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Corso di Elettrotecnica Generale

Capitolo 1 - I circuiti elettrici


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Costituzione della materia ed origine dei fenomeni elettrici


Interazioni tra cariche elettriche; Legge di Coulomb
Generatore elettrico
Tensione elettrica
Corrente elettrica
Convenzioni sulla corrente e sui potenziali elettrici
Resistenza elettrica; Legge di Ohm
Resistivit dei materiali; Calcolo della resistenza dei conduttori
Influenza della temperatura sulla resistenza elettrica

pag. 6
pag. 8

pag. 3
pag. 5

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pag.
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pag. 19

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Capitolo 2 - Reti elettriche


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Generalizzazione della legge di Ohm


Principi di Kirchhoff
Raggruppamento in serie di pi resistenze
Raggruppamento in parallelo di pi resistenze
Reti serie-parallelo e reti stella-triangolo; Metodo passo-passo

pag. 20
pag. 23
pag. 26
pag. 27
pag. 28

Capitolo 3 - Analisi delle reti in regime stazionario


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Reti elettriche come reti di bipoli


Analisi delle reti mediante i principi di Kirchhoff
Teorema di Millman
Metodo della sovrapposizione degli effetti
Principio del generatore equivalente
Teorema di Thvenin
Teorema di Norton

pag. 29
pag. 32
pag. 33
pag. 34
pag. 36
pag. 37
pag. 39

Capitolo 4 - Potenza elettrica


1
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Potenza ed energia
Potenza elettrica
Legge di Joule
Bilancio delle potenze nei generatori
Potenza assorbita da una f.c.e.m.

pag. 40
pag. 41
pag. 42
pag. 43
pag. 45

Capitolo 5 - Elettrostatica
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3
4
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Il campo elettrico
Condensatori elettrici; Capacit elettrostatica
Capacit del condensatore piano
Transitori di carica e scarica
Energia accumulata nel campo elettrico

pag. 46
pag. 51
pag. 53
pag. 57
pag. 59

Capitolo 6 - Elettromagnetismo
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5
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I fenomeni magnetici
Campi magnetici prodotti da correnti elettriche
Fenomeno dell'induzione elettromagnetica; Il flusso magnetico
Densit di flusso o vettore induzione B
F.e.m. indotta nei conduttori in moto nel campo magnetico
Fenomeni dautoinduzione; Energia del campo magnetico
Fenomeni di mutua induzione
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pag. 1

pag. 60
pag. 61
pag. 65
pag. 67
pag. 68
pag. 70
pag. 74

8 - Le forze elettromagnetiche
9 - Forze elettrodinamiche

pag. 76
pag. 78

Capitolo 7 - Propriet magnetiche della materia - Circuiti magnetici


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Curve di magnetizzazione del ferro


Isteresi magnetica e perdite nel ferro
Nuclei magnetici per flussi alternativi
Circuiti magnetici; Forza magnetomotrice; Riluttanza

pag.
pag.
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Capitolo 8 - Grandezze alternate sinusoidali


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Generalit sulle correnti alternate e loro rappresentazione


Generazione delle correnti alternate
Relazioni di fase; Somma e differenza fra grandezze alternate
Valore efficace e valore medio di correnti e tensioni alternate
Rappresentazione simbolica di grandezze sinusoidali

pag. 83
pag. 86
pag. 87
pag. 90
pag. 92

Capitolo 9 - Funzionamento dei circuiti a corrente alternata


1 - Circuiti ohmico-induttivi
2 - Circuiti ohmico-capacitivi
3 - Impedenze in serie
4 - Impedenze in parallelo; Ammettenza
5 - Circuiti con resistenza, induttanza e capacit; Risonanza
6 - Fenomeni di mutua induzione fra circuiti a corrente alternata

pag. 94
pag. 97
pag. 100
pag. 102
pag. 103
pag. 109

Capitolo 10 - Potenza nei circuiti a corrente alternata


1 - Potenza istantanea e potenza attiva
pag. 110
2 - Potenza associata ad una corrente in fase con la tensione
pag. 111
3 - Potenza associata ad una corrente in quadratura con la tensione;
Potenza reattiva
pag. 112
4 - Potenza associata ad una corrente comunque sfasata rispetto alla tensione;
Potenza apparente; Fattore di potenza
pag. 113
5 - Composizione delle potenze attive, reattive e apparenti; Metodo delle potenze pag. 115
6 Rifasamento
pag. 117

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Capitolo 1 - I circuiti elettrici


Costituzione della materia ed origine dei fenomeni elettrici
Tutti i fenomeni elettrici derivano dalle forze che interagiscono fra alcune delle
particelle che sono presenti negli atomi della materia. Tali particelle sono i protoni e gli
elettroni.
Esse costituiscono le cariche elettriche elementari, denominate positive
e negative.

Le cariche elettriche hanno la seguente propriet:


"cariche deguale segno si respingono, di segno opposto si attraggono"
Inoltre: tutte le azioni che sono emanate da una carica positiva, sono eguali ed
opposte a quelle che sarebbero prodotte da una carica negativa, considerate nelle stesse
condizioni.

Ne segue che ogni corpo in cui siano compenetrate cariche elettriche positive e
negative in eguale numero non rilevano all'esterno alcuna delle propriet specifiche delle
cariche elementari che lo costituiscono, in pratica si presenta elettricamente neutro.
Quando invece si trovano raggruppate cariche elettriche positive e negative in numero
diverso, il complesso presentano le propriet delle cariche elementari di maggior numero,
e si dice allora che il corpo elettrizzato.
Un atomo pu essere concepito come un minuscolo sistema solare
(modello di Bohr, si veda il fisico danese in foto): nel centro
dell'atomo, al posto del sole, si trova il nucleo; intorno allo stesso
ruotano, a distanze diverse, come i pianeti intorno al sole, gli elettroni.
Oltre al protone e all'elettrone esiste una terza particella costitutiva
della materia, che chiamata neutrone in quanto essa
elettricamente neutra.
La prima orbita elettronica sempre occupata al massimo da due
soli elettroni; la seconda orbita invece pu raggiungere il numero
massimo di otto elettroni; le eventuali altre orbite successive sono
tali da contenere sempre un ben determinato numero delettroni,
completato il quale si passa a un'altra orbita, fino all'ultima che potr
essere completa o incompleta secondo i casi.
Naturalmente, ogni corpo si presenta elettricamente neutro,
poich ciascuno dei suoi atomi formato da tanti elettroni quanti
sono i protoni del nucleo.
In condizioni opportune per ad un atomo elettricamente neutro
pu essere sottratto uno o pi elettroni satelliti.
In tal caso l'atomo si presenter elettrizzato positivamente poich vengono a prevalere
in esso le cariche positive del nucleo rispetto alle cariche negative periferiche.
Si dir quindi che un corpo elettrizzato positivamente quando ad esso sia stato
sottratto un certo numero di elettroni: invece elettrizzato negativamente ogni corpo il
quale poser un certo numero di elettroni in eccesso.
La carica elettrica o quantit delettricit di un corpo sempre data dall'eccesso Q di
cariche elettriche positive o negative che esso contiene, rimanendo sottinteso il fatto che
in ogni corpo allo stato neutro esiste sempre un eguale numero di cariche positive e
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negative.

Ai fini delle applicazioni pratiche di grande


importanza la possibilit di realizzare facilmente il
trasferimento delle cariche dal punto in cui sono
liberate ad un altro, oppure la possibilit opposta di
impedire lo spostamento delle cariche stesse.
Entrambe queste possibilit sono sfruttate nella
tecnica utilizzando, nel primo caso, i cosiddetti
materiali conduttori, e nel secondo i materiali
isolanti.
I materiali conduttori
Si denotano, con il nome di conduttori, quei corpi che si lasciano facilmente
attraversare dalle cariche elettriche e sono capaci di guidarle secondo determinati
percorsi utili.
I materiali conduttori, e in particolare i metalli, sono caratterizzati dalla presenza, al
loro interno, di un certo numero delettroni liberi, in altre parole, totalmente svincolati dai
rispettivi nuclei.
Ci reso possibile dal fatto che nei metalli alcuni elettroni periferici vengono a
trovarsi in zone interatomiche in cui le azioni esercitate su di essi dai nuclei circostanti si
elidono a vicenda: gli elettroni presenti in tali zone possono cos muoversi liberamente e
dare luogo al fenomeno della conduzione.
I materiali isolanti
Si denotano con il nome disolanti quei corpi attraverso cui l'elettricit non pu
trasmettersi e propagarsi, e perci sono impiegati a sostenere i conduttori delle macchine
elettriche, delle linee e degli apparecchi, affinch le stesse cariche che li attraversano non
abbiano a disperdersi.
I materiali semiconduttori
Oltre ai materiali conduttori e agli isolanti, nella tecnica sono ampiamente utilizzati
anche i materiali semiconduttori, cos chiamati per le loro propriet intermedie fra i
conduttori e gli isolanti.
Interazioni tra cariche elettriche La legge di Coulomb
Come si gi osservato, la propriet fondamentale dei corpi elettrizzati quella di dar
luogo a reciproche azioni repulsive o attrattive a seconda che le cariche da essi portate
siano dello stesso segno o di segno contrario: a questi tipi di interazione, data la loro
particolare origine, viene dato il nome di forze elettriche.
Lo scienziato francese Charles-Augustin de Coulomb, adottando la bilancia di torsione,
da lui stesso inventata per la misura delle forze, mise in luce
che queste forze (chiamate anche forze coulombiane) sono
tanto pi intense quanto maggiori sono le quantit
delettricit portate dall'uno o dall'altro dei corpi elettrizzati;
variano notevolmente al variare della distanza che separa i
corpi elettrizzati e sono influenzate dal mezzo fisico che
circonda i corpi elettrizzati.
Egli arriv allenunciazione della seguente legge
sperimentale (legge di Coulomb):
"Due cariche elettriche puntiformi Q1 e Q2 si
attraggono (se di segno contrario) o si respingono (se
dello stesso segno) con una forza F che
proporzionale al prodotto dei loro valori ed
inversamente proporzionale al quadrato della distanza d che le separa"
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Questa legge trova la sua espressione matematica in una formula del tipo:

Il valore numerico della costante di proporzionalit K (costante di Coulomb) dipende


dalle unit di misura adottate per la forza, per la distanza e per le cariche.
E' importante osservare, che in ogni caso la costante K dipende anche dalla natura del
mezzo fisico che circonda e separa le due cariche elettriche.
Per quanto riguarda la misura delle quantit di elettricit Q, essendo in pratica molto
scomoda esprimersi per mezzo del numero, sempre straordinariamente grande, delle
cariche elementari che partecipano ai fenomeni di elettrizzazione, si preferisce adottare
come unit di misura non gi la carica elementare, ma una quantit multipla di essa che
viene denominata coulomb (C).
Generatore elettrico
Un generatore elettrico pu essere considerato come un sistema capace di separare e
mettere in movimento, nei conduttori di cui formato, un certo numero degli elettroni
liberi presenti. Indipendentemente dalla loro struttura costruttiva reale i generatori
elettrici possono essere schematizzati come in figura 1.

Lungo il circuito interno del generatore hanno sede e si sviluppano delle forze Fe le
quali tendono a dislocare gli elettroni liberi fra i due punti estremi A e B di tale circuito,
chiamati poli o morsetti del generatore.
Sulla superficie esterna del polo B si realizza un addensamento delettroni in eccesso,
mentre sulla superficie del polo A si rende libera uneguale quantit di cariche elementari
positive.
Il dislocamento degli elettroni cessa quando le azioni intrinseche Fe del generatore
sono equilibrate dalle azioni attrattive F che vengono a manifestarsi nel verso opposto,
secondo la legge di Coulomb, fra le cariche positive e negative separate.
L'aspetto pi importante di questo processo rappresentato dal fatto che ad ogni
elettrone che viene spostato dal polo positivo al polo negativo viene conferita una certa
energia potenziale: questenergia equivale al lavoro sviluppato dalle forze Fe del
generatore per dislocare tal elettrone vincendo le forze coulombiane di richiamo.
L'energia potenziale che si rende disponibile ai morsetti del generatore tale da
permettere, agli elettroni che vengono dislocati fra un morsetto e l'altro del circuito
interno, di percorrere poi un circuito esterno che venga direttamente allacciato al
generatore, come in figura 2.

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Nel circuito esterno che conterr l'apparecchio utilizzatore U, potr allora instaurarsi
una corrente elettrica, in altre parole uno scorrimento continuo di cariche sostenuto dalle
forze interne del generatore Fe il quale sospinge con continuit gli elettroni di conduzione
mano a mano che essi abbandonano il morsetto negativo B e rientrano nel morsetto
positivo A.
Questo processo continuo di scorrimento delle cariche, reso possibile dal fatto che
quando un certo numero delettroni lascia il morsetto B per attraversare il circuito
esterno e rientrare nel morsetto A, si determina una riduzione delle forze coulombiane di
reazione F (perch cala il numero delle cariche dislocate sui morsetti), con la
conseguenza che le forze intrinseche del generatore Fe tornano a prelevare e a produrre
lo spostamento daltrettanti elettroni nel circuito interno dal morsetto A al morsetto B.
Il movimento delle cariche elettriche attraverso un circuito utilizzatore non pu
avvenire liberamente, ma soltanto a spese di una certa quantit denergia, poich in ogni
apparecchio utilizzatore sempre sottratta una certa energia agli elettroni che lo
attraversano, per essere trasformata in quelle altre forme denergia che caratterizzano lo
specifico modo di funzionare dell'utilizzatore stesso.
Forza elettromotrice del generatore
La grandezza che caratterizza l'attitudine di un generatore elettrico a fornire quantit
denergia pi o meno grandi alle cariche denominata: "forza elettromotrice (f.e.m.) del
generatore"
Con questa grandezza (indicata col simbolo E) si vuole rappresentare la quantit di
energia che fornita, dal generatore, alla carica di valore unitario.
Il numero che esprime il valore della f.e.m. altro non ,
che il numero di joule che quel generatore in grado di
fornire ad ogni coulomb che spostato da un morsetto
all'altro.
La f.e.m. rappresenta con ci anche la misura del lavoro
che il generatore compie per dislocare, lungo il suo circuito
interno, la carica unitaria da un polo all'altro.
L'unit di misura della f.e.m. il joule/coulomb.
Questunit denominata volt in onore del fisico italiano
Alessandro Volta e indicata col simbolo V.
Essa definita dalla seguente relazione:

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Tensione elettrica [rivedere]


Nel linguaggio scientifico chiamato potenziale elettrico di un punto "il valore
dell'energia potenziale posseduta dalla carica unitaria dislocata in quel punto". Il simbolo
del potenziale elettrico V. La sua formula di definizione espressa dal rapporto

Tra il valore dell'energia potenziale W posseduta dalla carica e il valore della carica
stessa.
Secondo la definizione l'unit di misura del potenziale ancora il joule/coulomb e cio
il volt.
Si dir pertanto che: "il potenziale di un assegnato punto P, di un circuito elettrico ha il
valore Vp=120V quando l'energia posseduta dalla carica di 1C concentrata in tale punto P
di 120J"
Il significato di questa grandezza fisica molto importante.
Il potenziale elettrico esprime, infatti, una misura del contenuto energetico di una
carica che si trova dislocata in un determinato punto.
Il contenuto denergia sar maggiore se la carica dislocata in punti a potenziale pi
alto, sar invece minore se i punti in cui la medesima carica si trova a potenziale pi
basso.
Si pu dire quindi che l'energia di una carica elettrica dipende sia dal valore Q di tale
carica, che dal valore del potenziale V che si riscontra nel punto in cui la carica si trova.
La relazione per il calcolo di questenergia si ricava dalla precedente formula ed ha la
forma

Quando i potenziali elettrici VA e VB di due qualsiasi punti A e B sono fra loro diversi,
la differenza
VAB = VA - VB
E chiamata differenza di potenziale (d.d.p.) fra i due punti, o tensione elettrica.
La tensione fra due punti rappresenta in tal modo la quantit denergia che ceduta
dalla carica unitaria che passa dal primo al secondo punto, o anche il lavoro che
eseguito dalla carica unitaria. Per questo, l'energia W che ceduta da una carica di
valore Q che si sposta fra i punti A e B sar espressa dalla relazione
W = VAB Q
In un generatore l'effetto ultimo delle azioni interne quello di mantenere i due poli a
potenziale di valore diverso, creando fra essi una tensione che equivale al valore della
f.e.m., e cio al valore dellenergia che tali azioni interne forniscono alla carica unitaria.
Ne segue che: "la forza elettromotrice di un generatore misurata dalla differenza di
potenziale che essa determina e mantiene fra i due poli del generatore"
Corrente elettrica
Un movimento ordinato di cariche elettriche attraverso un dato mezzo fisico,
chiamato corrente elettrica.
Ogni complesso di conduttori comunque collegati a generatori e a utilizzatori
costituisce un circuito elettrico.
Il circuito cos definito sede di una corrente ogni qualvolta esso chiuso, e cio ogni
qualvolta realizzata in esso la continuit metallica fra tutti gli elementi che lo
compongono.
Se tale continuit viene a mancare, il circuito si dice aperto e nessuna corrente pu
instaurarsi in esso.

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Il movimento di migrazione delle cariche elettriche lungo un circuito interessato da


corrente pu presentarsi con caratteristiche duniformit e costanza nel tempo: in questo
caso la corrente definita come continua.
Si parla invece di corrente variabile quando la circolazione degli elettroni non si
realizza in modo uniforme e costante.
In ogni caso, il movimento degli elettroni in seno ai conduttori metallici sempre tale
che da ogni elemento di volume esce da una parte tanti elettroni quanti nentrano da
un'altra (legge della continuit). Perci ogni sezione dell'intero circuito chiuso percorso da
corrente deve essere attraversato, nello stesso intervallo, da uno stesso numero
delettroni, ossia dalla stessa quantit delettricit.

"La maggiore o minore intensit di corrente elettrica, pu essere definita mediante la


quantit delettricit che attraversa una qualsiasi sezione del circuito nel tempo unitario"
Poich la quantit di elettricit si misura in coulomb, l'intensit di corrente risulta
allora definita dal numero di coulomb che attraversa ogni sezione del circuito nel tempo
di un secondo, e la sua unit diventa il coulomb al secondo.
Questunit stata denominata col nome ampere e indicata col simbolo A.

Se una sezione qualunque di un circuito elettrico attraversata, in un certo tempo di


t secondi, da una quantit di carica di Q coulomb, si dir che il circuito percorso da
una corrente elettrica la cui intensit I, espressa in ampere, data dal rapporto

I=

Q
t

Inversamente, se un circuito percorso dall'intensit di I ampere, tutte le sezioni del


circuito vengono attraversate nel tempo di t secondi da un numero di coulomb espresso
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dal prodotto

Rappresentazione cartesiana della corrente continua i(t) in funzione del tempo

Le due relazioni sopra descritte implicano che l'intensit di I resti costante per tutto
l'intervallo t, che si tratti perci di una corrente continua, come quella rappresentata in
figura.

In questa figura facile controllare che l'area delimitata dall'intervallo t fornisce una
rappresentazione della quantit delettricit Q.
Rappresentazione cartesiana della corrente alternata i(t) in funzione del tempo

Qualora invece la corrente sia di tipo variabile, la sua intensit non assume pi un
valore costante I, ma si presenta diversa da un istante all'altro, come nell'esempio
riportato in figura.

Anche in questo caso l'area sottostante alla curva della corrente i(t) delimitata
dall'intervallo di tempo t rappresenta la quantit di elettricit Q che fluisce durante
questo intervallo entro il circuito.
Se si esegue il rapporto tra tale area e la base t si ottiene la corrente media I relativa
all'intervallo t considerato: il significato che assume la intensit media quello di una
corrente continua e costante che nell'intervallo t capace di trasportare la stessa
quantit di elettricit Q che effettivamente trasportata dalla corrente variabile i(t).
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Nella pratica applicativa, si presenta spesso la necessit di controllare come si


distribuisce il flusso degli elettroni all'interno di un filo conduttore percorso da corrente.
A tal fine presa in considerazione la densit di corrente, definita dal rapporto fra la
corrente I che attraversa la sezione S del conduttore e la sezione stessa.

La densit di corrente rappresenta il numero di ampere che attraversa ogni unit di


sezione del conduttore: nelle normali applicazioni di calcolo essa espressa usualmente
in ampere al millimetro quadrato (A/mm2).
Negli ordinari circuiti, la densit di corrente deve essere mantenuta al disotto dei 3
A/mm2 per evitare forti riscaldamenti del conduttore.

Il fisico francese Ampere


Convenzioni sulla corrente e sui potenziali elettrici
In tutti i fenomeni elettrici facile riscontrare che le cariche elettriche negative
determinano sempre o subiscono effetti uguali ma di segno opposto a quelli determinati o
subiti dalle cariche positive. Da questa propriet discende che ogni movimento di cariche
negative equivale, a tutti gli effetti esterni, ad un movimento in senso opposto di cariche
positive. Per questo fatto, il verso di una corrente elettrica pu essere indifferentemente
riferito sia al movimento delettricit negativa, sia al movimento in senso opposto
delettricit positiva.
Per consuetudine si considera come verso convenzionale della corrente
elettrica il verso di scorrimento delle cariche positive rispetto alle cariche
negative supposte fisse: tale verso dunque opposto a quello secondo cui
realmente avviene il movimento degli elettroni lungo il circuito.

Fig.1

Versi convenzionali della f.e.m. e della d.d.p. con inserzione del Voltmetro e
dell'Amperometro

In relazione al verso convenzionale della corrente si fissa anche il verso convenzionale


della f.e.m. dei generatori, supponendo che le azioni interne agiscano nel senso di
spostare le cariche positive dal polo negativo al polo positivo (mentre in effetti accade
l'opposto, in quanto sono gli elettroni che vengono dislocati verso il polo negativo).
Si dir pertanto che le f.e.m. dei generatori sono dirette convenzionalmente, lungo il
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circuito interno, dal polo negativo al polo positivo, come indicato dal verso E in figura.
Analogamente si dir che la d.d.p. che esiste fra i poli di un generatore agisce dal polo
positivo al polo negativo.
Si esprime questo fatto dicendo che il polo positivo di un generatore mantenuto a un
potenziale elettrico maggiore di quello dell'altro polo e che quindi le cariche positive
tendono a muoversi spontaneamente dai punti a potenziale maggiore verso i punti a
potenziale minore; mentre gli elettroni tendono a spostarsi dai punti a potenziale minore
verso quelli a potenziale maggiore.
Alla superficie della terra viene attribuito un potenziale zero: ne segue che il valore del
potenziale di un dato punto potr essere inteso come la d.d.p. fra questo punto e la
terra: questo potenziale sar positivo o negativo a seconda che esso sia maggiore o
minore di quello della terra.
La presenza di una d.d.p. fra due punti di un circuito, o il passaggio della corrente in
un conduttore, possono essere rilevati soltanto per via indiretta, sulla base degli effetti
che si manifestano in presenza appunto di una tensione o di una corrente.
Utilizzando opportunamente taluni di questi effetti si rende possibile costruire degli
strumenti che sono in grado, non solo di indicare, ma anche di fornire una misura della
tensione o della corrente: tali strumenti sono i voltmetri e gli amperometri.
Voltmetri ed amperometri
I voltmetri e gli amperometri sono sempre provvisti di due morsetti di collegamento,
opportunamente contrassegnati per consentire la corretta inserzione nel circuito
rispettando i versi convenzionali della tensione e della corrente.

Per quanto riguarda gli amperometri, il collegamento al circuito deve essere realizzato
in modo che lo strumento venga direttamente attraversato dalla corrente I che si vuol
misurare: questo richiede che l'amperometro venga inserito in serie nel circuito, come lo
strumento A della figura, con l'avvertenza che la corrente entri nello strumento
attraverso il morsetto contrassegnato con (+) affinch la deviazione possa avvenire nel
verso progressivo della scala di lettura.

L'inserzione di un voltmetro si esegue invece collegando in derivazione (parallelo) lo


strumento fra il primo e il secondo punto tra il quale si vuol misurare la d.d.p.: cos, nel
circuito in figura, il voltmetro V allacciato (per mezzo dei suoi cordoni voltmetrici e
relativi puntali) fra i due punti M e N per la misura della tensione UMN esistente fra
l'entrata e l'uscita dell'utilizzatore.
Resistenza elettrica - Legge di Ohm
Si consideri un filo metallico, di sezione e lunghezza opportune, e si applichi fra i suoi
estremi una tensione elettrica. Si faccia poi variare questa tensione al fine di determinare
come varia corrispondentemente l'intensit I della corrente nel filo.

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Figura 1 - Circuito per la dimostrazione sperimentale della legge di Ohm.


Per realizzare una tensione variabile ci si pu servire di un certo numero di pile
collegate come in figura. Questa disposizione realizza il collegamento in serie dei
generatori e consente di ottenere una tensione complessiva pari alla somma delle
tensioni prodotte dalle singole pile. Con un amperometro si potr misurare l'intensit
della corrente che percorre il filo metallico, e mediante un voltmetro derivato fra i
morsetti C e D potr essere determinata la tensione fra gli estremi del filo. Per eseguire
l'esperienza, si porti innanzitutto il commutatore M sul morsetto 0: in tal caso i due
strumenti non daranno alcuna indicazione, non risultando inserito alcun generatore nel
circuito: si potr concludere che: "se nulla la tensione che agisce ai capi di un filo
conduttore, nulla anche la corrente che lo percorre".

Notare le lancette degli strumenti di misura che in assenza di tensione e corrente


segnano 0.
Se si sposta M sul contatto 1, inserendo nel circuito una sola pila, gli indici del
voltmetro e dell'amperometro subiranno una deviazione indicando sulla scala un certo
valore V1 della tensione e un certo valore I1 della corrente.
Spostando successivamente il commutatore sui contatti 2, 3... ecc. si avranno nuovi e
pi elevati valori V2, V3 ecc. indicati dal voltmetro e nuovi corrispondenti valori I2, I3 ecc.
indicati dall'amperometro.

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Notare le lancette degli strumenti di misura che in presenza di tensione e corrente


segnano dei valori.
Si esegua ora il rapporto fra il valore della tensione e il corrispondente valore della
corrente per ogni posizione del commutatore: si potr constatare che questo rapporto si
mantiene costante e cio
V1/I1 = V2/I2 = V3/I3 = ... = costante
L'esperienza dimostra quindi che crescendo la tensione agli estremi del filo, cresce
nella stessa proporzione la corrente che lo attraversa.
Se la tensione diventa doppia, tripla ecc. si raddoppia, si triplica ecc. la corrente.
Se l'esperienza viene ripetuta variando le dimensioni (lunghezza e sezione) del
conduttore C, D oppure variando la natura del conduttore (adottando successivamente fili
di rame, alluminio, ferro ecc.) si trova ancora che il rapporto fra le diverse tensioni
applicate e le rispettive correnti si conserva costante: ma questo rapporto ha un valore
diverso da un caso all'altro e cio sotto la stessa tensione, due o pi conduttori diversi
vengono attraversati da correnti diverse. Si esprime questo fatto sperimentale
affermando che: "conduttori diversi offrono al passaggio della corrente diversa
resistenza elettrica"
Intendendo, come resistenza elettrica di un conduttore, il rapporto fra il valore della
tensione applicata ai capi del conduttore e il corrispondente valore dell'intensit della
corrente che lo percorre.
Se pertanto, sotto l'azione della tensione V, un filo metallico percorso da una
corrente di intensit I, si dir che esso possiede una resistenza R espressa dal rapporto
R = V/I
Se nota la resistenza R del conduttore, si pu dire che, ogni volta che fra i suoi
estremi si applica una tensione qualunque V, il conduttore sar percorso da una corrente
che ha l'intensit
I = V/R
Inversamente, ogni qualvolta un conduttore di resistenza R percorso da una corrente
d'intensit I, fra i suoi capi terminali si manifesta una differenza di potenziale (caduta di
tensione o caduta ohmica) il cui valore dato dal prodotto
V=RI
Questi fatti sperimentali e le relazioni corrispondenti costituiscono la legge di Ohm.
Se il numero di volt che misura la tensione V applicata agli estremi del conduttore in
particolare uguale al numero di ampere che misura la corrente I, il valore del rapporto fra
tensione e corrente risulta uguale a 1: si dir allora che: "il conduttore considerato ha la
resistenza elettrica unitaria"
Ogni conduttore che soddisfa a questa condizione realizza in s quella resistenza
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elettrica che assunta come unit di misura della resistenza.


