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Aspetti della metallurgia bresciana del primo 400

MARIA LUISA BOTTAZZI

ASPETTI DELLA METALLURGIA BRESCIANA DEL


PRIMO 400: FUSIONE DI CAMPANE E BOMBARDE

Attingendo alla documentazione disponibile difficilmente riusciamo a tratteggiare un panorama efficace delle peculiarit storiche, tecniche e artistiche della metallurgia bresciana del primo 400, fase per
altro caratterizzata da notevoli sviluppi dovuti ad applicazioni sempre
pi larghe del ferro nella fabbricazione di utensili a uso domestico, oltre che agricolo, come da un rapido incremento dellimpiego delle armi
in risposta alle numerose guerre combattute in quel periodo.
Un crescente sfruttamento delle risorse naturali e lintroduzione di
nuovi processi tecnici di fusione sopperirono in quel momento alle richieste sempre maggiori di materia prima; lItalia e lEuropa, interessate da una carenza sempre pi importante di metalli preziosi, furono
pervase durante tutto il Quattrocento da un acuto e generale interesse
per tutte le diverse fasi di lavorazione, sia per le aperture economiche
che il settore poteva dare, sia per un forte interesse legato a una trasmissione tecnica e culturale1.
1
F. Zagari, Il metallo nel medioevo. Tecniche Strutture Manufatti, Palombi, Roma 2005,
pp. 27-31. Lo sfruttamento delle miniere e le diverse tecniche di forgiatura di acciai, ferro e
bronzo furono oggetto di un interesse crescente durante il medioevo. Dal De diversis artibus
tradizionalmente attribuito a Teofilo presbiter del secolo XII, al Trattato de architettura di Antonio
Averlino, meglio conosciuto come Filarete, ai cinquecenteschi De la pirothecnia di Vannoccio di
Biringuccio e al De re metallica di Georg Bauer, latinizzato accademicamente Giorgio Agricola,
il panorama della letteratura di periodo medievale dedicata alle tecnologie acquisite in campo
metallurgico divent piuttosto importante. Per ci che riguard poi lambiente artistico, campo
in cui la metallurgia entr in modo preponderante nel corso del Quattrocento, molte preziose
opere iniziarono a fotografare efficacemente non solo il mondo delle fucine, ovvero quello degli
artigiani-artisti, ma anche quello vicino alle materie prime. Numerose incisioni a stampa di
artisti del Rinascimento riprodussero infatti i diversi ambienti, da quello minerario a quello dei
forni e delle fucine, per opere manualistiche e divulgative dellepoca; tra queste una xilografia
di Domenico Beccafumi, detto Mecarino (Siena 1484-1552) presumibilmente collocabile
nellultima fase della sua produzione (cfr. G. Vasari, Le vite depi eccellenti pittori, scultori
e architetti, Newton Compton, Roma 1991, IV ed. 2001, pp. 910-919), quella cinquecentesca,
ritroviamo espressa la logica artistica della produzione metallurgica medievale. Beccafumi

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Purezza e resistenza del materiale, cos come la disponibilit di manodopera sempre pi specializzata erano i requisiti primi richiesti ai
fini di una produzione artigianale sofisticata che cominci ad apparire
anche sempre pi industrializzata. In questo settore, come in quello
dei panni, Brescia e i suoi artifices, rispondendo appieno alle diverse
e nuove esigenze, molto prima del Quattrocento, vennero pienamente
coinvolti grazie a una lunga e apprezzata tradizione. Dalle vallate alpine, che si aprivano attorno alla citt, come dal Bergamasco, si cavava
il miglior minerale da fondere che trasformato raggiungeva, gi dagli
anni settanta del Trecento, mercati controllati da signorie di dimensione regionale2; ma una documentazione locale rarefatta, che inizia
ad essere molto pi precisa solo dal secondo Quattrocento in poi, a
stento permette di cogliere a fondo lentit reale della larga produzione
antecedente la dominazione veneziana. Come contrappunto al quadro
locale appaiono molto pi ricche di informazioni le testimonianze invece provenienti dalle citt in stretto contatto con lartigianato bresciano. Al fine di definire pi efficacemente la peculiarit bresciana
parso pertanto utile allargare sensibilmente lorizzonte temporale e
spaziale di questo lavoro. Dalle carte sparse negli archivi delle vallate
montane dellItalia settentrionale come da quelle delle citt in contatto
con Brescia si pu delineare un panorama della produzione bresciana
molto pi definito ed entro il quale, fin dal secolo XII, limpegno dei
progetti nati intorno allestrazione dei metalli, anche preziosi, lontano
dalla Val Camonica, o dalla Val Trompia, o dalla Valsabbia, come dalle valli Seriana, di Scalve e Brembana, era attestata non solo dalla presenza del metallo proveniente dalle vallate bresciane e bergamasche,
ma anche dalla presenza di competenti artefici bresciani o di bergamaschi chiamati a organizzare, come a dirigere, distanti dai loro luoghi di
origine, i diversi processi di lavorazione3. Non fu, infatti, occasionale
disegn la fucina artigianale di Vulcano, ma quel disegno rifletteva anche la fucina di un qualsiasi
altro bravo fonditore di bronzi, intento a predisporre nel suo spazio di lavoro produzioni diverse
dalle campane e dai mortai alle bombarde. Il bravo fonditore sapeva, infatti, lavorare a regola
darte leghe e produzioni diverse.
2
P. Mainoni, La politica dellargento e del ferro nella Lombardia medievale,in Ph. Braunstein
(ed.), La sidrurgie alpine en Italie (XII-XVII sicle), cole Franaise de Rome, Roma 2001, pp.
417-453, in special modo alle pp. 446-447.
3
Per un quadro dello sfruttamento delle risorse minerarie cfr. R. Predali, Miniere, forni e
fucine. Lindustria del ferro nelle valli bresciane, in G. Biati (ed.), Atlante valsabbino: uomini
vicende e paesi, Grafo, Brescia 1980, pp. 132-140; F. Menant, Aspects de lconomie et de la
socit dans les valles lombardes aux derniers sicles du moyen ge, in La sidrurgie alpine,
cit., pp. 3-30, alle pp. 5-6.

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la partecipazione, gi nel secolo XII, di bergamaschi alla coniazione


argentea presso la zecca di Genova4, e altrettanto significativa nel
1224 la presenza di un Giovanni da Bergamo nella fondazione dellinsediamento di Ferrera, tra le Alpi occidentali della Val di Susa, lunico
esperto convocato a lavorare per i monaci della Novalesa5; come non
fu di certo casuale alla met del Trecento lassunzione da parte del
Comune di Treviso di Giovanni fabbro da Brescia chiamato a dare a
quellistituzione la sua opera esclusiva nella produzione di ferramenta
per le artiglierie comunali durante lassedio che quella citt sub dagli
Ungheresi6. In quella citt gi dominata da Venezia doveva essere di
certo ancora vivo il ricordo dellassedio di Enrico VII a cui Brescia
aveva dovuto reagire, circa quaranta anni prima, nel 1311, con delle
macchine da guerra che le cronache coeve non avevano mai citate prima: le bombarde7.

