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GIAN LUIGI CORINTO

IL FENOMENO DELLE MIGRAZIONI


NEL MONDO DOGGI:

TRA CAMBIAMENTI CLIMATICI


E POLITICHE DI REGOLAMENTAZIONE
IL FENOMENO DELLE MIGRAZIONI NEL MONDO DOGGI:
TRA CAMBIAMENTI CLIMATICI E POLITICHE DI REGOLAMENTAZIONE
Le migrazioni umane non sono necessariamente causate da una spinta esplicitamente esterna sia essa di natura ambientale,
economica o sociale. Sono sufficienti le ragioni specifiche dellagire umano come laspettativa di poter condurre una vita migliore
o la congettura di poterlo fare. Lipotesi che il cambiamento climatico da solo possa indurre le persone a migrare insufficiente.
MIGRATIONS IN THE CONTEMPORARY WORLD: BETWEEN CLIMATIC CHANGES AND REGULATION POLICIES
Human migrations are not necessarily caused by an external drive, be it environmental, economic or social. The very aspects that
are specific of human actions, such as the expectation for a better life or the idea of being able to move, can be enough to explain
the migratory drives. The hypothesis that the climatic change by itself can force people to move is inherently insufficient.

1. Le possibili cause delle migrazioni cherebbe lampliamento della stagione agri-

Fig. 1.

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Le migrazioni umane non sono necessariamente causate da una spinta esplicitamente


esterna sia essa di natura ambientale, economica o sociale. Sono sufficienti le ragioni specifiche dellagire umano come laspettativa
di poter condurre una vita migliore o la congettura di poterlo fare. Lipotesi che il cambiamento climatico da solo possa indurre le
persone a migrare insufficiente.
La grande migrazione negli Stati Uniti, negli
anni 30 del secolo scorso, dalle zone della
Dust Bowl, conferma lipotesi che per poter
migrare da zone a clima divenuto severo essere la dotazione di una qualche somma di
capitale sociale e finanziario. Possedere denaro e avere relazioni sociali erano il presupposto dello spostamento effettivo delle famiglie rurali verso luoghi
pi ospitali (McLeman e
Smit 2005).
Altro fatto non del tutto evidente che i cambiamenti climatici possono avere anche effetti
benefici, rendendo zone
che non lo erano adatte
allinsediamento civile
e produttivo o in grado
di sostenere un maggior
numero di persone. Laumento della temperatura
media nel prossimo secolo di 2-3 gradi centigradi,
invece che di 4-5, provo-

cola produttiva e ridurrebbe il rischio di gelate in zone di maggiore altitudine sul livello del mare in Europa, Australia e Nuova Zelanda, rendendo cos possibile la coltivazione di nuove produzioni agricole, come avviene per esempio con lestensione delle vigne in Gran Bretagna (IPCC 2007).
Altri fatti meno pubblicizzati sono il possibile effetto fertilizzazione causato da una
concentrazione maggiore di CO2 nellatmosfera, che fa ipotizzare lincremento delle
rese agronomiche in alcune aree (USGCRP
2000) nonch il cambio dei regimi pluviometrici, che porterebbe benefici a molte aree
oggi siccitose.
Un cambiamento climatico moderato appare
in grado di fornire sia motivi di attrazione
che di fuga per le popolazioni, mentre linnalzamento non moderato delle temperature
(4-5 gradi) fa universalmente prevedere impatti esclusivamente negativi.
E corretto quindi ritenere che limpatto di
un clima modificato sulle migrazioni non sia
definibile con una relazione lineare causaeffetto, espressa come spinta al trasferimento di natura ambientale e di unattrazione
di natura economica. In presenza di un sistema complesso di cause e di effetti, occorre riconoscere che le determinanti non climatiche delle migrazioni sono chiavi sostanziali per linterpretazione corretta dei fenomeni migratori.
Il tasso di crescita della popolazione, la distribuzione del reddito e le politiche dintervento pubblico, sono (verosimilmente) tra i

#NMSQHATSH
motivi che spingono le popolazioni a lasciare terre difficili e marginali. E anzi credibile che la vulnerabilit di una comunit sociale, di fronte al cambiamento climatico, possa essere ridotta/aumentata per ragioni che
non hanno niente a che vedere con lemissione di gas-serra a effetto clima.
Se non possibile lacritica accettazione di
una relazione diretta tra cambiamenti ambientali e migrazioni, occorre tuttavia ritenere che non sia altrettanto possibile separare
cause puramente ambientali da altre che inducono le popolazioni a spostarsi nello spazio. Si pu affermare intuitivamente che possibile che il cambiamento climatico eserciter in futuro un ruolo nei movimenti migratori delle popolazioni, ma pi corretto ritenere che degrado ambientale, economico
e politico siano categorie permeabili. La sola
lotta alle emissioni dannose quindi non pu
essere ritenuta uniniziativa sufficiente a ridurre i flussi migratori, a meno dinterventi
politici distorcenti e a rischio fallimento.
Una maggiore conoscenza dei fenomeni ambientali non prescinde dal sostegno allo sviluppo di regioni climaticamente vulnerabili che abbia lo scopo di indirizzare le migrazioni interne da zone difficili a zone pi
adatte alla vita, inducendo una resilienza autonoma in molti paesi ed evitando migrazioni transnazionali.

