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TASCABILI BONANNO

FILOSOFIA
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Tascabili Bonanno
Comitato Scientifico
Giuseppe Barone
Rita Cavallaro
Francesco Coniglione
Santo Di Nuovo
Fernando Gioviale
Enrico Iachello
Ignazio M. Marino
Riccardo Motta
Carlo Pennisi
Graziella Priulla
Armanda Jane Succi
Maria S. Tomarchio
Sebastiano Vecchio

(Storia)
(Sociologia)
(Filosofia)
(Psicologia)
(Cinema e teatro)
(Identit e territori)
(Diritto)
(Politologia)
(Politiche e Servizio Sociale)
(Comunicazione)
(Relazioni Pubbliche)
(Pedagogia)
(Linguaggi)

Francesco Coniglione

POPPER ADDIO
Dalla crisi della filosofia della scienza
alla fine del logos occidentale

Bonanno Editore

Propriet artistiche e letterarie riservate


Copyright 2008 Bonanno Editore
ACIREALE -ROMA
Internet: http://www.bonannoeditore.com
E-mail: info@bonannoeditore.com

INDICE

Prefazione
1. Lidea ricevuta di scienza e la sua critica
1.1. La tradizione ricevuta: ragione, logica e metodo
1.2. La Received View e la sua crisi interna
1.2.1. I caratteri fondamentali della Received View 1.2.2. La
critica della Received View .
1.3. Thomas Kuhn e i paradigmi scientifici
1.4. Imre Lakatos e i programmi di ricerca scientifici
1.5. Laddio alla ragione di Paul K. Feyerabend

2. Nuove strade e vecchi vicoli ciechi


2.1. La cacciata dal Paradiso
2.2. Il ritorno del descrittivismo:
lepistemologia naturalizzata
2.3. La tesi forte del rimpiazzamento e sua variante debole
2.4. Lepistemologia evoluzionista e Konrad Lorenz
2.5. Il ritorno della sociologia della scienza
2.6. Il costruttivismo e la dissoluzione della realt
2.7. Lapproccio femminista alla scienza
2.8. La morte della razionalit scientifica in Richard Rorty

PREFAZIONE

Il contenuto di questo volume avrebbe dovuto costituire in origine la parte conclusiva della seconda edizione del mio volume
Introduzione alla filosofia della scienza. Un approccio storico
(attualmente in fase avanzata di lavorazione; la prima edizione
stata pubblicata nel 2004), che nella sua prima versione
terminava a dire il vero un po bruscamente, lasciando il discorso
alle soglie di quella vera e propria rivoluzione nel campo della filosofia della scienza che iniziata con gli anni 70 e che non possiamo ancora dire conclusa. Esso si limitava cos a presentare
quelli che erano i temi classici della disciplina, come consegnataci dalla grande stagione che si era aperta col neopositivismo
viennese e che poi aveva avuto la sua continuazione e il suo consolidamento disciplinare negli Stati Uniti dopo la seconda guerra
mondiale. Si arrivavano insomma a delineare le concezioni divenute paradigmatiche di Carnap, Hempel, Nagel e di Popper e
di tanti altri filosofi della scienza che con essi dialogarono, polemizzarono, si differenziarono, rimanendo purtuttavia allinterno
di una comune visione della razionalit scientifica che al di l
delle differenze e delle enfatizzazioni (come ad es. quella che
spesso contrapponeva le concezioni di Popper a quelle degli eredi
del neopositivismo) era condivisa e difesa nella convinzione che
fosse possibile individuarne i caratteri metodologicamente caratterizzanti e quindi fosse possibile proporla a modello di ogni altra
disciplina che volesse accedere a livelli accettabili di scientificit
e di discriminazione critica. Non che non esistessero allinterno di
questa tradizione motivi di crisi, punti oscuri e temi in cui si esercitava una vivace polemica; ma si riteneva comunque che ci avesse carattere locale e comunque temporaneo, nella fiducia che
la discussione critica e il lavoro dellanalisi potessero risolvere
prima o poi ogni questione e che, in ogni caso, per quanto grave
fosse il dissidio, esso non intaccasse limmagine di cristallina razionalit che era incarnata nel modo pi eccellente dallimpresa
scientifica e il cui pi tipico rappresentante anche se non unico
stato Karl Popper.
Ma la storia stava in agguato e ben presto tutti i punti critici
precipitarono in una crisi generalizzata quando vi fu chi seppe
offrire una visione nuova e dissacrante della scienza. Di solito si
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vede in Thomas Kuhn lelemento catalizzatore di essa, che assume


il carattere di una critica interna (ed a volte esterna) dellimmagine ricevuta di scienza consegnata dai grandi maestri del neoempirismo e condivisa da Karl Popper (al di l dei dissensi locali su particolari aspetti, come il ruolo dellinduzione, della conferma e della metafisica), che dei suoi caratteri di razionalit
stato il pi significativo, pugnace ed influente difensore. Sicch la
crisi inizia proprio con una critica del suo pensiero, visto come il
baluardo principale di una visione della scienza irrealista e ormai obsoleta, al punto da poter tratteggiare la storia della riflessione sulla scienza degli ultimi decenni come un lungo addio a
Popper (il che, tra laltro, giustifica il titolo di questo libretto). Ed
appunto da qui che doveva cominciare il discorso lasciato in sospeso nella prima edizione della Introduzione. Ma via via il
materiale da aggiungere cresceva, si inserivano sempre nuove tematiche e protagonisti e si vedeva che la storia non si poteva affatto concludere con i tre rappresentanti standard della cosiddetta
filosofia post-positivista (Kuhn, Lakatos, Feyerabend), in quanto
numerose strade erano state nel contempo aperte, innumerevoli
problemi erano stati suscitati (o risuscitati) e cos la pagine aumentavano sempre pi, facendo correre il rischio di una elefantiasi del vecchio volume che finiva per diventare scomodo per il lettore e (ahim) inadatto per i corsi a pillole delluniversit degli
ultimi anni, alla quale il volume era elettivamente rivolto. Cos
maturata la decisione anche su consiglio dellEditore di rendere autonoma questa parte, pubblicandola in un volume pi agile e maneggevole, che sia leggibile in modo autonomo ma al contempo costituisca una ideale continuazione del pi compassato e
didascalico lavoro introduttivo ai temi classici della filosofia della
scienza, che nel contempo verr ripubblicato in modo rinnovato.
Cos il lettore (e lo studente) pu accedere alla complessa problematica della filosofia della scienza del Novecento sia leggendo (e
studiando) la presentazione dei suoi classici problemi, sia gettando
uno sguardo a quanto avvenuto successivamente ed ancora in
corso di turbolento divenire.
Come potr notare il lettore che gi conosca la mia Introduzione, il tono e landamento di questo volumetto diverso: meno
didascalico, pi discorsivo e senza gli accorgimenti ivi contenuti
(doppio corpo del testo, riquadri esplicativi, frequente paragrafazione ecc.); ci allo scopo di dare al testo una maggiore agilit
(consona anche alla collana in cui esso inserito) e alla narrazione una pi accentuata continuit. Inoltre inevitabile che esso
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presupponga la conoscenza almeno degli snodi teorici fondamentali che hanno caratterizzato la filosofia della scienza classica (e
che sono stati esposti nella mia Introduzione), anche se ove necessario ho cercato di agevolare il lettore ponendo in nota i
chiarimenti concettuali ritenuti indispensabile per una piena intellezione del testo. Sempre a tale scopo, ho preferito optare per il
sistema di notazione americano (autore, data, pagina), in modo
da evitare un appesantimento delle note, riservandole maggiormente alle discussioni ed esplicazioni concettuali e mantenendole
per tale motivo a pie di pagina.
Catania, settembre 2008

1. Limmagine ricevuta di scienza

Nel corso degli anni del secondo dopoguerra si era consolidata una immagine della scienza che costituiva il frutto pi
maturo e raffinato delle riflessioni originatesi dal Circolo di
Vienna e dal movimento neopositivistico (o positivismo logico) in generale (ivi compreso il Circolo di Berlino) e che avevano quindi ricevuto sviluppo in terra americana, dopo lemigrazione dei suoi principali esponenti1. A tale immagine che
1

W.C. Salmon [2000] distingue empirismo logico e positivismo logico


(o neopositivismo), attribuendo al primo una caratterizzazione prevalentemente berlinese, al secondo una viennese. E nonostante non neghi le similarit tra i due (sino al punto di essere di solito confusi) e le comuni origini, afferma tuttavia che mentre lempirismo logico ha continuato ad essere un movimento vitale anche nella seconda met del secolo passato, invece il positivismo logico aveva a quella data gi cessato di essere un movimento filosofico
vitale. Per quanto riguarda i punti sostanziali di differenza tra i due, Salmon
indica le questioni del fenomenalismo (rigettato da Reichenbach nella versione datane da Carnap nellAufbau, in favore del fisicalismo), il criterio di significanza cognitiva basato sulla verificabilit (da Reichenbach rifiutato nella
sua versione ristretta) e il realismo scientifico (accettato sin dallinizio da Reichenbach su basi probabilistiche), sul cui sfondo ci stava la stretta connessione con la probabilit stabilita dai berlinesi. Tuttavia, come afferma lo stesso
Salmon, v continuit anche personale tra i due movimenti, in quanto
all of the positivists had changed either their views or their names (i.e. the
designation of their philosophical affiliations). Among those early members
of the Vienna Circle who began as logical positivist, but evolved into logical
empiricist, Carnap, Feigl and Carl G. Hempel have been the most influential [ib., 234]. Per cui riteniamo tutto sommato ammissibile considerare
empirismo logico e positivismo logico come appartenenti ad ununica tradizione di pensiero che ha forgiato quella che stata poi definita received
view delle teorie scientifiche e che ci ha consegnato la tradizione ricevuta e
limmagine di scienza che stata dominante sino agli anni 60 del 900 (e che
ancora oggi viene condivisa da molti scienziati e filosofi della scienza). Inoltre
Salmon, in maniera alquanto restrittiva, giudica lAufbau di Carnap come
the zenith of logical positivism (mentre Hempel [1965] lespressione pi
rappresentativa dellempirismo logico e Reichenbach [1938] ne sarebbe il
primo pi importante Manifesto [cfr. Salmon 1999, 334]), ignorando sia
tutti gli altri rappresentanti del circolo viennese, sia levoluzione interna del
pensiero di Carnap antecedentemente alla sua emigrazione negli Stati Uniti

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ha dominato la filosofia della scienza per pi trenta anni e che


aveva come punto di riferimento principale i cambiamenti della fisica avvenuti allinizio del 900, con la teoria della relativit
di Einstein e la meccanica quantistica avevano contribuito
numerosi autori, alcuni dei quali non si possono certo collocare allinterno del movimento viennese, ma che tuttavia condividono al di l delle soluzioni tecniche diverse che propongono per alcune questioni lo spirito generale che ne ha informato lattivit. questo il caso, ad es., di Karl Popper: bench si sia autolegittimato come lavversario per eccellenza dei
viennesi ed addirittura come lassassino del neopositivismo
logico [cfr. Popper 1974, 90-3], tuttavia il suo dissenso ha
carattere, per cos dire, locale, per il resto condividendo le assunzioni di fondo che stanno alla base della immagine della
razionalit scientifica affermatesi pienamente negli anni 60. I
principali protagonisti che hanno contribuito ad edificare questa immagine sono stati intellettuali come Moritz Schlick, Rudolf Carnap, Otto Neurath, Hans Reichenbach, Carl G.
Hempel, Karl Popper, Ernst Nagel, per citare solo i maggiori,
cui si debbono aggiungere gli allievi e tanti altri studiosi che
dalle loro opere trassero ispirazione (e che menzioneremo al
momento opportuno).
lidea di scienza da loro elaborata che dobbiamo qui
brevemente presentare, in quanto proprio dalla sua critica
che traggono alimento, a partire dagli anni Sessanta, molte delle epistemologie e delle filosofie della scienza degli ultimi decenni2, inaugurando un periodo di radicale cambiamento dudel 1935 (come anche il fatto che Hempel in precedenza era stato a Vienna e
ne aveva accettato le principali concezioni).
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Epistemologia e filosofia della scienza sono due cose diverse e ben differenziate nella letteratuta angloamericana: la prima concerne in generale i problemi della conoscenza umana, senza far riferimento a nessuna particolare
scienza come suo oggetto privilegiato di studio; la seconda invece una riflessione critica sulla conoscenza scientifica, della quale cerca di cogliere le caratteristiche metodologiche, formali e in certi casi anche le implicazioni e i presupposti di carattere filosofico [di pi in Coniglione 2004, 11-37; cfr. anche
Fuller 1993, 3]. Tuttavia nei paesi latini (come Francia e Italia) il termine epistemologia viene anche usato per riferirsi alla filosofia della scienza, ovvero
come teoria della conoscenza scientifica, ingenerando pertanto un po di confusione. Tuttavia, nella misura in cui la riflessione critica della filosofia della
scienza, assumendo questultima a conoscenza per eccellenza, porta e considerazioni generali su ci che debba essere la conoscenza in quanto tale, essa ha

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rante il quale le certezze acquisite vengono progressivamente


erose per dar luogo ad un nuovo modo di vedere la scienza, la
sua evoluzione, i suoi caratteri costitutivi. Di solito si indicata con la locuzione di Received View (RV) questa immagine
ricevuta di scienza [cfr. Putnam 1962, 240-51, che ha appunto coniato lespressione, specialmente in riferimento alla
concezione delle teorie scientifiche che nel suo seno si affermata ed diventata largamente condivisa]. Tuttavia,
limmagine della scienza affermatesi nel secondo dopoguerra
non riassumibile solo nella particolare presentazione delle teorie descritta da Putnam e da tanti altri che su di essa hanno
portato la loro attenzione [cfr. Suppe 1974; 1977; 1989, 3877; Aronson 1984, 23-39; Hempel 1969, 1970], anche se
indubbiamente questa ne gran parte, ma comprende aspetti
spesso assai generali, altre volte pi specifici e legati a particolari snodi problematici che in seguito saranno forieri di riflessione e motivi di sua crisi travolgente. Di seguito descriveremo
brevemente sia gli aspetti pi generali di questa complessiva
concezione della scienza, sia quelli pi specifici e interni; indicheremo con la locuzione tradizione ricevuta i primi, distinguendo da essa la Received View descritta da Putnam, che ha
a che fare specificatamente con il modo di intendere la struttura delle teorie scientifiche.

inevitabili ripercussioni epistemologiche, nel senso di dare delle indicazioni


sulla conoscenza in quanto tale e quindi anche su quella che viene perseguita
in altri campi dellattivit intellettuale delluomo. Ci ad es. giustifica quanto
sostiene P. Machamer [2002, 2] quando nel riferirsi alla tradizione neopositivista, afferma che In many ways, the project of this new philosophy of
science was an epistemological one. If one took physics as the paradigmatic
science, and if science was the paradigmatic method by which one came to
obtain reliable knowledge of the world, then the project for philosophy of
science was to describe the structure of science such that its epistemological
underpinnings were clear. The two antecedents, that physics was the paradigmatic science and that science was the best method for knowing the
world, were taken to be obvious. Once the structure of science was made
precise, one could then see how far these lessons from scientific epistemology
could be applied to others areas of human endeavor. Pertanto, bench nel
seguito cercheremo di attenerci allaccezione anglosassone, saranno inevitabili
anche i riferimenti allepistemologia.

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1.1. La tradizione ricevuta: ragione, logica e metodo


Il primo tratto peculiare che definisce limpresa scientifica
la sua razionalit. Sin dalla nascita della scienza moderna con
Galileo, v stato un consenso pressoch unanime sul fatto che
la scienza fosse caratterizzata per la sua natura squisitamente razionale, consistendo semmai la divergenza sulla possibilit di
attribuire la razionalit esclusivamente ad essa o se non fosse
piuttosto solo un esempio di razionalit, accanto al quale vi erano altre pratiche cognitive altrettanto razionali, come la filosofia, la metafisica o le altre discipline che tematizzano i vari aspetti
della natura umana. Gi su questo punto, dunque, vi sono
delle possibili distinzioni da effettuare. Infatti, secondo una accezione forte della razionalit scientifica, questa costituisce il paradigma per eccellenza dalla ragione, il modo in cui essa si
realizzata nel modo migliore, per cui tutte le altre discipline e
scienze che vogliono pervenire ad un analogo grado di precisione ed esattezza e quindi giungere ad una autentica conoscenza del reale, non devono far altro che adeguarsi ed imitare
quanto fatto dalla scienza. Ma v chi contesta tale assunto e ritiene che la razionalit della scienza non sia che una particolare
articolazione limitata e spesso ingannatrice di una pi ampia razionalit umana che deve essere colta e definita non facendo ricorso allanalisi delle procedure scientifiche, ma mediante una riflessione filosofica e/o metafisica. O addirittura,
v chi ha sostenuto il carattere puramente illusorio della razionalit scientifica, che deve la sua apparente efficacia alle procedure manipolatorie e combinatorie loro garantite
dallapplicazione del pensiero matematico, che tuttavia non
permette di cogliere il reale nella sua autenticit, in quanto si
fermerebbe alla sua superficie, limitandosi alla schematizzazione e sintesi economica del flusso dellesperienza; del tutto diversa lautentica razionalit il cui luogo privilegiato di solito visto nella filosofia la quale coglierebbe speculativamente
lessenza del reale, andando oltre le apparenze superficiali cui
si limita la scienza.
Proprio la funzione paradigmatica della scienza hanno avuto presente molti filosofi successivi alla rivoluzione scientifica:
Cartesio, che voleva edificare un nuovo metodo conoscitivo a
partire da quello che costituiva il nocciolo duro dellimpresa
scientifica, la matematica, e a tale scopo dettava le sue quattro
regole; Spinoza, che voleva edificare la propria concezione fi13

losofica ispirandosi alla geometria euclidea (Ethica ordine geometrico demonstrata, tale il titolo della sua opera principale),
intesa come esempio per eccellenza di procedura razionale;
Hume, che pensava di fare per le scienze delluomo quanto fatto da Newton per quelle della natura, trovando anche per esse
il principio cardine intorno al quale edificarle; Leibniz, che
pur lasciando alla metafisica un suo ruolo autonomo, tuttavia
cercava di costruire una logica che potesse costituire il modello
procedurale delle discipline filosofiche, permettendo a queste
di pervenire alla medesima scientificit delle scienze naturali,
cos risolvendo le proprie questioni con un semplice calculemus; infine Kant, che prendendo a modello la scienza newtoniana, si preoccupava di carpirne il segreto e di conseguenza
condannava a morte la metafisica quale disciplina cognitiva in
grado di farci pervenire ad una conoscenza della realt competitiva con quella delle scienze naturali. Insomma, gran parte
del moderno segnato dalla presenza ingombrante della
scienza e della sua razionalit, a cui bisogna dare un posto, che
bisogna intendere, differenziare, delimitare, esaltare o delimitare; in ogni caso con cui bisogna fare i conti e che non si pu
far finta di non notare.
tuttavia con la fine dellOttocento e con linizio del Novecento che si afferma una vera e propria nuova modalit di accostarsi alla scienza che rivendica una sua propria autonomia disciplinare e scientifica rispetto alle tradizionali teoria della conoscenza o gnoseologia. Con il Circolo di Vienna, fondato
da Moritz Schlick nel 1929, la filosofia della scienza tende ad
acquisire una fisionomia autonoma. Bench nel suo seno venga
spesso ancora adoperata la locuzione teoria della conoscenza
(o gnoseologia), si tende sempre pi a vedere nellepistemologia non lo studio della conoscenza in generale, bens di
quel suo particolare tipo che viene esemplarmente incarnato
dalla scienza, di quella scienza che appartiene alla nostra civilt
occidentale e che si costituita storicamente nei modi che noi
conosciamo, da Galilei ai nostri giorni; insomma, come hanno
affermato Carnap ed Hempel, la scienza edificata dagli scienziati che appartengono al nostro circolo culturale, intendendo
con ci appunto la cultura occidentale moderna della quale i
membri del Circolo di Vienna si sentono a pieno titolo di far
parte [cfr. Carnap 1932; Hempel 1935]. Si assume, pertanto,
come dato di fatto che la scienza e la fisica in particolare sia
la forma conoscitiva par excellence, che ha dato prova concreta
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di s nella spiegazione e comprensione della natura e nei risultati tecnici conseguiti, sicch compito del filosofo (che cos si
identifica con lepistemologo) capirne la struttura e il modus
operandi, senza pretendere di prevaricarla o influenzarla nei
suoi contenuti specifici. E una volta che tale struttura fosse stata precisata, bisognava cercare di applicarne la lezione epistemologica anche alle altre aree dellattivit intellettuale umana.
In tal modo il rapporto veniva capovolto: non era la gnoseologia
a erigersi a giudice della scienza, ma lepistemologia a giudicare
ogni pretesa conoscitiva diversa da quella incarnata dalla scienza. Insomma, con il neopositivismo si afferma il modo forte di
intendere la razionalit scientifica incarnata dalla fisica, la quale
viene ora ad essere assunta come pietra di paragone di ogni altra disciplina e pratica cognitiva umana.
Ci evidente ad es. in Popper, per il quale solo lo studio
e la comprensione del metodo scientifico pu gettare lumi sulla crescita della conoscenza, con ci affermando con decisione il
carattere paradigmatico attribuito alla scienza come luogo di
massima realizzazione della conoscenza e della razionalit umana: Il problema centrale dellepistemologia sempre stato, e
ancora , il problema dellaccrescersi della conoscenza. E
laccrescersi della conoscenza pu essere studiato, meglio che in
qualsiasi altro modo, studiando laccrescersi della conoscenza
scientifica [Popper 1934, xxii].
Ma perch la scienza razionale? Ovvero, in cosa consiste
esattamente tale razionalit e da cosa essa garantita? ovvio
che lattribuzione alla scienza del carattere di impresa razionale
si deve articolare in tutta una serie di requisiti che permettano
di dare concretezza ad una ragione altrimenti intesa in modo
troppo vago se non addirittura in maniera autoritaria ( razionale ci che un gruppo di individui, una comunit, una
fonte autorevole o altro ritengono e giudicano tale). Ed evidente che nellaffrontare il problema della razionalit si tocca
uno dei punti centrali della riflessione umana sin dal tempo in
cui con la cultura greca ci si posto il problema del logos ed cos nato il pensiero filosofico, che si attribuito il
carattere della razionalit per distinguersi dal mito e dalla religione.
Come stato affermato efficacemente,
limmagine ufficiale della scienza di noi uomini dellOccidente risale al tempo della nostra infanzia in cui parlavamo greco. Ci fu allora
insegnato che la scienza conoscenza vera, aleths logos, perch dice

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come fatto il mondo; conoscenza razionale, logos epistemoniks,


perch prova ci che dice; conoscenza necessaria, syllogisms ex anankaion, perch abbliga tutti alle sue prove. [Pera 1994, 54-5]

Tale immagine si afferma innanzi tutto come discorso razionale, come filosofia, e cio con la pratica della discussione e
con lesigenza di far prevalere una tesi o una posizione su
unaltra: vi sono degli uomini che discutono tra loro e che utilizzano il proprio discorso per sostenere tesi diverse, cercando
di far prevalere il proprio punto di vista non sferrando un
pugno allinterlocutore (sebbene in certi periodi si pensato
che anche ci significasse argomentare), ma piuttosto pensando
che il proprio discorso, fatto di parole, frasi e loro concatenazioni, fosse in grado di mostrare la propria bont rispetto
a quello altrui, di esser pi forte. Ci significava ritenere che
la tesi non si regge per se stessa, per il solo fatto di essere enunciata, ma abbisognasse di un sostegno che solo una argomentazione pu fornire. La necessit del discorso in favore di
un punto di vista, di una dottrina, di una concezione, nasce
solo se questa non riconosciuta spontaneamente, ovvero non
accettata dallinterlocutore per il fatto stesso di essere profferita, senza discussione alcuna. Bisogna farne vedere la plausibilit perch essa non dotata di una evidenza immediata, che si
impone da s, alla quale non si pu che assentire.
Era invece caratteristica della sapienza prefilosofica quella
di presentarsi con una fulminea autoevidenza, tale da sfuggire
sia alla necessit di una giustificazione discorsiva, come anche
alla possibilit di darne una esplicitazione nei termini di un
ragionamento articolato ed articolabile. La mania dionisiaca,
lekstasis come uscire da s, nel senso letterale della parola,
strumento di liberazione conoscitiva e di accesso ad una realt
che sfugge ogni forma di mediazione concettuale e discorsiva,
per configurarsi come partecipazione e quindi identificazione
intima e panica. Essa ha carattere concreto, come di cosa che si
tocca e si percepisce senza interposizione, senza la necessit di
una riflessione. Aristotele si riferisce proprio a questo tipo di
accesso al vero quando scrive:
E lintuizione dellintuibile e del non mescolato e del santo, la quale
lampeggia attraverso lanima come un fulmine, permise in un certo
tempo di toccare e di contemplare, per una volta sola. Perci sia Platone sia Aristotele chiamano questa parte della filosofia liniziazione
suprema, in quanto coloro [] che hanno toccato direttamente la
verit pura riguardo a quelloggetto ritengono di possedere il termi-

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ne ultimo della filosofia, come in una iniziazione. [Eudemo, fr. 10,


in Colli 1977, 107].

Ma ci che per Platone ed Aristotele gi parte della filosofia, e pertanto viene recuperato come sua componente, o
propedeutica o finale, invece per gli antichi sapienti anteriormente alla stessa nascita del sapere filosofico
lespressione di una dimensione dellessere non riducibile alla
razionalit, ed anzi con questultima in antitesi; almeno fintanto che si intenda la ratio come il potere di articolare logoi. Anche tra i filosofi, tuttavia, si ebbe consapevolezza di tale contrapposizione tra ratio e sapientia, sia pure allo scopo di depotenziare o delegittimare il valore della seconda; ed a lungo esse
rimasero in un ambiguo ed incerto rapporto, a volte di complementarit, altre di contrapposizione. La filosofia con fatica e
laboriosit avrebbe lentamente abbandonato questo sfondo sapienziale, lasciandolo alle proprie spalle, ricacciato nella irrazionalit o nella arazionalit, ma ad un tempo sentendone la
nostalgia ed anelando a quella sicurezza e certezza che la fragilit
dei discorsi umani sembrava sempre mettere in questione. Tale tensione evidente in tutti i filosofi presocratici ed articolata da Platone ed Aristotele ormai allinterno della tramatura del
pensiero. Ma presente anche nel cuore della filosofia pi asciuttamente razionale, come vuole essere quella analitica, riemergendo in modo inusitato sia in Russell che in Wittgenstein, come infine nellinsospettabile Schlick [cfr. Coniglione
2002b].
Un contrasto la cui insanabilit stata avvertita innanzi tutto dalla filosofia classica. Aristotele a mettere sullavviso:
In qualche modo tutte le cose sono modificate dal divino che in
noi. E il principio del discorso razionale non un discorso, ma qualcosa di pi forte. Che mai, allinfuori del dio, potr essere pi forte
sia della scienza sia dellintuizione? Leccellenza difatti strumento
dellintuizione. E per questo, al dire degli antichi, fortunati si chiamano coloro che riescono, ovunque si slancino, senza possedere razionalit, e a loro non conviene prendere decisioni. Possiedono
infatti un principio la cui natura pi forte dellintuizione e della
deliberazione. Altri invece possiedono il discorso razionale, ma non
hanno il principio suddetto. E i primi possiedono lo stato entusiastico, ma non sono capaci di cogliere il resto. Essendo privi di razionalit, difatti, colgono nel segno. E larte divinatoria di questi sagaci e sapienti devessere rapida, soltanto non venir assunta dal discorso razionale: piuttosto, tra questi ultimi alcuni si servono dellesperienza, altri anzi dellassiduit della contemplazione. Ma tali qua-

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lit appartengono al dio. Il dio vede distintamente tutto ci, il futuro e ci che , e le cose da cui questo discorso razionale si distacca.
Perci le vedono i melancolici e quelli che sognano il vero. Pare infatti che il principio sia pi forte del discorso razionale staccato. [Etica Eudema, 1248 a26 - b1, in Colli 1977, 85].

Al carattere profano della ragione puramente umana, viene dunque contrapposto ci che proviene direttamente dal dio,
che solo ci elargisce i pi grandi fra i beni. Ma ad una condizione: che il destinatario di tali doni non sia padrone dei
suoi pensieri; che la sua intelligenza sia impedita o dal sonno o dalla malattia, in modo che essa non possa interferire con
quanto proviene dallalto, rispetto a cui lindividuo come un
vaso che deve essere riempito (tale il senso del termine entusiasmo o invasamento). Ed infatti leccellenza non il
frutto della fatica della ragione, che procede lentamente e con
un incerto passo argomento dopo argomento, bens strumento dellintuizione, il frutto di un apprendimento tacito,
come a distanza di millenni suggerir Polanyi [1966]. Tra razionalit ed eccellenza v dunque contrasto e solo coloro che
fanno a meno della prima riescono a cogliere nel segno, nello
stesso modo in cui sa veramente giocare un gioco linguistico
solo chi non ha avuto bisogno di apprenderne le regole mediante una loro esplicitazione verbale.
Ne consegue la contrapposizione tra coloro che sono sapienti e comprendono senza la necessit del linguaggio, e coloro che imparano, faticosamente articolando logoi. Cos Pindaro si esprime:
sotto il gomito
tengo molti dardi veloci
dentro la faretra,
che parlano a coloro che comprendono: ma rispetto al tutto
hanno bisogno di interpreti. Sapiente colui che sa molte cose
per natura, ma quelli che hanno imparato,
come corvi turbolenti che balbettano
[Olimpiache, 2, 83-87, in Colli 1977, 75-7]

Il sapiente viene contrapposto a coloro che imparano, che


vengono liquidati in modo sprezzante, perch costoro non
hanno accesso alla vera sapienza ma al suo pallido riflesso che
traluce nellartificialit dei discorsi. Come avrebbe detto in seguito Aristotele, gli iniziati non devono imparare qualcosa,
bens subire unemozione ed essere in un certo stato [Sulla filosofia, fr. 15, in Colli 1977, 107].
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I riti misterici, nel corso dei quali avviene liniziazione delladepto, hanno un carattere esoterico, una loro segretezza che
ne impedisce la divulgazione, la rivelazione al volgo profano;
essi non si possono trasgredire n apprendere n proferire
[Omero, Inno a Demetra, 478-9, in Colli 1977, 93), in
quanto la loro realt estranea alla parola. Ed in ci non pu
che essere notato levidente punto di contatto con ogni misticismo conoscitivo che si manifestato in ogni civilt, sia occidentale che orientale, in momenti diversi, quale fiume carsico
che di tanto in tanto torna alla superficie portando con s il
fondo oscuro (o numinoso) di un sapere sapienziale ed iniziatico mai pienamente sconfitto dai lumi razionali, dei quali la
filosofia s fatta teoforo. Ma, appunto, filo-sofia, amore della
sapienza o saggezza, non suo possesso immediato, come nella
esperienza misterica ed iniziatica; sua ricerca, quale di un bene
perduto ed agognato, ma che non pu essere pi recuperato se
non passando sotto il giogo, necessario, della mediazione discorsiva.
Ma appunto in contrapposizione alla sapienza misterica e
sacerdotale, al mito ed alla religione tradizionale, che nasce la
filosofia, che per a lungo di essa conserver le tracce e le esigenze, che spesso si insinuano nel tessuto pi genuino della
sua massima articolazione razionale. nel logos che viene racchiuso il destino dellOccidente, il cui cammino viene definitivamente segnato dalla razionalit greca e dal suo modo di intendere la conoscenza come mediazione ed articolazione di discorsi; come necessit della giustificazione razionale; come pensiero simbolico ed intersoggettivo, come non si stanca di ripetere Schlick.
E in tale distacco dalla sapienza, che inizio ma che potrebbe essere anche un tramonto, che vine visto da Heidegger
linizio della filosofia occidentale, come storia della metafisica,
delloblio dellessere e dellerramento. Nellidea di oblio dellessere, iniziato nellet dei Greci, si rispecchia la differenza
tra la sapienza arcaica e la razionalit logica della filosofia e viene con ci indicato il carattere proprio dellOccidente, che ormai diventato quello dellintero globo. Onde lesigenza, per
Heidegger, del richiamo profetico alla dimensione del Sacro
e del nascosto, nel tentativo di riportare in vita quella sapienza che la ragione greca ha cacciato nella penombra; ma come
pu essere ci realizzato, senza la mediazione dei discorsi e
quindi di quellapparato categoriale edificatosi nei millenni
19

della civilizzazione europea? La via di uscita sta, secondo Heidegger, nella grande poesia, solo nella quale pu manifestarsi il
sacro, loriginario; solo essa pu dare accesso a quellEssere.
Altrimenti lEssere, catturato nella trama del linguaggio predicativo tipico della metafisica occidentale, viene a darsi alluomo
come essente, cio come ci che manipolabile dalla tecnica ed
esprimibile nelle trame delle argomentazioni razionali, del
pensiero calcolante. Viceversa, nella poesia viene riconosciuto
il luogo in cui rifulge lulteriore, occultato dalla tecnica e dalla scienza che non pensa, quellAltro che sfugge alla rete
simbolica del linguaggio oggettivante. Larte disvela
unulteriorit che qualcosa di pi dellumano produrre, allude a un manifestare luminoso in cui luomo prende soggiorno; nei poeti si adombra poeticamente la verit che
lessere non mai un essente. In tal modo Heidegger pensatore in cui sono evidenti le influenze delle prospettive mistiche e sapienziali orientali, come quelle del Buddhismo Zen
indica con estrema nettezza, sia pure per rinnegarla, la via che
ha intrapreso la ragione occidentale, in quanto identificatasi
con larte dellarticolazione dei discorsi, cio come argomentazione, come logica analitica, appunto.
Ed appunto largomentazione razionale e logica, questo
heideggeriano pensiero calcolante, a rappresentare il frutto
pi genuino, pi puro e raffinato della civilt umana, di quella
civilt che riceviamo in eredit dalla cultura classica. nel dominio del logos mai pacifico e senza avversari, sempre insidiato dal riemergere di quella dimensione Altra, combattendo la quale esso si edificato che bisogna dunque riconoscere
lespressione pi elevata dellumano e della sua ragione, cos
come essa si configurata per la prima volta nel mondo ellenico. grazie ad esso o meglio, allo spirito che lo informa
che sono state rese possibili tutte le conquiste tecniche e scientifiche di cui lumanit contemporanea va orgogliosa e che
hanno condotto la civilt europea al dominio del mondo, ricacciando le culture diverse in una situazione di marginalit.
Di fronte a tale spettacolare trionfo, sorge legittima la domanda: poteva essere diversamente? Poteva lumanit, nel
momento in cui edificava una societ intessuta di rapporti interumani, di traffici, di relazioni sociali, imboccare un cammino diverso da quello che poneva al proprio centro la dimensione della intersoggettivit e quindi del dialogo, che non pu
effettuarsi altrimenti se non mediante larticolazione di di20

scorsi? Pu luomo, nel momento in cui fuoriesce dalla solitudine del colloquio con se stesso quella medesima solitudine
ricercata dal mistico rifiutare di accedere ad una dimensione
sociale della comunicazione e quindi prescindere dalla indispensabile mediazione del linguaggio? Era possibile rimanere
allinterno di una dimensione immediata, in una comunione
cognitiva col mondo che prescinda dal pensiero simbolico,
dalla rappresentazione mentale e di conseguenza dal linguaggio, cos come viene ipotizzato fosse proprio dellumanit primitiva che viveva ancora di caccia e raccolta [cfr. Zerzan
2004]?
Certo, sarebbe possibile anche rispondere positivamente a
queste domande e quindi ipotizzare una umanit e un storia
del tutto diversa da quella che abbiamo conosciuto, come anche un futuro che si dipinge con i colori antichi di un passato
anteriore alla nascita della civilt, quando vennero edificate le
prime societ fondate sul surplus della produzione agricola,
come viene proposto dallanarchico primitivista John Zerzan
[2004]; unumanit ancora in senso al pensiero numinoso,
precategoriale, in immediato contatto col divino, cos come
sembra anche pensare un filosofo del calibro di Heidegger;
oppure ipotizzare una tipologia di conoscenza che recuperi il
sapere prescientifico abbandonando le astrazioni e le aridit
della scienza moderna, come propone Feyerabend disegnando
un percorso di critica interna alla filosofia della scienza, che sar oggetto del nostro interesse. Certo questo del tutto legittimo ed anche possibile. Ma se vogliamo intendere il peculiare
carattere di questa nostra civilt, cos come essa si storicamente costituita, allora dobbiamo ritrovare nei carattere del logos
greco i principi fondanti della razionalit.
Lesigenza di argomentare, e quindi di bene argomentare,
lessenza di tale logos. Ed infatti la logica (il cui ruolo meglio
vedremo in seguito) essa stessa distillato del ragionare umano pu nascere solo supponendo che si diano argomentazioni, il cui scopo sia quello di dimostrare o provare
una certa tesi. Ed a sua volta ci presuppone che esistano ambiti in cui siano adoperate tali argomentazioni (non ogni discorso infatti suscettibile di analisi logica; ad esempio, come abbiamo visto, sfugge alla possibilit dellarticolazione linguistica la conoscenza iniziatica). A queste, inoltre, deve essere
riconosciuta una legittimit, deve essere riconosciuta cio
lesistenza di ambiti dellesperienza umana per i quali si am21

mette, ed anche si auspica, unindagine razionale. Una indagine senza che siano imposti vincoli di tipo religioso che preservino dalla ricerca profana sacri invalicabili recinti, in nome
della loro sacralit. Ne segue che in tali ambiti, deve essere attribuita allargomentazione un potere superiore ad ogni altra
autorit precedentemente riconosciuta (tradizionale, religiosa
ecc.). Di tale logos erede la scienza moderna, che di esso raffina ulteriormente laspetto dalla razionalit astratta e disincarnata, cos come delineata per la prima volta da Galileo e poi fatta
propria dalla filosofia dei secoli successivi, rimanendo un
punto di riferimento imprescindibile per ogni caratterizzazione
del pensiero scientifico. Su questa base s edificata la convinzione che non v altra conoscenza se non quella che si edifica
nella trama del linguaggio, nella comunicazione intersoggettiva, nellesigenza di convincere e persuadere, nella capacit di
portare discorsi contro altri discorsi.
Se la ragione tutta inscritta nei discorsi che lumanit
svolge, resta ancora in sospeso il quesito di cosa faccia s che un
discorso sia migliore di un altro. Escluso che ci possa avvenire in virt di un potere esterno ( migliore il discorso del
pi forte, cio di colui che sia in grado di esercitare una maggiore coercizione fisica rispetto allavversario) e messa da parte
la pretesa assolutistica dei discorsi religiosi o mitici, la cui autorevolezza dipende tutto dalla fonte di chi li profferisce (il sacerdote, il profeta, liniziato o il mistico) o da cui si presume
che essi provengano in ultima istanza (la divinit, mediante
ispirazione, invasamento o dettatura di un libro, per ci stesso
ritenuto sacro), non resta che da cercare nel discorso stesso, nel
modo in cui esso viene organizzato e proposto, le ragioni della
sua forza. Nasce la scienza dellargomentazione logica, lo studio
del discorso che per eccellenza si ritiene razionale in quanto segue delle regole comunemente condivise e che non si possono
rigettare senza palesamente contraddirsi. Aristotele stato il
primo a compiere questo decisivo passo, proponendo nel suo
Organon una prima disamina dellargomentazione razionale,
che per lui era solo quella logicamente condotta con forza apodittica. La logica, da allora in poi, diventa la bussola che regge
la navigazione dei filosofi e degli scienziati; e da un certo momento in poi con Galileo, appunto la matematica diventa
lorganon dellindagine naturale, della scienza che vuole intendere il mondo, ponendosi al tempo stesso come esemplificazione massima del rigore logico e modello da imitare in ogni
22

discussione razionale.
appunto tale carattere di discussione critica, di analisi razionale degli argomenti, di valutazione logico-analitica della loro forza, di argomentazione intersoggettiva mediante la quale
pervenire al consenso su una teoria, una legge, una ipotesi
appunto tutto ci che ancora oggi viene ritenuto come tipico
della razionalit scientifica e che viene condiviso dai filosofi
della scienza e dagli epistemologi del Novecento. Per Popper,
infatti, la razionalit delle scienza consiste tutta nella sua capacit di condurre delle discussioni critiche delle varie tesi sostenute, evidenziandone i pro e i contro, onde per lui il miglior
sinonimo di razionale critico [Popper 1974, 90], perch la razionalit e lobiettivit del progresso scientifico non
sono dovute alle qualit del singolo scienziato, ma alla capacit
di reggere a superare la discussione critica [cfr. Popper 1994,
32], in quanto
ci che [] chiamiamo oggettivit della scienza e razionalit della
scienza non sono che aspetti della discussione critica delle teorie
scientifiche. [] In realt, non c niente, penso, che possa spiegare
lidea in qualche modo astratta di razionalit meglio dellesempio di
una discussione crita ben condotta. E una discussione critica ben
condotta se si consacra interamente al suo obiettivo: trovare
unincrinatura alla pretesa che una certa teoria offra una soluzione a
un determinato problema. [Ib., 212-3]

In questa capacit di trovare le incrinature delle teorie avversarie (cio di tentarne per usare la terminologia popperiana la falsificazione), al tempo stesso corroborando o sostenendo la propria, consiste appunto larte della discussione
razionale. E in considerazione del carattere empirico della conoscenza scientifica per cui sin da Galileo si riconosce ad essa
la capacit di apprendere dallesperienza e di controllare le
proprie ipotesi sulla base di quello che pu essere empiricamente o sperimentalmente constatato il razionalismo proprio
della scienza consiste in un atteggiamento che cerca di risolvere il maggior numero possibile di problemi mediante un appello alla ragione, cio al pensiero chiaro e allesperienza,
piuttosto che mediante lappello alle emozioni e alle passioni
[Popper 1966, II, 296]. Il che a sua volta porta al riconoscimento che esista un linguaggio comune della ragione che
permette lo scambio intersoggettivo e che implica il riconoscimento che il genere umano unito dal fatto che le nostre
diverse lingue madri, nella misura in cui sono razionali, pos23

sono essere tradotte luna nellaltra. Presuppone insomma lunit della ragione umana [ib., 314].
Sono cos indicate nelle parole di Popper tutta una serie di
caratteri che definiscono la natura razionale dellimpresa scientifica e che possono essere articolate come lo sono state di fatto in pi precise caratterizzazioni metodologiche che entreranno a far parte di quella RV della scienza che ha raggiunto la
sua massima compiutezza e al tempo stesso il margine oltre
il quale inizia il suo tramonto con gli anni 60.
Da quanto prima detto emerge con chiarezza che il carattere
di razionalit della scienza non sta tanto in una facolt sostanziale delluomo e nelle qualit dello scienziato (lessere pi o
meno intelligente o razionale), quanto piuttosto nella capacit
di applicare certe procedure standard che indipendentemente da chi sia a farlo possano assicurare il raggiungimento dello scopo che ci si prefigge. Ci significa in sostanza due cose:
che il segreto della scienza sta nel suo metodo e che esso
deve essere concepito come una modalit procedurale la cui razionalit consiste nella sua capacit di farci efficacemente raggiungere lo scopo che ci proponiamo. Ma andiamo con ordine.
Che la cosa pi importante nel praticare la scienza sia la
corretta applicazione del metodo scientifico e che sia soltanto
tale applicazione a garantire la correttezza ed esattezza dei suoi
risultati opinione comune che si affermata sin dalla rivoluzione scientifica galileiana e che ha da allora in poi dominato
limmaginazione di tutti gli scienziati e i filosofi che hanno voluto ispirarsi alla scienza per dare dignit razionale e certezza di
risultati alla proprie ricerche, in qualunque campo esse si svolgessero. Non sono i fatti in quanto tali a formare la scienza,
ma il metodo con cui essi sono trattati, affermava il matematico e fisico Karl Pearson [1892 12] alla fine dell800. E in effetti la ricerca del giusto metodo conoscitivo che invero era
cominciata gi in et classica, con Platone, e che gi allora aveva
ricevuto le prime critiche ad opera dello scetticismo di Sesto
Empirico, ma che aveva trovato nuova forza dallo straordinario
successo cognitivo della scienza. Questa, con i propri indiscutibili risultati, sembrava mettere a tacere ogni residuo dubbio
scettico sulla possibilit di una conoscenza della realt, dimostrando con la sua prassi e le sue scoperte che di certo una conoscenza per quanto limitata, parziale e non onnicomprensiva era a disposizione degli uomini ed era quella messa in atto
24

dagli scienziati che avevano saputo congiungere, contro


lopinione a suo tempo espressa da Aristotele, il rigore delle
procedure matematiche con la discretezza e la multiformit
dellesperienza sensibile.
La ricerca del metodo trovava cos un suo luogo elettivo di
ricerca: era alla scienza che bisognava guardare per ricevere
ammaestramenti su quale debba essere la via regia alla conoscienza, quella via che anche le altre discipline avrebbero dovuto imboccare se volevano pervenire agli stessi risultati; quel
segreto che anche la filosofia doveva cogliere e far proprio se
voleva attingere essa stessa il medesimo rigore, per divenire filosofia scientifica, allo stesso modo di come la filosofia naturale
era diventata fisica sperimentale quando aveva saputo impossessarsi dello strumento matematico3: la strada indicata agli
inizi del secolo da Bertrand Russell, che appunto vedeva
nelladozione del metodo scientifico la via che avrebbe portato
la filosofia ad una pi parca vita e a pi modeste ambizioni, ricompensate per da risultati accettati e non pi soggetti alle perenni controversie metafisiche (come ad es. nel caso della soluzione positiva del problema dellinfinito) [cfr. Coniglione
2002]. Ci viene enunciato con chiarezza da Popper nella sua
prima opera: la teoria della conoscenza si dimostra possibile
contro le obiezioni di Nelson (che di fatto riprende quelle a
suo tempo fatte da Sesto Empirico) solo nella misura in cui
il suo compito consiste nellindagare i metodi delle singole
scienze, riconducendo cos i tradizionali problemi della teoria
3

La filosofia scientifica un particolare programma filosofico fatto proprio


tra fine Ottocento e inizio del Novecento da filosofi e scienziati che insisteva
sullesigenza di riformulare i compiti e la natura della filosofia in stretta connessione col pensiero scientifico, nella convinzione che le conquiste di
questultimo non potessero essere ignorate per una filosofia che non si voglia
perdere nelle nebulosit della metafisica tradizionale. In particolare tale programma riteneva, in una sua particolare accezione, che la scienza dovesse costituire il modello della filosofia, la quale deve porre e risolvere i suoi problemi
secondo gli stessi metodi e criteri, in base alle stesse esigenze di precisione,
messe in atto dalle scienze particolari. Per far ci era ovviamente preliminarmente necessario avere chiara conspevolezza dei metodi messe in atto dalle
scienze, per cui spesso i filosofi scientifici si impegnarono in unaccurata disamina della natura e del metodo della scienza, cos facendo diventare la
scienza loggetto della filosofia, la quale diventa cos teoria della scienza, metascienza, indagine sulle sue assunzioni, finalit, metodi, ecc. Su tale questione
vedi i miei saggi [2002; 2007; 2008].

25

della conoscenza ai problemi metodologici generali delle


scienze di natura e quindi ridefinendola come teoria generale
del metodo delle scienze empiriche [Popper 1930-33, 1112]. Anche per un altro dei padri fondatori della filosofia della
scienza del 900, il berlinese Hans Reichenbach, lepistemologia non deve pi essere intesa come una disciplina che perviene alla conoscenza per mezzo della pura ragione, ma piuttosto come lanalisi del pensiero scientifico: la caratteristica
chiave della moderna filosofia della scienza appunto il passare
dallanalisi del pensiero che conosce, cio della conoscenza nel
suo farsi, al prodotto cristallizzato della conoscenza, ovvero
alle teorie e leggi che sono il frutto dellindagine scientifica
[Reichenbach 1931, 343].
Ebbene, nonostante le differenze e le soluzioni tecniche che
sono state via via proposte, gli autori che possiamo collocare
allinterno della tradizione ricevuta condividono un comune
progetto cartesiano, che consiste in tre tesi fondamentali: (1)
che a distinguere la scienza da ogni altra attivit intellettuale sia
il possesso di un metodo universale e preciso; (2) che la scienza possa raggiungere il proprio scopo (di solito identificato con
la conoscenza) solo mediante lapplicazione rigorosa di tale metodo e che, di conseguenza, (3) la scienza (come ogni altra attivit intellettuale) perderebbe il proprio carattere di impresa
conoscitiva razionale qualora non avesse (o non seguisse) tale
metodo. Insomma, o metodo o follia: questa la sindrome cartesiana, come stata efficacemente definita [cfr. Pera 1991, 6].
Diventa pertanto cruciale individuare in cosa consista tale metodo il che d luogo a tutta una serie di ricerche sulla struttura della scienza e sulla sua evoluzione e di conseguenza applicarlo e seguirlo (una volta ben chiarito e definito) allo scopo
di assicurare alle singole ricerche un carattere razionale e fruttuosamente conoscitivo. Nel primo caso abbiamo a che fare
con un compito descrittivo: individuare e specificare nel modo
pi esatto possibile il metodo seguito dalla scienza mediante lo
studio delle teorie scientifiche e del modo in cui gli scienziati
avanzano ipotesi, elaborano leggi e forniscono spiegazioni del
reale. Nel secondo caso ci si pone invece sul piano normativo:
se il metodo che garantisce la conoscenza razionale e il progresso scientifico questo, allora ogni scienziato deve applicarlo e
chi non lo applica sar un cattivo ricercatore e le sue conclusioni saranno di certo errate e razionalmente non giustificabili.
Ed il duplice compito della filosofia della scienza tra de26

scrittivit e normativit che, come vedremo, dar luogo a notevoli dibattiti e sar uno dei motivi di crisi della tradizione ricevuta.
In ogni caso, la individuazione della caratteristica pi propria della scienza nel metodo porta con s la tesi della sua universalit; ovvero condivisa per lo pi la tesi della unit metodologica di tutti i saperi. In ogni campo di indagine, il metodo in grado di assicurare lattingimento del vero il medesimo
di quello applicato nelle scienze naturali; certo, in storia, in archeologia, in filologia sono diverse le tecniche di indagine (non
si utilizza il ciclotrone, ma lanalisi delle fonti ecc.), ma unico
il metodo, la cui sola applicazione pu permettere la scientificit di una ricerca. Vengono pertanto criticate, ad es., le tesi dello
storicismo tedesco, per il quale la conoscenza storica possiede
un metodo sui generis del tutto diverso da quello delle scienze
empiriche, a causa della peculiarit del proprio oggetto di indagine, ed invece viene ribadito che il modo in cui si spiegano
i fatti storici segue lo stesso tipo di spiegazione applicato nelle
scienze naturali, cos come perfezionato e diffuso da Hempel
ed Oppenheim [1948] nel cosiddetto modello nomologico
deduttivo o per leggi di copertura (successivamente perfezionato e sviluppato da Hempel [1965]). Tale posizione stata spesso definita anche come naturalismo metodologico, per
sottolineare il carattere metodologicamente unitario di tutte le
branche dello scibile umano. Bisogna tuttavia notare che tale
posizione non universalmente condivisa da alcuni studiosi
appartenenti alla tradizione analitica i quali, come afferma simpateticamente von Wright [1971, 22],
respingono il monismo metodologico e negano che il modello fornito dalle scienze naturali esatte costituisca lunico e supremo ideale
di comprensione razionale della realt. Generalmente essi mettono
in rilievo una dicotomia fra quelle scienze che, come la fisica, la
chimica o la fisiologia, hanno di mira generalizzazioni riguardo a
fenomeni riproducibili e prevedibili, e quelle che, come la storia, intendono cogliere le caratteristiche individuali e uniche dei propri
oggetti.

Tale reazione ha trovato alimento in quella grande riscoperta del mondo umano e della sua storia avvenuta nel diciannovesimo secolo nel mondo culturale tedesco sulla spinta del
romanticismo , che si concretata nella cosiddetta Scuola
storica.
Avevamo detto allinizio che il metodo della scienza, e di
27

conseguenza la sua razionalit (che sta tutta nella applicazione


del primo), ha carattere procedurale: consiste nel modo pi efficace di raggiungere lo scopo che ci si propone. E questa particolare accezione di razionalit ad essere stata fatta propria dalla
tradizione ricevuta, rigettando quella visione categorica della
ragione che veniva ritenuta come una propriet tipica di ogni
essere umano, una sua facolt, e che lo definisce nella sua essenza e ne costituisce anche il fondamento: secondo la definizione aristotelica, luomo animale razionale e la ragione ne
costituisce la natura intima, una sorta di sostanza, ousia, che lo
caratterizza quale essere del tutto peculiare, differente da ogni
altri vivente, cos come lanima definisce ed esaurisce la personalit dellindividuo secondo molte fedi religiose. questa una
particolare accezione del logos greco, diversa da quella (precedentemente fornita) di logos come argomentazione razionale,
discorso mediante il quale il pensiero umano viene espresso in
una forma intersoggettivamente comunicabile e da quella che
intende il logos come legge generale del cosmo, del quale esprime
la pi profonda natura: tutte accezioni che possiamo ritrovare
nei primi filosofi greci e che sono evidenti in Eraclito, nelle
quali sono presenti e per cos dire si intrecciano, senza che il
pensiero arcaico ne avesse chiara consapevolezza, piano psicologico, piano logico-epistemico e piano ontologico. Nel primo
caso abbiamo a che fare con ci che proprio delle mente umana di tutti gli uomini e quindi di una sorta di mente
universale la cui natura pu essere investigata dalla psicologia o dalle scienze cognitive; nel secondo caso abbiamo a che
fare con la conoscenza, con la sua prensione concettuale e la sua
articolazione in discorsi ed argomentazioni; infine nel terzo caso facciamo riferimento a qualcosa che esiste in natura, indipendentemente dal fatto che noi la conosciamo o la pensiemo e
che l a prescindere dalla soggettivit umana, che pu solo
cogliere nellatto conoscitivo.
Se teniamo presente questa tripartizione, potremmo allora
sostenere che mediante la scienza lumanit si propone di conoscere il logos ontologico mediante un sapere che si articola in
un logos logico-epistemico frutto del logos psicologico; o, altrimenti detto, che il logos umano (cio la ragione umana) mette
in atto delle strategie conoscitive fatte di discorsi e teorie (in cui
consiste il logos logico-epistemico) allo scopo di pervenire alla
conoscenza del logos ontologico, cio delle leggi e regolarit di
natura.
28

Sulla base di questa distinzione, risulta chiaro che il modo


in cui la ragione umana manifesta la sua potenza proprio la
sua capacit di articolare una conoscenza (discorsi, argomenti e
teorie) in grado di permetterci di possedere intellettualmente
ci che accade (le leggi e le regolarit della natura, il mondo
come fatto). appunto questo logos ad avere carattere procedurale: esso lo strumento ritenuto migliore per farci ottenere
la conoscenza pi affidabile del mondo. In questa accezione la
razionalit non altro che il mezzo pi adeguato per un dato scopo, ed dunque come ha evidenziato Giere [1988, 25]
una razionalit ipotetica, intesa come unazione efficace diretta
allo scopo. Un modo di intendere la razionalit che troviamo
esplicitamente enunciato nei maggiori rappresentanti della tradizione ricevuta, quando ad es. si afferma che
una data azione, o un certo modo di procedere, non pu essere qualificata come razionale o irrazionale in quanto tale, ma solo in considerazione dello scopo a cui essa mira. Pu essere razionale che un
uomo tutto vestito salti gi da un ponte nel fiume sottostante se intende salvare un nuotatore che sta annegando e crede di essere capace di farlo; irrazionale se vuole raggiungere laltro lato del fiume
quanto pi velocemente possibile. [Hempel 1979, 361].

Insomma ci che viene ritenuto razionale in un caso, pu


non esserlo in un altro, a seconda delle circostanze, del fine che
ci si propone e delle informazioni di cui si in possesso. Per
cui, anche i principi metodologici, che caratterizzano le procedure scientifiche, non costituiscono norme assolute o categoriche, ma relative e strumentali: non ci dicono categoricamente
che cosa fare, ma quale modo di procedere razionale nel senso
che offre le migliori probabilit di raggiungere un certo obiettivo scientifico [ibidem]. Unidea del resto gi proposta da
Max Weber e sostenuta anche da autori di formazione diversa
come John Dewey [1949, 20-2] o Antonio Gramsci [1975,
817] che rifiutano di concepire la razionalit come una ipostasi
sostanziale.
Bisogna tuttavia notare che questa una accezione di razionalit rifiutata da altri pensatori, di solito critici verso il pensiero scientifico e pi vicini allermeneutica o alla filosofia classica tedesca, come nel caso della scuola di Francoforte che, con
Adorno e Horkheimer [1966] hanno denunziato
laffermazione della ragione strumentale, frutto della dialettica dellilluminismo, la quale non pi in grado di interrogarsi sui fini, sugli scopi che ci proponiamo, per limitarsi solo
29

a individuare, costruire e perfezionare gli strumenti o i mezzi


adeguati al raggiungimento di fini stabiliti e controllati da un
sistema che domina e sovrasta la vita degli uomini. E questa
per Horkheimer [1962] un vera e propria eclisse della ragione, intesa in modo sostanziale e non subordinatamente e fini
da lei non stabiliti. Tuttavia, tale critica non esclude il fatto che
sia possibile anche discutere razionalmente gli scopi che ci si
propone: in tal caso unazione o una procedura per la formazione delle credenze razionale quando fosse strumentalmente
efficace nel conseguimento di scopi razionali (non di un qualsiasi scopo arbitrariamente dato). [] La razionalit strumentale non esaurirebbe pi lintero campo della razionalit; vi
rientrerebbe anche la razionalit sostantiva degli scopi [Nozick
1995, 217].
Nel caso della scienza il fine, lo scopo che ci si propone
(almeno nella tradizione ricevuta) non la stipulazione tra un
gruppo di individui o la prescrizione esterna di un sistema
totalitario (come paventano Horkheimer e Adorno), ma
loriginale progetto intellettuale inscritto nella civilt europea,
ovvero la conoscenza della verit, tutta la verit e nientaltro
che la verit intorno al mondo [Hempel 1979, 143]. questo anche un obiettivo che stato al centro della riflessione di
Popper, almeno da un certo momento in poi, posteriormente
alla conoscenza e condivisione della teoria semantica della veri
in Tarski [cfr. Popper 1974, 101-2, 145-7]: senza lobiettivo
di pervenire alla verit, anche se questa viene intesa come
qualcosa cui ci si pu via via avvicinare senza che possa essere
del tutto esaurita, la scienza stessa perderebbe la propria ratio
essendi:
Io sostengo che la ricerca della verit [] importantissima: tutta la
critica razionale una critica della pretesa che una teoria sia vera, e che sia
in grado di risolvere i problemi alla cui soluzione stata destinata. []
Inoltre sostengo che descrivere una teoria come migliore di unaltra,
o superiore ad essa, o che altro, equivale ad indicare che essa appare
pi vicina alla verit. [Popper 1984, 53].

E se il fine della ricerca scientifica rimane la verit assoluta, come idea regolativa che guida il lavoro dello scienziato
sempre alla ricerca di teorie vere, ovvero uno standard che possiamo non riuscire a raggiungere [ib., 55], tuttavia siamo anche
consapevoli di non essere in grado di esibire della ragioni positive che ci mettano in grado di dire di aver trovato la teoria vera; al pi siamo in grado di trovare delle buone ragioni critiche
30

per scartare le teorie false. Cos, mediante una sorta di selezione darwiniana, abbiamo assicurato la sopravvivenza a quelle teorie pi robuste che hanno superato i nostri severi tentativi di
falsificazione e che quindi possiamo ritenere pi vicine al vero
di quelle che non sono sopravvissute al duro giudizio della discussione critica.
Ci si pu certo interrogare se il modo particolare in cui la
scienza vuole raggiungere questa verit sia quello pi adeguato
o se la verit come da essa intesa sia quella Verit di cui sono
andati in cerca nei secolo pensatori, filosofi, uomini di fede o
non piuttosto un suo pallido riflesso, un suo depotenziamento
che non risponde affatto a quella autentica Verit che solo
unaltra modalit di accesso al reale, unaltra tipologia di pensiero, ci pu dare: la filosofia, la dialettica, lermeneutica,
lintuizione, liniziazione, la rivelazione o quantaltro. questo
un ambito problematico assai vasto e profondo, che concerne il
modo stesso in cui si concepisce la Verit e il posto delluomo
nel mondo e che va ben al di l dellobiettivo che ci siamo
proposti, ovvero mettere in luce il modo particolare di intendere la razionalit allinterno della tradizione ricevuta.
Tale carattere razionale della scienza si espresso in particolare nel peso attribuito alla logica, al punto da identificare a
volte razionalit e logicit, definendo la prima come quel modo
particolare del pensiero che si esprime mediante delle procedure logiche. In tal modo, svolgere una argomentazione razionale significa ipso facto applicare le regole formali definite dalla
logica, cos come essa si sviluppata sin da Aristotele ed stata
quindi perfezionata e portata a maturit in et moderna con
lopera di grandi logici come George Boole, Gottlob Frege,
Bertrand Russell. Bench tale identificazione sia stata recentemente contestata (anche allo scopo di difendere una razionalit
della scienza meno rigida e quindi meglio in grado di resistere
alle obiezioni critiche dei suoi avversari) [cfr. Toulmin 1972;
1974, 611; Nickles 1980, 38-41], indubbio che la fortuna
della tradizione ricevuta deve essere in gran parte attribuita
proprio alluso che programmaticamente venne effettuato della
logica, specie quella simbolica o matematica contemporanea,
vista come lo strumento che avrebbe permesso la transizione
della filosofia dalla speculazione alla scienza e come lutensile
fondamentale per analizzare gli asserti scientifici, chiarendone
innanzi tutto la struttura formale.
La logica, indipendentemente dallinteresse intrinseco che
31

possono suscitare le sue questioni interne, ha avuto nel corso


del 900 il ruolo di modello razionale, dovuto ai suoi caratteri
di chiarezza, precisione e rigore, al punto che molti filosofi ritenevano essenziale emularla nellaffrontare i problemi filosofici [cfr. Stroll 2000, 8-10]. Questa esorbitante presenza della
logica e la convinzione della sua fondamentalit per il rigore
dellargomentazione in campo filosofico e scientifico risalgono
alla sua rinascita con Boole, che aveva anche dato degli esempi
di come potesse essere usata per discutere le argomentazioni di
celebri filosofi, allo scopo di valutarne la correttezza. Ma ha un
suo vero e proprio propagandista in Russell, che si fa alfiere di
una nuova, rinnovata filosofia scientifica [cfr. Coniglione
2002], nella quale la logica, mediante una analogia rivelatrice,
d il metodo di ricerca, cos come la matematica fornisce il metodo
alla fisica. E come la fisica che, da Platone al Rinascimento rimase
ferma alle sue posizioni, vaga, e superstiziosa come la filosofia,
divenuta scienza attraverso le nuove osservazioni dei fatti di Galileo
e la susseguente manipolazione matematica, cos la filosofia
doggigiorno sta diventando scientifica attraverso la simultanea acquisizione di nuovi fatti e di nuovi metodi logici. [Russell 1924,
221].

Tale programma viene in sostanza ripreso dal fondatore del


circolo di Vienna, Moritz Schlick, che viene cos illustrato in
una sua icastica affermazione: La filosofia malata, la sua unica cura la logica [Schlick 1962, 200]; in coerenza a cio, egli
analogamente a quanto fatto da Platone con la geometria
impone lo studio della logica e della matematica quale condizione preliminare per la frequenza dei suoi seminari: Hartmann obbliga i partecipanti ai suoi seminari a conoscere il
greco: io li obbligo a conoscere la logica e la matematica. Quelli
sanno leggere Platone, questi il mondo [ib., 199]. Sulla stessa
linea anche un altro dei grandi interpreti viennesi, Rudolf
Carnap: se la filosofia ha lintenzione di incamminarsi per la
via della scienza (in senso rigoroso), non potr rinunziare a
questo strumento energico ed efficace per la precisione dei concetti e per la chiarificazione delle situazioni problematiche
[Carnap 1926, 78]. Una influenza che si esercitava in tutti i
campi della vita intellettuale europea:
Fra il 1910 e il 1960, la pietra di paragone delloriginalit artistica e
scientifica era tenuta ferma mediante laccentuazione dei metodi e
degli ideali tecnici specificatamente formali, mediante, cio,
lassunzione della logica matematica quale fondamento dellanalisi

32

filosofica; mediante la riconduzione della fisica teorica agli algoritmi formali del calcolo tensoriale e della meccanica quantistica, lo
sviluppo dello stile geometrico-cartesiano in architettura, le modalit non figurative in pittura, le tecniche dodecafoniche in musica
- in generale, mediante la conversione della ricca e concreta particolarit della storia e della natura in un mondo teoretico alternativo,
metatemporale, di astrazioni, posto al riparo dalle confusioni
delleffettualit storica. [Toulmin 1977, 122-3]

facile comprendere pertanto quanto fosse ritenuto fondamentale lutilizzo della logica nello studio e nella comprensione dei concetti, delle leggi e delle teorie della scienza, sino al
punto di intendere la stessa sua natura come sostanzialmente
di natura formale e pertanto pienamente esplicitabile da una
rigorosa sintassi delle sue argomentazioni. Era tale convincimento che stava alla base del programma sintattico di Carnap
il quale abbandonando lidea prima nutrita che fosse possibile una scientificizzazione della filosofia ritiene che fosse da
perseguire piuttosto una teoria della conoscenza come sintassi
logica del linguaggio scientifico, in quanto tutti i problemi
epistemologici relativi alla fisica (nella misura in cui non si
tratta di pseudo-problemi metafisici) sono, in parte, problemi
empirici, che rientrano per lo pi nella psicologia, e, in parte,
problemi logici, che rientrano nella sintassi [Carnap 1936,
422].
Si afferma cos un modo di affrontare la scienza e di coltivare la filosofia della scienza caratterizzato dallapproccio formalista, per cui il centro focale dellattenzione era lastratto, il metatemporale. Filosofi di origine europea emigrati negli Stati Uniti, come Hempel, Feigl, Carnap, Reichenbach, von Neumann
e Frank, instaurarono uno stile di pensiero che vedeva nel rigore formale la pietra di paragone per giudicare delladeguatezza dellattivit intellettuale anche in ogni altro settore
[Toulmin 1977, 100]. Tale esigenza viene chiaramente espressa da Patrick Suppes [1968], che evidenzia i vantaggi e
lutilit della formalizzazione delle teorie scientifiche, facendo
rilevare come essa sia stata una pratica classicamente impiegata
e a cui ogni scienziato del passato ha costantemente aspirato
da Archimede a Newton per dare ad esse standard di rigore
e formalit come quelli posseduti dalle teoria matematiche e
geometriche. Certo nel periodo successivo a Newton v stato
un sempre maggiore iato tra la cosiddetta fisica matematica e la
fisica teorica, la quale ultima praticata in un modo che poco
33

soddisfa gli standard matematici contemporanei: cos avvenuto con la relativit di Einstein e cos anche con lo sviluppo
della meccanica quantistica di von Neumann, che pure stato
colui che ha cercato di darle maggiore rigore matematico. Tuttavia, Suppes fiducioso che lampio iato che attualmente separa i metodi usati dalla fisica da quelli della matematica syta
cominciando a chiudersi e non si amplier nella altre discipline empiriche, come leconomia matematica o la psicologia matematica [ib., 652]. In ogni caso, indipendentamente
dallesito di questo processo, resta indubitabile che compito
della filosofia della scienza (e dellanalisi filosofica in genere)
chiarire i problemi concettuali e rendere esplicito le assunzioni fondamentali di ogni disciplina scientifica [ib., 653]. E a
tale fine, un fondamentale strumento proprio quello di
formalizzare e assiomatizzare i concetti e le teorie di fondamentale importanza in un dato dominio della scienza [ibidem],
cos com avvenuto in campo matematico nellultimo secolo.
Ed infatti, i vantaggi di tale procedura (che si deve basare sul
linguaggio insiemistico nella formulazione di Zermelo e non
sul troppo semplice apparato della logica del primo ordine)
sono evidenti: essa consente di cogliere in modo esplicito il significato dei concetti di una teoria tra loro collegati (come accaduto con la formalizzazione di Kolmogorov nella teoria della
probabilit); permette di standardizzare la terminologia e i metodi dellanalisi concettuale nei differenti rami della scienza,
rendendo maggiormente realizzabile lideale della scienza unitaria; d la possibilit di concentrarsi sulle questioni essenziali
delle teorie, mettendo da parte gli aspetti inessenziali, legati alle
circostanze concrete in cui esse sono state formulate; fornisce
un grado di oggettivit impossibile altrimenti, specie in campi
ancora controversi (come in psicologia); rende possibile mettere in evidenza le assunzioni implicite di ogni teoria che sono
self-contained, impedendo tra laltro di aggiungere nuove assunzioni ad hoc; infine, rende possibile una analisi obiettiva di
quelle che sono le assunzioni minime necessarie per sostenere
una teoria, soddisfacendo anche un senso estetico per la semplicit [ib., 654-6]. Infine, la formalizzazione risulta il modo
migliore per risolvere le controversie nel corso dello sviluppo
della scienza:
La formalizzazione necessaria allo scopo di conseguire una risoluzione obiettiva dei conflitti. Non v alcun altro mezzo per risolvere
i conlfitti concettuali nella scienza. Inoltre, in una grande variet di

34

situazioni sperimentali, non v modo di risolvere obiettivamente le


dispute sulla interpretazione dei dati se non grazie ad un attento ed
esplicito uso dei metodi insiemistico-teorici della statistica matematica contemporanea. Ma ci che necessario necessariamente
desiderabile, e cos avviene per la formalizzazione nella scienza. [ib.,
664].

Tuttavia tale accentuazione della dimensione formale della


teoria non avviene a scapito della natura empirica delle scienze
naturali (facendo ovviamente eccezione per le cosiddette scienze
formali, come logica e matematica). Da questo punto di vista la
tradizione ricevuta figlia sia di scienziati come Mach sia
dellempirismo inglese, del quale non dimentica mai la lezione
anche quando accoglie in parte alcune indicazioni
dellepistemologia francese di Poincar e Duhem. In particolare, nella carta didentit del movimento viennese v il rigetto,
a seguito della introduzioni della geometrie non-euclidee e della relativit einsteiniana, del sintetico a priori di Kant e
laccettazione della distinzione humiana che ogni proposizione
pu essere o sintetica, cio descrittiva di fatti, o analitica, cio
che verte solo sui significati dei concetti e sulla loro struttura
formale. Su questo punto laccordo unanime: lo si pu vedere gi dal Manifesto del Circolo di Vienna, la Wissenschaftliche
Weltauffassung, in cui si dichiara che la tesi fondamentale
dellempirismo moderno consiste proprio nellescludere la
possibilit di una conoscenza sintetica a priori [Hahn, Neurath & Carnap 1929, 79]. Lo dichiara anche uno dei suoi
padri spirituali, Philipp Frank, che pure era il pi sensibile
alle esigenze kantiane, quando afferma che il nostro gruppo,
formato da studenti entusiasti della scienza contemporanea, rifiutava la dottrina di Kant dellimmutabilit delle forme
desperienza date dalla mente umana, e voleva invece considerarle soggette a una evoluzione, che fosse parallela allevoluzione della scienza [Frank 1961, 22].4 Ed anche la presa di
4

Cfr. anche Neurath [1935, 73-4], dove viene spiegato perch Kant sia stato
collocato tra i metafisici nello schema riportato nel testo; ed in cui [p. 61]
viene espresso il giudizio negativo sul sintetico a priori. Si veda anche Carnap
[1966, 229], dove ancora viene ribadita, e siamo nel 1966, la condanna del
kantismo. Pi sfumata la posizione di H. Reichenbach che, nel 1921, discutendo la teoria della relativit, ritiene con essa incompatibile lintuizione pura
di Kant, ma poi inclina ad una interpretazione pi elastica quando scrive che
si renderebbe un miglior servizio a Kant se, sulla base della fisica moderna, si

35

posizione di Schlick, il fondatore del circolo, il quale lungo


tutta la sua attivit ha sempre contestato la possibilit che possa
esistere un a priori fattuale, ovvero una conoscenza che fosse al
tempo stessa certa ed empiricamente informativa [cfr. Schlick
1925, 97 ss.; 1930; 1932, 116-9, 126-7]; e di Alfred J. Ayer, uno dei primi e pi influenti divulgatori delle nuove posizioni dellempirismo logico con la sua celeberrima opera
Language, Truth and Logic [cfr. 1936, 64-83].
La distinzione tra analitico e sintetico e la connessa dottrina
che non esiste nulla che stia a met strada tra i due (cio un
sintetico a priori) stata ritenuta alla base non solo del neopositivismo, ma dellintera filosofia analitica [cfr. Searle 1996,
3-4]. Tuttavia tale assunto stato criticato come uno dei due
dogmi dellempirismo da W.V.O. Quine [1951] in un
saggio che ha fatto epoca e che ha costituito una delle prime
zeppe che hanno cominciato a scardinare ledificio della tradizione ricevuta.
In ogni caso, laffermazione del carattere empirico delle
scienze naturali ha portato con s la discussione di tutta una
serie di temi relativi al tipo di rapporto che deve esistere tra la
struttura formale ed astratta delle teorie scientifiche e
lesperienza: la classica questione dellinduzione lasciata in
eredit da Hume ora ripresa in stretta connessione alle tecniche probabilistiche; il problema della conferma e del grado di
empiricit o affidabilit che bisogna assegnare alle singole
teorie; il problema del significato, o del significato empirico,
delle proposizioni sul mondo, con il connesso principio di
verificazione; infine la natura delle regole che servono a connettere i concetti teorici della scienza con losservazione sperimentale, che ha grande importanza nella discussione sulla
struttura delle teorie scientifiche (cfr. 1.9). Anche in merito
abbandonasse il contenuto delle sue asserzioni e, seguendo lo schema generale
del suo sistema, si cercassero per nuove vie le condizioni dellesperienza, invece di attaccarsi dogmaticamente alle sue specifiche proposizioni [Reichenbach 1921, 40]. In ogni caso, per una valutazione pi circostanziata
delleredit kantiana nel circolo di Vienna vedi Paolo Parrini [2002, 31-57] e
i saggi contenuti in Parrini [1994]. Un caso a parte quello di Popper, che intende a modo suo la lezione di Kant, nel senso della accettazione del trascendentalismo, pur rigettando il sintetico a priori; ci particolarmente evidente
nella sua prima opera [1933-34], poi parzialmente andata perduta e riscoperta di recente.

