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VALERIO BORGHESE BIOGRAFIA CRONOLOGIASCHEDE BIOGRAFICHE

PERSONAGGI VALERIO BORGHESE

il
PRINCIPE
che fece inquietare
tutti gli ammiragli del mondo

"Una guerra si pu perdere, ma con dignit e


lealt; e allora l'evento storico
non incide che materialmente, seppure per
decenni. La resa e il tradimento
hanno invece incidenze morali incalcolabili
che possono gravare per secoli
sul prestigio di un popolo, per il disprezzo degli
alleati traditi, e per
l'eguale
disprezzo dei vincitori con cui si cerca vilmente
di accordarsi.
Non mi sembra che tali ideali e convincimenti
abbiano un'impronta fascista.
Appartengono al patrimonio morale di
chiunque". Valerio Borghese
(Da un colloquio del Principe con lo storico
Ruggero Zangrandi)
( Da Storia del Fascismo di A. Petacco, Curcio
Ed, pag. 1733)
Del resto cosa aveva lasciato scritto un
Savoia?
VITTORIO EMANUELE II, NEL 1859
scrivendo a Napoleone III: "La mia sorte
congiunta a quella del popolo italiano;
possiamo soccombere, ma tradire
mai!. I Solferino e le San Martino,

riscattano tal volta le Novara e le


Waterloo, ma le apostasie dei Principi
sono irreparabili. Io potr dunque
restar solo nella grande lotta in cui la M. V.
aveva cominciato per darmi la
mano: ma io rester. Perocch se la M. V.,
forte dellammirazione del suo
popolo, non ha nulla a fare per la
riconoscenza della simpatia dellalleanza
del popolo italiano, io sono commosso nel
profondo dellanima mia dalla
fede, dallamore che questo nobile e
sventurato popolo ha in me riposto; e
piuttosto che venirgli meno, spezzo la mia
spada e getto la mia corona come
il mio augusto genitore"
("Torino
28
ottobre
1859."Vittorio
Emanuele II - La lettera integrale qui)
---------------------------------------------Il principe Junio Valerio Borghese era nato
nel 1906, da nobile famiglia
romana di lontane origini senesi (ultimo ramo
Borghese-Torlonia); con tre
cardinali, un Papa e la sorella di Napoleone
(Paolina) fra i suoi discendenti.

Il giovane rampollo avviato come tradizione


alla carriera militare divenne
nel ventennio ufficiale nella Regia Marina.
Capitano di corvetta, specialista
in armi subacquee, palombaro brevettato per
grandi profondit. Una
significativa esperienza di comando di
sommergibili nella guerra civile
spagnola.
All'inizio del conflitto come
Comandante di sommergibili ottenne,
nel corso dei tre anni per alcune ardimentose
missioni, una medaglia d'oro al
Valor Militare come comandante della
Decima Flottiglia M.A.S. (che di medaglie
d'oro ne prese ventisei -di cui dieci alla
memoria di "eroici italiani" che ne
facevano parte; questo apprezzamento in
corsivo non di un nostalgico ma
del
"nemico"
inglese:
Cunningham,
comandante in capo della Flotta del
Mediterraneo nell'ultimo conflitto mondiale).
( vedi poi le pagine della X MAS indicate
sopra)
Dopo l'8 settembre 1943, il giorno 12,
Borghese prese la sofferta decisione

di restare al fianco dell'alleato tedesco,


diventando subito uno dei
personaggi di maggior spicco del periodo
repubblichino (anche se non era mai
stato fascista; alla decorazione per la
medaglia d'oro rifiut perfino la
tessera; "Sono un soldato io, non un
politico".)
Tre giorni prima, mentre l'Italia viveva
moltiplicata per dieci la sua
"Caporetto", Borghese aveva riunito i suoi
uomini: "Chi vuole rimanere resti e
chi vuole andarsene, vada". Ma con lui
rimasero molti giovani, gli altri non
li trattenne, gli firm il regolare congedo e li
mand a casa.
Fu quindi uno dei primi reparti che si
costituirono ancor prima da quella
organizzazione statuale che prender poi il
nome di RSI. Per uno spontaneo
moto di reazione, come quando accade
quando una collettivit rifiuta una
soluzione politica che conduce alla
distruzione dei valori, non politici, ma
fondamentali per la dignit dell'uomo.
Tutti questi soldati non obbedirono infatti ad

un ordine superiore (tutti in


fuga) ma ognuno comp una libera scelta
("chi vuole se ne vada") in base a
valutazione che trascendevano gli interessi e
gli egoismi
personali...Avvertirono
che
l'onore,
l'avvenire, l'esistenza stessa della
Patria restavano ormai affidati solo ed
esclusivamente al coraggio ed
all'iniziativa dei singoli.
Inoltre in quel preciso istante, a parte
l'ambiguo proclama di Badoglio, nel
vero e proprio armistizio esistevano dei
dubbi sulla sua validit; era perfino
privo di certezza il valore giuridico della
dichiarazione di guerra comunicata
l'11 ottobre 1943 dal Governo del Sud alla
Germania, giacch tale Governo
agiva non autonomamente e nell'esercizio
della propria sovranit; era un
"organo" delegato dalle autorit "alleate" e
coi soli poteri giurisdizionali
da questi assegnatigli"
Infatti all'articolo 22 dell'" Armistizio Lungo" si

