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LA VIOLENZA COLLETTIVA E IL G8 DI GENOVA.

TRAUMA PSICOPOLITICO E
TERAPIA SOCIALE DELLA TESTIMONIANZA
Adriano Zamperini , Marialuisa Menegatto

This is a pre-pubblication version of a paper aceepted by Psicoterapia e Scienze Umane, 2013,


XLVII, 3: 423-442 http://www.psicoterapiaescienzeumane.it

Introduzione
Il G8 di Genova, svoltosi nel 2001, entrato nellimmaginario collettivo sul volano di termini
bellici: la battaglia di Genova, la guerra urbana di Genova, e simili. Per quellevento, il
capoluogo ligure fu trasformato in una fortezza: la sede del summit, la cosiddetta zona rossa,
venne isolata dal resto della citt da un imponente sistema di barriere e grate di ferro. Tutti gli
accessi aeroporto, stazioni ferroviarie, porti ebbero sospeso il diritto di libera circolazione. Dal
cielo gli elicotteri sorvegliavano il sottostante spazio urbano. Massiccio fu lo spiegamento di forze
dellordine. Lesito finale di questi preparativi si tradusse in un vero e proprio stato di assedio.
Mentre politici e funzionari svolgevano i lavori in agenda, diversi cortei percorrevano le vie della
citt, devastate da indisturbati black bloc. Lungo lelenco degli scontri tra forze dellordine e
partecipanti alle manifestazioni. In piazza Alimonda, dallinterno di un defender, preso dassalto da
un gruppo di manifestanti, un carabiniere spar due colpi di pistola, uccidendo il ventitreenne Carlo
Giuliani. Poco prima della mezzanotte dello stesso giorno, circa 300 agenti fecero irruzione nella
scuola Diaz, adibita a sala stampa del Genoa Social Forum e a dormitorio. La polizia infier su
manifestanti inermi. Drammatico il risultato delloperazione: circa 69 feriti, tre in condizioni molto
gravi, uno in coma; 93 i fermati, di cui 75 condotti alla caserma di Bolzaneto.
Questa lapprossimativa fotografia statistica di quei giorni: n. 253 persone arrestate, n. 606 feriti, n.
6200 candelotti di lacrimogeni sparati dalle forze dellordine, n. 20 colpi di pistola, n. 50 miliardi di
lire di danni e un morto (Parlamento Italiano, 2001). Secondo Amnesty International (2001), a
Genova, durante il G8, si verificata la pi grave sospensione dei diritti umani in un Paese
occidentale dopo la seconda guerra mondiale.
I principali processi celebrati hanno riguardato la scuola Diaz e la caserma Bolzaneto. Il loro
svolgimento stato sistematicamente intralciato dalle autorit italiane e le pubbliche istituzioni
hanno di fatto isolato i pubblici ministeri incaricati delle indagini. Per di pi, lassenza in Italia di
una legge sulla tortura ha costretto la pratica giudiziaria a spezzettare la condotta delle forze
dellordine. Anzich ricondurre tutti i comportamenti a una specifica fattispecie, appunto il reato di
tortura, gli stessi sono stati considerati uno a uno: un calcio, un taglio di capelli, eccetera. Cos
questa frammentazione ha originato il mancato raggiungimento di una visione dinsieme, lasciando
aperto un interrogativo: come comprendere e che nome dare a ci che accaduto a Genova nel
2001?
Fin dallanno del summit gli scriventi hanno coordinato un gruppo di ricerca per cercare di
rispondere a un simile interrogativo (una rassegna delle varie indagini realizzate presente in
Zamperini, Menegatto, 2011). Dopo oltre un decennio, grazie anche ad alcune sentenze (nonostante
le polemiche ancora aperte sul dispositivo della pena, le azioni lesive sono acclarate), ora
possibile delineare unadeguata rappresentazione della violenza agita. Resta per ancora da
tracciare un puntuale profilo della sofferenza patita sul piano psicologico (quella fisica stata
refertata dai medici).
Muovendo dal concetto di trauma, questo articolo ha quindi lo scopo di analizzare la sofferenza
umana dei manifestanti al G8 di Genova, articolata con altre forme di violenza collettiva di natura

* Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Universit degli Studi di Padova, Via
Venezia 8, 35131 Padova, E-Mail: adriano.zamperini@unipd.it; marialuisa.menegatto@unipd.it.

politica. Nella prima parte, viene passata in rassegna la categoria diagnostica del disturbo posttraumatico da stress, operandone unanalisi critica alla luce dei contributi offerti dalla psicologia
della liberazione (Martn-Bar, 1989, 1994) e dallapproccio narrativo (Sluzki, 1992, 1993, 1995).
Nella seconda parte, dal versante delle vittime, si offre una visione dinsieme della violenza
collettiva manifestatasi durante il G8 di Genova, argomentando la preferenza accordata al concetto
di trauma psicopolitico, in luogo della diagnosi di disturbo post-traumatico da stress. Infine, nella
terza parte, si estendono i principi alla base della terapia della testimonianza (Agger, Jensen, 1990,
1996; Cienfuegos, Monelli, 1983) alle pubbliche udienze dei due principali processi celebrati (Diaz
e Bolzaneto).

Trauma e violenza politica


Come evidenzia Clara Mucci (2008), da Sigmund Freud in poi la questione che ruota attorno al
trauma riguarda il valore da attribuire alla sua realt. In modo particolare, gli ultimi anni sono stati
attraversati da querelle, spesso molto aspre, che hanno investito i concetti di memoria e ricordo
(McNally, 2003); soprattutto il lavoro clinico con le vittime stato spesso accusato di essere il
momento genetico del trauma, considerato alla stregua di una mera costruzione dialogica tra i
parlanti, piuttosto che rievocazione dellaccaduto. Basti pensare al dibattito sul ricordo represso.
Comunque, qui non si intende ripercorrere lintera e controversa storia della messa a tema del
trauma, per questo si rimanda al summenzionato saggio di Mucci. Piuttosto, si vuole partire
dallaffermazione, clinica e sociale, della diagnosi di disturbo post-traumatico da stress.
Innumerevoli sono i fattori considerati fonte di stress traumatico: dallabuso sessuale alla rapina, dai
disastri naturali agli incidenti automobilistici. Nel caso specifico, si limiter lanalisi alluso di
questa diagnosi in relazione a fenomeni di violenza collettiva di natura politica.
La prospettiva del disturbo post-traumatico da stress
Sottostante lapparato delle diagnosi psichiatriche vi lidea della presenza oggettiva di una
malattia. A prescindere da come la si osservi, si assume che essa permanga sostanzialmente
indifferente ai vari sguardi dei diversi percipienti. Eppure, la storia del disturbo post-traumatico da
stress un ottimo esempio del ruolo giocato da fattori sociali nella costruzione di unafflizione
umana (Bracken, 1998; Summerfield, 1999).
Infatti, la diagnosi un retaggio della guerra del Vietnam, e in modo particolare del suo dopoguerra.
Ritornati a casa, i reduci si resero conto di essere stati preceduti via televisione e a mezzo stampa
da una fama infausta: agli occhi di molti dei loro concittadini apparivano spietati assassini di
persone inermi, tra cui donne, bambini e anziani. Una simile accoglienza stato un elemento
primario nella loro difficolt di reinserimento, ben testimoniata da numerosi comportamenti
antisociali e da una variegata espressione emozionale deviante (Zamperini, 2007). Coloro che
passarono in un ambulatorio psichiatrico ne uscirono con varie etichette diagnostiche: stati ansiosi,
depressione, tossicodipendenze, disturbi della personalit, schizofrenia, e altri ancora. Diagnosi
successivamente rimpiazzate dal disturbo post-traumatico da stress. Tra i primi e pi accesi
sostenitori della nuova patologia vi erano gli oppositori alla guerra, i quali accusavano gli psichiatri
militari di essere asserviti alle logiche oppressive dellesercito a danno dei soldati. I suoi fautori
esercitarono forti pressioni verso i veterani affinch si orientassero a essere curati sotto questo
nuovo ombrello diagnostico. Che rapidamente scalz i suoi predecessori, come la fatica da battaglia
e le nevrosi da guerra.
Poich la nuova diagnosi indirizzava l'attenzione sulla natura traumatica della guerra, ci comport
una forte trasformazione a livello socio-politico. I veterani del Vietnam non erano pi percepiti alla
stregua di perpetratori di efferate violenze, bens come persone traumatizzate da ruoli che furono
costretti a indossare in quel particolare scenario bellico. Il disturbo post-traumatico da stress
legittimava cos la condizione di "vittime", disimpegnava moralmente il s attraverso un processo di
discolpa, e garantiva agli interessati una pensione di invalidit perch la diagnosi era certificabile da

