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Cenni di Storia del Pensiero Politico

Liberale e Democratico
(modulo 393)

Alessandro Arienzo
Universit di Napoli Federico II

Ultima revisione 4 Marzo 2008

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A. Arienzo Cenni di Storia del Pensiero Politico

Presentazione del modulo


Con la fine del socialismo reale in tutti i paesi dellEuropa dellEst, democrazia e liberalismo si
sono affermate come le teorie pi importanti della nostra et contemporanea. La democrazia oggi
ritenuta la migliore forma di governo possibile, mentre il liberalismo considerato una dottrina
capace di offrire un quadro solido di principi e di valori a tutela dellindividuo e delle sue libert. Le
democrazie contemporanee sono, in effetti, democrazie liberali. Eppure, quella che oggi pu
apparirci oggi come una naturale relazione storica e concettuale costituisce uninnovazione
relativamente recente e per nulla scontata. Infatti, tanto la democrazia quanto il liberalismo hanno
una storia lunga e complessa ed hanno assunto, nei loro diversi momenti storici, forme e significati
molteplici. A ben guardare, la teoria democratica cos come quella liberale racchiudono una
pluralit di dottrine e percorsi teorici non solo molto differenti, ma talvolta finanche conflittuali.
Il modulo si propone, allora, di ricostruire i nodi teorici principali, oltre che i pi significativi
percorsi storici, delle tradizioni politiche democratica e liberale, ponendo unattenzione specifica
alle relazioni che nei secoli si sono andate instaurando tra queste due dottrine. Nella prima parte del
modulo (UD1) si propongono quelle categorie di partenza e quel quadro concettuale di base che
permettono di definire in via preliminare democrazia e liberalismo. Nella parte centrale del modulo
(UD2-6) sintende ricostruire gli svolgimenti principali delle dottrine democratiche e liberali
attraverso eventi e autori di particolare rilievo. Infine, il modulo si propone di offrire gli elementi
pi importanti del contemporaneo dibattito sulla democrazia e sul liberalismo nel contesto delle
trasformazioni prodotte da quellinsieme di fenomeni definiti come globalizzazione (UD7).

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Guida al modulo

Scopo del modulo


Scopo generale del modulo quello di delineare le caratteristiche principali delle teorie democratica
e liberale nei loro nuclei concettuali, nel loro complesso rapporto, cos come in alcune tappe
storiche essenziali fino a giungere ai dibattiti contemporanei sulla democrazia liberale.

Lista degli obiettivi

UD 1 - Democrazia e libert degli antichi e dei moderni


Obiettivo di questa unit didattica saper delineare un quadro concettuale di base che permetta di
affrontare con gli strumenti analitici adeguati unanalisi storica e teorica delle dottrine del
liberalismo e della democrazia.
Sottoobiettivo: saper definire democrazia e liberalismo.
Sottoobiettivo: descrivere le caratteristiche del modello democratico dellantichit
classica.
Sottoobiettivo: descrivere le caratteristiche del modello democratico rappresentativo
moderno in opposizione alla democrazia classica.
Sottoobiettivo: descrivere le radici teoriche della dottrina liberale.
Sottoobiettivo: saper analizzare il rapporto tra liberalismo e teorie dei diritti naturali.
Sottoobiettivo: descrivere le radici teoriche della dottrina liberale.

UD 2 - Le radici democratiche e liberali in prima et moderna


Obiettivo di questa unit didattica acquisire gli elementi concettuali fondamentali del dibattito
seicentesco sui diritti, sulla sovranit, sulla rappresentazione politica e la divisione dei poteri.
Sottoobiettivo: saper chiarire la distinzione medievale tra jurisdictio e gubernaculum e la
sua rilevanza per il dibattito politico di prima et moderna.
Sottoobiettivo: saper presentare gli elementi storici di base del contrasto tra Parlamento e
Corona nellInghilterra del Seicento.

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Sottoobiettivo: saper presentare il pensiero di Thomas Hobbes alla luce della importanza
che assume il tema della rappresentazione politica.
Sottoobiettivo: saper presentare gli elementi di base del liberalismo lockeano.
Sottoobiettivo: individuare le caratteristiche fondamentali del modello democratico
radicale di Spinoza.
Sottoobiettivo: ricostruire i lineamenti generali della riflessione di Montesquieu in
particolare sul tema della divisione dei poteri.

UD 3 - Lesperienza della Republic statunitense e lutilitarismo


Obiettivo di questa unit didattica saper ricostruire i nodi teorici e storici della Republic
statunitense e indagare le origini del rapporto tra democrazia rappresentativa, liberalismo,
utilitarismo e pensiero economico.
Sottoobiettivo: conoscere gli eventi salienti e i tratti teorici principali dellesperienza
rivoluzionaria statunitense.
Sottoobiettivo: saper presentare alcuni elementi teorici rilevanti presenti nel Federalist,
in particolare quello del governo rappresentativo e del limite al potere legislativo.
Sottoobiettivo: saper presentare le linee danalisi critica del sistema democratico
statunitense offerte da Alexis de Tocqueville.
Sottoobiettivo: indagare i tratti principali dellutilitarismo benthamiano e il suo rapporto
col pensiero democratico.
Sottoobiettivo: indagare le origini del rapporto tra riflessione economica e liberalismo.

UD 4 - Democrazia diretta e gouvernement representatif nella Francia rivoluzionaria


Obiettivo di questa unit didattica saper ricostruire i tratti salienti della riflessione costituzionale
francese nei decenni rivoluzionari, in particolare in merito al contrasto tra democrazia
rappresentativa e democrazia diretta.
Sottoobiettivo: saper presentare gli elementi di base della riflessione roussouiana sulla
democrazia.
Sottoobiettivo: saper presentare gli elementi di base della riflessione costituzionale di
Emmanuel Sieys.
Sottoobiettivo: saper ricostruire i passaggi principali dellesperienza rivoluzionaria
francese.

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Sottoobiettivo: saper presentare gli elementi di base della riflessione di Benjamin


Constant sulla democrazia degli antichi e dei moderni.

UD 5 - Temi e autori del pensiero democratico ottocentesco


Obiettivo di questa unit didattica indagare alcuni temi e autori rilevanti del complesso dibattito
ottocentesco sulla democrazia e i suoi rapporti col liberalismo.
Sottoobiettivo: saper presentare le linee generali della riflessione di John Stuart Mill su
democrazia e libert.
Sottoobiettivo: analizzare i tratti distintivi della repubblica democratica di Giuseppe
Mazzini.
Sottoobiettivo: discutere il carattere democratico e radicale delle esperienze
rivoluzionarie europee nel 1848, in particolare della Comune di Parigi.
Sottoobiettivo: mettere in evidenza limportanza per il pensiero democratico delle
esperienze associazioniste ottocentesche.
Sottoobiettivo: saper ricostruire i tratti salienti la riflessione di John Dewey su
democrazia, educazione e libert.

UD 6 - Liberalismo e democrazia novecenteschi


Obiettivo di questa unit didattica saper ricostruire alcuni tratti di rilievo delle riflessioni su
democrazia e liberalismo del Novecento.
Sottoobiettivo: saper presentare i caratteri fondamentali della riflessione giuridicopolitica di Hans Kelsen sulla democrazia.
Sottoobiettivo: saper ricostruire i tratti fondamentali della critica schmittiana a
democrazia e liberalismo.
Sottoobiettivo: saper ricostruire la democrazia procedurale e di mercato di Joseph A.
Schumpeter.
Sottoobiettivo: saper presentare i tratti distintivi del liberalismo e del razionalismo di
Karl Popper.
Sottoobiettivo: saper presentare le riflessioni di Benedetto Croce e Luigi Einaudi su
liberalismo ed economia.

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UD 7 - Il dibattito politico contemporaneo tra libert, democrazia e giustizia


Obiettivo di questa unit didattica saper ricostruire i temi principali dellattuale dibattito sulla
democrazia liberale.
Sottoobiettivo: saper presentare le caratteristiche dei modelli di democrazia individuati
da David Held.
Sottoobiettivo: definire le caratteristiche principali della democrazia poliarchica secondo
Robert A. Dahl.
Sottoobiettivo: comprendere quei dilemmi che, nellanalisi di Robert A. Dahl,
fronteggia la democrazia pluralista.
Sottoobiettivo: saper ricostruire i tratti della teoria della giustizia di John Rawls.
Sottoobiettivo: saper illustrare la democrazia non occidentale secondo Amartya Sen.

Contenuti del modulo


Il modulo composto da:
1. il testo delle unit didattiche;
2. schede e voci di approfondimento:
- contrattualismo
- de Tocqueville, Alexis
- giusnaturalismo
- liberismo

Attivit richieste
Lettura e studio dei materiali che compongono il modulo. Svolgimento degli esercizi.

Materiale facoltativo di approfondimento


Lettura di alcune pagine tratte dai seguenti moduli:
- m00374 [Storia del pensiero politico moderno]: 3.1, 5.5, 6.2, 6.4, 6.5
- m00394 [Le idee del marxismo, del socialismo e del comunismo dal 1843 in poi]: 2.4

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Lettura di voci di approfondimento:


- Mazzini, Giuseppe

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Indice delle unit didattiche

UD 1 - Democrazia e libert degli antichi e dei moderni


In questa unit didattica sono ricostruiti i tratti della democrazia classica cos da distinguerla, dal
punto di vista storico e concettuale, dalle sue realizzazioni in et moderna e contemporanea. A
partire dal tema della libert politica, affrontata la questione dei rapporti tra liberalismo,
democrazia e le dottrine diverse del giusnaturalismo e del costituzionalismo. Approfondiremo anche
il tema dellindividualismo cos come si presenta nelle dottrine liberali e democratiche per
segnalarne i punti di convergenza ma anche quelli di distinzione.
1.1 - Democrazia e liberalismo: due definizioni introduttive
1.2 - I caratteri della democrazia greca
1.3 - La democrazia dei moderni e il governo rappresentativo
1.4 - Le radici della dottrina liberale
1.5 - Liberalismo, contrattualismo e giusnaturalismo
1.6 - Lindividualismo liberale e democratico

UD 2 - Le radici democratiche e liberali in prima et moderna


In questa unit didattica sono introdotti autori ed eventi storici di rilievo nello sviluppo seicentesco
di temi di riflessione e di lotta politica che, nei secoli successivi, costituiranno un bagaglio di teorie
ed esperienze fondamentali per lo sviluppo delle teorie democratiche e liberali. A partire dalla
distinzione medievale tra jurisdictio e gubernaculum introdurremo i conflitti che hanno segnato il
Seicento inglese tra prerogative sovrane e diritti del Parlamento. Introdurremo quindi la riflessione
hobbesiana sul governo rappresentativo, e i temi di matrice liberale presenti nella riflessione
lockeana. Infine, analizzeremo la prospettiva democratica che attraversa la riflessione filosofico
politica di Spinoza.
2.1 - Jurisdictio e gubernaculum
2.2 - I conflitti tra la Corona e il Parlamento nel Seicento inglese
2.3 - Thomas Hobbes e il tema della rappresentazione politica
2.4 - Elementi liberali in John Locke
2.5 - Moltitudine e democrazia in Spinoza
2.6 - Montesquieu e la divisione dei poteri
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UD 3 - Lesperienza della Republic statunitense e lutilitarismo


La grande sintesi repubblicana di liberalismo e democrazia si compie in America, dove la
coniugazione di libert civili e politiche sembra essere favorita da condizioni sociali particolarmente
ospitali. Gli eventi sul continente americano mostrano la capacit del modello rappresentativo di
mediare tra il momento delle libert civili e quello delle libert politiche. E sar al paradigma di
governo rappresentativo che la corrente democratica del liberalismo europeo verr orientandosi nei
due secoli a venire.
3.1 - La Republic americana
3.2 - Il Federalist
3.3 - Alexis de Tocqueville e la democrazia in America
3.4 - La democrazia protettiva di Jeremy Bentham e lutilitarismo
3.5 - Liberalismo ed economia: la nascita del liberismo economico

UD 4 - Democrazia diretta e gouvernement representatif nella Francia rivoluzionaria


Attraverso la rielaborazione illuministica, nella Rivoluzione del 1789 confluiscono i motivi di
avversione allassolutismo monarchico suggeriti tanto dallesperienza francese, quanto dalla storia
costituzionale inglese e infine dallesperienza rivoluzionaria americana: la sovranit popolare, il
diritto di resistenza contro il tiranno, la difesa della propriet privata e i diritti di libert individuali,
leguaglianza politica e sociale, la partecipazione delle masse alla vita pubblica. Gli esiti politici e
istituzionali prefigurati dalla teoria democratica dellepoca sono differenti: la democrazia diretta
esprime la sovranit popolare nei moduli del mandato imperativo, il governo rappresentativo
prefigura invece un sistema elettivo che si affianca alla indipendenza di mandato dei rappresentanti
eletti. In gioco ci sono visioni diverse del popolo e concezioni diverse delleguaglianza.
4.1 - La democrazia in Jean Jacques Rousseau
4.2 - Emmanuel Sieys: il Terzo Stato e la separazione funzionale dei poteri
4.3 - La Rivoluzione democratica francese (1789-1795)
4.4 - Benjamin Constant e la libert dei moderni

