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Il multiculturalismo e la differenza

fra compresenza e conflitto

dott. Elia Anelli

Argomento tematico: riflessione critica intorno alle tematiche e alle domande


poste da alcune teorie multiculturaliste, approfondimento del concetto di
conflitto interculturale.

Indice

Introduzione... ....2

1. Domanda di ricerca e caso scelto5


2. Analisi, interpretazione e commento...7
3. Casi empirici esemplificativi: quale conflitto multiculturale?....................20
Conclusioni28
Bibliografia.30

I.

Introduzione

Il presente elaborato il risultato di un lavoro di approfondimento e studio


intorno alle questioni poste dalla riflessione sul multiculturalismo come direzione
politica per governare i profondi mutamenti sociali che stanno segnando la
nostra epoca. La compresenza nel medesimo contesto spazio-temporale di
persone e gruppi

diversi per provenienza culturale pone molteplici istanze

problematiche, le quali impongono di prestare attenzione a dinamiche culturali


che si fanno sempre pi determinanti nella gestione della cosa pubblica.
Lintenzione di questo lavoro quella di approfondire alcune teorie
multiculturaliste al fine di trarne delle chiavi di lettura per mettere a tema i rischi
e le possibili soluzioni virtuose che un approccio normativo in continua
ridefinizione, come quello del multiculturalismo, pu sviluppare nellaffrontare
concretamente la molteplicit delle voci in gioco.
Il percorso concettuale proposto segue un ragionamento che muove dalla
constatazione dellemersione fattuale di una pluralit di appartenenze, visioni
del mondo, identit, provenienze, linguaggi, grammatiche sociali senza
precedenti nella storia. La differenza diventa unistanza chiave tanto della vita
quotidiana, quanto della vita politica, dal momento che non pi possibile se
mai lo stato prescindere dallintersezione di questi molteplici punti di vista
nellaffrontare e risolvere problemi e nel prendere decisioni pubbliche. Nel
momento storico in cui questa differenziazione (soprattutto per quanto riguarda
gli aspetti culturali) diventata tanto imponente da non poter essere ignorata gli
ordinamenti statuali, in particolare quelli delloccidente, questi ultimi hanno
cominciato a interrogarsi su quale sia il

posto che sono disposti a concedere

alla differenza. Nel farlo, la politica ha avuto un ruolo centrale per orientare la
riflessione in merito alle soluzioni che sono andate delineandosi nel corso delle
decadi pi recenti.
Con una breve introduzione si vuole fin da subito portare lattenzione alle
relazioni interculturali che la situazione storica e sociale presente mette
allordine del giorno. Queste vedono come protagonisti persone impegnate in
migrazioni transnazionali e autoctoni che chiedono azioni politiche mirate. Si
tratta di relazioni che vengono spesso derubricate come conflittuali,
3

contribuendo a creare un immaginario molto simile a quello di un campo di


battaglia tra culture. Lintenzione quella di proseguire con la riflessione fino a
giungere ad una lettura critica di questi conflitti, i quali possono nascondere
zone fertili per la realizzazione di scenari multiculturali come quelli proposti da
diversi autorevoli autori.
Con un paragrafo di svolgimento che segue la breve introduzione si vuole
raccogliere linvito di Galli (2006) e Lanzillo (2006) a guardare da
unangolazione critica alcune delle pi influenti teorie sul multiculturalismo. In
particolare ci si concentrer su degli spunti tratti dalle teorie di Habermas,
Taylor, Kymlica e Benhabib con lintenzione gi annunciata di farne una
cassetta degli attrezzi per leggere criticamente ci che accade oggi e come ci
che succede diventa oggetto della cronaca e del discorso comune.
Su questo passaggio, dalla cassetta degli attrezzi teorici alla lettura critica di
ci che leggiamo nelle notizie di cronaca, si concentra il terzo paragrafo.
Lattenzione verr posta principalmente sulla tematizzazione del concetto di
conflitto tra culture, provando ad approfondire le sue potenzialit come
carburante per la realizzazione di una societ multiculturale.

1. Domanda di ricerca e caso scelto.


Una delle caratteristiche della societ occidentale contemporanea che
emerge con pi forza e incontrovertibilit la pluralit di attori sociali, individuali
o aggregati, di rappresentazioni, di appartenenze che vivono e chiedono spazio
quotidianamente in territori geografici e politici dai confini sempre pi sfumati.
Molteplicit delle presenze, quindi, dei percorsi di vita, dei linguaggi, delle
identit che arricchiscono e colorano il panorama socio culturale con il quale
ciascuno di noi si confronta ogni giorno. Non questa la sede per intraprendere
una approfondita analisi di tutti i fenomeni e delle trasformazioni che hanno
portato ad osservare una simile situazione di pluralit estesa pressoch ad ogni
ambito della societ. Tuttavia, possiamo dire che i flussi migratori, di tipo
transnazionale, tipici degli ultimi trentanni sono stati tra i fenomeni che pi
hanno inciso sullattuale percepibilit di un mondo sociale plurale. Le
migrazioni contemporanee hanno portato ad una situazione di compresenza
contestuale di diverse popolazioni, ciascuna delle quali composta da persone
reali che si preoccupano di rendere il proprio mondo abitabile, che agiscono
facendo progetti, risolvendo problemi.
La compresenza un fatto interessante: si pu essere compresenti nello
spazio, nel tempo, ma anche in un certo contesto cognitivo dominante (nel
quale la maggior parte delle persone parla la stessa lingua, non solo in termini
di linguaggio verbale, ma anche corporeo, percettivo, ed esiste una minoranza
proveniente ed abituata a contesti cognitivi differenti). Ciascuna di queste
situazioni in cui una pluralit di soggetti possono essere compresenti
dinamica e non mai

neutrale poich sempre in relazione con certi

orientamenti di valore, certe attribuzioni di senso, particolari conformazioni di


relazioni di potere e, soprattutto, con delle pratiche di costruzione di confini. Se
nellepoca della costruzione degli stati nazionali era imprescindibile il riferimento
ad una comunit politica ben identificabile con il suo territorio, ora, allinterno dei
confini di questultimo, coesistono numerose appartenenze che contribuiscono
ad articolare uno spazio sociale dove la diversit culturale tende ad ampliarsi.

I confini politici definiscono alcuni come membri, altri come stranieri.


Lappartenenza, a sua volta, ha senso solo se accompagnata da rituali di
entrata, accesso, inclusione e privilegio. Il moderno stato nazione ha
formalizzato lappartenenza sulla base di una categoria fondamentale: la
cittadinanza nazionale. Siamo entrati in unepoca in cui la sovranit statale
si sfilacciata []. Sono emerse nuove modalit di appartenenza, con il
risultato che i confini della comunit politica, come erano definiti allinterno
dello stato nazione, non sono pi in grado di dar forma allappartenenza
(Benhabib, 2004, 1)
Nuove dinamiche dell appartenere, dunque, che si esprimono attraverso
confronti e conflitti che hanno luogo in contesti nei quali le risorse e il potere
sono distribuiti in modo asimmetrico. Vengono a interagire, confrontarsi e,
talvolta, confliggere gruppi di persone con storie diverse, che parlano lingue
diverse, che provengono da contesti cognitivi differenti. Gli ordinamenti spaziali
nei quali queste persone sono compresenti possono diventare arene politiche,
nelle quali ciascuno si fa portatore di diversi interessi e nelle quali ognuno trae
buona parte dei propri argomenti e riferimenti valorali da ci che gi conosce,
ovvero dal bagaglio di rappresentazioni che la propria cultura mette a
disposizione.
La domanda di ricerca che muove il mio interesse riguarda il senso
dellopportunit politica creata dai conflitti fra diversi orientamenti culturali. Ci si
chiede, infatti, se i conflitti fra culture che vengono a crearsi siano destinati a
rimanere confinati nellinsolubilit, sopraffatti dallincomunicabilit, oppure se
possibile individuare percorsi risolutivi che realizzino un incontro virtuoso, una
modalit positiva del conflitto. Si vuole affrontare questo interrogativo a partire
da alcune riflessioni critiche sul concetto di multiculturalismo. A sostegno delle
argomentazioni riportate presenter alcuni casi con rilevanza empirica che
mettono in luce istanze conflittuali che possono venire a crearsi in contesti di
vita quotidiana; si cercher di evidenziare eventuali appigli per una risoluzione
del conflitto in chiave multiculturale, prestano cio attenzione ai modi in cui
possibile valorizzare le sue potenzialit piuttosto che condannare la sua
pericolosit.