Tale unit rappresenta la resistenza di quel conduttore che richiede ai suoi capi la
tensione di 1V per essere attraversato dalla corrente di 1A.
In onore del fisico tedesco George Simon Ohm, l'unit di
resistenza elettrica denominata ohm e indicata col simbolo . Si
pone quindi

Sostenendo che un filo ha la resistenza elettrica di 10, si


esprime che quel filo richiede ai capi una tensione di 10V per ogni
ampere di corrente che lo attraversi.
Se quel filo deve essere percorso da 2A, esso richiede ai suoi capi
estremi una tensione del valore di 20V.
Ad esempio: se il filamento di una lampada a incandescenza, alimentato alla tensione
di 220V, attraversato dalla corrente di 0,5A si dir che il filamento in questione ha una
resistenza elettrica
R = V/I = 220/0,5 = 440
In pratica, oltre l'ohm, si usano spesso:
3
6
il kiloohm (1k=10 ) e il megaohm (1M=10 )
come unit di misura per le grandissime resistenze;
-3
il milliohm (1m=10 ) oppure il microohm (1=10-6)
per la misura delle resistenze piccole e piccolissime.
Un materiale che presenti una resistenza elettrica dell'ordine dei megaohm sar
naturalmente un cattivo conduttore, perch anche sotto una tensione relativamente
elevata sar attraversato da una corrente piccola: sotto la tensione di 1V, un conduttore
di resistenza uguale a 1M attraversato da una corrente di 1 A.
Talvolta si preferisce scrivere la legge di Ohm, anzich nella forma V=RI che esprime
la proporzionalit fra tensione e corrente, nell'altra forma
I=GV
Ci stabilisce la proporzionalit fra corrente e tensione.
La grandezza G chiamata conduttanza ed legata alla resistenza R della relazione
G = I/V = 1/R
La sua unit di misura l'inverso dell'ohm ed denominata
siemens (S), in onore dellinventore tedesco Werner Von
Siemens:

Conduttori con elevata resistenza presentano bassa


conduttanza e viceversa.
Ad esempio, il filamento della lampada ad incandescenza
considerata in precedenza presenta una conduttanza del valore
G = I/V = 0,5/220 = 0,0023 S
Il simbolo grafico della resistenza e della conduttanza stato normalizzato come
indicato in figura
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Simboli grafici per resistenza R o conduttanza G


I tratti a linea intera rappresentano collegamenti a resistenza nulla o a conduttanza
infinita.
Resistivit dei materiali - Calcolo della resistenza dei conduttori
Se si esegue l'esperienza esposta al paragrafo precedente, determinando la resistenza
di fili metallici di diversa lunghezza e diversa sezione, ma dello stesso materiale, si pu
constatare che la resistenza elettrica di un filo qualunque si raddoppia, si triplica ecc..
raddoppiandone, triplicandone ecc. la lunghezza e mantenendone invariata la sezione;
mentre si riduce a met a un terzo ecc. raddoppiandone, triplicandone ecc. la sezione e
mantenendone invariata invece la lunghezza. Si deve quindi concludere che: "la
resistenza di un filo di un dato metallo proporzionale alla lunghezza e
inversamente proporzionale alla sezione"
Pertanto la resistenza R di un conduttore metallico filiforme, avente lunghezza l e
sezione S, potr essere scritta nella seguente forma essendo unopportuna costante di
proporzionalit.

Si osservi ora che, se si prende in considerazione un conduttore avente lunghezza


unitaria (l =1) e sezione unitaria (S=1), la costante viene a coincidere con R: essa
quindi la resistenza di un conduttore di lunghezza e sezione unitarie (resistenza
specifica), e come tale dipende esclusivamente dalla natura del materiale di cui
costituito il conduttore.
Alla costante si attribuisce perci il nome di resistivit del materiale.
Dalla precedente relazione si pu ricavare la resistivit in funzione della resistenza R
e delle dimensioni (lunghezza l e sezione S) del conduttore

La resistivit di un materiale pu essere determinata misurando la resistenza elettrica


R di un conduttore di quel dato materiale, con lunghezza l e sezione S note, e applicando
2
l'espressione precedente, se la resistenza R data in , la sezione S in m , e la
2
lunghezza l in m, la resistivit del materiale in esame espressa in x m /m ossia pi
brevemente in ohm metri ( m).
Si ha con ci, l'interpretazione del fatto fisico che la resistivit la resistenza
elettrica misurata tra due facce opposte di un cubo di materiale avente la sezione e la
lunghezza unitarie.
Nella pratica industriale torna comodo misurare la sezione dei conduttori in millimetri
quadrati anzich in metri quadrati. Per applicare la seguente formula

Si dovr esprimere la resistivit in mm2/m e si dovr scrivere come segue

La seguente relazione

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La seguente relazione che esprime la resistenza R consente di ricavare anche


l'espressione della conduttanza G nella seguente forma

Il fattore

Prende il nome di conduttivit del materiale. La sua unit di misura, il


siemens/metro (S/m).
Influenza della temperatura sulla resistenza elettrica
La resistenza elettrica varia in misura sensibile con la temperatura. I metalli offrono
una resistenza che cresce con l'aumentare della temperatura: gli aumenti di resistenza
sono meno sensibili per le leghe metalliche che non per i metalli puri.
L'aumento di resistenza, pu essere spiegato pensando che il crescere della
temperatura del conduttore comporta l'incremento dello stato dagitazione termica degli
atomi, con corrispondente ed inevitabile aumento del numero degli urti fra gli atomi e gli
elettroni di conduzione.

Entro i limiti di temperatura da -100 a +150 C, i diagrammi di variazione della


resistivit dei metalli pi comuni sono sensibilmente lineari, in altre parole assumono la
forma indicata in figura.
Indicando perci con la resistivit di un metallo alla temperatura di riferimento a
20C, si pu esprimere il valore rt che essa assume alla generica temperatura t con la
seguente relazione:
t = +
Essendo

L'aumento subito dalla resistivit per l'incremento t= (t-20) della temperatura.


Si ha quindi che

In queste relazioni, il coefficiente

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Esprime la variazione di resistivit che avviene per ogni grado di variazione della
temperatura a partire da 20C e per ogni ohm metro della resistivit. Il coefficiente a cos
definito prende il nome di coefficiente di temperatura del materiale considerato.

Capitolo 2 - Reti elettriche


Generalizzazione della legge di Ohm
a) legge di ohm per un circuito chiuso
Si consideri un circuito elettrico, costituito da una resistenza esterna R alimentata da
un generatore avente una f.e.m. E ed una resistenza interna R come in figura.

Fino a che il circuito interrotto in K (circuito aperto), non circola alcuna corrente e fra
i due morsetti A e B del generatore si ha una d.d.p.
UAB = VAB = E
Si immagini ora di chiudere il circuito in K.
Si stabilisce immediatamente una certa corrente I, la quale circola (nel verso
convenzionale) dal morsetto positivo A verso il morsetto negativo B lungo il circuito
esterno di resistenza R, per chiudersi da B verso A nel circuito interno del generatore di
resistenza Ri.
E' evidente che quando il generatore eroga la corrente I la resistenza interna Ri
provoca, per la legge di Ohm, una caduta di tensione Ri I, che si manifesta con una
diminuzione della tensione disponibile fra i poli del generatore: in altri termini, se il
generatore a circuito aperto presenta ai poli una d.d.p. VAB=E, quando il generatore
eroga una corrente I la tensione ai morsetti assume il valore
VAB = E - Ri I
Applicando la legge di Ohm al circuito esterno, di resistenza R e soggetto alla tensione
VAB, si ha d'altra parte la relazione
VAB = R I
Ne risulta luguaglianza
E - Ri I = R I
dalla quale si ricava l'espressione
I = E / (R+Ri)
La somma (R+ Ri) rappresenta la resistenza elettrica complessiva del circuito chiuso.
La relazione sopra indicata esprime la legge di Ohm relativa a tale circuito, la quale
pu essere cos enunciata: "Un circuito chiuso in cui agisce una f.e.m. costante sede di
una corrente continua che ha il verso della f.e.m. e unintensit eguale al rapporto tra la
f.e.m. e la resistenza complessiva del circuito".
La relazione
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VAB = E - Ri I
Mostra che la resistenza interna Ri del generatore determina una diminuzione della
tensione-corrente V(I).
La caratteristica esterna interseca l'asse delle tensioni nel punto VAB=E che
corrisponde alla condizione I=0.
All'aumentare della corrente erogata, in altre parole al diminuire della resistenza
esterna R, la caratteristica discende gradualmente fino al valore
VAB = 0
che sarebbe raggiunto se la corrente erogata assumesse il valore
ICC = E / Ri
Questo particolare valore della corrente corrisponde a quello che si otterrebbe se si
immaginasse di collegare fra loro i due poli del generatore con un conduttore avente
resistenza R=0.

Un simile stato di cose viene indicato in pratica con la denominazione di cortocircuito e


la corrente che stata indicata con il simbolo ICC prende il nome di corrente di
cortocircuito del generatore: tale corrente limitata solo dalla resistenza interna Ri, per
cui, se quest'ultima piccola, essa pu assumere dei valori tanto elevati da riuscire
pericolosi per la buona conservazione del generatore.
Se sul grafico della caratteristica esterna del generatore si traccia anche la retta di
equazione VAB=Ri (retta di carico) che rappresenta la caratteristica tensione-corrente V(I)
della resistenza esterna R, si ottiene il punto di lavoro P del complesso generatore-carico
individuato dalla intersezione delle due rette.
Nei casi in cui uno stesso circuito comprende pi generatori aventi le f.e.m. E1, E2, ...,
En e le resistenze interne Ri1, Ri2, ..., Rin, e comprende inoltre pi resistenze utilizzatrici
R1, R2, ..., Rn, la legge di Ohm per il circuito chiuso assume la forma
I=(E1+E2+...+En)/(R1+R2+...+Rn+Ri1+Ri2+...+Rin)
In altre parole l'intensit della corrente che percorre il circuito uguale alla somma
delle f.e.m. di tutti i generatori agenti, divisa per la resistenza elettrica complessiva del
circuito.
Pu accadere che in uno stesso circuito siano incluse una o pi f.e.m. agenti in un dato
verso e una o pi f.e.m. agenti in verso opposto, nel circuito non circola alcuna corrente.
Diversamente, nel circuito si stabilisce una corrente che circola nel verso delle f.e.m.
prevalenti.
Se si considerano positive le f.e.m. agenti in un dato verso e negative le f.e.m. agenti
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in verso contrario, la legge di Ohm per il circuito chiuso ancora espressa dalla relazione
sopra indicata purch il numeratore venga inteso come la somma algebrica di tutte le
f.e.m. presenti
b) legge di ohm per un tratto di circuito o legge di ohm generalizzata
Se in luogo dell'intero circuito si considera un tratto di circuito nel quale siano
comprese pi resistenze e pi f.e.m. comunque dirette, la legge di Ohm assume una
forma pi generale poich tiene conto anche della d.d.p. esistente fra i capi estremi del
tratto di circuito considerato.

Si prenda in esame, per esempio, il tratto di circuito A-B come in figura, percorso dalla
corrente IAB e nel quale si trova inserito un generatore di f.e.m. E resistenza interna Ri.
La f.e.m. E sia diretta nello stesso verso della corrente IAB. In base alla relazione
VAB = E - Ri I
Si pu scrivere

VBA = -E + Ri IAB

Da questa si ricava (essendo VBA=-VAB):


VAB + E = Ri IAB
Se nel tratto di circuito che si considera, la f.e.m. diretta invece nel verso opposto
alla corrente, come in figura,

E da considerarsi come una forza-controelettromotrice (f.c.e.m.) e l'espressione


precedente diventa
VAB - E = Ri IAB
In generale, quando nel tratto di circuito sono inserite pi f.e.m. comunque dirette e
un numero qualsiasi di resistenze, la legge di Ohm pu essere enunciata dicendo che: "la
somma algebrica della tensione esistente fra la sezione di ingresso della corrente e quella
di uscita, e di tutte le f.e.m. che sono inserite nel tratto di circuito, uguale alla somma
delle cadute ohmiche nel tratto considerato".
E' questa la legge di Ohm generalizzata la quale pu essere scritta sinteticamente
nella forma
VAB + a E = R IAB
Principi di Kirchhoff
I circuiti di distribuzione dell'energia elettrica, come pure i
circuiti interni degli apparecchi elettrici, si presentano spesso
come una vera e propria rete di conduttori costituita da un
certo numero di circuiti poligonali chiusi formati da uno o pi
lati: ognuno di questi circuiti costituisce una maglia della
rete, e i punti di concorso di pi lati ne costituiscono i nodi.
La figura schematizza una rete elettrica: vi sono indicati i generatori che agiscono nei
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vari lati e le resistenze dei lati stessi.

Il problema principale connesso a simili circuiti si propone la determinazione, in valore


e verso, delle correnti che percorrono i singoli lati delle maglie. Per tale determinazione
servono i due principi di Kirchhoff.
Si consideri una maglia qualsiasi, ad esempio la maglia ABCD, i cui lati hanno
rispettivamente le resistenze R1, R2, R3, R4, comprese anche le resistenze interne dei
generatori di f.e.m. E1, E2, E3, inseriti nei lati AB, BC e CD.
Siano I1 I2 I3, I4 le correnti nei quattro lati della maglia, e siano quelli indicati in figura
i loro versi fissati ad arbitrio.
Nel nodo A della maglia concorrono quattro lati, due percorsi dalle correnti I1, e I4
appartenenti alla maglia ABCD e due percorsi delle correnti I5, I6, appartenenti a maglie
adiacenti.
Dato che nel nodo A non pu aversi n accumulo n sottrazione di cariche elettriche
(condizione di continuit), ad ogni carica che arriva al nodo deve corrispondere, nello
stesso intervallo, uneguale carica che si allontana.
Ma la quantit di elettricit che nell'unit di tempo arriva al nodo A non altro che la
somma delle intensit di correnti dirette verso il nodo stesso, e la corrispondente
quantit uscente non altro che la somma delle correnti che si allontanano dallo stesso
nodo.
Ne deriva che: "la somma delle correnti dirette verso un nodo di una rete
uguale in valore alla somma di tutte le correnti che se ne allontanano"
Quando si considerino positive le correnti dirette verso il nodo e negative quelle che
partono dal nodo, si pu dire che la somma algebrica delle correnti che convergono in un
nodo nulla.
E' questo il primo principio di Kirchhoff, che applicato al nodo A pu essere scritto
nelle forme
I5 + I6 - I1 - I4 = 0
I5 + I6 = I1 + I4
Per quanto riguarda il secondo principio, si consideri ancora la maglia precedente e si
supponga di percorrerla nel verso in cui si susseguono i punti A, B, C, D (verso di
percorrenza orario).
Si applichi la legge di Ohm ai singoli tratti successivi AB, BC, CD, DA della maglia in
questione, tenendo presenti i versi delle f.e.m. e delle correnti indicate nella figura.
VAB - E1 = R1 I1
VBC + E2 = -R2 I2
VCD + E3 = R3 I3
VDA = - R4 I4
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Facendo la somma, a membro a membro, di queste espressioni si ottiene


- E1 + E2 + E3 = R1 I1 - R2 I2 + R3 I3 - R4 I4
Essendo nulla evidentemente la somma
VAB + VBC + VCD + VDA = 0
Eseguita lungo il percorso chiuso dalla maglia.
Al primo membro della relazione si ha la somma algebrica delle f.e.m. agenti nella
maglia considerata (assumendo come positive le f.e.m. dirette secondo il verso di
percorrenza, e negative quelle dirette in verso opposto); al secondo membro si ha la
somma algebrica dei prodotti delle resistenze per le intensit delle correnti ossia delle
cadute di tensione dei singoli lati della maglia (considerando positive quelle relative ai lati
in cui le correnti hanno verso uguale a quello di percorrenza, e negative le cadute nei lati
ove le correnti hanno verso opposto a quello di percorrenza).
La relazione sopra citata compendia il secondo principio di Kirchhoff, che pu essere
cos enunciato: "La somma algebrica delle f.e.m. che agiscono in una maglia
uguale alla somma algebrica delle cadute di tensione (ohmiche) lungo i lati
della stessa maglia"
Per l'applicazione dei principi di Kirchhoff nella risoluzione di una rete si procede nel
modo seguente: si fissano ad arbitrio i versi delle correnti nei lati delle maglie e si applica
il primo principio ai nodi della rete, escluso uno; si applica poi il secondo principio a un
sufficiente numero di maglie, in modo da avere tante equazioni indipendenti quante sono
le correnti incognite che bisogna determinare: la risoluzione, mediante le regole
dell'algebra, del sistema dequazioni cos ottenuto, determina in valore e verso le correnti
incognite. A titolo di esempio si consideri la rete riportata in figura 2.
Il problema quello di determinare, in valore e verso, le correnti che percorrono i sei
lati della rete.
A tal fine, prefissati ad arbitrio i versi delle correnti nei singoli lati, come indicato in
figura, si applica il primo principio ai nodi A, B, C e il secondo principio alle maglie ABCA,
ABDA e BCDB: si ottengono ordinatamente le sei equazioni seguenti:
I1 = I2 + I3

I2 + I4 = I5

I6 + I5 = I1

E1 - E2 = R1 I1 + R2 I2 + R5 I5
-E2 = R2 I2 - R4 I4 - R3 I3
0 = R5 I5 - R6 I6 + R4 I4

Figura 2
Si hanno dunque sei equazioni indipendenti, quante sono le correnti incognite, che
possono essere determinate, in grandezza e segno, risolvendo il sistema: le correnti che
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risulteranno positive avranno verso opposto a quello indicato.


Raggruppamento in serie di pi resistenze
Due o pi resistenze si dicono collegate in serie fra loro quando sono connesse una di
seguito all'altra in modo da essere attraversate dalla stessa corrente come mostrato in
figura.

Un tratto di circuito formato da tante resistenze collegate in serie presenta le propriet


seguenti:
1) L'intensit di corrente I la stessa in tutte le resistenze della serie;
2) Le tensioni V1, V2, ..., Vn misurate ai capi delle singole resistenze coincidono con le
cadute ohmiche rispettive e sono date dalle relazioni
V1=R1I ; V2=R2I ; .......... ; Vn=RnI
3) La tensione totale V ai capi della serie la somma delle cadute ohmiche provocate
dalle singole resistenze:
V=V1+V2+...+Vn=R1I+R2I+...+RnI=(R1+R2+...+Rn)I
4) L'intera serie equivale a un'unica resistenza Req pari alla somma di tutte le
resistenze che la compongono:
Req = V/I = R1 + R2 + ... + Rn
Nel caso particolare di n resistenze uguali di valore R connesse in serie, la resistenza
equivalente risulta:
Req = n R
In questo caso, la tensione esistente ai capi si ciascuna delle n resistenze pari a V/n:
un dispositivo siffatto, costituito in modo da poter prelevare le varie tensioni parziali
prende il nome di divisore ohmico di tensione.

Raggruppamento in parallelo di pi resistenze


Due o pi resistenze si dicono collegate in parallelo quando sono connesse in modo da
essere sottoposte alla stessa tensione, e cio quando sono riunite per i loro estremi a
formare due nodi A e B come in figura. I gruppi di resistenze collegate in parallelo
presentano le propriet seguenti:
1) Tutte le resistenze sono sottoposte alla stessa tensione V;
2) Le correnti I1, I2, ..., In nei singoli rami risultano espresse dalle relazioni
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I1=V/R1

I2=V/R2

I3=V/R3

3) La corrente totale I del circuito la somma delle correnti derivate


I=I1+I2+..+In=(V/R1)+(V/R2)+..+(V/Rn)=V(1/R1+1/R2+..+1/Rn)
4) Il gruppo corrispondente a una resistenza equivalente Req definita dalla relazione
Req=V/I=1/(1/R1+1/R2+...+1/Rn)
Questa resistenza equivalente sempre minore della pi piccola fra tutte le resistenze
del gruppo. In particolare, collegando in parallelo n resistenze uguali di valore R, la
resistenza equivalente del gruppo risulta:
Req=1/(1/R1+1/R2)=(R1R2)/(R1+R2)
In altre parole la resistenza di un arco doppio data dal prodotto delle resistenze dei
due lati diviso la loro somma. Se I la corrente totale la tensione fra i nodi A e B del
parallelo espressa dalla relazione:
VAB=ReqI=I((R1R2)/(R1+R2))
E le due correnti derivate (divisore di corrente) sono espresse dalle relazioni:
I1 = VAB/R1 = I ((R2/(R1+R2)) ; I2=VAB/R2=I((R1/(R1+R2))
Nel raggruppamento in parallelo si pu anche porre:

Ne risulta che in questo tipo di collegamento "la conduttanza equivalente data dalla
somma delle conduttanze componenti"
Reti serie-parallelo e reti stella-triangolo - Metodo passo-passo
Vengono denominate reti serie-parallelo le reti elettriche di forma complessa le quali
rispetto ai morsetti di alimentazione, possono essere ridotte ad una unica resistenza,
attraverso ripetute sostituzioni di resistenze equivalenti a gruppi di resistenze connesse
fra loro in serie o in parallelo. Non tutte le reti ammettono un simile procedimento di
riduzione. Esistono infatti reti che presentano forme di connessione di tipo diverso dai
collegamenti serie-parallelo, e sono precisamente le connessioni dette a stella e le
connessioni a triangolo.

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Collegamento a stella
In una rete elettrica, un gruppo di tre resistenze forma un collegamento a stella
quando, come raffigurato sopra, tre dei loro terminali sono uniti insieme a creare il centro
stella 0 e i rimanenti terminali sono connessi a tre distinti nodi della rete.

Collegamento a triangolo
Un gruppo di tre resistenze si dice invece collegato a triangolo quando, come
raffigurato sopra, i loro terminali sono connessi uno di seguito all'altro in modo da
formare un triangolo i cui vertici sono collegati a tre distinti nodi della rete. Per
collegamenti di questo tipo sussiste il seguente principio dequivalenza: "Un gruppo di
resistenze collegate a stella equivalente ad un corrispondente gruppo di resistenze
collegate a triangolo allorch sostituendo un gruppo all'altro, il regime della rete cui sono
connessi rimane invariato"
Le relazioni che forniscono le resistenze R12, R23, R31 del triangolo equivalente alla
stella di resistenze R1, R2, R3, e le relazioni che danno le resistenze della stella
equivalente al triangolo sono le seguenti:
R12=(R1R2+R2R3+R3R1)/R3 R1=(R31R12)/(R12+R23+R31)
R23=(R1R2+R2R3+R3R1)/R1 R2=(R12R23)/(R12+R23+R31)
R31=(R1R2+R2R3+R3R1)/R2 R3=(R23R31)/(R12+R23+R31)
Nel caso particolare, molto importante, di resistenze fra loro uguali, tutte le precedenti
relazioni si riassumono nella semplice formula R=3RY la quale indica che una terna di
resistenze a stella di valore RY corrisponde ad una terna di resistenze a triangolo di valore
R tre volte maggiore.
Reti elettriche come reti di bipoli
Nella loro conformazione pi complessa i circuiti elettrici possono presentarsi sotto la
forma di una rete, costituita da un determinato insieme l di lati o rami connessi fra loro in
n punti chiamati nodi della rete, per formare un certo numero m di circuiti chiusi chiamati
maglie.
Cos nella rete elettrica considerata nella figura i punti A, B, C, D rappresentano i nodi;
i tratti di circuito, che uniscono un nodo all'altro, come il tratto AB, costituiscono i lati
della rete; il circuito chiuso ABCDA formato da quattro lati fra loro consecutivi invece
una maglia.

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Almeno in uno, oppure anche in pi rami di una rete elettrica, sono presenti
necessariamente dei generatori di alimentazione; in tutti i rami invece sempre presente
un resistore.
E definito, come bipolo elettrico ogni parte di circuito del quale emergono due
terminali (o morsetti o poli) che ne consentono il collegamento con altre parti di circuito.
Analogamente sono definiti ad esempio come tripoli o quadripoli gli elementi di circuito
rispettivamente a tre e a quattro terminali. Ogni singolo ramo di una rete elettrica viene
pertanto a configurarsi come un bipolo che, attraverso i suoi due terminali, connesso
con le altre parti della rete. Ne segue che a tutti gli effetti, una qualsiasi rete elettrica
potr sempre essere riguardata come una vera e propria rete di bipoli.
Un bipolo elettrico si dice di tipo attivo quando in esso risultano inseriti dei generatori
elettrici (che possono agire nell'uno o nell'altro verso).
E invece chiamato bipolo di tipo passivo quel bipolo che non contiene generatori ed
caratterizzato dalla sola presenza di resistenze.
Una delle configurazioni semplici, che pu assumere un bipolo attivo quella
rappresentata dal generatore di tensione, nel cui schema elettrico (come in figura) si
osserva la presenza della f.e.m. E posta in serie con la resistenza interna Ri. Come gi
noto, la relazione V(I) che in questi tipi di generatori lega la tensione ai morsetti V con la
corrente erogata I espressa dalla seguente funzione lineare:
V = E - Ri I
Questa relazione esprime il fatto che: "La tensione disponibile ai morsetti del
generatore data dalla differenza tra la f.e.m. E e la caduta ohmica interna Vi = Ri I"
Affinch a parit di corrente erogata I tale caduta interna sia la pi bassa possibile
necessario che la resistenza interna Ri del generatore risulti sufficientemente piccola: si
perviene cos alla nozione di generatore di tensione ideale per il quale la resistenza
interna ritenuta di valore nullo.

La propriet fondamentale del generatore ideale allora quella di poter fornire una
tensione costante V=E a qualsiasi valore di corrente erogata.

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In talune applicazioni pu presentarsi la convenienza o la necessit di considerare le


sorgenti dalimentazione di una rete (in altre parole i generatori), anzich nella forma di
generatori di tensione, nella forma di veri e propri generatori di corrente, in altre parole
nella forma di dispositivi che sono in grado di assicurare il mantenimento di una data
corrente nel circuito nel quale sono inseriti.
Il generatore di corrente viene rappresentato come un bipolo attivo costituito, da un
generatore di corrente costante Ic che ha in derivazione una certa conduttanza interna
Gi: in un dispositivo di questo genere la relazione I(V) che lega la corrente erogata I con
la tensione ai morsetti V espressa dalla seguente funzione lineare.
I = IC - Gi V
La quale indica che: "La corrente disponibile all'esterno del generatore data dalla
differenza fra la corrente generata Ic e la corrente derivata interna Ii=GiV"
Affinch a parit di tensione ai morsetti V tale componente interna della corrente sia la
pi bassa possibile, necessario che la conduttanza interna Gi risulti sufficientemente
piccola: si giunge cos alla nozione di generatore di corrente ideale per la quale la
conduttanza interna Gi di valore praticamente nullo, e che pertanto in grado di fornire
al circuito una corrente costante I=Ic a qualunque valore della tensione ai morsetti.

La caratteristica corrente-tensione del generatore di corrente reale rappresentata


dalla retta discendente 1, (come in figura); la retta orizzontale 2 rappresenta la
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medesima caratteristica del generatore ideale.