UD 5 - Temi e autori del pensiero democratico ottocentesco


La riflessione politica e filosofica ottocentesca su liberalismo e democrazia si svolge in un contesto
di profondi mutamenti e di accesi e drammatici conflitti sociali e politici. Se negli Stati Uniti la
riflessione politica assume i caratteri dellindagine sulla natura pluralista della democrazia
rappresentativa, gli eventi rivoluzionari europei pongono al centro del pensiero democratico e
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liberale la questione sociale. La democrazia mostra la sua natura associativa e si pone come modello
per la gestione della vita associata tra gli uomini.
5.1 - John Stuart Mill, libert e governo rappresentativo
5.2 - La repubblica democratica di Mazzini
5.3 - Le rivoluzioni del 1848 e la democrazia radicale della Comune di Parigi
5.4 - Associazionismo e democrazia
5.5 - John Dewey: liberalismo, pluralismo, educazione

UD 6 - Liberalismo e democrazia novecenteschi


Il dibattito sul liberalismo e la democrazia nel Novecento fortemente condizionato dallaffermarsi
dei totalitarismi e dalla pressante questione sociale; per contro la riflessione di Popper richiama alla
necessit di vedere affermata una societ aperta e razionale. Le categorie di democrazia e
liberalismo nel confronto tra i giuristi Hans Kelsen e Carl Schmitt vengono invece interrogate alla
ricerca di una loro configurazione autonoma, a fronte delle critiche nazionaliste e socialiste. In
termini profondamente diversi Schumpeter tenta di definire la democrazia come un processo di
costruzione di lite di decisori attraverso i percorsi di uno specifico mercato politico. In Italia,
liberalismo e liberismo assumono, quindi, configurazioni differenti nella riflessione di Benedetto
Croce e di Luigi Einaudi.
6.1 - Essenza e valori della democrazia secondo Hans Kelsen
6.2 - Identit e rappresentanza in Carl Schmitt
6.3 - Joseph A. Schumpeter e il mercato politico
6.4 - Liberalismo e razionalismo scientifico in Karl Popper
6.5 - Il liberalismo italiano nel dopoguerra: Benedetto Croce e Luigi Einaudi

UD 7 - Il dibattito politico contemporaneo tra libert, democrazia e giustizia


Lattuale dibattito sulla democrazia in realt un dibattito sulla democrazia liberale. Se David Held
e Robert Dahl promuovono una riflessione politologica e comparativa sui modelli di democrazia per
individuarne i limiti, le contraddizioni e le prospettive, John Rawls tenta di ampliare la
concettualizzazione liberale ad una nuova teoria della giustizia di tipo distributivo che accolga le
richieste di maggiore giustizia sociale prodotte dalle contraddizioni dello sviluppo economico.
Infine, Amartya Sen sottolinea come la democrazia, lungi dallessere una invenzione occidentale,
rappresenta un patrimonio desperienze comuni a tutta lumanit.
7.1 - David Held: modelli di democrazia

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7.2 - Robert A. Dahl e la democrazia poliarchia


7.3 - Dahl: i dilemmi della democrazia pluralista
7.4 - John Rawls: democrazia, libert e giustizia
7.5 - Amartya Sen e la democrazia degli altri

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UD 1 - Democrazia e libert degli antichi e dei moderni


In questa unit didattica sono ricostruiti i tratti della democrazia classica cos da distinguerla, dal
punto di vista storico e concettuale, dalle sue realizzazioni in et moderna e contemporanea. A
partire dal tema della libert politica, affrontata la questione dei rapporti tra liberalismo,
democrazia e le dottrine diverse del giusnaturalismo e del costituzionalismo. Approfondiremo anche
il tema dellindividualismo cos come si presenta nelle dottrine liberali e democratiche per
segnalarne i punti di convergenza ma anche quelli di distinzione.
1.1 - Democrazia e liberalismo: due definizioni introduttive
1.2 - I caratteri della democrazia greca
1.3 - La democrazia dei moderni e il governo rappresentativo
1.4 - Le radici della dottrina liberale
1.5 - Liberalismo, contrattualismo e giusnaturalismo
1.6 - Lindividualismo liberale e democratico

1.1 - Democrazia e liberalismo: definizioni introduttive


Sebbene siano spesso associate, democrazia e liberalismo sono dottrine tra loro profondamente
diverse. La democrazia costituisce essenzialmente una forma di governo, una modalit di esercizio
del potere politico da parte del popolo. Lespressione greca demokrata, infatti, associa i termini
di demos (popolo) e di krtos (dominio) per significare una forma di governo in cui il popolo, o
i molti, esercita il potere. Essa si distingue, quindi, dalla monarchia, nella quale il potere esercitato
da uno, e dallaristocrazia, nella quale il potere esercitato dai pochi. A questa tripartizione i
classici greci associavano usualmente anche una distinzione tra le equivalenti delle forme
degenerate di governo che rappresentavano lesercizio di un potere non diretto al bene comune
esercitato da uno (tirannia), da pochi (oligarchia) o dai molti (oclocrazia). I princpi sui quali ruota
la teoria democratica possono essere sintetizzati in: lisonomia - luguaglianza dei cittadini a fronte
della legge - e lautogoverno, inteso come il potere di dare norme a se stessi e di non ubbidire ad
altre norme che a quelle date a se stessi.
Il liberalismo non invece una teoria finalizzata a definire una determinata forma di governo, ma
una teoria che pone la libert a fondamento dellazione politica e aspira a definire quei criteri che
possano dirigere di conseguenza lagire politico. Nelle dottrine liberali la libert intesa
prevalentemente come libert individuale a fronte dellesercizio del potere politico, e come libert
negativa, ossia come una condizione di assenza di interferenze (libert da). Presupposto del
liberalismo quindi lattribuzione a tutti gli uomini, per natura, e quindi indipendentemente dalla
loro volont e dalle circostanze sociali nelle quali essi si trovano, di alcuni diritti fondamentali
quali: il diritto alla vita, alla propriet, alla sicurezza, alla libert di coscienza. Il detentore del
potere, tanto in economia quanto in politica, deve garantire questi diritti astenendosi da ogni
interferenza o impedendo qualsiasi interferenza altrui nel loro godimento.

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opportuno precisare, tuttavia, che le donne sono state escluse per moltissimo tempo sia dalla
riflessione democratica che da quella liberale classica, entrando a far parte di tali orizzonti teorici
solo a cavallo tra il Settecento e lOttocento.

1.2 - I caratteri della democrazia greca


Un utile punto di partenza per delineare i tratti della democrazia classica la realt politica e
istituzionale della Grecia antica, dal VII al V secolo a.C., fino, cio, allet di Pericle. La
democrazia viene esaltata come quella forma di governo capace di impegnare nella guida della citt,
attraverso gli incarichi pubblici, solamente i migliori e garantisce ai cittadini due diritti
fondamentali: lisegoria, intesa come luguaglianza di tutti i cittadini nel diritto di parola
nellassemblea; lisonomia, intesa come uguaglianza da parte della legge che nasce dall'uguaglianza
di natura o di nascita. Gli incarichi politici erano retribuiti e ai cittadini era garantito leguale diritto
di voto e leguale diritto di accesso alle cariche pubbliche. Questi diritti non valevano, per, per tutti
poich la partecipazione diretta alla vita politica era permessa solo ai cittadini maschi adulti che non
fossero schiavi e solo a questi era associata la piena libert. Nei sistemi democratici greco e romano
la libert un concetto politico che non pu essere pensato al di fuori della cittadinanza poich
luomo libero nella polis, non dalla polis. Non vi quindi unidea di libert individuale posta
come limite allesercizio del potere politico pubblico e anche il forte senso del bene generale non
pensato in contraddizione con gli obiettivi o interessi personali dei cittadini.

Pericle

La democrazia ateniese rappresentava, quindi, una forma di autogoverno nella quale tutti i cittadini
potevano partecipare alla formazione della decisione (legge) e alla sua esecuzione (attraverso
organismi distinti). Possiamo considerare questo modello come un modello di democrazia diretta
la cui linea storica ideale non scompare e che in epoca moderna prosegue attraverso listituto del
mandato imperativo: una procedura attraverso cui le cariche politiche sono attribuite per tempi
limitati su oggetti precisi e sono revocabili. Le esperienze dei gruppi rivoluzionari inglesi del
Seicento, la riflessione di Rousseau, la Comune di Parigi e le esperienze consiliariste del Novecento
ne sono un esempio.

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1.3 - La democrazia dei moderni e il governo rappresentativo


Alle soglie della cosiddetta modernit, un termine col quale si indica generalmente un arco
storico che a partire dal Cinquecento segna i processi di costruzione dello Stato moderno,
assistiamo a due trasformazioni importanti per la teoria democratica:
1. La democrazia come forma di buon governo scompare a partire dallopera del giurista francese
Jean Bodin (1529-1596; vedi il modulo Storia del pensiero politico moderno, 3.1). Nei Sei Libri
sullo Stato egli distingue tra tat (Stato) e Gouvernement (Governo) sulla base dellanalisi
della categoria di sovranit, categoria con la quale egli intende quel potere assoluto e perpetuo che
regge lorganizzazione politica. Punto centrale la distinzione tra il titolare della sovranit, da cui
dipende la forma dello Stato, e lesercizio di essa, che pi propriamente il governo. Lo Stato,
pertanto, deve essere descritto sia in base alla forma di governo, sia tenendo conto di chi, e come,
esercita il potere sovrano. Sono quindi possibili unautorit politica monarchica che si esercita in
modo oligarchico, cos come una repubblica in cui lesercizio del governo attribuito ad un singolo.
Nel pensiero bodiniano il problema del buon governo si trasforma, quindi, a partire dalla
distinzione tra la sfera della legge, nella quale riposa il potere sovrano, e quella del governo dove si
attua lesercizio della sovranit.
2. La seconda trasformazione relativa alla lenta scomparsa di un riferimento ad un modello di
democrazia pura, per lasciare posto ad una forma particolare di governo rappresentativo. Il punto
centrale che la democrazia diretta, espressione originaria del modello ateniese, acquista nel tempo
caratteristiche particolari che ne favoriscono la trasformazione in senso elettivo. La democrazia
comincia a caratterizzarsi come un sistema di selezione dei governatori scelti non per prerogative
pre-esistenti di tipo naturale, o secondo la pratica del sorteggio, ma eletti dai cittadini in base ai loro
meriti e alle loro capacit. Viene a configurarsi, quindi, un modello di governo democratico che
trover la sua esplicita espressione, nel Settecento, come governo rappresentativo. In questo
modello a cambiare non il titolare del potere politico (il sovrano), che resta il popolo, ma le
modalit attraverso cui esso esercita questo potere.

1.4 - Le radici della dottrina liberale


A differenza della forma di governo democratica, che una dottrina antica, la teoria dello Stato
liberale sostanzialmente moderna. Tuttavia, le matrici teoriche alle quali possibile far risalire le
dottrine liberali sono molteplici e hanno radici nei processi di lenta costruzione di una cultura
politica pienamente moderna.
In primo luogo il liberalismo ha una matrice cristiana dalla quale emerge una concezione peculiare
della libert al cui centro vi lindividuo, irriducibile non solamente alle passioni, al peccato e alla
morte ma anche, in quanto soggetto morale, anche alla presa dellautorit politica. Proprio a
garanzia della libert e dei diritti ad esso connessi si teorizza lirriducibilit al potere politico degli
individui intesi come soggetti morali. Una seconda matrice invece repubblicana. Nel quadro delle
dottrine del repubblicanesimo classico, le leggi facevano da uniche garanti alla libert, e queste
leggi non potevano che provenire dal popolo. La contrapposizione tra monarchia e repubblica
assumeva le vesti di una contrapposizione tra i diritti e le libert del popolo e le prerogative del
monarca. Vi , infine, la matrice giuridica del costituzionalismo. Con il termine costituzionalismo si
intende la riflessione intorno ad alcuni principi giuridici che consentono ad una costituzione di
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assicurare il migliore ordine politico attraverso la limitazione dei poteri di governo. In tal senso, se
il liberalismo la filosofia delle libert civili e politiche, il costituzionalismo la ricerca delle
garanzie istituzionali di quelle libert.
Lassunto fondamentale della concezione liberale che il governo pu interferire nei diritti
individuali solo quando sia in grado di giustificare la sua azione facendo riferimento ad una legge
generale, che quindi regoli un numero indeterminato di casi futuri. La legge deve quindi avere un
carattere di generalit e astrattezza; essere, cio, una regola che non menziona casi o persone
particolari. Peraltro, la sua applicazione non pu essere affidata agli stessi organi che la stabiliscono
ma solo a un potere giudiziario indipendente e separato.