2. Analisi, interpretazione e commento


Affrontando il tema della moltiplicazione delle appartenenze culturali
sperimentate dalle societ occidentali a partire dalla fine del XX secolo emerge
il dibattito fra diversi modelli che hanno riflettuto sulle modalit politiche di
adattamento, azione e soluzione rispetto alla nuova situazione aperta dai
processi di globalizzazione. In questa situazione, insieme ad altri processi su
scala globale, la mobilit di diverse popolazioni fuori dal proprio bacino abituale
di vita verso paesi occidentali pi o meno lontani ha fatto s che nei territori di
destinazione risultassero compresenti (spazio-temporalmente) persone
portatrici di appartenenze multiple, richiedenti riconoscimento e diritti.

Che

lodierna societ occidentale abbia conosciuto un processo di modificazione


profondo, verso un crescente pluralismo culturale e sociale, un

fatto ormai

riconosciuto e tangibile.
A partire dalla constatazione di questa realt, la riflessione del pensiero
politico ha cominciato ad interrogarsi sulle strade che possibile intraprendere
per fronteggiare la dinamica delle istanze critiche poste da questa nuova
situazione globale. Dapprima la direzione fu quella delineata dal

modello

politico liberale orientato alla cittadinanza universale, che tende ad appiattire le


differenze e auspica unassimilazione, o una neutralizzazione, delle diversit
culturali. il caso del

melting pot americano, e in generale di un tipo di

approccio politico che, col tempo, ha dovuto conoscere la resistenza di quelle


differenze culturali che tentava di inglobare. Il

modello del multiculturalismo

nasce in opposizione a questa attivit politica neutralizzante, e si caratterizza


per il suo orientamento non tanto mirato allordine, quanto alla creazione di
spazi nei quali diverse appartenenze culturali possano collocarsi nella loro
attivit di lotta per il riconoscimento identitario.

In questottica si colloca il

multiculturalismo, un insieme di teorie in quanto risposte normative che il


pensiero politico elabora di fronte al fatto della diversit culturale (Lanzillo,
2006, 81).
In generale, il multiculturalismo quindi un complesso di sfide alla
capacit inclusiva e ordinativa della politica, alla posizione universalistica
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liberale che tende allemancipazione attraverso luguaglianza formale ,


a cui stata opposta lappartenenza sostanziale a una identit collettiva
che ha il nome di cultura ma a volte anche di etnia. Ma, prima e pi che
una coerente serie di soluzioni, stato tanto il riconoscimento di un
fenomeno su larga scala il differenziarsi delle societ avanzate lungo
linee culturali quanto laccettazione e la difesa di questo fenomeno
(Galli, 2006, 8)
La differenziazione delle societ occidentali lungo linee culturali un
processo che andato di pari passo con la modificazione delle caratteristiche
dei percorsi migratori stessi: dalla migrazione quasi esclusivamente maschile
per motivi di lavoro si passati a migrazioni per il ricongiungimento familiare, a
migrazioni che riguardano un numero crescente di donne e, in generale, a
migrazioni sempre pi di frequente mirate alla stabilizzazione della residenza
nel paese di destinazione e dal carattere transnazionale (Ambrosini, 2011).
Pertanto, il cambiamento portato dagli orientamenti politici sensibili alla sfida
posta dal multiculturalismo certamente passato anche per losservazione delle
modificazioni che hanno caratterizzato le migrazioni internazionali negli anni pi
recenti. ormai evidente lemersione di culture le quali, anche solo
sommariamente definite come insieme di lingue, religioni, costumi, simbolismi,
ritualit, assetti familiari, autopercezioni di gruppi (Galli, 2006, 1), chiedono
voce e si inseriscono nellarena politica, ormai caratterizzata da una pluralit
che mette alla prova le capacit inclusive delle democrazie occidentali.
in questo contesto che nasce lesigenza di ridefinire e ri-concettualizzare il
modo in cui gli stati nazionali e i loro ordinamenti affrontano la molteplicit delle
compresenze e la pluralit delle domande di voce. Come sottolinea Benhabib:
[] le migrazioni transnazionali, e le questioni costituzionali e
politiche sollevate dal flusso delle persone che attraversano i confini di
stato, rivestono unimportanza cruciale per le relazioni fra stati, e quindi
per una teoria normativa della giustizia globale (2004, 1).
Di questo si tratta, infatti, quando si parla di multiculturalismo, di teorie
normative che mirano alla realizzazione di un

dover essere della politica nel

corso dello svolgimento della propria attivit di governare il mutamento attuale.

Gerd Baumann (1999) propone una interessante lettura analitica del contesto
sociale generale nel quale il multiculturalismo normativo si affaccia; si tratta di
uno scenario che il risultato dellintersezione di tre segmenti, uniti da una
forza centripeta esercitata dalla cultura (intesa da Baumann come un motore
del mutamento sociale). Questi sono: la concezione dello Stato, letnicit e la
religione, e vanno a formare un triangolo, il cosiddetto triangolo multiculturale.
Al vertice vi lo Stato lo stato nazione occidentale che ha un fondamento
razionalistico (divisione dei poteri) e romantico (lappartenenza etnica come
fondamento della costruzione della nazione) allo stesso tempo. Vi poi la
concezione delletnicit che, concettualmente assimilata allidentit culturale, fa
da terreno fertile per la tendenza a ritenere le identit culturali come essenze
date per natura, per sangue. Infine la religione, la quale pu funzionare molto
spesso da criterio per innalzare dei confini assoluti, come se appartenere a culti
religiosi diversi implicasse delle differenze tanto profonde da tradursi
automaticamente in conflitto. Dunque, la riflessione sul multiculturalismo si pone
in modo problematico proprio perch lancia una sfida ai poli del triangolo, dai
quali non pu liberarsi del tutto e non pu prescindere. Il multiculturalismo vuole
ripensare il rapporto tra nazionalit e stato, tra etnia e identit culturale, tra
appartenenza etnica e religione, a partire da un contesto nel quale sono gi
consolidate certe direzioni, rappresentate dalla politica, che vanno ripensate e
modificate.
Il multiculturalismo non il vecchio concetto di cultura moltiplicato per
il numero di gruppi esistenti, ma una prassi culturale nuova e internamente
plurale che i applica a se stessi e agli altri (Baumann, 1999, 7).
A partire dalla tradizione liberale della politica prendono forma nuove
riflessioni che tendono a discostarsi da direzioni come quelle ipotizzate
dallideologia americana del melting pot, poich ritenute inadeguate nel fornire
gli strumenti ermeneutici appropriati per leggere le dinamiche di interazione e di
conflitto riscontrate nella realt. Il problema che si pone a proposito del come
trattare politicamente e giuridicamente la presenza del diverso (Lanzillo, 2006).
Dapprima la tendenza stata orientata all assimilazione e alla spoliticizzazione

delle differenze, mirando ad un obiettivo di produzione universalistica di


uguaglianza (Galli, 2006, 1).
Il discorso politico proposto da questa impostazione liberale stato
ampiamente criticato: i principali limiti di questo modello, i quali sono i primi ad
essere contestati dallalternativa multiculturale, saranno anche i pi difficili da
eliminare dalle conclusioni a cui giunge il multiculturalismo.

