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Liberismo

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Il liberismo (o liberalismo economico) una teoria economica, filosofica e politica che
prevede la libera iniziativa e il libero mercato mentre l'intervento dello Stato nell'economia si
limita al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture (strade, ferrovie, ponti,
autostrade, tunnel, in certi casi perfino edifici etc.) che possano favorire il mercato.
Il liberismo considerato da molti come l'applicazione in ambito economico delle idee liberali,
sulla base del concetto "democrazia vuol dire libert economica" coniato da Friedrich von
Hayek.
I filosofi del diritto di orientamento liberista, come ad esempio Bruno Leoni, si considerano in
antitesi con il pensiero del filosofo del diritto Hans Kelsen, che definiscono "statalista".
una filosofia economica atta a sostenere e promuovere il sistema capitalistico. La sua
ideologia, orientata al libero mercato, si oppone a mercantilismo, economia keynesiana,
socialismo e comunismo.[1] Una sua corrente di pensiero economico-politico contigua al
libertarismo e anarchismo: difatti si chiama anarco-capitalismo.

Liberismo e liberalismo[modifica | modifica wikitesto]


Nella lingua italiana liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato, mentre il primo
una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall'economia (perci
un'economia liberista un'economia di mercato solo temperata da interventi esterni), il
secondo un'ideologia politica che sostiene l'esistenza di diritti fondamentali e inviolabili
facenti capo all'individuo e l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale).
Nella lingua inglese i due concetti tendono a sovrapporsi nell'unico termine liberalism.[senza
fonte] Nella tradizione politica degli Stati Uniti, il termine liberal indica un liberalismo
progressista molto attento alle questioni sociali, ma nel contempo geloso custode del rispetto
dei diritti individuali. [senza fonte]Secondo alcuni, i liberal nordamericani sono l'equivalente
dei socialdemocratici europei, o, secondo un'accezione diffusa, dei liberali sociali.[senza fonte]
Alcuni danno come analogo inglese di liberismo il termine free trade (libero commercio). Un
termine francese spesso usato in modo equivalente laissez faire ("lasciate fare").
Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]
Il liberismo fu abbozzato durante la Rivoluzione Francese, si svilupp ampiamente nel corso
dell'Illuminismo scozzese e all'interno della scuola detta "fisiocratica", ma trov forse la sua
formulazione pi compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo, spinto dalla rivoluzione
industriale, dagli studi di Adam Smith, dalle battaglie per la pace e per il libero commercio
condotte da Richard Cobden, nemico di ogni forma di nazionalismo economico e di ogni
imperialismo coloniale.
Il neoliberismo[modifica | modifica wikitesto]
Entrato in difficolt in seguito alla crisi del 1929 e al diffondersi delle teorie keynesiane e pi
in generale con il diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita
negli ultimi anni del XX secolo (neoliberismo) in seguito all'affermazione della globalizzazione
e - ancor pi - con la rinascita della cosiddetta Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von
Mises, Bruno Leoni, Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek). Da notare che tra gli ultimi due
ci sono significative differenze: von Hayek sostiene che lo stato deve intraprendere azioni per

