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HYPSIPILE IASONI

La praescriptio iniziale che indica al lettore, prima della lettura del testo poetico,

mittente e destinatario epistolare è testimoniata solo da parte della tradizione

manoscritta. Kenney 1960, 484-485 difende come ovidiane le praescriptiones di questo

tipo (Penelopes Ulixi, Phyllis Demophoonti, Briseis Achilli, etc.): l'indicazione iniziale

di mittente e destinatario è parte integrante della lettera antica. Inoltre ammettendo il

carattere spurio di 0a-b, senza l'indicazione Hypsipyle Iasoni, il lettore dovrebbe

attendere per individuare precisamente il mittente dell'epistola sino al v. 8 (per lo stesso

problema di individuazione cfr. l' incipit di her. 4, 8, 9, 11, 13 con Jacobson 1974, 404-

405).

0a

LEMNIAS HYPSIPYLE... ERAT

Tra i problemi testuali delle Heroides è particolarmente rivelante la questione sulla

genuinità dei distici incipitari che non sono testimoniati dai codici più antichi: alcuni

codici tra la fitta schiera dei recentiores riportano un distico iniziale per her. 8-12, 17,

20, 21; il codice Etonensis dellì XI secolo, che trasmette i Remedia Amoris e le

Heroides sino a 7, 161 (sul codice vedi Richmond 2002, 459-460), riporta distici iniziali

per le epistole 5-7 (sulla questione dei distici inziali spurii vedi Sedlmayer 1878, 80-82,

Rosati 1984, 417-418, Casali a her. 9, 0a-b, Bessone a her. 6, 0a-b e l'apparato in Dörrie

e Giomini). Dörrie, 7-8 considera i distici incipitari come vestigia di una edizione

medievale, per costituire la quale si sarebbe riordinata la raccolta rendendo omogenei

gli incipit delle epistole. Giomini, 22 individua l'XI secolo come inizio del processo di

inserzione di questi versi da parte di un grammatico con l'intenzione di uniformare tutti i


componimenti della raccolta.

Il distico in questione è ritenuto spurio da tutti gli editori delle Heroides: è segnalato nel

testo solo da Giomini che lo stampa in atetesi commentando in apparato «nam quamvis

eius stilus cum XII 89, XIII 60, Am. II 12, 10 congruat, mera interpolatio est» e da

Dörrie che segnala il carattere spurio con una resa tipografica diversa. Vahlen 1888, 28-

29 nota l'affinità del distico che considera spurio, per l'analogo uso di mens e per la

struttura del pentametro, con il distico spurio di her. 9 mittor ad Alciden a coniuge

conscia mentis / Littera, si coniunx Deianira tua est e per entrambi e her. 20 e 21 avanza

l'ipotesi che «ein Eingangsdistichon verloren gegan sei», sostituito poi da quelli tràditi.

Ma diversi elementi (vedi sotto), comunque, porterebbero a considerare come probabile

la paternità ovidiano del distico.

LEMNIAS

Traduce l'aggettivo greco Λημνιάς usato in riferimento ad Ipsipile solo in Ap. Rhod. 3,

1206 quando Giasone, che si appresta a compiere i riti prescritti da Medea per riuscire a

superare le prove imposte da Eeta, φᾶρος / ἕσσατο κυάνεον, τό ῥά οἱ πάρος

ἐγγυάλιξεν / Λημνιὰς Ὑψιπύλη ἀδινῆς μνημήιον εὐνῆς.

Ipsipile è definita Lemnia in Stat. Theb. 4, 775 reddit demisso Lemnia vultu 5, 129 e 5,

588 infelix Lemnia. Usa l'aggettivo per ricordare all'infedele Giasone la proprio dignità

regale, ma inavvertitamente richiama alla memoria anche il λήμνιον κακόν, il crimine

compiute dalle donne di Lemno per cui cfr. il tono minaccioso di vv. 52-53 Hospita

feminea pellere castra manu, / Lemniadesque viros, nimium quoque, vincere norunt; cfr.

anche l'analoga ambivalenza di Cressa in her. 4, 2 in cui l'aggettivo, che indica l'origine

di Fedra, richiama sia la dignità regale della donna sia le fosche vicende mitiche che
riguardano donne cretesi come gli amori mostruosi di Pasifae e Arianna o l'amore

incestuoso di Erope per Tieste.

BACCHI GENUS

Sottolinea con orgoglio la sua discendenza divina: il padre Toante era figlio di Arianna e

Dioniso (cfr. [Apollod.] Epit. 1, 9b διὰ νυκτὸς μετὰ Ἀριάδνης καὶ τῶν παίδων εἰς

Νάξον ἀφικνεῖται. ἔνθα Διόνυσος ἐρασθεὶς Ἀριάδνης ἥρπασε, καὶ κομίσας

εἰς Λῆμνον ἐμίγη, καὶ γεννᾷ Θόαντα Στάφυλον Οἰνοπίωνα καὶ

Πεπάρηθον). Cfr. anche i vv. 115-6 Bacchus avus; Bacchi coniunx redimita corona /

praeradiat stellis signa minora suis. L'affermazione della propria discendenza da

Dioniso apre anche l'Ipsipile di Euripide, cfr. Eur. Hyps. 752 Διόνυσος, ὃς θύρσοισι

καὶ νεβρῶν δοραῖς / καθαπτὸς ἐν πεύκῃσι Παρνασὸν κάτα / πηδᾷ χορεύων

παρθένοις σὺν Δελφίσιν e 752a in cui vengono menzionati i figli di Dioniso

Στάφυλος e Πεπάρηθος con Collard-Cropp-Gibert. Se effettivamente con Bacchi

genus si vuole ricollegare all'apertura della tragedia avremmo una precisazione

cronologica del tempo della finzione epistolare, cioè il tempo intertestuale che intercorre

tra la fine delle Argonautiche (cfr. v. 1) e l'inizio dell'Ipsipile euripidea.

