavori sociali” nella metropolitana e modeste
ammende economiche), dall’altro il contagio della “resistenza antipubblicitaria” nei
paesi limitrofi. Nel 2004, contemporaneamente ai primi arresti, nascono brigate
antipubblicità in Svizzera, Germania e (un po’ meno) in Italia.

La scena italiana, in quanto a “détournement semiologico”, assume caratteristiche


differenti. Gli attacchi dei guerriglieri italiani si concentrano soprattutto sul “fenotipo
architettonico” della città.
A titolo di esempio citiamo la crescente sticker-poster art di Milano (in realtà
presente anche a Bologna e Roma). Nel capoluogo lombardo operano, alla data
attuale, diversi gruppi poetici e visivi. I “visivi” inseriscono nella città frammenti di
immagini estrapolate da contesti assolutamente “altri” (ad esempio lo sticker con il
volto del personaggio televisivo Arnold degli anni ottanta) o figure ripetitive e
stranianti (gli scarafaggi di carta dello street-artist Pus o gli omini-televisione di The
Tv Boy) o ancora modificano in chiave surreale gli oggetti urbani (le cassette
dell’elettricità rivisitate da Bros come famigliole colorate o gli ormai famosi pinguini
di Pao sui “panettoni” di cemento spartitraffico). Parallelamente ai “visivi” operano i
“poetici”: nottetempo, inseriscono frammenti poetici sotto forma di grandi poster
sulle pareti delle pensiline dei tram o sui muri cittadini. Fra i “poetici”, citiamo
soprattutto il Gruppo Letterario Eveline e il poeta solitario Ivan.
Liquidiamo invece in fretta il fenomeno, diffusissimo anche a Milano, delle “Tags”,
ovvero le scritte sui muri composte solo di un nome o di un simbolo a mo’ di firma (il
più delle volte indecifrabile per i “profani”). Il fenomeno non ci sembra, in tutta
onestà, meritevole di rientrare in una trattazione delle tecniche di comunicazione-
guerriglia. Tuttavia, per amore di pluralismo e di obiettività, riportiamo
un’interessante considerazione di Jean Baudrillard sull’argomento:
“Un evento – come una scritta indecifrabile sul muro – costringe gli ‘spettatori’ a
un’attribuzione soggettiva di senso, li trasforma in ‘attori’, in interpreti. Se l’evento
riesce a coinvolgerli emozionalmente, l’effetto è ancora maggiore; se riesce a
suscitare interesse e stupore,a deviare il percorso abitudinale del passante, rompe lo
spazio urbano, lo riadatta, lo plasma, lo violenta: insomma costringe a viverlo. Il
passante non capisce, poiché nessuno vuole spiegare-narrare qualcosa, l’abituale

22
(l’abitudine) viene squarciato ed egli è costretto a reagire in qualche modo (in
qualunque modo), a trasformarsi dunque in attore.”28

FAKE

La produzione di falsi, fakes, è una delle attività preferite dei guerriglieri della
comunicazione. Un buon fake deve la propria efficacia al connubio di imitazione,
invenzione, straniamento ed esagerazione del linguaggio del potere. Esso imita la
voce del potere nel modo più perfetto possibile per parlare, dall’alto della sua
autorità, per un limitato periodo di tempo, prima di essere scoperto (per esempio la
falsificazione di scritti ufficiali). L’obiettivo dell’azione non si ferma però alla mera
falsificazione: si vuole invece avviare un processo di comunicazione nel quale la
struttura della situazione comunicativa presa di mira diviene argomento di
discussione proprio in seguito alla (intenzionale) rivelazione della falsificazione.
Diffondendo a nome del potere informazioni false, sistematicamente modificate o
anche semplicemente insensate, i fakes tentano di distruggere la legittimazione del
potere a livello discorsivo.
Il fake è un mezzo tattico che di solito non indica nessun contro-progetto e non
formula nessun contro-discorso. Tuttavia esso svolge, in un certo senso, un ruolo
chiarificatore: indica che qualsiasi cosa potrebbe essere anche qualcos’altro e che le
strutture del linguaggio e del potere, così come compaiono dinanzi alle persone, non
sono né costrittive né naturali. Il fake fa risplendere nei processi comunicativi
quell’inquietante e potenzialmente opposto altro, condannato al silenzio dai discorsi
dominanti, ma mai veramente occultato.
Ciò che però porta a compimento l’efficacia del fake è la smentita che lo segue.
Quando il potere è costretto a smentire affermazioni che non ha mai fatto,
contemporaneamente dà pubblicità e, per così dire, ufficialità al fake contro cui si
rivolge. La smentita, di solito diffusa attraverso i media, fa al fake una pubblicità che
spesso eccede di molto la sua reale portata.
Lo strumento del fake si rivela particolarmente efficace in situazioni caratterizzate da
forti dislivelli di potere, cioè in situazioni nelle quali non è la forza degli argomenti
bensì il nome o il titolo dell’oratore a determinare il valore delle informazioni.
Portiamo un esempio:
gli Yes Men (eredi degli scomparsi ®™ark) sono un gruppo che lavora
principalmente su internet (www.theyesmen.org), ma la cui azione giunge a
compimento con performance fisiche. Hanno acquistato il dominio di diversi siti con
nomi simili a quelli di famose organizzazioni mondiali, di cui emulano alla
perfezione la grafica e i contenuti. Quando gli Yes Man ricevono un invito da

28
Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1976

23
qualcuno che scambia il loro sito per l’originale, rispondono fingendosi veri
funzionari dell’organizzazione. Così, nell’estate del 2001 il malcapitato professor
Perrti Nousiainen, organizzatore del convegno Fibre e Tessuti per il Futuro presso
l’Università della Tecnologia di Tampere, Finlandia, confuse il loro sito gatt.org per
l’originale sito della World Trade Organization, ed inviò loro una mail pregando di
inviare un rappresentate dell’organizzazione per un intervento durante la due-giorni
(16-17 agosto) di convegno. Naturalmente gli Yes Men accettarono. Ciò che avvenne
poi ha del surreale… Il miglior modo di raccontarlo è cercare di farlo immaginare.
Chiudiamo gli occhi e immaginiamo di trovarci di fronte una convention
internazionale di ricercatori, scienziati e industriali che discutono sul futuro della
fibra tessile. La platea è ora ammaliata da un oratore che indossa una tuta dorata, da
cui fuoriesce un gigantesco fallo gonfiabile della grandezza di una mazza da baseball.
Non si tratta di un megalomane, ma, apparentemente di tale Hank Hardy Unruh (il
nome comparve sulle pagine dei giornali il giorno seguente) rappresentante del WTO.
Illustrando le proprietà della sua tuta, l’uomo spiega quanto sia duro il lavoro del
manager che deve organizzare la manodopera remotamente. Dice che nell’era del
telelavoro la sua Management Lisure Suit rappresenta la soluzione a due problemi di
gestione cruiciali: “Come mantenere i rapporti con i lavoratori a distanza e come
mantenere la propria salute mentale di manager con il giusto corrispettivo del relax.”
La platea lo segue, stupita. In effetti, quando era salito sul palco e si era sfilato la
giacca e i pantaloni per mostrare la tutina, e aiutato da un assistente aveva gonfiato il
fallo di plastica, in molti si erano chiesti chi fosse costui. Ma nessuno aveva osato
fiatare. E ora la platea lo segue in religioso silenzio, mentre espone le caratteristiche
della Management Leisure suit, una tuta ideata dal WTO, che consentirebbe ai
manager di monitorare gli operai tramite chips direttamente collegati al loro corpo.
Secondo Hardy Unruh “se non vi sono problemi nella produzione, la tuta trasmette
impulsi positivi” rilassando il manager e, per riflesso, il lavoratore stesso.
L’appendice fallica sarebbe invece una sorta di terzo occhio, tramite il quale il
dirigente può controllare direttamente i lavoratori, videosorvegliati. In questo modo,
“favorendo la comunicazione totale all’interno del suo corpo . su una scala mai
possibile prima – la corporation diventa un unico corpus.”29
Chiudendo il suo surreale intervento con un ambiguo “grazie, sono molto eccitato di
essere qui”, Hardy Unruh incassa un lungo applauso e relative congratulazioni.
A nessuno, tra scienziati e professori universitari, viene in mente che possa trattarsi di
un impostore. Il finto funzionario ha spinto oltre il limite del grottesco la figura che
rappresentava, accentuandone al massimo le caratteristiche reali e sviluppandone fino
alle estreme conseguenze il pensiero economico/sociale. Ha messo alla prova la
capacità di critica e di reazione del pubblico che però, non potendo mettere in
discussione l’autorevolezza di chi parla da una tribuna prestigiosa, e in particolare se
si tratta di un funzionario del WTO, non ha saputo fare altro che accettare ogni
genere di argomentazioni e di applaudire.