consentire la concorrenza, mentre Rothbard punta ad una forma estrema di liberismo detta
anarco-capitalismo.
Cenni teorici[modifica | modifica wikitesto]
Il liberismo afferma la tendenza del mercato (la mano invisibile) ad evolvere spontaneamente
verso la struttura pi efficiente possibile, che poi il "mondo migliore" sia per il produttore
che per il consumatore. Quindi, per il liberismo il sistema-mercato tende verso una situazione
di ordine crescente.
Al liberismo si associa la nozione di libero scambio, come sistema-mercato non si considera un
sistema isolato, una nazione chiusa in un'economia protezionistica (o al limite autarchica), ma
un'economia aperta e globalizzata.
Il legame con il monetarismo[modifica | modifica wikitesto]
In alcuni autori, tra i quali il pi famoso Milton Friedman (Premio Nobel per l'economia nel
1976), il liberismo economico si associa al monetarismo, il quale svolge un ruolo che non
esattamente di governo, ma almeno di regolazione dell'economia liberista.
Il liberismo in Italia[modifica | modifica wikitesto]
Storicamente una prima forma limitata di liberismo e capitalismo si verific negli antichi Stati
italiani e nei liberi comuni con l'organizzazione delle prime importanti banche e
successivamente, nel XIV secolo, con l'avvento dei primi banchieri o capitalisti; tra essi vi
furono membri delle famiglie Frescobaldi, Bardi e Peruzzi e, nel secolo successivo, alcuni
appartenenti alle stirpi dei Datini, Pazzi e Medici. Costoro, con i loro cospicui prestiti finanziari
a sovrani francesi e inglesi, diedero l'impulso essenziale agli scambi commerciali europei.
Facoltosi mercanti italiani furono i contribuenti fondamentali dello sviluppo del commercio
nordeuropeo: difatti, nel 1487, Anversa si dot di un edificio costruito per stabilirvi la prima
borsa valori del mondo, ed essa fu prevalentemente frequentata da operatori italiani.
Nei secoli successivi, il concretizzarsi del liberismo non ebbe per modo di svilupparsi
ulteriormente, sia in Italia che in Europa, questo a causa del succedersi delle numerose guerre
e delle politiche economiche protezionistiche adottate dalle pi ricche nazioni europee.
Rimase perci fondamentalmente confinato nell'ambito di teoria economica, tanto fortunata
che, nel XVIII secolo, economisti e filosofi di vario tipo pubblicarono libri che ipotizzavano
sistemi liberisti, anche se il termine usato per definirli era rappresentato dall'espressione liberi
scambi commerciali internazionali. Questi studi furono presi quale ispirazione dall'economista
Vilfredo Pareto, che successivamente analizz i punti deboli del libero scambio e quelli
dell'economia pianificata di tipo socialista, elaborando una propria originale teoria. A livello
prettamente attuativo, solo una parte di politici seppe capire e promuovere i programmi
liberisti. Tra illustri esponenti del liberismo italiano ricordiamo:
Francesco Ferrara (1810 - 1900) economista e politico di idealit liberali e risorgimentali.
Vilfredo Pareto (1848 - 1923), ingegnere, sociologo e economista (a lui si devono concetti
quali il Principio di Pareto e l'ottimo paretiano) di pensiero liberista e anti-protezionista.
Antonio De Viti De Marco (1858 - 1943), economista e politico di pensiero profondamente
democratico e liberale (fondatore della Lega Antiprotezionista), fu deputato del Partito
Radicale e fermo oppositore del fascismo (si annovera tra i soli 15 docenti italiani che
rifiutarono il giuramento di fedelt al Fascismo).
Gaetano Mosca (1858 - 1941), conservatore, politico e filosofo, fu sostenitore di un liberismo
moderato.
Giovanni Agnelli (1866 - 1945), imprenditore industriale tra i fondatori della casa
automobilistica FIAT.
Gaetano Salvemini (1873 - 1957), storico, politico antifascista, meridionalista, federalista e
precursore del socialismo liberale italiano. La sua sintesi tra pensiero socialista e liberismo

avversaria dell'accertamento e dell'intervenzionismo statale e si richiama alle idee della