As-similazione

richiama ad un processo per mezzo del quale le istanze (culturali in generale)


diverse da quelle dominanti nel contesto di destinazione o di arrivo vogliono
essere rese simili, appunto, alle seconde. Si tratta di un modello di integrazione
che ricalca una gestione verticale del potere, dove passando dallo status di
non-membri a quello di membri la voce politica differente, portatrice di
unidentit peculiare, viene neutralizzata. Questa modalit era anche
parzialmente giustificata dalla prevalenza di traiettorie di migrazione ancora
molto simili fra loro e caratterizzate soprattutto da motivi di lavoro, da bassi tassi
di stabilizzazione delle residenze nei paesi di arrivo. Tuttavia, le migrazioni sono
cambiate e i processi di globalizzazione che interessano la diversificazione
culturale delle popolazioni compresenti stabilmente negli stati nazione
occidentali sono ormai diventati consistenti. Nonostante questa
consapevolezza, alcuni (Lanzillo, 2006) hanno notato come la tendenza di
fondo a pensare una societ giusta, rispettosa delle differenze, ma non
indipendente da discorsi assimilazionisti, permane anche in molte delle pi
importanti soluzioni multiculturaliste proposte.
Il problema che, dal momento che ci si trova dentro ad una societ

multi-

culturale di fatto, plurale, non pi soltanto internamente, ma anche verso


lesterno (Baumann, 1999) la politica

deve elaborare un modo di governare

questo cambiamento. Nellambito di stati nazione occidentali dove i diritti si


estendono su base individuale a partire dalla legittima appartenenza,
dallidentit riconosciuta del singolo cittadino, la prima soluzione stata quella
di trovare la via per allargare il godimento di diritti

universali a tutti, senza

distinzioni, in regime di uguaglianza formale. Ne parla Galli (2006), di questa


direzione politica, riferendosi a un

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universalismo razionalistico-illuministico [che] si pensato [] non solo


come luguaglianza, nella libert, di tutti i cittadini in uno Stato, ma anche, in
potenza, di tutto il genere umano.[] E ha ritenuto [] che il prezzo da
pagare per ottenere la civile convivenza e per garantire a tutti e a ciascuno i
propri diritti ossia la privatizzazione delle culture e la trasformazione dello
spazio pubblico in unit formale e cogente non sia troppo oneroso, davanti
al rischio della politicizzazione delle differenze culturali, cio al rischio del
conflitto (2008, 11).
Ci si interroga, dunque, anzitutto su quale sia il posto delle differenze nelle
societ statuali occidentali contemporanee, su quanto sia concesso alle culture,
pensate come nettamente distinte da quella dominante, di essere rappresentate
nello spazio pubblico. Si tratta di concessione in riferimento alla tendenza, da
parte degli stati ospitanti, di affermare il proprio potere con lintenzione di
mantenere lordine, quasi come se dovesse difendersi da processi di
ibridazione che minerebbero lidentit nazionale, lunit della quale
considerata da preservare.
La riflessione politica del multiculturalismo nasce in opposizione alla spinta
alla riduzione del peso politico delle differenze nellarena pubblica, spostando
concettualmente il discorso politico a proposito dellidentit dalla dimensione
individuale ciascun individuo ha diritto al riconoscimento della propria identit
e dei diritti ad essa connessi alla dimensione collettiva. Si arriva, dunque, alla
percezione e allaccettazione del fatto che anche le appartenenze culturali e le
cosiddette differenze possano avere diritto al riconoscimento della propria
identit e, quindi, della propria voce.
Il processo che ha portato il dibattito teorico-politico in questa direzione
stato, ed ancora, complesso e ha coinvolto le riflessioni di molti autorevoli
autori. Come stato accennato sopra, alcuni hanno fatto notare come le teorie
multiculturali, proprio per il fatto che nascono nel contesto della tradizione
politica liberale, ne conservano alcuni tratti concettuali. Le argomentazioni del
multiculturalismo portano spesso in una direzione affine a quella propugnata dal
liberalismo classico: quella della neutralizzazione delle differenze fra gruppi e
fra individui in un contesto dove il potere di creare confini e appianare le
differenze sul piano politico asimmetrico e gestito in modo verticale
(Lanzillo, 2006). Il punto che difficile discostarsi dallabitudine a pensare la

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libert come un diritto individuale, allinterno di unarena dove ciascuno uguale


e diverso allo stesso tempo, dove il principio del godimento legittimo dei diritti il
soggetto individuale in quanto tale possessore di unidentit irripetibile. La
realizzazione di questa concezione delle libert individuali una politica
universalistica, la quale per corre il rischio di disconoscere le differenze,
insieme con la loro potenzialit politica, imponendo le proprie istituzioni.
Soluzioni comunitarie emergono nel momento in cui si riconosce la legittimit
anche di diritti collettivi, derivanti dallappartenenza del singolo ad una comunit
considerata superiore alle parti. il caso delle teorie di Taylor (1998), secondo il
quale, a partire dalla base liberale dei diritti di uguaglianza e libert,
auspicabile estendere il riconoscimento di questi anche alle comunit alle quali i
singoli si riferiscono nella costruzione della propria identit. Sostiene, dunque,
la legittimit dei confini che separano le diverse comunit culturali, nel tentativo
di sopperire alla confusione normativa creata dalle politiche universalistiche e,
insieme, liberal democratiche. Tuttavia, il problema diventa quello
dellesclusione dai diritti di comunit (le quali sono rigidamente distinguibili) da
parte di chi non vi appartiene (Lanzillo, 2006). Si presuppone un livello di
omogeneit comunitaria che potrebbe non corrispondere alla realt.
Unaltra lettura della questione viene proposta da Habermas (1998), il quale
sostiene che i principi liberali contengano in s la possibilit di accogliere la
prospettiva multiculturale a partire dalla legittimit delle procedure democratiche
che devono essere neutre per definizione. Se vi consenso sulle procedure
giuste allora possibile pensare unintegrazione e una assimilazione del
diverso nel quadro di una cultura politica condivisa da tutti. Il problema, in
questottica, quello di considerare la cultura politica democratica europea
come non modificabile e non problematizzabile. Da un lato si suppone unidea
di comunit fondata non su valori etici ma sulle procedure e sui principi
costituzionali impoverendo lefficacia politica dei principi dello stato-nazione.
Dallaltro si finisce comunque per escludere la differenza in s dal processo di
integrazione, poich si assume ancora una ideologia universalista della
moderna costruzione statuale, il rapporto inclusivo che rende laltro poich ne
annienta la differenza uguale sul piano civile e politico (Lanzillo, 2006, 87).