4
Nel secolo XII presso le zecche di Genova, Milano e Pavia lavorarono esperti bergamaschi.
Per ci che riguarda la zecca genovese rimando a P. Mainoni, La politica dellargento e del ferro,
cit., n. 7, p. 419.
5
L. Patria, In fodina veteri: prospezioni minerarie e pratiche metallurgiche nelle Alpi
Cozie (secoli XII-XIV), in R. Comba (ed.), Miniere, fucine e metallurgia nel Piemonte medievale e
moderno, Atti del Convegno di Rocca de Baldi, Domenica 12 dicembre 1999, Rocca de Baldi,
Centro studi storico-etnografici Museo provinciale Augusto Doro Rocca De Baldi, 1999,
pp. 27-56, alle pp. 49-50. Dopo il grande progetto monastico presso linsediamento di Ferrera,
Giovanni Bos, proveniente questa volta da Zuino (Gargnano), un paese del territorio bresciano,
rinfranc nuovamente il legame gi esistente con la Novalesa forgiando per quella stessa abbazia,
nel secolo XIV, una croce astile in argento (cfr. G. Panazza, Larte gotica, in Storia di Brescia,
promossa e diretta da G. Treccani degli Alfieri, I, Morcelliana, Brescia 1964, capitolo II, La
scultura e loreficeria del secolo XIV, p. 928).
6
E. Orlando (ed.), Venezia Senato. Deliberazioni miste. Registro XXVIII (1357-1359), 15,
Istituto Veneto di scienze, lettere e arti, Venezia 2009, n. 507, pp. 285-286; P. Paschini, Storia del
Friuli, nelle varie edizioni (lultima curata da G. Fornasir, 4 edizione, II ristampa, Arti Grafiche
Friulane, Udine 2003), p. 514.
7
C. Quarenghi, Le bombarde di Brescia nel 1311, in Rivista militare italiana (1870),
Comando del Corpo di Stato Maggiore, Roma, 1869, pp. 484-507 che attinge da Bartolomeo
da Ferrara. E. Baraldi-M. Calegari, La siderurgia indiretta in area italiana, in La sidrurgie
alpine, cit., pp. 93-162, alla p. 96. Le bombarde sicuramente compaiono sulla scena italiana
entro i primi decenni del Trecento. Nel panorama italiano pi artistico, un affresco senese del
1345, dipinto nel portico della chiesa di S. Leonardo del monastero di Lecceto presso Siena,
era un importante testimone della prima met del Trecento dellimpiego di nuove e pi efficaci
artiglierie generalmente predisposte ai piedi delle mura negli assedi cittadini: cfr. G. Ermini,
Campane e cannoni. Agostino da Piacenza e Giovanni da Zagabria: un fonditore padano e uno
schiavone nella Siena del Quattrocento (con qualche nota su Dionisio da Viterbo e gli orologi),
in V. Avery - M. Ceriana (eds.), Lindustria artistica del bronzo del Rinascimento a Venezia e
nellItalia settentrionale. Atti del Convegno internazionale di Studi, Venezia, 23-24 ottobre 2007,
Scripta Ed., Verona 2008, pp. 387-423, alla p. 391.

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Quelle appena menzionate sono solo alcune delle attestazioni documentarie precedenti il Quattrocento; per il periodo, invece, molto
pi antico il famoso gallo segnavento di Modoaldo, forgiato nei primi decenni del secolo IX per il monastero di S. Faustino Maggiore su
commissione del vescovo Ramperto, deve essere considerato come il
migliore esempio di una produzione gi importante8; ma solo tra tardo
medioevo e prima et moderna Brescia e le sue vallate si distinsero
nella lavorazione dei metalli come nella produzione di utensili atti al
lavoro agricolo e alluso domestico, nella forgiatura di alari, di inferriate, cancellate, e altre suppellettili destinate agli edifici di culto, vere
e proprie opere darte di fabbri dalla visione artistica; nella forgiatura
delle rinomate armi bianche e da difesa, fino alle armi da fuoco che
segnarono, nel pieno Quattrocento e nel Cinquecento, assieme alle numerose installazioni di forni detti alla bresciana in molti luoghi di
unItalia governata da politiche di signori a volte lungimiranti quanto
profittatrici, la specificit bresciana nella metallurgia9. Ma se nei secoli
XIII, XIV e XV fu lesperienza e la tecnologia avanzata a richiamare bresciani e bergamaschi nei diversi centri metallurgici dellItalia centro
settentrionale, alla fine del Medioevo e in et moderna furono le accresciute difficolt e le tassazioni sempre pi gravose a persuadere molti
di loro esperti a migrare, oltre che nelle altre regioni italiane, anche in
8
Il gallo di bronzo fatto forgiare dal vescovo Ramperto per essere apposto sulla sommit del
campanile della chiesa del monastero oggi custodito in una delle teche del Museo di S. Giulia
di Brescia in corrispondenza della collocazione museale MR 10475. Una delle peculiarit pi
studiate di quel manufatto senza dubbio lincisione prodotta dallartigiano Modoaldo a ricordo
della importante committenza vescovile di IX secolo; sul tema, come sulle qualit artistiche pi
peculiari di quel manufatto rimando al commento e alla bibliografia inserita in M. Bottazzi,
Italia Medievale epigrafica. Lalto medioevo attraverso le scritture incise, testo in pubblicazione
presso il Centro Europeo di Ricerche Medievali di Trieste; come ai lavori di Simona Gavinelli
(cfr. S. Gavinelli, Il gallo segnavento del vescovo Ramperto di Brescia, in Brixia sacra. Memorie
storiche della diocesi di Brescia s. III, IX/3-4(2004), pp. 21-38, alla p. 25; Ead., Il gallo di
Ramperto: potere, simboli e scrittura a Brescia nel secolo IX, in F. Forner - C.M. Monti - P.G.
Schmidt (eds.), Margarita amicorum: Studi di cultura europea per Agostino Sottili, 2 voll., Vita
e Pensiero, Milano 2005, I, pp. 401-427, alla p. 402. Sul gallo forgiato nel secolo IX scrisse una
breve nota anche Pietro Toesca definindolo per poco artistico (cfr. P. Toesca, Storia dellarte
italiana. Il medioevo, 2 voll., Unione tipografico-editrice Torino, Torino 1927, I, n. 20, p. 462).
Ma molto prima del secolo IX a Brescia si rintraccia la presenza di artigiani, probabilmente legati
al potere regio, nellarea ad est del foro (cfr. F. Zagari, op. cit., p. 172).
9
A questo proposito sono importanti i contributi di Luciana Frangioni nonostante la sua
ricerca si sia concentrata molto di pi sulla produzione milanese, di fatto la pi documentata
della Lombardia: L. Frangioni, I tipi della merce e i loro mercati, in Artigianato Lombardo,
2. Lopera metallurgica, Milano 1978, pp. 14-44; Ead., Unindustria darte per le armature e le
armi, pp. 47-65.

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molti luoghi dEuropa. Non mancano a questo proposito testimonianze


che attestino la presenza di bresciani a Cracovia per impiantare un alto
forno, o in Francia, in Austria, in Germania e in Svezia, dove con i bergamaschi vennero invitati a spostarsi per costruire prima forni a cannecchio, ovvero basso forni, poi alto forni a carbone da legna o fossile,
e fucine10. Per quanto, allora, sia importante centrare le nostre attenzioni sulla produzione, senza dubbio distintiva di queste zone, penso non
sia sbagliato asserire che in primis, prima di ogni altro elemento artistico o tecnico, furono le scelte economiche e politiche dei Visconti, dei
Malatesta come di Venezia a contrassegnare, segnando negativamente
come positivamente e in modo indelebile, la metallurgia di questarea
dalle grandi potenzialit, tra i secoli XIV e XVI; e non meno incisivi si
mostrarono i pi distanti Estensi e i Medici che con Ercole I e Cosimo
I, a partire dal secolo XV e fino a tutto il XVI e parte del XVII, importarono largamente dalle vallate alpine bresciane e bergamasche non
solo tecnologia, ma anche manodopera specializzata nellaspettativa di
rompere e sottrarre con la propria impresa il monopolio produttivo del
ferro e dellacciaio tenuto dai lombardi, sui quali spesso grav periodicamente unottusa politica daziaria, oltre a sottrarre loro quello commerciale11. Gli artefici bresciani son stati astretti partirse cum tutte le
famiglie loro et ad habitar altrove, portando larte di trovare et cavar
le miniere et di fabricare ogni sorta di ferrarezze che era prima quasi
sola in Bressana. La frase appena citata stata ripresa dalla relazione
predisposta da Nicol Tiepolo, podest di Brescia, per il Senato veneziano; le parole scritte a quel tempo dal rettore veneto di Terraferma,
che rappresentava Brescia e il suo territorio nel 1527, riflettevano la
grande preoccupazione per un assetto sociale ed economico rappresentante non la prima, ma senza dubbio la seconda fonte finanziaria utile
al benessere collettivo della citt e del suo vasto territorio svilito da
nuove tassazioni e impedimenti che Venezia inizi a imporre dal 1451,
ma che molto tempo prima erano stati anche il fulcro della politica

10
C. Cucini Tizzoni - M. Tizzoni, Li peritj maestri. Lemigrazione di maestranze
siderurgiche bergamasche della Val Brembana in Italia e in Europa (secoli XVI-XVII), in
Bergomum III(1993), pp. 79-178; C. Tizzoni, Dieci anni di ricerche sulla siderurgia lombarda:
un bilancio, in La sidrurgie alpine, cit., pp. 31-48, alle pp. 32, 45.
11
E. Baraldi - M. Calegari, Pratica e diffusione della siderurgia indiretta, cit., pp. 95-96,
128-130.