29
M.Deseriis-G.Marano, Net.Art, l’arte della connessione, Shake edizioni underground, Milano 2003

24
Il colpo dell’università di Tampere non è né il primo né l’ultimo della serie. Già
nell’ottobre del 2000 gli Yes Men avevano inviato un certo Andreas Bilchbauer a una
conferenza organizzata dal Centre for Legal Studies di Salisburgo. Anche in
quell’occasione il dottor Bilchbauer aveva sostenuto tesi a dir poco singolari: il
fallimento della fusione Klm-Alitalia sarebbe stato dovuto al fatto che “gli Olandesi
lavorano di giorno e dormono di notte, mentre gli Italiani dormono anche di giorno.”
Le democrazie rappresentative andrebbero modernizzate attraverso una riforma
radicale del sistema elettorale basato sulla messa all’asta del voto al miglior offerente.
Anche in quell’occasione, nessuno degli avvocati presenti aveva avuto nulla da
obiettare.

In generale, per ottenere un fake efficace è necessario che nasca confusione


all’interno di una situazione comunicativa apparentemente chiara. Lo scopo è
sottoporre un processo comunicativo a quesiti quali: può essere che questa
affermazione provenga da quell’oratore? Se sì, cosa ne devo dedurre? Se no, perché
no, e da chi allora? L’affermazione è plausibile, ma qualcosa non quadra, ma cosa?
Per esempio… “un’autorità esige un comportamento antiautoritario. La gente si trova
davanti alla scelta: o ubbidiscono all’autorità, comportandosi in maniera
antiautoritaria, oppure si comportano in maniera autoritaria non obbedendo
all’autorità.”30
Fu il caso davanti al quale si trovarono numerosi cittadini tedeschi in occasione del
contestato censimento del 1987. In parecchie caselle della posta si trovarono lettere
apparentemente ufficiali con l’intestazione del Comune. In arido linguaggio
burocratico, i cittadini venivano invitati a distruggere i propri moduli per il
censimento, poiché erano stati stampati e distribuiti esemplari sbagliati. La settimana
dopo il Comune avrebbe distribuito nuovi moduli. Molti non si fidarono e
telefonarono agli uffici per accertarsi che le lettere fossero vere. A quel punto le
autorità fecero stampare smentite e il fenomeno venne discusso pubblicamente. Gli
autori della beffa aggiunsero allora false smentite, che mettevano in guardia dai (veri)
censitori. Si disse infatti che erano comparsi moduli ben imitati, e le autorità (false)
invitavano a diffidare ecc… alla fine, nemmeno i cittadini più ligi sapevano con
certezza quali fogli fossero veri e quali, per ordine dell’”autorità”, da consegnare al
magazzino reperti della polizia.

Gli esempi da fare ancora sarebbero numerosissimi…


Il fake, dicevamo, è uno degli strumenti più utilizzati dai guerriglieri della
comunicazione.
Ma poiché ci è impossibile in questa sede dilungarci con trattazioni più estese o più
approfondite, ci limiteremo, in conclusione di paragrafo, a citare un fake
assolutamente italiano, presente ancora nella memoria di molti.

30
AA.VV: Spaβguerilla, cit. da Comunicazione-Guerriglia op. cit.

25
Riportiamo il breve racconto che ne fa l’allora direttore della rivista, Vincenzo
Sparagna: “Dopo l’uccisione di Moro, ‘il Male’ aprì la fase dei falsi, che
consistevano nella riproduzione delle testate dei maggiori quotidiani nazionali. Il
primo fu quello del ‘Corriere dello Sport’, che annunciava l’annullamento dei
mondiali di calcio. Poi ci fu quello de ‘l’Unità’ che titolava a caratteri cubitali: Basta
con la DC. Era ancora il periodo dell’unità nazionale, del governo delle astensioni, e
destino volle che il titolo di quel falso anticipasse la scelta che il Pci prese veramente
l’anno successivo. La fortuna del falso de ‘l’Unità’ poggiava evidentemente su un
immaginario che si intuiva desiderato per il <popolo di sinistra>. Le vendite ebbero
un’impennata salendo fino alle 50.000 copie. Seguirono altri falsi clamorosi, come
quello de ‘Il Corriere della Sera’ che annunciava lo sbarco degli Ufo, quello de ‘Il
Giorno’ con l’arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse, quello de ‘la
Repubblica’ che proclamava: Lo Stato si è estinto.”31

“DIFFONDIAMO NOTIZIE FALSE CHE PRODUCANO EVENTI VERI”

“Ora andiamo oltre.


Non basta denunciare il falso del potere; occorre denunciare e rompere il vero del
potere. Quando il potere pretende che la sua verità sia Naturale, bisogna denunciare
quanto disumano ed assurdo sia in realtà quell'ordine di realtà che l'ordine del
discorso (il discorso d'ordine) riflette e riproduce: consolida. Portare allo scoperto la
deliranza del potere. Ma non solo.
Occorre prendere il posto (autovalidantesi) del potere, parlare con la sua voce.
Emettere segni con la voce e il tono del potere. Ma segni falsi.
Produciamo informazioni false che mostrino quel che il potere nasconde, e che
producano rivolta contro la forza del discorso d'ordine. Riproduciamo il gioco magico
della Verità falsificante, per dire con il linguaggio dei mass-media quello che essi
vogliono scongiurare.
Basta un piccolo scarto perché il potere mostri il suo delirio: Lama dice ogni giorno
che vanno fucilati gli assenteisti. Ma questa verità del potere si nasconde dietro un
piccolo schermo linguistico. Rompiamolo, e facciamo dire a Lama quello che pensa
realmente.
Ma la forza del potere sta nel parlare col potere della forza.
Facciamo dire alle Prefetture che è giusto portare via la carne gratis dalle macellerie.
Su questa strada, oltre la contro-informazione, oltre Radio Alice.
La realtà trasforma il linguaggio. Il linguaggio può trasformare la realtà.”32
Un altro modo di utilizzare notizie false per creare eventi veri è invece quello messo
in atto dalla tedesca Anja Rosmus, nella cittadina di Passau. Questa ragazza emise un
comunicato stampa a nome del sindaco della Cdu (partito cattolico/conservatore
tedesco), in cui si rendeva noto di voler accogliere alla stazione gli ex cittadini ebrei
31
Vincenzo Sparagna, l’avventura del Male, cit. da P.Moroni, N,Balestrino, l’Orda d’Oro, op. cit
32
dal giornale maodadaista bolognese A/traverso, 1977, curato dai redattori di Radio Alice

26
della città. Il sindaco non l’avrebbe mai fatto, ma dovette partecipare perché il tutto
era stato annunciato dai giornali.
Un esempio ancora diverso, e al limite della legalità, è quello del famoso gruppo
inglese King Mob. Stampavano manifesti simili a quelli della pubblicità e
tappezzavano i muri dei centri commerciali e dei negozi. I manifesti annunciavano un
“free shopping day”. Chiunque avrebbe potuto portarsi a casa gratis un carrello pieno
zeppo di merce. Quel giorno i sorveglianti e il personale dei negozi ebbero il loro bel
da fare per convincere gli acquirenti che avrebbero dovuto pagare. O ancora quella
volta in cui, dopo aver etichettato di nascosto con piccoli bollini neri diversi prodotti
sugli scaffali di un supermercato, gli attivisti di King Mob distribuirono davanti al
locale volantini ove si leggeva che la merce contrassegnata da un bollino nero era
gratis.