un medico. Mentre fino alla guerra in Vietnam gli imputati di omicidi e stupri, commessi
nellambito di conflitti collettivi, si difendevano facendo ricorso quasi esclusivamente a una
categoria psicologica lobbedienza agli ordini , successivamente si riscontrer anche lutilizzo di
una categoria psichiatrica appunto, il disturbo post-traumatico da stress.
Nelle societ occidentali, larticolazione tra stress e trauma ha assunto sempre pi un aspetto
naturalistico, diventando parte integrante della descrizione e spiegazione delle vicissitudini di tutti i
giorni. Mentre solitamente le diagnosi psichiatriche sono evitate da chiunque, luso sociale del
disturbo post-traumatico da stress aumentato in modo spettacolare. Diventando il mezzo con cui le
persone cercano di conquistare lo status di vittima con il suo associato ed elevato valore morale
per ottenere riconoscimento e compensazione. Inoltre, il disturbo post-traumatico da stress si
esteso ben oltre i confini della psichiatria occidentale, grazie soprattutto ai progetti di intervento
umanitario nei vari scenari di guerre e catastrofi naturali. Senza qui voler operare una disamina
della psichiatria del quotidiano, n della psichiatria dellemergenza, e tantomeno della
psichiatria dellumanitario, si intende invece circoscrivere lanalisi sulluso del disturbo posttraumatico da stress nei frangenti di violenza collettiva e di violazione dei diritti umani per
evidenziarne i limiti.
Al riguardo, particolarmente efficace la critica avanzata da Becker (1995), riassumibile mettendo
a tema i termini che vanno a comporre la locuzione disturbo post-traumatico da stress. Partiamo
dalla parola post, la quale suggerisce lidea di un discreto evento traumatico accaduto nel passato.
In realt, i membri di associazioni che lottano per la tutela dei diritti umani sono sottoposti a un
rischio di trauma ripetuto e costante nel tempo (Hernndez, 2002). Soprattutto nel caso di conflitti e
violenze intrastatali, il perdurare di situazioni di oppressione e minaccia rende perlomeno
problematico il ricorso al marcatore post quale criterio di punteggiatura del dischiudersi della
sofferenza. Sollevando pure linterrogativo in merito a chi abbia titolo per individuare la circostanza
che separa il prima dal dopo. Le persone possono presentare i sintomi nel corso di diversi anni e
articolarli differentemente in funzione delle varie situazioni della vita sociale.
Il secondo problema critico incentrato sul termine disturbo. Qui Becker (1995) appoggia le sue
considerazioni sul lavoro di Kurt Robert Eissler (1963), inerente al problema del risarcimento ai
sopravvissuti della Shoah nella Germania del dopoguerra, dove gli psichiatri sovente erano inclini a
negare qualsiasi relazione tra specifiche patologie e lesperienza dei campi di sterminio e
concentramento. Innanzitutto, va premesso che storicamente i gruppi umani che sono stati colpiti da
discriminazione politica e repressione hanno subito vari processo di esclusione sociale e
stigmatizzazione (Zamperini, 2010). Da nord a sud, da est a ovest, i perpetratori di violenza
collettiva hanno sempre usato un presunto disturbo (difettivit) delle proprie vittime per
legittimare azioni crudeli e oppressive. Grazie a maschere pseudoscientifiche, le stesse sono state
assimilate, di volta in volta, al regno animale (maiali, zecche), alla sfera della malattia (cancro della
societ), alla compagine dei pericolosi (delinquenti), e in ogni caso inscritte nelleterogenea
categoria dei reietti di una comunit che voglia dirsi sana. Volontariamente o involontariamente,
il ricorso allappellativo disturbati per indicare coloro che soffrono a causa di una violenza
politica espone al rischio di convertirsi al ruolo dei vittimizzatori. Chiamare la loro esperienza un
disturbo pu voler dire allearsi con il medesimo progetto di spogliazione di umanit e di
annichilimento che stato allorigine di ci che hanno patito e stanno patendo. Allassassinio di
quanti dei suoi bambini un essere umano deve assistere senza esibire sintomi, affinch possa
mostrare di godere di una sana costituzione psichica?; questo il provocatorio titolo a domanda
dellarticolo di Eissler (1963). Rilanciando la questione: si pu parlare di disturbo se una persona
sviluppa dei sintomi dopo essere stato testimone delluccisione di un membro della sua famiglia?
Non sarebbe pi corretto considerare disturbato chi non si ammala dopo una simile esperienza? E
ancora, se proprio si vuol parlare di persone disturbate, tale appellativo non dovrebbe piuttosto
essere riferito ai perpetratori? Qui il malessere individuale che ovviamente non va misconosciuto
discende dalla violazione collettiva di diritti umani, e quindi non pu trovare una risposta
strettamente sanitaria. Infine, il termine disturbo suggerisce lidea di un set di sintomi ben

identificabili, un processo da cui si sviluppa la patologia e le circostanze del suo insorgere.


