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La diversit

Indice
Introduzione: motivazione della scelta del tema della diversit e panoramica del lavoro
ITALIANO
Eugenio Montale: diversit come via di fuga dal processo della massificazione
Primo Levi: diversit come elemento da sopprimere e da conservare
LATINO
Seneca: parit naturale degli uomini oltre le diversit sociali
GRECO
Menandro: diversit nei personaggi della Commedia Nuova
APPROFONDIMENTO
Jrme Lejeune: ogni uomo unico ed insostituibile, al di l delle diversit

Introduzione
La diversit un concetto che torna frequentemente nella vita di tutti i giorni: essere diverso pu,
per alcuni, essere motivo di soddisfazione e di felicit, per altri essere motivo di discriminazione e
sopraffazione: innegabile, infatti, che l'essere diverso abbia avuto in passato una valenza
fortemente negativa (basti pensare alle persecuzioni subite dai cristiani durante l'Impero romano, o
a fenomeni come il razzismo o l'omofobia, fino a giungere alla loro estremizzazione, ai lager nazisti
ed ai gulag sovietici), ma non sono mancati casi in cui, in condizione di omologazione degli uomini
e perdita delle unicit, la diversit abbia acquisito valore positivo per il singolo uomo che non vuole
identificarsi con una massa vuota.
Ho deciso di analizzare questo tema in quanto ritengo che analizzando le varie sfaccettature che la
diversit ha assunto nel corso dei secoli, anche attraverso alcuni testi efficaci per analizzare e
comprendere l'esperienza della diversit, si possa arrivare ad una maggiore consapevolezza
riguardo ad un tema al quale spesso non viene data l'importanza che merita.

Francesco Andrea Causio 3H 2012/2013

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ITALIANO
Eugenio Montale: diversit come via di fuga dal processo di massificazione
Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. l'ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
............................
- Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest'orrida
e fedele cadenza di carioca? -

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse fa parte de Le occasioni, il volume nel 1939. L'occasione la
seguente: l'autore si trova con la donna amata in stazione perch lei deve prendere un treno, in cui si
confonder con gli automi (gli uomini-massa) e le chiede se anche lei riconosca nel rumore del
treno che si avvia lo stesso ritmo di persecuzione e di morte che gli attribuisce lui.
In questo componimento il motivo della presenza/assenza della donna amata si lega al motivo della
civilt moderna e del progresso, simboleggiati dal treno (analogia utilizzata per la prima volta da
Giosu Carducci nell'ode barbara Alla stazione di una mattina d'autunno) che indica la minaccia
della modernit, in cui si realizza il processo di alienazione e di massificazione degli uomini,
trasformati in automi. La protagonista di questa poesia, sebbene non venga esplicitato, Clizia1,
personaggio comparabile alla Beatrice dantesca le cui apparizioni garantiscono momenti di
Rivelazione del Valore (ovvero della ragione, dei valori umanistici) e nella cui assenza l'autore
appare frustrato e sconfitto; il fragile (perch messo in discussione dalla sua partenza) legame
d'amore che la unisce al poeta rappresenta l'unico segno di distinzione e di privilegio nella societ di
massa, per questo il poeta nei versi 5-8 chiede presti anche tu alla fioca litania del tuo rapido
1

: nome tratto dalla mitologia greca, Clizia era una ninfa amata dal Sole-Apollo e quindi associata alla cultura