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economica trecentesca dei Visconti12; da queste ultime considerazioni


penso sia bene allora iniziare nel percorso euristico di questo lavoro.
Lampiezza del territorio di giurisdizione bresciana e la particolare
posizione geografica che assimila la citt di Brescia a poche altre citt
dellItalia settentrionale poste tra pianura e montagna, fornirono questo
centro e il suo largo contado di potenzialit economiche considerevoli. Entro quel paradigma contraddistinto da vallate montuose ricche di
nutriti corsi dacqua e boschi di ceduo, indispensabili per lo sfruttamento della materia prima, il minerale, la citt di Brescia partecip in
quanto centro di raccolta di metalli e di leghe, di botteghe e di empori
dove altrimenti si assemblava e si smerciava una buona parte della
produzione metallurgica lavorata per lo pi nelle vallate, non lontano
da forni fusori posti a met strada tra fucine e miniere che, nella storia
economica europea, secondo gli studi di Rolf Sprandel, rappresentano,
se non lunico, uno dei pochi casi italiani di sfruttamento continuativo
dei siti dallet del ferro a oggi13.
Lintensificazione dellattivit estrattiva e metallurgica segnalata
dalla fine del secolo XII alla met del XIII lascia presupporre che nel
Trecento lo sfruttamento delle miniere, oramai signorilmente autorizzato nelle valli di Scalve, Palot, Camonica, Trompia e Sabbia, come
in quelle bergamasche, doveva essere importante14; come importante
numericamente doveva essere la manodopera composta non solo da
uomini, ma anche da donne e bambini reclutati, in quei secoli della
met del medioevo, per trasportare e fare una prima cernita del mate12
Sui progetti del forno di Volastro della casa dEste (1470-1500), come su tutti quelli
predisposti, durante la seconda met del Quattrocento, nellItalia centrale grazie alla presenza di
esperti provenienti dalle vallate bresciane e bergamasche, compreso dunque il pi tardo progetto
piacentino di Cosimo I de Medici, rimando a E. Baraldi - M. Calegari, Fornaderi bresciani
(XV-XVII sec.), in N. Cuomo di Caprio - C. Simoni (eds.), Dal basso fuoco allaltoforno, Atti del
1 simposio Valle Camonica 1988 La siderurgia nellantichit, Sibrium, Varese 1989, pp.
127-141; Idd., Pratica e diffusione della siderurgia indiretta in area italiana (secc. XIII-XVI), in
La sidrurgie alpine, cit., pp. 93-153, alle pp. 93-99, 119-129; importante anche: I. Tognarini, La
questione del ferro nella Toscana del XVI secolo, in L. Rombai (ed.), I Medici e lo stato senese
(1555-1609), Grosseto 1980, pp. 239-259. Sulla politica dei Visconti e del Malatesta riguardo
alle ferrarezze cfr. P. Mainoni, Economia e politica nella Lombardia medievale. Da Bergamo a
Milano fra XIII e XV secolo, Gribaudo, Cavallermaggiore (Cn) 1994, pp. 115-126; Ead., La politica
dellargento e del ferro, cit., pp. 440-453; Relazione di Nicol Tiepolo, Podest, presentata al
Senato il 22 marzo 1527, in Relazioni dei rettori veneti in terraferma, XI. Podestaria e capitanato
di Brescia, Istituto di Storia Economica dellUniversit di Trieste, A. Giuffr, Milano 1978, pp.
9-21, alla p. 17.
13
R. Sprandel, La production du fer au Moyen Age, in Annales. conomies Socit
Civilisations, *** (1969), pp. ***-***.
14
P. Mainoni, La politica dellargento e del ferro, cit. p. 427.

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riale tolto alla montagna15. Ciclica era la circolazione dei docimastri,


ovvero di quegli artifices, le cui esperienze si erano tramandate da padre in figlio circa lindividuazione della vena, lubicazione e le esatte
proporzioni dei forni atti ad assicurare unimpeccabile presura, fino
alla miglior fusione del minerale16; uomini pratichi ed esperti17, dunque, in tutte le diverse e complesse operazioni da svolgere ai fini di una
buona fase daccensione, durante la quale la proporzione tra carbone,
minerale da fondere e forza idraulica, la cui introduzione fu fondamentale, doveva essere perfetta, fino alla colata vera e propria. Un impiego
arcaico del metodo a induzione indiretta, di fatto gi in uso tra il V e il
VI secolo tra gli artigiani lombardi, aveva fornito a quegli artigiani delle vallate prealpine una base tecnica empirica molto anticipata rispetto
alla metodologia impiegata, in modo generale, nelle altre zone italiane
ed europee. Il raggiungimento allora di primi semilavorati contraddistinti da una buona riduzione delle scorie metallifere a garanzia finale
di un ottimo ferro e un ancor miglior acciaio, impossibili da raggiungere con limpiego di comuni basso fuochi, cio con quei forni, tecnologicamente inadeguati a garantire una cottura ottimale del minerale come
una buona separazione delle scorie a carico, fu lelemento che pertanto
contraddistinse tutta la produzione metallurgica lombarda fin dal primo
alto medioevo18; ma oltre alle tecnologie introdotte il prodotto di fusione finale rimaneva comunque legato allopera personale dellartigiano
che sapeva, e i bresciani e i bergamaschi lo sapevano bene, esaltare
le caratteristiche del metallo attraverso opportuni trattamenti di tempra. Gruppi di lavoro venivano inoltre bene organizzati tra la miniera
e la fornace, tra famigliari o in vere proprie compagnie, allinterno
delle quali la comunit rurale fu a lungo una delle parti importanti di
quelle imprese altrimenti definite, nella seconda redazione degli statuti
minerari di Bovegno (1341,1389), probabilmente ispirati da quelli di
Pezzaze (1318), Societates Medalorum19. Limpegno delle squadre
15

R. Predali, op. cit., pp. 132-140.


L. Frangioni, I tipi della merce, cit., pp. 14-65, alla p. 24; C. Tizzoni, Dieci anni di
ricerche, cit., 32-48.
17
Come sono definiti nella documentazione raccolta da E. Baraldi - M. Calegari, Fornaderi,
cit., alla p. 140.
18
C. Tizzoni, Dieci anni di ricerche, cit., 32-48. Un ausilio molto importante per lo studio dei
documenti e delle tecnologie inerenti allambito metallurgico di periodo medievale il bellissimo
lavoro di Enzo Baraldi, Ordigni e parole dei maestri da forno bresciani e bergamaschi: lessico
della siderurgia indiretta in Italia fra XII e XVII secolo, in La sidrurgie alpine, cit., pp. 163-213.
19
E. Baraldi- M. Calegari, Pratica e diffusione della siderurgia indiretta, cit., p. 148.
16

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di uomini che avevano parte nel progetto per cavar vene e fare ferro
stello20, proprietari della miniera ma, in Valtrompia, non necessariamente del forno21, era di due turni di lavoro svolto durante le fasi di
stasi del lavoro agricolo22. Lattivit estrattiva e quella fusoria si avvicendavano, infatti, allagricola durante i momenti pi freddi dellanno
durante i quali i copiosi corsi dacqua ghiacciavano senza invadere i
cunicoli minerari della montagna da scavare; di contrappunto, nei mesi
estivi, nei cunicoli dove le nuove vene affioranti sarebbero state oggetto della prossima stagione di lavoro, venivano accesi fuochi cos da
dare una prima arrostitura al minerale da cavare. Complementari, sul
piano dellorganizzazione produttiva, erano poi, dobbiamo ricordarlo,
anche le diverse lavorazioni svolte entro le fucine fabbrili occupate a
gettare oggetti molto diversi fra loro, tuttavia connessi da passaggi ed esperienze similari di lavorazione. Pi concretamente, nel tardo
Quattrocento, come ho accennato in apertura23, in una stessa fucina il
fabbro esperto, da attento conoscitore delle leghe, gettava oramai con
una certa assiduit armi da fuoco, le tanto citate bombarde, alternando
a quella fusione quella di campane e di mortai come degli altri oggetti
artistici sacri, dagli acquamanili ai candelabri fino alle fonti battesimali
le cui leghe non potevano essere le stesse, nonostante fosse medesima
lorganizzazione del lavoro e lattrezzatura di base.
Dalle fucine delle valli bresciane e bergamasche uscivano dunque
metalli pi o meno preziosi: argento per lo pi dalle miniere bergamasche, oltre che dalla val Sabbia; ferro, piombo e rame tra la Val
Trompia, Sabbia e Camonica, lavorati per essere predisposti in lamine
e vergelle ed altri semilavorati per ottenere una piccola utensileria
casalinga e da lavoro vanghe, zappe e mannaie, chioderie grosse e
minute, catene e brocchette come armi bianche e da difesa spade,
balestre e corazze , prodotti in genere molto commerciabili, oltre che
sul mercato milanese ed extralombardo, anche sul mercato locale. Tuttavia la gran parte del metallo grezzo e del semilavorato raggiungeva
pi facilmente la citt, in quanto luogo predestinato al controllo e alla