36

a tali argomenti si pu notare che pur non rigettando


lispirazione empiristica fondamentale della tradizione ricevuta
vi sono diversi dissensi locali in merito alla soluzione da
fornire ai diversi problemi: oltre alla citata critica di Quine alla
distinzione analitico-sintetico, bisogna qui menzionare la polemica antinduttivista di Popper, la sostituzione del principio
di verificazione inteso come criterio di significanza empirica
con quello di falsificabilit, atto a demarcare la scienza dalla
metafisica, e il rigetto del concetto di conferma, da lui sostituito con quello di corroborazione.
Infine, da questo quadro dinsieme si possono trarre ulteriori conseguenze che concernono la natura della scienza come
concepita nella tradizione ricevuta. Innanzi tutto si pu fare
scienza solo quando si mettano da parte i propri sentimenti, le
proprie passioni e i propri pregiudizi, di qualsiasi natura essi
siano: culturali, religiosi, tradizionali. La ricerca della verit
mediante la scienza non pu essere subordinata ad autorit religiose o a fonti rilevate, in quanto il suo compito ben diverso da quello proprio delle religioni. Come ha dichiarato Galileo vincendo la sua causa contro lautorit della chiesa cattolica
ma perdendola dal punto di vista umano col subire il carcere e forse la tortura la fisica ci dice come vadano i cieli, non
come si vada in cielo; ovvero, suo compito la conoscenza dei
fatti di natura, non fornire precetti morali in grado di salvare
la nostra anima dallinferno, compito questo assegnato
allautorit religiosa che pu legittimamente ammaestrare i
propri fedeli. Ed analogamente, non si pu contestare la teoria
dellevoluzione di Darwin nella nuova sintesi datane nel corso del 900 sulla base della sua non congruenza con la creazione divina dellumanit, che ha come sua unica fonte un testo sacro ritenuto dai suoi fedeli ispirato direttamente da Dio:
anche in questo caso a giudicare dellevoluzionismo devono essere le prove empiriche, le ricerche paleontologiche, i ragionamenti che possono farsi sulla base dellanalisi storica delle specie viventi e di quanto si conosce in genetica.
Non a caso Russell nel riferirsi alla scienza, ne valorizza
laspetto austero, sottolineando la non pertinenza delle passioni umane e dellintero apparato soggettivo per quanto riguarda la verit scientifica [Russell 1917, 50]; appunto in ci
consiste lessenza del metodo scientifico: nel rifiuto di considerare i nostri desideri, gusti ed interessi capaci di darci una
chiave per comprendere il mondo [ib., 52]. Infatti,
37

attitudine scientifica della mente significa spazzare via tutti gli altri
desideri nellinteresse di quello di sapere; essa significa la soppressione di speranze e paure, di amori e odi, e di tutta la emotiva vita soggettiva, finch non ci assoggettiamo alla cosa materiale, per guardarla
francamente, senza preconcetti, senza pregiudizi, senza nessun desiderio tranne quello di vedere la cosa com, e senza credere che ci
che essa pu essere determinato da qualche relazione, positiva o
negativa, con ci che noi desidereremmo che essa fosse, o con quel
che noi possiamo facilmente immaginare che sia. [Ib., 53]

Liberazione dalle passioni significa anche liberazione dalle


considerazioni etiche: finch non avremo imparato a pensare
alluniverso in termini eticamente neutrali, non arriveremo ad
un atteggiamento scientifico nella filosofia [ib., 54]. Non v
alcun dubbio per Russell che i motivi etici e religiosi siano
stati complessivamente un ostacolo al progresso della filosofia;
non a caso la scienza pervenuta alla sua maturit liberandosi
da tali impacci; ed dalla scienza, piuttosto che dalletica e
dalla religione che la filosofia dovrebbe trarre la sua ispirazione [ib., 100].
Analogamente, Carnap espelle dalla razionalit scientifica
ogni considerazione sentimentale, ogni commozione
dellanimo: per tali lati della personalit umana pur riconosciuti come estremamente importanti vi sono modi pi adatti di espressione: la musica, la poesia, larte, persino la metafisica, la quale scaturirebbe come la magia e il mito (teologia
inclusa) dal tentativo di esprimere le rappresentazioni concomitanti che accompagnano gli asserti dichiarativi e che nulla
hanno a che fare col loro valore cognitivo, ovvero dalla confusione tra queste e le rappresentazioni di stati di fatto; cos
luomo ha cercato di comunicare questo contenuto delle rappresentazioni, non gi nella forma dellarte, o anche semplicemente del modo di dire, bens nella forma di una teoria che
tuttavia non possiede alcun contenuto teorico [Carnap 1928,
414]. Una linea, questa, sulla quale si riconoscono tutti i protagonisti della filosofia della scienza del 900, per cui inutile
moltiplicare gli esempi.
Ma la scienza anche priva di genere e di razza, ovvero
indifferente al sesso e al tasso di melanina degli individui: nel
valutare una teoria non facciamo caso se ad averla formulata sia
stato un uomo o una donna, se un negro o un bianco, ma
stiamo solo attenti al suo valore cognitivo e vogliamo accertarci
se essa adeguata ai fatti, se ci permette di spiegare i fenomeni
38

del mondo e di prevedere nuovi eventi; n gli esiti dei controlli che permettono di addivenire a giudicare se una teoria adeguata sia pi o meno confermata (o corroborata) dipendono
dal sesso o dalla razza di chi effetua i testi e i controlli di laboratorio. Viene insomma esclusa la possibilit che ci possa essere una scienza femminista come anche una scienza africana
o cinese: la sua natura universale e dipende dalladozione
di un metodo che comune e condiviso da tutti gli scienziati,
in quanto espressione di una ragione universale diffusa uniformemente in tutta lumanit.
1.2. La Received View e la sua crisi interna
Veniamo ora alla dottrine pi specifiche che fanno parte
della RV e che hanno dato origine ad una crisi interna che ne
ha pian piano eroso tutti i principali motivi ispiratori e che
poi si diffusa in certi casi ed autori sino a coinvolgere
quei pi generali caratteri della scienza consegnatici dalla tradizione ricevuta, esposti nel paragrafo precedente, che fanno
parte dellimmagine che in genere di essa si avuta nella cultura occidentale. Per quanto riguarda le questioni qui affrontate, bisogna notare che non sempre tra i principali rappresentanti della RV v stata unanimit di opinioni e inoltre spesso
le concezioni si sono evolute facendo tesoro delle critiche via
via portate da varie parti; inoltre, molte volte sono stati gli stessi protagonisti a cambiare le proprie concezioni (come ad es.
hanno fatto Carnap e ancor pi Hempel), dando prova di una
notevole apertura mentale e di disponibilit allautocritica.
Nondimeno per quanto potrebbero esser accentuati i dissensi o enfatizzati da alcuni ( il caso, ad es. di Popper, che ha tenuto sempre a distinguersi dai filosofi risalenti al ceppo di
Vienna-Berlino) si aveva comunque lidea che si lavorasse ad
un comune progetto e che bisognasse solo perfezionare gli
strumenti razionali a disposizione, elaborare pi raffinate concezioni (ad es., nel campo della probabilit e della sua applicazione alla logica della conferma, nel quale si sono spesi ad opera di Carnap tesori di competenza formale e logica), per giungere ad un accordo generalmente condiviso sui principali punti costituenti i luoghi privilegiati dinteresse della RV: il criterio di significanza empirica, il problema della conferma,
linduzione e la connessa logica probabilistica, la questione
39

della spiegazione, la chiarificazione del concetto di legge di natura, la struttura delle teorie scientifiche, la relazione logica esistente tra teorie successive.
1.2.1. I caratteri fondamentali della Received View
Lapproccio formalista prima descritto chiaramente evidente
nel modo di concepire le teorie scientifiche; a questa impostazione che si riferiva Putnam nel coniare la locuzione RV, che
consiste, in estrema sintesi, nella tesi che le teorie debbono essere pensate come un calcolo parzialmente interpretato nel
quale solo i termini osservativi sono direttamente interpretati (essendo i termini teorici solo parzialmente interpretati o,
come anche anche si dice, parzialmente compresi) [Putnam
1962, 240]. Sebbene Putnam faccia riferimento essenzialmente a Carnap, tuttavia ad edificare tale concezione hanno contribuito in varia misura diversi filosofi della scienza, i pi importanti dei quali sono stati N.R. Campbell [1920], F.P.
Ramsey [1929], Carnap [1939, 1956, 1966], Braithwaite
[1953], Nagel [1961], Feigl [1970], ed infine Hempel
[1958, 1965, 1966] (anche se questultimo ha in seguito via
via rivisto le proprie precedenti impostazioni in merito, senza
per abbandonare le caratteristiche generale della tradizione ricevuta prima descritte [cfr. Hempel 1969, 1970, 1973]). Al
di fuori della tradizione neopositivista, concezioni analoghe
sono state sviluppate da Duhem [1914].
La RV sulle teorie scientifiche (detta anche concezione
standard) ha un impianto tipicamente formalista e linguistico, coerente con limpostazione che ha caratterizzato sin dal suo
inizio il neopositivismo e la tradizione ricevuta della scienza,
ed stata sviluppata avendo presente essenzialmente le teorie
della fisica, anche se poi si cercato di estenderla anche alla
biologia evoluzionistica e alla genetica della popolazione [cfr.
Hull 1974; Ruse 1973] e alla psicologia [cfr. Skinner 1945].
Essa ritiene, cio, che si possano comprendere gli aspetti essenziali di una teoria scientifica mettendone in luce la struttura logica, in particolare la sintassi del suo linguaggio, e specificando
il riferimento empirico dei termini in esso occorrenti mediante
opportune regole che permettono di collegarli con la base osservativa. Tale posizione formalista sostenuta anche da W.C.
Salmon [1966], I. Scheffler [1963] e P. Suppes [1969]
stata da par suo argomentata e sistematizzata da Hempel che,
pur rigettando alcuni punti cardini del neopositivismo delle
40

origini (ad es., la tesi della completa riducibilit delle teorie e


dei termini teorici in esse contenuti alla base empirica), tuttavia ne ha condiviso la concezione secondo la quale lessenziale
delle teorie consiste nella loro struttura logica, che permette loro di organizzare un vasto materiale empirico [cfr. Aronson
1984, 41-2].
Cos descrive Hempel [1950, 111] i caratteri di una teoria
scientifica:
Dal punto di vista formale, una teoria scientifica pu venir concepita come un insieme di proposizioni espresse in termini di un vocabolario specifico. Il vocabolario, Vt, di una teoria T consiste dei
termini extralogici di T, cio dei termini non appartenenti al vocabolario della pura logica. In genere alcuni termini di Vt sono definiti
per mezzo di altri; ma, pena il delinearsi di un circolo vizioso o di
un regresso allinfinito, non possibile definire tutti i termini di Vt
ricorrendo a tale procedura. Pertanto si pu supporre che Vt sia suddiviso in due sottoinsiemi: quello dei termini primitivi ossia non
definiti e quello dei termini definiti. Analogamente molte proposizioni di una teoria sono derivabili da altre mediante i princpi della logica deduttiva (e delle definizioni dei termini definiti); ma, pena il delinearsi di un circolo vizioso o di un regresso allinfinito nella
deduzione, non tutte le proposizioni della teoria possono venir stabilite in questa maniera. Pertanto, linsieme delle proposizioni asserite da T si divide in due sottoinsiemi: quello delle proposizioni
primitive o postulati (o assiomi) e quello delle proposizioni derivate
o teoremi. [cfr. anche Hempel 1973, 77-88]

Hempel porta quali esempi classici di sistemi deduttivi cos


concepiti le assiomatizzazioni di varie teorie matematiche, quali
la geometria euclidea e le diverse forme di geometrie noneuclidee e soggiunge che anche nella scienza empirica alcune
teorie sono state presentate in forma assiomatica, o approssimativamente tale, ad es. parti della meccanica classica e relativistica, porzioni della biologia e qualche dottrina psicologica. Ma
in questo caso, a differenza dei sistemi puramente formali, il
sistema deduttivo assume il carattere di teoria empirica quando
sia stato interpretato sulla base di fenomeni empirici, mediante
un insieme di proposizioni interpretative connettenti certi
termini del vocabolario teorico ai termini osservativi.
In tal modo una teoria scientifica vista sostanzialmente
come una struttura deduttiva astratta della quale fanno parte:
a) un calcolo astratto C, che ne costituisce lo scheletro logico, non interpretato, e i cui elementi avranno solo il significato implicitamente loro attribuito dalla struttura relazionale a41

stratta nella quale sono inseriti;


b) un insieme di enunciati R che forniscono portata empirica
al calcolo, cio ne danno una interpretazione; con ci la teoria
viene collegata agli oggetti osservabili e viene ad assumere funzione esplicativa e predittiva: ad assumersi questo compito sono le cosiddette regole di corrispondenze, nella terminologia
di Carnap (ma chiamate da altri autori anche definizioni di
corrispondenza, correlazioni epistemiche, ecc.) [cfr. Carnap
1956; 1963, 938-45; 1966, 281-340; Hempel 1952, 4250; 1963; 1969, 49].
Tale concezione pu essere schematizzata rappresentanto
una teoria cone una coppi ordinata di insiemi di enunciati:
T = (C, R)
dove C linsieme di formule del calcolo e R linsieme delle
regole di corrispondenza [cfr. Hempel 1970, 221]. Una teoria
scientifica ha dunque una struttura del tutto simile alle strutture astratte delle scienze formali: a queste si sono ispirati gli
epistemologi afferenti alla concezione standard, analogamente a
come ha fatto Reichenbach [1951, 133-50] nel caratterizzare
la geometria fisica. Ad essere importante il riferimento delle
teorie scientifiche alla realt empirica, assicurata dallinsieme R,
cui va in ultima istanza demandato il giudizio sulla loro accettabilit o meno. Le teoria sono, secondo una bella metafora di
Hempel, come reti sospese nello spazio:
Una teoria scientifica pertanto paragonabile a una complessa rete
sospesa nello spazio. I suoi termini sono rappresentati dai nodi,
mentre i fili colleganti questi corrispondono, in parte, alle definizioni e, in parte, alle ipotesi fondamentali e derivative della teoria.
Lintero sistema fluttua, per cos dire, sul piano dellosservazione,
cui ancorato mediante le regole interpretative [altro termine per
regole di corrispondenza]. Queste possono venir concepite come
fili non appartenenti alla rete, ma tali che ne connettono alcuni punti con determinate zone del piano di osservazione. Grazie a siffatte
connessioni interpretative, la rete risulta utilizzabile come teoria
scientifica: da certi dati empirici possibile risalire, mediante un filo interpretativo, a qualche punto della rete teorica e di qui procedere, attraverso definizioni ed ipotesi, ad altri punti, dai quali, per
mezzo di un altro filo interpretativo, si pu infine ridiscendere al
piano dosservazione. [Hempel 1952, 46-7; la prima formulazione
di questa metafora per dovuta a Schlick 1925, 65]

Per rendere pi esplicita e chiara la metafora hempeliana,


diremo che i fili di connessione rappresentano le regole di cor42

rispondenza, che agganciano al terreno del direttamente osservabile i termini osservativi (che sono solo alcuni dei nodi
della rete). Tutti i nodi connessi per mezzo dei fili al terreno
costituiscono il vocabolario osservativo. Gli altri nodi non
connessi direttamente costituirebbero il vocabolario teorico. I
fili che collegano i nodi tra loro costituirebbero quello scheletro logico che abbiamo detto costituisce il calcolo della teoria: grazie a tali connessioni i termini teorici (non direttamente
collegati al terreno) vengono definiti implicitamente, oltre ad
essere definiti mediante altre connessioni che li collegano ai
nodi rappresentanti i termini osservativi. Tutta la rete rappresenta il linguaggio della teoria, formato da quello osservativo
(costituito da tutti i nodi collegati al terreno) e quello teorico (i
nodi non collegati in modo diretto): ecco perch si dice che le
teorie sono delle entit linguistiche. Tale distinzione del linguaggio della teoria in osservativo e teorico fondamentale in
tale impostazione e ad essa stata dedicata molta attenzione,
specie da parte di Carnap
La concezione standard concepisce, perci, una teoria come
un sistema assiomatico chiuso cui dovrebbe essere fornita una
interpretazione (parziale) per mezzo delle regole di corrispondenza che dovrebbero connettere tale sistema ai fenomeni osservabili e quindi fornire ad esso sia contenuto empirico, sia
potere predittivo ed esplicativo [cfr. Craver 2002, 56]. Il significato del vocabolario teorico sarebbe perci determinato in
parte dalle regole di corrispondenza ed in parte dai postulati
del calcolo (le cosiddette definizioni implicite). Ci viene
sinteticamente enunciato da Nagel, che pu considerarsi con la
sua opera il pi lucido teorizzatore della concezione standard e
che aggiunge alla definizione prima data un terzo elemento, costituito dal modello, il quale interpreta il calcolo astratto C in
termini di principi e concetti che ci sono resi familiari
dallesperienza gi posseduta [cfr. anche sulla funzione dei
modelli Toulmin 1953, 39-40]:
A scopo di analisi, risulta conveniente distinguere tre componenti
in una teoria: 1) un calcolo astratto che lo scheletro logico del sistema esplicativo, e che definisce implicitamente le nozioni fondamentali del sistema; 2) un insieme di regole che assegna effettivamente un contenuto empirico al calcolo astratto, col metterlo in
relazione a materie concrete di osservazione e di esperimento; 3)
uninterpretazione o modello del calcolo astratto, che fornisce per
cos dire la carne alla struttura scheletrica, in termini di materie con-

43

cettuali o visuali pi o meno familiari. [Nagel 1961, 97]

Affinch questa caratterizzazione di teoria scientifica possa


stare in piedi, sono indispensabili almeno due condizioni: 1)
poter distinguere il linguaggio osservativo Lo dal linguaggio
teorico Lt: assumiamo che il linguaggio totale dell scienza, L,
sia diviso in due parti, il linguaggio osservativo Lo e il linguaggio teorico Lt [Carnap 1956, 268] e spiega Carnap
[1958, 49]: il primo contiene enunciati quali questa cosa
dura, bianca, fredda, il secondo enunciati quali nel punto
spazio-temporale con le coordinate x, y, z, t le componenti del
campo elettrico hanno questi e questi valori; 2) poter specificare in modo abbastanza chiaro in cosa consistano le regole di
corrispondenza (o C-regole) e come riescano a connettere il calcolo allesperienza: quindi chiaro che la C-regole sono essenziali; senza di esse i termini teorici non avrebbero alcuna portato osservativa [ib., 276].
Sono questi i due punti critici che segneranno il destino
della concezione standard delle teorie scientifiche e che costituiscono i principali punti di attacco dei suoi critici. Tanto pi
quando si consideri che essi stanno anche al centro di altre
importanti concezioni della RV, legate sia alla considerazione
del rapporto tra teorie scientifiche, sia al modo di delimitare la
razionalit della scienza mediante la cosiddetta dottrina dei
due contesti. Cominciamo dal primo punto.
risaputo che nellambito della RV e della tradizione
dellempirismo logico si aveva una scarsa considerazione per la
dimensione storica dei problemi filosofici e scientifici, che dovevano essere affrontati e risolti solo nella loro configurazione
concettuale e logica. Ricorda Hempel [1979, 365] che la
scuola empirista analitica non era molto interessata allanalisi
del cambiamento teorico; Popper era una notevole eccezione.
Linteresse principale degli altri membri del gruppo andava ad
argomenti come linduzione, la conferma, la probabilit, la
spiegazione, la formazione dei concetti e la struttura e funzione
delle teorie. Come ebbe ad affermare Reichenbach [1993,
59], le soluzioni dei problemi non sono mai fornite dalle
considerazioni storiche bisogna far parlare le cose, gli oggetti
della riflessione, per trovare lordine logico cos ardentemente
cercato da tutti noi. una immagine della scienza che viene
efficacemente sintetizzata, in tutte le sue implicazioni da Laudan [1984, 9-10]:
44

Durante gli anni Quaranta e Cinquanta, filosofi e sociologi hanno


sviluppato una propria raffigurazione del modo in cui la scienza
procede. Le esposizioni filosofiche che ho in mente sono quelle degli empiristi logici e di Popper; al modello sociologico associato
principalmente Merton con la sua scuola. Per quanto i resoconti
filosofici e sociologici sulla scienza presentati dagli studiosi di quella
generazione si distinguessero per le diverse accentuazioni che davano a temi di non poco conto, le rispettive raffigurazioni, viste da
una certa distanza complementare, ci appaiono piuttosto simili e
del tutto complementari. Queste somiglianze sono meno sorprendenti di quanto potrebbe sembrare a prima vista perch, malgrado
di tanto in tanto scoppiassero delle rivalit fra le due discipline, sia i
sociologi che i filosofi di quellepoca condividevano una premessa
di base e un problema. La premessa affermava che la scienza , da un
punto di vista culturale, unica e deve essere nettamente demarcata
da altre ricerche intellettuali quali la filosofia, la teologia e lestetica.
Il problema centrale che ciascuna disciplina cercava di risolvere era
rappresentato dal grado notevolmente alto di accordo presente entro
la scienza. Durante gli anni Sessanta e Settanta, comunque, le concezioni che molti sociologi e filosofi della scienza avevano su questi
temi cominciano a subire delle trasformazioni. Verso la met degli
anni Settanta la maggior parte delle tesi familiari dellempirismo logico e della sociologia mertoniana avevano ceduto o erano fortemente scosse.

La storia della scienza, spesso coltivata da scienziati praticanti, come una sorta di hobby domenicale a margine di pi serie ed apprezzate indagini specialistiche, o da anziani ricercatori
ormai in pensione, essa veniva per lo pi a costituire una sorta
di paragrafo storico nelle trattazioni scientifiche sistematiche o
nelle storie della filosofia [cfr. Kuhn 1968, 115-6]. Non mutano tale quadro complessivo i lavori pionieristici di Ernst
Mach, Paul Tannery, George Sarton, Lynn Thorndike, Pierre
Duhem e Charles Singer, il cui contributo tuttavia fece s che
negli anni Cinquanta si avviasse una decisiva svolta nello studio della storia della scienza, con un risoluto aumento di studiosi, sempre pi attrezzati culturalmente e professionalmente,
dediti a questo campo di ricerca, non pi considerato con sufficienza; cos negli Stati Uniti dai 5 storici della scienza del dopoguerra si pass ai 25 nel 1960 ed ai pi di 125 alla met
degli anni Ottanta [cfr. Baldini 1986, 16-7].
Certo, era questa una storia della scienza ancora di stile
empirista, prevalentemente votata alla ricostruzione interna
dello sviluppo delle teorie e sostanzialmente continuista.
ancora quella storia della scienza che oscilla tra le posizioni in45

genuamente induttiviste per le quali i problemi fondamentali sono quelli cronologici, di priorit e di paternit, con
scarsa attenzione per lesistenza allinterno della scienza di
scuole di pensiero, di tendenze intellettuali, di controversie filosofiche e quelle convenzionaliste, con lidea che le teorie
scientifiche non sono n vere n false, ma solo utili a conservare linformazione empirica, e con lossessiva ricerca della continuit, della semplicit delle teorie, del progresso a piccoli
passi, in cui ogni scienziato ha avuto sempre qualche predecessore che ne ha anticipato le idee [cfr. Agassi 1963, 17-20,
49-64 e passim].
Ad essere privilegiato era dunque il fenomeno del consenso
allinterno della scienza. Si riteneva un dato di fatto la circostanza che, per quanto fossero profonde le controversie
allinterno della comunit scientifica, gli scienziati avrebbero
finito prima o poi per mettersi daccordo [cfr. Laudan 1984,
9-10]. A ci si collegava la convinzione che, al di l delle divergenze, esistesse un corpus di conoscenze ormai indiscusso,
accettato da tutti gli scienziati, per cui le divergenze avevano
luogo solo ai confini della ricerca scientifica, alla periferia delle
costruzioni teoriche, l dove ancora la ricerca era in fieri. Tuttavia si pensava una volta dissodato il terreno, anche in
questi nuovi territori si sarebbe pervenuto ad un accettabile
corpo di conoscenze e di teorie sufficientemente stabili. Anche
ad avviso di Popper, al di l dellenfasi sul costante rivoluzionamento della scienza, il rapporto sussistente tra teorie
successive si collocava allinterno di questo modo di pensare.
Bisogna tuttavia precisare che i grandi maestri nel neopositivismo non erano cos ciechi da ignorare il semplice dato di
fatto che la scienza conosce una storia, che le teorie scientifiche
cambiano e che vengono sostituite da nuove concezioni, pi
precise e generali. E di questo fatto bisognava in qualche modo
dar conto. Gi in passato sullesempio di Poincar [1902,
241-9] si era tentato di mettere insieme cambiamento scientifico e accumulazione della conoscenza allinterno di una visione strumentalistica delle teorie scientifiche, distinguendo le
affermazioni sulla realt sottostante ai fenomeni (le immagini
che ci facciamo della realt) dalla capacit di codificare questi in
un insieme di relazioni coerente, efficiente e semplice, permettendone la predizione: in tale modo teorie successive si sarebbero differenziate solo per lestensione e la precisione del dominio osservativo in esse ricompreso, per cui il progresso non
46

consisterebbe nella elaborazione di teorie sempre pi profonde


e sempre pi vere, ma che hanno piuttosto una sempre pi
ampia codificazione di sempre pi fenomeni [cfr. Worrall
2002, 31-3]. Tale impostazione venne in parte ripresa (senza
la necessit di sposare esplicitamente una posizione strumentalista) nella concezione che ha ricevuto maggior credito
nellambito della tradizione ricevuta: il cosiddetto progresso
delle teorie per riduzione, che rappresenta il modo standard con
cui venne affrontata la problematica della dinamica storica della
scienza ed il punto di convergenza con lideale della scienza
unificata, la quale si ritiene possa essere conseguita per mezzo
di riduzioni interteoriche (ad es. della biologia alla chimica, di
questultima alla fisica, ecc.) da effettuare sul piano linguistico,
indipendentemente da ogni presupposto ontologico [cfr.
Hempel 1966, 151-64]. Grazie a tale concezione levoluzione
della scienza viene concettualizzata modo modo tale da liberare
il progresso scientifico dallidea che esso consista nella semplice accumulazione di nuovi dati osservativi [cfr. Egidi 1979,
141-50].
I pi consistenti contributi alla problematica della riduzione, dopo liniziale formulazione datane da Nagel [1935, 468], sono quelli successivamente forniti da J.H. Woodger
[1956], C.G. Hempel [1951; 1969b], G. Bergmann
[1954], J.G. Kemeny-P. Oppenheim [1956], da Popper
[1957], Quine [1964] e da P. Suppes [1967]. Essi possono
essere accorpati in diverse tipologie: quella proposta da Nagel,
Woodger e Quine (ai quali pu essere associata la posizione di
Hempel), che costituisce il cosiddetto paradigma NWQ;
quella di Kemeny-Oppenheim, che il cosiddetto paradigma
KO; quella di Suppes 5 e quella di Bergmann [cfr. Egidi
1979, 160-62]. Tuttavia la formulazione pi diffusa e nota
quella effettuata da Nagel [1961] in unopera che pu consi5

Segue in parte in tale classificazione Schaffner [1967, 138-9] , anche se a a


questi paradigmi aggiunge un quarto, quello di Popper-Feyerabend-Kuhn,
che a mio avviso non costituisce un vero e proprio approccio autonomo e unitario. Infatti mentre la posizione di Popper pu essere assimilata, come in
seguito vedremo, a quella classica del paradigma NWQ, la posizione di Feyerabend segue Popper solo allinizio della sua carriera nel saggio [1962]. Infine
il Kuhn cui si riferisce Schaffner gi quello della Struttura delle rivoluzioni
scientifiche che, come vedremo, gi ben lontano dal condividere un progresso della scienza per riduzione.

47

derarsi come la massima e pi sofisticata espressione della tradizione ricevuta e che pertanto fornisce la dottrina in qualche
modo ortodossa della riduzione delle teorie proposta nellambito della RV.
In questa sua presentazione pi matura, vengono da Nagel
distinti due tipi diversi di riduzione: la omogenea e
leterogenea.
Nel primo caso v omogeneit tra i termini della scienza
che viene ridotta (la cosiddetta scienza secondaria) e quelli
della scienza a cui essa viene ridotta (chiamata scienza primaria), per cui essi vengono approssimativamente utilizzati con
lo stesso significato in entrambe le scienze. Questo tipo di riduzione ritenuto da Nagel scarsamente problematico si ha
quando delle teorie che hanno raggiunto un alto grado di conferma per i sistemi fisici ai quali esse sono state applicate con
successo vengono estese ad altri ambiti fenomenici:
La teoria della meccanica, per esempio, in un primo tempo fu sviluppata per i moti dei punti-massa (vale a dire per i moti di corpi le
cui dimensioni sono cos piccole da poter venire trascurate in rapporto alle distanze fra i corpi) e fu alla fine estesa ai moti dei corpi
tanto rigidi quanto deformabili. In tali circostanze se delle leggi sono gi state stabilite entro il dominio pi ampio (eventualmente su
una base puramente sperimentale e prima dello sviluppo della teoria), queste leggi sono poi ridotte alla teoria. In questi casi, per, c
una netta somiglianza qualitativa fra i fenomeni che compaiono
nellambito iniziale e in quello ampliato della teoria. Cos, i moti
dei punti-massa sono del tutto simili a quelli dei corpi rigidi, dal
momento che in entrambi i casi i moti implicano solo mutamenti
nella posizione spaziale, anche se i corpi rigidi possono presentare
una forma di moto (rotazione) che i punti massa non presentano.
[cfr. Nagel 1961, 347-8]

Tali teorie sono, pertanto, altamente confermate allinterno


di un certo ambito fenomenico, con un determinato grado di
precisione e, bench sia sempre in linea di principio possibile
che una teoria ben confermata venga improvvisamente rovesciata, ci in pratica non avviene quasi mai, almeno allinterno
dello specificato ambito fenomenico cui si riferisce la teoria e
nei limiti di approssimazione stabiliti. Pu invece capitare che,
estendendo la teoria a nuove specie di fenomeni, la cui spiegazione o addirittura esistenza non era stata inizialmente prevista,
essa possa subire delle sconferme, andando incontro a dei fallimenti predittivi. In questo caso, il fatto che si abbia a che fare
48

con nuovi fenomeni impone che la teoria venga modificata corrispondentemente, introducendo nuove tecniche di misura,
nuove strumentazioni e quindi nuove regole di corrispondenza
che la mettano in grado di trattare i nuovi fenomeni empirici.
In tal modo la vecchia teoria viene sostituita con una nuova che
abbraccia un ambito fenomenico pi vasto del precedente ed il
progresso della scienza viene concepito come una successione
di teorie il cui ambito esplicativo via via esteso ad ambiti
sempre pi vasti ed in cui la teoria che viene per ultima ricomprende in s tutte le precedenti. Secondo questo approccio,
dunque, non v autentica falsificazione di una teoria, in quanto questultima il risultato della illecita, anche se necessaria,
estensione della teoria originaria ad un pi esteso campo
desperienza; la vecchia teoria rester comunque valida allinterno del suo originario ambito fenomenico [cfr. Suppe 1974,
53-4].
Nel caso della riduzione eterogenea, una teoria secondaria
viene assorbita in una teoria primaria pi generale, diventandone solo una conseguenza deduttiva; cos ad esempio avvenuto con la riduzione della termodinamica alla meccanica
statistica e alla teoria cinetica della materia o con la riduzione
delle leggi di Keplero alla dinamica di Newton [Suppe, 54-5].
In questo caso, sostiene Nagel,
un insieme di tratti distintivi di un qualche argomento viene assimilato a ci che evidentemente un insieme di tratti distintivi assolutamente diversi. In tali casi i tratti distintivi che sono materia
della scienza secondaria ricadono nella giurisdizione di una teoria,
che allorigine pu essere stata destinata a trattare materie qualitativamente diverse e che non include neppure, nel proprio insieme di
distinzioni teoriche basilari, alcuni dei termini descrittivi caratteristici della scienza secondaria. La scienza primaria sembra cos annullare le distinzioni consuete in quanto spurie e affermare che
quelle, che risultano prima facie caratteristiche indiscutibilmente
differenti delle cose, sono in realt identiche [Nagel 1961, 348-9].

Ci avviene perch in riduzioni di questo tipo, la scienza


secondaria si serve, nella sua formulazione di leggi e teorie, di
alcuni predicati descrittivi specifici che non sono inclusi nei
termini teorici fondamentali n nelle regole di corrispondenza
relative della scienza primaria [ib., 351].
Come Nagel fa notare, mentre nella riduzione omogenea il
vocabolario teorico VT in cui sono formulate le leggi della teoria secondaria il medesimo di quello della teoria primaria,
49

invece nel caso della riduzione eterogenea il vocabolario teorico


della scienza secondaria contiene termini che non ricorrono nel
vocabolario teorico della scienza primaria. Mentre nel primo
caso non sussistono, per Nagel, problemi particolari per la effettuazione della riduzione, invece nel secondo caso egli ritiene
sia necessario che vengano rispettati innanzi tutto due requisiti
di carattere formale:
1. La condizione di connettibilit: devono essere introdotte
assunzioni di un qualche tipo le quali postulino adeguate relazioni fra ci che pu venir significato da A
[= termine teorico della scienza secondaria, assente in
quella primaria] e i tratti caratteristici rappresentati dai
termini teorici gi presenti nella scienza primaria [ib.,
363]. In sostanza si richiede lesistenza di postulati o
regole di corrispondenza che facciano in qualche modo da
ponte tra le due scienze e cos permettano di eliminare
la eterogeneit esistente tra i rispettivi enunciati teorici.
2. La condizione di derivabilit: servendosi delle assunzioni
introdotte col precedente requisito, tutte le leggi della
scienza, incluse quelle che contengono il termine A,
devono risultare logicamente derivabili dalle premesse
teoriche e dalle relative definizioni coordinatrici della
disciplina primaria [ibidem].
Ma affinch tali due requisiti possano essere soddisfatti,
Nagel indica quella che una ovvia esigenza, e cio che i
termini teorici appartenenti ad entrambe le teorie che entrano
nel processo di riduzione abbiano un significato esente da
ambiguit, fissato da regole duso codificate o da procedure determinate, proprie di ogni disciplina[ib., 354]. questa una
semplice esigenza di massima chiarezza, senza la quale sarebbe
difficile dire esattamente cosa si riduce e se effettivamente la riduzione ha avuto successo; essa ha carattere ideale, nel senso
che rappresenta pi un compito da raggiungere che una condizione effettivamente presente in ogni scienza, e tuttavia di
estrema importanza che le espressioni appartenenti ad una
scienza possiedano significati che sono fissati dalle sue specifiche procedure di spiegazione [ib., 361].
A tali requisiti formali Nagel affianca due ulteriori requisiti
aventi carattere non-formale:
1. Non sufficiente che sia possibile dedurre logicamente
50

la scienza secondaria da quella primaria, in quanto ci


potrebbe avvenire anche a partire da premesse arbitrarie
che vengono introdotte ad hoc. ritenuto pertanto ragionevole imporre il requisito che le assunzioni teoriche della scienza primaria debbano essere convalidate da
una prova empirica dotata di un certo grado di efficacia
dimostrativa [ib., 367]. Questo requisito
lequivalente del terzo requisito di carattere logico introdotto da Hempel per il suo modello della spiegazione
nomologico-deduttiva (ovvero, lexplanans deve essere
controllabile indipendentemente dallexplanandum) e
serve allo stesso scopo: evitare la possibilit di riduzioni
o spiegazioni ad hoc. Anche in questo caso esso serve ad
assicurare che la riduzione (cos come la spiegazione nel
caso hempeliano) costituisca un reale progresso cognitivo, in modo che lincorporazione nella scienza primaria
della scienza secondaria porti ad un ulteriore sviluppo
di questultima col fornire teoremi atti ad incrementare
o a correggere il patrimonio di leggi della scienza secondaria comunemente accettate [ib., 367, 370].
2. Una riduzione si rivela feconda anche quando permette
di porre in luce le strette e spesso sorprendenti relazioni
che esistono tra le leggi sperimentali appartenenti alle
due teorie, come ad es. avvenuto con la riduzione della
termodinamica alla meccanica statistica, nella quale sia il
secondo principio della termodinamica, sia la legge di
Boyle-Charles sono derivabili dallo stesso insieme di
principi teorici della meccanica statistica. Di conseguenza si dimostra che leggi sperimentali apparentemente
indipendenti (comprese quelle termiche) implicano una
componente invariante comune rappresentata da un parametro teorico che si lega strettamente di volta in volta
a tipi diversi di dati sperimentali. Ne consegue che la
riduzione della termodinamica alla teoria cinetica non
fornisce solo una spiegazione unitaria delle leggi della
prima disciplina; essa integra anche queste leggi in modo che la prova direttamente rilevante per ciascuna di
esse pu servire come prova indiretta per le altre, e che
la prova disponibile per ognuna delle leggi rafforza cumulativamente vari postulati teorici della scienza primaria [cfr. ib., 370-1].
sulla base di questa teoria della riduzione che viene con51

cepito il progresso scientifico. Certo, Nagel evita di pronunziare giudizi ultimativi; la riduzione, infatti, dipende da varie circostanze: dalle fasi di sviluppo delle singole scienze, dalla disponibilit di teorie adatte alla riduzione, dalla opportunit o
meno di procedere ad essa, ecc. Per cui ritiene che la riducibilit (come anche la irriducibilit) di una scienza ad unaltra sia
storicamente contingente ed in ogni caso richiede che le teorie
coinvolte abbiano raggiunto una fase matura di sviluppo [cfr.
ib., 371-3].
Il quadro concettuale stabilito della teoria della riduzione
pu essere sinteticamente presentato con le parole di Suppe:
La tesi della riduzione d luogo al seguente quadro del progresso o
sviluppo scientifico: la scienza stabilisce teorie che, se altamente
confermate, sono accettate e continuano ad essere accettate come
relativamente libere dal pericolo di successive sconferme. Lo sviluppo della scienza consiste nella estensione di tali teorie a pi larghi
domini (prima forma di riduzione), nello sviluppo di nuove teorie
pi altamente confermate per domini correlati e nellincorporazione delle teorie confermate in pi comprensive teorie (seconda
forma di teoria della riduzione). La scienza perci unimpresa
cumulativa che estende ed aumenta i vecchi successi con quelli nuovi; le vecchie teorie non sono rigettate e abbandonate una volta che
siano state accettate; esse sono solo superate da teorie pi comprensive alle quali sono ridotte. [Suppe 1974, 55-6]

questa la visione dello sviluppo della scienza spesso definita come cumulativa o continuista. Per essa nulla va perduto
nel passaggio da una teoria meno generale ad unaltra pi generale; le predizioni della vecchia teoria non vengono improvvisamente invalidate, ma solo limitate ad un pi preciso ambito, fuori del quale perderebbero il loro valore: cos la meccanica newtoniana non stata spodestata da quella relativistica, ma
solo ritenuta valida allinterno di un universo in cui i corpi
non abbiano velocit vicine a quella della luce [cfr. Toulmin
1953, 82-3]. Essa allora non altro che una restrizione della
meccanica relativistica da cui, con opportune assunzioni, pu
essere dedotta. Il modello che sottintende il rapporto tra teorie
successive non altro che una riproposizione del modello di
spiegazione nomologico-deduttiva perfezionato da Hempel
[1965]: il legame che tiene insieme teorie successive nel tempo
analogo (anzi, identico) a quello che fa derivare
lexplanandum dallexplanans. Lo sviluppo scientifico non
che un capitolo della logica della spiegazione scientifica cos
52

come stata canonizzata dai maestri del neoempirismo, primo


fra tutti Hempel.
importante notare, inoltre, che a costituire il nucleo centrale dello sviluppo della scienza nella tradizione ricevuta non
tanto la cura con cui si cerca di definire il come avvenga la transizione e cio quali siano le caratteristiche logiche, gnoseologiche, psicologiche o sociologiche ritrovabili nella transizione
da una teoria allaltra: su questo punto v variet di posizioni
che tengono comunque ferma la tradizionale convinzione che
tale aspetto appartiene pi al contesto della scoperta che a quello della giustificazione (in base alla distinzione che vedremo tra
poco). Piuttosto, ad essere importante , in primo luogo, la valutazione del sostegno empirico di una teoria (ovvero, come
vedremo, il problema della verifica o conferma); in secondo
luogo ed ci che qui pi ci interessa riuscire a stabilire
quali relazioni logiche esistano tra teorie successive, in modo da
far vedere come la scienza sia unimpresa unitaria procedente
per formulazioni di teorie sempre pi generali cui le precedenti, in linea di principio, possono essere ridotte.
In questo caso Popper manifesta un suo particolare modo
di intendere il rapporto tra teorie successive, quando affronta la
questione della relazione esistente tra la fisica terrestre di Galileo (nonch quella celeste di Keplero) e la dinamica di Newton
[cfr. Popper 1957]. Popper non mette in discussione il fatto
che la dinamica newtoniana abbia realizzato lunificazione tra
fisica terrestre galileiana e fisica celeste kepleriana. Ci che egli
contesta laffermazione che sia possibile ricavare per induzione la prima dalle seconde, o addirittura dedurla rigorosamente
da tali leggi. In effetti, da un punto di vista logico, la teoria di
Newton, strettamente parlando, contraddice sia quella teoria di
Galileo sia quella di Keplero [Popper 1957, 265; cfr. anche
1984, 159], per cui impossibile che la prima sia derivabile
induttivamente o deduttivamente dalle seconde: Tutto ci
mostra che la logica, deduttiva o induttiva, non pu fare il
passo da queste teorie alla dinamica di Newton. Solo il genio
pu farlo [Popper 1957, 269]. Insomma, Popper critica ci
che i neopositivisti (nella versione che ne d Nagel) avevano
denominato prima forma di riduzione (o riduzione omogenea), in quanto non ritiene che sia possibile ricavare per estensione una nuova teoria da una vecchia. Il che non esclude, per, che, venuti in possesso, mediante lingegnosit, della nuova teoria non sia possibile stabilire dei rapporti tra le due teo53

rie: Solo dopo che disponiamo della teoria di Newton possiamo


trovare se e in che senso le vecchie teorie si possono dire sue approssimazioni [ib., 269; cfr. anche 1984, 163]. 6 La nuova
teoria, insomma, spiega quelle vecchie, e cio le contiene, anche
se in modo approssimato; ovverosia, le spiega correggendole. In
pratica Popper finisce per assumere una posizione assai simile
a quella di Hempel, il quale dopo aver anche lui constatato
che la legge gravitazionale di Newton, lungi dallessere una
generalizzazione induttiva basata sulle leggi di Keplero, , strettamente parlando, incompatibile con esse [Hempel 1965,
344] parla di spiegazione nomologico-deduttiva approssimata, in cui le leggi ridotte sono implicate solo approssimativamente. 7
Tuttavia n Popper n Hempel chiariscono cosa si intende
esattamente per spiegazione deduttiva approssimata: si vuole solo
affermare che i risultati numerici delle due teorie sono molto
vicini? Ma se fosse solo questo non si capirebbe la necessit di
concepire le teorie successive come legate da un rapporto nomologico-deduttivo, giacch anche teorie che non hanno nulla
in comune possono benissimo fare delle predizioni numericamente assai simili. Oppure si intende introdurre un tipo di
spiegazione diverso da quello proprio del modello nomologico-deduttivo? Ma allora sarebbe chiaro che una spiegazione di
tal genere difficilmente potrebbe essere definita deduttiva nel
senso rigoroso del termine.
In ogni caso, riguardo questo punto, possiamo facilmente
vedere come Popper rimanga allinterno della strada tracciata
dai maestri del neoempirismo, rifiutando solo la prima versione della teoria della riduzione: si perviene ad una nuova
teoria non per estensione (induttiva o deduttiva che sia) ma
6

Si pu notare, per inciso, che unimpostazione assai simile propria anche


di Gaston Bachelard [1934, 39-40], che pur si formato allinterno di una
tradizione scientifico-filosofica del tutto diversa da quella di Popper.
7
Quando una teoria scientifica scalzata da unaltra, nel senso in cui la
meccanica classica e lelettrodinamica sono state superate dalla teoria speciale
della relativit, allora la teoria successiva avr generalmente un pi largo ambito esplicativo includendo fenomeni di cui la precedente teoria non dava
conto; inoltre essa provveder di regola spiegazioni approssimate delle leggi
empiriche implicate da quelle che la precedevano. Perci la teoria speciale
della relativit implica che le leggi della teoria siano molto da vicino soddisfatte nei casi comportanti il movimento solo a velocit che siano piccole rispetto a quella della luce [Hempel 1965, 345].

54

per sostituzione, in cui la nuova teoria il frutto della libera


creativit dello scienziato, anche se dopo linvenzione, pure
Popper ritiene esista una relazione tra la vecchia la nuova teoria, giacch, egli afferma, affinch la T2 sia migliore della T1 si
richiede a) che essa contenga T1 come sua approssimazione di
modo che essa possa spiegare il successo di T1, e b) che essa
spieghi tutto quello che T1 non riusciva a spiegare almeno meglio di quanto abbia fatto T1 [cfr. Popper 1974b, 1012]. Insomma, al di l della retorica della scienza come rivoluzione
permanente, la posizione di Popper di fatto non contraddice
linsegnamento fondamentale della RV (come espresso nella
seconda forma della teoria della riduzione), ma solo lo completa col sottolineare vigorosamente le modalit del cambiamento
scientifico: per congetture e confutazioni; aspetto, questo normalmente trascurato dal neopositivismo, maggiormente interessato ad indagini sincronico-strutturali delle scienze miranti
alla chiarificazione di temi quali la relazione tra teoria ed esperienza (problema della conferma, dellinduzione ecc.) o la relazione logica tra teorie successive (gi ben sviluppate e possibilmente assiomatizzate).
Ci a cui si teneva nella RV era la possibilit di conciliare il
progresso della scienza (e quindi il cambiamento e la sostituzione delle teorie) con la convinzione che le teorie, anche se
superate, mantengono una loro pur limitata validit; ci allo
scopo di assicurare alla scienza quella continuit e cumulativit
che sembravano farne un ambito di conoscenza privilegiato rispetto ad altre discipline sempre in continuo rivoluzionamento
e per le quali era difficile poter parlare di un progresso nel
tempo (come ad es. in filosofia e in metafisica), edificato sul
successo o sulle conquiste conseguite grazie alle teorie precedenti. Ci poteva essere assicurato solo rifiutando di considerare definitivamente morte le teorie superate, con lammettere
ad esempio la falsit delle leggi di Keplero e Galilei, e spiegando mediante la teoria della riduzione in cosa consista il progresso effettuato da Newton. In Popper si ha un atteggiamento
pi rivoluzionario: il cammino della scienza cosparso dei cadaveri delle teorie spodestate; eppure ci solo unapparenza,
in quanto poi Popper risuscita tali teorie-cadaveri per far vedere come esse, tutto sommato, siano solo un caso particolare
della teoria che le ha uccise. In pratica, le vecchie teorie, anche
se confutate, hanno ancora una loro validit: la meccanica newtoniana viene ridimensionata nelle sue pretese, senza per
55

cessare di esser vera allinterno di un vasto ambito fenomenico.


A voler definire ladeguatezza di una teoria da un punto di vista metodologico (e cio in termini di capacit esplicativa e
predittiva, di gradi di falsificabilit, universalit, semplicit,
ecc.), non v dubbio che ogni teoria ben corroborata, anche se
poi superata da una successiva, ha una sua validit definitiva
(allinterno dellambito che sar specificato chiaramente solo
alla luce delle teorie successive), non scalfibile dalla futura evoluzione della scienza: da questo punto di vista nessuna teoria
muore veramente.
Il fatto che nel tematizzare il cambiamento scientifico si
puntasse lattenzione al rapporto tra due teorie successive, piuttosto che alle motivazioni o cause che avevano portato dalluna
allaltra, era la conseguenza di una classica dottrina che si era
affermata sin dallinizio del positivismo logico e che mirava a
separare nettamente il momento cognitivo, valutabile mediante
unaccurata analisi razionale supportata dagli strumenti formali
della logica, e quello invece che ha a che fare con gli aspetti
contingenti di natura psicologica e sociale che possono avere importanza per laneddotica della scoperta scientifica, ma
che nulla dicono sulla rilevanza cognitiva delle teorie n sul
grado del loro supporto empirico e razionale. Insomma, la
tesi per cui bisogna nettamente distinguere il cosiddetto contesto della scoperta dal contesto della giustificazione[cfr.
Schickore & Steinle 2006].
Effettuata a suo tempo da Kant in termini generali, poi riferita alle teorie scientifiche da Cassirer [1920, 485] ed in seguito fatta propria da Popper [1934], Carnap [1928, 80;
1938] e da Reichenbach [1938, 6-7, 382; 1949, 178-9;
1957, 6-7], tale dottrina costituisce uno dei punti caratterizzanti di tutto il movimento neopositivista e un elemento cruciale della tradizione ricevuta. Essa sottolinea il fatto che nella
scienza non hanno tanto importanza le questioni di origine,
quanto quelle di validit aventi a che fare con il problema
dellaccertamento, una volta che la teoria sia stata congetturata, della sua accettabilit per mezzo del controllo empirico.
Afferma Popper nella sua Logica della scoperta scientifica
[1934, 9-10]:
Lo stadio iniziale, latto del concepire o dellinventare una teoria
non mi sembra richiedere unanalisi logica n esserne suscettibile.
La questione: come accada che a un uomo venga in mente unidea
nuova un tema musicale, o un conflitto drammatico o una teoria

56

scientifica pu rivestire un grande interesse per la psicologia empirica ma irrilevante per lanalisi logica della conoscenza scientifica.
Questultima prende in considerazione non gi questioni di fatto (il
quid facti? di Kant), ma soltanto questioni di giustificazione o validit (il quid juris? di Kant). Le sue questioni sono del tipo seguente.
Pu unasserzione essere giustificata? E, se lo pu, in che modo?
possibile sottoporla a controlli? logicamente dipendente da certe
altre asserzioni? O le contraddice? Perch unasserzione possa essere
esaminata logicamente in questo modo, devesserci gi stata presentata; qualcuno deve averla formulata e sottoposta ad esame logico.

Ne segue che necessario operare una


netta distinzione tra il processo che consiste nel concepire una nuova idea, e i metodi e i risultati dellesaminarla logicamente. Per
quanto riguarda il compito della logica della conoscenza in quanto
distinta dalla psicologia della conoscenza proceder basandomi sul
presupposto che esso consista unicamente nellinvestigare i metodi
impiegati in quei controlli sistematici ai quali deve essere sottoposta ogni nuova idea che si debba prendere seriamente in considerazione. [...] il mio modo di vedere la cosa per quel che vale che
non esista nessun metodo logico per avere nuove idee, e nessuna ricostruzione logica di questo processo. Il mio punto di vista si pu
esprimere dicendo che ogni scoperta contiene un elemento irrazionale o unintuizione creativa nel senso di Bergson [ib., 10-1].

Tale distinzione stata introdotta allo scopo di combattere innanzi tutto lo psicologismo in campo logico: quando si parla
di legge logica, sostiene Frege, si intende qualcosa di totalmente diverso da una legge psicologica: questultima descrive il
comportamento di fatto tenuto dagli uomini, il modo comune, intermedio di pensare; allo stesso modo come potrebbe
venir indicato in che modo proceda nelluomo la digestione
sana, o in che modo si parli in forma grammaticalmente esatta,
o in che modo si vesta modernamente [Frege 1893, 485-6].
Invece la legge logica enuncia ci che deve essere, stabilisce come si debba pensare ovunque e ogniqualvolta si voglia giudicare in modo vero; essa ha carattere normativo. Insomma, lo psicologismo avrebbe il vizio capitale di confondere sistematicamente ci che ha la natura di una regola o di una norma con
ci che invece esprime solo un principio di funzionamento o
una legge psicologica. Da questa scelta in favore del normativismo in logica si ebbe un notevole impulso ad operare
anche in filosofia della scienza una distinzione analoga con la
dottrina dei due contesti [cfr. Engel 2000, 55-7].
In tal modo si procedette a distinguere il campo proprio
57

dellepistemologia (intesa quale filosofia della scienza) da quello della psicologia (e della sociologia), perch ci che sta pi a
core dei sostenitori della RV liberare dalla influenze deformanti la scienza, in modo da metterne in luce il cucleo razionale: al pi essere a tal fine potevano utili le ricerche di carattere storico e sociologico [cfr. Feigl 1961, 15]. E tale distinzione, col mettere laccento sul momento del controllo, finisce col
privilegiare la fase successiva alla elaborazione delle teorie: la fase in cui queste vengono giustificate e viene eventualmente loro
assegnato un certo grado di conferma in base allesperienza disponibile. La genesi delle teorie viene abbandonata allatto
creativo dello scienziato, ovvero ad un processo psicologico che
ha ben poco a che fare con la logica, deduttiva o induttiva che
sia. Questultima non pu essere in alcun modo giustificata in
quanto di esclusiva pertinenza della psicologia del soggetto,
cos come aveva gi indicato Hume. E difatti per molti filosofi
della scienza la posizione del filosofo scozzese rimane una acquisizione insuperabile del pensiero, e non un problema da
risolvere con rinnovati tentativi e strumenti logico-formali. O,
detta con le parole di Popper, il problema di Hume diventa
risolvibile semplicemente ammettendo che non c induzione,
perch le teorie universali non sono mai deducibili da asserzioni singolari [Popper 1934, xv].
Ogni problema di filosofia della scienza doveva pertanto
concernere la struttura logica della scienza e delle sue argomentazioni, con una rigida separazione tra il contesto della scoperta
consegnato alla irrazionalit della psicologia e quello della
giustificazione, sul quale dovevano concentrarsi gli sforzi dei
filosofi della scienza. Si pu sostenere che appunto tale distinzione veniva a costituire il comune presupposto di tutti i filosofi della scienza fino agli anni Sessanta, ivi compreso il contestatore Popper. Come ben evidenzia Toulmin,
i convincimenti di fondo erano: (1) che un attento esame analitico
delle argomentazioni che emergono nel contesto della giustificazione scientifica metter in luce che la scienza naturale, praticata in
modo proprio, deve disporre di un canone, di un metodo o organon; (2) che le procedure fondamentali di questo metodo possono
essere appropriate ed espresse in algoritmi formali, che correlino le
osservazioni empiriche della scienza alle proposizioni teoretiche,
nei termini delle quali le prime devono essere spiegate; e (3) che la
razionalit delle scienze naturali risiede nel loro conformarsi a
questo insieme di procedure formalmente valide. [Toulmin 1977,
102]

58

Il rifiuto di una logica della scoperta cio della possibilit


di fornire canoni razionali che guidino lo scienziato nellarte
dellinvenzione o permettano di analizzarne logicamente il
comportamento in questa fase della sua attivit, lascia come sola
possibilit quella concepire una logica della giustificazione nella quale viene recuparata linduzione su base probabilistica, nel
contempo sviluppata allinterno della teoria della probabilit.
Come afferma Hempel, bench nessuna restrizione sia imposta sulla invenzione delle teorie, loggettivit scientifica salvaguardata facendo dipendere la loro accettazione dal risultato di
accurati controlli. Questi consistono nel derivare dalla teoria
delle conseguenze che permettono indagini osservative o sperimentali e quindi nel controllarle con idonee osservazioni o
esperimenti [Hempel 1966b, 32]. Sarebbe in tal modo possibile valutare su basi probabilistiche il supporto empirico che
una certa legge o teoria una volta che sia stata formulata
abbia ricevuto dallesperienza, in base ai controlli effettuati ed
agli esperimenti di laboratorio eseguiti. Ci spiega la grande
cura e il grande sfoggio di intelligenza e sofisticazione logica
che in ambito neopositivista e nella tradizione ricevuta si sono
esplicati nel tentativo di fornire una valutazione razionale del
grado di conferma delle leggi e teorie scientifiche, facendo
uso dei pi sofisticati strumenti del calcolo probabilistico (ed
in ci stato maestro Carnap).
Sono questi gli aspetti fondamentali che hanno caratterizzato
limmagine tradizionale della scienza come consegnataci dai
grandi protagonisti della stagione dellempirismo logico, alcuni dei quali ripresi da quella tradizione ricevuta descritta nel
1.1 e della quale essi si concepiscono come eredi; altri invece
pi specificatamente elaborati nellambito della Received View
prima descritta. In sintesi: (a) un approccio che esalta della
scienza il suo aspetto razionale (ma non razionalista), la sua natura empirica, e individua nel metodo lelemento che la rende
peculiare e le ha permesso lo straordinario successo nella conoscenza della natura, onde il proposito di estenderne
lapplicazione anche alle altre attivit intellettuali umane che si
pongano il medesimo obiettivo epistemico, come le scienze
umane e storiche; (b) una concezione della scienza come asettico rapporto tra il soggetto e loggetto, in cui deve essere eliminata ogni considerazione sentimentale e che risulta indifferente
a determinazioni sociali, psicologiche, religiose, di genere e
razziali, in favore della sua neutralit ed oggettivit, intesa come
59

possibilit di accordo intersoggettivo; (c) la esaltazione della


logica matematica contemporanea come lo strumento principe
per dare rigore alle argomentazioni e per esaminare la struttura
della scienza, che viene concepita come un sistema linguistico
in cui le teorie sono dei calcoli interpretati e connessi
allesperienza mediante delle regole di corrispondenza; (d) una
impresa cognitiva fortemente centrata sulla fisica, che viene assunta a modello di conoscenza, con un interesse precipuo per
lanalisi delle sue strutture formali; (e) infine, una visione del
legame tra teorie successive basato sulla riduzione, che permetta di conciliare la continuit e laccumulo della conoscenza con
il dato di fatto del cambiamento scientifico.
Una visione rassicurante, spesso ancora oggi condivisa da
molti scienziati e diffusa tra le persone di media cultura, che
supporta una visione della tecnologia come naturale espressione di una conoscenza scientifica neutrale e che consegna allo
scienziato la decisione sulla risoluzione dei problemi
dellumanit. Da questo dominio della espertocrazia che
trova la propria legittimit nella indiscutibilit della scienza
sempre pi segnata la societ contemporanea, in cui la decisione democrativa viene sempre pi sottratta alla decisioni popolari per essere delegata a chi in possesso di una conoscenza
che si ritiene al di sopra delle parti.
Ma come proprio questa concezione entra in crisi a cominciare dagli anni 60, rimettendo in discussione le certezze che
sino ad allora avevano governato sia la comunit degli scienziati
e dei filosofi della scienza, sia gli intellettuali che hanno responsabilit nella gestione delle moderne societ democratiche.
Analizziamone i punti salienti.
1.2.2. La critica della RV La crisi della RV non avviene tutta
in una volta, ma seguito di un lungo processo in cui vengono
innanzi tutto modificati i principali punti della sua impostazione, specie in relazione alla questioni riguardanti le regole di
corrispondenza, la significanza cognitiva, lo status dei termini
teorici con la conseguente distinzione teoria-osservazione, e le
regole logiche sottostanti alla formulazione delle teorie, in riferimento particolare ai problemi sollevati dal condizionale materiale [cfr. Suppe 1974, 16-53]. La insoddisfazione per tali
tentativi di modifica porta pian piano molti critici a metterne
in discussione tutti i capisaldi, a cominciare da quelli pi specifici, concernenti i particolari concetti metodologici e teorici
60

elaborati nel suo seno elaborati. Allinizio, come prima detto,


tali critiche erano considerate dei meri dissensi locali che vertevano su punti da chiarire tecnicamente e dei quali si aveva fiducia che il progresso dellanalisi e della riflessione critica sarebbe prima o poi venuta a capo; e spesso erano gli stessi studiosi che si collocavano allinterno di essa a rendersi conto della insufficienza di certe soluzioni, pur mantenendo sempre
ferma la fiducia possibilit di una loro soluzioni: un caso di
questi stato appunto Hempel, che nel tempo ha mutato le
proprie concezioni, ha progressivamente liberalizzato
loriginaria impostazione empirista ed ha cercato nuove soluzioni a vecchi problemi, senza tuttavia mai cedere a posizioni
di rigetto globale e acritico della tradizione nella quale era cresciuto e mantenendo cos sempre vivo lo spirito
dellempirismo logico [Salmon 1999].
Lerosione delle posizioni ereditate dal positivismo logico
avviene innanzi tutto grazie a un piccolo drappello di studiosi
che nel tempo ne hanno criticato alcuni aspetti chiave, pur
senza riuscire scuoterne ledificio. Sono filosofi che hanno
pubblicato i loro contributi critici prima dello spartiacque costituito dallopera di Kuhn [1962] e che sono stati valorizzati
solo successivamente quali importanti prodromi del diluvio
poi avvenuto; ci riferiamo a pensatori come N.R. Hanson
[1958], Michel Polanyi [1958], Stephen Toulmin [1962],
Paul K. Feyerabend [1962] e ancora pi lontano nel tempo
Willard v. O. Quine [1951] e Wilfrid Sellars [1956], per
non parlare dellombra lunga del secondo Wittgenstein
[1952] che ha influenzato molti autori nel loro approccio al
pensiero scientifico, in particolare Feyerabend col dargli
labbrivio per cominciare a riflettere sul problema
dellincommensurabilit [cfr. Feyerabend 1977, 44].
Uno dei primi e pi importanti punti di attacco, che ha
una funzione dirompente e che tanta fortuna ha conosciuto
nella filosofia degli ultimi decenni sino a diventare un leitmotiv del pensiero contemporaneo suonato sullaccordo fondamentale nietzschiano per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni la cruciale distinzione fatta nellambito della
RV tra teorico ed osservativo.
Come abbiamo visto, la strategia comune sia a Popper che
ai neopositivisti nel concepire il progresso della scienza per
mezzo del concetto di riduzione pur con le differenze evi61

denziate si fonda sul rispetto di un requisito essenziale indicato da Nagel: che i termini teorici appartenenti alle due teorie
che si succedono mantengano il medesimo significato; ovvero
che il senso dei termini appartenenti al VT della scienza secondaria deve essere il medesimo di quello da essi posseduto nella
scienza primaria, o sia comunque ad esso riducibile mediante
opportune regole di traduzione. Inoltre ritenuto anche necessario che i termini teorici appartenenti ad una teoria siano forniti di significato empirico mediante degli appositi principi di
collegamento con la base empirica, cio che il vocabolario teorico sia collegato da appropriate regole di corrispondenza a quello empirico: collegamento questo quanto mai problematico.
Mentre questultima questione ha carattere prevalentemente logico (si tratta di andare ad indagare la struttura di una teoria,
differenziarne i vari elementi e quindi trovare le reciproche
connessioni; in particolare si tratta di trovare la formula pi efficiente che permetta di collegare vocabolario teorico e vocabolario osservativo), il problema della costanza di significato tra i
termini teorici di teorie successive ha, invece, un aspetto pi
caratterizzato in senso storico: bisogna accertarsi se di fatto i
termini omonimi in teorie successive hanno mantenuto lo
stesso significato oppure ormai denotano cose diverse e sono
tra loro inconfrontabili. Si tratta, cio in questultimo caso, di
vedere quanto sia adeguata questa differenziazione a cogliere
quanto effettivamente fatto dagli scienziati quando eleborano le
loro teorie scientifiche.
Gi da questultimo punto di vista Popper aveva cominciato a delegittimare sin dalle sue prime opere la convinzione
di una netta demarcazione tra teorico ed osservativo [cfr. Popper 1934, 101-3], in quanto
quasi tutte le asserzioni che facciamo trascendono lesperienza. Non
c nessuna linea netta di divisione fra un linguaggio empirico e
un linguaggio teorico: teorizziamo continuamente, anche quando
facciamo la pi banale osservazione singolare. [] Cos non soltanto le teorie esplicative pi astratte, ma anche le asserzioni singolari
pi ordinarie, trascendobno lesperienza. Infatti, anche le asserzioni
singolari ordinarie sono sempre interpretazioni dei fatti alla luce di
teorie. [Popper 1934, 478-9]

E a tale convincimento egli rest sempre fedele [cfr. Popper


1948; 1975, 101-2], anche se rifiut di trarne le conseguenze
che poi gli altri critici ne ricaveranno. Sulla strada da lui intrapresa si sono avviati altri filosofi della scienza, che lhanno per62

corsa sino in fondo con maggiore decisione e pi agguerrite argomentazioni logiche, portando un critica stringente alla distinzione tra teorico ed osservativo. Dopo la critica serrata operata da Quine gi nel 1951 alla distinzione tra analitico e sintetico [cfr. Quine 1951], che per non aveva scosso la fiducia
nella possibilit di operare comunque la distinzione tra teoria
ed esperienza, sono stati in particolare Peter Achinstein [1965,
1968] e Hilary Putnam [1962] a dimostrare, come nota Suppe [1974, 83], che
i significati della maggior parte dei termini non logici in un linguaggio scientifico naturale sono tali da poter essere usati sia in riferimento a ci che potrebbe plausibilmente esser detto osservabile,
come anche in riferimento a ci che potrebbe altrettanto plausibilmente esser interpretato come non-osservabile. Donde non esiste
una divisione naturale dei termini in osservabili e non osservabili.

Una conclusione cui giunto anche Hempel [1973] il


quale, nel riferirsi alle proposizioni osservative che avrebbero
dovuto avere il fardello nella concezione standard di assicurare linpretazione dei termini teorici contenuti nella teoria e
di assicurare una comune base intersoggettiva e pubblica alla
scienza, fa osservare come la possibilit di individuare i termini osservativi non dipenda dalle capacit biologiche della specie homo sapiens, ma un frutto della cultura e la conseguenza
di un dato addestramento linguistico e scientifico: un predicato non osservativo tout court,, ma sempre relativamente ad
una data persona. La conseguenza che non si pu ritenere
che il carattere pubblico e intersoggettivo dellevidenza grazie
alla quale le teorie scientifiche sono controllate venga assicurato
dallesclusivo uso di predicati osservativi nella descrizione di
tale evidenza [ib., 212]. Inoltre aggiunge Hempel la nozione di osservabilit estremamente artificiosa, perch il controllo di una teoria o il significato dei suoi termini teorici non
avviene sulla base di ci che intuitivamente dato
nellesperienza, ma in base ad un vocabolario gi consolidato
ed appartenente a teorie gi accettate, per cui la bese empirica
di una teoria di fatto costituita dai predicati gi disponbili e
che hanno dato prova di s nella scienza. Anche in questo caso,
tuttavia, si ha a che fare con un concetto storico-pragmatico,
perch il vocabolario gi disponibile tale sempre in relazione alla introduzione di una tetoria data: il carattere pubblico ed
intersoggettivo di una teoria legato alluniformit con cui il
vocabolario gi esistente usato degli scienziati addestrati nel
63

settore [ib., 213].


Hempel come anche Popper sulla lama di un rasoio:
egli infatti non vuole arrivare, con tali correzioni, alla tesi poi
sostenuta da Feyerabend (da lui esplicitamente menzionata)
che ogni cambiamento teorico comporti un cambiamento nei
significati dei termini, in quanto gli pare che ci porterebbe alla conclusione che i principi teorici sarebbero tali da rendere
ogni teoria vera, vanificando con ci ogni carattere empirico
della scienza: una tesi, questa, insostenibile e in ogni caso
non sufficientemente chiara da permetterne una valutazione
soddisfacente [ib., 211]. Nondimeno egli abbandona un requisito tipico del punto di vista analitico rigoroso, cio che una
teoria sprovvista di una esplicita interpretazione in termini
chiaramente compresi ed empiricamente radicati sia destituita
di ogni significato cognitivo; a tale punto di vista troppo restrittivo egli preferisce lidea che vi siano altri modi, rispetto
alla interpretazione linguistica esplicita, per rendere intellegibili i concetti e imparare a usare nuove espressioni, giungendo a
un buon accordo interpersonale: non solo come gi detto
grazie alla formazione di un corpo di principi teorici che connetono i nuovi termini teorici tra loro e ai termini gi precedentemente disponibili, ma in quanto la precisione e
luniformit nelluso dei termini teorici sono ulteriormente assicurate attraverso vari tipi di condizionamento grazie a strumenti linguistici non espliciti che gli scienziati ricevono nel
corso del loro addestramento professionale [ib., 216]. E il riferimento alle suggestive osservazioni effettuate in merito da
Kuhn [1962] qui estremamente significativo, in quanto fa
vedere quanto sia giunto Hempel vicino alle posizione di
questultimo, pur rifiutando sempre di accedere ad una visione irrazionalista della scienza. Non a caso Salmon nel ridimensionare il carattere rivoluzionario dellopera di Kuhn, cercando di farla rientrare in un empirismo logico inteso in senso
ecumenico ricorda come, nel corso di un simposio del
1983, Hempel, Kuhn e lui abbiano potuto discutere sul problema della razionalit scientifica senza difficolt di comunicazione e finendo per constatare che il nostro profondo accordo
era di gran lunga superiore alle nostre differenze [Salmon
1999, 348].
Si viene cos gradualmente ad affermare lidea che la classificazione dei termini non logici di una teoria in osservabili e
non-osservabili non dipenda dalla cogenza e univocit del fe64

nomeno percettivo, ma piuttosto dalla teoria, o teorie, nel cui


contesto, e sulla cui base, viene eseguita losservazione. Lo
scienziato osserva, insomma, quel che le sue aspettazioni teoriche, formate dalla conoscenza scientifica e dalle credenze metafisiche ad essa connesse, gli fanno osservare.8
Tale tematica, affrontata da Putnam ed Achinstein da un
punto di vista prevalentemente logico, stata approfondita, attraverso una attenta analisi della fenomenologia percettiva, da
Norwood R. Hanson [1958, 13]:
Consideriamo due microbiologi. Essi osservano un vetrino preparato; quando gli viene chiesto che cosa vedono, possono dare risposte
diverse. Uno di loro vede nella cellula che gli sta dinanzi un grumo di
materia estranea: un artefatto, un coagulo risultante da tecniche di
colorazione inadeguate. Questo grumo non ha a che fare con la cellula, in vivo, pi di quanto abbiamo a che fare con la forma originaria di un antico vaso greco le scalfitture inflittegli dal badile degli archeologi. Laltro biologo identifica nel grumo un organo cellulare,
un apparato di Golgi. Quanto alle tecniche afferma: Il modo
standard di scoprire un organo cellulare attraverso la fissazione e la
colorazione. Perch accusare questa tecnica di produrre artefatti
mentre le altre rivelerebbero organi genuini?.