Nei generatori di tensione si realizza la condizione di funzionamento a vuoto
quando il circuito utilizzatore esterno aperto, perci risulta Ru=, I=0, V=E.
Nei generatori di corrente si realizza la condizione di funzionamento a vuoto
quando il circuito utilizzatore esterno chiuso in cortocircuito, per cui risulta Gu=,
V=0, I=Ic.
In tutte le altre condizioni di carico, con i due tipi di generatori collegati
rispettivamente a un circuito di resistenza Ru o di conduttanza Gu, le equazioni di
funzionamento risultano:
Per il generatore di tensione: I=E/(Ri+Ru) ; V=RuI
Per il generatore di corrente: V=IC/(Gi+Gu) ; I=GuV
Un generatore di corrente pu essere trasformato in un generatore di tensione ad esso
equivalente, e viceversa.
"Due generatori sono fra loro equivalenti se a circuito aperto (I=0) essi presentano la
stessa tensione ai morsetti U0 e la stessa resistenza ai morsetti R0".
La R0 rappresenta la resistenza vista fra i morsetti dei generatori di tensione o di
corrente: essa definita ponendo E=0 (cortocircuito) e Ic=0 (interruzione) nei rispettivi
circuiti equivalenti.
Ne segue che fra un generatore di tensione e un generatore di corrente, la condizione
di equivalenza assicurata se sono verificate le seguenti uguaglianze (queste relazioni
permettono il passaggio diretto dall'uno all'altro tipo di generatore):
V0 = E = IC/Gi

IC = E/Ri

R0 = R1 = 1/Gi

Gi = 1/Ri

Il funzionamento a regime stazionario di una rete elettrica caratterizzato da ben


determinati valori delle correnti nei vari lati, e dei potenziali dei vari nodi: analizzare o
risolvere una rete significa determinare tali correnti e tali potenziali (o pi spesso le
tensioni fra le varie coppie di nodi).
Per le reti di tipo lineare (in pratica costituite da rami assimilabili a bipoli lineari)
esistono metodi di studio per via algebrica del tutto generale, date che siano
naturalmente le caratteristiche elettriche dei singoli bipoli oltre che lo schema delle loro
connessioni, e cio nota che sia l'intera struttura della rete.
Se lo studio limitato alla determinazione delle correnti o delle tensioni di alcuni
soltanto dei bipoli componenti, si parla danalisi parziale della rete.
In ogni caso lo strumento basilare dello studio costituito dall'impiego delle due leggi
di Kirchhoff, sia per applicazione diretta, sia pi spesso secondo forme e metodi
particolari rivolti a semplificare e a snellire i calcoli.
Ai principi di Kirchhoff si affianca la legge specifica dei singoli bipoli rappresentata
dalla legge di Ohm generalizzata.
Analisi delle reti mediante i principi di Kirchhoff
Per una rete elettrica comunque conformata e comunque estesa valgono le note leggi
o principi di Kirchhoff che rappresentano le leggi fisiche cui obbediscono tensioni e
correnti delle reti.
Primo principio
"In ciascun nodo la somma algebrica delle correnti uguale a zero" a I = 0
Nella somma algebrica, le correnti che entrano nel nodo vanno considerate di segno
opposto a quello delle correnti che nagiscono.
Secondo principio
"In ciascun nodo la somma algebrica delle correnti uguale a zero" a V = 0
Prestabilito un verso di percorrenza della maglia, e assunte inoltre come positive le
cadute ohmiche dovute a correnti concordi col verso di percorrenza e negative le altre,
questenunciato pu essere scritto anche nella seguente forma: a E = a RI la quale
indica che: "In ciascuna maglia la somma algebrica delle f.e.m. uguale alla somma
algebrica delle cadute ohmiche"
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I due principi di Kirchhoff, nelle forme sopra enunciate, consentono di scrivere, per
qualsiasi rete elettrica, un numero n dequazioni fra loro indipendenti, tante quante sono i
lati l della rete. Se le incognite, come normalmente avviene, sono rappresentate dalle
correnti dei vari lati, il sistema dequazioni che pu essere impostato consente quindi di
determinare unicamente, in valore e segno, tali correnti incognite.
Una volta determinate le correnti, si rende possibile il calcolo delle rimanenti incognite
della rete che sono rappresentate, ancora in numero di l, dalle tensioni che si stabiliscono
fra i due terminali di ciascun ramo: chiaro, infatti, che una rete elettrica formata da l
rami si presenta sempre, in generale, con un numero complessivo di incognite pari a 2l;
incognite che sono costituite dall'insieme delle correnti e delle tensioni relative a ciascuno
dei rami della rete.
Note le correnti, per il calcolo delle tensioni si fa ricorso alla legge di Ohm
generalizzata, che fornisce per ciascuno dei bipoli costituenti i vari lati una relazione del
tipo: V+aE=aRI ove come unica incognita sia ha precisamente la tensione V esistente
fra gli estremi del lato. L'applicazione pratica del metodo di Kirchhoff richiede, come
condizione essenziale, l'indipendenza delle equazioni che figurano nel sistema risolvente.
Tale indipendenza assicurata se: nell'applicazione del primo principio si scelgono
tutti e soli i nodi sui quali converge almeno uno dei lati non precedentemente considerato
nellapplicazione del secondo principio si scelgono tutte e sole le maglie che contengono
almeno un lato non precedentemente considerato.
In base a ci nell'applicare il primo principio baster prendere in considerazione (una
sola volta) tutti gli n nodi della rete meno uno, per scrivere (n-1) equazioni ai nodi;
nell'applicare invece il secondo principio per impostare le rimanenti l- (n-1) equazioni
indipendenti, converr di volta in volta contrassegnare i lati utilizzati cos da rendere
direttamente riconoscibili quelle maglie della rete che presentano almeno un lato non
ancora utilizzato: il sistema di equazioni sar completo quando tutti i lati, secondo tale
procedimento, risulteranno contrassegnati.
Teorema di Millman
Il metodo dei potenziali di nodo trova un caso particolare dapplicazione molto
importante nelle reti binodali, vale a dire in tutte quelle reti che sono costituite da tanti
rami derivanti tutti fra due soli nodi come A e B della figura. Per reti di questo tipo si ha
una sola equazione di potenziale di nodo, che si presenta nella forma:
(G1 + G2 + ... + Gn) VA = IC1 + IC2 + ... ICn
Se si assume il nodo B come riferimento, e se ciascun ramo viene considerato sotto la
forma di generatore di corrente. I coefficienti G1, G2, ..., Gn sono quindi le conduttanze di
ciascuno dei rami derivanti, mentre i termini a secondo membro rappresentano le
correnti di generatore presenti in tali rami.

Poich si ha VB=0 possibile scrivere VAB=VA-VB=VA


Dalla (G1+G2+...+Gn)VA=IC1+IC2+...ICn si ricava allora la importante relazione
VAB=(IC1+IC2+...+ICn)/(G1+G2+...+Gn)
Che consente di calcolare direttamente la tensione fra due nodi A e B della rete.
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Naturalmente se, come in figura, i rami derivati sono costituiti da generatori di tensione
la relazione ancora valida purch i termini a numeratore si scrivano nella forma:
IC1=G1E1=E1/R1

IC2=G2E2=E2/R2

ICn=GnEn=En/Rn

avendo indicato con E1, E2, ..., En le f.e.m. inserite nei vari lati, e con R1, R2, ..., Rn le
resistenze dei medesimi. In questo caso conviene quindi porre
VAB=(G1E1+G2E2+...+GnEn)/(G1+G2+...+Gn)
Entrambe queste relazioni esprimono il teorema di Millman che pu essere cos
enunciato: "La tensione che si ha fra due nodi tra i quali sono derivati un numero
qualsiasi di rami fra loro in parallelo data dal rapporto fra la somma algebrica delle
correnti di cortocircuito dei singoli rami e la somma delle conduttanze dei rami stessi"; e
di fatti ciascuna dei termini a numeratore delle relazioni esprime precisamente la
corrente che si stabilirebbe nel ramo in cui si riferisce qualora i due nodi A e B venissero
collegati fra loro in cortocircuito.
Metodo della sovrapposizione degli effetti
Anche se i metodi d'analisi fin qui esaminati sono del tutto sufficiente per risolvere i
problemi relativi alle reti elettriche, il loro impiego pratico per lo studio di reti complesse
potrebbe rivelarsi alquanto laborioso per l'elevato numero dequazioni del sistema
algebrico risolvente.
Si sono perci sviluppati altri metodi di studio, che consentono di procedere
speditamente, specie se si tiene conto che non sempre richiesta l'analisi completa di
una rete elettrica, ma in molti casi sufficiente unanalisi parziale, finalizzata ad esempio
al calcolo di una sola corrente. Uno di questi metodi basato sul principio di
sovrapposizione degli effetti.
Questo fondamentale principio afferma in generale che: "In un sistema fisico di
caratteristiche lineari, l'effetto prodotto da pi cause concomitanti pari alla somma
algebrica degli effetti prodotti singolarmente da ciascuna causa".
Applicato alle reti elettriche lineari, il principio di sovrapposizione pu essere cos
enunciato: "In una rete elettrica lineare alimentata da pi generatori, la corrente e la
tensione che interessano ciascun lato sono date dalla somma algebrica delle correnti e
delle tensioni che sono prodotte in quel lato da ogni singolo generatore agente da solo"
A titolo desempio si consideri la semplice rete, come in figura, dalla quale si vogliano
determinare la corrente I e la tensione VAB del ramo centrale. In base al principio di
sovrapposizione degli effetti, queste due grandezze sono esprimibili per mezzo delle
seguenti relazioni:
I=I'+I"; VAB=V'AB+V"AB

Ove la corrente I' e la tensione V'AB sono la corrente e la tensione che si hanno nel
ramo considerato quando nella rete agisce soltanto il primo generatore (in pratica il
generatore di corrente) conformemente allo schema in figura a; la corrente I" e la
tensione V"AB sono invece la corrente e la tensione che interessano lo stesso ramo
quando agisce soltanto il secondo generatore, conformemente allo schema della figura B.
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E' chiaro, naturalmente, che per consentire di volta in volta soltanto l'azione di un
singolo generatore occorrer sopprimere contestualmente l'azione di tutti gli altri,
ponendo per essi la condizione E=0 se si tratta di generatori di tensione e Ic=0 se si
tratta di generatori di corrente: all'atto pratico bisogner quindi sostituire con un
cortocircuito le f.e.m. da sopprimere e con uninterruzione le correnti di generatore,
lasciando invece presenti nella rete le resistenze interne e le conduttanze interne di
ciascuno dei generatori soppressi.
Il principio di sovrapposizione degli effetti, pu costituire in molti casi un prezioso
ausilio nello studio e nellinterpretazione del funzionamento di una rete lineare.
E' del tutto evidente, infatti, la notevole semplificazione concettuale e pratica che si
pu conseguire dovendo valutare non l'effetto complessivo di tanti generatori che
agiscono contemporaneamente, bens l'effetto di un singolo generatore per volta.
Principio del generatore equivalente
Si consideri come in figura A una rete elettrica che fa capo a due morsetti A e B
(attraverso i quali la rete pu essere connessa con un semplice bipolo passivo esterno, o
pi in generale con un'altra porzione di rete qualsiasi).
La rete considerata sia costituita da generatori di tensione, da generatori di corrente e
da resistenze, comunque collegati fra loro: il principio del generatore equivalente
stabilisce che la rete facente capo ai morsetti A e B pu essere sostituita da un
generatore di tensione (di caratteristiche opportune) o da un generatore di corrente,
come schematizzato nelle figure B e C, senza con ci alterare il funzionamento del
circuito che collegato in A e B esternamente ad essa.

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Teorema di Thvenin
Le caratteristiche del generatore equivalente di tensione sono stabilite dal seguente
teorema: "Una rete elettrica lineare si comporta, rispetto a due suoi punti A e B qualsiasi,
come un generatore di tensione che presenta una f.e.m. di valore uguale alla tensione
VAB0 esistente (a vuoto) fra quei due punti, e che ha una resistenza interna di valore
uguale alla resistenza vista dagli stessi punti della rete"
Per determinare la f.e.m. del generatore equivalente Eeq si dovr dunque considerare
la rete nella sua condizione di funzionamento a vuoto, vale a dire nella condizione di
circuito esterno aperto (o staccato) perci sia I=0, come in figura: in questa condizione si
calcola la tensione VAB0 e si pone Eeq=VAB0

Analogamente, per la resistenza interna del generatore equivalente si porr Req=RAB0 e


si calcoler cio la resistenza che la rete offre tra i due punti A e B in assenza di circuito
esterno, con le f.e.m. interne corto-circuitate e con le correnti di generatore interrotte, e
cio con la rete resa passiva, come schematizzato in figura.

La dimostrazione del teorema di Thvenin basata sul concetto dequivalenza fra reti
elettriche a due morsetti: "Due reti si dicono equivalenti, rispetto a due morsetti se l'una
rete pu essere sostituita all'altra senza che cambi il funzionamento di un qualunque
circuito esterno collegato fra gli stessi morsetti".
In un sistema lineare, l'equivalenza di funzionamento cos definita sussiste purch le
due reti abbiano lo stesso comportamento in due sole condizioni di carico, quali ad
esempio il funzionamento a vuoto (I=0; VAB=VAB0) e il funzionamento in cortocircuito
(VAB0=0; I=ICC):
a) con riferimento alla prima condizione, poich in un generatore di tensione la d.d.p.
che si manifesta a vuoto fra i morsetti coincide col valore della sua f.e.m., per
l'equivalenza fra rete e generatore basta che risulti: Eeq=VAB0
b) con riferimento alla seconda condizione, poich nel generatore la corrente di
cortocircuito incontra la sua resistenza interna Req, per l'equivalenza fra rete e
generatore basta che tale resistenza risulti di valore uguale a quello che la stessa
corrente di cortocircuito incontra per attraversare l'interno della rete dal morsetto
A al morsetto B, e cio di valore uguale alla resistenza RAB0 vista fra tali due
morsetti guardando verso l'interno della rete.
Per verificare l'utilit di questo teorema nello studio parziale delle reti baster il
semplice esempio applicativo che segue. Sia data la rete in figura 1 e si voglia
determinare la corrente I che percorre il ramo AB.
Si pu immaginare di praticare le sezioni AC e BD, e di sostituire alle porzioni di rete
che si trovano alla sinistra di AC e alla destra di BD i rispettivi generatori equivalenti: cos
facendo, la rete di partenza si trasforma nello schema molto pi semplice riportato in
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figura 2 il quale permette di scrivere immediatamente la seguente relazione:

La f.e.m. e la resistenza interna del generatore equivalente si calcolano considerando i


circuiti A e B precedentemente raffigurati che forniscono rispettivamente:

Per il circuito A:

Per il circuito B:

Per il secondo generatore equivalente si dovr invece considerare i circuiti C e D dai


quali si ricavano

Teorema di Norton
Oltre che con un generatore di tensione, una rete elettrica facente capo a due punti
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pu essere sostituita anche con un generatore di corrente.


Le caratteristiche, che deve presentare questo tipo di generatore, sono indicate dal
Teorema di Norton che afferma: "Il generatore di corrente equivalente a una rete
collegata a due morsetti A e B caratterizzata da una corrente generata ICeq di valore
pari alla corrente IABcc che si stabilisce in un collegamento di cortocircuito praticato fra A e
B, e da una conduttanza interna Geq di valore pari alla conduttanza vista fra gli stessi
morsetti"

Come esempio dapplicazione di questo teorema si consideri la rete indicata in figura A


e se ne determini il generatore equivalente di Norton rispetto ai punti A e B, come
schematizzato in figura B: (si tratta in pratica di trasformare un generatore di tensione
nel corrispondente generatore di corrente).
Il valore della corrente ICeq di questo generatore quella che si stabilisce nel
collegamento di cortocircuito tra A e B come in figura A. Essa espressa dalla seguente
relazione:

La conduttanza interna Geq quella che appare fra i due morsetti A e B guardando
verso l'interno della rete (resa passiva). Nel caso in esame si ha (da figura B) la seguente
relazione:

Dal punto di vista applicativo, presenta un rilevante interesse la determinazione


sperimentale dei generatori equivalenti (di tensione o di corrente) di unassegnata rete a
due morsetti. Per la determinazione del generatore equivalente di tensione (Thvenin)
basta eseguire due prove a vuoto sulla rete, consistenti in due misure di tensione (tra i
due punti cui la rete fa capo) per mezzo di due voltmetri con diversa resistenza interna
RV1 ed RV2: se V1 e V2 sono le tensioni cos misurate si potr scrivere il sistema (nelle
incognite Eeq ed Req)
Per determinare il generatore equivalente di Norton basta eseguire due prove di
cortocircuito, consistenti in due misure di corrente per mezzo di amperometri a
conduttanza interna diversa GA1 e GA2: se I1 e I2 sono le correnti misurate si ha il sistema
(nelle due incognite ICeq e Geq)

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Potenza ed energia
Sotto il nome denergia di un sistema si denota la capacit che ha quel sistema di
trasformarsi compiendo un lavoro.
In base al principio della conservazione dell'energia, l'energia non pu mai aumentare
n diminuire ma solo trasformarsi o trasmettersi da un sistema ad un altro.
Il lavoro compiuto serve a valutare la quantit denergia trasformata o trasmessa.
L'energia si misura nella stessa unit in cui si misura il lavoro.
Nel sistema di misura SI tale unit il joule.
L'energia pu presentarsi sotto due forme fondamentali:

Cinetica: connessa all'inerzia dei corpi in movimento (in essa da includersi


l'energia termica, dovuta ai moti vibratori delle particelle costituenti la materia).
Potenziale: connessa ai sistemi che sono mantenuti in uno stato dequilibrio
forzato e che pertanto hanno la tendenza a mettersi in movimento.
Sono esempi denergia potenziale l'energia posseduta dai corpi sospesi soggetti
alla forza di gravit, l'energia dei corpi elastici deformati, e l'energia elettrica

In ogni fenomeno in cui avviene una trasmissione denergia di una data forma, oppure
una trasformazione denergia da una forma ad un'altra si chiama con il nome di potenza:
"La quantit denergia che si trasmette o si trasforma nell'unit di tempo"
Cos se un sistema trasmette a un altro sistema, nell'intervallo di tempo t, una
quantit di energia pari a W, si dir che: il primo sistema sviluppa e trasmette al
secondo, che la assorbe, la potenza

In altri termini, se un sistema sviluppa e l'altro assorbe la potenza P, ci significa che


nell'intervallo t il primo eroga e il secondo assorbe l'energia

Per poter valutare le potenze, necessario definire la potenza unitaria, ossia quella
che si assume per unit di misura della potenza. Se nella relazione

Si pone W=1J e t=1s risulta P=1J/s, e cio nel Sistema Internazionale (SI) l'unit di
potenza il joule/secondo, unit che viene denominata watt e indicata col simbolo W;
risulta quindi che

In pratica si usa spesso il multiplo kilowatt (kW) equivalente a 10 W.


Qualche volta si adotta pure, per misure di potenze rilevalnti, il megawatt (MW) che
6
9
equivale a 10 W, e il gigawatt (GW) corrispondente a 10 W e perci a mille megawatt.
Per misure di potenze piccolissime si usa invece il milliwatt (mW) pari a un millesimo
-3
-6
di watt (10 W), e il microwatt (mW), pari a un milionesimo di watt (10 W).
Quindi si pu dire che la potenza di 1 W compie nell'intervallo di tempo di 1 secondo
(s) il lavoro di 1 Joule (J), il che equivale a dire che 1 J corrisponde al lavoro di 1 Ws
(wattsecondo).
La stessa potenza di 1 W nel tempo di 1 ora (h) compie il lavoro di 3600 J, ossia 3600
Ws: questo lavoro si indica con il nome di wattora (Wh).
Analogamente si usa comunemente l'unit di energia kilowattora (kWh) prendendo
come unit di potenza il kilowatt, e come unit di tempo l'ora (h).
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Potenza elettrica
In ogni processo in cui l'energia elettrica (e cio l'energia delle cariche elettriche) si
genera con spesa di energia di altra forma, o si trasmette per trasformarsi a sua volta in
altra energia, si dovr indicare con il nome di potenza elettrica (rispettivamente
generata, trasmessa, assorbita) la quantit di energia elettrica che si mette in gioco
nell'unit di tempo.
Il lavoro elettrico che si mette in gioco nel trasferimento dell'unit di carica tra due
punti qualsiasi corrisponde, per definizione, alla tensione elettrica V che esiste fra questi
due punti.
Dato che in un circuito percorso da corrente accade, in ogni intervallo t, un
trasferimento di cariche Q pari in valore al prodotto dellintensit I di tale corrente per la
durata t, si comprende che la potenza elettrica rester determinata dalle relazioni:

Essendo W = V Q l'energia messa in gioco dalle cariche nell'intervallo t.


In generale un circuito elettrico che presenta agli estremi una tensione costante V ed
percorso da una corrente costante I, eroga oppure assorbe (a seconda dei casi) la
potenza elettrica espressa, in watt, dal seguente prodotto:

P =V I

Se il circuito rimane in funzione per un assegnato intervallo t, esso eroga oppure


assorbe unenergia che espressa, in joule, dalle seguenti relazioni:

W = P t = V I t = V Q
Essendo Q = I t la quantit delettricit che attraversa il circuito nell'intervallo di
tempo.

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Legge di Joule
Sia dato un conduttore, di resistenza elettrica R, percorso da una corrente dintensit
I.

La legge di Ohm, applicata a questo conduttore, espressa dalla relazione V=RI, se


con V si indica la tensione fra gli estremi del conduttore considerato come in figura 1
2

P = RI

Figura 1 - Resistenza elettrica R percorsa dalla corrente I


La potenza che il conduttore assorbe dalla rimanente parte del circuito cui appartiene
data dal prodotto: P=V I
Sostituendo a V il valore di RI fornito dalla legge di Ohm, la potenza assorbita rimane
espressa dalla seguente relazione:
2
P=VI=RII=RI
Si pu osservare subito che questo risultato indipendente dal verso che la corrente
2
ha nel tratto di conduttore considerato, perch il prodotto RI si mantiene in ogni caso
positivo. Inoltre, la potenza P proporzionale alla resistenza R del conduttore e al
quadrato della corrente I che lo percorre.
Come noto, la resistenza elettrica deriva dall'attrito interno che si oppone allo
spostamento degli elettroni nel filo metallico (cio alla corrente): perci evidente che la
potenza elettrica P altro non pu essere se non la potenza che resta impegnata a
produrre lo spostamento degli elettroni contro le resistenze passive che li frenano: tale
potenza si trasforma in calore, ed ci che l'esperienza conferma (effetto joule).
Il fisico Joule (a sinistra), per primo determin con
accurate esperienze la quantit di calore che si sviluppa
quando una corrente attraversa un conduttore di resistenza
nota, e giunse cos a enunciare la seguente legge, nota
appunto sotto il nome di legge di joule: "In un tratto di
circuito di resistenza elettrica R, percorso da una
corrente di intensit costante I, si sviluppa, ad ogni
secondo una quantit di calore equivalente alla
2
potenza elettrica P= RI "
Talvolta conviene esprimere la potenza dissipata per
effetto Joule in funzione della tensione V agente ai capi della
resistenza R come in figura 2.
2

P = V /R

Figura 2 - Resistenza elettrica R alimentata alla tensione V (U nel disegno)


Avendosi in tal caso I=V/R l'espressione della potenza assume la forma:
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V2
P =V I =
R
L'effetto Joule utilizzato, in particolare, oltre che in taluni forni industriali, nelle
lampade ad incandescenza e in tutti gli apparecchi elettrici di riscaldamento a resistenza
(ferri da stiro, stufe, bollitori, scaldabagni ecc.).
In questi apparecchi interessa concentrare la resistenza riscaldante nel minor spazio
compatibile con la potenza dell'apparecchio e con le esigenze relative alla massima
temperatura di esercizio che si vuol realizzare; tali resistenze vengono costruite in fili o
nastri di metalli o di leghe speciali ad alta resistivit atte a sopportare, senza ossidarsi o
corrodersi, la temperatura di regime che deve essere raggiunta: cos nelle lampade a
incandescenza si usano filamenti di tungsteno, sotto vuoto o in gas inerte; nei comuni
apparecchi di riscaldamento sono invece usate leghe di nichelcromo.
In tutte queste applicazioni la quantit di calore Qc che viene prodotta per effetto
Joule in un tempo t prefissato si calcola immediatamente ricordando che in ogni
trasformazione di energia in calore, la quantit di energia di 1 kWh produce una quantit
di calore pari a 860 kcal: ne consegue che entro un apparecchio elettrotermico che
assorbe una potenza elettrica P (kW), nel tempo di t ore viene generata una quantit di
calore espressa dalla seguente relazione:
Qc (kcal) = 860 x P (kW) x t (h)
Nei circuiti elettrici che hanno tutt'altro scopo che quello di produrre del calore,
l'effetto Joule rappresenta sempre una inevitabile perdita di potenza, che va a detrimento
del rendimento dell'impianto.
Nei circuiti interni delle macchine elettriche, e lungo i fili delle linee di
trasmissione dell'energia, si deve contenere questa perdita di potenza entro
limiti tollerabili, proporzionando adeguatamente la sezione dei conduttori,
anche al fine di contenere le sopraelevazioni di temperatura al disotto di quei
valori oltre i quali sarebbe compromessa la buona conservazione degli
isolamenti.
Bilancio delle potenze nei generatori
Si consideri un generatore elettrico avente una f.e.m. costante E e resistenza interna
Ri, come in figura.

Se si ricorda che la f.e.m. definita come il lavoro elettrico che corrisponde al


trasferimento dell'unit di carica dal polo negativo al polo positivo, si comprende che, se
il generatore viene attraversato nel verso della f.e.m. da una corrente I vuol dire che
esso imprime a tale corrente unenergia al secondo, e cio una potenza, pari al prodotto
E x I.
Ne segue che: "La potenza generata da un generatore elettrico rappresentata
dal prodotto della sua f.e.m. E per la corrente I che esso eroga".
Indicando questa potenza con Pg si avr quindi (in watt) Pg=E I
Se il circuito interno del generatore fosse privo di resistenza (e non provocasse quindi
alcuna dissipazione denergia elettrica in calore) l'intera potenza generata Pg sarebbe
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assunta come energia delle cariche elettriche uscenti dal morsetto positivo del
generatore.
D'altra parte, la presenza di una certa resistenza interna Ri provoca una caduta di
tensione interna pari a Ri I e la tensione disponibile ai morsetti si riduce al valore
UAB = VAB = E - Ri I
Corrispondentemente la potenza elettrica P che esce effettivamente dal generatore e
che assorbita dal circuito esterno determinata dalla seguente relazione
2

P = VAB I = E I - Ri I

Si pu dunque affermare che la potenza erogata da un generatore data dal prodotto


della tensione ai morsetti per la corrente, ed uguale alla potenza elettrica che esso
genera diminuita dalla perdita interna per effetto Joule
2

Pi = Ri I

Il rapporto fra la potenza erogata P e la potenza generata Pg definisce il rendimento


del generatore. E in pratica

Il valore della corrente I che erogata dal generatore dipende dal valore della
resistenza esterna R in base alla relazione

Per valori diversi della resistenza R, diverse risultano le condizioni di lavoro del
generatore e, in particolare, diverse sono le perdite interne e il rendimento: se la
resistenza di carico elevata, minore sar la corrente erogata, minori risulteranno le
perdite interne e maggiore sar il rendimento; il contrario avviene se la resistenza R
presenta valori ridotti.
La massima corrente che un generatore pu erogare, senza che il rendimento scenda
al di sotto di un valore prefissato, dipende dalle sue dimensioni costruttive.
Cos ogni generatore caratterizzato dalla sua f.e.m. e dalla massima
corrente che esso pu erogare con un dato rendimento, la quale designata
come la corrente di pieno carico o corrente nominale In del generatore.
Se il generatore eroga una corrente maggiore, si dice che esso lavora in sovraccarico.
In tali condizioni il rendimento diminuisce tanto pi quanto maggiore il sovraccarico,
e la buona conservazione del generatore pu risultare compromessa in conseguenza della
eccessiva sopraelevazione di temperatura provocata dalle maggiori perdite.

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Potenza assorbita da una f.c.e.m.


Si consideri un generatore AB avente f.e.m. E e resistenza interna Ri, che si trovi
collegato in opposizione a un altro generatore avente f.e.m. E1 maggiore di E, e
resistenza interna Ri1.

In tal caso la corrente circola nel verso della f.e.m. prevalente, e perci nel verso
opposto all'altra, la quale agisce pertanto come una forza controelettromotrice (f.c.e.m.).
Posto quindi E1>E, nel circuito chiuso formato dai due generatori si costituisce una
corrente I espressa dalla seguente relazione

Essendo RT la somma di tutte le resistenze dell'intero circuito.


Nel generatore AB la corrente entra dal morsetto a potenziale maggiore VA ed esce da
quello a potenziale minore VB: ci significa che questo generatore assorbe la potenza
Pa = VAB I
D'altra parte se la corrente I entra per il morsetto positivo di questo generatore vuol
dire che la tensione VAB vince la f.c.e.m. E che la contrasta e vince in pi la caduta
interna Ri I. Si ha cos
VAB = E + Ri I
Corrispondentemente anche la potenza elettrica assorbita Pa viene a suddividersi nei
due termini della somma:
2
Pa = VAB I = E I +Ri I
Il secondo termine rappresenta la potenza:
2

Pi = Ri I

Che dissipata in calore per effetto joule nella resistenza interna Ri.
Il primo termine PE=EI esprime invece la potenza elettrica che resta impegnata a
vincere la f.c.e.m. che contrasta la corrente, in altre parole rappresenta la potenza
assorbita da questa f.c.e.m..
Questa potenza elettrica deve trasformarsi in energia d'altra forma, attraverso quello
stesso processo fisico da cui prende origine la f.c.e.m.: ad esempio, nel circuito interno di
un motore elettrico si origina una f.c.e.m. che si oppone alla corrente; l'energia elettrica
che occorre spendere per vincere questa f.c.e.m si trasforma in energia meccanica che
viene trasmessa all'asse del motore.