1.5 - Liberalismo, contrattualismo e giusnaturalismo


Tra i presupposti filosofici dello Stato liberale vi la dottrina dei diritti delluomo elaborata dal
giusnaturalismo (scuola del diritto naturale, vedi la voce giusnaturalismo) secondo la quale gli
uomini hanno per natura alcuni diritti fondamentali che i detentori del potere non devono invadere e
devono proteggere dalla minaccia altrui. Per giusnaturalismo si intende, quindi, una dottrina per cui
esistono leggi non poste dalla volont umana, e dunque precedenti a qualunque societ e quindi
naturali, dalle quali derivano diritti e doveri che sono anchessi naturali. Con lespressione
contrattualismo (vedi la voce contrattualismo) sintende, invece una dottrina politica che vede
lorigine della societ e il fondamento del potere politico in un contratto, e cio in un accordo tacito
o espresso fra pi individui. Con questo accordo si esce da uno stato di natura per dare vita ad uno
stato sociale e politico.
Giusnaturalismo e contrattualismo sono tradizioni che hanno concorso a condurre il pensiero
politico moderno allapprodo liberale. Le idee che lesercizio del potere sia legittimo soltanto se
fondato sul consenso dei governati e che esso sia il risultato di un contratto derivano dal
presupposto dellesistenza di diritti individuali che non dipendono dal sovrano.
Il giusnaturalismo ha contribuito allaffermazione dellidea di diritti naturali anteriori alla
costituzione di una societ politica.
Il contrattualismo ha invece promosso la nascita dellidea di patto dunione che lega - attraverso
diritti e doveri reciproci - gli individui portatori di diritti e lautorit pubblica.
A partire dallidea dellorigine artificiale dello Stato viene stabilendosi quel limite, che proprio del
patto di unione tra gli individui e di soggezione al potere politico comune, che vincola lo Stato al
compito di garantire ai cittadini la fruizione dei diritti naturali. Da vincolo si sviluppa, quindi, tutta
la teoria politica del liberalismo come una teoria che stabilisce i principi in base ai quali lo Stato
non deve interferire con il libero e autonomo svolgersi delle vite degli individui.

1.6 - Lindividualismo liberale e democratico


Contrattualismo e giusnaturalismo sono quindi legati da una concezione individualistica della
societ; una societ che non pi fatto naturale ma un corpo artificiale, totalmente dipendente dagli
individui che lhanno costituito e finalizzata al soddisfacimento dei bisogni privati e allesercizio
dei diritti individuali. Il problema dello Stato viene cos visto dalla parte dei sudditi e non pi da
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quella del sovrano; senza questo spostamento non sarebbe stata possibile lelaborazione di una
dottrina liberale.
Il nesso reciproco tra la teoria democratica moderna e il liberalismo reso possibile proprio dalla
comunanza del punto di partenza: lindividuo e il complesso di diritti di cui questo individuo deve
godere. Lindividualismo, sia quello liberale che democratico, una dottrina moderna che considera
lo Stato come il prodotto dellattivit degli individui e dei rapporti che essi stabiliscono tra loro.
Tuttavia lindividuo del pensiero liberale non necessariamente lo stesso individuo della teoria
democratica. Il principio individualistico che guida le dottrine liberali quello della sostanziale
autonomia del singolo a fronte delle necessit della vita associata. In quanto espressioni di una
filosofia pratica, le dottrine liberali ritengono che i rapporti sociali fra gli uomini siano il risultato di
una naturale propensione allo scambio degli individui. Compito dellautorit politica, allora,
tutelare e favorire questi scambi limitando al massimo la propria interferenza.
Nelle dottrine democratiche, lindividuo invece il cittadino che esercita il proprio diritto di
partecipazione alla vita politica e che deve essere congiunto ad altri uomini affinch la societ sia
ricomposta politicamente come unassociazione di individui liberi. La democrazia esalta soprattutto
la capacit di superare lisolamento individuale attraverso strumenti istituzionali finalizzati al
costituirsi di un potere comune non tirannico.

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UD 2 - Le radici democratiche e liberali in prima et moderna


In questa unit didattica sono introdotti autori ed eventi storici di rilievo nello sviluppo seicentesco
di temi di riflessione e di lotta politica che, nei secoli successivi, costituiranno un bagaglio di teorie
ed esperienze fondamentali per lo sviluppo delle teorie democratiche e liberali. A partire dalla
distinzione medievale tra jurisdictio e gubernaculum introdurremo i conflitti che hanno segnato il
Seicento inglese tra prerogative sovrane e diritti del Parlamento. Introdurremo quindi la riflessione
hobbesiana sul governo rappresentativo, e i temi di matrice liberale presenti nella riflessione
lockeana. Infine, analizzeremo la prospettiva democratica che attraversa la riflessione filosofico
politica di Spinoza.
2.1 - Jurisdictio e gubernaculum
2.2 - I conflitti tra la Corona e il Parlamento nel Seicento inglese
2.3 - Thomas Hobbes e il tema della rappresentazione politica
2.4 - Elementi liberali in John Locke
2.5 - Moltitudine e democrazia in Spinoza
2.6 - Montesquieu e la divisione dei poteri

2.1 - Jurisdictio e gubernaculum


Da un punto di vista storico, alle origini del tema della limitazione allesercizio del potere dello
Stato vi il contrasto tra Cinque e Seicento tra le spinte al rafforzamento del potere monarchico e i
tentativi dei parlamenti di trasformarsi da corti di giustizia in istituti rappresentativi della nazione.
In questo contrasto, e particolarmente nei dibattiti che si svolgono in Francia e Inghilterra, i temi
della limitazione del potere sovrano e della divisione delle funzioni di governo assumono un rilievo
particolare.
Un utile punto di partenza per affrontare questi passaggi la distinzione tra jurisdictio e
gubernaculum presente nellopera di Henry de Bracton (1210-1268), giurista inglese del XIII
secolo. Attraverso questa distinzione, egli indicava come al re inglese spettasse lesercizio di due
diversi e distinti poteri: il gubernaculum e la jurisdictio. Il primo costituito dallinsieme dei poteri
discrezionali e insindacabili finalizzati a mantenere la pace. In questa sfera il re assoluto pur
rimanendo vincolato alla sua funzione di amministratore della giustizia. Nella sfera della jurisdictio
il re invece tenuto ad agire secondo la legge e le consuetudini del paese perch solo la legge pu
definire i diritti del suddito.
Questa distinzione particolarmente importante perch definisce due sfere di attivit del potere
politico il cui equilibrio fondamentale sia per la garanzia dei diritti dei cittadini, sia per il governo
di uno Stato. Nel corso del Seicento inglese i contrasti tra Parlamento e Corona sulle prerogative del
monarca, sommati ad altri importanti fattori di natura religiosa, sociale ed economica, sfociarono in
importanti rivoluzioni che lentamente trasformarono la monarchia inglese in un sistema politico
parlamentare nel quale il gubernaculum era sotto il controllo delle camere. Di qui prende avvio un
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lungo processo che porta alla nascita del cosiddetto modello Westminster - dal nome del
Parlamento britannico - nel quale il potere esecutivo controllato e sottoposto al potere legislativo
parlamentare.

2.2 - I conflitti tra la Corona e il Parlamento nel Seicento inglese


Nel corso del Seicento lInghilterra attraversata da un profondo contrasto tra Corona e Parlamento
in ragione del passaggio da un potere monarchico organizzato intorno allidea del king in
parliament - ossia allidea che il pieno esercizio della sovranit politica nel re quando presiede le
camere - ai tentativi di costruzione di un governo di tipo assoluto o amministrativo. Il tentativo
di Giacomo I Stuart di fondare il potere regale su un diritto divino al comando, nonch limportanza
crescente assunta del Parlamento, sono le linee entro le quali si svolge il conflitto tra le camere e la
Corona. Con gli Stuart, infatti, le prerogative del sovrano tendono a trasformarsi in una pi ampia
prerogativa assoluta riconducibile alla sola volont del re. Attraverso una serie di conflitti
costituzionali i monarchi Stuart tenteranno di legittimare lesercizio di un potere assoluto mettendo
in discussione i diritti fondamentali e le consuetudini dei sudditi inglesi.
Nel corso di questi conflitti, alla difesa parlamentare delle tradizionali libert del regno, cos come
erano stabilite da una serie di documenti (il pi importante dei quali la Magna Charta Libertatum
del 1215), si affianca la crescente richiesta da parte della Camera bassa di un potere di controllo
sulloperato della Corona e di un potere legislativo da esercitare co-ordinatamente con il re. Il
conflitto tra Parlamento e Corona sfocer nella prima Rivoluzione inglese del 1642. Solo nel 1660 i
sovrani Stuart torneranno sul trono inglese fino a quando una seconda rivoluzione, nel 1688,
attribuir il trono inglese a Guglielmo dOrange vincolando il suo governo al crescente potere di
controllo delle camere. Da tutti questi eventi, emergono con forza alcuni temi centrali per i
successivi sviluppi del pensiero liberale e democratico: la sovranit parlamentare, i limiti al potere
del sovrano e i diritti individuali, il ruolo legislativo degli organi rappresentativi del regno sui quali
torneremo nelle prossime unit didattiche.

2.3 - Thomas Hobbes e il tema della rappresentazione politica


Nella realt complessa e profondamente conflittuale dellInghilterra del tempo, Thomas Hobbes
(1588-1679; vedi il modulo Storia del pensiero politico moderno, 5.5) sostenne che solo un potere
sovrano poteva assicurare lordine ad una societ conflittuale. Nella sua opera pi conosciuta, Il
Leviatano (1651), Hobbes si impegna a definire i tratti di quel Dio mortale che rappresentato
dallo Stato. Esso costituisce un potere comune, una forza impersonale la cui fondazione passa
attraverso la rinuncia delluomo al proprio diritto ad ogni cosa (jus in omnia) e la cessione di una
parte del proprio potere naturale (quello che concerne il diritto di governare se stessi) ad unautorit
che assume su di s lincarico di gestirlo.
Il sovrano per Hobbes una persona artificiale, persona ficta, che agisce in nome di coloro i quali,
mediante unautorizzazione che proviene dal patto stipulato, gli hanno affidato il loro potere
naturale. Per Hobbes lo strumento attraverso il quale gli uomini esprimono sia la rinuncia al loro
diritto a tutte le cose, sia laffidamento di una parte del proprio potere naturale il contratto. Esso
assume una duplice declinazione: come pactum subiectionis, ossia la procedura attraverso cui gli
individui decidono di sottomettersi al sovrano, come pactum societatis, ossia come laccordo

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mediante il quale gli individui simpegnano tra loro a redigere un patto che dia origine alla societ
civile.

Non est potestam super terram quae comparetur, 1651, frontespizio del Leviathan

La teoria hobbesiana della rappresentanza costituisce un momento fondamentale di sviluppo di quel


principio rappresentativo che segna la distanza profonda tra le dottrine politiche classiche e quelle
moderne. La riflessione di Hobbes sui meccanismi che portano gli individui ad autorizzare
unautorit sovrana che agisce poi come persona ficta esprime il processo che permette la
rappresentazione politica ed unitaria del corpo multiforme degli individui.

