Sei sulla pagina 1di 31

Artisti che abitano nel viaggio

Sandra Federici
Africa e Mediterraneo
•  Il sistema dell’arte si è ormai globalizzato e
deterritorializzato, e si basa su eventi internazionali
(biennali, triennali, fiere) caratterizzati dalla
partecipazione di artisti di ogni parte del mondo.
•  Anche diversi autori africani o della Diaspora
africana partecipano a questa comunità che si sposta
da un evento a un altro, partecipando a progetti
transnazionali e occupando posizioni di rilievo nel
mercato.
•  Questo nesso fra arte e viaggio non si limita alla
biografia degli artisti ma si incarna nei temi e nei
linguaggi della loro arte.
•  Dunque, diversi artisti di origine africana partecipano
a questo sistema in cui gli autori si muovono sempre
di più, in spostamenti che sono vincolati dalla
committenza e dai “nodi” del sistema dell’arte,
appunto le biennali, le grandi mostre, i progetti ”site
specific”.
•  Si pensi, in particolare, al ruolo che gioca la
“provenienza” nel selezionare gli artisti presenti alle
grandi esposizioni internazionali, secondo un sistema
più o meno dichiarato di “quote” teso a fornire una
rappresentanza e rappresentazione “geopoliticamente
corrette” della realtà.
Neoprimitivismo - Azione di curatori e critici attenta a
definire un’arte africana conforme alle aspettative del
mondo occidentale (discarica dell’immaginario
collettivo dell’Occidente, luoghi comuni, immagine
esotica).
Prospettiva del concettualismo (anni 90) rifugge dalla
nozione di “autenticità”; sperimentazioni artistiche
come prodotti di contesti sociali e culturali specifici.
Linguaggi sperimentali ed estetica transculturale.
Apporto artisti della diaspora
•  Arte è un processo comunicativo: rapporto tra artista, prodotto,
pubblico e patrocinatori
•  Contributo che si sostanzia principalmente con la
rielaboazione di esperienze e nozioni quali esilio, memoria,
identità, confini, cittadinanza.
•  Non è un semplice rimpianto nostalgico del passato
irrimediabilmente perso.
•  Fondamentale considerare il complesso vissuto esistenziale che
si produce nell’esperienza dell’esilio a contatto con le
metropoli occidentali.
•  Interesse a rappresentare la migrazione e
l’ibridazione, la creazione di nuove comunità e
rapporti, la decostruzione del concetto di identità.
•  Identità come flusso costante, che si definisce nel
tempo e nella relazione.
•  Artisti che ci aiutano a comprendere l’identità europea
in quanto “fluida e dinamica” come prodotto
storicamente costruito, non come monade immutabile
che tende a concepire l’Altro come qualcosa di
essenzialmente diverso.

•  L’intervento passa in
rassegna l’esperienza
biografica e la
produzione artistica di
alcuni tra i maggiori
artisti africani o della
Diaspora, la cui
biografia ci rivela il loro
“abitare-nel-viaggio”.
Yinka Shonibare
•  E’ nato a Londra da
genitori nigeriani, è
cresciuto in Nigeria con
i privilegi della classe
media a cui appartiene
la sua famiglia, ed è
ritornato poi a Londra a
completare gli studi.
Parla Yoruba e Inglese
e si definisce “truly
bicultural”. 

•  Nel suo lavoro, che ha avuto grandi riconoscimenti
di pubblico, critica e mercato (tra l’altro, è stato
nominato nel 2004 tra i finalisti del Turner Prize),
esplora i temi della razza, dell’identità, delle
differenze di classe, mescolando forme diverse
come la scultura, la fotografia, la pittura e
soprattutto l’installazione.
•  Il tema della mescolanza tra
culture e dell’ambiguità del
concetto di “purezza”
culturale si concentra tutto
nell’uso di questi tessuti:
africani nello stile e nel
senso comune, ma realizzati
altrove (infatti Shonibare li
compra a Londra). In più,
l’artista li taglia e cuce in
modelli tipici
dell’Inghilterra coloniale: un
modo per ribadire che la
cultura è una costruzione
artificiale. VIDEO 1
Pascale Marthine Tayou
•  E’ nato in Camerun e
ora vive in Belgio, ma
viaggia continuamente
nel mondo ed è uno dei
vip dell’arte
internazionale. In Italia
è rappresentato dalla
prestigiosa Galleria
Continua di San
Gimignano. 

•  Notevole l’installazione
Human Being 2007-2009
presentata dall’artista
all’ultima Biennale di
Venezia, nell’esposizione
internazionale “Fare
Mondi // Making Worlds”
curata da Daniel Birnbaum. 

•  A Venezia era una delle
opere che colpivano di più i
visitatori, che si fermavano
a osservare le diverse parti
di questa complessa
costruzione. L’artista aveva
voluto evocare l’architettura
di un villaggio africano, con
rappresentazioni video della
vita e del lavoro, creando
collegamenti tra forme,
storie e rumori del Nord e
del Sud del mondo. 