affermava "il Governo e il


popolo italiano...eseguiranno prontamente
ed efficacemente tutti gli ordini
delle Nazioni Unite".
Del resto proprio lo stesso Badoglio
confessava " Io e il mio governo siamo
davvero ridotti ad essere semplici strumenti
ed esecutori delle decisioni
alleate" (Augenti - Martino Del Rio Carnelutti, Il dramma di Graziani,
cit.,pp 290).
Il 16 Novembre il "governo tecnico"
badogliano aveva iniziato a operare in un
grave disagio morale. "...ministri comandati
senza riguardo da ufficialetti
inglesi e americani...un caporale inglese, se
non un soldato, poteva imporsi
ad un ministro italiano" (Degli Espinosa, in Il
Regno del Sud, pag. 237).
Lo
stesso
BADOGLIO
ammetteva:
"...Persino nelle province, anche il pi modesto
funzionario alleato poteva sospendere o
neutralizzare provvedimenti adottati
dalle massime autorit italiane...." (cio lui!

Ndr.)- "...Per ordine del


comando supremo alleato, il governo italiano
non poteva comunicare
direttamente con nessuna potenza alleata o
neutrale; ma doveva solo comunicare
per tramite della commissione di controllo"
(Augenti- Mastino Del Rio Carnelutti, Il dramma di Graziani, pag. 281,
289).
Sul valore giuridico del governo Badoglio ci
viene in soccorso proprio lo
stesso Roosevelt. Giusto tre anni prima, il 24
ottobre 1940; infatti c'era un
precedente creatosi con la situazione
armistiziale francese, e il Presidente
cos scriveva a Churchill.
"...Secondo il Governo degli Stati Uniti, il
fatto che il Governo francese
affermi di essere sotto costrizione e che
esso, conseguentemente, possa agire
secondo la propria volont soltanto in grado
molto limitato non pu in alcun
senso essere considerato come una
giustificazione da parte di un Governo
francese che fornisse assistenza alla

Germania ed ai suoi alleati nella guerra


contro l'Impero Britannico. Il fatto che un
governo sia prigioniero di guerra
di un'altra potenza non giustifica tale
prigioniero a servire il suo vincitore
contro il suo ex alleato... Se il Governo
francese ora permette ai Tedeschi di
usare la flotta francese in operazioni ostili
contro la flotta britannica,
tale azione costituir una flagrante e
deliberata violazione dei propri
impegni.... L'accordo tra Francia e la
Germania distruggerebbe in modo
assolutamente definitivo la tradizionale
amicizia fra i popoli francesi e
americani, eliminerebbe permanentemente
ogni possibilit che questo Governo
(ossia gli Stati Uniti) sarebbe disposto a dare
ogni assistenza al popolo
francese nelle sue difficolt e solleverebbe
un'ondata di amara indignazione
contro la Francia da parte dell'opinione
pubblica americana"
(Loewenheim-langley Jpnas, Roosevelt and
Churchill, cit., p. 117, documento n.
29).

A posteriori facile giudicare, ma non va


dimenticato che, in quei
paradossali frangenti, se gli Anglo-Americani
affermavano di voler liberare
l'Italia dai Tedeschi, altrettanto i Tedeschi
affermavano di voler liberare
l'Italia dagli Anglo Americani. E gli italiani
-mentre il territorio si stava
trasformando in un campo di battaglia- met
caldeggiavano per uno e l'altra
met per l'altro, "occupante".
Spesso anche dentro la stessa famiglia. Chi
scrive, da ragazzino, abitava a
Chieti, a Palazzo Mezzanotte, dove il 9
settembre si rifugiarono i "nobili"
"fuggiaschi" di Roma. Il giorno dopo il
palazzo divent la sede operativa di
Kesselring e di Rommel per creare la Linea
Gustav e fronteggiare l' 8a armata
di Montgomery sul Sangro. Da Tollo alcuni
parenti per sfuggire agli americani
sfollarono a Chieti a casa nostra, ma poi
dopo pochi giorni ( il 21 dicembre
del '43) dovendo sfollare noi stessi da Chieti,
la sofferta decisione fu
quella se andare a nord o a sud. Andammo a

sud e paradossalmente diventammo


noi ospiti dei parenti a Tollo. Ma proprio nel
momento (22-23 dicembre) che
Montgomery aveva deciso di scatenare
l'inferno. Il 24, ad Arielli-Tollo con
lui celebrammo il Natale e anche il
Capodanno, ma non convinse i miei nonni e
zii e ce ne ritornammo a Palazzo Mezzanotte
a Chieti, sede del comando
tedesco, e con la presenza del pi acerrimo
nemico di Montgomery, cio Rommel
arrivato in quei giorni con la sua XXVI
Panzer Division. Coabitammo con loro
dieci mesi in attesa degli sviluppi. Le novene
e le preghiere in chiesa
intanto causavano perfino liti in famiglia. Chi
voleva pregare per uno chi per
l'altro.
I miei nonni erano filo-fascisti, gli zii
antifascisti. Io avevo 8 anni, e mi
ricordo perfettamente di questi "imbarazzi" in
casa.
Torniamo all'8 settembre.
Pochi giorni prima a Bologna, nella villa di