2.4 - Elementi liberali in John Locke


Nella sua opera, particolarmente nel Secondo Trattato sul Governo (1690), il filosofo inglese John
Locke (1632-1704; vedi il modulo Storia del pensiero politico moderno, 6.2) riprende limpianto
giusnaturalista e contrattualista hobbesiano introducendovi, per, alcune significative novit. Lo
stato di natura, infatti, si differenzia in due punti decisivi da quello hobbesiano poich:
a. in esso l'individuo non possiede un diritto su tutto ma tre diritti naturali specifici (alla vita, alla
libert e alla propriet) che sono limitati dagli eguali diritti degli altri;
b. lo stato di natura non una condizione nella quale tutti hanno diritto su tutto, ma una condizione
in cui ciascuno segue i dettami di una legge naturale che si fonda sulla ragione.
Questo stato di natura sebbene pacifico rimane precario e incerto, di qui la necessit di dare vita per
mezzo del patto ad una societ civile. Per Locke, come per Hobbes, alla base del processo di
legittimazione dello Stato ci sono i soggetti; questi istituiscono il potere legislativo che essendo il
potere supremo della societ politica rimane nelle mani in cui la comunit lha collocato.
Nel pensiero politico di Locke prendono avvio argomentazioni che richiamano tanto i principi del
moderno costituzionalismo quanto quelli del liberalismo:
1. Il riconoscimento della necessit della separazione del potere legislativo dal potere esecutivo in
ragione delle funzioni di ciascuno di essi.
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2. Il tema della propriet, che rappresenta lesercizio di un potere naturale e configura un diritto
naturale che luomo esercita gi nello stato di natura. Peraltro, Locke afferma che i diritti di
propriet su un oggetto che non ha possessore nascono quando qualcuno aggiunge ad esso il proprio
lavoro. A partire da questa riflessione, la dottrina liberale si arricchisce di una teoria della giustizia
relativa allacquisizione e al trasferimento dei beni.
3. In Locke troviamo gli elementi essenziali di una teoria della libert negativa, intesa come
assenza di impedimenti.
4. Nel Saggio sulla Tolleranza (1667) Locke afferma con forza lesigenza di limitare il diritto
dintervento del magistrato pubblico nelle questioni religiose ai soli casi in cui sia in gioco la
salvaguardia della societ. C quindi una sfera dellinteriorit inaccessibile al magistrato civile e
una sfera dellesteriorit, sottoposta invece alla sua autorit.

2.5 - Moltitudine e democrazia in Spinoza


Anche nel filosofo olandese Baruch Spinoza (1632-1677) il fondamento dellorganizzazione sociale
in un patto tra gli uomini ed in un successivo contratto fra una moltitudine, che delega lesercizio
del potere politico, ed un istituto delegato a rappresentare il potere sovrano. In Spinoza, tuttavia,
lorigine della societ coincide con lorigine dellautorit: la sovranit, che ha origine dalla
moltitudine viene, infatti, trasmessa direttamente a colui che esercita il potere sovrano.
La democrazia, in Spinoza, la forma di organizzazione sociale naturale perch la pi ragionevole
e libera, e costituisce il governo del popolo esercitato dal popolo. Se societ, Stato e governo
formano ununit inscindibile, la democrazia lunione di tutti gli uomini, che ha collegialmente
pieno diritto a tutto ci che in suo potere (Trattato teologico-politico, XI, 3). A questa autorit
politica non possibile opporsi con azioni, valendo un imperativo pratico allobbedienza assoluta.
Attraverso il regime democratico Spinoza intende organizzare il potere di tutti attraverso unautorit
sovrana collettiva che sia espressione di tutto il popolo. Leguaglianza dei cittadini garantita dalla
legge e sulla legge si fonda il ricorso al criterio maggioritario come quella regola che permette di
attribuire lesercizio dellautorit e del potere di decisione al maggior numero possibile di individui
concordi su determinate questioni. La differenza tra democrazia e aristocrazia allora nel fatto che
nella aristocrazia il diritto al governo appartiene solo a chi stato eletto o cooptato dal corpo degli
aristoi, mentre nella democrazia appartiene indistintamente a ogni cittadino.
Infine, cos come in Locke, anche in Spinoza la libert di pensiero e di parola costituisce il nucleo di
unistanza di tolleranza avanzata per la soluzione pacifica dei conflitti religiosi e per ledificazione
di un moderno sistema politico. La compresenza di una riflessione sulla democrazia e lassunzione
di principi di libert e tolleranza fanno di Spinoza uno degli autori pi significativi nella storia del
rapporto tra teorie democratiche e liberali.

2.6 - Montesquieu e la divisione dei poteri


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Charles Louis de Secondat de Montesquieu (1689-1755; vedi il modulo Storia del pensiero politico
moderno, 6.4), accademico di Francia, nellopera lo Spirito delle Leggi (1748) contrappone alla
classica tripartizione aristotelica delle forme di governo fondata sul principio quantitativo (tutti,
pochi, uno) una tripartizione qualititativa, che pone il problema di come il potere viene esercitato
dal governo. Qualsiasi forma di governo pu scadere in una forma dispotica quando non sia
rispettata una corretta divisione tra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario poich non vi
libert se il potere giudiziario non separato dal potere legislativo e da quello esecutivo. E se il
potere legislativo e quello esecutivo sono legati in uno stesso organo, qualunque forma di governo
pu fare leggi tiranniche per attuarle tirannicamente (Libro XI, VIII, p. 293).
Montesquieu assegna quindi una funzione di bilanciamento sia al principio della separazione dei
poteri, sia ai corpi intermedi (i ceti, le corporazioni, le municipalit) che mediano fra lindividuo e
lo Stato. Un governo che rispetti il principio della separazione dei poteri un governo
costituzionale. Pur favorevole alla monarchia costituzionale di tipo liberale, Montesquieu delinea i
tratti di un governo repubblicano e democratico fondato sulla virt e regolato da una eguaglianza
non estrema. Infatti, nel suo testo egli esamina in maniera approfondita la forma repubblicana, sia
nella sua forma oligarchica quando il potere nelle mani dei nobili, sia in quella democratica
quando il popolo ad essere sovrano ed eserciti questa sovranit attraverso i suffragi che ne
esprimono la volont.
Montesquieu per convinto che gli sviluppi delleconomia non siano conciliabili con lo spirito
antimercantile della repubblica democratica, improntata alla frugalit e alleguaglianza. Peraltro, la
repubblica democratica necessita, per potersi realizzare compiutamente, di Stati piccoli nelle
dimensioni che non potrebbero reggere al confronto con le monarchie territoriali se non, forse,
unendosi tra loro in un patto federativo.

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UD 3 - Lesperienza della Republic statunitense e lutilitarismo


La grande sintesi repubblicana di liberalismo e democrazia si compie in America, dove la
coniugazione di libert civili e politiche sembra essere favorita da condizioni sociali particolarmente
ospitali. Gli eventi sul continente americano mostrano la capacit del modello rappresentativo di
mediare tra il momento delle libert civili e quello delle libert politiche. E sar al paradigma di
governo rappresentativo che la corrente democratica del liberalismo europeo verr orientandosi nei
due secoli a venire.
3.1 - La Republic americana
3.2 - Il Federalist
3.3 - Alexis de Tocqueville e la democrazia in America
3.4 - La democrazia protettiva di Jeremy Bentham e lutilitarismo
3.5 - Liberalismo ed economia: la nascita del liberismo economico

3.1 - La Republic americana


Alla base dellesperienza rivoluzionaria americana vi la lotta dei coloni americani contro
loppressione della madrepatria inglese, ma anche laspirazione a edificare una nazione pi giusta e
libera. Motivazioni religiose e tensioni ideali si associano quindi ad una condizione di soggezione
nella quale i costi fiscali ed amministrativi dellappartenenza allimpero britannico non si
associavano a diritti politici e civili. Alla base del principio no taxation without representation,
che in una prima fase ispira il processo rivoluzionario, c il richiamo ai principi della common law
inglese nellinterpretazione che ne avevano dato autori come Edward Coke (1552-1634) e pi
ancora John Locke. Una lettura che ne accentuava quella dimensione costituzionale che sar la base
della costruzione della repubblica democratica statunitense.
Nella Dichiarazione dindipendenza redatta da Thomas Jefferson (1743-1826) e rivista da Benjamin
Franklin (1706-1790) e John Adams (1735-1826) nel 1776 confluiscono le idee del giusnaturalismo
protestante, dellilluminismo, dellutilitarismo e vengono affermate lesistenza di inalienabili diritti
naturali come la vita e la libert, la sovranit popolare, leguaglianza di diritto, il perseguimento
della felicit. Questi principi trovano unarticolazione istituzionale nella Costituzione approvata nel
1787 con la quale la vita e i diritti dei membri vengono garantiti dalleccessivo potere dello Stato
anche quando questo sia rappresentato da un Parlamento eletto dal popolo. In essa oltre a quelle del
costituzionalismo, il principio della limitazione del potere assume anche la forma di checks and
balances che separano e bilanciano i poteri del governo in diversi dipartimenti autonomi ma
interdipendenti e concorrenti. La sovranit viene ripartita su pi livelli sulla base di un patto
federativo tra Stati che assegna al governo federale la politica estera e le politiche di coordinamento
finanziario ed economico e quelle sociali, ai singoli Stati le politiche amministrative e i principali
ambiti della politica interna.

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Howard Chandler Christie, Scene at the signing of the Constitution of the United States, 1940, olio su tela, United States
Capitol, Washington D.C.

3.2 - Il Federalist
Il Federalist un testo fondamentale per la storia del pensiero politico e per la storia istituzionale e
costituzionale al cui centro c la difesa della Costituzione approvata nel 1787 e lorganizzazione
federale degli Stati che componevano la nascente nazione nord americana. Il volume raccoglie gli
interventi pubblicati su alcuni giornali dello Stato di New York sotto lo pseudonimo di Publicus da
Alexander Hamilton (1755-1804), James Madison (1751-1836) e John Jay (1745-1829). Nel
Federalist sottolineata limportanza di un processo costituente capace di stabilire un buon governo
sulla base della riflessione e della discussione politica e di scelte consapevoli e volontarie basate su
principi generali condivisi. Questi principi affermano la necessit di garantire i diritti individuali, e
tra essi la propriet, e di limitare e contenere lesercizio del potere politico dandogli tuttavia una
forma conveniente per renderne efficace lesercizio.
La democrazia rappresentativa, che in questi autori chiamata Republic in opposizione al modello
della democrazia pura (o diretta), esprime una duplice funzione di contenimento: da un lato deve
prevenire laffermazione di un potere dispotico; dallaltro lato, deve prevenire lesercizio di un
potere tirannico da parte del popolo o di una maggioranza. Questo appare evidente nellarticolo 10,
uno tra i pi importanti del Federalist - stilato da Madison - dove si discutono i limiti del governo
popolare e si sottolinea limportanza del governo repubblicano per contenere il ruolo distruttivo
delle fazioni.
Anche per quanto riguarda il tema della limitazione del potere il Federalist assume un valore
innovativo poich per i suoi autori il potere che pi di ogni altro necessita di essere frenato e
contenuto non lesecutivo ma il legislativo, perch tende ovunque ad estendere la sua sfera di
attivit incamerando tutti gli altri poteri nel suo vortice impetuoso (Federalist, art. 48). Poich la
semplice separazione tra i poteri non sufficiente a garantire il loro efficace equilibrio, gli autori
affermano la necessit di una corte suprema che svolga un'opera di controllo costituzionale delle
leggi, e di controllo sugli equilibri tra i dipartimenti dello Stato.

3.3 - Alexis de Tocqueville e la democrazia in America


Lopera di Tocqueville (1808-1859; vedi la voce de Tocqueville, Alexis) si colloca allinterno della
contrapposizione dellepoca tra liberali e democratici. Con un approccio fortemente analitico e
scientifico, nel testo La Democrazia in America (1835) Tocqueville analizza la democrazia, intesa
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come eguaglianza delle condizioni, in un quadro danalisi sociologica e politica, a partire da quanto
avveniva nella giovane repubblica democratica statunitense.

Alexis de Tocqueville

Sebbene leguaglianza delle condizioni non significhi negli Stati Uniti la scomparsa delle differenze
e delle enormi disparit sociali, la passione egualitaria che domina gli americani si riflette in tutti gli
aspetti dellesistenza individuale e collettiva. Tocqueville analizza sia gli aspetti positivi che quelli
negativi del modello politico americano che, se da un lato proclama lassolutezza della sovranit
popolare, in modo che da questa ne derivi ogni potere, dallaltro lato esplica questa sovranit
attraverso un principio di maggioranza che rischia di diventare assoluto. Tanto da spogliare tutti gli
uomini dei loro diritti ed esercitare una nuova forma di tirannia favorita, peraltro, dal rapido
processo di affermazione di un individualismo estremo.
Tocqueville ritiene quello della tirannide della maggioranza il rischio pi grave che corre la
repubblica democratica statunitense. Un rischio, tuttavia, temperato da alcune caratteristiche. La
prima data dalla natura della democrazia in America che rappresenta un modo dorganizzazione
socio-politica pi che un valore, come lo la libert. Le tutele costituzionali, le forti autonomie
municipali ed il ruolo importante giocato dallassociazionismo sopperiscono allassenza di quei
corpi intermedi che nel sistema politico dancien regime svolgevano un opera di mediazione tra lo
Stato e lindividuo. Infine, un ruolo cruciale svolto dalla religione che, separata dalla sfera statale
e inserita in un contesto pluralista, promuove comunque lo sviluppo di valori morali e spirituali.