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quest'orrida e fedele cadenza di carioca? ovvero vuole sapere se anche lei riconosce nel ritmo del
treno2 il ritmo di un'orribile danza: in caso affermativo resiste l'intesa tra i due, resistono cio
all'esperienza della massificazione, non si confondono tra gli automi della societ, ma si
distinguono e mantengono un legame solido che di loro due soltanto e li rende perci unici. Nei
versi 2-4 individuiamo un'allitterazione tra diverse parole (spORtelli, ORa, fORse, cORridoi,
ORrida): come spiega lo stesso Montale, essa allude agli gli uomini nei loro comportamenti, gli
uomini intesi come massa ed ignoranza, ne evidenzia un atteggiamento omologato, la distruzione
dell'identit personale e della libera scelta. Al v.3 l'autore dichiara che gli automi hanno ragione,
esprimendo la consapevolezza da parte dell'autore che la loro la scelta pi semplice, la scelta
della rassegnazione e della rinuncia a ricercare l'autenticit che tanto fa soffrire il poeta.
In questa poesia Montale si schiera contro i processi in atto nel '900 e che avviano alla
massificazione, vista da lui come nemica dell'arte e dell'uomo, e propone come difesa la letteratura
(infatti Clizia rappresenta sia l'amore che la letteratura).
L'opera in cui collocato questo componimento, Le occasioni, stata pubblicata nel 1939, in un
periodo storico (il ventennio fascista) particolarmente doloroso che vide molti scrittori rifugiarsi
nella cultura, intesa come l'unico risarcimento possibile. In quegli anni Firenze, la citt in cui
Montale vive dal 1927, diventa una sorta di culla delle lettere da difendere dal regime fascista e dai
suoi automi, opponendo alla massificazione i valori elitari di un'aristocrazia dello spirito,
derivanti dalla tradizione umanistica e dalla lontana influenza di Foscolo . La concezione di poesia
montaliana cambia in questo periodo, utilizzando uno stile pi elevato di quello prescelto per
l'elaborazione degli Ossi di seppia, un uso frequente di allegorie (dovuto anche all'influenza di
Thomas S. Eliot e di Irma Brandeis, che lo avvicinano allo stile dantesco) ed in generale un tipo di
poesia pi difficile, ma non oscura, respingendo l'ideale di poesia pura inseguito dagli Ermetici e
preferendo una poesia di pensiero.
La poesia composta da due strofe, la prima prevede tre endecasillabi ed un settenario, l'altra,
separata da una linea di puntini che indica la cancellazione di una strofa, da un settenario e due
endecasillabi; non c' uno schema metrico. Lo stile caratterizzato da plurilinguismo attraverso
accostamenti di termini di matrice letteraria (fioca/litania, orrida/..cadenza in cui l'enjambement
accresce la nobilitazione dei termini) ad altri bassi e comuni (fischi, tosse, sportelli, corridoi, rapido,
carioca che addirittura un termine straniero e di uso popolare).
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: litania indica normalmente un'invocazione a Dio ed ai santi, qui indica un suono ripetuto

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Primo Levi: diversit come negativit e come pregio.


Se questo un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un s o per un no
Considerate se questa una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza pi forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
Francesco Andrea Causio 3H 2012/2013

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O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

La poesia Se questo un uomo posta ad epigrafe dell'omonimo romanzo di Primo Levi, scritto tra
il dicembre 1945 ed il gennaio 1947 e che intende essere la testimonianza di quanto vissuto in prima
persona dall'autore nel campo di concentramento di Monowitz, vicino ad Auschwitz, dove era stato
deportato nel 1944 dai nazisti dopo essere stato catturato l'anno precedente e dopo essere rimasto
diversi mesi nel campo di transito a Fossoli: l'autore dichiara di scrivere per bisogno di
raccontare nato da un impulso immediato e violento a fornire testimonianza. La sua opera si
colloca nella corrente del Neorealismo, corrente involontaria originata, come afferma Calvino
nella Prefazione al Sentiero dei nidi di ragno, dalla smania di raccontare e di testimoniare.
Levi alterna la testimonianza del vissuto a sezioni in cui egli assume la prospettiva dello scienziato
(Primo Levi era un chimico e lavor in quest'ambito anche nel campo di concentramento) ed
analizza la societ dei deportati e le regole complesse che la governano. Particolare importanza
attribuisce anche alla descrizione dei rapporti sociali interno al campo: Levi si concentra sulla
psicologia e sulle dinamiche di gruppo, indicando come diverse regole della civilizzazione umana
vengano messe a tacere da una bestialit che non solo degli oppressori nazisti, ma finisce col
contagiare anche i prigionieri. Sebbene immerso in un ambiente violento che mira a privare l'uomo
della sua umanit, Levi cerca di conservare la propria dignit con piccoli gesti che rendono un
uomo umano: l'essere umano tale in quanto insieme di memorie, di emozioni e di pensieri, fattori
che nel lager venivano annullati per lasciar posto all'istinto di sopravvivenza fino a giungere
all'annullamento totale del corpo e dell'anima, una condizione in cui gli affetti familiari e le
memorie passano in secondo piano rispetto al bisogno urgente, alla fame, al bisogno di difendersi
dal freddo e dalle percosse.Importante perch Levi arrivi alla consapevolezza della volont di
annullare l'umanit il monito del sergente Steinlauf quando questi, nel lavatoio, lo ammonisce
perch non si lava. Levi trascura infatti questa pratica, in quanto l'acqua sporca, non c' sapone e
la considera uno spreco di energia e di calore, una faccenda frivola: il Lager, dice il sergente
Steinlauf, una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare []
dobbiamo quindi lavarci la faccia senza sapone, nell'acqua sporca, e asciugarci nella giacca.
Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perch cos prescrive il regolamento, ma per dignit e per