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Will Kymlicka (1995) ha affrontato la questione riprendendo limpostazione di


Taylor e proponendo il concetto di cittadinanza multiculturale per ridare vigore
alle argomentazioni in favore dei diritti comunitari e dei gruppi minoritari. Una
nuova forma di cittadinanza che va necessariamente riconosciuta dagli stati
che, in questo modo, sono invitati a ripensare il proprio impianto normativo,
nonch istituzionale, a partire proprio dalle modalit di appartenenza legittima
ad essi. Lo scopo quello di appianare lasimmetria tra gruppo maggioritario e
gruppi minoritari, salvaguardando comunque il pluralismo sociale. Tuttavia, il
rischio di considerare i gruppi culturali come entit statiche sempre alle porte.
Le argomentazioni del multiculturalismo si muovono spesso su un terreno
scivoloso, cercando di trovare il posto legittimo delle differenze entro il
contesto politico-normativo delle democrazie occidentali che non facile
mettere in discussione, non fosse altro che per il timore di perdere lappiglio
allarchitettura delle libert e degli ordinamenti per i quali si lottato tanto
duramente e tanto a lungo.
Una riflessione innovativa quella proposta da Seyla Benhabib (2005) a
proposito dei

claims of cultures

, parlando proprio delle rivendicazioni

potenzialmente attivabili da ciascuna di quelle che vengono definite come


culture compresenti nellambito di un medesimo contesto statuale e politico.
Riconoscere lidentit collettiva di gruppi diversi pu voler dire creare unarena
pubblica nella quale il conflitto da un lato pi probabile e frequente, e dallaltro
potenzialmente pi produttivo. Il suggerimento di Benhabib quello di non
fermarsi alla semplice percezione oggettiva della pluralit delle culture
compresenti, finendo per dare uninterpretazione museale, statica, delle stesse.
Il rischio quello di oggettivare, reificare, queste differenze e considerarle come
qualcosa di chiuso rispetto allesterno, di immodificabile che ha la capacit di
infiltrarsi nelle menti dei suoi membri. In questo modo, si d retta ad una visione
superficiale della pluralit culturale, molto vicina a quella immediata del senso
comune:
al posto di cultura
alias visione del mondo riflessiva, dinamica,
porosa, ibrida e mediata dai conflitti , nelle convinzioni di senso comune
di molti cittadini/e si profila la figurazione di una realt immediata,

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impermeabile, autocentrata e autarchica nella sua fissit, a cui si


appartiene e con cui invece non ci si confronta dialetticamente (Henry,
2012, 103).
Questa fallacia pu portare a derive sia tra coloro i quali osteggiano la
legittimit della presenza di altre culture, sia tra i sostenitori del
multiculturalismo. Questo perch, se viste in questo modo oggettivato, le culture
appaiono minacciose: differenze chiuse e irriducibili che si scontrano con altre
differenze. Inoltre, dal lato dei favorevoli alla societ multiculturale, leffetto di
una simile tendenza reificante stato spesso quello di una sterile ed
empiricamente immotivata celebrazione dellibrido (Colombo e Semi, 2007, 8),
o quello di incappare in un relativismo radicale che considera come equivalente
ogni differenza astenendosi da ogni giudizio ( ibidem). Dunque, il ragionamento
sul ruolo delle differenze nella societ pubblica contemporanea non pu
ignorare il loro carattere politico, inteso come la capacit che la differenza ha di
diventare determinante nellambito delle lotte per lelaborazione di regole e
visioni del mondo in grado di orientare lazione, linterpretazione, limpegno e
assumere cos carattere vincolante. La differenza in s, dunque, non
qualcosa di immediato, stabile, non una cosa, bens una produzione situata,
risultato di confronti e conflitti che hanno luogo in contesti caratterizzati da una
distribuzione asimmetrica delle risorse e del potere (ibidem, 9) ed in grado di
fornire appigli per interpretare la realt.
Seyla Benhabib (2004) sostiene il carattere dinamico delle culture,
preoccupandosi di sottolineare come sia di fondamentale importanza lasciare
che nellarena politica vi sia spazio affinch queste si incontrino, si scontrino,
confliggano, dialoghino. I confini tra le culture non sono, quindi, naturali e non
sono essenze: sono piuttosto produzioni discorsive e la loro rigidit, pi o meno
forte, ha a che fare con le dinamiche di potere tra chi ha pi voce in capitolo e
chi ne ha meno. Le culture che si organizzano per richiedere, lottando, il
riconoscimento della propria identit spesso prendono la forma di

movimenti i

quali, sotto questo aspetto, possono prendere posizione ed eventualmente


trovare un posto allinterno delle istituzioni democratiche. Tuttavia, anche in

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questo caso bisogna rimanere vigili di fronte al rischio di reificazione delle


differenze culturali, anche quando queste prendono la forma di movimenti.
[] i movimenti che puntano a conservare la purezza e la
peculiarit delle culture mi paiono inconciliabili con considerazioni di
indirizzo democratico []. Sotto laspetto filosofico, non credo alla
purezza delle culture, cos come non credo neppure alla possibilit di
individuarle come totalit significativamente discrete. Piuttosto guardo
ad esse come a complesse pratiche umane di significazione e
rappresentazione, organizzazione e attribuzione, frazionate al proprio
interno da narrazioni in conflitto (Benhabib, 2005, 9).
gi stato sottolineato come, nellepoca globale, una delle priorit politiche
che pi caratterizzano questo tempo sia quella di creare delle condizioni di
uguaglianza in una situazione dove le diversit sono visibili e non silenziabili.
Quello che sembra suggerire Benhabib che la differenza non tanto un limite,
un ostacolo, alla produzione di ordine in una societ democratica egualitaria,
quanto invece una risorsa. Una risorsa politica, poich stimola la produzione di
comunicazione dialettica, perch smuove il terreno sotto ai piedi anche dei
meccanismi istituzionalizzati pi radicati.
Le culture si costituiscono attraverso complessi dialoghi con le altre
culture e, nella maggior parte di quelle che sono pervenute a un certo
grado di differenziazione interna, il dialogo con laltro intrinseco
piuttosto che intrinseco alla cultura stessa (Benhabib, 2005, 9).
Come sottolinea Benhabib, la cultura diventa un indicatore e un
differenziatore di identit ( ibidem, 17). Bisogna, tuttavia, guardarsi dal cedere
alla tentazione di fermarsi alla semplice percezione di questo legame tra
appartenenza culturale e identit, poich da l il passo breve verso la
convinzione che ogni popolo sia definitivamente identificabile con una precisa
cultura e che questa si trasmetta immediatamente ai suoi membri
inconsapevoli. Quello da cui Benhabib cerca di mettere in guardia proprio la
sterilit di argomentazioni basate sulla rigida fissazione di differenze, reificate,
sulla base della provenienza culturale, perch questo nasconde la natura
relazionale e sociale delledificazione dei confini di queste.

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La definizione dei confini tra noi e loro un attivit sociale complessa


basata sui meccanismi di interazione tra due popolazioni, una delle quali si
trova in un territorio che riconosce come proprio e nel quale i suoi membri sono
cittadini di diritto.

Nel momento in cui delle persone straniere, migranti,

giungono ad abitare in un nuovo Paese, la popolazione degli autoctoni tende


ad unificare cognitivamente questi immigrati e ad immaginarli come un

altra

popolazione che occupa gli spazi della vita quotidiana appartenenti per
nascita ai primi. Cos facendo, gli autoctoni, dal momento che condividono un
sistema di significazione generalizzato, una conoscenza rappresentazionale
collettiva e un linguaggio comune, si costituiscono inavvertitamente come
una sorta di comunit cognitiva (Giglioli, Ravaioli, 2004). Ci non vuol dire,
ovviamente, che, costituendosi come comunit cognitiva, la popolazione non
contenga istanze conflittuali e ci sia un generale accordo su come ci si debba
relazionare con loro. Entro una medesima comunit cognitiva possono
coesistere molteplici comunit morali, che sono i luoghi dei valori e degli
orientamenti di pensiero e azione pi ragionati, problematizzati, tematizzati e
dai quali si genera anche disaccordo, conflitto.
Una cultura, da sola, non ha bisogno di definirsi come tale e autolimitarsi
entro un confine; ci avviene nel momento in cui ci si trova a confronto con
culture altre, e si tratta di un processo reciproco: [la cultura] forma un orizzonte
che recede ogniqualvolta uno gli si approssimi (Benhabib, 2005, 24). Ci si
definisce come un noi da entrambe le parti e, contemporaneamente, ciascuna
di esse un loro dal punto di vista dellaltra. Su questo argomento chiara
Benhabib quando afferma la sua posizione a favore di una prospettiva narrativa
delle azioni e della cultura, dal momento che parte proprio dal riconoscimento
della pluralit dei punti di vista: quello dellosservatore diverso da quello
dellagente sociale. I gruppi sociali non sono entit culturali oggettive
immediatamente evidenti, eppure appaiono come tali non soltanto per luomo
della strada, ma anche, secondo lautrice turca, per la teoria politica normativa.
Ogni visione delle culture come totalit chiaramente descrivibili una
visione esterna, la quale genera coerenza allo scopo di comprendere e
controllare. Al contrario, coloro che della cultura partecipano, esperiscono