Nonostante tali sintomi possano essere, in parte o in tutto, riscontrabili in coloro che hanno subito
una violenza politica, le problematiche presentate vanno ben oltre la psicopatologia strettamente
intesa. Per esempio, si possono riscontrare difficolt nelle interazioni quotidiane a livello
comportamentale, problemi in ambito lavorativo, nella sfera affettiva di coppia. Ancora pi
importante, gli identificati sintomi manifestano unevoluzione che non legata a dinamiche intrapersonali, quanto piuttosto gli stessi appaiono e scompaiono sulla base di processi sociali.
Oltretutto, in simili frangenti non si ammalano solo i singoli, ma anche e soprattutto i legami:
quelli costitutivi della famiglia, della rete amicale e dellappartenenza comunitaria.
Per completare questa rapida disamina, restano i termini traumatico e stress. Ancora una volta
daccordo con Becker (1995), pare indispensabile sciogliere questo legame, poich il trauma
qualitativamente diverso dallo stress. Un essere umano sottoposto a stress reagisce mantenendo
sostanzialmente intatta la propria struttura di personalit, mentre lo stesso non pu dirsi nel caso di
unesperienza traumatica, con tutto il suo carico di catastrofe esistenziale e di risposte caotiche.
Infatti, la stessa radice lessicale del termine trauma indica che qualcuno stato bucato,
perforato, costretto a sperimentare una discontinuit psicologica e quindi una crisi della sua
presenza mondana (Armando, 2010; Semi, 2007).
Nellinsieme, legemonia del disturbo post-traumatico da stress in contesti di violenza collettiva di
natura politica, naturalizzando e privatizzando la sofferenza come problema sanitario, finisce con
loccultare tutte le implicazioni morali e politiche che le appartengono.
La prospettiva della psicologia della liberazione
Ignacio Martn-Bar (1994), principale esponente della psicologia della liberazione, ha utilizzato il
termine trauma sociale per riferirsi a dinamiche socio-storiche distruttive che si riproducono e
governano linterazione tra i singoli e la societ. Sebbene il trauma si manifesti individualmente,
allinterno di questa prospettiva pi appropriato concepirlo come un prodotto di rapporti
disumani. Sulla base della pedagogia degli oppressi di Freire (1972), Martn-Bar (1994) individua
la via maestra della psicologia nellopera di coscientizzazione, ossia il processo di risveglio delle
coscienze. L'uso di questo concetto nellambito della salute mentale implica un cambiamento del
focus terapeutico: dallalienazione individuale alla de-alienazione del gruppo attraverso una
comprensione critica della realt sociale che plasma la vita degli esseri umani. Le persone possono
comprendere e articolare le loro esperienze attraverso l'insegnamento dialogico, la riflessione e
l'azione. Riuscendo cos ad appropriarsi di una ristrutturazione soggettiva per quanto riguarda
lesistenza personale e la vita della comunit.
Netto il rifiuto da parte di Martn-Bar (1994) di qualsiasi dicotomia tra il personale e il collettivo,
attestandosi su una prospettiva relazionale sviluppata da George Mead (1934) e dalla scuola storicoculturale russa di Lv Vygotskij (1934), e ben sintetizzata da Max Horkheimer e Teodor Adorno:
Se nel fondamento stesso del suo esistere luomo attraverso altri, che sono i suoi simili, e solo per
essi ci che , allora la sua definizione ultima non quella di una originaria indivisibilit e
singolarit, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e comunicazione agli altri. Prima di
essere anche individuo luomo uno dei simili, si rapporta ad altri prima di riferirsi
esplicitamente a se stesso, un momento delle relazioni in cui vive prima di poter giungere
eventualmente ad autodeterminarsi (1956, p. 53).
Sicch, il singolo essere umano risulterebbe incomprensibile se reso orfano del suo referente
costitutivo: non c' persona senza famiglia, nessun apprendimento senza cultura, nessuna follia
senza un ordine sociale. E quindi non ci pu essere alcun disturbo che non abbia dei riferimenti a
norme morali e sociali.
Il trauma allora un processo situato, caratterizzato da una propria intensit, da una durata nel
tempo e dall'interdipendenza tra dinamiche societarie e psicologiche. E, stando allinterno della

psicologia della liberazione, la guarigione vista come lo sviluppo di nuove identit sociali, le quali
contribuiscono alla costruzione di movimenti collettivi che mettono in discussione l'ordine
esistente.
La prospettiva narrativa
Ancorando le proprie argomentazioni su un terreno narrativo, Sluzki (1992, 1993) sostiene che la
coerenza sia costruita dagli individui nello sviluppo della propria identit, e che la stessa si basi sul
presupposto di un mondo ordinato al cui interno le persone si vedono condurre una vita ordinata.
Gli esseri umani avrebbero cos bisogno di un senso di continuit nello spazio e nel tempo, al fine di
riuscire a mantenere un'immagine continua del s a fronte dei vari cambiamenti che si succedono. E
un certo grado di sicurezza e ordine indispensabile per attribuire significato al proprio mondo. La
violenza distrugge sia il senso di ordine sia la storia personale costruita in un particolare mondo
ordinato. Genera confusione, disgregazione e perdita di identit. Nel tentativo di capire la violenza e
i suoi effetti, le persone elaborano descrizioni e spiegazioni per dare un senso alla crudelt.
Inevitabilmente, simili spiegazioni sono orientate e governate dalle storie socioculturali dominanti
(Cohen, 2001). Nellambito di un simile processo esplicativo, i ruoli di spettatore e perpetratore
possono contribuire a oscurare gli eventi violenti (Zamperini, 2001). Inoltre, quando le voci dei
carnefici prevalgono, le opportunit di ricostruire un senso di comunit e i tentativi di attuare una
riparazione morale risultano compromessi. E dato che le vittime non possono affrontare i
perpetratori, i processi di apprendimento e i percorsi di guarigione risulteranno ostruiti.
La comprensione sistemica del trauma coinvolge livelli politico-sociali e individuali propri del
narrare. Le storie parlano di personaggi, contesti e trame: nella logica delle storie si intrecciano
domande relative al chi, al quando, al dove e al cosa. Le storie presentano pure una dimensione
etica, costruita attorno a giudizi morali che hanno effetti sullazione e sul modo di pensare delle
persone. Per spiegare il rapporto tra violenza e trauma, Sluzki (1993) sottolinea in modo particolare
il venir meno di un senso di protezione, la presenza di un contesto che mistifica e nega alla vittima
eventuali indizi interpersonali cui aggrapparsi per conferire significati e attribuire intenzioni,
trovandosi cos spogliata di qualsiasi possibilit di esprimere assenso o dissenso. Quindi, il trauma
personale argomento di impotenza e disperazione. Un simile modo di guardare alla violenza e al
trauma rende conto di un contesto in cui un determinato gruppo ha il potere di decidere e mettere in
atto ci che deve essere convalidato come "reale" per lintera societ.
Da un punto di vista strettamente terapeutico, lapproccio narrativo si oppone sia alla tentazione di
dimenticare le sofferenze sia, alleandosi con la storia iniziale del paziente, di sfidare la storia
ufficiale, sollecitando nuovi punti di vista e inediti ancoraggi. Cos, i professionisti che lavorano
con le vittime della violenza organizzata dallo Stato sono chiamati a destabilizzare la negazione e le
narrazioni socialmente imposte.