libert economica come necessario e unico mezzo contro tutte le forme di protezionismo, di
parassitismo politicante e burocratico, oltre che come argine al sorgere di privilegi e di
monopoli d'individui, di gruppi e di categorie.
Luigi Einaudi (1874 - 1961), economista e politico liberale ( tra i firmatari del Manifesto degli
intellettuali antifascisti), difensore del liberismo e antikeynesiano (le cui teorie defin storia
scritta da un Marx in ritardo). La sua politica economica da Ministro nel IV Governo De
Gasperi pose la basi per il boom economico. Fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana,
dal 1948 al 1955.
Ernesto Rossi (1897 - 1967) politico (aderente al Partito d'Azione e successivamente al Partito
Radicale), giornalista e antifascista, tra gli autori del Manifesto di Ventotene e tra i principali
promotori del federalismo europeo. Il suo pensiero coniuga liberismo e radicalismo riformatore
in chiave fortemente anti-monopolista.
Giovanni Malagodi (1904 - 1991), economista e politico del Partito Liberale Italiano.
Mario Pannunzio (1910 - 1968), giornalista e politico tra i fondatori del Partito liberale italiano
e poi del Partito Radicale.
Bruno Leoni (1913 - 1967), filosofo del diritto ed editorialista, fu sostenitore delle idee liberiste
in Italia nonch teorico politico il cui valore e fama sono particolarmente riconosciuti
soprattutto negli Stati Uniti dove annoverato tra i padri dell'Analisi economica del diritto.
Gianfranco Miglio (1918 - 2001), giurista, politologo, politico, sostenitore di idee liberali e
soprattutto federaliste.
Nell'Italia dell'ultimo dopoguerra il liberismo ha avuto un ostacolo notevole costituito da una
politica economica fondata sulle partecipazioni statali che dipendevano da un apposito
ministero, istituito nel 1956 e abrogato da un referendum nel 1993. Successivamente tale tipo
di aziende e enti statali (spesso di natura monopolistica) hanno subito forti processi di
privatizzazione tramite la loro vendita, sovente controversa e accusata di opacit, a
imprenditori e finanzieri. Tale fenomeno politico stato ascritto come adeguamento ad un
modello di cultura economica liberista; in realt molto pi che sul concetto di privatizzare, il
liberismo altres propugnatore di politiche di liberalizzazione e di apertura del mercato alla
concorrenza. Infatti le modalit di privatizzazione realizzate in Italia sono state fortemente
criticate e avversate dai politici e dagli economisti di scuola liberista.
Attualmente, a livello di partiti e movimenti politici italiani, si dichiarano apertamente liberisti
i Radicali Italiani di Marco Pannella ed Emma Bonino e l'associazione Libertiamo di Benedetto
Della Vedova, ora orbitante nell'area di Scelta Civica. Per quanto riguarda gli ambienti
accademici e culturali, molti dei maggiori esponenti degli studi liberali e liberisti italiani
provengono dall'Istituto Bruno Leoni.
Il liberismo e la pace[modifica | modifica wikitesto]
Nel corso della seconda parte del XX secolo quasi tutte le potenze mondiali hanno assunto
politiche di stampo liberista, favorendo un processo di globalizzazione dell'economia e, come
conseguenza, della cultura. Come sosteneva Marx, oltre alla classe operaia, anche il
capitalismo internazionale, infatti tutte le economie di mercato godono di regole di base
molto simili, che favoriscono gli scambi commerciali tra le nazioni aumentandone
l'interdipendenza reciproca. Questo fenomeno si potuto constatare nella recente crisi
economica, soprattutto in Europa, infatti quando un paese entrava in una situazione di
difficolt arrivavano a sostenerlo aiuti esterni, quando arrivano brutte notizie per un paese vi
sono ripercussioni negative nei mercati di tutto il mondo. Questa interdipendenza tra le
economie mondiali uno dei fattori che permette il mantenimento della pace a livello globale,
infatti oggi ogni nazione trae benefici dal buon andamento delle nazioni che la circondano, a
differenza di quanto avveniva in presenza di politiche mercantilistiche, molto diffuse fino a