RAVE e FREE FESTIVAL: EDONISMO SOVVERSIVO?

Innanzitutto, un po’ di storia.


All’inizio fu il Free Festival.
Tutto nacque nel 1967, quasi in contemporanea, negli U.S.A. degli hippy e nella Gran
Bretagna delle fiere itineranti e della psichedelica: ovvero in Amerika e in Albione.
Le origini statunitensi danno al fenomeno dei free festival una connotazione
“rivoluzionaria”, in linea con la concezione degli hippy (…ovvero di Abbie
Hoffmann) che aveva ridefinito al rivoluzione come “un’esplosione anarchica
spontanea di individui e collettività emergenti che perseguivano uno sviluppo gioioso
e libero in uno stile sempre più scevro da compromessi.”
Ma in realtà potremmo risalire ancora più indietro, per trovare addirittura nel jazz
indiavolato le origini di ciò che poi si sarebbe chiamato, sulla falsariga, “rave”:
“I volantini erano sparsi a caso in giro per la città autunnale. <Rave tutta la notte!>
annunciavano. Nel lontano 1961 al Baulieu Jazz Festival erano scoppiati piccoli
tafferugli tra gli adolescenti infiammati dai suoni selvaggi di terribili gruppi jazz. Il
‘Daily Mail’ aveva annunciato che un termine nuovo e sgradevole era entrato a fare
parte del vocabolario inglese: <raver>.”33
Ma torniamo a quell’evento fondamentale per la futura cultura rave che furono i free
festival. Dall’inizio degli ani ’70, il primato in questo tipo di attività passò
decisamente dagli U.S.A. alla Gran Bretagna. L’evento fondante fu, in questo senso,
il Free Festival di Windsor, tenutosi nel 1972, 1973 e 1974 (anno in cui fu chiuso con
la forza dalla polizia) sui terreni di proprietà della Regina all’interno della famosa
tenuta di caccia. Il festival di Windsor, entrato poi nella leggenda della controcultura,
nacque da una idea, o meglio una “visione” di Bill ‘Ubi’ Dwyer: “Un festival nel più
33
Nigel Fountain, cit. da George McKay Atti Insensati di Bellezza; Hippy, punk, squatter, raver, eco-azioen diretta:
culture di resistenza in Inghilterra, Shake edizioni, Milano 2000.

27
esteso parco del regno, lungo ben dieci chilometri!”, un evento che consentisse al
contempo di riappropriarsi della terra riservata da secoli alle cacce della famiglia
reale e di far rivivere la strategia dei “digger” del secolo XVII che si opposero
all’esproprio da parte di Giorgio III della terra comune di Windsor…
L’edizione del 1972 accolse poche migliaia di persone, quella del 1973 dalle 10.000
alle 20.000 durante nove giorni di “musica, pace, amore e tolleranza”, l’ultima, quella
del 1974, diverse decine di migliaia più un gruppo di “portoghesi”: 800 poliziotti in
tenuta antisommossa decisi a far sgombrare la tenuta regale.
Ma, chiuso per sempre il Festival di Windsor, la tendenza non poté essere bloccata
nel resto del Regno Unito: quello dei free festival divenne ben presto un fenomeno di
significativa importanza nell’U.K., culminato nel periodo di transizione sottoculturale
dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta, con la partecipazione
congiunta sia degli hippy che dei travellers, sia dei bikers che dei punk.
Si andava configurando dunque un ambito di trattativa e trasformazione tra
sottoculture radicali e anarchiche, per le quali il caos semiorganizzato di un free
festival poteva rappresentare un ambiente ideale.
Le istituzioni adottarono ben presto, da un lato, misure radicali, ma dall’altro
mostrano di comprendere (seppure in maniera un po’ paternalistica) alcune delle
motivazioni di base che avevano portato alla nascita di questi eventi così singolari.
“Questi giovani hanno espresso il bisogno di fuggire dall’ambiente che li circonda e
dalle inibizioni e limitazioni della vita di tutti i giorni, in particolare nelle nostre città,
verso una situazione in cui potere sperimentare nuove forme di socialità e affrontare a
viso aperto nuove concezioni e visioni della vita, per decidere da soli che cosa
devono accettare o rifiutare”34
In ogni caso il fenomeno continuò e si evolse (fino ai mega-festival di Stonehenge del
1984-1985), andando in parallelo con i numerosi altri fenomeni simili nati via via
lungo tutto il Paese, in particolare le fiere itineranti di travellers e la Fiera di Albione.
Fu proprio il fantomatico “Libero Stato di Albione”, costituito appositamente come
stato itinerante e temporaneo, che riesce a spiegare con più chiarezza, nelle parole del
suo Manifesto del Libero Stato di Albione del 1974, alcune tra le principali spinte alla
base del movimento dei free festival, oltre che le sue aspirazioni ultime:
“Punto 6: la gente espropriata di questo paese ha bisogno di terra. I motivi sono
svariati, servono luoghi per fare free festival permanenti, per comunità e Città di Vita
e Amore, diciamo una ogni ottanta chilometri, abitate da donne e uomini liberi da
lavori da lavori alienanti e dalla schiavitù in fabbriche che producono in massa beni
di consumo inutili.
Punto 7: stiamo in guardia contro i falsi: Attenzione! La Realtà è un falso
dell’Utopia.”35 La retorica del ’68 sembrava non essere mai scomparsa…bensì
solamente trasformata nel corso del tempo.

34
rapporto della Commissione Stevenson al Ministero dell’Ambiente del Regno Unito sul fenomeno dei free festival,
1973, cit. da G. McKay, Atti Insensati di Bellezza
35
Manifesto del Libero Stato di Albione, 1974, cit. da George McKay Atti Insensati di Bellezza, op. cit.