Violenza collettiva intrastatale in sistemi democratici


Secondo il World Report on Violence and Health la violenza Luso intenzionale della forza
fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, unaltra persona, o contro un gruppo o una
comunit, che determini o che abbia unelevata probabilit di determinare lesioni, morte, danni
psicologici, compromissione dello sviluppo o deprivazioni (Krug et al., 2002, p. 5). Accanto alla
forza fisica, il riferimento al potere allarga lo spettro di ci che pu essere rubricato come violenza;
per esempio, pensando ad assetti relazionali gerarchici o asimmetrici, vengono cos ricompresi atti
linguistici come le intimidazioni. Il rapporto costruisce una tassonomia della violenza articolandone
la natura (fisica, sessuale, psicologica, privazione o incuria) e il bersaglio (violenza autoinflitta,
interpersonale e collettiva). Attestandoci su questultima, La violenza collettiva pu essere definita
come: luso strumentale della violenza da parte di persone che si identificano come membri di un
gruppo sia che questo gruppo sia transitorio o abbia unidentit pi stabile nei confronti di un
altro gruppo o di un insieme di individui, al fine di raggiungere obiettivi politici, economici o

sociali. () Sono state individuate varie forme di violenza collettiva, tra cui: a) Guerre, terrorismo
e altri conflitti politici violenti che si verificano allinterno di uno Stato o tra Stati diversi; b)
Violenza perpetrata dallo Stato come genocidi, repressione, sparizioni, torture e altre violazioni dei
diritti umani; c) Criminalit violenta organizzata quale banditismo e guerre tra bande (Krug et al.,
2002, p. 215). Ne consegue che quanto accaduto a Genova durante il G8 del 2001 pu essere
classificato come violenza di Stato, risultando accertata la sospensione temporanea dei diritti umani
da parte delle forze dellordine. Uno Stato che per, diversamente dai vari esempi menzionati nel
rapporto dellOrganizzazione Mondiale della Sanit, non presenta le caratteristiche di uno Stato
dittatoriale, bens di uno Stato democratico.
Sempre, quando avvengono analoghi episodi di violenza collettiva, dal punto di vista della vittima
che si parla di sofferenza intollerabile e inaccettabile (Zamperini, 2001). Il suo patire si staglia sopra
gli eventi, reclamando riconoscimento e giustizia. Invece, chi ha agito violenza si disinteressa della
vittima come persona. E punta a inscrivere la propria condotta dentro un mansionario; detto
altrimenti, racconta del suo agire come lesecuzione di un compito o di un lavoro. Nel nostro caso,
la sicurezza un ottimo paravento. Sostenuto dalla colpevolizzazione della vittima, pericolosa e
aggressiva. Lazione violenta delle forze dellordine risulterebbe cos giustificata in quanto rivolta
al nemico black bloc, ovvero terroristi urbani che meritano di essere puniti per i disordini e le
devastazioni prodotte. Queste considerazioni conducono inevitabilmente al problema del conflitto
narrativo tra rappresentazioni che vogliono farsi egemoni rispetto allaccaduto. Un fermento di
posizioni che trova alleanza e megafono nei media di diverso orientamento politico. Le versioni
degli avvenimenti diventano competitori nellarena della comunicazione sociale. Nei sistemi
democratici un tale contendersi la storia della violenza ovviamente ancora pi cruciale. Basti
pensare al ruolo dellopinione pubblica e allassetto giuridico posto a tutela dei diritti individuali.
Dato un simile scenario, non stupisce che la presa di parola, per esempio con la richiesta di una
commissione dinchiesta o di altri organi preposti a far chiarezza sugli avvenimenti ( stata persino
invocata listituzione di una commissione per la verit e la riconciliazione analoga allesperienza
sudafricana), abbia caratterizzato esclusivamente i manifestanti vittime del G8. Sono loro che si
sgolano nel voler raccontare una storia che laltra parte, i perpetratori, non solo non vogliono
ascoltare ma a cui nemmeno interessa replicare. Perch sempre il replicare implica una qualche
forma di riconoscimento dellantagonista. E quindi meglio assestarsi allinterno di una cultura del
diniego (Cohen, 2001), dove, se non possibile occultare il danno, per praticabile quel lavorio
che rende la vittima sempre meno vittima. E anche quando non possibile sottrarsi allidea che la
vittima vittima, ecco pronta la via di fuga del Hanno iniziato loro. Generando una competizione
in merito a chi sia veramente la vittima originaria e chi abbia patito di pi. Dando il l alla
fabbricazione di storie sofferenti antagoniste.

Bucare lidentit di cittadino


Per esercitare impunemente abusi di potere allinterno di uno Stato sovente richiesto uno scarico
civico delle vittime, ossia un processo sociale capace di trasformare le figure dellalterit in nemici
(Zamperini, Andrighetto, Menegatto, 2012), quindi passibili di esclusione morale (Opotow, 1990).
Una delle pi note teorie psicosociali elaborate per comprendere le basi da cui si sprigiona la
violenza collettiva la teoria della delegittimazione sociale (Bar-Tal, 1989). Per delegittimazione si
intende un processo di categorizzazione cognitiva che permette di associare a un gruppo
caratteristiche tanto negative da rendere socialmente plausibile e moralmente accettabile la sua
espulsione fisica e psicologica. Una meta raggiunta quando singoli e gruppi vengono percepiti al di
l dei confini entro i quali si applicano norme e valori guidati da criteri di equit e giustizia.
quindi la posizione occupata rispetto al perimetro della morale che determina un diverso trattamento
ai fini dellopinione e dellazione sociale. Chiunque, interno o esterno alla comunit, pu essere
bersaglio di violenza e prevaricazione. Con la differenza che quando il danno viene inflitto agli
interni pi facile che sia considerato un fatto ingiusto, a cui possono seguire richieste di

