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Il Ritorno

La stanza era enorme, decine di


donne e uomini vagavano senza
sosta, nessuno di loro aveva meno di
60 anni, io ero in quella stanza, cosa
ci facevo? Al confronto dei loro
poveri abiti, il mio abbigliamento
poteva considerarsi " raffinato ".
Portavo un lungo cappotto, una
sciarpa annodata al collo come fosse
una cravatta che nascondeva una
maglia di cotone, pantaloni di pelle
nera ed ai piedi, stivali molto in voga
nell'anno 1970. Per quanto mi
sforzassi non ricordavo del perché
ero in quel posto, e, come ci fossi
arrivato. Improvvisamente una
sirena cominciò a suonare e le
persone presenti visibilmente
preoccupate, si lanciarono verso
l'unica porta del locale che ci
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ospitava. Non percependo nessun
imminente pericolo, lasciai che gli
altri uscissero, poi anch'io
attraversai la porta. Davanti a me un
lungo corridoio illuminato da deboli
lampadine rosse, e dalle porte che si
aprivano ai lati altre persone vi
s'immettevano disordinatamente,
correndo verso la fine, dove
dall'uscita spalancata s'intravedeva
un cielo grigiastro. Per ultimo
attraversai la porta trovandomi in un
gran cortile. Uno dei palazzi che
attorniavano lo spiazzo era in
fiamme, una squadra d'uomini
teneva gli idranti che riversavano
colone d'acqua verso le finestre
dell'edificio. La sirena aveva smesso
di suonare, e tutti i presenti erano
intenti ad osservare le fiamme e chi
cercava di spegnerle. Senza sapere
perché, lentamente mi allontanai,
dirigendomi verso il cancello che
chiudeva il cortile. Nessuno mi
chiese niente, nessuno mi fermò,
solo il guardiano all'entrata volse lo
sguardo verso di me, ma subito si
girò per rispondere al telefono, ed io
indisturbato lo varcai, immettendomi
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nella strada ed incamminandomi
lungo il marciapiede. Il posto mi era
vagamente familiare, la strada che
stavo percorrendo e che s'immetteva
trasversalmente, al corso bagnato ad
un lato dal mare, dove ora stavo,
l'avevo già visto, ma dove? Quando?
Le barche ormeggiate lungo le
banchine e quelle nel porticciolo alla
fine del lungomare, erano diverse
dalle immagini immagazzinate nella
mia memoria, ma quel posto aveva
alcuni particolari che combaciavano
con i ricordi che avevo di un posto
simile. Mentre lentamente
camminavo, nell'indifferenza delle
persone che transitavano lungo il
molo, per quanto il mio
abbigliamento al confronto del loro,
fosse " antiquato", diverso al punto
che avrebbe dovuto destare
curiosità, o almeno a me così
sembrava; prepotente mi venne il
desiderio di fumare, ma nelle tasche
del cappotto, non vi erano delle
sigarette. Inconsciamente, voltai a
sinistra, nella strada dove, dopo una
leggera salita, s'intravedeva una
piazza. Nella piazza mi fermai ad una
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porta semichiusa, la spinsi, e
all'interno della stanza, distesa in
una branda, una vecchia senza età
riposava. Su dei polverosi scaffali
c'erano alcuni pacchetti di sigarette,
nel cassetto del tavolo, banconote
che non avevo mai visto. Il primo
impulso fu quello di svegliare la
vecchia, ma poi, senza sapere
perché, facendo il minor rumore
possibile, presi dallo scaffale due
pacchetti di sigarette, da sopra il
banco, un accendino e dal cassetto
alcune banconote, subito dopo uscii,
riaccostando la porta. Continuai,
senza pensare, verso la parte alta
della strada che proseguiva a salire,
aprii un pacchetto, al suo interno vi
erano 12 sigarette, non le 20 che mi
aspettavo, né accesi una
aspirandone voluttuosamente il
fumo, quanti anni erano che non
fumavo? Aspirando il fumo della
sigaretta che risvegliava antiche
sensazioni, raggiunsi la fine della
salita, dove si apriva un'altra piccola
piazza. Le costruzioni intorno erano
per quel che ricordavo, moderne, ma
all'angolo di quelle facciate
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avveniristiche, si ergeva un
campanile ed una chiesa che
combaciavano perfettamente con
l'immagine che la mia mente
conservava della struttura. Alcuni
giovani sostavano nella piazza, mi
avvicinai salutando, e prima che
rispondessero al mio saluto, venni da
loro minuziosamente osservato.
Anch'io, in quegli attimi gli scrutai,
notando i loro miseri abiti. Da loro
seppi che la città si chiamava Silicia,
che si trovava in un'isola e che era
collegata ad un'altra isola più
grande. Era questo un altro
particolare che mi era famigliare, ma
non avendo ricordo del passato, non
giunsi, o non volli giungere a
nessuna conclusione. La curiosità di
conoscere il posto, m'impose di
chiedere altre informazioni. Prima di
iniziare con le domande, che
vorticosamente transitavano nei
neuroni del mio cervello, tolsi dalla
tasca del cappotto il pacchetto di
sigarette, offrendone una ad ogni
ragazzo. Nel vedere le sigarette,
rimasero perplessi, gentilmente
rifiutarono, ed uno di loro mi chiese:
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< sei un viaggiatore? >
Non sapendo cosa significava, no, lo
sapevo, ma non conoscendo se
avesse lo stesso significato che io
attribuivo a " viaggiatore " risposi
con una domanda:
< Perché, né vengono molti di
viaggiatori in questa città?>.
< No, non molti, dall'ultimo che è
stato in Silicia, sono trascorsi almeno
tre anni >.
Né sapevo meno di prima, perciò,
continuai sullo stesso argomento:
< Cosa ti fa pensare che io sia un
viaggiatore >.
< La maniera di vestire, anche
l'’ultimo che abbiamo visto era
abbigliato nello stesso tuo modo. Un
cercatore di perle di silicio quale io
sono, non può permettersi di vestire
con un simile cappotto e pantaloni di
pelle, costano un'immensità di
crediti. I mercanti, loro potrebbero,
ma preferiscono vestire abiti di
plastica, o di seta artificiale >.
Non riuscendo, dalle risposte che il
giovane mi aveva dato sinora, a
capire cosa fosse un "viaggiatore,"
continuai; il mio obiettivo era sapere
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dove mi trovavo, e se il dubbio che si
era insinuato nel cervello
corrispondesse a verità.
< Il posto dove vivo è molto freddo,
la pelle non costa molto e in quella
rigida temperatura non potrei vestire
abiti di plastica. Ma dimmi, forse ho
visto la stessa costruzione in un'altra
città, quella non è una chiesa?>.
< Lo era sino ai primi anni del 2000,
vi era custodito il protettore della
città, un medico africano vissuto
tanti secoli addietro, ora é un museo
dove sono conservate le vestigia
della vecchia religione >.
< Sai come si chiamava, prima, la
città ?>.
< Il suo nome era Sant'Antioco, ma
da oltre 40 anni ha cambiato nome
ed ora é chiamata Silicia. Il nuovo
nome perché nella valle est dell'isola
furono trovate ed ancora ci sono,
uniche in tutta la terra, le perle di
silicio >.
Le ultime risposte avevano fugato il
mio dubbio, ero in un posto che già
conoscevo, lo confermavano alcuni
ricordi che erano affiorati e che
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almeno per ora corrispondevano a
verità.
< Hai detto, che da 40 anni questa
città ha mutato il suo antico nome ?
>.
< Si, esattamente il primo gennaio
del 2006, tra pochi giorni sono 41 gli
anni trascorsi, poiché saremmo nel
2047 >.
Per un attimo rimasi senza fiato,
avevo sinora qualche ricordo del
2001, prima e dopo quella data il
buio. Un'oscurità di 46 anni senza
contare i primi 60 anni della mia vita
ottenebrava la mia mente.
Sommando il ricordo alla data
odierna giunsi alla sconcertante
conclusione: avevo 106 anni,
all'ottavo giorno dell'imminente
nuovo anno, 107. Che cosa era
successo, dove avevo trascorso i 46
anni, chi ero stato nei primi 60 della
mia vita? Di una cosa ora ero certo,
questa città, anche se aveva un
nome diverso, era la mia città, era
Sant'Antioco.
Ritirai fuori, dalle tasche del
cappotto il pacchetto delle sigarette,
accendendone un'altra e
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riproponendo l'offerta ai giovani,
ricevendone però un altro cortese
rifiuto. Ringraziai e lasciai la piazza,
dirigendomi verso la strada dalla
parte opposta a quella che avevo
prima percorso, ora sapevo dove
dovevo andare.
Lungo la strada che portava al posto
dove stavo avviandomi, notai altri
particolari che confermarono la mia
conoscenza di quel posto. Malgrado
ciò, i miei occhi cercavano altre
conferme, poiché il luogo era
notevolmente cambiato. A renderlo
diverso, non solo la differenza delle
case e l'enormità del numero, ma la
scomparsa quasi totale della
campagna che prima c'era attorno
alla strada che stavo lentamente
percorrendo. Altri particolari
confermarono che quel posto era
realmente il luogo che ricordavo. La
casa dalla torre saracena e la strada
che intersecava quella dove stavo
camminando. La collina che si
stagliava di fronte e il piccolo ponte
situato prima della salita, erano
alcune delle cose che non erano
cambiate, nonostante la gran
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diversità ed il grosso quartiere che
ora vi era.
Nel tempo che trascorsi per arrivare,
dove certamente avrei, almeno così
speravo, ritrovato me stesso, cercai
di crearmi un quadro della
situazione. Viaggiatore, Silicia, perle
di silicio, mercanti, abiti di plastica,
l'enormità della città, erano, solo
parole; ma ognuna poteva aiutarmi a
capire. Silicia e silicio, erano
abbastanza facili, sapevo cosa era il
silicio ed a cosa serviva. Silicia quale
nuovo nome delle città, era una
logica conseguenza, ma cosa fosse
una perla di silicio, ed a cosa
servisse, un mistero. Tralasciai "
viaggiatore " perché non riuscivo a
trovare altro significato diverso da
quello che conoscevo. Mercanti,
erano sicuramente la nuova classe
dominante, che commerciava le perle
di silicio. La loro prosperità
dipendeva dalle perle, le barche che
avevo visto nel porticciolo, insieme
ai vestiti di plastica e seta artificiale,
il simbolo di tale benessere.
L'insieme, unito alla dimensione
della città, portava ad un'unica
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conclusione: nei 46 anni che
mancavo, la scoperta delle perle di
silicio, unico esemplare sulla terra,
così mi era stato detto, aveva fatto
della mia isola il nuovo Eldorado. La
città era immensa, in lei erano nati i
nuovi ricchi, ma anche molti nuovi
poveri. I proprietari dei terreni, sia
quelli edificabili, che quelli dove si
trovavano le perle, insieme a
mercanti, i possessori del benessere.
Chi cercava tra la terra il prezioso
prodotto, stando al vestiario dei
giovani con cui avevo parlato, i
poveri.
Il mio cammino era terminato,
l'ultimo tratto non era cambiato, il
muro di cinta era lo stesso, la
scalinata che iniziava dalla strada
ora aveva gradini di pietra,
l'ingresso, una copertura di tegole, la
porta che portava all'interno della
costruzione era nel medesimo posto,
ugualmente il portone di ferro che
immetteva alla parte scoperta
all'interno della recinzione. Si era il
posto che speravo ancora esistesse,
rivisitandolo, sicuramente almeno
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una parte di ricordi sarebbero
tornati.
Salii la scalinata con il cuore in
tumulto, da un comignolo che prima
non c'era saliva del fumo. Chi mi
avrebbe aperto? Un viso famigliare?
Una faccia che avrebbe risvegliato i
ricordi? Dopo alcuni tentativi, riuscii
a portare le nocche delle dita della
mia mano contro la porta di legno,
un'attesa di pochi minuti, che
sembrò un'eternità, lo scricchiolio
della serratura e la porta si aprì. Di
fronte a me un giovane
dall'apparente età di non più di 20
anni, gentilmente anticipò il mio
saluto:
< Pace, cosa desidera >.
Rimasi immobile a fissarlo,
disperatamente cercavo sul suo viso,
rassomiglianze che non ricordavo,
ma che sicuramente erano in qualche
recesso della mia mente, dopo un
imbarazzante silenzio, risposi:
< Cerco tuo padre, oppure tua madre
>.
< La prego si accomodi, i miei
genitori sono dentro>.
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Nell'attraversare quella che una
volta era la biglietteria, il suo
sguardo non abbandonò di un attimo
il mio cappotto e quello che si
vedeva dei pantaloni di pelle.
Superata la porta, mi ritrovai nella
sala invernale, all'interno della parte
al coperto della mia discoteca. La
sala era stata modificata, e nella
parte finale alcune porte indicavano
altrettante stanze. Dove un tempo
stava la postazione del D.J c’era un
caminetto acceso, la cucina dove
prima dominava il bar, l'altro che
rimaneva della sala da ballo, con, al
centro un enorme tavolo, la stanza
da pranzo. Alla parete destra, con
mia enorme meraviglia, spiccava il
grande disegno raffigurante una
fanciulla nuda con delle enormi ali; lo
avevo disegnato nel 1998. Quel
disegno, dischiuse completamente la
porta che portava ai ricordi di 60
anni di vita.
La donna, il ragazzo che mi aveva
aperto la porta, ed il resto della
numerosa famiglia, silenziosamente
osservava senza capire le lacrime
che solcavano il mio viso, solo
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l'uomo, i suoi occhi lo confermavano,
brillavano esprimendo meraviglia.
< Credo di conoscerla, e proprio
l'abito che indossa, conferma ciò,
non è cambiato, anche se sono
trascorsi 46 anni, il viso e quello
della foto pubblicata sul giornale che
annunciava la sua scomparsa >.
Cosi seppi che alla fine della
stagione estiva del 2001 scomparvi
senza lasciare nessuna traccia, e
tutte le ricerche effettuate
risultarono vane. Dopo diverse
settimane ed una miriade di
supposizioni, i quotidiani dell'epoca
non parlarono più del mio strano
caso, ma cominciarono a parlare
delle perle di silicio. Un geologo, nel
parcheggio della discoteca, nel
raccogliere la chiave della macchina
che gli era caduta per terra, si
ritrovò in mano, oltre alla chiave,
quella che sembrava una
piccolissima pietra nera. Mesi dopo i
giornali parlarono della singolare
scoperta: quella piccola pietra nera,
debitamente trattata, poteva
contenere miliardi d'informazioni.
Quella pietra, aveva un valore
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commerciale altissimo e si sperava
che nel sito del primo ritrovamento
c'è né fossero delle altre.
< Il seguito può intuirlo, la sua
famiglia insieme al geologo ed alla
sua squadra di studio, fondò una
società per la ricerca e la
commercializzazione delle perle di
silicio, diventando una delle più
importanti del pianeta. Oggi, vive in
un’enorme villa circondata dal verde,
nella zona di Calasapone, che Lei,
certamente ricorderà >.
Le emozioni che il mio cuore stava
sopportando, mi fecero accasciare su
di una delle sedie che attorniavano il
tavolo. La donna cortesemente mi
portò un bicchiere d'acqua, dopo un
po’ mi ripresi, pronto ad ascoltare
altri particolari degli avvenimenti
che si erano succeduti dopo la mia
scomparsa.
L'uomo volentieri continuò:
< Altri proprietari preferirono
vendere i loro terreni alle numerose
società che all'improvviso si
crearono, molti altri rimasero
indipendenti, cercando in proprio le
perle. Non fu possibile meccanizzare
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l'estrazione poiché ogni palmo di
terreno doveva essere setacciato
accuratamente. Le perle non erano
tante ma il ritrovamento di una,
assicurava il sostentamento ad una
famiglia per circa un anno. Una
moltitudine di persone si riversò
nell'isola, le stesse società avevano
bisogno di molti cercatori e la
crescita della città fu caotica, tutta
l'isola diventò un'enorme miniera a
cielo aperto. Col passare degli anni,
le cose si normalizzarono, le perle
furono e sono tuttora trovate, solo
nei terreni della pianura, che dal
parcheggio della discoteca, si
estende verso il mare, dove prima
stavano le vigne. La parte esterna
del locale, o almeno le piste da ballo,
furono trasformate in grossi serbatoi
d'acqua, dove la terra degli scavi in
piccoli quantitativi è portata e lavata
accuratamente. E’ sicuramente un
lavoro duro, ma anche oggi, meno
che in passato, un grido di gioia
significa il ritrovamento di una perla,
ed un premio per il cercatore
fortunato>.
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< Perché oggi non ci sono cercatori?
>
< La fine d'ogni anno é considerata
festiva, i lavori riprenderanno dopo
la prima decade del nuovo anno >.
< Sai dove vive il guardiano che nel
2001, viveva qui?>.
< Mio padre, è morto nel 2035. Suo
fratello ha voluto che la società, una
volta iniziata la ricerca delle perle,
affidasse a lui la discoteca che era
stata trasformata in laveria della
miniera. Gli fu concesso di
modificare il caseggiato in
abitazione. Il disegno alla parete
volle lasciarlo, sperava in un suo
ritorno, anzi né era certo, sovente mi
diceva che lei, non sarebbe stato
contento dei cambiamenti e della
trasformazione della discoteca,
almeno che trovasse qualche cosa
che gliela ricordasse >.
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< Di mio fratello e della mia famiglia,