La controversia tra i due microbiologi sta nel fatto che ci


che loro vedono non dipende solo dai loro occhi, ma anche
dalla teoria microscopica accettata, dalle convinzioni di ciascuno circa la definizione di organo cellulare, e cos via. Si potrebbe obiettare che qui si hanno differenti interpretazioni di
un identico atto percettivo; ma, anche concedendo ci, ed
Hanson non lo concede, si pu rispondere che nella scienza
abbiamo a che fare solo con percezioni significative, dove assai arduo distinguere quanto concerne il dato e quanto appartiene allinterpretazione del dato, giacch teorie ed interpretazioni sono presenti nella visione fin dal principio [ib., 21].
Infatti, vedere non consiste solo nellavere unesperienza visiva, bens anche nel modo in cui si ha quellesperienza visiva
[ib., 27].
8

Su tutta la questione della rivalutazione del teorico nella filosofia della


scienza contemporanea ormai assai vasta la letteratura critica. Ad esempio,
su questa falsariga per lo pi condotta lanalisi della filosofia della scienza
degli ultimi decenni fatta da D. Oldroyd [1986]. Ma si veda anche
linformato volume di R. Lanfredini [1988], dove sono ritrovabili ampie indicazioni bibliografiche.

65

Senza contare che vi sono casi e situazioni, accuratamente


studiati dalla psicologia della Gestalt, nei quali osservatori con
aspettative diverse non riescono letteralmente a vedere fatti ad
altri chiaramente ed immediatamente evidenti. Appoggiandosi
proprio alla Gestalt-Theorie, Hanson ripropone dei classici esempi di ambiguit percettiva (come ad esempio la figura in
cui possibile scorgere due immagini: una bella giovane vista
di profilo ed una vecchia).
Altre situazioni percettive o esperimenti condotti in laboratorio hanno meso in piena luce anche come ci che si vede dipende dal contesto in cui loggetto inserito, o dalle aspettative
teoriche di chi osserva, o da entrambe le circostanze. Un esperimento di questo tipo, particolarmente significativo sia in se
stesso sia anche perch riportato da T. Kuhn [1962, 86-8]
(vedremo in seguito il perch), dimostra con chiarezza quanto
finora abbiamo detto:
In un esperimento psicologico, che meriterebbe di essere pi largamente conosciuto al di fuori del suo campo professionale, Bruner e
Postman chiesero ai soggetti che si prestavano allesperimento di identificare una serie di carte da gioco che venivano mostrate per
breve tempo ed in maniera controllata. Parecchie delle carte erano
normali, ma alcune presentavano qualche anomalia, come ad esempio un sei di picche rosso ed un quattro di cuori nero. Ciascuna serie di esperimenti consisteva nel presentare le carte ad un soggetto
facendogliele vedere una per una e per tempi gradualmente crescenti. Ad ogni carta mostrata, veniva chiesto al soggetto che cosa avesse
visto e la serie aveva termine quando si ottenevano due successive
identificazioni corrette. Parecchi soggetti identificarono la maggior
parte delle carte anche quando il tempo di esposizione era fra i pi
brevi e, dopo un leggero aumento del tempo di esposizione, tutti i
soggetti identificarono tutte le carte. Per quanto riguarda le carte
normali, queste identificazioni erano solitamente corrette, ma le
carte anomale venivano quasi sempre identificate, senza alcuna esitazione o perplessit, come carte normali. Il quattro di cuori nero,
ad esempio, poteva venire identificato come quattro di picche o
come quattro di cuori. Senza avvertire minimamente una difficolt,
esso veniva fatto rientrare immediatamente entro una delle categorie concettuali preparate dalla esperienza precedente. Non si potrebbe neppure dire che i soggetti avevano visto qualcosa di diverso
da quello che identificavano. Col crescere del tempo desposizione
delle carte anomale, i soggetti cominciavano ad esitare e mostrare
coscienza dellanomalia. Messo di fronte, per esempio, al sei di picche rosso, qualcuno poteva dire: il sei di picche, ma c qualcosa
che non va; il nero ha un bordo rosso. Aumentando ancora il perio-

66

do di esposizione, si manifestavano una esitazione e una confusione


ancora maggiori, finch finalmente, e talvolta abbastanza allimprovviso, la maggior parte dei soggetti dava lidentificazione corretta
senza esitazione. Quando poi qualcuno aveva riconosciuto correttamente due o tre delle carte anomale, e non avrebbe trovato difficile fare lo stesso con le altre. Alcuni soggetti, per, non furono mai in
grado di operare il necessario riadattamento delle loro categorie. Anche con un tempo di esposizione quaranta volte pi lungo di quello
normalmente richiesto per riconoscere le carte normali, pi del 10
per cento delle carte anomale non vennero identificate correttamente. Ed i soggetti che non riuscivano, spesso provavano unacuta frustrazione. Uno di essi esclam: Non riesco a decifrare il seme, qualunque sia. Questa volta non aveva neppure laspetto di una carta.
Non so che colore ha ora e se un picche o un cuori. Non sono neppure sicuro ora su come fatto un picche. Dio mio!.

Questa critica nei confronti della dicotomia teorico-osservativo assume anche la consistenza di un argomento decisivo
contro uno dei cardini della RV: il modello di sviluppo scientifico per riduzione. Com possibile, infatti, ridurre una teoria ad unaltra quando ognuna di esse non in grado di specificare con esattezza la distinzione tra vocabolario teorico e vocabolario osservativo? Come osserva Achinstein [1968, 76],
dire questo rigettare una fondamentale assunzione del positivismo
e precisamente che ci sono, e debbono esserci, dei termini in una
teoria (i termini non-teorici) il cui significato pu essere dato indipendentemente dalla teoria e che pu rimanere costante da teoria
a teoria.

La conseguenza della asserita dominanza teorica, per cui le


osservazioni sono cariche di teoria (theory-laden), e del fatto
che il significati dei termini determinato solo allinterno di
un dato quadro concettuale, laffermazione che in teorie successive i termini omonimi hanno un significato del tutto diverso. Analogamente Schaffner [1967], Sklar [1967] e Nickles
[1973] hanno sollevato numerose difficolt in merito
allanalisi positivistica della riduzione (anche in relazione ai
molteplici modi in cui essa pu venire intesa), pur non ritendo che lidea fosse interamente da rigettare e quindi proponendo delle possibili vie alternative.
Ma la posizione pi radicale in merito stata adottata da
Paul K. Feyerabend che dopo aver avuto per breve tempo un
atteggiamento pi possibilista e costruttivo, in stile popperiano
67

[cfr. Feyerabend 1962] finisce per criticare quella che ritiene


una delle pietre angolari dellodierno empirismo filosofico
[1965, 10], ovvero la teoria della spiegazione, intendendo con
ci la teoria dello sviluppo scientifico per riduzione, nella misura in cui essa proposta in analogia al modello di spiegazione scientifica proposto da Hempel. In particolare la sua attenzione si concentra sulla critica della due condizioni in essa ritenuta indispensabili (e che abbiamo visto enunciate, anche se
con terminologia diversa, da Nagel): la condizione di coerenza e
la condizione di invarianza di significato. Ed significativo che
la critica consista innanzi tutto nel dimostrare come lo sviluppo della scienza reale molto spesso le violi e come lo faccia
proprio in quei punti ove si sarebbe portati a diagnosticare un
avanzamento della conoscenza [ib., 11; cfr. anche 1963, 145]. Ci dimostra uno dei punti in cui si incaglia la visione
della scienza sviluppata dalla RV: la sua immagine irrealistica
della scienza, che non risponde affatto al modo in cui essa viene effettivamente praticata dagli scienziati in carne ed ossa e
come essa si sviluppa. E sar proprio questo il principale punto di attacco di Kuhn.
Ed infatti Feyerabend dimostra come sia la condizione di
coerenza, sia linvarianza di significato sono continuamente
smentite e violate nella concreta pratica scientifica:
[] se la pratica scientifica effettiva deve essere il metro del metodo, allora la condizione di coerenza inadeguata [] Qualsiasi siano le parole usate per descrivere la situazione, resta il fatto che la
scienza effettiva non osserva il requisito di invarianza di significato
[1965, 13, 15; anche 1963, 18, 20]).

Tali condizioni sono inoltre perniciose, se assunte quale rigido canone metodologico, per ogni avanzamento della conoscenza, dando allempirismo una torsione dogmatica, trasformandolo in una fede, in un mito e quindi ostacolando il progresso della conoscenza grazie allinstaurazione di una nuova
metafisica [cfr. ib., 5-7; anche 1963, 7-9]. In particolare in
riferimento allinvarianza di significato si sviluppa la sua critica alla possibilit di distinguere un linguaggio osservativo che
sia indipendente da quello teorico, la quale si basa sulla erronea concezione che esistano dei fatti aventi una loro autonomia,
a disposizione di chiunque voglia controllare o falsificare (nella
terminologia popperiana) una teoria. Un presupposto del tutto
erroneo:
68

Non solo la descrizione di ogni singolo fatto dipende da qualche


teoria (che, naturalmente, pu essere molto diversa da quella da verificare), ma esistono anche dei fatti che non possono essere scoperti
se non con laiuto di alternative alle teorie in questione e che non
sono pi disponibili non appena tali alternative vengono eliminate.
Ci suggerisce che lunit metodologica cui dobbiamo riferirci
quando discutiamo questioni di verifica e di contenuto empirico
costituita da tutta una serie di teorie che in parte si sovrappongono e che
sono fattualmenteb adeguate ma reciprocamente incoerenti. [ib., 20; anche 1963, 27]

Numerosi sono i luoghi in cui tale canonica distinzione


viene da Feyerabend criticata. Si pu gi risalire alle analisi pi
circostanziate e caute di inizio carriera, in cui si contesta
limpossibilit di pervenire alla determinazione del significato
osservativo di un termine o di un enunciato sia facendo uso di
considerazioni pragmatiche, sia su base fenomenologica, appellandosi a ci che immediatamente dato [cfr. Feyerabend
1958, 149-60]. Per cui diventa impossibile difendere la tesi
della stabilit dellinterpretazione che viene fornita a un linguaggio affinch esso possa essere accettato come mezzo per la
descrizione dei risultati osservativi, arrivando al risultato che
linterpretazione di un linguaggio osservativo determinata dalle
teorie che usiamo per spiegare ci che osserviamo e cambia non
appena quelle teorie cambiano [ib., 163]. Per arrivare alle posizione pi decise e impegnative dal punto di vista complessivo di et pi tarda, in cui la critica al doppio linguaggio conclude che enunciati osservativi e enunciati teorici hanno nella
scienza pari forza argomentativa e che le oscillazioni a favore
degli uni o degli altri sono fenomeni locali, creati da una discussione in cui la controparte ha un ruolo essenziale [Feyerabend 1978d, 351]. Per non parlare delle numerose pagine
dedicate a questo argomento nel suo capolavoro, Contro il metodo [1975], dove con pi forza critica lintera RV, dirigendo
il proprio fuoco contro il suo cuore: lidea che la scienza sia caratterizzata da un metodo che compito del filosofo mettere in
luce, evidenziare e perfezionare a beneficio degli stessi scienziati.
In merito a tale questione Feyerabend porta lesempio del
concetto di massa nella fisica classica e in quella relativistica, facendone notare la diversit dei significati [1965, 15], o
lesempio del concetto di lunghezza:
Il concetto di lunghezza come usato in RS [= teoria speciale della

69

relativit] e il concetto di lunghezza com presupposto in MC [=


meccanica classica] sono concetti differenti. Entrambi sono concetti relazionali e per di pi concetti relazionali molto complessi [].
Ma la lunghezza relativistica (o la forma relativistica) comporta un
elemento che assente nel concetto classico e che, per principio, ne
escluso. Comporta la velocit relativa delloggetto presente in un
qualche sistema di riferimento. Ovviamente, vero che lo schema
relativistico ci d, molto spesso, numeri che sono praticamente identici ai numeri che otteniamo con MC, ma ci non rende pi simili
i concetti. Anche il caso c (o v0) che d predizioni strettamente
identiche non pu essere usato come argomento per mostrare che i
concetti devono coincidere almeno in questo caso particolare: differenti grandezze, basate su differenti concetti, possono dare identici
valori sulle loro rispettive scale, senza per questo cessare di essere
grandezze differenti (la stessa osservazione vale per il tentativo di identificare la massa classica con la massa relativistica in riposo).
[1967, 302-3].

evidente come da ci discenda una critica che va diritta al


cuore del modello di mutamento scientifico elaborato dai maestri dellempirismo logico, che Feyerabend critica anche nella
forma pi evoluta offerta da Nagel [cfr. Feyerabend. Diventa
appunto impossibile quella stessa teoria della spiegazione che
abbiamo visto essere il presupposto della teoria della riduzione: affinch sia possibile la riduzione di T1 a T2 bisognerebbe rispettare le due condizioni richieste da Nagel, ovvero
permettere di tradurre tra loro gli enunciati teorici in esse presenti per mezzo di opportune regole di corrispondenza ed assicurare la derivabilit delle leggi teoriche e dei termini contenuti nella teoria secondaria da quella primaria. Ma, innanzi tutto,
i termini descrittivi delle due teorie non coincidono in quanto,
analogamente ai termini teorici, pure essi mutano di significato: i sistemi concettuali di teorie diverse sono dunque reciprocamente irriducibili. E, in secondo luogo, sono proprio le regole di corrispondenza a dimostrare tutta la loro fragilit.
Infatti, oltre ad una generale critica della possibilit di operare la distinzione tra piano teorico e piano osservativo v stata
alla base della crisi della concezione standard anche una pi
tecnica disamina delle difficolt logiche e metodologiche cui va
incontro il concetto di interpretazione parziale delle teorie mediante regole di corrispondenza in quanto la natura di queste
ultime ultime, che avrebbero dovuto avere il compito di connettere il linguaggio teorico della teoria con quello empirico,
70

anche ammettendo che tale distinzione possa essere effettuata


su base inequivoca, risulta indeterminata e contraddittoria.
Innanzi tutto, la nozione di interpretazione parziale9 introdotta da Carnap [1939] e che occupa un ruolo centrale nella concezione standard essendo anche intimamente connessa alla distinzione osservativo-teorico ritenuta palesemente non
chiara sia da Putnam [1962] che da Achinstein [1963; 1968,
85-91]: le diverse esplicazioni che essi ne propongono sono
chiaramente inadeguate ed inoltre non riescono a raggiungere
uno degli scopi essenziali che si proponevano, quello di distinguere la scienza empirica dalla metafisica. Per cui resta del
tutto ingiustificata la pretesa di coloro che accettano tale interpretazione parziale alla scopo di fornire un quadro accettabile
della naura empirica dei termini teorici nella scienza e di distinguere tali termini da quelli che potrebbero fare parte di
una teoria non empirica della metafisica speculativa [Achinstein 1963, 105]. Tuttavia come fa notare Suppe [1974,
94] la critica portata allidea di interpretazione parziale non
tanto valida per i motivi addotti (in effetti si va in alcuni casi
fuori bersaglio), quanto in relazione al fatto che essa presuppone la distinzione teorico-osservativo, che insostenibile.
Ma ancora pi stringente la critica alla possibilit di dare
9

Essa viene cos riassunta e spiegata da Achinstein [1963, 90]: Broadly speaking, the position of those who support the thesis of Partial Interpretation is
this. Basic terms in the observational vocabulary of a scientific theory receive
an empirical interpretation by means of semantical rules. Such rules, which
are formulated in a suitable metalanguage, stipulate that a given term designates a certain observable property. Other terms in the observational vocabulary may then be introduced by utilising these interpreted terms. However,
according to the thesis of Partial Interpretation, no semantical rules are given
for terms in the theoretical vocabulary of a science; such terms receive no direct empirical interpretation. The empirical significance of theoretical terms
results, rather, from their position in the scientific theory considered as a
whole. Such terms gain an indirect and partial empirical meaning in virtue
ofthe fact that by means of certain postulates of the theory they are related to
sets of observational terms. For example, it is in virtue of a postulate which
connects a sentence containing the theoretical term electron to a sentence
containing the observational term spectral line that the former theoretical
term gains empirical meaning within the Bohr theory of the atom. In an unempirical theory of speculative metaphysics, on the other hand, postulates
do not connect metaphysical terms to observational ones, or at least no such
relationships are clearly outlined. For this reason, the metaphysical terms lack
empirical significance.

71

una esatta caratterizzazione delle regole di corrispondenza. Senza scendere in tutte le minuzie tecniche che stanno alla base di
tali critiche (per le quali si rinvia a Suppe [1974, 102-15]),
facciamo solo rilevare come la loro critica abbia coinvolto molti
filosofi della scienza: da Suppes, per il quale la trattazione della
scienza mediante le regole di corrispondenza ne d un quadro
troppo semplificato, che pu essere buono per una esposizione
divulgativa delle teorie scientifiche e non per quella che la
pratica effettiva di uno scienziato in laboratorio [Suppes 1967,
57]; da Schaffner [1969], per il quale il trattamento delle regole di corrispondenza deforma il modo in cui di fatto le teorie
vengono applicate ai fenomeni; ad Hempel [1974, 252-3],
che critica il modo in cui esse vengono di solito definite; per
finire con Achinstein [1968, 86-7], per il quale le regole di
corrispondenza non riescono ad assolvere il loro compito
nellambito della interpretazione parziale delle teorie, e con Feyerabend, per il quale le regole di corrispondenza si rivelano
false o senza senso [1965, 16].
Quanto sinora detto converge in una generale critica della
RV che la taccia di eccessiva semplificazione, di semplicismo,
o di ipersemplificazione e che concerne tutti i vari aspetti da
essa elaborati: la visione deduttivo-assiomatica delle teorie, il
progresso e il cambiamento teorico, la possibilit di distinguere i due linguaggi, il carattere artificioso e irrealistico delle regole di corrispondenza e cos via. Gi era stato Toulmin
[1953, 57-63] a notare come certe forme di semplificazione
non siano per nulla adeguate a descrivere lo stato della scienza
teorica, ma al pi quello di una sorta di storia naturale in cui
hanno il loro luogo naturale le generalizzazione empiriche
spesso prese ad esempio di autentiche leggi scientifiche (ad es.
quella di concepire la legge scientifica sul modello di
unasserzione di carattere universale del tipo tutti i corvi sono
neri). Ed inoltre un errore pensare che le teorie scientifiche
possano essere interpretate come un sistema assiomaticodeduttivo [ib., 100-2], sia perch sono ben poche quelle che
abbiano subito tale trattamento (in sostanza la sola meccanica
classica la cosiddetta meccanica razionale e non per tutti i
suoi aspetti e la geometria fisica) sia perch tale procedura si
dimostra anche nel caso in cui potesse superare i suoi numerosi problemi di realizzabilit del tutto infruttuosa. Contro
tale eccessiva mania dellassiomatizzazione aveva gi messo cau72

tamente sullavviso Popper [1972, 279-80], anche perch essa pu attuarsi solo a condizione che una teoria sia gi ben sviluppata e consolidata, esibendo una ben chiara e sistematica
connessione tra i suoi concetti fondamentali. Ma avverte
Suppe [1974, 63-4 chiaro che tale condizione in sostanza non soddisfatta da una quantit di teorie attualmente ritenute scientifiche, per cui esse non possono essere sottoposte alla
riformulazione assiomatica ritenuta canonica dalla RV. Questo
non tuttavia sufficiente per affermare che, laddove essa sia
possibile, non possa risultare utile e fruttuosa: ed appunto
questo si sostiene nella RV, per cui tale procedura diventa un
obiettivo ideale, un criterio di ottimizzazione scientifica, piuttosto che una pratica effettiva eseguibile sempre e comunque.
Tanto pi che gi tra i rappresentanti della RV non vi sono
consensi unanimi sulla sua utilit; accanto a chi ne giudicava
assai positivamente limpiego, come abbiamo visto con Suppes
[1968], vera chi esprimeva le proprie perplessit, pur avendola prima difesa: Hempel, al solito, proprio riferendosi al
saggio prima indicato di Suppes, critica gli esempi da lui portati (la formalizzazione della teoria della probabilit effettuata
da Kolmogorov e la teoria della misura delle propriet intensive), dimostrando come le formalizzazione portate ad esempio
colgano solo alcuni aspetti della complessa questione (ad es.
nulla dice Kolmogorov sui problemi filosofici sollevati dal significato della probabilit cos come posti nelle concezioni di
De Finetti, Savage e Carnap), per concludere che in questi casi, come in altri nelle scienze empiriche, lassiomatizzazione
pu venire solo dopo che una teoria sia stata ben sviluppata;
essa pu servire come mezzo di una precisa esposizione, non
come una garanzia della solidit delle concezioni incorporate
nella teoria sssiomatizzata [Hempel 1974, 250]. E gi precedentemente, pur non negando lenorme significato che
lassiomatizzazione aveva svolto in matematica e in metamatematica, ha affermato:
Parlando in generale, la formalizzazione dei principi interni come
un calcolo non getta luce su ci che nella costruzione standard visto come sua interpretazione; getta luce semmai su parte delle teorie
scientifiche in questione. E quanto alla tesi che la formalizzazione
rende esplicite le assunzioni fondazionali della disciplina scientifica
in esame, dovrebbe esser tenuto a mente che lassiomatizzazione
in sostanza uno strumento espositivo, che determina un insieme di
enunciati e ne evidenzia le relazioni logiche, ma non le loro basi e

73

connessioni epistemiche. Una teoria scientifica ammette molte differenti assiomatizzazioni e i postulati scelti in una di esse possono
come non possono corrispondere a ci che in un senso pi sostanziale potrebbere essere considerate le assunzioni base della teoria; n
necessariamente i termini scelti come primitivi in una data assiomatizzazione rappresentano ci che su basi epistemologiche o altre
basi potrebbero essere qualificati come i concetti base della teoria;
n necessariamente le definizioni formali degli altri termini teorici
per mezzo dei primitivi scelti corrispondono agli enunciati che nella scienza dovrebbero essere considerati come veri per definizione e
perci analitici. In una assiomatizzazione della meccanica newtoniana, la seconda legge del moto potrebbe ricevere lo status di una
definizione, un postulato o un teorema, a piacere; ma il ruolo che le
cos assegnato allinterno del sistema assiomatizzato non indica se
nel suo uso scientifico essa funziona come una legge vera per definizione, come una legge teorica fondamentale o come una derivata (se
in effetti si possa dire che essa abbia solo una di queste funzioni). /
Per cui, qualunque sia lilluminazione filosofica che si pu ottenere
dal presentare una teoria in forma assiomatizzata, essa verr solo da
una particolare ed appropriata forma di assiomatizzazione piuttosto che da qualsivoglia assiomatizzazione, anche se in modo particolare formalmente economica ed elegante. [Hempel 1970, 224-5]

Insomma, invertendo lordine di priorit stabilito da Suppes, per Hempel lassiomatizzazione di una teoria posteriore
alla sua valutazione epistemica, per cui lopera di chiarificazione filosofica non resa possibile dalla assiomatizzazione,
ma piuttosto ne una condiizone preliminare. Resta il fatto,
tuttavia, che sia nellottica di Hempel che di Suppes, v una
rapporto armonico e fruttuoso tra il filosofo (analitico o della
scienza) e lo scienziato: il primo chiarifica ed esplicita la struttura delle teorie, il secondo trae profitto da questo lavoro per
ulteriormente svilupparle e migliorarle, offrendo nuovo materiale per il lavoro del filosofo e cos via, in una sorta di virtuosa spirale ascendente che incrementa sempre pi il valore cognitivo della scienza. Tuttavia lintroduzione di Hempel della
necessit di valutare il valore epistemico delle teorie e non
solo la loro natura formale introduce un elemento che sar
sempre pi approfondito e che delegittimer ancor maggiormente lobiettivo della formalizzazione e/o assiomatizzazione
delle teorie, specie quando ad essere sempre pi presa in considerazione con Hanson, Feyerabend e Kuhn sar la dinamica delle teorie, piuttosto che la loro struttura compiuta e
sistematizzata.
La concezione delle teorie scientifiche della RV e in gene74

rale della scienza pertanto sempre pi giudicata come afferma lo stesso Suppes [1974, 266] di irrealistica semplicita, lontana da quella che la pratica effettiva degli scienziati,
una pallida ed esangue ricostruzione razionale effettuata da filosofi seduti a tavolino, che nulla hanno a che fare e nulla realmente comprendono di quanto fa lo scienziato nel suo laboratorio. Nel bilancio che di questa stagione Feyerabend avrebbe
in seguito effettuato, la teoria della scienza ci offre
unimmagine caricaturale della scienza che si allontana da quella vera nella stessa misura in cui le fantasie di un pazzo si allontanano dalla realt [1978b, 11]. E in riferimento proprio
al metodo dellanalisi filosofica e della chiarificazione razionale,
tanto pregiato da Suppes ed Hempel:
Il metodo di chiarificazione ha per un effetto completamente
diverso da quello desiderato. Sostituisce la pratica scientifica con
una caricatura in cui a mala pena si riconosce loggetto
rappresentato. La caricatura il risultato della combinazione di certi
ideali con una insufficiente conoscenza dei fatti. Gli ideali sono
cose altisonanti come chiarezza, intellegibilit, precisione,
razionalit, adeguatezza logica. Il pensiero dovrebbe muoversi
secondo traiettorie prestabilite; i suoi risultati dovrebbero possedere
precisi tratti caratteristici e il mondo dovrebbe venire rappresentato
in questa forma e in nessunaltra. La grave ignoranza dei fatti
consente allora di scambiare lideale con la realt. [Feyerabend
1978b, 386]

Del resto proprio questa ignoranza di quanto effettivamente


accaduto viene rimproverata agli empiristi logici e ai popperiani, che in storia sono degli analfabeti [ib., 45 n.]; ed un
limite che riguarda tutta la metodologia della scienza cos come
sinora concepita, che ha il difetto di considerare la scienza e i
suoi concetti come entit senza tempo, dando cos una caricatura del suo molto pi complesso e reale sviluppo storico [cfr.
Feyerabend 1978e, 288-9].

Tale artificiosit nel vedere leffettivo divenire della scienza


tipicamente espressa nella esposta dottrina dei due contesti, che
ha avuto origine proprio dalla incapacit di vedere cosa fanno
effettivamente gli scienziati. Come affermava infatti Reichenbach nel sostenere tale distinzione, compito dellepistemologia
descrittiva la ricostruzione razionale della conoscenza, la
quale connessa alla conoscenza effettiva allo stesso modo di
come lesposizione di una teoria connessa ai pensieri reali
del suo autore [1938, 7].
75

evidente come questa distinzione abbia un ruolo strategico allinterno della RV: solo mantenendola possibile affermare che la filosofia della scienza non si occupa della ricostruzione
storica, concreta, del modo di operare dello scienziato oggetto
della psicologia o sociologia e quindi del ruolo del suo framework concettuale, ma solo dei criteri di valutazione della accettabilit di teorie ben formate, intese come prodotto finito; ne
segue che la storia della scienza un affare che riguarda solo le
procedure logiche e metodologiche, che da sole dovrebbero essere in grado di render conto di tutti i fattori principali che ne
governano lo sviluppo [cfr. Jodkowski 1990, 48-51]. Tale
distinzione insomma funzionale, da una parte, alla esclusione
di ogni discorso mirante a destituire di fondamento la scienza
col ricordarne la sua condizionatezza storico-sociale, garantendone lobiettivit e la neutralit (pericolo che veniva dal versante della sociologia e del marxismo10); dallaltra, legittima
appunto quellapproccio semplicistico e mirante alla formalizzazione ed assiomatizzazione delle teorie, della cui critica ci
siamo precedentemente occupati.
Tuttavia con la critica alle altre nozioni cardine della RV si
fa strada anche lidea di una insostenibilit di tale dicotomia,
con la conseguente rivalutazione del contesto della scoperta e la
sua liberazione dal limbo dellirrazionale o arazionale. A tale
compito in maniera pioneristica Hanson [1958] aveva dedicato tutto un libro, nel quale cercava di concettualizzare il momento della scoperta utilizzando la logica abduttiva a suo tempo chiarita da Peirce.
Successivamente diversi altri filosofi, negli anni 70 e 80,
hanno cercato di sviluppare una logica della scoperta scientifica, come viene testimoniato nei due volumi curati da Thomas
Nickles [1980b, 1980c], in cui viene affrontata la questione se
e sino a che punto sia ricostruibile e spiegabile in termini razionali la scoperta scientifica. Lo stesso Nickles, nel suo saggio
introduttivo [1980], fa innanzi tutto vedere come sia ambigua
tale distinzione e quanti siano i diversi significati che si attribuiscono al termine scoperta, distingue le sue diverse fasi,
articolandole con maggior cura sulla base delle discussione degli ultimi anni ed infine sostiene come per problemi di basso
10

Sulle limitazioni che la storia e la filosofia della scienza si autoimponeva,


in periodo maccartista, allo scopo di non venire tacciate di comunismo vedi le interessanti notazioni contenute in Toulmin [1977, 105-8].

76

livello empirico esistono gi tecniche algoritmiche o quasialgoritmiche di manipolazione dei dati (di solito ritenute per
questo motivo di scarso interesse per la logica della scoperta)
che permettono la generazione di ipotesi: non notevole che
un problema come quello di determinare le orbite di Marte,
che richiese a Keplero anni di duro lavoro, possa essere oggi
risolto da un computer in alcuni mituti? [ib., 25]. Ci significa che delle logiche della scoperta gi esistono (curve fitting
techniques, metodi statistici e potenti procedure di programmi
euristici) anche se queste tecniche non permetteranno la generazione di teorie profonde e concettualmente nuove [ib.,
26]. Tuttavia egli ritiene che non sia precluso ai filosofi, unendo i loro sforzi con quelli degli storici e di altri studiosi
della scienza, un lavoro fruttuoso in campo epistemologico per
rendere intellegibile il processo della scoperta, anche se potrebbe esser questo solo un compito descrittivo senza
lambizione di fornire agli scienziati una metodologia normativa. Compito di tale logica sarebbe mettere in luce le ragioni
specifiche che stanno alla base, nei singoli casi, della formazione delle ipotesi e della generazione dei problemi, che non possono essere cos irrazionali da sfuggire ad ogni tentativo di
spiegazione e relegati nellaneddoto e nella cronaca [cfr. ib.,
30-3]. Bisogna a tale scopo rendersi conto che tale questione si
pu analizzare solo a partire dal presupposto che il contesto
problematico nellambito del quale si genera una ipotesi non
fatto di soli dati empirici ma di vincoli di vario genere (come
quelli costituiti dai precedenti risultati teorici), che rendono
possibile la domanda e quindi la ricerca della soluzione, con
ci superando il classico parodosso platonico del Menone:
V una via duscita da questo puzzle socratico se costruiamo i problemi scientifici come strutture di vincoli (sulla soluzione del problema) pi una domanda generale, uno scopo o un ideale esplicativo
del programma di ricerca in questione affinch certi tipi di gap in
quella struttura siano colmati. [] Una particolare struttura di vincoli in un certo senso descrive la soluzione del problema di cui si va
in cerca, bench incompletamente, in modo indefinito o non nella
forma desiderata, e quindi definisce lambito delle possibili risposte,
cos determinando il problema in questione. [] La struttura una
parziale o anche una imperfetta descrizione della soluzione del
problema, e il problema consiste nel trovare un qualcosa che soddisfa quella descrizione. [] impossibile formulare una genuina
questione o un problema senza conoscere alcun vincolo su quella
che potrebbe essere la risposta o soluzione adeguata. Ogni problema

77

reale pu pi o meno essere articolato in termini di vincoli. Questi


vincoli raramente costituiranno la soluzione del problema nella
forma desiderata (a meno che esso non sia banale, come Di che
colore il cavallo bianco di Washington?) ma essi implicitamente
specificano lambito delle risposte accettabili. Per cui si pu ben
avere un problema definito senza conoscere la risposta. I vincoli, in
questa analisi cos ridimensionata, forniscono normalmente una guida
euristica o direttiva. In breve, un problema di per s indirizza alla via
della sua soluzione. [Ib., 37]

Questa epistemologia dei vincoli proposta da Nickles cerca di mantenere una via intermedia tra il tradizionale positivismo (e popperismo) e le posizioni di un Feyerabend: in entrambi questi casi v lidea che razionalit equivalga ad obbedienza a rigide regole metodologiche, con la conseguenza o di
delegittimare ogni ricerca che non risponda a tale ideale (come
fanno i razionalisti popperiani e i positivisti) o di allentare tali
regole fino a farle scomparire del tutto, in nome della effettiva
pratica scientifica, sino alla messa in discussione della stessa razionalit (come fa Feyerabend). Per Nickles, invece sono tali
vincoli razionali a guidare la scienza in tutte le sue fasi, dalla
scoperta alla giustificazione, anche se a volte, quando si abbiano buoni motivi, pu essere anche razionale violarli [cfr. Nickles 1980d, 309-11].
E che le cose stiano cos, che lo studio del contesto della
scoperta possa darci delle interessanti indicazioni sulla natura
della razionalit scientifica, dimostrato non solo dai contributi contenuti nel volume curato da Nickles (anche se non tutti
concordi), ma anche da chi, nellambito delle scienze cognitive, ha cercato di elaborare strategie computazionali per dimostrare come sia possibile fare scoperte mediante programmi
per computer che utilizzano opportune euristiche. Specie nel
campo della filosofia della biologia, in coerenza con i contributi raccolti da Nickles, molti hanno cercato di fare unanalisi a
grana pi fine di come sono generate, riviste e valutati le diverse concezioni dei meccanismi biologici [cfr. Machamer et al.
2000].
Ma in tutti questi casi, si tratta sempre e comunque di riuscire ad allentare la stretta logicista e deduttiva della RV per
riuscire ad estendere il campo della razionalit una razionalit rivista e non pi consegnata ad una stretta identificazione
con la logicit, cos come auspicato e sostenuto da Toulmin
[1972] sino ad attribuirle una legislazione, per quanto
78

morbida e flessibile anche laddove prima essa era stata esclusa. In tal senso si mosso il tentativo di Nickles. E del resto la
posta era alta: si trattava altrimenti di dare campo libero a quegli storici che sulla base delle loro competenza sui dati di fatto dello sviluppo scientifico e della assunzione di una razionalit rigidamente subordinata a regole metodologiche troppo
prescrittive finivano per trarre la conclusione che nulla di
simile ad una logica, non solo della scoperta, ma persino della
giustificazione possibile rinvenire nella scienza degli scienziati at work. Ed appunto questa seconda linea che finisce per
avere maggior successo e diventare dominante, portando di fatto non tanto alla effettiva scomparsa della dottrina dei due contesti dai dibattiti metodologici, ma ad riorientamento degli interessi di un sempre maggior numero di studiosi per altre
questioni, come ad esempio avviene con la crescente fortuna
dei Science and Technological Studies (STS), dei quali parleremo in seguito. Si di fatto avuta una scissione in cui da una
parte si collocano studiosi che ignorano tale questione, interessandosi a tematiche diverse, dallaltro filosofi pi legati alla
tradizione analitica che invece la presuppongono, spesso tacitamente: solo assai raramente si incontrano espliciti tentativi
di gettare un ponte tra le diverse imprese metascientifiche
[cfr. Schickore & Steinle 2006b, x], come ancora cercano di
fare, ad es., Nickles [2006] e Hoyningen-Huene [2006].
Non possiamo qui seguire in tutti i suoi tortuosi anfratti la
discussione su tale distinzione, in quanto ci basta quanto detto
per arrivare ad una conclusione verso la quale convergono anche tutte le critiche della RV prima esaminate: alla met degli
anni 60 fa irruzione nella tranquilla comunit degli studiosi
un ospite inatteso, sino ad allora spinto ai margini della riflessione sulla scienza: la storia ed i problemi da essa posti al
concetto di evoluzione o progresso delle teorie scientifiche. Afferma Hacking [1983, 3] che la scienza, che i filosofi avevano
reso una mummia, si liberava dalle proprie bende e cos si veniva pian piano a scoprire che essa conosce un processo storico
di cambiamento e di scoperta. Ma come abbiamo visto, non
che la RV abbia ignorato il fatto dello sviluppo della scienza,
ma piuttosto lo aveva reso cognitivamente sterile, immettendolo in quellambito della scoperta che nulla aveva da dire al filosofo e allo scienziato in cerca di direttive normative. Ne era venuto che la storia del pensiero scientifico era stata assai poco
coltivata da specialisti che non fossero spesso dilettanti o auto79

didatti, rimanendo priva sino agli anni 50 di un adeguato


statuto disciplinare e di una stabile collocazione accademica.
Lo sgretolamento della RV, che avviene in gran parte per
motivi interni grazie alle critiche di filosofi che spesso in una
prima fase si erano collocati al suo interno e che prendono atto
delle sue deficienze interne, spingendole alle estreme conseguenze, porta ad una generale ridefinizione del quadro degli
studi in filosofia della scienza. Come ricorda Toulmin [1977,
123-4], a differenza degli anni tra il 1910 e il 1960, durante
i quali si era avuta lassunzione della logica-matematica e dei
procedimenti formali a pietra di paragone delloriginalit artistica e scientifica ed a fondamento dellanalisi filosofica, negli
anni Sessanta gli specialisti di filosofia della scienza si misero
seriamente a studiare lo sviluppo storico della scienza [];
studiosi e scienziati ripresero a confrontarsi con il mondo storico, in tutti i suoi concreti particolari contingenti, abbandonando le astrazioni formali della generazione precedente. Insomma, dallincontro tra riflessione logico-metodologica e storia della scienza nasce un modo nuovo di concepire la teorizzazione scientifica e la crescita della conoscenza. Tale nuovo quadro si pu riassumere con le parole di Machamer [2002, 89]:
Vera poco consenso sulla natura della spiegazione, della conferma,
del controllo delle teorie o, anche, del cambiamento scientifico. Eppure la scienza di per s, pi che mai, era riconosciuta da gran parte
della popolazione come una (se non la) maggiore forza nella vita
umana e la filosofia della scienza era diventata una disciplina che
ormai stava a fianco delletica, dellepistemologia e della metafisica.
Ma nella comunit filosofica in senso ampio vera un marasma intellettuale sulla sua natura. Di fatto alcuni filosofi, seguendo Feyerabend, prendevano questa confusione intellettuale come una prova
che la scienza non aveva strutture identificabili ed esprimevano la
visione che in scienza, come in arte ogni cosa va bene [anything goes]. Ogni evidena e prova solo retorica e coloro che hanno una migliore retorica, o maggior potere (Foucault), risultano vincitori, cio
le loro teorie diventano quelle accettate. Per fortuna, questo relativismo epistemologico non fu seguito da molti filosofi bench [] in
alcune comunit filosofiche contemporanee questa idea ancora in
piena fioritura.

Lunico consenso che sembra esistere quello che una


nuova filosofia della scienza non pu pensare di conoscere
cosa sia la scienza senza studiarne la storia. E cos linteresse
per la storia della scienza porta lattenzione alla concreta prassi
80

dello scienziato, a ci che egli effettivamente fa e pensa e non a


quello che dovrebbe fare o pensare in base ai canoni metodologici stabiliti dal filosofo della scienza. Questo spostamento
dal piano normativo a quello descrittivo favorito anche dalla
circostanza che in questi anni riceve un grande impulso, quello
della psicologia cognitiva11, e delle scienze cognitive in generale, che mettono in luce come le persone non utilizzino nei loro
procedimenti inferenziali una sorta di logica mentale che applica le regole della logica deduttiva o induttiva (come aveva
sostenuto Jean Piaget); che insomma tra la logica formale canonizzata dai manuali e la logica applicata non v affatto identit: la gente fa ricorso a strategie di ragionamento che, pur risultando efficaci nella maggior parte dei contesti quotidiani,
violano tuttavia le norme della logica formale. Era questo un
processo che si affianca a quello che stava accadendo in filosofia
della scienza con lo spostamento di interesse verso la storia:
grazie ad entrambi questi due slittamenti di attenzione sarebbe
stato preparato, in seguito, il terreno per laffermazione
dellepistemologia naturalizzata (v. 2.2): cos se, per un lato,
si tende a privilegiare il ragionamento scientifico effettuato dal
comune scienziato nella sua pratica quotidiana, che applica
strategie diverse da quelle prescritte dai canoni logici e metodologici che aveva tentato di elaborare la RV, cos, per laltro lato,
la psicologia cognitiva cominci a fornire un linguaggio per
discutere dei problemi epistemologici [Kitcher 1992, 61].
Per il primo aspetto stata lopera di Kuhn a segnare in modo
tangibile la svolta, scatenando il temporale preparato dalle tante
nuvole nere che si erano addensate nelle regioni sino ad allora
governate dalla RV. Nel tracciare nel 1977 un bilancio della
discussione sulla RV, Suppe concludeva che
[] praticamente tutto il programma positivistico di filosofia della
scienza stato ripudiato dalla contemporanea filosofia della scienza.
La Received View stata rigettata, come lo sono stati anche il suo
modo di trattare la spiegazione e la riduzione. I suoi sviluppi nella
logica induttiva e della teoria della conferma continuano ad essere
influenti, ma il fuoco di tali lavori passato da un trattamento di tipo positivistico dellinduzione globale allo sviluppo di un trattamento probabilistico dellinduzione locale. Inoltre, limportanza
11

Cfr. ad es. gli studi contenuti in Kahneman, Slovic & Tversky [1982]. Per
una rassegna su tali studi cfr. i saggi contenuti in Girotto-Legrenzi [1999],
nonch il volume di Cherubini [2005].

81

dellinduzione e della conferma sta venendo fortemente ridimensionata nel pensiero filosofico contemporaneo sullimpresa scientifica e sulla conoscenza che essa fornisce. Il positivismo oggi appartiene in verit della storia della filosofia della scienza e la sua influenza quella di un movimento storicamente importante nel dare forma al panorama di una filosofia della scienza contemporanea assai
diversa. [Suppe 1977, 632]

La disgregazione della RV accompagnata dallemergere di


diverse alternative spesso elaborate dai loro sostenitori ancor
prima che la crisi risultasse evidente con lopera di Kuhn.
Suppe [1974, 120] le raggruppa in tre classi: (a) le analisi descrittive che assumono una posizione scettica in merito alla
possibilit di ritrovare caratteri comuni che descrivano in profondit la natura delle teorie scientifiche (e in questa categoria
egli colloca Achinstein e Anatol Rapaport); (b) le analisi che
concepiscono le teorie in dipendenza di una generale visione
del mondo, una Weltanschauung o prospettiva concettuale, da
cui viene a dipendere il significato dei termini e dei concetti
che in esse sono utilizzati: ed qui che egli colloca autori come
Toulmin, Kuhn, Hanson, Feyerabend, Popper e David
Bohm; (c) gli approcci semantici, in cui si posiziona lo stesso
Suppe, che si ispira o include in questa categoria altri pensatori, che in varia misura hanno contribuito a sviluppare questa
concezione (come ad es. Beth, von Neumann, Suppes, van
Fraassen, Bunge), ma che certamente ricever la sua pi articolata espressione in Suppe [1989].
Certo, si rimane un po perplessi nel ritrovare tra le alternative alla RV un autore come Popper che, invece, abbiamo visto per noi interno ad essa, se questa non viene concepita in
modo monolitico e la si inquadra allinterno di una tradizione
ricevuta pi ampia, da noi descritta nel 1.1; altrimenti dovremmo includere tra le posizioni alternative anche Hempel.
Inoltre il quadro presentato da Suppe non rende giustizia del
diverso grado in cui ciascuno dei pensatori da lui menzionati
pu essere ritenuto alternativo alla RV; e certamente non sono comparabili per radicalit le posizione di un Toulmin o di
un Hanson con quelle di Feyerabend; o non ha nulla a che
vedere la riformulazione olistica dellimmagine della scienza e
la reinterpretazione della meccanica quantistica operata da
Bohm, che rimane allinterno di una visione razionale della
scienza e di una sua valutazione positiva in merito al suo valore
cognitivo, con la radicale contestazione della razionalit scienti82

fica operata da Feyerabend o come far in seguito Richard


Rorty (che da Suppe non viene preso in considerazione in
quanto egli scrive il suo saggio prima della pubblicazione della
principale opera di Rorty [1979]).
Ciononostante, tale quadro ci permette di individuare alcuni caratteri della successiva filosofia della scienza: innanti
tutti, come vedremo, il cosiddetto ritorno al descrittivismo
(vedi 2.2), che in un certo qual modo eredita in anni successivi il lavoro gi compiuto dagli autori menzionati da Suppe; e ci permette di capire meglio quelle tendenze che sono le
nipotine delle analisi kuhniane, innestate su altri interessi, e
che possono essere collocate allinterno delle cosiddette Weltanschauungen Analyses, come la sociologia forte della scienza e
il costruttivismo (v. 2.6 e 2.7) o il collasso della razionalit
con Rorty (v. 2.8). Infine lapproccio semantico alla teorie
scientifiche indica una tendenza dellepistemologia successiva
allopera di Suppe che va in direzione della rivalutazione degli
aspetti idealizzazionali e modellistici della scienza, verso i quali
si sono mossi autori successivi come Nancy Cartwright, Craig
Dilworth e la scuola polacca di Pozna con Leszek Nowak e i
suoi allievi. E di questultima tendenza che a noi sembra la
pi promettente daremo un accenno nelle conclusioni.
Ma giunto il momento di presentare la riflessione del tante volte evocato Kuhn.
1.3. Thomas Kuhn e i paradigmi scientifici
A met degli anni 60 Thomas Kuhn (1922-1996) fa
precipitare la crisi della RV con unopera che ha fatto epoca e
che si pu affermare sia stata la pi influente sui destini della
filosofia della scienza della seconda met del secolo scorso. La
struttura delle rivoluzioni scientifiche, pubblicata in inglese nel
1962, ma il cui effetto si fa sentire in seguito, specie negli anni
70, quando si accende un vivace dibattito sulle tesi in essa sostenute. Ed una ironia della sorte che esso sia stato pubblicato proprio nella collezione della International Encyclopedia of
Unified Science, fondata a Vienna dai neopositivisti e ora diretta da Morris e Carnap, il quale ultimo si dichiar estremamente entusiasta dellopera di Kuhn, nella quale sono contenute proprio le concezioni che stato affermato hanno
suonato la campana a morte per il modo di intendere la filo83

sofia della scienza in ambito neopositivista, del quale appunto


Carnap era stato il maggior rappresentante [cfr. Friedman
2001, 18-9]. 12
Nel suo capolavoro giudicato di gran lunga il libro pi
autorevole sulla natura della scienza che sia stato finora pubblicato nel XX secolo [Giere 1988, 61] e che ha venduto pi di
un milione di copie in due dozzine di lingue13 Kuhn adotta
esplicitamente e quasi esclusivamente una prospettiva storica,
12

Tale entusiasmo sarebbe stato espresso da Carnap con due lettere indirizzate a Kuhn pubblicate da Reisch [1991] che, unitamente a quando dal
primo pubblicato, dimostrerebbero che Carnap did not see The Structure of
Scientific Revolutions as a challenge to his own philosophical views, and further that it should not be seen as such. If Kuhn debunked certain tenets of
logical empiricism (namely, a theory/observation distinction and paradigmindependent criteria of theory goodness) partly by suggesting that they were
impotent to capture the reasoning involved in episodes of revolutionary
scientific change, the fact remains that these tenets do not ground Carnaps
view of revolutionary scientific reasoning. In choices between radically different theories, different conceptual frameworks, or (in his preferred philosophical idiom) different languages, he offers an account that is in fact distinctly analogous to that of Kuhn [ib., 265]. Sicch s sostenuto come in
effetti le concezioni di Kuhn non fossero poi molto distanti dalla filosofia dei
framework linguistici di Carnap, cos come esposta in particolare nella sua
Sintassi logica del linguaggio (cfr. anche Earman [1993], Friedman [2003] e in
parte anche Salmon [2000, 240]). Questi punti di vista sono stati tuttavia
criticati a mio avvio in modo efficace da Pinto de Oliveira [2007], il
quale sottolinea la Carnaps complete indifference towards Kuhn in all his
work, particularly in his last book Philosophical Foundations of Physics
[1966] dedicated precisely to the philosophy of science and published some
years after the two letters had been sent [ib., 150] e sostiene che la sua approvazione dellopera di Kuhn dovuta al fatto che egli la considera come
unopera di storia della scienza e quindi secondo la consueta distinzione tra
i due contesti, mai abbandonata egli la segrega allinterno del contesto
della scoperta, sterilizzandone il significato relativamente alla sua logica della scienza, che fa parte del contesto della giustificazione. Ci spiega come
mai Carnap mai abbia citato lopera di Kuhn, in quanto egli per tutta la sua
carriera ha lavorato sempre allinterno del campo definito dal contesto della
giustificazione, mai interessandosi a questioni di psicologia, sociologia o storia della scienza, se non in modo occasionale e per semplifici riferimenti indiretti.
13
Cfr. Nickles [2003b, 1]. Una delle pi autorevoli e complete trattazioni
della filosofia della scienza di Kuhn quella di Hoyningen-Huene [1993].
Altri importanti saggi sulla sua opera sono quelli di Fuller [2000], Andersen
[2000], Bird [2000], Horwich [1993], Sardar [2002], von Dietze [2001]. In
italiano cfr. Buzzoni [1985], e Giordano [1998].

84

dalla quale trae conclusioni in merito agli standard normativi e


metodologici della RV. Per formazione storico della scienza, egli parte dallanalisi di concreti episodi storici come ad es. la
rivoluzione copernicana [cfr. Kuhn 1957] e arriva a conclusioni metodologiche divergenti sia dalla visione della RV, anche nella sua forma pi sofisticata sostenuta da Popper. Con
Kuhn il filosofo della scienza va a scuola dello storico della
scienza, contribuendo a colmare quel solco che impedisce al
primo di prendere in considerazione la scienza reale, a cui viene preferita quella consegnata nei manuali, cio in quelle opere
in cui gi avvenuta una sorta di sua decantazione e purificazione alla luce degli standard metodologici accettati che ne fanno solo un pallido sostituto di quella scienza che invece realmente praticata dagli scienziati nel loro laboratorio [cfr.
Kuhn 1977, 16-22, 132-4 e passim]. In tal modo questopera
diventa il simbolo di una vera e propria rivoluzione, segnando la transizione ad unera post-empirista della filosofia della
scienza [Rouse 2003, 101] e contribueando anche a dare un
nuovo significato al modo stesso di intendere tale ambito disciplinare, che ora viene a comprendere anche una storia della
scienza teoreticamente orientata [cfr. Bird 2000, 281], rompendo definitivamente gli argini fissati a suo tempo da Carnap
[1938]. pertanto giunto il momento di occuparci delle sue
idee.
Le intenzioni di Kuhn si manifestano sin dalla prima fase
di apertura del suo libro: La storia, se fosse considerata come
qualcosa di pi che un deposito di aneddoti o una cronologia,
potrebbe produrre una trasformazione decisiva dellimmagine
di scienza dalla quale siamo stati dominati [Kuhn 1962, 19].
E di questa immagine la Struttura trasforma proprio una delle
distinzioni fondamentali, quella tra i due contesti, col mettere
in crisi il modello di sviluppo della scienza tipico della teoria
della riduzione: la scienza non avanza cumulativamente ma in
modo rivoluzionario e tra teorie successive non possibile stabilire legami logici che le possano tra loro connettere. cio
insostenibile la concezione della RV del nesso tra teorie successive concepito secondo il modello della riduzione.
Per comprendere come si arrivi a questo risultato bisogna
focalizzare la propria attenzione sul ruolo centrale che nella
concezione di Kuhn ha il concetto di scienza normale:
[] scienza normale significa una ricerca stabilmente fondata su
uno o su pi risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una

85

particolare comunit scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacit di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore. [Kuhn 1962, 29]

Un periodo di scienza normale si caratterizza per il fatto che


allinterno della comunit scientifica domina un certo paradigma che esemplifica ci che ritenuta prassi scientificamente
giustificata, e cio i criteri scientifici condivisi allinterno della
comunit.
importante notare che il concetto di paradigma ha appunto la funzione di rappresentare una pratica, piuttosto che
una dottrina; esso, infatti, deve essere inteso, nella sua accezione originaria, come procedura standard di soluzione di problemi scelti, cio quale soluzione di problemi esemplari, avendo una funzione analoga a quella che hanno i paradigmi
dei verbi. In tale sua accezione originale esso assomiglia molto
a quella dimensione tacita della ricerca scientifica che era stata
illustrata anche dallepistemologo e microbiologo polacco Ludwig Fleck, verso il quale Kuhn non lesina il proprio riconoscimento e la propria ammirazione14, e della quale parlere indipendentemente anche Michael Polanyi [1966, 1969]. In tale accezione esso indica una dimensione non verbale della conoscenza scientifica, che appartiene solo alla pratica e che non
pu essere colta mediante una sua esplicita canonizzazione logica o metodologica. Per cui la scienza normale comincia per
Kuhn sempre da casi concreti e rimane, anche quando pienamente sviluppata, basata su casi esemplari, piuttosto che su re-

14

In effetti la riscoperta di Fleck si deve proprio al fatto che Kuhn [1962, 9]


nella prefazione ha scritto sulla monografia quasi sconosciuta di Ludwik
Fleck [] un saggio che anticipa molte delle mie idee. Per merito del lavoro
di Fleck [] mi sono reso conto che poteva essere necessario inquadrare
quelle idee nella sociologia della comunit scientifica. E nella sua introduzione alla edizione inglese del 1979 dellunica opera in volume pubblicata da
Fleck [1935], ricostruendo lorigine del suo interesse per lautore polacco, ricorda di essere stato indirizzato ad esso da una nota contenuta in Reichenbach [1957, 224, n. 6] e di avere in ventisei anni incontrato solo due persone
che lo avessero letto [cfr. Fleck 1935, 252]. Gli altri scritti principali di Fleck
sono pubblicati in Fleck [1986]. Sul suo pensiero fondamentale la monografia di Schnelle [1982]. In merito alla funzione che la letteratura scientifica
ha in Kuhn e Fleck per la formazione degli scienziati e la formazione di una
scienza normale o collettivo di pensiero, cfr. Brorson & Andersen
[2001].

86

gole esplicitamente e verbalmente stabilite.15


Infatti, sostiene Kuhn, ogni comunit scientifica caratterizzata dal fatto di possedere un linguaggio comune che come
un suo particolare dialetto, che la contraddistingue dalle altre e
che viene appreso grazie alla partecipazione al lavoro nella comunit che permette ai suoi membri di acquistare un insieme
di impegni conoscitivi che non sono, il linea di principio,
completamente analizzabili entro i limiti del linguaggio stesso
[Kuhn 1977, xxii]. Sono gli esempi concreti, e non le regole
trovate dal filosofo della scienza, a costituire la base
dellassimilazione della conoscenza scientifica da parte dello
scienziato in una comunit scientifica [ib., 344-5]. Ed
questultima, non il singolo scienziato, ad essere ora oggetto di
studio per comprendere le modalit in cui nasce e si sviluppa
la scienza, la quale accresce in tal modo il proprio carattere di
impresa sociale e collettiva [cfr. Barnes 2003, 122-3]. Inoltre,
una comunit scientifica praticante una data scienza normale
non il risultato di un atto di volont, di una iniziativa singola o di un gruppo che decida, sulla base di criteri metodologici
stabiliti convenzionalmente di intraprendere una certa pratica
scientifica, ma il frutto di un processo storico che si sedimenta col tempo. Per cui Kuhn rifiuta lidea illuministica
che sia possibile instaurare una nuova comunit di ricerca col
semplice sostituire vecchie tradizioni con nuovi progetti di ricerca scientifica razionalmente pianificati. Da questo punto di
vista la sua posizione pre-illuminista, con una notevole propensione per la volorizzazione della tradizione piuttosto che
della innovazione [cfr. Nickles 2003c, 145-7].
questa ad esempio la funzione che nei manuali ha la misura espressa mediante le tabelle numeriche: esse hanno la sola
funzione di fornire una esempio di quellaltrimenti non precisabile ragionevole accordo che lo scienziato deve aspettarsi tra
le previsioni teoriche e i risultati sperimentali; il fatto di esibire in un manuale condiviso dalla comunit dei valori numerici
ritenuti accettabili definisce, per il fatto stesso di comparire in
una tabella, lunico criterio possibile per pervenire ad una de15

Cfr. Nickles [2003c, 151, 158-66] che appunto sostiene sia la sua opera interpretabile come a theory of case-based and/or model-based reasoning in
normal science (ib., 161), che per certi aspetti simile al tipo di approccio
in seguito praticato nellambito delle scienze cognitive, specie nel campo
dellintelligenza artificiale.

87

cisione:
Quando appaiono in un testo, le tabelle di numeri tratte dalla teoria
e dalgli esperimenti non possono dimostrare nulla se non ragionevole accordo. Ed anche in questo caso essi lo dimostrano tautologicamente, poich essi solo forniscono la definizione di ragionevole
accordo che stata accettata dalla comunit degli esperti. Questo,
credo, il motivo per cui ci sono le tabelle; esse definiscono il ragionevole accordo. Studiandole il lettore impara che cosa ci si pu
attendere dalla teoria. Una dimestichezza con le tabelle parte della
dimestichezza con la teoria stessa. [Kuhn 1961, 166].

Anche in questo caso, in assenza della possibilit di una esplicita verbalizzazione, assume funzione fondamentale la pratica, lesempio, ovvero il paradigma nella sua accezione originaria, che rinvia a quella dimensione delluso, della pratica, da
Wittgenstein [1952] valorizzata nella seconda fase del suo
pensiero allo scopo di definire il significato; che costituisce per
Polanyi la dimensione tacita della conoscenza scientifica; e
che per Fleck insita in quelladdestramento sul campo, che
egli contrappone alla patologica iperverbalizzazione tipica di
chi vuole ingabbiare la scienza mediante norme e procedure.16
Tuttavia in seguito il paradigma fin per indicare linsieme
globale di tutti gli impegni condivisi dai membri di una particolare comunit scientifica17 e in questa accezione pi ampia
pu essere anche costituito da una teoria scientifica che, in una
data fase di sviluppo della scienza, viene considerata come fondamentale: il caso, ad es., della meccanica newtoniana. Il lavoro che svolgono gli scienziati in una fase di scienza normale
quello di articolare e sofisticare sempre pi il paradigma in
modo da estenderlo a sempre nuovi ambiti fenomenici o risolvere alla sua luce i vari problemi che si possono presentare
nella pratica scientifica: una attivit di puzzle solving. Infatti,
16

Cfr. Fleck [1946, 205]. Su tale funzionamento tacito del paradigma kuhniano, in genere trascurato dalla letteratura, insiste giustamente Jodkowski
[1990, cap. 3].
17
Kuhn [1977, xviii-xix]. Sui molteplici significati che il termine paradigma
pu assumere nelle opere di Kuhn vedi il saggio di Masterman [1977], che
tuttavia esagera un po nellattribuire a Kuhn ben 21 diverse accezioni di paradigma, anche se poi li accorpa in tre tipi principali. Analoghe osservazioni
sul suo ambiguo significato erano state fatte anche da Shapere [1964] nella
sua recensione allopera di Kuhn.

88

[] una delle cose che una comunit scientifica acquista con un


paradigma un criterio per scegliere i problemi che, nel tempo in
cui si accetta il paradigma, sono ritenuti solubili. In larga misura,
questi sono gli unici problemi che la comunit ammetter come
scientifici e che i suoi membri saranno incoraggiati ad affrontare.
Altri problemi, compresi alcuni che erano stati usuali in periodi
anteriori, vengono respinti come metafisici, come appartenenti ad
unaltra disciplina, o talvolta semplicemente come troppo
problematici per meritare che si sciupi del tempo attorno ad essi.
[Kuhn 1962, 58]

Non esiste, pertanto, un criterio che definisca la scientificit


o meno di problemi e teorie, come invece ritiene Popper o si
era tentato di fare nella tradizione dellempirismo logico lavorando sul concetto di significanza cognitiva, ma la data teoria o paradigma a costituire i criteri di scientificit e accettabilit: il rapporto praticamente capovolto. Al metodologo indicante quali criteri normativi debbano ispirare lo scienziato succede lo storico della scienza che fa vedere come di fatto gli
scienziati scelgano prima la teoria paradigmatica dalla quale derivano, poi, i criteri di scientificit. E ci si spiega appunto col
fatto che i paradigmi costituiscono una Weltanschauung che
definisce al proprio interno quali siano i fatti rilevanti e significativi. Come s visto chiaramente dallesperimento delle
carte da gioco prima riportato, ogni osservazione theory-laden
e non esiste una mente pura che valuti il peso oggettivo di
fatti liberi da ogni condizionamento teorico. Le teorie non si
sviluppano in modo disorganico e frammentario per adattarsi
a fatti sempre esistiti, ma piuttosto

[] sorgono, assieme ai fatti dei quali forniscono una spiegazione,


da una riformulazione originaria della tradizione scientifica precedente, una tradizione entro la quale il rapporto, mediato dalla conoscenza, tra lo scienziato e la natura era fondamentalmente diverso.
[Kuhn 1962, 172]

Ma, come avviene questa riformulazione rivoluzionaria,


questa transizione da una paradigma allaltro?
Poich richiede una distruzione su larga scala dei paradigmi e modificazioni fondamentali nei problemi e nelle tecniche
della scienza normale, lemergere di nuove teorie generalmente preceduta da un periodo di profonda incertezza nel
campo della specializzazione interessata. Come ci si pu aspettare, tale incertezza generata dalla persistente incapacit della
scienza normale a risolvere i problemi che le si presentano, i
cosiddetti rompicapo. Il fallimento delle regole esistenti
89

una necessaria preparazione per la ricerca di regole nuove [cfr.


ib., 92].
laccumularsi di anomalie, o problemi, che il paradigma non riesce a risolvere, a generare un periodo di crisi. Nondimeno, bisogna notare, non facile che la comunit degli
scienziati accetti di considerare delle anomalie come sintomi di
una crisi e non piuttosto come momentanee dfaillances tecniche. Infatti (ed la conclusione che Kuhn trae dal suesposto
esperimento delle carte da gioco),
nella scienza [] la novit emerge soltanto con difficolt, che si
manifesta attraverso la resistenza, in contrasto con un sottofondo
costituito dalla aspettazione. Allinizio, si percepisce soltanto ci
che si accetta e che usuale, persino in circostanze nelle quali pi
tardi lanomalia viene ad essere rilevata. Una osservazione successiva
per permette di rendersi conto che c qualcosa di sbagliato o collega leffetto con qualcosa che era sbagliato prima. Tale presa di coscienza dellanomalia apre un periodo in cui le categorie concettuali
vengono riadattate, finch ci che inizialmente appariva anomalo
sia diventato qualcosa che ci si aspetta. A questo punto la scoperta
stata compiuta. [Ib., 88]

Certamente, se lanomalia visibile sullo sfondo fornito


dal paradigma [ib., 89], nondimeno essa non viene scoperta
alla prima occhiata n segna immediatamente la resa del vecchio paradigma: la scienza normale , infatti, fortemente tradizionale, per cui non v nulla di patologico se un paradigma
convive con pi anomalie: nessuno mise seriamente in discussione la teoria newtoniana a causa della discrepanza, da
lungo tempo riconosciuta, delle previsioni derivanti da quella
teoria con la velocit del suono o con il movimento di Mercurio. Cos, [] per suscitare la crisi una anomalia deve di solito essere qualcosa di pi di una anomalia pura e semplice
[ib., 108]: essa deve assumere sempre pi rilevanza, non essere un semplice rompicapo, avere un valore esemplare. Non
possibile in generale stabilire quando ci accada: si possono
solo fare esempi concreti di casi storici nei quali si riscontrato
tale evento. In ogni caso, leffetto che si ha una sempre maggiore indistinzione delle caratteristiche del paradigma, un suo
sfocamento che porta allallentarsi delle regole che governano la ricerca normale.
La transizione da un paradigma in crisi ad uno nuovo, dal
quale possa emergere una nuova tradizione di scienza normale,
tuttaltro che un processo cumulativo, che si attua attraverso
90

unarticolazione o unestensione del vecchio paradigma.


piuttosto una ricostruzione del campo su nuove basi, una ricostruzione che modifica alcune delle pi elementari generalizzazioni teoriche del campo, cos come molti metodi di applicazioni del paradigma [ib., 111]. Ne segue che i paradigmi sono
del tutto incommensurabili, cio non esiste un comune parametro metodologico o razionale che li possa mettere a confronto in modo da decidere su basi logiche o empiriche quale di
essi sia la migliore e in che senso il successivo sia lo sviluppo,
lestensione o lampliamento del precedente.
Introducendo il tema della incommensurabilit, Kuhn
immette nella discussione uno dei concetti pi accesamente discussi nella filosofia della scienza degli ultimi trentanni in
quanto esso opera una contestazione radicale sia della supposta
continuit sempre ritrovabile tra teorie successive mediante
opportune tecniche di riduzione, sia una prima, sostanziale
incrinatura dello sviluppo della scienza come un progressivo
articolarsi della razionalit umana che tesse in una trama comune e condivisa il carattere progressivo e cumulativo della
conoscenza umana. Lequilibrio tra continuit e cambiamento
nella scienza, che nella RV si era cercato di garantire mediante
la teoria del progresso per riduzione, viene rotto a favore della
discontinuit, della rottura rivoluzionaria, della incomunicabilit tra paradigmi successivi. Ma non si tratta solo i far cadere
uno dei capisaldi della RV, in quanto la posta in gioco ora la
stessa possibilit di concepire la scienza come la migliore incarnazione della razionalit umana, il luogo prediletto in cui
avviene una continua crescita della conoscenza e quindi quella
immagine della scienza che era stata comune a tutta la tradizione ricevuta.
Infatti nel processo di transizione da un paradigma allaltro
descritto da Kuhn, in quanto [] la questione della scelta di
un paradigma non pu mai venir risolta inequivocabilmente
dalla logica e dallesperimento da soli [ib., 122]. Tra vecchio
e nuovo paradigma v un abisso che rende impossibile una
discussione razionale tra le due comunit scientifiche: ognuna
possiede propri criteri di scientificit e giudicher non scientifiche le prove e le argomentazioni dellaltra. Infatti, i criteri che
presiedono alla risoluzione dei rompicapo nellambito della
scienza normale non sono applicabili a paradigmi diversi: fatale argomentare circolarmente e ciascun paradigma mostrer
di soddisfare pi o meno i criteri che esso stesso si impone e
91

di essere inadeguato rispetto ad alcuni di quelli impostati dal


paradigma avversario [ib., 138]. Ci deriva dal fatto che
quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi [ib., 139] e gli scienziati, svolgendo la loro attivit in
mondi differenti, vedono cose differenti anche guardando nella
stessa direzione. Da ci ne segue che
proprio perch un passaggio tra incommensurabili, il passaggio da
un paradigma ad uno opposto non pu essere realizzato con un passo alla volta, n imposto dalla logica o da unesperienza neutrale.
Come il riorientamento gestaltico, esso deve compiersi tutto in una
volta (sebbene non necessariamente in un istante) oppure non si
compir affatto. [Ib., 182]

Ma come gli scienziati si convincono a fare questo passo?


proprio qui che cadono tutti gli standard metodologici fissati
sia dalla RV sia da quella tradizione ricevuta che aveva caratterizzato sino a quel momento la scienza: per Kuhn non v regola che possa spiegare il perch gli scienziati abbraccino un
nuovo paradigma. Non si tratta solo di far rilevare lirrazionalit della scoperta, cosa che come sappiamo anche il
pi tradizionale dei neopositivisti avrebbe pacificamente accettato, ma piuttosto di far vedere che proprio allinterno del
contesto di giustificazione che mancano criteri puramente razionali di scelta tra teorie diverse. Certamente gli scienziati credono di poter giustificare la propria scelta affermando che il
nuovo paradigma in grado di risolvere i problemi che hanno
causato la crisi di quello vecchio; ma questo, osserva Kuhn,
un caso ben raro, giacch spesso lalternativa teorica non mette
in luce i propri vantaggi tanto chiaramente e di solito soltanto molto pi tardi, dopo che il nuovo paradigma stato ulteriormente elaborato, accettato, e sfruttato, che compaiono argomentazioni che appaiono decisive [ib., 188-9]. La verit
che scegliere un paradigma come fare una scommessa e una
decisione di tal genere pu essere presa soltanto sulla base della
fede [ib., 190]. Si potrebbe dire, con Max Planck, che una
nuova verit scientifica non trionfa convincendo i suoi oppositori e facendo loro vedere la luce, ma piuttosto perch i suoi
oppositori alla fine muoiono, e cresce una nuova generazione
che abituata ad essa [ib., 183].
Dalla visione dello sviluppo della scienza sopra delineata
deriva tutta una serie di conseguenze metodologiche antitetiche
92

a quelle della RV e in particolare di Popper 18. In sostanza viene


destituito di fondamento il ruolo della falsificazione; infatti,
a) v sempre mancanza di coincidenza tra dati e previsioni
teoriche, vi sono sempre dei rompicapi che caratterizzano la
scienza normale cos che se qualsiasi insuccesso nello stabilire
quellaccordo dovesse essere una ragione sufficiente per abbandonare una teoria, tutte le teorie dovrebbero venire abbandonate ad ogni momento [Kuhn 1962, 178];
b) nellambito della scienza normale il compito degli scienziati appunto quello di risolvere questi rompicapo, definibili
solo allinterno della teoria corrente che costituisce il necessario
sfondo, assunto come indiscusso, in base al quale la comunit
scientifica definisce i problemi degni di applicazione. Ne consegue che il singolo scienziato controlla solo la sua personale
congettura:
Se essa fallisce il controllo impugnata soltanto la sua abilit e non il
corpo della scienza corrente. In breve, bench i controlli capitino
spesso nella scienza normale, questi controlli sono di un genere particolare, poich in ultima analisi lo scienziato come individuo che
viene controllato piuttosto che la teoria corrente. [Kuhn 1970, 734]

c) gli esempi di falsificazione cui Popper fa pi spesso riferimento sono casi molto rari nella storia della scienza e appartengono in genere a periodi di ricerca straordinaria. La scienza per lo pi fatta di scienza normale, mentre Popper ha caratterizzato lintera attivit scientifica in termini che si riferiscono solo alle sue occasionali componenti rivoluzionarie. Bisogna allora capovolgere il punto di vista di Popper:
proprio labbandono del discorso critico che segna la transizione a
una scienza. Una volta che un settore ha compiuto questa transizione, il discorso critico riappare solo in momenti di crisi quando le
basi del settore sono di nuovo in pericolo. Soltanto quando devono
scegliere fra teorie concorrenti, gli scienziati agiscono come filosofi.
[Ib., 74-5]

18

Il dibattito tra Kuhn e Popper documentato nel volume di Lakatos &


Musgrave [1970], che raccoglie gli atti di un colloquio internazionale avvenuto a Londra nel 1965. Sulle differenze tra Kuhn e Popper vedi Worrall
[2003] e Maxwell [2005].