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le proprie tradizioni e storie, i propri rituali e simboli, i propri strumenti e le


proprie condizioni materiali di vita per mezzo di condivise, bench
controverse e controvertibili, descrizioni narrative (Benhabib, 2004, 23).
La questione posta dalla dialettica multiculturalista particolarmente
intricata, dunque, anche perch impone agli ordinamenti giuridici degli stati
occidentali, alla politica e ai meccanismi pi istituzionalizzati di assumere un
atteggiamento riflessivo e di provare a ridefinirsi. Questo implica anche fare i
conti con la matrice ideologica soggiacente agli ordinamenti o, quantomeno,
con una travagliata storia alle spalle. Basti pensare alla Repubblica democratica
italiana, fondata sulla costituzione, sul lavoro e sulla cittadinanza (

ius

sanguinis). Linstaurazione di una societ multiculturale deve fronteggiare la


messa in discussione di molti tra questi fondamenti: non per forza vanno
eliminati quelli vecchi per crearne di nuovi, ma andrebbero ridefiniti. questa,
ad esempio, una richiesta esplicita avanzata da alcuni gruppi minoritari che
chiedono riconoscimento e, soprattutto, cittadinanza. il caso delle
associazioni di ragazzi delle cosiddette seconde generazioni, figli nati in Italia
da genitori nati allestero, che invocano lintroduzione dello ius soli.
La retorica del multiculturalismo, qualora decidesse di mettere in discussione
limpianto giuridico e istituzionale dal quale nasce, si collocherebbe in una
posizione mirata al mutuo adattamento e alla modificazione reciproca. Solo che,
allatto pratico, mettere in discussione le radici culturali proprie, fra le altre cose,
anche di istanze istituzionalizzate da decenni non affatto semplice. Quello che
intendo sostenere che proprio grazie a questa eventuale attivit di
ridefinizione sia dal lato di chi accoglie, sia dal lato di chi giunge possibile
assumere un atteggiamento riflessivo e responsabile nei confronti degli
automatismi della propria cultura. In questo sta la ricchezza del
multiculturalismo, nelleventualit che le culture, dal momento che sono tali in
quanto si costituiscono attraverso linterazione fra diversi, prendano coscienza
di questa loro natura discorsiva e imparino a riflettere su se stesse. per
questo che la differenza pu essere una risorsa politica, perch costringe a
confrontarsi con s stessi, a guardarsi dallesterno, e lancia una sfida
imponente nel momento in cui si prova a ragionare sui propri assunti culturali e

17

si scopre che questi non sono immodificabili e naturali, ma hanno un


fondamento storico, modificabile. Per questa ragione, considerare le differenze
culturali come essenze separate, chiuse nei propri costumi, dannoso anche
perch esclude la possibilit che gli strumenti che la cultura in quanto tale mette
a disposizione vengano utilizzati in modo attivo dai propri membri in situazioni di
dialogo e interazione.
Il rischio di cadere nel circolo vizioso e nella contraddizione delluguaglianza
tra le differenze sempre in agguato. Riassumendo il ragionamento fatto finora;
perch vi siano le condizioni affinch si instauri un dialogo tra persone o gruppi
provenienti da background culturali diversi che consenta di mettere in
discussione, riflessivamente, i propri assunti culturali, sembra esserci bisogno di
uguaglianza formale. Tutti sono uguali e tutti sono diversi in unarena pubblica
fondata sul dialogo libero. Tuttavia, in questo modo si finisce per annullare la
potenziale carica innovativa e politica della differenza in quanto tale. Non per
forza deve essere auspicabile il contrario, ovvero che il confronto e linterazione
non possono avvenire se non in unarena pubblica non libera, dove le differenze
sono ben marcate e non c una base di uguaglianza formale tra le parti. pur
vero che la realt dei fatti assomiglia a questo secondo scenario dal momento
che luguaglianza formale pu non essere tanto potente quanto il potere in
mano ai gruppi dominanti-autoctoni che per primi innalzano corpose barriere
essenzializzanti nei confronti di quelle che diventano altre culture.
Come sottolinea Baraldi, le politiche multiculturaliste intendono regolare le
relazioni interculturali" partendo dal presupposto che

esistano relazioni tra

culture: presuppongono quindi una differenza predefinita tra culture (2008, 11).
Quindi, ogni singolo soggetto come se fosse un rappresentante ambulante
della cultura alla quale appartiene per nascita. Lo diventa nel momento in cui
viene elaborato un discorso che descrive quel soggetto e inscrive i suoi
comportamenti come parte, come risultato, dellappartenenza ad una certa
cultura. il caso, ad esempio, di quando leggiamo e commentiamo un
comportamento di una persona di nazionalit X (la nazionalit indifferente)
spiegandolo con una frase del tipo: certo, lo ha fatto perch un
atteggiamento tipico per un X. Ora, anche nel linguaggio politico e giuridico

18

ogniqualvolta si presuppone questo legame tra individuo e cultura e quando si


si d per scontato culture diverse possano relazionarsi tra loro basandosi solo
sullevidenza della compresenza fra diverse appartenenze, si crea un confine
che complica la strada percorribile per arrivare ad un multiculturalismo che non
sia soltanto formale.
un processo di produzione discorsiva di confini tra culture rappresentate
dai loro membri, i quali circolano e sono compresenti in un certo contesto
territoriale nazionale. Pensandoci bene, questo processo sembra inevitabile,
perch fa parte di una attivit cognitiva di semplificazione e tipizzazione della
realt che consente di agire senza dover problematizzare ogni volta la realt,
unattivit culturale e automatica che viene messa in moto dalla societ
accogliente che, almeno dal punto di vista cognitivo, rappresenta un

noi

comune (Schutz, 1960, trad.it, 1974). Questo processo assume una rilevanza
politica non ignorabile e non neutrale nel momento in cui si eleva dallattivit
cognitiva del senso comune quotidiano e va ad informare anche lapparato
regolativo, amministrativo, istituzionale. Questo avviene anche perch gli
esseri umani vivono in un universo valutativo (Benhabib, 2004, 25); dunque ci
praticamente impossibile evitare di creare confini e differenziazioni su base
culturale, anche perch lidentit che vogliamo far riconoscere agli altri dipende
dalla narrazione che ne diamo, e quindi anche dalla sua valutazione (Benhabib,
2004).
Dunque, dal momento che estremamente difficile prescindere dal fatto che
siamo portati a presupporre l esistenza di relazioni fra culture diverse, esse
esisteranno di fatto e saranno reali per tutti nelle loro conseguenze. Il punto
chiave, forse, per svoltare il modo di interpretare queste presupposte e fattuali
ai nostri occhi relazioni fra culture pu essere relativo allangolazione dalla
quale si intende guardarle e, eventualmente, agire in esse. Se spostiamo
langolazione, il punto di vista, possiamo realizzare che non sono culture
soltanto quelle che arrivano a vivere, migrando, nel paese di destinazione, ma
anche quella del paese di destinazione una cultura fra le culture. In quanto
tale, essa un prodotto storico e nel momento in cui ci si rende conto di questa
storicit essa diventa modificabile, manipolabile, possiamo assumere un

19

atteggiamento riflessivo e responsabile nei confronti delle istanze che contiene.