cosa sai?>.
< Sono tutti vivi e in salute, in questi
anni, si sono scoperte tante cose che
la meraviglieranno >.
Nel caminetto, stava arrostendo un
agnello, nel giorno del mio ritorno fui
ospite del figlio del mio vecchio
guardiano, mangiando ed
assaporando con avidità, un pasto
che non gustavo da 47 anni, almeno
così credevo. Dopo, nel primo
pomeriggio visitai la parte esterna,
Rimaneva ben poco della discoteca,
le piste erano diventate vasche piene
d'acqua, tutto l'altro, tranne il
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vecchio bar, adibito a ripostiglio per i
setacci, era completamente alberato.
Lungo i vialetti, incastonati tra le
pietre del bordo, un giradischi, una
lampada psichedelica, una cassa
acustica a ricordare che quel posto
era stato un " tempio " del
divertimento.
Il ristorante al confine con il
parcheggio era diventato la sede
amministrativa della società. Il
grande spiazzo che custodiva le auto
durante le serate danzanti era
irriconoscibile, al suo posto un
enorme buco che sprofondava per 30
o 40 metri, lì, erano state trovate per
la prima volta e continuavano ad
essere trovare le preziose perle di
silicio.
Il figlio del guardiano entrò
nell’edificio, uscendone con un altro
uomo in divisa. Con gran cerimonia
fui fatto accomodare all'interno,
attraversando una specie d'arco che
emise un ronzio al mio passaggio.
Mentre lui armeggiava uno strano
apparecchio, al centro della stanza si
materializzò, una signora vestita da
una bianca tunica, mentre l'uomo
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digitava sulla tastiera
dell'apparecchio, osservai il viso
della donna cambiare espressione;
prima stupore, dopo una leggera
irritazione, poi mentre l'uomo
continuava spasmodicamente a
digitare, un sorriso illuminò il suo
viso ed un attimo dopo scomparve.
L'uomo in divisa, visibilmente
emozionato, rivolgendosi a me con
deferenza, disse:
< Signore, tra meno di mezzora, uno
dei suoi nipoti sarà qui per portarlo a
casa >.
Nell'attesa, un altro piccolo mistero
fu risolto, " i viaggiatori ", erano,
coloro che ricomparivano vestiti
nello stesso modo in cui io ero
vestito, dopo 40 o 50 anni dalla loro
sparizione e stranamente dopo tanto
tempo, non erano invecchiati; il loro
corpo ed il loro viso, simili al giorno
della scomparsa. Per via degli abiti
che portavo, anch'io ero considerato
un " viaggiatore ", ma nella mia
mente non vi era, almeno per il
momento, nessun ricordo di un
precedente viaggio.
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Un sibilo intenso mi riportò alla
realtà, e pose fine allo sforzo
mentale che stavo compiendo per
ricordare almeno un particolare di un
viaggio da me compiuto negli ultimi
anni. Un'auto, che non arrivava dalla
strada, ma dal cielo, si posò sul
piazzale a fianco del vecchio
ristorante. Dal suo interno, usci un
giovane, guardo verso di me, e
subito s'incamminò per
raggiungermi. Nei brevi istanti che
impiegò per guadagnare il distacco
che lo separava da me, l'osservai
intensamente, ma quello che vedevo,
non poteva essere realtà, quel
giovane che si stava avvicinando non
poteva essere il mio primo figlio. Il
ragazzo mi abbracciò, e con voce
rotta dalla commozione mi salutò:
< Ciao, nonno, anche se non ti ho
mai visto di persona, ti conosco
molto bene, l'enorme dipinto nel
salone ci ha fatto compagnia per
tutti questi anni, io sono il più
piccolo dei figli di Cristian >.
Il giovane era la copia esatta di mio
figlio a 18 anni. Passarono secondi
insopportabilmente lunghi, le parole
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non uscivano dalla mia bocca e per
non sembragli scemo, presi tempo,
sorridendo e guardando con
intensità il suo viso. Passarono altri
interminabili secondi prima di uscire
dallo sbigottimento, ma finalmente
mi ripresi e lo salutai:
< Sono contento di conoscerti e
apprendere che mio figlio mi ha più
volte reso nonno. Tu come stai, come
sta Cristian, tua nonna, Gianmarco?
>.
< Stanno tutti bene, la famiglia non
vede l'ora di abbracciarti, zia Alviana
è la più ansiosa, forse perché era
quella che più credeva nel tuo
ritorno >.
Seduto nella strana auto che poteva
anche volare, e nonostante potesse
essere manovrata da un congegno in
automatico, il mio giovane nipote
conduceva l'auto manualmente. Di
sicuro, molto era cambiato, ma per
fortuna, non la natura dei giovani.
Durante il tragitto osservai la città,
tutta la parte dell'isola rivolta alla
laguna e al golfo era un susseguirsi
di case e palazzi, il paese che
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conoscevo era diventato un’enorme
metropoli.
25
Dalì – Giraffa in fiamme