93

d) parlare di confutazione, dimostrazione, prova, ecc.,


e ritenerli dei criteri necessari e sufficienti per la scelta di teorie
equivale a richiedere il consenso allinterno di tutta la comunit scientifica. Ma dove unintera teoria o spesso anche una
legge scientifica in gioco, i ragionamenti sono di rado cos
apodittici [ib., 82-3]. Non solo, ma tali nozioni presuppongono
che una teoria sia formulata, o possa essere riformulata senza alterazione in una forma che permetta agli scienziati di classificare ogni
evento immaginabile o come un esempio di conferma o come un
esempio falsificante o come non pertinente alla teoria. [] In pratica, tuttavia, nessuna teoria scientifica soddisfa queste rigorose richieste, e molti hanno sostenuto che una teoria cesserebbe di essere
utile per la ricerca se lo facesse. [Ib., 85-6]

Con queste critiche Kuhn non solo colpisce al cuore


lepistemologia popperiana, costituito dalla falsificazione, ma
anche manda in frantumi il progetto che era stato alla base,
pur nelle varie differenziazioni, sia della tradizione ricevuta sia
della RV: ad essere messa in crisi la stessa possibilit della
discussione razionale, di cui limpresa scientifica sembrava essere depositaria; viene delegittimata lidea di una filosofia
scientifica per lo sgretolarsi dello stesso modello cui essa doveva ispirarsi: la razionalit paradigmatica della scienza, che
doveva esser svelata e metodologicamente resa disponibile dal
lavoro epistemologico, si rivela dopo la cura a cui stata sottoposta dalla storiografia kuhniana un concetto infido ed inaffidabile, che con difficolt pu nutrire una ruolo pedagogico
verso le altre discipline. Conseguenze talmente devastanti che
lo stesso Kuhn ha cercato successivamente, nel vedere le conseguenze relativistiche e nichilistiche tratte dalle sue concezioni,
di prendere con nettezza le distanze sia da chi, a partire dal suo
pensiero, aveva sviluppato un programma forte di sociologia
della scienza (v. 2.5), ritenendolo una sorta di impazzita
decostruzione del suo pensiero [cfr. 1992, 8-9; cfr. anche
Nola 2000], e in particolare cerca di distinguere la propria
posizione da quella di Feyerabend: cos preferisce sostenere
non tanto che la scienza sia irrazionale ma solo che [] la nostra nozione di razionalit ha bisogno di una rettifica in qualche punto [Kuhn 1970b, 416] e successivamente (tra gli anni 80 e i primi anni 90) tenter di apportare alcune correzioni al modo di intendere la incommensurabilit, col distinguerla dalla incomparabilit, sostenendo che essa lungi
94

dallessere una minaccia alla valutazione razionale delle pretese


di verit come stata frequentamenta fatta sembrare [Kuhn
1991, 3] e che non comporta affatto la tesi dellimpossibilit
di confronti razionali tra teorie successive e di conseguenza il
relativismo [cfr. Kuhn 1983, 670; 1989, 23; cfr su ci Hoyningen-Huene 1993, 202-22; Sankey 1993; Chen 1997].
Troppo tardi: linfezione si era estesa e al di l delle buone intenzioni del suo autore, ormai i concetti introdotti avevao una
loro vita autonoma, divenendo punti di partenze di riflessioni
che sarebbero andate molto pi lontano di quanto Kuhn potesse mai pensare o lincolpevole Carnap potesse immaginare
quando accett di pubblicarne lopera. Lampliamento del
concetto di razionalit auspicato da Kuhn tende ad inboccare
direzioni la cui direzione era stata proibita RV e dallo stesso
Popper: la transizione scientifica, impossibile a capirsi con i
soli strumenti logici e metodologici e perci irrazionale se
studiata facendo uso solo di essi diventava sempre pi un
evento che coinvolge i valori, la psicologia e lo status sociologico delle comunit scientifiche e dei singoli scienziati. La irenica
e tranquillizzante distinzione tra i due contesti andava in frantumi e nelle tranquille plaghe della giustificazione e della logica
irrompevano le furie non disciplinate della pisoclogia individuale e di gruppo, della sociologia e della storia con tutta la idiosincraticit e le peculiarit legate alle situazioni, ai contesti, alle diverse tradizioni.
Il problema della razionalit scientifica, pertanto, non pu
pi essere affrontato come un discorso interno alla scienza,
come se in essa fosse possibile ritrovare dei criteri autosufficienti che ne spieghino e giustifichino il divenire. Alla logica
della scienza deve sostituirsi una psicologia e una sociologia
della scoperta, delle quali la prima un derivato. La definizione di criteri di razionalit scientifica si converte in definizione
di criteri sociologici di interpretazione: non pi la sociologia
ad essere ancella delle scienze fisiche dalle quali, secondo la
RV, avrebbe dovuto mutuarne i metodi, ma, viceversa, sono
queste ultime ad essere ancelle della sociologia, ai cui strumenti
devono ricorrere per rendere intellegibile il proprio stesso
procedere.
Era una sfida terribile lanciata a tutta la tradizione ricevuta,
non solo alla RV. E per difendere non questultima, ma quella
generale immagine della scienza che sembrava dover far parte
del codice genetico dellOccidente, di quella tradizione di cui
95

lilluminismo e lempirismo logico avevano rappresentato le


voci pi chiare ed elevate, bisognava tentare di approntare delle
ulteriori difese su ridotti pi sicuri, operando una ritirata strategica da posizioni ormai ritenute indifendibili per assestarsi
su unultima difesa della razionalit scientifica operata in nome
di un popperismo riformulato e riadattato alla buriana dei
nuovi tempi, anche contro la volont dello stesso Popper,
prendendo per le corna il problema pi spinoso: quello della
storia. quanto ha cercato di fare Imre Lakatos.
3. Imre Lakatos e i programmi di ricerca scientifici
La metodologia dellungherese Imre Lakatos (1922-1974)
emigrato nel 1956 per sfuggire alla persecuzione comunista
e quindi stabilitosi nel 1962 come docente alla London School
of Economics si propone come unarticolazione di quella
popperiana al fine di eliminarne o riaggiustarne gli aspetti che
lhanno esposta alla critica sia di Kuhn sia dei nuovi filosofi
della scienza.19 Per far ci Lakatos opera una rilettura di Popper che ha lo scopo di scartarne gli elementi di dogmatismo ed
ingenuit per privilegiarne quelli che a suo avviso sono
compatibili con un falsificazionismo sofisticato. In ci si
visto il tentativo di Lakatos di operare una sorta di sintesi tra
Kuhn e Popper, una loro riconciliazione20. Inoltre evidente
come nella sua opera si sia cercato di innestare la storia
allinterno della metodologia, sicch le sue argomentazioni sono tutte intrinsecamente storiciste e il problema fondamenta19

Sullopera di Lakatos vedi i saggi raccolti nei volumi di Gavroglu, Goudaroulis & Nicolacopoulos [1989], Kempis [2002], e in italiano il volume di
Motterlini [2000].
20
Cfr. Kulka [1977, 325-6], Worrall [2003]. Il venire in soccorso di Lakatos
a Popper e la sua reinterpretazione della sua metodologia non risultano affatto graditi a questultimo che lo accusa di non aver compreso la sua teoria,
di aver tratto citazioni fuori dal loro contesto, di aver dato rilevanza ad opinioni espresse en passant, trascurando passi fondamentali delle sua opere, e di
aver complicato inutilmente e reso incomprensibile il suo pensiero. Non solo,
lamenta, ma visto che erano colleghi alla London School of Economics,
perch non domandargli chiarimenti su tali questioni controverse invece di
avventurarsi in interpretazioni discutibili? [cfr. Popper 1974b, 999-1000].
Lakatos sintetizza in maniera complessiva la sua interpretazione di Popper in
[1974].

96

le non diventa quello di accertare in astratto lesistenza e la


quantit di conoscenza di una teoria, bens di render conto
della crescita della conoscenza sulla cui esistenza Lakatos ritiene ci sia un generale accordo e di essere in grado di valutare le diverse teorie scientifiche in concorrenza tra loro per scegliere quella che assicura una crescita maggiore rispetto alle altre. Come afferma Lakatos, parafrasando Kuhn, la filosofia
della scienza senza la storia della scienza vuota. La storia della
scienza senza la filosofia della scienza cieca [Lakatos 1970,
366]. Non diversamente da quanto avveniva per gli empiristi
logici i quali assumevano il valore conoscitivo della scienza
come un fatto indiscutibile del quale era necessario darsi una
ragione cos per Lakatos un fatto indubitabile che vi sia
crescita della conoscenza, per cui la metodologia ha per lui lo
scopo di analizzare il modo in cui essa avviene.
Nel fare un bilancio del popperismo, Lakatos [1978, 3-4]
ne individua il limite principale:
Il criterio di Popper ignora la notevole tenacia delle teorie scientifiche. Gli scienziati hanno la pelle dura. Non abbandonano una teoria
solo perch i fatti la contraddicono. Essi normalmente o inventano
delle ipotesi di salvataggio per spiegare ci che essi possono ritenere
una mera anomalia o, se non possono spiegare lanomalia, la ignorano dirigendo la loro attenzione ad altri problemi.

Con ci Lakatos riconosce la giustezza delle critiche di


Kuhn a Popper, connesse con la sua idea di una scienza normale. Tuttavia Kuhn era arrivato alla conclusione che il cambiamento scientifico un evento irrazionale e che, in ogni caso,
esso sarebbe comprensibile solo in un contesto pi ampio, tenendo conto della psicologia della scopertae cos rinunciando
ad una storia puramente interna delle teorie scientifiche. Lakatos non vuole seguire Kuhn su questa strada, ma vuole sviluppare e migliorare il progetto popperiano: nel conflitto tra
Popper e Kuhn non ha esitazioni per chi prendere partito.
Se perci Kuhn ha ragione nellopporsi al falsificazionismo
ingenuo, e anche nel porre in risalto la continuit del progresso scientifico e la tenacia di alcune teorie scientifiche, ha tuttavia torto nel ritenere che una volta demolito il falsificazionismo ingenuo abbia demolito con ci ogni tipo di falsificazionismo. Cos facendo Kuhn, sostiene Lakatos, non pu che arrivare ad una psicologia della scoperta, abbandonando il progetto
di una sua logica: la crisi che porta alla transizione da un paradigma allaltro un concetto psicologico, un panico conta97

gioso [Lakatos 1970b, 255], anche se Kuhn non interessato


alla psicologia del singolo scienziato ma a quella della comunit
scientifica nel suo complesso. Quella di Kuhn una posizione
che Lakatos definisce elitista, distinguendola dallo scetticismo
(il cui pi recente rappresentante a suo avviso Feyerabend) e
dal demarcazionismo, nel quale si colloca egli stesso insieme a
Popper. Gli elitisti, diversamente dagli scettici, ritengono,
come i demarcazionisti, che sia possibile distinguere la scienza
dalla pseudoscienza, ma non perch siano disponibili dei criteri universali di demarcazione: unico giudice sarebbe llite
degli scienziati. Ovverossia, come ha detto Kuhn, la comunit scientifica a decidere degli standard di razionalit, in quanto
solo essa in grado di penetrare e comprendere quella inarticolabile tacita dimensione, della quale ha parlato Polanyi
[1966] e sul cui sfondo prendono significato le regole metodologiche. Il risultato di una posizione simile che, mentre
per i demarcazionisti una teoria migliore di unaltra se soddisfa certi criteri oggettivi, invece per gli elitisti una teoria
migliore di unaltra se la lite scientifica la ritiene tale. Cos
diventa essenziale studiare come pensa una comunit scientifica
e compito dello storico della scienza passare dalla valutazione
dei prodotti alla valutazione dei produttori. Di conseguenza,
mentre per un demarcazionista la filosofia della scienza il cane da guardia degli standard scientifici, per gli elitisti questo
ruolo deve essere ricoperto dalla psicologia, sia essa intesa come
psicologia sociale o sociologia della scienza [cfr. Lakatos 1978,
113].
Ma sia lo psicologismo sia il sociologismo vanno incontro
ad una obiezione di fondo: ciascuno, elitista o no, usa implicitamente od esplicitamente dei criteri normativi al fine di stabilire che cosa una comunit scientifica e, quindi, anche che cosa debba intendersi per impresa scientifica:
Ma se si deve avere qualche idea di cosa sia la scienza prima di decidere quali comunit debbano essere considerate scientifiche, allora si deve prima decidere che cosa costituisce progresso scientifico.
Dalla soluzione di questo problema normativo si pu allora procedere al problema empirico di quali siano le condizioni sociopsicologiche necessarie (o pi favorevoli) per produrre progresso
scientifico. Questo precisamente il modo in cui i demarcazionisti
affrontano la sociologia della scienza. [Ib., 114]

Altrimenti bisognerebbe abbandonare del tutto lidea che


possa esservi progresso scientifico, o almeno ritenere che ogni
98

cambiamento allinterno della comunit scientifica (ammesso


che sia possibile identificarla) sia ipso facto un progresso. Dove
va a finire il progetto popperiano di valutazione del progresso
scientifico attraverso i concetti di approssimazione alla Verit e
di verosimilitudine? Proprio a questi criteri Kuhn aveva rivolto la sua critica, negando che le varie teoria scientifiche tendano
ad approssimarsi sempre pi ad una Verit. Lakatos si contrappone appunto a questa prospettiva e, se vero che anche la
storia e la sociologia sono impregnate di norme, allora
una valutazione razionale del progresso scientifico deve precedere,
non seguire, lintera articolazione della storia empirica: la storia interna (normativa) primaria e la storia esterna (empiricodescrittiva) secondaria. Non si pu scrivere la storia senza qualche ricostruzione razionale. [Ib., 115-6, 242]

In questa luce, riprendendo quel che gli sembrava giusto


delle critiche di Kuhn e degli altri anti-popperiani, Lakatos ritesse la tela della ragione col proporre la sua metodologia dei
programmi di ricerca scientifici (Methodology of Scientific Research Programmes, MSRP).
Essa, salvaguardando il nucleo del falsificazionismo popperiano, riconosce che un errore pensare che sia possibile confrontare una singola teoria con la base empirica, in modo da
giudicarne astrattamente, in una sorta di isolamento logico, la
scientificit e quindi ritenerla falsificata o meno. La razionalit,
per Lakatos, non riguarda proposizioni isolate, ma vuole valutare la portata di ogni teoria in relazione ad altre teorie con essa
concorrenti: Richiedo che lunit descrittiva tipica dei grandi
accrescimenti scientifici non sia unipotesi isolata ma piuttosto
un programma di ricerca. La scienza non solo una serie di
prove ed errori, una serie di congetture e confutazioni [Lakatos 1978, 4] . stato proprio questo lerrore di Popper, giacch il suo criterio di demarcazione formulato in termini di
falsificabilit o infalsificabilit di proposizioni [Lakatos 1978,
221] piuttosto che di programmi di ricerca in competizione.
Dal mio punto di vista, non apprendiamo semplicemente per congetture e confutazioni. La scienza matura non una procedura di
prove ed errori [trial-and-error], consistenti di ipotesi isolate, pi la
loro conferma o refutazione. Le grandi conquiste, le grandi teorie,
non sono ipotesi isolate o scoperte di fatti, ma programmi di ricerca. La storia della grande scienza una storia di programmi di ricerca, e non di prove ed errori, n di ingenuo congetturare.

99

Con ci Lakatos inserisce una dimensione storica nella valutazione delle teorie: ad esser valutata non la singola teoria
ma una serie di teorie che costituiscono il programma di ricerca scientifica (SRP). Ci porta con s il fatto che non pi un
singolo esperimento a confutare un SRP, n sono pi concepibili degli esperimenti cruciali falsificanti capaci di decidere inequivocabilmente tra due teorie appartenenti a diversi SRP:
nessun singolo esperimento pu giocare un decisivo, per non
dir cruciale, ruolo nel far pendere la bilancia tra due programmi di ricerca rivali [ib., 212]. questa una concezione
dinamica della razionalit scientifica senzaltro mutuata dalla filosofia hegeliana, che influenz Lakatos durante i suoi trascorsi
marxista in Ungheria, dove ebbe la possibilit di seguire anche
le lezioni di Lukcs [cfr. Motterlini 2000, 14-8, 26-7].
Un SRP si articola in una serie di teorie ed caratterizzato
da un nucleo (hard core) tenacemente protetto dalla confutazione da una vasta cintura protettiva (protective belt) di ipotesi ausiliarie, solo contro le quali pu essere indirizzata la falsificazione. questo nucleo a caratterizzare un SRP: un esempio classico dato dalla teoria gravitazionale di Newton. Qui
lhard core, costituito dalle tre leggi della dinamica e dalla legge
di gravitazione, reso non confutabile per decreto metodologico, mentre le eventuali anomalie, e cio tutti quei casi in
cui si osserva un comportamento deviante rispetto alle previsioni, devono essere spiegate apportando mutamenti solo nella
cintura protettiva con laiuto di sofisticate tecniche matematiche, di ipotesi ausiliarie sulla rifrazione atmosferica, la propagazione della luce ecc., od anche con ipotesi ad hoc che possano
dar conto dellesperienza. Ci che falsificabile, e quindi soggetto a mutamento, proprio questa cintura protettiva, mentre
leuristica negativa evita lattacco allhard core.
Leuristica negativa specifica il nucleo del programma che in virt
di una decisione metodologica dei suoi protagonisti non confutabile; leuristica positiva consiste in un insieme abbastanza articolato di proposte o di suggerimenti su come cambiare e sviluppare le
varianti confutabili del programma di ricerca, su come modificare e sofisticare la cintura protettiva confutabile. [Lakatos 1970b,
211]

questa euristica positiva a permettere allo scienziato di articolare lo SRP attraverso una catena di modelli sempre pi
complicati che simulano la realt [ib., 211]. Ci coglie un
aspetto tipico delle teorie scientifiche, cio il fatto di far riferi100

mento a casi ideali non esistenti, per cui le prime varianti di


un SRP sono evidentemente false in quanto fanno delle assunzioni allo scopo di neutralizzare fatti che si ritengono inessenziali per il fenomeno sotto indagine; sono pertanto inevitabili allinizio le anomalie e le relative confutazioni: la loro
esistenza pienamente prevista, leuristica positiva funge qui
da strategia che serve sia a prevederle, sia ad assimilarle [ib.,
213; cfr. Motterlini 2000, 71-8]. Solo quando la teoria viene
sempre pi articolata in modelli via via pi concreti, in un
progressivo processo di de-idealizzazione, la confutazione diventa sempre pi incisiva e pu portare al rifiuto o rigetto della teoria21.
Ci rende evidente il fatto che un SRP nasce e cresce fra le
anomalie; nessun SRP stato finora libero da esse: tutte le teorie, in questo senso, sono nate confutate e muoiono confutate
[Lakatos 1978, 5]. Per quanto si lavori con leuristica positiva
sar impossibile esaurire e spiegare tutte le anomalie; per cui
un SRP deve al suo inizio andare avanti ignorando le confutazioni. Contrariamente a quanto pensa Popper, sono le verificazioni che fanno andare avanti il programma, malgrado gli esempi recalcitranti [Lakatos 1970b, 213]. Non solo, ma come dimostrano episodi della storia della scienza, un SRP pu
procedere anche su basi incoerenti, attraverso linnesto su SRP
pi vecchi con i quali chiaramente incompatibile, e mascherando tale difetto con stratagemmi ad hoc. Certamente la coerenza un importante principio regolatore, ma ci non significa che un SRP debba bloccarsi alla prima incoerenza (o anomalia), e cio prima ancora che larticolazione delleuristica positiva gli abbia dato modo di rivelare la propria fecondit.
La storia della scienza , pertanto, per Lakatos una storia di
SRP in competizione, in un clima di reciproca tolleranza me21

Sul carattere idealizzante della scienza e sulle teorie come successioni di


modelli via via pi concreti, che sono sempre pi falsificabili man mano che
aumenta il loro tasso di concretezza vedi anche le riflessioni effettuate
nellambito della concezione idealizzazionale della scienza della scuola polacca
di Pozna esposte in numerose opere e su cui abbiamo pi volte insistito. Si
veda in modo sintetico il mio [2004, 334-372] e per una presentazione pi
complessiva, nel contesto della filsoofia polacca, anche [1990], dove possibile anche trovare tutte le indicazioni bibliografiche necessarie. Qui rinviamo,
per le opere della scuola, solo a Nowak [1980] e Nowak & Nowakowa
[2000], nei cui volumi sono contenuti numerosi articoli ed ampie indicazioni
bibliografiche.

101

todologica e di pluralismo teorico [cfr. Lakatos 1970b, 2334].


Ma tra due programmi alternativi bisogna pur scegliere. Si
dovr, allora, far ricorso alla psicologia delle comunit scientifiche, come propone Kuhn, per comprendere come mai un
SRP trionfa su unaltro? Assolutamente no. Per Lakatos sono
possibili dei criteri di scelta razionali. Un SRP, infatti, pu
mostrarsi progressivo oppure mantenersi in stagnazione:
Un programma di ricerca si dice che progressivo fintanto
che la sua crescita teorica anticipa la sua crescita empirica, cio
fintanto che continua a predire fatti nuovi con qualche successo
(slittamento-di-problema-progressivo); in stagnazione se la
sua crescita teorica resta indietro rispetto alla sua crescita empirica, cio fintanto che d solo spiegazioni post hoc di scoperte
casuali o di fatti anticipati da un programma rivale o in questo
scoperti (slittamento-di-problema-regressivo). Se un programma di ricerca spiega progressivamente pi di quanto faccia un programma rivale, lo supera e il programma rivale
pu essere eliminato, o, se si preferisce, messo da parte [Lakatos 1970, 377]
Il secondo caso tipico di un programma di ricerca in via
di saturazione che non riesce pi ad aggiustare le anomalie se
non con ipotesi ad hoc che mancano di contenuto empirico
eccedente rispetto alle teorie precedenti e che a lungo andare
non portano ad alcun aumento di contenuto. Ma ci che non
si pu precisare appunto questo a lungo andare: rendendo
quanto mai elastica la posizione di Popper, Lakatos afferma che
assai difficile decidere specie se, come detto, non si pu esigere del progresso ad ogni minimo cambiamento quando
un SRP degenerato senza speranza o quando uno dei due
SRP in competizione ha raggiunto un vantaggio decisivo
sullaltro; non si pu, cio, decidere razionalmente il momento
in cui pu essere presa una decisione a favore delluno o
dellaltro, preferendo una certa durata temporale piuttosto che
unaltra. Infatti non c limite prevedibile o accertabile per
lumana immaginazione nellinventare nuove teorie a contenuto progressivo o per lastuzia della ragione (List der Vernunft) nel premiarle con qualche successo empirico, anche se
sono false o anche se la nuova teoria ha meno verosimilitudine
nel senso di Popper della precedente [Lakatos 1970b,
235 n.]. E sar appunto questo uno dei punti su cui porter la
sua critica Feyerabend [1967, 296], il quale avr buon gioco
102

nel sostenere che la stessa metodologia lakatosiana a costringere a prendere sul serio la ricerca medianica [cfr. Feyerabend
1976, 376 n.].
Non solo, ma il potere euristico del nuovo SRP dipende in
larghissima misura da come costruiamo le novit fattuali:
[] la novit di una proposizione fattuale si pu vedere solo dopo che sia trascorso un lungo periodo [Lakatos 1970b, 232].
Ci significa due cose: innanzi tutto, il nuovo programma non
pu essere scartato sul nascere, ma bisogna dargli il tempo di
produrre fatti nuovi. infatti storicamente incontrovertibile
che nuovi SRP, poi risultati vincenti, avevano al momento della loro nascita addirittura meno potere esplicativo di quelli vecchi e in ogni caso contraddicevano quelli che erano i fatti
allepoca accettati dalla comunit scientifica [cfr. Lakatos 1978,
215]. In secondo luogo, un vecchio SRP non pu essere abbandonato del tutto in quanto sar sempre possibile che produca, dopo una lunga serie di aggiustamenti ad hoc, dei fatti
nuovi. Malgrado tutto ci, per Lakatos sempre possibile, anche se non si pu precisare lampiezza del decorso temporale,
una decisione razionale ed a lungo andare il programma di
ricerca oggettivamente migliore a trionfare. Come, quando e
dove, non possibile precisare a priori, ma solo constatare a
posteriori: si pu essere consapevoli solo dopo levento [cfr.
Lakatos 1970, 378].
In pratica, nelle sue ultime conseguenze la metodologia lakatosiana finisce di essere una metodologia in quanto non d
nessuna indicazione, qui ed ora, allo scienziato impegnato in
un dato programma: serve solo ad interpretare normativamente la storia della scienza sulla base di una qualche teoria della
razionalit, di una qualche definizione di scienza in atto dominante, di un programma di ricerca che, in base alla sua supposta fecondit, fornisce i canoni della razionalit. Come dichiara
lo stesso Lakatos, rispondendo ai critici, la mia metodologia
[] valuta solamente teorie (o programmi di ricerca) pienamente articolati, ma essa non presume indicare agli scienziati
n il modo in cui si perviene a buone teorie, n su quale dei
due programmi radicali convenga che essi lavorino [Lakatos
1971, 174]. In tal modo la metodologia di Lakatos un mero
sguardo rivolto al passato senza che da tale capacit di valutare ci che stato ne scaturisca la possibilit di guardare con lucidit verso il futuro, in avanti [cfr. Hacking 1981, 169; Nickles 1985, 107].
103

In sostanza lo scienziato, nel suo concreto operare, abbandonato a se stesso, privo di qualsiasi criterio proprio in quel
momento cruciale della indagine scientifica che vede il passaggio da un SRP ad un altro. Cos il lakatosiano criterio di progresso, fondato sullo slittamento progressivo o regressivo dei
SRP, diventa assai problematico. Per rispondere allattacco
portato da Kuhn alla razionalit scientifica, Lakatos ha indebolito a tal punto gli standard e li ha resi cos flessibili, da precludersi la possibilit stessa della demarcazione. Come non esser allora tentati di ricadere nella psicologia della scoperta? lo
stesso Lakatos ad affermare:
Se due quipes di scienziati sono in competizione e perseguono
programmi di ricerca rivali, probabile che abbiano pi successo
quelli che hanno pi talento creativo, a meno che Dio non li punisca con una estrema scarsit di successo empirico. La direzione della
scienza determinata, in primo luogo, dallimmaginazione creativa
e non dalluniverso dei fatti che ci circondano. Se la ricerca ha sufficiente spinta, limmaginazione creativa trover, probabilmente,
nuove evidenze che corroboreranno anche il pi assurdo dei programmi. Cercare in questo modo una nuova evidenza confermante
perfettamente lecito. Gli scienziati sognano i loro sogni pi fantastici, quindi cercano in modo altamente selettivo i fatti che si adattano alle loro fantasie. Questo processo pu essere descritto come la
scienza che crea il proprio universo []. Una brillante scuola (appoggiata da una ricca societ che finanzi pochi controlli ben pianificati) pu con successo mandare avanti qualsiasi programma fantastico, o, se lo desidera, rovesciare invece qualsiasi pilastro di conoscenza affermata, scelto ad arbitrio. [Lakatos 1970b, 265-6]

Lakatos cos, spostando il problema popperiano della scelta


fra teorie rivali alla scelta fra SRP, tuttavia non lo risolve in
quanto non fornisce chiare regole per decidere quando un programma definitivamente degenerato e quindi non spiega in
termini metodologici la transizione da un vecchio a un nuovo
programma di ricerca [Amsterdamski 1975, 32]. Sembra che
il tentativo lakatosiano di sfuggire alle conseguenze cui portavano le tesi kuhniane, e a cui perverr poi anche Feyerabend
(non un caso che questi ritenga Lakatos come colui che, per
cos dire, lo ha svegliato dal sonno dogmatico del popperismo), sia fallito: come non trarre dalla sua metodologia alimento a posizioni di tipo sociologista e come non fare della
scienza una variabile dipendente del sociale?
chiaro, Lakatos rifiuta aspramente tale esito, continuando
ancora a vedere la scienza con gli occhiali di Popper nella
104

convinzione che la sua crescita razionalmente ricostruita


abbia luogo essenzialmente nel mondo delle idee, nel terzo
mondo di Platone e Popper, nel mondo della conoscenza articolata che indipendente dai soggetti conoscenti [Lakatos
1970b, 257]. Cos come anche rifiuta aspramente le critiche
alla scienza fatte da Marcuse e che negli anni 70 tanta fortuna
avevano avuto nella New Left americana (e non solo in quella),
miranti a mettere in luce la responsabilit sociale della scienza:
Dal mio punto di vista la societ ad avere una responsabilit
quella di mantenere la tradizione scientifica apolitica e distaccata e
favorire la scienza nella sua ricerca della verit nei modi determinati
puramente dalla sua pi profonda vita. Certamente gli scienziati,
come cittadini, hanno la responsabilit, come tutti gli altri cittadini,
di fare in modo che la scienza sia applicata a giusti fini politici e sociali. [Lakatos 1978, 258]

Per cui considera come un criminale tradimento della ragione lattacco intellettuale al valore epistemologico oggettivo
delle scienze esatte [Lakatos 2001, 323] e giudica assai negativamente le rivendicazioni degli studenti della London School
of Economics di poter entrare nel merito dei programmi di insegnamento e della nomina dei docenti [ib., 305-13].
Da quanto detto, chiaro che Lakatos non riesce con la sua
proposta metodologica a ridare un senso al modo di intendere
lo sviluppo della scienza nella RV e in Popper, in quanto tra
due SRP non vi in pratica alcun rapporto. Essi sono due tradizioni di ricerca indipendenti tra le quali vige per anni una
complessa guerra di usura [Lakatos 1978, 212], senza che sia
mai possibile una riduzione dalluno allaltro. E in ogni caso,
aggiungiamo, due SRP, anche se fosse possibile identificarli in
modo netto e collocarli in periodi successivi, sono entit troppo complesse per poter stabilire tra essi quei nitidi e semplici
rapporti riduttivi ipotizzati da Nagel e Popper, che non a caso
facevano riferimento a singole teorie o a particolari leggi tra
queste teorie. Sicch anche per Lakatos il progresso della scienza avviene attraverso delle rivoluzioni [ib., 227], bench ancora egli creda fermamente che tale transizione sia razionale. Infine, con Lakatos la storia della scienza entra a pieno titolo a far
parte delle occupazioni del metodologo, che abbandona del
tutto la costruzione di astratti modelli sincronici delle teorie
scientifiche per dedicarsi allo studio di come cresca la scienza:
dal problema della giustificazione e della accettabilit di una
proposizione si passa al problema di come essa si storica105

mente costituita:
Il carattere fondamentale della scienza non dato da uno speciale insieme di proposizioni siano esse dimostrabili come vere, altamente probabili, semplici, falsificabili oppure degne di credenza razionale ma dal particolare modo in cui un insieme di proposizioni
o un programma di ricerca rimpiazzato da un altro. [Ib., 222-3]

Ma la metodologia di Lakatos sembra troppo spesso restare


in bilico tra posizioni non facilmente conciliabili, non riuscendo a tenere insieme la fortemente avvertita esigenza di
standard che permettano di valutare, sia pure retrospettivamente, il suggedersi degli SRP, con la constatazione di come in
effetti la storia della scienza sia qualcosa di molto pi complesso e caotico di tutti gli standard escogitati dai filosofi della
scienza. su questa fragilit che innester la propria critica distruttiva Feyerabend.
Inoltre, lingresso della dimensione storica nellepistemologia porta Lakatos a concepire, accanto alla metodologia degli
SRP, una metodologia dei programmi di ricerca storiografici, attraverso la quale poter valutare la progressivit o meno delle
diverse ricostruzioni razionali tra loro in concorrenza in
quanto ispirate da diverse metodologie e teorie della razionalit
nella interpretazione di concreti casi di mutamento scientifico. In pratica, ad una certa filosofia della scienza corrisponde
una determinata storia della scienza e viceversa, per cui non
vanno valutati solo gli SRP in base alla loro progressivit o regressivit, ma anche le metodologie di cui si fa uso
nellinterpretare la storia della scienza. Diversamente da Popper, Lakatos sostiene infatti che anche la metodologia deve essere sottoposta a valutazione, elaborando una sorta di metametodologia che effettua la critica di quella mediante valutazione delle ricostruzioni razionali da essa effettuate. E da questo
punto la metodologia dei programmi di ricerca storiografici risulta
migliore
delle
altre
metodologie
(quelle
dellinduttivismo, del convenzionalismo o del falsificazionismo) in quanto riesce a spiegare pi episodi reali di storia
della scienza, che sono invece rigettate dalle altre nel campo
dellirrazionale o del casuale. insomma migliore la metodologia che permette di minimizzare i fattori esterni alla scienza
(rientranti nel campo della psicologia e della sociologia), ricostruendola quanto pi possibile in base a quelli interni, cio
alle sole motivazioni razionali che stanno alla base del suo divenire. Con ci egli vuole combattere lirrazionalismo di Kuhn
106

e Feyerabend, i quali spiegano la crescita della scienza facendo


ricorso a fattori ad essa esterni: la psicologia delle comunit, la
sociologia, le idiosincrasie personali e cos via.
Infine, il nucleo che sta alla base di un SRP viene a prendere, per Lakatos, il posto che in Popper aveva la metafisica: egli,
infatti, afferma di andare di gran lunga oltre Popper
nellattenuare la demarcazione fra scienza e metafisica: Io non
uso pi neppure il termine metafisica. Parlo soltanto di programmi di ricerca scientifici il cui nucleo non confutabile,
non per ragioni sintattiche, ma per ragioni metodologiche, che
non hanno nulla a che fare con la forma logica [Lakatos
1970b, 262]. Ormai la metafisica, che dai neopositivisti veniva sbattuta fuori dalle porte della cittadella scientifica e che da
Popper veniva rivalutata solo nella sua funzione euristica, da
Lakatos riconosciuta come lautentico cuore della scienza: questa
si rivela letteralmente fondata su una metafisica che regge e dirige le ricerche degli inconsapevoli scienziati, i quali, afferma
sprezzantemente Lakatos, si sforzano di capire della scienza
poco pi di quanto capisce il pesce dellidrodinamica [ib.,
224 n.].
Ma allora, come non arrivare alla conclusione che non si
tratta tanto di scegliere, nella normale attivit scientifica, tra teorie diverse in base a severi standard metodologici, quanto dibattere sui meriti delle rispettive filosofie che stanno alla base
del lavoro degli scienziati? Giacch, se questi non concordano
nella valutazione di una teoria, ci non dipende dallancora
equivoca fondazione empirica della stessa, quanto dal fatto che
hanno ontologie diverse. Insomma, gli scienziati han finito per
trasformarsi in filosofi, e non i filosofi in scienziati come pretendevano lingenuo Neurath e i suoi amici del Circolo di
Vienna; la scienza che stata resa filosofica e non la filosofia a
diventare scientifica. Sembra che loriginario programma che
stava alla base delledificazione di una filosofia scientifica sia
pervenuto, con Lakatos, al suo capovolgimento: il lungo viaggio intrapreso dai nostri esploratori dallepistemologia attraverso il lussureggiante territorio della scienza non solo non ha ritrovato la pietra filosofale capace trasmutare la filosofia da bruco in farfalla per farla volare sulle ali della scientificit, ma ha,
in una sorta di nemesi teoretica, fatto ripiombare la scienza nel
pantano dalle mille dispute del pensiero filosofico. E come,
giunti a questo punto, poter ancora criticare lapproccio dialettico alla realt quando quello analitico ha mostrato cos chiara107

mente e clamorosamente il proprio scacco?


5. Laddio alla ragione di Paul K. Feyerabend
I limiti cui va incontro il tentativo di Lakatos di salvare la
razionalit della scienza attraverso la sofisticazione del programma popperiano sono alla base delle conclusioni radicali
cui giunge Feyerabend (1924-1994) che, con il suo seducente
canto di sirena gradito a quanti sono stati sempre freddi e diffidenti verso lo scientismo e il positivismo, delegittima la
stessa possibilit di edificare un qualsivoglia standard metodologico in grado di demarcare la scienza dalla metafisica22. Il
confine tra filosofia e scienza ormai del tutto indeterminato, a
favore di una pervasivit della filosofia nel lavoro dello scienziato, con il conseguente a dir poco indebolimento del concetto di razionalit, al punto da dichiarare Feyerabend che ci
che resta sono i giudizi estetici, i giudizi di gusto e i nostri desideri soggettivi [Feyerabend 1975, 113].
Ma Feyerabend non arriva a queste conclusioni spinto solo
dalla propria carica dissacratoria nei confronti delle regole metodologiche via via introdotte e modificate dalla filosofia della
scienza a lui contemporanea; non un iksos che im22

In questo paragrafo tratteremo ovviamente del Feyerabend pi noto, cio


quello che assume le vesti del peggior nemico della scienza [cfr. Preston,
Munevar & Lamb 2000], dellanarchico metodologico e del relativista, il
che accade allincirca dalla met degli anni 60 e in particolare ad iniziare dei
saggi sui problemi dellempirismo [cfr. Feyerabend 1965], per diventare progressivamente sempre pi accentuata (Preston [1997] pone la svolta al volgere degli anni 70). In precedenza le posizioni di Feyerabend erano quelle di
un critico costruttivo rispetto alle posizioni della RV e in generale rispetto
alla tradizione ricevuta, ispirandosi al pensiero di Popper, del quale ne difendeva gli aspetti essenziali (per come si evince anche dalle sue lettere a Kuhn
pubblicate da Hoyningen-Huene [1995; 2006b]); era insomma ancora un
filosofo scientifico che tentava di sviluppare un modello razionale di scienza
di stile normativo. Il suo scopo essenziale, in questa prima fase, era quello di
evitare che le teorie scientifiche si trasformassero in dogmi, assegnando alla filosofia della scienza il compito popperiano di migliorare con la critica le credenze esistenti, fossero esse scientifiche o del senso comune [cfr. Oberheim &
Hoyningen-Huene 2000, 374]. Per un inquadramento complessivo
dellopera di Feyerabend cfr. anche Capecci [1977], Corvi [1992], Munevar
[1991], Malolo Dissak [2001], Farrell [2003].

108

provvisamente irrompe in un tranquillo regno i cui abitanti


sono intenti senza problemi alle loro quotidiane attivit: escogitare congetture, andare a caccia di severe falsificazioni, articolare paradigmi ed avanzare programmi di ricerca scientifica per poi valutarne la progressivit o regressivit. Niente affatto. Egli piuttosto porta alla chiara luce del sole i limiti
interni di tutta un tradizione epistemologica non per proporre
nuove regole di comportamento che siano in grado di colmare i vuoti teorici della RV e dei vari Popper, Kuhn, Lakatos
(coi quali intesse un fitto dialogo fatto di insulti, critiche e argomentazioni razionali e sentimentali) ma piuttosto per portarne alle estreme, paradossali, conseguenze le posizioni facendone scorgere, in un costante riferimento alla pratica scientifica
(e non scientifica), le fatali inadeguatezze: della teoria scientifica
rispetto alla ricca concretezza del reale e della metodologia rispetto al ricco articolarsi delle pratiche scientifiche. Sicch il discorso critico, in Feyerabend, pi che alimentarsi di astratte
discussioni razionali sulle varie metodologie proposte, si
svolge prevalentemente attraverso una densa esplorazione sia
delle culture non scientifiche (per criticare le pretese di assolutezza della scienza contemporanea e della razionalit occidentale) sia del ricco materiale che si pu ritrovare nella storia della scienza (per far vedere la ristrettezza e miopia di ogni regola
metodologica) 23. In tal modo ha la sua massima espressione
quella svolta verso la storia che ha caratterizzato la pi recente
epistemologia, da Kuhn in poi.
Punto di partenza di Feyerabend la constatazione della inadeguatezza (a) di ogni teoria scientifica rispetto al materiale
empirico che essa mira a spiegare; (b) di ogni metodologia ri23

Abbiamo altrove mostrato [cfr. Coniglione 1991] come sia possibile, seguendo questo itinerario feyerabendiano, far vedere che il vicolo cieco cui la
sua indagine conduce pu essere visto anche come punto di partenza di una
considerazione alternativa della scienza; in particolare come sia possibile, alla
luce della concezione idealizzazionale della scienza, sviluppata dalla Scuola di
Pozna (di cui alla nota precedente), cercare di intendere i molti casi che Feyerabend porta a sostegno del proprio anarchismo metodologico e, conseguentemente, tentare una spiegazione dello stesso caso Feyerabend come
tipo puro anche se in negativo di una impostazione epistemologica che,
da molte parti, viene ormai considerata defunta. A tale lavoro (dal quale abbiamo tratto parte del materiale qui presentato) rinviamo per una pi articolata discussione di alcuni temi del pensiero feyerabendiano, come ad es. il suo
misticismo epistemologico.

109

spetto alle teorie scientifiche che essa dovrebbe riuscire a caratterizzare. Ovviamente la seconda constatazione deriva, almeno
logicamente, dalla prima: allo stesso modo di come le teorie
scientifiche non riescono a cogliere la realt, troppo complessa per essere da esse ingabbiata, cos le metodologie non riescono a cogliere il divenire reale delle teorie scientifiche, a sua
volta troppo complesso per poter essere costretto in regole metodologiche. Ci ha due effetti strettamente correlati. In primo
luogo la rivalutazione di scienze, conoscenze e culture alternative rispetto alla tradizione razionalista e scientifica occidentale, perch in grado di essere pi aderenti alla complessit dellesperienza. In secondo luogo laffermazione che non
esiste, ed vano cercare, una metodologia che sia capace di
indicare normativamente, o anche di descrivere, il divenire
della scienza.
Per sostenere queste tesi di fondo Feyerabend porta un vasto materiale empirico fatto di indagini a carattere storico sullo
sviluppo della scienza e sulle caratteristiche di modi di pensare
che normalmente sono ritenuti non scientifici o prescientifici.
Per quanto riguarda il primo aspetto, Feyerabend si propone
di far vedere come la teoria della scienza e, in particolare, le
varie strategie epistemologiche proposte dai classici del neopositivismo, ma anche da Popper e da Lakatos, siano costantemente inadeguate a rendere conto del reale sviluppo della
scienza; da ci egli trae la conclusione che ogni metodologia
fatalmente destinata ad essere inadeguata perch finisce per essere una caricatura della scienza effettiva. Per quanto laschi
possano essere i principi metodologici, ci sar sempre qualcosa
della pratica scientifica che sfugge alla loro presa e che quindi
ne falsifica ogni pretesa sia descrittiva che, a maggior ragione,
normativa, per cui esse finiscono per essere un impedimento
al reale progresso della conoscenza:
[] se [] passiamo ora alla storia della scienza, vediamo che sviluppi di primissimo piano, come lascesa della nuova astronomia di
Copernico, Keplero e Galileo o la scomparsa della credenza nelle
streghe, si sono verificati in Europa solo perch dei pensatori indipendenti, a dispetto di tutte le regole metodologiche tradizionali, si
risolsero a introdurre teorie inusitate e a difenderle in modo illecito.
[] La teoria copernicana si trovava in contraddizione con osservazioni del tipo pi chiaro e convincente, e anche con principi fisici
ragionevoli che in fisiologia, in psicologia e perfino in teologia avevano condotto a risultati sorprendenti. Osservando questo abisso fra
realt scientifica e castelli in aria epistemologici, non possiamo

110

sottrarci allimpressione che questi abbiano molto in comune con le


malattie mentali. Un carattere essenziale del disturbo mentale la
tendenza del malato ad allontanarsi sempre pi dalla realt. Egli non
si accorge di questo distacco perch elabora costruzioni mentali che,
racchiuse in s, sono prive di contraddizioni e danno risposte anche
alle domande pi spiacevoli. Un importante tratto delle costruzioni
mentali il loro carattere formale: determinate formule, gesti inclusi, vengono ripetute allinfinito, ma in modo che non comporti
contraddizioni con altre formule. [] questa la conclusione a cui
ci si trova costretti quando si confrontano le metodologie disponibili con loggetto che esse descrivono e che forse vorrebbero migliorare. [Feyerabend 1978c, 363]

Il tarlo che corrode ogni tentativo di cercare di catturare la


ricchezza dellesperienza scientifica allinterno delle maglie
metodologiche costituito dal processo astrattivo che inevitabilmente si utilizza quando si studia la storia della scienza:
La teoria della scienza un tardo germoglio, estremamente selezionato ed anemico, della preoccupazione di sostituire la ricchezza
della natura e del mondo spirituale con modelli ingenui, e gli elastici, maneggevoli concetti plasmati da questa ricchezza con misere
astrazioni. [Feyerabend 1978c, 386].

pertanto la contrapposizione tra concretezza/astrazione, tra


ricchezza dellEssere e povert della scienza [cfr. 1999, 3-10] ,
a diventare il fulcro tematico delle osservazioni di Feyerabend.
Il processo di chiarificazione che si propone lepistemologia
nei confronti della scienza non arricchisce questa, ma piuttosto
sostituisce alla pratica scientifica una caricatura che il risultato della combinazione di ideali irrealistici (chiarezza,
precisione, adeguatezza logica, ecc.) con una insufficiente
conoscenza dei fatti. Appunto per ci possibile scambiare
lideale con la realt: empiristi logici, popperiani, lakatosiani,
costruiscono entit immaginare come nuclei, espansioni di
nuclei, e cos via, ma
se ci avviciniamo alla scena limpressione cambia completamente.
Non troviamo strutture precise, che crescono e declinano sistematicamente, ma brandelli di sistemi che si sommano ad altri brandelli
fra loro inconciliabili generando nuove interessanti forme; qua e l
vi sono dei principi logici, ma mai con continuit; principi di razionalit vengono creati ad hoc ed altrettanto rapidamente abbandonati [] Ponendo a confronto lideale con questa realt, la reazione dei filosofi della scienza il rifiuto della realt [] Ci significa per che gli epistemologi in fondo non difendono la scienza rea-

111

le, ma la cancellano per sostituirla con le immagini pure ma sterili


della loro fantasia. [Ib., 387]

Evidentemente, da questo punto di vista, ogni teoria della


scienza inadeguata, in quanto sempre possibile esibire qualche particolare episodio della storia reale della scienza che ne
contraddice qualche principio: sufficiente, per cos dire, utilizzare una lente di ingrandimento pi potente e questa ci riveler particolari nuovi non inquadrabili nella teoria della scienza
corrente. Se le cose stanno cos, allora ogni principio esplicativo avr durata provvisoria, solo il tempo necessario per guardare meglio alla scienza reale.
Ne deriva limpossibilit stessa di una teoria della scienza
in generale, in quanto le metodologie sono sistemi chiusi che
non evolvono, ma solo scompaiono per far posto ad altre metodologie che con le prime non hanno nulla a che fare.
Lincommensurabilit che Feyerabend sostiene a proposito
delle teorie scientifiche, come si vede, pienamente operante
anche riguardo alle teorie sulla scienza: vano affannarsi ad elaborarne, visto che nel momento stesso in cui ne abbiamo delineato i contorni, esse dovranno sparire dietro lurgere della
storia reale della scienza: la realt scientifica non ha nulla a che
vedere con queste teorie [della scienza] e [...] esse non hanno
alcun aggancio con la scienza o, se mai riescono a trovarne uno,
la disturbano notevolmente, anzi la distruggono [ib., 345].
Onde per Feyerabend lunico principio che non inibisca il
progresso qualsiasi cosa pu andar bene (anything goes):24
24

Lo slogan anything goes viene usato da Feyerabend una sola volta in Contro
il metodo [1975, 25]: per coloro che non vogliono ignorare il ricco materiale
fornito dalla storia, e che non si propongono di impoverirlo per compiacere
ai loro istinti pi bassi, alla loro brama di sicurezza intellettuale nella forma
della chiarezza, della precisione, dellobiettivit, della verit, diventer
chiaro che c un solo principio che possa essere difeso in tutte le circostanze e
in tutte le fasi dello sviluppo umano. il principio: qualsiasi cosa pu andar
bene. Questa spiegazione, aggiunge Feyerabend in Scienza come arte, gi
molto chiara, ma pu nondimeno esser letta in due modi: o nel senso che io
adotto lo slogan e lo propongo come una base per il pensiero o nel senso che
non lo adotto ma mi limito a descrivere la sorte di una persona innamorata
dei principi che voglia tener conto della storia: lunico principio che le rimane sar qualsiasi cosa pu andar bene. In CM [Contro il metodo] (p. 29), io
rifiuto esplicitamente la prima interpretazione: Il mio intento, scrivo, non
quello di sostituire un insieme di norme generali con un altro insieme di
norme, bens piuttosto quello di convincere il lettore del fatto che tutte le me-

112

Lidea di un metodo che contenga principi fermi, immutabili e assolutamente vincolanti come guida nellattivit scientifica si imbatte in difficolt considerevoli quando viene messa a confronto con i
risultati della ricerca storica. Troviamo infatti che non c una singola norma, per quanto plausibile e per quanto saldamente radicata
nellepistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza.
Diviene evidente anche che tali violazioni non sono eventi accidentali, che non sono il risultato di un sapere insufficiente o di disattenzioni che avrebbero potuto essere evitate. Al contrario, vediamo che tali violazioni sono necessarie per il progresso scientifico. In
effetti, uno fra i caratteri che colpiscono delle recenti discussioni
sulla storia e la filosofia della scienza la presa di coscienza del fatto
che eventi e sviluppi come linvenzione dellatomismo nellantichit, la rivoluzione copernicana, lavvento della teoria atomica moderna (teoria cinetica; teoria della dispersione; stereochimica; teoria
quantistica), il graduale emergere della teoria ondulatoria della luce
si verificarono solo perch alcuni pensatori o decisero di non lasciarsi
vincolare da certe norme metodologiche ovvie o perch involontariamente le violarono. [Feyerabend 1975, 21]

evidente che, dati questi presupposti, Feyerabend si


guarda bene dal proporre un nuovo metodo: il suo scopo
piuttosto quello di dimostrare che tutte le metodologie, anche
quelle pi ovvie, hanno i loro limiti [ib., 29]. Sarebbe cos errato affermare che anything goes sia il suo principio metodologico supremo; esso vuole solo essere una presentazione un po
scherzosa della situazione del razionalista: egli vuole avere
principi generali ma in considerazione del materiale da me offerto [tratto dalla storia della scienza] deve svuotarli sempre
pi di ogni contenuto. Anything goes tutto ci che rimane
[1978, 82].
La libert dazione che cos Feyerabend garantisce allo
scienziato non solo un fatto della storia della scienza. Essa
sia ragionevole sia assolutamente necessaria per la crescita del
sapere:
Ora, se ci sono eventi, non necessariamente argomentazioni, che ci
inducono ad adottare nuovi standard, comprese forme di argomentazione nuove e pi complesse, non tocca ai difensori dello status
quo fornire, non soltanto argomentazioni contrarie, ma anche cause
contrarie? (La virt senza il terrore inefficace, dice Robespierre).
E se le vecchie forme di argomentazione si rivelano una causa troptodologie, anche quelle pi ovvie, hanno i loro limiti [1984, 31-32; cfr. anche
1987, 279-80].

113

po debole, questi difensori non devono o rinunciare ad esse o far ricorso a mezzi pi forti e pi irrazionali? ( molto difficile, e forse
del tutto impossibile, combattere gli effetti del lavaggio del cervello
col ragionamento). Persino il razionalista pi rigido sar allora costretto a smettere di ragionare e usare la propaganda e la coercizione,
non perch alcune fra le sue ragioni abbiano cessato di esser valide,
ma perch sono scomparse le condizioni psicologiche che le rendevano efficaci e capaci di influire sugli altri. E qual lutilit di
unargomentazione che non riesce a convincere la gente? [1975, 223]

Ad essere messa in dubbio da Feyerabend la stessa possibilit della scienza tout court, intesa come capacit di cogliere e
descrivere le strutture del reale, cio come sua conoscenza nel
senso forte di questo termine; giacch se si ammettesse che
possibile avere conoscenza scientifica di un oggetto concreto, su
quali basi allora si potrebbe rifiutare la possibilit della conoscenza di quelloggetto concreto che la scienza stessa? Sarebbe
stato, insomma, contraddittorio ammettere, da una parte,
lesistenza di una conoscenza della natura e cio la conoscenza
di una realt ben pi complessa e concreta di quella costituita
dalla scienza e poi ritenere impossibile una conoscenza di
questa stessa conoscenza della natura. Ovviamente Feyerabend non vuole negare il fatto che la scienza funziona,
permette predizioni efficaci ed alla base di una miriade di
applicazioni tecniche; non vuole, insomma sostenere che la
scienza non permette alla mente umana di arrivare alla realt.
Tiene per sempre a sottolineare come, in ogni caso, tale conoscenza sia sempre un sapere locale, che concerne limitate porzioni dello spazio-tempo e per giunta assai deformate e semplificate, in quanto le leggi scientifiche sono astrazioni ed idealizzazioni che poco hanno a che fare col reale; in secondo luogo, sottolinea che del tutto falso ritenere che gli oggetti
scientifici siano, essi soli, reali, mentre quelli appartenenti alle
altre culture siano pure illusioni. Limportante non fare del
successo della scienza una misura della realt e dei suoi ingredienti [Feyerabend 1987, 123]. In riferimento alla critica di
Bellarmino a Galileo, Feyerabend afferma che in termini moderni il suo giusto ammonimento consiste in ci:
gli astronomi si muovono su un terreno sicuro quando affermano
che un modello presenta dei vantaggi dal punto di vista predittivo
rispetto a un altro modello, ma si cacciano nei guai quando asseriscono che perci il modello costituisce unimmagine fedele della re-

114

alt. O, pi in generale: il fatto che un modello funzioni non mostra,


in s, che la realt strutturata come il modello. [Ib., 248]

Questidea un ingrediente elementare della pratica scientifica, in quanto le approssimazioni sono un luogo comune
nella scienza; ma anche le teorie non sono che gradini verso
una concezione pi soddisfacente, per cui non dobbiamo
trarre da esse conseguenze realistiche: anche le teorie formalmente pi perfette e dal sorprendente potere predittivo possono risultare inadeguate quando vengono considerate come una
diretta espressione della realt. Insomma, le teorie sono solo
utili approssimazioni e non possiamo avere idea dellaspetto
della realt che esse approssimano.
Lanarchismo metodologico implicito nellanything goes
presuppone logicamente lanarchismo scientifico: come la
teoria della scienza una caricatura della scienza, allo stesso
modo la scienza (e in particolar modo la sua regina, la fisica,
ed in ogni caso la scienza che si sviluppata da Galilei in poi)
una caricatura della realt. Quello che qui stiamo definendo
anarchismo scientifico la conseguenza storica
dellanarchismo metodologico, ma ne anche il presupposto
logico: solo se ci si rende conto della ben pi radicale inadeguatezza delle teorie scientifiche rispetto alla ricchezza del
mondo concreto possibile legittimare linadeguatezza delle teorie sulle teorie scientifiche rispetto alla ricchezza della storia e
della pratica effettiva della scienza. Se per far vedere linadeguatezza delle metodologie Feyerabend aveva utilizzato un ricco
materiale tratto dalla storia della scienza (e che qui ci siamo astenuti dal riportare per esigenze di sintesi), ora necessario
condurre direttamente il confronto tra teoria e realt, utilizzando come termine di paragone teorie alternative che non appartengono alla tradizione scientifica occidentale o che da questa
sono state giudicate come non-scientifiche o pre-scientifiche. 25
25

Ovviamente i due tipi di considerazione (confronto tra le metodologie e la


scienza e confronto tra la scienza e la realt) a volte si intrecciano strettamente negli scritti di Feyerabend (le constatate insufficienze della metodologia
servono a far rilevare linsufficienza della scienza e viceversa), sicch qui si d
una chiarificazione razionale del modo di ragionare feyerabendiano. Feyerabend potrebbe obiettare che cos facendo si deforma la ricca molteplicit
delle sue argomentazioni e che si introducono astratti principi razionali per
rendere conto della sua pratica argomentativa, ecc. A ci si potrebbe rispondere che lunico comportamento alternativo alla esposizione delle sue tesi che

115

Un buon punto di partenza per capire questa critica alla


possibilit stessa della scienza costituito dalla distinzione fatta
da Feyerabend tra tradizioni astratte e tradizioni storiche,
dove con la prima espressione Feyerabend designa quelle tradizioni nelle quali spicca laspetto logico e con la seconda le
tradizioni con leggi locali, che spesso ammettono eccezioni e
che vengono occultate da elementi casuali [cfr. 1978, 51]. Alla
domanda di come abbia avuto origine la distinzione tra esse,
cio tra ragione pura e materiale irrazionale, che deve essere
trattato e razionalizzato (materiale che si potrebbe definire
prassi), Feyerabend afferma che la ragione non qualcosa
di naturale, ma una tradizione o stile di pensiero ( qui da lui
usata la locuzione introdotta da Fleck) che si imposta su altre
tradizioni o stili di pensiero, finendo per assumere una funzione egemonica. In particolare, ragione e prassi non sono due
realt sostanzialmente diverse, ma due diversi tipi di tradizione.
Le tradizioni del primo tipo posseggono aspetti formali chiari e facilmente riproducibili; da ci noi siamo spesso indotti a dimenticare i processi complessi e poco compresi che garantiscono questa
semplicit e riproducibilit. Le tradizioni del secondo tipo sono
molto pi complesse, tanto in superficie, quanto in profondit, i loro tratti formali sono ricoperti da ogni sorta di panni causali, tanto
da dar limpressione che non esistono. [1978, 50-1]

Ad una sostanziale unit delle due tradizioni si sostituisce,


per, a causa di una doppia dimenticanza, una supposta estraneit: la complessit, sottostante alla tradizione razionale, viene
dimenticata in favore della sua apparente chiarezza ed ineccepibilit formale; viceversa, i tratti formali della seconda vengono
persi in favore dei panni casuali attraverso i quali essi si manifestano. La sottostante unit tra ragione e prassi viene sostituita da una supposta estraneit essenziale e una delle due
non ne violenti la ricchezza sarebbe la riproduzione fedele di tutti suoi
scritti (ovvero una ristampa anastatica dei suoi articoli) verso i quali assumere
un atteggiamento di mistica contemplazione. In ogni caso, se vero che Feyerabend normalmente fa lindossatrice e non il vescovo io presento posizioni [metodologiche, filosofiche, ecc.] cos come una indossatrice presenta
un nuovo modello o un attore una nuova parte e non come un vescovo che,
celebrando la messa, presenta il santissimo [Feyerabend 1978b, 399] allora
certamente non si commetter un sacrilegio ma al massimo si sar cattivi intenditori di moda.

116

tradizioni prende il sopravvento: listanza di una ragione astratta e rigorosa si impone sconfiggendo quella di una prassi
flessibile e aderente allesperienza, costituendosi come la tradizione dominante del pensiero occidentale: in principio v il
razionalismo presocratico e in seguito le pretese assolutistiche
della scienza moderna. Ma le tradizioni del secondo tipo non
scompaiono del tutto: esse continuano a vivere una vita sotterranea, occulta, emergendo di tanto in tanto nei momenti di
crisi del pensiero scientifico, connotate come non-scientifiche o
prescientifiche, primitive e pertanto ricacciate nellirrazionale.
Ebbene, mentre le tradizioni storiche, contro le quali lottano gli intellettuali, grazie al fatto di essere pi aderenti alle varie pieghe della quotidianit concreta degli uomini, posseggono concetti che sono adatti alle circostanze della vita, invece
le tradizioni astratte non dispongono di concetti del genere. Esse
migliorano s la situazione in alcuni particolari settori limitati, come la matematica, lastronomia (e anche qui solo dopo lunghe difficolt), ma in politica, nellarte, nelletica, nella religione, nella dottrina dellanima creano solo confusione. [Ib., 192]

Si pu illustrare storicamente la nascita del contrasto tra le


due tradizioni e della progressiva affermazione di quella astratta
a scapito dellaltra, mediante lanalisi della contrapposizione fra
la cosmologia arcaica, che si esprime nel mondo omerico, e la
nuova cosmologia presocratica che nasce fra il VII e il V secolo.
Nella cosmologia arcaica non esiste la distinzione tra apparenza
ed essenza, in quanto essa contiene solo cose, eventi e loro parti, sicch la conoscenza completa di un oggetto equivale a
unenumerazione completa delle sue parti e delle sue peculiarit [1975, 216]. Il mondo pertanto un aggregato paratattico in cui tutte le cose hanno eguale dignit e non esiste alcun
rapporto di subordinazione, da un punto di vista conoscitivo,
di un elemento rispetto ad un altro. Gli elementi della cosmologia arcaica
sono parti relativamente indipendenti di oggetti che entrano fra loro in rapporto di tipo esterno. Essi partecipano ad aggregati senza
modificare le loro propriet intrinseche. La natura di un aggregato
particolare determinata dalle sue parti e dal modo in cui le parti
sono connesse luna allaltra. Se si enumerano le parti nellordine appropriato si ha loggetto. Ci vale per gli aggregati fisici, per gli esseri umani (mente e corpo), per gli animali, ma anche per aggregati sociali
come lonore di un guerriero. [Ib., 219-20].

117

La conoscenza, in questo cosmo, pu essere paragonata ad


un viaggio: il viaggiatore, nel visitare un paese a lui sconosciuto, enumera le parti e gli oggetti che via via incontra, descrivendone le propriet, le relazioni e narrando gli eventi che
gli capitano. Lelenco particolareggiato di ci di cui si avuto
esperienza, la lista, esaurisce la conoscenza delloggetto.26
A questa visione arcaica, ben espressa nei poemi omerici
[cfr. 1999, 26-43], viene sostituita una nuova visione del
mondo, una nuova cosmologia. Si comincia con il presuntuoso e linguaggiuto Senofane, tipico prototipo dellintellettuale
[cfr. ib., 51-72; 1987, 94-106], e si prosegue con Parmenide
[cfr. 1999, 73-96], il quale parla di due vie della conoscenza,
quella della verit e quella dellapparenza ingannevole, e di due
mondi, quello del mutamento e quello dellimmobilit: questa fu la separazione allepoca pi chiara e pi radicale di quei
domini che pi tardi sarebbero divenuti noti come apparenza e realt [ib., 74]. La nuova concezione improvvisamente
contrappone al mondo ricco di eventi, rapporti e descrizioni in
unione paratattica, del quale gli uomini acquisiscono conoscenza mediante lesperienza vissuta, una nuova realt, ovvero un
mondo da conoscere, un soggetto conoscente ed un rapporto,
per il momento molto indeterminato ed astratto, fra i due, cio
la conoscenza. Si tratta di una semplificazione infantile dei fenomeni e della loro interpretazione razionale [1978b, 137].
Vengono introdotte dicotomie grossolane, come realt/apparenza, conoscenza/opinione, virt/vizio [1999, 15] e
cos vengono introdotti i termini di quella che sar poi la filosofia con i suoi tradizionali problemi, di quella tradizione razionalistica che avr come sua naturale erede la scienza moderna. Ma i problemi della conoscenza e della realt che ne risultano non erano frutto di modi raffinati di pensare: si sono affermati perch questioni delicate sono state comparate con idee
rozze e si scoperto che mancavano di rozzezza [ib., 15-6]. Il
totalitarismo concettuale di questa nuova visione del mondo
degrada lesperienza a caos, al quale vuole sostituire un mondo vero col far ricorso ad enti e concetti che non fanno pi
26

Tali due diverse modalit di conoscenza possono essere paragonate ai due


differenti approcci alla geografia esemplificati nellantichit classica da Strabone (che incarnerebbe lideale conoscitivo abbracciato da Feyerabend) e Tolomeo (che invece ha introdotto quel modo scientifico ed astratto di rappresentare la realt criticato dal Nostro). Cfr. su ci Arena [2005, 283-306].

118

parte del mondo della vita.


Mondo dellapparenza e mondo dellessenza (o sostanza) si
contrappongono: ad unimmagine del mondo ricca, sfaccettata, capace di cogliere meglio la molteplicit e linterdipendenza [ib., 139] si sostituiscono puerili semplificazioni, idealizzazioni senza alcuna connessione col reale, deformazioni che allontanano dalla realt come essa :
Alla complessa strutturazione degli avvenimenti dei poemi omerici,
i presocratici contrappongono schematizzazioni puerili che essi
non difendono con un rinvio allesperienza o ad esigenze concrete,
ma con un accenno a ci che possibile collegare nel pensiero. Si fissano
determinati concetti molto semplici, come il concetto di essere, e si
mostra in quale rapporto si trovino con altri concetti semplici, come quelli di principio o di parte credendo, cos di aver compreso
lessenza stessa del mondo. Non si riesce ancor oggi a capire bene
come alcuni intellettuali con simili sogni cervellotici siano riusciti a
sconfiggere la tradizione omerica []. Siamo per la prima volta testimoni di una lotta fra una complessa tradizione, legata
allesperienza nel sentimento e nella speranza, e le astrazioni intellettuali di pochi specialisti. I problemi del razionalismo sono gi
tutti presenti. [] Da una parte abbiamo una immagine del mondo ricca, aperta e tollerante (si potevano facilmente includere nuove
idee, anche religiose); dallaltra faziosit puritane e razionalistiche
anche in campo morale (si veda la critica di Platone agli dei di Omero, come il dio-mostro di Senofane). [Ib., 398]27

Un tentativo di superare questa scissione tra apparenza e realt e in un certo qual modo dar ragione allesperienza recuperando tipiche istanze della tradizione arcaica cercando di
riconciliare gli schemi astratti di Parmenide (e di Platone) con
la ricchezza dellesperienza quotidiana [1978b, 140] stato
quello compiuto dalla scienza di Aristotele. assai interessante
il fatto che Feyerabend analizzi la visione del mondo e
lepistemologia di Aristotele proprio allo scopo di criticare uno
dei caratteri attribuito dai popperiani alla scienza: la crescita del
contenuto conoscitivo. Il carattere peculiare della scienza aristotelica , per Feyerabend, quello di essere fondata sul senso comune, del quale ne difende, diversamente da quanto fa la
scienza moderna, la validit. Nella teoria dellesperienza di A27

Si potrebbero moltiplicare le citazioni di Feyerabend di questo tenore, ma


ai nostri scopi sufficiente quanto gi riportato. Si veda, comunque, anche
[1975, 204-16; 1987, 189-97, 242; 1978b, 135-41; 1987, 94 ss.].

119

ristotele gli universali si originano direttamente dalla esperienza sensoriale ed i princpi della conoscenza sono comparati direttamente con losservazione (a differenza della scienza contemporanea dove questa diretta comparazione non pi possibile). Con ci Aristotele non si allontana dai fenomeni, in
quanto nellatto di percezione sono presenti nella mente umana le vere forme della natura e non mere immagini di essa.
Andare contro la percezione significa perci andare contro la
stessa natura. Viceversa, rimanere fedeli alle percezioni significa
dare una vera conoscenza [account] della natura [1978c,
146].
Nella scienza aristotelica, pertanto, non si creano teorie che
si allontanano dallesperienza, o che la deformino, come nel
caso della teoria del moto; diversamente da quella galileiana,
che semplifica la complessit della natura e crea un inesistente
movimento astratto, quella di Aristotele comprende tutti i tipi
di cambiamento, degli esseri viventi come della materia inanimata, e si accorda con lesperienza nel modo pi convincente [Ib., 146]. Analogamente, la teoria del continuo di Aristotele pi adeguata di quella sostenuta dagli scienziati da Galileo in poi [cfr. 1987, 218-44]. Ciononostante Aristotele
consapevole della fallibilit dei singoli atti percettivi e dei fattori che possono, ad esempio, disturbare la visione dei fenomeni
astronomici, e sa anche come sia possibile spiegare queste osservazioni eccezionali ed erronee. Da questo punto di vista egli
epistemologicamente meno ingenuo di quei primi osservatori
astronomici che credettero, immediatamente e senza porsi problemi di tale natura, alla fedelt delle loro osservazioni e che,
ignoranti dei problemi psicologici della visione telescopica,
scarsamente familiari con le leggi che governano il comportamento della luce nel telescopio, [...] ambiziosamente cambiarono la nostra visione del mondo [1978c, 147].
Insomma, lempirismo di Aristotele era molto pi sofisticato di quello dei suoi critici e dei suoi stessi seguaci. La differenza fondamentale tra il suo empirismo e quello della scienza
moderna non consiste tanto nel fatto che Aristotele abbia ignorato gli errori osservazionali mentre il secondo ne ha tenuto
conto, quanto nel ruolo rispettivamente giocato da tali errori:
In Aristotele lerrore confonde e distorce particolari percezioni mentre lascia intatte le caratteristiche generali della conoscenza percettuale. Per
quanto grande possa essere lerrore, queste generali caratteristiche
possono essere ripristinate ed proprio da esse che noi riceviamo

120

informazioni sul mondo nel quale viviamo. La filosofia di Aristotele corrisponde al senso comune. Il senso comune ammette errori, ma
ha trovato i mezzi per trattarli, ivi incluse alcune forme di scienza,
ma esso mai ammetter di essere del tutto in errore. Lerrore un fenomeno locale e non distorce la nostra intera visione. La scienza moderna, daltra parte [] postula proprio una tale globale distorsione.
[Ib., 148]

In tal modo la cosmologia di fondo che regge la concezione


della scienza di Aristotele si basa su una fondamentale armonia
tra uomo e cosmo, armonia che solamente in casi particolari
disturbata, senza che ne venga compromessa in modo globale
la conoscenza percettuale.
Le teorie che derivano da tale approccio consistono nel determinare le caratteristiche comuni degli esseri in un dato
dominio percettuale. Esse non sono teorie pi profonde nel
senso di andare al di l delle esperienze [ib., 150]; sicch
impossibile parlare di incremento di contenuto. Le teorie parlano solo di correlazioni tra eventi osservabili [ib., 152] e
quindi ogni progresso pu avvenire solo a condizione che il
senso comune rimanga il centro immutato della nostra conoscenza:
La nostra conoscenza non deve essere separata dalla nostra natura
come essere pensanti, agenti e percepienti, dove natura significa
ci che comune a tutti e non solo ci che accessibile ad una piccola minoranza di intellettuali. Larmonia delluomo col mondo
non deve essere disturbata dalla ragione. Ovviamente le informazioni che luomo acquista crescono continuamente, vi sono scoperte (come quella di Aristotele di un quinto elemento) e precedenti
punti di vista sono rivisti e rimpiazzati da altri migliori. Ma tutti
questi cambiamenti lasciano intoccata la natura fondamentale
delluomo e quelle caratteristiche della conoscenza che gli sono adatte. [Ib., 168-9]

La scienza moderna, invece, consiste nel sostituire al mondo delle percezioni un mondo artificiale che porta a disarticolare le varie aree dellesperienza umana, impedendo
lemergere di un nuovo uomo completo. Al suo posto si formano sempre nuovi gruppi di persone, come teologi, intellettuali, artisti, scienziati che sviluppano frammenti del loro essere ad un alto grado di perfezione [ib., 170]. E si domanda
polemicamente Feyerabend: che cosa preferibile? Quale genere di vita dobbiamo scegliere, quella presupposta dalla concezione della scienza di Aristotele o quella cui ci porta la scienza
121

moderna?
Feyerabend, abbiamo detto, interno alla tradizione metodologica che radicalmente contesta e pertanto utilizza come
abbiamo gi visto tutte le difficolt che in letteratura sono
state sollevate sui singoli punti della RV e di Popper. In particolare, la sua critica alla distinzione tra teorico ed osservativo
viene in seguito ulteriormente radicalizzata sino a sostenere che
non solo il significato non filtra dallambito dellosservazione
a quello sovrastante dei termini teorici, ma neanche filtra
dallalto, cio dalla teoria, verso il basso, cio alle osservazioni.
Per cui si deve riconoscere che i concetti osservativi non sono
carichi di teoria, essi sono completamente teorici [Feyerabend
1978b, 50].
Cos il processo di rivalutazione della teoria iniziato con
Popper pervenuto alla sua conclusione ed possibile ora
ammettere non solo la possibilit di una scienza senza esperienza [cfr. ib., 99-104] ma anche, di converso, di una esperienza senza scienza. La prima posizione il frutto dalla constatazione dei limiti interni alla tradizione nella quale inizialmente Feyerabend lavorava (il saggio omonimo stato
scritto gi nel 1969); essa pertanto cronologicamente anteriore alla ben pi radicale seconda posizione (che abbiamo prima
illustrato), che invece il risultato della critica alla scienza stessa, con la conseguente rivalutazione dellesperienza comune e
quotidiana e di quelle tradizioni di pensiero che le sono pi
aderenti (medicina hopi e medicina tradizionale cinese, vudu,
ecc.). In tal modo assistiamo in Feyerabend ad una sorta di
scissione delle tradizionali componenti facenti parte della RV:
lelemento teorico viene amplificato, diventa sempre pi pervasivo, ingloba in s lesperienza, che diventa a sua immagine e
somiglianza, e quindi perde il contatto col mondo del senso
comune. Daltra parte ci che nella RV era il linguaggio osservativo, o la base percettiva della scienza, viene inteso come il
mondo dellesperienza comune, pi vicino alle esigenze vitali
degli uomini e per ci pi autentico. Le regole di corrispondenza, che dovevano gettare un ponte tra teoria ed esperienza,
non giocano pi alcun ruolo, con ci prendendo Feyerabend
atto dellimpossibilit di una loro chiara enunciazione. Si hanno cos due mondi che si contrappongono: quello della scienza, artificiale e lontano dal senso comune; e quello del senso
comune che in quanto tale richiede, per non essere deformato, una scienza diversa, come quella aristotelica.
122

Emerge con ci in tutta la sua evidenza limpasse di una


delle assunzioni filosofiche di fondo dellempirismo logico,
che non sempre stata condivisa da tutti i pensatori che si collocano nella RV, cio il fenomenismo. Questo, teorizzato nel
Novecento dallempiriocriticismo, affonda le sue radici
nellempirismo classico di Locke e Hume: per esso la realt
senza spessore e ogni sua manifestazione ha pari dignit rispetto alla totalit dellesperienza possibile. Scopo della scienza
allora quello di cogliere solo le connessioni tra fenomeni e
cercare generalizzazioni che abbiano come loro base un concetto
di astrazione inteso come pura estrazione delle propriet comuni. Questa prospettiva ontologica, che fu tipica di Wittgenstein, di Mach e quindi adottata allinterno del Circolo di
Vienna (il quale la rigorizzer mediante una sua logicizzazione
e la concezione della teoria come calcolo+interpretazione, come
ricordato prima) alle origini delle dispute sullesistenza dei
termini teorici, del cosiddetto paradosso del teorico e sta anche alla base dei tentativi eliminativisti di Ramsey e Craig. Ma
anche il tacito assunto della concezione di Popper, anche se
in questultimo esso entra in tensione con il suo ipotetismo e
la rivalutazione dellelemento teorico. Infatti, che significato ha
in tale contesto calcare la mano sulla importanza della teoria e
sulla prefigurazione dellosservazione da parte dessa? Se la teoria astratta, nel senso usuale con cui si intende questo termine, allora linsistere sul teorico non pu significare altro che
lallontanarsi sempre pi dallempirico, che sbiadisce nei suoi
caratteri costitutivi allinterno di strutture formali che ne colgono solo gli aspetti pi generali ed esangui. Onde la doppia
reazione di Feyerabend: da una parte riconoscere che, s la
scienza teorica, dallaltro passare a dire che, appunto perch
teorica essa non ha nulla da dire sul concreto mondo delluomo. Questa posizione del resto non nuova e rientra nel
panorama delle critiche di varia origine mosse alla scienza a
causa della sua astrattezza, della sua rigidezza, della sua lontananza dai bisogni umani (da Husserl a Dilthey, da alcuni
momenti della Scuola di Francoforte alla recente esigenza italiana di un pensiero debole [cfr. Vattimo & Rovatti 1983] e
cos via), ma significativa perch scaturisce proprio
dallinterno di un paradigma concettuale che si esaurisce dopo
una sua parabola a tratti entusiasmante.
proprio in questo delicato snodo teorico che si innesta il
recupero da parte di Feyerabend del pensiero dialettico e della
123

logica di Hegel. Infatti, presupposto comune a tutti i tentativi


di elaborazione metodologica la separazione netta ed irriducibile tra soggetto ed oggetto, tra fatti e teoria, tra metodo e pratica scientifica. In tutto visto da Feyerabend lirrigidirsi in categorie prefissate che uccidono sia la ricchezza del procedimento di ricerca come anche quella del reale. Richiamandosi alla
critica marcusiana delle categorie tradizionali, che rappresentano il vangelo sia del pensiero comune come di quello
scientifico, Feyerabend si fa sostenitore di un pensiero dialettico che hegelianamente dissolve in nulla le determinazioni
dellintelletto [Hegel 1968, 6], ivi compresa la stessa logica
formale [Feyerabend 1975, 24]. Da questo punto di vista sia
la stabilit della conoscenza che quella del metodo, lungi
dallessere un valore, indica il fallimento della ragione:
Una delle conseguenze del pluralismo e della proliferazione che
non pi possibile garantire la stabilit della conoscenza. Per quanto
convincente sia lappoggio che una teoria riceve dallosservazione;
per quanto ben fondati siano le sue categorie e i suoi principi basilari; per quanto forte sia limpatto della stessa esperienza, esiste sempre
la possibilit che nuove forme di pensiero dispongano le cose in
modo differente e portino a una trasformazione perfino delle impressioni pi immediate che riceviamo dal mondo. Considerando
questa possibilit, possiamo dire che il successo duraturo delle nostre categorie e lonnipresenza di un certo punto di vista non sono
n il segno di una superiorit, n la prova della definitiva acquisizione della verit o di parte di essa. Sono piuttosto il segno del fallimento della ragione nel trovare alternative adatte che potrebbero essere usate per trascendere uno stadio accidentale e intermedio della
nostra conoscenza. [Feyerabend 1970b, 26]28

Sicch Feyerabend pu far propria laffermazione di Hegel,


per la quale quanto pi solido, ben definito e splendido
ledificio eretto dallintelletto, tanto pi impetuosa la pressione della vita per fuggire via, verso la libert29, ed accettare i
28

Questo brano tratto dalla traduzione della prima edizione di Contro il


metodo, pubblicato come saggio nel 1970. In seguito Feyerabend fece una
profonda rielaborazione di questo testo che, ampliato ed arricchito stato
tradotto da Feltrinelli. In questultima edizione mancano, per, le pi significative parti del suo filohegelismo.
29
Riportiamo la traduzione di Feyerebend contenuta in [1970b, 27]. Nella
trad. it. di Hegel [1801, 14] essa suona leggermente diversa: Quanto pi
saldo e splendido ledificio dellintelletto, tanto pi inquieto diviene lo sforzo della vita, racchiusa nellintelletto come sua parte, per strapparsi da esso e

124

tre principi fondamentali della cosmologia di Hegel. Innanti


tutto dalla sua prospettiva tipicamente olistica ed anti-analitica,
per cui ogni oggetto, ogni essere determinato, collegato a tutto il resto [1970b, 30] non attraverso un rapporto esteriore,
ma nel senso che lo contiene effettivamente, di modo che ogni
sua descrizione autocontraddittoria in quanto contiene degli
elementi che dicono ci che loggetto , ma anche altri elementi
che dicono ci che loggetto non . In secondo luogo dallo
stretto nesso tra logica e realt stabilito dal pensatore idealista:
[] il movimento dei concetti non semplicemente un movimento dellintelletto che, iniziando lanalisi sulla base di alcune determinazioni, se ne allontana per porre la loro negazione. Si tratta anche
di uno sviluppo oggettivo causato dal fatto che ogni oggetto, processo, stato, ecc. finito (ben determinato, limitato) tende a sottolineare
quegli elementi che sono presenti in lui e tende dunque a diventare
ci che non . [Ib., 31]

In accordo con Hegel, la verit del finito il suo perire [cfr.