20
Sulla tempra e per una generica spiegazione del significato di per ferro stello cfr. E.
Baraldi, Ordigni e parole dei maestri da forno, cit., pp. 171, 181.
21
Statuti di Valtrompia, Brescia, 1576 (rist. anast. Brescia, 1976), n. 38, cap. 248.
22
Per Ardesio: F. Menant, Pour une histoire mdivale de lentreprise minire en Lombardie,
in Annales. conomies, Socit, Civilisation XL(1987), pp. 779-796, alla p. 784.
23
Cfr. qui sopra n. 1.

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commercializzazione gravata da una gabella ferri24. E in un regime di


pi stretto e alto monopolio, dopo gli anni sessanta del Trecento, il metallo veniva distribuito poi dal fondegum alle numerose botteghe25, che
forgiavano armi e armature, individuate nel numero cospicuo di 167
come attive e censite a Brescia dai registri degli estimi compilati tra
il 1388 e il 148626; rilevante per il fondaco di questa citt era anche lo
smercio di acciai27, desumibili dal carteggio del fondo Datini di Prato
che copre il periodo che va dagli anni ottanta del Trecento ai primi decenni del Quattrocento, e che La pratica della Mercatura di Giovanni
di Antonio da Uzzano decret nella loro specificit essere diciassette28.
Nel caso della Compagnia Datini gli agenti comperavano sulla piazza
bresciana e vendevano mettendo in relazione i diversi fondachi italiani
ed esteri da dove la merce prendeva poi canali diversi. Dal 1380, i contatti pi proficui e numerosi per Brescia vennero con il mercato pisano;
da l gli acciai a buon prezzo andavano a Roma; Brescia vendeva acciaio da rocha a Lucca dove si forgiavano spade; tipi diversi di acciai
interessavano a Parma; altri acquisti documentati furono di pertinenza
genovese; vennero esportati acciai anche nelle piazze di Avignone e
Barcellona29.
24
P. Mainoni, La politica dellargento e del ferro, cit., p. 445. Fin dallaccordo del comune
di Brescia dellanno 1291 con i Federici, che accettarono limposizione obbligatoria del sale e di
ducere et conduci facere quod sit super terris suis ad gabellam ferri civitatis Brixie.
25
Una delle lettere di mercatura dellarchivio Datini scritta alla fine di luglio del 1394 aiuta a
capire landamento del monopolio commerciale tenuto dal signore di Milano. In quel frangente
caratterizzato da una diminuzione delle quantit di metallo sul mercato Pisa che chiedeva lazalo
di rocha che vi mandasemo per quello di Lucha si sent rispondere che in quel momento lacciaio
non era a disposizione perch loficiale del fondico del signore tuto l tolto per s per fornire el
fondico di Milano (cfr. P. Braunstein, Lacier de Brescia la fin du XIVe sicle: lapport dune
correspondence daffaires, in La sidrurgie alpine, cit., pp. 455- 479, alla p. 467).
26
F. Rossi, Armi e armaioli bresciani del 400, in Ateneo di Brescia, supplemento ai
Commentari dellAteneo di Brescia *** (1971), p. 11, nn. 10-13.
27
P. Mainoni, La politica dellargento e del ferro, cit., p. 443.
28
Giovanni di Antonio da Uzzano, La pratica della mercatura, in F. Pagnini del Ventura,
Della decima e di varie altre gravezze imposte al comune di Firenze della moneta e della
mercatura de fiorentini fino al secolo XVI, IV, Lisbona e Lucca, 1766, ed anast. Forni, Bologna
1967, p. 105.
29
Gli acciai commerciati dagli agenti di Francesco Datini, che operavano nelle piazze italiane
e estere, e in contatto con i forni bresciani, erano pertanto di molteplici tipologie, ovviamente in
risposta alle differenti e molte produzioni. Nella documentazione datiniana composta di lettere
mercantili facilmente consultabili grazie a una larga scannerizzazione della documentazione
oggi accessibile in rete, (cfr. http://datini.archiviodistato.prato.it/) distinguiamo azzali da
gamba, da inchudine, da rocha, da campana, da balestre e molti altri. Un importante
e ampio lavoro sulla commercializzazione degli acciai bresciani, che considera molta parte
della documentazione raccolta a Prato, stato pubblicato un decennio fa da Philippe Braustein

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Per ci che riguarda, invece, il versante pi orientale dItalia, sono


le cronache coeve e le carte veneziane a venirci in aiuto per definire
sommariamente un quadro della tipologia produttiva per lo pi bresciana smerciata sulla parte dItalia governata fino al 1420 dal Patriarca di Aquileia e poi completamente nelle mani della Repubblica veneziana. Il Friuli, economicamente dipendente da Venezia dal secolo
XIII30, poteva comperare a Brescia solo prodotto finito, dal momento
che Venezia controllava lintero mercato del ferro traendo altrettanto
monopolisticamente il suo metallo dalle vallate alpine del Cadore e
del Vicentino, come dal mercato centroeuropeo attraverso le vie alpine
della Carnia e il Fondaco dei Tedeschi di Venezia, per poi essere convogliato nelle fucine cittadine e dellArsenale del capoluogo veneto.
Nonostante ci, un documento gemonese del 1324, che riguarda ancora la fase di governo pienamente patriarcale del Friuli, testimonia linteresse dei milites del patriarca per la produzione bresciana di armi da
difesa e dattacco notificando lacquisto in zona lombarda di una lorica
da parte di Odorlico di Spilimbergo31. E dal Bresciano, forse, dovettero
anche arrivare gli schioppi usati sempre dagli Spilimbergo nellassedio
di Cividale del 1331 dal momento che nei registri veneziani del Senato abbiamo notizia del continuo rapporto di fornitura bresciana agli
stessi signori friulani che nel luglio 1345 chiesero a Venezia di poter
importare entro il loro territorio 180 scudi bresciani e balistas quinque
magnas et quinque parvas solvendo dacium consuetum a Venezia32.
in occasione dellimportante progetto collettivo diretto dal 1995 dallo stesso Braunstein in
collaborazione con lcole Franaise de Rome; alle sue pagine, dunque, rimando per ci che
concerne la corrispondenza mercantile con la piazza bresciana. P. Braunstein, Lacier de Brescia
la fin du XIVe sicle, cit., pp. 455-479. Una lettera del 24 aprile del 1394, che interessa la
relazione di Brescia con Pisa, anche edita F. Melis, Documenti per la storia economica dei
secoli XIII-XVI, Olschki, Firenze 1972, p. 174.
30
Per ci che riguarda il monopolio del ferro attuato da Venezia entro il Patriarcato dalla met
del Duecento rinvio al lavoro di D. Degrassi, Leconomia del tardo medioevo, in P. Cammarosano
- F. de Vitt - D. Degrassi Casamassima, Il medioevo, Udine 1988, pp. 269-435, alle pp. 407-410;
R. Hrtel (ed.), I patti con il Patriarcato di Aquileia 880-1255 (in collaborazione con U. Kohl),
Viella, Roma 2005, p. 126.
31
Di Manzano, Annali del Friuli ovvero raccolta delle cose storiche appartenenti a questa
regione, 7 voll., Udine, 1862, nuova rist. anastatica, Forni, Bologna 1975, IV, p. 176: sabato 22
dicembre 1324, Rusino da Udine testimonia di fronte Milano di Villalta, capitano di Gemona, che
Odorlico di Spilimbergo allinizio di quellanno aveva comperato nel distretto di Milano, essendo
a Gorgonzola, una lorica per 4 fiorini doro.
32
Juliani Canonici Civitatensis Chronica [aa. 1252-1364], ed. G. Tambara (Rerum Italicarum
Scriptores, t. XXIV/XIV), Lapi, Citt di Castello 1905, p. 57, aa. 1331-1364. Dopo la met del
secolo XIII Venezia defin sia un trattato con il nuovo patriarca guelfo Gregorio di Montelongo
(1254) sia un trattato con Brescia (1252) che riguard le ferrarezze.