Dalì – Solitudine critica


26

Magritte – Les amnts


27

Dalì - Le tentazioni di Sant’Agostino -


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La ricerca

Passarono altri anni, godevo l’affetto


della mia famiglia e il benessere
raggiunto con le perle di silicio, ma
un tarlo continuava a rodere il mio
cervello. Dov’ero stato? Con chi
avevo vissuto per 46 anni ? perché
non riuscivo ad interpretare gli
strani sogni irreali, ma
maledettamente reali, che sovente
facevo.
Avevo, non senza fatica, recuperato i
ricordi degli anni trascorsi prima
della “ partenza “. Avevo letto e
riletto le testimonianze di coloro che
per un attimo erano “morte” e del
comune ricordo di un tunnel pieno di
luce. Avevo sentito medium,
sensitivi, studiosi esoterici, ma
nessuno era riuscito a dare una
spiegazione al mio ritorno ed a quelli
che erano chiamati “ viaggiatori”.
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Cos’era quello strano posto coperto
di nebbia e la grande luce che si
intravedeva sopra di essa, perché
quel luogo ricorrentemente era nei
miei sogni? Perché era
sconfinatamene immenso e così poco
popolato?
Non mi davo pace, specialmente
dopo i sogni, di cercare una logica
spiegazione; ma non approdavo a
niente, anche perché i sogni non
squarciavano la bruma che
avvolgeva i ricordi che sicuramente
avevo degli anni o forse degli attimi
trascorsi in quel luogo.
I pochi “ viaggiatori “ che ero
riuscito a rintracciare non riuscirono
a risolvere il mistero, anche loro
avevano sogni anche se non identici,
simili ai miei, anche loro non
riuscivano a ricordare gli anni
trascorsi nel luogo della nebbia, e
tutti volevano dimenticare.
Il posto dove ora vivevo era
bellissimo, in primavera la campagna
che circondava la grande casa della
mia famiglia era completamente
coperta di minuscoli fiori gialli,
azzurri e rossi. Il mare di solito
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piatto per mancanza di vento era di
un blu stupendo, e il cielo senza una
nuvola creava una stridente diversità
se paragonato allo sconquasso che la
ricerca delle perle di silicio aveva
contribuito a dare al resto dell’isola.
Trascorrevo parte della mia giornata
sulla piccola spiaggia e sulla
scogliera; durante le mie
passeggiate difficilmente, incontravo
altre persone, non erano molti quelli
che potevano concedersi il piacere
che davano, i giorni trascorsi senza
l’assillo del ritrovamento del silicio.
Le perle erano, gioia o disperazione
per quasi la totalità delle persone
che abitavano la città.
Nel tardo pomeriggio, dopo il riposo
che seguiva il pranzo, nel giardino
giocavano i più piccoli della famiglia.
Seduto sulla terrazza, osservavo e mi
allietavo del loro schiamazzo, del
panorama offerto dalle colline
circostanti, e del rumore ovattato
che la risacca creava nella scogliera
poco distante.
La sera, durante la cena, consumata
in un enorme salone, attorno ad un
tavolo che conteneva l’intero clan,
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spesso si parlava del periodo
antecedente alla mia scomparsa.
Attraverso quei racconti, avevo
ricostruito i miei primi sessanta anni,
ma ancora sentivo narrazioni di
avvenimenti e di qualche episodio
che avevo completamente
dimenticato. Sovente erano i piccoli
che ponevano delle domande a cui
non era facile rispondere. I loro
“perché” imponevano una risposta
comprensibile che spesso era per noi
adulti e per me impossibile da dare.
Una sera la figlia di un mio nipote,
mentre si affrontava il ricorrente
tema del “viaggio”, all’improvviso,
chiese: < Nonno, di cosa parlavate
quando incontravi un altro
viaggiatore nel posto della nebbia?>.
La domanda mi colse di sorpresa,
mai nella disperata ricostruzione dei
ricordi di quegli anni, mi ero sforzato
di ricordare le poche frasi scambiate
con le persone, o forse erano le
anime dei morti, che stavano insieme
a me. Nel velo bianco che avvolgeva
la parte di memoria dove erano
racchiusi i ricordi, si creò uno
squarcio, ed attraverso di esso vidi
32
l’immagine di uno stagno cheto, e di
uno che parlava con me. Nello
stesso istante che ebbi la visione
tornarono nitide le frasi che ci
eravamo scambiati:
< Non ti ho mai visto, quando sei
arrivato?>.
< Non lo so, credo di esserci da
moltissimo tempo, ma potrei essere
arrivato solo in quest’istante>.
< Hai ricordo di chi eri o chi sei?>
< Sono un muratore, o sono stato un
muratore che lavorava nella
costruzione di un ponte>.
< Perché sei arrivato in questo
posto?>.
< Ricordo che stavo lavorando su di
un’impalcatura, il volo nel vuoto, un
tunnel di luce attraversato in un
attimo, poi questo posto e il
desiderio di raggiungere la luce
sopra la nebbia>.
< Tu come mi vedi?>.
< Come vedevo le persone che
lavoravano con me>.
< Te lo chiedo perché io ti vedo, ma
attraverso il tuo corpo, vedo lo
stagno, anche tu mi vedi così?>.
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< No, se guardo il tuo corpo non
vedo altro>.
< Perché io ti vedo diversamente?>.
< Forse perché io ci sono da più
tempo, non so darti altra
spiegazione>.
Lo squarcio nel telo si chiuse e mi
accinsi a dare una risposta alla mia
nipotina: < cercavamo di ricordare
chi eravamo e perché ci trovavamo in
quel posto>.
Fortunatamente la bimba non chiese
altro, la mancanza d’altre domande
mi toglieva dall’imbarazzo delle
risposte che non sapevo dare, e dalla
frustrazione che mi creava non
poterle dare perché non sapevo.
La notte, quella notte fu senza
sonno; mi tornarono le frasi
scambiate con il muratore, con
l’anima del muratore, poiché non
poteva essere altro che una diafana
anima, mentre io, nel posto della
nebbia, ero ancora un corpo. Per lo
sforzo di ricordare, il cuscino del mio
comodo e spazioso letto, era umido
di sudore, il cuore mi batteva come
un vecchio orologio impazzito e le
vene delle tempie erano gonfie come
34
fiumi in piena. Finalmente verso
l’alba, quando la stanchezza stava
per avere il sopravento e le forze
stavano per abbandonarmi, un’altra
visione mi riportò nel posto della
nebbia.
Questa volta il territorio che mi
circondava era un’enorme prateria
attraversata da un grande fiume.
L’erba era grigia, come grigia era
l’acqua del fiume che scorreva lenta,
talmente lenta da sembrare ferma.
Sulla riva in uno spiazzo occupato da
ciottoli, sabbia e canne, due persone
parlavano, uno ero io, e l’altra una
donna. Era sicuramente un’altra a
me simile, infatti, attraverso il suo
corpo non vedevo il fiume, perciò era
un corpo come lo ero io.
La donna mi stava parlando, e le sue
parole calme e carezzevoli, quasi
musicali, mi arrivavano chiare e
nitide al cervello:
< Devi essere arrivato da poco,
sicuramente vedi grigio tutto ciò che
ti circonda, forse non riesci ancora a
distinguere la luce che sta sopra la
nebbia.
35
Io ci sono da molto, moltissimo
tempo, e il posto comincia a
piacermi; si gode una calma che
nella terra dove prima vivevo non
c’era, una pace indescrivibile che
toglie il desiderio di ritornare al
mondo di prima. Ora non vedo più il
grigio, ma i colori, ora la luce che
forse tu incominci ad intravedere
sopra la nebbia, colma l’intero spazio
che i miei occhi riescono ad
abbracciare. Perciò ti dico, non
disperare, tu non sei un’anima e tra
poco godrai, della bellezza di questo
stupendo posto >.
< Non so quando sono arrivato, ma è
vero quello che dici. Vedo il
paesaggio che mi circonda, fiume
compreso, tutto grigio, ma già
intravedo la luce sopra la nebbia. Mi
fa piacere che tu, stia bene, e spero
presto di vedere anch’io i colori e la
luce che squarcia questa maledetta
nebbia, ma da quando sono qui un
solo pensiero mi ossessiona: come ci
sono arrivato e perché >.
< Questo che sto per dirti può essere
la verità, ma di ciò non sono certa. Il
moltissimo tempo che credo di aver
36
sinora trascorso in questo posto, e le
miriadi d’ipotesi che ho elaborato, mi
hanno portato a questa conclusione:
siamo nel posto che i cattolici
chiamano “ purgatorio “ e questo
stesso posto è anche il “ paradiso “
>.
< Quindi noi siamo morti >.
< Qui arrivano le anime dei morti,
per non so quanto tempo vivono in
una profonda tristezza, resa più
immensa dai ricordi di quando erano
vivi e dalla percezione di un
paesaggio senza colori, e coperto da
una nebbia che opprime. Col passare
del tempo cominciano ad intravedere
la luce, poi i colori e la maestosità
dei posti che cambiano
continuamente: un lago, una prateria
attraversata da un fiume, colline, e
montagne altissime. Credo che una
volta espiati i peccati che ogni
essere umano commette, dopo
vivano in una beatitudine eterna >.
< Quindi anche noi siamo morti >.
< No, io, tu e pochi altri siamo qui
per sbaglio, chi sa quanto tempo
passerà prima che qualcuno si
accorga di noi, ma forse il tempo,
37
almeno come è da noi concepito, qui
non esiste >.
Una manina stava tirando il lenzuolo
che mi copriva, Aurora, una delle mie
piccole nipotine era venuta a
svegliarmi, facendo svanire un altro
dei miei sogni irreali e
maledettamente reali.
Irreali perché quello che vedevo nei
sogni, la ragione mi diceva che non
poteva esserci un posto simile a
quello. Reali perché percepivo le
stesse sensazioni di spazio e tempo
che avvertivo durante le mie
passeggiate sulla spiaggia. Irreali
perché la spiegazione della donna
del sogno non poteva essere vera.
Reali perché la stessa spiegazione
dava un significato al mio “ viaggio
“, alla mia scomparsa per cosi lungo
tempo.
I ricordi portano altri ricordi, e così
pian piano altri riaffiorarono anche
attraverso delle visioni, mentre
sedevo, a deliziarmi al fresco del
giardino.
Alcuni concordavano con la
spiegazione datami dalla donna, ma
non quello che stavo vivendo in quel
38
tardo pomeriggio, mentre osservavo
il sole tramontare, e l’ombra degli
alberi che s’allungava nel verde del
prato creava uno strano gioco di
figure che cambiavano
continuamente.
Senza che chiudessi gli occhi, gli
alberi e le ombre lasciarono il posto
ad una casa contornata da un altro
giardino, al centro del quale una
fontana colma d’acqua cristallina
lasciava vedere il fondo e le pareti
rivestite di minuscole mattonelle di
un azzurro vivissimo. Il posto era
inondato di una luce quasi
accecante, i colori cambiavano
continuamente, sembrava uno
spettacolo creato da un
caleidoscopio, che a me pareva
ancora più bello perché venivo dal
grigio e dalla nebbia.
Al bordo della fontana un vecchio,
così almeno mi sembrò mentre mi
accostavo a lui ed alla fontana.
Quando mi vide, non alzò per
salutarmi, la mano che stringeva la
canna del narghilè, ma sollevò
l’altra, che teneva immersa
nell’acqua, ed incurante delle gocce
39
che bagnavano l’ampia manica del
suo caftano, mi fece segno di
avvicinarmi. Giunto alla stuoia piena
di variopinti cuscini, dove stava
sdraiato a godersi il fumo della pipa
che attraversava il recipiente
traboccante d’acqua profumata, con
un gesto ampio della mano mi fece
segno di accomodarmi, nel punto
della stuoia che, meglio preferivo.
Scelsi di sedermi al bordo della
fontana, e solo allora mi accorsi che
il vecchio che avevo prima intravisto
era, ora un bellissimo giovane uomo.
Mi offrì da bere, riempiendo il
bicchiere da uno degli zampilli che
ricadevano sulla fontana, aspettò
che mi dissetassi, e disse:
< Non sono un’anima, sono un corpo
come te e come te, ho trascorso
giorni o forse anni in una tristezza
incomparabile. Ho un lontano ricordo
della mia vita precedente, della terra
arida dove portavo da piccolo al
pascolo le pecore, del signore del
villaggio che mi ha arruolato tra i
suoi cavalieri, della sanguinosa
battaglia dove morirono prodi
guerrieri, del colpo sulla testa, e
40
subito dopo la nebbia. Dopo un lungo
tempo, e quando ho perso la
speranza di un ritorno al mondo di
prima, disperatamente ho cercato il
premio che la mia religione dà agli
eroi periti in battaglia. Mi tornarono
in mente le parole del mullah: nel
giannah(giardino) immerso nel
profumo di basilico, avrai acqua,
frutti profumati, spose dai grandi
occhi neri ( le Huri ).
41