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Il campo elettrico
Sono chiamati fenomeni elettrostatici tutti quei fenomeni elettrici che sono prodotti
nello spazio (e nei corpi che vi sono immersi) dalle cariche elettriche libere, positive o
negative, che si trovano in equilibrio statico (vale a dire ferme) sui corpi comunque
elettrizzati. Se si ricorda che, in base alla legge di Coulomb, le cariche elettriche agiscono
mutuamente le une sulle altre con delle attrazioni e repulsioni reciproche le quali si
esercitano in tutte le direzioni che si irradiano da ciascuna di esse, si intuisce che le
azioni elettriche non si manifestano solo in seno ai corpi nei quali sono contenute, ma si
estendono invece e investono l'intero spazio circostante: l'esperienza prova infatti che
tutte le azioni elettriche si esercitano a distanza anche attraverso lo spazio vuoto senza
l'intervento di nessuna continuit materiale che debba trasmetterle.
Una carica elettrica puntiforme, positiva o negativa, agisce radialmente in tutte le
direzioni su tutte le altre cariche che si trovano immerse nell'intero spazio circostante:
essa respinge tutte le cariche deguale segno e attrae invece le cariche di segno opposto.
Si esprime questo fatto dicendo che ogni carica positiva o negativa, considerata a s
produce, nell'intero spazio circostante in cui immersa, un campo elettrico.
Inversamente ogni carica elettrica, positiva o negativa, si trova sempre soggetta ad
una forza che la risultante delle attrazioni e delle repulsioni che essa risente dalle
singole cariche elementari circostanti. Questo fatto pu essere espresso affermando che
ogni carica elettrica subisce l'azione del campo elettrico risultante dall'azione dei campi
propri di tutte le cariche rimanenti. Generalizzando i concetti esposti, si definisce come
campo elettrico: "Ogni regione dello spazio in cui si manifestano delle forze elettriche, in
pratica ogni regione dello spazio in cui ogni carica elettrica che vi immersa si trova
soggetta ad una forza che tende a muoverla secondo una direzione determinata".

Intensit del campo

L'esistenza o meno di un campo elettrico in una data regione dello spazio pu essere
rivelata sperimentalmente per mezzo di una carica elettrica di prova che venga posta di
seguito nei vari punti della regione considerata. Nei punti in cui tale carica di prova
soggetta ad una forza, qui esister un campo elettrico, il quale sar considerato tanto pi
intenso quanto pi intensa la forza rilevata.
Per esprimere una misura dellintensit del campo elettrico si fa riferimento alla forza
che agisce sulla carica di prova unitario positivo. Quindi se F il vettore che individua in
ampiezza, direzione e verso la forza che agisce su una carica di prova di valore generico
Q, si sosterr che nel punto in cui tale carica stata collocata esiste un campo la cui
intensit rappresentata dal vettore K definito dalla seguente relazione

L'intensit del campo elettrico pertanto definita in valore e verso dal vettore K che
rappresenta la forza coulombiana che il campo esercita sull'unit di carica positiva
idealmente concentrata nel punto considerato.
L'unit di misura dell'intensit di campo il newton a coulomb (N/C).
Ove sia noto il vettore K nei vari punti del campo elettrico, possibile determinare in
valore e verso le forze meccaniche che agiscono su cariche elettriche di valore Q qualsiasi
supposte concentrate in tali punti. Dette forze F sono date dalla seguente relazione

Gli effetti che sono prodotti dall'azione di queste forze dipendono naturalmente dal
grado di mobilit delle cariche che le risentono: in particolare se una carica positiva o
negativa si trova immersa in un campo elettrico qualunque ed perfettamente libera di
muoversi, essa descrive una traiettoria ben definita rappresentata dalla linea che ha per
tangente nei vari punti la direzione assunta in quei punti dalla forza che la trascina:
questa linea prende il nome di linea di forza del campo.
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Per mezzo delle linee di forza possibile dare una rappresentazione grafica della
conformazione del campo elettrico. In una siffatta rappresentazione si assume
convenzionalmente come verso positivo delle linee di forza il verso in cui sono sollecitate
a muoversi le cariche positive.

Figura A: le linee di forza convergono su una sfera elettrizzata negativamente

Figura B: le linee di forza divergono da una sfera elettrizzata positivamente


Ad esempio il campo elettrico prodotto da una sfera elettrizzata isolata nello spazio si
rappresenta rispettivamente come in figura A e B secondo che la sfera porti degli
elettroni in eccesso oppure in difetto, e cio secondo che la sfera sia elettrizzata
negativamente o positivamente: nel primo caso il verso delle linee di forza converge sulla
sfera perch tale il verso in cui essa tende ad attrarre le cariche elementari positive
situate in punti come P nello spazio circostante; nel secondo caso invece il verso delle
linee di forza diverge dalla sfera elettrizzata positivamente perch le cariche elementari
positive dello spazio circostante vengono respinte. In generale si pu dire che le linee di
forza elettriche divergono sempre dai corpi elettrizzati positivamente e convergono sui
corpi elettrizzati negativamente.

Il campo elettrico uniforme

Ogni processo delettrizzazione dei corpi avviene sempre per separazione di un certo
numero di cariche elementari positive e negative inizialmente compenetrate fra loro a
costituire lo stato elettricamente neutro.
Ne segue che per produrre nello spazio un campo elettrostatico necessario disporre
di almeno due corpi ad uno dei quali venga sottratto un certo numero di elettroni per
comunicarli in eccesso all'altro.
In generale i corpi interessati a questo trasferimento di cariche sono costituiti da due
(o pi corpi metallici isolati ai quali si da comunemente il nome di armature del campo:
dalla forma e posizione reciproca di tali armature dipende la distribuzione spaziale del
vettore campo elettrico K e cio l'andamento delle linee di forza del campo. Il caso pi
semplice rappresentato dal campo elettrico a geometria piana che si pu ottenere
collegando ai due poli opposti di un generatore elettrico, di f.e.m. E, due armature piane
A e B, destensione illimitata, disposte parallelamente l'una all'altra alla distanza d e
separate fra loro da un qualunque mezzo fisico isolante come in figura.
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Nell'atto in cui si chiude l'interruttore S, il generatore sposta verso l'armatura B


connessa al polo negativo, un certo numero di elettroni i quali vanno a costituire su di
essa una carica negativa -Q avente un certo potenziale VB; contemporaneamente
sull'altra armatura A si scoprono altrettante cariche elementari positive che nel loro
insieme costituiscono la corrispondente carica positiva +Q con potenziale VA.
Questo processo, si arresta, quando l'entit e la distribuzione delle cariche elettriche
cos disgiunte sono tali da produrre una d.d.p. VAB=VA-VB pari al valore della tensione E
fornita dal generatore. Dopo di ci il generatore pu essere staccato dai due piani A e B,
su ognuno dei quali permane fissa e in equilibrio la rispettiva carica Q, e quindi
permane anche la d.d.p. VAB agente fra le due armature.
Data la mobilit delle cariche elettriche nei conduttori facile intuire che a equilibrio
raggiunto le due cariche +Q e -Q risultano uniformemente distribuite sulle superfici
contrapposte delle due armature: in queste condizioni, se nello spazio interposto si
colloca un corpuscolo elettrizzato con una piccola carica di prova +Qp, questo respinto
da tutte le cariche deguale segno distribuite sui singoli elementi superficiali del piano A
ed contemporaneamente attratto dalle corrispondenti cariche di segno opposto
distribuite sul piano B. Il corpuscolo considerato pertanto soggetto ad un sistema di
forze coulombiane la cui risultante F diretta ortogonalmente dall'armatura positiva A a
quella negativa B.
Sotto l'azione di questa forza il corpuscolo, posto inizialmente a contatto dell'armatura
positiva va senz'altro a cadere su quella negativa seguendo una traiettoria rettilinea.
Altrettanto accade se il corpuscolo di prova posto in ogni altro punto del campo
compreso fra i due piani: escluse solo le regioni prossime ai bordi, nel caso darmature
destensione finita, dove le traiettorie sincurvano come in figura b).
Nel caso considerato, fra i due piani si costituisce dunque un campo elettrico a linee di
forza rettilinee e parallele, e la forza che sollecita la carica Qp costante in tutti i punti: si
ha perci un campo elettrico uniforme.
Se si ricorda che il vettore intensit di campo K rappresenta la forza che agisce sulla
carica di valore unitario, si pu concludere che la d.d.p. VAB che si stabilisce fra le due
armature deve corrispondere al lavoro sviluppato dal vettore K quando sposta la carica
unitaria da un'armatura all'altra, e deve perci valere la relazione
VAB = k d
Ne risulta, inversamente, che in un campo elettrico uniforme prodotto fra due
armature A e B poste alla reciproca distanza d e fra le quali sia applicata una tensione
VAB, il valore dellintensit del campo dato dal rapporto: K=VAB/d
Pu essere espresso in volt al metro (V/m), oltre che in newton al coulomb. Infatti,
risulta

Se in luogo di due piatti metallici, si pongono due sfere S1 e S2, le linee di forza del
campo elettrico assumono l'andamento indicato in figura, il quale dalla sovrapposizione
dei due campi radiali relativi ad ogni singola sfera. Un corpuscolo elettrizzato
positivamente posto ad esempio in P, soggetto ad una forza repulsiva F1 da parte della
sfera positiva S1 e ad una forza attrattiva F2 da parte della sfera negativa S2: esso tende
pertanto a muoversi per un piccolo intervallo nella direzione della forza risultante F. Ma
non appena esso giunto in un punto vicino P' le due forze che lo sollecitano mutano di
direzione e di intensit perch variata la distanza del corpuscolo dalle due sfere, e
precisamente la forza F1 diminuisce e assume un nuovo valore F'1 e la F2 aumenta per
assumere il valore F'2; la forza risultante assume cos il valore e la direzione F'.
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Procedendo in tal modo punto per punto, si riconosce che se il corpuscolo considerato
inizialmente accostato alla sfera positiva esso condotto dal campo elettrico a cadere
sulla sfera negativa, seguendo precisamente traiettorie del tipo rappresentato in figura
dalle linee di forza del campo.
Da quanto accennato, discende la seguente importante conclusione: le linee di forza di
un campo elettrico sono sempre delle linee limitate che congiungono con i loro estremi,
senza mai intrecciarsi, le superfici dei corpi sui quali sono distribuite le cariche di segno
opposto che producono il campo. Ogni linea di forza parte sempre da un corpo
elettrizzato positivamente e termina su un altro corpo elettrizzato negativamente.

Propriet dei conduttori elettrizzati

Se si ricorda che ogni campo elettrostatico per definizione riferita a una distribuzione
di cariche elettriche in equilibrio, e cio ferme, ne discende che in ogni conduttore
comunque elettrizzato, il campo elettrico, deve essere necessariamente nullo in tutti i
punti interni alla superficie che lo delimitano. Si supponga, infatti, per assurdo, che ci
non sia vero; in tal caso il campo elettrico agente nella massa del conduttore vi
promuoverebbe senz'altro un certo movimento degli elettroni liberi; ma rimanendo
invece ferme le cariche si deve concludere che nessun campo agisce su di esse.
Inoltre, le cariche di elettrizzazione possono distribuirsi soltanto sulla superficie del
conduttore, e mai possono penetrare all'interno: una carica che potesse penetrare
all'interno del conduttore dovrebbe produrre un campo elettrico nello spazio ad essa
circostante; ma, come si visto, nei punti interni alla superficie dei conduttori elettrizzati
staticamente il campo deve risultare nullo.
Queste considerazioni permettono di affermare che la conformazione dei campi
elettrostatici soddisfa in ogni caso alle quattro condizioni seguenti
1) Nei conduttori elettrizzati staticamente, le cariche elettriche Q sono distribuite e
affiorano tutta sulla superficie esterna mentre all'interno si ha Q=0;
2) All'interno di un conduttore elettrizzato staticamente si ha sempre K=0, in pratica
nullo il campo dogni punto;
3) Il campo prodotto dal conduttore elettrizzato presenta linee di forza tutte orientate
verso l'esterno in direzione normale alla superficie: se cos non fosse, il vettore K
ammetterebbe la componente tangenziale Kt che farebbe spostare le cariche; il
campo K deve quindi coincidere necessariamente con Kn;
4) Fra ogni coppia di punti di un conduttore elettrizzato, non pu esistere mai alcuna
differenza di potenziale perch diversamente, nel conduttore potrebbe manifestarsi
un movimento delle cariche: la superficie del conduttore delimita un volume i cui
punti hanno tutti lo stesso potenziale Vs ed essa stessa una superficie
equipotenziale.

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Dalle propriet indicate in particolare che l'equilibrio elettrico di un conduttore


elettrizzato non alterato, se simmagina di scavare internamente il conduttore fino a
ridurlo ad un involucro anche sottilissimo: nell'interno di questinvolucro il campo elettrico
rimane sempre nullo, qualunque sia la carica elettrica distribuita sulla superficie esterna,
vale a dire qualunque sia l'intensit del campo elettrico nello spazio esterno all'involucro.
Si pu quindi affermare che un involucro metallico completamente chiuso costituisce un
vero schermo elettrico, il quale protegge l'intera regione interna dalle azioni di tutti i
campi elettrici esterni (schermo di Faraday).

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Condensatori elettrici
Ogni coppia di conduttori isolati, l'uno rispetto all'altro fra il quale esiste o si pu
stabilire un campo elettrico costituisce un sistema il qual denominato condensatore. I
due corpi sui quali si distribuiscono le cariche elementari disgiunte che producono il
campo prendono il nome darmature del condensatore. Le due armature sono separate
l'una dall'altra da un dielettrico che pu essere il vuoto oppure, pi comunemente, l'aria o
un qualunque materiale isolante solido o liquido.

Figura 1 - Schemi simbolici della capacit o del condensatore


Un singolo conduttore isolato, come ad esempio una sfera A (Fig.2) pu essere
considerato come l'armatura di un condensatore di cui l'altra armatura rappresentata
dal suolo e da tutti gli altri corpi circostanti come B appoggiati o connessi a terra. Se si
collega il corpo isolato a uno dei poli del generatore, collegando l'altro polo a terra, si
costituisce un campo elettrico le cui linee di forza si svolgono nello spazio fra il corpo
isolato e tutti i conduttori circostanti connessi a terra: dopo che il campo si costituito,
esso permane anche togliendo i collegamenti col generatore perch le cariche elementari
che affiorano libere sul corpo isolato senza poterlo abbandonare attraggono e tengono in
equilibrio le cariche di segno opposto che affiorano sulle superfici di tutti i corpi
circostanti.

Figura2 - Formazione del campo elettrico fra un corpo isolato ed altri connessi al suolo
In definitiva si pu concludere che ogni campo elettrico si svolge sempre fra le due
armature di un condensatore, sulle quali siniziano e terminano tutte le linee di forza del
campo: la qualit di cariche elementari positive (o negative) complessivamente
distribuite rispettivamente sull'una (o sull'altra) armatura costituisce la carica elettrica Q
del condensatore la quale viene misurata in coulomb.
Evidentemente la carica positiva di una delle armature sempre uguale in valore alla
carica negativa dell'altra: si esprime quanto fatto dicendo che sulle due armature del
condensatore si hanno due cariche elettriche uguali ed opposte. In tali condizioni, fra le
due armature esiste una certa d.d.p. la quale costituisce la tensione elettrica V
corrispondente alla carica Q che si trova addensata sulle due armature del condensatore.
La quantit totale di elettricit Q che un condensatore assume sulle armature, positiva
da una parte e negativa dall'altra, sotto una tensione assegnata e costante, di valore V,
varia da un condensatore a un altro con la forma, l'estensione, e la posizione reciproca
delle armature, e inoltre anche con la natura del dielettrico interposto. In altri termini
due o pi condensatori diversi, caricati tutti alla stessa d.d.p. V, assumono e trattengono
sulle rispettive armature delle quantit di elettricit differenti e cio un diverso numero di
coulomb.
Si esprime brevemente questo fatto dicendo che i diversi condensatori hanno una
capacit diversa, e precisamente una capacit maggiore quelli che per una tensione
assegnata assumono sulle armature una maggiore quantit di cariche elementari, e
capacit minore invece quelli che assumono una quantit di elettricit minore.
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Si pu inoltre rilevare sperimentalmente che, per un dato condensatore, la quantit di


elettricit Q che il condensatore presenta sulle sue armature e la corrispondente d.d.p. V
che intercede fra un'armatura e l'altra cresce e diminuiscono in proporzione.
Ne segue che, comunque si vari lo stato di carica di un condensatore, il rapporto fra la
quantit di elettricit Q che si trova sulle armature e la corrispondente tensione elettrica
V che intercede fra un'armatura e l'altra rimane sempre costante, e costituisce pertanto
una grandezza fisica caratteristica che ha un valore proprio e specifico per quel singolo
condensatore.
Alla grandezza cos definita si assegna il nome di capacit elettrostatica C del
condensatore, e si pone senz'altro: C=Q/V
La capacit di un condensatore esprime dunque la carica elettrica che esso pu
assumere, rapportata all'unit di tensione, e cio la quantit di elettricit che viene a
trovarsi contrapposta sulle armature del condensatore, positiva da una parte e negativa
dall'altra, quando esiste fra di esse la tensione di un volt: in altri termini
La capacit di un condensatore esprime il numero costante di coulomb, che deve
essere di volta in volta dislocati sulle armature, affinch la tensione fra l'una e l'altra si
elevi ogni volta e progressivamente di un volt
Cos se la capacit di un condensatore C, la quantit totale di elettricit Q che si
trova contrapposta sulle armature quando fra l'una e l'altra esiste la differenza di
potenziale V data in coulomb dal prodotto: Q = C V
Inversamente, quando sulle armature di un condensatore di capacit C si trasporta in
un modo qualunque una quantit di elettricit Q (positiva sull'una e negativa sull'altra)
fra le armature si stabilisce una tensione: V = Q/C
Dalle considerazioni esposte discende che la capacit di un condensatore espressa in
coulomb a volt (C/V). Questunit prende il nome di farad (F). Perci un condensatore ha
la capacit di un farad se assume la carica elettrica di un coulomb per ogni volt di
tensione fra le armature.

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Capacit del condensatore piano


I condensatori reali sono normalmente costruiti in modo che due superfici metalliche
sufficientemente estese risultino reciprocamente affacciate e separate da un sottile e
uniforme strato di materiale dielettrico: una simile struttura prende il nome di
condensatore piano, anche se spesso le armature assumono una forma incurvata, come
nei condensatori a nastri arrotolati (come in figura 1).

Figura 1 - Schema costruttivo di condensatore avvolto


Il condensatore piano pu essere schematizzato come in figura 2 ove con d viene
indicata la distanza fra le due armature (e quindi lo spessore costante dello strato di
dielettrico interposto), e con S l'area delle due superfici affacciate.

Figura 2 - Per il calcolo della capacit di un condensatore piano


Per determinare la capacit di questo condensatore simmagini di applicare fra le due
armature una tensione di valore V, collegando il condensatore ad un generatore.
In seguito a ci le due armature si elettrizzano assumendo le due quantit delettricit
+Q e -Q di segno contrario ma uguali in valore.
Corrispondentemente, nello spazio interno al condensatore sinstaura un campo
elettrico uniforme la cui intensit e il cui spostamento sono espressi dalle seguenti
relazioni
K = V/d
D = K = 0r V/d
Essendo =0 r la costante dielettrica del materiale inserito fra le armature. Il vettore
spostamento esprime, com noto, il valore delle opposte qualit delettricit che risulta
distribuite su ogni unit di superficie delle armature.
Ne segue che la carica complessiva Q portata, con opposto segno, dall'intera superficie
S delle medesime armature esprimibile per mezzo della relazione:
Q = D S = 0 r (V/d) s
Eseguendo il rapporto Q/V si ottiene la capacit C del condensatore piano, espressa in
farad, nella forma:
C = Q/V = 0 r S/d
Si vede quindi che la capacit proporzionale alla superficie delle armature e
inversamente proporzionale alla rispettiva distanza, ed inoltre proporzionale alla
costante dielettrica del mezzo interposto.
Se fra le armature si ha l'aria oppure il vuoto r=1, la capacit del condensatore del
valore

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Se invece fra le armature si ha un dielettrico solido o liquido con costante dielettrica


relativa r 1 la capacit del condensatore si potr esprimere per mezzo della relazione

Ne risulta che interponendo fra le armature di un condensatore un dielettrico


materiale, la capacit aumenta e diventa precisamente r volte maggiore del valore C0
che compete al condensatore in aria.
Ci dimostra che i dielettrici materiali non hanno la sola funzione passiva di isolare le
armature, ma esercitano invece anche una funzione attiva che si concreta in un aumento
della capacit del condensatore.
La costante dielettrica relativa r d precisamente la misura di questo aumento di
capacit rispetto all'aria e cio definisce il rapporto fra la capacit C di un condensatore
avente per dielettrico il materiale considerato, e la capacit C0 che lo stesso
condensatore assume se fra le armature si interpone l'aria oppure il vuoto:

Per mezzo di questa semplice relazione si rende possibile determinare, attraverso sole
misure di capacit il valore della costante dielettrica relativa r della maggior parte dei
materiali dielettrici usati nella tecnica.

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Transitori di carica e scarica


La costituzione di un campo elettrico fra le armature di un condensatore inizialmente
scarico vale a dire come sol dirsi, il processo di carica di un condensatore si compie con
uno scorrimento relativo fra le cariche elettriche di segno opposto, che sono disgiunte e
che affiorano libere sulle superfici delle armature. Tale scorrimento relativo di cariche
costituisce una corrente elettrica temporanea la quale prende il nome di corrente di
carica del condensatore.
Questa corrente, e la tensione vc ai capi del condensatore, varia nel tempo secondo gli
andamenti indicati dai grafici in figura.

Si osserva che la corrente di carica i inizia con la sua massima intensit del valore
I0=E/R
All'atto della chiusura del circuito di carica, avente resistenza R, per poi diminuire fino
a ridursi a zero; mentre la tensione vc fra le due armature del condensatore va
aumentando fino a raggiungere e uguagliare il valore della tensione dalimentazione vale
a dire il valore E della f.e.m. della batteria.
Il tempo che decorre fra l'istante iniziale e l'istante in cui raggiunto l'equilibrio Vc=E
rappresenta la durata del periodo transitorio di carica del condensatore. Si pu dire che la
durata di questo periodo (indicato con T in figura) rappresenta l'intervallo di tempo che
impiegato dalla corrente di carica i a trasportare sulle armature del condensatore la
quantit delettricit Q=C Vc che deve essere assorbita dalle armature del condensatore.

Gli andamenti indicati in figura, dalla corrente di carica i e della tensione ai capi del
condensatore vc, sono delle curve esponenziali espresse analiticamente, in funzione del
tempo t, dalle seguenti relazioni

Nelle precedenti relazioni, la grandezza la costante di tempo del circuito di carica,


misurata in secondi e definita dallespressione =RC.
Dal valore della costante di tempo , e quindi in sostanza dal valore di R e dal valore di
C, dipende la rapidit di variazione della I e della vc negli istanti immediatamente
successivi alla chiusura del circuito di carica.
E, infatti, come si vede dai grafici, la costante determina linclinazione delle rette che
sono tangenti alle due curve nel punto t=0.
Da questa grandezza dipende inoltre la durata T del processo di carica, data (in
secondi) dalla relazione

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Fenomeni analoghi si ripetono durante la scarica del condensatore, e cio quando il


condensatore (preventivamente caricato) sia staccato dalla batteria dalimentazione e
connesso a un circuito passivo avente una certa resistenza R di scarica.
In tale circuito si stabilisce istantaneamente una corrente I=Vc/R il cui verso quello
dell'armatura positiva alla negativa, e quindi contrario al verso della corrispondente
corrente di carica: la corrente di scarica viene perci rappresentata da una curva i con le
ordinate negative (come in figura).

Appena la carica ha inizio, la tensione fra le armature diminuisce e allora diminuisce in


valore anche l'intensit della corrente di scarica: in definitiva, durante il processo di
scarica si assiste a una graduale diminuzione della tensione vc ai capi del condensatore e
della corrispondente corrente di scarica (espressa in ogni istante dal rapporto i=vc/R),
fino ad annullarsi entrambe dopo un tempo T, che definisce il periodo transitorio di
scarica, dato ancora dalla

Le espressioni analitiche delle due curve esponenziali di scarica risultano


rispettivamente

E' chiaro che la quantit di elettricit che nel periodo di scarica viene trasportata dalla
corrispondente corrente, deve necessariamente coincidere con la quantit di elettricit Q
che era stata comunicata al condensatore durante la carica.

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5 - Collegamenti fra condensatori


In molte applicazioni tecniche, i condensatori sono raggruppati in batterie al fine di
conseguire la pi adeguata ripartizione della tensione desercizio e della carica fra pi
condensatori. In questi raggruppamenti i condensatori possono essere collegati fra loro in
parallelo oppure in serie. Si hanno inoltre i raggruppamenti stella-triangolo per le cui
trasformazioni valgono metodi analoghi a quelli considerati per le resistenze.
Collegamento in parallelo
Questo tipo di collegamento consente di aumentare la carica assorbita. Si ottiene
derivando i singoli condensatori di capacit C1, C2, ..., Cn, fra due nodi comuni A e B che
vengono a costituire i due morsetti della batteria di condensatori, come rappresentato
nelle figure.

Con questo tipo di collegamento si realizzano le propriet seguenti:


-

Ciascun elemento soggetto alla stessa d.d.p. VAB, corrispondente alla tensione
che si applica fra i due morsetti A e B;
Se i condensatori hanno le capacit C1, C2, ..., Cn, essi assumono le cariche
Q1 =C1

Q2 =C2 VAB

Qn =Cn VAB

La carica totale della batteria diviene cos


Q = Q1 +Q2 + ... +Qn = (C1 +C2 + ... +Cn) VAB

L'intera batteria equivale perci a un condensatore unico avente una capacit


equivalente pari alla somma delle capacit dei singoli elementi.
Ceq = Q/VAB = C1 +C2 + ... +Cn

Il collegamento in parallelo di n condensatori uguali di capacit C, fornisce quindi una


capacit equivalente
Ceq = n C

Collegamento in serie
Questo collegamento consente di realizzare una batteria di condensatori atta a
sopportare una tensione desercizio in ogni modo elevata, pur contenendo la tensione
applicata a ciascun elemento entro un limite prefissato.
Tale collegamento corrisponde allo schema in figura ed eseguito collegando a due a
due le armature dei condensatori intermedi escluse la prima e l'ultima alle quali fanno
capo i due morsetti A e B della batteria.
In tal modo, tutte le armature intermedie vengono a caricarsi per induzione
elettrostatica a partire dalle due armature estreme che vengono direttamente connesse
al circuito di carica.

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Il collegamento in serie viene ad assumere le propriet seguenti:


-

I condensatori della serie accumulano tutti una egual carica elettrica Q, la quale
coincide anche con la carica totale della batteria;

Se i condensatori presentano le capacit C1, C2, ..., Cn, fra le armature rispettive si
manifestano le tensioni
V2 = Q/C2
Vn = Q/Cn
V1 = Q/C1

La tensione totale ai morsetti della batteria corrisponde alla somma delle tensioni
dei condensatori della serie vale a dire

L'intera batteria equivale a un condensatore unico avente una capacit equivalente

Nel collegamento serie la capacit risultante Ceq dunque l'inversa della somma delle
inverse capacit dei singoli componenti.
La capacit equivalente tanto pi piccola quanto maggiore il numero degli elementi
in serie, ed sempre minore della pi piccola fra le capacit dei singoli condensatori.
In particolare il collegamento in serie di n condensatori uguali di capacit C, fornisce
una capacit equivalente

In altre parole n volte pi piccola di quella di ciascun elemento.