propriet di Luigi Federzoni, era


avvenuto
un
ennesimo
incontro
italo-tedesco, al quale parteciparono, per
l'Italia, i generali Roatta e Francesco Rossi
e, per la Germania, il
maresciallo Rommel e il generale Jodl.
Durante il colloquio, assai teso, in
risposta a una domanda di Jodl riguardante
la verit a proposito
dell'atteggiamento italiano, Roatta rispose
"risentito": "Noi non siamo
sassoni, non passiamo al nemico durante la
battaglia". Un accenno storico
fuori posto, poich al nemico in (gran - ?)
segreto c'erano gi passati.
Giorni prima, anche il maresciallo Badoglio
aveva recitato ai tedeschi un
altro brano della sua commedia. Fin dai
giorni che precedettero il 25 luglio
non volle "sporcarsi le mani" nel preparare la
trappola a Mussolini; fino
all'ultimo prefer fingere di non sapere, poi fu
chiamato subito dopo dal Re.
E pochi giorni prima del 8 settembre con il
solito stile -cogliere tutte le

occasioni ed avere sempre un'uscita di


sicurezza- si comport allo stesso
modo.
Aveva convocato il generale Enno Von
Rintelen, addetto militare tedesco, e si
era mostrato risentito per la sfiducia
dimostrata da Berlino verso il suo
Governo e in particolare nei suoi confronti, e,
mettendosi la mano sul cuore,
disse: "Da vecchio soldato mai verr meno
alla parola data!".
Poi insistette anche con l'ambasciatore
Rahn che "nulla, nei rapporti fra Roma
e Berlino, era mutato". Dopo che gi a
Cassibile, fin dal 3 era stato firmato
l'armistizio,
il
maresciallo,
ricevendo
l'ambasciatore del Reich, gli disse:
"lo sono il maresciallo Badoglio, uno dei tre
pi vecchi marescialli d'Europa.
S, Mackensen, Petain e io siamo i pi vecchi
marescialli d 'Europa. La
diffidenza del Reich nei riguardi della mia
persona mi riesce incomprensibile.
Ho dato la mia parola e la manterr. Vi prego

di avere fiducia...". Mancavano


solo poche ore al suo famoso annuncio alla
radio.
A Rastenburg, in Prussia Orientale, dove
aveva il suo Quartier Generale,
Hitler era furibondo. A Keitel e a Ribbentrop,
convocati d'urgenza, disse con
la voce alterata dall'ira: "Un RE e un
maresciallo d'ltalia hanno mentito
spudoratamente. Non pi tardi di poche ore
fa, hanno impegnato la loro parola
d'onore sapendo che era falsa. Un
tradimento simile non ha precedenti nella
storia dei popoli. L'Italia passata al nemico
in pieno campo di
battaglia!...".
Fu l'inizio di uno dei periodi pi oscuri e
avvilenti della storia italiana. I
responsabili, terrorizzati (ma da chi? dagli
anglo-americani? o dai tedeschi?)
fuggirono.
L'Esercito and in briciole.
L'intera Nazione fin allo sbando. I
"padri della Patria" abbandonavano i figli
come "vecchie ciabatte".

Eppure suo nonno Vittorio Emanuele II


aveva affermato 1859: "La mia sorte
congiunta a quella del popolo italiano;
possiamo soccombere, tradire mai! ...
I Solferino e San Martino, riscattano tal volta
le Novara e le Waterloo, ma le
apostasie dei Principi sono irreparabili. Io
potr dunque restar solo nella
grande lotta in cui la M. V. aveva cominciato
per darmi la mano: ma rester.
Perocch se la M. V., forte dellammirazione
del suo popolo, non ha nulla a
fare per la riconoscenza della simpatia
dellalleanza del popolo italiano, io
sono commosso nel profondo dellanima mia
dalla fede, dallamore che questo
nobile e sventurato popolo ha in me riposto;
e piuttosto che venirgli meno,
spezzo la mia spada e getto la mia corona
come il mio augusto genitore" (Carlo
Alberto, quando abdic e parti per l'esilio nel
1849. Ndr.)
Cos descrisse Borghese quelle fatidiche
ore:

"L' 8 settembre, al comunicato di Badoglio, io


piansi. Piansi e non ho mai pi
pianto. E adesso, oggi, domani, potranno
esserci i comunisti, potranno
mandarmi in Siberia, potranno fucilare met
degli Italiani, non pianger pi.
Perch quello che c'era da soffrire per ci
che l'Italia avrebbe vissuto come
suo avvenire, io l'ho sofferto allora.
Quel giorno io ho visto il dramma che
cominciava per questa nostra disgraziata
nazione che non aveva pi amici, non aveva
pi alleati, non aveva pi l'onore
ed era additata al disprezzo di tutto il mondo
per essere incapace di battersi
anche nella situazione avversa. Non ci si
batte solo quando tutto va bene"
" Anch'io, in quei giorni del settembre 1943,
fui chiamato ad una scelta. E
decisi la mia scelta. Non me ne sono mai
pentito. Anzi, quella scelta segna
nella mia vita il punto culminante, del quale
vado pi fiero.
E nel momento della scelta, ho deciso di