3.4 - La democrazia protettiva di Jeremy Bentham e lutilitarismo


Una delle matrici filosofiche che caratterizzeranno con forza il pensiero democratico angloamericano, anche nei secoli successivi, lutilitarismo, il cui fondatore linglese Jeremy Bentham
(1748-1832).
Con il termine utilitarismo possiamo intendere un indirizzo del pensiero politico, etico ed
economico che pone al centro lutile a misura del giusto e dellingiusto, Nella Introduzione ai
principi della morale e della legislazione (1780), Bentham afferma che la natura ha posto
lumanit sotto il governo di due padroni sovrani, il dolore e il piacere. Spetta a essi soltanto
mostrare che cosa dobbiamo fare, come anche determinare che cosa faremo (Bentham 1998:, cap.
I). Sulla base di questa convinzione egli afferma che il retto e appropriato fine del governo di una
qualsiasi societ politica deve essere la massima felicit di tutti gli individui che la compongono, o
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comunque la massima felicit del maggior numero dei suoi componenti. La forma di governo che
pu garantire il raggiungimento di questo scopo la democrazia rappresentativa e parlamentare
basata su elezioni periodiche ed un suffragio censitario e maschile a voto segreto.
Il governo deve perseguire la felicit del massimo numero dei suoi cittadini, e Bentham tenta di
individuare gli indici di calcolo di questa felicit attraverso un sistema complesso e farraginoso
col quale misurare intensit, durata, certezza dei piaceri individuali. Pi significativi sono invece lo
sforzo di riforma dei codici giuridici e la proposta di una riforma penale basata sul Panopticon,
una complessa struttura carceraria che, permettendo alle guardie di osservare i prigionieri senza
essere a loro volta osservati, tentava di dare vita ad un istituto penale efficiente e moralizzatore. Per
questo continuo sforzo di vedere garantite la massima felicit individuale e collettiva, anche
attraverso lopera moralizzante e disciplinante delle istituzioni dello Stato, la sua teoria democratica
viene descritta come protettiva.

3.5 - Liberalismo ed economia: la nascita del liberismo economico


Nei decenni finali del XVIII secolo in Inghilterra si consolidano gli effetti della rivoluzione
industriale e prende corpo un inedito intreccio tra pensiero politico e pensiero economico. Dalla
pubblicazione dellopera di Adam Smith, La Ricchezza delle Nazioni (1776), ai Principi di
economia politica e tassazione di David Ricardo (1817), il sostanziale ottimismo nella capacit di
sviluppo delleconomia inglese spinge anche la riflessione politica a sposare la causa del libero
scorrere del commercio e delle ricchezze (vedi la scheda liberismo).
Adam Smith (1723-1790) afferma che il valore economico creato dal lavoro e dallindustria e che
dalla trasformazione del lavoro in merce che si produce la ricchezza nazionale. Il libero scorrere
degli egoismi imprenditoriali permette il prodursi spontaneo di un buon ordine economico che
favorisce linteresse collettivo. Lo Stato deve quindi limitarsi a garantire col suo operato la difesa
del paese, lordine interno, la giustizia e leducazione.
Thomas Robert Malthus (1766-1834) metteva invece in evidenza come le dinamiche demografiche
e le risorse limitate per la sussistenza di tutti rendessero povert e miseria ineliminabili.
Questultima ipotesi portava con s lidea che lo Stato non potesse in alcun modo migliorare
sensibilmente la condizione dei pi poveri e che sarebbe stato inutile e controproducente una
politica di contenimento della povert o di aumento dei profitti e dei salari.
Pur restando ferma la fiducia sulla virt equilibratrice del libero mercato in David Ricardo (17721823) troviamo una visione dellevoluzione del sistema economico pi dubbiosa e pessimistica.
Egli convinto che il sistema economico sia periodicamente condizionato da fasi di crisi prodotte
dallabbassamento tendenziale del profitto ricavabile dalla produzione e dallo scambio di merci.
A partire dalla seconda met del Settecento, la riflessione liberale incrocia quindi una certa
riflessione economica promuovendo lallargamento del diritto di propriet al diritto di libera
impresa e la limitazione del controllo delleconomia allintervento dello Stato.

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UD 4 - Democrazia diretta e gouvernement representatif nella Francia rivoluzionaria


Attraverso la rielaborazione illuministica, nella Rivoluzione del 1789 confluiscono i motivi di
avversione allassolutismo monarchico suggeriti tanto dallesperienza francese, quanto dalla storia
costituzionale inglese e infine dallesperienza rivoluzionaria americana: la sovranit popolare, il
diritto di resistenza contro il tiranno, la difesa della propriet privata e i diritti di libert individuali,
leguaglianza politica e sociale, la partecipazione delle masse alla vita pubblica. Gli esiti politici e
istituzionali prefigurati dalla teoria democratica dellepoca sono differenti: la democrazia diretta
esprime la sovranit popolare nei moduli del mandato imperativo, il governo rappresentativo
prefigura invece un sistema elettivo che si affianca alla indipendenza di mandato dei rappresentanti
eletti. In gioco ci sono visioni diverse del popolo e concezioni diverse delleguaglianza.
4.1 - La democrazia in Jean Jacques Rousseau
4.2 - Emmanuel Sieys: il Terzo Stato e la separazione funzionale dei poteri
4.3 - La Rivoluzione democratica francese (1789-1795)
4.4 - Benjamin Constant e la libert dei moderni

4.1 - La democrazia in Jean Jacques Rousseau


Nel Contratto Sociale (1762) Jean Jacques Rousseau (1712-1778; vedi il modulo Storia del
pensiero politico moderno, 6.5) affronta il tema di quale forma di Stato possa realizzare una
democrazia repubblicana intesa come quella forma politica capace di realizzare la volont del
popolo. In essa lassociazione tra uomini liberi ed eguali permette, attraverso un contratto sociale,
lalienazione dei diritti di ciascuno a favore di tutta la comunit. Grazie a ci, ai singoli contraenti il
patto succede una persona pubblica (lo Stato sovrano) formata dallunione di tutte le persone
private. Gli associati prendono invece il nome, collettivamente, di popolo e individualmente di
cittadini. La volont generale, con il suo patto sociale, stabilisce tra i cittadini leguaglianza e d
allo Stato un potere assoluto su tutti i suoi organi. In Rousseau la sovranit non quindi altro che
lesercizio di una volont generale che tende naturalmente verso leguaglianza. Questa volont
generale non la volont di tutti ma una volont unitaria che guarda soltanto allinteresse comune.
Questa distinzione la chiave della differenza tra un governo democratico inteso come
deliberazione maggioritaria dei cittadini, e uno Stato democratico inteso come espressione
dellutilit pubblica. Nel primo caso la volont di tutti si manifesta come laccordo tra interessi e
come volont della maggioranza; la volont generale, invece, in quanto espressione della volont
del popolo, unitaria e giusta e tende sempre allutilit pubblica.
Il governo democratico non altro che lamministrazione della cosa pubblica tenuta da semplici
funzionari che esercitano il loro potere quali delegati della sovranit. In una repubblica democratica,
quindi, i depositari del potere esecutivo non sono i padroni del popolo, ma i suoi funzionari, e il
popolo pu assumerli e destituirli quando meglio crede (Rousseau, 1996, Libro III:168).
questultimo principio, quello del mandato imperativo, che colloca la riflessione di Rousseau in una
posizione di assoluto rilievo nellalveo della tradizione politica della democrazia diretta.

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4.2 - Emmanuel Sieys: il Terzo Stato e la separazione funzionale dei poteri


Emmanuel Joseph Sieys, abate di Chartres, non solo il principale rappresentante della tradizione
costituzionalista francese-rivoluzionaria, ma anche tra i maggiori ispiratori della tradizione
liberale francese. Sieys giustificava la necessit di un ordine politico nuovo per la Francia
dellepoca sulla base del pieno riconoscimento del Terzo Stato. Nel suo importante testo Che cos
il Terzo Stato? (1789), labate distingueva tra linsieme di tutti i francesi, che chiamava societ
civile o nazione, al quale attribuito un potere di creazione e di legittimazione di un ordine politico
nuovo (potere costituente) e lorganizzazione politica francese, lo Stato, titolare dei poteri costituiti.
La nazione si costruisce anteriormente allo Stato in base agli interessi dei consociati; lo Stato nasce
quindi limitato, al fine di permettere il perseguimento degli interessi dei consociati.
Sieys stringe tra loro interesse personale e interesse collettivo e li inscrive nello spazio della
rappresentanza secondo modalit che sono opposte a quelle di Rousseau. Non solo linteresse
individuale non pericoloso per linteresse comune, ma interesse comune e interesse individuale
rappresentano due lati della stessa costruzione. Il meccanismo rappresentativo ed elettivo quello
strumento che permette lequilibrio tra interesse personale e interesse collettivo. In questo quadro
non vi pu essere spazio per i corpi intermedi cui invece Montesquieu aveva dato un ruolo
importante.
Opponendosi al modello bicamerale che proveniva dallesperienza inglese e al modello del
bilanciamento dei poteri che era al centro del sistema democratico statunitense, Sieys riteneva per
che il sistema migliore per limitare il potere dello Stato fosse un sistema della regola (systme du
concours) centrato sulla separazione funzionale tra i poteri e sul controllo di costituzionalit delle
leggi. La limitazione del potere deve essere affidata ad una norma superiore che ne fissa i titolari e
gli ambiti di esercizio.

4.3 - La rivoluzione democratica francese (1789-1795)


I principi democratici elaborati da Rousseau sembrarono per un breve tempo potersi realizzare negli
eventi rivoluzionari francesi tra il 1789 e il 1795 per essere definitivamente sconfitti da un modello
democratico di tipo rappresentativo che faceva invece propri i principi di Montesquieu, ma anche
dellabate Emmanuell Joseph Sieyes (1748-1836), modello che resse in Francia fino
allaffermazione di Napoleone.
La rottura rivoluzionaria si ebbe nel 1789 quando i rappresentanti del popolo, proclamatisi
assemblea nazionale, stilarono una Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino. Nei suoi
primi articoli essa afferma che la democrazia quella forma di governo nella quale gli uomini sono
liberi ed eguali nei diritti e le distinzioni sociali sono fondate sullutilit comune. In essa i
cittadini conservano i diritti naturali e imprescrittibili delluomo quali la libert, la propriet, la
sicurezza e la resistenza alloppressione. Si affermava, quindi, che in uno Stato democratico il
principio di sovranit non risiede nel monarca ma nella nazione.

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Jean-Pierre Houl, Prise della Bastille, 1789, acquerello, 37,8 x 50,5 cm., Bibliothque Nationale de France

Con lapprovazione della successiva Costituzione del 1791 ci si trov per innanzi a una palese
contraddizione poich se i principi della Dichiarazione rispondevano alle caratteristiche della
repubblica democratica, la nuova Costituzione favoriva un governo monarchico costituzionale. La
distinzione teorica tra questi due modelli, che pure non erano inconciliabili, fin per rappresentare
nella pratica il contrasto tra un governo favorevole ai ceti benestanti (aiss) e un governo aperto a
tutti (peuple) e portatore di istanze deguaglianza sociale.
Questo modello democratico venne per definitivamente sconfitto dalla nuova e definitiva
Costituzione del 1795 la quale, affidando il potere esecutivo ad un Direttorio, dava vita ad un
modello democratico rappresentativo nella quale il diritto di voto, e il titolo di cittadini, erano
attribuiti solo agli uomini capaci di firmare. Il legislativo era affidato invece ad un sistema
bicamerale che, secondo il modello della separazione dei poteri del Montesquieu, doveva essere
bilanciato dal Direttorio.

4.4 - Benjamin Constant e la libert dei moderni


Benjamin Constant (1767-1830) forse lautore pi significativo per intendere i rapporti tra
democrazia e liberalismo. Nella sua importante opera La libert degli antichi paragonata a quella
dei moderni (1818) troviamo la suggestiva formulazione della contrapposizione tra libert degli
antichi (libert positiva) e libert dei moderni (libert negativa). La libert politica era la grande
invenzione degli antichi mentre la libert individuale era la vera libert moderna. Se la libert
degli antichi, riformulata per nelle procedure del governo rappresentativo, era la garanzia
indispensabile della libert dei moderni, solo la combinazione di entrambe poteva garantire
lefficace limitazione del potere.
I due aspetti forse pi degni di nota del discorso di Constant sono la critica della confusione tra le
due specie di libert, quella negativa intesa come assenza di interferenza e quella positiva intesa
come eguaglianza sociale e sostanziale, ma anche la valutazione della modernit del principio di
rappresentanza. In Constant, il sistema rappresentativo non altro che unorganizzazione attraverso
la quale una nazione affida ad alcuni ci che essa non pu fare da s. Essa rappresenta quindi una
procedura, un mandato, che non pregiudica il principio della sovranit popolare ma evita che esso
possa divenire espressione di un nuovo dispotismo.
Al centro della riflessione di Constant vi per il principio della limitazione del potere. Infatti il
problema dei moderni, a differenza degli antichi, non tanto la distribuzione del potere statale nella
societ, quanto la sua limitazione a salvaguardia delle libert dei singoli e delle comunit. Facendo
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coincidere la possibilit della libert (almeno quale i moderni la intendono) con il rispetto di quella
sfera dellesistenza individuale che rimane di diritto al di fuori di ogni competenza sociale (inclusa
quella delle leggi) Constant fissa quello che alcuni ritengono il paradigma di ci che, dora in poi, si
chiamer liberalismo.