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Ma nessuna carta, fino ai primi decenni del Quattrocento, n sul


mercato veneziano e patriarcale tantomeno sul resto dellItalia centro settentrionale sembra per documentare la rilevante produzione
bresciana di oggetti dallelevata peculiarit, per intenderci le eleganti e leggere, nonch numerose, loriche o le tanto famose bombarde,
lasciando cos a Milano il primato di primo Quattrocento nei diversi
settori dellalta metallurgia documentata33. E altrettanto carenti per
quel periodo sono le testimonianze riguardo una produzione di oggetti
artistici bronzei (campane e mortai e quantaltro) prodotti a Brescia
e nel Bresciano, al pari con quanto ha accennato per lattivit orafa
Stefania Buganza34, tanto da poter cos definire lattivit metallurgica
bresciana del primo Quattrocento come unattivit priva di prodotti, a
meno che non si voglia scorgere alla base del riassetto della zecca apportato da Pandolfo Malatesta lidea di un importante progetto artistico
atto a tramandare la memoria della sua signoria su tutto il territorio
dominato; come probabilmente fu. Le sei monete argentee di diverso
tenore dargento, dallalto valore artistico, coniate per un breve periodo durante il suo governo, spiccarono per simbolismo; in special modo
il soldino siglato dalleffigie di Pandolfo. La documentazione che
riguarda il progetto della zecca malatestiana non prosegue oltre lanno
1408; non abbiamo testimonianze, quindi, di una continuit di conio
oltre quella data, ma fuor di dubbio che quelle sei tipologie di monete
emesse rispecchiarono lo stesso orgoglio signorile che ritroviamo nelle
medaglie fatte coniare poco pi tardi dai figli di Pandolfo Malatesta,
Sigismondo e Novello, oramai lontani da Brescia. Non si discost infatti di molto, per importanza simbolica e valore, sia sul piano artistico
sia su quello tecnico, la produzione di monete celebrative ad opera di
Antonio Pisano e Matteo de Pasti35.
33
E. Motta, Armaiuoli milanesi nel periodo Visconteo-Sforzesco, in Archivio storico
lombardo s. V, 41(1914), pp. 187-232.
34
Cfr. lintervento di Stefania Buganza in questo stesso volume.
35
Sullattivit della zecca bresciana durante il periodo malatestiano cfr. V. Pialorsi, Lattivit
della zecca: 1406-1408, in G. Bonfiglio-Dosio e A. Falcioni (eds.), La signoria di Pandolfo III
dei Malatesti a Brescia, Bergamo e Lecco, Ghigi, Rimini 2000, pp. 137-153. Alla produzione
delle prime medaglie commissionata da Sigismondo e Novello, figli di Pandolfo Malatesta,
corrispondono di fatto le prime commesse artistiche di alto livello affidate nel 1443 o nel 1444
a Pisanello, artista gi attivo alla corte dei Gonzaga come in quella degli Estensi; di fatto il
primo maestro che nel Quattrocento produsse (nel 1438) la prima medaglia commissionata in
Italia in onore di Giovanni VIII Paleologo, e che firm per i Malatesta il suo operato titolandosi
pittore. Nella medaglia di Sigismondo (diam. 10 cm), custodita oggi presso la National Gallery
di Washington, il figlio di Pandolfo venne ritratto, nel recto, nel suo busto, mentre sul verso

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Le prime testimonianze di una produzione metallurgica bresciana


quattrocentesca si identificano allora solo nei singoli pezzi di armature
forgiate da maestri locali e registrate per il pagamento nella contabilit
della cancelleria signorile di Pandolfo Malatesta, importante custode
di ulteriori notizie sulla produzione fabbrile che riguard, in ogni caso,
per Brescia e il territorio connesso, una continua e minuziosa manutenzione delle armi gi in possesso, probabilmente, del comune o del
Malatesta stesso, e per le quali Pandolfo aveva decretato, oltre a una
continua cura, anche un attento approvvigionamento da farsi presso le
numerose rocche del territorio36. Numerose, e rilevanti, sono, infatti,
le registrazioni che si desumono circa la polvere da sparo proveniente
dalla val Trompia; le testimonianze indirette della presenza tra gli artigiani di Pandolfo Malatesta di maestri specializzati nella fabbricazione
e manutenzione delle bombarde; sono registrati i pagamenti per gli
spostamenti di armi da una zona allaltra, il trasporto e gli ordinativi
di carri (plaustra) contenenti lapidi da bombarde per le presumibili 80
bocche da fuoco non meglio documentate, ma per le quali il 13 agosto
del 1409 vennero ordinati in due tempi 300 cochonos, ovvero 300 specie di turaccioli di legno dolce che avrebbero chiuso le bocche di un
numero importante di cannoni non meglio documentati fino a dopo la
met del secolo XV37.
Pisanello incise lo stemma della casata malatestiana e ancora Sigismondo in tenuta da parata
con larmatura, lelmo piumato calato e la spada sul fianco sinistro in posizione di ferma, ma
vigile attesa; nella medaglia di Novello, oggi custodita presso il museo civico di Bologna (diam.
8,5 cm), venne riprodotto il busto del Malatesta sul recto, mentre nel verso il giovane Novello
(venticinquenne) venne ritratto in posizione genuflessa dinanzi un Cristo in croce. A queste prime
medaglie di Pisanello seguirono quelle dedicate ancora a Sigismondo e a Isotta degli Atti, moglie
di Sigismondo in seconde nozze, ma commissionate a Matteo de Pasti da Verona attivo alla corte
dei Malatesta fin dal 1446 (cfr. I. Bonardi, Pandolfo Malatesta signore di Brescia, Apollonio e C.,
Brescia 1930). Sulle medaglie S. Rossi, Una famiglia Medioevale: i Malatesta, in www.roth37.
it/coins/Malatesta/medaglie.html.
36
I. Valetti Bonini, Il territorio bresciano durante la dominazione di Pandolfo Malatesta
(1404-1421), in La signoria di Pandolfo III, op. cit., pp. 87-136, alle pp. 102-103.
37
SASFa (Sezione Archivio di Stato di Fano), Codici malatestiani, reg. 42, cc. XXXIv., XXXII,
13 agosto 1409; due poste riguardano lordinativo di cochonos e il pagamento di Nerio de Scenis
citato come bombardiere; A. Angelucci, Documenti inediti per la storia delle armi da fuoco
italiane, ed. anast. Akademische Druck, Graz 1972, p. 78. Nella documentazione a nostro attivo
non rimasta traccia nemmeno del probabile rinforzo degli armamenti svolto durante la guerra
contro gli Ungheresi sostenuta in territorio friulano. In quel frangente (1411-1412) Venezia aveva
dovuto pensare ad allestire e guarnire nuove fortificazioni. probabile che Pandolfo Malatesta,
dal canto suo, rivestendo lincarico di comandante generale delle truppe assoldate da Venezia
contro lesercito magiaro probabile che abbia partecipato molto attivamente con i suoi fabbri
e con il suo esercito come era gi successo in precedenza (M.E. Mallett, La conquista della