Questo potrebbe difenderci dal rischio di essenzializzare e chiudere le
differenze: sembra che, se vogliamo riconoscere la differenza senza eliminarla
e ammutolirla, non possiamo prescindere dal creare confini, tuttavia, possiamo
evitare di reificarli e ritenerli naturali e immodificabili. Lo possiamo fare
mettendo in moto quello che Ann Swidler ha chiamato efficacemente

tool kit ,

linsieme di strumenti al quale si accennato sopra. Si tratta di:


symbols, stories, rituals, and world-views, which people may use in
varying configurations to solve different kinds of problems (Swidler, 1986,
273).
Questi strumenti, le storie e i simboli, le rappresentazioni e le visioni del
mondo che tutti conoscono nellambito di una certa comunit di esperienza,
svolgono un ruolo fondamentale nel definire il campo delle possibilit di
intervento sul sistema. Sono questi gli elementi che abbiamo a disposizione e,
nel momento in cui si realizza che hanno una natura storica, locale, e possiamo
rielaborarli, ridefinirli, utilizzarli per creare consapevolmente nuova cultura.
unattivit assolutamente non scontata e chiama in campo delle concrete
problematiche politiche, nonch una esplicita volont di impegnarsi per
lattivazione degli strumenti sopracitati, la quale non pu avvenire se non
tramite una specifica azione positiva e consapevole.

3. Casi empirici esemplificativi: quale conflitto multiculturale?

La relazione fra culture che supponiamo esista automaticamente dal


momento che sono compresenti nello stesso contesto (in senso lato) gruppi di
persone provenienti da altri contesti sembra raggiungere il livello del conflitto in
modo quasi immediato, come se da relazione interculturale conseguisse
conflitto interculturale. Questo anche perch, dapprima, manca un accordo sui
presupposti culturali della comunicazione e, poi, perch si tende a unificare le

20

culture dei singoli individui altri come una unica cultura (dei migranti) opposta
a quella degli autoctoni.
I conflitti interculturali nascono intorno a numerose situazioni di
compresenza, molte delle quali derivano da diverse concezioni del rapporto tra
Stato, etnia e religione. Basti pensare alle dispute a proposito del velo
femminile per le giovani musulmane, o a proposito dei matrimoni combinati e ai
molti altri casi attorno ai quali si inalbera il dibattito politico (Benhabib, 2004).
Tuttavia, ci che interessa qui non tanto largomento del conflitto in s quanto,
invece, il significato che il conflitto assume e pu assumere nei contesti
dove si sviluppa. Pu trattarsi di una contesa a senso unico, dove il problema
riguarda lappropriazione degli spazi (fisici, ma anche morali) da parte di un
altro percepito come un pericoloso veicolo di ibridazione. Oppure, di una
contesa dialettica che va a informare unarena pubblica.
Vi sono certamente anche problemi di natura comunicativa, poich non
scontato riuscire a trovarsi in una condizione di parit argomentativa (cosa che
rende di difficile realizzazione il multiculturalismo della sfera pubblica auspicato
da Habermas), n tantomeno in una situazione nella quale i soggetti sono dotati
di una competenza comunicativa interculturale adeguata, definita come
linsieme di risorse (motivazioni, conoscenze e abilit) che permettono uno
scambio comunicativo e efficace e appropriato tra parlanti con background
culturali diversi (Quassoli, 2006, 33). Tuttavia, i problemi che affliggono i
conflitti interculturali potrebbero non risiedere nella

miscommunication, nei

diversi modi di interpretare la realt e la situazione, e nemmeno nel conflitto in


s. I problemi sono di natura politica; relativi a come, quindi, la collettivit
intende governare il mutamento in atto, quello che riguarda la convivenza e
linterazione fra soggetti culturalmente differenti. Il conflitto pu essere inteso
come uno
[] stato di dissonanza o collisione fra sistemi. [Nel quale] La
dissonanza viene spesso rilevata nel modo di osservare dei partecipanti,
in particolare nella percezione di interessi o punti di vista soggettivi difformi
o incompatibili fra loro. Tuttavia, la percezione soggettiva di difformit o
incompatibilit non sufficiente per avviare un conflitto. Il conflitto pu
essere osservato soltanto attraverso una comunicazione che espliciti la

21

difformit o lincompatibilit, quindi la contraddizione tra le posizioni dei


partecipanti (Baraldi, 2008, 20).
Ci sono due riflessioni che, a parere di chi scrive, sono importanti per
approfondire la questione dei conflitti interculturali. La prima riguarda la postura
che si vuole tenere nei confronti del conflitto interculturale, ovvero il ruolo
politico che viene assegnato a questultimo: il conflitto pu essere considerato
un pericolo da evitare ad ogni costo, poich sconvolge lordine stabilito e
impone un elemento di instabilit, di destabilizzazione normativa. Infatti, come
sottolinea Galli (2006), la presenza del migrante (tipizzato come tale dalla
popolazione autoctona) di per s un veicolo di ibridazione, e la valutazione
lattribuzione di un valore di questa ibridazione, non univoca. Il migrante pu
non essere visto come un soggetto attivo e mobile, ma interpretato come
essenza, come cultura, come una presenza che va a sfibrare la solidit
dellappartenenza identitaria degli autoctoni. In altre parole, pu essere visto
come una minaccia allidea della corrispondenza tra cultura e territorio. A partire
da questo punto di vista, le soluzioni che ne derivano viaggiano sulla strada
dellassimilazionismo e delluguaglianza formale, secondo cui il diverso va
integrato in condizioni di parit, tendendo allazzeramento della diversit che
porta con s. Oppure, procedono sulla strada del conflitto ad una sola voce,
unostilit che non interpella la voce del nemico e che assume la forma del
noi contro loro. In questo caso, la pericolosit del possibile conflitto quello
che presuppone unattivit di comunicazione viene scongiurata attraverso
lopposizione di una conflittualit di tipo difensivo.
La seconda riflessione prende le mosse proprio da questultima
considerazione: si pu parlare comunque di conflitto quando lunica voce
ascoltata (e ascoltabile) quella della parte che detiene maggior potere? Se il
conflitto presuppone comunicazione, difformit e contraddizione tra punti di
vista e interpretazioni della realt, laddove mancano queste caratteristiche pu
non essere appropriato parlare di conflitto vero e proprio. O meglio, si tratta di
un conflitto di tipo ostile, sterile, negativo, che tende cio a negare la legittimit
della presenza dellaltro nellarena teatro della contesa.

22

Ci sono molti esempi di questo tipo di relazione che viene nominata conflitto
negli articoli di cronaca, nel linguaggio e nei discorsi del

common sense. un

conflitto, per cos dire, proposto da una sola delle due parti, la quale si sente
offesa dalla seconda non tanto per le azioni in s che i suoi rappresentanti
hanno compiuto, quanto invece perch sono

proprio loro ad averle compiute,

non altri. In altri casi sufficiente la presenza indesiderata dell altro per ritenersi
offesi e quindi legittimati ad aprire una disputa.
Lesempio riportato sotto un articolo di cronaca tratto da Il giornale di
Sicilia che tratta una questione nata ad Enna in seguito alle decise lamentele,
da parte di un gruppo di cittadini legati a movimenti politici di destra, a proposito
della presenza di migranti in citt, a loro avviso troppi. In questo caso i cittadini
prendono le mosse contro un fenomeno giudicato allarmante, pericoloso,
potenziale veicolo di degrado urbano, chiedendo alle istituzioni di agire
allontanando gli altri e fortificando i confini del