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Energia accumulata nel campo elettrico


Per produrre la separazione, fra cariche elettriche di segno opposto sempre
necessario spendere un certo lavoro per vincere le forze attrattive attraverso cui tali
cariche tendono a ricongiungersi.
Ne risulta che per creare un campo elettrico fra le armature di un condensatore si
deve spendere un lavoro il quale si accumula e rimane disponibile allo stato denergia
potenziale del campo finch il condensatore rimane carico, ed restituito quando,
attraverso la scarica, il campo elettrico scompare.
Se la carica del condensatore realizzata collegando le sue armature ai due poli di un
generatore elettrico, il lavoro di carica compiuto appunto dal generatore che promuove
la corrente di carica.
L'entit di questo lavoro indipendente dal modo con cui si effettua la carica del
condensatore: esso dipende esclusivamente, come facilmente si intuisce, dalla quantit
di elettricit Q che viene spostata sulle armature e dalla corrispondente tensione V che si
stabilisce fra un'armatura e l'altra in base alla nota relazione
Q=CV
E' chiaro che, se la tensione fra le armature del condensatore durante il processo di
formazione del campo mantenesse il valore costante V, allo spostamento da un'armatura
all'altra della quantit delettricit Q corrisponderebbe un lavoro espresso dal prodotto
QV. Ma durante la carica del condensatore la tensione fra un'armatura e l'altra va
aumentando gradualmente dal valore iniziale, che nullo, fino a raggiungere il valore
finale dato dal rapporto
V = Q/C
E' facile intuire allora che il lavoro W che si deve spendere per eseguire la carica del
condensatore, e l'energia che in questo si accumula, deve essere espresso dal prodotto
della quantit delettricit Q che partecipa al fenomeno, per il valore medio della tensione
fra le due armature che uguale a V/2. Si ottiene cos l'espressione
W = Q V/2
Essendo Q=CV, la stessa energia W pu essere espressa anche dalle seguenti relazioni

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I fenomeni magnetici
In natura esistono corpi che hanno (o possono acquistare) la propriet di attrarre il
ferro. Questa propriet posseduta (magnete naturale) dalla magnetite; pu essere
acquistata (magneti artificiali) dal ferro e sue leghe (ghisa e acciaio), da cobalto, dal
nichel e da certe leghe speciali (alluminio, nichel, cobalto).
I magneti artificiali possono essere permanenti o temporanei, a seconda che tendono
a conservare o a perdere facilmente le loro propriet magnetiche.
I principali fenomeni magnetici sono i seguenti:
1) Simmerga nella limatura di ferro un magnete prismatico e lo si estragga senza
scuotimenti: si pu constatare che una quantit di limatura rimane ad esso
aderente in corrispondenza delle estremit, che vengono perci chiamate poli
magnetici.
2) Si sospenda liberamente un ago magnetico in corrispondenza del suo baricentro:
dopo alcune oscillazioni esso assume una posizione ben determinata, alla quale
spontaneamente ritorna ogni volta che ne sia rimosso; in questa posizione di libero
orientamento, l'ago volge una delle estremit e sempre la stessa, verso il polo
nord geografico della terra, l'altra estremit verso il polo sud. Questa
constatazione mette in evidenza che le due estremit dell'ago si comportano in
modo diverso: per distinguerle, si denomina polo nord quella che si rivolge al nord
della terra e polo sud l'altra estremit Su questa propriet notoriamente basata
la bussola.
3) Se al polo nord di un magnete si avvicina il polo nord di un altro magnete, si
costata fra le due estremit una vivissima repulsione (analogamente accade se si
avvicinano i due poli sud), e al contrario si avvicinano fra loro i poli opposti dei due
magneti, si costata unenergica attrazione. Si conclude che poli magnetici dello
stesso nome si respingono e poli magnetici di nome contrario si attraggono.
4) Se si avvicina a una delle estremit di un magnete una barretta di ferro, si pu
constatare che questa assume senz'altro le propriet di un magnete: si esprime
questo fatto dicendo che la barretta considerata viene magnetizzata per induzione
dal magnete (magnete induttore); le estremit del magnete indotto vengono
attratte dal magnete induttore: ci vuol dire che il fenomeno dell'induzione
magnetica si manifesta per estremit magnetiche di segno opposto.
5) Suddividendo in parti un qualunque magnete, se ne ottengono sempre degli
elementi ciascuno dei quali si presenta ancora dotato delle propriet di un magnete
(figura 1). Procedendo nella suddivisione anche fino all'estremo limite possibile, si
trova che ognuna delle minutissime particelle in cui la barra stata suddivisa si
presenta sempre come un piccolissimo magnete.

Questa esperienza porta a raffigurare la costituzione di un qualsiasi corpo


magnetizzato come un aggregato di magnetini elementari nello stesso verso (figura 2):
estendendo questa ipotesi, si pu ammettere che ogni corpo costituito da magnetini
disposti senza alcun ordine (in maniera che le loro azioni si neutralizzano
vicendevolmente): il fenomeno della magnetizzazione pu essere allora interpretato
come dovuto alla orientazione di tali magnetini in una direzione privilegiata.

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6) Si consideri un magnete prismatico (figura 3). Se si porta un ago magnetico nelle


sue vicinanze, si costata che l'ago prende una determinata orientazione secondo la
sua posizione rispetto al magnete. Ci significa che sull'ago magnetico agiscono
determinate forze e che la direzione di questa varia secondo la posizione dell'ago.
Tali forze F1 e F2 agiscono in verso opposto sui poli dell'ago, formando una coppia
che determina la diversa orientazione dell'ago stesso.

La regione dello spazio in cui si manifestano le forze magnetiche prende il nome di


campo magnetico.
Per rappresentare graficamente la conformazione del campo si tracciano le linee di
forza del campo il quale costituite dalle linee tangenti alle direzioni che sono assunte
dall'ago magnetico di prova nei diversi punti e orientare nel verso indicato dal polo nord
dell'ago. Queste linee di forza, all'esterno del magnete, partono dal polo nord e
raggiungono il polo sud.
Campi magnetici prodotti da correnti elettriche
Un conduttore percorso da corrente produce un campo magnetico nello spazio che lo
circonda. Il fenomeno pu essere messo in evidenza, disponendo verticalmente un
conduttore rettilineo percorso da corrente (figura 1) e posizionando un ago magnetico di
prova nei punti circostanti. Si potr affermare che l'asse dell'ago magnetico si dispone
sempre tangenzialmente ad un sistema di linee chiuse circolari concentriche al
conduttore.

Il verso delle linee di forza cos generate fornito dalla regola di Maxwell:
Il verso delle linee di forza del campo magnetico generato dalla corrente che percorre
un conduttore quello secondo cui deve essere fatto ruotare un cavaturaccioli, coassiale
al conduttore, per farlo avanzare nel verso della corrente
Se il circuito percorso da corrente ha la forma di una spira circolare, il campo
magnetico generato assume l'aspetto rappresentato in figura 2, in cui si ravvisano ancora
tante linee di forza chiuse su se stesse e concatenate con la corrente della spira: il verso
delle linee pu essere determinato applicando la regola di Maxwell, con il cavaturaccioli
disposto tangenzialmente alla spira.

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Viene designato col nome di solenoide un sistema di spire contigue e coassiali (figura
3). Il campo magnetico prodotto da un solenoide rettilineo si compone di un fascio di
linee di forza che attraversano il solenoide uscendo da unestremit (polo nord) per
rovesciarsi all'esterno e richiudersi all'estremit opposta (polo sud).
Se il solenoide abbastanza lungo, le linee di forza che lo attraversano sono parallele
fra loro: si pu dire quindi che un solenoide allungato realizza nel suo interno un campo
magnetico uniforme.
Il campo prodotto da un solenoide percorso da corrente assume nello spazio esterno
una conformazione che simile al campo prodotto da un magnete prismatico di uguali
dimensioni: le polarit magnetiche generate dipendono dal verso della corrente che
percorre il solenoide e possono essere individuate applicando la regola di Maxwell.

Analogamente ai magneti prismatici quando un solenoide o una spira sono immersi in


un campo magnetico, con il loro asse inclinato di un angolo rispetto alla direzione del
campo (figura 4), sono soggetti a una coppia T che tende a orientare l'asse del solenoide
o della spira nel verso del campo.

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Inoltre, se di fronte ad un solenoide si pone un pezzo di ferro dolce F come nella


seguente figura, questo viene a magnetizzarsi per induzione (come davanti a un
magnete) e successivamente attratto all'interno del solenoide (potere succhiante del
solenoide).

Per stabilire l'intensit H di un campo magnetico pu servire un semplice ago


magnetico montato su un dispositivo che consente la misura della coppia agente, come in
figura 6. L'ago immerso successivamente nei diversi punti del campo (in direzione
normale alle linee di forza) per rilevare di volta in volta la coppia orientatrice f-f: con
questo metodo dindagine si pu immediatamente costatare che: Lintensit del campo
magnetico prodotto da una corrente elettrica proporzionale, in ciascun punto dello
spazio, al valore della corrente stessa.

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Nel caso particolare di un solenoide si trova che l'intensit del campo dipende
unicamente dalla corrente I, dal numero delle spire N e dalla lunghezza l del solenoide
(figura 5). Se si mantiene invariata la lunghezza l coperta dalle spire, l'intensit del
campo dipende solo dal prodotto NI fra il numero di spire e la corrente (anche se le spire
sono avvolte in pi strati concentrici): questo prodotto NI viene designato col nome di
forza magnetomotrice (f.m.m.) del solenoide, misurata in amperspire e indicata col
simbolo F.
Se invece si varia la lunghezza l del solenoide, mantenendo invariato il numero degli
amperspire NI, si ha che l'intensit di campo varia in ragione inversa di questa
lunghezza: l'intensit del campo entro il solenoide rimane dunque definita dal rapporto
H = NI / l
L'unit di misura del campo magnetico H l'ampere al metro (A/m).
Riassumendo i fatti esposti si pu affermare che il campo magnetico, generato da una
o pi correnti, pu essere rappresentato da un vettore H, il cui modulo (espresso in
ampere a metro) indica l'intensit del campo, la cui direzione quella della tangente alle
linee di forza ed il cui verso quello indicato dalla regola di Maxwell.
Particolarmente interessante il caso del campo magnetico prodotto da una corrente I
che percorre un filo rettilineo di lunghezza indefinita (figura 1). Alla distanza d dal filo,
l'intensit del campo data dalla relazione seguente detta anche legge di Biot e Savart:
H=I/2pr
Risulta perci tanto pi debole quanto maggiore la distanza dal filo. Al centro di una
spira circolare (figura 2) si ha invece l'intensit
H=I/2r

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Fenomeno dell'induzione elettromagnetica


Si designa col nome dinduzione elettromagnetica, il fenomeno in base al quale
avviene la nascita di una f.e.m. per mezzo di un campo magnetico.
Tale fenomeno si realizza, facendo variare in un modo qualunque il numero o
l'intensit delle linee di forza che sono abbracciate da un circuito elettrico immerso nel
campo magnetico.
Questo campo detto campo induttore, e il circuito che vi immerso circuito indotto;
la f.e.m. che si genera in questo circuito, quando varia il numero o l'intensit delle linee
di forza che esso abbraccia, costituisce la f.e.m. indotta.

Figura 1
Si consideri la figura 1 in cui la spira AB abbraccia il magnete permanente NS. Finch il
magnete e la spira sono fermi l'uno rispetto all'altro, il movimento V non segna alcuna
tensione: invece, se si sposta il magnete rispetto alla spira, lo strumento segna una
tensione che permane finch dura il movimento.
Sperimentando in modi diversi, si trova che il fenomeno dell'induzione
elettromagnetica si produce sempre e solo quando, per effetto dello spostamento, venga
a variare il numero delle linee di forza abbracciate dal circuito.
Per questa loro speciale propriet induttiva le linee di forza magnetiche vengono anche
designate col nome di linee dinduzione magnetica: corrispondentemente, al complesso di
tutte queste linee si assegna il nome di flusso magnetico F del campo.
Se tale flusso abbracciato N volte dalle spire di un circuito qualunque, al prodotto
C=N si attribuisce il nome di flusso concatenato con quel circuito.
Mediante queste definizioni, si pu affermare che il fenomeno dellinduzione
elettromagnetica si manifesta sempre in conseguenza di una variazione del flusso
magnetico concatenato col circuito.
In ogni fenomeno dinduzione il prodotto Et fra il valore medio E della f.e.m. indotta e
la durata t prendono il nome dimpulso della tensione indotta e costituisce, come sol
dirsi, il numero dei voltsecondi indotti nel circuito.
Operando allora, come in figura 1, in modo tale da tagliare col circuito AB flussi
magnetici di valore doppio, triplo, ecc..
Questesperienza permette di stabilire che nel fenomeno dinduzione elettromagnetica
il numero dei voltsecondi indotti in un circuito qualunque dipende unicamente dalla
variazione C subita dal flusso concatenato col circuito, definita dalla differenza
C = "C - 'C
Fra il valore finale "C e il valore iniziale 'C del flusso concatenato.
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Questo fatto permette anzi di esprimere il valore del flusso concatenato


semplicemente misurando il numero dei voltsecondi indotti che esso pu generare.
Cos se ad esempio nella disposizione sperimentale (figura 1) si immagina di tagliare
mediante il circuito AB tutte le linee di induzione del magnete nel tempo t=0,05 s e di
leggere sul voltmetro V che la tensione indotta media durante questo spostamento risulta
del valore E=0,3V, si dir che l'impulso di tensione Et=0,3x0,005=0,015 voltsecondi,
e tale sar il valore della variazione del flusso concatenato C: alla unit voltsecondi
stato dato il nome di weber (Wb).
Si ha dunque, per definizione che 1 weber = 1 voltsecondo (1Wb=1Vs). I fatti esposti
si riassumono nelle relazioni
Et=C ; E=C/t
L'ultima relazione costituisce la legge di Neumann, che sinterpreta affermando che il
valore medio della f.e.m. indotta uguale alla variazione del flusso concatenato col
circuito, divisa per la durata della variazione.
Se il circuito indotto aperto, la f.e.m. indotta si manifesta come una tensione
elettrica misurabile ai capi del circuito; se invece il circuito chiuso, tale f.e.m. vi
promuove la circolazione di una corrente, denominata corrente indotta.
Il fenomeno dell'induzione elettromagnetica, potendo fornire una f.e.m. ed una
corrente, consente di generare dell'energia elettrica spostando semplicemente un circuito
rispetto ad un campo magnetico: chiaro allora che il processo dinduzione deve
compiersi necessariamente con la spesa di un lavoro equivalente.
Questosservazione porta a concludere che le f.e.m. e le correnti indotte hanno
sempre un verso tale da determinare una reazione che contrasta il movimento per effetto
del quale vengono generate: in ci consiste la legge di Lenz, la quale consente di
determinare anche il verso della f.e.m. indotta se si scrive la legge dellinduzione
elettromagnetica nella forma
E=-(C/t)
Secondo questa relazione, il segno (e quindi il verso) della f.e.m. indotta sempre
contrario al segno della variazione C del flusso.
Tale variazione da ritenersi positiva se il flusso concatenato in aumento, e negativa
se tale flusso invece decresce.
Ne segue che un valore positivo della f.e.m. indicher che la corrente nel circuito
indotto dovr produrre un flusso concorde col flusso induttore; un valore negativo
indicher invece che la corrente indotta dovr produrre un flusso discorde.

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Densit di flusso o vettore induzione B


Si consideri il campo magnetico uniforme segnato in figura 1, e in questo campo si
immagini tracciata una superficie S normale alle linee di induzione.

Figura 1
Il numero dei voltsecondi indotti che si ottengono tagliando tutte le linee di forza che
attraversano la superficie considerata fornisce la misura del flusso magnetico (espresso
in weber) che attraversa la superficie stessa.
Se ora simmagina di suddividere la superficie S in tanti quadrati aventi ciascuno l'area
unitaria, chiaro che si pu anche considerare il flusso corrispondente a ciascuno di
questi quadrati: si potr parlare cos di flusso per unit di superficie.
Il flusso riferito all'unit di superficie normale alle linee d'induzione definisce la densit
di flusso del campo: questa densit di flusso denominata semplicemente col nome
dinduzione magnetica e designata col simbolo B.
E' chiaro che, se il flusso totale che attraversa la superficie S, la densit di flusso,
o induzione magnetica B, sar espressa dal rapporto
B = /S
Essa espressa in weber a metro quadrato, unit che prende il nome di tesla (T).
L'esperienza dimostra che l'induzione B direttamente proporzionale all'intensit del
campo magnetico H e si presenta con caratteristiche di grandezza vettoriale avente la
stessa direzione e lo stesso verso del vettore H. Indicando perci con un opportuno
fattore sperimentale, si pu scrivere la relazione di proporzionalit fra B e H nella
seguente forma
B = H
Il fattore di proporzionalit detto permeabilit magnetica, e il suo valore dipende
dalla natura del mezzo fisico in cui ha sede il campo. Per l'aria e tutti i gas, come anche
in genere per tutti i materiali non magnetici (come legno, rame, alluminio e i liquidi in
genere), la permeabilit magnetica ha praticamente lo stesso valore che si riscontra nel
vuoto e che viene indicato con 0:se l'induzione B viene misurata in Wb/m2e l'intensit
del campo H viene misurata in A/m, l'unit di misura della permeabilit viene a risultare
dalla seguente relazione
= B/H
All'unit Wb/A si fa corrispondere infatti la denominazione di henry (H).
Il valore della permeabilit del vuoto risulta
r = 4 x 10-7= 1,257 x 10-6 H/m
Per ogni altro mezzo fisico si pone:
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assumendo la costante numerica

= 0 r
r = /0

A rappresentare la permeabilit magnetica relativa del mezzo fisico considerato.


F.e.m. indotta nei conduttori in moto nel campo magnetico
Si consideri un conduttore rettilineo a b immerso normalmente alle linee di forza di un
campo uniforme: tale conduttore faccia parte di un circuito nel quale sia inserito uno
strumento indicatore G (come in figura 1). Spostando il conduttore trasversalmente al
campo nel verso v in modo che esso venga a tagliare le linee di campo, nel conduttore si
genera una f.e.m. indotta E, la quale fa circolare una corrente I attraverso lo strumento.

Figura 1
Se il conduttore anzich verso l'alto spostato verso il basso, si costata che la
corrente indotta ha verso opposto a quello precedente: questo accade perch, mentre
prima il flusso abbracciato dal circuito diminuiva, per effetto dello spostamento, ora
invece aumenta.
Il fenomeno considerato si pu spiegare in base alla legge generale dellinduzione
elettromagnetica. Si pu, infatti, osservare che con il movimento del conduttore alla
velocit v, in un certo tempo t fatto uno spostamento h=vt e corrispondentemente
sono tagliate, nel loro insieme, tutte le linee di forza che attraversano l'area
S=lh=lvt, essendo l la lunghezza del conduttore immersa entro il campo. Ci vuol dire
che nel tempo t avviene una variazione C del flusso concatenato col circuito a b c d la
cui entit
C = B S = B l v t
Nel conduttore si genera allora una f.e.m. indotta E che rimane determinata, in valore,
dalla relazione
E = C/t = B l v
Risulta quindi che la f.e.m. proporzionale allinduzione B del campo, alla lunghezza l
del conduttore ed alla velocit v del movimento.
Per quanto riguarda il verso secondo cui agisce questa f.e.m. si pu applicare la
seguente regola (figura 2a).

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Si dispongano l'indice, il pollice e il medio della mano destra ad angolo retto fra loro,
volgendo il primo nella direzione del campo e il secondo nella direzione del movimento: il
terzo, in pratica il medio, d la direzione della f.e.m. indotta nel conduttore

Figura 2a
Un'altra regola quella della mano destra (figura 2b): Disponendo la mano destra col
pollice aperto nel verso dello spostamento e rivolta in modo che le linee di forza del
campo entrino per il palmo, la f.e.m. diretta nel verso delle dita distese lungo il
conduttore.

Figura 2b
I fatti sopra esposti sono di grande importanza tecnica essendo alla base della
costruzione dei generatori elettrici, nei quali un insieme di conduttori viene appunto fatto
muovere all'interno di un campo magnetico, allo scopo di utilizzare le f.e.m. che vengono
indotte in essi.

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Fenomeni dautoinduzione - Energia del campo magnetico


I fenomeni dinduzione elettromagnetica fin qui esaminati si riferiscono al caso
particolare in cui le variazioni del flusso concatenato con un circuito sono prodotte
mediante lo spostamento del circuito stesso rispetto al campo magnetico o viceversa.
Esistono per anche fenomeni dinduzione, in circuiti mantenuti fermi, per effetto di
variazioni di flusso derivanti, non da movimento, ma da variazioni della corrente che li
percorre. Una corrente che percorre un circuito produce, infatti, un campo magnetico che
si concatena col circuito stesso: finch la corrente non varia, rimane invariato anche il
flusso prodotto, ma se invece la corrente varia, varia corrispondentemente il flusso, e
conseguentemente si genera nel circuito una f.e.m. indotta.
Questo particolare fenomeno dinduzione elettromagnetica si denota col nome
dautoinduzione. Esso si manifesta quando il circuito percorso da una corrente variabile,
per effetto delle variazioni del flusso proprio che esso genera: le f.e.m. indotte da queste
variazioni sono designate col nome di f.e.m. dautoinduzione.
Due o pi circuiti (percorsi da uguali correnti) possono produrre flussi anche molto
diversi, se diversa la loro forma, il loro perimetro e il loro numero di spire.
Ne segue che, ogni circuito pu essere caratterizzato da un proprio coefficiente
particolare che lo distingue, in riguardo allentit del flusso che esso genera e quindi
anche agli effetti dei fenomeni dautoinduzione che esso stesso pu subire.
Questo particolare coefficiente si chiama coefficiente dautoinduzione o induttanza del
circuito. L'induttanza di un circuito pu definirsi come il flusso che si concatena col
circuito quando questo percorso dall'unit di corrente.
L'induttanza perci definita dal rapporto L=C/I tra il flusso concatenato C e la
corrente I che produce tale flusso.
L'unit di misura di questa grandezza fisica il weber all'ampere, denominato henry
(H): come gi visto 1H=1Wb/A.
(L)
Il simbolo grafico dell'induttanza il seguente
Nota che sia l'induttanza L, si potr calcolare il valore del flusso concatenato col
circuito quando questo percorso da una corrente dintensit I: baster porre C=LI
Finch la corrente I che percorre il circuito non varia, anche il flusso concatenato
rimane invariato e quindi nessun fenomeno di autoinduzione si verifica: se invece la
corrente nel circuito varia passando da un valore I' a un valore I", il flusso passer dal
valore 'C=LI' al valore "C=LI" e cio subir una variazione
C = "C - 'C = L (I"-I') = L I
Per la legge dell'induzione elettromagnetica, in conseguenza di questa variazione di
flusso concatenato, il circuito diventa sede di una f.e.m. dautoinduzione Ea: se t
l'intervallo durante il quale la corrente ha subito la variazione I=I"-I', il valore medio di
questa f.e.m. dautoinduzione risulta
Ea = - C / t = - L (I/t)
Si pu dire pertanto che: In un circuito percorso da corrente variabile, agisce una
f.e.m. dautoinduzione il cui valore medio dato dal prodotto dell'induttanza del circuito
per il rapporto fra la variazione di corrente e il tempo in cui accade tale variazione.
I valori istantanei ea (t) della stessa f.e.m. dautoinduzione sono espressi invece nella
relazione seguente
ea(t) = - L (dI/dt)
Il verso secondo il quale la f.e.m. di autoinduzione agisce nel circuito in cui si genera,
definito dal segno negativo che compare, per la legge di Lenz, nella relazione
Ea = - C / t = - L (I/t)

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Perci la f.e.m. indotta ha sempre verso tale da contrastare la causa da cui ha origine,
tale cio da contrastare la variazione di corrente: se la f.e.m. di autoinduzione dovuta a
un aumento di corrente, essa agir in verso opposto alla corrente, dovendo contrastarne
l'aumento; viceversa se dovuta a una diminuzione di corrente, essa agir nello stesso
verso della corrente, dovendo contrastarne la diminuzione.

Transitori di apertura e di chiusura

Il fenomeno dell'autoinduzione si manifesta, in particolare, durante l'apertura o


durante la chiusura di un circuito induttivo.
Si consideri un circuito qualsiasi alimentato da un generatore di f.e.m. costante E: se il
circuito ha complessivamente la resistenza elettrica R, la corrente di regime che vi circola
, per la legge di Ohm
I=E/R
Si immagini ora che, nell'istante t0, venga tolto dal circuito il generatore che lo
alimenta, lasciando tuttavia il circuito chiuso su se stesso come in figura 1

Figura 1
A seguito di questa manovra la corrente deve estinguersi passando dal valore I sopra
definito al valore zero.
In conseguenza della diminuzione di corrente, se il circuito presenta una certa
induttanza L si genera in esso una f.e.m. di autoinduzione ea che agisce nello stesso
verso della corrente, e tende a ritardarne la estinzione: il risultato che nel circuito
continua a circolare ancora per un certo tempo una corrente i che mantenuta dalla
f.e.m. di autoinduzione ea.
Il tempo T durante il quale la corrente pu ancora circolare, per effetto della f.e.m. di
autoinduzione, si chiama periodo transitorio di apertura. In questo intervallo di tempo la
corrente assume valori istantanei rappresentati dalla curva esponenziale i(t) (figura 2).

Figura 2
Definiti dalla relazione

In questa, la grandezza la costante di tempo del circuito, misurata in secondi e


definita dallespressione
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Si pu ritenere che la durata del transitorio sia espressa dalla relazione

Pertanto, nei circuiti di piccola resistenza e coefficiente dautoinduzione elevato (come


sono ad esempio gli avvolgimenti delle macchine elettriche), la corrente pu mantenersi
apprezzabile anche per alcuni minuti dopo aver annullato la f.e.m. applicata.
Un fenomeno analogo si verifica all'atto della chiusura del circuito su una linea di
alimentazione alla tensione U (come in figura 3).

Figura 3
Come indicato dal diagramma in figura 4, la corrente non raggiunge subito il suo
valore di regime I=V/R ma cresce invece con una certa lentezza secondo la curva
esponenziale i(t) di equazione

Figura 4
Soltanto dopo un tempo T=5L/R si raggiunge in pratica lintensit di regime I.
Questo lento avviamento della corrente dovuto ancora al fenomeno di autoinduzione
che si verifica alla chiusura del circuito, quando la corrente dal valore zero passa al valore
finale di regime.
In conseguenza di questaumento della corrente, si genera nel circuito la f.e.m.
dautoinduzione ea la quale, agendo in verso opposto alla corrente che tende a stabilirsi,
ne contrasta l'aumento.

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Energia del campo

Nei circuiti a corrente continua i fenomeni dautoinduzione sopra considerati si


manifestano solo nei periodi dell'apertura e della chiusura dei circuiti, oppure quando la
corrente varia da un certo valore di regime ad un altro.
Nei circuiti a corrente variabile, invece, la f.e.m. dautoinduzione permane ed agisce
durante tutto il tempo del funzionamento.
Nei circuiti a corrente i variabile, ogni variazione i della corrente contrastata dalla
f.e.m. di autoinduzione.
Corrispondentemente, la tensione applicata deve vincere non solo la caduta ohmica Ri
proporzionale a ciascun valore istantaneo i della corrente, ma anche la f.e.m. di
autoinduzione ea che si oppone alle variazioni della corrente stessa: in questi casi,
dunque, la legge di Ohm deve essere scritta nelle forme seguenti

Ne segue che il lavoro sviluppato dalla tensione applicata al circuito viene solo in parte
assorbito dalla caduta ohmica e trasformato in calore per effetto Joule, mentre la parte
rimanente viene assorbita dalla f.e.m. di autoinduzione: quest'ultimo lavoro viene speso
per costituire il campo magnetico concatenato al circuito stesso e si accumula nel campo
in questione per costruire l'energia del campo, detta anche energia intrinseca della
corrente. Il valore di questenergia dato dalla relazione

Analoga alla relazione

Ci esprime l'energia del campo elettrico.


Essa rimane accumulata nel campo magnetico finch la corrente permane al suo
valore di regime I, ed restituita durante la fase destinzione della corrente.
Si visto, infatti, che la corrente nel circuito si mantiene per un certo tempo anche
quando soppressa la f.e.m. applicata: ci avviene precisamente a spese dell'energia
accumulata nel campo magnetico che si estingue gradualmente insieme alla corrente.
Analogamente a quanto visto per il campo elettrostatico, anche l'energia specifica del
campo magnetico pu essere espressa in funzione delle due grandezze che descrivono le
propriet del campo in altre parole il vettore intensit H e il vettore induzione B.
Sotto opportune ipotesi duniformit, pu difatti ricavarsi che l'energia magnetica per
unit di volume espressa dalle relazioni formalmente simili a quelle trovate per il campo
elettrostatico.