La menzione di Bacco dovrebbe servire inoltre a richiamare alla memoria all'ingrato

Giasone (cfr. her. 12, 13 inmemor Aesonides) il dono di Ipsipile grazie al quale lui e

Medea riescono ad attirare in trappola Apsirto: Ap. Rhod. 4, 423-428 οἷς μέτα καὶ

πέπλον δόσαν ἱερὸν Ὑψιπυλείης / πορφύρεον. τὸν μέν ῥα Διωνύσῳ κάμον

αὐταί / Δίῃ ἐν ἀμφιάλῳ Χάριτες θεαί, αὐτὰρ ὁ παιδί / δῶκε Θόαντι μεταῦτις,
ὁ δ’ αὖ λίπεν Ὑψιπυλείῃ, / ἡ δ’ ἔπορ’ Αἰσονίδῃ πολέσιν μετὰ καὶ τὸ

φέρεσθαι / γλήνεσιν εὐεργὲς ξεινήιον; simile il tono di rimprovero per

l'ingratitudine con cui Medea apre her. 12 At tibi Colchorum, memini, regina vacavi, /

ars mea cum peteres ut tibi ferret opem!.

AESONE NATO

Evidente il contrasto tra il mittente, la regina di Lemno, discendente di Bacco, e il

destinatario Giasone, che non riceve una menziona esplicita ma viene indicato

prosaicamente come Aesone nato e non con il patronimico Aesonides (più adatto al

mondo dell'epica di Val. Fl. e met. 7) che viene usato al v. 101, quando Ipsipile non è

ancora a conoscenza del tradimento di Giasone.

0b

DICIT

Per Vahlen 1888, 84 che discute dicit di her. 12, 0b (vedi Bessone ad loc. per il carattere

spurio del distico) il verbo equivale ad adloquor di her. 7, 4 Nec quia te nostra sperem

prece posse moveri, / adloquor.

La formula di apertura epistolare corretta è salutem dicere (OLD s.v. salus 8 b). Sembra

difficile pensare ad un grammatico medievale che volendo normalizzare tutti gli incipit

della raccolta utilizzi questa licenza. Più probabile vedere nella mancanza del termine

salutem un gioco linguistico tipicamente ovidiano sul doppio valore di salus analogo a

her. 4, 1-2 Qua nisi tu dederis, caritura est ipsa, salutem / mittit Amazonio Cressa

puella viro, her. 16, 1-2 Hanc tibi Priamides mitto, Ledaea, salutem, / quae tribui sola

te mihi dante potest, Pont. 1, 10, 1-2 Naso suo profugus mittit tibi, Flacce, salutem, /
mittere rem si quis, qua caret ipse, potest e all'incipit dell'epistola di Biblide a Cauno

met. 9,530-1 Quam, nisi tu dederis, non est habitura salutem, incipit / hanc tibi mittit

amans: Ipsipile si rivolge a Giasone ma dopo il suo tradimento rifiuta di “augurargli

salvezza”.

ET IN VERBIS PARS QUOTA MENTIS ERAT

Rosati traduce «ma quanta parte dei sentimenti c'è in queste parole?», Fornaro «e

quanto del suo sentire ci sarà stato in quelle parole?». Entrambi accettano

l'interpunzione di Dörrie. Ma seguendo Giomini che chiude il distico con un punto

fermo il verso può essere tradotto «quanta piccola parte dei miei sentimenti c'era in

queste parole!». L'imperfetto erat può essere spiegato col fatto che Ipsipile assuma

temporaneamente la prospettiva di Giasone che legge la lettera e ribadisca

l'insufficienza delle parole nell'esprimere il proprio amore verso di lui (cfr. Vahlen 1881,

29 sull'emendazione inest di Heinsius «Denn selbst dass Heinsius VI mentis inest

verlangt, ist nicht begründet und wird erat durch den Briefstil gerechtfertigt»).

La seconda parte del pentamentro rappresenterebbe quindi una riflessione metaletteraria

dal sapore tipicamente ovidiano per cui cfr. l'espressione in her. 12, 89 et quota pars

haec sunt con cui Medea sottolinea che le parole d'amore di Giasone, precedentemente

riportate, sono solo una parte del discorso pronunciato dall'eroe. Ipsipile dichiara in

apertura al menzognero Giasone, al contrario, la sincerità delle proprie parole, che anzi

non bastano ad esprimere i propri sentimenti, in confronto a quelle ingannevoli e false

rivolte da lui prima a lei e poi a Medea.

L'espressione pars quota è assente negli altri poeti augustei e ricorre frequente in Ovidio

in esclamazioni o in domande retoriche cfr. her. 13, 60 Et sequitur regni pars quota
quemque sui?; met. 7, 522 Et quota pars illi rerum periere mearum!; Pont. 2, 10, 31 Et

quota pars haec sunt rerum quas uidimus ambo; Pont. 3, 4, 41 Pars quota de tantis

rebus, quam fama referre / aut aliquis nobis scribere posset, erat?; Pont. 4, 10, 24 qui

quota terroris pars solet esse mei?.