riparazione, mentre quando il bersaglio esterno, molto pi probabile che non venga percepita
alcuna violazione dei diritti.
Bar-Tal (1990) ha individuato cinque strategie principali attraverso cui opera la delegittimazione.
Con la deumanizzazione un gruppo viene etichettato come inumano, inscrivendo i suoi membri nel
registro di una diversit dal regno dellumanit; le etichette linguistiche maggiormente usate fanno
riferimento a una razza inferiore, al mondo animale e persino soprannaturale (ad esempio demoni).
La caratterizzazione in base a tratti di personalit negativi punta a descrivere un gruppo secondo
elementi personali estremamente negativi e perci non tollerabili; dipingere i componenti di un
gruppo come trasgressori di norme fondamentali vuol dire bandirli dalla societ e dalle sue
istituzioni, in quanto fastidiosamente devianti. Luso di etichette politiche assimila un gruppo a una
specifica entit politica che minaccia i valori costitutivi di una collettivit, creando un serio pericolo
per il suo funzionamento e la sua sopravvivenza. Lesclusione morale porta a considerare i membri
del gruppo delegittimato come violatori di norme sociali condivise: si riferisce ad attori sociali non
organizzati e riguarda la persona nel suo insieme, diversamente dal ricorso a tratti di personalit
negativi che concerne attributi specifici del soggetto. Infine, attraverso il confronto di gruppo si
giunge a identificare e percepire negativamente un determinato insieme di persone, attribuendogli
unetichetta fortemente negativa; le etichette attribuite sono simboliche e rappresentano i gruppi pi
indesiderabili di una certa cultura.
Mentre tradizionalmente il processo della delegittimazione sociale sembra dispiegarsi
prevalentemente sul piano descrittivo ossia la costruzione dellimmagine collettiva dellaltro ,
nel caso del G8 tale modalit invece diventata unarma di offesa della vittima (Zamperini,
Menegatto, 2011). Nel corso degli scontri di piazza, durante lirruzione alla scuola Diaz e, in
misura ancora maggiore, nella prigione di Bolzaneto, lidentit dei manifestanti quali cittadini di un
Paese democratico stata sistematicamente aggredita e violentata. Lungi dal trascurare limpatto
individuale della violenza fisica, in molti casi massiccia e gratuita, ci che qui preme evidenziare
non tanto il cranio incrinato dalle manganellate, quanto il senso di s, come persona e cittadino,
incrinato da strategie delegittimanti. Ne discende un profilo di sofferenza che pu essere definito
shock di cittadinanza o trauma psicopolitico. Una sofferenza che presenta due versanti: a) le
conseguenze sul piano della sfera individuale e delle relazioni sociali; b) le conseguenze a livello
politico-istituzionale. Unanalisi bipartita per segnalare che i traumi intenzionalmente prodotti a
livello collettivo hanno sempre una duplice e intrecciata natura: psicologica e politica.
Senza togliere importanza alle soggettive esperienze del trauma innegabile che, per esempio, le
reazioni alla violenza da parte di un sindacalista avvezzo a scontri di piazza possono essere ben
diverse da quelle di una giovane maestra alla sua prima esperienza in cortei di protesta ,
nellinsieme le vittime del G8 sono accomunate da ferite psicologiche originate dalla
delegittimazione sociale subita. E coloro che sono stati rinchiusi nella prigione di Bolzaneto in
molti casi dopo aver subito il pestaggio brutale nella scuola Diaz sono quelli che maggiormente
ne testimoniano le gravose conseguenze.
La breve vicenda di K. offre, a livello esemplificativo, una narrazione di ci che accaduto.
Avendo la testa sanguinante e vari ematomi sul corpo per via delle manganellate subite durante
lirruzione alla scuola Diaz, viene portata in ospedale; qui, insieme ad altri manifestanti, per evitare
di turbare gli altri degenti evidentemente le ferite sono considerate impressionanti viene
messa in un angolo. Praticati i medicamenti del caso, pronta per essere trasferita a Bolzaneto.
Giunta alla caserma, chiede inutilmente spiegazioni sui motivi di un simile trattamento. K. insiste
nel voler comunicare con i genitori o di poter parlare con un avvocato, senza alcun risultato. Entrata
in infermeria, costretta a spogliarsi, a restare completamente nuda davanti a quattro agenti di genere
maschile, le viene ordinato di fare delle flessioni. In cella, K. costretta a stare diverse ore con
braccia alzate e gambe divaricate senza poter cambiare posizione. Le celle avevano una grande
grata e da questa le forze dell'ordine guardavano all'interno e insultavano i reclusi. La sensazione di
K., comune a tanti altri, era quella di essere in una specie di zoo; per, al posto degli animali,
cerano loro, i manifestanti. E, dallaltra parte della grata, gli agenti continuavano a investirli di

appellativi delegittimanti, di natura politica (per esempio, black bloc), sessuale (per esempio,
luride troie) e religiosa (per esempio, ebrei di merda). K. racconta come gli agenti non si
limitavano a queste azioni verbali, costringevano pure i manifestanti a impersonare gli appellativi
con cui venivano dileggiati: chi veniva chiamato verme, era costretto a strisciare; chi veniva
chiamato cane, costretto a stare a quattro zampe e ad abbaiare, per poi essere preso a pedate; e cos
via. La stessa comunicazione non verbale serviva a creare un ambiente delegittimante: avvicinatisi
alle grate, gli agenti si turavano il naso per indicare che i reclusi puzzavano come delle merde;
facevano versi animali, come grugnire o cinguettare. Non mancavano di intonare canzoni e
filastrocche, anche a mezzo cellulare, di stampo fascista, come "un, due, tre via Pinochet". E non
mancavano neppure cori del tipo benvenuti ad Auschwitz e minacce di morte. Anche la
condizione materiale dei reclusi era particolarmente opprimente: i feriti, bench doloranti, non
ricevevano particolari attenzioni, se non un goccio dacqua di tanto in tanto; le coperte per ripararsi
dal freddo erano poche, sicch bisognava stringersi gli uni agli altri, un abbraccio che veniva sciolto
a forza quando gli agenti entravano nelle celle. K. sente il bisogno di recarsi in bagno e chiede di
uscire dalla cella; percorrendo il corridoio che la porta ai servizi presa a calci, sputi, e sommersa
di appellativi del tipo puttana, zoccola e simili. Giunta al bagno, cerca comprensione nella
poliziotta che la sorveglia, ribadendo la sua estraneit a qualsiasi addebito; per tutta risposta,
questultima le risponde che se non si sbriga le avrebbe spaccato la faccia. K. piange
disperatamente. E durante il ritorno in cella, la poliziotta la deride, tacciandola di essere una nullit,
perch non era riuscita nemmeno a urinare. Da Bolzaneto, K. verr trasferita, in manette, al carcere
di Vercelli.
Conseguenze psicologiche individuali e relazionali
Le pratiche messe in atto a Bolzaneto hanno avuto lo scopo di aggredire la psiche dei singoli, quasi
da causare una destrutturazione della persona. E la prima forma con cui si manifesta la violazione
psicologica un senso di profondo disorientamento e di perdita del controllo soggettivo. La
regolazione emozionale viene profondamente alterata, lasciando il via libera a emozioni avvertite
come dirompenti e incontrollabili. Le idee si ammalano perch si fanno strada diffidenza, sfiducia e
ipervigilanza. Il sonno disturbato da incubi persecutori, la cui struttura narrativa prevalente
quella di un prigioniero che cerca disperatamente di fuggire dalla sua prigione; linsonnia la fa da
padrona. Persino anni dopo, la mente dei manifestanti ancora percorsa dallidea che i poliziotti
sarebbero tornati, per riportarli a Bolzaneto. Una paura di ritorsione che poggia inoltre
sullidentificazione (il manifestante stato schedato) e sulla denuncia (la vittima ha fatto causa per
portare in giudizio i perpetratori). Per qualcuno, e per lunghi periodi, risultato problematico
mettersi nudo e avere rapporti sessuali, facendosi prendere da attacchi di ansia quando vedeva
piastrelle (le piastrelle di Bolzaneto diventate un doloroso calco psichico). Per parecchi stato
necessario ricorrere a una psicoterapia.
Una condizione esistenziale gravosa che si riverbera nella cerchia di familiari, amici e colleghi.
interessante notare come vi sia traccia della sofferenza che generalmente accompagna reduci da
conflitti armati o addirittura da campi di sterminio: ossia la convinzione che le persone che li
circondano non li capiscano e non diano credibilit al racconto. Per cui si giunge persino a cambiare
la configurazione della propria vita, perch risulta difficile vivere fianco a fianco di persone che non
sanno; mutano le frequentazioni interpersonali, per poter essere capiti e per trovare qualcuno con
cui dialogare senza remore. Un mutamento forzato che ha pure portato a separazioni e divorzi.
Quando i legami familiari tengono si caricano per di angoscia e apprensione, ingolfando
continuamente lesistenza quotidiana. Il fatto che i manifestanti siano stati, per un periodo di tempo,
dei desaparecidos, ha creato sicuramente sgomento nellimmediato. Per simili emozioni negative
si sono protratte anche dopo, allungando la loro ombra sui rapporti fiduciari intergenerazionali. Nel
caso di manifestanti giovani, che ancora vivono con i genitori, questi ultimi sono diventati
apprensivi, quasi paranoici nel chiedere continuamente ai figli segnali rassicuranti della loro