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propriet. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non gi in omaggio alla
disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.
Il processo con cui i detenuti vengono privati della loro umanit inizia appena arrivati, quando
vengono privati dei beni materiali esterni (vestiti, orologi, cappelli, ecc.), dei capelli e della barba
(pezzo dell'identit di una persona), della libert di parola (vengono chiusi in una stanza con delle
docce, dove il generale li invita tramite l'interprete a tacere perch non siamo in una scuola
rabbinica, anche dopo devono sottostare a precise regole per quanto riguarda la comunicazione),
finch si rendono conto che sono tutti uguali nella sofferenza, uguali ai lavoratori visti la sera
prima, arrivando fino ad essere privati del loro stesso nome, sostituito con un numero che li
identifica univocamente.

non c' ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi.[...] Eccoci trasformati nei
fantasmi intravisti ieri sera.
Noi sappiamo che difficilmente saremo compresi, ed bene che cos sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto
significato racchiuso anche nelle pi piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il pi umile
mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di
noi, quasi come membra del nostro corpo; n pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ch subito ne
ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre.Si
immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto
infine, letteralmente tutto quanto possiede: sar un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignit e
discernimento [] tale quindi, che si potr a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di
affinit umana; nel caso pi fortunato, in base ad un puro giudizio di utilit. Si comprender allora il duplice
significato del termine <<Campo di annientamento>>, e sar chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase:
giacere sul fondo.
Ho imparato che io sono uno Hftling. Il mio nome 174517; siamo stati battezzati, porteremo finch vivremo il
marchio tatuato sul braccio sinistro, quando parla di un suo compagno, che insieme a lui scarica delle merci da un
treno, Levi dice:Lui Null Achtzehn. Non si chiama altrimenti che cosi, Zero Diciotto, le ultime tre cifre del suo
numero di matricola: come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo degno di avere un nome, e che Null
Achtzehn non pi un uomo. Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se cos fosse.
Quando parla, quando guarda, d l'impressione di essere vuoto interiormente, nulla pi che un involucro, come certe
spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote. [] Tutto gli a
tal segno indifferente che non si cura pi di evitare la fatica e le percosse e di cercare il cibo. Eseguisce tutti gli ordini
che riceve, ed prevedibile che, quando lo manderanno alla morte, ci andr con questa stessa totale indifferenza.

Primo Levi prova a trovare una spiegazione al razzismo, all'intolleranza verso i diversi, che sono
alla base dei campi di concentramento:

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A molti, individui o popoli, pu accadere di ritenere che ''ogni straniero nemico''. Per lo pi questa convinzione
giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta
all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa
maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso il prodotto di una concezione del mondo
portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza.

Secondo lui, quindi, il germe che porta a diffidare dello straniero o del diverso sempre esistito
nell'uomo, perci il rischio di razzismo sempre incombente ma diventa realt quando quel germe
assume l'aspetto di un sistema di pensiero organico o, come nel caso nel Nazismo, viene associato
ad un progetto in un'ideologia politica. Come rimedio, Primo Levi indica il ricorso sistematico alla
ragione: l'intolleranza ed i totalitarismi che ne favoriscono l'affermazione hanno bisogno di
mitologie di massa che seducono l'immaginario e l'unico modo per preservare l'umanit da un
nuovo avvento del Nazismo o, pi in generale, di nuovi regimi totalitari, lo studio, il confronto
razionale tra culture ed idee diverse.
Al fine di confrontare l'idea di Primo Levi con quella di un famoso filosofo e sociologo
contemporaneo, Emanuele Severino, riporto un brano particolarmente significativo tratto da una
conversazione col collega Marco Aime, trasposta poi nel libro Il diverso come icona del male:
Addossare le colpe a qualcuno che esterno rende i noi automaticamente buoni e i loro, per usare una dicotomia
oggi in voga, automaticamente cattivi, maligni e minacciosi. Da un lato, ci pu avere anche la funzione di creare una
maggiore coesione allinterno della societ, dallaltro genera una produzione continua di alterit. Viene alla mente la
poesia di Konstantinos Kavafis Aspettando i barbari (1908), che definisce i barbari come una necessit: quando poi
non arrivano non si sa pi come fare. E adesso, senza barbari, cosa sar di noi? Erano una soluzione, quella gente,
scrive Kavafis. Serviva laltro..