28
Ma soprattutto, in conclusione, è da notare la dichiarazione secondo cui la meta finale
della loro attività è “diventare un network (già esistente in fase embrionale) di
comunità e collettivi indipendenti, federati insieme per fondare il Libero Stato di
Albione.” Sarà proprio su tale concezione (o retorica) di network – che ricorda da
vicino l’idea deleuziana di “macchina da guerra” e la necessità esposta da molti di
raggiungere finalmente una “strategia delle tattiche” sovversive – che si fonderanno
poi effettivamente tutte le successive esperienze in Gran Bretagna.
Restiamo in Gran Bretagna: gli anni Ottanta volgono al termine e il successo dei free
festival e delle fiere itineranti è quasi completamente riuscito a disinnescarne il
potenziale sovversivo e politico e in buona parte l’autenticità.
In molti si interrogano su quest’evoluzione, tra tutti Mike Weaver, coinvolto nelle
Fiere di Albione, che sviluppa una riflessione sulle contraddizioni insite nel concetto
di carnevale, che finisce per funzionare in realtà come valvola di sfogo che salva dal
rovesciamento quell’ordine contro cui apparentemente vuole scagliarsi. E si chiede:
“Cosa c’è che non va nel divertimento? Niente, però è lecito chiedersi se crea effetti
complessivamente positivi oppure non fa altro che rinforzare lo status quo a un livello
superiore.”
E’ proprio a partire da questa domanda che si può iniziare ad affrontare la questione
dei Rave Party, forma successiva dei Free Festival.
Al di là degli antecedenti storici degli anni sessanta, il Rave nasce, in Inghilterra,
durante la cosiddetta “seconda Summer of Love” del 1988. si configura da subito
come un rimescolamento “postmoderno” di tutto ciò che è stato sino ad allora
controcultura, e si caratterizza per un carattere decisamente “elitario” oltre che,
coscientemente, illegale.
I rave sono momenti di occupazione di spazi abbandonati delle metropoli, che
vengono autogestiti per periodi limitati (tipicamente una notte) e riempiti di
performance musicali (huose, acid house, techno, dub) e audiovisive. Gli elementi
che un rave mette in scena sono: l’oltraggio alla proprietà privata attraverso
l’occupazione, l’attacco alle forme di produzione del circuito commerciale delle
discoteche e ai rapporti di dominio socio-politici nelle metropoli, la negazione dello
star system dei djs (non è presente infatti un palco con i musicisti e i nomi degli
autori dei brani non sono menzionati), l’autoproduzione come concetto globale,
l’approccio agli stati modificati di coscienza tramite l’uso di droghe (tipicamente
l’ecstasy, da cui la definizione di E-generation per la generazione inglese degli anni
novanta)e soprattutto il concetto di “festa libera” sintetizzato nel motto “Freedom for
the right to party”36
Ora, sarebbe possibile continuare ad addurre motivazioni e contenuti “politici” nella
pratica del rave (dalla creazione di Zone Temporaneamente Autonome secondo
Hakim Bay, al pensiero di Baudrillard quando si riferisce alla “ridefinizione” degli
spazi fisici e istituzionali etc…), ma sarebbe inutile non ammettere che la carica
“sovversiva” del rave è stata sancita più dagli atti repressivi delle autorità nei suoi
confrontio (soprattutto in U.K.) che dagli effettivi contenuti politici o potenzialità

36
cfr. il brano “Fight for your right to party” dei Beastie Boys, dall’album Licensed to Ill del 1986

29
rivoluzionarie. Portiamo il rave come esempio della degenerazione, negli ultimissimi
anni, di cui spesso sono state vittima le forme sovversive di ridefinizione degli spazi e
della comunicazione. Il rischio appare chiaro: al perseguimento di uno scopo politico-
sociale viene a sovrapporsi il puro edonismo del ballo e dello sballo, in un pensiero
che non si interessa dei cambiamenti reali da apportare nella società ma diventa il più
delle volte soltanto un discorso delirante sul fatto che gli effetti allucinatorio-estatici
delle droghe sono in realtà la chiave per trasformare effettivamente il mondo!
La quasi totalità della cultura rave, in U.K., è stata involontariamente politicizzata
con l’emanazione del Criminal Justice Act del 1994, ma anche in questo caso i
discorsi “politici” che ne sono scaturiti hanno un sapore decisamente narcisistico:
cambiamo prima le leggi sul ballo, e poi faremo un mondo migliore (O meglio, cosa
ancora più preoccupante: cambiamo le leggi sul ballo e il mondo sarà migliore).
Nonostante ciò, in molti hanno sostenuto e sostengono la vicinanza politica tra i
giovani del ’68 e i raver degli anni ’90. (“le opinioni politiche del rave forse non sono
espresse esplicitamente come è successo per il movimento yippie, ma sicuramente si
sono risolte in una manifestazione politica consapevole che ha coniato lo slogan
‘Freedom for the right to party’. Come facciamo a non paragonare questa espressione
provocatoria dei giovani alle proteste studentesche e contro il Vietnam del 1968?”37
Questa visione non ci persuade.
Il rave, a nostro parere, si configura piuttosto come la deriva di una pratica, la
riappropriazione degli spazi urbani e della propria “coscienza”, che finisce così per
trasformarsi in un’azione decisamente autoreferenziale e senza conseguenze sociali.
Qualcosa che è, sì, una “festa”, ma per la quale non si può reclamare, scimmiottando
il linguaggio rivoluzionario, la “libertà del diritto alla festa”, spacciandolo per il
diritto fondamentale reclamato dai giovani delle ultime generazioni!
Le riflessioni di Mike Weaver sulle contraddizioni insite nella pratica del carnevale
appaiono quantomai attuali.

TEATRO INVISIBILE

Il teatro invisibile, come l’happening, è una forma politica di intervento che


trasforma, nei modi più svariati, lo spazio pubblico in palcoscenico, in spazio
d’azione. A differenza dell’happening, però, il teatro invisibile è una pratica nascosta
e, paradossalmente, al limite del non-teatrale (o, a seconda dei punti di vista, teatrale
al massimo livello).

Spesso si è utilizzato il teatro in contesti politici, ma la peculiarità dell’espressione


teatrale nella comunicazione-guerriglia è la finalità, non tanto di trasmettere espliciti
messaggi politici, quanto piuttosto di rendere manifeste le spontanee possibilità di
evoluzione di una situazione e rendere permeabile il confine tra attori e spettatori.

37
Kristian Russel, Lysergia Suburbia cit in George McKay Atti Insensati di Bellezza op. cit.

30
Anzi, si può dire che il teatro invisibile renda gli spettatori talmente partecipi di
un’azione, che essi non capiscono nemmeno di essere coinvolti in un contesto
prefissato.
E’ quanto fece accadere nel novembre del 1973 Dario Fo. Durante la
rappresentazione di Guerra di Popolo in Cile, al Palazzotto dello Sport di Torino,
interruppe lo spettacolo annunciando gravi notizie: un colpo di stato era in corso!
Dalle porte laterali entrarono di corsa cordoni di poliziotti in divisa (in realtà attori).
Nella sala si diffuse il panico, e solo con molti sforzi Fo riuscì, poi, a chiarire la realtà
dell’espediente teatrale. In ogni caso, attraverso questo “scherzo”, aveva reso in
maniera ben più realistica che con una performance tradizionale e didascalica il clima
di tensione di quegli anni e l’ansia diffusa per la possibilità di un reale colpo di stato
nel nostro Paese.

Lo scopo del teatro invisibile è quello di far intervenire gli spettatori, spingerli ad
agire contro la sottomissione o anche metterli di fronte alla propria passività e
indifferenza. Agli attori spetta il ruolo di stimolatori. Danno inizio a un tema e
lasciano proseguire l’opera agli spettatori, fino a quel momento disinteressati.
Quando il teatro invisibile è praticato con l’obiettivo di svelare alle persone coinvolte
i rapporti di potere e sottomissione sottostanti alla situazione in cui si inserisce, gli
attori si comportano in una maniera che non sia conforme alle regole della
grammatica culturale, o all’opposto, in maniera esageratamente, grottescamente
conforme. In ogni caso, è fondamentale l’irriconoscibilità dell’azione teatrale in
quanto tale, ovvero essa deve essere organizzata quasi come un fake, così da riuscire
a far reagire il pubblico in maniera totalmente spontanea. La reazione “È solo teatro!”
è sempre dietro l’angolo…

A questo proposito risulta interessantissimo il “soggetto teatrale” elaborato da Luther


Blissett e Sonja Brünzels (collettivo tedesco in stile Blissett) “Il Ministro
Parla al Popolo”, che riporto in allegato, al termine del presente lavoro.
Il testo di questo “Dramma della commissione elettorale della Cdu” proviene dal
libro, già più volte citato, “Comunicazione-Guerriglia”.

MITOPOIESI e NOMI MULTIPLI

Questo discorso può partire da due considerazioni differenti, l’una di ordine politico,
l’altra semiologico.
Da un lato abbiamo infatti il pensiero fondante (ancora una volta ) di Roland Barthes,
dall’altra i problemi di identità in cui si dibatte, allo stato attuale, buona parte del
movimento antagonista a livello globale, ma in particolare in Italia.