Klimt – Il bacio
42
Pian piano il grigio è scomparso, la
nebbia si è dileguata e dal nulla è
apparso il giardino che vedi, la
fontana, l’acqua e le donne che
allietano le mie giornate e la mia
tavola. Passano da qui, anime e
corpi; le anime hanno raggiunto la
loro pace e la loro beatitudine. I
corpi, per la verità non molti, sono
spaesati e sconsolati come te, quasi
tutti sospirano un presto ritorno alla
vita di prima e pochi credono a
quello che io ho scoperto di questo
posto: la volontà e la fede, ti danno
la facoltà di modificare a tuo
piacimento il posto, ricreando i
luoghi dove sei vissuto o quello che
prima, solo sognavi; è sono tanto
reali da farti dimenticare, e di non
volere far ritorno alla vita di prima,
almeno così, è per me >.
Il giardino con la fontana scomparve,
le ombre degli alberi ripresero la loro
danza sino a svanire del tutto,
mentre un chiarore argenteo
sostituiva il sole appena tramontato.
Le ultime due visioni, o sogni del
posto della nebbia, cominciavano a
darmi un quadro più comprensibile
43
del luogo dove ero stato: era quello
la dimora dei trapassati, ma per un
mistero incomprensibile vi sostavano
anche alcuni che morti non erano, e
per i non morti, la permanenza in
quel posto assumeva dimensioni
diverse, come diverse erano le
esperienze, la cultura, il modo di
vivere precedente di ognuno di loro.
Presto, né ero sicuro, sarebbe
tornato alla mia mente, il ricordo, e
cosa, e come avevo vissuto il tempo
trascorso, valutabile, almeno per i
miei familiari e la data corrente, in
46 anni. La sicurezza in un
imminente ricordo, però creava
un’ansia che mi rendeva nervoso e
molto timoroso di scoprire recessi
del mio io che per tutta l’altra parte
dei 60 anni di cui ora avevo
nuovamente ricordo, erano rimasti
nascosti. La conoscenza aiuta a
trovare se stessi, ma spesso non
siamo pronti per affrontare la
sofferenza creata, quando affiorano
le paure che si annidano nel nostro
inconscio. Il desiderio di non sapere
e tornare bambini, dove si vive
giorno per giorno e si scoprono
44
lentamente le meraviglie della vita,
le bellezze del posto dove abitiamo,
e l’amore che ci danno le persone a
noi care, molte volte diventa
prepotente, perché ognuno sa che la
vera felicità la viviamo nell’infanzia.
Nella grande casa la vita trascorreva
piacevole e la mia famiglia, tutta la
mia famiglia, esclusi i piccoli, mia
madre e naturalmente io, vivevano
una vita frenetica. Gli impegni erano
molteplici per ognuno di loro, ed il
commercio delle perle di silicio,
impegnavano, mio fratello, mia
sorella e mia moglie, figli e nipoti,
cognate e cognati, in un’attività
senza tregua. Solo nel tardo
pomeriggio, due ore prima della
cena, tutti si ritiravano, bambini
compresi, in un’enorme stanza con il
soffitto carico di lampade. Sistemate
sul pavimento c’erano delle strane
sedie con uno strano casco che
rilasciava, acqua nebulizzata
mischiata con uno specifico farmaco.
Entravano nudi, e tutti ben volentieri
si sottoponevano a quella doccia di
luce, acqua e medicinale, che
permetteva loro di rimanere simili al
45
giorno precedente. La sostanza
curativa e la luce di quelle lampade,
impediva le cellule dei loro organismi
di invecchiare.
La medicina che inibiva il processo
d’invecchiamento e stimolava la
crescita di nuove cellule, era stata
inventata 5 anni dopo la mia
scomparsa; perciò al mio ritorno,
esclusa mia madre che aveva iniziato
la cura a 90 anni, mio fratello, mia
sorella e mia moglie
apparentemente erano più vecchi o
come me, anche se più giovani per il
calcolo degli anni trascorsi. Durante
quello che era un rito ed una
necessità, se volevano che le cellule
non ricominciassero a degenerare,
io, che non avevo più tale
preoccupazione, poiché il mio corpo
continuava ad essere simile e
perfettamente uguale al giorno della
mia scomparsa, trascorrevo quelle
ore completamente solo. Spesso era
allora che sprazzi di vita nel posto
della nebbia, tornavano per
ricomporre pezzo per pezzo il
mosaico del mio viaggio.
46
Ero sdraiato su di un lettino ed
ammiravo un cielo luminoso
contornato da stelle brillantissime
che facevano da soffitto alla stanza.
Improvvisamente, mentre osservavo
quei puntini che sembravano
diamanti, il lenzuolo che mi copriva
si gonfiò assumendo la forma di una
caverna. Dentro non si sentiva
nessun rumore, solo un battito
cadenzato attraversava il liquido che
riempiva la cavità creata dal lenzuolo
e dove io galleggiavo beato. Cercai
di gridare per provare se ero sentito
da qualcuno, ma dalla mia bocca non
usciva nessun suono, pertanto
rinunciai e mi lasciai cullare dal
liquido che era diventato tiepido e mi
dava la sensazione di una completa
protezione. Lo scenario cambiò, ora
percepivo il mio respiro e seguivo
con attenzione l’aria che nella fase
d’inspirazione entrava dal mio naso,
attraversava la trachea e
s’immetteva negli alveoli polmonari
carica d’ossigeno, e completato il
percorso, cominciava la seconda
fase, l’espirazione che portava
all’esterno, sempre attraverso il
47
naso, aria satura d’anidride
carbonica. La cosa strana era che
tutti i miei sensi e il corpo compivano
con l’aria, l’intero percorso e perciò
potevo vedere, tra un respiro e
l’altro, l’interno del mio corpo
attraversato dall’aria. La scena
cambiò ancora, percepivo il mio
cuore che batteva, all’inizio lo
avvertivo come fosse una pulsazione
lontana, poi cominciò ad aumentare
sino a diventare un rumore forte,
profondo ed intollerabile, un sudore
freddo scendeva copioso dalla mia
fronte, una paura incontrollabile che
mi stava portando verso il panico
s’impadronì di me, quasi non riuscivo
più a respirare, poi tutto scomparve
e mi ritrovai sul lettino a guardare il
cielo stellato.
Un vocio mi riportò alla realtà, era la
mia famiglia che terminata la seduta
giornaliera nella stanza delle
lampade, guadagnava il proprio
appartamento per rivestirsi e
partecipare all’imminente cena.
Nell’attesa che tutti comparissero
nel salone dove si mangiava, ripensai
al sogno che avevo avuto prima. Non
48
mi aiutava nella ricostruzione del
quadro generale, ma apriva una
piccola via che portava verso
un’interpretazione plausibile.
Probabilmente avevo seguito e
sperimentato la teoria dell’arabo, e
nella ricostruzione del mio personale
“ paradiso “ vi era anche una
stanza con il soffitto fatto da un cielo
stellato, e dove, sognavo e vedevo
immagini passate al microscopio dei
miei sensi potenziati, che nascevano
dal ricordo blindato nell’inconscio di:
paura della morte, piacere della vita,
dolcissima nostalgia del rifugio nel
ventre materno.
Il pasto, composto di portate di
carne, pasta e pesci che mangiavo
quasi con avidità, era arricchito
anche da ricette nuove che non
conoscevo, ed erano
prevalentemente ottenute dalla soia
e dalle alghe marine; erano questi i
pasti preferiti e richiesti dalla
totalità dei miei familiari. Le salse
che accompagnavano le nuove
pietanze, alcune piccanti, altre dolci,
e fortemente spezziate, che mi
lasciavano indifferente, erano al
49
contrario le predilette dai più
giovani, e abbondantemente le
spalmavano in quella specie di
polpettoni ricavati dalla soia o dalle
alghe.
In un’allegria generale i grandi
parlavano del commercio delle perle
di silicio, che procedeva benissimo,
mentre i piccoli parlavano degli
avvenimenti accaduti durante le ore
di scuola. Io ascoltavo e se qualche
volta intervenivo, era nei discorsi dei
giovani, poiché nulla sapevo delle
perle e delle società che
controllavano il mercato
internazionale. Solo una volta, presi
la parola per rimproverare i
responsabili della nostra società, e
del poco interesse che nutrivano per
i cercatori che vivevano nella miseria
più nera. Anch’io però dovevo essere
rimproverato, perché la maggior
parte del mio tempo, lo dedicavo alla
ricerca del mio “ paradiso “ e del
viaggio che ancora non ero riuscito a
ricostruire nella sua interezza.
50