•  L’opera appariva come un
disorganico reportage di
contesti locali collegati in
una dimensione globale, che
era difficile cogliere in
maniera unitaria,
simultanea: per capire era
necessario fermarsi e
osservare, video per video,
installazione per
installazione, dedicandovi
del tempo.
William Kentridge
•  E’ uno dei decani dell’arte
contemporanea africana. Dal
1997, anno della sua
partecipazione alla X
edizione di Documenta a
Kassel, le personali di
William Kentridge
(Johannesburg, 1955)
ospitate nei musei e nelle
gallerie di tutto il mondo si
sono moltiplicate, a
cominciare dal MCA di San
Diego (1998) e dal Museum
of Modern Art di New York
(1999). 

•  Una mostra antologica, curata da Carolyn Christov-
Bakargiev, è stata ospitata nel 2004 nel Castello di
Rivoli e poi in molti altri musei in Europa, Canada,
Australia e Sudafrica. 

•  Kentridge realizza opere
coltissime e profonde, con
contenuti tormentati che
rappresentano la sua
complessa identità di
sudafricano bianco, di
famiglia di origine russa ed
ebraica, impegnata nella
lotta contro l’apartheid. 

•  Noah: Porter Series (Géographie des Hebreux ou
Tableau de la dispersion des Enfants de Noè),
2001-2005, Mohair silk and embroidery. Tapestry designed by William
Kentridge, woven by Margherite Stephens
•  Radici ebraiche che Kentridge sa sempre
reinterpretare nell’universale disgraziata storia degli
uomini sulla terra, costretti a fuggire, a migrare, a
subire sopraffazioni. Una storia che Kentridge riesce
sempre a fare sentire come condizione che riguarda
tutti gli uomini e ogni uomo. VIDEO 2
Barthélémy Toguo
•  Artista camerunese residente
tra Parigi e il Camerun.
Nato nel 1967 in Camerun,
dopo gli studi secondari in
Camerun, si è trasferito nel
1989 in Costa d’Avorio
dove è stato allievo
dell’Ecole des Beaux-Arts
di Abidjan e poi a Grenoble
dove ha studiato all’Ecole
Supérieure d’Art e quindi a
Dusseldorf dove ha
frequentato la
Kunstakademie. 

•  Ha partecipato a numerose
Biennali (Dakar, Basilea,
Venezia, Siviglia ecc.) e
all’esposizione Africa Remix
che, fra 2004 e 2006, ha
girato fra Dusseldorf,
Londra, Parigi e Tokyo; del
2004 una sua personale al
Palais de Tokyo a Parigi
(The Sick Opera).
•  Ora Toguo ha creato un
centro espositivo e di
formazione, un laboratorio
aperto agli artisti di tutto il
mondo, Bandjoun Station.
•  Ha partecipato a numerose
Biennali (Dakar, Basilea, Venezia,
Siviglia ecc.) e all’esposizione
Africa Remix che, fra 2004 e
2006, ha girato fra Dusseldorf,
Londra, Parigi e Tokyo; del 2004
una sua personale al Palais de
Tokyo a Parigi (The Sick Opera).
•  Ora Toguo ha creato un centro
espositivo e di formazione, un
laboratorio aperto agli artisti di
tutto il mondo, Bandjoun Station.
Performances
incentrate
sul
razzismo

•  Toguo ha realizzato dal 1996 una serie di azioni
realizzate da Toguo nei luoghi in cui la gente transita
e circola: stazioni, aeroporti, posti di frontiera,
strozzature in cui la circolazione e la mobilità delle
persone diviene un problema, laddove il passaggio è
soggetto a filtri e controlli, accettazioni selettive ed
espulsioni. Dove è più evidente la discrasia fra la
libera circolazione delle merci e le restrizioni e i
vincoli che vengono posti a quella delle persone.
•  Tutti gesti che, attraverso gli attriti, gli imbarazzi o la
repressione senza senso che scatenano, interrompono
almeno per un momento le routine preordinate,
aprendo spazi di riflessione e di consapevolezza.
•  Transit 2, 1996
Charles de Gaulle
airport, Paris, France
(Cinturone portacartucce)
•  Transit 6, 1999
HBF, Cologne / Gare du
Nord, Paris
(Carrozza 27, posto n. 84)
•  Transit 1, 1996
Roissy Charles de Gaulle airport,
Paris, France
El Anatsui
•  Artista Ghanese che ha realizzato
la sua carriera soprattutto in
Nigeria, cominciando a insegnare
all’università di Nsukka e
legandosi al locale gruppo di
artisti.
•  Ha iniziato lavorando l’argilla e il
legno, ma da tempo si dedica
all’installazione, realizzando
opere di grandi dimensioni
utilizzando tappi di bottiglia,
scatolette di alluminio e altri
materiali riciclati.
•  Non ha però nulla a che
vedere con i numerosi artisti
minori e gli artigiani che in
Africa praticano l’arte del
riciclo. La sua opera
colossale dominava
l’Arsenale alla biennale di
Venezia 2007, dove i
materiali riciclati si
trasformavano in fili d’oro
per tessere un sontuoso,
ricco, ipnotizzante arazzo,
allo stesso tempo
contemporaneo e degno di
un antico regno africano.

Interessi correlati