Hegel 1968, 159; 1829, 125]. Infine, terzo principio della
cosmologia hegeliana accolto da Feyerabend che il risultato
della negazione, la negazione della negazione, non lo zero, il
nulla astratto, ma la negazione determinata [cfr. Feyerabend
1970b, 31; cfr. anche Hegel 1812-16, 36]. Tutto ci significa che anche il concetto, dunque, fa parte dello sviluppo generale della Natura, secondo una interpretazione materialistica
del pensiero di Hegel [Feyerabend 1970b, 33]: la conoscenza
soggetta alle leggi naturali della stessa natura e per entrambe
valgono le leggi della dialettica. Feyerabend conclude che nella
scienza bisogna procedere dialetticamente, cio tramite
linterazione tra idee e fatti, traendone la lezione metodologica
di non lavorare mai con concetti fisi, di praticare la controinduzione, di non lasciarsi sedurre dallidea di aver finalmente trovato lesatta descrizione dei fatti, mentre quello che
si verificato soltanto ladattamento di alcune nuove categorie
a vecchie forme di pensiero, ormai tanto familiari da farci
prendere le loro strutture per le struttuire del mondo stesso
[ib., 34-5].
Insomma, la dialettica in generale viene rivalutata in quanto
sembra a Feyerabend lunico modo per sciogliere la rigidit
della logica tradizionale, per concepire la metodologia in modo
giungere alla libert.

125

pi fluido ed anarchico, per vedere la realt e la scienza in modo pi complessivo, in direzione di una visione olistica, e per
restare pi aderenti alla complessit del reale in tutte le sue
sfaccettature, di contro alle astrattezze dellintelletto, da Feyerabend identificato con la ragione scientifica. cos possibile recuperare le sorprendenti intuizioni circa i limiti delle regole
metodologiche di Lenin e Mao, riprese dalla filosofia hegeliana, che potrebbero con un po di immaginazione trasformarsi in consigli per lo scienziato o il filosofo della scienza [ib.,
136]. Oppure vedere nellallentamento delle regole metodologiche operato da Lakatos un accostarsi al frutto proibito del
leninismo, liberandosi dal circolo vizioso Nagel-CarnapPopper-Kuhn [ib., 137], sicch Lakatos (come anche Niels
Bohr), non sarebbe che un hegeliano suo malgrado, inconsapevole (ha fatto ottimo uso della sua educazione hegeliana
[ib., 169]), allo stesso modo di come lo anche il noto fisico
David Bohm, anche lui hegeliano (ma non inconsapevole, in
quanto ha studiato a fondo la Logica del pensatore idealista) in
quanto concepisce la meccanica quantistica in modo olistico,
vedendo Feyerabend in tale approccio una notevole somiglianza con il concetto di totalit di Hegel [cfr. ib., 167]. E cos via.
evidente che il ricorso alla dialettica da parte di Feyerabend non deriva da una adesione pregiudiziale ad una filosofia, come quella idealistica, che ha trattenuto rapporti, per cos
dire, difficili con la scienza; non il rapporto esterno di chi
si formato in una temerie culturale e di pensiero che ha sempre nutrito inimicizia verso il pensiero scientifico, ma proviene da chi ha persorso un suo originale e particolare itinerario nella scienza, attraversandone e giudicandone tutte le stazioni epistemologiche. Il suo giudizio non giunge calato
dallesterno, nudo di competenze scientifiche (come sappiamo
Feyerabend si forn innanzi tutto come fisico e i suoi primi
scritti entrano nel merito dei problemi della microfisica [cfr.
Feyerabend 1994, 71-89; 1954; 1957; 1962b]) e senza effettuare unanalisi sia della concreta prassi scientifica sia delle
diverse metodologie ed epistemologie elaborate su di essa. Viceversa la scoperta feyerabendiana della dialettica nasce dalle
difficolt inerenti al discorso sulla razionalit scientifica cos
come stato condotto nella RV, evento ben diverso da quanto
spesso avvenuto, cio di filosofi e pensatori (marxisti, idealisti
o heideggeriano-ermeneutici) che hanno assunto pregiudizialmente le loro particolari visioni del mondo come una base
126

sufficiente da poter applicare, interpretandola, alla scienza, la


conoscenza della quale restava ferma a Galileo o a Newton. In
Feyerabend, invece, lapprodo alla dialettica ed allanarchismo
metodologico scaturisce dalla graduale consunzione di una esperienza improntata inizialmente al popperismo, inteso come
unico baluardo contro ogni irrazionalismo e in favore della razionalit della scienza e del suo carattere progressivo. Con lui
ci troviamo, pertanto, per la prima volta e nel modo pi deciso
e clamoroso, di fronte alla dissoluzione interna di un modello
di razionalit scientifica che gradualmente passato dalla critica
delle particolari soluzioni approntate dalla RV alla demolizione
di quella tradizione ricevuta che ha improntato tutta la visione della scienza nel mondo Occidentale e che di solito si fa risalire alla rivoluzione scientifica galileiana (da noi presentata
nel 1.1), con ci riscoprendo modi di pensiero e tradizioni
culturali che fanno parte di quella conoscenza rifiutata [cfr.
Webb 1976, 17-8] messa ai margini della cultura dalla trionfale ascesa del razionalismo scientifico, che nel logos greco ha
avuto la sua prima espressione.
E tuttavia, al di l delle affermazioni iconoclaste da lui fatte,
v in Feyerabend una tacita ed implicita metodologia, anche se
assai generale, che non diventa mai sistematica teorizzazione.
Ad esempio, egli ritiene sia impossibile inferire dai fatti teorie,
posizione tipica dellantiinduttivismo popperiano [cfr. 1978b,
413]; ammette che esistano teorie utili ed interessanti che
possono anche contraddire i fatti e predire fatti nuovi [cfr. ibidem]; afferma che possibile vedere se una teoria si conforma
o meno alle condizioni pi elementari della logica [cfr. ibidem]
e che si in grado di fornire spiegazioni utili di fenomeni (il
che significa che si in grado di sapere quando si di fronte
ad una spiegazione e quando questa utile) [ib., 416]; ritiene sia possibile avere un confronto corretto tra tradizioni e
idee diverse o una ricerca, o argomentazione, in contrapposizione al confronto scorretto (facente uso, ad es., delle armi),
sicch possibile attraverso la discussione e largomentazione
(la critica razionale e lesame rigoroso) decidere le questioni
[cfr. ib., 416-24]; crede sia possibile identificare periodi di
progresso nella scienza [cfr. ib., 416] e che esista, infine, un
giusto metodo che ci permetta di scegliere tra teorie empiricamente falsificate [cfr. 1975, 55], nonch ipotesi concrete
degli scienziati che riescono a spiegare una quantit di fatti in
modo teoricamente soddisfacente [cfr. 1978b, 12]. Non so127

lo, ma Feyerabend non disdegna di portare argomentazioni


scientifiche fondate su conoscenze controllate e confermate
per difendere, ad es., lastrologia dalle critiche di ignoranti
scienziati (ignoranti e della astrologia e della loro propria
scienza), arrivando cos al paradosso che, per combattere
lassolutezza della scienza, rivaluta una tradizione ritenuta ascientifica come lastrologia, che per viene a sua volta difesa
facendo vedere come i suoi asserti apparentemente assurdi siano invece scientificamente spiegabili alla luce della conoscenza
scientifica attuale [cfr. ib., 419-21]. Tuttavia Feyerabend non
spiega in cosa consista questo giusto metodo, quando si ha
una spiegazione e quando essa teoricamente sufficiente,
quando una critica razionale ed un esame rigoroso, e cos via. Per questi motivi ritengo si possa sostenere che in fin
dei conti sia pi esatto parlare per Feyerabend, piuttosto che di
anarchismo metodologico (e scientifico), di misticismo epistemologico [cfr. Coniglione 1991]: il metodo (e la scienza)
sono qualcosa di ineffabile, non comunicabile n razionalizzabile, ma tuttavia esistente, verso il quale ci si rapporta mediante una approccio personale, una frequenza effettiva dei laboratori e dei grandi scienziati; ovvero mediante una sorta di iniziazione pratica (pi che teorica) che assomiglia tanto
allitinerario di un monaco Zen piuttosto che a quello di chi
viene formato sui manuali e in base allindottrinamento metodologico. Una dimensione della conoscenza (o non sarebbe
meglio parlare di sapienza?) che era stata messa ai margini
con laffermazione del logos greco (vedi quanto detto nel 1.1)
e che era stata in parte colta (non sappiamo con quanta consapevolezza di questo pi generale quadro teorico) dal concetto di
paradigma di Kuhn, e dalla conoscenza tacita o inespressa
di Fleck e Polanyi.
Resta per da valutare criticamente la possibilit di utilizzare la dialettica e lhegelismo, come interpretati da Feyerabend,
per conseguire i fini che egli si propone, nel senso che da discutere se effettivamente il suo misticismo (o irrazionalismo)
metodologico possa conciliarsi con la razionalit dialettica. Insomma: la dialettica quello strumento in grado di offrire una
copertura ed una giustificazione ad una critica radicale della razionalit scientifica (o alla sua canonizzazione in regole procedurali definite) che sfocia nel misticismo e nellirrazionalismo,
oppure essa non si pone come una superiore istanza di razionalit che, superando i limiti del Verstand (e quindi
128

dellintelletto scientifico), riesce ad attingere la Vernunft (ovvero la ragione speculativa) che tutto per Hegel, tranne che torbido misticismo o abdicazione della ragione. La ragione superiore o pi elevata cui egli ci vuol fare pervenire con la sua filosofia quella ragione in grado di inglobare in s come suoi
momenti inferiori larte e la religione non anti-ragione,
non mistica dellineffabile e dellinesprimibile,
dellimpossibilit del distinto e dellarticolato, ma razionalit
pienamente dispiegata in modo cos totale da non escludere da
s alcuna manifestazione del reale, finendo per identificarsi con
esso. E se Feyerabend sembra indulgere ad una utilizzazione
della dialettica che sottolinea il suo momento negativo, la sua
forza dirompente verso gli schemi fissi e rigidi, verso le astrattezza dellintelletto (del Verstand), invece evidente che in tal
modo egli coglie solon una parte di essa, non il senso complessivo del pensiero di Hegel. Infatti, la frase hegeliana che
Feyerabend ama citare (vedi sopra) tratta da unopera giovanile, quando ancora il filosofo idealista aderiva quasi del tutto
alle posizioni dellamico Schelling in seguito criticato appunto perch sostenitore di una modalit di conoscenza sfociante nel misticismo della notte in cui tutte le vacche sono
nere [Hegel 1807, 67], in cui sono annichilite tutte le differenze e che perci non assolutamente rappresentativa delle
posizioni tipiche assunte nella piena maturit. Certo, Hegel
nella sua opera ha sempre criticato il carattere limitato e sviante
dellintelletto, ma non si pu tuttavia negare il fatto che egli
abbia difeso, ad esempio, lesistenza di una razionalit nello
svolgimento della storia, avendo per lui la filosofia come unico
presupposto la convinzione che la ragione governa il mondo e
la storia si sia svolta razionalmente [Hegel 1837, 7]. tale
convinzione a permettere lo sforzo interpretativo, altrimenti
privo di valore in quanto sin dallinizio messo in scacco dalla
sfiducia di ritrovare qualsiasi razionalit. Verosimilmente tale
atteggiamento di fondo della filosofia hegeliana far s che successivamente Feyerabend (a cominciare dalla seconda edizione
di Contro il metodo) smorzer di molto i suoi entusiasmi per la
dialettica e per il pensiero hegeliano, per finire infine nella critica degli asettici castelli in aria di Kant ed Hegel [Feyerabend 1987, 279].30
30

Solo in un caso Feyerabend prende ancora le difese di Hegel: quando si

129

tratta di controbattere le accuse contro la dialettica e lhegelismo in generale


portate da Popper ed in generale dai neopositivisti di tutte le tendenze: La
confutazione di Hegel da parte di Popper non pu essere presa sul serio.
Popper dimostra (in modo molto prolisso e diffondendosi per molte pagine)
che se si combina la logica proposizionale con Hegel si ottengono conclusioni
assurde e ne conclude che Hegel va messo in soffitta. Questa conclusione
pressa poco altrettanto intelligente di quella di mettere in soffitta la teoria
della relativit di Einstein perch i calcolatori pi semplici non sono alla sua
altezza. Hegel pi la logica proposizionale danno risultati assu rdi. Ma perch proprio Hegel dovrebbe essere responsabile di tali assurdit (tanto pi
che proprio lui ha indicato i limiti della logica proposizionale)? Del resto anche la versione iniziale della teoria quantistica combinata con la logica proposizionale d risultati assurdi, e ci vale anche per il calcolo differenziale al
tempo di Newton (come dimostr Berkeley) e cos via [Feyerabend 1978,
71 n.]. Con ci Feyerabend tocca un punto delicato che era stato il discrimine tra pensiero dialettico e pensiero scientifico. Infatti Popper [1940]
non stato il solo a criticare la dialettica, ma piuttosto stato la punta pi
avanzata e virulenta di un generale atteggiamento critico verso il pensiero dialettico avuto non solo dai rappresentanti del razionalismo critico, ma anche
da tutti i pensatori di ispirazione analitica e scientifica.

130

2. Nuove strade e vecchi vicoli ciechi

2.1. La cacciata dal Paradiso


Come abbiamo prima visto, nonostante le divergenze sulla
soluzione di una serie di questioni tecniche e le enfatizzazioni
che tendevano a sottolineare la divergenza tra lapproccio verificazionista di Carnap e quello falsificazionista di Popper, avevano caratterizzato la tradizione ricevuta alcuni principi che ne
avevano motivato la stessa esistenza e che facevano parte, per
cos dire, del suo codice genetico. Innanzi tutto il valore paradigmatico che la scienza aveva sempre avuto come modello di
conoscenza; anzi, come quella pratica razionale che unica avrebbe potuto fornire la conoscenza della natura e delle sue
leggi, permettendo cos la previsione e la programmazione del
futuro delluomo. E ci sulla base della convinzione che essa
sola possedesse il corretto metodo della conoscenza, metodo la
cui scoperta, precisazione ed articolazione era compito
dellepistemologia. A tale presupposto era strettamente connessa una opzione filosofica di fondo che costituiva il necessario
complemento del ruolo attribuito alla scienza, e cio quella in
favore dellempirismo che, grazie alla utilizzazione della logica
moderna, sarebbe stato conciliato col razionalismo in modo da
pervenire ad una visione complessiva ed equilibrata del modo
di procedere della scienza e della stessa natura della razionalit
umana.
Con Feyerabend lancella della scienza la filosofia della
scienza sembra abbia alla fine portato alla luce gli scheletri
nellarmadio della sua padrona. La bancarotta del metodo si
lega, per, non solo alla emergenza delle difficolt interne alla
tradizione neopositivista, ma anche alla rinnovata fortuna ed
influenza che sulla filosofia angloamericana hanno esercitato
a cominciare dalla met degli anni Settanta correnti filosofiche pi tipicamente continental-europee che non avevano rinunciato alla coltivazione della filosofia in dispregio dei divieti
metodologici ed ai vari criteri di significanza. La filosofia classica tedesca, lermeneutica di Gadamer, la filosofia irrazionalistica di Nietzsche-Heidegger, la riscoperta nella cultura anglo131

americana di autori dimenticati, come i pragmatisti Dewey e


James, nonch la valorizzazione della filosofia dellultimo Wittgenstein: tutto ci rappresent una ventata di novit che contribu a spazzar via quella cortina di incomunicabilit tra la filosofia angloamericana di impronta analitica e la filosofia europea pi legata a temi speculativi e storicistici che era stata tipica
del clima filosofico dal dopoguerra in poi.
Il pensiero filosofico e dialettico, cacciato dalla finestra,
sembra ora far trionfalmente ritorno dalla porta. Come potranno, ancora, gli scienziati pretendere di dare metodologiche
bacchettate sulle dita agli incauti filosofi che osano entrare nei
ben solidi e garantiti confini della scientificit? Quei filosofi
che osano parlare di scienze umane, di statuto scientifico della
filosofia e cos via, operando sporadiche incursioni in terreni a
loro tradizionalmente ostici? Con quale legittimit si potr ulteriormente indagare sui criteri di scientificit di discipline soft
quali la sociologia, la psicologia od anche la psicoanalisi se nella stessa scienza pi hard, nella fisica ed addirittura nella matematica, non possibile demarcare in modo preciso quanto
v di metafisico da quanto ha indubbio fondamento metodologico e scientifico? Il valore metaforico che spesso nelle discipline umanistiche assumeva il termine di scienza per
cui esso indicava pi un desiderio, unambizione o piuttosto
una presunzione che qualcosa da paragonarsi a quanto avveniva
nelle scienze naturali sembra ora estendersi alla stessa fisica
ed alla matematica, prima ritenute depositarie di un ben determinato significato, metodologicamente precisabile, di tale
concetto. Era definitivamente da abbandonare lidea che potesse esistere un Eden in cui tutto fosse chiaro, cristallino, trasparente e dove gli uomini potessero coltivare una razionalit esente dalle basse contaminazioni della vita comune. Il terzo
mondo favoleggiato da Frege, da Gdel, da Popper e da tanti
altri sostenitori della razionalit scientifica come panacea di ogni male era definitivamente perso. Il metodologo era ormai
un Adamo che aveva mangiato la mela del peccato orginale ed
era stato cacciato dal Paradiso della Ragione, identificata con la
Scienza.
Il risultato di questo travaglio della filosofia della scienza
contemporanea non stato per univoco e si articola in una
gamma di posizioni i cui poli estremi sono caratterizzati o dal
tentativo di rinnovare, senza rinnegarla, la tradizione neopositivista, ponendosi quindi in continuit con i classici temi che
132

erano stati propri della RV; oppure, dal prendere decisamente


congedo non solo dalla metodologia, dalla RV, ma via via anche dalla scienza, dalla tradizione ricevuta, che ne aveva fatto il
proprio motivo ispiratore, per arrivare al rifiuto dalla stessa razionalit occidentale, del logos greco.
Nel primo caso possiamo notare come ancora continuano a
sussistere epistemologi e centri di ricerche che continuano a
coltivare la filosofia cercando di conservare i capisaldi della RV,
pur rinnovandone i concetti e lo strumentario, spesso in direzione di una sempre maggiore sofisticazione dellapparato tecnico e formale. La filosofia della scienza diventa cos unattivit
riservata a specialisti che possono acquisire le competenze necessarie con un training scientifico ormai del tutto simile a
quello che un fisico o un matematico devono effettuare per apprendere il linguaggio della propria disciplina. In tale ambito
da notare lopera di Bas C. van Fraassen [1980] e di Clark
Glymour [1980] i quali, pur rigettando importanti aspetti
della RV, tuttavia ripropongono delle sofisticate e tecnicamente
agguerrite concezioni alternative della giustificazione empirica
delle teorie, della spiegazione, della probabilit e di altre classiche questioni, che vogliono salvaguardare lo spirito che aveva
motivato le concezioni del positivismo logico. A questa linea di
riforma nella continuit si affianca anche una tendenza storiografica revisionista (con M. Friedman, T. Ryckman, A. Richardson, P. Galison) che cerca di ricostruire la fisionomia originaria del positivismo logico e del Circolo di Vienna, liberandolo dalle incrostazioni e dalle cattive interpretazioni ricevute dai suoi critici (ne un tema tipico laccusa rivoltagli di
approccio fondazionalista) [cfr. Rouse 1998, 85-8].
Nel secondo caso, invece, ci stanno autori che prendono definitivamente congedo seguendo le orme di Feyerabend, ma
facendo un discorso pi propriamente filosofico pervaso dagli
umori della filosofia continentale europea dalla stessa tradizione razionalistica occidentale, contestandone la legittimit
fondazionale rispetto al complessivo sapere umano in una
prospettiva esplicitamente post-analitica: questo, ad es. il
caso di Richard Rorty, significativo anche perch la sua apostasia come nel caso di Feyerabend quella di un intellettuale formatosi allinterno delle concezioni poi rifiutate.
Fra queste due posizioni estreme si pongono tutta una serie
di tentativi di tener conto della lezione di Kuhn senza sposare
gli eccessi di Feyerabend e di altri eterodossi, ed in particolare
133

cercando di evitare lirrazionalismo e il soggettivismo. Ne un


esempio lopera di Kuipers [2001] che cerca di conciliare le
pi recenti acquisizione della filosofia della scienza popperiana
e post-popperiana (quelle di Kuhn e Lakatos in particolare),
integrandole alla luce di un approccio neo-classico che vede
nella filosofia della scienza una genuina scienza empirica, una
meta-scienza, avente al tempo stesso carattere prescrittivo, sia
pure limitatamente ad una funzione euristica.
Si cerc in un primo tempo (sino agli inizi degli anni 70)
di far tesoro del nuovo ruolo della storia, sottolineato con forza
nellopera di Kuhn, operando un tentativo di mettere insieme
storia e filosofia della scienza, dove questultima viene concepita come una ricostruzione razionale della concreta storia della
scienza e non pi come la elaborazione di astratti e metatemporali ricostruzioni logiche di teorie scientifiche gi formulate
nella loro piena maturit [cfr. Kisiel 1974]. Sembrava che
stesse per nascere una nuovo campo interdisciplinare, denominato Storia e filosofia della scienza (History and Philosophy of
Science HPS), nella speranza che fosse possibile trarre dalla
storia della scienza delle norme metodologiche che avessere valore transtorico: lo storicismo sofisticato di Dudley Shapere
[1984] ne un esempio che per viene seguito da pochi e che
ben presto si esaurisce [cfr. Nersessian 1984]. Ad interessare
altri studiosi non pi il tentativo di pervenire storicamente a
norme metodologiche generali che possano rispondere ai vecchi problemi posti nel seno dello studio della struttura formale della conferma e dei suoi paradossi o della logica
dellinduzione e della probabilit, della natura della spiegazione o della riduzione interteorica, n interessa loro la ricostruzione assiomatica delle teorie (concepite come calcolo + interpretazione); ad attirare piuttosto la concreta formazione storica di teorie, ontologie, metodi scientifici, ricostruiti nella pratica reale degli scienziati: la concezione della filosofia della
scienza dominante nel Nord America passata dalla struttura
logica della metodologia scientifica alla struttura narrativa della
storia delle scienza [Rouse 1998, 74]. A lavorare in questa
direzione sono filosofi della scienza di varia provenienza, che si
sono posti anche in modo critico verso molti aspetti della RV,
come lo stesso Lakatos, ma anche Toulmin, Achinstein o Larry
Laudan e Mary Hesse.
Tra costoro stato Laudan che ha cercato con maggior coerenza di conciliare le tendenze pi estreme di Kuhn con la tra134

dizione positivista della RV, concependo la storia della scienza


come una successione di tradizioni di ricerca (locuzione che
egli preferisce a quella di paradigma e a quella di programma di ricerca scientifico), concepite un insieme di assunti generali sulle entit e i processi ammissibili in un certo dominio
di studi e i metodi pi idoenei per indagarli e costruire delle
teorie in tale dominio. Con le parole di Laudan [1977, 1033]
In breve, una tradizione di ricerca fornisce un insieme di direttive
per la costruzione di teorie scientifiche. Una parte di tali direttive
costituiscono unontologia, che specifica in maniera generale i tipi
di entit fondamentali, che esistono nel dominio o nei domini
allinterno dei quali ha a che fare la tradizione di ricerca che in
questione. [] Inoltre questa tradizione di ricerca delinea i diversi
modi in cui queste entit possono interagire.[] Molto spesso una
tradizione di ricerca specifica anche alcuni modi di procedere, che
costituiscono i legittimi metodi di ricerca, che un ricercatore pu seguire allinterno della stessa tradizione. [] Per dirlo in modo semplice, una tradizione di ricerca un insieme di imperativi e interdizioni
ontologici e metodologici.

Le tradizioni di ricerca sono s tra loro non concettualmente


comparabili (o allinterno di ciascuna di esse possono esservi
teoria tra loro inconciliabili), ma tuttavia permettono di effettuare una comparazione nei termini di come sono in grado di
risolvere i problemi che esse stesse si pongono: laccento viene
posto tutto sulla capacit delle teorie di risolvere i problemi,
piuttosto che sulla loro verifica o falsificazione, e di considerare
di conseguenza il progresso cognitivo solo in relazione a tali
prestazioni risolutive, definendo di conseguenza la razionalit
come la capacit di fare quelle scelte teoriche che assicurano il
progresso maggiore [cfr. ib., 26]. Cos la razionalit ad essere
definita sulla base di una concezione di progresso vista,
allinterno di unottica strumentale, come capacit di risoluzione dei problemi (dei quali egli distingue quelli empirici e
concettuali, fornendone una tassonomia e indicando il modo
per valutarne limportanza). In seguito Laudan modifica tale
impianto, per pervenire ad un modello reticolare della razionalit scientifica in grado di farci comprendere ad un tempo
sia il dissenso nella scienza (enfatizzato da Kuhn e Feyerabend)
come anche il consenso, la cui esistenza non pu essere messa
in dubbio. Il modello da lui proposto prende avvio dalla discussione critica del modello di risoluzione delle controversie
135

scientifiche a strutturazione gerarchica unidirezionale (proprio


della RV), secondo il quale si va dai fatti, alle regole metodologiche, ai valori condivisi per cui i disaccordi su questioni
fattuali devono essere risolti al livello metodologico; le differenze metodologiche devono essere ingabbiate al livello assiologico. Si ritiene che le differenze assiologiche o non esistano
[] oppure, qualora esistano, siano irresolvibili [Laudan
1987, 40-1]. A tale schema viene sostituito
un complesso processo di mutuo accomodamento e di mutua giustificazione fra tutti e tre i livelli degli impegni scientifici. La giustificazione scorre nella gerarchia tanto verso lalto quanto verso il basso, collegando scopi, metodi e asserzioni fattuali. Non dovremmo
pi ritenere che uno di questi livelli sia privilegiato e pi fondamentale rispetto agli altri. Lassiologia, la metodologia e le asserzioni fattuali sono inevitabilmente intrecciate secondo relazioni di mutua
dipendenza. [Ib., 86]

Per cui tra i tre livelli della discussione non esiste un rapporto biunivoco in quanto ciascuno di essi sottodeterminato
rispetto aagli altri, ovvero le medesime regole metodologiche
possono coesistere con una divergenza di accordo sui fatti e un
accordo sui valori non implica una necessaria omogeneit nei
criteri metodologici. In tal modo il triangolo formato dai tre
livelli di fatti, metodi e valori permette di esercitare una razionalit in cui la scelta tra le alternative che si effettua allinterno
di ciascuno di essi vincolata piuttosto che determinata del
corrente stato degli altri livelli [Grobler 1990, 496]. Tuttavia
tale visione reticolare lascia indeciso uno di termini del triangolo, quello dei valori, in quanto su questi non possibile un
confronto razionale che possa stabilire la superiorit degli uni
sugli altri e i vincoli interni al triangolo che derivano dei livelli
metodologici e fattuali sono troppo deboli per permettere una
scelta tra sistemi valoriali diversi; bisognerebbe allora introdurre dei vincoli esterni. Quali? Se quello della verit rigettato da Laudan, sembra proprio che resti poco altro a cui potersi riferire per evitare il riferimento a quei fattori esterni (la
societ, il consenso delle comunit ecc.) che fuoriescono dal
quadro di un modello razionale del cambiamento scientifico.
Questi approcci non hanno perci mantenuto le promesse
fatte intravedere e cos negli anni successivi i filosofi della
scienza cercarono altre strade. Alcuni imboccarono con decisione la via del realismo scientifico, cui pervennero mediante
una revisione delle radici fregeane dellincommensurabilit: la
136

teoria del riferimento diretto di Saul Kripke [1972] e Hilary


Putnam [1975] sembrava uno strumento per rispondere ai
problemi introdotti in filosofia della scienza da Kuhn e Feyerabend, grazie alla eliminazione del significato come mediatore tra linguaggio e referente e quindi cancellando il problema
della meaning variance. E del resto era questo un argomento utilizzato dai realisti come spiegare il successo delle teorie
scientifiche se non presupponendo la loro capacit di cogliere
in modo sempre pi approssimato la verit, a meno di non attribuirlo ad un evento prodigioso ed inesplicabile? [cfr. Boyd
1980; 1980b]
Il realismo, col suo far uso della inferenza alla spiegazione
migliore (basata sul procedimento abduttivo) 1 e alla connes1

Tale tipo di inferenza stata avanzata in diverse versioni da autori come


W. Sellars [1977], J.J.C. Smart [1968] e G. Harman [1965] (che introdusse
tale denominazione) e consiste nella tesi per cui il fatto che una certa ipotesi
spiega i dati empirici depone a favore della sua verit e quindi della sua capacit di cogliere il reale: le entit da essa postulate (atomi, elettroni ecc.) esistono veramente e non sono solo strumenti utili alla predizione; sarebbe del
tutto irrazionale credere diversamente. Una scia di vapore nel cielo, il rumore
del motore di un jet e delle tracce su uno schermo radar ci fanno ipotizzare
che vi sia un aereo a reazione nel cielo che non possiamo vedere per la distanza; possiamo esserci di certo sbagliati nellinterpretare questi indizi, ma se essi
sono reali e la nostra ipotesi vera, allora non abbiamo nessun motivo razionale per dubitare dellesistenza di un aereo a reazione, anche se non lo possiamo osservare direttamente. Pi nello specifico, se abbiamo diverse ipotesi
in competizione che sono in una qualche misura adeguate per spiegare i fenomeni di un certo dominio, allora dovremmo inferire che vera lipotesi
che ci fornisce la loro migliore spiegazione. Tale argomento, basato sul procedimento abduttivo, trae la sua forza dal fatto di essere il modo in cui gli
uomini conducono i propri ragionamenti nella vita quotidiana, servendosi
del ragionamento induttivo. E sarebbe difficile sostengono i difensori
dellinferenza alla spiegazione migliore indicare una procedura razionale
migliore di questa, che del resto di fatto impiegata dagli scienziati quando si
tratta di scegliere tra due o pi teorie. Del resto se non fosse corretta la tesi
che una spiegazione funziona perch essa vera, dovremmo allora ammettere
che il successo della scienza si basa su un continuo miracolo: questo il cosiddetto argomento finale (o anche argomento del miracolo) in difesa del
realismo sostenuto da Putnam [1975b, 73]: il successo della scienza nello
spiegare fatti avvenuti e nel predire nuovi ed inaspettati eventi, con le conseguenti ricadute tecnologiche, finirebbe per essere qualcosa di inesplicabile se
non si ammettesse che le teorie scientifiche siano vere, nel senso che descrivono eventi, entit e processi realmente esistenti indipendentemente dalle nostre menti e dai nostri apparati di misura. Da questo punto di vista il reali-

137

sione causale esistente tra parole e cose (in base alla teoria del
riferimento diretto), pur essendo stato sottoposto a numerose
critiche ed avendo conosciuto numerose varianti che lo riaggiustavano qua e l in relazione alle critiche ricevute, lasci in
eredit alla filosofia della scienza successiva un radicato rifiuto
per ogni metodologia scientifica concepita a priori [cfr. Rouse
1998, 84-5], in favore della convergenza verso un approccio
naturalizzato allepistemologia e alla filosofia della scienza, con
la conseguente attenzione rivolta alla psicologia cognitiva e alle
scienze cognitive in generale [cfr. Callebout 1993]. su questa base che si sviluppa lepistemologia naturalizzata ed evoluzionistica, allinterno di una rinascita del descrittivismo (v.
2.2).
Altri pensatori, provenendo dalla coltivazione di scienze
pi soft rispetto alla fisica e alla matematica, privilegiate dalla
RV da discipline quali la biologia, la psicologia cognitiva o le
scienze sociali, leconomia, larcheologia e cos via sono
dellavviso che sia vano andare in cerca di una generale filosofia
della scienza e che si debbano invece privilegiare le filosofie
delle singole scienze, ciascuna delle quali viene cos a godere di
una autonomia metodologica che non soffre di alcuna sudditanza psicologica verso scienze ritenute pi fondamentali, con
ci abbandonando uno dei motivi ispiratori dellempirismo
logico, perseguito nella RV mediante la coltivazione dellidea
della riduzione interteorica. Ci non vuol dire che non vengano proseguiti gli studi sulle scienze tradizionalmente privilegiate in passato, la fisica innanzi tutto, che anzi subiscono
nuovo impulso dalle loro pi recenti acquisizioni, come le teorie del caos deterministico [cfr. Gleick 1987], la termodinamica dei processi irreversibili di Ilya Prigogine [1955] o la
teoria della complessit [cfr. Nicolis & Prigogine 1987; Waldrop 1992; Villani 2008] che inizialmente elaborata in
modo pionieristico da von Bertalanffy [1969] di queste opera una generalizzazione e una estensione ad altri campi del sapere. Anzi, si pu dire che grazie a queste recenti nuovi sviluppi in campo scientifico (cui devono aggiungersi altri importanti episodi, ad essi strettamente connessi, come la teoria
delle catastrofi di Ren Thom [1972] e la geometria frattale
smo scientifico esso stesso una ipotesi che spiega nel migliore dei modi la
storia della scienza e il suo successo straordinario.

138

di Benoit Mandelbrot [1972]) mutata limmagine della


scienza e di conseguenza sono anche cambiati i modi di concettualizzarla, riavvicinandola a quei settori prima rimasti distanti
a causa dellapproccio eccessivamente riduzionistico (e fisicalista) messo in atto dalla RV, ovvero campi come psicologia,
sociologia e in generale scienze umane. Per cui si ipotizzato
un nuovo modo di vedere alla scienza, che transitasse per una
epistemologia della complessit, il cui grande profeta stato
Edgar Morin [1977; 1980; 1986; 1990] e che in Italia ha
parecchi seguaci [cfr. Bocchi & Ceruti 1985; Ceruti 1987;
Zanarini 1996].
Ma il pi significativo aumento di interesse e di studi concerne la filosofia della biologia che aveva iniziato il suo rinnovamento negli anni 70 con gli studi di David Hull [1974]
e Micheal Ruse [1973], anche sullonda dei successi fatti conoscere in quegli anni dalla biologia molecolare e dalla nuova
sintesi darwiniana (v. 2.4), che avevano conferito unit, coerenza teorica e rispettabilit filosofica alle scienze biologiche.
Campi privilegiati di interesse sono la chiarificazione concettuale e filosofica della biologia evoluzionista, in particolare riferimento ai fattori responsabili della selezione naturale (se essi
siano i geni, i tratti fenotipici, gli organismi individuali o i
gruppi di popolazione) [cfr. Brandon & Burian 1984; Sober
1984]; la relazione tra genetica classica e genetica molecolare
[cfr. Kitcher 1984]; infine, la controversia sui meriti scientifici
della sociobiologia [Rosenberg 1981; Kitcher 1985] e del tentativo cristiano di costruire unalternativa creazionista alla visione evoluzionista [Kitcher 1982]. Era questa anche un modo
diverso per affrontare, a partire da un altro punto di vista, tradizionali questioni della filosofia della scienza, come la struttura delle teorie scientifiche, il significato dei termini teorici, il
problema della riduzione e la natura della spiegazione, transitando dal piano della discussione generale dei massimi sistemi
della filosofia della scienza verso studi a grana pi fine ed
empiricamente impegnati delle teorie e della prova in economia, antropologia, archeologia e cos via [Rouse 1998, 80].
A tali approcci nordamericani che spesso condividono
molti punti in comune col naturalismo e con lepistemologia
evoluzionista devono essere collegati, sempre in campo biologico, i lavori che vengono svolti nellambito della cosiddetta
scuola di Santiago, i cui pi accreditati protagonisti sono
Humberto Maturana e Francisco Varela [cfr. Maturana 1993;
139

Maturana & Varela 1985, 1987, 1992; Varela 1987]. In


questo caso viene affrontata la questione generale del significato
del processo cognitivo, visto come il carattere fondamentale
della relazione che lega ogni organismo al suo ambiente, inclinando
decisamente
verso
un
approccio
antirappresentazionista, per cui non esiste un mondo indipendentemente e predeterminato rispetto allorganismo che lo struttura. Il pi significativo e deciso sbocco di tale approccio costituito dal cosiddetto costruttivismo radicale [cfr. Watzlawick 1981], che non solo mette in crisi la possibilit di una
discussione razionale sulla realt e sulla scienza, ma sembra
portare al dissolvimento dello stesso reale come punto di riferimento ed ancoraggio di qualsivoglia teorizzazione scientifica
e/o filosofica.
Infine, i nuovi sviluppi nellambito della sociologia della
scienza, favoriti sempre dallaccento posto da Kuhn
sullimportanza delle comunit scientifiche e dalla ricezione di
esperienze aventi una provenienza diversa da quella interna alla
RV, hanno sempre pi messo in discussione la tradizionale
distinzione tra storia interna e storia esterna della scienza (della
quale si era fatto in particolare interprete Lakatos) e han finito
per entrare in feconda interazione con altri campi di ricerca
prima tenuti ai margini della filosofia della scienza o addirittura ritenuti nocivi alla sua coltivazione razionale: gli studi di genere in ambito femminista, lapproccio antropologico alle culture, il costruttivismo sociologico, la nuova retorica applicata
in letteratura, il tutto andando a confluire verso un nuovo e
interdisciplinare campo di indagine denominato Science Studies, o anche Cultural Studies.
Non ci soffermeremo ovviamente su tutte le varie articolazioni in cui la filosofia della scienza si dissemina oggi, ma ne
prenderemo in esame solo alcune, accennando alle altre nel
corso dellesposizione.

2.2. Il ritorno del descrittivismo: lepistemologia naturalizzata


La strada della naturalizzazione dellepistemologia imboccata a seguito di una severa diagnosi sullo stato della filosofia
della scienza cos come sino allora praticata. Nonostante le
grandi speranze verso di essa nutrita per gran parte del secolo
140

scorso, agli inizi degli anni 80 si doveva onestamente ammettere che la filosofia della scienza non era riuscita a risolvere nessuno dei problemi che essa stessa si era posta: dallinduzione
al concetto di legge scientifica, dalla natura della conferma alla
falsificabilit, dal tipo di relazione tra teoria ed esperienza alla
confrontabilit tra teorie diverse. Tutte queste questioni e
molte altre di cui abbiamo gi parlato non solo non sono
state risolte, ma sembravano essere esse stesse diventate quel
campo di continue controversie che i filosofi della scienza,
allinizio del loro tragitto, avevano rimproverato alla filosofia.
Sembrava proprio di essere giunti al capolinea. Pareva proprio che la scienza, una volta messa nelle mani del filosofo
anche di quello della scienza fosse destinata a perdere quelle
caratteristiche di chiara conoscenza razionale, di indubitabile
acquisizione di nuove conoscenze sul mondo che si trasformavano in efficaci tecniche di sua manipolazione che tutti, di
primo acchito, sono disposte a riconoscerle. Bisogna forse dar
ragione a Neurath, nel voler sottrarre la scienza ai filosofi per
consegnarla agli scienziati, come riflessione interna alla loro
pratica, che nulla ha da spartire con la speculazione filosofica?
La scienza dunque agli scienziati, come sostiene R. Giere, il
quale afferma che il suo scetticismo giunto
sino al punto che ora credo non ci siano fondamenti filosofici speciali per nessuna scienza. C soltanto teoria profonda che per
parte della scienza stessa. E non ci sono metodi filosofici speciali per
scandagliare le profondit teoriche di una scienza: esistono soltanto
i metodi delle scienze stesse. Inoltre, le persone meglio attrezzate per
impegnarsi in tali occupazioni non sono quelle educate come
filosofi, ma quelle totalmente immerse in materie di argomento scientifico, cio gli scienziati. [1988, 8].

da questa presa datto che nel corso degli anni 70 si parte per riaffermare la necessit di tornare a una filosofia della
scienza che, abbandonando ogni pretesa legislativa sul lavoro
dello scienziato, torni a guardare umilmente ed onestamente
quello che questo fa, che descriva, cio, nel modo pi accurato
ed aderente, come la scienza opera; insomma una filosofia della
scienza che assuma consapevolemente un programma descrittivista. Tale programma viene avanzato in esplicita o implicita
polemica verso il normativismo attribuito alla tradizionale epistemologia di derivazione cartesiana e verso il fondazionalismo
delle filosofie della scienza di derivazione neopositivista. Tale
lotta contro il normativismo ed il fondazionalismo che ha
141

avuto in Rorty il suo pi noto alfiere stata anche una critica


allimmagine
della
scienza
della
RV,
incentrata
sullinduttivismo, sulla possibilit di una giustificazione delle
proposizioni scientifiche mediante la loro connessione ad una
base indubitabile, sulla distinzione tra analitico e sintetico,
sullidea che compito fondamentale della filosofia della scienza
fosse la ricostruzione logica della scienza intesa sulla base
della lezione di Frege come unentit linguistica, e cos via;
una immagine che come ormai ben sappiamo dalle vicende
prima narrate s infranta contro formidabili ostacoli che ne
hanno spezzato il vigore. Invece le filosofie della scienza descrittive non nutrono pi la presunzione di elaborare gli standard mediante i quali dovrebbero essere valutate le teorie
scientifiche, pretesa che si era infranta nella babele dei metodi e
delle diverse proposte, che nulla ha da invidiare alle tradizionali controversie filosofiche. E, daltronde, lo scienziato
sembra non avere affatto interesse a tali prescrizioni, sicch la
sua pratica resta in gran parte indifferente agli affanni del filosofo della scienza, le cui sofisticate teorizzazioni paiono sempre
pi distanti dal suo concreto lavoro.
La riproposta della concezione descrittivista della filosofia
della scienza conosce diverse varianti. V chi, come Gerald
Holton, recupera la lezione della storia (egli stesso comincia la
sua carriera con studi su Keplero, Bohr ed Einstein) per sostenere una filosofia della scienza descrittiva che abbia lo scopo di
portare alla luce gli standard metodologici e le procedure che
effettivamente guidano la pratica scientifica, facendo una attenta
analisi storica delle opere dei grandi scienziati, distinguendo
ove necessario tra le loro esplicite professioni metodologiche e
la loro effettiva pratica di ricerca. in un certo qual modo la
strada gi seguita da Kuhn, ma attenta a recuperare gli elementi
di continuit nella storia della scienza, piuttosto che quelli di
discontinuit, e quindi ad individuare quei principi che hanno fornito alla scienza una identit ed una peculiarit che
lhanno distinta dalla filosofia, facendo prevalere il consenso
piuttosto che il dissenso [cfr. Holton 1978, 1989, 1992,
1993].
Con ci Holton riprende nella sostanza il programma originario della filosofia scientifica [cfr. Coniglione 2002; 2007;
2008], ma senza la pretesa che la lezione tratta dallo studio dei
principi metodologici della scienza abbia la possibilit di rettificare la filosofia; anzi, effettua una decisa virata in senso sto142

rico, giacch il filosofo della scienza deve essere innanzi tutto


uno studioso della storia della scienza, e non un esperto di logica, come era stato tipico di tutti i filosofi riconoscibili nella
Concezione Standard. La lezione di Kuhn non stata vana.
Pi radicale la posizione dellepistemologia naturalizzata,
che nel porsi il problema della conoscenza trattato dalla epistemologia in senso classico vuole riconsegnare alla scienza
stessa il compito della sua soluzione: non dunque una riflessione metodologica sulla scienza, allo scopo di svelarne quel
Metodo che la rende tale e che potrebbe quindi essere beneficamente esportato alle altre discipline, bens uno studio scientifico del modo in cui avviene effettivamente la conoscenza. Per
lepistemologia naturalizzata la scienza stessa che deve rispondere al problema della formazione e dello sviluppo della
conoscenza, per cui essa si configura come lo studio scientifico
della percezione, dellapprendimento, del pensiero, dellacquisizione del linguaggio e della trasmissione e sviluppo storico
della conoscenza umana tutto ci che possiamo scoprire
scientificamente su come veniamo a conoscere ci che conosciamo [Stroud 1994, 71]. Quando ci domandiamo se una nostra credenza sia vera o no, perch non rivolgerci alla scienza, la
quale sembra avere i titoli maggiori per rispondere alla nostra
domanda? Se essa capace di risolvere i nostri dubbi sulle
mille questioni che ci possiamo porre nei pi disparati campi,
perch non dovrebbe essere in grado di rispondere alle nostre
domande epistemologiche, profittando della psicologia cognitiva o della neurobiologia? In fin dei conti il modo migliore di
mostrare che la conoscenza possibile , tutto sommato, mostrare che essa reale [Crumley 1999, 446]. In sostanza tale
naturalizzazione non fa che assumere, per questo aspetto, il
progetto della filosofia scientifica (v. 1.1) che poi aveva
avuto tra le proprie conseguenza la nascita della moderna filosofia della scienza come autonoma disciplina lidea che la conoscenza innanzi tutto un fatto, non un problema; ed che
da questo fatto che bisogna partire; ma una riproposta che
mette da parte la celebrata svolta linguistica operata da Frege
[cfr Dummett 1973] e nega il suo ripudio del naturalismo filosofico, fosse esso ispirato alla biologia o alla psicologia. Una
riproposta, dunque, delle posizioni che sempre hanno caratterizzato lo scientismo, per cui lepistemologia naturalizzata
viene intesa come una sua nuova incarnazione [cfr. Almeder
1998]; un ritorno del naturalismo epistemologico condanna143

to da Frege ed etichettato da Wittgenstein come filosofia illegittima [Kitcher 1992, 55].


Lepistemologia naturalizzata condivide sostanzialmente
lapproccio descrittivo in quanto non va in cerca di criteri
normativi, di giustificazione o di rifiuto delle nostre credenze,
elaborati grazie alla riflessione filosofica o metodologica sulle
procedure scientifiche, bens si propone di studiare empiricamente, allo stesso modo di come una particolare disciplina
scientifica studia il proprio oggetto, le procedure che negli esseri viventi, e nelluomo in particolare, portano alla formazione
di particolari contenuti cognitivi che sono loro utili nella manipolazione del mondo circostante; suo compito cio quello
di capire la qualit epistemica della conoscenza umana e di
specificare le strategie per mezzo delle quali gli esseri umani
possono incrementare i propri stati cognitivi [Pagnini 1977,
156]. Evidente il suo atteggiamento antifondazionalistico, che
al tempo stesso un anticartesianesimo: se la scienza deve pensare a se stessa, allora ovvio che la filosofia non ha nulla da dire
ad essa, n tanto meno pu ambire a fondarne la legittimit.
Cade pertanto anche un altro atteggiamento tipico dellepistemologia, che lha accompagnata costantemente lungo la sua
storia e ne costituisce il cuore: la sua vocazione giustificazionista, che sta alla base delle sue pretese normative e che aveva alimentato la recintazione di un contesto della giustificazione
nel quale mettere allopera la ragione umana e gli strumenti
della logica. Ma ora la giustificazione deve essere caratterizzata
in termini di connessioni causali o nomolocali che comportano
credenze in quanto stati psicologici, e non in termini di propriet logiche o relazioni che concernono i contenuti di queste
credenze [Kim 1999, 467-8]. Anzi, proprio il carattere intrinsecamente paradossale della pretesa giustificazionista, con il
suo inevitabile incorrere nel circolo vizioso della necessit di
giustificare la credenza in una certa definizione di giustificazione, a costituire uno degli argomenti avanzati per decretare la
fine dellepistemologia tradizionale [cfr. Ketchum 1990].
Per certi riguardi lepistemologia naturalizzata riprende qui
il programma originario della filosofia della scienza. Non si era, infatti, anche questultima proposta, alle sue origini, di
studiare come la conoscenza scientifica si articolasse? Quale fossero le sue caratteristiche? In che modo lo scienziato elabora le
sue teorie e le confronta con lesperienza? Non vera, dunque,
anche nella filosofia della scienza un intento descrittivo, piutto144

sto che normativo, scaturendo questultimo, semmai, quale


proposta operativa formulata sulla base di una constatata, efficace, pratica teorica? Come ha sostenuto Friedman criticando le
cattive interpretazione fornite del neopositivismo e in particolare chi come Kim [1999, 469] ritiene il positivismo logico
un movimento tipicamente fondazionalistico in quanto per esso losservazione servirebbe a fondare non solo la conoscenza,
ma ogni significato cognitivo e quindi costituirebbe un suo
fondamento epistemologico e semantico ,
i positivisti logici [] hanno respinto con forza una concezione
fondazionalista della filosofia rispetto alle scienze speciali. Non v
alcun punto privilegiato dal quale la filosofia possa sottoporre a giudizio epistemico le scienze speciali: si ritiene piuttosto che essa
debba tenere dietro alle scienze speciali in modo da rettificare se
stessa in risposta ai risultati da esse acquisiti. [Friedman 1991, 515]

Una posizione del resto ben documentata negli scritti dei


maestri del neopositivismo, per i quali era ben chiaro, come
sostiene Reichenbach in polemica con limpostazione neocriticista, che la pretesa secondo cui la gnoseologia dovrebbe giustificare gli ultimi fondamenti della conoscenza della realt,
nello sviluppo storico della teoria della conoscenza si dimostrata insostenibile[1930, 450; cfr. anche 1931b, 109-115];
onde lavvertenza che per la teoria della conoscenza non pu
esservi altro procedimento che stabilire quali siano i principi di
fatto impiegati nella conoscenza [1920, 125]. Sono queste le
ragioni che supportano la tesi, largamente condivisa, che vede
nellelaborazione teorica del Circolo di Vienna la nascita della
vera e propria epistemologia nel senso odierno, distinta dalla
gnoseologia o teoria della conoscenza, ovvero come vera e propria filosofia della scienza.
Se questo vero, in cosa consiste dunque la novit dellepistemologia naturalizzata? In effetti sembra che il fallimento del
progetto della filosofia della scienza faccia ora ritornare i pezzi
alla stazione di partenza. Ma nel riproporre le questioni centrali dellepistemologia, si va in cerca di una risposta diversa sia
da quella tentata dalla filosofia della scienza, sia da quella propria dellepistemologia tradizionale: lapproccio naturalistico
allepistemologia sostiene che non si pu rispondere alla domanda su come sia possibile arrivare alla conoscenza indipendentemente dalla risposta a come effettivamente ci arriviamo;
ovvero, detto in altri termini, che lindagine sui modi effettivi
in cui la conoscenza avviene non sono pi ritenuti irrilevanti
145

per rispondere alla domanda sulla natura della conoscenza, per


cui il contesto della scoperta con tutte le idiosincrasie dei
singoli e delle comunit non e non deve esser pi ritenuto
un terreno estrneo allo studio della ragione scientifica. Insomma, i problemi su come realmente perveniamo alle nostre
credenze sono rilevanti sulle questioni su come dovremmo arrivare alle nostre credenze [Kornblith 1994, 3], e il fatto si fa
criterio del farsi, lessere diventa giustificazione della norma.
Pertanto, se lepistemologia naturalizzata per certi aspetti
una sorta di ritorno al progetto originario della filosofia della
scienza, ormai smarrito nelle pieghe normative dellepistemologia di impronta analitica e che ha abbandonato per strada
limpulso iniziale che stava alla base dellidea di filosofia scientifica, nondimeno il suo aspetto pi significativo un altro, ha
una natura diversa. Per lepistemologia naturalizzata lo studio
dei processi cognitivi non condotto mediante lapplicazione
di una comune e universalmente diffusa razionalit umana, di
un generale modello di argomentazione e prova, il cui appannaggio stato tradizionalmente attribuito alla filosofia (o alla
filosofia della scienza), bens avviene grazie alla utilizzazione
di particolari discipline scientifiche, aventi uno statuto cognitivo
ritenuto del tutto consolidato e la cui legittimit non viene messa
in discussione nel corso delle ricerche per le quali esse sono impegnate, ma semplicemente assunta come dato di fatto. I processi
conoscitivi delluomo (o anche degli animali) sono studiati facendo uso delle tecniche psicologiche, oppure richiamandosi
allantropologia, o anche facendo ricorso a modelli cibernetici,
alle neuroscienze, o addirittura facendo uso di analogie e concettualizzazioni biologiche ed ecologiche: insomma ormai lo
studio della conoscenza e quindi il terreno della epistemologia il campo di attivit delle cosiddette scienze cognitive, che
in tal modo ricevono in eredit dalle mani del filosofo la missione che prima lepistemologia tradizionale, poi la filosofia
della scienza, avevano avocata a se stesse senza riuscire ad onorarla sino in fondo. Nessuna meraviglia, dunque, se qualcuno
ha parlato di morte dellepistemologia (come ha fatto Rorty;
v. 2.8); solo che per gli epistemologi naturalizzati, si tratta
piuttosto di una sua trasfigurazione.
Ne segue che certe critiche allepistemologia naturalizzata
non colgono nel segno quando fanno osservare che i metodi
della scienza non possono giustificare i metodi della scienza in
modo non circolare e quindi la giustificazione dei metodi della
146

scienza, anche solo come mezzi efficienti per raggiungere obiettivi scientifici stabiliti, deve far appello a qualche concetto di
giustificazione o razionalit che precede la pratica scientifica,
piuttosto che esserne generato [Almeder 1998, 35-6]. Tale
critica [cfr. anche Sosa 1983] che quella classica del circolo
vizioso (per studiare il metodo scientifico si presuppone gi
luso di un metodo scientifico) 2 pone in sostanza la questione della legittimit della conoscenza scientifica ed la domanda
se questa ci fornisca o meno una conoscenza del mondo esterno. Ma essa fa fuori bersaglio essenzialmente per due motivi.
Innanzi tutto perch gli epistemologi naturalizzati non vogliono affatto giustificare alcunch, e non vogliono in particolare
giustificare la scienza perch essi non credono che sia possibile
esercitare una sorta di razionalit filosofica, una qualche strategia metascientifica, in grado di porsi in atteggiamento di giudice verso la scienza: per conoscere la conoscenza, bisogna
semplicemente applicare i consolidati metodi delle scienze gi a
disposizione: psicologia, neuroscienze, cibernetica, neosintesi
darwiniana, linguistica e cos via. In secondo luogo, obiettivo
fondamentale dellepistemologia naturalizzata non quello di
scoprire il metodo scientifico da applicare alle attivit conoscitive in generale tale era il compito che ci si poneva appunto
nellottica della filosofia scientifica o della filosofi della scienza
tradizionale bens di far uso dei risultati scientifici forniti da
altre scienze, che vengono utilizzate sottraendo lindagine del
loro metodo ad ogni interrogativo; ovvero dichiarando immuni da domande epistemologiche le scienze che si ritengono
buone per studiare la conoscenza. una sorta di divieto, analogo a quello posto da Russell per bloccare il paradosso degli
insiemi: ingiustificato e non giustificabile razionalmente, ma
assai utile pragmaticamente.
Ci si potrebbe certamente domandare: ma come facciamo a
2

Cos formula in modo pi esplicito tale critica Giere [1998, 153]: One of
the things any study of science must investigate is the methods (criteria, canons, etc.) scientists use in evaluating science. To pursue such an investigation scientifically requires using data about scientific practice to reach conclusions about scientific methods. Thus, any empirical justification aimed at discovering the criteria that scientist use for evaluating evidence would necessarily presuppose at least some of the criteria it was supposedly setting out to
discovery. So all the methods the methods of science could be discovered by
scientific investigation. At least some must be discoverable by other means.

147

individuare quali siano le discipline e le scienze che ci danno


dei risultati affidabili per lo studio della conoscenza? Perch la
psicologia cognitiva e non per dirne una la psicologia del
buddhismo Zen? ovvio che una domanda del genere ci pone
nuovamente sulla strada della giustificazione della conoscenza:
portare in qualche modo delle ragioni per la superiorit epistemica delluna rispetto allaltra, allinterno di una preliminare definizione di cosa sia la conoscenza. Ci pone, insomma,
allinterno dei problemi tipici dellepistemologia (che cos la
conoscenza? Che cosa intendiamo dire quando affermiamo che
conosciamo qualcosa? Come dovremmo arrivare ad essa?) e
quindi ci porterebbe a ripercorrere la strada del fondazionalismo metodologico che, malgrado tutti i suoi tentativi si dimostrato un programma senza speranza [cfr. Giere 1998,
154-7]. Ma, in primo luogo, sarebbe un errore in verit assai comune collassare il progetto della filosofia scientifica e
della filosofia della scienza, cos come esse sono state concepite
dai loro sostenitori nel Circolo di Vienna (e anche di Berlino),
su quello dellepistemologia: era stato proprio per sfuggire ai
circoli viziosi tipici di questultima e al vicolo cieco in cui essa
si va sempre ad infilare che era stato concepito il programma
della filosofia scientifica: la scienza come faktum da assumere
come luogo privilegiato in cui domicilia il Metodo invano cercato dellepistemologia3. Per cui il compito diventa quello tipico della metascienza o della logica della scienza (in senso lato)
come concepita da Carnap [1934, 53-6]. Inoltre, in secondo
luogo, il fondazionalismo metodologico da molti attribuito ai
rappresentanti dellempirismo logico in parte il frutto di una
ibridazione con le tradizionali esigenze empiriste per lo pi
avvenuta in terra americana ed inoltre solo parzialmente
individuabile in certe fasi e certi protagonisti delloriginaria filosofia del Circolo di Vienna (Schlick e il Carnap dellAufbau,
influenzato da Russell) [cfr. Uebel 1996]. Per cui il progetto
della filosofia della scienza si arena non tanto perch non risponde ai tipici problemi dellepistemologia e cade nel menzionato circolo vizioso, ma perch non riesce a venire a capo
del ben pi modesto compito di chiarire ed individuare quelli
3

Su tali differenze, sul problema della distinzione tra epistemologia, filosofia


della scienza, metascienza ecc., nonch sulle diverse fasi del Circolo di Vienna
in merito al suo supposto fondazionalismo, rinvio a quanto da me detto altrove, in [2002; 2004, 29-34; 2007; 2008].

148

che sono i principali concetti di cui fa uso la scienza (leggi, teorie, induzione, spiegazione ecc.); fallisce, insomma, nel suo
compito di teoria della scienza (o metascienza). E la svolta
dellepistemologia naturalizzata consiste appunto nel dismettere anche questo problema con una duplice mossa: una preliminare che consiste nel rigettare la tradizione fregeana, reimmettendo la scienza nella conoscenza in generale, la quale diventa loggetto principale dello studio (finendo la scienza per
esserne unarticolazione parziale); la seconda che consiste nel
fare della conoscenza loggetto di studio delle scienze nel frattempo costituitesi e sviluppatesi come scienze cognitive. da
una parte una ritirata (dalla logica della scienza e dalla metascienza, ovvero dalla filosofia della scienza tradizionale,
allepistemologia), ma dallaltra un passo avanti nella accettazione di una prospettiva sempre pi scientista. Ed ad un
tempo un modo di rapportarsi alla scienza non pi in senso
metodologico (la scienza come modello da cui trarre le procedure valide per ogni conoscenza), ma sostanziale, ovvero intendendo la scienza come deposito (presente e futuro) di conoscenze da utilizzare per la conoscenza della conoscenza. Ed a
volte ci avviene in una prospettiva neoriduzionistica, in cui
non solo la filosofia viene espulsa dalla scienza, ma si adotta
esplicitamente un linguaggio fisicalista. Edoardo Boncinelli,
uno degli scienziati italiani pi impegnati nello studio della
biologia molecolare, afferma con disarmante franchezza: []
per me la filosofia con la scienza non ci deve entrare per niente,
n con la fisica, n con la biologia, e credo fermamente che lo
scienziato possa fare tutta la vita il suo mestiere senza ricorrere
minimamente alla filosofia, almeno fino a oggi; ma questo pu
non valere per il domani. Nella speranza di essere riammesso
in gioco in futuro, il filosofo (di qualunque specie esso sia)
pu confortarsi col riconoscimento che bench in genetica,
in biologia dello sviluppo fisiologico, persino nellevoluzionismo non c assolutamente bisogno della filosofia nondimeno una certa dimestichezza con il ragionamento filosofico
indubbiamente aiuta [Boncinelli 2008]; allo stesso modo in
cui il camminare favorisce la digestione o lo jogging previene
linfarto o la Settimana Enigmistica mantiene la mente giovane
e pronta.
Lepistemologia naturalizzata, dunque, solo in parte riprende in mano la bandiera stracciata della filosofia della scienza e dellepistemologia tradizionale; piuttosto la ripropone in
149

forma del tutto rinnovata, in una sua quasi trasfigurazione, ma


a condizione di aggirare la domanda fondamentale su che
cos la conoscenza e di mettere tra parentesi la stessa questione del metodo, che aveva tenuto insonni filosofi del calibro
di Cartesio e Husserl. Il Metodo, grande convitato di pietra
della nuova epistemologia, gi messo alla porta da Feyerabendm, viene assunto in maniera irriflessa, come pratica concreta, come utilizzo di tecniche e strumenti, giacch
lepistemologia naturalizzata deve affidarsi tutta, perinde ac cadaver, alla scienza nelle nuove forme che essa ha assunto: neuroscienza, scienza cognitiva, psicologia ecc. Ed a condizione di
rimettere a queste la domanda sulla identificazione della conoscenza: conoscenza quella che queste scienze definiscono come
tale. In questa prospettiva fuori luogo porsi la domanda circa
la giustificabilit degli asserti prodotti dalle scienze naturali,
dalla psicologia e cos via, in quanto queste sono autogiustificanti e non abbisognano di una argomentazione esterna, epistemologica, per ritenere fondate le proprie tesi; esse non sono
sottoposte a criteri epistemologici, ma sono piuttosto esse i criteri per giudicare delle tesi epistemologiche. Esse godono di
una sorta di estraterritorialit metodologica.
Pertanto possiamo parlare in senso proprio di epistemologie
naturalizzate (che sono da ritenersi un sottoinsieme delle epistemologie descrittive) quando abbiamo a che fare con un programma di studio della conoscenza che faccia perno
sullutilizzo e lapplicazione di rilevanti teorie scientifiche; una
sua forma particolare pu essere ritenuta anche la cosiddetta
epistemologia sociale (social epistemology) [cfr. Kornblith
1994b]. Se poi si assume come punto di riferimento teorico
privilegiato la teoria dellevoluzione, per cui la crescita della
conoscenza segue i modelli dellevoluzione biologica, allora
abbiamo a che fare con le epistemologie evolutive [cfr. Bradie
1989, 394], che sono, pertanto, un sottoinsieme delle epistemologie naturalizzate, che applica per la soluzione dei problemi epistemologici i concetti della teoria darwiniana nei suoi
pi recenti sviluppi, assumendo come dato di fatto indiscusso
la sua correttezza (o, meglio, rimettendo il problema della correttezza o meno della teoria darwiniana al dibattito scientifico
in campo biologico e quindi facendone una questione interna
alla scienza, senza alcuna pretesa epistemologica su di essa:
Boncinelli docet).
Lepistemologia naturalizzata come finora descritta cio
150

intesa semplicemente come una branca della scienza naturale


rappresenta certamente lapproccio pi radicale: essa mira a
rimpiazzare lepistemologia tradizionale col delegittimare alla
radice la possibilit di una prima filosofia, ovvero di un
punto di vista privilegiato, esterno alla scienza, che ci permetta
di giudicarne le prestazioni cognitive [cfr. Almeder 1998, 1174]. questa la posizione di W.V.O. Quine, di R. Rorty e di
tutti coloro che vogliono abbandonare il programma fondazionalistico ed ogni privilegio filosofico, per riconsegnare la scienza alla scienza; uno scientismo duro e puro, dunque, che finisce per delegittimare del tutto ogni tipo di lavoro filosofico4.
Ma accanto a questa versione forte, se ne proposta anche una
variante debole che non vuole eliminare lepistemologia tradizionale, bens trasformarla con il collegarla ai metodi ed alle
acquisizioni nel contempo messe a disposizioni dalle scienze
cognitive.
Sullimpulso originario di Quine lepistemologia naturalizzata diventata con gli anni 80 uno dei temi dellodierna epistemologia ed oggi copre una serie di posizioni che hanno il
loro locus classicus di origine in un saggio del 1969 di Quine e
che sono difese, con pi o meno radicalit, da un consistente
numero di studiosi, tra i pi importanti dei quali menzioniamo D.M. Armstrong [1973], C. Cherniak 1986], F. Dretske
[1986], A. Goldman [1986, 1992], G. Harman [1986], P.
Kitcher [1983, 1993], H. Kornblith [1993], W. Lycan
[1988], A. Plantinga [1993], E. Sosa [1991], E. Stein
[1996] e S. Stich [1993]. 5
Una possibile obiezione per la tesi del rimpiazzamento
che essa si confuta da s: se lepistemologia naturalizzata deve
sostituire quella tradizionale e quindi descrivere soltanto i processi che portano alla conoscenza giovandosi di scienze gi costituite, in base a quali criteri si selezionano tra le molteplici
4

Tuttavia non tutti sono daccordo nel ritenere Quine un esponente della tesi del rimpiazzamento; vedi ad es: quanto afferma Susan Haack [1990,
1991], che ritiene ambivalente la sua posizione a causa del modo ambiguo in
cui Quine utilizza il termine scienza, a volte usato per indicare le nostre
conoscenze empiriche, altre volte per designare le scienze naturali.
5
Per una rassegna delle opere che possono essere riportate sotto letichetta del
naturalismo, in una delle sue diverse varianti, vedi Maffie [1990]. Una buona
bibliografia, ordinata per argomenti, quella curata da F.S. Schmitt e J. Spellman e contenuta in Kornblith [1994, 427-73].