La Ricerca
Continua
51

Nei due anni trascorsi dopo il mio


ritorno i sogni pian piano si erano
susseguiti più numerosi. Ognuno di
loro aveva creato una parte di un
insieme, ma alcuni erano stati
decisivi per plasmare l’intero
percorso del tempo trascorso nel
posto della nebbia. Tre in particolare
contribuirono ad unire gli
avvenimenti che avevo vissuto nel
posto destinato alle anime, e che per
uno strano destino giunto
inaspettatamente a me e a pochi
altri, ero capitato nel mondo della
pace, della serenità e della letizia
eterna. Questi erano: la donna del
fiume, il vecchio-giovane della
fontana e ciò che mi accingo a
raccontare.
Il Signore è nostro Dio, il Signore è
uno.
L’Eterno non generò è non fu
generato.
Non c’è altro Dio che Lui, il Vivente,
che in sé vive.
Tre diversi modi delle religioni
monoteiste di descrivere Dio e tutte
52
concordano nel definire chi ci ha
creato.
I cristiani, a differenza degli ebrei e
maomettani, credono che sia al
contempo trino: Padre, Figlio e
Spirito Santo, ma nessuno dubita
dell’unicità del Creatore.
La luce che prima intravedevo era
divenuta luminosità, bagliore intenso
e pur vedibile, ed ora capivo il
desiderio delle anime di raggiungere
quella luce, la scintilla che aveva
acceso il loro organismo, bramava il
congiungimento con l’immenso
nucleo.
In quel mare di luce, io povero corpo,
vagavo beato, avvicinandomi sempre
di più verso quello che sembrava
l’origine della meravigliosa,
vivificante, sbalorditiva fonte del
raggio che illuminava l’intero
sconfinato universo.
Arrivato al principio del globo da
dove scaturiva il raggio e da dove
non potevo spingermi oltre,
cominciai ad intravedere la
moltitudine di scintille che all’interno
di quel mondo, spaziavano e si
muovevano senza sosta. Ogni tanto,
53
con una caduta vorticosa, una delle
scintille si staccava dalle altre, si
avvicinava a me, assumeva la forma
di un viso dall’espressione curiosa,
mi guardava e velocemente si
allontanava per lasciare spazio ad un
altro viso. Il balletto continuò per
diverso tempo, ogni tanto avevo la
sensazione di conoscere uno dei visi
che sostava per guardarmi. Uno,
avrei giurato, era quello di mio
padre. Dopo un po’ nessuna delle
scintille, vorticò verso di me e nel
punto dove assumevano la
sembianza di viso, si materializzò un
triangolo d’oro iscritto all’interno di
un cerchio di colore argenteo. Da
quella figurazione che sembrava
animata pur essendo immobile,
scaturì una voce quasi metallica ma
perfettamente equilibrata e
miscelata ottimamente nei suoni
bassi, medi e alti, creando un
melodioso effetto acustico, e
cominciò a parlare:
< Che cosa cerchi uomo ?>.
Rimasi fortemente sorpreso da
quella domanda diretta, ma la voglia
54
di sapere e capire mi diedero il
coraggio di chiedere:
< Tu chi sei, io cosa sono ?>.
Una breve pausa che sembrò eterna,
poi la voce ricominciò a parlare:
< Sono il tutto, poiché in me c’è
l’inizio e la fine della vita, il soffio
primevo e l’esaurimento della
materia, la conoscibilità -
inconoscibilità, l’onnipotenza e la
libertà, il castigo e la pena, la
misericordia e il perdono >.
Lo sbigottimento quasi mi paralizzò,
ma passò in fretta, la curiosità, una
volta vinta la paura, prese il
sopravento, e perciò chiesi:
< Sei Dio ? >.
< Sono quello che sono, sono il
seminatore e il raccoglitore delle
scintille che fanno parte di me, sono
la summa delle loro conoscenze
acquisite durante la permanenza nei
corpi che popolano gli universi, sono
lo spirito e la materia, il formarsi dei
mondi, la legge che governa l’infinito
cosmo, sono il passato, il presente, il
futuro >.
55
< Quindi sei Dio; così gli esseri
umani conoscono l’entità che hai
descritto >.
< Voi non possedete conoscenza, ma
solo una piccolissima esperienza
formatosi nel brevissimo,
infinitesimale attimo di permanenza
della mia scintilla di vita nel corpo
destinato al nulla e da dove inizia la
materia. Non di meno quella breve
esperienza unita alle altre, serve per
creare l’immensità della conoscenza
che già avevo >.
< Hai anche detto di essere il castigo
ed il perdono; nei sacri libri sei
anche il Dio della guerra, il Dio
dell’alleanza, il Giudice dell’ultimo
giorno, Colui che darà la vita eterna
>.
< Guerra e alleanza, sono parole e
concetti senza senso per me. Castigo
o perdono, assume un significato per
la materia; il castigo inizia con la
scintilla portatrice di vita, il corpo
fatto di materia per sua stessa
natura è corruttibile, il castigo è la
corruzione della materia. Il perdono
è sempre per il corpo materiale che
cessa di soffrire quando la scintilla
56
torna alla sua essenza. La vita eterna
sono io, l’emanazione del mio spirito
nel contatto con la materia si
contamina e deve trascorrere un
lungo periodo nel posto della nebbia
prima di tornare al tutto, alla vita
eterna; questa è la mia misericordia,
questo è il mio giudizio, questo è il
mio perdono >.
< Perché nel libro dei libri, scritto da
mano umana sotto tua dettatura, si
parla d’alleanza tra Dio e il popolo
ebraico ? perché hai consegnato la
tavola delle tue leggi a Mosè ?
perché i figli d’Israele sono i primi ai
tuoi occhi ?>.
< Tutti i viventi di tutti i mondi, sono
parte di me, esistono perché io
voglio che esistano, perciò non ci
possono essere “ primi “, “ alleanze
“, “ leggi “ per un solo popolo.
Il libro degli ebrei da te definito
sacro e che si ritiene da me
scaturito, è pura leggenda. Un
popolo che lascia la schiavitù
impostagli da un altro paese, per
formare una nazione ha bisogno: di
capi capaci e decisi, di leggi “
divine”, di racconti che testimoniano
57
che i suoi avi sono stati i prediletti
del Supremo e che i suoi profeti
parlino in nome dell’Altissimo >.
< Perciò la scintilla che è parte di te,
ci dà la vita, e noi materia creiamo
dei che ci somigliano, dei con le
debolezze della carne, dei che
parteggiano per un popolo o l’altro.
Perché non c’imponi di adorarti?>.
< Io sono la libertà, la parte di me
che penetra in voi con la scintilla, vi
porta un grande dono:
l’autodeterminazione, il libero
arbitrio >.
< Quindi liberi tra il bene e il male,
tra l’amore e l’odio, tra l’ira e la
mitezza; spesso l’uomo è attratto dal
male, dall’odio, dall’ira; commette
barbarie, delitti, ingiustizie e
angherie di ogni genere, e per tutto
questo male non viene punito?>.
< E’ la legge degli uomini che
punisce i malvagi. Non di raro è la
consapevolezza che si può essere
miti e generosi a creare lancinanti
conflitti emotivi che portano alla
perdita della ragione. Molti empi
sono privati della vita terrena, ma la
scintilla che vivifica il corpo fatto di
58
materia non è responsabile del male,
non può essere punita, non posso
punire la purezza >.
< Ed io chi sono, perché sono qui ? >.
< Sei un corpo che per un attimo ha
cessato di essere, la scintilla di vita è
volata verso il suo unico, ed una
volta nel luogo d’espiazione non ha
potuto lasciare il tuo corpo. Sei
destinato al ritorno quando la
materia vincerà sullo spirito, quando
il desiderio di tornare al mondo di
prima, sarà più forte del desiderio
della scintilla d’unirsi al suo tutto.
Creati un tuo angolo fatto di molte e
piacevoli cose terrene, trascorri
questo tempo con gioia e assapora la
felicità che dà la conoscenza. La
scintilla lentamente cesserà di
combattere, capirà che la vita della
materia ancora ti appartiene,
lascerà che il tuo corpo torni al
mondo che ti spetta, e attenderà che
arrivi il giorno della tua ora>.
La voce smise di parlare, il triangolo
d’oro e il cerchio d’argento
scomparvero, le scintille ripresero a
vorticare e i visi continuarono
innumerevoli ad apparire per
59
guardarmi. Sapevo cosa mi era
successo, sapevo cosa dovevo fare,
l’entità che mi aveva parlato e che io
conoscevo con il nome di Dio era
tornato al governo di quella
meravigliosa e perfettissima
macchina. Mentre lasciavo il globo di
luce per cercare il mio cantuccio in
quel luogo, non potei fare a meno di
considerare che: il Dio che mi aveva
parlato e che sicuramente era
l’artefice delle meraviglie del creato,
a me povero ignorante, dava una
sensazione di gelo, nel mio intimo lo
paragonavo ad un grande, perfetto,
inimitabile computer. Preferivo di
gran lunga l’immagine del Dio
raffigurato nella cappella Sistina
mentre compie l’atto della creazione.
60

MICHELANGELO – LA CREAZIONE DI ADAMO


61

Nel posto della


nebbia
Per un attimo mi ritrovai avvolto
dalla nebbia, poi il paesaggio
cambiò. Seduto sopra uno spuntone
di roccia, osservavo un bellissimo
fiume che attraversava una valle
rigogliosa, dove maestosi si
ergevano meravigliosi palazzi. Alcuni
avevano sagome eguali a quelli che
formavano le città del mio mondo,
altri, ed uno in particolare somigliava
ad una ziggurat, a quella che, si
ritiene sia stata la torre di Babele,
dove gli esseri umani finirono di
capire l’unico linguaggio sino allora
parlato e germogliarono le differenti
lingue e i dialetti. Non mi chiesi il
perché di quell’antica costruzione in
un contesto “ moderno “, altre cose
erano in contrasto tra loro: le donne
al lato del fiume erano vestite di veli
trasparenti e assistevano angosciate
al rapimento di una di loro che
cercava di liberarsi dalla forte presa
di un muscoloso uomo. Un carro di
62
realizzazione posteriore
all’abbigliamento ninfeo delle
ragazze angustiate. Un insieme di
colori, e forma del paesaggio che
faceva somigliare il posto più ad un
quadro che ad un luogo naturale.
Ammirai lungamente quel bellissimo
posto, non capivo il sovrapporsi
dell’ambivalenza tra beatitudine e
pace che dava la scena e l’atto
violento del rapimento, poi mi
rammentai della frase dell’entità “
creati un angolo fatto di molte e
piacevoli cose terrene” che spiegò
ciò che stava avvenendo: stavo
creando un luogo per assaporare
meglio le gioie mortali, stavo
materializzando il ricordo di una
pittura che rappresentava il
rapimento di Proserpina,
magistralmente eseguito dal pittore
Abbate.
63

Il tempo trascorso nel luogo della


nebbia, fu un materializzarsi
continuo d’ambienti e situazioni, che
scaturivano dalla mia fantasia e dalle
reminiscenze delle mie letture.
In un primo tempo i posti erano copie
di quadri che mi affascinavano: le
stagioni di Albani (1578-1660),
64