giocare la partita pi difficile, la


pi dura, la pi ingrata. La partita che non mi
avrebbe aperto nessuna strada
ai valori materiali, terreni, ma mi avrebbe
dato un carattere di spiritualit
e di pulizia morale al quale nessuna altra
strada avrebbe potuto portarmi."
Sempre stato molto autonomo dalla
gerarchia militare, la sua abilit di
comandante ed il grande carisma che aveva
Borghese, lo portarono ad essere
l'unico punto di riferimento di quell'esercito
che si era ricostituito; con
uomini che in lui avevano piena fiducia, al
punto tale di venire pi volte in
contrasto con i gerarchi della neonata
R.S.I., gelosi del suo potere fatto
solo di prestigio e non di osceno servilismo;
gelosi! forse temendo anche
qualche intrigo per destituire Mussolini. Da
parte sua Borghese poteva per
contare (ma perch lo temevano anche loro di esempi ve ne sono - come la
difesa dell'Istria con accordi segreti proprio
con il Governo del Sud) sulla

fiducia dei tedeschi e l'ammirazione e


grande rispetto di uno dei pi
influenti ammiragli di Hitler: il comandante in
capo della marina del Reich,
Doenitz. Ma anche dello stesso Cunningham
comandante della Flotta del
Mediterraneo, cio il "nemico".
Le ardimentose imprese di Borghese
facevano ormai parte dell'immaginario
collettivo di tutti i marinai del mondo, nemici
o alleati, perch erano azioni
di grande audacia.
L'ultima impresa Borghese non ebbe tempo
di portarla a compimento; ed era
clamorosa! Un attacco al porto di New York.
(vi rimandiamo per le imprese alle pagine del
link sotto indicato)
Arriviamo alla disfatta. Al fatidico 25 aprile di
Milano. Anche qui (e lo
potrebbe fare) Borghese non fugge, non
scappa, non abbandona i suoi 700 uomini
alla caserma di piazzale Fiume. Con Pavolini
e con altri gerarchi che stanno
mettendosi in viaggio verso Como e il

confine, perfino sprezzante: "io non


scappo, io mi arrendo, ma alla mia maniera"
e se ne ritorna in caserma. Alle
15 del pomeriggio del giorno dopo a Milano,
Borghese riunisce tutti i suoi
uomini, ufficiali e marinai, ed di poche
parole. "La Decima non si arrende,
n scappa; smobilita solo". Fa suonare tre
squilli di tromba per onorare i
camerati caduti, fa consegnare ai suoi
uomini sei mesi di paga, li scioglie
dal giuramento (si fa cos !!) e d il rompete
le righe.
Sono presenti i comandanti Mario Argenton
e Federico Serego del Cvl; in
accordo con gli alleati garantiscono libert di
movimento e l'immunit a tutti
i suoi uomini. Poi Borghese si consegna
volontariamente. Viene affidato ai
comandanti partigiani Sandro Faini e
Corrado Bonfantini che lo nascondono a
Milano fino al 11 maggio. Poi viene sottratto
alla giustizia milanese (con
troppi esaltati giustizieri in circolazione) e
viene scortato a Roma dal
capitano Carlo Resio e da James Angleton

dei servizi segreti e da un influente


americano: l'ammiraglio Wheeler Stone,
governatore militare in Italia. Un uomo
influente che si era innamorato di una
giovanissima nobile romana, che poi
spos nel '47 nonostante trenta anni di
differenza. Ambizioso di nobilt, fu
in questo caso provvidenziale per Borghese
per riparare a Roma, prima ospitato
nel campo di concentramento di Cinecitt,
poi trasferito al penitenziario di
Procida in attesa di giudizio.
Dopo essere stato degradato e imprigionato,
il processo intentato a Borghese,
si concluse il 17 febbraio 1949 con una
condanna a dodici anni per
"collaborazionismo" ma per nessuna colpa
grave.
Gli fu riconosciuto il suo valoroso passato, le
attivit svolte per
salvaguardare le industrie e i porti del Nord e
per la difesa della Venezia
Giulia che era stata concordata (questo
pochi lo sapevano) con il Governo del
Sud. Gli furono cos condonati nove anni.

Scarcerato dopo la sentenza per i tre anni


trascorsi in carcere, Borghese
aderisce al MSI e ne diventa persino
presidente onorario nel 1951. Ma
giudicandolo troppo debole all'azione,
abbandona il partito e nel 1968 fonda
il Fronte Nazionale, con l'aspirazione di
creare uno Stato forte,
disciplinato, forse fatto di veri "comandanti"
come lui e non di mezze tacche
che poi vedremo. Nella notte tra il 7 e l'8
dicembre 1970 (vedi anno 1970)
tent un (fantomatico) colpo di stato alla
guida di un gruppo di fedeli. A
seguito del fallito golpe, ricercato dalla
polizia, si rifugi in Spagna dove
mor, a Cadice, il 26 agosto 1974, anche se
dal 1973 la giustizia italiana
aveva gi revocato l'ordine di cattura (ma
della giustizia italiana Borghese
non si fidava: "non mi fregano pi!").
In Italia ci rientrer solo morto, per essere
sepolto nella cappella di
famiglia, nella basilica di Santa Maria
Maggiore, a Roma.
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ancora
dalle pagine di "CRONOLOGIA" anno 1943
IL 19 NOVEMBRE 1943 - E' da Mussolini
ricostituita la Milizia Fascista, poi
successivamente aggregati i componenti
all'Esercito della nuova Repubblica di
Salo' (che il 25 diventer la RSI) 100.000
volontari si riversano nelle sue
file.
Circa 10.000 sono quelli che andranno
invece a costituire la X MAS (un reparto
comandato dal Principe Borghese e da un
gruppo di ex ufficiali decorati di
medaglia d'oro - ventisei medaglie d'oro di
cui dieci alla memoria) che
compie imprese ardite, colpi di mano,
incursioni. Associati i reparti al
comando tedesco, pur essendo marinai,
questi li impiegarono in azioni
terrestri, ognuno con un proprio comandante
a loro disposizione. Lo stesso
Wolf chiese a Borghese di impiegare le sue
truppe per la guerra ai ribelli.
Assunte dimensioni incontrollabili, la X Mas
cos suddivisa, diede vita a
sotto "cellule" che, in breve tempo