fine 800, per cui una nazione europea spesso era costretta a prendere le armi per fiaccare le
economie circostanti.
Critiche[modifica | modifica wikitesto]
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Pesanti critiche al liberismo sono state mosse dal Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, il
quale avrebbe dimostrato l'impossibilit del rispetto contemporaneo dell'efficienza paretiana
e del liberismo. Una risposta a Sen venuta dal filosofo della politica Anthony de Jasay che ha
contestato il teorema dell'impossibilit del liberale paretiano.
L'obiezione di Gomory e Baumol[modifica | modifica wikitesto]
Nel 2000, MIT Press pubblic "Commercio globale e interessi nazionali in conflitto" di Ralph
Gomory e William Baumol. L'articolo mostra che esiste un termine di correlazione positivo fra
la produzione e produttivit di una nazione in un certo settore industriale e quelle delle
aziende del settore considerato. La teoria del vantaggio comparato afferma che la ricchezza
delle nazioni cresce con lo scambio e la specializzazione della produzione nazionale in alcuni
settori e la concentrazione in ogni nazione della produzione mondiale di alcuni settori.
Se un'azienda si espande o investimenti stranieri aprono nuove realt, produzione e
produttivit della nazione nel settore crescono; se le industrie emigrano in altre nazioni, la
delocalizzazione produttiva ha un impatto negativo sulla produttivit del settore.
Se un'impresa apre una realt produttiva in un altro Paese, la produttivit nazionale nel
relativo settore crescer anche se l'azienda nel Paese di origine presentava una produttivit
inferiore a quella del luogo in cui delocalizza. Questo significa che la produttivit dell'azienda
si allinea con quelle delle altre presenti sul territorio.
Perci, un'azienda che vuole migliorare la sua produttivit, delocalizzer nella nazione in cui
c' la maggiore produttivit nel settore di riferimento. Analogamente, le altre concorrenti
delocalizzeranno nel solito territorio, creando "spontaneamente" una concentrazione della
produzione mondiale. La nazione che registra la maggiore produttivit in un settore, avr
anche la pi alta quota della produzione mondiale nel settore di riferimento.
La presenza di un fattore di costo o di qualit che favorisce l'offshoring, crea un vantaggio che
vale per tutte le societ che operano in un dato settore, e produce nuovamente una
specializzazione nazionale e una concentrazione della produzione mondiale nel territorio che
offre tale vantaggio.
L'obiezione al libero scambio sollevata che la presenza di un fattore di costo favorevole
induce una delocalizzazione non solo delle societ di un settore, ma di tutti i settori, e una
concentrazione della produzione mondiale in genere in un solo territorio. In un modello
semplificato di due nazioni produttrici e tre merci, la situazione finale quella "degenere" di
una nazione che produce tutto, e l'altra che non esporta niente. Il fattore non di un solo
settore, ma comune a tutti i settori dell'economia: l'esempio il fattore del lavoro a basso
costo in Cina, che non genera una specializzazione di Cina e Stati Uniti in settori diversi e un
libero scambio fra i due, ma una delocalizzazione dagli USA e una concentrazione in Cina della
produzione mondiale un po' in tutti i settori.
Interventi governativi come sussidi e altri aiuti di Stato arrivano per compensare i profitti persi
dalle aziende che scelgono di non delocalizzare; il costo di questi incentivi pi che ripagato
dalla produzione e dalla competitivit del settore, che ne sarebbero altrimenti colpite.