Estate Inverno
65

Primavera Autunno

Susanna
66

e, la Venere di Allori.
67

Poi città e paesi che avevano fatto la


storia, re e imperatori che avevano
plasmato popoli e nazioni, situazioni
e particolari di lotte per il potere, di
leggi ed ordinamenti pensati per
meglio governare o per imporre la
propria volontà.
Materializzare avvenimenti trascorsi
e di cui, spesso non avevo una
perfetta conoscenza, mi dava una
gioia immensa. Interagire per
modificare decisioni che avevano
portato lutti e miserie, mi faceva
sentire onnipotente, anche se
sapevo che tutto ciò era pura
illusione.
68
Rivedere gli ingegni che portarono
avanti intuizioni ed idee, pensatori e
filosofi che con il loro apporto
parteciparono alla nascita della
civiltà che mi aveva visto nascere,
crescere e diventare vecchio, mi
davano quella carica interiore che
permetteva di assaporare meglio
quel mondo utopico.
Spesso l’illusione voluta verteva su
particolari della vita di grandi uomini
e nell’eliminazione d’insignificanti
avvenimenti che modificavano così il
corso della storia:
L’indovina che fece in modo di
mandare Alessandro a bere tutta la
notte, evitando che nella congiura
dei “paggi “, gli stessi si
macchiassero del sangue dell’uomo
che presto sarebbe stato chiamato
“Magno”. Eliminando l’indovina, i
paggi avrebbero trovato Alessandro
nel suo letto, portando a termine la
congiura.
La morte del Generale Eisenhower e
del presidente Truman, prima di
quella di Hitler e la conseguente
possibile vittoria del nazismo.
69
Ponzio Pilato che manda libero Gesù
Cristo di Nazareth. Sarebbe nato il
Cristianesimo?
E che dire di Cesare che sopravvive
alla congiura delle “Idi di Marzo”, di
Troia che non cade, d’Enea che non
arriva nel Lazio, di Roma che non
nasce, per tornare a Cesare che non
sarebbe di conseguenza mai esistito.
E così di seguito, eliminando
particolari, piccoli, di poca
importanza, che stravolgendo gli
avvenimenti conosciuti, portava ad
una nuova storia, e che un’eternità
non bastava per riscriverla.
Tra tutte queste ricostruzioni
storiche, che mettevano a dura prova
la mia fantasia per cercare
d’indovinare cosa sarebbe successo;
ciò che più mi piaceva era mutare gli
avvenimenti che avevano
determinato la storia della mia terra.
Partivo da lontano e amavo mettere
al centro della scena immaginaria, la
mia piccola isola, allora chiamata:
Sulki. Il mio popolo sconfiggeva il
Cartaginese Annibale nel 509 a.c.,
unificava tutta la Sardegna, creava
una poderosa flotta e con i fenici che
70
ormai erano parte integrante del
popolo Sardo, commerciava in ogni
parte del mondo noto. Con la
lavorazione del bronzo e con le
miniere d’argento finanziava la
crescita sociale del popolo che in
breve raggiungeva i due milioni
d’abitanti. Bonificava le paludi
costiere eliminando la causa prima
della nostra debolezza: la malaria.
Coltivava ogni metro di terreno,
produceva i migliori vini del
mediterraneo, conquistava l’isola
Corsa, cingeva di mura le città
costiere e aveva un esercito
permanente. In cento anni cancellava
la potenza più temibile: i Punici.
Metteva le basi per creare un impero
marittimo e commerciale, alleandosi
con tutti i popoli che si affacciavano
sul mar mediterraneo. Aiutava gli
Etruschi, i Sanniti, la Magna Grecia,
contribuendo con la sua possente
flotta ed il suo esercito a tarpare le
ali di una città che voleva crescere:
Roma. Edificava nell’entroterra
sulcitano una maestosa metropoli
cinta di canali che portavano
direttamente al mare. Promuoveva le
71
arti, ed i migliori studiosi del mondo
allora conosciuto, venivano ad
insegnare nelle scuole volute dal
potere dello stato. La forza le
derivava dalla creazione di uno stato
rigidamente corporativo, dove ogni
corporazione era composta di un
numero d’abitanti pari all’importanza
della mansione esercitata: l’esercito,
la flotta, i commercianti, gli artigiani,
la burocrazia, i contadini, gli artisti e
gli intellettuali. Si faceva parte
d’ogni corporazione per diritto di
nascita, ed era proibito per chi
nasceva nella corporazione
dell’esercito, appartenere a quella
della flotta o ad altre, o in quella del
commercio appartenere a quella
degli artigiani o a quella della
burocrazia. Ogni membro di una
corporazione percepiva il medesimo
trattamento sia sociale sia
economico e l’intera società era
strutturata in modo che ognuno
dipendesse dall’altro. La parità
economica non creava disparità, e la
gratificazione personale era data
dalla visibilità che ognuno otteneva
nel proprio ruolo. Il potere,
72
esercitato da capi eletti ogni cinque
anni dalle corporazioni. Il sistema
non era molto dinamico, ma aveva un
grosso vantaggio, ogni abitante,
anche perché i segreti dei mestieri si
tramandavano di padre in figlio,
aveva una conoscenza profonda di
come svolgere nel proprio interesse
e nell’interesse degli altri, i compiti
affidati alla sua corporazione.
Nessuno poteva esimersi dallo
svolgere in modo migliore il suo
dovere, nessuna delle corporazioni
poteva essere soppressa, poiché
ognuna aveva, e solo lei, conoscenza
di una parte vitale per la
realizzazione del tutto. Senza
esercito non c’era difesa, senza
flotta non c’era commercio, senza
artigiani non c’erano armi, navi.
Senza burocrazia non c’era ordine,
non c’era amministrazione, non c’era
giustizia. Senza contadini non c’era
grano, cereali, verdure, bestie da
macellare. Senza artisti ed
intellettuali non c’era cultura, non
c’era conoscenza, non c’era
innovazione. Ma senza il commercio
non aveva senso avere una flotta,
73
senza flotta gli artigiani perdevano
parte della loro importanza, senza
soldati, il commercio e il popolo
stesso, non avevano più difesa;
senza uno non sarebbe esistito
l’altro, questa era la forza del
sistema. Mi trastullai per molto
tempo nel perfezionare quella
società idilliaca che vedeva il mio
popolo e la mia terra primi attori
nella scena mondiale. La perfezionai
a tal punto che durò per 2370 anni,
per evolversi non nel regno d’Italia
voluto dai Savoia, ma nella
repubblica di Sardalia voluta dai
Sardi, artefici di quella gloriosa e
mitica storia. L’illusione era talmente
vera da sembrarmi impossibile, che
un popolo come il mio fosse stato
conquistato da: Cartaginesi, Romani,
Vandali, Bizantini, Mussulmani,
Genovesi e Pisani, Aragonesi e
Spagnoli, Austriaci e Piemontesi.

Avevo preso alla lettera la


raccomandazione del dio “ creati un
angolo fatto di cose piacevoli “ e così
fu. Dopo i quadri e le rivisitazioni
storiche, mi trastullai per diverso
74
tempo in un’orgia di sesso e volli
essere l’amante delle donne e delle
ninfe più belle apparse sulla faccia
della terra: Semiramide, Nefertiti,
Elena di Troia, Didone di Cartagine,
Rea Silvia, Galatea, Calipso, Teodora,
Margherita di Valois, Marilyn
Monroe, Ava Gardener, Emanuela
Arcuri nello splendore dei suoi venti
anni, e di una bella signora che era
stata l’insegnante in un corso da me
frequentato pochi anni prima
dell’inizio del viaggio.
Nelle ricostruzioni, per meglio
godere del piacere di essere amato
da quelle bellissime donne, era
necessario essere almeno pari, se
non superiore ai loro reali amanti.
Perciò fui per Rea Silvia, che mal
sopportava d’essere stata costretta
dallo zio Amulio a diventare vestale,
e che tale ruolo le imponeva di
rimanere vergine per trenta anni, e
che in spregio a tale imposizione si
concesse al dio Marte rimanendone
incinta: tenero e ricambiato amante
quando dal dio, fu lasciata.
Per Nefertiti bellissima sposa del
faraone Amenofi IV, ero stato quello
75
che aveva fatto rinascere in lei il
piacere della carne, piacere
dimenticato per seguire
esclusivamente l’adorazione del
disco solare (Aton).
Con Calipso mi cimentai del difficile
compito di farle dimenticare, con
lusinghe e dolci carezze, il ricordo
dell’eroe Omerico.
Elena di Troia, pari solo a Venere, mi
amò con trasporto nella reggia di
Menelao, quando riuscii a risvegliare
in lei il ricordo di Paride.
Di Teodora fui l’amante quando
ancora era ballerina del circo e prima
d’essere moglie influente
dell’imperatore bizantino
Giustiniano.
Semiramide si concedeva a me con
voluttà ogni qualvolta le mostravo i
disegni di come sarebbero diventati i
famosi giardini di Babilonia da lei in
seguito realizzati.
La bellissima figlia di Nereo mi fece
conoscere la meravigliosa
sensazione che dava l’amarsi
nell’acqua del mare, dove viveva.
Salvai Didone dalla disperazione
dell’abbandono d’Enea, e fui
76
abbondantemente ricompensato, oh!
se fui ricompensato.
Con Marilyn e Ava, bellissime donne
alla disperata ricerca di ciò che non
c’è, non dovetti fare altro che
esserci.
Milena che il solo vederla mi rendeva
pari ad Eros, amare e lasciarsi amare
era talmente naturale da sembrare
un innocente gioco.
Con Margherita di Valois, la sensuale
figlia di Caterina de Medici e d’Enrico
II re di Francia, più che amore fu
passione sfrenata. Margot cresciuta
in un ambiente tutt’altro che
castigato; era considerata dalla sua
stessa famiglia, immorale e
scandalosa. Lo stesso Brantome
Pierre de Bourdeille, autore di “ Vite
delle dame galanti “, così la
descrive: “Margot era bruna di
capelli, occhi neri tagliati a
mandorla, carnagione di perla che le
lenzuola di mussola nera del suo
letto mettevano meravigliosamente
in risalto….., le magnifiche
acconciature e gli ornamenti, non
osavano mai nascondere il suo collo
e il bel seno, per tema di privarne gli
77
sguardi della gente quando
andavano a posarsi su di essi. Perché
bisogna dire che non se ne vide mai
di così belli e candidi, pieni e carnosi,
e li teneva tanto allo scoperto che la
maggior parte dei cortigiani si
sentiva morire”.
Con l’insegnante del corso, in un
misto di dolcezza e passione, di
voluttà infinita nello scoprire i punti
di maggior sensibilità del suo
stupendo corpo. Nell’assaporare la
piacevolezza che mi procurava
l’accarezzarle il seno, i turgidi
capezzoli, la pelle di setta, sentire
l’eccitamento che lentamente
cresceva in lei, i languidi sospiri e il
completo abbandono, mi portavano
verso un’estasi ineguagliabile,
un’estasi che rimpiangevo quando il
gioco finiva.
Di seguito, dopo quelle battaglie
amorose, assaporai la “felicità che
dà la conoscenza”, rivisitando le
grandi scoperte della medicina, della
meccanica, dell’elettronica e
dell’evoluzione del pensiero
filosofico. In quest’ultimo mi furono
maestri: Socrate, Sant’Agostino,
78
Cartesio ed il suo “cogito ergo sum”,
Spinoza e il razionalismo, Kant e il
criticismo.
Devo però ammettere che la
filosofia, o meglio, il problema
dell’unità del sapere nelle sue varie
forme, per quanto molto
interessante, spesso mi procurava un
grosso mal di testa.
Cercare di eliminare le contraddizioni
interne ad una cultura o ad una
civiltà, seguendo gli insegnamenti
dei vari valenti filosofi:
Anassimandro, Eraclito, Talete,
Senofonte, Parmenide, Zenone, per
giungere ad una visione generale, la
più completa possibile, della realtà
che ci circonda, non era per niente
facile, e spesso mi perdevo nei
meandri di quelle colte disquisizioni.
Poi volli assaporare il piacere che mi
davano le grandi feste, dove
partecipavano sia corpi del posto
della nebbia sia personaggi di ogni
tempo e luogo. Ognuno vestiva
secondo l’appartenenza al proprio
periodo, solo noi corpi per una
strana casualità, vestivamo secondo
la moda dei favolosi anni 60, vale a
79
dire: pantaloni di pelle, stivali,
camicia dal grosso colletto e max
cappotto.
Del posto, momentaneamente non
ricordavo altro, è fu durante quella
festa che la scintilla abbandonò la
sua lotta e permise al mio corpo il
ritorno nel mondo che mi
apparteneva.
80