151

credenze quelle che devono essere spiegate in quanto conoscenze? Insomma la spiegazione della conoscenza su basi naturalistiche non presuppone la capacit di individuare ci che
conoscenza e che quindi deve essere spiegato dalla psicologia
cognitiva? E quali criteri devono essere adottati per discernere
tale conoscenza? Sembra proprio che parlare di conoscenza
comporti il presupporre un contenuto minimale di tale nozione, che sia un grado di costituire quella piattaforma minima
di partenza sulla base della quale dispiegare la potenza esplicativa delle scienze cognitive [cfr. Engel 2000, 248-9]. Qualcuno direbbe che per trattare scientificamente la conoscenza si
deve in qualche modo possedere una precomprensione ermeneutica del concetto di conoscenza. Il paradosso del Menone
incombe, dunque, anche sulla epistemologia naturalizzata?
Di fatto sappiamo come si tentato di rispondere a questa
domanda, molto prima della stessa proposta dellepistemologia
naturalizzata. La domanda sulla conoscenza veniva aggirata
semplicemente collassumere dei contenuti paradigmatici di
conoscenza, che venivano a costituire lesemplare per eccellenza
di ogni tipo di conoscenza possibile: era la fisica (e in generale
la scienza naturale) e le sue teorie e mostrarci cosa fosse la conoscenza. Ed erano i metodi da questa messa in atto a costituire
a loro volta i criteri per discriminare la conoscenza da ci che
non lo . Dunque la conclusione era naturale: lepistemologia
tradizionale deve mutarsi in filosofia della scienza per essere in
grado di adempiere la propria missione. solo nello studio
dei metodi della scienza che essa pu superare le aporie cui inevitabilmente destinata nel momento in cui si pone sulla
strada cartesiana e accetta la sfida dello scettico. Ma questa strada, imboccata allinizio del secolo con la grande stagione del
neopositivismo logico, sembra essere giunta ad un triste ed inaspettato tramonto.
Kornblith afferma che questa tesi del rimpiazzamento ha
una variante debole. Secondo questa, psicologia ed epistemologia non sono altro che due diverse strade per arrivare allo
stesso luogo. La psicologia non rimpiazza lepistemologia allo
stesso modo di come la chimica ha sostituito lalchimia, ma
nel senso che i processi che gli psicologi identificano come
quelli mediante i quali arriviamo alle nostre credenze risulteranno essere inevitabilmente gli stessi processi che gli epistemologi identificherebbero come quelli con cui dovremmo arrivare alle nostre credenze [Kornblith 1994, 7]. Insomma,
152

due strade diverse per lo stesso obiettivo, che possono entrare


in fecondo rapporto, reciprocamente sostenersi, nella fiducia
che alla fine risulter una convergenza nei risultati. Un modo
anche per garantire allepistemologia unautonomia, negata dai
sostenitori della versione forte. Psicologia ed epistemologia
sono campi differenti, con differenti ma egualmente legittime
domande e con metodologie diverse; per cui una completa e
vera psicologia del processo di acquisizione della conoscenza
descriver gli stessi processi descritti da una vera e completa
epistemologia, come punto di convergenza finale, anche se
possono differire nelle tappe intermedie. Il che significa che
nessuna sostituzione pu di fatto avvenire se non sia prima
completato tale processo; tuttavia una mutua interazione feconda, nel senso che lo psicologo pu mostrare processi di acquisizione delle conoscenze che lepistemologo non ha ancora
riconosciuto, con ci favorendone il progresso; e viceversa.
Dalla loro mutua interazione ci si aspetterebbe un progresso
pi veloce, per cui non raccomandabile un assorbimento
immediato delluna nellaltra [cfr. ib., 7-8].
Ma se la speranza in tale sorta di leibniziana armonia prestabilita si dimostrasse infondata? Fino a quando bisogna ragionevolmente aspettare affinch tale convergenza venga a realizzarsi? E se invece, dopo ripetuti tentativi, le due strade finiscono per divergere sempre pi?
La risposta a queste domande potrebbe essere trovata in una
seconda forma di epistemologia naturalizzata, dalle sembianze
pi moderate rispetto a quella che sostiene il rimpiazzamento.
Essa, infatti, non cerca tanto di rimpiazzare lepistemologia
tradizionale, ma piuttosto di trasformarla e completarla col
connetterla ai metodi ed alle indicazioni della psicologia, della
biologia e delle scienze cognitive [Almeder 1998, 5]; per tale
motivo stata anche denominata naturalismo collaborativo
(cooperative naturalism) [cfr. Feldman 2001]. In modo alquanto moderato, Susan Haack [1993, 118] ritiene che []
i risultati consguiti nellambito delle scienze cognitive possono
essere rilevanti e legittimamente usati per la risoluzione dei
problemi epistemologici tradizionali. Gi, ma in che misura
possono? Fino a che punto lepistemologo deve stare a sentire lo
psicologo cognitivo quando questi gli racconta come effettivamente ragionano o introducono i nessi causali i pazienti da lui
studiati in setting di laboratorio? Sostenere che le ricerche empiriche delle scienze cognitive sono rilevanti per lo studio
153

della conoscenza un ovvio truismo che nulla significa se non


si precisa il nesso che esiste tra la loro potenza descrittiva e la
funzione normativa che esse dovrebbero assumere. Se
questultima viene riservata sempre e comunque allepistemologia, che per A. Goldman [1986] non abbandona i suoi
elementi normativi, e al tempo stesso si sostiene che essa naturalizzata nel senso che sono gli esperti di scienze naturali
(biologi e psicologi) ad avere lultima parola nel giudicare se
veramente conosciamo ci che diciamo di conoscere, allora ne
viene che solo questi ultimi sono legittimati a giudicare i concetti epistemici elaborati autonomamente dagli epistemologi; e
la normativit dellespistemologia sarebbe soltanto leffetto di
un rimbalzo teorico dal solido terreno dellesperienza, dal fatto
di laboratorio, da ci che gli scienziati ci forniscono come materiale finito delle loro ricerche. Certo, resterebbe
allepistemologia il compito di fornire lanalisi concettuale dei
concetti epistemici di base, mentre sarebbe compito degli
scienziati naturali determinare quando e se ci a cui si crede
vera conoscenza, essendo questa una questione puramente empirica cui devono rispondere gli psicologi, i neurobiologi e gli
scienziati cognitivi. Non vi sono questioni filosofiche specifiche sulla conoscenza di cui debba occuparsi lepistemologia e
che possono pretendere una autonomia: la risposta alla domanda sulla conoscenza consiste nellesibire il meccanismo che
sta alla base del processo di costituzione delle credenze, che ne
la causa, e che viene in genere individuato nellattivit percettiva, nella memoria, nellintrospezione o in altri processi neurobiologici, la cui affidabilit consegnata nelle mani di coloro
che studiano questi fenomeni, cio psicologi e scienziati cognitivi. La affidabilit (reliability) della conoscenza6 che cos
viene a sostituire la pretesa della sua giustificazione ci dei
cui si va in cerca, ma la sua certificazione di autenticit pu essere fornita solo dagli scienziati [cfr. Almeder 1998, 77-81].
Come spiega Engel [2000, 262],
6

Lidea di base dellaffidabilismo stata proposta da F.P. Ramsey gi negli


anni 20 (vedi Conoscenza del 1929, in Ramsey [1964, 274-5] ed ora la
tesi argomentata con pi convinzione da Alvin Goldman [1986] e Fred Dretske [1986]. William Alston [1989] mantiene una posizione pi tradizionalmente epistemologica col ritenere che il soggetto a riflettere sulla
natura e le circostanze che stanno allorigine delle credenze e a fornire i criteri
per la loro affidabilit.

154

Il programma affidabilista permette dunque, apparentemente, di


soddisfare i requisiti che sembrano mancare nella versione eliminativista dellepistemologia naturalizzata. Invece di rifiutare, come
faceva Quine, lidea stessa di giustificazione come nozione normativa, pretende di spiegare questa stessa nozione, ma esprimendola in
termini puramente descrittivi e causali. Il programma psicologista si
trova in questo modo convalidato, giacch spetta alla psicologia
determinare quali sono, fra le nostre capacit cognitive normali,
quelle che producono abitualmente credenze vere e affidabili.
Spetta alla psicologia determinare quali sono i processi sensoriali e
inferenziali di formazione delle credenze che, nel loro
funzionamento normale, conducono a massimizzare le nostre credenze vere.

Se deve essere la psicologia a determinare quali siano i processi inferenziali e sensoriali che producono normalmente
credenze vere e se questo avviene in base ad una ricognizione
fattuale, non si vede donde poi possa scaturire la normativit
che si vuole mantenere alla giustificazione, tenendo saldo il
principio per cui da un fatto non si pu trarre una norma; a
meno di non effettuare una inferenza illecita, del tipo: se cos, allora deve essere cos. Altrimenti e ci in effetti fa rilevare Engel si deve ammettere che gi tali nozioni descrittive e
naturalistiche contengono degli elementi irriducibilmente
normativi [ib., 265-9].
In ogni caso lepistemologia , per per queste forme indebolite ed urbanizzate di epistemologia naturalizzata, un albero
che cresce nel giardino della scienza e non in quello della filosofia. Ma se le cose stanno cos, lepistemologo gode solo di
una libert vigilata ed il suo raggio di azione saldamente incatenato ai ceppi della scienza naturale; a voler esser generosi,
gli si pu riconoscere solo una funzione euristica, simile a
quella attribuita da Popper alla metafisica: pu stimolare lo
scienziato (lo psicologo, il neurofisiologo ecc.) con le sue divertenti escogitazioni, pu alleviargli la fatica della ricerca con
interessanti giri turistici in territori abitati da strani personaggi, pu renderlo tonico e scattante, con la mente pronta alla seriosa ed impegnativa ricerca di laboratorio. Ma quando il gioco
si fa duro, sono i duri a scendere in campo: la scienza naturale
si riprende le sue prerogative, strattona la catena che aveva legato al piede dellepistemologo e lo riporta quietamente allovile.
Solo essa legittimata a dire lultima parola su come luomo
conosce.
Almeder sostiene una terza forma di epistemologia naturalizzata, consistente semplicemente nella tesi che, pur esistendo
155

alcune legittime domande sulla conoscenza umana e sul mondo cui si pu rispondere senza far appello alle scienze naturali,
tuttavia
i metodi delle scienze naturali, per la maggior parte se non per tutte
le questioni sulla natura del mondo fisico e sulle cause delle regolarit osservabili e delle propriet osservate, sono privilegiati in quanto
ci forniscono la sola affidabile ed esplicita metodologia per produrre
efficentemente una pubblica comprensione e una pubblica conoscenza di tali fenomeni [Almeder 1998, 143];

e aggiunge che questa forma del tutto compatibile con


lepistemologia tradizionale, in quanto non cerca n di rimpiazzarla, n di trasformarla, e appunto per ci la chiama naturalismo innocuo (harmless naturalism), adottandola come
proprio punto di vista. Senza entrare nel merito della posizione di Almeder, di per s ben argomentata [cfr. ib., 143-83)],
facciamo solo osservare che mai lepistemologia, anche quella
pi fondamentalista e tradizionale, s sognata di competere
con la scienza nella conoscenza del mondo fisico, ma semmai si
posta il problema di esplicitare o fornire i criteri di legittimit di questa conoscenza. Il fatto di riconoscere la possibilit di
spiegazioni filosofiche ben fondate, che siano fonte di conoscenza fattuale sul mondo e che non applicano il metodo delle
scienze naturali [cfr. ib, 161-4], non basta a caratterizzare una
epistemologia naturalizzata, anche se harmless. Inoltre facciamo osservare en passant il ricorso alla controllabilit empirica implicita come criterio di accettazione delle spiegazioni
filosofiche in contrasto con quella esplicita ritenuta propria
delle scienze naturali [cfr. ib., 165 ss] farebbe sorridere anche il pi truculento del neopositivisti, il quale non avrebbe
nessuna esitazione a ritenerla del tutto adeguata persino per le
scienze naturali, con ci facendo svaporare nel nulla la supposta differenza sostenuta da Almeder (basterebbe rileggere i saggi di Schlick [1936] sulla verificabilit o anche il troppo bistrattato Linguaggio, verit e logica di Ayer [1936]). N ci
sembra una posizione naturalistica originale quella di W.
Lycan, che sostiene linsussistenza di una via squisitamente filosofica alla conoscenza (ad es., per mezzo dellapplicazione del
metodo deduttivo, di contro a quello empirico della scienza)
per poi arrivare alla conclusione che il metodo propriamente
filosofico per acquisire della nuova interessante conoscenza non
pu differire dal metodo propriamente scientifico [Lycan
1988, 118]; come sappiamo proprio questo il progetto ori156

ginario di Russell, poi fatto proprio dalla filosofia scientifica e


dal neopositivismo, per cui non si vede in che modo questo
naturalismo proposto da Lycan possa rappresentare qualcosa di
nuovo rispetto a quanto gi si sa e si visto.
In sostanza, dunque, lunica epistemologia naturalizzata che
debba essere seriamente presa in considerazione quella forte,
proposta per primo da W.v.O. Quine e successivamente difesa da Ronald N. Giere, da Patricia e Paul Churchland: non si
tratta di sostenere mediante argomentazioni limpossibilit della tradizionale epistemologia e quindi di giustificare in qualche
modo la plausibilit di quella naturalizzata, in quanto cos facendo si resterebbe allinterno del paradigma giustificazionista
e si continuerebbe ad arare il terreno epistemologico. Piuttosto,
come afferma Giere, latteggiamento dellepistemologo naturalista deve essere analogo a quello dei fisici del diciassettesimo
secolo, che non ebbero partita vinta sulla scienza scolastica perch ne rifiutarono esplicitamente gli argomenti, ma per il semplice fatto che i successi empirici della nuova scienza resero
irrilevanti gli argomenti scolastici. Ne segue che lo scopo del
filosofo della scienza non pu che consistere, oggi,
nellimpiego dei concetti e dei metodi delle recenti scienze cognitive per studiare la scienza stessa, abbandonando il tradizionale strumentario filosofico ed epistemologico [cfr Giere
1988, 9, 13]. La questione fondamentale , soggiunge Patricia
Churchland [1987, 546]: come funziona il cervello?; ed a
questa domanda si pu rispondere solo coltivando le neuroscienze: sar il loro successo, sostengono i Churchland, a pronunciare la sentenza di morte dellepistemologia intesa come
prima filosofia, che cos svanir come inevitabile conseguenza
della sostituzione della psicologia popolare con quella che sta
emergendo nel campo delle scienze cognitive [cfr. Patricia
Churchland 1986; Paul Churchland 1981; 1986]. Sulla
stessa linea anche W. Bechtel e A. Abrahamson [1990], che
forniscono un interessante argomento per far vedere come le
tradizionali questioni epistemologiche possono essere liquidate
grazie al progresso delle scienze cognitive. Sono invece critici
verso la possibilit di eliminare la psicologia popolare, secondo
le linee proposte dai Churchland, R. McCauley [1988, 1479] e Horgan & Woodard [1985]; anche Almeder [1998, 313] non condivide le posizioni di Giere, ribadendo quella critica, da noi prima ritenuta fuori bersaglio, in quanto consiste
nel sostenere che questi non fornisce argomenti in favore
157

dellepistemologia naturalizzata, ma solo una ottimistica previsione circa il successo delle scienze cognitive.

2.3. Lepistemologia evoluzionistica e Konrad Lorenz


Lepistemologia naturalizzata, come abbiamo visto, finisce
spesso per convergere verso un esito di tipo evoluzionistico;
con questultimo ha infatti in comune un identico approccio
descrittivistico alla conoscenza, tranne per il fatto di assumere
quale meccanismo di spiegazione della formazione e crescita
della conoscenza umana un processo di selezione naturale che
si ispira alla teoria darwiniana. Le sue ambizioni sono elevate:
nel porsi come una grande sintesi di tutta una serie di acquisizioni biologiche e psicologiche, essa si propone sia pur cautamente come una sorta di nuovo paradigma della conoscenza [cfr. Wuketis 1984, 26], che permette di riposizionare
nella cornice di uno stile evoluzionista di pensiero, inteso
come un programma aperto, molti dei problemi gnoseologici che nei sistemi filosofici tradizionali sono rimasti contraddittori e insoluti [Vasta 2007, 13]. Grazie allapporto di discipline come la biologia evoluzionistica, la neurobiologia, la
psicologia dello sviluppo, letologia essa ambisce a ridefinire il
senso di una conoscenza oggettiva che non scaturisca
dallanalisi dei concetti, ma dallo studio scientifico e reale
dellorgano che la produce e della realt esterna con la quale esso interagisce.
Sarebbe tuttavia un errore pensare che lepistemologia evolutiva nasca come una costola di Adamo da quella naturalizzata.
In effetti essa ha una sua autonoma storia ed una tradizione di
ricerca che risale gi alla fine del secolo precedente. Tra i suoi
precursori sono stati indicati, infatti, J. Baldwin, L. Boltzmann, E. Mach, H. Poincar, G. Simmel, W. Whewell,
T.H. Huxley, H. Spencer, C.S. Peirce e J. Dewey.7 Ma secon7

Cfr. Hahlweg & Hooker [1989]. Per i filosofi e scienziati citati, che possiamo chiamare i padri fondatori dellepistemologia evoluzionistica, vedi
quanto contenuto nellopera di Richards [1987], che una storia delle teorie
evoluzionistiche della mente e del comportamento dalla loro apparizione nel
XVIII sec. al loro stato controverso nel presente, focalizzandosi maggiormente sul XIX sec.
8
Punto di accesso privilegiato per la conoscenza di questa tendenza la rivi-

158

do alcuni, indicazioni in tal senso sono anche rinvenibili in


tutti coloro che hanno ritenuto la biologia rilevante per la soluzione dei problemi della filosofia, tra i quali lo stesso Darwin e
i sostenitori della cosiddetta biologia della conoscenza, appartenenti per lo pi alla scuola neokantiana (come W. Windelband, O. Kulpe, R. Eisler, W. Jerusalem, A. Riehl, H. Hffding, O. Schwabe, K. Ossterreich, L. Stein, P. Volkman,
G.H. Lewes, H.R. Marshall e T. Ziehen), scuola che tuttavia
perse ogni influenza ed incidenza gi alla fine del primo conflitto mondiale. Ci dimostrerebbe che gi al volgere del secolo
esisteva una ben consolidata branca dellepistemologia, punto
di convergenza tra filosofi e biologi, che si poneva le medesime
domande che oggi si pone quella evoluzionistica, anche se sul
fondamento della sola teoria darwiniana [cfr. Danailov & Tgel 1990, 19-21].
tuttavia solo nel secondo dopoguerra che, sulla base della
nuova formulazione delle concezioni di Darwin elaborata nel
corso degli anni 30-40 dalla Teoria sintetica dellevoluzione (la
cosiddetta nuova sintesi, i cui principali protagonisti sono
stati il genetista Theodosius Dobzhansky, lo zoologo e sistematico Ernst Mayr, lembriologo Julian S. Huxley e il paleontologo George G. Simpson) [cfr. Fantini 2000, 890-6], si sviluppa una nuova stagione dellepistemologia evoluzionistica.
Questa, secondo una ormai accredidata tradizione storiografica,
si svolge lungo due linee investigative diverse, anche se strettamente correlate, in quanto entrambe basate su concetti darwiniani.
La prima ha carattere prevalentemente biologico (si parla in
questo caso di bioepistemologia) e si pone come obiettivo lo
studio della evoluzione dellapparato cognitivo degli organismi
viventi; essa quindi mira a studiare il substrato biologico della
conoscenza in generale, intesa come fenomeno naturale tipico
degli animali e degli uomini; studia quindi il cervello, i sistemi sensori, le capacit di orientamento spaziali e temporali,
ecc. Coltivata prevalentemente da biologi e psicologi, con scarsa partecipazione dei filosofi, tale linea focalizza la propria attenzione sullo studio dellevoluzione dei meccanismi epistemologici (Evolution of Epistemological Mechanisms, EEM). La
seconda linea investigativa (la cosiddetta Evolutionary Epistemology of Theories, EET), invece, si interessa allo studio del-

159

levoluzione delle idee, delle teorie scientifiche, delle norme epistemologiche e della cultura in generale e quindi concerne
un fenomeno squisitamente culturale e umano, affrontato facendo uso dei concetti della biologia evoluzionistica; esso stato finora prevalentemente coltivato dagli epistemologi orientati
in senso naturalistico che hanno adottato come teoria scientifica
di riferimento quella darwiniana [cfr. Bradie & Harms 2008;
Giere 2000].
Ad introdurre la prima linea di ricerca stato, per unanime
riconoscimento, letologo Konrad Lorenz: egli viene considerato il fondatore dellapproccio alla conoscenza biologicamente
orientato del gruppo austro-tedesco, che pu essere definito col
nome di bioepistemologia e che si occupa della evoluzione
delle strutture e dei processi della cognizione (percezione e
concettualizzazione) [cfr. Hahlweg & Hooker 1989, 26]. Tale
approccio viene sviluppato dal cosiddetto circolo di Altenberg, i cui principali esponenti sono Rupert Riedl, Erhart
Oeser, Gerhard Vollmer, Franz M. Wuketits e numerosi altri
studiosi di biologia e filosofia non tedeschi, come ad es. Michael Ruse e Nicholas Rescher.8 La seconda linea di ricerca
viene invece iniziata da studiosi pi filosoficamente orientati,
come il gi citato Donald T. Campbell, Stephen Toulmin e
Karl Popper (nella seconda fase del suo pensiero), con numerosi filosofi della scienza ed epistemologi che ne riprendono le
tesi (tra questi menzioniamo W.W. Bartley III, W. Callebaut,
R. Pixten, K. Hahlweg, D. Hull, ecc.).
Le concezioni epistemologiche evoluzionistiche di Lorenz
hanno avuto il suo punto di origine gi negli anni 40, con il
seminale saggio sul concetto di a priori in Kant [cfr. Lorenz
1941; ma vedi anche 1987] (scritto quando occupava a Knigsberg la stessa cattedra del pensatore tedesco), rimasto praticamente senza seguito. Solo nel 1973 Lorenz pubblica la sua
opera epistemologica principale, Die Rckseite des Spiegels [cfr.
Lorenz 1973] stimolato ed incoraggiato particolarmente dal
saggio di Campbell [1974] letto in bozze nel 1966; lassegnazione del premio Nobel fece diventare questo libro un best
seller, assicurando notoriet a tesi prima neglette [cfr. Danailov
& Tgel 1990, 23-4]. In questopera Lorenz non manca di
riconoscere pi volte il suo debito verso Campbell, affermando tra laltro che non solo concorda con la sua tesi circa la possibilit di estendere il meccanismo selettivo allapprendimento,
al pensiero ed alla scienza, ma addirittura si propone di spin160

gere a fondo il confronto tra i meccanismi utilizzati dai diversi


sistemi viventi per ottenere ed immagazzinare linformazione,
ivi compresa la conoscenza acquisita dalle scienze naturali [cfr.
Lorenz 1973, 55-6; ma vedi anche i riconoscimenti in 1986,
8-9]. A sua volta Popper [1974, 1059], rispondendo al saggio di Campbell, sottolinea il quasi completo accordo, sino ai
pi minuti dettagli tra le loro concezioni e intesse un dialogo
assai simpatetico con Lorenz, dovuto alla convergenza delle loro concezioni, gi del resto rilevata numerose volte da
questultimo nel suo libro (e testimoniata significativamente
nel colloquio al caminetto tenuto nel 1983 a casa di Lorenz,
ad Altenberg, ora in Lorenz & Popper [1985]).
La riflessione di Lorenz costituisce il punto di riferimento
comune a tutti gli epistemologi evoluzionisti, che condividono
lesigenza di una scienza che persegua una comprensione naturalistica delluomo e delle sue prestazioni conoscitive, e analizzi queste alla stessa stregua di altre capacit delluomo, sviluppatesi nel corso della filogenesi, la cui funzione quella di
assicurare la conservazione della specie [Lorenz 1973, 21].
Questo obiettivo rientra nel compito pi vasto, da lui maturato progressivamente, di analizzare la cultura e lo spirito umano secondo il metodo e la problematica delle scienze naturali
[ib., 44]. Tale compito, riferito al campo epistemologico, si
concreta nellidea di
formulare una gnoseologia fondata sulla conoscenza dei meccanismi
biologici e filogenetici delluomo e, contemporaneamente, di delineare unimmagine delluomo corrispondente appunto a tale gnoseologia. Ci implica il tentativo di fare dello spirito umano un oggetto di osservazione scientifica. [Ib., 21].

La capacit di conoscere delluomo e di ogni altro essere vivente per il naturalista il frutto dellevoluzione e della necessit dellorganismo di adattarsi al mondo: ogni adattamento a
un dato fatto della realt esterna indica che una certa quantit
di informazioni su stata acquisita dal sistema organico. La
vita stessa di per s un processo conoscitivo [cfr. ib., 287-8]:
quando, con una mutazione, un organismo in grado di
sfruttare il suo ambiente meglio dei progenitori, ci significa
che esso corrisponde meglio a certi dati dellambiente. Per
cui mediante ladattamento si determina un rapporto di corrispondenza: quello che il sistema vivente impara in questo
modo sulla realt esteriore, ci che in questo modo gli viene
impresso o inculcato linformazione sui dati corrispon161

denti del mondo esteriore [1973, 42]: le pinne e il modo in


cui i pesci si muovono riproducono le caratteristiche idrodinamiche dellacqua, che a questa sono proprie indipendentemente dallesistenza dei pesci e delle pinne. Analogamente,
il comportamento degli uomini e degli animali, proprio per il fatto di
essersi adattati allambiente circostante, unimmagine di esso.
Lorganizzazione degli organi di senso e del sistema nervoso centrale
mette in condizioni gli esseri viventi di ottenere determinati dati,
per essi rilevanti, dellambiente circostante, e quindi di rispondere
ad essi in modo funzionale per la propria sopravvivenza. [Ib., 25].

Sicch, tutto ci che ci viene segnalato dal nostro apparato


conoscitivo corrispond[e] a dati di fatto reali del mondo extrasoggettivo [ib., 26].
Come si vede chiaramente, lopzione che Lorenz effettua a
favore di un approccio realistico alla conoscenza che chiama,
esplicitamente ispirandosi a Campbell, realismo ipotetico:
[] tutto il mio modo di analizzare le funzioni conoscitive e,
pi in generale, tutti i processi vitali, si fonda su un atteggiamento gnoseologico che, seguendo Donald Campbell, ho denominato realismo ipotetico [ib., 397]. Questo viene inteso
in senso polemico verso una visione puramente soggettivistica
della conoscenza, in quanto per Lorenz la capacit delluomo di
tener conto dei propri stati soggettivi e quindi di far astrazione
da essi nel processo conoscitivo alla base della capacit di conoscere la realt oggettiva, che appunto costruita grazie
allastrazione da tutto ci che casuale e soggettivo. La costanza con cui certi influssi interiori si manifestano e la loro ininfluenzabilit da parte di tutto ci che soggettivo, ci autorizza a considerare questi gruppi di fenomeni come ripercussioni di dati di fatto reali esistenti indipendentemente dal loro
essere conosciuti [] [ib., 20]. Perci Lorenz chiama oggettivare questa attivit astraente, e oggettivazione latto cognitivo che ne discende:
Come luomo [] tiene conto della temperatura della mano riducendo cos la percezione soggettiva di un bruciore da febbre a
una misura pi oggettiva, cos anche la percezione costantizzante del colore della cosa prescinde dal tipo di illuminazione momentanea, per giungere ad accertare una caratteristica riflessiva propria
delloggetto. Questi processi percettivi completamente inaccessibili
alla nostra autosservazione somigliano a quelli coscienti
dellastrazione e delloggettivazione anche perch, proprio come
questi, ci permettono di individuare come cose o oggetti deter-

162

minati elementi del mondo circostante. Ladattamento di parecchi


meccanismi fisiologici a questa unica prestazione contribuisce a
rafforzarci nella nostra convinzione della realt del mondo esteriore.
Io non capisco come si possa dubitare che, dietro a tali fenomeni,
che ci vengono segnalati concordamente da tanti apparati diversi, i
quali lavorano in modo indipendente, e da testimoni indipendenti
degni di affidamento, si nascondano effettivamente le medesime
realt extrasoggettive! [Ib., 33].

Tuttavia Lorenz intesse un importante dialogo con il pensiero kantiano, che si protasse lungo tutta la sua carriera ed ebbe un fondamentale punto di approdo nellopera del 1973,
Die Rckseite des Spiegels, ma anche altre significative, anche se
minori, espressioni in altri articoli e saggi (alcuni dei quali
contenuti in Lorenz [2007]). Kant forniva a Lorenz il banco
di collaudo per le sue ricerche: si mise a cercare (e trov) in
Kant ci che si aspettava fosse utile a riconciliare, ancora una
volta, le radici profonde della epistemologia (teoria della conoscenza), con le fronde copiose dellevoluzionismo darwiniano
[Vasta 2005, 186]. Infatti, grazie ai processi filogenetici (cio
allinsieme delle trasformazioni subite dalle specie animali o
vegetali nel corso della loro evoluzione, sino a giungere alla loro condizione attuale) si venuto a strutturare quellapparato
immagine del mondo, frutto del nostro successo nelladattamento allambiente, che costituisce il patrimonio informativo
del singolo individuo, a sua disposizione quale eredit fornitagli dellevoluzione della sua specie: esso a permettergli di acquisire i dati fondamentali che stanno alla base della sua conoscenza del reale e di sopravvivere in esso:
Sappiamo che ogni adattamento un processo cognitivo; sappiamo
che questo apparato, che ci viene dato a priori, e ci rende possibile
unacquisizione individuale di esperienza, presuppone gi una
quantit enorme di informazioni acquisite nel corso dellevoluzione
filogenetica e immagazzinate nel genoma. [Ib., 175]

Esso costituisce quellaltra faccia dello specchio non vista


n dagli idealisti, n dai realisti, rispettivamente incantati o
dallimmagine in esso riflessa o dal reale che in esso si riflette,
incapaci entrambi di scorgere che lo specchio ha un rovescio,
una faccia non riflettente, che lo pone sullo stesso piano degli
elementi reali che esso riflette: lapparato fisiologico, la cui prestazione consiste nel conoscere il mondo reale, non meno reale di quel mondo stesso [ib., 46]. Onde la convinzione che
sia necessario concepire la gnoseologia come scienza degli ap163

parati [ib., 44]. Il fatto che ogni specie abbia il suo proprio
apparato, diverso da quello di unaltra specie per cui gli
uomini vedono il mondo diversamente da come fa unape ,
non significa che non vi sia il comune riferimento ad una realt oggettiva che presenta le stesse caratteristiche per ogni vivente: fintanto che gli apparati ci inviano messaggi che si riferiscono allo stesso elemento del mondo circostante, essi non si
contraddicono mai, anzi si illuminano reciprocamente, in
base al cosiddetto principio di delucidazione reciproca [ib.,
34-7]. Lo studio del mondo dei diversi animali come gi
aveva fatto Jakob von Uexkll [1934] non lo portava ad accettare una molteplicit di mondi singoli monadistici:
Sebbene mi fosse chiaro che un riccio, unoca domestica docile o altri esseri viventi, compreso me stesso, vivessero nella stessa situazione del mondo esterno delle cose completamente diverse, non ho mai
dubitato che sia lo stesso mondo esterno reale a rispecchiarsi in tutte
queste forme del vivere. [] Lungi dallarrivare ad accettare la monadologia di Uexkll, causa la molteplicita degli ambienti animali,
presto mi sembr pi comprensibile che certe programmazioni, che
per un essere vivente rendono possibili certe soluzioni di un problema, fossero semplicemente assenti in altri. Ho ben notato che un
coleottero possiede molti pi informazioni sul suo ambiente di un
animale pantofolaio, unoca domestica pi di un coleottero ed io
stesso incomparabilmente pi di tutti gli animali inferiori a me;
era evidente che si trattava dello stesso mondo al quale si riferivano
tutte queste informazioni. [Lorenz 1987, 174-6]

Allinizio nel suo saggio su Kant del 1941 Lorenz aveva avanzato lipotesi che questi apparati immagine del mondo potessero essere del tutto assimilati alla priori kantiano,
quasi fossero una sorta di occhiali coi quali vediamo il mondo. Successivamente si convinse della differenza tra la propria
posizione e quella di Kant, in quanto per questi lesperienza
vissuta non [] unimmagine, per quanto semplificata e deformata, della realt [ib., 29]; ovvero, limmagine del mondo
che la priori kantiano ci fornisce non corrisponde ad alcuna
caratteristica reale del mondo, ma del tutto costruita, mentre invece per Lorenz gli apparati immagine del mondo non
ci danno una visione distorta della realt, come sostengono gli
idealisti trascendentali, ma una immagine reale, anche se grossolanamente semplificata secondo criteri utilitaristici (avendo
sviluppato organi solo per quegli aspetti dellesistente fondamentali per la conservazione della specie). Quel poco che ci
164

viene fornito dai nostri organi nervosi e di senso stato sperimentato per epoche intere e possiamo fare affidamento su di
esso, entro i suoi limiti. del tutto ovvio
che lesistente abbia innumerevoli altre facce, che per per noi []
non sono di importanza vitale. Non abbiamo nessun organo per
coglierle, proprio perch durante la filogenesi non siamo stati costretti a sviluppare particolari forme di adattamento nei loro confronti. [1973, 27]

Tuttavia lorganizzazione degli organi di senso e dei nervi,


ereditata filogeneticamente, costituisce un a priori che permette
agli esseri viventi di orientarsi nel mondo:9 si tratta di istruttori innati, responsabili dei meccanismi di apprendimento e
fanno parte di quella esperienza possibile corrispondente alla
definizione kantiana della priori: gli istruttori innati sono
qualcosa di preesistente a ogni apprendimento e la cui esistenza
necessaria per rendere possibile lapprendimento stesso [ib.,
159]. Tali istruttori sono un a priori per lindividuo, in
quanto anteriori ad ogni sua esperienza e necessari affinch
questa sia possibile, non certo per la specie umana, per la quale
sono a posteriori (in quanto costituitisi nel corso del suo processo evolutivo) ed inoltre storicamente determinati e non universali (il paramecio se la cava benissimo con la visione unidimensionale dello spazio) [ib., 30-1]. La priori dunque tale solo dal punto di vista dellontogenesi (che indica linsieme
delle modifiche che lindividuo subisce dalla nascita sino
allet adulta), e non della filogenesi. cos ripresa e rifondata
su basi biologiche una vecchia idea di Spencer (e non sappiamo sino a che punto in modo consapevole, in quanto le conoscenze filosofiche di Lorenz erano alquanto limitate, cos come
egli stesso riconobbe quando dichiar che esse sono da definire
come ignorantia alba assoluta [1987, 176]), per non men9

[] i meccanismi che, immunizzati contro ogni mutamento, ci permettono, sulla base di messaggi sensoriali presenti, di dare giudizi immediati sul
mondo circostante, costituiscono la base di ogni esperienza! La loro funzione
precedente a ogni esperienza ed addirittura indispensabile perch si possa
avere unesperienza del genere. Da questo punto di vista essi corrispondono
perfettamente alla definizione che Immanuel Kant ha dato della priori [Lorenz 1973, 58]. Questi meccanismi e processi di acquisizione dellinformazione a breve termine sono esposti in [ib., 86-117]. Si capisce pertanto la
polemica di Lorenz contro lidea di tabula rasa dellempirismo [cfr. ib., 122,
173-7).

165

zionare gli almeno ventidue filosofi, diciotto biologi, fisici e


psicologi da Darwin in poi i quali hanno ostenuto lidea che
la priori fosse il frutto di una evoluzione biologica [cfr. Campbell 1974].
Su questa base non solo Lorenz ritiene di rigettare nettamente lidealismo vero e proprio impedimento della ricerca
scientifica che mette in dubbio lesistenza di una realt extrasoggettiva, indipendente dal soggetto [1973, 38-46], ma
pensa anche di rispondere allo scetticismo circa la possibilit
di conoscere oggettivamente le propriet del reale.
Nel primo caso, lo stesso meccanismo delladattamento
allambiente a giustificare lesistenza di un mondo esterno,
senza il quale non avrebbe senso parlare di evoluzione, di selezione ecc. Insomma una tesi metafisica viene rigettata sulla base
di una teoria scientifica: laccettazione della teoria evoluzionistica ad escludere la possibilit di ammettere la tesi metafisica
dellidealismo. Come si vede, siamo in pieno naturalismo, in
quanto persino la decisione su tradizionali questioni filosofiche
(idealismo vs realismo) e non solo epistemologiche demandata non alla discussione filosofica, non alla astratta razionalit umana, che fa perno solo su se stessa, bens a quella ragione applicata rappresentata dalla scienza, ed in questo caso da
una particolare teoria scientifica, che viene assunta come valida
non su basi filosofiche, ma grazie alle procedure di controllo e
verifica messe in atto dalla scienza stessa, intese come autogiustificanti. quanto esprime con chiarezza il biologo Rupert
Riedl: non solo la ricerca sul fenomeno della conoscenza viene
sottratta allanalisi filosofica e sciolta dal vincolo che la legava
alla ragione razionale, per divenire un oggetto dellevoluzione
stessa [Riedl 1980, 7], ma la biologia della conoscenza su
basi evoluzionistiche in grado persino di risolvere i tradizionali enigmi della ragione, quali il problema della realt, del
ragionamento induttivo, della causalit, dello spazio e del tempo [cfr. ib., 15].
Nel secondo caso, la congruenza interspecifica dei diversi
apparati immagine del mondo attesta loggettivit di certe
propriet: il fatto che la porta chiusa impedisca sia alluomo
che al gatto o alla mosca di passare nellaltra stanza nonostante ciascuno di essi abbia apparati diversi che fanno vedere la
porta con propriet (colori, dimensioni, ecc.) differenti testimonia lesistenza di un ostacolo al movimento che una
propriet oggettiva del reale, indipendentemente dai loro appa166

rati. , in sostanza, un rimodulazione del consensum gentium,


gi proposto anticamente per superare il dubbio scettico, che
ora reinterpretato in criterio interspecifico, come consenso delle specie, e motivato filogeneticamente in base alla necessit per
ognuna di esse di adattarsi allambiente per poter sopravvivere.
Il discorso di Lorenz si estende anche alla considerazione
della cultura in generale, in una reciproca integrazione di caratteri provenienti dalla filogenesi della specie e di acquisizioni
che appartengono pi propriamente alla ominazione, cio
alluomo in quanto creatore e portatore di cultura. Infatti, agli
apparati immagine del mondo che portiamo in noi sin dalla
nascita si aggiunge, con la cultura e la sua trasmissione, una
sovrastruttura spirituale, culturale che, similmente alle strutture dei processi cognitivi innati, ci fornisce le ipotesi di lavoro
determinanti per la nostra ulteriore individuale acquisizione
del sapere [Lorenz 1973, 292]. Il sapere complessivo che determina questo apparato immagine del mondo, diversamente
da quello accumulato nelle strutture viventi preumane, non
costituito da materia vivente, ma scritto, cio consegnato in
documenti di diversa natura (dai libri alle registrazioni vocali).
Di tale apparato spesso luomo moderno poco consapevole,
in quanto esso diventato per lui una seconda natura; ciascun individuo ha accumulato una enorme quantit di informazioni nel proprio sistema nervoso centrale, che viene a formare una tradizione continuamente ritrasmessa. Essa costituisce un presupposto indispensabile per poter pervenire ad una
conoscenza oggettiva di questo mondo e cos raggiungere un
piano pi elevato da cui osservare le cultura e la vita spirituale,
che formano il sistema vivente pi altamente integrato del nostro pianeta [ib., 294].
Tuttavia non bisogna credere che levoluzione culturale costituisca uno stacco netto dagli eventi precedenti della filogenesi, e cio che lominazione sia uno stadio che non porti con s
nulla della fase anteriore, ritenuta qualcosa di inferiore, di
basso [cfr. ib., 299-300]. Sarebbe un errore analogo a quello
di chi pensa di spiegare tutte le funzioni degli organismi superiori riducendole a quelle degli inferiori, precedenti nellalbero
evolutivo [cfr. ib., 71-3, 85]. In effetti n dobbiamo pensare
che levoluzione filogenetica della nostra specie abbia avuto fine, n ignorare che in effetti sono state le modificazioni del
cervello umano a rendere possibile laccumulazione del sapere
ed il formarsi di una tradizione culturale:
167

levoluzione delluomo viene determinata da due ordini di processi


diversi, i cui tempi sono effettivamente discordanti, ma che stanno
fra loro in uno strettissimo rapporto di interazione: la lenta evoluzione filogenetica e la molto pi rapida evoluzione culturale. [Ib.,
300]

Diventa compito importante delletologia comparata quello


di distinguere nella cultura umana i tratti che derivano direttamente dalla programmazione filogenetica e quelli specificamente culturali, in quanto, ad es., la sfera emozionale contiene
un elevato numero di elementi ereditati filogeneticamente (come ad es. gli schemi motori dellespressione). In tutti gli uomini di tutte le civilt sono innate certe strutture del pensiero
che stanno a fondamento della costruzione logica del linguaggio (come dimostrato da Chomsky e Lenneberg) [cfr. ib.,
302-3], sicch il pensare deve essere inteso come lattivazione
di qualcosa di gi esistente filogeneticamente. Per cui, sia le
forme espressive universalmente umane (studiate da EiblEibesfeldt) sia le strutture innate del pensiero e del linguaggio
non sono che due esempi di modelli comportamentali che
sono stati programmati dalla specie umana nel corso della filogenesi e sono conservati nel genoma [ib., 313]. Ne consegue
che le norme innate del comportamento umano svolgono
molto probabilmente un ruolo di particolare importanza nella
struttura della societ umana [ib., 314].
Tali programmi iscritti nel genoma mostrano una certa
resistenza nei confronti degli impulsi modificatori provenienti
dalla cultura ed assolvono una indispensabile funzione di
supporto, in quanto sono lo scheletro, limpalcatura, del
nostro comportamento sociale e culturale, determinando la
forma della societ umana. Sarebbe pertanto importante individuare lo etogramma della specie umana, cio
linventario dei moduli comportamentali filogeneticamente
programmati, rigettando la resistenza della filosofia antropologica, che ha sinora ostinatamente rifiutato di prendere in
considerazione anche solo la possibilit dellesistenza di strutture comportamentali innate nelluomo [ib., 313-6]. su
questa base che Lorenz pu sostenere anche lesistenza di ampie analogie tra levoluzione delle culture e quella delle specie
[cfr. ib., 316-23].
In questa riproposta lorenziana della biologia come soluzione dei problemi della filosofia, e come via per la comprensione della cultura umana e della sua evoluzione, confluiscono
168

molteplici filoni teorici che ricevono una nuova riformulazione


in riferimento alle questioni metodologiche pi attuali che
vengono a innestarsi nel corpo vivo dei pi recenti dibattiti
sulla natura della conoscenza e della teorizzazione scientifica.
Viene cos aperto un itinerario che sar percorso sia dai biologi
e dagli studiosi di scienze naturali della scuola austro-tedesca,
sia da epistemologi e filosofi della scienza.
In una versione pi aderente allimpostazione evoluzionistica e dalla pi accentuata connotazione materialista si ritiene
che la crescita della conoscenza avvenga secondo il meccanismo
delle variazioni causali e della conservazione dei cambiamenti
pi adatti alla sopravvivenza. Tale processo governato da leggi biologiche che stanno alla base di quei meccanismi psicologici innati che guidano allacquisizione di conoscenze di per s
non innate. Tale impostazione, difesa da M. Ruse [1986], finisce per sfociare in posizioni simili alla sociobiologia. In una
versione pi liberale, elaborata da D. Campbell [1974] e
dallultimo Popper [1975], lo sviluppo della conoscenza umana viene visto come governato da un processo che solo analogo a quello della selezione biologica naturale, nel senso
che vede il parziale adattamento tra teoria e mondo come il
frutto di un processo mentale per tentativi ed errori. In questo
caso non si ipostatizza la verit delle leggi che governano
levoluzione biologica, ma si richiede solo che esse siano applicabili allevoluzione della conoscenza, indipendentemente da
una opzione filosofica materialistica. In ogni caso, questo approccio trae il suo materiale empirico oltre che dalla teoria
evoluzionistica anche da altre discipline come la psicologia e
le scienze cognitive e riesce in tal modo a dare maggior concretezza alle epistemologie naturalizzate.
5. Il ritorno della sociologia della scienza
Come abbiamo visto, il quadro presentato della scienza nella tradizione ricevuta (v. 1.1) ne ha sottolineato i caratteri di
oggettivit, di conoscenza indipendente dalle motivazioni e dai
valori dei singoli suoi proponenti (celebre la battaglia di Galilei per svincolarla dalla pretesa della teologia di indicarne i
contenuti), in grado di farci pervenire ad una conoscenza della
realt cos come essa , non come si vorrebbe che fosse. Anche
se come abbiamo visto nel corso di questo volume spesso
169

emerso il disaccordo su singoli aspetti della sua costruzione e


costituzione, tuttavia mai stato messo in dubbio che la scienza abbia sempre costituito un modello di conoscenza da imitare ( questo il programma che si era posto la filosofia scientifica), al punto da innescare una corsa alla scientificit anche
in discipline da essa inizialmente lontane.
Ma dopo la crisi della RV questa visione irenica della scienza era stata sempre pi delegittimata e hanno portato sempre
pi a seguito dellimportanza assunta dalla storia della scienza e dalla comunit degli scienziati con Kuhn e della messa in
crisi dellidea di metodo con Feyerabend a concepire la
scienza non pi come una sorta di impresa atemporale ed indipendente dalla societ e dalle sue influenze, come si era di
solito pensato, ma una parte del complessivo sviluppo
dellumanit, che non poteva accampare alcun privilegio conoscitivo rispetto agli altri modi con cui gli uomini si confrontano col mondo, costruendo ed edificando la propria vita e le
proprie strutture associate. Insomma, riprende forza il tentativo di vedere la scienza come una variabile dipendente dalla societ, ridando nuovo impulso alle tesi di chi in passato (specie
su influenza del materialismo storico marxiano) aveva sostenuto il carattere socialmente condizionato delle teorie scientifiche.
stata in particolare lopera di Kuhn (oltre a quella di
Fleck, anche se questa ha inciso direttamente molto meno, per
la sua minore diffusione) a causare una vera e propria svolta
negli studi di sociologia della scienza [cfr. Jacobs 1987], prima sostanzialmente dominati dallimpostazione funzionalista
di R.K. Merton (1910-2003) e della sua scuola, al punto da
poter permettere la distinzione tra una sociologia della scienza
prima di Kuhn ed una successiva, ortogonale con la prima
[cfr. Turner 2008]. Nasce cos negli anni 70 un rinnovato
programma di sociologia della conoscenza scientifica (SSK =
Sociology of Scientific Kwoledge) che radicalizza i risultati della
precedente sociologia mertoniana (denominata sociologia della
scienza) in un programma forte (strong programme). Questo
un prodotto quasi esclusivamente inglese10, ma poi la sua in10

Cfr. Collins [1983, 267-71], che sottolinea come la SSK debba la sua origine non ad una forma di reazione alla sociologia della scienza americana di
derivazione mertoniana, che fu criticata pi per distinguersene in modo da
non essere ad essa assimilata, ma ad altre influenze di carattere filosofico, derivanti per lo pi dalla nuova filosofia della scienza e dalla storia della scienza.

170

fluenza si estesa in Nord America, come anche in Francia, in


Germania, in Olanda, in Scandinavia, in Israele e in Australia,
sotto diverse denominazioni (Science Studies, Science and
Technology Studies, Science, Technology and Society) e
dando origine ad organizzazioni professionali, riviste11 ed anche ad una diffusa pubblicistica fatta di antologie, libri di testo, corsi universitari. Essa ha inoltre attirato lattenzione di
storici e filosofi, avendo una notevole influenza sui cosiddetti
cultural studies ed entrando a far parte di molti progetti di
ricerca interdisciplinari [cfr. 1995, 290-1; Hackett & al.
2008]. Ci ha anche portato ad un appannamento dei confini
disciplinari e a una indeterminazione degli obiettivi, sicch v
stato chi ha sostenuto che gli studi sociali sulla scienza si sono
sviluppati in uno dei pi centrifughi, pi controversi (ai limiti della incivilt accademica) ma anche pi vitali terreni di ricerca [cfr. Pickering 1992].
La sociologia della scienza si affermata come disciplina autonoma nella met del secolo scorso ed una ulteriore specificazione di una pi attempata sociologia della conoscenza12; essa
mirava ad indagare i nessi non pi tra la conoscenza in generale e la societ, ma pi nello specifico tra questultima e la conoscenza scientifica prima ritenuta sostanzialmente indifferente
(almeno per i suoi contenuti) alla evoluzione sociale e agli stimoli ed influenze da questa provenienti. Il fondatore di tale
nuova disciplina stato il sociologo americano Robert K. Merton (1910-2003), che ha avuto un ruolo di primo piano anche nellaffermazione, nel secondo dopoguerra, della sociologia
come disciplina scientifica di impianto struttural-funzionalista,
ispirata al modello delle scienze naturali, anche se rispetto a
11

La pi significativa di esse Social Studies of Science, fondata nel 1971 col


nome di Science Studies da R. MacLeod e David Edge (iniziatore
dellEdinburgh Science Studies Unit di cui parleremo in seguito e presidente
della Society for Social Studies of Science sino alla morte), che rimane una
miniera di informazioni e articoli su tale ambito di ricerca.
12
La sociologia della conoscenza (o del sapere) disciplina pi antica che
viene iniziata da Max Scheler (1874-1928) e quindi sviluppata ed istituzionalizzata da Karl Mannheim (1893-1947), che ne ritenuto il vero e proprio
fondatore, nella sua opera Ideologia e Utopia [1929] (cfr. in particolare il cap.
V); ma vedi anche i suoi saggi raccolti in [1974]. Su tale argomento cfr. Stark
[1958], Mulkay [1979], Meja & Stehr [1999], Izzo [1999], e pi recentemente Giacomantonio [2006].

171

queste ancora ritenuta arretrata.


Merton [1938], nel concepire la sua sociologia della scienza, ancora al di qua delle profonde trasformazioni conosciute
dal paradigma positivista della scienza nel corso degli anni
70, in quanto i suoi interessi in questo settore sono assai precoci e risalgono gi alla fine degli anni 30, con delle ricerche
sulla
istituzionalizzazione
della
scienza
moderna
nellInghilterra del diciassettesimo secolo, ritenute in stretta
connessione allo stabilirsi delletica puritana. Gi da ora il suo
interesse verte sui valori e le norme che favoriscono o ostacolano il sorgere e lo stabilizzarsi della scienza. In seguito egli estende il suo interesse alla struttura normativa della scienza nel
suo complesso, inteso come sottosistema separato della societ
che si organizza in comunit di studiosi, governate da peculiari
valori che ne regolamentano il funzionamento [cfr. Merton
1949; 1957].
Le norme da lui individuate sono quattro: universalismo,
comunitarismo (communism), disinteresse e scetticismo organizzato. Luniversalismo sottolinea lirrilevanza delle
convinzioni e dei valori del singolo scienziato, in quanto la
scienza deve essere universale ovvero valida per ogni uomo
razionale: ogni pretesa di verit, qualsiasi sia la sua fonte, deve
essere soggetta a criteri impersonali prestabiliti, in accordo con
losservazione e con la conoscenza prestabilita [Merton 1957,
352]; il comunitarismo sottolinea il carattere pubblico delle idee scientifiche e dei risultati della scienza, il cui unico proprietario lumanit in quanto tale, sicch chiunque pu far
uso dei suoi risultati, dei quali non pu essere ostacolata la circolazione; il disinteresse mette in luce come gli scienziati debbano lavorare non per il proprio profitto, ma a beneficio della
comune ricerca scientifica, escludendo le frodi o luso illecito
delle scoperte scientifiche; infine, lo scetticismo organizzato la
disponibilit della comunit scientifica a sottoporre a critica sistematica, sincera e non pregiudiziale le idee e le proposte avanzate al suo interno, in nome del progresso della scienza.
Unica ricompensa che lo scienziato riceve per la sua dedizione
alla scienza, attenendosi ai suddetti valori, il riconoscimento,
ovvero la pubblica gratificazione di essere stato il primo ad aver avuto una idea, ad aver fatto una scoperta, dandole il proprio nome. E che ci sia vero dimostrato dalle dispute per la
priorit di una scoperta scientifica, spesso avutesi nella storia
(la pi celebre quella tra Newton e Leibniz sulla priorit della
172

scoperta del calcolo infinitesimale).


Come si vede da questi brevi cenni, le analisi di Merton (e
quelle che egli conduce su altri caratteri sociali della scienza: la
mania a pubblicare, gli inganni e le frodi, le maldicenze tra
scienziati e cos via) sono del tutto interne alla tradizione ricevuta e ne costituiscono una sorta di canonizzazione e sacralizzazione: non mettono minimamente in discussione il carattere di
oggettivit e neutralit della scienza, intesa sempre come una
pratica cognitiva la migliore che abbiamo a disposizione in
grado di far presa sul reale. Le norme che fanno parte
dellethos della scienza non hanno nulla da dire sui valori di
verit delle conoscenze scientifiche o sui criteri di accettazione o
rigetto delle teorie, ma indicano solo le condizioni morali ottimali per il loro conseguimento e cos vengono a costituire
una sorta di complemento sociale degli standard via via elaborati dai positivisti per la valutazione o meno della scientificit della conoscenza (i vari criteri di significanza o di demarcazione, ben noti), in ogni caso in posizione di subordine rispetto alla logica della scienza o al metodo scientifico, oggetti propri dei filosofi della scienza. Pertanto esclusa dalle
valutazioni sociologiche di Merton ogni considerazione dei
contenuti della conoscenza scientifica, i quali obbediscono a
criteri metodologici e a procedure di accertamento in grado di
garantirne la validit obiettiva e cognitiva, con ci rispettando
la tradizione della sociologia della conoscenza precedente, specie quella rappresentata da Karl Mannheim. E lo stesso accade
con i sociologi che ne hanno in qualche modo proseguito
linsegnamento, come Barber [1952], Storer [1966], Cole
[1992], Crane [1972], Hagstrom [1965] e Ben-David
[1971], che ha sviluppato una sociologia della scienza comparativista in parallelo a quella di Merton. Come afferma Ancarani (riprendendo una espressione di R.D. Whitley), il contenuto della conoscenza scientifica considerato come una
black box,
qualcosa che la sociologia della scienza assume come un fatto non
come un problema da investigare. Questa limitazione il risultato
dellidea, consolidata e rafforzata dal positivismo logico a partire dagli anni trenta, secondo cui la conoscenza scientifica determinata
dalla natura e da metodi che sono essenzialmente asociali e atemporali dettati da una astratta logica della ricerca. [Ancarani 1996, 856]

Non a caso quella di Merton vista come la vecchia socio173

logia della scienza, ben presto spazzata via sia dalle ricerche di
Kuhn, sia dalle nuove prospettive che si affermano nel campo
della sociologia della scienza.
Il primo e pi importante filone di ricerca rappresentanto
dal gi menzionato programma forte in sociologia della conoscenza scientifica (SSK) sviluppato dalla Science Studies Unit,
un gruppo interdisciplinare fondato nel 1964 da David Edge
(1932-2003) 13 presso luniversit di Edinburgo, in Scozia.
Di per s poco numeroso (raramente lo staff fu composto da
pi di quattro persone), esso via via comprese il sociologo
Barry Barnes, il filosofo David Bloor e lo storico Steven Shapin 14. Fonti principali di ispirazione furono, oltre che Kuhn,
anche Durkheim, Marx, Mannheim, lantropologia culturale
comparata di E.E. Evans-Pritchard, Mary Douglas e Robin
Horton, la filosofia relativistica di Nelson Goodman, lopera
filosofica sulle categorie della spiegazione sociologica di Alisdair MacIntyre, la filosofia della scienza neo-bayesiana di
Mary Hesse [cfr. Shapin 1995, 295], come anche il pensiero
di J. Habermas e letnometodologia di Harold Garfinkel [cfr.
Giere 1988, 90-8; Ancarani 1996, 111-32]. Ma in modo
particolare presente nel pensiero di Bloor (che ben presto divenne il pi significativo rappresentante del gruppo) lopera
filosofica del secondo Wittgenstein (e del suo seguace Peter
Winch), con i suoi giochi linguistici, le forme di vita e la
nozione di seguire una regola, nonch linfluenza di Lakatos. 15 Ad essi in Inghilterra si aggiunsero poi altri studiosi che
13

Sulla sua figura v. le testimonianze di D. Bloor, S. Jasanoff, R. MacLeod,


H. Collins, G.C. Bowker, A. Elzinga, M. Frank Fox, B. Latour, T. Pinch,
W. Shrum, S. Barr raccolte in Social Studies of Science, 2 (2003), pp. 171195.
14
Cfr. Barnes [1974; 1977; 1982], Bloor [1994], Barnes & Bloor [1982],
Barnes, D. Bloor & Henry [1996], Shapin [1994; 1996]. Una buona rassegna di quanto fatto dai sociologi della scienza specie nel campo delle ricerche
empiriche Shapin [1986].
15
Cfr. D. Bloor [1973, 1983]. Su tale influenza cfr. Friedman [1998], Pels
[1996]. Collins [1983, 269] sottolinea come lopera di Bloor sia non tanto
una reazione alla sociologia della scienza allora dominante, bens una estensione e applicazione delle idee di Lakatos e Wittgenstein. E ci diversamente
da quella di Mulkay [1992, 230], che invece allestremo opposto parte
proprio da una considerazione critica delle tesi di Merton. Successivamente
afferma che le radici dirette della SSK affondano in academic questions a-

174

si riconobbero allinterno del programma della SSK, pur non


facendo parte del centro di Edimburgo, come Harry M. Collins (che in seguito fonder la scuola di Bath v. infra),
Michael Mulkay (che con G. Nigel Gilbert diede inizio
nelluniversit di York ad un programma di ricerca indicato
come analisi del discorso scientifico) [cfr. Gilbert & Mulkay
1984], Richard D. Whitley [1984] e R.G. A. Dolby [1971;
1974; 1980]. Sono costoro i sei principali protagonisti della
sociologia della scienza britannica, menzionati da Collins, che
ne analizza partitamente il contributo [cfr. Collins 1983].
La SSK costituisce una critica, spesso solo implicita,
dellimpostazione mertoniana e dellidea di fondo che governa
la sociologia della scienza sino ad allora praticata: che sia cio
possibile una comprensione sociologica solo dellerrore e delle
deviazioni dalla razionalit e che pertanto una vera e propria
sociologia della conoscenza scientifica fosse impossibile. Come
affermava Ben-David, ad essere oggetto di analisi sociologica
sono il valore attribuito alla scienza dalla societ, linteresse a
fare nuove scoperte piuttosto che a conservare le vecchie tradizioni, lorganizzazione della ricerca e lutilizzazione della scienza e dellattivit scientifica [Ben-David 1971, 12]. Suo punto
cruciale era pertanto la tesi che la risposta alle domande poste
dalla scienza viene in ultima istanza solo dalla Natura, avendo
lo scienziato solo una funzione di mediazione: i contenuti delle
risposte scientifiche non sono suscettibili di alcuna indagine
sociologica [cfr. Collins 1983, 266-7].
Invece per la nuova SSK non si tratta pi di definire in generale un rapporto tra la scienza nella sua totalit e lo sviluppo
sociale, bens di scendere pi in dettaglio, per cercare di scoprire i condizionamenti sociali insiti nelle singole teorie, nella
loro accettazione e nel perch esse si affermano a discapito di
altre. A tale scopo essa accoglie molte delle idee di Kuhn e
dellapproccio post-positivista: lolismo nel controllo delle teorie e la loro sottodeterminazione empirica, lincommensurabilit, il carattere teoreticamente carico delle osservazioni (la theory ladenness), la funzione pervasiva del linguaggio, limportanza della storia e delle comunit scientifiche e cos via16.
bout the universality of knowledge, in Wittgensteins (and Winchs) ideas
about forms of life and, perhaps, in Kuhns version of the history of science.
16
Ben-David [1971, 13-8] conosce lopera di Kuhn e ne espone le principali
tesi, ma ne fa un esempio dellapproccio strettamente interazionista concer-

175

Come afferma Shapin, il compito che si assunse sin dalle


origini la SSK fu quello di creare uno spazio per la sociologia l
dove prima non gliene era stato concesso alcuno, ovverossia
nella interpretazione e spiegazione della conoscenza scientifica:
Appunto in questo senso la SSK ha edificato una anti-epistemologia, per infrangere la legittimit della distinzione tra contesto della
scoperta e della giustificazione e di sviluppare un quadro antiempirista e anti-individualista della sociologia della conoscenza, nel
quale i fattori sociali contassero non come contaminanti ma come costitutivi della vera idea di conoscenza scientifica. La SSK si
sviluppata in opposizione al razionalismo filosofico, al fondazionalismo, allessenzialismo e, in misura minore, al realismo. Le risorse
della sociologia (e della storia contestuale) furono [] necessarie per
comprendere ci che per gli scienziati significa comportarsi logicamente o razionalmente, come avviene che gli scienziati giungano a riconoscere in qualcosa un fatto o una prova per o contro
una teoria, come, insomma, la vera idea di conoscenza scientifca sia
stata costituita, date le diverse pratiche che affermano di parlare in
nome della natura. [Shapin 1995, 297]

La SSK importante non solo perch rappresenta una


svolta negli studi di sociologia della scienza, ma anche per la
funzione di trascinamento in tanti altri settori e studi (quali ad
es. lepistemologia femminista, il costruttivismo e cos via),
che beneficiarono delle vaste ricerche empiriche effettuate nel
suo ambito per sostanziare le proprie tesi particolari17.
nente cio i rapporti che si vengono a stabilire tra i ricercatori allinterno di
una comunit scientifica con ci escludendo ogni sua rilevanza per la sociologia della conoscenza in generale: le relazioni allinterno della comunit sono
cos forti e rilevanti da essere preponderanti rispetto allinfluenza sociale che
essa pu ricevere dallesterno.
17
Non si pu qui non menzionare anche se esce fuori dal campo dei nostri
interessi il fatto che il programma della SSK era stato in ran parte anche il
programma della lettura materialistica della scienza effettuato dal marxismo
gi negli anni 30 (del quale uno dei documenti pi importanti il volume di
Aa.Vv [1931] che raccoglie gli interventi dei delegati sovietici al Congresso
internazionale di storia della scienza tenutosi a Londra nel 1931) e che aveva
portato a famose controversie sulloggettivit della scienza e sulla possibilit
di poter creare sulla base di struttura socile diverse una scienza proletaria [cfr. Ceruti 1981; Grant 2007, 269-87]. La fortuna del programma positivista ed analitico e lo sviluppo di una sociologia della scienza che distingueva nettamente i due contesti, nonch il discredito che su tale approccio era
caduto a seguito dellaffare Lysenko in URSS [cfr. Joravsky 1986; Cassata
2008] e della opposizione stalinista alla meccanica quantistica e alla teoria

176

Alla base del programma forte v il cosiddetto principio


di simmetria, secondo il quale le diverse tipologie di credenze
devono essere affrontate utilizzando le stesse forme di spiegazione, senza distinguere quelle che riteniamo vere (come ad es.
quelle scientifiche) e quelle che invece riteniamo false (perch
non scientifiche): il valore da noi attibuito a unidea non dovrebbe influenzare il modo in cui ne spieghiamo la storia e il
ruolo sociale; come dice Bloor [1976, 5], la SSK deve essere
imparziale rispetto alla verit e alla falsit, alla razionalit o irrazionalit, in quanto entrambe le parti di queste due polarit richiedono una spiegazione.
La caratteristica principale del Programma il cosiddetto postulato
di simmetria. Vero e falso, idee razionali e irrazionali, nella misura
in cui sono collettivamente condivise, dovrebbero essere egualmente
oggetto della curiosit sociologica e dovrebbero essere tutte spiegate
in riferimento allo stesso genere di causa. In ogni caso, lanalista deve
identificare le cause contingenti, locali della credenza. Questa richiesta stata formulata in opposizione ad una assunzine prima prevalente, ancora difesa in molti ambienti, consistente nel ritenere che le
credenze vere (o razionali) debbano essere spiegate facendo riferimento alla realt, mentre quelle false (o irrazionali) sono spiegate in
riferimento alle influenze deformanti della societ [] Una lettura
corretta, naturalistica, del principio di simmetria implica che sia la
natura (ovvero, la natura non sociale) sia la societ sono implicate
nella formazione della credenza. La simmetria, insistiamo, che
entrambi i tipi di causa, la nostra esperienza sia del mondo delle
cose sia del mondo della gente, sono coinvolte in tutti i corpi di credenze collettive. I sistemi di credenza, cio le forme di conoscenza
condivise e istituzionalizzate, sono il medium mediante il quale la
gente co-ordina con la natura non sociale le proprie interazioni
condivise. [Bloor 1990, 84, 88]
della relativit [cfr. Tagliagambe 1978; Pollock 2006], aveva portato alla sostanziale emarginazione di tali studi, che sono state coltivati in tempi pi recenti solo da pochi studiosi e allinterno di gruppi molto impegnati politicamente. Non bisogna neanche dimenticare su un versante del tutto diverso
la esiziale esperienza di una scienza ariana, con le conseguenti tragedie
causate dal suo tentativo di applicazione da parte del nazismo (che caus tra
laltro lemigrazione di intellettuali e scienziati per lo pi verso gli Stati Uniti,
e tra questi molti membri dei circoli di Vienna e Berlino) [cfr. Cornwell
2003; Grant 2007, 239-67]. Il tutto rafforz lidea e lesigenza di tenere la
scienza al di fuori delle controversie politiche e dalle influenze sociali, ricavando per essa un terreno neutrale in cui coltivare le proprie ricerche solo sulla base di criteri interni.

177

Ne segue che non v alcun privilegio da assegnare alla


scienza e ai suoi prodotti: essa non il frutto di ricercatori disinteressati e puri che mirano solo alla scoperta della verit, facendo uso di dati empirici e di logica, ma cresce e si sviluppa
in comunit governate da norme sociali ben radicate, che ne
regolamentano le credenze, i modi in cui si sostengono le tesi e
si esprime il consenso e il dissenso, i criteri con cui certi filoni
di ricerca sono portati avanti o sono ritenuti fuori dallagenda
di lavoro. E tali comunit scientifiche sono prodotti umani,
frutto di interazione sociale come tutte le altre. La spiegazione
del perch una certa comunit scientifica accetta o meno una
certa teoria dello stesso tipo di quelle che spiegano il formarsi
delle credenze in una comunit qualsivoglia, ad es. in una tribale [cfr. Godfrey-Smith 2003, 126]. Non vi sono credenze
scientifiche, che devono essere spiegate solo facendo uso di
metodi e procedure razionali, ed altre non scientifiche, che
invece bisogna spiegare appellandosi a fattori sociali, tribali,
tradizionali o a superstizioni di varia natura. Per cui la spiegazione sociologica non ha un carattere vicario e subordinato rispetto a quella logico-razionale.
Al fondo v un approccio di tipo naturalistico: [] il
Programma Forte parte di una impresa naturalistica e causale. Dal punto di vista del Programma Forte, la societ stessa
parte della natura [Bloor 1990, 87]. Esso privilegia dunque
lanalisi empirica delle particolari pratiche cognitive, in quanto
i criteri di razionalit, verit o successo non sono degli atemporali e astratti standard fissati in modo aprioristico dai filosofi o
dagli epistemologi ed applicati dallesterno, ma il frutto della
pratica riflessiva delle singole scienze e pertanto a queste legati
in modo contingente e situato.18 La stessa conoscenza non
concepita, come nella tradizionale epistemologia, come una
credenza vera giustificata, bens essa viene riferita ad ogni sistema di credenze collettivamente accettato [Barnes & Bloor
1982, 22] o a ci che qualsiasi gruppo di persone ritiene sia
conoscenza [] quelle credenze in cui la gente ha fiducia e in
18

Unopera che ha avuto una particolare influenza e che ha rappresentato un


case study esemplare, citato con ammirazione da tutti i sostenitori della SSK,
quella di Shapin & Shaffer [1985], dedicata allorigine della scienza moderna
nellInghilterra del 700 e in particolare alla disputa tra Robert Boyle e Thomas Hobbes, dove particolarmente evidente linfluenza del secondo Wittgenstein. Cfr. Godfrey-Smith [2003, 129-32].

178

base alle quali vive [Bloor 1976, 5]. Ci ha favorito anche


lanalisi delle cosiddette scienze marginali o pseudo-scienze
(le fringe sciences), trattate con pari dignit rispetto alle altre
pi prestigiose tradizioni di ricerca [cfr. Nowotny & Rose
1979]; Duerr 1981; Wallis 1979; Collins 1976].
grazie a questapproccio anti-normativo e anti-prescrittivo
che ben note acquisizione della nuova filosofia della scienza
quali quelle della sotto-determinazione delle teorie (la cosiddetta tesi Duhem-Quine), della theory-ladenness e
dellincommensurabilit, che ben conosciamo sono trasferite
e testate sul piano della ricerca empirica in numerosi casestudies (in particolare dedicati alle controversie scientiche19),
tutti tesi a mettere in luce il carattere problematico e la flessibilit interpretativa dei dati sperimentali e pertanto che n la realt, n la logica n criteri impersonali del metodo sperimentale impongono le considerazioni che gli scienziati producono
o i giudizi che essi danno [Shapin 1986, 332]. A tale conclusione giungono anche le analisi storiche del modo in cui le
controversie scientifiche vengono risolte, dalle quali emerge
come la scienza non solo non possiede un insieme di tecniche
metodologiche in grado di provare o confutare in modo chiaro
ed inequivoco le diverse ipotesi, ma che anche la riproducibilit in laboratorio non stabilisce un saldo legame tra teoria ed
osservazione [cfr. Collins 1983, 274-6, 280-1].
Lapproccio preferito ha natura macrosociologica e si basa sul
cosiddetto interest approach, secondo cui lattivit scientifica
collegata a precisi interessi sociali. Ad es., MacKenzie [1978]
ha cercato di dimostrare come le pi importanti idee della
moderna statistica siano da intendere in relazione al ruolo da
esse giocato, nellInghilterra del diciannovesimo secolo, nel
tentativo di influenzare levoluzione umana e il suo impatto
sociale attraverso un programma eugenetico che incoraggiasse
parte della popolazione a generare pi figli di altre. In tal modo egli fa vedere come si venissero a stabilire certe simpatie tra
un corpo di conoscenze biologiche, statistiche e matematiche e
certe parti della classe media. Gli interessi, dunque, non costituiscono intrusioni accidentali o indebite in quello che, se19

Per molti esempi in merito cfr. Shapin [1986, 327-86]. Sono particolarmente interesanti in proposito gli studi di Pickering [1981, 1981b], nel secondo dei quali si offre una efficace esemplificazione della tesi DuhemQuine.

179

condo lordine naturale delle cose, dovrebbe essere un dominio regolato dalla ragione e dallesperienza, ma sono ingredienti ineliminabili del dibattito scientifico [Ancarani 1996,
121].
Cos lo strong programme, nella misura in cui assume tale
impostazione empirica e si affida a un modello di spiegazione
causalista, si configura come unanalisi empirica della pratica
scientifica che si prefigge lo scopo di descrivere e spiegare i fenomeni della conoscenza scientifica allo stesso modo e con le
stesse procedure che questa applica per spiegare i fenomeni naturali, mutuandone il metodo sperimentale. Suo scopo spiegare non perch le credenze sono razionalmente o correttamente
accettate, ma semplicemente perch le credenze sono di fatto accettate come di fatto acquisito il consenso locale.20
, insomma, una scienza della scienza e pertanto pienamente congruente non solo con lintenzione originaria del posivismo logico, ma anche con quella rinascita del descrittivismo di cui abbiamo gi parlato. Ed infatti, nel ricordare la nascita dello strong programme, Bloor afferma che
quando esso fu formulato ai primi degli anni 70 fu presentato non
come un nuovo approccio o un modo di dire agli altri studiosi cosa
avrebbero dovuto fare. Piuttosto che essere prescrittivo, esso era largamente descrittivo. Suo scopo era codificare le assunzioni e le pratiche dello stimolante lavoro che era fatto nella scienza, specialmente
dagli storici. Questo lavoro era tanto pi ammirevole in quanto era
realizzato sotto il fuoco di sbarramento degli attacchi intimidatori
dei filosofi che volevano reificare e recintare la ragione e che in effetti trattavano la logica interna della scienza come se fosse una
forza autonoma, auto-propellente e astorica. [Bloor 2007, 220-1]

Sembra proprio che si vada in direzione di quellallargamento del modo di intendere la scienza gi auspicato da
molti critici della RV che cerca di far tesoro dellesperienza
della storia della scienza e che ora si estende alla sciologia della
scienza. In tal senso deve essere vista lidea della SSK che le
rappresentazioni scientifiche non sono determinate unicamente
20

Friedman [1998, 243-4]. E in ci Friedman vede una differenza con


limpostazione di Wittgenstein, cui i sostenitori della SSK si ispirano, in
quanto il suo interesse nel descrivere attentamente il modo in cui i vari giochi linguisti operano in nessun modo propedeutico per una sorta di sistematica teoria dei giochi linguistici generale e socio-culturale, cos come prospettata da Bloor [ib., 252-3].