31
Barthes, nel capitolo Il Mito, Oggi nel saggio Miti d’Oggi, in seguito all’analisi delle
caratteristiche e delle potenzialità politico/sociali del mito, giunge ad una conclusione
decisamente attuale:
“Annientare il mito dall’interno appariva dunque estremamente difficile: lo stesso
movimento fatto per liberarsene diventava subito, a sua volta, preda del mito: il mito
può sempre, in ultima istanza, significare la resistenza che gli viene fatta. Per la
verità, l’arma migliore contro il mito è forse mistificarlo a sua volta, è produrre un
mito artificiale: e questo mito ricostruito sarà una vera e propria mitologia. Visto che
il mito ruba al linguaggio, perché non rubare il mito? Per fare ciò basta ridurlo a
punto di origine di una terza catena semiologia38, porne la significazione come primo
termine di un secondo mito.”
In questo modo, ritiene il semiologo, sarebbe finalmente possibile riappropriarsi del
mito e renderlo nuovamente parola viva, in quanto oggetto di manipolazione e critica
libera dalla cristallizzazione e da “naturalizzazioni”.
Ma queste considerazioni hanno anche un risvolto, almeno potenziale, di tipo
politico. I movimenti antagonisti (verrebbe da aggiungere “di sinistra”, ma il
problema sta proprio nell’impossibilità di questa aggiunta) soffrono da tempo di una
nevrosi nei confronti della mitologia (propria o in generale), effetto del trauma da
orfanità di ideologie.
“Negli scorsi decenni i rivoluzionari si sono lasciati sballottare qui e là da
un’alienante <iconofilia> e subalternità ai miti (vedi il culto cristologico di Che
Guevara) a un’attitudine iconoclastica che impedisce di comprendere la natura del
conflitto. Basti pensare alle superficiali posizioni <postsituazionistiche> care a molti
anarchici, secondo i quali qualunque avanzamento concreto sul piano della
democrazia o qualunque penetrazione nella cultura popolare avrebbe per conseguenza
il proprio <recupero> e finirebbe per rafforzare il cosiddetto <spettacolo>. Come
recita un’espressione idiomatica italiana, evitiamo di gettare via il bambino con
l’acqua sporca.”39
Il collettivo Wu Ming (reincarnazione mutatis mutandis del suicida Luther Blissett)
lavora in questa direzione fin dai tempi del Luther Blissett Project. La creazione di
una nuova mitologia, ovvero una mitopoiesi, è a loro parere condizione
imprescindibile per la rinascita un movimento di ampio respiro e per la creazione di
una rete di fili di significato che ne possano garantire la sopravvivenza nel tempo ed
il successo concreto.
Il mito primo costruito dai Blissett e dai Wu Ming sta proprio nella loro stessa
configurazione di collettivo che prescinde dai nomi, ovvero nel loro essere essenze
inafferrabili dotate di un nome multiplo. Quello del multiple name è in effetti mito
fondativo di numerose esperienze rivoluzionarie sia passate che attuali (dal povero
Konrad della rivolta contadina tedesca del 1514, al Generale Ludd del XIX secolo
inglese, al passamontagna del Subcomandante Marcos, il cui motto è appunto “tutti
siamo Marcos!”). La sua potenzialità sovversiva sta nella capacità di raccogliere al
38
n.d.t., dove la prima è quella del linguaggio e la seconda quella del mito
39
Wu-Ming, Giap! , Einaudi Stile Libero, Torino 2003.

32
suo interno una moltitudine rivoluzionaria e di sintetizzarla in un elemento che
prescinde dalle singole individualità che la compongono. In particolare, di liberarla
dal pericolo di una struttura verticale in cui le individualità dominanti prevalgano ed
impongano il proprio ego nominale sul soggetto rivoluzionario. Ma questo potenziale
è forse più chiaramente definibile facendo riferimento a quello che forse è il primo
nome collettivo della storia: il Buddha. “Nel momento in cui realizzate la pratica del
Buddha, voi siete il Buddha. Vedete con gli stessi occhi, sentite con le stesse
orecchie, parlate con la stessa bocca. Non esiste la minima differenza.” A questo
principio fa da naturale complemento, in apparente antinomia, il famoso motto
buddista “se incontri il Buddha per strada, uccidilo”, che a sua volta risulta
un’eccellente forma di spiegazione, almeno teorica, delle potenzialità antigerarchiche
insite nell’utilizzo di un nome collettivo.
Il soggetto a cui Wu Ming fa riferimento è da identificarsi nella multitudo dei nuovi
movimenti nati all’indomani di Seattle e di Genova, al cui interno è già presente un
movimento particolarmente sensibile al discorso elaborato dai Blissett/Wu-Ming: le
Tute Bianche italiane. La loro tuta bianca nacque come riferimento ironico allo
spettro del conflitto urbano (in particolare si ispirò alle parole del sindaco leghista di
Milano Formentini il quale, rallegrandosi dello sgombero del Centro Sociale
Leoncavallo nell’autunno del 1994, dichiarò che da quel momento solo “spettri” si
sarebbero aggirati per la città), poi, col tempo divenne uno strumento, un simbolo e
un’identità aperta a disposizione del movimento.
“Chiunque poteva indossare una tuta bianca finchè rispettava un certo stile. Una frase
tipica era <Indossiamo la tuta bianca perché altri la indossino. Indossiamo la tuta
bianca per potercela un giorno togliere>, il che significa: <Non dovete arruolarvi in
nessun esercito, la tuta bianca non è la nostra divisa, il dito indica la luna, e quando le
moltitudini guarderanno la luna il dito svanirà. Il nostro discorso è concreto, facciamo
proposte pratiche: più persone le accetteranno e metteranno in pratica, meno
importanti diventeremo noi.>”40 Il modello di riferimento, nella pratica e nel
linguaggio, è sia per i Wu Ming che per le Tute Bianche, per esplicita ammissione di
entrambi, lo zapatismo chiapaneco, prolifico generatore di miti rivoluzionari.
“Noi crediamo che la moltitudine esprima un bisogno di nuovi miti fondativi.
Radicalmente nuovi, con l’accento posto su entrambi i termini, tanto sulla necessaria
radicalità (un andare alla radice, alle radici), quanto sulla novità (postnovecentesca).
Perché un altro mondo sia possibile, deve essere possibile immaginarlo e renderlo
immaginabile da molti… Senza un immaginario di riferimento, senza una narrazione
<aperta> e <indefinitamente ridefinibile> cui sia possibile partecipare e attingere
liberamente, il movimento non può che faticare a sedimentare la propria esperienza,
che è nuova, sperimentale appunto, per molti versi inedita. Non si tratta di
cristallizzare un epos, bensì al contrario di condividerlo, renderlo accessibile,
<pubblicizzarlo>, trasformandolo in un’arma culturale efficace, potenzialmente
egemonica e quindi vincente, oltre la semplice testimonianza.”41
40
Wu Ming, Giap!, op. cit.
41
Wu Ming, Giap!, op. cit.

33
In questo senso, dunque, devono essere interpretate le azioni condotte negli ultimi
anni dal Luther Blissett Project, dal collettivo Wu Ming, e dalla “nuova autonomia”
delle Tute Bianche.
Abbiamo deciso di porre questa “tecnica” di comunicazione sovversiva come
conclusione della rassegna poiché, pur essendo una forma essenzialmente “poetica”
di comunicazione (nonostante le apparenze, a volte piuttosto violente soprattutto nel
caso delle Tute Bianche) essa è forse la più compiuta e più matura dal punto di vista
politico. L’obiettivo finale è stato esplicitato in queste ultime righe di Wu Ming.
Il movimento “sovversivo” aspira, e forse si vergogna a dirlo, al conseguimento di
una posizione “vincente, oltre la semplice testimonianza” e dunque apre le
prospettive ad un’azione che non sia solo decostruttiva del sistema contro cui si
scaglia ma, in qualche modo, che punti ad acquistarne anche l’egemonica.
Siamo di fronte a un tradimento del movimento nei confronti di se stesso?
Le sue pretese di libertà assoluta e il suo attacco all’istituzione del potere vengono
dunque miseramente gettati nella polvere?
Oppure, per dirla con Hegel, il movimento sta acquisendo la maturità necessaria per
trasformarsi dal discorso di un intelletto “che divide” a quello di una ragione “che
unifica?”
Non è certamente questa la sede per provare a elaborare delle risposte, e certamente
preferiamo lasciare queste domande aperte.
Uno stimolo di riflessione che lasci aperta anche questa tesi, così da non renderla un
unico, morto, “discorso chiuso” di documentazione.