2. Quanti sono i migranti?


LOIM, organizzazione internazionale per
le migrazioni, stima che al 2005 nel mondo
ci fossero pi di 200 milioni di migranti, pari al 3% della popolazione globale. Il numero pi che doppio rispetto agli anni Sessanta
dipende evidentemente dallaumento della
popolazione totale del globo. Le donne sono
il 49,6% dei migranti globali, in costante aumento per la richiesta di assistenza familiare,
mentre la densit sensibilmente diversa secondo i singoli paesi e arriva in alcuni al 10%
della popolazione totale (OIM 2008).
Per lanno 2007, le rimesse stimate degli immigrati assommano a 337 miliardi di USD,
di cui 251 vanno verso paesi in via di sviluppo. Il numero dei migranti clandestini stimato dai 20 ai 30 milioni, il 10 - 15% del totale. Nello stesso anno i migranti interni sono stati circa 26 milioni in almeno 52 paesi,
rispetto ai 24,5 milioni stimati nellanno precedente. Il numero globale di migranti considerati rifugiati politici stimato nel 2007
in 11,4 milioni di persone.
Il numero dei migranti di origine asiatica
cresciuto da 28,1 milioni nel 1970 a 43,8 milioni nellanno 2000, ma il contributo percentuale dellAsia alle migrazioni scende

dal 34,5 al 25% del totale. Anche il continente africano vede un declino percentuale, passando dal 12% al 9%. Lo stesso vale
per America Latina e Caraibi, che calano dal
7,1 al 3,4%, Europa (dal 22,9 al 18,7 %) e
per lOceania (dal 3,7 al 3.3%).
Nello stesso periodo, solo il Nord America
e lex Unione Sovietica hanno visto un poderoso aumento dello stock di migranti (dal
15,9 al 23,3% per il Nord America e dal 3,8
al 16,8% per lex Unione Sovietica). In questultimo caso, per, probabile che il dato
sia influenzato dalla ridefinizione dei confini interni invece che da effettivi movimenti
migratori della popolazione tra stati diversi
(OIM 2008).

3. Globlizzazione e migrazioni
La globalizzazione attuale influenza non solo movimenti di capitale, crescita del commercio mondiale, investimenti esteri diretti, sviluppo e diffusione di tecnologia e telecomunicazioni, ma rende anche molto facile lo spostamento di persone e merci. Globalizzazione e migrazioni sono pertanto fenomeni collegati e hanno natura economica,
in quanto milioni di persone sono spinte ad
abbandonare i paesi di origine alla ricerca di
opportunit di lavoro in paesi pi sviluppati.
Chi trae vantaggio da questi eventi?
Baldwin e Martin (1999), Williamson (1996,
2002), la stessa Banca Mondiale (World Bank
2002) ricordano che quella attuale stata
preceduta da una prima grande ondata migratoria, avviata convenzionalmente dal 1870
e terminata con lo scoppio della prima guerra mondiale. In questo periodo, le esportazioni hanno registrato un incremento doppio rispetto a quello del reddito mondiale
(pari all8%), i flussi finanziari si sono triplicati rispetto alla crescita del reddito in
Africa, Asia ed America Latina, mentre circa 60 milioni di persone sono migrate dallEuropa verso il Nuovo mondo ed altrettanti da Cina ed India verso Sri Lanka, Birmania, Tailandia, Filippine e Vietnam. La Banca Mondiale (World Bank 2002) indica che
circa il 10% della popolazione mondiale si
trasformata, nello stesso periodo, in lavoratori migranti a livello internazionale, mentre una percentuale maggiore si spostata
dalle aree rurali a quelle urbane allinterno
dei singoli paesi.
Lattuale ondata di globalizzazione, pi intensa nelle componenti commerciali, finanziarie e scientifico-tecnologiche, registra per flussi internazionali di lavoratori meno significativi in termini relativi rispetto alla prima (Livi Bacci 2004). Nei due casi per possibile osservare che sia il flusso delle merci sia

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Fig. 2.