180

dalla natura della realt: altrimenti sarebbe impossibile una valutazione sociologica della conoscenza scientifica [cfr. Shapin
1986, 327], in quanto solo se dati sperimentali e logica non
sono in grado di definire univocamente il contenuto delle teorie scientifiche possibile tenere aperta la strada per linfluenza
dei fattori sociologici nella loro costruzione e certificazione. Ma
lesito delle indagini empiriche condotte dai rappresentanti
della SSK a dare supporto alla destrutturazione di ogni pretesa
normativa e prescrittiva, e quindi alla dichiarata fine di ogni
norma super-culturale e libera dal contesto, cos come concepita nella tradizione ricevuta? Oppure la pregiudiziale accettazione di una certa agenda filosofica post-positivista e relativista
a pregiudicare le indagini empiriche giusta la tesi della theory-ladenness dellesperienza, accettata dalla SSK nel senso di
una inevitabile frammentazione della Ragione in una pluralit
di ragioni legate ai singoli gruppi sociali, comunit di studiosi, o wittgensteiniane forme di vita? questa la domanda
di fondo a cui la SSK non sa rispondere e che impone
sullintero suo progetto una ragionevole cautela.
Tali domande acquistano un certo peso in relazione a una
specifica tesi sostenuta da tutti gli appartenenti alla SSK, quella
della riflessivit della propria concezione: questa lesigenza
che i modelli di spiegazione della SSK siano applicabili alla
stessa sociologia della scienza, facendo anche di questultima
un sapere situato e non sopra-culturale [cfr. Woolgar 1988;
Ashmore 1989]. Se infatti si risponde positivamente alla prima domanda, allora viene meno il principio della simmetria:
esiste di fatto un punto di vista privilegiato, quello della SSK,
in grado di farci pervenire e conclusioni generali sulla pratica
scientifica e sulle sue caratteristiche; se invece si opta per una
risposta positiva alla seconda domanda, allora la stessa SSK
qualcosa di situato storicamente e le sue conclusioni sono valide solo allinterno di una certa comunit di studiosi, senza poter pretendere una generale validit, implicitamente legittimando anche la posizione di chi vede nella scienza una impresa basata solo su esperienza e logica. Sembra dunque che esista
una tensione non facilmente sanabile tra il principio di simmetria e la tesi della riflessivit, che riproduce la medesima aporia che colpisce mortalmente ogni filosofia che si ponga ad
un tempo come metariflessione sulla storia (e su quella dello
stesso pensiero filosofico) e come situata storicamente. A meno
di non bloccare lesito del pensiero ad un preciso momento,
181

facendo di una particolare sua espressione la ricapitolazione e il


compimento di tutto il passato operazione compiuta da Hegel col proprio idealismo assoluto non v modo di conciliare situazionalit storica e giudizio sulla storia, di essere scettici
e ad un tempo sottrarre il proprio scetticismo dalla sua stessa
presa, di sostenere il relativismo su tutto ad eccezione del proprio punto di vista relativista; insomma di praticare la simmetria ed insieme lautoriflessivit.
Bloor cerca di sfuggire a questi esiti precisando il senso in
cui devono essere intese le interessate connessioni tra idee
scientifiche e contesto politico-sociale: esse hanno solo il ruolo
di favorire lo sviluppo di certi settori o discipline scientifiche
oppure ne determinano i contenuti al punto da definirne o
meno il possesso di certe specifiche qualit cognitive? Affermare che le idee scientifiche riflettono gli interessi di certi settori
sociali e politici, non significa che tali idee scientifiche non
siano di per s dotate di valore cognitivo, ovvero non siano realmente produttive di conoscenza del reale. Che una certa idea
scientifica sia stata sollecitata o anche originata da particolari interessi politico-sociali non dice ancora nulla sul suo valore cognitivo, che pu essere giudicato e per alcuni deve essere
in base alle sue prestazioni cognitive, innanzi tutto le sue capacit predittive ed esplicative, la sua forza unificatrice e cos via.
Non pare che la statistica per tornare allesempio fatto da
MacKenzie abbia avuto severe sconferme; anzi, si affermata
come uno strumento necessario di analisi e ricerca anche al di
fuori del contesto sociale dal quale si originata e servendo interessi che con quelli che le hanno dato origine nulla hanno
pi a che vedere. Come afferma Friedman [1998, 245],
noi possiamo semplicemente descrivere lo stato di salute di credenze, argomenti, deliberazioni e negoziazioni che sono in opera nella
pratica scientifica, come dice Bloor, senza riguardo se le credenze
sono vere o le inferenze razionali. In questo modo, possiamo cercare di spiegare perch le credenze scientifiche sono di fatto accettate
senza considerare se sono vere e, allo stesso tempo, accettate in modo razionale o giustificato. E in questa impresa puramente naturalistica, descrittiva v precisamente abbastanza spazio per le spiegazioni sociologiche del perch certe credenze scientifiche sono di fatto accettate sulla base di ci che permette il materiale empirico. Che
i filosofi abbiano successo o no nel confezionare una lente prescrittiva o normativa attraverso la quale guardare gli stessi fatti, argomenti e deliberazioni e cos via, interamente irrilevante per le prospettive della sociologia della scienza. In questo senso, semplicemente

182

non v possibilit di conflitto o di competizione tra, da un lato,


una indagine non-naturalistica, filosofica della ragione, e, dallaltro
lato, una sociologia della conoscenza scientifica empirica e descrittiva.

Ma evidente che, col sostenere la tesi della determinazione


sociale del contenuto delle singole teorie, la SSK vuole rompere
con la RV e cos finisce per accedere ad una posizione relativista. Tuttavia il relativismo da essa sostenuto ha un suo proprio
carattere, in quanto esso scaturisce dalla stessa complessit del
reale e dalla necessaria opera di filtraggio, selezione e semplificazione operata dalla conoscenza scientifica (da ogni tipo di conoscenza, si potrebbe aggiungere). in questa delicata giuntura epistemica che pu trovare il suo spazio linfluenza dei fattori sociali:
La natura dovr essere sempre filtrata, semplificata, selettivamente
scelta e saggiamente interpretatata per essere resa a noi accessibile.
a causa del fatto che la complessit deve essere ridotta ad una relativa
semplicit che sono sempre possibili differenti modi di rappresentare la natura. Come la semplifichiamo, come scegliamo di fare le
approssimazioni e le selezioni non dettato dalla stessa natura (nonsociale). Questi processi, che sono successi collettivi, devono in ultima analisi essere riferiti alle propriet del soggetto conoscente. Qui
dove il sociologo entra nel quadro. [Bloor 1990, 90].

un relativismo, questo, che non sfocia in una sorta di nichilismo cognitivo, n una mera forma di strumentalismo, in
quanto le teorie scientifiche intessono con la realt un rapporto
non fittizio, reale, produttivo, anche se le teorie cui si perviene
non corrispondono ad essa nello stesso senso che pu plausibilmente assumersi nella nostra esperienza quotidiana e nel
linguaggio di ogni giorno. La prospettiva quella del realismo,
ma non ingenuo, in quanto i sistemi teorici sono sistemi che
si adattano alla realt come un tutto e la realt ricca abbastanza da permettere numerosi possibili adattamenti e numerose
possibili descrizioni e classificazioni21. Un relativismo, quin21

Bloor [1990, 94]. Cfr. anche Barnes, Bloor &. Henry [1996]. Kemp
[2005, 707] sostiene invece che se non si pu parlare a proposito di Bloor di
unidealismo forte, nondimeno esso una forma idealismo debole e finisce per minare la credibilit della conoscenza scientifica. Tale idealismo debole si differenzierebbe da quello forte per il fatto che, pur accettando
lesistenza di una realt esterna al soggetto conoscente, e quindi la distinzione
tra concetto ed oggetto, tuttavia disconnects the two, treating scientific di-

183

di, che non si contrappone al realismo, quanto piuttosto allassolutismo: Il relativismo la negazione dellassolutismo; non
lopposto del materialismo. Accettare il relativismo non significa accettare lidealismo. possibile essere sia relativisti che
materialisti, afferma Bloor [2007, 220] replicando alle critiche di Kemp [2005]. E le conoscenze scientifiche non sono,
potremmo aggiungere, relative in quanto tutte egualmente
false, ma per la ragione opposta: perch al limite tutte vere, in
quanto della realt complessa colgono solo alcuni aspetti selezionati e semplificati, quelli verso cui una certa societ ha indirizzato linteresse e lo sforzo degli scienziati: Non v un unico modo di apprendere dallesperienza [Bloor 2007, 227].
Pertanto non viene tolta di mezzo la questione della differente
credibilit delle teorie, ma si impone di spiegarla, in quanto
essa qualcosa di reale e non di meramente illusorio [Bloor
1990, 102].
Da questa impostazione ne seguirebbe che la conoscenza
scientifica non segue nel suo cammino un progresso lineare
dal meno al pi, dalla teoria meno verosimile a quella pi verosimile, che completa e integra la prima in un pi generale
quadro concettuale, secondo lo schema popperiano e la teoria
della riduzione bens avanza esplorando territori della natura
diversi, che a volte si sovrappongono, altre volte sono disgiunti, e che danno luogo a prospettive teoriche, a programmi di
ricerca e a teorie scientifiche diverse, spesso tra loro incommensurabili, altre volte con ambiti fenomenici e domini di
applicazioni comuni in tutto o in parte. Perch linesauribilit
del reale richiede una molteplicit di approcci che di volta in
volta ne esplorino territori diversi, a partire da ipotesi differenti: tale selezione del materiale, tale produzione delle ipotesi,
che devono essere spiegate dal sociologo della scienza. Ma ci
non significa mettere la natura fuori gioco, cio ritenere del
tutto irrilevanti le sue risposte alla interrogazione del ricercatore, in quanto lo strong programme riconosce un potere
dazione nelle occorrenze naturali, nelle cose e nei processi
non-sociali [Bloor 1990, 91].
questo a nostro avviso lunico modo di intendere il
relativismo cognitivo della SSK che sfugga alle critiche che di
consueto ad esso vengono portate dai realisti, coerente con
scourse as free-floating and unrelated to the world of things.

184

quanto lo stesso Bloor ha sostenuto in tempi pi recenti. Ma


ad un tempo, ci richiederebbe una ridefinizione sia del principio di simmetria sia della tesi della riflessivit. Il primo dovrebbe essere pi accurato nel distinguere i diversi piani e tagli
categoriali che vengono effettuate sulla realt, in maniera da
rendere comparabili, e quindi diversamente giudicabili, opzioni teoriche che si pongono allinterno della medesima strutturazione ontologica del reale. Per dirla in parole semplici, se
lo scopo quello di guarire uninfezione, una buona dose di
penicillina pi efficace di una pratica tribale che fa uso di
amuleti e scongiuri, per cui in questo caso non si pu essere
simmetrici in relazione alle rispettive prestazioni cognitive; se
invece lo scopo quello di un pi equilibrato rapporto col
proprio corpo, la pratica meditativa Zen a lungo andare pi
efficace rispetto a massicce dosi di Prozac; ed anche in questo
caso i rispettivi valori non possono essere giudicati in modo
simmetrico. E in merito alla riflessivit, lunico modo di
continuare a sostenerla di renderla epistemologicamente sterile riposizionando il proprio approccio su di un piano metafilosofico e quindi sottarendolo per una sorta di decreto metodologico allautoconfutazione. questa del resto la strada
imboccata dallepistemologia naturalizzata; ed stata quella che
a suo tempo aveva intrapreso la filosofia scientifica. Il prezzo
che cos si paga un certo dogmatismo, quello stesso tipo di
assunzione non motivata che Husserl aveva individuato alle origini della scienza moderna, quando questa aveva potuto superare il paralizzante scetticismo antico solo mettendolo da parte, senza pretendere di superarlo [cfr. Husserl 1913, 53]; il
medesimo che aveva fatto esclamare a DAlembert allez en avant, la foi vous viendra, per superare le altrimenti paralizzanti aporie che minavano lanalisi matematica ai suoi inizi.
In un certo qual modo questa la strada percorsa da Harry
M. Collins, iniziatore di quella scuola di Bath, in Inghilterra
(ma ora direttore del Centre for the Study of Knowledge
Expertise Science alluniversit di Cardiff), che dello strong programme costituisce una ulteriore articolazione in direzione di
uno spostamento dellattenzione dalle macro-variabili sociologiche ad un approccio microsociologico che mira ad una indagine pi puntuale e ravvicinata dei contenuti delle singole teorie

185

scientifiche e dei modi in cui si organizza su di esse il consenso o il dissenso22. Egli rigettando le accuse di non applicare
sino in fondo la tesi della riflessivit mosse da Latour (di cui
v. infra) si richiama ad una sorta di compartimentalizzazione
delle indagini, motivata dal concetto di meta-alternazione elaborato da Peter Berger: i due punti di vista (quello sociologico e quello scientifico) devono essere assunti in alternativa
luno allaltro e posti in compartimenti separati, senza alcuna
comunicazione tra loro, per cui i sociologi della conoscenza
scientifica che vogliono trovare (o aiutare a costruire) nuovi
oggetti nel mondo, devono compartimentalizzare; essi non devono applicare i loro metodi a se stessi [1992, 188]. Ci gli
permette di operare una scelta ancora pi decisa a favore del relativismo cognitivo. Ma il suo relativismo da Collins qualificato, allo scopo di evitare gli inconvenienti autoconfutatori cui
esso va incontro nella sua versione filosofica, come programma empirico del relativismo (Empirical Program of Relativism
EPOR). Esso epistemologicamente agnostico, rifiuta cio di
prendere posizione su questioni come verit, razionalit, successo o progressivit delle nostre conoscenze, ed ha invece natura metodologica in quanto, in base al principio di simmetria, vuole solo accertare i modi concreti in cui si articola il formarsi del consenso sui contenuti delle teorie, prendendo atto
attraverso lesame di esemplari controversie scientifiche sia
della flessibilit interpretativa delle evidenze empiriche, sia del
carattere non decisivo delle replicazioni sperimentali. Il tutto
converge nella tesi che il processo che porta alla formazione
delle conoscenze scientifiche non spiegabile solo in base alla
logica e allesperienza; viene insomma criticato il modello algoritmico del metodo scientifico, in favore della valorizzazione
delle dimensioni tacite (gi messe in luce da Michael Polanyi) e artigianali di molto lavoro scientifico. Non esistono
prove o evidenze ultimative che possano forzare gli scienziati
ad accettare o negare lesistenza di un nuovo fenomeno, di una
nuova teoria, di un dato risultato sperimentale. Tuttavia, nonostante le cautele di Collins, il suo relativismo finisce, diversamente da quello di Bloor, per tradursi in un punto di arrivo
filosofico e in una connessa polemica contro una visione reali22

Sulla scuola di Bath e sul suo programa cfr. Ancarani [1996, 125-132]. Di
H.M. Collins vedi i volumi [1994; 1995]. Altri collaboratori di Collins sono
Pinch [1982], G.D.L. Travis, B. Wynne ed altri.

186

sta della scienza: una forma di riduzionismo sociologico nella


quale si sostiene che il mondo naturale ha un ruolo trascurabile o del tutto nullo nella costruzione della conoscenza scientifica [Collins, cit. in Ancarani 1996, 132]. Non a caso questa
posizione tende a virare verso una forma di costruttivismo sociale (v. 2.6). Inoltre Collins e i suoi allievi prendono la distanze da due particolari tesi avanzate da Bloor e cio dal principio di causalit e da quello di riflessivit: il primo ritenuto
un residuo della vecchia sociologia della conoscenza, che vede
le idee come determinate dagli interessi sociali in una prospettiva macrosociologica; ed per questo che in sua vece si opta
per un approccio microsociologico. La riflessivit, invece, condurrebbe a difficolt paralizzanti per lanalista, per cui diversamente da come sostenuto da Woolgar andrebbe rifiutata.
Come abbiamo prima accennato, un particolare indirizzo
allinterno della SSK fu rappresentato dalla strada intrapresa da
Mulkay e Gilbert. La discourse analysis ovviamente un campo
di ricerca molto pi di vasto di quello da essi proposto e praticato, in quanto si pone in generale il compito di mettere in luce le assunzioni fondamentali e le ipotesi di fondo che stanno
alla base dei metodi di ricerca e che si concretano in scritti,
pubblicazioni e sistemi di classificazione. Essa pertanto una
articolazione del progetto decostruzionista che ha le sue radici
nel post-modernismo e nelle opere di Jacques Derrida, Michel
Foucault, Julia Kristeva, o Fredric Jameson (per non citare che
i maggiori).
Nel caso specifico, che qui ci interessa, la discourse analysis
il tentativo di andare oltre il modo acritico, per Mulkay e
Gilbert in cui sono state utilizzati e interpretati i discorsi e i
resoconti degli scienziati da parte degli esponenti dello strong
programme: si tratta di dare voce ai rappresentanti concreti
delle ricerche, senza che queste siano filtrate dalla voce autoritaria del sociologo-interprete. Bisogna dunque aprire il vaso di
Pandora delle molteplici voci degli scienziati, vederne tutte le
articolazioni, in quanto lo scopo di costruire da parte degli
analisti presentazioni definitive delle azioni e delle credenze
degli scienziati forse in linea di principio irraggiungibile, e
certamente lo in pratica nella misura in cui non abbiamo una
comprensione sistematica del discorso degli scienziati. I sociologi, gli storici e i filosofi sono stati abili nel documentare e
rendere plausibili cos tante analisi divergenti della scienza (e
187

minano continuamente luno laltro le reciproche tesi) in


quanto gli scienziati, i creatori attivi dellevidenza su cui si basano gli analisti, si impegnono loro stessi in molteplici specie
di discorsi. Perci noi raccomandiamo che gli analisti non cerchino pi di forzare i diversi discorsi degli scienziati in quello
autoritario che loro proprio. Invece di assumere che v una
sola versione vera e accurata delle azioni e delle credenze dei
partecipanti che pu, prima o poi, essere assemblata insieme,
gli analisti devono diventare pi sensibili alla variabilit interpretativa fra i partecipanti e cercare di comprendere perch
possono essere prodotte cos tante differenti versioni degli eventi [Gilbert & Mulkay 1984, 2].
Al fondo v lidea che vista la variabilit di forme in cui
si esprime il discorso degli scienziati sarebbe un grave errore
per lo storico e il sociologo dare uno statuto privilegiato ad una
sola tipologia di discorsi, profferiti in determinate circostanze e
con particolari uditori. Per cui il sociologo della scienza non
dovrebbe produrre una descrizione o una spiegazione definitiva della scienza, in quanto questa dipende dal groviglio inestricabile dei discorsi, ma piuttosto pi modestamente avere
come obiettivo la loro classificazione e catalogazione; la definitivit , semmai, raggiungibile solo quando si passi dal livello
referenziale (ci che la scienza ) a quello che gli scienziati pensano che essa sia.
Una variante della SSK potrebbe essere anche ritenuto
lapproccio, nato allinterno degli Science Studies, sviluppato
negli scritti di Bruno Latour, Michel Callon e, per un periodo
limitato, Joseph Law, nellambito del Centre Sociologie de
lInnovation della cole Nationale Suprieure des Mines di
Parigi agli inizi degli anni 80. Tuttavia, diversamente dalla
SSK la sociologia della scienza di Bruno Latour, spesso indicato col nome di costruttivismo (ma su di esso v. 2.6),
prende come unit di partenza del proprio esame non tanto
lintera comunit degli scienziati, e di conseguenza il nascere e
lo sviluppo di teorie scientifiche e tradizioni di ricerca, bens
un pi ristretto ambito, ovvero il laboratorio dello scienziato: a
tale tema stata dedicata lopera Laboratory Life, scritta da Latour insieme a Steven Woolgar 23, che ha segnato una svolta ne23

Cfr. Latour & Woolgar [1979]. Woolgar in seguito prese altre vie rispetto

188

gli studi di sociologia della conoscenza scientifica e che come


avverte Ian Hacking [1988, 278] facendo ammenda della sua
precedente distrazione deve essere presa molto sul serio
da parte dei filosofi della scienza.
Inoltre, diversamente dallapproccio macrosociale della SSK
(che mira a chiarire lintreccio tra pratiche scientifiche e ideologie o interessi sociali nel loro complesso), Latour e Woolgar
non ritengono che gli aspetti macrosociologici esauriscano il
carattere sociale della scienza e invece portano il loro sguardo ai
concreti meccanismi che agiscono nella produzione delle conoscenze scientifiche, ai microprocessi che stanno alla base della loro costruzione. Lo scopo non solo riconoscere che queste sono socialmente condizionate, ma piuttosto che esse sono interamente costruite e costituite attraverso processi microsociali.
Appunto tale abbandono delle fonti secondarie (interviste con
scienziati, opere pubblicate e altre prove documentarie) in favore di una partecipazione diretta, di un andare a vedere con
i propri occhi ci che effettivamente avviene nella scienza, in
una sorta di osservazione partecipante, caratterizza lapproccio
dei laboratory studies, in cui laccento posto sulla osservazione in situ dellattivit scientifica24.
Noi combattiamo contro le definizioni assolute di scienza; rifiutiamo di dare significato ad ogni descrizione che non raffiguri il lavoro di preparazione dei laboratori, degli strumenti che generano inscrizioni (inscription devices), dei network; sempre riferiamo la parola
realt ai percorsi che hanno luogo in laboratori specifici e in specifici network []. [Latour 1988, 26]

Il laboratorio diventa dunque il luogo privilegiato della ricerca di Latour e Woolgar, in quanto solo in esso possono essere messe in luce le operazioni costruttive alle origini della
produzione delle conoscenze e in particolare come gli scienziati
in essi operanti attribuiscono loro obiettivit e fattualit; perch
lo scopo che Latour si prefigge non quello di analizzare i
prodotti scientifici belli e fatti, bens la scienza in azione;
a quelle seguite da Latour, andando in direzione di un approfondimento del
principio di riflessivit, sulla base di una tensione da lui rilevata tra relativismo e realismo. Con lui Ashmore ed altri.
24
Woolgar [1982, 482]. Come altro esempio di tale tipo di approccio bisogna anche citare lopera di K.D. Knorr-Cetina [1981], la cui collocazione pi
adeguata per allinterno della concezione costruttivista alla scienza.

189

questa la prima regola del metodo che egli si prefigge di adottare e che rompe con il tradizionale approccio epistemologico
[cfr. Latour 1987, 49-51, 627].
Cos, ad esempio, Latour
studia per due anni ci che accade in un laboratorio di
neuroendocrinologia, Il Salk Institute a La Jolla, California, dove
opera un gruppo di ricerca impegnato nellisolare, caratterizzare,
sintetizzare e spiegare il meccanismo di azione dei cosidetti
releasing factors, peptidi che mettono in comunicazione il sistema
nervoso centrale con quello ormonale. A La Jolla Latour ricostruisce
in maniera dettagliata come nel laboratorio, attraverso una sequenza
di operazioni, si costruisce un fatto scientifico in questo caso la
determinazione di struttura di una sostanza chiamata TRF
(thyrotropin releasing factor). Risultato scientifico che varr il
premio Nobel a Guillermin ed a un altro ricercatore W.A. Schally
(leader di un gruppo che arriver quasi simultaneamente agli stessi
risultati). [Ancarani 1996, 138]

Ci viene fatto sulla base di interviste, annotazioni, registrazioni di conversazioni con i protagonisti della ricerca, nonch mediante luso degli archivi e di una quantit di documenti: protocolli di laboratorio, stesure provvisorie di paper,
sino a giungere alle versioni definitive pubblicate sulle riviste
scientifiche, in modo da identificare quanto meglio possibile le
dinamiche sociali e cognitive interne al laboratorio di ricerca.
Solo una partecipazione in presa diretta della vita in laboratorio, in stile antropologico, con locchio ingenuo di chi inesperto e quindi non ha lo sguardo pregiudicato25, pu porta25

Latour insiste su questa caratteristica, ed infatti quando egli partecipa alla


vita del laboratorio di La Jolla poco o nulla sapeva di biologia molecolare. Ed
naturale che proprio questa caratteristica stato uno dei punti maggiormente criticati della sua opera. Cfr. ad es. F. Weinert [1992, 423-9], che critica anche lentusiamo mostrato da Hacking per lopera di Latour. Secondo
Weinert, linesperienza di Latour nelle ricerche di cui egli tratta non lo metterebbe in grado di apprezzare quanto in effetti viene fatto in un laboratorio:
The observer pays a price for his presumably unblinkered innocence: despite
all the wealth of data and diagrams, Laboratory Life is particularly uninformative about the research project under scrutiny and the way experiments are
carried out in this branch of science. Nothing is said about the formulation
of hypotheses, the repeatability of experiments, the relationship between theory, experiments and testing, or the inferences drawn from the experiments.
The scientists belabor statements, thats all. Facts are constructed and deconstructed in the flicker of a moment [ib., 427].

190

re alla luce quelle dinamiche e transazioni cognitive in grado di


farci avere della scienza una visione pi accurata e realistica di
quella che ci forniscono le ricostruzioni a posteriori, spesso operanti una sorta di razionalizzazione di quanto in effetti accaduto.
Inoltre, il punto di vista del laboratorio permette di apprezzare sino in fondo il carattere tecnologico-strumentale della
scienza moderna, in ragione del quale le conoscenze scientifiche
appaiono sempre pi come il prodotto di una manipolazione
tecnica della realt, ponendo fine alla scoperta-descrizione degli
inizi della scienza moderna. Il laboratorio costituisce un ambiente interamente artificiale, in cui non si ha a che fare con
oggetti del mondo naturale, ma con prodotti artificiali, gi
preparati ed opportunamente predisposti per produrre certi
effetti. Da ci scaturisce il fatto che il laboratorio un ambiente
impregnato di decisioni, analogamente a come i fatti sono
impregnati di teorie, per cui le conoscenze scientifiche sono
sempre locali, dipendenti dal contesto e dalle regole di negoziazione in esso vigenti. E tuttavia le iscrizioni (inscription
devices) generate in laboratorio (documenti, tracce scritte, numeri, tabelle, note di laboratorio, campioni contenuti in provette, ma anche tracce grafiche o risultati strumentali generati
da particolari apparati sperimentali), che si concretano in asserti e proposizioni, sono trasformati in fatti ed acquisiscono
una oggettivit che travalica il laboratorio, mediante ci che Latour chiama una pratica di traduzione. In tal modo le asserzioni si cristallizzano come costrutti stabili della nostra conoscenza, e che come tali sono assunte in maniera non problematica (come una black box) allinterno di una data cultura scientifica. 26 Dal fatto cos costruito
scompaiono le tracce degli elementi circostanziali che lo hanno
prodotto. Secondo Latour e Woolgar i fatti scientifici emergono da
un processo di splitting and inversion, una sorta di parodossale rovesciamento. Da un lato essi vengono socialmente costruiti attraverso una sequenza di atti e di decisioni di cui gli studi di laboratorio
hanno evidenziato il carattere locale e contingente. Dallaltro proprio questo risultato si realizza attraverso un meccanismo che occulta queste circostanze facendo scomparire ogni riferimento al tempo,
al luogo, agli autori, e ad ogni altro riferimento contestuale. Questo
26

Ancarani [1996, 147]. A introdurre questa immagine della black box stato
R. Whitley [1972]. Su tale argomento cfr. Pinch [1992].

191

processo ha come effetto quello di rafforzare limpressione che gli


scienziati basino le loro asserzioni su fatti che mantengono una relazione diretta con la natura, indipendentemente da ogni circostanza
particolare di produzione. Solo cos la natura pu essere invocata
come causa delle nostre conoscenze. [Ancarani 1996, 148].

Linterfaccia che permette di collegare il laboratorio al suo


esterno, e quindi di operare la necessaria traduzione di quanto
in esso prodotto in una forma accettabile alla comunit di studiosi, il paper. Grazie ad esso i fatti costruiti in laboratorio
vengono depurati e messi in una forma in grado di valere
presso differenti contesti, con altri laboratori e scienziati. Cos i
fatti scientifici si stabilizzano e diventano vere e proprie conoscenze sociali che entrano a far parte del patrimonio di conoscenze accettate; e ci avviene non perch le conoscenze acquisite in laboratorio hanno un valore intrinseco (perch corrispondono alla realt e ce la fanno conoscere), ma in quanto, in
modo quasi darwiniano, esse si sono dimostrate in grado di
sopravvivere anche presso altri ricercatori, venendo incorporate in altre asserzioni. A tale scopo lo scienziato che propone
una nuova teoria deve effettuare una serie di mosse, come il fare lappello alla letteratura esistente, ai tecnici che lhanno aiutato, agli strumenti del laboratorio, a procedure complesse, a
protocolli di ricerca, a iscrizioni, tabelle e cos via. Nella tecnoscienza contemporanea il ricercatore trae la sua forza dallessere
portavoce di molteplici interessi, di essere il rappresentatnte di
un network di alleati e sostenitori delle sue tesi, che hanno tutti
contribuito in qualche modo alla loro elaborazione [cfr. Latour
1987, 417, 629]. Per cui la contestazione e la critica diventa
sempre pi difficile, in quanto non coinvolge pi il singolo
scienziato, ma una formidabile rete di alleanze ed appoggi. In
tal modo le asserzioni vengono trasformate in fatti e teorie e il
laboratorio diventa il centro di un network di forze arruolate
e controllate. Per questi motivi centralit degli attanti (un
concetto semiotico che serve per indicare ogni ente attivo nel
mondo, sia umano che non umano, come strumenti, documenti, batteri, fermenti ecc.) [cfr. ib., 202, 279] che interagiscono in un network la posizione di Latour stata anche
chiamata Actor-Network Theory (ANT).27
27

Limportanza attribuita da Latour alle relazioni nel network e alle interazioni tra umani e non umani allinterno del laboratorio, con la necessit di ampliare la nostra concezione di conoscenza e mente, lo ha fatto anche assimila-

192

Tale atteggiamento di fondo porta Latour ad effettuare una


decisa critica allo strong programme, nonostante tali due approcci vengano a volte accomunati sotto letichetta di costruttivismo sociale. Egli infatti vuole andare oltre la SSK, ritenendola troppo timidamente radicale nelle sue posizioni: occorre
effettuare afferma ancora una svolta dopo la svolta sociale
[Latour 1992]. Essa prende la forma della richiesta di una coerente adozione dellipotesi della simmetria. Infatti, se la SSK
vuole essere essa stessa un approccio scientifico, allora i fatti
empirici ai quali fa appello dovrebbero avere lo stesso statuto
di tutti gli altri fatti scientifici, ivi compresi quelli su cui si basano le teorie scientifiche: la costruzione della realt naturale e
quella della realt sociale devono essere entrambe interamente
simmetriche. Insomma la SSK, se vuole effettivamente essere
sino in fondo riflessiva, deve applicare la stessa filosofia scettica
e relativista a se stessa e ai suoi prodotti, e non solo a quelli
propri degli scienziati naturali. Ci vuol dire che la societ
non deve avere alcun privilegio nella spiegazione della costruzione della scienza, cos come non lo si riconosciuto alla natura, in quanto luna e laltra vengono dopo il lavoro fatto in
laboratorio, sono il risultato della stabilizzazione di una certa
pratica cognitiva:
questo nuovo principio di simmetria dunque molto pi radicale di
quello di Bloor e nello stesso tempo pi coerente e pi riflessivo.
Esso non richiede solo di spiegare negli stessi termini ci che razionale e ci che non lo , ma di non utilizzare sin dallinizio la societ cos come la natura per spiegare la chiusura e lapertura delle
controversie che le concernono.28

La sua idea che non dovremmo cercare di spiegare la natura in termini di societ, o la societ in termini di natura
(come ad esempio fanno i sociologi evoluzionisti e naturalisti),
ma entrambi i termini devono essere pensati a partire da un
terzo processo, nel corso del quale essi sono coprodotti [Latour 1992, 287]: natura e societ non sono cause delle nostre
re alla cosiddetta teoria dei distributed cognitive systems, sostenuta da Andy
Clark, Ed Hutchins, Karin Knorr-Cetina. Su ci cfr. Giere [2004].
28
Latour [1987, 352]. Tale modo di procedere venne da Latour applicato, ad
esempio, nello studio del modo in cui Pasteur permise alla proprie idee di affermarsi nella Francia del suo tempo. Cfr. Latour [1988b]. Ma lo stesso egli
cerca di fare con un caso pi difficile, quello della teoria della relativit di
Einstein [cfr. Latour 1988].

193

credenze scientifiche (cos come sostiene Bloor in base al principio di simmetria), bens sono due effetti aventi una comune
base. Questa appunto il farsi della scienza nel contesto del
laboratorio e dei network tecnoscientifici. Spiegare i risultati
scientifici come il frutto in una influenza sociale sarebbe un
ulteriore riduzionismo che reduplicherebbe quello di solito effettuato a favore della natura, rimanendo prigionieri del dualismo soggetto/oggetto. Ovviamente Bloor [1990, 82] rifiuta
tali critiche di Latour, sostenendo che esse sono basate su una
sistematica deformazione delle posizioni che egli rifiuta e il suo
approccio, nella misura in cui diverso [da quello dello strong
programme] impraticabile e che, inoltre, Latour non affatto
di fatto in grado di esprimere con chiarezza in cosa consiste tale
processo di co-produzione di natura e societ
Come si pu notare, ci di cui non si tiene conto nella prospettiva di Latour il riferimento al contenuto di conoscenza
delle teorie, alla natura che esse dovrebbero farci conoscere; la
natura infatti interna ad una rappresentazione scientifica e i
ricercatori non fanno ricorso ad essa come ad un giudice esterno per risolvere le controversie che insorgono tra di loro; cos
come afferma la sua terza regola metodologica, essendo dato
che il regolamento di una controversia la causa della rappresentazione della natura e non la sua conseguenza, non si deve
mai far ricorso allistanza finale la natura per spiegare il
come e il perch una controversia stata risolta [Latour 1987,
241]. Latour non per nulla interessato ad analizzare le caratteristiche del ragionamento scientifico: essendo la risoluzione
delle controversie scientifiche vista come effetto del controllo e
della sapiente utilizzazione di un network tecnoscientifico, il rischio che si corre fare della pratica della scienza un gioco retorico, unoperazione letteraria, un risultato di sapienti strategie politiche. chiaro il significato antirealistico di una tale
posizione, che per certi aspetti fa pensare a vere e proprie forme di idealismo (come quando si nega decisamente la separazione soggetto/oggetto), come anche laccettazione del relativismo. Il fatto che Latour rinunci ad ogni tentativo di spiegazione
nel senso consueto del termine, che implicherebbe per lui una
qualche forma di riduzione, motivato dal tentativo di sfuggire da ogni dicotomia (tra realt materiale e sociale, tra scienza e
natura, tra soggetto e oggetto e cos via), nellottica della radicalizzazione dellipotesi di simmetria. Resta senza risposta, tuttavia, la domanda del perch la scienza abbia quello straordina194

rio successo nella manipolazione del mondo naturale di cui


tutti siamo testimoni: solo unabile strategia di ricercatori che
utilizzano sapientemente network tecnoscientifici? 29
Mettendo a frutto tutti questi sviluppi e queste riflessioni si
viene a costituire quel canpo integrato di ricerche cui abbiamo
gi prima anticipato, i cosiddetti Science and Technological
Studies (STS). Le tappe fondamentali attraverso le quali si afferma questo nuovo composito campo disciplinare sono marcate dalla fondazione nel 1975 della Society for Social Studies
of Science (denominata 4S) e dagli handbook che in tempi successivi vengono pubblicati; quello iniziale di Spiegel-Rsing &
de Solla Price [1977] in cui si pone lesigenza di una forte integrazione e di un approccio interdisciplinare allo spettro costituito dalla intersezione tra scienza, societ e tecnologia; quello
successivo di 18 anni di Jasanoff & al. [1995] che ebbe
limprimatur della 4S nel quale si delinea un campo di ricerca ancora in fase emergente e che pertanto intende offrire un
piano di lavoro, una roadmap, in grado di offrire, grazie ai
contributi degli studiosi gi in esso impegnati, un atlante non
convenzionale ma attraente del campo ad un particolare momento della sua storia [ib., xi-xii], in un movimento verso
lautodefinizione che era aperto ad accettare i contributi di chi
volesse avventurarsi su questo terreno; infine il recente volume
di Hackett & al [2008], in cui i curatori si sono posti il compito di consolidare le acqusisizioni gi ottenute nel campo,
invitare nuovi studiosi ad occuparsi di STS e indicare percorsi
di ricerca promettenti per il futuro [ib, 3]. Al solito, si sostiene che una storia degli STS dovrebbe partire dallopera di
Kuhn [1962], che ha aperto nuove possibilit di guadare alla
scienza come attivit sociale [Sismondo 2008, 14; per una
storia dei STS cfr. anche Sismondo 2004; Yearley 2005].
importante notare che per la nascita degli STS ha avuto
notevole importanza la cosiddetta svolta verso la tecnologia
(secondo lespressione di Woolgar [1991]), che stata favorita
in particolare dalle due opere di MacKenzie & Wajcman
[1985] e Bijker, Hughes & Pinch (1987) e che da avvio ad
29

Questo e altri punti sono stati oggetto di critica da parte di numerosi studiosi; si veda ad es. Amsterdamska [1990], Collins & Yearley [1992]; Gingras [1995], Knorr-Cetina [1985], Schaffer, [1991], Shapin [1988], Sturdy
[1991], Van den Belt [1995].

195

un programma parallelo denominato Social Construction of Technology (SCOT). I suoi sostenitori spesso provenienti dalle
prospettive costruttiviste e postmoderniste rifiutano il cosiddetto determinismo tecnologico, ovvero lunione combinata
di due tesi: quella che lo sviluppo tecnologico ha luogo al di
fuori della societ, cio indipendentemente dalle forze economiche, politiche e sociali, come conseguenza delle attivit di
scienziati, ingegneri che coltivano la scienza in base ad una logica interna che nulla ha a che fare con le relazioni sociali (secondo il consueto punto di vista della tradizione ricevuta e della RV); e quella che il cambiamento tecnologico causa e determina il cambiamento sociale [Wyatt 2008, 168], per cui il
futuro dellumanit i suoi valori culturali, la sua struttura
sociale e la sua storia definito dalle risorse tecnologiche che
via via il progresso scientifico mette a disposizione; insomma
lo sviluppo della tecnologia viene dato come qualcosa di scontato, limitandosi lo studioso ad unanalisi delle conseguenze
sociali dello sviluppo tecnologico [Bucchi 2002, 97]. Al
punto da identificare le civilt storicamente esistite con la tecnologia in esse predominante (si parla di et della pietra, del
bronzo, del vapore e dei computer) o di caratterizzare le nazioni con la vocazione tecnologica predominante: gli Stati Uniti e
automobili, Giappone e microelettronica, Olanda e mulini a
vento ecc. [cfr. Wyatt 2008, 167]. questa una visione in sostanza ottimistica, che eguaglia evoluzione tecnologica e progresso umano e che ha avuto sostenitori sia nella sinistra marxista (per Lenin il comunismo il potere dei Soviet pi
lelettrificazione) sia nella destra conservatrice, la quale vede
nella sola tecnologia la possibilit di risolvere le crisi incombenti del mondo contemporaneo (come quella energetica). Ma
anche la constatazione pessimistica di chi contesta la societ
contemporanea sulla base della sua deriva tecnologica (come
hanno fatto Jacques Ellul, Herbert Marcuse e la Scuola di
Francoforte), o addirittura tutta la storia dellOccidente, segnata per Heidegger dal dominio della tecno-scienza, dal pensiero
calcolante, e dalla dimenticanza dellEssere.
Il problema di questo determinismo il fatto che esso
non lascia spazio alle scelte o allintervento delluomo e, inoltre, ci
dispensa dalla responsabilit per le tecnologie delle quali facciamo
uso. Se le tecnologie sono sviluppate al di fuori degli interessi sociali,
allora i lavoratori, i cittadini e tutti gli altri hanno poche opzioni a
propria disposizione circa luso e leffetto di queste tecnologie. Que-

196

sto fa linteresse di chi responsabile dello sviluppo di nuove tecnologie, indipendentemente dal fatto se esse sono prodotti di consumo o strumenti di potere. Se in effetti la tecnologia segue un cammino inesorabile, allora il determinismo tecnologico consente a tutti noi di rifiutare le responsabilit per le scelte tecnologiche che facciamo individualmente e collettivamente e di ridicolizzare le persone che vorrebbero sfidare i passi e la direzione del cambiamento tecnologico. [Wyatt 2008, 169]

In contrasto con tale determinismo tecnologico, spesso assunto tacitamente come una sorta di senso comune dalle masse
come anche dai politici, lo SCOT vuole porre al centro
dellattenzione le azioni umane che forgiano la tecnologia, il cui
uso non pu essere inteso appieno senza comprendere i modi
in cui essa viene incorporata nel contesto sociale. Demistificando la sua presunta neutralit, si sottolinea come il successo
di una data tecnologia non sta nel fatto che essa sia quanto di
meglio a disposizione, bens deve essere ricercato nel contesto
sociale, ovvero sia nel modo in cui vengono definiti i criteri di
ci che meglio e con i quali misurato il suo successo, sia
individuando i portatori di interessi (gli stakeholders) che partecipano alla loro definizione. Cos della tecnologia si analizzano le storie di competizione e i fallimenti, allo scopo di indagare a fondo cosa ha realmente portato al prevalere di un prodotto anzich di un altro, al di l del semplice determinismo
efficientista, mettendo in luce com il percorso di unaffermazione tecnologica sia dapprima multilineare, per essere progressivamente condotto a semplificazione; per cui esso non segue una logica unilaterale, ma il frutto complesso
dellinterazione di numerosi elementi socio-politico-economici
[cfr. Bucchi 2002, 106].
La STS pienamente consapevole del valore di tali ricerche
e anzi le valorizza nellintento di pervenire ad una visione integrata del modo in cui la scienza viene edificata. Come afferma
Sheila Jasanoff nel criticare il troppo limitato programma della
SSK, scopo della STS
comprendere come interi edifici di conoscenza scientifica e di ordine sociale si costruiscono luno sullaltro, come la societ umana
perdura, cambia e a volte collassa nel tempo. Esteso attraverso lungo
tutto lo spettro dei rapporti tra scienza e societ, un approccio metodologicamente simmetrico richiede di far uso delle stesse risorse
per spiegare la chiusura, la stabilit e il cambiamento della conoscenza della gente di tutto il mondo e la loro organizzazione di vita
nel mondo, in quanto ciascuno costitutivo dellaltro. La storie che

197

noi raccontiamo su come lordine conseguito nella scienza non


dovrebbero, in questa lettura, essere disegnate in base a differenti
strategie e strumenti analitici rispetto a quelle che noi raccontiamo
sulla durata delle regole o istituzioni o culture, cio gli artefatti del
mondo sociale. Una analisi politica della scienza e della tecnologia
condotta in modo pienamente conseguente cerca di illuminare la
co-produzione di ordine sociale e scientifico cio la produzione
di forme di vita e forma di conoscenza che si sostengono lun laltra
in tutti i dettagli e la specificit che tale progetto implica. [Jasanoff 1996, 409-10]

In tale concetto di co-produzione che abbiamo visto era


stato anche avanzato da Latour v il senso forte degli STS.
Esso radicalizza la prospettiva della SSK, spostando il luogo
della genesi della scienza, come quello della stessa societ, in
un punto archimedeo nel quale avviene la co-produzione di
entrambi, in un reciproco rinviarsi tra pratiche sociali e pratiche cognitivi in cui a nessuna delle due viene assegnato un
ruolo privilegiato. Come afferma la Jasanoff [2005, 34],
lordine naturale e lordine sociale [] vengono prodotti
contemporaneamente o, pi precisamente, sono co-prodotti:
vengono prodotti farmaci che servono per combattere malattie
che insorgono a seguito della disponibilit dei farmaci; la classificazione delle malattie fornisce diagnosi che a loro volta rinforzano tali classificazioni; e la scienza del clima ha al tempo
stesso creato la conoscenza e le istituzioni che permettono sia di
convalidare sia di combattere tale conoscenza [cfr. Sismondo
2008, 17], in un reciproco rincorrersi di cause ed effetti che
non permette di stabilire un divenire unilineare nei rapporti
tra scienza e societ.
Le forme concrete in cui questa co-produzione prende corpo sono quelle della pubblica partecipazione dei non-esperti
alla definizione dellagenda, alla assunzione delle decisioni e alla formazione delle politiche che presiedono ai processi di
produzione della conoscenza. Tale partecipazione della gente
alla definizione delle politiche della conoscenza era stata gi auspicata da Feyerabend, che vedeva in essa il modo per rompere
il monopolio degli esperti in un quadro di relativismo democratico in cui per le questioni fondamentali devono essere
i cittadini ad avere lultima parola nel decidere ci che vero e
falso, ci che utile o inutile alla societ [cfr. Feyerabend
1978, 62, 147-9; 1987, 52-9, 143, 159-60]. Questa indicazione che tanta indignazione ha suscitato tra i difensori
della razionalit scientifica e che potrebbe essere ritenuta un
198

oggettivo sostegno per supportare le motivazioni ideologiche


che hanno portato a certe pretese della politica di imporre fedi
religiose e pregiudizi o interessi particolari a scapito del parere
degli scienziati e degli organismi preposti alla ricerca scientifica, cos come avvenuto nellAmerica di Bush ed stato ampiamente documentato [cfr. Mooney 2005; Grant 2007, 289321; Shulman 2006] invece stata ripresa nellambito della
STS a seguito della crisi del cosiddetto modello del deficit della
pubblica comprensione della scienza, in base al quale la gente
incapace di comprendere le acquisizioni della scienza a causa
di pregiudizi e di cattiva divulgazione dei mass-media per
cui necessario assumere nei suoi confronti un atteggiamento
paternalistico e pedagogico mediante occasioni di pubblica diffusione e celebrazione dei fasti scientifici (laboratori aperti,
festival della scienza e cos via) [cfr. Bucchi & Neresini
2008, 450].
Tale modello stato messo in crisi tra laltro dalla constatazione che laumento del livello di conoscenza della scienza
da parte del pubblico (favorito dalle istituzioni pubbliche
allinterno di programmi tesi ad aumentare la Public Understanding of Sciences PUS, come quello promosso nel Regno
Unito dalla Royal Society negli anno 80) non porta affatto a
un atteggiamento maggiormente positivo verso di essa, ma addirittura pu ingenerare maggiore diffidenza e cautela. Ci ha
fatto s di mettere in discussione lidea che la diffidenza verso
la scienza sia dovuta solo ad un deficit di informazione e preparazione. Come ha messo in luce un recente rapporto commissionato dalla Commissione Europea, il problema pi di
fondo e sta nella mancanza di fiducia del pubblico verso la politica e le autorit scientifiche [cfr. European Commission
2007, 55]. Tale complesso rapporto tra pubblico ed esperti,
tra competenze profane e competenze scientifiche, stato studiato in una serie di ricerche che sono entrate nello specifico di
certi settori specialistici, dimostrando quanto fossero complesse
e non lineari le ralazioni esistenti tra non-esperti e conoscenze
scientifiche istituzionalizzate [cfr. Bucchi & Neresini 2008,
451-2]. Ne risultato uno slittamento di accenti dalla necessi
di educare un pubblico scientificamente incompetente al bisogno e al diritto da parte della gente a partecipare non solo alla
discussione sulle scelte fondamentali di politica della scienza,
ma alla sua co-produzione, in cui il ruolo dei non-esperti e le
loro conoscenze locali siano concepite come essenziali alla
199

produzione della scienza stessa: conoscenza profana e conoscenza esperta non sono il frutto di esperienze diverse aventi origine in luoghi diversi che successivamente entrano in interazione, ma risultano da un comune processo portato avanti
allinterno di un forum ibrido nel quale entrano in interazione specialisti e non specialisti [cfr. Callon & al. 2001]. Tale co-produzione particolarmente evidente nellarea della ricerca medica, con la crescente attivazione delle organizzazioni
dei pazienti, come avvenuto in particolare nel caso dellAIDS
[cfr. Epstein 1996] e in altri documentati settori [cfr. Bucchi
& Neresini 2008, 453-5]. Con limportanza data al processo
democratico di definizione degli obiettivi della tecnoscienza,
viene posto in debita luce uno degli aspetti pi importanti degli STS: la sua vocazione civica e limpegno dei suoi sostenitori
a favore di una tecnologia e di una scienza che vada a vantaggio
del maggior numero possibile di persone e di una estensione
della partecipazione democratica anche nellassunzione di decisioni tecniche. Questo ambito stato definito come la Low
Church degli STS che a differenza della High Curch [cfr.
Fuller 1993b], impegnata nella ridefinizione teorica dei problemi di produzione della conoscenza e in una pi sofisticata
comprensione delle scienza e della tecnologia, cos come descritto in questo paragrafo ha a che fare con quella che di solito si chiama politica della scienza, ma dando a tale denominazione un accento di riforma attivistica della scienza e della
tecnologia, in favore delleguaglianza, del benessere sociale e
dellambiente (essa propriamente quel settore che accademicamente ha assunto il nome di Science, Technology and
Society).
Tale modo di intendere la co-produzione tuttavia abbastanza innocuo e tutto sommato non contraddice in modo essenziale le concezioni della RV, in quanto esso potrebbe essere
completamente riassorbito allinterno della distinzione tra i
due contesti: il fatto che la ricerca scientifica fruisca del contributo dei non esperti, mettendo a disposizione degli scienziati
dati, informazioni e valutazioni, non molto di pi della tesi
che allorigine della gravitazione universale vi sia la mela caduta in testa a Newton. Il problema infatti quello del controllo e
della valutazione: nel testare le varie soluzioni (un nuovo farmaco, una nuova tecnologia) sono messe in atto delle tecniche
e delle procedure che sono disponibili solo allinterno di una
data comunit scientifica; e anche quando le comunit locali
200

giudicano negativamente lintroduzione di una nuova tecnica


agricola (a causa della sua nocivit ambientale, del suo danno
sulle produzioni locali o sulla biodiversit) fanno uso di ragioni scientifiche gi disponibili nel patrimonio culturale e
non si appellano a pratiche tribali o a tradizioni popolari. Solo
che ridisegnano la scala valoriale sulla base della quale effettuare le scelte (preferibilit della preservazione delle piccole comunit rurali socialmente coese piuttosto che produzione su
ampia scale in societ anonime ed omologate), di conseguenza
ricavando dalla conoscenza scientifica disponibile le conoscenze
che sono a tale scopo proficuamente utilizzabili. Ci ovviamente non toglie il fatto che sia possibile anche preferire altri
valori (ad es. la preservazione della tradizioni tribali, in quanto
assicurarebbero una maggiore armonia tra uomo e natura) e di
conseguenza preferire alla tradizione della conoscenza scientifica
edificata dallOccidente altre tardizioni culturali, che con la
scienza non hanno nulla a che fare. E, ancora pi importante,
quanto detto non esclude che il coinvolgimento delle comunit
dei non esperti o il ricorso a tradizioni culturali diverse e al
pluralismo teorico (per dirla con Feyerabend) possa aprire
nuove vie di ricerca e nuovi ambiti scientifici preclusi da interessi costituiti di tipo sia accademico sia economico; e ci per il
fatto gi prima accennato in merito al SSK che la scienza
non deve essere intesa come una impresa monolitica che coglie
tutta e solo la realt oggettiva, ma come un taglio su di essa,
in cui la realt viene semplificata, idealizzata e modellizzata,
dando luogo a competenze scientifiche in relazione al modo in
cui stato operato tale filtro sul reale [cfr. Licata 2008]. Da
questo punto di vista la scienza contestuale, senza per che
ci escluda la possibilit che allinterno di ciascun contesto
si possa parlare di verit e falsit, di procedure efficaci o meno,
di tecniche pi o meno produttive. Ci non porta
allannichilazione del reale, alla sua integrale costruzione del
soggetto, cos come vorrebbe il costruttivismo radicale (v.
2.6) o sostiene Latour. Come afferma Marcello Cini [2006,
47],
La realt esiste l fuori ed talmente solida e indipendente dalla nostra volont da opporsi con forza ad ogni tentativo di piegarla ai nostri desideri senza aver appreso, con perseveranza e fatica, il modo
appropriato per riuscire a farlo / Si tratta invece di riconoscere che
essa talmente ricca, complessa e articolata da non essere rappresentabile se non dopo averne selezionato, allinterno dellinfinita variet

201

dei suoi differenti aspetti, alcuni tratti riconosciuti, nel contesto


storico dato, come fondamentali. Detto altrimenti, in termini ben
noti, si tratta di non confondere la mappa col territorio.

La conseguenza di questa consapevolezza , da un lato, la


dismissione della fisica come scienza privilegiata, come modello di conoscenza, e dallaltro il fatto che i linguaggi disciplinari
messi in atto per attingere livelli diversi del reale (di complessit crescente) diventano sempre pi diversificati. Tuttavia,
Questi linguaggi non sono necessariamente in contraddizione: essi
corrispondono a differenti modellizzazioni del dominio fenomenologico e a diversi punti di vista (culturali, epistemologici, tecnologigici) a partire dai quali si costruiscono le categorie concettuali e
i metodi pratici utilizzati per analizzare il dominio considerato. In
queste discipline sar dunque sempre pi difficile inventare un esperimento cruciale capace di decidere che ha ragione e chi ha torto, perch tutti i modelli sono parziali e unilaterali. Ognuno di essi
al tempo stesso oggettivo, perch riproduce alcune propriet del
reale, e soggettivo, perch il punto di vista scelto dai gruppi diversi in conflitto tra loro. [Ib., 52]

Mi sembra che, con le parole di Cini, siamo arrivati al cuore del modo di procedere della scienza: essa, operando delle
semplificazionie dei tagli sulla infinita ricchezza del mondo naturale, costruisce oggetti e sistemi fisici ideali non esistenti in
natura; solo ad essi sono applicabili le equazioni matematiche:
la termodinamica non ha a che fare con i gas, ma con i gas ideali, la dinamica non tratta dei corpi, ma di corpi perfettamente
rigidi ed elastici, la superficie su cui rotola la sfera di Galilei
non una superficie qualunque, ma una superficie perfettamente liscia e cos via. Insomma le teorie scientifiche non parlano della natura, ma di un modello idealizzato di essa: scambiare tale modello con la natura e quindi ritenere che la realt
sia fatta letteralmente di gas ideali, di corpi rigidi e cos via sarebbe un grave errore epistemologico, una confusione concettuale; sarebbe scambiare il piano epistemico per quello ontologico.
Di ci consapevole, ad es., Isabelle Stengers quando introduce il problema della pertinenza: la pertinenza introduce
lidea che noi ne sappiamo sempre molto di pi sul reale di
quanto le nostre categorie ci permettono di costituire come oggetto, e che il rapporto di conoscenza non appare come un
confronto nudo tra soggetto ed oggetto [Stengers 1985, 69].
In tal modo la costruzione di modelli semplici ed idealizzati
202

indispensabile per accostarsi a certi fenomeni in modo tale


che si presentino come calcolabili [ib., 72]. Se ne conclude
che non si tratta tanto di contrappore tra loro evidenze oggettive, ma di giudicare la pertinenza di un dato strumento per
giudicare del reale con cui abbiamo a che fare. Tuttavia pu
capitare che questo complesso procedimento di mediazione tra
natura e concettualizzazione scientifca venga dimenticato e si finisca per scambiare continuamente il modello ideale con la realt, attribuendo a questultima quanto tipico solo del primo.
Cos pu capitare che il fisico pensi che la natura sia fatta di
molecole perfettamente rigide che seguono le leggi della dinamica newtoniana; ma pu anche capitare che il filosofo della
scienza giudichi la fisica classica come inadeguata in quanto il
mondo non fatto di corpi che seguono esattamente le sue leggi. Cos, ad es., Ceruti pu dire a proposito della nuova
scienza della complessit e del caos:
Alluniverso dei gas perfetti, degli orologi, dei piani inclinati, degli
adattamenti reciproci si sostituito luniverso delle strutture dissipative, dei quasar e dei buchi neri []. Alluniverso dominato dagli
stati di equilibrio, dalluniformit delle situazioni e degli oggetti,
dallatemporalit delle leggi che lo regolano, si sostituito un universo caratterizzato da stati lontani dallequilibrio e in perenne evoluzione, dalla ricchezza e dalla variet delle strutture e degli oggetti,
dalla possibilit stessa di mutamento delle leggi che lo regolano [].
Laccento si sposta dalla semplificazione alla complessit [1986, 10].

Ma sarebbe epistemologicamente pi esatto dire: Ad un


modello idealizzato di universo in cui si assume che i corpi
siano in stato di equilibrio ecc., si sostituito un modello di
universo pi concreto nel quale cade questa assunzione idealizzante e si studiano corpi non in equilibrio, e cos via. Questa
transizione dal modo materiale di parlare ad uno espistemico
(per parafrasare la vecchia distinzione carnapiana) non puramente verbale e di scarso peso, ma permette di esprimersi
con maggiore consapevolezza epistemologica della natura delle
concettualizzazioni scientifiche. Se infatti si confondono le due
formulazioni si potrebbe pensare che ad una concezione falsa
delluniverso ne sia succeduta una vera; che insomma ad una
visione irrealistica postulante enti dei quali sappiamo ormai la
non esistenza, si sia sostituita una nuova scienza che invece ci
fa cogliere effettivamente la realt. Insomma alla scoperta del
carattere modellizzante ed idealizzante della visione classica non
si associerebbe la consapevolezza che anche nella nuova scienza
203

si fa uso di modelli ideali, venendosi cos ad insinuarsi surrettiziamente lidea che essa ci dia un approccio diretto, finalmente adeguato, totale ed oggettivo, alla realt.
Ma le cose non stanno affatto in questi termini: sia nella fisica classica che nella nuova scienza non si ha a che fare col
reale, ma con dei modelli ideali e quindi tra le due esistono
diversi tipi di relazioni (o anche nessuna il caso, abbastanza raro invero, della incommensurabilit), una delle quali
pu essere quella di concretizzazione: la nuova scienza non
farebbe altro, in tal modo, che far cadere alcune assunzioni idealizzanti presenti nella fisica classica in modo da render conto di alcuni aspetti della realt trascurati, e non senza motivo,
dalla prima. Come dicono I. Prigogine e I. Stengers nel descrivere la transizione dai processi reversibili a quelli irreversibili, lirreversibilit scatta quando loggetto ideale che corrisponde alla conoscenza massima deve essere sostituito da concetti meno idealizzati tali da poter esser descritti da insiemi statistici [Prigogine & Stengers 1979, 234]. Prigogine rivoluziona la termodinamica non perch ne rivela errate le formulazioni, ma in quanto ne esibisce i limiti di applicazione e
quindi formula, per le strutture dissipative che stanno fuori
del suo dominio, una nuova teoria. Ma questa nuova teoria, a
meno di non confondere ancora una volta modello con realt,
essa stessa la descrizione di comportamenti ideali allinterno di
un modello; essa non descrive la realt e quindi anche essa fa
delle assunzioni idealizzanti per cui loggetto della teoria
diverso dalloggetto reale. Ovviamente tali idealizzazioni si dislocano in punti diversi rispetto a quelli della termodinamica
classica, ma in ogni caso esistono, a meno di non credere che la
nuova termodinamica ci dia la conoscenza assoluta del reale.
Questapproccio permette di intendere in modo diverso e meno traumatico levoluzione della scienza, che verrebbe vista
come una forma di riduzione in cui il rapporto deduttivo e il
principio di coerenza verrebbero rimpiazzati da quello di concretizzazione per mezzo di eliminazione delle assunzioni idealizzanti implicitamente o esplicitamente effettuate nella teoria
antecedente (e ci renderebbe ragione della deduzione approssimata di Popper, della quale avevamo parlato in precedenza)
[cfr. Krajewski 1977; Nowakowa 1994].
Lerrore come ha sottolineato Cini consiste nel vivere
nel modello, scambiandolo per il reale; o, viceversa, voler vivere cos strettamente aderenti al reale da ritenere pervertente
204

ogni tentativo di sua modellizzazione, ipotizzando una modalit di rapportarsi ad esso pre-concettuale e pre-simbolica [cfr.
Zerzan 2002] oppure la possibilit di coglierlo in tutta la sua
infinita ricchezza mediante un accesso mistico ad esso. Contro
entrambe le posizioni si deve sottolineare quello che il modo
imprescindibile con cui luomo si avvicina al reale, sia nella
scienza che nel pensiero comune: la costruzione di modelli ideali che permettono di coglierlo simbolicamente. quanto
coglie con esattezza un divulgatore scientifico di qualit come
James Gleick, molto pi di quanto a volta non si faccia in certi
ambienti epistemologici o scientifici, nel riferirsi alla nuova
scienza del caos:
La scelta sempre la stessa. Si pu costruire un modello pi complesso e pi fedele alla realt, oppure si pu cercare di renderlo pi
semplice e pi facile da manipolare. Soltanto lo scienziato pi ingenuo crede che il modello perfetto sia quello che rappresenti perfettamente la realt. Un tale modello avrebbe tutti gli inconvenienti di
una carta topografica che fosse grande e dettagliata quanto la citt
che rappresenta, una carta che raffigurasse ogni parco, ogni strada,
ogni edificio, ogni albero, ogni buca, ogni abitante e ogni carta topografica. Se una simile carta fosse possibile, la sua specificit la
renderebbe inadatta allo scopo: quello di generalizzare ed astrarre. I
cartografi mettono in evidenza gli elementi che interessano ai loro
clienti. Quale che sia il loro fine, carte e modelli devono semplificare oltre che imitare il mondo. [Gleick 1987, 271-2].

Ebbene, di tutto ci si deve tener presente quando si vogliano valutare le concezioni della STS, come anche quelle precedentemente esposte in questo paragrafo. Resta il fatto, tuttavia, che una valutazione analitica di quanto prodotto allinterno
della STS resa estremamente difficoltosa dalla molteplicit di
approcci, dai diversi livelli di discorso presenti e dai diversi
campi di interesse in cui essa si dispiega che partendo dalla
conoscenza scientifica, si sono poi estesi ad artefatti, metodi,
materiali, osservazioni, fenomeni, classificazioni, istituzioni,
interessi, storie e culture [Sismondo 2008, 13]; insomma a
pressoch tutto quanto abbia a che fare con il modo in cui
luomo si rapporta con la realt, come viene anche chiaramente
testimoniato dalle mille e pi pagine dellHandbook di Hackett
& al [2008] e da quanto argomenta efficacemente Fuller
[2007].

205

5. Il costruttivismo e la dissoluzione della realt


Nel corso del paragrafo precedente abbiamo pi volte accennato allidea della costruzione dei fatti scientifici, o in laboratorio o nella pratica sociale, come anche di co-produzione
di scienza e societ, accennando ad una generale prospettiva
costruttivistica propria dei molti studiosi che si collocano
allinterno degli STS. In effetti il costruttivismo un approccio
generale che si estrinseca in diversi campi di indagine (in particolare in sociologia, in psicologia e nelle scienze
delleducazione) e che ha la sua origine nella tesi di carattere
epistemologico e filosofico secondo la quale la conoscenza
scientifica (e in generale umana) non il frutto del riflesso di
una realt oggettiva che vede da una parte il soggetto conoscente e dallaltra loggetto conosciuto, ma piuttosto una costruzione degli scienziati. Ci significa spostare il fuoco
dellinteresse cognitivo dalloggetto (e quindi si critica
loggettivismo) al soggetto, dalla realt ontologicamente data (che
dovrebbe essere conosciuta mediante gli strumenti a disposizione degli uomini, come la scienza) alla realt socialmente costruita. La misura in cui la realt viene costruita varia a seconda
degli approcci, da quelli radicali ai pi moderati e critici.
Le sue radici possono essere ricercate lontano: dal verum
ipsum factum di Vico alla rivoluzione copernicana di Kant,
per arrivare a tempi a noi pi vicini con Gaston Bachelard, Jean Piaget, Ludwik Fleck e Thomas Kuhn. Per non dire che a
rigore tutto il pensiero idealista , per questo aspetto, un pensiero costruttivista, il che spiega come molti intellettuali formatisi in esso abbiano accolto con grande favore il pensiero di
quegli autori contemporanei che lo sostengono nel modo pi
radicale. Inoltre non da trascurare, per comprendere la fortuna del costruttivismo, la sua connessione col pensiero postmodernista ed ermeneutico, che ha anche con decisione sostenuto lo svaporamento delle strutture dellessere allinterno
delle trame dellinterpretare.
Seguendo Kukla, possiamo distinguere tre forme di costruttivismo: il costruttivismo scientifico, per il quale tutti i fatti scientifici sono costruiti; il costruttivismo forte che sostiene
che tutti i fatti a nostra disposizione (e non solo quelli scientifici) sono costruiti; infine il costruttivismo fortissimo, il quale
aggiunge alla tesi di quello forte che non esiste una realt indipendente dal soggetto [cfr. Kukla 2000, 25]. In quanto segue
206

tralesceremo lanalisi delle forme di costruttivismo che sono


scaturite dal tronco della tradizione anglosassone (delle quali si
occupa Kukla) e che abbiamo visto sono in gran parte interne
alla galassia degli STS, per esaminare invece quella forma di
costruttivismo radicale che stato il portato di studiosi provenienti da una pratica militante in scienze tradizionalmente soft
quali lantropologia, la biologia, le scienze cognitive, la teoria
dei sistemi e che hanno avviato a partire dagli anni 80 una
riflessione sulla scienza e lepistemologia che in modo autonomo rispetto alla critica e autocritica della RV scardina le
assunzioni che avevano caratterizzato gran parte della tradizione
ricevuta e si muove verso un concetto di razionalit che programmaticamente diverge rispetto a quello proprio della cultura occidentale, che viene spesso definita come classica. Si fa
qui riferimento innanzi tutto allo psicologo americano Ernst
von Glasersfeld, che pu essere ritenuto il suo principale rappresentante; e poi anche ad altri scienziati e filosofi come Heinz
von Foerster, Humberto Maturana, Francisco Varela, Paul
Watzlawick, Gordon Pask, George Kelly 30, a cui si possono aggiungere molti altri nomi che in modo pi o meno forte possono essere in qualche modo ricollegate a prospettive costruttiviste che in considerazione del fatto che possono essere intese, come vedremo, in modo abbastanza generale e spesso generico sono condivisibili in pratica da chiunque sostenga un
ruolo attivo del soggetto nella conoscienza.
Nel giudizio di uno suo sostenitore e divulgatore italiano,
grazie al costruttivismo si giunge ad una ristrutturazione pi
generale e pi profonda dei metodi e delluniverso problematico dellepistemologia [Ceruti 1986, 63], nella quale vengono nella sostanza ripresi tutte le critiche alla RV che gi
conosciamo (e quindi si profitta, ad es., della lezione di Kuhn
per criticare lidea di un progresso cumulativo della scienza).
Per cui, come afferma un suo sostenitore italiano,
questa ristrutturazione pu essere intesa come il passaggio da
unepistemologia tendenzialmente normativa (quale restava nei suoi
tratti generali anche lepistemologia post-positivista la Popper, la
Kuhn, la Lakatos ecc.), a unepistemologia che ormai in uso de30

Una buona via per entrare nel mondo costruttivista il sito curato da Alexander Riegler: http://www.radicalconstructivism.com/, dal quale si pu partire per conoscere personaggi, biografie e bibliografie che trattano di questo
ampio e multiforme movimento.

207

finire come naturale, unepistemologia che mette in relazione e utilizza i risultati delle scienze cognitive, biologiche ed evolutive per
porre i problemi dei meccanismi, degli strumenti e delle strategie
del mutamento delle conoscenze, della relazione e del passaggio fra
stati e stadi differenti del sapere, della relazione fra conoscenza e realt. [Ibidem].

Lepistemologia che scaturisce da questo composito gruppo


di studiosi si caratterizza per il fatto di rivendicare contro
lepistemologia dei metapunti di vista, dei metacriteri unificatori, dei sogni di enciclopedie unificate della scienza ad impianto riduzionistico la irriducibile pluralit dei punti di
vista, dei linguaggi, dei modelli, dei temi e delle immagini che
concorrono [] alla produzione delle conoscenze [ib., 11]; si
vuole pienamente rivalutare la pluralit delle componenti che
entrano a far parte della conoscenza, la quale finisce per essere
una congerie di ipotesi ad hoc, di ragionamenti analogici, di generalizzazioni dallesperienza di natura induttiva, di formalizzazioni, di
temi o nuclei metafisici profondamente radicati e incontrollabili, la
cui unit e la cui coerenza risultano legate alla pratica e allitinerario
del soggetto che li utilizza. [Ib., 23-4].