noi, ovvero coloro che sono

legittimati a vivere e frequentare il centro della citt dei mosaici. In questo


esempio emergono problemi politici cogenti, legati al diritto dei migranti di stare,
vivere e lavorare e, pi in generale, di fare progetti e tentare di realizzarli in
Italia, nel momento in cui vengono messi in discussione.
Troppi immigrati, protesta a Piazza Armerina (Il giornale di Sicilia Online,
29 Luglio 2014)1
PIAZZA ARMERINA (ENNA) . In pochi giorni ha gi raccolto pi di 1200 firme,
con l'obiettivo di arrivare a 5 mila sottoscrizioni. Parte dalla citt dei mosaici una
petizione tutta piazzese, promossa da Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale, per
dire "basta ai troppi migranti" e "ridimensionare il loro numero" in citt,
considerato "sproporzionato". "A Piazza e in provincia di Enna il fenomeno sta
toccando punte allarmanti", spiega l'ex vicesindaco Fabrizio Tudisco, portavoce
provinciale di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale, il quale invier la petizione alla
Prefettura e al sindaco Filippo Miroddi.
Tutte le sottoscrizioni vengono raccolte rigorosamente dietro presentazione di
un documento di identit. "Nella citt dei mosaici siamo a oltre 400 migranti
ospiti di strutture ricettive e abitazioni private, sono troppi, il numero compatibile
con la nostra comunit e la popolazione locale sarebbe di 50 persone,
preferibilmente nuclei familiari", dice Tudisco, mentre raccoglie le firme con un
banchetto davanti alla succursale di Poste Italiane al quartiere Monte. "Le
spese di soggiorno, vitto e alloggio, unite a speciali convenzioni con le
amministrazioni comunali, ivi compresa quella di Piazza, per l'avviamento al
1 Fonte: http://enna.gds.it/2014/07/29/troppi-immigrati-protesta-a-piazza-armerina-363917_231626/

23

lavoro e ad altre attivit di supporto piscologico-ricreativo, rappresentano uno


schiaffo morale ai tanti indigenti e disoccupati locali che non possono e non
devono avere negati lavoro ed adeguata assistenza sociale e servizi gratuiti
prima di qualunque altro immigrato, in un momento di forte crisi economica e
sociale". Attualmente oltre 180 migranti si trovano ospiti del Park Hotel
Paradiso, circa 50 all'Ostello del Borgo, diverse altre decine in altre strutture
private, anche fuori dal centro urbano. "C' un silenzio assurdo su questa
vicenda da parte delle nostre istituzioni, il sindaco Miroddi sembra fare finta di
niente, basta ascoltare le persone, viene posto un problema in modo serio e
civile, le legittime preoccupazioni della gente non vanno scambiate per
razzismo, chi lo fa in malafede", afferma Tudisco, il quale ricorda la recente
operazione delle forze dell'ordine a Piazza nella quale sono stati coinvolti tre
migranti ospiti di strutture ricettive, arrestati per spaccio di sostanze
stupefacenti, con la Villa Garibaldi trasformata in un mercato di droghe leggere.
"Ma questa raccolta di firme sar tenuta in considerazione dalle istituzioni?",
chiede uno dei firmatari subito dopo aver aderito all'iniziativa. "Noi facciamo la
nostra parte, raccogliendo il disagio di una citt, il sindaco e la Prefettura non
penso possano far finta di niente", rispondono dal banchetto. Una petizione con
150 firme, invece, per esprimere forte preoccupazione e timore per i possibili
scompensi turistici potenziali, era gi arrivata diverse settimane fa sul tavolo
della Prefettura di Enna, con la raccolta di sottoscrizioni avviata da
commercianti e operatori turistici dopo la notizia di possibili nuovi arrivi di
migranti da ospitare nel cuore del centro storico della citt dei mosaici. E anche
in quel caso si faceva riferimento all'alterazione del rapporto numerico tra
migranti e popolazione locale.

In questo caso, lopportunit di elevare la propria voce appannaggio


esclusivo degli autoctoni che si servono del canale politico per risolvere quello
che secondo loro il problema degli immigrati che invadono lo spazio urbano.
Non si vuole contrastare lattivit di spaccio di stupefacenti in s, la quale
certamente avverrebbe anche se non intervenissero i migranti, ma la suddetta
attivit compiuta dai migranti in quanto appartenenti a questa popolazione. La
non-volont di instaurare un dialogo preceduta dal non-riconoscimento
dellidentit delleventuale interlocutore, il quale visto come un mero prodotto
della propria cultura-essenza. Inoltre, il conflitto inteso come

dissonanza, il

quale presuppone un contatto tra le parti, negato poich lobiettivo proprio


quello di evitarlo: la presenza di un numero giudicato eccessivo di migranti
aumenta la probabilit del contatto e quindi, eventualmente, del conflitto. Si
teme la pericolosit di questo contatto. La pericolosit percepita anche in
termini delle risorse che necessario spendere per far s che questi nuovi
arrivati godano di una vita dignitosa.

24

Da un altro punto di vista, il conflitto pu essere visto come una risorsa


politica positiva. Questo nel momento in cui si riconosce la sua potenzialit nel
mettere in moto quel meccanismo sociale di responsabilizzazione, riflessione e,
eventualmente, di messa in discussione dei propri assunti culturali. In questa
chiave, necessario il riconoscimento identitario di

alter che diventa un

interlocutore, un soggetto attivo del conflitto (non un oggetto passivo, come nel
caso del conflitto negativo). A questo livello il conflitto inteso come un

clash

dove entrambe le parti hanno lopportunit e la capacit di prendere parola per


perseguire i propri interessi.
Un altro esempio tratto da un articolo di cronaca che sintetizza una vicenda
accaduta a Bologna a proposito della creazione di classi separate per studenti
stranieri in una scuola. Questo caso particolarmente interessante perch
contiene degli elementi che potrebbero condurre ad un tipo di conflitto positivo,
sebbene ancora non realizzato. In gioco ci sono altri diritti, quelli relativi
allistruzione, e la dinamica sociale molto complessa: tale articolazione delle
possibili vie per risolvere la questione dovuta anche al fatto che sembra
particolarmente complicato per una sola delle parti, quella degli autoctoni,
prendere una decisione da sola. Questo perch da un lato, come si
accennato allinizio, allinterno della comunit cognitiva degli autoctoni che si
costituisce come un noi, inavvertitamente, coesistono molteplici comunit
morali che possono avere pareri estremamente contrastanti che fanno
riferimento a universi valoriali carichi di storia politica e, talvolta, ideologia. Basti
pensare ai diversi modi con i quali viene chiamato questo provvedimento: per
alcuni una classe ghetto, per altri una classe ponte. Dallaltro, la
decisione a proposito dellinserimento, dellintegrazione e della vita scolastica
dei giovani studenti di origine straniera spetterebbe anche ai loro genitori,
ovvero a quel loro che si tende a presupporre come omogeneo (

gli stranieri)

ma che in realt al suo interno moralmente e, pi in generale, culturalmente


differenziato.