I sussidi divengono controproducenti se ogni Stato replica le stesse misure a difesa della
propria economia; come non vede trasferimenti di industrie all'estero, nemmeno vedr pi
investimenti stranieri nel proprio territorio.
Il commercio globale per una stessa situazione di crescita della ricchezza mondiale, ammette
molteplici equilibri nella distribuzione dei profitti e allocazione della produzione fra i Paesi
coinvolti nel libero scambio. Tali equilibri sono stabili e perdurano anche dopo la fine di un
intervento volto a rendere il Paese il "low-cost global producer". Chi ottiene un vantaggio di
costo blocca gli altri Paesi e finisce per attrarre la produzione mondiale di settore; un prezzo
pi basso aumenta la vendita di beni di quel Paese, accresce le economie di scala e il
vantaggio di costo nei settori a monte e a valle di quello coinvolto.
Non necessariamente la produzione si sposta nel Paese pi produttivo e il vantaggio di costo
deriva dalla migliore tecnologia. Ottiene il vantaggio di costo il Paese che per primo inizia ad
abbassare la sua curva di costo, stimolando la domanda interna, oppure la produzione e
delocalizzazione dall'estero tramite sussidi.
Inefficienza allocativa di reddito e prodotto finito[modifica | modifica wikitesto]
Il liberismo criticato anche per le inefficienze nella distribuzione del reddito e dei prodotti
finiti, ossia per la cumulazione di beni invenduti. I marxisti rilevano l'importanza delle crisi da
sovrapproduzione e di guerre periodiche per risollevare la domanda e la produzione ai
massimi livelli, e prima ancora per trovare uno sbocco sul mercato alla ricchezza prodotta e
non venduta.
Errata previsione della domanda[modifica | modifica wikitesto]
Causa di un incontro inefficiente fra domanda e offerta di mercato, e conseguente accumulo
di scorte, pu essere un livello di domanda inferiore all'offerta e una domanda poco elastica
rispetto al prezzo, al limite a causa di un mercato saturo di un determinato prodotto,
generando una situazione in cui nemmeno abbassando i prezzi al costo di produzione e
contraendo al minimo i suoi profitti, il produttore riesce a vendere la sua merce.
Massimizzazione del profitto[modifica | modifica wikitesto]
Un'altra causa di accumulo a scorta pu essere il fatto che il produttore ha interesse a creare
una carenza artificiale del bene perch la domanda spinga i prezzi al rialzo, o a mantenerli ai
livelli alti raggiunti, evitando che un eccesso di offerta abbassi il prezzo. Pu convenire non
soddisfare interamente la domanda e accumulare a scorta.
Se la domanda un dato ed il mercato che esercita un ruolo guida, anche vero che il
produttore sceglie la combinazione del prodotto prezzo-quantit, che massimizza il suo
profitto. L'incontro fra domanda e offerta avviene quando il produttore decide la quantit da
immettere nel mercato e il relativo prezzo. Per disegnare la curva di offerta e stabilire il prezzo
ottimale, si intende che il produttore gi dispone della quantit necessaria a coprire quella
massima rappresentata nella curva di offerta, e che i costi totali sono costi affondati al
momento dell'incontro domanda-offerta. Essendo i costi totali un dato, massimizzare il profitto
significa massimizzare il fatturato, ovvero il prodotto prezzo-quantit.
D'altra parte, anche l'incontro fra domanda e offerta, quando avviene nel mercato puro,
secondo la teoria liberista, riguarda un'infinit di piccole imprese che hanno una stessa
struttura di costo minimo non migliorabile.
Scorte e utilizzo delle economie legate alla quantit[modifica | modifica wikitesto]
Il produttore potrebbe lanciare in produzione solamente la quantit che massimizza il suo
fatturato, in modo da perseguire questo obiettivo senza avere delle scorte. La presenza delle
scorte non solo legata all'imprevidibilit della domanda, che nota in modo sufficiente solo
dopoch si iniziato a produrre.

Il produttore ha talora interesse a produrre a scorta, anche merci deperibili che andranno
distrutte dopo un certo tempo, pur di sfruttare economie di scala, di scopo e di
apprendimento negli approvvigionamenti di materie prime ed energia, e nel fattore lavoro.
L'abbattimento dei costi fissi e di taluni variabili sono talmente rilevanti da ripagare il costo
variabile (e la perdita) dei prodotti messi a scorta.
Interesse a colludere[modifica | modifica wikitesto]
dimostrato che le imprese hanno interesse a colludere, che il profitto del monopolista si
colloca pi in alto del duopolio, seguito dall'oligopolio e dalla concorrenza monopolistica,
mentre la concorrenza associata ai profitti pi bassi.
Nel modello delle 5 forze competitive di Porter, l'asprezza della competizione data dal
numero di concorrenti ed collegata ad una contrazione dei profitti.
Se l'impresa tende a massimizzare il profitto, tender ad un comportamento
anticoncorrenziale, volto a ridurre il numero di concorrenti, e al limite ad arrivare al
monopolio. Se questo non le possibile, la collusione di prezzo e quantit prodotta, garantisce
un profitto maggiore del libero mercato, anche fra un numero elevato di imprese come
avviene in regime di concorrenza perfetta.
Proprio l'ipotesi di razionalit e simmetria informativa formulate per la concorrenza perfetta,
garantiscono che i produttori, ancorch in numero elevato, non hanno grandi difficolt a
conoscere i prezzi dei concorrenti e a colludere, allineandosi con quello pi alto presente sul
mercato