acquisirono una certa indipendenza dal


reparto
madre,
e
in
progressione
trasformeranno le azioni comandate dai
tedeschi, in azioni "forti" contro la guerriglia
partigiana, che non era
questa meno "fanatica", visto che alcuni
reparti della resistenza si resero
responsabili di altrettanti atti di violenza
sfuggiti anche questi ad ogni
controllo dei comandanti partigiani (Biellese,
Astigiano, Friuli, Ferrarese,
Chiapovano, Porzus, Casali Nenci, ecc. e
per finire col il massacro di Schio,
dopo due mesi che era finita la guerra! ecc).
(su questi numerosi fatti vi
rimandiamo al 25 APRILE 1945 - seconda
parte )
Diventarono cos alcune di queste "cellule",
applicando la impulsiva giustizia
sommaria. Ma era ormai la regola da
entrambe le parti; un terrore reciproco:
attacchi e rappresaglie, rappresaglie e
attacchi. Una lotta fratricida di
italiani contro italiani; anche se parlare di
"guerra civile nazionale"

esagerato.
Nella
popolazione
la
partecipazione fu marginale, e negli uffici, o
dentro le prefetture, nei tribunali, nelle alte
sfere, non era mutato proprio
nulla, n mut durante e dopo il 25 aprile. A
loro nessuno torse un capello,
anche se tutti avevano ricevuto le
"generose" cariche dal regime. E molti
senza alcun merito. "Erano 45 milioni di
fascisti gli italiani, all'improvviso
erano tutti antifascisti" comment un
americano.
Ogni uomo rimase al suo posto, in una
"continuit dello Stato". Gli istituti
del fascismo cambiano nome e sono il
"nuovo Stato", ma gli organismi, le
gerarchie, gli addetti; quindi magistratura,
Polizia, Finanza, impiegati
ministeriali,
insegnanti,
provveditorati,
presidi, parastatali, restano al
loro posto operando un trasformismo contro
ogni logica; e non quello che
viene presentato come il "Nuovo Stato
Riformato" scaturito dalla (ma quale?)
partecipazione e volont popolare.
Traditi e di traditori vanno a braccetto pur di

accaparrarsi un posto.
Nel Sud l'altro "Nuovo Stato" non era
migliore, semmai di molto, ma di molto
peggiore; al degrado morale si aggiungeva
lo sfacelo pressoch totale
dell'organizzazione militare e la stagnante
miseria economica di questo
territorio chiamato Repubblica del Sud. E in
queste condizioni rimase fino a
1945 inoltrato.
Insomma la transizione dal fascismo alla
democrazia liberale diventa una
"commedia",
una pura e semplice
restaurazione fatta dai soliti "squali", a
Nord come a Sud si approfitta della
situazione.
Questo per quanto riguarda la politica,
mentre in quella economica, che era la
pi importante (per non far cadere il paese in
un baratro di miseria- e nel
sud questa era gi una realt) alcune jene
pasteggiarono su migliaia di enti,
banche, industrie, associazioni.
Ancora nel 1950 nessuno sapeva fare un
elenco delle imprese italiane legate

al "grande carro"; quelle delle partecipazioni


statali, ma anche quelle
private che si erano satollate di denaro
pubblico con le commesse di guerra o
con le congrue sovvenzioni di Stato. (vedi a
proposito LA GRANDE ABBUFFATA)
degli "squali".
Non si tocc nemmeno il Testo unico di
Pubblica Sicurezza del 6 Nov 1926, non
si tocc il Codice Penale del 18 Giu. 1931
(Codice Rocco) e non si tocc tutta
la spina dorsale che aveva tenuto insieme il
fascismo. Il tanto disprezzato
"tubo vuoto" lo si prese invece "pieno".
"Via i prefetti" aveva tuonato LUIGI EINAUDI
il 25 aprile rientrando da
Parigi; "via tutti i suoi uffici e le sue
ramificazioni. Nulla deve pi essere
lasciato in piedi di questa macchina
centralizzata. Il prefetto se ne deve
andare, con le radici, il tronco, i rami e le
fronde. Per fortuna, di fatto
oggi (!?) in Italia l'amministrazione
centralizzata scomparsa...questa
macchina oramai guasta e marcia. L'Unit