34
BIBLIOGRAFIA

I PENSATORI

Roland Barthes, Miti d’Oggi, Einaudi, Torino 2004.


Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1976
Michel de Certeau, L’invenzione del Quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2005
Guy Debord, La Società dello Spettacolo, Baldini Castoldi Editori, Milano 2004
Gilles Deleuze-Felix Guattari, Mille Piani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma
1980.
Gilles Deleuze, Conversazioni, ombre corte, Verona 1988.
Massimiliano Guareschi, Gilles Deleuze Popfilosofo, Shake edizioni underground,
Milano 2001.
Félix Guattari, Glossario di schizoanalisi, Ombre Corte, Verona 1997
Wassily Kandinsky, Lo Spirituale nell’Arte, Se, Milano 1989.
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I PRATICI

AA.VV. (Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels),


Comunicazione Guerriglia; tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica
all’oppressione, Derive Approdi, Roma 2001.
Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi Stile Libero, Torino
2000.
Abbie Hoffman, Ruba questo libro, Stampa Alternativa, Roma, 1998
J. Rubin, Do it: sceneggiatura per la rivoluzione, Milano Libri Edizioni, Milano,
1971.
Wu Ming, Giap!, Einaudi Stile Libero, Torino 2003.

IL MOVIMENTO DEL 77

AA.VV., …Ma l’amor mio non muore; origini documenti strategie della “cultura
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AA. VV. (Franco Berardi “Bifo”, Pierre rival, Alain Guillerme), L’ideologia
francese; contro i nouveaux philosophes, Squilibri edizioni, Milano 1978.
Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’Orda d’Oro 1968-1977, Universale Economica
Feltrinelli, Milano 2003.
Collettivo “La nostra assemblea” (a cura di), Le radici di una rivolta; il movimento
studentesco a Roma: interpretazioni, fattio e documenti febbraio-aprile 1977,
Feltrinelli 1977.
35
Angelo Quattrocchi, Babbo Marx…tu che ne pensi?, Fallo! Edizioni, Milano 1976.
Zangheri (intervista di Fabio Mussi), Bologna ’77; comunisti, potere, dissenso,
analisi di un’esperienza dal vivo, Editori Riuniti, Roma 1978

FREE FESTIVAL e RAVE

Gorge McKay, Atti Insensati di Bellezza; Hippy, punk, squatter, raver, eco-azioen
diretta: culture di resistenza in Inghilterra, Shake edizioni, Milano 2000.
Hakim Bay, T.A.Z. Zone Temporaneamente Autonome, Shake edizioni, Milano 1993

MATERIALE SAGGISTICO VARIO

Alberto Martinelli, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Torino 1999


Marco Deseriis-Giuseppe Marano, Net.Art; l’arte della connessione, Shake edizioni
underground, Milano 2003
Leonardo Vittorio Arena, La mente allo specchio; antologia di buddismo Ch’an,
Mondatori, Milano 2003.

SITOGRAFIA

1 - http://www.ercanto.it/comun.htm contenente il testo completo del libro


Comunicazione-Guerriglia. Rigorosamente no-copyright.
2 - http://www.lutherblissett.net/ il famoso e ricco archivio dei Blissett.
3 - http://www.wumingfoundation.com/ la nuova casa dei Wu Ming.
4 - http://www.bap.propagande.org/ sito delle Brigades Antipub parigine, luogo
virtuale d’incontro per decidere le azioni in città e scambiarsi informazioni.
5 - http://www.antipub.net/ ancora un sito di antipubblicità parigino. Belle immagini.
6 - http://www.actionstopub.tk/ altri guerriglieri antipubblicità francesi.
7 - http://www.adbusters.org/home/ gruppo di subvertising statunitense.
8 - http://web.tiscali.it/settanta7/ splendido sito sul movimento del ’77. Ricco di
materiali e ben curato.
9 - http://www.lavorareconlentezza.com/ bel sito del film di Guido Chiesa
sull’esperienza di Radio Alice e in generale il movimento bolognese del ‘77,
veramente ricco di materiale (testi, audio e video) e in continuo aggiornamento.

36
10 - http://www.frigomag.it/ casa virtuale della mitica rivista Frigidaire. Presente
vario materiale visivo e un po’ di archivio.
11 - http://www.noemalab.org/sections/specials/tetcm/2001-02/artmark/main.html
tesi di laurea sul caso ®™ark, interessanti collegamenti.
12 - http://www.guerrigliamarketing.it/ interessante sito miscellaneo.

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ALLEGATO

IL MINISTRO PARLA AL POPOLO

Dramma della Commissione elettorale della Cdu


Adattamento di Sonja Brünzels e Luther Blissett
Esecuzione: Commissione per l'Istruzione Popolare della comunicazione-
guerriglia

Scena

Primi anni Novanta, un venerdì qualsiasi, ore 18.00, da qualche parte in Germania,
sala pubblica di un Municipio. A destra e a sinistra file ininterrotte di finestre. Circa
150 sedie allineate di fronte al palco rialzato, al centro formano un corridoio. Sul
palco un podio con microfono e un tavolo. Dietro al tavolo tre sedie. Sul tavolo una
bottiglietta di acqua minerale gassata. Su un lato del palco addobbi floreali e altre
sedie. Nel passaggio centrale, in fondo alla sala, un microfono sorretto da un'asta, a
disposizione del pubblico.

Distribuzione delle parti

Personaggio principale: il Politico, in questo caso il Ministro Federale della Difesa.


Personaggi secondari: il deputato Cdu del collegio elettorale; il Presidente locale
della Cdu; i garanti della pubblica sicurezza (atletici figuri in borghese preposti
all'incolumità fisica del Ministro. Un paio di tutori dell'ordine in uniforme: in
versione amichevole, senza casco e manganello). Un manipolo di addetti al servizio
d'ordine del circolo locale.

Il pubblico

Membri della Junge Union (14). Sbarbini dai capelli corti in giacca e cravatta.
Notabili cittadini della Cdu. Politici locali in doppiopetto di diversi schieramenti.
Rispettive signore in tailleur. Quattro soldati di leva. Singoli cittadini e cittadine
assetati di notizie. Il solito sedicente fotografo del paese con macchina fotografica

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enorme e servizio d'ordine personale. Un'attraente giovane donna dall'abbigliamento
superchic. Un adolescente, il cui abbigliamento ordinato non s'abbina all'azzardata
acconciatura. Una signora sensibile di mezz'età, che non ne può più.
I coniugi Schulz: Signora Schulz in tailleur, tentativo maldestro di mettere assieme
abiti convenzionali dal sacco degli abiti smessi. Il signor Schulz in completo un po'
logoro con cravatta. Capelli corti, piuttosto tarchiato, con occhiali e sguardo
leggermente collerico.
I coniugi Schmidt: la signora Schmidt in tailleur beige, con taglio di capelli accurato
e delicato make-up. Il signor Schmidt in completo da cresima uscito come nuovo dal
lavasecco, occhiali con montatura in corno.