presenza. A pagarne le conseguenze anche limpegno politico: divieti di frequentare centri sociali e
di partecipare a manifestazioni. Tensioni che talvolta hanno necessitato di una terapia familiare.
Se a Bolzaneto i fermati non potevano muoversi perch costretti fisicamente a restare in quello
spazio, la presa sulla psiche una sorta di prigione mentale (Zamperini, 2004) continua la sua
azione anche anni dopo. Cos, per qualcuno risulta problematico prendere i mezzi pubblici affollati
e in generale stare in mezzo alla gente. Quando non la mente individuale a imprigionare lazione,
ci pensano le forze dellordine nello svolgimento delle loro mansioni quotidiane. Poich sui
manifestanti stato impresso uno stigma che li accompagna ovunque, il loro spazio di movimento
si rileva increspato e rallentato nei punti di passaggio. Per esempio, ogni volta che c un normale
posto di blocco, la semplice verifica dei documenti comporta lunghe e strane attese; e se lex
prigioniero di Bolzaneto si trova in compagnia di persone ignare del suo passato, costretto a
spiegare laccaduto. Un freno alla libert di movimento capace di erodere la comunanza,
allontanando gli altri. Chi infatti si accompagnerebbe a cuor leggero a delegittimati pericolosi? E
chi offrirebbe lavoro a simili soggetti? Quando la stampa ha pubblicato il suo nome nellelenco
degli arrestati, una giovane donna, che lavorava per un giornale, stata messa alla porta. Un
ostracismo sociale che spesso accompagna gli stigmatizzati (Zamperini, 2010).
Conseguenze politico-istituzionali
Fin qui abbiamo analizzato larticolazione psicologica e relazionale del trauma. E lultimo accenno
fatto alla libert di movimento unottima sponda per introdurre anche il versante politico e
istituzionale. Certo, alcuni manifestanti hanno s patito una sorta di ostracismo politico, con la
messa al bando per alcuni anni dai Paesi della Comunit Europea. Ma soprattutto la ferita di
cittadinanza ha eroso profondamente la soggettiva fiducia sistemica. Quella risorsa che inerisce al
normale funzionamento dei vari sistemi sociali. Di fronte al diffondersi di sistemi complessi nella
vita quotidiana, il singolo, anche per i limitati poteri di controllo che pu esercitare, avverte
maggiori difficolt e pure una vulnerabilit psicologica pi accentuata. Infatti, con lespandersi dei
sistemi astratti le istituzioni si sempre pi costretti a porre fiducia in sconosciuti. Sicch le
persone che occupano e rappresentano i nodi daccesso a questi sistemi si adoperano per mostrarsi
degni di fiducia. Nel tentativo di farsi ponte tra la fiducia personale e la fiducia sistemica. Laddove
la fiducia personale come nel rapporto con un amico si nutre prevalentemente di elementi
affettivi, quella sistemica si fonda essenzialmente sulla competenza tecnica, sulla buona reputazione
e sul senso civico dei rappresentanti delle varie istituzioni.
Su questo piano, il trauma psicopolitico aggredisce la fiducia sistemica, creando una rottura
psicologica duratura nel tempo. Qualsiasi contatto con persone in divisa scatena paure e attiva
tattiche di evitamento. Per anni, la sola vista di un poliziotto diventa motivo di ansia, il cuore
accelera i suoi battiti e la pressione si alza. E la memoria catapulta la persona nella prigione di
Bolzaneto. Tremore e panico assaltano coloro che dovrebbero invece potersi rivolgere a chi indossa
una divisa per chiedere uninformazione o per ottenere aiuto. Persino chi non svolge funzioni di
polizia, ma esercita, indossando una divisa, mansioni di controllo amministrativo investito di crisi
(apparentemente) irrazionali, come nel caso di controllori ferroviari. Tornare a frequentare i luoghi
di sempre non facile, perch i simboli familiari sono diventati simboli minacciosi. Per esempio,
intravedere dei lampeggianti da una finestra del centro sociale dove si deciso di trascorrere la
notte, attiva immediatamente modalit di fuga, perch si crede che loro stanno arrivando per
(ri)prenderti. Persino i piccoli incidenti dellesistenza quotidiana si caricano di una negativit che
corrode la vita civica. il caso di banali incidenti stradali: ben consapevoli di aver ragione, ci si
dimostra (irrazionalmente) restii a chiamare vigili o polizia perch si teme di passare dalla parte del
torto causa la propria identit. Unidentit socialmente delegittimata in quanto portatore di
difettivit e pericolosit.
Nellinsieme, le strategie coercitive usate dalle forze dellordine hanno indotto molti manifestanti a
percepire se stessi alla stregua di non-persone e animali. Non-persone perch private dei pi

elementari diritti a tutela della soggettiva integrit psicofisica. E animali perch prede di una caccia
selvaggia (lungo le strade e nelle piazze) e di un trattamento disumano. Nel momento in cui simili
sofferenze fuoriescono dalle tradizionali nicchie classificatorie medico-psichiatriche, entrano a
contatto con la cultura del diniego, promossa soprattutto dalle istituzioni, per opacizzare gli eventi
del G8. Interessando non solo il riconoscimento di quanto accaduto, ma anche il trauma subito.
Una sorta di negazionismo delle implicazioni politiche della sofferenza.