La città
81

Con la mente ormai sgombra


dall’assillo di capire chi ero e dove
ero stato, che mi aveva condizionato
per più di due anni dal mio ritorno, e
aveva impedito e mi aveva fatto
dimenticare il piacere di stare con gli
altri, ora che ricordavo nei minimi
particolari gli anni trascorsi prima e
durante il viaggio, prepotente si
risvegliò in me la voglia di conoscere
quello che era successo alla mia città
durante la mia assenza. Una mattina,
mentre seduto in una comoda
poltrona di vimini, e pigramente
assaporavo il sole invernale
nell’ampia terrazza prospiciente il
giardino, mi venne l’idea di una
visita alla città che mi portò senza
pensarci al garage. Non mi chiesi
come avrei fatto o se fossi riuscito a
condurre le strane auto volanti, ma
una volta nel seminterrato dove
erano ancora parcheggiate alcune di
loro, intravidi non senza meraviglia,
coperta da un telo, quella che
doveva essere una motocicletta.
82
La mia vecchia Kawasaki Caston,
perfettamente lucida e brillante, con
le parti cromate, certamente migliori
di come, ricordavo che erano tanti
anni addietro, era lì, e quasi
sembrava m’invitasse a salirci sopra
senza indugio. Staccai la chiave dalla
bacheca che conteneva anche le
chiavi delle auto parcheggiate,
controllai se nel serbatoio ci fosse
della benzina, e senza rinviare oltre,
il mio dito calcò il pulsante
dell’accensione. Ci vollero tre
tentativi, prima che alle mie orecchie
giungesse il suono di quel motore
che aveva la veneranda età di 69
anni. Spensi, attraversai il garage e
mi portai verso il mio appartamento,
dovevo vestirmi con abiti adeguati,
se volevo andare in città; in seguito
avrei sicuramente ringraziato
l’estimatore che aveva rimesso a
nuovo la mia motocicletta. La scelta
dell’abbigliamento non fu difficile,
sapevo che non erano molti quelli
che potevano permettersi la spesa
della cura della “giovinezza”,
sapevo che difficilmente avrei
incontrato visi noti. Perciò optai per
83
l’abito dei “viaggiatori”, per essere
subito riconosciuto ed anche per
proteggermi con i pantaloni ed il
cappotto di pelle, dalla temperatura
della mattinata invernale,
fortunatamente intiepidita da un
sole che invernale non era.
La strada che dalla villa portava alla
periferia sud di Silicia, era
completamente vuota, nessuno
transitava su di essa, chi possedeva i
mezzi di locomozione, utilizzava le
auto volanti, il resto della
popolazione, i mezzi pubblici
sotterranei. Contento di scorrazzare
in quella via, dove incontravo
qualche raro passante, meravigliato
di riconoscere la strada che stavo
percorrendo e che portava al centro
della vecchia cittadina che avevo
lasciato per compiere il mio
“viaggio” 50 anni addietro, senza
quasi accorgermene arrivai
all’ingresso del viale alberato. Il viale
era sbarrato, era diventata un’isola
pedonale non più percorribile con
mezzi meccanici, perciò cercai e
trovai parcheggio ai bordi della
piazza e mi avvicinai lentamente
84
verso la strada alberata. Quella parte
della città non era cambiata di molto,
le palazzine erano le stesse che
ricordavo, anche se completamente
ristrutturate. La fontana al centro
della piazza, impreziosita da
numerosi zampilli creava un
fantastico gioco d’acqua colorata e
cambiava colore ogni qual volta un
sensore ai bordi della vasca
percepiva la presenza di un essere
umano. Aveva al suo interno i pesci
rossi che allora come oggi nuotavano
in continuazione in cerca delle
briciole che i bambini davano loro.
Dalla fontana, dopo una breve pausa
e il piacere fanciullesco di spostarmi
per attivare i sensori che facevano
cambiare il colore dell’acqua, ripresi
la mia passeggiata per raggiungere il
viale. Era sempre maestoso, identico
a come lo ricordavo, ma qualcosa,
che ancora non riuscivo a capire, mi
lasciava perplesso. Solo quando
giunsi vicinissimo al primo degli
alberi, mi accorsi che era di plastica
e che stampato sul tronco c’era lo
stemma dell’antica cittadina
sulcitana e la scritta ”Fabbrica
85
Arredi in Plastica - Silicia”. L’albero
era perfetto in ogni suo particolare,
e solo dopo un attento esame, aiutati
anche dal marchio impresso, si
capiva che non era un ficus naturale.
Rimasi un attimo pensieroso, ma
quando notai la perfezione del
pavimento, completamente uniforme
e non più rovinato dalle radici dei
vecchi alberi, condivisi l’ottima
scelta dei nuovi amministratori della
città. Le novità dell’isola pedonale
non erano finite, evidentemente le
vecchie dispute di un tempo che
vedeva contrapposti i vari egoismi
tra commercianti e popolazione,
erano stati superati. Le novità più
evidenti erano: gli esterni delle case,
dei negozi e bar, una copertura
trasparente che impediva alla
pioggia di bagnare il corso, dei
pannelli sempre trasparenti, situati
all’imbocco delle strade e che
bloccavano il forte vento invernale,
un sistema di pompe di calore che
teneva la temperatura intorno ai 24
gradi, e i magnifici salottini esterni,
ostentati non senza vanità dai
proprietari dei bar.
86
Continuai, e sulla parte destra
oltrepassai la casa Comunale sede
del consiglio, per fermarmi al bar
ubicato subito dopo. La parte
esterna cinta da magnifici vasi di
rose, racchiudeva un piccolo spazio
dove stavano sei tavoli di ferro e
pietra rosa attorniati da sedie simili
ai tronchi degli alberi. Mi sedetti ad
uno di loro, e subito dopo una
giovinetta si avvicinò chiedendomi
cosa desiderassi bere. All’interno del
bancone stava Sandro, vidi che la
ragazza parlava con lui, lo vidi girare
la testa verso di me e subito dopo
precipitarsi per raggiungere il
tavolino dove stavo seduto. Il mio
giovane amico, che aveva venti anni
meno di me non era cambiato di
molto da come lo ricordavo,
certamente aveva intrapreso la cura
della rigenerazione cellulare all’inizio
della sua scoperta. Con il passo
leggermente dinoccolato
caratteristico di chi lavora nei bar, si
avvicinò al tavolo e con evidente
commozione mi salutò:
< Sapevo che eri tornato, ma non
avrei mai immaginato che sarebbe
87
trascorso tanto tempo, prima che ti
decidessi di farci rivedere la tua
pellaccia. Sapevo anche, perché tuo
fratello mi aveva informato, che stavi
mettendo ordine agli avvenimenti
accaduti e che non volevi vedere
nessuno. Ora mi sembra che stai
benissimo e che il sorriso ironico fa
sempre parte del tuo viso da ca…>.
Non era irriverenza, ma
semplicemente cercava di mettermi
a mio agio, usando il medesimo
linguaggio leggermente volgare,
comunemente da tutti parlato prima
del mio viaggio. Mi alzai e
l’abbracciai con calore,
contentissimo di rivedere il viso di
un amico, iniziando a rispondergli
mentre mi riaccomodavo sulla
comoda sedia:
< Ora sto bene, anche prima stavo
fisicamente bene, ma capire cosa mi
era accaduto é stato affaticante.
Adesso, che credo di sapere, e ho
ricordo di come ho vissuto per tanto
tempo, il mio spirito ha trovato pace
e vedo questa nuova vita da una
diversa dimensione >.
88
< Chi ti conosce, o meglio chi ti
conosceva, e credimi sono ancora in
molti, ardono dal desiderio di
comprendere come hai trascorso gli
anni da che sei sparito. Finalmente si
saprà da dove vengono e dove sono
stati i “ viaggiatori” >.
< A suo tempo vi racconterò nei
minimi particolari degli anni trascorsi
“fuori”, ma oggi sono venuto per
sapere cosa è accaduto a voi, e come
ha vissuto la città in tutto questo
periodo >.
Molte delle cose che mi stava
dicendo dell’inizio già le sapevo,
altre facevano parte di pettegolezzi
su persone che entrambi
conoscevamo, e il racconto
dell’evolversi della situazione sociale
in seguito alla scoperta, mi lasciò
alquanto perplesso:
< Nei primi anni del ritrovamento
delle perle di silicio sembrava fosse
arrivato un uragano. Tutti i
disoccupati della Sardegna, e nel
2002 erano tantissimi, si riversarono
nella nostra isola. Il Sindaco di
allora, si fece in quattro per rendere
vivibile il paese e per dare un minimo
89
di regole alla ricerca che era
cominciata da subito in modo
caotico. Obbligò i gruppi più
importanti, se volevano la
concessione, la costruzione d’alloggi
per gli operai, e creò subito dopo
una società pubblica per la gestione
di tutti i servizi che dovevano essere
datti: acqua, rifiuti urbani, alloggi,
strade e viabilità, energia, nuova
urbanizzazione. Oggi questa società
è il motore principale della nostra
economia. I servizi che eroga,
compresi quelli sociali, occupa la
maggior parte della forza lavoro
della città. Nonostante la
lungimiranza dell’amministrazione,
ugualmente in tutti questi anni si è
creata una massa di derelitti, una
casta di paria senza alcuna
professionalità. Fortunatamente per
noi non crea nessun problema,
perché vive in alloggi gratuiti del
comune, assistita dai servizi sociali e
sognando nell’imminente scoperta di
un giacimento che trasformi la loro
vita e quella delle proprie famiglie>.
< Si sta meglio o peggio di prima?>
90
< Economicamente meglio, tranne i
cercatori indipendenti, il resto della
popolazione percepisce uno
stipendio dignitoso che gli permette
di vivere e far vivere commercianti,
artigiani e professionisti. Molto
hanno fatto le perle di silicio e le
tasse che pagano al comune i grandi
gruppi per la concessione, ma non di
meno è stato importante capire, da
parte dell’amministrazione, il nuovo
momento, e predisporre gli
strumenti che hanno creato e ancora
creano benessere e posti di lavoro.
Importantissima è stata la
produzione in proprio dell’energia
elettrica con rotori eolici e dinamo
azionate dalle correnti marine. Un
grosso contributo al fabbisogno
energetico viene dall’enorme
digestore che lavora i rifiuti e i
liquami delle fogne, dandoci un
ambiente pulito, una notevole
quantità di biogas utile per
l’illuminazione pubblica e l’uso
domestico, un residuo organico che
ha permesso la nascita di serre dove
si coltivano ortaggi sufficienti al
consumo della popolazione della
91
città e all’esportazione.
L’abbondanza d’elettricità prodotta
dalla gran torre alta 250 metri, con
la sua enorme caldaia, e le migliaia
di specchi che catturano i raggi
solari, producendo vapore che attiva
le turbine, contribuisce col basso
costo dell’energia che eroga, a
rendere competitive le nostre
industrie. Tutte le miriadi di piccole e
piccolissime aziende, che sono poi
un’emanazione della “Società”
pubblica, voluta a suo tempo dal
comune, producono molti degli
oggetti quotidiani necessari,
utilizzando i materiali riciclati che
arrivano da tutta la Sardegna >.
Sandro aveva fatto un sunto dei
maggiori avvenimenti, e aspettava
altre domande, ma la gente che si
era fermata, incuriosita dal mio
abbigliamento, che aveva annuito in
continuazione al breve racconto del
mio amico, non aspettò mie
domande, ed alcuni coprendo il
discorso dell’altro, cominciarono a
parlare contemporaneamente. Da
quel ciarlare confuso, cercando di
cogliere le riflessioni più
92
interessanti, dal momento che era
impossibile farli parlare uno per
volta, appresi, che:
L’allevamento del tonno di corsa in
un’unica ed enorme gabbia di rete
metallica al largo della costa, dava
lavoro a molti pescatori ed
altrettanti operai nella sua
lavorazione.
La flotta peschereccia finalmente
faceva la pesca d’altura, e tutti gli
armatori avevano creato un centro
comune per la conservazione e la
commercializzazione del prodotto
pescato.
Il governo, qualsiasi governo,
sarebbe stato sempre ladro. Gli
amministratori comunali
continuavano ad essere, come prima,
“non all’altezza e per niente
lungimiranti”, e che comunque, in
ogni tempo ed in ogni luogo, avrebbe
continuato a “ piovere sul bagnato”.
Il tempo era trascorso velocemente,
sul tavolino i bicchieri vuoti erano
numerosi. Prima di lasciarmi andare,
Sandro volle prepararmi
personalmente un aperitivo, e solo
dopo aver brindato al mio ritorno,
93
abbracciandomi, mi saluto,
facendomi promettere di venirlo a
trovare al più presto.
Tornai alla piazza dove era
parcheggiata la moto e prima di
rientrare a casa mi diressi sul
lungomare. Lentamente percorsi con
la motocicletta, la strada,
ammirando la piazza, le enormi
palme, le barche e i pescherecci
ormeggiati e le gigantesche fontane
che stavano al centro della laguna.
Nel primo giorno del mio ritorno,
probabilmente a causa della
confusione che c’era all’interno del
mio cranio, non avevo fatto caso alle
fontane. Erano bellissime, enormi.
Un grosso anello di cemento e vetro,
contornava ognuna delle fontane che
si congiungeva con una passerella
che portava sino alla banchina del
porto, non avevo mai visto niente di
così splendido e scenicamente
coinvolgente. Fermai la moto e
rimasi lungo tempo ad ammirarle,
lasciandomi ammagliare dal
melodioso scroscio che l’acqua della
fontana produceva riversandosi nella
laguna. Avrei voluto fermarmi ad uno
94
dei ristoranti del lungomare per
continuare ad ammirarle, ma nella
fretta di uscire da casa non avevo
pensato al denaro o comunicare un
mio possibile ritardo per il pranzo.