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UD 5 - Temi e autori del pensiero democratico ottocentesco


La riflessione politica e filosofica ottocentesca su liberalismo e democrazia si svolge in un contesto
di profondi mutamenti e di accesi e drammatici conflitti sociali e politici. Se negli Stati Uniti la
riflessione politica assume i caratteri dellindagine sulla natura pluralista della democrazia
rappresentativa, gli eventi rivoluzionari europei pongono al centro del pensiero democratico e
liberale la questione sociale. La democrazia mostra la sua natura associativa e si pone come modello
per la gestione della vita associata tra gli uomini.
5.1 - John Stuart Mill, libert e governo rappresentativo
5.2 - La repubblica democratica di Mazzini
5.3 - Le rivoluzioni del 1848 e la democrazia radicale della Comune di Parigi
5.4 - Associazionismo e democrazia
5.5 - John Dewey: liberalismo, pluralismo, educazione

5.1 - John Stuart Mill, libert e governo rappresentativo


John Stuart Mill (1806-1873) uno dei teorici politici pi importanti sia per il pensiero liberale che
per quello democratico, tanto da poter essere ritenuto forse il maggiore esponente del liberalismo
democratico ottocentesco di stampo utilitarista. Lutilitarismo di Mill per improntato alla
convinzione che la felicit costituisca la prova di qualsiasi regola di condotta e il fine stesso della
vita. Tuttavia, egli attribuisce una dimensione pubblica al criterio del piacere recuperando i temi
della simpatia e della benevolenza provenienti dalla riflessione fatta dai moralisti scozzesi di
fine Settecento. Nel saggio Sulla libert (1859), egli scrive di considerare lutilit il criterio ultimo
in tutte le questioni etiche; ma deve trattarsi dellutilit nel suo senso pi ampio, fondato sugli
interessi permanenti delluomo in quanto essere progressivo (Mill 1997: 31). Proprio per
recuperare questa dimensione sociale di un utilitarismo ampio, la riflessione milliana si apre alle
tematiche di giustizia sociale provenienti dalle riflessioni pi radicali del pensiero democratico
dellepoca.
Rappresentativa di questa apertura, la dottrina della libert che troviamo esposta nel saggio del
1859 nel quale vengono sottolineati i rischi del conformismo della nascente societ di massa
sebbene la libert di unirsi per qualsiasi scopo che non sia di danno agli altri sia per Mill una delle
caratteristiche necessarie della libert degli individui.
Mill un fautore del modello democratico rappresentativo che espone nel saggio del 1861, le
Considerazioni sul governo rappresentativo, ed un estimatore del ruolo delle aristocrazie fondate
sul merito e sulla competenza, pertanto egli teorizza un sistema democratico-rappresentativo
bicamerale, con una Camera bassa eletta secondo un principio proporzionale cos da meglio
rappresentare la volont del popolo, e una Camera alta non elettiva che raccolga le migliori
competenze legislative e di governo della nazione.

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5.2 - La repubblica democratica di Mazzini


Giuseppe Mazzini (1805-1827; vedi la voce Mazzini, Giuseppe) tra i principali esponenti delle
lotte per lindipendenza e lunit dItalia. La sua opera di pensatore politico e di militante
improntata alla realizzazione di una repubblica intesa come governo sociale retto dalle leggi; un
governo che si fonda sul binomio di nazione e popolo. La repubblica per Mazzini una necessit
storica, frutto del progresso civile della societ europea. La democrazia intesa da Mazzini come
una condizione di eguaglianza di diritti politici che si accompagna al suffragio universale e alla
costruzione di un sistema europeo di Stati repubblicani.
Di assoluto rilievo su questi temi sono i Pensieri sulla democrazia in Europa, una raccolta di
discorsi pubblicati tra lagosto del 1846 e laprile del 1847 nel Peoples Journal londinese. Nel
secondo di questi discorsi Mazzini sottolinea la natura strumentale delle libert che non possono
rimanere centrate esclusivamente sullindividuo. Se cos fosse lo Stato sarebbe condannato ad
esercitare una mera funzione di polizia finalizzata ad assicurare a ogni individuo lesercizio dei suoi
diritti contro ogni violenza.
Larrivo in Inghilterra di Mazzini signific anche il passaggio nel suo pensiero da un pi generico
repubblicanesimo popolare fondato sullunit di pensiero e azione, ad una pi articolata
proposta democratico-rappresentativa e sociale. In particolare su questultimo aspetto, pur
rigettando le contemporanee letture socialiste e comuniste che legavano la questione democratica e
le lotte per una maggiore giustizia sociale al conflitto tra le classi (vedi il modulo Le idee del
marxismo, del socialismo e del comunismo dal 1843 in poi, 2.4), Mazzini raccoglie il problema di
una maggiore eguaglianza sociale subordinandolo, tuttavia, alla soluzione del problema politico
posto dalla dipendenza della penisola italiana. Solo in uno Stato autonomo, indipendente e
pienamente repubblicano possibile affrontare i problemi posti dalle ineguaglianze sociali e
costruire una democrazia europea di tipo confederale.

5.3 - Le rivoluzioni del 1848 e la democrazia radicale della Comune di Parigi


Le rivoluzioni che scoppiarono nel 1848 sono il frutto di una crescente spinta democratica che
attravers tutti i paesi europei. La concomitanza degli eventi rivoluzionari in Francia, Austria,
Ungheria, Italia, Germania, Polonia e Svizzera mostrano la sensibilit comune e la maturit
raggiunta dalle idee di libert ed eguaglianza. Certamente nei diversi contesti nazionali, i moti
assunsero caratteristiche e progettualit politiche differenti: dalla lotta per lindipendenza nazionale
allaffermazione di libert costituzionali per giungere alle pi radicali rivendicazioni politiche e
sociali. Al centro dei processi di lotta venne collocato il popolo come soggetto politico autonomo
e innovatore, sebbene dietro questa categoria si individuassero di volta in volta forze sociali e
politiche diverse. Il dibattito sui temi della democrazia, della libert e della giustizia sociale assunse
una dimensione europea e vide la partecipazione consapevole ed attiva delle classi pi povere al
fianco degli intellettuali: nessuno poteva negare che le rivoluzioni fossero avvenimenti popolari, e
questi avvenimenti popolari diedero forza alla mentalit democratica (Mastellone, 2004: 84).
Lesperienza per molti versi pi significativa quella espressa dalla Comune di Parigi quando la
capitale francese si proclam autonoma e si diede un'organizzazione municipalista e fortemente
egualitaria. Lesperienza della Comune sar stroncata nel sangue mostrando, tuttavia, che esisteva
una forza popolare; questa forza popolare era desiderio di vivere pi democraticamente. Come ha
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scritto il filosofo Alain Badiou, con la sconfitta della Comune di Parigi - e con la conseguente
affermazione del modello democratico-rappresentativo sullipotesi democratico-radicale - che
comincia let delloro del cittadino inteso come la forma moderna della soggettivazione
politica (Badiou, 2003: 16). La forma, in altre parole, attraverso cui gli individui entrano nello
spazio astratto della politica rappresentativa come soggetti ed oggetti del potere dello Stato.

Comit de Salut Public, poster, 1871

5.4 - Associazionismo e democrazia


Dopo gli avvenimenti del 1848, prima in Francia e poi in tutta Europa, si diffusero forme
associative - le associazioni di mutuo soccorso, le associazioni cooperative, le associazioni politiche
- che promossero un profondo rinnovamento nella teoria e nella pratica democratica favorendo il
lento rinnovamento sociale del continente: lassociazionismo fu presentato come un sistema di vita
civile, le associazioni potevano divenire centri di comportamento democratico (Mastellone, 2004:
88). Prima del 1848 di associazionismo ne avevano parlato gli economisti, immaginando
lassociazione come una delle forme organizzative utili ad affrontare il problema della distribuzione
secondo i bisogni e secondo le funzioni. Gi Tocqueville, tuttavia, aveva sottolineato limportanza
nel sistema politico degli Stati Uniti dellassociazionismo nella costruzione di uno spirito
democratico. Dopo gli eventi rivoluzionari la forma associativa assunse un carattere radicalmente
politico-sociale che mirava al miglioramento materiale e morale degli associati e allemancipazione
delle classe pi basse con una finalit espressamente democratica.
Il dibattito sullassociazionismo assunse, quindi, immediate valenze sociali investendo le strutture
della societ dellepoca. In questo quadro storico e teorico la libert di associazione diventava la
base della vita civile e democratica operando sia come barriera contro il potere assoluto e arbitrario,
sia come esercizio quotidiano di diritti attraverso pratiche di auto-organizzazione politica.
Labitudine alla vita associativa rappresentava, quindi, un percorso di formazione alla vita
democratica. Del resto, la formazione di un'associazione corrisponde ad un processo di formazione
dal basso di un potere comune che una delle caratteristiche della forma di governo democratico.

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5.5 - John Dewey: liberalismo, pluralismo, educazione


John Dewey (1859-1952) si colloca a met tra due secoli cruciali per la storia del pensiero
democratico e liberale. Se da un lato egli si colloca nella tradizione del liberalismo inglese della
seconda met dellOttocento, teso a superare i moduli di un individualismo inteso in senso troppo
stretto, dallaltro lato egli se ne distingue per la visione critica della societ capitalistica della quale
denuncia le distorsioni prodotte dal controllo esercitato da una ristretta minoranza sui mezzi di
produzione. Nei suoi scritti vi la consapevolezza che si ormai entrati irreversibilmente nellera
collettiva, rispetto alla quale non v alternativa al progetto di rendere la massa, attraverso
listruzione, la divulgazione scientifica, la condivisione dellesperienza democratica, un pubblico
responsabile. Sar questa filosofia ad animare il dibattito pubblico degli Stati Uniti nella stagione
del New Deal.

John Dewey

In tal senso, Dewey ritiene che le coercizioni alla libert non provengano tanto dalla sfera pubblica,
quanto dai rapporti sociali che promuovono condizioni di vita ineguali che devono essere temperate.
Le nuove politiche di Roosevelt sono quindi apprezzabili anche se per il filosofo statunitense
necessario che il liberalismo metta in discussione i propri postulati liberisti cos da ripensare
leconomia in termini pi solidaristici ed equitativi.
Il fine ultimo della politica, infatti, favorire lautonoma crescita individuale e leducazione assume
in questo un ruolo di primaria importanza. Questo principio lespressione in Dewey sia di una
concezione evolutiva delluomo e della societ, che dellimmagine pluralistica della vita associata.
Ed proprio questo pluralismo a configurare il principale antidoto contro ogni forma politica e
sociale totalitaria e contro la riduzione degli spazi autonomi della societ al solo Stato.
Questultimo, tuttavia, non deve avere una mera funzione regolativa ma deve poter agire a favore
di un benessere pubblico che si deve difendere dai rischi di una tirannia della maggioranza.

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UD 6 - Liberalismo e democrazia novecenteschi


Il dibattito sul liberalismo e la democrazia nel Novecento fortemente condizionato dallaffermarsi
dei totalitarismi e dalla pressante questione sociale; per contro la riflessione di Popper richiama alla
necessit di vedere affermata una societ aperta e razionale. Le categorie di democrazia e
liberalismo nel confronto tra i giuristi Hans Kelsen e Carl Schmitt vengono invece interrogate alla
ricerca di una loro configurazione autonoma, a fronte delle critiche nazionaliste e socialiste. In
termini profondamente diversi Schumpeter tenta di definire la democrazia come un processo di
costruzione di lite di decisori attraverso i percorsi di uno specifico mercato politico. In Italia,
liberalismo e liberismo assumono, quindi, configurazioni differenti nella riflessione di Benedetto
Croce e di Luigi Einaudi.
6.1 - Essenza e valori della democrazia secondo Hans Kelsen
6.2 - Identit e rappresentanza in Carl Schmitt
6.3 - Joseph A. Schumpeter e il mercato politico
6.4 - Liberalismo e razionalismo scientifico in Karl Popper
6.5 - Il liberalismo italiano nel dopoguerra: Benedetto Croce e Luigi Einaudi

6.1 - Essenza e valori della democrazia secondo Hans Kelsen


In Essenza e valori della democrazia (1928), Hans Kelsen centra il suo discorso sulla democrazia a
partire dalla protezione della minoranza e dall'affermazione dei diritti fondamentali. Sulla base di
queste due preoccupazioni, egli prende in considerazione quelle costituzioni che hanno cercato una
soluzione d'equilibrio tra la maggioranza e la minoranza dove la presa di decisione non sia il frutto
di una maggioranza assoluta, ma nasca attraverso una maggioranza qualificata, e quindi attraverso
l'autolimitazione dei poteri della maggioranza. In questi sistemi la minoranza entra nella formazione
della decisione in alcune sfere particolari (la difesa, le modifiche costituzionali ecc.) cos da
promuovere il compromesso tra le forze politiche e il contenimento dei conflitti politici. Il popolo
non pu, quindi, essere considerato come un soggetto politico che ha una sua identit che si
costituisce a priori ed indipendente dal sistema politico. Infatti, solo questultimo che permette la
costituzione di un soggetto unitario - il popolo - a partire da una moltitudine dispersa di individui e
gruppi.