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La primissima attestazione concreta della produzione di bombarde


nel bresciano si colloca allora molto tardivamente nel 1459; si tratta di
una delibera del Senato veneziano con la quale la Repubblica decretava che venisse fatto un ordine di fornitura di armi da fuoco piuttosto
importante ai maestri bresciani delle fucine di Gardone; quelle stesse
fucine che nel Trecento avevano probabilmente forgiato le bombarde
dellassedio contro Enrico VII nel 131138; e altrettanto tarda, pi precisamente del 1446, risulta essere anche la prima testimonianza materiale di parte di unarmatura bresciana prodotta e marchiata nella bottega
bresciana di Antonio de Osma e oggi esposta al Metropolitan di New
York39; mentre sono completamente insufficienti le notizie che riguardano la produzione di campane nonostante lestimo del 1416 mostri la
presenza a Brescia di almeno un maestro e le registrazioni dei codici
malatestiani ci diano delle informazioni indirette sul loro operato. A
Paulino delle campane la signoria di Pandolfo Malatesta chiese di
ripristinare nel 1408 il batacchio della campana della Torre del
Pegol40. Una squadra di persone registrata tra gli stipendiati del MalaTerraferma, in G. Cracco e G. Ortalli (eds.), Storia di Venezia, IV: Tra pace e guerra. Le forme
del potere, Istituto dellEnciclopedia Italiana Treccani, Roma 1995, p. 204).
38
La delibera del 1459: Archivio Stato Venezia, Senato, Delibere terra, reg. 4, fol. 104 (105
numerazione moderna), anno 1459: Mensis aprilis, die XXI. (A margine sinistro: Ser Stephanus
Trivisan, Ser Iacobus Barbadico, Consiliarii). Cum quotidie occurrat quod ex Arsenatu nostro
accipiuntur bombarde, spingarde, schiopeti et alie munitiones et mittuntur ad diversa loca nostra
maritima et nisi provideatur numerus ipsarum rerum valde diminuetur sitque honor nostri dominii
quod dictus Arsenatus sit fulcitus et habundans dictis rebus pro his que occurrere possent, vadit
pars quod auctoritate huius consilii scribatur et mandetur in efficacissima forma Rectoribus nostris
Brixie et successoribus suis quod omni anno de pecuniis illius camere nostre fieri facere debeant
bombardas quinquaginta a galea, decem a reparo cum duabus caudis pro qualibet, spingardas
XXV, sclopetos quinquaginta et quinquaginta milliaria ferrorum veretoriorum a mulinello et ea
omnia mittere teneantur patronis nostris Arsenatus ante conplementum suorum regiminum. Et
patroni nostri Arsenatus sub debito sacramenti esse debeant soliciti quod dicte res fiant omni anno
et in dicto nostro Arsenatu reponantur. Et hec pars revocari, suspendi vel retractari non possit sub
pena ducatorum centum pro quolibet ponente aut consciente partem in contrarium. De parte 103;
De non 6; non sinceri 1. Scriptum fuit Rectoribus Brixie.
39
Limpiego dei marchi di fabbricazione venne sancito, per ci che riguarda il territorio
bresciano, gi nei primi statuti di Bovegno del 1341 (cfr. A. Gaibi, Le vicende dellarte delle
armi, in Storia di Brescia, promossa e diretta da G. Treccani degli Alfieri, III, Brescia 1964, p.
860). Pi specificatamente, quella parte di lorica marcata attribuita ad Antonio de Osma un elmo
esposto al Metropolitan Museum of Art di New York in una delle teche della collezione darmi
medievali con la collocazione 29.150.9 aa.
40
SASFa, Codici malatestiani, reg. 45, c. 17r: a magistro Paulino feraro per conzare
batocholo de una champana de la tore de Povolo soldi X e II denari. Si hanno poi notizie pi tarde
di lavori fatti alla campana della torre del Pegol che venne riparata nuovamente nel 1460 da
artigiani francesi nonostante a livello locale le carte attestino la presenza in quellanno a Brescia
di Costantino e Apollonio detti de li campani, cfr. C. Pasero, Il dominio veneto fino allincendio

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testa negli anni 1412-1413 attende alle campane del Comune di Brescia41; ma un silenzio incombe su tutte le altre numerose campane che
nel Quattrocento suonavano a Brescia e ancor di pi sugli artigiani che
le fusero e tanto pi sullorganizzazione di questo settore della metallurgia che risulta essere carente, in primis, di studi archeologici42. A
questo proposito ritengo sia importante richiamare lattenzione sul fatto che le campane e le bombarde, come le acquasantiere e i candelabri,
ma anche le corazze, sono manufatti artistici che nel corso della storia
hanno patito non solo di furti o di deperimenti, come in genere si
della Loggia (1426-1575), in Storia di Brescia, promossa e diretta da G. Treccani degli Alfieri,
n. 8, p. 148 che rimanda alla documentazione custodita presso lArchivio storico comunale di
Brescia, Provvisioni del Comune, 12 ottobre, 10 novembre 1461, 8 agosto 1463.
41
SASFa, Codici malatestiani, reg. 50, c. 44r, Zonino dal Fianello, Franceschino Degavado,
Andrea di Mapello et Comino da Provacli campanarii sopra la torre del Comune de Brixia; tra i
nomi di armigeri e balestrieri registrati nel Liber de officialibus et salariatorum anni 1412-1413
troviamo anche quello di Toninus de Serlis e dei suoi soci gi citati in precedenti registri, ibi,
reg. 54, cc. IIIv., XXXVr; le poste riguardano il pagamento di stipendi e di altre spese sostenute e
documentate da una bulla facta senza aggiungere altri particolari riguardanti i lavori apportati
alle campane della torre de domini Pepuli di Brescia. Una squadra di persone che lavora per le
campane cittadine allo stipendio del Malatesta.
42
Un quadro complessivo ed esauriente della produzione lombarda di campane , di fatto,
ancora da definire e molti sono i quesiti riguardo lorganizzazione di lavoro in proposito. Risulta,
infatti, poco chiaro quanta parte pu avere avuto in questo settore una certa organizzazione
industriale e quanta di quella produzione poco dopo poteva dirsi strettamente dambito artigianale,
pertanto organizzata secondo tempi e luoghi molto diversi dalle fucine che immaginiamo per
Brescia. Recentemente Elisabetta Neri, nellambito di un convegno organizzato a Milano nel
2006, ha denunciato la mancanza di dati per la difficolt oggettiva di allestire nuovi cantieri. In
quellambito, per, si dava per scontato che i campanari fossero solo itineranti quindi abituati
a lavorare a chiamata e il pi delle volte allinterno dei luoghi di culto. Il dato importante che
comunque emerge dal lavoro della Neri per la Lombardia che sui ventisei ateliers individuati
archeologicamente, dieci sono afferenti al territorio bresciano. Da unanalisi poi di quelle dieci
fosse di campana rintracciate e studiate secondo una logica diversa da quella dellarcheologo
individuiamo una produzione artigiana itinerante e non industrializzata in quanto legata al
tradizionale impiego antico di gettare gli oggetti apotropaici allinterno o in prossimit di uno
spazio sacro. Le dieci fosse di campane del Bresciano sono, infatti, collocabili, per la loro maggior
parte, entro il periodo altomedievale, inducendomi allora a pensare, sulla scorta dellesperienza
veneziana che gi nel secolo XIII mostra di avere fucine che fondono industrialmente campane
allinterno del centro cittadino (cfr. M. Bottazzi, Fonditori di campane: dalla bottega medievale
alla produzione industriale nellambiente del Rinascimento veneziano, in V. Avery-M. Ceriana
[eds.], Lindustria artistica del bronzo del Rinascimento a Venezia e nellItalia settentrionale.
Atti del Convegno internazionale di Studi, Venezia, 23-24 ottobre 2007, Scripta Ed., Verona
2008, pp. 363-374; Ead., Artigiani? Venezia: larte di fondere. Dalla documentazione darchivio
e dalle scritture incise (sec. XIII-XVI), in Bullettino dellIstituto Storico Italiano per il Medioevo
CXI(2009), pp. 319-342), che per il periodo del pieno medioevo e della prima et moderna,
anche a Brescia e nel Bresciano, come a Venezia, dove si fondono bombarde industrialmente si
fondono anche campane e che le 136 chiese della provincia diocesana di oggi sono solo un dato
per immaginare quanta deve essere stata la domanda bresciana dei tempi pi antichi.
II,