Durante l’inverno, almeno due volte


la settimana, scendevo in città, e la
tappa obbligata era il viale alberato
95
dove trascorrevo la mattinata
parlando con amici, conoscenti ed
osservando gli occasionali
frequentatori dei bar ubicati nel
“salotto” cittadino. Quasi tutti erano
per me degli sconosciuti; visi che non
avevo mai visto e persone con i loro
problemi quotidiani transitavano o
sedevano ignari dell’interesse che
nutrivo per ognuno. Un interesse non
dato dalla curiosità di sapere chi
fossero o cosa pensassero, ma il
piacere di scoprire, attraverso
l’osservazione delle movenze, dei
tratti somatici e di alcune
particolarità nel proporsi agli altri, la
loro probabile struttura caratteriale.
Uno in particolare monopolizzava la
mia attenzione, doveva essere un
professore prossimo al tanto atteso
riposo e del premio agognato:
percepire la ricompensa dopo una
vita di logorante, anche se spesso,
piacevole ed appagante
insegnamento. Da come vestiva si
capiva la poca importanza che dava
all’abito, e ogni volta che incrociavo
il suo sguardo avevo la sensazione
che perennemente spaziava in altre
96
dimensioni, ma doveva avere il gusto
della vita, perché non di rado rideva
alle battute dette dagli amici che
l’accompagnavano.
Una mattina sedette con i suoi
compagni vicino al mio tavolino, e
nonostante stessi dialogando con un
conoscente, non potei fare a meno di
ascoltare quello che stava dicendo.
Parlava di mistica, di tempi lontani,
d’eroi antichi, di civiltà scomparse.
Parlava con fervore d’azioni
guerresche, di poeti che
raccontarono quelle storie, di
leggende, di popoli che non
conoscevano la scrittura e che
tramandavano le loro gesta solo
attraverso la parola. Mi affascinò e
non potei fare diversamente che
intromettermi e porli delle domande.
Approfittai della disquisizione di quel
momento che verteva sulla
prostituzione del mondo greco e
chiesi:
< Ci sono state delle Eteree che non
erano schiave?>.
Il professore volse lo sguardo, mi
osservò, forse mi riconobbe, ma
rispose alla sua platea, come fosse
97
stato uno degli amici a porgli la
domanda.
< Non molte ma alcune delle più
celebri cortigiane, come : Laide,
Frine, Taide, famose per la loro
bellezza, erano di condizione libera.
Alessandro durante la spedizione in
Persia non potendo comprare la
prostituta Telesippa, perché era
libera, non trova altro mezzo per
convincerla a rimanere con la sua
armata, che offrirle doni e regali.
Euriloco uno dei suoi migliori soldati
si è innamorato di Telesippa e senza
di lei non vuole partire.
Molte altre sono schiave. Nicarete
padrona di Neera, prostituta di
Corinto, vende la giovane per trenta
mine, ossia tremila dracme, a due
giovani uomini d’affari, clienti della
bella Neera. In seguito i due giovani
emancipano l’eterea, che conquista
la libertà pagando la somma di venti
mine. Neera non possiede tale
somma, ma ottiene da suoi ricchi
clienti, tra cui Frinione, un prestito
senza interessi che versa ai suoi due
padroni.
98
Frinione torna ad Atene, Neera lo
segue e diventa l’abituale compagna,
ma non per questo la sua vita
cambia. Frinione era nipote di
Demostene il più grande oratore
dell’antica Grecia, e al pari di tutta la
dorata gioventù d’Atene trascorre le
notti in feste, banchetti e orge.
Questa vita di feste perpetue; i
banchetti, le orge, le molte
cortigiane presenti che non di raro
vanno a letto con tutti i convitati e
persino con gli schiavi che servono a
tavola, denota l’essenza del piacere
e come lo concepivano gli antichi.
L’originalità delle civiltà antiche stà
nel concetto stesso
dell’organizzazione del piacere.
L’uomo provvisto d’agiatezza non va
verso il piacere, ma è il piacere che
va verso di lui. Gli antichi
concepiscono il piacere come
un’armonia che ha per sfondo il
simposio, in altre parole una riunione
di bevitori deliziata dalla presenza di
musici, poeti, atleti famosi, filosofi,
oratori e prostitute >.
Forse la “lezione” non sarebbe
terminata, ma un rapido sguardo
99
all’orologio che probabilmente
riportò alla sua mente un impegno
già preso, fecero alzare il professore
dalla sedia. Saluto gli amici, ma
prima si girò verso di me dicendomi:
< Se ancora c’incontriamo è questo
sicuramente avverrà, mi ponga pure
delle domande, se ho una risposta,
volentieri gliela darò >.
Un’altra mattinata era trascorsa,
avevo, speravo, incontrato un nuovo
amico che possedeva una
conoscenza certamente superiore
alla mia e che quella conoscenza mi
dava la possibilità di parlare
d’argomenti che mi affascinano: la
vita nel mondo antico.

Io e la vita
10
( luci ed ombre )

Il tempo continuava a trascorrere, la


famiglia, moglie, figli, e parenti tutti
mi adoravano, ma ugualmente e
come se mi mancasse qualcosa, gli
anni trascorsi nel posto della nebbia
nel conteggio della realtà terrena
erano tanti. Apparentemente nei
nostri corpi nulla era cambiato, ma le
mie e le loro esperienze erano state
diverse, come diverso era ora
l’approccio alla vita.
Quello che più mi disturbava era la
consapevolezza che per due volte
avevo perso in parte, di vedere e
vivere con i miei figli l’evolversi della
loro crescita. Prima del viaggio erano
stati i miei desideri, e il
raggiungimento d'alcuno beni terreni
che mi avevano impedito di seguire
con più attenzione la loro
adolescenza. C’ero, ed oggi mi
rimprovero e mi rammarico di non
aver dato ogni briciola del mio
tempo, di non aver vissuto
completamente con loro, di aver
creduto che il tempo era eterno. Poi
il viaggio, la lunga assenza se vista
10
con occhi terreni, il tempo che
adesso sembrava eterno, le mie
incredibili esperienze vissute
durante il viaggio, ma ugualmente,
ora me ne rendevo conto e ciò mi
angustiava, mi mancava non aver
vissuto con loro quel periodo che gli
aveva fatti diventare adulti.
Mi ci sarebbero voluti i poteri che
avevo nel posto della nebbia, gli
avevo avuti, e maledizione mi ero
trastullato in infantili fantasie.
Ora, e dopo l’esperienza del viaggio,
e dopo l’esperienza dei miei primi 60
anni, credevo di sapere, ma sapere
cosa? Se non sapevo come avevano
vissuto i miei figli per gli anni che
ero mancato, se non c’ero quando
potevano avere bisogno di una
parola di sostegno, di amore, di
comprensione.
Mi volevano bene, sicuramente ai
loro occhi ero importante, ma non
c’era più quella complicità, quel
partecipare alle loro piccole paure,
alla delusione dei primi amori, alle
incomprensioni con gli amici, ai
rimproveri dei professori.
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Ora agognavo affinché si ricreasse
quell’antica unione, quasi mi
auguravo che avessero nuove paure,
nuove delusioni, incomprensioni e
rimproveri; ma il rincorrere il
benessere raggiunto, il potere
acquisito, la responsabilità dei molti
che per l’impresa di famiglia
lavoravano, rendeva i giorni poveri
d’ore necessarie per un dialogo che
non vertesse sugli affari.
E questo mi creava angoscia, spesso
solitudine. E questo vanificava la
gioia del mio ritorno, il piacere che la
particolare esperienza mi faceva
apparire agli occhi di chi mi aveva
conosciuto, ed anche a quelli che non
sapevano chi ero: interessante,
fortunato, invidiato.
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