Secondo Severino luomo tende a interpretare tutto quanto non rientra nella propria esperienza
diretta come un pericolo, una minaccia: attraverso la creazione di un diverso, dell'altro, dunque,
gli uomini creano una maggiore coesione all'interno della propria comunit, che per finisce col
causare l'esclusione dei membri della comunit che non sono percepiti come conformi alla norma.
Ci non giustifica la discriminazione del diverso in quanto originata da una necessit di fortificare
un'unione all'interno di una comunit, ma prova a fornirne una spiegazione plausibile, che si rivela
simile a quella di Levi: la paura del diverso parte dell'animo umano, sebbene vada combattuta, e
l'unico modo per riuscire a vincerla lo stesso proposto da Levi, ovvero il confronto con il diverso
in chiave razionale, senza che venga influenzato da pregiudizi e convinzioni irrazionali.

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LATINO
Seneca: parit naturale degli uomini oltre le diversit sociali

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[1] Libenter ex iis qui a te veniunt cognovi familiariter te


cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc
eruditionem decet. "Servi sunt." Immo homines. 'Servi
sunt ' Immo contubernales. 'Servi sunt.' Immo humiles
amici. 'Servi sunt.' Immo conservi, si cogitaveris
tantundem in utrosque licere fortunae.
[2] Itaque rideo istos qui turpe existimant cum servo suo
cenare: quare, nisi quia superbissima consuetudo cenanti
domino stantium servorum turbam circumdedit? Est ille
plus quam capit, et ingenti aviditate onerat distentum
ventrem ac desuetum iam ventris officio, ut maiore opera
omnia egerat quam ingessit.
[3]At infelicibus servis movere labra ne in hoc quidem, ut
loquantur, licet; virga murmur omne compescitur et ne
fortuita quidem verberibus excepta sunt: tussis,
sternumenta, singultus; magno malo ulla voce
interpellatum silentium luitur; nocte tota ieiuni mutique
perstant.
[4] Sic fit ut isti de domino loquantur quibus coram
domino loqui non licet. At illi quibus non tantum coram
dominis sed cum ipsis erat sermo, quorum os non
consuebatur, parati erant pro domino porrigere cervicem,
periculum imminens in caput suum avertere; in conviviis
loquebantur, sed in tormentis tacebant.
[5] Deinde eiusdem arrogantiae proverbium iactatur,
totidem hostes esse quot servos: non habemus illos hostes
sed facimus. Alia interim crudelia, inhumana praetereo,
quod ne tamquam hominibus quidem sed tamquam
iumentis abutimur. [quod] Cum ad cenandum
discubuimus, alius sputa deterget, alius reliquias
temulentorum (toro)subditus colligit.
[6] Alius pretiosas aves scindit; per pectus et clunes certis
ductibus circumferens eruditam manum frusta excutit,
infelix, qui huic uni rei vivit, ut altilia decenter secet, nisi
quod miserior est qui hoc voluptatis causa docet quam
qui necessitatis discit.
[7] Alius vini minister in muliebrem modum ornatus cum
aetate luctatur: non potest effugere pueritiam, retrahitur,
iamque militari habitu glaber retritis pilis aut penitus
evulsis tota nocte pervigilat, quam inter ebrietatem
domini ac libidinem dividit et in cubiculo vir, in convivio
puer est.
[8] Alius, cui convivarum censura permissa est, perstat
infelix et exspectat quos adulatio et intemperantia aut
gulae aut linguae revocet in crastinum. Adice obsonatores
quibus dominici palati notitia subtilis est, qui sciunt cuius
illum rei sapor excitet, cuius delectet aspectus, cuius
novitate nauseabundus erigi possit, quid iam ipsa satietate
fastidiat, quid illo die esuriat. Cum his cenare non
sustinet et maiestatis suae deminutionem putat ad eandem
mensam cum servo suo accedere. Di melius! quot ex istis
dominos habet!
[9] Stare ante limen Callisti domi num suum vidi et eum
qui illi impegerat titulum, qui inter reicula manicipia
produxerat, aliis intrantibus excludi. Rettulit illi gratiam
servus ille in primam decuriam coniectus, in qua vocem
praeco experitur: et ipse illum invicem apologavit, et ipse