Terapia sociale della testimonianza


Se il trauma del G8 non solo argomento di salute e malattia, ma pure questione socio-politica, un
approccio basato sui diritti umani e civili pu facilitare la gestione della sofferenza attraverso i suoi
metodi di inchiesta e testimonianza, integrato da apposite iniziative del governo. Per esempio,
Lykes e Mersky (2006) hanno avanzato severe critiche verso quei professionisti che adottano una
modalit strettamente biomedica nel trattamento di vittime di violenza organizzata, sostenendo la
necessit di affrontare anche e soprattutto i temi della giustizia e della verit. Un nodo cruciale ben
sintetizzato da Werner Bohleber:
Le cosiddette catastrofi prodotte dalluomo, come la Shoah, le guerre, le persecuzioni etniche, la
tortura, mirano ad annientare lesistenza storica dellessere umano. per questo che non si pu
integrare lesperienza traumatica in una narrazione sovraordinata con un atto individuale: oltre a un
ascoltatore empatico, ci vuole anche un discorso sociale sulla verit storica degli eventi traumatici e
sul fatto che si tenda invece a negarli ed eluderli. Le vittime sono anche testimoni di una speciale
realt storica. Il riconoscimento delle cause e delle colpe la prima condizione per restaurare la
cornice interpersonale, e quindi la possibilit di capire adeguatamente il trauma. Solo in questo
modo si pu rigenerare la comprensione di s e del mondo, minata dagli eventi. Le vittime sono
spesso alla merc dei loro stessi dubbi e incertezze sulla realt traumatica che hanno vissuto. Se la
societ nel fare i conti con la catastrofe dominata da tendenze difensive, le vittime rischiano di
sentirsi emarginate, respinte e lasciate sole con la loro esperienza, cosa che mette di nuovo a
repentaglio il senso di sicurezza e le rende vulnerabili a nuovi traumi, o le condanna al silenzio, non
potendosi aspettare di essere comprese (2010, p. 112).
Infatti, le vittime di violenza politica avvertono spesso un senso di isolamento allinterno dalla loro
comunit, persino tra amici e familiari. Essi sentono che la loro dignit stata infranta dalle forze di
polizia che li hanno delegittimati e etichettati come devianti e "criminali". E presentano un
duplice disperato bisogno: a) riguadagnare dignit e onore attraverso una riparazione collettiva in
cui la loro verit privata venga apertamente validata in modo da diventare verit pubblica; b)
ottenere il riconoscimento della sofferenza patita, e fare in modo che venga assunta come parte
della memoria sociale. Allora, per vincere il silenzio che spesso circonda la violenza politica
servono storie.
Simili esigenze costituiscono il momento genetico della terapia della testimonianza, descritta per
la prima volta agli inizi degli anni Ottanta, quando, due terapeute cilene, nascoste dietro uno
pseudonimo per motivi di sicurezza, presentarono i risultati del loro lavoro in un Paese oppresso
dalla dittatura (Cienfuegos, Monelli, 1983). La testimonianza del paziente veniva registrata su
nastro da parte del terapeuta, per poi essere revisionata congiuntamente dalla coppia terapeutica
sotto forma di documento scritto. Lo scopo della testimonianza era quello di facilitare l'integrazione
dell'esperienza traumatica e la ricostruzione dellautostima. Inoltre, la comunicazione di eventi
traumatici attraverso la testimonianza risult utile anche perch riusc a incanalare la rabbia dei
pazienti in un'azione socialmente costruttiva - la produzione di un documento che poteva essere
utilizzato come un'accusa contro i perpetratori. E la possibilit di rendere socialmente utilizzabili le
esperienze delle vittime ha comportato la riduzione del loro senso di colpa. Il metodo stato
ulteriormente elaborato sia come rituale di guarigione che di condanna a fronte di uningiustizia

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(Agger, Jensen, 1990). Un esempio ormai classico della sua applicazione la Commissione per la
Verit e la Riconciliazione in Sud Africa. Lanalisi condotta da De la Rey e Owens (1998), nel
complesso, attesta il valore terapeutico del metodo della testimonianza, segnalando la connessione
tra guarigione individuale e riconciliazione nazionale.
Ora, nel caso del G8 di Genova, si assistito quasi esclusivamente a posizioni espresse in modo
unilaterale, da una parte e dallaltra. Non c mai stato un vero confronto tra narrazioni antagoniste.
Nessuna occasione in cui un terzo ha potuto chiedere conto agli uni e agli altri in merito a ci che
andavano dicendo. Nessuno spazio pubblico dove le narrazioni dei perpetratori e delle vittime
potessero dare vita a un incontro dialogico. Fino al momento dei processi. Eventi che, a nostro
avviso, trascendono pur essendo ovviamente presente la funzione meramente giuridica, per
porsi come spazi per lesercizio della memoria come azione sociale. Costringendo la sfera pubblica
a fare i conti con ci che si vorrebbe relegare in quella privata. Magari continuando a mettere in
scena rituali menzogneri non perch si creda che le persone ci credano, quanto per preservare una
facciata di pubblica rispettabilit.
Sicuramente, nello scenario di unaula di tribunale, i perpetratori si dimostrano riluttanti, se non in
casi particolari, alla costruzione di una memoria collettiva. E cos stato pure nei processi sul G8:
numerosi i non ricordo che hanno contraddistinto la voce afona degli agenti chiamati a
testimoniare. A ribadire la cultura del silenzio quale norma tacita del gruppo di appartenenza.
Invece, dal versante dei manifestanti abbiamo assistito a unattiva partecipazione. In simili
frangenti, la giustizia giuridica assume infatti un ruolo nel processo di guarigione dai danni
provocati dalla violenza: non solo finalizzata allaccertamento delloffesa patita e delle
responsabilit in causa, parallelamente opera pure per il riconoscimento delle vittime. Un atto
simbolico capace di soddisfare il bisogno di vedere riaffermata pubblicamente linviolabilit del
posto di ciascuno, lintangibilit del diritto ad avere dei diritti, la permanenza di un legame
giuridico essenziale che sfugga al potere politico (Garapon, 2002, p. 153).
La vittima pu trovare nella sfera giuridica un luogo, istituzionalmente riconosciuto, dove mostrarsi
e raccontare, rivendicando il diritto di parola e ascolto. dunque attraverso la testimonianza che la
vittima si riappropria della consapevolezza e del dovere di impersonare un ruolo attivo nella
costruzione della verit storica dellevento vissuto. Recuperando la percezione dellefficacia e
dellimportanza del raccontare. Lesperienza narrata cessa di essere semplicemente vissuta e
diviene oggetto di comunicazione. Questa trasformazione mette lindividuo nella condizione di
alleggerire il peso del proprio dolore, sopportato inizialmente in solitudine. Tanto pi se chi ascolta
una platea ufficiale come quella presente in un processo giuridico. Disporre di un tale pubblico
crea i presupposti affinch la violenta esperienza del singolo venga reinserita in una narrazione
politica capace di dare significato agli eventi e rendere udibile questa violenza muta. Il processo
tende allora ad acquisire valore di testimonianza, trasformandosi in spazio per celebrare la memoria.
Chi, in sede processuale, ha partecipato nel ruolo di testimone alla definizione di quanto accaduto
allinterno della caserma ha collaborato alla creazione di una memoria sociale, pronta a essere
condivisa e fatta propria, grazie a un processo di trasmissione comunicativa, anche dagli estranei ai
fatti. Attraverso la peculiare espressione fatta di scene rievocate, parole scelte, emozioni svelate
del personale punto di vista sulla vicenda vissuta, ogni vittima ha lavorato affinch si generasse
un patrimonio comune, collettivo, nella speranza che divenisse punto di partenza di un pi ampio
percorso comunitario, non necessariamente vincolato allesperienza individuale, di affermazione del
rispetto dei diritti civili e umani.
Per questi motivi, i processi celebrati sul G8 di Genova, al di l degli scopi precipui del dispositivo
giuridico (associare reati specifici a persone individuabili; fissare le pene secondo lesistente assetto
legislativo), hanno prodotto un testo narrativo che svolge funzioni proprie di una terapia sociale
della testimonianza. Gli atti dei processi sono cos, a tutti gli effetti, libri della memoria.