Il testo originale

Una manifestazione elettorale piuttosto ordinaria. La sala viene aperta. Arrivano gli
spettatori, si salutano, conversano; a poco a poco la sala si riempie. Gli uomini del
servizio d'ordine si aggirano qua e là; la prima fila è riservata. La sala è piena. Attesa,
brusio di fondo. Il Ministro fa il suo ingresso in sala, con lui il Presidente locale e la
deputata. Al loro seguito le guardie del corpo. I primi salgono sul palco e si
accomodano al tavolo, gli altri si siedono sulle sedie lasciate libere nella prima fila.
Cala il silenzio. Gli sguardi sono rivolti in avanti. Il Presidente locale saluta il
pubblico e i notabili e ringrazia il Ministro. Sottolinea la necessità del dialogo coi
cittadini e l'importanza di domande e interventi nel corso della manifestazione. Passa
la parola, lascia il podio al Ministro e va a sedersi dietro al tavolo. Breve applauso. Il
Ministro si dirige verso il podio. Applauso più lungo. A questo punto alcuni
disturbatori alzano la voce e sollevano uno striscione, poi vengono allontanati dalla
sala con discrezione. Quindi parla il Ministro. Dopo tre quarti d'ora giunge alla
conclusione delle sue argomentazioni. Lungo applauso. Il Ministro si siede. Il
Presidente locale ringrazia e chiede se qualcuno ha domande. Dopo l'indugio iniziale
singoli cittadini raggiungono il microfono, superano eventuali difficoltà tecniche con
l'aiuto degli organizzatori e pongono brevi domande. Il Ministro risponde in modo
esauriente e competente. Dopo un'ultra mezz'ora e circa cinque domande prende la
parola la deputata, si dice dispiaciuta che il tempo sia volato così in fretta e si
accomiata dopo aver ringraziato tutti i partecipanti, in particolare il Ministro e gli
ospiti. Tutti lasciano ordinatamente la sala.

Versione riadattata e nuova rappresentazione

Tutto si svolge come al solito: la sala si riempie, i personaggi importanti fanno il loro
ingresso. Circa venticinque persone manifestano ansiosa attesa che però
fortunatamente nessuno nota. Quando il Presidente locale si dirige al podio e in sala
cala il silenzio, una donna tra il pubblico si alza e prende la parola. Lamenta che c'è
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aria viziata in sala: bisognerebbe aprire la finestra. Si alzano voci: smettere di
fumare! (nessuno fuma ...). Un addetto del servizio d'ordine socchiude tutte le
finestre. Applauso di approvazione. Dopo aver sistemato tutto con la soddisfazione
generale, il Presidente locale saluta i presenti e fa l'elogio dello spirito del tempo: "Il
comunismo è giunto alla fine!". Applauso interminabile. Ancora applausi. Quando
infine prende di nuovo la parola con l'intenzione di passarla al Ministro, una Signora
prende il microfono e lamenta che c'è corrente in sala. (Mormorio di approvazione).
Un organizzatore chiude la finestra. Risolto l'intoppo, il Ministro riprende la parola:
la finestra è a posto. Lungo applauso.
Il Ministro ringrazia. Applauso più lungo. Il Ministro ringrazia. Applauso
lunghissimo. Il Ministro non ringrazia. Nessun applauso. Il Ministro inizia il suo
discorso. Di nuovo, un interminabile applauso. Il Ministro è un po' seccato dal fatto
che le sue parole si perdano nell'applauso. Bisognerebbe smettere di battere le mani e
lasciarlo parlare. L'applauso si interrompe. Il Ministro parla delle truppe tedesche.
Nessun applauso.
Qualcosa non va. Ogni volta che qualcuno cerca di esprimere la propria approvazione
con un timido applauso, l'applauso stesso si gonfia. Quando il Ministro si fa
particolarmente prolisso, riceve una rumorosa approvazione, tanto lunga da avere un
effetto irritante e imbarazzante, ma non così lunga da poter essere percepita come un
disturbo intenzionale. Qualcuno del pubblico si lamenta e chiede che si smetta di
applaudire. Non si è mica venuti qui solo per battere le mani, si è venuti per ascoltare.
Dello stesso avviso è anche il Ministro, il cui viso s'allunga lentamente verso il basso.
Le guardie del corpo, al contrario, sorridono compiaciute. Singoli richiami al silenzio
amplificano la confusione. Quando alcuni giovani, nonostante ciò, continuano ad
applaudire, il collerico Signor Schulz perde il controllo e si fa manesco. Il suo vicino
di posto prova a calmarlo con la tattica della pacificazione: "Stai calmo, cretino!
Altrimenti sei proprio tu il disturbatore!". Il Signor Schulz rimane indifferente,
mentre sua moglie riesce a calmarlo. Il Signor Schmidt urla: "Questa è colpa della
televisione!". Solo dopo circa 60 minuti il Ministro riesce a terminare le sue
argomentazioni. L'applauso è decisamente scarso, se ne è avuto abbastanza.
Finalmente inizia il giro delle domande. Dietro al microfono si forma una lunga fila.
Un membro della Junge Union fa una breve domanda sulla responsabilità
dell'esercito. Il Ministro risponde in modo esauriente e competente. Una signora fa
riferimento alle affermazioni del Ministro sul tema crisi. Anche lei ha una teoria sulle
crisi: sostiene che soprattutto in primavera i matrimoni vadano in crisi. Se il Ministro
potesse, in qualità di esperto di crisi, dire qualcosa della sua esperienza a proposito. Il
Ministro cerca di essere spiritoso ma non gli riesce così bene. La giovane signora
superchic si preoccupa del futuro dell'esercito, e propone che i deputati celibi del
Bundestag donino il loro sperma in eccedenza alle banche del seme, per tenere di
scorta future generazioni di soldati. Un organizzatore, furibondo, strappa la signora
dal microfono. La poverina oltre tutto ha un braccio ingessato. Per una robusta
signora del pubblico questo è troppo: prende la ragazza sotto la sua protezione.
Il signor Schmidt salta su con la faccia rosso accesa e inveisce. "È colpa della
televisione! È colpa della televisione! E' colpa della televisione!". Un addetto al
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servizio d'ordine gli chiede impaurito e molto cortesemente di allontanarsi dalla sala.
La signora Schmidt diventa isterica: "Nessuna violenza! Viviamo in una
democrazia!". L'organizzatore lascia perdere e si mette al sicuro. Qualcuno vuole
aprire la finestra. La signora sensibile di mezz'età non riesce a intervenire perché
sviene, ma nessuno ci fa caso. I soldati di leva discutono la situazione dal punto di
vista strategico-militare.
Il Ministro diventa rosso e si lamenta: "Dovete partecipare alla discussione!".
Dichiara che risponderà solo a domande serie. Un giovane dall'aspetto serioso,
nonostante i capelli lunghi, pone una lunga, complicatissima domanda, che consiste
in un'unica frase della durata di un minuto che inizia con "l'allargamento della Nato a
Est", cita almeno 17 stati dell'ex Unione Sovietica che nessuno aveva mai sentito
nominare e culmina con "Russia". Il Ministro ritiene di dover rispondere in modo
esauriente e competente. Per questo fa riferimento a riflessioni importanti e serie, che
meritano di essere considerate. Nessuno ci ha capito niente. Uno sbarbino in
completo e cravatta chiede in modo prolisso e stentato dell'impiego di truppe
tedesche in Somalia. Il Ministro urla: "Basta con queste stupide domande!" e gli
toglie la parola. La Junge Union ha un membro in meno.
Dopo un'ora prende la parola la deputata del Bundestag, e si rammarica del fatto che
disturbatori esterni abbiano rovinato la bella serata ai cordiali indigeni. Il Ministro
lascia ordinatamente la sala accompagnato da slogan e canti. Poi si ritrovano tutti
davanti alla sala per l'appuntamento fotografico con il già noto fotografo del posto.
Nei giorni successivi i giornali riferiscono indignati del danno recato dai giovani
disturbatori alla città e al partito. Le foto documentano chiaramente l'espressione del
Ministro e le didascalie non possono nascondere una certa gioia maligna per la
patetica situazione. La deputata del Bundestag della Cdu protesta con il candidato
della Spd, per il comportamento indegno degli Jusos [giovani socialisti] (e chi altro
può essere stato?), per i loro modi antidemocratici di condurre la campagna elettorale.