Francesco Andrea Causio 3H 2012/2013

[1] Ho sentito con piacere da persone provenienti da


Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo
comportamento si conf alla tua saggezza e alla tua
istruzione. "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono
schiavi". No,vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi".
No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di
schiavit, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e
su loro.
[2] Perci rido di chi giudica disonorevole cenare in
compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi,
se non perch una consuetudine dettata dalla pi grande
superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia
una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacit
del suo stomaco e con grande avidit riempie il ventre
rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni: pi
affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo.
[3] Ma a quegli schiavi infelici non permesso neppure
muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio represso
col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori
casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il
silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono
stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti.
[4] Cos accade che costoro, che non possono parlare in
presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi
che potevano parlare non solo in presenza del padrone,
ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la
bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a
stornare su di s un pericolo che lo minacciasse;
parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura.
[5] Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto
della medesima arroganza: "Tanti nemici, quanti schiavi":
loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio
per ora maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di
loro quasi non fossero uomini, ma bestie. Quando ci
mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, stando
sotto il divano, raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi.
[6] Uno scalca volatili costosi; muovendo la mano esperta
con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca
piccoli pezzi; poveraccio: vive solo per trinciare il
pollame come si conviene; ma pi sventurato chi
insegna tutto questo per suo piacere di chi impara per
necessit.
[7] Un altro, addetto al vino, vestito da donna, lotta con
l'et: non pu uscire dalla fanciullezza, vi trattenuto e,
pur essendo ormai abile al servizio militare, glabro, con i
peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la notte,
dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del padrone, e
fa da uomo in camera da letto e da servo durante il
pranzo.
[8] Un altro che ha il compito di giudicare i convitati, se
ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone
dovranno essere chiamate il giorno dopo perch hanno
saputo adulare e sono stati intemperanti nel mangiare o
nei discorsi. Ci sono poi quelli che si occupano delle
provviste: conoscono esattamente i gusti del padrone e
sanno di quale vivanda lo stuzzichi il sapore, di quale gli
piaccia l'aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo
dalla nausea, quale gli ripugni quando sazio, cosa
desideri mangiare quel giorno. Il padrone, per non
sopporta di mangiare con costoro e ritiene una
diminuzione della sua dignit sedersi alla stessa tavola
con un suo servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra
costoro. [9] Ho visto stare davanti alla porta di Callisto il
suo ex padrone e mentre gli altri entravano, veniva

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Va premesso che i Romani non erano razzisti: a differenza dei Greci, che ritenevano di essere
geneticamente superiori a tutti i popoli barbari, ovvero non greci, i Romani non si ritenevano
superiori agli altri popoli se non sul piano morale, esaltando la virtus romana ma non
precludendone l'adozione ad altri popoli, come poi effettivamente fecero con i popoli conquistati.
Cera per a Roma una categoria di persone che non godeva degli stessi diritti degli altri, gli
schiavi, giuridicamente e umanamente considerati res, merci, privi di libert personale, il loro
padrone poteva decidere della loro vita e della loro morte: dallo storico Diodoro Siculo veniamo a
sapere che una certa Megallide, moglie di Damofilo, un ricco possidente romano del III sec. a.C. ,
faceva a gara con il marito nelle punizioni degli schiavi. Una storia esemplare narrata da Seneca:
una sera lImperatore Augusto si trovava in casa di Vedio Pollione ed uno schiavo,
inavvertitamente, aveva rotto un vaso di cristallo ed era stato per questo condannato ad essere
gettato in pasto alle murene, pesci voracissimi che il padrone allevava in casa. Lo schiavo, dopo
essersi liberato dalle guardie, si rifugi ai piedi dellImperatore, per chiedere una morte diversa:
Augusto, scosso dallinaudita crudelt, lasci andare lo schiavo e ordin che tutti gli oggetti di
cristallo fossero spezzati al suo cospetto, tanto da riempire la piscina intera.
Seneca rappresenta in questo periodo storico un nuovo punto di vista: nella LXVII epistola a
Lucilio loda il rispetto che l'amico ha della dignit personale degli schiavi. La lettera inizia con uno
speculum: Seneca, cio, mette di fronte all'amico il comportamento lodevole che Lucilio ha
mostrato nei confronti dei suoi schiavi e lo pone al centro di una riflessione, in quanto un gesto
come questo deve essere compreso in quanto giusto. Lucilio si discosta da quelle che sono le
consuetudini romane, che pongono come modello la superiorit del padrone rispetto allo schiavo e
un modo di comportarsi che metta in risalto la differenza di rango, tenendo cio a distanza gli
schiavi e senza concedere loro alcuna confidenza, ma Seneca illustra subito le conseguenze di
questa mentalit nella scena del pasto padronale (importante perch nel mondo antico la
condivisione o separazione del pasto simboleggiava l'identificazione o la distinzione tra individui),
mostrando un padrone oltremodo rigonfio di cibo in una condizione che non si addice ad un vir
romano, mentre gli schiavi, sebbene siano costretti a tacere ed ad assistere immobili a questa scena,
hanno molto pi di umano di lui. Seneca poi riprende il proverbio totidem hostes esse quos
servos, quanti schiavi, tanti nemici e ne sottolinea l'arroganza: gli schiavi non sono infatti