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Hans Kelsen

Nel pensiero di Kelsen gli elementi teorici dellidentit del popolo e della rappresentanza esprimono
quindi lessenza della tensione tra la democrazia come ideale e la moderna realt democratica.
Muovendo dalla trasformazione della libert naturale in libert sociale e politica, egli ricostruisce la
trasformazione dellideale della libert nel quadro delle dottrine democratiche per giungere ad un
confronto critico col modello rousseauiano della democrazia diretta che aspira alla sostanziale
identit tra governanti e governati. Kelsen sottolinea pure come la trasformazione del concetto di
libert (dallindividuo libero dal dominio dello Stato allindividuo partecipe del suo potere) segni la
separazione della democrazia dal liberalismo: nello Stato democratico la libert dellindividuo resta
in secondo piano rispetto alla libert della collettivit, ed alla libert dellindividuo viene a
sostituirsi la sovranit popolare. Lultima trasformazione che la democrazia come ideale subisce
nella societ moderna infine dovuta alla realt della divisione del lavoro per cui la democrazia
diviene democrazia indiretta, rappresentativa e parlamentare ponendosi il problema del
compromesso e della composizione delle differenze politiche. Kelsen offre quindi una definizione
formale e procedurale della democrazia intesa come un sistema politico parlamentare impegnato a
raggiungere compromessi tra interessi e valori pluralistici.

6.2 - Identit e rappresentanza in Carl Schmitt


Cos come Kelsen, il giurista tedesco Carl Schmitt sottolinea come storicamente la democrazia,
dopo essere stata il riferimento tanto dei liberali quanto dei socialisti, sia ormai costretta a difendersi
su entrambi i fronti per essere divenuta il terreno di scontro sulla questione sociale. Al centro della
riflessione tanto di Hans Kelsen quanto di Carl Schmitt sulla democrazia c quindi la domanda sul
suo valore proprio. Le risposte di Schmitt differiscono per da quelle di Kelsen poich egli critico
sia del liberalismo e della sua idea di fondo, che cio un ordine politico stabile abbia origine dal
singolo individuo, sia del pensiero giuridico, e in special modo il normativismo kelseniano, che
riconducono la politica al sistema della norme giuridiche poste dallo Stato e che collocano la
legittimit di un ordinamento politico nel sistema razionale delle norme.
Nella lettura schmittiana della democrazia, i termini di identit e rappresentanza assumono un ruolo
di primaria importanza. Nella Dottrina della costituzione (1984) egli si sofferma sui principi
contrapposti di identit del popolo e di rappresentanza della forma politica, poich dalla loro
realizzazione che ogni unit politica assume la sua forma concreta. Il principio dellidentit fa
riferimento al fatto che la costituzione esprime lunit politica concreta di un popolo, e che essa
nasce dalla decisione di un potere costituente che gli inerente. Prima delle norme esiste quindi un
soggetto politico, il popolo, dotato di un potere costituente e di una volont specifica che pone le
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norme e fonda lordine politico. Il principio contrapposto della rappresentanza parte dallidea che
questa unit politica non pu mai essere presente nella sua identit concreta e deve venire sempre
rappresentata fisicamente da uomini. Questi due principi, lidentit e la rappresentanza, non si
escludono, ma sono solo due punti contrapposti di orientamento nella concreta strutturazione
dellunit politica.
Se per un verso lo Stato impensabile senza lidentit del popolo, per un altro verso, non pu
esistere uno Stato senza rappresentanza perch proprio attraverso il dispositivo di rappresentanza
che il singolo diventa cittadino.

6.3 - Schumpeter e il mercato politico: osservazioni critiche alla democrazia liberale


Nel suo importante saggio Capitalismo, Socialismo e Democrazia (1942), Joseph A. Schumpeter
(1883-1950) afferma che la democrazia un metodo politico, cio uno strumento costituzionale per
giungere a decisioni politiche. Uno strumento che non pu tuttavia prescindere da quanto le
decisioni produrranno in condizioni storiche date e che non pu servire sempre e dovunque il
medesimo interesse o ideale. Infatti, lanalisi e la valutazione del ruolo e della funzione della
democrazia possibile solo nel rapporto che essa instaura con i tempi, i luoghi e le situazioni date.
Il pensiero di Schumpeter l'espressione pi compiuta della teoria della democrazia pluralista; egli
lega il discorso della concorrenza economica alla competizione specificamente politica, dove il voto
si configura per analogia come merce del mercato politico: la democrazia costituisce lo strumento
istituzionale per giungere a decisioni politiche in base al quale i singoli individui ottengono il
potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare (Schumpeter,
1994: 257). Quindi la competizione tra lites politiche volta allassunzione del potere e alla
composizione di una leadership che d vita ai percorsi di una democrazia rappresentativa basata
sullalternanza elettorale dei partiti e degli interessi. La competizione elettorale, non pi la volont
popolare, diventa lelemento distintivo della formula democratica.
Infatti, per Schumpeter la volont popolare nella presa di decisione solo il risultato di una parte
maggioritaria formata da gruppi e corpi d'interesse. Il gruppo di interesse che ottiene maggiori
appoggi elettorali quello che governa. In tal senso, non esiste, secondo Schumpeter, alcuna
volont generale intesa secondo i moduli della democrazia roussouiana e neppure possibile
pensare il popolo quale supremo depositario della volont politica. La democrazia rappresenta,
quindi, solo un sistema finalizzato alla presa di decisione politica e alla produzione di ordine
politico.

6.4 - Liberalismo e razionalismo scientifico in Karl Popper


Un ruolo importante negli sviluppi del pensiero liberale nella seconda met del secolo svolto da
quella corrente della moderna filosofia della scienza che si autodefinisce razionalismo critico. Il
suo massimo esponente Karl Popper (1902-1994) e sebbene essa rappresenti soprattutto un
momento di rilievo del dibattito scientifico contemporaneo, con la definizione del concetto di
falsificazionismo, essa ha permesso lemergere di temi propri del pensiero liberale: la critica al
dogmatismo e la sostanziale fiducia in una ragione cosciente dei propri limiti, la provvisoriet e la
potenziale confutabilit delle verit scientifiche. Lautonomia della scienza dal potere politico e la

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difesa di un metodo critico e autonomo di fare ricerca parte del tentativo di definire i limiti, i
compiti e le funzioni della scienza e della politica.
Nellimportante testo La societ aperta e i suoi nemici (1943), Karl Popper condannava ogni
visione della storia finalizzata a definire esiti inevitabili e progressivi come priva di validit
scientifica e politicamente pericolosa. Ad una societ contemporanea chiusa nei propri egoismi
nazionali, razziali e religiosi e condizionata da modelli ideali astratti - particolarmente quelli
provenienti dalle teorie marxiste - Popper opponeva un modello democratico aperto al cambiamento
pacifico, giusto - cio imparziale e tollerante - e critico, ossia capace di mettere continuamente in
discussione i propri fondamenti alla ricerca di una verit sempre, per, aperta e confutabile. Popper
respinge la connessione diretta tra democrazia e istanze sociali di eguaglianza, anche se convinto
che la democrazia debba essere capace di riformarsi per superare nel tempo e in maniera pacifica le
disuguaglianze e i mali dellumanit.
La democrazia in Popper innanzitutto la democrazia liberale ed al centro di una politica
autenticamente liberale vi debbono essere la ricerca critica della verit e la continua difesa di una
libert intesa come libert negativa.

6.5 - Il liberalismo italiano nel dopoguerra: Benedetto Croce e Luigi Einaudi


Benedetto Croce (1866-1952) e Luigi Einaudi (1874-1961) sono tra i massimi esponenti italiani
della tradizione liberale e democratica che contribu alla nascita del sistema democraticorepubblicano italiano.
Croce pone al centro della sua riflessione filosofica e politica lattivit umana, che egli chiama lo
spirito, che si articola in quattro grandi categorie: il bello, il vero, lutile e il bene. Lo svolgimento
di ciascuno di questi ambiti distinto da quello degli altri momenti e non giunge mai ad un esito
ultimo. Ciascun momento della vita spirituale autonomo e irriducibile e questa molteplicit di
piani contrasta con la riduzione della vita associata a un unico principio propria delle concezioni
totalitarie. Essa richiama ad una filosofia della libert che viene intesa come un ideale morale cui
luomo deve conformare il proprio comportamento e che il sistema politico deve favorire.
In quanto economista, Luigi Einaudi riteneva invece che i fenomeni economici dovessero essere, in
ultima analisi, guidati da principi morali. Il mercato, cio la libera competizione per la produzione
di beni e servizi, non il luogo della sopraffazione egoistica ma deve premiare virt etiche quali
liniziativa individuale, lavvedutezza, la tenacia, la parsimonia. Lo Stato ha quindi un ruolo di
salvaguardia di questo equilibrio e deve limitarsi a interventi conformi al mercato senza
promuovere alcuna legislazione che ponga ostacoli alla libera iniziativa o crei monopoli artificiali.

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Luigi Einaudi

Sebbene entrambi liberali, Croce e Einaudi hanno una profonda diversit di posizioni,
particolarmente in merito al rapporto tra liberalismo e liberismo economico. La distinzione era stata
introdotta da Benedetto Croce per descrivere un generale atteggiamento politico e filosofico verso
la vita e i rapporti umani (il liberalismo) e una concezione che affermava la necessit di una piena
libert economica (liberismo). Se il liberalismo poteva convivere con assetti economici diversi e
anche assai distanti fra loro, il liberismo, invece, aveva per Croce un carattere contingente, legato
comera a una determinata condizione economica. Einaudi invece riteneva che il liberalismo non
potesse ammettere un sistema economico che sopprime la propriet privata. Senza la presenza di
una molteplicit di operatori economici, nonch di un mercato orientato dal gioco dellofferta e
della domanda, non era possibile assicurare una libert politica che a suo parere ha bisogno della
dispersione del potere economico nella societ.

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UD 7 - Il dibattito politico contemporaneo tra libert, democrazia e giustizia


Lattuale dibattito sulla democrazia in realt un dibattito sulla democrazia liberale. Se David Held
e Robert Dahl promuovono una riflessione politologica e comparativa sui modelli di democrazia per
individuarne i limiti, le contraddizioni e le prospettive, John Rawls tenta di ampliare la
concettualizzazione liberale ad una nuova teoria della giustizia di tipo distributivo che accolga le
richieste di maggiore giustizia sociale prodotte dalle contraddizioni dello sviluppo economico.
Infine, Amartya Sen sottolinea come la democrazia, lungi dallessere una invenzione occidentale,
rappresenta un patrimonio desperienze comuni a tutta lumanit.
7.1 - David Held: modelli di democrazia
7.2 - Robert A. Dahl e la democrazia poliarchia
7.3 - Dahl: i dilemmi della democrazia pluralista
7.4 - John Rawls: democrazia, libert e giustizia
7.5 - Amartya Sen e la democrazia degli altri

7.1 - David Held: modelli di democrazia


David Held, e il suo Modelli di democrazia (2004) offre una descrizione storica e comparativa delle
forme istituzionali molteplici che hanno costituito i sistemi democratici dallantichit ad oggi e dei
principi che essi vivificano. Oltre alla democrazia classica vi sono:
1. Democrazia protettiva e di sviluppo: i cittadini vogliono essere protetti dai governanti, e l'uno
dall'altro, per avere garanzia che coloro che governano perseguano politiche che siano coerenti con
gli interessi complessivi dei cittadini. La partecipazione alla vita politica garantisce gli interessi e la
crescita individuali, ma anche lo sviluppo di una cittadinanza informata ed impegnata.
2. Democrazia diretta e democrazia sociale: per realizzare la libert necessaria la fine dello
sfruttamento e un'uguaglianza politica ed economica fondamentalmente completa a garanzia delle
condizioni per la realizzazione delle potenzialit di tutti gli esseri umani.
3. Elitismo competitivo e democrazia pluralista: intendono la democrazia come metodo di selezione
di una lite esperta e creativa capace di prendere le necessarie decisioni legislative e amministrative.
Essa garantisce per un limite agli eccessi di una leadership politica e garantisce i diritti delle
minoranze strutturando il processo politico intorno ad una pluralit degli attori e dei valori di cui
essi sono portatori.
4. Democrazia legale: in essa il principio maggioritario costituisce lo strumento finalizzato a
proteggere gli individui dal governo arbitrario e, pertanto, di difendere la libert. Il governo della
maggioranza deve per essere limitato dal governo della legge.
5. Democrazia partecipativa: un uguale diritto all'auto-sviluppo pu essere raggiunto solo in una
"societ partecipativa", una societ che incoraggi un sentimento di efficacia politica, alimenti un
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interesse per i problemi collettivi e contribuisca alla formazione di una cittadinanza bene informata
capace di avere un interesse prolungato per il processo di governo.
6. Democrazia cosmopolita: nellattuale contesto globalizzato Held propone un nuovo modello di
"democrazia cosmopolita" che possa affermarsi sul piano globale sulla base di nuovi diritti di
cittadinanza globali.