Cos'è successo?

Alla base c'è un semplice modello di comunicazione: un 'iniziativa politica


d'informazione funziona se un politico o un esperto riesce a esporre le proprie idee e i
propri programmi, placando la sete d'informazione del cittadino. Da questo punto di
vista il dialogo con il cittadino ha successo se l'informazione viene comunicata, se
l'attesa d'informazione concorda con il corso dell'iniziativa. Ma se osserviamo
entrambe le versioni del dramma si notano molte differenze per quel che riguarda la
trasmissione d'informazione. In entrambi i casi il Ministro può comunicare le proprie
informazioni, anche se nella versione rielaborata il brusio di fondo, il rumore, era
molto più forte. Tuttavia le due versioni si differenziano chiaramente. Per capire in
cosa consiste tale differenza dobbiamo fare riferimento a un'idea di comunicazione

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che non si fissi solo sull'informazione, bensì prenda in considerazione l'intera
situazione comunicativa.
La situazione comunicativa di una manifestazione pubblica è comprensione alla luce
della grammatica culturale, che determina la coreografia della manifestazione e i
ruoli dei partecipanti. Il senso di una manifestazione ritualizzata non va cercato
prevalentemente nella parola detta o nei temi trattati; la questione principale è: chi
può prendere la parola e quando? chi ha il diritto di parlare ed essere ascoltato? La
grammatica culturale regola questa procedura non attraverso l'aperta costrizione,
bensì determinando la disposizione dei posti, dividendo gli spazi e decidendo
l'andamento, dunque attraverso la messinscena e l'ordinamento dello spazio, dei corpi
e del linguaggio. In questo una manifestazione elettorale (simile a una Santa Messa),
indipendentemente dai contenuti, contribuisce a normalizzare i rapporti di forza tra
Esperti/Politici/Preti, da un lato e Cittadini/Popolo/Parrocchiani, dall'altro. Come nel
caso di una Messa, anche in una manifestazione elettorale c'è una liturgia legata ai
singoli dialoghi. Chi l'accetta non si rende conto di non potersi esprimere, se non in
misura estremamente limitata. Proprio perché la grammatica culturale, la liturgia è
uno strumento di potere invisibile, essa agisce in modo particolarmente efficace. Ogni
tentativo di discussione sui contenuti comporta l'avere a che fare con un setting
imposto e un gioco di ruoli già fissato dai rituali dello stato di diritto democratico.
Ovviamente sarebbe ingenuo credere che i politici si lascino influenzare da una
controbattuta qualsiasi. Semmai sfruttano questo ambito per dare maggior peso alla
propria posizione o per mostrare la propria disponibilità al dibattito pluralistico-
democratico-tollerante. Anche la critica più aspra ai contenuti, se espressa nell'ambito
del dialogo con il cittadino, non fa che rafforzare la gerarchia inscritta nella
grammatica culturale.
Per rompere questa situazione, in primo luogo occorre affrontare le forme con cui si
articola e riproduce il potere. Nell'ambito della manifestazione, ai partecipanti è
consentito prendere la parola soltanto per scopi e in momenti prefissati. Possono fare
domande e persino preoccuparsi per la propria salute (nessuno deve patire il freddo o
sopportare il fumo), poiché, in qualità di cittadini adulti e responsabili, da essi
dipende la buona riuscita della serata. Per questo motivo sono autorizzati a esigere
che i disturbatori vengano smascherati e cacciati. Tutti questi ambiti sono tuttavia
pensati solo come scena secondaria, al centro dell'attenzione deve esserci l'esperto o
il politico di turno. Un tale struttura si manifesta già nella disposizione dei posti a
sedere, rivolti in direzione dell'illustre oratore. Quando si introduce una
comunicazione tra gli ascoltatori, ciò si scontra con la struttura della comunicazione
data e agisce automaticamente come disturbo.
Quando gli elementi scenici secondari si spostano al centro dell'attenzione, l'iniziativa
inizia a vacillare; quando i partecipanti stimolati dai promotori ben vestiti, sono più
impegnati a guardarsi attorno e a criticare il comportamento degli altri partecipanti,
piuttosto che ascoltare l'ospite di spicco. Tutti i tentativi di quella parte di pubblico
seriamente interessata a ripristinare l'ordine, diventano a loro volta elementi di
disturbo. Contromanifestanti palesemente riconoscibili non potrebbero riscrivere il
dramma, se non in condizioni decisamente favorevoli, poiché il ruolo di coloro che
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protestano è già previsto dalla versione originale insieme alle corrispondenti
contromisure. Al contrario nella versione originale non compaiono cittadini
politicamente attivi che diventano involontariamente disturbatori che recitano nella
pièce messa in scena dai loro avversari politici. Più il potere, rappresentato dalle
figure delle forze dell'ordine e dell'ospite-star, fatica a distinguere tra disturbatori veri
e falsi, tanto più aumenta il caos. Anche i partecipanti realmente interessati si trovano
nella condizione di dover fare qualcosa, anche se le possibili alternative appaiano
tutte fuori luogo: possono ad esempio prendere parte in qualità di persone civili alla
discussione fittizia sulla finestra aperta o chiusa e, con questo, scompigliare la
manifestazione o diventare autoritari ed esigere che i disturbatori vengano cacciati
fuori. Il modello del servizio d'ordine di sala prevede che l'interno debba essere
protetto dall'esterno, cioè "noi" dai "facinorosi", Le cose, tuttavia, si complicano
quando non è possibile distinguere chiaramente l'uno dall'altro, il dentro degli
interessati a una buona riuscita dell'iniziativa e il fuori dei disturbatori sovversivi.
Il gioco dello spostamento dell'attenzione dal podio alla sala segue due fini:
impedisce l'effettivo svolgimento ordinato della manifestazione e palesa un dissenso,
non tanto sul piano dei temi dati dall'organizzazione, bensì su quello della
grammatica culturale. Disturbando l'ordine del discorso, impadronendosi della
parola, alterando la parola legittimamente concessa in un non-senso o disturbando
con rumori, rende l'ordine visibile (qualcosa non è giusto) ed esprime
contemporaneamente una dura critica. Invece di organizzare una propria
manifestazione, nella quale criticare le funzioni della grammatica culturale come
mezzo di riproduzione di strutture di potere, i guerriglieri della comunicazione
utilizzano un contesto già dato come palcoscenico per la rappresentazione metaforica
e concreta del loro obiettivo. Come la grammatica culturale funziona attraverso la
propria invisibilità, così i successi di una simile tattica, quando si verifica una
situazione del genere, rimangono inespressi. È evidente che qualcosa non torna o non
ha funzionato bene, ma questa circostanza non viene necessariamente dibattuta o
rappresentata nei media. Lo spostamento si mostra soprattutto nel contesto specifico
ai partecipanti. Non agisce su un terreno teorico, bensì su un piano inarticolato,
principalmente emotivo. Ciò riguarda tanto i guerriglieri della comunicazione quanto
il pubblico della manifestazione. Questa tecnica di intervento dà la possibilità ai
partecipanti di vedere con occhi momentaneamente diversi l'evento manifestazione
elettorale. In altre occasioni potranno ricordarsi di questo punto di vista, anche se lo
spostamento non è stato accompagnato da spiegazioni razionali.

Dal libro Comunicazione-Guerriglia di Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja


Brünzels, edizioni Derive Approdi, Roma 2001.

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