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quello delle persone favoriscono linnalzamento dei


redditi, anche se la circolazione di forza-lavoro alimenta molte resistenze di
natura psicologica, sociale e politica nei paesi coinvolti (World Bank 2006).
E di facile osservazione
che mentre le barriere alla circolazione delle merci
si vanno riducendo, quelle
per i lavoratori si mantengono elevate.
Ladozione di politiche opposte per la gestione dei
flussi internazionali di beni e di lavoratori
non un fatto recente. Hatton e Williamson
(2005) rilevano che dopo la seconda guerra
mondiale le migrazioni internazionali sarebbero state ancora pi intense se le politiche
dai paesi avanzati fossero state simili a quelle adottate precedentemente al primo conflitto mondiale, molto meno restrittive. Attualmente, nei paesi pi avanzati, nei quali
il fattore lavoro relativamente pi scarso,
le politiche di apertura al commercio corrispondono quasi sempre a quelle di chiusura alla manodopera proveniente da fuori confine.
Va notato che tali politiche sono in contrasto con le previsioni dei pi noti modelli teorici di commercio internazionale, ipotizzati
da Heckscher-Ohlin e da Stolper-Samuelson
(Leamer 1995).
Nei citati modelli stilizzati, il movimento del
fattore lavoro (migrazioni) e il movimento di
merci (libero commercio) sono sostituti, ovvero commercio internazionale e movimento internazionale del fattore lavoro sono in
grado di generare le stesse conseguenze economiche nei paesi coinvolti e laumento nelluno pu ridurre o rendere non necessario
laltro (Mundell 1957). La realt non sempre conferma le predizioni teoriche: leffetto di sostituzione tra commercio internazionale e migrazioni riscontrato nel caso delle
relazioni Est-Ovest, ma non in quelle NordSud (Schiff 1996).
A modificare i punti di vista correnti, altre
teorie (Markusen 1983, Wong 1983) mostrano che, rimuovendo alcune delle ipotesi assunte dal modello di Heckscher-Ohlin, commercio e migrazioni internazionali risultano
complementari (se aumenta luno anche laltro aumenta) e non sostituti. Contributi in tal
senso arrivano da altri autori (Schiff 1994,
1995; Loperz e Schiff 1996) che assumo ipotesi aggiuntive a proposito di costi di migrazione e vincoli di finanziamento.
Nella pratica politica, invece determinante

la scelta dei governi di proteggere il mercato


locale del lavoro dalla concorrenza straniera.
Studi recenti smentiscono le preoccupazioni dei governi, perch larrivo di lavoratori
stranieri non danneggia i salari dei residenti ed limmigrazione contribuisce spesso alla crescita economica dei paesi ospiti (Longhi, Nijkamp e Poot 2005).

4. Le politiche europee sulle


migrazioni
E fortemente significativo constatare che
lintegrazione regionale pi rilevante (quella tra paesi europei) sia avvenuta allinterno
di un mercato nel quale stata ed garantita la libert di movimento delle merci, dei
servizi, dei capitali e delle persone, ma non
quando queste sono forza-lavoro. Le persone
sono libere di spostarsi per turismo ma non
per attivit di produzione, anche se la crescita del benessere nei paesi europei stata influenzata dalla possibilit di allocazione del
lavoro da zone e settori esuberanti a quelli
di relativa scarsit. La libert di movimento
per lavoro tra i paesi membri limitata e gli
extracomunitari sono soggetti a norme fortemente restrittive.
Il tentativo di coordinare le politiche nazionali di immigrazione ha avuto inizio ancora
prima della firma nel 1986 dellAtto Unico
Europeo, tramite accordi a carattere intergovernativo, come quello firmato nel 1985
da Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, o lAccordo di Schengen
finalizzato al mantenimento della sicurezza interna.
Lobiettivo di creare unarea integrata, a libera circolazione di persone, e di allargare
lo spazio comunitario stato per collegato
al controllo di polizia delle frontiere, con
lottica di difendere privilegi interni e non
di praticare una politica di sviluppo. Anche i
successivi trattati di Amsterdam e Nizza hanno mantenuto limpostazione restrittiva verso limmigrazione, preferendo rinunciare allapporto fornito dai lavoratori esteri allincremento del PIL europeo, in favore dellautonomia decisionale in materia di sicurezza
da parte dei paesi membri.
Lautonomia nazionale in tema di politiche
migratorie fonte di grandi disparit di comportamenti tra stati (Boeri 2005). Da un lato, si collocano gli stati che, per combattere limmigrazione illegale, contrastano limmigrazione di lavoratori dotati di bassi livelli di istruzione, con la singolarit dellItalia
che ha adottato come unico criterio selettivo quello temporale di presentazione della
domanda di ingresso. Dallaltro, si posizionano paesi come Gran Bretagna, Irlanda, Ger-