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nemici per natura, ma sono resi tali dal comportamento superbo dei padroni che li trattano con
crudelt. Dopo questa osservazione torna ad insistere sull'opposizione tra la degradazione forzata
dello schiavo, costretto dal padrone a mansioni disumane, e quella volontaria del padrone, ridotto
dalle sue abitudini di vita in uno stato indegno per un uomo, dedito a vizi degradanti mentre gli
schiavi, seppure dediti a mansioni degradanti, conservano la propria dignit in quanto non le
compiono volontariamente ma per ordine del padrone.
Seneca introduce a questo punto l'idea di parit naturale di tutti gli uomini e l'osservazione che la
condizione giuridica degli uomini non immutabile, quindi il rapporto che lega schiavo e padrone
non destinato ad essere eterno, ma potrebbe invertirsi per un capriccio della sorte: l'autore ricorda
il liberto Callisto, schiavo e poi padrone della stessa persona, ed i nobili caduti in schiavit con la
disfatta di Teutoburgo.
Per Seneca, dunque, il disprezzo per gli schiavi non solo non ha alcuna utilit, rendendo anzi nemici
coloro che sarebbero potuti altrimenti essere fedeli amici, ma anche totalmente ingiustificato, in
quanto chi disprezza uno schiavo si dimostra miope nel considerare immutabili le condizioni di vita
sociale imposte in modo fortuito da una sorte capricciosa ed imprevedibile, che potrebbe invertirle:
il criterio per la valutazione di un uomo non va ricercato, perci, nella condizione giuridica, ma
nella statura morale, intesa come idea stoica dei veri beni, quelli della virtus, i soli che l'uomo ha in
suo potere e della cui gestione responsabile.
giusto, quindi, che il padrone coltivi buoni rapporti con i suoi schiavi senza che questi provino
timore nei suoi confronti, infatti del loro timore lui non ha bisogno, poich la differenza sociale tra
la sua posizione e quella dei suoi schiavi sufficiente per tenerlo a riparo da eventuali problemi.
Con questa lettera Seneca non si propone di innovare la realt sociale della schiavit in alcun modo,
come evidenziato nell'ultima parte della lettera, in cui il rapporto padrone-schiavo viene
analizzato ed il primo viene assimilato ad una divinit, mentre il diritto di offendere di cui gode nei
confronti dello schiavo assimilato a quello di un re orientale: anche la benevolenza del dominus
nei confronti del servus si configura a livello sociale come un atto da superiore ad inferiore,
paragonabile alla clementia del pensiero politico di Seneca, che non preclude tuttavia
un'equiparazione di schiavo e padrone sul livello esistenziale e naturale. Si pu ritrovare inoltre in
questa lettera un'evidente analogia con i precetti della morale cristiana in via di diffusione: Sic cum
inferiore vivas, quemadmodum tecum superiorem velis vivere, ovvero comportati con il tuo

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inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te, espressione che ricorda quanto scritto nel
Vangelo secondo Matteo, in cui Ges dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso.

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GRECO
Menandro: Un nuovo ideale di humanitas.