del Paese non data da prefetti e da


provveditorati agli studi e dagli intendenti di
finanza e dai segretari
comunali e dalle circolari ed istruzioni
romane. L'unit del Paese fatta
dagli italiani". Non specific chi erano questi
italiani. Troppo vago.
Retorica. Parole al vento. Solo buoni
propositi. C' invece l'incapacit di
realizzarli dentro un sistema che non
cambiato in nulla, ha solo cambiato
"la camicia", la facciata. Lui stesso (ma
proprio lui !!!) LUIGI EINAUDI
nominato Presidente della Repubblica nel
1948, riconfermer molti vecchi
inetti prefetti del regime (22) e (proprio lui !!)
ne far degli altri che con
il vecchio regime avevano iniziato la carriera,
non certo per le qualit che
vantavano. Sopravviveranno perfino gli "Enti
autarchici territoriali" che
ricorderanno al presidente il fallimento delle
sue speranze di riforme. Una
assurdit!
Deduzione finale: o prima non c'era il marcio;

oppure se c'era -visto che fu


riconfermato- il marcio rimase.
Gli italiani (i poveracci, i disgraziati) non
avevano contato prima, n
contarono dopo. Ma per spingerli uno conto
l'altro c'erano riusciti. Questo
era l'obiettivo. Confondere le acque.
In alcune brigate partigiane piemontesi c'era
l'esaltazione e il furore, il
delirio e l'entusiasmo, la giustizia e la
vendetta; in sostanza un miscuglio
di irrazionalit, e spesso - vivendo alla
macchia - reagivano come animali
braccati; cio azzannando se scoperti, e
spietati anche loro se colpiti. Non
mancarono perfino al loro interno lotte,
rappresaglie, ritorsioni, oscure
eliminazioni (come quella di Porzus),
contrasti politici e ideologici
all'interno della Resistenza stessa destinati
poi a esplodere apertamente nel
dopoguerra con la dialettica pi sguaiata, da
una e dall'altra parte.
E se a Nord gli "italiani" sparavano su altri

"italiani" e se nel Friuli


partigiani "italiani rossi" sparavano su
partigiani "italiani bianchi", nel
Sud in quello che doveva essere il Nuovo
Regno dell'Italia "liberata" dai
nemici le cose non andarono meglio. La
polizia "italiana" (badoglina e ancora
regia) anche qui spar su altri "italiani", a
Palermo, il 19 ottobre '44, su
cittadini (non ribelli, banditi, killer) che
reclamavano la mancanza solo del
pane. Sul terreno rimasero 30 morti e 150
feriti, tutti poveri disgraziati che
avevano soltanto fame.
Anche nella X Mas, in alcuni reparti, il
fanatismo per l'onore era molto alto,
e il reparto per le sue gesta audaci venne
guardato con ammirazione dai
soggetti pronti a tutto (ma questo gli avevano
insegnato i loro padri in venti
anni). A comandare questo reparto (fatto
esclusivamente di volontari, nulla a
che vedere con la imposta coscrizione della
RSI, il cui effettivo comando era
tedesco), che si ammanta al suo interno di

una cupa leggenda (detta del


"principe nero"), e dove sono attirati
soprattutto quei giovani che non erano
mai stati messi in luce dai precedenti
gerarchi "parolai", c'e' lui, il
principe, JUNIO VALERIO BORGHESE.
Un valoroso soldato, decorato di medaglia
d'oro, con poche simpatie per il
fascismo. Fu perfino accusato di fare una
sua guerra privata, una sua
crociata, di preparare un golpe, di essere un
traditore (non aveva mai voluto
la tessera fascista) fino al punto che il 22
gennaio del '44, fu arrestato su
ordine di Mussolini; poi il Duce temendo
una reazione dei suoi seguaci -che
gi si erano subito ammutinati- fu rilasciato.
Perch allora, proprio lui e 300 ex ufficiali
dello sbandato esercito
italiano, scesero in campo cos agguerriti?
E' importante soffermarsi subito su questo
comportamento per capire il clima
nazionale.
C'erano
le
tradizioni
risorgimentali ancora vive nella borghesia,
c'erano gli ideali etico-politici (anche se solo

una piccola minoranza a


questa etica era stata veramente e
seriamente "avvezzata") e c'era in una
parte di soldati italiani (molti proprio nei
reparti di Borghese, che ci
viveva cameratescamente a contatto) la
tradizione di alcuni valori; anche se
erano questi frutti forse di una emotivit
che la propaganda di regime aveva
sovradimensionato e non certo nel modo pi
positivo (ricordiamoci le
"esibizioni" e i "vangeli" di Starace! e gli
uomini chiamati "baionette" e
non soldati).
Comunque tutto aveva,
piaccia o non piaccia, contribuito a una
nascente unit nazionale. Il fascismo nel
periodo d'oro in qualche modo c'era
riuscito (sport, imprese spettacolari, lavori
ciclopici, nazionalizzazioni di
banche e imprese (oggi gioielli venduti a
peso d'oro) ecc. ecc. Ricordiamoci
i pentimenti di autorevoli avversari del
fascismo, esuli, che rientravano in
Italia a chiedere perdono. E nel '40
troveremo persino alcuni di questi a
incitare l'entrata in guerra!).