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Conclusioni
Durante scenari di violenza collettiva di natura politica laccanimento contro uomini e donne inermi
tristemente noto. Pur tuttavia, tali pratiche crudeli sono solitamente confinate in quei Paesi dove la
democrazia stata messa al bando. In realt, come dimostra ci che accaduto durante il G8, anche
nei sistemi democratici simili fenomeni possono verificarsi. E colpire le persone attraverso azioni
violente analoghe a quelle che sono state riscontrate in societ totalitarie e in regimi dittatoriali. Una
versione modificata della teoria della delegittimazione sociale di Bar-Tal (1989) ha permesso di
ottenere una visione dinsieme della strategia violenta adottata dalle forze dellordine contro i
manifestanti di Genova. Pertanto, un primo elemento da sottolineare la necessit che venga
riconosciuto e analizzato in modo sistematico il fenomeno della violenza di Stato in sistemi
democratici.
Un secondo elemento che discende dallo studio di caso del G8 di Genova riguarda gli effetti
prodotti dalla violenza sul piano del benessere e della salute individuale. Lo stato dellarte della
ricerca (Krug et al., 2002) individua le principali conseguenze in termini di mortalit, morbidit,
disabilit. Nel periodo post G8 non stato riscontrato il fenomeno della mortalit, bens quelli della
mordibit e della disabilit. Il livello della morbidit ha riguardato la salute fisica (per esempio,
dimagrimento patologico) e la salute mentale (per esempio, depressione). La disabilit si
manifestata in tutti e tre gli ambiti che la compongono: fisica (lesioni permanenti), psicologica
(senso soggettivo di impotenza) e sociale (perdita di abilit sociali). Inoltre, rispetto alla
summenzionata tripartizione, emerge una quarta e inedita forma di disabilit che possiamo chiamare
politica. La subita ferita di cittadinanza ossia la spoliazione di diritti ha incrinato la fiducia
sistemica. Togliendo fondamento a una risorsa psicologica che si nutre dellaspettativa di stabilit
di un certo ordine, rinnovato nel suo atteso e regolare funzionamento. La disabilit politica ossia
il disagio provato nel ritornare a indossare il ruolo di soggetto di diritti in uno Stato di diritto che
ha segnato i manifestanti vittime del G8, in particolare coloro che sono stati rinchiusi a Bolzaneto,
evidenzia uninedita forma di deficit prodotto dalla violenza di Stato in un sistema democratico. Un
tema su cui non si ancora prestata adeguata attenzione e meritevole di ulteriori indagini, cliniche e
sociali.
Un terzo elemento di discussione investe la modalit di affrontare il trauma da violenza politica
seconde ipotesi mediche e individualiste, di cui il disturbo post-traumatico da stress rappresenta la
sua pi rilevante manifestazione. Coerentemente con la nozione introdotta di trauma
psicopolitico, informata dalla psicologia della liberazione e dallapproccio narrativo, la sofferenza
umana chiamata a dialogare con il contesto storico e sociale che lha generata, un contesto dove
determinati gruppi umani detengono il potere di decidere per gli altri gruppi umani ci che va
considerato reale. Nel caso specifico, la realt del trauma. E dove la sua affermazione pertiene
alla possibilit per i singoli di dire del proprio patire non solo come richiesta daiuto ma anche e
soprattutto come forma di dissenso. Una presa di parola che rende il trauma psicologicamente
comprensibile a livello di narrazioni individuali e collettive. Anche se il trauma si manifesta
soggettivamente, pi appropriato parlarne come del prodotto di rapporti disumani. Allinterno di
contesti di violenza collettiva, il modo con cui si concepisce il trauma e si attuano interventi per
guarire o neutralizzare i suoi effetti ha un impatto diretto e duraturo sulla vita delle persone. I
modelli che ne sopravvalutano la componente biomedica, concettualizzando la sua dimensione
sociale soltanto come un fattore esterno, limitandosi a evocarlo per poi rapidamente confinarlo
sullo sfondo, contribuiscono a mantenere una visione del trauma come un mero evento privato.
Invece, la sofferenza non si esaurisce nellintima rievocazione dellorrore subito, ma si espande e
moltiplica intaccando le componenti socio-politiche della persona.
Bench necessarie, il lavoro di riabilitazione di coloro che hanno subito traumi psicopolitici non
esaurito da una sentenza giuridica riconoscente lo status di vittima, e nemmeno da una psicoterapia
riconoscente il bisogno daiuto. E questo perch, come dimostrato dalla profonda crisi della fiducia
sistemica, le loro difficolt psicologiche sono strettamente legate alla sfera societaria: nella
fattispecie, alla violenza politica. Di cui esistono responsabili nelle forze dellordine cos come a

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livello istituzionale. Pertanto, non pu esserci piena riabilitazione senza un riconoscimento da parte
della societ e dello Stato. Per quanto riguarda il G8 di Genova, se la societ ha intrapreso questo
percorso, dal teatro civile al cinema, dal giornalismo alla narrativa, per ora le istituzioni politiche
dello Stato hanno solo pronunciato scuse a denti stretti. Solo un mormorio nellassordante silenzio
con cui sinora hanno perpetrato una cultura del diniego. Lasciando cos aperto il conflitto tra dovere
della memoria e mascheramento della storia.

Riassunto. Generalmente la violenza di Stato associata a sistemi totalitari e a dittature che violano
i diritti umani. Carente invece la letteratura scientifica in merito alla violenza di Stato esercitata in
societ democratiche. Il presente articolo cerca di colmare questa lacuna, analizzando gli eventi del
G8 di Genova, durante i quali, secondo osservatori internazionali, si verificata la pi grave
sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Criticando
la diagnosi di disturbo post-traumatico da stress, e articolando i concetti di delegittimazione sociale,
trauma psicopolitico e terapia della testimonianza, viene proposta unanalisi contestuale del trauma
subito dalle vittime durante le violenze del G8. [PAROLE CHIAVE: violenza di Stato, trauma
psicopolitico, delegittimazione sociale, disturbo post-traumatico da stress, disabilit]
Abstract.
COLLECTIVE VIOLENCE AND THE GENOA G8 SUMMIT. PSYCHOPOLITICAL
TRAUMA AND SOCIAL THERAPY OF TESTIMONY
State violence generally is connected to totalitarian regimes and dictatorships that violate human
rights. Conversely, scientific literature is poor in state violence practiced in democratic societies.
The aim of the present article is to fill this gap by analyzing the events occurs during the G8 summit
in Genoa, during which, according to international observers, there has been the most serious
suspension of human rights in a Western country after the Second World War. Through a criticism
of the diagnosis of Post-Traumatic Stress Disorder, by articulating the concepts of social
delegitimization, psychopolitical trauma, and therapy of testimony, we propose a contextual
analysis of the trauma soffered by the victims during the violence of the G8.
[KEY WORDS: State Violence, Psychopolitical Trauma, Social Delegitimization, Post-Traumatic
Stress Disorder, Disability]

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