25

Classe ghetto a Bologna: 22 stranieri insieme. I genitori degli italiani dicono


no (da Il fatto quotidiano online, 4 Novembre 2013, Davide Turrini)2
Una classe delle scuole medie con ventidue alunni tutti di origine straniera ed
subito polemica. Succede alle scuole Besta di
Bologna, parte dellIstituto
Comprensivo 10 del quartiere San Donato, dove nellagosto scorso stata
composta la 1A sperimentale per ragazzi tra gli 11 e i 15 anni che sanno poco
o per nulla litaliano.
Le famiglie di una quindicina di ragazzi, arrivati in Italia attraverso
ricongiungimenti familiari e quindi con poca o nessuna padronanza della lingua
italiana, si sono presentate in segreteria chiedendo liscrizione alle medie, ha
spiegato a Radio Citt del Capo, il presidente dellistituto Emilio Porcaro, alcuni
di loro, tra laltro, erano gi stati respinti in altre scuole dove non cera posto.
Inoltre da noi le classi erano gi formate. Da qui lidea di una soluzione ponte.
Infatti la classe di ragazzi stranieri lavorer soprattutto sullapprendimento della
lingua italiana e appena gli alunni avranno raggiunto un buon livello di
conoscenza saranno smistati nelle altre classi della scuola media, come gi
avvenuto per due studentesse.
LUfficio Scolastico Provinciale era gi stato avvisato in agosto e aveva
successivamente dato formalmente il via libera allesperimento. Il progetto aveva
comunque preso le mosse nonostante la mancata certezza dei finanziamenti
ministeriali per l integrazione che permettono ai singoli istituti di avere personale
dappoggio per linsegnamento ditaliano. Certezza arrivata in ritardo e ancora
senza una data precisa su quando i fondi arriveranno.
Una scelta, inoltre, che ha ottenuto la conferma del Collegio dei Docenti della
scuola Besta (solo 10 i contrati su 100 insegnanti) ma non lok del Consiglio
dIstituto. E solo del 29 ottobre lincontro tra Porcaro e il Consiglio con inevitabile
strascico polemico. Educheremo i nostri figli in modo da far capire loro che la
separazione insegna meglio rispetto alla coesione e allintegrazione?, recita il
testo critico che il Consiglio distituto della scuola ha inviato in una lettera al
Coordinamento dei Consigli di istituto, Siamo perplessi e preoccupati perch
questa soluzione sembra lanticamera della riproposizione delle
classi
differenziali e contrasta con i principi di inclusione e confronto ai quali la scuola si
deve ispirare.
Insomma sono i genitori dei bambini italiani che frequentano la scuola ad opporsi
allidea della classe ghetto, contrariamente a un caso simile scoppiato in Italia a
fine settembre in una scuola di Costa Volpino (Bergamo) dove i genitori della
minoranza italiana (7 alunni su 21) avevano ritirato i propri figli da scuola per
lasciare gli stranieri unici alunni della classe. Una scelta di questo tipo invece di
andare verso una direzione inclusiva va verso una direzione segregante, ha
spiegato sempre alla radio bolognese, la professoressa universitaria di didattica e
pedagogia speciale Federica Zanetti, Lapproccio inclusivo favorisce le
differenze e lo scambio di tutti attraverso la lingua italiana ed ha una ricaduta
diretta sugli apprendimenti. Cosa facciamo, classi separate per ogni tipologia di
differenza che abbiamo?.

2 Fonte:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/04/classe-ghetto-a-bologna-22-stranieri-insieme-genitoridegli-italiani-dicono-no/766104/

26

Questo esempio mostra ancora una volta una situazione nella quale la
voce dello straniero non viene ascoltata, nonostante gli autoctoni interessati
si mostrino a favore delle classi multiculturali. Si ancora fermi al livello
della pluralit di culture e punti di vista compresenti nello stesso contesto
spazio-temporale, ancora distanti da una soluzione multiculturale. possibile
pervenire a questultima, forse, proprio attraverso la presa in carico del
mutamento in atto da parte dei diretti interessati che vanno a costituire
unarena pubblica nellambito della quale argomentare e discutere.
Occorrerebbe superare la logica delle due parti in gioco ( noi e loro ) e mirare
a delle precondizioni politiche che facilitino il conflitto positivo, innovativo.
Perch questo si realizzi necessario che il sistema istituzionale e i suoi
ordinamenti, nellambito dei quali il conflitto si svolge, garantiscano un certo
livello di uguaglianza nelle opportunit di accesso al conflitto. Perci, a
questo punto, leventualit del ritorno agli schemi delle riflessioni classiche
sul multiculturalismo alle porte. Mirare ad un conflitto positivo che cerchi di
instaurare una concreta comunicazione fra le parti ricorda lidea
habermasiana di fondare il multiculturalismo sulle capacit argomentative
della sfera pubblica. difficile pensare ad una situazione simile senza fare
riferimento ad una uguaglianza formale che garantisca a ciascuno di avere
diritto a partecipare al processo argomentativo, senza pensare ad un
ordinamento, come quello democratico e costituzionale, e ad una architettura
istituzionale che provi ad appianare disparit, poteri, privilegi.
C da chiedersi, quindi, fino a che punto sia auspicabile e desiderabile
fare a meno di quei sistemi che tentano di imporre unuguaglianza formale,
sebbene questa debba implicare la rinuncia al riconoscimento della ricchezza
apportata dalla moltiplicazione delle appartenenze e alla chiusura delle
differenze culturali entro i limiti dei loro costumi. Per, senza il
riconoscimento delle identit collettive che si costituiscono come gruppi di
voce si potrebbe rischiare di favorire un atomismo quasi innaturale, dove le
appartenenze culturali sono sempre pi svuotate di significato. Inoltre, gli
individui liberi dallinfluenza della cultura dovrebbero assoggettarsi, a mo di
contratto, ad un sistema di procedure comune, quale esso sia tutto da

27

verificare. Tuttavia, tarando la bussola verso il riconoscimento identitario ed


esclusivo delle differenze, sulla scorta di Kymlica, come nodi chiave del
processo politico si rischia di cadere in una visione a mosaico della societ
nella quale il problema come trovare lincastro tra le diverse e
rigidamente non porose tessere del mosaico.
Eppure, nonostante questi rischi di deriva, le democrazie occidentali
probabilmente contengono proprio quegli appigli a delle libert e dei diritti
sulla base dei quali impostare delle soluzioni veramente multiculturali. Pu
darsi che queste ultime non debbano richiedere per forza un abbandono dei
vecchi modelli, ma, ricordando la riflessione di Baumann (1999) sul triangolo
multiculturale, una loro modificazione a partire da un processo collettivo di
presa di coscienza, riflessivamente, che i tre vertici del triangolo (stato, etnia,
religione) sono uniti da un magnete culturale storico e modificabile.
La soluzione a questi numerosi dilemmi posti dal multiculturalismo
probabilmente da trovare di volta in volta sul campo, a livello empirico,
cercando di favorire linterazione, lo scambio dei punti di vista, le visioni di
lungo periodo e la consapevolezza della responsabilit che ciascuno ha
dentro e per il mutamento sociale.

Conclusioni
Nellaffrontare questo lavoro non stato facile orientarsi di fronte ad una
letteratura sul multiculturalismo vasta e intricata. Nel selezionare i riferimenti
bibliografici e le argomentazioni da approfondire ho cercato di seguire un
approccio fin da subito critico, dal momento che, anche per ragioni di spazio, ho
scelto di non dedicare tante pagine a riassumere le teorie dei principali autori a
cui mi sono riferito.
Lobiettivo del presente elaborato quello di offrire un personale percorso di
approfondimento critico a proposito dei temi suggeriti dalle teorie filosofiche sul
multiculturalismo, cercando di implementare alcune nozioni e spunti

28

argomentativi maturati nel corso di un quinquennio di formazione sociologica.


Inoltre, una strategia stata quella di porsi domande di ordine concettuale e
provare a rispondersi attraverso lanalisi e la riflessione intorno a nozioni e
termini che vengono spesso utilizzati in modo agile e poco approfondito come,
ad esempio, la nozione di conflitto interculturale.
A parere di chi scrive la riflessione sul multiculturalismo apre, oggi, un
ventaglio di opportunit politiche e culturali realmente vasto, tant che potrebbe
essere considerato come un importante motore di innovazione culturale.
Questo, anche perch tra le istanze che richiedono maggior attenzione nella
realt attuale vi sono proprio la crescente moltiplicazione delle appartenenze,
delle visioni del mondo, delle differenze la cui voce non pu essere ignorata a
lungo. Interrogarsi criticamente, analiticamente, sulle tematiche alle quali il
multiculturalismo pone attenzione significa mettere in gioco e in discussione la
propria posizione politica, gli assunti della propria cultura data-per-scontata
riconoscendone la storicit. Pertanto, probabilmente troppo presto per e non
nemmeno auspicabile abbandonare la riflessione sul multiculturalismo e
scoraggiarsi di fronte alla complessit delle contraddizioni e dei problemi che
esso solleva. Forse proprio in questa complessit e contraddittoriet che sta
la ricchezza dei discorsi sul multiculturalismo.

29

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31

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Versione online de Il fatto quotidiano: www.ilfattoquotidiano.it