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Fenomeni di mutua induzione


Se un circuito percorso da corrente in presenza di un altro circuito, pu accadere che
una parte pi o meno rilevante delle linee dinduzione generate dal primo circuito arrivi a
concatenarsi anche col secondo: si dice in tal caso che i due circuiti sono induttivamente
accoppiati, perch ogni variazione di corrente nel primo circuito viene a generare una
f.e.m. indotta anche nel secondo circuito. In generale, le f.e.m. che sono indotte in un
circuito qualsiasi, in conseguenza delle variazioni della corrente che percorre un altro
circuito, sono designate col nome di f.e.m. di mutua induzione.
L'entit di questi fenomeni dipende (oltre che dalle variazioni di corrente) dalla
conformazione e dalla posizione reciproca dei due circuiti.
Ogni coppia di circuiti viene perci caratterizzata mediante il coefficiente di mutua
induzione (indicato con M e misurato in henry) il quale d la misura del flusso che arriva
a concatenarsi con ciascuno di essi quando l'altro percorso dall'unit di corrente: tale
coefficiente definito per mezzo dei rapporti tra il flusso che si concatena con uno dei
circuiti e la corrente che percorre l'altro circuito (figura 1).

Figura 1
Pertanto, se ad esempio il primo di essi percorso da una certa corrente I1, esso invia
a concatenarsi col secondo circuito un flusso C2 che viene espresso dalla relazione

Questo flusso rimane invariato finch il valore della corrente I1 rimane costante. Ma se
la corrente I1 variabile, varia anche il flusso C2 e di conseguenza, indicando con I1 la
variazione di corrente che si ha nel tempo t, nel secondo circuito generata una f.e.m.
di mutua induzione Em2 il cui valore medio espresso dalla seguente relazione

Analogamente, se il secondo circuito percorso a sua volta da una corrente I2 che


varia nel tempo t della quantit I2, si genera nel primo circuito una f.e.m. di mutua
induzione Em1 il cui valore medio espresso dalla seguente relazione

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I valori istantanei em1 ed em2 delle due f.e.m. di mutua induzione sono espressi invece
dalle derivate

Sui fenomeni di mutua induzione sono basati in particolare i trasformatori elettrici.


Il valore del coefficiente di mutua induzione M dipende dalle caratteristiche fisiche e
geometriche dei due circuiti accoppiati, e dalla loro reciproca posizione. Se i due circuiti
sono disposti in modo tale che l'intero flusso prodotto dal primo vada a concatenarsi col
secondo si parla di accoppiamento perfetto. In questo caso, se L1 e L2 sono induttanze
dei due circuiti accoppiati, il coefficiente di mutua induzione dato dalla relazione

nella quale si assume il segno positivo quando le correnti I1 e I2 che interessano i due
circuiti tendono a produrre flussi concordi; si assume invece il segno negativo se i flussi
prodotti sono fra loro discordi.
Quando l'accoppiamento magnetico non perfetto, e cio nei casi in cui non tutto il
flusso prodotto da uno dei due circuiti passa a concatenarsi con l'altro, il coefficiente di
mutua induzione M risulta minore del valore fornito dalla precedente relazione, e se con k
si indica un opportuno fattore di riduzione compreso fra 0 e 1 si potr scrivere

Al fattore k si d il nome di fattore di accoppiamento. Esso indica, col suo valore,


quale la frazione di flusso che passa dall'uno all'altro dei due circuiti: per k=1 si ha
l'accoppiamento perfetto; per k=0 non si ha accoppiamento.
L'energia magnetica che complessivamente si accumula nel campo risultante prodotto
dai due circuiti accoppiati data dalla relazione

In questa, i primi due termini rappresentano l'energia relativa al campo proprio di


ciascuno dei due circuiti, percorsi rispettivamente dalle correnti I1 e I2; l'ultimo termine
invece rappresenta la cosiddetta energia mutua, e cio quella quota dell'energia
complessiva che associata col flusso magnetico scambiando fra i due circuiti, che sar
positiva o negativa a seconda del segno di M.

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pag. 70

Le forze elettromagnetiche
Un conduttore percorso da corrente, ogni volta che attraversa un campo magnetico
sollecitato da una forza chiamata forza elettromagnetica.
Per determinare la forza elettromagnetica F si consideri un campo uniforme, di
induzione B, nel quale sia immerso un circuito percorso da una corrente I (figura 1): il
conduttore rettilineo ab scorrevole sui due conduttori MD ed NE.

Figura 1
Sotto l'azione della forza F, il conduttore ab subisce un certo spostamento h in un
dato tempo t, il lavoro sviluppato dalla forza espresso dal prodotto Fh.
Durante lo spostamento, nel conduttore nasce una f.e.m. indotta E=Blv che diretta
in senso contrario alla corrente I (regola della mano destra) e che si comporta quindi
come una forza contro elettromotrice.
Questa, nell'intervallo t, assorbir unenergia elettrica del valore EIt=BlvIt la quale,
per il principio di conservazione, dovr essere uguale al lavoro meccanico Fh da cui
prende origine: dovr dunque aversi luguaglianza

Da questa si ricava che la forza elettromagnetica F espressa dalla relazione

Per quanto riguarda il verso secondo cui agisce questa forza si deve osservare che
esso dipende dal verso del campo magnetico e dal verso della corrente nel conduttore.
Tale verso fornito dalla regola delle tre dita della mano sinistra illustrata in figura 2:

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pag. 71

Figura 2
Aprendo il pollice, l'indice e il medio della mano sinistra ad angolo retto fra loro e
disponendo l'indice nella direzione del campo e il medio nella direzione della corrente il
pollice segna il verso della forza
Un'altra regola quella della mano sinistra illustrata in figura 3:

Figura 3
Disponendo la mano sinistra distesa lungo un conduttore nel verso della corrente e col
palmo rivolto in modo tale che le linee di forza entrino per il palmo stesso, il verso della
forza elettromagnetica quello indicato dal pollice aperto.
Sulle forze elettromagnetiche sono basati il funzionamento dei motori elettrici e il
funzionamento dei pi importanti strumenti elettrici.

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pag. 72

Forze elettrodinamiche
Quando si hanno due circuiti percorsi da corrente, fra loro affacciati, ciascuno di essi
viene a trovarsi immerso nel campo magnetico generato dalla corrente che circola
nell'altro circuito: su ciascuno dei circuiti agisce allora una forza (elettromagnetica) che
prende il nome di forza elettrodinamica.
Il caso pi semplice rappresentato da due conduttori rettilinei paralleli, percorsi nello
stesso verso o in versi contrari da due correnti uguali o diverse.
Nella figura 1 sono rappresentati ad esempio due conduttori paralleli, posti fra loro alla
distanza d e percorsi da due correnti I1 e I2 in versi opposti. Si pu immaginare che il
conduttore I2 si trovi immerso nel campo prodotto dalla corrente I1; questo campo
costituito da linee di forza concentriche al conduttore che lo produce e aventi il verso
fornito dalla regola di Maxwell. In tutti i punti occupati dal secondo conduttore, il campo
magnetico H1 prodotto dal primo diretto normalmente al conduttore I2 nel verso
indicato in figura.

Figura 1
La forza che viene a esercitarsi su questo conduttore sar diretta perci nel verso F2 in
base alla regola della mano sinistra.
Corrispondentemente sul conduttore I1 immerso nel campo magnetico prodotto dalla
corrente I2 verr ad agire una forza F1 uguale ed opposta alla F2.
Si pu quindi concludere che due conduttori paralleli percorsi da correnti dirette in
verso contrario si respingono.
Se si ripetono le considerazioni di cu sopra per il caso di conduttori paralleli, percorsi
da correnti nello stesso verso, le forze F1 ed F2 risultano pure uguali e opposte ma dirette
l'una verso l'altra: si pu quindi concludere che due conduttori paralleli percorsi da
correnti nello stesso verso si attraggono.
Il valore delle forze elettrodinamiche sopra definite direttamente proporzionale alle
intensit delle due correnti I1 e I2, e inversamente proporzionale alla loro distanza d;
dipende inoltre dalla natura del mezzo fisico entro cui immerso i due conduttori. Se
la permeabilit magnetica di tale mezzo fisico, la forza elettrodinamica che agisce su una
lunghezza l di ciascuno dei due conduttori paralleli espressa dalla seguente relazione
F = (l/2d) I1 I2

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Curve di magnetizzazione del ferro


La permeabilit magnetica gi definita, che presenta nel vuoto e in tutti i mezzi non
magnetici il valore 0=1,257 x 10-6 H/m, ha invece dei valori pi elevati per il ferro,
l'acciaio, la ghisa, vale a dire per i cosiddetti materiali ferromagnetici, largamente
impiegati nella tecnica.
Questi materiali hanno un comportamento del tutto speciale che si rileva mediante
disposizioni sperimentali del tipo di figura.
Si fa circolare una corrente I, misurata mediante un amperometro, nelle N spire di un
solenoide di lunghezza nota l, e mediante la relazione
H=NI/l
Si calcola lintensit del campo H che agisce sul provino del materiale in esame.

Tagliando il flusso generato dal solenoide mediante un opportuno circuito indotto (non
indicato in figura) e misurando il numero dei voltsecondi indotti in questo circuito, si
ottiene il valore del flusso espresso in weber: dividendo questo flusso per la sezione
retta S del provino si ottiene il valore dell'induzione magnetica B corrispondente
all'intensit di campo H prefissata
B=/S
A seconda che il solenoide sia avvolto nell'aria, oppure su un nucleo di materiale
ferromagnetico, si rileva che facendo crescere gradualmente l'intensit del campo
magnetizzante H (ci che si ottiene aumentando la corrente I circolante nelle spire del
solenoide), l'induzione magnetica B aumenta in misura diversa e precisamente secondo
le due distinte curve B0(H) rappresentate in figura.
Si osserva immediatamente che nel materiale ferromagnetico l'induzione B assume dei
valori assai pi elevati che nell'aria.
Si osserva inoltre il fatto caratteristico che nel materiale ferromagnetico l'induzione B
cresce in un primo tempo assai rapidamente, e poi sempre pi lentamente al crescere di
H, fino a raggiungere un determinato valore BS che si mantiene successivamente quasi
costante. Si esprime questo fatto annunciando che nel materiale si raggiunge in tal modo
lo stato di saturazione magnetica.
Le curve considerate sono dette curve di
magnetizzazione. Data la non linearit di tali curve si deve
concludere che la permeabilit magnetica dei materiali
ferromagnetici non costante, ma in funzione
dell'intensit del campo magnetizzante H. Ci appare con
pi evidenza, se si considera un generico punto P della
curva di magnetizzazione e si traccia la retta che
congiunge tale punto con l'origine degli assi. Si trova che
la tangente trigonometrica dell'angolo formato da
questa retta esprime il valore della permeabilit del
materiale in corrispondenza di quel punto: quindi si pu
scrivere
= B/H = tan
Poich ai diversi punti come P corrispondono rette che formano angoli di valore
diverso, si conclude che la permeabilit non costante ma varia secondo una curva del
tipo (H) di figura. La presenta il suo valore massimo quando il campo H ha l'intensit
che corrisponde al punto di tangenza B0. Il valore minimo quello che corrisponde ad
H=0, e costituisce la permeabilit iniziale in del materiale.
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Isteresi magnetica - Perdite nel ferro


Si supponga di sperimentare ancora per mezzo dei dispositivi (figura 1) e di tracciare
la curva di prima magnetizzazione OSA del nucleo magnetico in esame, (figura 2).

Dopo aver raggiunto unintensit di corrente deccitazione alla quale corrispondono il


valore HM del campo e il valore BM dellinduzione magnetica del nucleo, si supponga di
fare decrescere la corrente gradatamente fino a ricondurre a zero il numero degli
amperspire.
L'esperienza permette allora di costatare che l'induzione magnetica ritarda a
diminuire, conservando valori sensibilmente superiori a quelli assunti per gli stessi valori
del campo magnetizzante H nella fase ascendente, in altre parole assumendo i valori
della curva AC0.
In particolare quando la corrente ridotta a zero (e quindi H=0), l'induzione nel ferro
conserva ancora il valore Br che costituisce linduzione residua: il ritardo alla
smagnetizzazione prende il nome disteresi magnetica.
Se dal momento in cui la corrente magnetizzante ridotta a zero, si torna a far
crescere la corrente nella bobina ma in verso opposto al precedente, il nucleo perde
dapprima rapidamente l'induzione residua Br, magnetizzandosi poi in verso opposto con
valori dellinduzione che tornano a crescere prima rapidamente e poi lentamente, fino a
raggiungere il valore -BM quando lintensit del campo magnetizzante raggiunge il valore
-HM uguale ma opposto al massimo valore raggiunto nella fase precedente.
Dalla figura 2 si vede che l'induzione residua Br si riduce a zero quando il campo H
assume il valore negativo OC0=-HC: questo valore che rappresenta l'intensit che il
campo magnetico deve assumere, in verso opposto alla magnetizzazione precedente, per
annullare la magnetizzazione residua Br, si chiama comunemente forza coercitiva.
Se ora si torna a far diminuire la corrente, riducendo nuovamente a zero il campo
magnetizzante H, l'induzione B lentamente diminuisce fino a raggiungere la nuova
induzione residua B'r uguale e opposta a quella precedente Br.
Se si inverte ancora la corrente, facendola ricrescere in modo che il campo riassuma il
valore HM, si ripete in verso opposto il comportamento gi constatato durante la
variazione del campo da zero a -HM: e cio l'induzione residua B'r, diminuisce
rapidamente e si annulla per HC=OC'0, indi si inverte, per ricrescere secondo una curva
C'0A di andamento all'incirca uguale alla curva C'0A; per H=HM, l'induzione riprende cos
un valore BM uguale al precedente, e il ciclo si chiude.
La curva chiusa cos ottenuta costituisce un ciclo disteresi. Un materiale magnetico,
percorre un ciclo disteresi (simmetrico) ogni volta che sottoposto all'azione di un
campo magnetico il quale varia fra due valori uguali e opposti.
I vari materiali hanno comportamento analogo: variano solamente il valore massimo
BM dell'induzione raggiungibile, il valore Br dell'induzione residua e il valore HC della
forza coercitiva: variano in altri termini le dimensioni dei cicli di isteresi, ma questi
conservano in ogni caso la forma caratteristica rappresentata in figura 2.
Nei periodi in cui la corrente magnetizzante aumenta si deve spendere una certa
energia, che si accumula nel campo; questenergia restituita quando la corrente
diminuisce e il campo si estingue.
Ma poich anche quando la corrente ridotta a zero l'induzione conserva ancora un
certo valore residuo, questa restituzione non completa: la parte dell'energia che non
restituita risulta di volta in volta dissipata in calore e costituisce la perdita per isteresi del
nucleo in esame.
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Il valore dell'energia che dissipata per ogni ciclo di isteresi proporzionale all'area
racchiusa dal ciclo. Per ridurre al minimo, la perdita di energia, necessario adoperare
materiali che presentano cicli disteresi aventi minima area.
Il fenomeno di isteresi magnetica dovuto al fatto che il movimento dei domini
contrastato da particolari attriti interni e quindi, al cessare dell'azione orientatrice del
campo magnetizzante i domini non ritornano alla condizione di stato neutro del materiale
se non con una certa lentezza e in modo incompleto.
Nuclei magnetici per flussi alternativi
I nuclei magnetici eccitati in corrente alternata di frequenza f vengono interessati da
un flusso alternativo e subiscono f cicli di isteresi al secondo.
In questi nuclei avviene perci una dissipazione denergia in calore equivalente alla
perdita per isteresi.
La potenza perduta rappresentata dall'energia dissipata in un ciclo moltiplicata per il
numero dei cicli al secondo e cio per la frequenza f della corrente magnetizzante.
La perdita di potenza per isteresi per unit di massa del materiale (perdita specifica) si
valuta, in watt a kilogrammo, mediante la formula si Steinmetz:

In cui Ki un coefficiente sperimentale dipendente dal materiale.


Nei nuclei magnetici interessati da flussi alternativi, oltre alla perdita per isteresi
avviene anche una seconda dissipazione denergia in calore, per effetto delle correnti
indotte nella massa dei nuclei dalle variazioni del flusso magnetico che li interessa: la
corrispondente potenza denominata perdita per correnti parassite.
Se il nucleo realizzato in forma massiccia, alle normali frequenze industriali tale
perdita diventa cos rilevante da arroventare il nucleo.
Per contenere le perdite per correnti parassite, entro limiti
tollerabili, tutti i nuclei magnetici sede di flussi alternativi debbono
essere perci realizzati in forma laminata in altre parole costituiti
da un pacco di lamiere magnetiche isolate fra loro mediante sottili
fogli di carta o con vernici isolanti come in figura. Con
questartificio le correnti indotte, anzich circolare liberamente
nella massa del nucleo, sono obbligate a richiudersi entro lo
spessore delle singole lamiere, come in figura, ove incontrano una
pi elevata resistenza.
La perdita di potenza per correnti parassite si calcola, per ogni
kilogrammo di materiale, mediante la seguente formula, in cui Kc
un coefficiente dipendente sostanzialmente dalla resistivit del
materiale e lo spessore dei lamierini.

La somma delle perdite per isteresi e delle perdite per correnti parassite costituiscono
la perdita totale del ferro. In pratica le lamiere magnetiche sono caratterizzate
indicandone la cifra di perdita Cp. Questa esprime la perdita totale, riferita a 1 kg di
materiale, con uninduzione BM=1T ed alla frequenza f=50 Hz. La cifra di perdita
dell'ordine di 3,5 W/kg per le lamiere normali da 0,8 mm di spessore, e pu scendere a
meno di 1 W/kg per le lamiere al silicio da 0,5 mm. Noto il valore della cifra di perdita Cp,
il calcolo della perdita totale nel ferro Pf, assorbita da un nucleo di massa m sede di un
flusso magnetico alternativo dinduzione massima BM e frequenza f, si esegue per mezzo
della relazione semiempirica

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Circuiti magnetici
Si consideri un anello di materiale magnetico eccitato da
una bobina formata da N spire serrate, come in figura. Un
sistema siffatto prende il nome di circuito magnetico. Quando
la bobina percorsa dalla corrente I, essa crea un campo le
cui linee di forza si svolgono entro il nucleo nello spazio
racchiuso dalle N spire formando un fascio di linee circolari.
L'intensit H di questo campo data dalla relazione H=NI/l
essendo l la lunghezza della linea di forza media. A questo
valore di H corrisponde un valore dellinduzione magnetica B,
che dipende dal mezzo in cui si svolge il campo in pratica alla permeabilit magnetica
relativa r del materiale, di cui composto l'anello:
B = H = 0 r H
Se S la sezione dell'anello, il flusso magnetico che attraversa tale sezione sar
= B S = H S

Si ha quindi anche

= / ; l/ = ; =
Indicando il termine l/ con si possono scrivere le relazioni
=NI

NI/

=NI/

In queste relazioni, la grandezza =l/ espressa in ampere a weber (A/Wb), prende


il nome di riluttanza magnetica del nucleo. Ricordiamo che al prodotto NI simpone il
nome di forza magnetomotrice (f.m.m.), le espressioni precedenti si possono tradurre nel
seguente enunciato: In un circuito magnetico, per produrre un determinato flusso si
richiede una forza magnetomotrice NI che uguale al prodotto del flusso per la riluttanza
del nucleo. In ci consiste la legge di Hopkinson per i circuiti magnetici, che appare
formalmente simile alla legge di Ohm per i circuiti elettrici. Per ottenere un determinato
flusso in un circuito magnetico prestabilito bisogna quindi applicargli unopportuna
f.m.m., ossia avvolgere su di esso un certo numero di spire N percorse da una corrente I.
Il valore del flusso prodotto dipende per non solo dalla f.m.m. ma anche dalla riluttanza
del circuito magnetico; e precisamente a pari f.m.m. il flusso tanto maggiore quanto
minore la riluttanza, in altre parole quanto maggiore la sezione del nucleo che
costituisce il circuito magnetico, quanto minore la lunghezza del circuito stesso e
quanto pi elevata la permeabilit del materiale di cui il nucleo costituito. A questo
riguardo necessario ricordare che il valore della permeabilit dipende dal grado di
magnetizzazione del materiale magnetico, ossia dal valore dellinduzione B nel materiale.
Si dovr scegliere perci di volta in volta sulla tabella di magnetizzazione il valore della
permeabilit relativa r, in corrispondenza del numero che esprime linduzione B che si
considera. Spesso, in pratica, si debbono considerare nuclei magnetici che presentano un
certo traferro, in altre parole dei brevi intervalli in aria che costituiscono dei tronchi con
riluttanza posta in serie alla riluttanza del nucleo, come in figura. In questi casi, dato il
flusso che si vuole produrre, si calcolano le induzioni B e BT che si hanno
rispettivamente nel nucleo e nel traferro, ponendo rispettivamente
B=/S

BT=/ST

Sulla tabella di magnetizzazione si sceglie, in corrispondenza del valore di B, la


permeabilit relativa r per quel dato materiale, e si calcolano la riluttanza del nucleo e
quella del traferro con le seguenti relazioni:
= l /0 r S

T = lT /0 ST

La riluttanza totale T dei due tronchi in serie dalla somma: t=+T


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Dopo di ci si potr calcolare la f.m.m. ponendo NI=T

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pag. 78

Generalit sulle correnti alternate e loro rappresentazione


L'energia elettrica necessaria per le applicazioni industriali e civili oggi prelevata, quasi
esclusivamente, dalla rete elettrica nazionale in corrente alternata. Solo in casi particolari (linee di
trasmissione su lunghe distanze, connessioni sottomarine, ferrovie, impianti elettrochimici)
impiegata la corrente continua.
I motivi che hanno determinato questo predominio delle correnti alternate risiedono nella
maggiore semplicit dei generatori di corrente alternata, nella possibilit di eseguire la
trasformazione da bassa ad alta tensione e viceversa per mezzo dei trasformatori, e inoltre nella
maggiore semplicit e robustezza dei motori a corrente alternata, rispetto a quelli a corrente
continua.
La caratteristica essenziale delle correnti alternate quella di non avere un verso costante e
determinato, come le correnti continue, ma di invertirsi continuamente ad intervalli costanti di
tempo variando in ciascun intervallo con valori uguali e di verso opposto.
Precisamente, una corrente alternata, durante un primo intervallo di tempo, cresce da zero fino a
raggiungere un certo valore massimo, dal quale torna poi a diminuire fino a zero; indi sinverte per
aumentare ancora da zero fino a un valore massimo uguale e di verso opposto al precedente, dal
quale ritorna ancora a zero, per invertirsi nuovamente e ripetere indefinitamente le stesse vicende.
Se si conviene di considerare positiva la corrente quando percorre il circuito in un dato verso e
negativa quando lo percorre in verso opposto, si pu rappresentare una corrente alternata
costruendo un diagramma i(t) che ha per ascisse i tempi e per ordinate tutti i valori che la corrente
assume negli istanti successivi; per le correnti alternate universalmente impiegate nelle applicazioni
industriali, tale diagramma assume la forma sinusoidale indicata in figura 1.

Figura 1
L'intervallo di tempo T durante il quale la corrente i assume tutti i valori positivi e negativi, che
poi si ripetono indefinitamente in tutti gli intervalli uguali e successivi, si chiama periodo: si pu dire
allora che nel primo quarto di periodo la corrente cresce da zero fino al valore massimo I, nel
secondo quarto di periodo decresce da I a zero; quindi si inverte per riprendere nell'altro
semiperiodo T/2 gli stessi valori precedenti ma in verso opposto.

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pag. 79

Il valore i, assunto dalla corrente in un determinato istante t costituisce il valore istantaneo della
corrente. Il numero dei periodi compresi in un minuto secondo costituisce la frequenza f della
corrente alternata. In Italia, come negli altri paesi europei, la frequenza industriale unificata al
valore di 50 periodi al secondo; corrispondentemente ciascun periodo ha la durata di 1/50 di
secondo. La durata T del periodo , per definizione, l'inverso della frequenza f; si hanno dunque le
relazioni T = 1/f e f = 1/T. L'unit di misura della frequenza (periodi al secondo) viene denominata
hertz (Hz). Per rappresentare il diagramma dei valori istantanei assunti nel corso di un intero
periodo da una corrente alternata sinusoidale avente un determinato valore massimo I, si pu
applicare il metodo grafico (figura 2a e 2b).

Figura 2a
Si segna un segmento OA, di lunghezza pari al valore massimo della corrente I e simmagina che
questo segmento ruoti con velocit angolare attorno al punto fisso O; il suo segmento A viene a
descrivere cos una circonferenza di raggio OA.

Figura 2b

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pag. 80

Per ciascuno degli istanti t1, t2, ...corrispondenti alle successive posizioni angolari 1, 2, ...assunte
dal segmento rotante, si traccia la corrispondente ordinata ottenuta proiettando sull'asse verticale y
il suo punto estremo mobile A.
Le ordinate cos ottenute presentano valori come i1=Isint1 e forniscono la rappresentazione dei
valori istantanei i1, i2, ...assunti dalla corrente alternata nel corso di un periodo. Il semiperiodo
positivo corrisponder alla rotazione da 0 a e il semiperiodo negativo alla rotazione da a 2 : il
periodo completo T corrisponde a un intero giro del segmento rotante.
Di una corrente sinusoidale si pu dare una rappresentazione vettoriale come in figura 3.

Figura 3
L'ampiezza del vettore rotante I rappresenta il valore massimo I della corrente; l'angolo
che lo stesso vettore forma con l'asse x nell'istante t=0 viene chiamato fase della corrente.
La rappresentazione vettoriale pu essere riferita, oltre che a una corrente, anche a una tensione
o a una f.e.m., purch anch'esse variabili sinusoidalmente nel tempo. In questi diagrammi vettoriali,
l'asse y su cui simmagina di eseguire le proiezioni dei vettori rotanti detto asse dei valori
istantanei; l'asse x invece, al quale sono riferite le rotazioni, costituisce l'asse polare: alcune volte gli
assi sono sottintesi; il verso di rotazione dei vettori quello opposto al movimento delle lancette
dell'orologio.
Poich il vettore rotante deve fare un giro ad ogni periodo, vuol dire che esso descrive l'angolo di
2 rad nel tempo T; perci esso descrive ad ogni secondo un angolo definito dal rapporto
= 2 / T = 2f
Questa grandezza =2f costituisce la velocit angolare del vettore rotante espressa in radianti al
secondo, cui si d il nome di pulsazione. Alla frequenza del valore di 50 Hz corrisponde la pulsazione
= 2 x 3,14 x 50 = 314 rad/s
Dalla figura 3 si ricava che i valori istantanei della corrente (proiezioni sull'asse y del vettore
rotante) sono espressi matematicamente dalla relazione
i = I sin ( t + )
Infatti la posizione angolare che viene raggiunta dal vettore rotante in un dato tempo t (a partire
dalla sua posizione iniziale) corrisponde al valore t+ , essendo la velocit angolare e la fase
della corrente. L'espressione matematica cos definita costituisce la rappresentazione analitica i(t)
della corrente sinusoidale. Essa consente di determinare, per mezzo del calcolo, i valori che vengono
assunti dalla corrente istante per istante: in particolare, nell'istante iniziale t=0 si ottengono il valore
iniziale iO della corrente e la fase che risultano
i0 = I sin sin = i0/I

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pag. 81

Generazione delle correnti alternate


Le correnti alternate sono generate da macchine chiamate alternatori. Il principio di
funzionamento di queste macchine corrisponde alla disposizione schematica rappresentata in figura
1, in pratica risiede nel noto fenomeno dinduzione elettromagnetica che si determina facendo
spostare un conduttore entro un campo magnetico.