7.2 - Robert A. Dahl e la democrazia poliarchia


Robert Dahl riprende e critica la teoria di Schumpeter che a suo parere fortemente riduttiva e non
risolve alcune delle maggiori difficolt della democrazia contemporanea, in particolar modo il
problema di come far sentire la voce del cittadino nel processo di decisione politica.
I dilemmi della democrazia pluralista (1988) il titolo di una delle opere pi importanti del
politologo statunitense. Con lespressione dilemma egli sintetizza gli elementi di tensione propri
delle politiche democratiche, riconducibili al problema che la partecipazione al governo non pu
essere troppo diffusa e che, quindi, il cittadino medio non pu avere molta influenza su di esso. In
un sistema nel quale i partiti giocano un ruolo prevalente sulla base di una logica costi/benefici, si
riduce il ruolo degli individui nel processo di presa di decisione sugli affari pubblici.
A fronte di questa difficolt Dahl formula una sua propria proposta teorica: la poliarchia. Per essa
egli intende un complesso sistema democratico organizzato intorno ad una serie di attori ed corpi
collettivi che danno corpo alle dinamiche della produzione democratica, quali le corporazioni
economiche, partiti, sindacati, associazioni laiche e religiose. Questi elementi entrano in rapporti di
competizione e la democrazia si configura come quello spazio pubblico in grado di rappresentare il
complesso di queste parti competitive e conflittuali.
Il soggetto democratico deve essere attento a realizzare nel gruppo di appartenenza una serie di
obiettivi, primi fra tutti quello di garantire la pienezza di espansione della libert della sua
organizzazione, e soprattutto quella della sua relativa autonomia a fronte dei tentativi di
prevaricazione. La democrazia quindi un processo organizzato e conflittuale nel quale la vita
democratica si svolge allinterno di un demos specifico composto da una pluralit di organizzazioni.
Questi rapporti, anche se conflittuali, devono strutturare una forma positiva di vita democratica.

7.3 - Dahl: i dilemmi della democrazia pluralista


Nel suo testo I dilemmi della democrazia pluralista, Dahl indicizza sei linee di difficolt dei sistemi
democratici contemporanei:
1. diritti contro utilit: nelle politiche democratiche esiste una tensione costante tra i principi
dellutilit (individuale e collettiva) e i diritti dei singoli.
2. un demos pi esclusivo contro un demos pi inclusivo. Ogni sistema democratico riferisce ad un
demos specifico che per sua natura esclusivo poich nessun demos ha mai incluso tutti gli esseri
umani. La questione che si pone relativa ai caratteri che di volta in volta assume il corpo della
cittadinanza e le procedure di inclusione e di esclusione da essa.

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3. eguaglianza fra individui contro uguaglianza fra organizzazioni. Dahl segnala la difficolt insita
nel fatto che il peso della partecipazione degli individui si misura sulla base della sua partecipazione
ad unassociazione. Tuttavia, la teoria democratica mostra come il confronto tra individui o tra
associazioni costituiscano due momenti diversi di auto-rappresentazione del corpo politico.
4. uniformit contro diversit. I sistemi democratici sono attraversati da una costante tensione tra un
principio di uniformit, garantito dalleguaglianza a fronte della legge e dagli eguali diritti dei
cittadini e la necessit di tutelare e difendere le differenze che attraversano il corpo sociale.
5. accentramento contro decentramento. Se decentrare significa incrementare lautonomia dei
sottosistemi nei confronti del centro o di un centro, laccentramento pone le risorse nelle mani di
singoli individui che sono posti al centro dellorganizzazione.
6. dispersione e concentrazione del potere. In una democrazia gli scorrimenti di potere politico non
si concentrano in un solo punto; infatti, il potere politico deve essere in qualche modo disperso,
poich la concentrazione ha effetti dannosi per la vita democratica di un paese. Tuttavia, leccessiva
dispersione del potere rende la responsabilit politica di chi decide evanescente e la presa di
decisione inefficace.

7.4 - John Rawls: democrazia, libert e giustizia


Nella sua importante opera Una teoria della giustizia (1982), John Rawls tenta di ripensare i
capisaldi concettuali della dottrina contrattualista moderna, cos da offrire quei principi che possano
rafforzare la teoria liberale classica attraverso una nuova teoria della giustizia sociale.
Rawls immagina una posizione originaria contraddistinta da quello che egli definiva il velo
dignoranza, ovvero da un ipotetico azzeramento degli effetti delle contingenze particolari che
mettono in difficolt gli uomini e li spingono a sfruttare a proprio vantaggio le circostanze naturali e
sociali. Collocati dietro il velo dignoranza, gli individui sono ignari sia della posizione da loro
occupata allinterno della societ, sia delle proprie concezioni e delle proprie particolari propensioni
psicologiche, sia della fortuna toccata a ciascuno nella distribuzioni delle doti e delle capacit
naturali. Su questa base, Rawls intende individuare i principi costitutivi della giustizia sociale
attraverso i quali poter valutare lassetto e il funzionamento delle istituzioni politiche, economiche e
sociali in termini di equit e di simmetria relazionale. I principi che a suo parere verrebbero scelti da
individui razionali collocati nella posizione originaria sarebbero:
a. ogni persona ha un eguale diritto al pi ampio sistema totale di eguali libert fondamentali
compatibilmente con un simile sistema di libert per tutti;
b. le ineguaglianze economiche e sociali devono essere:
b.1 per il pi grande beneficio dei meno avvantaggiati;
b.2 collegate a cariche e posizioni aperte a tutti in condizioni di equa eguaglianza di opportunit.
Il primo principio di giustizia attesta i diritti fondamentali classici difesi dalla tradizione liberale (i
diritti di libert civili e politici) cos come il primato di questo principio sul secondo, ovvero della
libert sulleguaglianza. Tuttavia Rawls rifiutava di ritenere concettualmente irrilevanti le concrete
disparit nella distribuzione sociale della ricchezza. Da questo punto di vista, la correzione
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apportata dal secondo principio alla tradizione liberale classica ha lobiettivo di massimizzare il
valore che ha per i meno avvantaggiati lo schema delleguale libert condivisa da tutti, cos da
definire il fine della giustizia sociale.

7.5 - Amartya Sen e la democrazia degli altri


Con la sua riflessione, che abbraccia economia, antropologia e teoria politica Amartya Sen (nato nel
1933, tuttora vivente) ha permesso lo sviluppo di un approccio radicalmente nuovo alla teoria
dell'eguaglianza e delle libert proponendo di studiare la povert, la qualit della vita e l'eguaglianza
non solo attraverso i tradizionali indicatori della disponibilit di beni materiali (ricchezza, reddito o
spesa per consumi) ma analizzando la possibilit di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo
attribuisce un valore positivo. A tal fine, col termine funzionamenti egli descrive le esperienze
effettive che l'individuo ha deciso liberamente di vivere, ci che ha scelto di fare o essere. Le
capacit sono invece le alternative di scelta, ossia l'insieme dei funzionamenti cui un individuo ha
accesso. Maggiori sono le capacit a disposizione degli individui, pi numerose sono le possibilit
di scelta e pi qualificate le scelte (i funzionamenti). La qualit e il numero delle capacit e delle
opportunit di scelta costituiscono una caratteristica fondamentale del benessere individuale e
collettivo.

Amartya Sen

Nella sua pi recente riflessione politica, Sen ha messo in evidenza le radici non occidentali della
democrazia. Nel volume La democrazia degli altri (2004) egli ha sostenuto che il concetto reale di
democrazia non da identificare esclusivamente secondo i parametri propri della polis greca e
della tradizione politica occidentale nella quale, a suo parere, il momento deliberativo assume un
valore preminente su quelli del dibattito e della partecipazione. Peraltro, una storia della democrazia
non occidentale permetterebbe di comprendere come in altre esperienze storiche la democrazia
abbia trovato nella funzione di controllo del governo e nella funzione costruttiva (ossia nella
capacit che essa ha di favorire la ricchezza materiale e spirituale e lo sviluppo comune) i suoi tratti
distintivi. Riconoscere questi aspetti, afferma Sen, permette di comprendere quanto nelle sue
diverse forme la democrazia costituisca gi oggi un patrimonio di valori ed esperienze comune alle
diverse civilt.

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A. Arienzo Cenni di Storia del Pensiero Politico

Fonti
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politique, 2003), Napoli, Cronopio, 2003.
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principles of morals and legislation, 1780), Torino, UTET, 1998.
Benjamin Constant, La libert degli antichi, paragonata a quella dei moderni (De la libert des
Anciens compare celle des Modernes, discorso pronunciato nel 1818), a cura di G. Paoletti,
Torino, Einaudi, 2001.
Robert A. Dahl, I dilemmi della democrazia pluralista(Dilemmas of Pluralist Democracy, 1982),
Milano, Il Saggiatore, 1988.
Alexander Hamilton, James Madison, John Jay, Il federalista (Federalist Papers, 1787-88),
Bologna, Il Mulino, 1998.
John Locke, Secondo trattato sul governo (The Second Treatise on Government, 1690), Milano,
Rizzoli, 2001.
Salvo Mastellone, Storia della democrazia in Europa. Dal XVIII al XX secolo, Torino, UTET,
2004.
James S. Mill, Saggio sulla libert (On Liberty, 1859), Milano, Il Saggiatore, 1997.
Charles L. de Montesquieu, Lo spirito delle leggi (L'Esprit des lois, 1748), Torino, UTET, 2005.
Jean Jacques Rousseau, Il contratto sociale (Du contrat social ou principes du droit politique,
1762), Milano, Rizzoli, 1996.
Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, Socialismo, Democrazia (Capitalism, Socialism, Democracy,
1942), Milano, Etas, 1994.
Amartya Sen, La democrazia degli altri (Democracy and Its Global Root, 2003 e Democracy as a
Universal Value, 1999), Milano, Mondadori, 2004.
Baruch Spinoza, Trattato teologico-politico (Tractatus Teologico-Politicus, 1670), Torino, Einaudi,
2007.

Bibliografia
Norberto Bobbio (1985), Liberalismo e democrazia, Milano, Angeli.
Gian Mario Bravo e altri (1994), Profilo di Storia del pensiero politico. Da Machiavelli
allOttocento, Roma, Carocci.

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Carlo Galli e altri (2005), Enciclopedia del pensiero politico, Roma-Bari, Laterza.
Bernard Manin (1992), La democrazia dei moderni, Milano, Anabasi.
Salvo Mastellone (1989), Storia del pensiero politico Europeo, 2 voll., Torino, UTET, 1989.
Nicola Matteucci (2005), Il liberalismo, Bologna, Il Mulino.
Charles H. McIlwain (1990), Costituzionalismo antico e moderno, Bologna, Il Mulino.
Giovanni Sartori (1993), Democrazia. Cosa , Milano, Rizzoli.
Leo Strauss (1973), Liberalismo antico e moderno, Milano, Giuffr.

Letture consigliate
Domenico Musti (2006), Demokrata. Origini di unidea, Roma-Bari, Laterza.
Nicola Matteucci (1988), Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Bologna, Il Mulino.
John Rawls (1993), Liberalismo politico, Milano, Comunit.
Ralph Dahrendorf (2001), Dopo la democrazia, Roma-Bari, Laterza.
Quentin Skinner (2001), La libert prima del liberalismo, Torino, Einaudi.
Giuseppe Duso (2004), Oltre la democrazia, Roma, Carocci.

Sitografia
http://oll.libertyfund.org - The online library of liberty
http://www.swif.it - Servizio web italiano per la filosofia
http://www.emsf.rai.it/percorsi_tematici/percorso_popper/index.htm

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