Il teatro di Menandro si colloca nel periodo della Commedia nuova, verso la fine del IV secolo
a.C. : i suoi protagonisti non sono legati ad un preciso contesto sociale ed al ruolo che ricoprono
nella societ, quindi vengono meno anche alcuni preconcetti e pregiudizi di tipo sociale, per quanto
spesso i personaggi di Menandro siano tipizzati, sono comunque esseri umani e la loro natura non
coincide necessariamente con il loro status sociale. Il mondo della ricerca di Menandro luomo, in
senso universale, gli uomini e gli intellettuali della polis sono proiettati allesterno, invece oggetto
della ricerca del teatro nuovo, in genere dellellenismo, linteriorit, l'analisi dei sentimenti umani
e delle pulsioni che governano l'uomo: in questo periodo infatti l'uomo greco, abituato alla
dimensione ristretta della polis, viene proiettato in un mondo vastissimo in cui si confronta con
culture spesso diverse dalla sua, con conseguente perdita della distinzione barbari-Greci che era
stata un punto fermo della cultura ellenica e quindi con conseguente sgomento nell'uomo, che tende
a chiudersi in se stesso sostituendo i valori della polis con valori individuali.
La commedia pi rinomata di Menandro il Misantropo (in greco ), rappresentata nel 316
a.C. e pervenuta quasi integra: il misantropo in questione il vecchio Cnemne, che ha
abbandonato la moglie ed il figliastro Gorgia e vive con la figlia devota al culto del dio Pan e la
vecchia ancella Simche, evita il pi possibile di entrare in contatto con gli estranei. Mentre a
caccia, il ricco e giovane Sstrato si innamora della figlia di Cnemne per azione del dio Pan, il
quale vuole premiarla della devozione che lei gli rivolge. Sstrato vuole chiedere in sposa la
fanciulla e conquista l'amicizia di Gorgia per farsi aiutare. La madre di Sstrato ha preparato un
sacrificio in onore di Pan nella grotta accanto alla casa di Cnemne: mentre Cnemne, vedendo la
folla, decide di restare in casa, Sstrato si unisce ai commensali. Ad un certo punto viene a
conoscenza del fatto che Cnemne caduto in un pozzo nel tentativo di recuperare alcuni attrezzi
caduti alla sua serva: Sstrato e Gorgia corrono a salvarlo e Cnemne, resosi conto del pericolo che
ha corso e dell'inumanit del proprio stile di vita, decide di adottare Gorgia come figlio e lo incarica
di trovare marito alla propria figlia. Sstrato ottiene la mano della figlia di Cnemne e convince il
padre, Calippide, a dare in sposa a Gorgia la figlia, sua sorella, nonostante la disparit economica

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tra le due famiglie. La commedia si conclude con il doppio banchetto nuziale, a cui un servo ed il
cuoco trascinano a forza il riluttante Cnemne, il quale nel frattempo tornato quello di prima.
Nella commedia, non vi un ordine razionale delle cose, perch tutto dettato dal caso. Il concetto
di non negativo, perch ogni commedia ha un lieto fine, n tende a screditare la ragione
umana. Menandro vuole solo far intendere che nella realt non c' nulla di certo, che anche nelle
vicende pi comuni pu accadere di tutto: perci, pi che indagare il trascendente o esercitare
l'ingegno in eventi pi grandi di lui, si dovrebbe tendere ad esaminare l'uomo e la sua natura (e ci
coincide non solo con il pensiero ellenistico, ma anche con quello sofistico, che proliferava in
quegli anni).
Menandro rappresenta nelle commedie un uomo autentico e comune, con i suoi pregi e difetti. Il
commediografo sperimenta la reazione di questi caratteri e di questi uomini a diverse situazioni,
mostrandoci come un individuo di quel genere avrebbe provato e vissuto quell'evento.
La scelta di Menandro come autore greco per il tema della diversit ha due ragioni: in primis, il
protagonista della sua opera pi rinomata, il misantropo Cnemne, odia gli estranei, quindi nutre un
sentimento di diffidenza verso il diverso (in questo caso, colui che non rientra nel suo cerchio
stretto di conoscenze) che non giustificato o razionale, e capisce quanto il suo stile di vita sia
sbagliato, seppur per un breve arco di tempo, attraverso il confronto con l'altro, con i due giovani
che lo salvano dal pozzo in cui rischiava di morire; la seconda che Menandro, attraverso la sua
attenta analisi dei sentimenti e delle pulsioni che dominano l'interiorit umana, presenta un mondo
in cui la personalit di ogni personaggio non legata al ruolo che interpreta nella commedia n al
suo status sociale, ma dotata di sfaccettature particolari per ogni personaggio, visto nella sua
umanit. Menandro quindi particolarmente moderno sotto questo punto di vista, perch non
attribuisce etichette ai propri personaggi, ma fornisce loro un carattere unico che li rende parte del
mosaico dei caratteri umani.

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Jrme Lejeune, ogni uomo unico ed insostituibile, al di l delle diversit