Figura 1
Si consideri il conduttore A disposto lungo una generatrice del cilindro che ha l'asse di rotazione in
O: facendo ruotare questo cilindro nel verso della freccia, il conduttore A viene a tagliare le linee di
forza del campo induttore in cui immerso, e perci nel conduttore stesso si genera una f.e.m.
indotta. Con il verso del campo segnato (fig. 1), applicando la regola della mano destra si riconosce
che mentre il conduttore A passa a descrivere il mezzo giro (1)(2)(3), la f.e.m. indotta nel
conduttore ha il verso uscente dal foglio (verso indicato con un punto): successivamente, quando il
conduttore A passa a descrivere il mezzo giro (3)(4)(1), la f.e.m. indotta si inverte e prende il verso
entrante nel foglio (verso rappresentato da una croce). La f.e.m. indotta nel conduttore rotante
dunque una f.e.m. alternata, la quale si inverte ogni volta che il conduttore attraversa il piano yy
(detto piano d'inversione): questa f.e.m. compie un periodo T ad ogni giro del conduttore, ed ha
perci una frequenza f pari al numero di giri al secondo compiuti dal conduttore.
Per quanto riguarda i valori istantanei e(t) che la f.e.m. assume nel corso di un periodo (fig. 1) si
pu osservare quanto segue: essa ha il valore zero quando il conduttore passa per la posizione (1),
perch in tale istante il conduttore si muove per un breve intervallo parallelamente al campo senza
tagliarlo; quindi va aumentando fino a raggiungere il valore massimo nella posizione (2) in cui il
conduttore si sposta normalmente al campo; da questo punto la f.e.m. riprende a decrescere fino ad
annullarsi ancora nella posizione (3). Il valore massimo E della f.e.m. indotta avviene in (2) e in (4)
quando il conduttore si sposta in modo perpendicolare al campo: se B l'induzione del campo, l la
lunghezza del conduttore e v la velocit periferica del conduttore, tale valore massimo dato dalla
relazione E=Blv.
In un generico istante t il conduttore si porta dalla posizione iniziale (1) alla posizione A definita
dall'angolo =t, se la velocit angolare del cilindro. In questa posizione, la velocit v' con cui il
conduttore taglia perpendicolarmente il campo magnetico ha il valore v'=vsin=vsin(t):
corrispondentemente, l'espressione matematica di tale f.e.m. assume la forma:
e=Blv'=Blvsin(t)=Esin(t).
All'atto pratico per generare delle f.e.m. sufficientemente elevate si disporranno pi conduttori
indotti collegati in serie fra loro, secondo disposizioni particolari, che costituiranno l'avvolgimento
indotto dell'alternatore.

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pag. 82

Relazioni di fase - Somma e differenza fra grandezze alternate


Quando si devono considerare insieme due grandezze alternate della stessa frequenza, per
esempio due tensioni oppure due correnti alternate, possono verificarsi due casi.
1) Le due grandezze alternate, nel corso di ciascun periodo, passano insieme per il valore zero,
raggiungono insieme il valore massimo positivo e poi discendono nello stesso istante a zero e
cos via.
Si dice allora che le due grandezze hanno la stessa fase 0 e cio sono in concordanza di fase,
e sono corrispondentemente rappresentate da due sinusoidi che passano insieme per lo zero e
raggiungono insieme i rispettivi massimi positivi e negativi come in figura 1.
Le due sinusoidi possono immaginarsi generate da due vettori A e B che ruotano con la stessa
velocit angolare , mantenendosi sovrapposti e aventi ciascuno una ampiezza pari al valore
massimo della grandezza rappresentata e una fase pari all'angolo 0.

Figura 1
2) Le due grandezze alternate, pur avendo la stessa frequenza, cominciano ciascuna il rispettivo
semiperiodo positivo in due istanti diversi e passano corrispondentemente per il rispettivo
valore massimo positivo una prima dell'altra e cos via.
Si dice allora che le grandezze alternate hanno diversa fase oppure che sono sfasate fra loro:
esse sono in tal caso rappresentate da sinusoidi generate da due vettori A e B i quali ruotano
insieme con la stessa velocit, ma formano fra loro un certo angolo
= A - B
Questo angolo definisce la differenza di fase o, come sol dirsi anche, lo sfasamento fra le due
grandezze (figura 2).
Allo sfasamento angolare corrisponde lo sfasamento temporale t (intervallo che decorre fra
gli inizi dei semiperiodi delle due grandezze) espresso dalle relazioni
t = / = (/2)T

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pag. 83

Figura 2
Il vettore che precede nella rotazione si dice in anticipo rispetto all'altro, il qual a sua volta in
ritardo rispetto al primo.
Due grandezze sfasate di un quarto di periodo sono rappresentate da due vettori a 90 fra loro
come in figura 3 e si dicono in quadratura: mentre una di esse ha gi raggiunto il valore massimo, la
seconda ancora a zero e sta per iniziare un semiperiodo positivo.

Figura 3
Due grandezze alternate invece che hanno costantemente segno opposto si dicono in opposizione
di fase e sono rappresentate da due vettori direttamente opposti come in figura 4, e cio sfasati fra
loro di 180, o di mezzo periodo.

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pag. 84

Figura 4
Nello studio dei circuiti a corrente alternata, si presenta spesso il problema di eseguire la somma
o la differenza fra due o pi grandezze alternate.

Per somma di due o pi grandezze alternate si intende la grandezza che si ottiene eseguendo la
somma algebrica dei valori istantanei contemporanei delle grandezze componenti. Nella figura 5
indicata l'operazione di somma fra due grandezze sinusoidali y1 e y2 sfasate fra loro di un certo
angolo : la grandezza risultante y=y1+y2 ancora sinusoidale, ed definita dal valore Y=Y1+Y2
che si ottiene, con la regola del parallelogramma, come somma vettoriale dei due vettori che
rappresentano le due sinusoidi componenti. Con la rotazione rigida di questo parallelogramma,
mentre i vettori Y1 e Y2 generano le due sinusoidi componenti y1 e y2, il vettore risultante Y
genera la sinusoide y che rappresenta la somma delle due sinusoidi. Poich le grandezze
componenti sono sfasate fra loro, i due massimi non si verificano nello stesso istante e perci il
valore massimo Y della grandezza risultante minore della somma aritmetica fra i valori massimi
delle componenti. Per il calcolo algebrico del valore massimo Y e della fase del vettore
risultante Y, si ricorre usualmente al metodo simbolico.

Per eseguire la differenza vettoriale D=A-B fra due grandezze sinusoidali A e B, basta costruire la
risultante con la regola del parallelogramma fra il primo vettore A e il vettore (-B) uguale e
opposto al secondo vettore B, come in figura con l'estremo del primo A, (figura 5a).
La stessa differenza anche rappresentata dal vettore D che congiunge l'estremo del secondo
vettore B con l'estremo del primo A (figura 5b).

Figura 5a

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Figura 5b

pag. 85

Valore efficace e valore medio di correnti e tensioni alternate.


Se si considera il calore svolto per effetto Joule da una corrente alternata che attraversa una
determinata resistenza elettrica per un dato tempo, chiaro che trattandosi di una corrente la quale
varia continuamente da zero ad un massimo e da questo a zero nei due versi, l'effetto medio
risultante potr essere equiparato a quello di una corrente costante che abbia un opportuno valore
compreso fra lo zero e il massimo: questo valore che definisce l'equivalenza termica fra una corrente
alternata e una corrente continua detto valore efficace della corrente alternata.

Figura 1
Si consideri la corrente alternata rappresentata dalla sinusoide i (figura 1). Per calcolare l'energia
W dissipata in calore per effetto Joule da questa corrente nell'intervallo di un periodo, quando essa
percorre una data resistenza R, si deve:
1) Dividere l'intervallo di tempo T in tanti piccoli intervalli t in ognuno dei quali corrispondenti
valori della corrente, come i1, i2, ..., in, possono ritenersi approssimativamente costanti;
2) Calcolare l'energia dissipata in ognuno di tali intervalli, moltiplicando la resistenza R per il
quadrato della rispettiva corrente e per il tempo t;
3) Eseguire la somma di tutti i termini elementari cos ottenuti, e porre

L'intensit I della corrente costante termicamente equivalente sar tale da fornire la stessa
energia W per mezzo della relazione
W =RI2 T
Confrontando le due espressioni di W risulta che l'intensit costante cercata, e cio il valore
efficace I della corrente alternata, definito dalle seguenti relazioni:

Per le correnti alternate di forma sinusoidale, facile dimostrare che il valore efficace risulta
uguale semplicemente al valore massimo diviso per 2.
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pag. 86

Infatti la somma dei termini del tipo i2t non altro che la somma di tutte le aree rettangolari di
base t e altezza i2, e quindi l'area delimitata dalla curva i2 (figura 1): se questa area viene divisa
per il periodo T si trova l'altezza di un rettangolo, di base T, che ha la stessa area. Come si vede
nella figura, affinch il rettangolo di base T presenti la stessa area delimitata dalla sinusoide i2,
dovr avere una altezza esattamente uguale al valore I2/2, ed questo perci il valore che deve
assumere l'espressione sotto radice. Ne segue che per una corrente ad andamento sinusoidale si
pu scrivere

Si hanno dunque le importanti relazioni

La definizione di valore efficace enunciata per le correnti viene estesa anche a tutte le altre
grandezze elettriche alternate ed in particolare alle tensioni ed alle f.e.m.. Cos se una tensione
alternata sinusoidale raggiunge ad ogni semiperiodo nei due versi opposti un valore massimo V, si
dir che la tensione considerata ha il valore efficace

Si definisce valore medio nel semiperiodo di una corrente alternata il valore I che corrisponde
all'ordinata media di ogni semionda. Con riferimento alla corrente sinusoidale i (figura 2), si osserva
che l'ordinata media definita dall'altezza del rettangolo che ha per base T/2 e che presenta la
stessa area delimitata dalla semionda della corrente i.

Figura 2
Essendo 2I il valore di questa area, eseguendo il confronto con l'area I del rettangolo si trova
che il valore medio I, espresso dalla relazione

Si pu notare che il valore medio I di una corrente sinusoidale minore del valore efficace: il
rapporto fra questo e il primo d il cosiddetto fattore di forma Kf.
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Rappresentazione simbolica di grandezze sinusoidali.


Lo studio dei circuiti elettrici in regime sinusoidale viene molto semplificato con la
rappresentazione mediante vettori rotanti.

Figura 1
Nella rappresentazione simbolica questi vettori vengono riferiti a un piano complesso (Re, Im)
come in figura 1, e definiti algebricamente mediante un numero complesso scritto nelle forme
binomie
A = A' + jA" = A cos + jA sin
I vari termini hanno i seguenti significati:
j = -1 l'unit immaginaria, definita dalla relazione j2 =-1
A' = A cos la parte reale del vettore A
A" = A sin la parte immaginaria dello stesso vettore A, il cui modulo

e il cui argomento = argtan (A"/A') = argsin (A"/A) = argcos (A'/A).


Lo stesso valore A pu essere rappresentato in forma esponenziale e polare con le notazioni

L'impiego delle espressioni simboliche sopra definite consente di risolvere algebricamente i


problemi relativi alle reti elettriche in regime sinusoidale mediante le stesse equazioni che si
applicano per le reti in corrente continua, semplicemente sostituendo in esse alle grandezze scalari
come E, V, I che rappresentano le f.e.m., le tensioni e le correnti continue, le espressioni simboliche
delle grandezze vettoriali E, V, I che rappresentano le stesse grandezze in regime sinusoidale, e
sostituendo inoltre ai simboli delle grandezze reali come le resistenze R, le corrispondenti espressioni
simboliche Z=R+jX che rappresentano in termini complessi le impedenze.
Per quanto riguarda la scelta fra le diverse forme delle espressioni simboliche indicate valgono le
osservazioni seguenti:

La forma binomia del tipo A=A'+jA" consente la pi rapida soluzione dei problemi alle somme
vettoriali di pi grandezze, che si risolvono eseguendo separatamente le somme algebriche delle
componenti reali e immaginarie dei singoli vettori, secondo relazioni del tipo
S = A1 + A2 + ... = (A'1 + A'2 + ...) + j (A"1 + A"2 +...)

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che definisce il vettore risultante S il cui modulo

e il cui argomento

La forma polare (o la forma esponenziale) consente invece la soluzione immediata delle


operazioni di moltiplicazione di un vettore come

per un operatore vettoriale del tipo

semplicemente moltiplicando i due moduli e sommando tra loro i due argomenti: ne risulta un
vettore definito da una relazione del tipo

con V=ZI e V=Z+I


Analogamente, l'operazione di divisione diventa

con I=V/Z e I=V+Z


Si ricordi che i vettori rappresentativi delle grandezze sinusoidali sono dei vettori dampiezza
costante idealmente rotanti nel piano complesso con velocit angolare costante e perci
caratterizzati da un argomento variabile nel tempo secondo la relazione =t+: essi sono
rappresentati nella posizione corrispondente all'istante t=0; a questa posizione compete l'argomento
0= il quale definisce la fase della grandezza rappresentata. Nellesecuzione pratica dei calcoli, e dei
diagrammi vettoriali relativi, sono comunemente assunti come moduli i valori i valori efficaci delle
varie grandezze in luogo dei corrispondenti valori massimi.

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Circuiti ohmico-induttivi.
a) Circuiti puramente ohmici
Si consideri un circuito puramente ohmico (figura1) percorso da una corrente alternata
dequazione i=I sint.

Figura 1
La tensione esistente ai capi della resistenza R del circuito espressa, in ciascun istante, dalla
relazione VR=Ri=RI sint =VR sint.
Se dunque la corrente varia secondo il diagramma sinusoidale i, la tensione ai capi del circuito
varia essa pure secondo una sinusoide vR le cui ordinate si ottengono moltiplicando per R le ordinate
rappresentative della corrente: corrispondentemente, se la corrente rappresentata dal vettore
rotante I, la tensione viene rappresentata da un vettore rotante VR di ampiezza VR=RI in fase con I.
Dividendo per 2 si ottiene la relazione fra i valori efficaci VR e I della tensione e della corrente nella
forma VR=RI.
In termini simbolici, in altre parole in termini vettoriali, si scriver invece VR=RI
Si pu dire quindi che in un circuito puramente ohmico la corrente e la tensione si mantengono in
fase fra loro, e fra i rispettivi valori efficaci, a qualsiasi frequenza, vale la legge di Ohm nella stessa
forma che essa avrebbe in corrente continua.
b) Circuiti puramente induttivi
Quando in un circuito avente induttanza L (figura 2) circola una corrente sinusoidale dequazione
i=I sint nel circuito nasce una f.e.m. dautoinduzione espressa da

Ponendo, in questa, -cos t = sin ( t - 90) si ottiene e = LI sin ( t - 90)

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Figura 2
Questa f.e.m. anch'essa sinusoidale, ma sfasata di 90 in ritardo rispetto alla corrente che la
produce. Il suo valore massimo e il suo valore efficace sono definiti dalla relazione seguente:
E = LI
Poich nel circuito presente la f.e.m. e, ed invece nulla la resistenza, applicando la legge di
ohm si dovr scrivere:
vL = -e = L I sin ( t + 90)
L'ultima relazione viene interpretata dicendo che in un circuito puramente induttivo la tensione vL
in ciascun istante uguale ed opposta alla f.e.m. di autoinduzione e. Infatti la f.e.m. di
autoinduzione si oppone alle variazioni della corrente: affinch la corrente possa effettivamente
permanere nel circuito perci necessario applicare ai capi del circuito stesso una tensione che
faccia equilibrio in ciascun istante alla f.e.m. di autoinduzione. Si esprime questo fatto dicendo che il
fenomeno dell'autoinduzione provoca una caduta induttiva di tensione, uguale e contraria alla f.e.m.
dautoinduzione.
La tensione vL da applicare al circuito risulta cos in opposizione di fase alla f.e.m. e; il
corrispondente vettore rappresentativo vL uguale e opposto al vettore E, e perci risulta sfasato di
90 in anticipo rispetto al vettore I che rappresenta la corrente.
Il valore massimo della tensione vL =LI, pari al valore massimo E della f.e.m. di
autoinduzione; il suo valore efficace risulta perci vL =LI essendo I il valore efficace della corrente.
Il prodotto L viene correntemente indicato con XL ponendo XL=L=2fL per scrivere di
conseguenza vL = XL I
Nella rappresentazione simbolica, per tenere conto del fatto che il vettore vL deve risultare a 90
in anticipo rispetto al vettore I, si dovr scrivere
VL=j XL I = j LI
Il fattore immaginario jXL=jL che tiene il posto di una resistenza, designato col nome di
reattanza induttiva del circuito, ed misurata in ohm.
Inversamente si pu dire che applicando al circuito induttivo una tensione V esso assorbe una
corrente il cui vettore rappresentativo dato dal rapporto I=V/jXL e risulta sfasato di 90 in ritardo
rispetto alla tensione.
In pratica, i circuiti puramente induttivi non esistono ma sono considerati come tali quei circuiti in
cui la resistenza ohmica trascurabile rispetto alla reattanza.
Naturalmente molto dipende dalla frequenza, perch se la frequenza bassa anche una forte
induttanza d luogo a una reattanza modesta, mentre se la frequenza molto alta, anche una
induttanza relativamente piccola presenta una reattanza notevole.

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c) Circuiti ohmico-induttivi
Nel caso pi generale, un circuito elettrico presenta sempre una certa resistenza ohmica R ed una
certa induttanza L, e corrisponde perci allo schema in figura 3.
Sia I il vettore rappresentativo della corrente che attraversa il circuito. La caduta ohmica dovuta
alla resistenza R rappresentata dal vettore VR di ampiezza VR=RI in fase con il vettore I. D'altra
parte, se f la frequenza, l'induttanza L oppone alla corrente una reattanza XL=2fL, la quale
determina una caduta induttiva che rappresentata da un vettore VL di ampiezza VL=XLI e sfasato di
90 in anticipo rispetto al valore I.
Ne segue allora che per mantenere nel circuito la corrente I si dovr applicare al circuito stesso
una tensione definita in ampiezza e fase dal vettore risultante V=VR+VL secondo le costruzioni
grafiche riportate in figura 3.
Questi diagrammi sintetizzano l'intero comportamento del circuito ohmico-induttivo che pu
essere cos riassunto: la tensione V da applicare al circuito per mantenervi una corrente sinusoidale
determinata in ampiezza e fase dall'ipotenusa di un triangolo rettangolo che ha per cateti il vettore
rappresentativo della caduta ohmica VR=RI, in fase con il vettore rappresentativo della corrente I, e
il vettore rappresentativo della caduta induttiva VL=jXLI sfasato rispetto alla corrente di 90 in
anticipo. Questo triangolo costituisce il triangolo delle tensioni del circuito.
Si conclude che la tensione totale ai capi del circuito rappresentata da un vettore V che risulta
sfasato in anticipo rispetto alla corrente I di un certo angolo il cui valore dipende dalla resistenza R
e dalla reattanza XL del circuito.
Per il calcolo di questa tensione basta applicare il teorema di Pitagora al triangolo predetto

Ne risulta l'espressione

Rispetto ai valori della corrente e della tensione, il circuito si comporta quindi come se fosse
dotato di una resistenza apparente definita in ohm dall'espressione

questa resistenza apparente viene designata col nome di impedenza del circuito e indicata con Z;
essa definita dalla relazione

Conseguentemente, si esprime il valore della tensione mediante la relazione V=ZI.


L'impedenza Z risulta geometricamente rappresentata dall'ipotenusa di un triangolo rettangolo
che ha per cateti la resistenza R e la reattanza XL. Questo triangolo detto triangolo dell'impedenza
e risulta simile al triangolo delle tensioni. La determinazione dell'angolo di sfasamento fra tensione
e corrente pu essere fatta calcolandone la tangente mediante il rapporto tan = XL/R.
Con le notazioni del metodo simbolico i fatti sopra esposti si traducono nelle relazioni vettoriali

Se si pone

a rappresentare la impedenza simbolica del circuito, la relazione fra tensione e corrente diventa
semplicemente V=ZI.Si pu quindi dire che un circuito ohmico-induttivo presenta unimpedenza
rappresentata da un numero complesso che ha come parte reale la resistenza R e come coefficiente
dell'immaginario la reattanza XL l'argomento =argtan XL/R dellimpedenza esprime l'angolo di
sfasamento fra la tensione e la corrente del circuito.
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Circuiti ohmico-capacitivi.
a) Circuiti puramente capacitivi
Si consideri un condensatore come in figura 1 e si supponga che la resistenza e l'induttanza delle
connessioni siano nulle: si dice in tal caso che si tratta di un circuito puramente capacitivo. Fra le
armature del condensatore, di capacit C, agisca la tensione rappresentata dalla curva sinusoidale vC
di figura 2, la quale varia nel tempo secondo la legge vC=VCsint essendo VC il valore massimo e la
pulsazione. In queste condizioni, se in un tempo dt la tensione subisce un incremento dvC il
condensatore assorbe una certa corrente i, e la sua carica subisce un incremento del valore
dq=idt=CdvC

Figura 1
Per la corrente assorbita dal condensatore dovr quindi risultare

Ponendo, in questa, cos t=sin (+90) si ottiene l'espressione i=CVC sin(t+90)


Si vede quindi che il circuito del condensatore sede di una corrente sinusoidale come la tensione
impressa, sfasata rispetto a questa di 90 in anticipo, con un valore massimo espresso da IC= CVC
La tensione e la corrente vengono a corrispondersi secondo le relazioni di ampiezza e fase
rappresentata in figura 2: mentre la tensione aumenta da zero al valore massimo VC, il condensatore
si scarica assorbendo le cariche q con una corrente che inizia col valore massimo IC e che va poi
gradualmente diminuendo fino a ridursi a zero. Successivamente, la tensione alle armature
diminuisce da VC a zero e il condensatore si scarica mediante una corrente analoga alla precedente
ma di verso opposto. Nel mezzo periodo successivo si ripetono vicende analoghe, con il
condensatore che si carica in verso opposto.
Passando dai valori massimi ai valori efficaci si ottiene la relazione IC=CVC. Se si pone
XC = 1/C = 1/2fC
la corrente IC viene a essere definita dal rapporto IC=VC/XC
Questa relazione si interpreta dicendo che il condensatore oppone al passaggio della corrente
alternata una specie di resistenza apparente XC=1/(C) alla quale si d il nome di reattanza
capacitiva, misurata in ohm.

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Figura 2
Corrispondentemente, volendo far attraversare un dato condensatore da una corrente alternata di
valore efficace IC prefissato, occorrer applicare alle sue armature una tensione di valore efficace
VC=XCIC
Nel linguaggio tecnico, si dice allora che un condensatore inserito in un circuito percorso da
corrente alternata sinusoidale, provoca una caduta capacitiva VC che ha il valore efficace XCIC ed
sfasata di 90 in ritardo rispetto alla corrente.
Nella rappresentazione simbolica si tiene conto di questo risultato scrivendo la precedente
relazione nella forma
VC = -jXCIC = -j (1/C)IC
Con ci la reattanza simbolica capacitiva viene ad essere rappresentata da un numero
immaginario negativo, e i suoi effetti sono esattamente opposti a quelli di una reattanza induttiva.
b) Circuiti ohmico-capacitivi
All'atto pratico il circuito che si collega alle armature di un condensatore presenta sempre una
certa resistenza ohmica R e assume le caratteristiche corrispondenti allo schema di figura 3.

Figura 3
La tensione totale V ai capi del circuito, si ottiene in tal caso componendo vettorialmente la
caduta ohmica VC=RI (in fase con la corrente) con la caduta capacitiva VC=XCI (a 90 in ritardo). Si
ha cos il triangolo delle tensioni di figura 4.

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Figura 4
Il valore efficace della tensione viene a risultare

Per l'effetto combinato dalla resistenza ohmica R e della reattanza capacitiva XC il circuito oppone
cos alla corrente unimpedenza capacitiva

Questa impedenza rappresentata dall'ipotenusa di un triangolo rettangolo che ha per cateti la


resistenza R e la reattanza capacitiva XC (figura 5).

Figura 5
In questo tipo di circuito, la corrente sfasata in anticipo sulla tensione di un certo angolo ,
compreso fra 0 e 90, definito in valore dalla relazione tan =XC/R.
Nella rappresentazione simbolica, allimpedenza capacitiva corrisponde l'espressione complessa
Z = R - jXC = R - j (1/C)

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Impedenze in serie.
Se si collegano in serie pi impedenze come le Z1, Z2, Z3 di figura 1, le rispettive tensioni V1, V2,
V3 risultano espresse dalle relazioni simboliche essendo I la comune che le attraversa.
V1=Z1I=(R1+jX1)I V2=Z2I=(R2+jX2)I

V3=Z3I=(R3+jX3)I

Figura 1
In base alla legge di Ohm e al teorema di Steinmetz-Kennelly, la tensione V ai capi della serie
sar espressa dalla relazione simbolica V=V1+V2+V3.
Per eseguire questa somma occorre costruire i triangoli delle tensioni relative alle varie
impedenze uno di seguito all'altro come in figura 2.

Figura 2
La tensione risultante V formata da una componente attiva VR in fase con la corrente, pari alla
somma aritmetica di tutte le cadute ohmiche della serie, e di una componente reattiva VX a 90 in
anticipo o in ritardo, pari alla somma algebrica di tutte le cadute induttive ( o capacitive)
VR = (R1+R2+R3) I

VX = (X1+X2+X3) I

Il valore della tensione totale ai capi della serie pertanto:

Il suo sfasamento rispetto alla corrente definito dalla relazione:


tan = (X1+X2+X3) / (R1+R2+R3)
Con diagramma analogo si esegue la composizione delle impedenze (figura 3): le impedenze in
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serie si compongono cio geometricamente, costruendo uno di seguito all'altro i triangoli delle
impedenze singole.

Figura 3
L'intera serie equivalente nel suo complesso a un'unica impedenza avente una resistenza
equivalente pari alla somma di tutte le resistenze e una reattanza equivalente pari alla somma
(algebrica) di tutte le reattanze
R=R1+R2+R3

X=X1+X2+X3

Il valore dell'impedenza equivalente della serie risulta

Questo valore minore della somma aritmetica delle impedenze componenti, salvo il solo caso in
cui tutte queste impedenze abbiano lo stesso argomento .
In termini simbolici si ha semplicemente
Z=Z1+Z2+Z3=(R1+jX1)+(R2+jX2)+(R3+jX3)
Ne risulta
Z=(R1+R2+R3)+j(X1+X2+X3)=R+jX

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Impedenze in parallelo - Ammettenza.


In un circuito formato da pi impedenze in parallelo (figura 1), le varie impedenze risultano
alimentate tutte dalla stessa tensione V: le correnti assorbite dalle singole impedenze sono definite
dalle relazioni I1=V/Z1; I2=V/Z2; I3=V/Z3.

Figura 1
Queste correnti risultano ordinatamente sfasate in ritardo (o in anticipo) sulla tensione degli
angoli 1, 2, 3 definiti dalle relazioni tan1=X1/R1; tan2=X2/R2; tan3=X3/R3
Ne risulta il diagramma vettoriale indicato nella figura 2. La corrente totale I nel filo di linea si
ottiene costruendo la somma vettoriale dei vettori I1, I2, I3 che rappresentano le diverse correnti
I=I1+I2+I3.

Figura 2
Questo risultato esprime il primo principio di Kirchhoff esteso alle reti in regime sinusoidale.
Si pu anche porre, direttamente I=V/Z ove Z la impedenza equivalente del circuito espressa
dalla relazione
Z = 1 / (1/Z1) + (1/Z2) + (1/Z3)
Si ha dunque una perfetta analogia coi circuiti a corrente continua, purch si considerino, in luogo
delle resistenze, le impedenze espresse per mezzo delle loro notazioni simboliche.
Per due soli rami in parallelo si ha in particolare
Z = Z1Z2 / (Z1+Z2)

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AMMETTENZA

Viene chiamata ammettenza Y di un circuito la grandezza inversa dellimpedenza


Y=1/Z=1/V
Per il calcolo dell'ammettenza basta porre (considerando insieme i circuiti induttivi e capacitivi)

Le due componenti dell'ammettenza (espresse in siemens) vengono chiamate, rispettivamente


conduttanza e suscettanza del circuito.
G = R / (R2+X2)

B = X / (R2+X2)

Esse rappresentano il circuito stesso per mezzo di due rami fra loro in parallelo (figura 3) che
assorbono rispettivamente le due componenti attiva e reattiva della corrente la prima in fase con la
tensione V e la seconda in quadratura.

Figura 3
IG = I cos

IB = I cos

Tali componenti sono espresse dalle relazioni

La corrente totale I invece espressa dalle relazioni


I = YV = (G jB)V = IG+IB
Quando si hanno circuiti fra loro in parallelo, facile controllare che l'ammettenza equivalente
pari alla somma delle ammettenze componenti
Y = Y1+Y2+Y3 = (G1+G2+G3) + j(B1B2B3)

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pag. 99

Risonanza.
a) Circuito serie
Con riferimento al circuito rappresentato in figura 1, la tensione v ai capi della serie uguale in
ogni istante alla somma algebrica dei valori istantanei contemporanei delle tensioni vR, vL, vC
esistenti ai capi della resistenza, della induttanza e della capacit.