#NMSQHATSH
mania e Danimarca, che praticano la parziale apertura per lavoratori in possesso di elevati livelli di qualificazione.
Questi comportamenti asimmetrici ingenerano una concorrenza tra sistemi daccoglienza che induce uno squilibrio nei flussi
migratori, con aumento di fenomeni illegali e crescita delleconomia sommersa. Lassenza di una politica comune di settore priva sostanzialmente la UE della possibilit di
presentarsi come interlocutore unico verso
i paesi dorigine dei flussi migratori, al contrario di quanto avviene da tempo nelle relazioni commerciali internazionali. In queste condizioni sono pressoch preclusi politiche di programmazione dei flussi regolari, controllo serio dei flussi clandestini, gestione efficiente delle rimesse degli immigrati, previsione di misure di rientro dei lavoratori a sostegno dello sviluppo dei paesi di origine.

5. Che possiamo fare?


Se il governo delle migrazioni comporta
laiuto internazionale alla resilienza interna
dei paesi meno sviluppati, del tutto evidente che le politiche protezionistiche di settore non fanno altro che incentivare indirettamente limmigrazione verso i paesi pi ricchi. Un esempio importante di protezionismo la politica agricola della UE.
Nel 2006, il sostegno concesso ai produttori agricoli della zona OCSE stimato in 268
miliardi di dollari, pari a 214 miliardi di euro, e rappresenta il 27% delle entrate agricole. Il triennio 2004-06 segna una flessione
della quota del sostegno nelle entrate agricole rispetto al periodo 1986-88. Il sostegno
totale al settore agricolo in percentuale delle
entrate e il sostegno a servizi associati al settore, ricerca, infrastrutture, servizi dispezione, commercializzazione e promozione, rappresentano l1,1% del PIL nel 2004-06, meno della met della media del 2,5% registrata nel periodo 1986-88 (OCSE 2007).
Un altro comportamento occidentale appare poco umanitario e contrario al sostegno
dello sviluppo dei paesi poveri. Nel 2004 le
spese a livello mondiale per armamenti sono state di 975 miliardi di dollari, equivalenti a 2,6% del PIL mondiale, ossia 162 dollari
per ciascun abitante della terra. Nello stesso anno laiuto globale per lo sviluppo stato di circa 80 miliardi di dollari, 14 volte in
meno delle spese per armamenti e 4 volte
in meno delle spese per lagricoltura (Ruggiero 2006).
E evidente che le politiche protezionistiche
da parte dei paesi sviluppati sono il peggior
handicap per lagricoltura dei paesi meno

sviluppati
(Anderson
e Winters
2007). Gli
i nt e r v e nti pubblici europei
pi recenti di sostegno al settore agricolo adattano, ma non modificano sostanzialmente,
la strategia di intervento. Lentit degli stanziamenti resta stabile intorno ai 40 MLD di
euro, con una progressiva riallocazione dal
sostegno dei mercati al sostegno diretto delle imprese, mediante laiuto alle pratiche a
contenuto ambientale, rispettose della salute umana e del benessere degli animali, nonch allo Sviluppo rurale, come previsto dalla Mid Term Review (CE 2003). Anche la cosiddetta Health Check della PAC (COM 2007)
nasce dallidea di non riformare la riforma
della politica agricola e ha invece lo scopo
di valutare se la riforma stia effettivamente
funzionando.
Ladattamento della PAC richiede ingenti
sforzi finanziari e il modo migliore per farlo continua ad apparire la Politica di Sviluppo rurale, con la previsione di aumentare
dell8% le risorse destinate a questo. Tra gli
obiettivi quelli di natura ambientale assumono importanza crescente, ma non eliminano lintento protezionistico.
Il settore agroalimentare produce 19 milioni di posti di lavoro, affronta una domanda globale alimentare in crescita giornaliera,
garantisce standard di tutela ambientale nel
settore agro-forestale e nelle attivit connesse, mentre la politica di sviluppo rurale contribuisce a mantenere il tessuto economico
e sociale delle zone agricole.
PAC e politica di sviluppo - nelle buone intenzioni delle istituzioni europee - svolgono
un ruolo essenziale nellaffrontare la sfida
del cambiamento climatico, ma la via scelta
in Europa e i relativi strumenti politici, prima o poi, risulteranno inefficaci se non affiancati dal finanziamento delle politiche di
sviluppo nei paesi poveri.

Fig. 3.

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CE, Regolamento n. 1782/2003, GUUE L 279, 21
ottobre 2003.
COM, Comunicazione della Commissione al Parla-

21

mento Europeo
e al Consiglio,
in preparazione alla valutazione dello
stato di salute della PAC

Fig. 4.

22

riformata, Bruxelles, 2007.


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Macerata,
Dipartimento di Studi sullo sviluppo economico
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