Sicuramente la medicina la branca della scienza in cui capita pi spesso di far fronte alla diversit:
essere un medico vuol dire essere pronto ad affrontare le pi tremende malattie con sangue freddo e
razionalit, senza mai perdere la propria umanit e la sensibilit verso il paziente, per non finire col
diventare semplici accumulatori di nozioni. Non sempre i medici si dimostrano capaci di conciliare
questi due valori etici con gli interessi economici del lavoro, tuttavia si evidenziano nella storia casi
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di medici di immenso valore scientifico in grado di mantenere intatti i propri valori etici e morali
davanti alle ingiustizie, fino a venire isolati dalla comunit scientifica.
il caso di Jrme Lejeune, medico per passione e ricercatore per necessit, scopritore del legame
tra la trisomia 21 e i sintomi della Sindrome di Down, che ha dimostrato come i viventi, e quindi
gli uomini, siano interamente determinati dai geni che li compongono. Nel condurre i suoi studi,
diversamente da molti suoi colleghi dell'epoca, ha mantenuto un metodo umano, sostenendo l'idea
che ogni uomo sia unico ed insostituibile, e che come tale vada guardato e trattato. La sindrome di
Down, che Lejeune studi fino alla morte, una malattia congenita nota da secoli che deve il suo
nome al medico inglese John Langdon Down, che la defin mongolismo per la somiglianza dei
caratteri facciali dei pazienti con i mongoli3; le cause erano associate alla tubercolosi o a malattie
veneree, come la sifilide, quindi i malati erano doppiamente emarginati, in quanto ritenuti meno
evoluti e frutto di una condizione sociale distorta al punto che era usanza per alcuni, se si
incontrava un malato di Sindrome di Down per strada, cambiare lato della strada per non
incrociarne il cammino. Le scoperte di Lejeune furono possibili anche grazie ai progressi della
tecnologia: solo negli anni '40 si scopr il numero esatto dei cromosomi (filamenti di DNA ricoperto
da proteine che contengono il patrimonio genetico dei viventi), ovvero 46, e solo nel giugno 1958
Lejeune scopr che gli affetti da sindrome di Down hanno un cromosoma in pi nella coppia 21 (da
qui deriva il nome scientifico della malattia, Trisomia 21).
Troveremo una cura, meno difficile di mandare un uomo sulla Luna. I miei pazienti mi stanno aspettando.

Un aspetto che colpisce fortemente di Lejeune la sua profonda umanit, legata anche alla sua fede
cattolica, che lo port anche ad inimicarsi la comunit scientifica. Nell'agosto 1969, in occasione
dell'apertura dell'Annual Meeting of the American Society of Human Genetics a San Francisco, che
confer a Lejeune il premio William Allan per le sue scoperte, tenne un discorso contro la
legalizzazione dell'aborto nel caso di diagnosi di sindrome di Down prima della nascita del
bambino:
To kill or not to kill, that is the question. La medicina per millenni ha combattuto in favore della vita e della salute e
contro la malattia e la morte. Se cambiamo questi obiettivi, cambiamo la medicina: il nostro compito non quello di
infliggere una sentenza, ma di alleviare il dolore. Considerando il peso imposto alla societ dalle malattie genetiche e
considerati i limiti delle soluzioni disponibili, propongo che sia creato il National Institute of Death al posto del
National Institute of Health. Non pu essere negato che il prezzo delle malattie genetiche sia alto, in termini di
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definizione con caratteri razzisti: si riteneva la razza bianca superiore, perci una vicinanza alla razza asiatica

era vista con disprezzo, come un passo indietro nellevoluzione

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sofferenza per l'individuo e di oneri per la societ. Ma noi possiamo assegnare un valore a quel prezzo: esattamente
quello che una societ deve pagare per restare pienamente umana.

Lejeune non accettava che le sue scoperte, che avevano come fine di alleviare le sofferenze dei
pazienti e trovare una cura alla sindrome di Down, venissero usate per l'aborto terapeutico di
nome ma eugenetico di fatto, perch, di fatto, elimina gli individui malati artificialmente per
arrivare ad una societ pi pura. Difese le sue posizioni al punto da rinunciare alla partecipazione
alla vita scientifica francese ed a riconoscimenti del calibro del premio Nobel. l'esempio che ogni
medico dovrebbe avere, capace di conciliare etica e umanit con la scienza, nel nome del quale
spesso si commettono crimini efferati.
Dite piuttosto che questo bambino vi disturba e che perci preferite ucciderlo, ma dite la verit. un uomo la cosa
in questione, non un ammasso di cellule! Se si volesse eliminare il paziente per sradicare il male, si avrebbe la
negazione della medicina, ma difendere ogni paziente, prendersi cura d'ogni uomo, implica che ciascuno di noi debba
essere considerato unico ed insostituibile.

Bibliografia:
Italiano:

La scrittura e l'interpretazione, Palumbo editore

http://it.wikipedia.org/wiki/Clizia_(ninfa)

Se questo un uomo; La tregua, Einaudi

Latino:

Limina 4, La nuova Italia

Greco:

Storia e testi della letteratura greca 3, Palumbo Editore

Approfondimento:

Incontro Che cos' l'uomo perch te ne ricordi?

http://www.euresis.org/2012/04/jerome-lejeune-il-genetista-innamorato-della-vita/

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