Figura 1
In regime sinusoidale questa somma algebrica fra i valori istantanei si risolve in una somma
vettoriale che ha per lati consecutivi il vettore VR=RI in fase con la corrente I, il vettore VL=jXLI a
90 in anticipo rispetto alla corrente I, il vettore VC=-jXCI a 90 in ritardo rispetto alla corrente I.
Supponendo XL>XC, si ha il diagramma in figura 2.

Figura 2
Si osserva che le tensioni misurate ai capi dell'induttanza e del condensatore sono rappresentate
da due vettori opposti:

Figura 3
la loro somma vettoriale si traduce cos in una differenza aritmetica, come nel diagramma in
figura 3 che rappresenta la composizione vettoriale
V = VR+VL+VC = VR+VX
corrispondente alla relazione simbolica
V = R I + jXL I - jXC I = R I + j(XL-XC)I = (R+jX)I = Z I

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pag. 100

Come si vede, l'effetto risultante delle due reattanze in serie XL, e XC corrisponde a quello di una
reattanza equivalente X di valore pari alla differenza
X = XL-XC = L-1/C
mentre l'impedenza del circuito risulta
Z = R + jX = R + j(XL -XC)
Le due reattanze induttiva e capacitiva esercitano l'una rispetto all'altra un'azione di compenso
per modo che la reattanza complessiva del circuito pu anche risultare pi piccola delle due
reattanze singole: fra le due reattanze di segno opposto prevale naturalmente quella che ha maggior
valore, e il circuito assume nel suo complesso un carattere induttivo o capacitivo secondo che
prevalga l'una o l'altra reattanza.
Se XL maggiore di XC (cio L>1/C), la reattanza risultante X=XL-XC rimane positiva e il circuito
conserva carattere induttivo: la tensione ai capi della serie risulta in tal caso sfasata in anticipo sulla
corrente dell'angolo .
Se invece XL minore di XC (cio L<1/C), la reattanza risultante X=XL-XC diviene negativa e si
ha nel complesso un circuito a carattere capacitivo. Il diagramma vettoriale prende in tal caso la
forma di figura 4: la tensione totale V risulta sfasata in ritardo sulla corrente dell'angolo .

Figura 4
Se infine si realizza la condizione XL=XC (cio L=1/C), la reattanza risultante X=XL-XC, diventa
nulla e si ha nel complesso un circuito con carattere ohmico. In tal caso il diagramma vettoriale
assume la forma particolare rappresentata in figura 5:

Figura 5
La tensione totale risulta V=VR+VL+VC=VR=RI poich le due tensioni VL e VC ai capi della
induttanza e della capacit vengono a risultare uguali e di verso opposto. Avendosi XL-XC=0,
l'impedenza del circuito diviene

Cio risulta uguale alla resistenza ohmica R: il circuito si comporta come se fosse senza
reattanza, e cio come se avesse solo resistenza ohmica.
In queste condizioni si ha l'esatto compenso fra gli effetti dell'induttanza e della capacit: si dice
perci che il circuito in regime di risonanza. Poich in tal caso si ha l'uguaglianza XL=XC, si pu dire
che in un circuito con induttanza e capacit in serie si verifica la risonanza quando si ha L=1/(C)
cio 2LC=1.
La condizione di risonanza dipende, oltre che dai valori di L e di C, anche dal valore della
frequenza : per una data induttanza L e una data capacit C, il circuito entra in risonanza se la
frequenza soddisfa alla relazione
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pag. 101

Questo valore fR si chiama frequenza di risonanza. Per una data frequenza, un circuito pu essere
portato in risonanza variando l'induttanza o la capacit.
Se si varia l'induttanza, la risonanza raggiunta quando la capacit assume il valore

Se si varia la capacit, la risonanza raggiunta quando la capacit assume il valore

Spesso, in condizioni di risonanza, pure compensandosi reciprocamente, le due tensioni XLI e XCI
esistenti ai capi dell'induttanza e della capacit possono assumere valori anche molto pi elevati
della tensione V che si ha agli estremi del circuito: queste maggiori tensioni prendono il nome di
sovratensioni di risonanza.
b) Circuito parallelo
Si consideri il circuito (figura 6), costituito da un ramo induttivo (con resistenza ohmica RL e
reattanza XL) in parallelo con un ramo capacitivo (costituito da una resistenza RC e da una reattanza
XC).

Figura 6
Sia V la tensione di frequenza f applicata fra i capi dell'arco doppio. Il lato induttivo assorbe una
corrente IL il cui valore e il cui sfasamento L in ritardo risultino

Il lato capacitivo assorbe la corrente IC di valore e sfasamento C in anticipo dati da

Il diagramma vettoriale assume la forma indicata in figura 7.


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pag. 102

Figura 7
Nel caso particolare, messo in evidenza nella figura 8, in cui si realizza luguaglianza IBC=IBL la
corrente totale assorbita I=IL+IC pu risultare in fase con la tensione V.

Figura 8
L'arco doppio equivale allora nel suo complesso a un circuito puramente ohmico: si dice che in tal
caso il circuito in regime dantirisonanza.
Se il circuito si riduce a una induttanza pura in parallelo con una capacit pura, come figura 9, la
corrente IL risulter in opposizione di fase rispetto alla corrente IC.

Figura 9

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pag. 103

Se inoltre queste due correnti sono anche uguali in valore (regime di risonanza), la corrente
risultante I si annulla.
Si arriva allora a questo risultato, apparentemente strano: la linea che alimenta l'arco doppio non
percorsa da alcuna corrente (come se fosse interrotta in pratica dimpedenza infinita), mentre i
due lati dell'arco sono percorsi da correnti uguali e opposte che possono avere dei valori anche assai
elevati (sovracorrenti di risonanza). In tal caso il regime tale che le due correnti IL e IC, uguali in
valore e direttamente opposte, corrispondono ad un'unica corrente che oscilla in seno al circuito
chiuso costituito dall'induttanza e dalla capacit: il valore della frequenza di risonanza pari a quello
gi trovato per il circuito serie.
Pi in generale, e cio in presenza di resistenze come RL ed RC nei due rami derivati, la frequenza
di risonanza si ottiene ponendo luguaglianza IBL=IBC fra le componenti reattive delle due correnti: in
base alle seguenti relazioni

dovr quindi risultare

Sostituendo le espressioni XL=L e XC=1/(C) e risolvendo rispetto a si ottiene

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Fenomeni di mutua induzione fra circuiti a corrente alternata.


E' noto che se due circuiti sono posti in presenza l'uno dell'altro, pu accadere che il campo
magnetico generato dal primo circuito arrivi tutto o in parte a concentrarsi con il secondo e
viceversa. In regime di correnti variabili i due circuiti sono allora mutuamente dipendenti, perch
ogni variazione di corrente nell'uno fa sorgere una f.e.m. di mutua induzione nell'altro.
L'entit del fenomeno dipende dal valore del coefficiente di mutua induzione M il quale legato a
sua volta ai valori delle induttanze proprie dei due circuiti mediante la relazione

essendo k quel numero, minore o uguale a 1, che costituisce il fattore di accoppiamento fra i due
circuiti. Analogamente a quanto gi visto per la f.e.m. di autoinduzione (espressa da E=LI e sfasata
di 90 in ritardo sulla corrente) nel caso della mutua induzione si trova che se il primo circuito
percorso da una corrente alternata di valore efficace I1, questa induce nel secondo circuito una
f.e.m. che assume il valore efficace E2=MI1, e che risulta sfasata di 90 in ritardo rispetto alla
corrente I1 che la induce. Al prodotto M si attribuisce il nome di reattanza mutua fra i due circuiti e
si pone
M = 2fM = XM
Il valore efficace della f.e.m. di mutua induzione generata nel secondo circuito si esprime con ci
mediante la relazione
E2 = MI1 = XMI1
Nei diagrammi vettoriali questa f.e.m. viene rappresentata da un vettore E2 a 90 in ritardo
rispetto al valore I1 come in figura 1.

Figura 1
Reciprocamente se il secondo circuito percorso a sua volta da una corrente I2, si ha nel primo
circuito una f.e.m. di mutua induzione E1 che ha il valore efficace
E1 = MI2 = XMI2
ed sfasata di 90 in ritardo sulla corrente I2. Nella rappresentazione simbolica queste f.e.m.
sono espresse dalle relazioni
E1 = -jXMI2 ; E2 = -jXMI1
Della f.e.m. di mutua induzione si tiene conto allo stesso modo di una qualunque altra f.e.m.
presente in un circuito.

Figura 2
Cos, se ad esempio si considerano i due circuiti accoppiati di figura 2, la legge di Ohm per l'uno e
pag. 105
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per l'altro di essi dovr essere scritta ponendo


V1+E1 = R1I1+jX1I1

E2 = R2I2+jX2I2

A queste equazioni vettoriali corrisponde il diagramma di figura 3.

Figura 3
Sostituendo le espressioni

E1 = -jXMI2 ; E2 = -jXMI1

delle f.e.m. e ordinando, si ottengono le relazioni


V1 = R1I1+jX1I1+jXMI2

0 = R2I2+jX2I2+jXMI1

Si vede quindi che l'accoppiamento magnetico fra i due circuiti comporta che in ciascuno di essi si
consideri, in serie alle reattanze X1 e X2 anche la reattanza mutua XM. Le due correnti incognite I1 e
I2. Sul fenomeno della mutua induzione sono basati i trasformatori elettrici. Si denota con il nome di
trasformatore ogni coppia di circuiti elettricamente distinti e magneticamente concatenati,
predisposti col preciso scopo di utilizzare il fenomeno della mutua induzione per realizzare un
trasferimento di potenza da un circuito all'altro. Questi due circuiti sono designati col nome di
primario e secondario del trasformatore.
Potenza istantanea e potenza attiva
La potenza elettrica P assorbita da un circuito in corrente continua, alimentato agli estremi da una
tensione V e percorso da una corrente I, espressa in watt dal prodotto
P=VI
La tensione e la corrente sono in tal caso costanti, e anche la potenza P perci rimane costante
nel tempo. Passando invece a considerare un circuito a corrente alternata, si ha che la tensione v e
la corrente i variano continuamente da un istante all'altro con vicenda periodica: di conseguenza la
potenza elettrica data dal prodotto dei valori istantanei
p=vi
Della tensione e della corrente, risulter variabile da istante a istante.
E' chiaro allora che, se si vuol valutare l'effetto utile di questa potenza variabile nel tempo, si
dovr considerare il valore medio nell'intervallo di un periodo: questo valore medio della potenza,
moltiplicato per il tempo considerato, forma l'energia assorbita, come se si trattasse di una potenza
costante.
Il valore medio della potenza, nel corso di un periodo si definisce brevemente col nome di potenza
attiva della corrente alternata e sindica con P. Essa dipende dai valori efficaci della tensione e della
corrente, ma dipende inoltre dallo sfasamento fra tensione e corrente. Si dovranno considerare
perci separatamente i diversi casi.
Potenza associata a una corrente in fase con la tensione
In un circuito ohmico, la tensione e la corrente si mantengono in fase fra loro come in figura; in
conseguenza di questo fatto la tensione v e la corrente i sinvertono insieme e perci hanno sempre
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segno concorde.
In tal modo la potenza elettrica p risulter sempre positiva e varier da un istante all'altro come
le ordinate di una curva costruita moltiplicando fra loro le ordinate corrispondenti della tensione e
della corrente:
p = v i = V sin t x I sin t = V I sin2 t
L'andamento della curva quello riportato in figura, ed costituito da una sinusoide p che ha per
asse di simmetria la retta MN tracciata in corrispondenza della met dell'ordinata massima P=VI.
Questa sinusoide della potenza compie un periodo completo per ogni semiperiodo della corrente e
tensione: si esprime brevemente questo fatto dicendo che la potenza elettrica considerata ha
carattere pulsante con frequenza doppia della corrente.
A ogni periodo della corrente e tensione, la potenza varia da zero (quando sono nulle sia la
corrente che la tensione) fino a raggiungere il valore massimo P=VI pari al prodotto dei due valori
massimi della corrente e tensione, per ritornare quindi a zero e ripetere le stesse vicende nel mezzo
periodo successivo.

Il valore medio della potenza corrisponde all'ordinata della retta di compenso MN; poich questa
ordinata la met dell'ordinata massima P=VI, si pu dire senz'altro che il valore medio della
potenza nel corso di un periodo, e cio la potenza attiva P, data dal semiprodotto dei due valori
massimi della tensione e della corrente. Si ha cio P=(VI)/2
Per esprimere questa potenza mediante i valori efficaci V e I basta ricordare che
V= 2V ; I= 2I
Risulta allora pi semplicemente P=VI.
Si ha cos la seguente conclusione:
in un circuito a corrente alternata in cui la corrente e la tensione si mantengono in fase fra loro la
potenza attiva data dal prodotto dei valori efficaci della tensione e della corrente
Se R la resistenza equivalente del circuito, fra la tensione e la corrente si ha la relazione V=RI.
Ne segue che la potenza attiva pu essere espressa anche da
P = R I2 = U2 / R
Potenza associata a una corrente in quadratura con la tensione - Potenza reattiva
Si consideri il caso in cui la corrente sia sfasata di 90 rispetto alla tensione: questo stato di
regime si verifica in un circuito puramente induttivo (corrente a 90 in ritardo come in figura 2)
oppure in un circuito puramente capacitivo (corrente a 90 in anticipo come in figura 1).
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Figura 1
Le corrispondenti sinusoidi della tensione applicata v=Vsint e della corrente assorbita
i=Isin(t90)=Icost sono riportate nelle figure.

Figura 2
Per costruire le curve che, nei due casi, hanno per ordinate i valori istantanei della potenza p=vi
si devono eseguire i prodotti delle precedenti sinusoidi, che forniscono le relazioni
p = V sint x I cost = (VI/2) sint
Si osserva subito che la potenza varia secondo curve che sono ancora delle sinusoidi di frequenza
doppia di quella della corrente come nel caso precedente, ma con la differenza sostanziale che qui
l'asse di simmetria di queste sinusoidi (il cui valore massimo pari al prodotto VI/2=VI) coincide con
l'asse dei tempi t.
A ogni quarto di periodo delle correnti la potenza sinverte assumendo ogni volta una successione
di valori uguali e di segno opposto: la potenza dunque non ha pi carattere pulsante ma ha carattere
alternativo e conseguentemente il suo valore medio nel periodo nullo.
Si pone in rilievo cos il fatto fondamentale seguente: in un circuito in cui la tensione e la corrente
sono sfasate fra loro di 90, la potenza attiva P nulla, qualunque sia il valore efficace della
tensione o della corrente.
Ci vuol affermare che, la corrente non produce in tal caso nessun effetto energetico esterno in
pratica non d luogo a sviluppo di calore ne produce lavoro utile di qualunque forma.
Riepilogando risulta che in un circuito in cui tensione e corrente sono in quadratura fra loro, il
prodotto VI dei valori efficaci della tensione e della corrente non ha pi il significato di rappresentare
una potenza attiva, la quale nulla qualunque sia la tensione o la corrente, ma pu essere invece
assunto a definire l'entit dello scambio di energia che si verifica nel circuito; con questo significato,
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il prodotto del valore efficace della tensione V per il valore efficace della corrente I, e cio il valore
massimo della potenza scambiata fra generatore e circuito, viene definito col nome di potenza
reattiva e indicato con Q ponendo Q=VI. Per ricordare che questa non una potenza attiva, essa
non misurata in watt, ma in voltampere-reattivi (var). A tale potenza sono convenzionalmente
associati segni opposti a seconda che il circuito sia induttivo oppure capacitivo: precisamente si
assume come positiva la potenza reattiva QL che compete ai circuiti induttivi; si assegna invece il
segno negativo alla potenza reattiva QC dei circuiti capacitivi.
Potenza associata a una corrente comunque sfasata rispetto alla tensione
Potenza apparente - Fattore di potenza
Nei casi pi comuni della pratica la corrente e la tensione non sono n in fase fra loro n in
quadratura, ma sono invece sfasate l'una rispetto all'altra di un certo angolo . Per stabilire quale
sar in tal caso la potenza attiva P e la potenza reattiva Q assorbite dal circuito si pu ragionare nel
modo seguente. Si scompone il vettore I nelle due componenti attiva e reattiva IG e IB. Simmagina
con ci di sostituire, alla corrente che effettivamente percorre il circuito, tali due componenti. Di
queste due correnti, la componente IB in quadratura con la tensione e perci determina solo uno
scambio di energia fra il generatore e il circuito; l'effetto utile medio invece compiuto
esclusivamente dalla componente IG in fase con la tensione. Si viene cos a concludere che la
potenza attiva P corrispondente alla corrente I rappresentata semplicemente dal prodotto del
valore efficace della tensione U per il valore efficace della componente attiva IG=Icos .
P = V IG = V I cos
Questa formula mette chiaramente in rilievo che la potenza attiva associata ad una corrente
alternata non dipende solo dai valori della tensione e della corrente, ma dipende altres dal rispettivo
angolo di sfasamento . Misurando la tensione e la corrente relative a qualunque apparecchio o
macchina a corrente alternata non si pu quindi valutarne la potenza se non si conosce anche quale
l'angolo di sfasamento. Il prodotto VI della tensione per la corrente designato semplicemente
come la potenza apparente. Per ottenere la potenza attiva P si deve moltiplicare ancora per il
termine cos , il qual designato perci col nome di fattore di potenza del carico e indicato col
simbolo . Indicando la potenza apparente con S si scrive: S = V I e conseguentemente si ha:
P = S cos = S
Quest'ultima sinterpreta affermando che la potenza attiva di una corrente alternata data dal
prodotto della potenza apparente per il fattore di potenza.
La potenza attiva si esprime in watt; la potenza apparente invece, che corrisponde al prodotto di
una tensione per una corrente senza rappresentare tuttavia una vera potenza, espressa in
voltampere (VA). Il fattore di potenza, definito dalle relazioni
= cos = R/Z = P/S
Varia, secondo i valori di R e Z dei circuiti che si considerano, fra i limiti zero e uno: uguale a
zero quando l'angolo di 90, come accade nei circuiti puramente induttivi o capacitivi (in tali
casi la potenza attiva P nulla, qualunque sia la potenza apparente), invece uguale a uno nei
circuiti puramente resistivi. Considerando, in modo analogo, la componente IB della corrente, si
ottiene l'espressione della potenza reattiva che assume la forma
Q = V IB = V I sin

Riassumendo i fatti esposti, si pu dire che in un circuito a corrente alternata, con tensione e
corrente sfasate fra loro di un certo angolo , si ha:
Una potenza attiva P che rappresenta la potenza media che fluisce costantemente dal
generatore elettrico verso il circuito utilizzatore nel quale si trasforma in calore per effetto Joule
o in lavoro;
Una potenza reattiva Q che ha il significato di definire il valore massimo della potenza, che
scambiata alternamente fra il generatore ed il circuito utilizzatore senza produrre nessun
lavoro utile;
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Una potenza apparente S risultante dalla combinazione fra la potenza attiva P e la potenza
reattiva Q.
Fra le potenze indicate, si ha limportante relazione che si ottiene quadrando e sommando le
espressioni delle due potenze e ricordando che sin2 + cos2 =1.
S2=P2+Q2
Questa relazione dimostra che le tre potenze attiva, reattiva e apparente stanno fra loro come i
cateti e l'ipotenusa di un triangolo rettangolo il quale costituisce il triangolo delle potenze del
circuito. Da questo triangolo si rilevano, in particolare, le relazioni
Q = S sin = P tan
Dal triangolo delle tensioni si ricavano invece le relazioni
V cos = VR = R I

V sin = VX = X I

che, sostituite nelle formule delle potenze, forniscono


P = V I cos = R I2

Q = V I sin = X I2

Queste ultime consentono di determinare la potenza attiva e la potenza reattiva direttamente in


funzione della resistenza R del circuito e della reattanza X.

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Composizione delle potenze attive, reattive e apparenti - Metodo delle potenze


E' facile intuire che, la potenza attiva assorbita da una qualunque rete dutilizzatori deve
corrispondere in ogni caso alla somma aritmetica delle potenze attive che competono ai singoli
utilizzatori di cui essa costituita. Questo risultato, infatti, unimmediata conseguenza del principio
di conservazione dell'energia, ed talvolta designato col nome di principio di conservazione delle
potenze attive.
Per le potenze reattive vale un principio analogo, salvo il fatto che nei circuiti induttivi e capacitivi
accade un'azione di compensazione fra le potenze reattive: ci si esprime affermando che nei circuiti
induttivi e capacitivi le potenze reattive hanno segni contrari. Ne risulta che le potenze reattive nei
circuiti complessi si compongono per somma algebrica, considerando convenzionalmente negative
quelle relative alle reattanze capacitive XC, e positive quelle relative alle reattanze induttive XL.
Come conseguenza del principio di conservazione delle potenze attive e reattive, i problemi della
composizione delle potenze attive, reattive e apparenti, e nel calcolo delle correnti e delle tensioni
nei circuiti complessi trovano una pratica e semplice soluzione nel cosiddetto metodo delle potenze.
Questo metodo consiste nel costruire uno di seguito all'altro i triangoli delle potenze relativi ai
singoli utilizzatori, e calcolando poi, in ciascuna sezione del circuito, la corrente o la tensione
ponendo rispettivamente
I = S/V
;
V = S/I
Si supponga che una stessa linea elettrica alimenti due o pi apparecchi utilizzatori 1, 2, 3, ...
allacciati come in figura 1, nella sua sezione terminale T.

Figura 1
Ognuno di questi prelever in generale dalla linea una certa potenza attiva e una certa potenza
reattiva: cos ogni carico caratterizzato nel suo funzionamento da un determinato triangolo delle
potenze.
Considerando ad esempio il carico 1 leggermente induttivo, il carico 2 fortemente capacitivo e il
carico 3 puramente ohmico, i triangoli delle potenze assumono l'aspetto indicato in figura 2.

Figura 2
La composizione di queste potenze si effettua costruendo Questi triangoli uno di seguito all'altro
come in figura 3.

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Figura 3
Il triangolo segnato in tratto e punto, rappresenta le potenze risultanti in linea, in conformit alle
seguenti regole che esprimono il teorema di Boucherot.
1. la potenza attiva totale P la somma aritmetica delle potenze attive parziali;
2. la potenza reattiva risultante Q la somma algebrica delle potenze reattive parziali;
3. la potenza apparente risultante S la somma geometrica delle potenze apparenti: essa
rappresentata dall'ipotenusa del triangolo rettangolo che ha per cateti la potenza attiva
totale P e la potenza reattiva totale Q; il suo valore quindi

In base al triangolo cos definito resta anche determinato il fattore di potenza nella sezione
terminale T della linea

Inoltre, essendo noto il valore della tensione V che agisce in questa sezione, possibile calcolare
la corrente totale in linea I, per mezzo delle relazioni
I = S / V = P / (V cos)

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Rifasamento
Le reti per la distribuzione dell'energia elettrica alle utenze diffuse sono destinate in pratica ad
alimentare i quattro servizi fondamentali dell'illuminazione, del riscaldamento e condizionamento,
della forza motrice ottenuta con l'impiego dei motori elettrici, e dellelaborazione e trasmissione
dell'informazione.
La maggior parte di queste utenze caratterizzata da un consistente assorbimento denergia
reattiva che si assomma allenergia attiva trasferita agli apparecchi utilizzatori. Ne risulta che il
fattore di potenza medio mensile che si registra nelle reti di distribuzione a utenza mista pu variare
entro valori che vanno da 0,5 a 0,9.
Come noto, la potenza reattiva comporta un trasporto ozioso di corrente reattiva lungo la linea
e determinata in queste maggiori perdite; inoltre impegna inutilmente la linea stessa e le macchine
generatrici della centrale, nel senso che se queste non fossero occupate a generare la corrente
reattiva potrebbero invece essere adibite a generare e trasmettere una maggiore potenza attiva.
Indipendentemente dall'entit della potenza reattiva che richiesta da un dato impianto
utilizzatore, si pu evitare che tale potenza reattiva debba essere convogliata dalla linea
dalimentazione dell'impianto, badando a compensarla direttamente, nello stesso luogo dove
richiesta, con una potenza eguale e di segno opposto.
Precisamente, se l'impianto utilizzatore richiede oltre a una certa potenza P anche una potenza
reattiva induttiva Q, si potr ottenere la compensazione voluta allacciando in derivazione sulla linea
una batteria di condensatori la quale prelevi una potenza reattiva capacitiva QC pari in valore alla
potenza reattiva induttiva Q. In ci consiste il problema noto in pratica sotto il nome di rifasamento
dell'impianto, nel senso che si vuol ricondurre la linea a trasmettere solo la potenza attiva e la
corrente attiva in fase con la tensione, senza impegnarla inutilmente a trasmettere potenze e
correnti reattive.

Figura 1
Si consideri un impianto utilizzatore A (figura 1) in ogni modo costituito, che preleva da una linea
alimentazione una corrente I sfasata in ritardo rispetto alla tensione di un certo angolo : ci vuol
sostenere che l'impianto assorbe dalla linea una potenza attiva del valore P=VIcos=VIG e richiede
inoltre la potenza reattiva induttiva
Q = V I sin = V IB
La linea impegnata cos a trasmettere la potenza apparente

Mentre la potenza effettivamente utilizzata rappresentata dalla sola potenza attiva P. Si pu


scaricare la linea del trasporto ozioso della potenza reattiva Q allacciando in parallelo al carico un
condensatore C o, pi in generale, una batteria di condensatori. Questa batteria assorbe dalla linea
una corrente IC, determinata in valore dalla relazione
IC = V / XC = C V
E sfasata rispetto alla tensione di 90 in anticipo.

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E' chiaro che baster assegnare alla batteria una capacit tale per cui la corrente IC risulti uguale
in valore alla corrente reattiva IB che richiesta dall'impianto utilizzatore A, affinch le due correnti
uguali e opposte IC e IB mutuamente si compensino.
La linea di alimentazione viene a trasmettere allora la sola corrente attiva IG senza che il
funzionamento dell'impianto utilizzatore risulti comunque alterato. In queste condizioni la linea
trasmette all'impianto utilizzatore la sola potenza attiva
P = V I cos = V IG
mentre la potenza reattiva induttiva Q richiesta dall'impianto viene compensata dalla potenza
reattiva capacitiva QC assorbita dal condensatore: in questo senso il condensatore viene a costituire
il generatore dell'intera potenza reattiva Q richiesta dall'impianto utilizzatore, disimpegnando da
questo ufficio le macchine generatrici della centrale le quali devono provvedere a inviare attraverso
la linea non pi l'intera corrente I ma la sola componente attiva: I' = I G = I cos
La capacit C della batteria di condensatori, occorrente per ottenere il rifasamento completo,
rimane determinata dalla relazione che si ottiene uguagliando la potenza reattiva Q richiesta
dall'impianto con l'espressione della potenza reattiva QC della batteria: essendo queste,
rispettivamente
Q = V I sin = P tan QC = V IC = C V2
si ricava: C V2 = P tan e ne risulta C = (P tan ) / (w V2)

Figura 2
Generalmente non si richiede di conseguire il rifasamento completo, ma si ritiene sufficiente un
rifasamento parziale, atto ad elevare il fattore di potenza risultante in linea dal valore cos
caratteristico dell'impianto al valore contrattuale cos'=0,9. In tal caso il diagramma delle correnti si
presenta come in figura 2 cui corrisponde il diagramma delle potenze segnato figura 3.

Figura 3
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In quest'ultimo i due cateti P e Q e l'ipotenusa S rappresentano rispettivamente la potenza attiva,


la potenza reattiva induttiva e la potenza apparente richieste dall'impianto utilizzatore: volendo
ridurre la potenza reattiva induttiva sulla linea dal valore Q=Ptan al nuovo valore Q'=Ptan si
richiede da parte della batteria di rifasamento una potenza reattiva
QC = Q - Q' = P(tan - tan ')
La capacit della batteria risulta conseguentemente

La potenza apparente sulla linea viene cos ridotta dal valore

al nuovo valore

La corrente in linea, prima e dopo il rifasamento, assume i valori

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