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propensi a pensare, ma anche di momenti caratterizzati da importanti


depredazioni e rimpieghi materiali. Durante il periodo napoleonico e
nei pi recenti tempi della prima guerra mondiale, per esempio, le campane e altri manufatti artistici vennero rintracciati e fusi per la stringente necessit di recuperare il bronzo e lacciaio occorrente a rimodellare
nuovi cannoni43. A prescindere per dalle importanti razzie storiche,
durante tutto il periodo medievale era buona norma utilizzare una campana fessa, una bombarda o parti di corazze dismesse per allestirne di
nuove. E ancora dallarchivio Datini che apprendiamo, infatti, di un
mercato dellusato, un mercato di fatto parallelo che provvedeva alla
raccolta di elmi usati o guasti, coppi, e altre cose da riassettare seconda la guisa, ovvero secondo la moda e le nuove esigenze del committente44. Lopera allora di tanti fabbri dei secoli XIV e XV andata sicuramente persa sia materialmente sia tra le filze della documentazione
medievale che oggi definiamo rarefatta e insufficiente a tratteggiare
quantitativamente, e in modo circoscritto, la realt produttiva quattrocentesca del Bresciano. Restano a mio avviso almeno due canali diversi da indagare per afferrare il volume della produzione metallurgica
bresciana del primo Quattrocento; il primo coinvolge lambiente archeologico, che da tempo studia nei rinvenimenti i dati relativi alla
produzione e alle diverse tecnologie usate dagli artifices dellepoca, da
leggersi per, secondo unanalisi storica e sulla scorta degli studi fatti
sulle fucine veneziane, che rifletterebbe, anche nel Bresciano, unimpostazione industriale data lorganizzazione di lavoro e la mole di produzione supposta. Il secondo implica unanalisi della documentazione
afferente alle politiche fiscali. Ritengo non sia sbagliato, infatti, guardare come a un indice allinteresse che i diversi signori, dalla met del
43
Per le campane milanesi e lombarde fuse durante il periodo napoleonico cfr. V. Forcella,
Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano dal secolo VIII ai giorni nostri, Bortolotti di
Giuseppe Prato, Milano 1889-1893, I-XI, XI, pp. XI-XLI. Una raccolta delle iscrizioni di campane
destinate alla fusione per ordine dei funzionari dellImpero austroungarico durante la prima
guerra mondiale ha dimostrato la fragilit, in tempi di generale e rilevante carestia di metallo,
di quelle opere darte bronzee: cfr. A. Gnirs, Alte und neue Kirchenglocken, A. Schroll e Co.,
Wien 1917. A questo stesso proposito rimando M. Bottazzi, Campane e scrittura: informazioni
dalle iscrizioni campanarie e dalla documentazione darchivio, in S. Lusuardi Siena - E. Neri
(eds.), Del fondere campane. Dallarcheologia alla produzione. Quadri regionali per lItalia
Settentrionale, Allinsegna del Giglio, Milano 2007, pp. 109-117.
44
F. Bressan, Reperti di armi tardo medievali da contesti archeologici friulani, in G.P.
Brogiolo (ed.), II Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, Musei civici, Chiesa di Santa
Giulia (Brescia, 28 settembre-1 ottobre 2000), Allinsegna del Giglio, Firenze 2001, pp. 481-484.
Sia qui il momento per ringraziare Fabrizio Bressan per il solerte aiuto a reperire una parte del
materiale bibliografico afferente allambito archeologico e al settore metallurgico.

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Trecento, mostrarono per i proventi derivanti da politiche economiche


e finanziarie applicate alla produzione metallurgica del Bresciano il cui
volume e le cui articolazioni dovevano essere rilevanti. A questo proposito uno studio degli anni trenta del Novecento di Guido Lonati45,
quello di Ida Gianfranceschi Vettori e i pi recenti lavori di Patrizia
Mainoni sulle politiche fiscali dei Visconti46, hanno messo in luce la
centralit di un sistema economico della fine degli anni sessanta del
Trecento costruito su uno stretto controllo dei paratici oltre a una
pesante partecipazione del signore (1/3) su quanto veniva incamerato
dal fondegum ferraricie. Quella organizzazione monopolistica del
mercato delle ferrarezze continu a sussistere fino alla fine della signoria di Filippo Maria Visconti nonostante le forti richieste della popolazione attiva in quellambito fossero di un cambiamento della pressione fiscale. Il fondaco, o piuttosto i fondachi, del signore
continuarono dunque a vendere e incassare, anche se non monopolisticamente, sulla base di un consapevole impiego del diritto regalistico
sui metalli passato dalle precedenti istituzioni cittadine ai Visconti47;
ma se la politica degli ultimi anni del Trecento di Gian Galeazzo non
fu di vero monopolio, certamente punt a disincentivare qualsiasi acquisto estraneo alla sua organizzazione attraverso limposizione di una
pesante gabella ferri a Milano, ovvero di quel dazio versato da chi acquistava del ferro in un mercato libero. Niente venne dato, ad artigiani
e mercanti che a Brescia e nelle vallate chiedevano un sostegno finanziario per rilanciare il lavoro, anzi. Tassazioni imposte accelerarono,
nellultimo decennio del Trecento, il processo di ribellione contro il
dominio visconteo. I sommovimenti nelle vallate ricordati nella documentazione dal 1393 e il 1397, cessati con tregue e paci, avrebbero
legato la Val Camonica ai Visconti, ma altre sollevazioni, dal carattere
pi politico, per le continue taglie di guerra imposte, accompagnarono
gli ultimi anni di Gian Galeazzo, il cui scopo pare fosse in quel momento di avviare verso il loro vero scopo le associazioni di arti e
mestieri48. Il Visconti comunque non riusc a ridare, o non volle farlo,
in quegli anni finali del Trecento, quellimmediato e utile slancio al
45
G. Lonati, Stato totalitario alla fine del secolo XIV. Illustrazione storica di un codice
bresciano di decreti viscontei, in Commentari dellAteneo di Brescia XIV(1935), pp. 9-128.
46
P. Mainoni, Economia e politica, cit., pp. 115-121; Ead., La politica dellargento e del
ferro, cit., pp. 440-452. Sui paratici: I. Gianfranceschi Vettori, I problemi storici, ed. V. Frati
(ed.), Brescia nellet delle signorie, Grafo, Brescia 1980, pp. 65-96, alle pp. 87-92.
47
P. Mainoni, La politica dellargento e del ferro, cit., pp. 423-441.
48
G. Lonati, Stato totalitario, cit., p. 18.

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settore che venne, a mio parere, ulteriormente bloccato da una politica


di ripopolamento che and a gravare sullo stato di debolezza economica e politica delle diverse categorie di fronte alle sperequazioni sociali.
I magistri armorum, ferrarii, e balistri, a dispetto delle diverse specializzazioni di mestieri registrate nelle filze dellestimo del 1388, apparivano, infatti, ancora riuniti nellunico e antico paratico ferrariorum
sostenuto dalla confraternita dedita a S. Maria del Carmine, e regolamentati nella pi ampia organizzazione corporativa delle Mercantiae49;
privi, perch consapevolmente privati, sulla scorta del modello veneziano, delle organizzazioni corporative di mestiere, di forza politica
dinanzi le imposte come di fronte quella sorta di conquista del mercato
da parte degli artigiani foresti50. A Brescia, nel primo Quattrocento,
non mancavano, infatti, botteghe e fucine di propriet di artigiani venuti da luoghi diversi; molti erano i milanesi e i bergamaschi, ma non
mancavano nemmeno fabbri e armaroli venuti dal Cremasco, dalla
zona comasca; di fatto, tutti privilegiati dal sistema visconteo; comperavano dai fondachi ferro e acciaio troppo spesso definito milanese
nella documentazione; ma anche prodotto finito, destinato a uno smercio milanese e desportazione; mentre Brescia, sappiamo, rimaneva
esclusa dal commercio pi libero e redditizio. La vicinanza della citt
al mercato della miglior materia prima, lavorata a regola darte da artigiani locali, aveva inoltre spinto molti artigiani provenienti dalle altre
citt lombarde a spostarsi definitivamente in citt e ad acquistare case
e botteghe a Brescia51, agevolati dai provvedimenti molto vantaggiosi
introdotti da Gian Galeazzo Visconti in risposta allo spopolamento demografico che la citt aveva accusato dopo il 1348, ma anche, come
soluzione politica a unesigenza di nuova mano dopera artigiana specializzata sul territorio52. Gli artigiani migrati, la cui fama era certa e
sicura, vennero decretati immediatamente cittadini ed esentati da im49
G. Bonfiglio-Dosio, Considerazioni socio-economiche sul mondo del lavoro, in Brescia
nellet delle signorie, cit., 109-131, alla pp. 117-126. Cfr. C. Pasero, Il dominio veneto fino
allincendio della Loggia (1426-1575), in Storia di Brescia II, Morcelliana, Brescia 1963, pp.
127-130, n. 1. Lo statuto dal quale Brescia prese riferimento era quello degli orafi di Venezia.
50
G. Bonfiglio-Dosio, Considerazioni socio-economiche, cit., pp. 109-110.
51
Bertramo da Milano, Donato dArconate fabricator armatorum, Francesco Ferri di Milano
magister armorum o i Vimercate da Cremona, citati anche nei codici malatestiani, sono solo
alcuni esempi tra i tanti artigiani trasferitisi a Brescia prima del governo malatestiano.
52
G. Bonfiglio-Dosio, La condizione giuridica del civis, in Istituto veneto di scienze, lettere
ed arti, classe di scienze morali, lettere ed arti CXXXVII(1979), pp. 523-532, alla p. 529; Ead.,
Considerazioni socio- economiche sul mondo del lavoro, in Brescia nellet delle Signorie, pp.
109-131, p. 110.