Mussolini era riuscito perfino nella


"Questione Romana"; una mossa dove
avevano fallito tutti i precedenti politici in
settant'anni; non
dimentichiamo nel '29 i Patti Lateranensi Fascismo e Chiesa iniziarono a
camminare - non sappiamo chi pi
ipocritamente dell'altro- a braccetto; ma
se per Mussolini era puro opportunismo (lui
noto anticlericale) per la Chiesa
invece non c'erano dubbi: a compiere il
"miracolo" era stato merito "suo",
dell'"Uomo inviato dalla Provvidenza" nel
giorno della Madonna di Lourdes (11
gennaio - la data fu scelta appositamente per
la firma. Se andava bene,
"quello" sarebbe stato per sempre ricordato
come un "miracolo").
Insomma la dignit e il patriottismo di
Borghese facevano parte di una
cultura dove vigente era ancora la massima
"al primo colpo di cannone un
popolo deve far tacere tutti i suoi contrasti e
fondersi in un unica volont
per la difesa della patria, abbia essa ragione

o torto, la patria". Per


molti invece (l'8 settembre) queste
sacrosante parole valevano nulla, non
esistevano, erano pura retorica; infatti
dandosi alla fuga a costoro nemmeno
gli sfior la mente che cos comportandosi
davano la palese prova che tutta la
loro vita precedente era stata una farsa;
vissuta nell'ipocrisia; e in prima
fila nella fuga (che disonore!) anche la pi
alta gerarchia delle tre Armi e
il Re, Capo delle Forze Armate..
Ufficiali, sottufficiali e soldati avevano giurato
a lui, e lui invece
scappava nell'ora pi critica.
Il Maresciallo d'Italia alle 19,45 alla radio
fece mettere su il disco del
discorso (era un disco, Badoglio non parl
alla Radio) che diceva che "le
forze italiane di ogni luogo reagiranno ad
eventuali attacchi" e mentre il
disco girava lui e gli altri si preparavano a
scappare. Insomma!!
Eppure pochi giorni dopo fu pronto a salire
nuovamente sul carro del vincitore

"in un modo o nell'altro". Ma anche perch la


fuga a Chieti (e non a Pescara
di cinque minuti, ma a Chieti con sosta di 18
ore) non stata ancora mai
raccontata. Si tace "l'indegno doppio gioco".
Non conveniente, n ai vinti
n ai vincitori. (leggi il 1943)
Ritorniamo all'atteggiamento di Borghese.
Lo abbiamo letto, era gi una
"bestia nera" dentro il fascismo, con non
pochi nemici per la sua indipendenza
dalle "infide" alte (non per meriti) gerarchie
militari, che Borghese
disprezzava "in blocco". Ed aveva ragione!
Scapparono tutti "in blocco"! A
Chieti in quella famosa notte del 9 settembre
c'erano proprio tutti! Ma non
lui, il principe BORGHESE! (e chi scrive
c'era, i fuggiaschi erano tutti a
casa mia. A Palazzo Mezzanotte).
A La Spezia dalla Capitale (dato i legami
con quella nobilt che si era messa
con ignominia in fuga con il sovrano)
sicuramente Borghese fu informato,

quindi il mantenimento di quel giuramento


"sacro" non fu dovuto ad aver fede
(!?) nel Re, ma era unicamente legato ai
"sacramenti" dei suoi valori e a
quelli etici di un popolo e di una nazione.
Prima dell'uomo soldato c'era
l'uomo intellettuale, di una certa cultura,
messo di fronte a un tremendo
evento storico che era al di sopra di tutti gli
interessi politici.
Confesser Borghese a fine guerra la frase
che abbiamo riportato sopra
all'inizio: "Io piansi....".
Non dimentichiamo che BORGHESE alla
notizia dell'armistizio dell'8 settembre,
come tanti altri comandanti di reparto, era
rimasto privo di ordini e di
indicazioni. Il suo superiore, il duca AIMONE
D'AOSTA, cugino del re, era uno
dei tanti dileguatisi assieme al sovrano e a
tanti altri suoi nobili e "non
nobili" colleghi.
Borghese pur appartenendo come loro a una
famiglia principesca non segu i

"traditori", rimase legato ai suoi doveri di


ufficiale con le sue
responsabilit; e la pi importante era
quella di salvaguardare non solo
l'onore della bandiera, ma prima di tutto i
suoi uomini. Senza di lui gli
uomini del suo reparto avrebbero fatto la
stessa fine degli altri lasciati
allo sbando;
catturati e deportati in
Germania (come quelli di Bolzano) o
massacrati dai tedeschi (come quelli a
Cefalonia, a Creta) e tanti, tanti
altri.
In questo periodo storico pi che mai solo,
"comandante" e non "principe" (i
principi scappavano ed erano impegnati pi
a salvare i gioielli che l'onore),
BORGHESE si barric con la sua X Mas a
Lerici pronto a difendersi a una
imposta disonorevole e infamante resa ai
tedeschi. Dichiarer in seguito al
processo "Se un tedesco avesse tentato di
disarmare il mio reparto io avrei
dovuto difendermi; in questa circostanza se
fossi stato ucciso, cosa

probabile, oggi sarei considerato un eroe


della Resistenza". (come Gandin a
Cefalonia)
Questo sentimento di vergogna e le
conseguenze di quella resa umiliante, la
provarono in molti, per gli stessi elementari
motivi di "dignit di soldato" e
di "onore". Chi in un modo, chi in un altro,
molti fecero la stessa scelta (e
chi poteva giudicare in quel momento quale
fosse quella giusta? Eppure molti
la vorrebbero giudicare oggi). Gli altri, quelli
pi deboli, di scelte non ne
fecero; n potevano! Interi reparti anche con
molti uomini, capaci come
numero di riprendere in mano la situazione
(forse fin dal 25 luglio) dopo
l'annuncio, furono lasciati allo sbando e
dovettero alzare le mani davanti a
uno sconcertato ex amico diventato
improvvisamente "nemico" di molto inferiore
come numero, che quasi non credeva ai
suoi occhi. "Non pensavamo che sarebbe
stato cos facile!" diranno i tedeschi.(Che dal
25 luglio all'8 settembre
ebbero tutto il tempo di far affluire oltre il

Brennero 22 divisioni,
preparandosi all'invasione "Piano Alarico)
Carlo Mazzantini scriver "Non credo di
compiere un arbitrio stabilendo un
parallelo di sentimenti e motivazioni etiche
fra queste unit che formarono il
primo nucleo dell'esercito repubblicano e
quelle formazioni partigiane che
sorsero dalla dissoluzione di quei reparti
militari che non si arresero ai
tedeschi e furono denominate "autonome",
perch non riconducibili a un partito
politico o a una precisa ideologia.....Scatt in
alcuni un istintivo
soprassalto di ribellione contro lo sfacelo, un
sentimento di non accettazione
della miseria morale in cui era sprofondato il
paese, il bisogno di
dissociarsi dalle vilt, dalle fughe,
dall'abbandono; che si manifestarono nel
cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a
fare gruppo" (C. Mazzantini,
"I balilla andarono a Sal", Marsilio, 1975).
Mazzantini dice il vero, anche perch, nei
reparti di Borghese non erano

assenti alcuni elementi di orientamento


socialista, fuoriusciti politici,
perfino (come lui) noti ribelli al regime
fascista.
Coerente ai suoi princpi, BORGHESE lo fu
anche alla resa a Milano del 25
aprile del '45; non volle infatti, darsi alla
(seconda) "grande fuga" con gli
altri gerarchi; anzi sprezzante disse a
Pavolini "noi non scappiamo, noi
restiamo, ci arrenderemo, ma a modo
nostro"; e dopo una sorta di trattative
private con gli alleati e con lo stesso CLN,
riusc a far garantire prima di
ogni altra cosa la vita a tutti i suoi soldati; poi
si fece arrestare.
Inoltre basterebbe questo particolare.
Quando in seguito gli americani
dovettero organizzare in Italia delle strutture
(segrete o non segrete)
comunque antibolsceviche, proprio loro che
avevano combattuto contro il
fascismo, i capi di queste strutture, i pi
fidati, li scelsero proprio in

quelle file che avevano prima di tutto


l'orgoglio di difendere il suolo
italiano da eventuali golpe di sinistra.
Dei voltaggabbana non ne volevano sapere.
E la frase era molto lapidaria "Chi
ha tradito una volta tradisce un'altra volta".
Per questa testimonianza non occorrono
documenti, la testimonianza
dell'autore, che dalla seconda met degli
anni cinquanta, era proprio dentro
un reparto speciale della Nato.
---------------------------------------------INNO ALLA GLORIA DEI VINTI
Walt Whitman
(Abbiamo rintracciata questa poesia del
vate americano, e siamo certi che
in tema con le frasi di Borghese)

Io vengo con sonora musica,


con trombe e con tamburi,
non per sonar le marce dei vincitori illustri,
ma per cantar la Gloria
degli uomini vinti e Caduti.
Vi hanno detto che era bene

vincere la battaglia?
Io vi dico che bene altres
soccombere, e che le battaglie
si vincono e si perdono
con identico cuore!
Io faccio rullare i tamburi
per tutti i Morti, e per Essi
faccio squillare le trombe
in tono alto e lieto!
Viva coloro che caddero,
viva chi perde i propri vascelli!
Viva coloro che affondano con
essi e non perdono l'onore!
Viva tutti i generali sconfitti
e tutti gli Eroi schiacciati
cui la sconfitta
non pu togliere la Gloria!
-----------------"Si pu cedere una fortezza, la fortuna in
guerra instabile, si pu venir
vinti. Si pu cader prigionieri. Pu capitare
domani a me. Ma l'onore! Sul
campo di battaglia ci si batte, mio caro
signore, e se invece si capitola
vilmente, si merita di essere fucilati... Un
soldato deve saper morire. Come

suddito avete compiuto con la vostra


capitolazione un delitto, come generale
una sciocchezza, come soldato una vilt,
come francese avete disonorata la
gloria ! Non comparite mai pi davanti ai
miei occhi". (Napoleone, a un
generale che in campo aperto aveva
capitolato dandosi alla fuga, e che os
dopo sei mesi spudoratamente apparigli
ancora dinanzi - (Dal Memoriale di
Napoleone, Originale)
-----------------vedi BORGHESE E LA DECIMA MAS > >

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CRONOLOGIA GENERALE
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TAB.
PERIODI STORICI E TEMATICI
(pagine in continuo sviluppo (sono graditi altri
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