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poste per un periodo di cinque anni dalla signoria Viscontea; per contro, la forza lavoro originaria bresciana dello stesso settore, che poteva
comunque dirsi considerevole specialmente nelle vallate, dove si organizzavano tutte le vere e proprie fasi di lavorazione, continu ad essere
pressata dalle imposte e dalle taglie; concentrata professionalmente a
soddisfare, in modo preponderante, il centralismo e una visibilit tutta
milanese in ottemperanza alla linea viscontea seriamente indirizzata a
sfruttare le citt suddite e i loro contadi in favore di unindustrialit
milanese53; eppure, Brescia e le vallate secondo i dati dellestimo del
1416 non sembravano aver conosciuto una recessione economica da
incidere sulle condizioni dei lavoratori54 in forza, probabilmente, anche di una buona e innovativa politica malatestiana avvicendatasi nel
governo del Bresciano dai primi anni del Quattrocento e intesa a regolare da subito la produzione e il commercio delle armi privilegiando
produttori e mercanti ed esentando nelle vallate le ferrarezze da
dazi55. Difficilmente, limportante produzione delle armi era stata oggetto di tanta attenta cura da parte del legislatore. Ci vero, dal momento che le norme introdotte dal Malatesta poggiarono su una politica
sociale che favor lartigianato e i mercanti, tendendo a privilegiare
nellimmediato ancora un artigianato foresto che in verit diede anche slancio alla produzione metallurgica bresciana che diede frutti nel
medio e lungo periodo. La norma a favore degli artigiani immigrati a
Brescia volta ad agevolare lapertura di botteghe e fucine, gi introdotta dal Visconti, venne riconfermata anche da Pandolfo, ma per un periodo desenzione dimposta di dieci anni.
Certo, attorno al Malatesta gravitava un esercito personale, dei fornitori e degli artigiani spesso estranei allindustria locale, ma quelli
divennero il volano della specificit bresciana nel settore metallurgico. Lesperienza dei Vimercate, di Bertramo da Milano, di Gualtiero
dInghilterra, di Giovanni da Bruges, di Francesco Ferri, di Donato
dArconate e di Franceschino de Bustellis, e di molti altri provenienti
53
R. Greci, Le corporazioni. Associazioni di mestiere nellItalia del Medioevo, in Storia e
Dossier XCIX(1995), pp. 71-97, alla p. 80; E. Cristiani, Artigiani e salariati nelle prescrizioni
statutarie, in Gli artigiani e salariati. Il mondo del lavoro nellItalia dei secoli XII-XV, Decimo
Convegno Internazionale, Pistoia, 9-13 ottobre, 1981, Centro Italiano studi di storia e darte,
Pistoia 1984, pp. 417-429, p. 427.
54
G. Bonfiglio-Dosio, Considerazioni socio-economiche sul mondo del lavoro, in Brescia
nellet delle signorie, cit., p. 110.
55
I. Valetti Bonini, Il territorio bresciano durante la dominazione di Pandolfo Malatesta
(1404-1421), in La signoria di Pandolfo III Malatesti, cit., pp. 89-107.

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Aspetti della metallurgia bresciana del primo 400

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da zone diverse da Brescia, il pi delle volte milanesi se non proprio


dOltralpe, se non produssero unimmediata, grande ricaduta economica, lavorarono certamente a beneficio di una produzione estremamente
caratterizzata. Lorizzonte di Pandolfo doveva essere, dunque, quello
di portare a Brescia il bello e lesclusivo, fattori che di fatto si materializzarono nella specificit delleleganza bresciana delle armi da difesa
e da fuoco che oggi vediamo esposte in bella mostra nei musei pi
importanti del mondo56.
Tutte le osservazioni fatte sulla politica economica per Brescia
sembrano essere valide fino al 1421, momento in cui fin la Signoria malatestiana e momento in cui, come grande centro di produzione,
Brescia poteva dire di essersi posta, per conto di Venezia, su un piano apertamente concorrenziale con la Milano viscontea e sforzesca. Il
breve governo di Filippo Maria, che subentr a Brescia nel 1421, sotto
laspetto fiscale, per la citt e le vallate rappresent nuove forti gravezze, pressioni e usurpazioni, mentre sotto laspetto storico-sociale disegn guerre, epidemie e carestie spingendo allesodo molta popolazione
urbana57; oltre ad aver scacciato, pagando sonoramente, lilluminato
governo malatestiano. Fu in forza allora dei lunghi rapporti economici,
sommessamente politici e nascostamente egoistici che Venezia intervenne offrendosi allora come unavveduta e liberale Signora, avvezza
ai grandi e fruttuosi commerci, dispensatrice di armonia e di accordi,
fonti indispensabili per una buona crescita economica, ma solo fino al
1451; anno in cui anche Venezia inizi a rispolverare una nuova, la
sua, politica fiscale su Brescia e le sue vallate dopo aver offerto loro
importanti privilegi e le ancora pi importanti esenzioni nei primi anni
del suo governo58.
56

Metropolitan Museum of art di New York, collocazione 29.150.9 aa.


C. Pasero, Dati statistici e notizie intorno al movimento della popolazione bresciana durante
il dominio visconteo (1426-1797), in Archivio storico lombardo LXXXVIII(1963), pp. 71-97.
58
Da un prospetto delle entrate e spese della Repubblica del 1469 risulta che Venezia
incassava da Brescia ducati 59000 al netto delle sue spese che ammontavano a ducati 16000 (cfr.
S. Romanin, Storia documentata di Venezia, IV, aggiungere luogo e data di edizione pp. 170-171;
A. Zanelli, Delle condizioni interne di Brescia del 1426 al 1644 e del moto della borghesia contro
la nobilt nel 1644, in Archivio storico italiano s. V ***(1898), pp. 138-162; Id., Una petizione
di Bresciani al Senato Veneto sulle gravezze imposte alla citt e al territorio, in Archivio storico
lombardo s. VI *** (1929), pp. 297-322, in particolare alle pp. 308-315 per ci che riguarda una
ricomposizione della politica e delle imposte previste dalla Repubblica sulle merci bresciane, ma
ancora pi in particolare per ci che riguarda il ferro (ibi, pp. 314-315), per il quale Venezia, dal
1520, viet lestrazione sul territorio bresciano a meno che il ferro estratto non passasse prima da
Venezia per pagare il dazio.
57

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Per gentile concessione del Ministero per i beni e le Attivit Culturali, Roma Istituto Nazionale
per la Grafica. Domenico Beccafumi, incisione F:C: 86555, Vulcano e Plutone davanti il
Crogiuolo. Sia qui loccasione per ringraziare la gentilissima Gabriella Golluccio, attenta e
solerte responsabile del procedimento di individuazione e riproduzione fotografica oltre a quello
dautorizzazione a pubblicare il materiale concessomi.

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