La scienza, cos, diventa una congerie di elementi dalla


natura pi disparata, tra i quali non possibile individuare alcuna gerarchia, alcuna predominanza, e nella quale la reintegrazione del soggetto fornisce quel punto di vista particolare
che si sottrae ad ogni possibilit di universalizzazione, cio ad
ogni possibile tentativo di ritrovare nel procedere della scienza
un qualsiasi metodo che vada al di l della situazione in cui si
colloca il singolo scienziato. Il farsi delle idee conosce una polifonicit, una policentricit, che propria non solo di una certa
epoca, non solo di ogni tradizione o programma di ricerca, ma
persino di ogni individuo nel suo itinerario biografico: tale
policentricit non tollera di essere disciplinata da alcun metadiscorso metodologico che si ponga come unitario, anche
allinterno di ciascuno di questi campi.
Tutto ci converge verso la dilatazione del ruolo del soggetto nella teorizzazione scientifica: non pi prevalenza della teoria
sul materiale empirico, ma addirittura una sorta di individualismo metodologico-costruttivista con vaghe venature solipsistiche:
Tutte queste relazioni, questi processi di circolazione, di ricombinazione nellecologia delle idee, mettono in evidenza il ruolo

208

costruttivo di ci che idiosincratico, individuale, contingente: in


altre parole connettono il problema della creazione al problema della
scelta. La costruzione di un sistema di idee, di un sistema di riferimento categoriale, di una tradizione rimandano in modo essenziale
alla irriducibile funzione di scelta di un soggetto, alle sue strategie, ai
suoi progetti e alle sue interpretazioni. Il soggetto, losservatore reintegrato nelle sue proprie descrizioni irrompe nel sapere scientifico e
filosofico contemporaneo [] non quale limitazione di un punto
di vista assoluto, che rimarrebbe con ci operante come ideale regolativo, ma quale riconoscimento operativo dellirriducibile pluralit
dei punti di vista costitutivi di ogni universo cognitivo: irriducibile
molteplicit di punti di vista complementari, antagonisti e spesso
contraddittori anche allinterno dei processi costitutivi di un medesimo sistema di idee, di una medesima tradizione. [Ib., 32]

Non si tratta tanto di riconoscere solamente il ruolo creativo


dello scienziato, la contingenza della scoperta (la mela sulla testa di Newton), i diversi itinerari che possono portare ad una
teoria, insomma la irrazionalit del contesto della scoperta:
ci appunto, come abbiamo visto, un classico tpos della pi
tradizionale delle filosofie della scienza; si tratta, piuttosto, di
scaricare anche sul contesto della giustificazione, sul controllo e
sulla possibilit della discussione critica ed intersoggettiva delle teorie, tale idiosincraticit: se le teorie sono infatti quella
congerie di componenti che s visto, come potrebbe avvenire una discussione razionale dei rispettivi meriti? In un potpourri in cui tutto si confonde non possibile individuare alcun filo razionale che permetta ledificazione di un metalinguaggio per una sia pur parziale comunicazione. Ancora una
volta, alla rivendicata esistenza di una conoscenza scientifica efficace si accoppia la dichiarata impossibilit di una sua caratterizzazione metodologica; anzi, cos come la conoscenza scientifica della realt complessa si disarticola in una molteplicit di
teorie locali, non regimentate da alcuna metateoria, allo stesso
modo il discorso metodologico si frammenta in una serie di
discorsi parziali, locali, sempre pi particolari che inseguono
le orme dellidiosincraticit della singola tradizione, del singolo programma, del singolo scienziato, addirittura delle singole
fasi di evoluzione del pensiero di questultimo. Cos come aveva fatto Feyerabend, anche in questo caso ad esser messo sotto accusa il carattere idealizzante ed astraente della scienza: in
contrapposizione ad esso si vuole indicare il compito
dellepistemologia contemporanea nello
209

impedire la produzione di un divario, se non di un abisso, fra una


scienza sempre pi complessa nelle sue articolazioni interne come
pure negli oggetti che costituisce, ed unattivit filosofica tenacemente aderente alle sue idealizzazioni, se non alle sue cristallizzazioni concettuali. [Ib., 60-1]

Invero, il mito della aderenza assoluta tra concetto ed oggetto, tra teoria ed esperienza, tra natura e scienza che abbiamo
visto aveva motivato anche la preferenza feyerabendiana per le
tradizioni storiche non si limita solo alla rivendicazione di
una epistemologia naturale, ma ha anche le sue conseguenze e i
suoi riflessi in un altro contesto, influenzato dal pensiero postmodernista e dalla critica heideggeriana della razionalit tecnico-scientifica. Questo atteggiamento si in Italia espresso attraverso la teorizzazione di un un pensiero debole che contrapponendosi alla razionalit forte della scienza come intesa
tradizionalmente rivolga un nuovo e pi amichevole []
sguardo al mondo delle apparenze e vada nella direzione di
un pensiero capace di articolarsi (dunque di ragionare) nella
mezza luce, in quanto il prezzo pagato dalla ragione potente
una impressionante limitazione degli oggetti che si possono
vedere e di cui si pu parlare [Rovatti & Vattimo 1986, 9].
La ormai pervadente priorit del soggetto e della teoria
che in questo caso non sarebbe altro che la sua Weltanschauung
va nella direzione di un modo di intendere la verit che perde ogni referenza con loggetto esterno per diventare interna ad
un linguaggio, ad una forma di vita. Sbiadisce anche lidea
di un mondo che sia oggetto della nostra conoscenza, indipendente da essa: [] questo mondo non un mondo che
gi esiste, ma un mondo che il risultato della nostra impresa cognitiva [Gargani 1990, 20]. verso questesito che infatti muove lepistemologia del costruttivismo radicale, in cui
si abiura a chiare lettere il realismo metafisico che sostiene
lidea che la verit consiste nellaccordo con una realt oggettiva, concepita come assolutamente indipendente [cfr. von
Glasersfeld 1981, 19-23], in favore della tesi che quando noi
percepiamo il nostro ambiente siamo noi che lo inventiamo
[von Foerster 1981, 37].
Ma cosa significa costruire una realt? Semplicemente che
la nostra conoscenza organizza il flusso delle esperienze informi
in base alla modalit della fitness, come sembra sostenere von
Glasersfeld? Ma in questo caso, se vero che una chiave adatta se apre la serratura, sicch il mondo dellesperienza,
210

sia nella vita quotidiana sia nel laboratorio, costituisce il banco


di prova per le nostre idee [von Glasersfeld 1981, 20-1], allora non autocontraddittorio affermare che esso un nostro
prodotto? Insomma, la serratura un prodotto della chiave che
adoperiamo per aprirla? Ma la serratura non si farebbe aprire
da unaltra chiave: essa ha pertanto una sua consistenza ontologica, indipendente dalla chiave che la apre.
Cos se vero che [] nel suo insieme, la nostra conoscenza utilizzabile, importante, vitale [] se resiste al mondo
dellesperienza e ci abilita a fare predizioni e a provocare o a evitare certi fenomeni (cio fatti, esperienze), per cui consideriamo le idee, le teorie e le leggi naturali come strutture che
continuamente sono esposte al mondo dellesperienza (dal
quale le abbiamo ricavate) e che continuano a resistere a esso
oppure no, ci significa che tale mondo dellesperienza ha
una sua funzione correttiva, offre una resistenza, pu opporsi e
contrastare le nostre idee, leggi naturali e teorie e quindi fa s
che noi le correggiamo. Ma ci verrebbe sottoscritto dal pi
tradizionale dei sostenitori della RV, il quale aggiungerebbe
solo lesigenza di specificare le modalit con cui tale correzione avviene e richiederebbe in pi che questo adattamento sia
suscettibile di controllo pubblico ed intersoggettivo. Del resto,
quanto i costruttivisti descrivono il modo in cui caratterizzato
il metodo scientifico mediante il quale lo scienziato elabore le
proprie teorie, si mantengono a livelli di genericit che farebbero arrossire anche il pi semplicista dei sostenitori della
RV. Ecco, ad es., come von Glasersfeld caratterizza il metodo
scientifico, sulla base di quanto sostenuto da Maturana:
Humberto Maturana ha caratterizzato il metodo scientifico come
una successione di quattro passi che gli scienziati effettuano quando
intendono spiefare un fenomeno specifico:
1. Definiscono le condizioni nelle quali il fenomeno pu essere
osservato, nella speranza che altri saranno in grado di confermare
losservazione.
2. Propongono un meccanismo ipotetico o modello che potrebbe
servire da spiegazione di come il fenomeno potrebbe originarsi.
3. Da questo meccanismo deducono una predizione su un evento
che non stato ancora osservato.
4. Quindi procedono a definire e generare le condizioni nelle quali ci si aspetta che il meccanismo porti alla osservazione
dellevento predetto. [von Glasersfeld 2001, 34]

Non era necessario aspettare Maturana per sostenere nel


211

2001! simili banalit che possono essere rinvenute in qualsiasi manuale di liceo che esponga il metodo ipotetico-deduttivo
di Gaileo. Tuttavia ci sufficiente per affermare che il termine
fenomeno non si riferisce alle cose in un mondo indipendente, ma a ci che gli osservatori isolano nelle loro esperienza
[ibidem] e pertanto sulla base delle ricerche di Piaget su come i bambini progressivamente strutturano il loro mondo e
utilizzando il concetto peirciano di abduzione il viatico per
criticare la tacita assunzione che una teoria la quale continui ad
adattarsi allesperienza e a generare risultati soddisfacenti debba
in qualche modo riflettere la struttura di una realt indipendente [ib., 36], ovvero la confusione tra realt esperienziale e
mondo reale: il vescovo Berkeley sarebbe stato ben felice di
trovare propri allievi ancora allalba del terzo millennio. Ovviamente quanto sostenuto non si riferisce alla realt della microfisica o di altri sofisticati ed astratti campi di indagine i cui
livelli di complessit si sottraggono ad una presa conoscitiva
univoca [cfr. Licata 2008, ???], ma anche a quella di ogni
giorno, alla sedia su cui siedi, alla tastiera che ti sta di fronte,
alle mani che battono i tasti, al profondo respiro che hai appena preso [von Glasersfeld 2001, 36]. Per cui si preferisce, in
riferimento alla nostra conoscenza, parlare di intersoggettivit,
piuttosto che di obiettivit [cfr. ib., 37]: come aveva detto
Popper riferendosi alla scoperta kantiana, loggettivit scientifica deve essere intesa come possibilit di controllo intersoggettivo [cfr. Popper 1930-33, 68]; ma ci non significava per
Popper la negazione dellesistenza di un mondo reale, indipendente dal soggetto: egli sapeva benissimo che oggettivit e
realt sono due concetti diversi, il primo di natura epistemica,
il secondo avente carattere metafisico. Invece questi due livelli
vengono confusi dai costruttivisti radicali, saltando dalluno
allaltro con grande facilit:
In considerazione del fatto che, come ogni altra conoscenza razionale, le teorie scientifiche sono derivate dallesperienza umana e formulate in termini di concetti umani, sembra che sia non pi di una
pia speranza aspettarsi che queste teorie riflettano qualcosa che giaccia al di la dellinterfaccia esperienziale. [von Glasersfeld 2001, 41].

Sarebbe come dire che dal fatto di poter misurare un tavolo


in base a diverse scale metriche (in metri, in pollici, mediante
un metodo di trangolazione ecc.), ne seguirebbe che le dimensioni del tavolo sono legate al tipo di rappresentazione metrica
che ne abbiamo, dimenticando il fatto che tutte le diverse scale
212

sono tra loro convertibili. Insomma una sorta di fenomenismo


che si richiama esplicitamente a Berkeley e a Kant, ma dimenticando che per costoro lammissione di una capacit ordinatrice e strutturatrice del soggetto sul flusso dellesperienza non
significava affatto lannichilazione delloggetto, ovvero il suo
totale riassorbimento nel soggetto. Il concetto di costruzione
degli oggetti o costruzione del reale sembra oscillare, in maniera irriducibilmente ambigua, tra le tre forme di costruttivismo menzionate precedentemente, senza che i loro stessi autori
paiano averne una chiara consapevolezza. Come si conciliano
infatti le affermazioni prima citate con la risposta allaccusa di
negare la realt, per la quale il costruttivismo nega solo che
noi possiamo razionalmente conoscere una realt al di l della
nostra esperienza [a reality beyond our experience] [ib., 41]? Il
fatto che sia impossibile conoscere una realt posta al di fuori
della nostra esperienza a meno di non essere dei metafisici
dommatici o dei mistici intuizionisti una tesi che sarebbe
accettata da ogni realista (da un Lorenz, per fare un esempio).
E poi, che significa al di l della nostra espereinza? Significa
accessibile senza far ricorso ad alcuna esperienza? O che in
linea di principio al di l di ogni esperienza possibile? E poi
come deve intesi tale esperienza, come diretta o anche indiretta?
Sono tutte questioni, queste, che i grandi maestri del positivismo e dellempirismo logico si sono poste e che hanno cercato
di discutere con profondit inammaginabili ai costruttivisti
radicali. Basterebbe leggere lAufbau di Carnap [1926b] o la
Teoria della conoscenza di Schlick [1925], o seguire il dibattito
sui protocolli in seno al Circolo di Vienna per avere esempi di
ben altra profondit con la quale vengono affrontati questi problemi.
Che senso ha allora affermare che il costruttivismo radicale
sviluppa una teoria della conoscenza che non riguarda pi
una realt oggettiva ontologica, ma esclusivamente lordine e
lorganizzazione di esperienze del mondo del nostro esperire?
[von Glasersfeld 1981, 22-3]. In merito viene citata la posizione di Piaget, secondo la quale lo scopo della cognizione, visto che non pu consistere nella scoperta e nella rappresentazione di un mondo indipendente, dovrebbe essere considerato
come uno strumento per ladattamento al mondo cos come esso viene sperimentato [2001, 39]. Una concezione che risalirebbe anche a William James, Georg Simmel, Alexander Bogdanov e ad Hans Vaihinger; ma che sappiamo anche di Lo213

renz, che tuttavia aveva nel concetto di adattamento trovato un


supporto per sostenere la realt del mondo esterno, dotato di
sue specifiche strutture ontologiche.
Due sono le cose: o questo mondo del nostro esperire ha
effettivamente quella funzione correttiva prima esposta, ed allora esso ha una sua consistenza ontologica; oppure non ha alcuna consistenza ontologica, ed allora viene a vanificarsi ogni idea
di fitness come successo, da intendersi nel senso della sopravvivenza allinterno di vincoli posti dallesperienza [Ceruti
1986, 89]. Afferma von Glasersfeld che nel processo di adattamento ci che importa non corrispondere [to match] ad un
mondo ontico, ma adattarsi [to fit] a quello esperienziale, nel
senso di essere in grado di evitare qualsivoglia ostacolo o trappola esso possa presentare, per cui la conoscenza deve intendersi come un adattamento funzionale [functional fit]: non
una rappresentazione vera della realt, bens consiste nel
possedere vie e mezzi per agire e pensare che permettano di
raggiungere gli scopi che si scelti [von Glasersfeld 2001,
40]. Ma se il mondo dellesperienza pu presentare delle
trappole o ostacoli da evitare, allora questi impedimenti non
dipendono dal soggetto, non sono da esso costruite, ma esso se
li trova innanzi, al punto che li deve evitare per non farsi da
essi danneggiare: essi hanno dunque una loro consistenza ontologica che non nella piena disponibilit del soggetto costruttore (difficolt che lidealismo ben conosceva e per questo
distingueva un Io empirico da un Io trascendentale, un soggetto individuale, da un soggetto assoluto). Ma, si potrebbe
ribattere, il problema che tale consistenza ontologica il risultato delle nostre stesse procedure cognitive; il prodotto del
nostro corpo che funzionerebbe da vera e propria macchina
ontologica in un processo di co-definizione tra soggetto che
conosce ed oggetto conosciuto [cfr. Varela 1990, 45]. Ma chi
il soggetto di tale codefinizione, chi il protagonista di tale
costruzione della realt? Il singolo individuo, come sembra a
volte si sostenga quando si rivendica il ruolo dellindividualit, della idiosincraticit, nellimpresa cognitiva? Sembra
difficile, per, conciliare una tale posizione con il rigetto del
solipsismo [cfr. von Foerster 1981, 54-5] o con unetica della
responsabilit [cfr. Gargani 1990, 23]. Oppure lumanit
(la specie, lo spirito, lidea o qualche altro surrogato del genere) nel suo complesso? Ed in questo caso non si sarebbe detto
nulla di nuovo rispetto a quanto ormai stato dibattuto dalle
214

pi tradizionali correnti epistemologiche e filosofiche. Rispetto, ad es., a quanto stato sostenuto con ben altra profondit e
sottigliezza da Kant, oppure da Cassirer, Vaihinger, Mach e
Avenarius ecc., per non parlare delle articolate e sofisticate elaborazione che possiamo trovare allinterno degli STS.
Alla base di tutta questa discussione sembra esserci una disarmante ingenuit filosofica giustificabile forse col fatto che i
principali sostenitori di queste concezioni sono per lo pi biologi e psicologi ed insieme una incredibile disinvoltura logica che permette di trarre conclusioni del tutto ingiustificate dagli esempi e dai casi addotti a loro sostegno.
Per quanto riguarda la disinvoltura argomentativa citiamo,
una per tutte, la tesi della non linearit del tempo il futuro
pu determinare il presente sostenuta facendo leva sulle cosiddette profezie che si autodeterminano. Si consideri questo
esempio portato da Watzlawick e le conclusioni che ne trae:
Una profezia che si autodetermina una supposizione o profezia
che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare
lavvenimento presunto aspettato o predetto, confermando in tal
modo la propria veridicit. Chi per esempio suppone - per un
qualsiasi motivo - di essere disprezzato, assumer nei confronti degli
altri un comportamento permaloso, scostante e diffidente che finir
per suscitare proprio quel disprezzo che a sua volta diventer la
prova. [] Nel pensiero causale tradizionale lavvenimento B viene visto per lo pi come leffetto di un avvenimento causale precedente ad esso (A) (che naturalmente avr avuto le sue proprie cause
esattamente come il verificarsi di B avr a sua volta come conseguenza altri fatti). Nella sequenza A-B, A perci la causa e B
leffetto. La causalit lineare e B segue A in successione temporale.
In questo modello di causalit B non pu quindi avere un effetto su
A poich questo implicherebbe uninversione temporale: significherebbe cio che il presente (B) avrebbe in questo caso un effetto retroattivo sul passato (A).
Lesempio presente propone una situazione diversa: quando nel
marzo 1979 i giornali californiani cominciarono a pubblicare servizi sensazionali su unimminente e drastica riduzione nellerogazione
di benzina, gli automobilisti californiani diedero lassalto alle pompe per riempire i loro serbatoi e tenerli possibilmente sempre pieni.
Fare il pieno di 12 milioni di serbatoi (che fino a quel momento erano mediamente solo a un quarto del livello) esaur le enormi riserve disponibili, provocando praticamente da un giorno allaltro la
scarsit predetta; mentre lansia di tenere i serbatoi quanto pi pieni
possibile (invece di riempirli quando erano quasi vuoti) cre code
interminabili di macchine e lunghissimi tempi di attesa ai distribu-

215

tori, aumentando il panico. Quando torn la calma si venne a sapere


che lerogazione di benzina nello Stato della California era stata ridotta solo di poco.
In questo caso il pensiero causale tradizionale non funziona. La scarsit non si sarebbe mai verificata se i mass media non lavessero predetta. In altre parole, un avvenimento non ancora verificatosi (quindi futuro) ha prodotto effetti nel presente (lassalto alle pompe di
benzina) che a loro volta hanno fatto s che quellavvenimento divenisse realt. In questa circostanza quindi stato il futuro - e non il
passato - a determinare il presente. [Watzlawick 1981b, 87-8]

Questo esempio, che dovrebbe nelle intenzioni del suo autore scardinare uno dei pi sacrosanti principi della scienza fisica (la unidirezionalit della freccia del tempo), trae la sua forza apparente dalla confusione effettuata dallautore tra evento
futuro ed aspettazione di un evento futuro, aspettazione che
presente ed anteriore allevento che il futuro avrebbe, secondo
lui, determinato. Ed inoltre, quale evento futuro avrebbe determinato levento presente? La drastica riduzione
nellerogazione di benzina non c stata (s avuto solo una
lieve riduzione), quindi essa non affatto un evento, neanche
futuro. Esso un evento solo nellaspettativa della gente, nella
sua fantasia: ci che si pu al massimo inferire da questo esempio lassai ovvia conclusione che le aspettative e le inclinazioni delle persone hanno una incidenza diretta sulla realt,
che viene da esse influenzata; ma certo con ci non si dimostra
per nulla che si ha una inversione della classica sequenza temporale, per cui ci che viene dopo influenza ci che viene prima. E questo non che un esempio tra i numerosi che potrebbero essere trovati di tali disinvolti modi argomentativi
presenti sia nelle opere di Watzlawick sia anche negli altri esponenti del costruttivismo radicale.
V in generale, e non solo in Watzlawick, la difficolt a distinguere chiaramente tra il livello epistemico del discorso ed il
livello ontologico, sicch si passa continuamente da affermazioni che riguardano il nostro modo di descrivere o parlare della realt a tesi che concernono la realt in quanto tale. Ad esempio, dal fatto che si utilizzano procedure idealizzanti (livello epistemico) si passa a concludere che si concepisce il reale
come fatto di forme perfette, lineari ecc. (livello ontologico) e
cos via. lanalogo del classico errore a suo tempo da Marx
individuato in Hegel, consistente nello scambiare il modo in
cui ci si appropria dalla realt con la produzione della realt
stessa; nel caso del costruttivismo, si confonde continuamente
216

il modo della produzione della conoscenza con la produzione


delloggetto della conoscenza. Oppure, nel caso di coloro che
sono filosoficamente pi avvertiti (come ad es. Gargani) si denuncia correttamente lerrore di scambiare la rappresentazione
della realt per la realt stessa [Gargani 1990, 24] (il modello
ideale per la realt cui esso si riferisce, in una sorta di sua entificazione o ipostatizzazione), ma poi si finisce per far svaporare
questa realt rendendola oggetto di una nostra costruzione in
base a requisiti di carattere etico ed estetico [ib., 23]. Ma non
allora la nostra rappresentazione la realt? Che bisogno v di
avvertire a non commettere tale scambio?
2.6. Lapproccio femminista alla scienza
La sempre maggiore consapevolezza di genere che ha caratterizzato negli ultimi decenni la cultura femminista ha interessato anche i problemi concernenti la concettualizzazione della scienza, focalizzandosi sul modo in cui ha operato il principio androcentrico sia nella costituzione vera e propria della
scienza, sia nella riflessione epistemologica su di essa. La critica
femminista si colloca allinterno di un generale atteggiamento
che considera la scienza non unimpresa intellettuale neutrale,
indipendente rispetto alla societ, ma piuttosto profondamente
influenzata da essa e quindi permeabile alle ineguaglianze e alle
discriminazioni sociali, in primo luogo a quella che pi radicata nella storia: la considerazione della donna come un essere umano di qualit inferiore rispetto al sesso maschile, con la
conseguente sua esclusione sia dai ruoli intellettuali scientifici,
sia dal potere politico-economico. Insomma, scopo della critica
femminista quello di mettere in luce come il simbolismo
sessuale, le caratteristiche sessiste della struttura sociale della
scienza, nonch lidentit maschile e il comportamento dei
singoli scienziati abbiano lasciato tracce pesanti sulle problematiche, i concetti, le teorie, i metodi, linterpretazione, letica,
i significati e gli obiettivi della scienza [Harding 1986, 30].
naturale che il pensiero femminista sulla scienza che presenta una grande variet e non pu essere inteso come una monolitica
concezione dalle semplicistiche assunzioni abbia considerato
naturali alleati i filosofi che hanno contestato, per altre motivazioni, limmagine tradizionale della filosofia della scienza (in
primo luogo Kuhn e Feyerabend, ma anche Wittgenstein).
217

Tuttavia nellapproccio femminista alla scienza possiamo


distinguere diversi aspetti, a seconda di quale sia il principale
oggetto di critica e di quale livello di radicalit essa raggiunga.
V innanzi tutto una vasta letteratura che affronta gli aspetti
sociologici della discriminazione subita dal sesso femminile
nellaccesso alla ricerca scientifica e in generale alle professioni
intellettuali. Gran parte della letteratura femminista si dedicata a documentare il modo in cui le barriere sociali e le discriminazioni di genere abbiano di fatto escluso, lungo la storia, le donne dalla ricerca teorica e scientifica; a tal fine un
grande ruolo stato attribuito alleducazione, che ha sempre
privilegiato i maschi, scoraggiando le donne a perseguire una
carriera intellettuale. E quando le donne riescono a superare gli
innumerevoli ostacoli, non sono trattate in modo paritario nelle istituzioni accademiche, hanno meno autorevolezza epistemica, a parit di qualifica hanno salari pi bassi [cfr. E. Anderson 1995, 461-2]. questo il livello pi scontato della critica femminista, che non tocca la costituzione intrinseca della
conoscenza scientifica, la quale ha potuto semmai subire un ritardo a causa della esclusione del punto di vista femminile, ma
certo non per questo ne attenua la credibilit epistemica.
A queste analisi sociologiche si associa spesso come complemento e integrazione lanalisi storica sul condizionamento
androcentrico subito dalla scienza nel suo costituirsi, allo scopo di mettere in luce come la stessa razionalit incarnata nella
scienza sia pesantemente segnata dal privilegiamento di genere.
questa una critica pi radicale, che a volte porta a delegittimare lintera scienza cos come noi la conosciamo; appunto per
ci tale aspetto merita una analisi pi circostanziata.
Ancora pi a fondo va la critica femminista degli assunti
ontologici e filosofici che stanno alla base della nascita della
scienza e che ne hanno governato lo sviluppo sino ai tempi pi
recenti, venendo messi parzialmente in crisi solo con la meccanica quantistica e con le cosiddette scienze della complessit.
Sono essi riassunti nellimmagine che ne aveva dato Laplace e
cio la tendenza riduzionistica, la visione meccanicistica e
laccettazione del determinismo. La critica si articolata in una
disamina sia del modo in cui si edificata limmagine occidentale della scienza, sia dellinfluenza esercitata dallevoluzionismo darwiniano, finendo per recuperare e rivalutare proprio quellaspetto femminile della realt tradizionalmente
svalutato nel corso della storia, connettendolo anche con una
218

riflessione ecologica sul pianeta terra, sulla scia delle riflessioni


di James Lovelock su Gaia.
Infine v una critica di fondo dei metodi e delle procedure
della scienza, del modo in cui si rapporta con lesperienza, costruisce i suoi metodi e valuta le proprie teorie, nella convinzione che anche i concetti di prova, verit e ragione siano tacitamente sessisti. a tal proposito che lutilizzo delle concezioni
avanzate dalla filosofia post-positivista della scienza risulta pi
fecondo, portando a un ventaglio di posizioni che anche in
questo caso possono essere caratterizzate da maggiore o minore
radicalit.
Per quanto riguarda il modo in cui si costituita la scienza
e la sua storia, la critica femminista ha sottolineato come la differenza di genere abbia determinato la stessa costituzione dei
concetti di razionalit e di conoscenza, affetti sin dalle origini
(dalla filosofia greca) dalle concezioni vigenti del ruolo di maschio e femmina: il concetto stesso di ragione stato associato
sempre alla mascolinit, riservando invece alla femminilit il
campo del sentimento, delle intuizioni, della ricettivit, delle
emozioni. Il miglior esempio di tale attitudine rappresentato
da Bacone che, nel proporre la conoscenza come dominio delluomo sulla natura, come potere, immaginava questultima
come dominata dal principio femminile, per cui la scienza veniva intesa come una sorta di matrimonio tra lo scienziatouomo e la natura-femmina [cfr. Lloyd 1984; Harding 1986].
Come si vede, il modo in cui venivano concepite le relazioni
tra uomo e donna in certe epoche storiche aveva un diretto
impatto sul modo in cui venivano anche intese la ragione e la
conoscenza. Sicch stato sostenuto nel momento in cui
intraprendono una attivit scientifica le donne devono scegliere
tra linautenticit, con laccettare il linguaggio e latteggiamento
tacitamente misogino di una scienza modellata in modo androcentrico, oppure la sovversione, cio la critica e la demistificazione del pregiudizio maschilista [cfr. Fox-Keller 2002, 1345].
Pi nello specifico, certi orientamenti di ricerca, in particolare in campo biologico e sociale, hanno sottolineato le diverse
prestazioni cognitive tra i sessi col far ricorso a differenze genetiche o hanno spiegato laggressivit mediante il ricorso agli
ormoni. Anne Fausto-Sterling [1985] ha analizzato accuratamente le procedure metodologiche e sperimentali che stanno
219

alla base della elaborazione di tutta una serie di teorie sulle differenti prestazioni di uomini e donne, per mettere in luce come vengano ignorate prove evidenti, siano sistematicamente
trascurate certe ipotesi, messi in atto controlli sperimentali lacunosi e come siano tenaci certi pregiudizi biologici sulla inabilit o inferiorit delle donne per certi ruoli, predestinandole a particolari mansioni: il tutto a causa di veri e propri preconcetti di genere. Ad esempio, nello studio del comportamento sociale e sessuale dei primati (scimmie e babbuini) si
insistito sul carattere passivo e timido delle femmine e sul
dominio, spesso crudele, esercitato dai maschi, giustificando
questo stato di cose con la dissimmetria generativa tra i due
sessi (i maschi possono ingravidare pi femmine, mentre la
riproduttivit femminile limitata e pi vulnerabile). Ma
sostiene Sarah Blaffer Hrdy si di solito ignorato che tale
dissimmetria pu essere variamente modificata e che studi pi
accurati nel corso degli anni 70 hanno dimostrato che il comportamento delle femmine dei primati di gran lunga pi
complesso di quanto ci si aspettava in base alla semplicistica
visione avuta sinora. Le femmine sono in grado di manipolare
il comportamento dei maschi, specie verso i discendenti, e
quindi anche di influenzare il loro comportamento sessuale.
Sicch dal campo della primatologia dove la presenza femminile particolarmente forte [cfr. Haraway 1989] emerge
una visione del rapporto maschio-femmina che fa giustizia degli stereotipi androcentrici, permettendo una disamina pi
accurata e meno svalutativa del ruolo del sesso femminile [cfr.
Blaffer Hrdy 1985, 2002].
Tali pregiudizi sono evidenti anche afferma Ruth Hubbard [1990] nel modo in cui stata concepita la teoria
dellevoluzione di Darwin, nella cui Origine delle specie lo sviluppo evolutivo viene attribuito esclusivamente alla attivit degli uomini, che avrebbero sviluppato, per difendere donne e
bambini, le loro pi elevate facolt cognitive, finendo cos per
divenire, grazie al processo di selezione, intellettualmente superiori alle donne. Il punto di vista darwiniano ha influenzato
anche la storia dellevoluzione delle societ umane ed ha portato ad interpretare, ad es. negli studi antropologici, i reperti
fossili sulla base dellassunto che luomo cacciatore sia stato alle
origini dellevoluzione sociale e delluso degli strumenti. Tale
punto di vista stato contestato anche nel merito, delineando
una storia alternativa avente carattere ginecentrico: sono state
220

le donne a rappresentare linnovazione e a sollecitare lo sviluppo dellintelligenza e della flessibilit mentale grazie alla utilizzazione di utensili di origine organica come bastoni e canne
prima ancora di quelli in pietra per difendersi dai predatori
durante la raccolta e la preparazione del cibo [cfr. Longino &
Doell 1983]. In tal modo si vuole contestare il mito della creativit maschile, legata alla funzione delluomo cacciatore, e
della passivit femminile tipica della donna raccoglitrice; non
solo, ma si sottolinea come sia stata proprio lattivit delle
donne a procurare gran parte dei mezzi di sostentamento,
mentre la caccia rivestiva in sostanza un ruolo marginale [cfr.
Mies 1986].
Come si vede, si tratta in questo caso di critiche che emergono spesso dallinterno stesso dei diversi ambiti scientifici;
merito delle ricerche femministe stato quello di mettere in
luce come, specie in campo biologico e sociologico, il pregiudizio androcentrico abbia pesantemente condizionato certi risultati e abbia raffigurato in modo distorto e poco equilibrato
il ruolo della donna.
La critica delle assunzioni di fondo che hanno segnato la
nascita e lo sviluppo della scienza mira, innanzi tutto, a porre
in luce il carattere ideologico maschilista della stessa rivoluzione scientifica, allo scopo di ridefinire limmagine di natura che
ci stata da essa tramandata. Secondo limpostazione tradizionale, la natura intesa come qualcosa di cui bisogna carpire i
segreti attraverso la sua manipolazione, come qualcosa di inerte, assoggettabile al dominio maschile e fruibile in maniera illimitata per soddisfare le esigenze di accumulo della ricchezza
portate avanti da unimprenditoria di uomini. La natura, considerata simile alla donna, da violare e sottomettere. stato
Bacone, come abbiamo visto, a disegnare questa immagine della natura, che poi sarebbe stata teoricamente pensata secondo il
paradigma meccanicistico, riduzionistico e deterministico di
Laplace. Ma per far ci era necessario liberarsi della concezione
della natura come qualcosa di vivente, di quella Madre Natura
percorsa da una vita intrinseca che la faceva essere il principio
nutritivo dellumanit e che era stata propria del cosmo medievale ed antico. La rivoluzione scientifica ha cos avuto
leffetto, per Carolyn Merchant, di decretare la morte della
natura: solo nella misura in cui essa veniva considerata come
composta da particelle inerti, morte, mosse da forze esterne e
non interne, poteva legittimamente essere manipolata, violenta221

ta, subordinata al fini delluomo, sfruttata economicamente.


Solo riconcettualizzando la realt come una macchina anzich
come un organismo vivente, la scienza ha potuto sanzionare
il dominio delluomo sia sulla natura sia sulla donna [Merchant 1980, 33]. La scienza veniva pertanto intesa come una
impresa prettamente maschile che legittimava ad un tempo sia
il saccheggio della natura sia la sottomissione delle donne: il
potere patriarcale si riaffermava come nuovo potere tecnologico
e scientifico.
Ovvio in questa luce che la presunta obiettivit e neutralit
della scienza, come anche la sua pretesa universalistica, si riducono a una mera ideologia. La scienza collocata nel tempo e
nello spazio, segnata dalla scelta di genere; come dice Sandra
Harding, essa un progetto occidentale, borghese, maschile
[Harding 1986, 8]. La scienza, aggiunge Evelyn Fox Keller,
il prodotto di un sottoinsieme specifico della razza umana,
ovvero degli uomini bianchi appartenenti alle classi medie
[Fox-Keller 1985, 22]. La rivoluzione scientifica non ha rappresentato, quindi, un generale progresso umano, ma solo la
particolare espressione di un progetto di dominio nato in un
momento preciso di una determinata societ, che concepisce la
conoscenza in modo riduzionistico escludendo e degradando
sia altri generi di conoscenza, sia altri soggetti di conoscenza,
come le donne [cfr. Schiebinger 1989]. Attraverso questo progetto ideologicamente imperialista e riduzionista, la scienza ha
potuto spacciare la propria particolare visione della realt come
lunica conoscenza possibile, delegittimando sia le altre tradizioni culturali, sia il contributo che le donne possono offrire a
partire dal proprio punto di vista. Ad affermarsi una filosofia maschile, cos come richiesta dalla Royal Society di Londra
per bocca del suo segretario nel 1664, che rimuove la concezione materna della natura, espressa nella saggezza ecologista
di molte culture indigene spazzate via dalla civilt occidentale o
avanzata nello stesso periodo della rivoluzione scientifica da
posizioni alternative, quale quella, ad es., di Paracelso e della
tradizione ermetica, contrapposte alla visione di Bacone. La
sconfitta dei principi femministi nel secolo diciassettesimo ha
significato il bando di ogni approccio simpatetico alla natura
e la definitiva legittimazione del distacco tra soggetto e oggetto,
assunto a canone della vera scientificit.
Una mentalit orientata in senso organicistico, in cui i princpi
femminili svolgevano un ruolo importante, fu minata e sostituita da

222

una mentalit orientata in senso meccanicistico che o elimin i


princpi femminili o li sfrutt. Man mano che la cultura occidentale, nel corso del Seicento, and sempre pi orientandosi verso il
meccanisicmo, lo spirito della terra femminile e della terra vergine
fu assoggettato alla macchina. [Merchant 1980, 38].

Non difficile notare come molte delle esigenze e delle critiche mosse da parte femminista siano convergenti con le posizioni che abbiamo gi visto di Feyerabend. Ed infatti proprio
dai filosofi post-positivisti della scienza che il movimento
femminista attinge molti spunti critici e suggestioni. La proclamazione dellinesistenza del metodo scientifico serve a delegittimare il metodo riduzionista come unico approccio in
grado di restituirci una visione oggettiva e vera della natura:
Kuhn, Feyerabend, Polanyi e altri hanno argomentato in modo convincente che la scienza moderna non viene praticata secondo un metodo scientifico fisso e ben definito; si pu solo
dire che si tratta di un metodo di pensiero tra tanti [Shiva
1988, 41]. La critica del concetto neutrale di fatto e
laccertata sua natura sociale assunta come prova della possibilit di trovare diverse basi empiriche, appartenenti a culture alternative, in grado di suscitare diverse pratiche conoscitive:
Non c, riguardo alla natura, nessun fatto neutrale indipendente
dal valore stabilito dallattivit conoscitiva delluomo. Le
caratteristiche percepite della natura dipendono da come si guarda,
e come si guarda dipende a sua volta dallinteresse economico che si
ha rispetto alla risorse naturali. [Shiva 1988, 40]

E limportanza, sottolineata da Kuhn, delle comunit scientifiche nelledificazione e trasmissione dei paradigmi scientifici,
mette in luce il condizionamento sociale e politico dellimpresa
scientifica e quindi delegittima lassunto che il mutamento
scientifico possa di per s assicurare il progresso, escludendo
altri sistemi di pensiero tradizionali pi stabili e meno soggetti
al mutamento.
Allimmagine riduzionista e meccanicista della natura propria della scienza cos come si storicamente costituita, il
femminismo contrappone una visione olistica, organicista ed
ecologica, in cui vengono superati i ristretti limiti del laboratorio e langusto concetto di verifica che ad esso legato, per procedere ad una valutazione della razionalit scientifica nella pi
vasta pratica umana dellambiente nel suo complesso.
La contestazione del carattere sessista della scienza e delle
223

sue ascendenze patriarcali si unisce nella fisica ed economista


indiana Vandana Shiva alla rivendicazione del carattere sacrale
della vita e della terra, in unottica che vede nellideologia dello
sviluppo tipicamente occidentale una minaccia per lecosistema
terrestre. Alla visione della natura come qualcosa di manipolabile e sfruttabile, attribuita alla rivoluzione scientifica e al suo
riduzionismo, viene contrapposta lidea di natura come prakrti, recuperando un concetto tipico della filosofia induista,
ovvero il processo vitale e creativo tipico della femminilit che
si riassume nel concetto di terra-madre. La prakrti
limmensit primordiale, linesauribile, labbondanza, e suoi
caratteri sono la diversit e lattivit; essa il nesso che lega tutto e che ovunque presente, sicch rappresenta la complementarit tra uomo e natura, tra uomo e donna, rifiutando
la dicotomia cartesiana, che considera la natura come un ambiente in cui luomo vive, una risorsa che pu essere indifferentemente sfruttata e fruita. Invece, le antiche culture e tradizioni, come quella indiana da cui proviene il concetto di
prakrti, si fondavano su unontologia del principio femminile
come principio vitale e sulla continuit ontologica tra la societ
e la natura, per cui ne risultava un contesto in cui non solo
veniva escluso il concetto di sfruttamento e di predominio, ma
la stessa conoscenza veniva intesa in modo ecologico e antiriduzionista; quanto accade, ad esempio, con le donne silvicoltrici, ad un tempo contadine e amministratrici delle risorse idriche, nonch scienziate nel senso tradizionale del termine [cfr.
Shiva 1988, 53].
questo un approccio che negli ultimi decenni si affermato anche nellambito della scienza e della cultura occidentale
con lipotesi di Gaia (il nome dato dagli antichi greci alla terra), avanzata da James Lovelock [1981, 1991] in feconda collaborazione con la microbiologa americana Lynn Margulis, poi
ripresa da altri filosofi (come Fritjof Capra [1996, 2002]). In
questo approccio la terra non considerata un sistema di reazioni chimico-fisiche, un pianeta morto fatto di rocce, oceani e
atmosfera inanimati e semplicemente abitato dalla vita, ma
piuttosto un organismo vivente, in grado di autoregolarsi assicurando lequilibrio ecologico, cio un vero e proprio sistema,
che comprende tutta quanta la vita e tutto quanto il suo ambiente strettamente accoppiati cos da formare unentit che si
autoregola [Lovelock 1991, 12]. Ne segue che sulla superficie della Terra non c mai una chiara distinzione tra la materia
224

vivente e quella inanimata. C solo una gerarchia di intensit


che va dallambiente materiale delle rocce e dellatmosfera alle
cellule viventi [ib., 54-5].
Il rifiuto della razionalit scientifica cos in Shiva connesso
strettamente sia alla rivendicazione di una sapienza alternativa a
quella occidentale (ovvero il mondo culturale indiano e in generale orientale), sia alla celebrazione del punto di vista femminile, in quanto proprio dalle categorie di pensiero e di azione che hanno conservato le donne indiane nella loro lotta contro la distruzione dellambiente pu trarre ispirazione un rinnovamento al tempo stesso della scienza, del movimento ecologista e di quello femminista. Donne, natura e popoli del terzo
mondo sono il fronte di una battaglia comune contro la scienza
occidentale e il suo concetto di sviluppo:
Il recupero intellettuale del principio femminile crea nuove
condizioni, tali da permettere alle donne e alle culture non
occidentali di diventare i protagonisti del ripristino della
democrazia in ogni aspetto della vita, come forze che
controbilanciano la cultura intellettuale della morte e della
marginalit creata dal riduzionismo. [Shiva 1988, 49]

Pertanto, la riscoperta del principio femminile [] essenziale, non solo per liberare la donna e la natura, bens per
liberare tutti dalle categorie patriarcali riduzioniste che sono alla base del malsviluppo [ib., 58]. appunto lo stretto legame
che sussiste tra donna e natura e che ha condotto allassoggettamento di entrambe a causa del principio patriarcale e
della scienza riduzionista a far s che lotta per
lemancipazione femminile e salvezza ecologica della terra siano
tuttuno.
Tuttavia, tale recupero del principio femminile non deve
essere inteso come una nuova priorit che si afferma sullaltro
da s, bens come la ristabilita armonia tra maschile e femminile, tra purusa e prakrti, i quali bench distinti, rimangono
inseparabili nellunit dialettica, come due aspetti di un unico
essere: si tratta, insomma, di creare una nuova interezza che
trascende il sesso di appartenenza, perch lidentit determinata dellesser maschio o femmina in ogni caso una costruzione
ideologica, sociale e politica [ib., 64-5].
Per quanto riguarda le posizioni che vanno pi nello specifico dei contenuti propriamente metodologici ed epistemologici, possiamo distinguere sulla scorta di quanto scritto da
225

Sandra Harding [1986, 1996] ed ulteriormente precisato da


Peter Godfrey-Smith [2003, 141-4] tre diverse tipologie di
critiche femministe alla scienza.
1 - La prima e meno controversa il cosiddetto empirismo
femminista spontaneo e consiste nella critica dei pregiudizi e
degli aspetti problematici insiti nella pratica scientifica, senza per mettere in discussione i tradizionali ideali, metodi e
norme della scienza. Si tratta piuttosto di favorire una pi
rigorosa e puntuale applicazione della metodologia scientifica, eliminando il pregiudizio di genere, allo scopo di ottenere una scienza migliore, che sia effettivamente fedele ai
propri ideali normativi ed epistemologici.
2 - La seconda tipologia definita empirismo femminista filosofico e consiste nel tentativo di rivedere e migliorare i tradizionali ideali sulla conoscenza scientifica, pur restando fedeli ad una fondamentale impostazione empirista e lontani
dal relativismo, allo scopo di effettuare una pi sofisticata
critica di particolari pratiche scientifiche (non della scienza
in quanto tale). Tale approccio, che ha in Helen Longino
[1990] la principale rappresentante, mira a riconciliare il
carattere obiettivo della scienza con i valori assunti dal contesto in cui opera (appunto per ci essa chiama empirismo
contestuale il proprio approccio). I valori provenienti dal
contesto non sono una minaccia per la scienza, ma possono
giocare un ruolo positivo anche nella buona scienza, a
condizione per di intendere lobiettivit non come il frutto
di una astratta metodologia, una applicazione disincarnata
di regole e standard, ma piuttosto un insieme di pratiche
socialmente necessarie messe in atto da una comunit scientifica. La misura della sua affidabilit epistemica o della
sua oggettivit dipende dal grado con cui essa assicura le vie
necessarie per lespressione e la diffusione delle critiche, la
comprensione e la risposta che ad esse vengono fornite, gli
standard pubblici utilizzati nel valutare le diverse teorie e la
eguale autorit intellettuale riconosciuta ai suoi membri
[cfr. Longino 1992, 334]. Tuttavia la Longino, pur evidentemente influenzata da Kuhn, si tiene lontana sia
dallolismo sia dallincommensurabilit, in quanto ritiene
che sia sempre possibile criticare e difendere razionalmente
loggettivit di una conoscenza, anche quando essa permeata da valori contestuali. Ci viene articolato e sostenuto attraverso lo studio di casi storici esemplari (ad es. nel campo
226

della endocrinologia e dellevoluzione umana): il riconoscimento dei condizionamenti che li hanno segnati non
rende per ci stesso i risultati ottenuti falsi o inattendibili,
ma sta a dimostrare solo che anche la buona scienza
permeata da valori contestuali. Insomma, i valori possono
essere utilizzati in favore della oggettivit, e non come una
sua minaccia, come stato sostenuto anche in campo delle
scienze sociali, sulla scia della Longino, da E. Montuschi
[2006, 61-4].
3 - Infine la terza tipologia, che potremmo definire epistemologia femminista radicale, pu essere ulteriormente suddivisa
in due varianti:
(a) Il cosiddetto postmodernismo femminista, al quale sembrano andare le preferenze della Harding31, sottolinea
come la differenza di genere, di gruppo etnico, di appartenenza di classe incida in modo notevole su come si
percepisce e vede il mondo. Per cui viene ad essere destituita di fondamento la pretesa che possa esserci
ununica vera descrizione della realt che trascenda i
molteplici punti di vista e li unifichi allinterno di una
visione universalista. evidente come tale approccio sia
decisamente relativista.
(b) Lapproccio della epistemologia del punto di vista (standpoint epistemology), che sottolinea il carattere situato
di ogni ricercatore o scienziato ma parimenti di qualsivoglia soggetto conoscente , ma non vede in ci una
minaccia per la conoscenza, bens una opportunit: i
molteplici punti di vista, specie quelli espressi dai popoli che sono stati tradizionalmente esclusi o marginalizzati nel corso dellevoluzione della scienza o proprio
31

In seguito la Harding [1991] rivede in parte le sue posizioni, in favore di


un nozione di oggettivit pi robusta di quella sinora posseduta. E infatti,
come si potrebbe altrimenti sostenere che lapproccio maschilista ai ruoli
femminili falso in unottica relativista, in cui non esiste pi una verit non
situata? Per cui la vera sfida quella di edificare una epistemologia femminista che tenga in debito conto il successo empirico della scienza e ad un
tempo non dimentica il carattere situato di ogni conoscenza. Ci avviene
grazie allo spostamento di asse dalle scienze fisiche a quelle sociali, che diventano paradigmatiche, e alla incorporazione degli altri punti di vista (non solo
quello delle donne) nella edificazione di una oggettivit forte. Questa sua
nuova posizione chiamata ora approccio del punto di vista postmodernista (postmodernist standpoint approach). Cfr. Okruhlik [2000, 138-9].

227

appunto delle donne, possono mettere in luce fatti e


problemi altrimenti ignorati o trascurati. In tal modo la
crescita della conoscenza ne trarr un beneficio, in quanto cos come aveva sottolineato Feyerabend e ancora
prima di lui J.S. Mill la pluralit delle opzioni teoriche sempre da favorire alla monomaniaca fissazione su
idee standardizzate, coltivate allinterno di una comunit
scientifica autoreferenziale. Il genere femminile, con la
sua particolare sensibilit e il suo peculiare stile di pensiero (differenze che ora vengono valorizzate e non pi
ritenute discriminatorie), pu costituire un punto di
vista diverso che favorisce e stimola la crescita della conoscenza, specie in campi precedentemente trascurati.
In questo caso non si cade nel relativismo, in quanto
non vengono contestati i tradizionali metodi di accertamento e prova cui ogni nuova teoria o idea da qualunque parte provenga deve essere sottoposta. Analogamente a quanto sostenuto dallempirismo femminista,
anche in questo caso si sposa lideale del progresso epistemico e ci si prefigge lo scopo di ottenere una scienza
migliore di quella sinora esistita.
Come si vede, lepistemologia femminista assume uno
spettro variegato di espressioni e in molti casi pu offrire un
valido contributo per pervenire ad una visione della conoscenza meno rigida e unilaterale, spesso quando si proponga non
come alternativa che soppianti le conoscenze acquisite, ma come punto di vista che permette, attraverso un modo di concettualizzare la realt in modo differente, di ampliare e completare le acquisizioni cognitive che sono state fino ad ora raggiunte dallumanit.
7. La morte della razionalit scientifica in Richard Rorty
Il punto pi estremo di contestazione della tradizione ricevuta rappresentato da Richard Rorty. Come in Feyerabend,
siamo di fronte ad uno studioso che non estraneo alla tradizione analitica; tuttavia non stato un filosofo della scienza in
senso tradizionale del termine, che abbia rimeditato sui punti
critici della RV, ma piuttosto un filosofo del linguaggio e della
mente che in passato aveva difeso una posizione materialistica
228

ed antindividualistica sulla linea dellinglese Gilbert Ryle.


Tuttavia in lui pi evidente che in ogni altro il tentativo di
recuperare alcuni aspetti della filosofia continentale che erano
stati del tutto estranei sia alla filosofia della scienza (tranne che
per alcuni limitati cenni in Feyerabend), sia alla corrente analitica. Ci avviene in particolare dopo il punto di svolta della
sua carriera intellettuale, costituito dallopera Philosophy and the
Mirror of Nature [1979], nella quale viene criticata lidea stessa
di una teoria della conoscenza intesa come attivit di ricerca
distinta e professionalizzata avente al suo centro le questioni epistemologiche. da essa che ha inizio quel movimento denominato di morte dellepistemologia, che stato anche annunciato in unopera di Michael Williams [1977] e che giunge alla conclusione che non ci siano barriere che possano, in
linea di principio, separare il modo di procedere
dellepistemologia da quello, ad esempio, della demonologia o
dellastrologia. E, considerato che per molti teorici la filosofia
ha al suo centro i problemi epistemologici, naturale che la
morte venga anche diagnosticata per la stessa filosofia [cfr. anche Nielsen 1991].
Questo abbandono della filosofia analitica si alimenta in
Rorty della scoperta di filosofi e correnti di pensiero che questa
aveva trascurato o verso i quali aveva pronunciato lostracismo:
innanzi tutto il pragmatismo di William James e John Dewey,
ma poi anche la filosofia di Heidegger, oltre che il riferimento
abbastanza consueto al secondo Wittgenstein, i quali tutti hanno indicato i fini verso i quali dirigersi utilizzando i mezzi da
lui appresi nel corso del suo apprendistato analitico. Sicch la
posizione di Rorty presenta la peculiarit di una filosofia svolta
ed argomentata nel tradizionale stile analitico allo scopo di scalzare e demolire le concezioni epistemologiche e la teoria della
conoscenza che aveva caratterizzato tutta la filosofia razionalista a
partire da Cartesio in poi e che era stata lobiettivo polemico di
una bestia nera del neopositivismo come Heidegger.
In seguito, agli autori citati si affiancarono altri pensatori
continentali, anche se in modo meno intenso, come Sartre,
Derrida, Foucault ed infine Gadamer. Tutti convergono, per
Rorty, verso una concezione della filosofia nella quale vengono
abbandonati quei presupposti fondazionali che hanno caratterizzato la filosofia a cominciare da Cartesio ed erano stati in seguito condivisi anche dalla filosofia analitica. Questi consistono nella tesi che esistano due componenti chiaramente distin229

guibili nella conoscenza: gli elementi fattuali dati alla coscienza


e la facolt costruttiva e rielaboratrice di questultima. Ma, come abbiamo visto, il mito del dato sembra ormai definitivamente tramontato nellepistemologia contemporanea cos
come del tutto delegittimata, dopo le critiche fattane da Quine, la distinzione tra analitico e sintetico, tra linguaggio e fatto.
Alla base di queste assunzioni ci sta, per, un comune presupposto di tutto il pensiero filosofico, da Cartesio sino alla filosofia analitica, con la marginale contestazione di alcuni filosofi: che la mente debba essere concepita come uno specchio sul
quale si riflette la natura e che compito della epistemologia sia
quello di fare in modo che tale rispecchiamento avvenga in
modo sempre pi adeguato.
Con ci Rorty si schiera apertamente e decisamente per una
posizione antirappresentazionista e concepisce la conoscenza
non come una corretta comprensione della realt, bens come
lacquisizione di abiti di azione per fronteggiare la realt
[Rorty 1991, 3]. Ci non equivale a negare che le nostre menti o il nostro linguaggio entrino in contatto con la realt o siano
plasmati dallambiente, bens che certi contenuti della nostra
mente corrispondano a o rappresentino lambiente o delle
entit in esso esistenti. Per cui, una cosa dire che la parola atomo utile per fronteggiare la realt, unaltra tentare di
spiegare questa utilit in riferimento a nozioni rappresentazionistiche: la verit non pu essere intesa come una relazione
di adeguatezza tra discorso e mondo, in quanto ci presupporrebbe una impostazione realista che a sua volta, come pure
quella idealista, una tipica conseguenza dellattitudine rappresentazionalista. Non si tratta di criticare la concezione classica
della verit, di contrapporre argomenti ad argomenti, bens di
rendersi conto e ci sulla base dellanalisi dei tentativi che
storicamente si sono fatti per risolvere questa questione che
non ha senso alcuno affermare che la realt sia determinata
prima del linguaggio. Ci in quanto non v
alcun modo di formulare un test indipendente di accuratezza della
rappresentazione del riferimento o della corrispondenza a una realt determinata antecedentemente , un test, ossia che consista in
qualcosa di distinto dalla valutazione del successo del quale questa
accuratezza dovrebbe presumibilmente dar conto. [Ib., 9].

evidente ladozione della concezione pragmatista della verit; anzi, andando oltre limpostazione di James, ripresa nella
sostanza da Donald Davidson, Rorty sostiene che non bisogna
230

commettere lerrore di voler teorizzare una particolare concezione della verit definita come pragmatista. Lerrore consiste
nellassumere che vero necessiti di una definizione, sicch
sbagliato parlare di una teoria pragmatista della verit intesa
come corpus di argomentazioni e tesi assertive; piuttosto il
pragmatismo, inteso nel modo di Rorty, consiste
semplicemente nella dissoluzione della problematica tradizionale
concernente la verit. Questa dissoluzione prenderebbe il via
dallaffermazione che vero non ha alcun uso esplicativo ma unicamente i seguenti usi: (a) un uso approvativo; (b) un uso cautelativo, in osservazioni come La tua credenza che S perfettamente
giustificata, ma forse non vera rammentandoci che la giustificazione relativa, e nientaffatto migliore delle credenze citate come
fondamenti di S, e che tale giustificazione non garantisce assolutamente che le cose andranno bene se assumiamo S come regola
dazione []; (c) un uso de-citazionale: per dire cose metalinguistiche della forma S vero se e solo se____. [Ib., 170-1]

Il fatto che esista qualcosa di descrivibile come bruta resistenza fisica, e cio che luomo non sia causalmente indipendente dal mondo in cui vive, non ci consente di trasferire
questa brutalit non linguistica ai fatti, alla verit degli enunciati; esiste s una relazione causale tra il soggetto ed il mondo,
ma da tale nesso ne scaturiscono tanti fatti quante sono le lingue per descrivere quella transazione causale [1985, 111]. Il
rispetto per i fatti non vuol dir altro che rispettare certe regole
di un particolare gioco linguistico, come quello della chimica,
della fisica o di qualsivoglia campo disciplinare; la differenza
tra gli oggetti del chimico e quelli del letterato riportata,
dunque, alla differenza dei rispettivi linguaggi, sicch la maggiore solidit ed oggettivit dei primi dipende solo dalla
maggiore coerenza e coesione del relativo linguaggio.
Ovviamente anche la scienza perde per Rorty il suo carattere paradigmatico, la sua tradizionale funzione di deposito
della razionalit umana che deriva dalla sua caratterizzazione in
senso oggettivistico e dal ritenerla lunico tipo di pratica in
grado di farci pervenire ad una conoscenza della natura, in
senso rappresentazionistico. Ci ha fatto considerare lo scienziato come un nuovo sacerdote e le scienze fisiche come il modello cui quelle umanistiche dovrebbero ispirarsi. Ma, afferma
Rorty, dobbiamo smettere di credere che la scienza sia il luogo in cui la mente umana si pone faccia a faccia con il mondo;
che lo scienziato sia colui che, con lappropriata umilt, si con231

fronta con forze sovraumane [ib., 48].


La scienza non designa un genere naturale, cio unarea della cultura che possa essere demarcata o mediante un metodo o
una speciale relazione con la realt; ci viene dimostrato dalle
controversie che si sono storicamente succedute sul problema
della demarcazione e sulla consistenza e natura del suo metodo:
ovvi i riferimenti a Kuhn, Feyerabend ed ai pi recenti sviluppo dellepistemologia. Allimpasse cui si perviene, Rorty
sceglie da pragmatista una via risolutiva che consiste nellesaminare storicamente le motivazioni che stanno alla base dellesigenza di distinguere la scienza dalla non-scienza.
Queste sono due: innanzi tutto, la ricerca della verit impersonale ed oggettiva ha assunto storicamente la funzione di
una sorta di consolazione metafisica alternativa a quella della
religione; in secondo luogo, la comunit degli scienziati ha costituito un esempio di virt morali, avendo essa coltivato la
persuasione in contrapposizione alla forza, la incorruttibilit, la
tolleranza, la ragionevolezza e cos via. Ma la prevalenza di tali
virt non ha nulla a che fare n con la natura dei loro oggetti,
n con le loro procedure, n con la razionalit (queste sono tutte ragioni appartenenti alla retorica dello scientismo); non v
alcuna profonda spiegazione di tale avvenimento, in quanto si
tratta soltanto di unaccidentalit storica:
Dal punto di vista pragmatista, la razionalit non lesercizio di una
facolt chiamata ragione, una facolt che intrattiene una qualche
determinata relazione con la realt. N si identifica con luso di un
metodo. Essa semplicemente un modo di essere aperti e curiosi e di
affidarsi alla persuasione invece che alla forza. / Da questo punto di
vista razionalit scientifica un pleonasmo e non la specificazione di un genere di razionalit paradigmatico, la cui natura potrebbe
essere chiarita da una disciplina chiamata filosofia della scienza.
Non la chiameremo scienza se verr usata la forza per determinare
un mutamento delle nostre credenze, o se non riusciremo a discernere un suo nesso con la nostra capacit di prevedere e controllare.
Ma nessuno di questi due criteri per luso del termine scienza suggerisce che la demarcazione della scienza dal resto della cultura ponga in modo distintivo problemi filosofici [1988, 80-1].

Il valore della scienza, dunque, non consiste tanto nel fatto


che essa sia obiettiva, che converga verso il Vero e cos via, ma
solo nel fatto che gli scienziati hanno dato luogo ad istituzioni
in cui si d concretezza allidea di accordo non costrittivo, in
cui prende corpo lidea di un incontro libero e aperto:
232

Il solo senso in cui la scienza esemplare risiede nel fatto che essa
un modello di solidariet umana. Dovremmo considerare le istituzioni e le pratiche che costituiscono le diverse comunit come esempi del modo in cui le altre parti della cultura potrebbero organizzarsi [] Ma, dal nostro punto di vista, questo migliore ordinamento non verr spiegato dicendo che gli scienziati dispongono di
un metodo che tutti gli altri farebbero bene ad imitare o dicendo
che essi beneficiano della desiderabile solidit delloggetto delle loro
indagini. [1987, 53]

vano domandarsi, come fa Kuhn, perch la scienza funziona; a tale prurito di Hume il pragmatista risponde eliminando la distinzione tra conoscenza e opinione, fatti e valori,
cio evitando la forchetta di Hume, e optando per la distinzione sociologica tra campi in cui laccordo non costrittivo
relativamente raro e campi in cui esso relativamente frequente [ib., 54], per cui gli interrogativi teorici sono sostituiti da
interrogativi pratici.
Allidea di oggettivit, che stata tipica dello scientismo,
Rorty sostituisce dunque quella di accordo non costrittivo, di
solidariet e comunit. In tal modo il desiderio di oggettivit
si riduce al desiderio di acquisire credenze sulle quali alla fine
si giunger ad un accordo non costrittivo, attraverso un libero
e aperto confronto con persone che hanno credenze diverse
[ib., 55], in modo da essere migliori (teorici della scienza, cittadini, amici ecc.) di quanto non siamo. Ci accadendo, cesserebbero le distinzioni tra discipline umanistiche, arti e scienze
e i termini che le denotano non selezionano blocchi di mondo, bens solo comunit dai confini tanto mutevoli quanto
gli interessi dei loro membri [ibidem]. Una volta abbandonata lidea che esiste un modo scientifico di occuparsi di idee filosofiche generali, sarebbe molto pi semplice pensare che
lintera cultura, dalla fisica alla poesia, sia una singola attivit
continua, in cui le suddivisioni hanno una natura puramente
istituzionale e pedagogica [1983, 102] e le varie discipline
non sono altro che generi linguisticamente creati, senza alcuna necessit nella natura delloggetto o in un presunto metodo
loro peculiare.
Come si vede, sia la scienza che la filosofia, nonch il suo
nucleo duro rappresentato dallepistemologia, perdono il loro
statuto privilegiato ed al loro posto rimangano tutta una serie
di pratiche culturali che non possono essere regimentate da
una superiore razionalit onnicomprensiva, non possono esse233

re unificate allinterno di alcun progetto enciclopedico o di


metadiscorso. Non esiste una razionalit transculturale che
possa fissare, in base a criteri aprioristicamente stabiliti, la
maggiore o minore adeguatezza di una disciplina, di una cultura, rispetto alla realt, per cui il ruolo che alla scienza era stato assegnato nella tradizione ricevuta viene del tutto delegittimato e negato. Di sonesguenza assume anche una nuova caratterizzazione la filosofia, che ora finisce per essere ci di cui
una cultura diviene capace quando smette di definirsi in termini di regole esplicite e diventa sufficientemente agiata e civilizzata da basarsi sul tacito sapere-come, da sostituire la phronesis alla codificazione e la conversazione con gli stranieri alla loro
colonizzazione [1985b, 34]
chiaro come in Rorty abbiamo, analogamente a quanto
era avvenuto in Feyerabend, uno spostamento dalla codificazione e dalla definizione di regole esplicite, alla prassi, al comportamento concreto, alla saggezza inscritta tacitamente nei nostri atti; a ci che abbiamo gi indicato la dimensione tacita
del nostro operare efficace. Ne consegue che laccordo intersoggettivo, nella tradizione ricevuta fondato su una esplicita discussione razionale condotta in base a standard e criteri, ormai affidato allo scambio interculturale condotto secondo la
modalit della semplice conversazione. Una volta venuta meno la possibilit di riconoscere una base comune costituita dalle prove, dai metodi e cos via, non resta che la possibilit
di
dibattere il problema ricorrendo a tutte le ragioni ormai ben note,
tirando in ballo ancora una volta tutti i dettagli triti e ritriti, tutti gli
svariati vantaggi e svantaggi delle due concezioni. [] In breve, ci si
comporter esattamente come, secondo i filosofi della scienza che
Glymour qualifica i nuovi vaghi, si comportano gli scienziati allorch venga discussa una proposta, su scala relativamente ampia, di
mutare il modo in cui si rappresenta la natura (o parte della natura):
ce la si caver alla meno peggio, sperando che da una parte e dallaltra
degli schieramenti contrapposti si operi una ritessitura, e che in tal
modo emerga qualche forma di consenso. [] abbiamo il dovere di
parlarci lun laltro, di conversare sulle nostre concezioni del mondo,
di usare la persuasione piuttosto che la forza, di esser tolleranti nei
confronti della diversit, di essere dei fallibilisti contriti. Ma tutto
questo si distingue dal dover possedere principi metodologici.
[1983, 90-1]

Tale lavoro di ritessitura ha lo scopo di far s che le pro234

prie credenze siano utili al fine di saper meglio risolvere i problemi, senza la necessit di formulare principi epistemici. Il
pragmatista in sostanza un sostenitore del laissez faire (cos
come Feyerabend propugnava il tutto va bene), in quanto
concepisce, ad esempio, la religione e la scienza come modi alternativi di risolvere i problemi della vita, modi che devono
essere caratterizzati dal successo o dal fallimento piuttosto che
dalla razionalit o dallirrazionalit [ib., 89].
Alloggettivit scientifica di stile universalistico cos sostituita la solidariet, la capacit di raggiungere un accordo
allinterno di una comunit disciplinare, di una cultura. Infatti, se si assume come punto di riferimento la comunit nella
quale si vive, allora si privilegia la solidariet; se invece ci si interroga sul rapporto tra le proprie pratiche e ci che v
allesterno della propria comunit, avendo come riferimento
lumanit o qualcosa di disincarnato, allora si privilegia loggettivit. La cultura occidentale ha storicamente optato per
loggettivit, e ci si vede nel suo privilegiamento della Verit
come corrispondenza con la realt (con i Greci, Platone, quindi
con lIlluminismo). E contrariamente a coloro che pensano sia
esiziale per le nostre tradizioni liberali e tolleranti labbandono
del concetto di oggettivit e di Ragione sovratemporale, Rorty
ribatte dal punto di vista pragmatista che privo di appigli,
di ganci che pendono dal cielo certo impossibile giustificarle o fondarle; al massimo si possono confrontare le societ con tradizioni diverse, esibendone i reciproci vantaggi
pratici. Si deve afferrare il corno etnocentrico del dilemma etnocentrismo/relativismo e dire che
nella pratica dobbiamo privilegiare il nostro gruppo, anche se non vi
pu essere alcuna giustificazione per tale condotta [] Noi intellettuali liberali occidentali dovremmo accettare il fatto che dobbiamo
prendere le mosse da dove ci troviamo, e che questo vuol dire che vi
sono moltissime concezioni che non possiamo prendere sul serio.
[1985b, 39]

Cos il liberalismo borghese postmoderno di Rorty ha


una colorito pi hegeliano nel privilegiare le comunit storiche
reali, che uno kantiano, col suo accento su nozioni come umanit, razionalit, ecc., tributarie delle ipostasi illuministiche. La morale, ovviamente, coincide con ladesione al gruppo
in cui si nati: letnocentrismo non un male da eliminare,
non il puro e semplice attaccamento ad un particolare ethnos,
bens una condizione insuperabile dellesistenza, un sinonimo
235

di finitudine umana. Ma esso costituisce il punto di partenza


per ampliare le nostre prospettive col cercare di allargare le
fenditure presenti nella nostra cultura facendo uso metaforico di vecchi segni e suoni [1991, 19].
Il disincanto del mondo, che sta alla base della sua concezione, da Rorty considerato come il presupposto per rendere
gli individui pi tolleranti, pi pragmatici, pi liberali, perch molto difficile essere incantati da una visione del mondo
ed essere tolleranti con tutte le altre [1988b, 256]. Ma questo
disincanto, che il frutto di una particolare tradizione quella
occidentale esso stesso la conseguenza di un accidente storico, cio della particolare evoluzione che la nostra societ ha
conosciuto lungo la sua storia. E lironia, intesa quale consapevolezza della storicit e revocabilit dei propri vocabolari (posseduta da filosofi come Hegel, Nietzsche, Heidegger e Derrida) e capacit di sostenere risolutamente le proprie convinzioni
riconoscendo al tempo stesso la loro validit contingente, non
qualcosa di metastorico, ma di interno ad una storia particolare, non comune od addirittura estranea alle altre culture.
Con Rorty, dunque, assistiamo non solo alla morte dellepistemologia, ma anche a quella della filosofia ed alla sua sostituzione con la conversazione e con un etnocentrismo che va
al di l del relativismo di Feyerabend, nel senso di porsi consapevolmente dal punto di vista di una cultura e dei suoi valori. una marcia del gambero della cultura Occidentale, che
appunto aveva fatto della universalit della ragione e quindi
dellidea di una verit e di una conoscenza valida per tutti, in
ogni luogo e in ogni tempo, una costante della sua storia: sappiamo che essa era iniziata con la teorizzazione del logos greco,
aveva avuto una sua incarnazione nella filosofia cristiana medievale, che in ogni caso proponeva il messaggio evangelico in
senso universalistico ed oggettivo, per ricevere una sua laica
formulazione con la rivoluzione scientifica e lidea di una
scienza come impresa transculturale, di cui venivano celebrati i
fasti della ragione con lIlluminismo. Ora con Rorty abbiamo
il rinnegamento di tutta questa storia e il ritorno ad un etnocentrismo che, analogamente a quanto era avvenuto con lo scetticismo nel XVI secolo, pu facilmente trasformarsi in conservatorismo sociale ed in intolleranza in coerenza con la cultura
intollerante e dogmatica in cui ci si viene a trovare; insomma
in una nuova apologia dellordine esistente.
Sembra proprio che lOccidente si sia stancato di se stesso,
236

di pensarsi come il luogo privilegiato in cui, nel modo migliore, si era realizzata lavventura della razionalit. Che sia allora
nel giusto Heidegger, nel sostenere che solo un Dio ci pu
salvare? E che gli ultimi e rinnovati appelli fatti da Benedetto
XVI per difendere il logos greco legandolo strettamente alla
Rivelazione cristiana, auspicando una ragione pi ampia di
quella scientista, cos come si ritiene essa sia stata sinora esclusivamente coltivata, non siano che i prodromi di un nuovo
medioevo in cui lumanit occidentale disillusa, stanca, incapace di credere pi ai propri ideali cognitivi avuti in eredit
dalla tradizione ricevuta si riconsegna ad un sapere indiscusso e indiscutibile perch non pi frutto della ragione e della
discussione critica? E allora quella verit, che abbiamo perso
nei meandri e nelle infinite sottigliezze dellepistemologia e
della filosofia della scienza contemporanea, non sar pi accessibile allumana ragione, ma solo allo sguardo di chi sar legittimato a sollevare il burqa che ne copre il volto.

237

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
* Testi da utilizzare perch importanti per qualc1998, 153[he ragione
(e gi posseduti), ma non ancora citati nel testo.
In questi riferimenti bibliografici si adottato il criterio della essenzialit: si riportano le opere effettivamente menzionate nel testo e
nelledizione utilizzata. Se ho avuto presente la traduzione italiana, ho
indicato direttamente questa, pur fornendo come data di riferimento
quella della prima pubblicazione in lingua originale, per dare al lettore
un orientamento temporale. Se ho utilizzato ledizione in lingua originale, verr riportata solo questa, anche laddove esista una traduzione italiana.
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Indice dei nomi

Abrahamson, A., 160, 244


Achinstein, P., 64, 66, 68, 72, 73,
83, 137, 243
Adorno, Th.W., 30, 252
Agassi, J., 46, 243
Almeder, R., 146, 149, 153, 156,
157, 158, 159, 160, 243
Alston, W., 157, 243
Amsterdamska, O., 198, 243, 250
Ancarani, V., 176, 177, 183, 189,
190, 193, 195, 243
Andersen, H., 86, 88, 243, 245
Anderson, E., 222, 243
Archimede, 34
Arena, G., 120, 243
Aristotele, 16, 17, 19, 23, 25, 32,
121, 122, 123, 124
Armstrong, D.M., 154, 243
Aronson, 12, 41, 243
Ashmore, M., 184, 192, 243
Avenarius, R., 219
Ayer, A.J., 36, 159, 243
Bachelard, G., 54, 210, 243
Bacone, F., 223, 225, 226
Baldini, M., 46, 243
Baldwin, J., 161
Barber, B., 176, 243
Barnes, B., 88, 177, 182, 187, 243,
244
Barr, S., 177, 255
Bartley III, W.W., 163
Bechtel, W., 160, 244
Ben-David, J., 176, 178, 179, 244
Benedetto XVI, 241
Berger, P., 189
Bergmann, G., 48, 244
Berkeley, G., 132, 216, 244, 247,
262
Beth, E., 83
Bijker, W.E., 199, 244
Bird, A., 86, 244
Blaffer Hrdy, S., 224, 244
Bloor, D., 177, 178, 180, 181, 182,
183, 184, 185, 186, 187, 188,

190, 197, 244, 253


Bocchi, G., 141, 244, 263
Bogdanov, A., 217
Bohm, D., 83, 84, 128
Bohr, N., 72, 128, 144
Boltzmann, L., 161
Boncinelli, E., 152, 153, 244
Boole, G., 32
Bowker, G.C., 177
Boyd, R., 139, 244
Boyle, R., 52, 182, 262
Bradie, M., 153, 163, 244
Braithwaite, R.B., 40, 244
Brandon, R., 141, 244
Brorson, S., 88, 245
Bucchi, M., 200, 201, 203, 245
Bunge, M., 83
Burian, R., 141, 244
Bush,, 202
Buzzoni, M., 86, 245
Callebaut, W., 163, 245
Callebout, W., 140
Callon, M., 192, 203, 245
Campbell, N.R., 40, 161, 163, 164,
165, 169, 172, 245
Capecci, A., 110, 245
Capra, F., 228, 245
Carnap, 10, 11, 14, 33, 34, 36, 38,
40, 42, 44, 57, 60, 72, 74, 85,
86, 96, 128, 133, 151, 217, 245,
247, 251, 258, 261
Carnap, R., 7
Cartesio, R., 13, 152, 234
Cartwright, N., 84
Cassata, F., 180, 245
Cassirer, E., 57, 219, 245
Ceruti, M., 141, 180, 207, 211,
218, 244, 245, 246, 249, 263,
264
Chen, X., 96, 246
Cherniak, C., 154, 246
Cherubini, P., 82, 246
Chomsky, N., 171
Churchland, Patricia, 159, 160

261

Churchland, Patricia e Paul, 160


Churchland, Paul, 159, 160
Cini, M., 205, 206, 208, 246
Clark, A., 135, 196
Cole, S., 176, 246
Colli, G., 17, 18, 19, 246
Collins, H., 174, 177, 178, 182,
183, 189, 190, 198, 246, 258
Coniglione, F., 2, 3, 11, 17, 26, 32,
111, 130, 145, 246
Copernico, N., 112
Cornwell, J., 180, 247
Corvi, R., 110, 247
Craig, 84, 125
Crane, D., 176, 247
Craver, C.F., 44, 247
Crumley, J.K., 145, 247, 253
DAlembert, 189
Danailov, A., 162, 163, 247
Darwin, C., 38, 162, 169, 224, 260,
261
Davidson, D., 235, 253, 260
De Finetti, B., 74
de Oliveira, P., 85, 258
Derrida, J., 190, 234, 240
Dewey, J., 30, 134, 161, 233, 247
Dilthey, W., 125
Dilworth, C., 84
Dobzhansky, T., 162
Doell, R., 225, 255
Dolby, R.G.A., 178, 247
Douglas, M., 177
Dretske, F., 154, 157, 247
Duhem, P., 35, 41, 46, 182, 247
Dummett, M., 146, 247
Durkheim, E., 177
Earman, J., 85, 247
Edge, D., 174, 177
Eibl-Eibesfeldt, I., 171
Einstein, A., 11, 34, 132, 144, 197,
245, 252, 255, 257, 260
Eisler, R., 162
Ellul, J., 200
Elzinga, A., 177
Engel, P., 58, 154, 157, 158, 247
Eraclito, 28
Evans-Pritchard, E.E., 177
Fantini, B., 162, 248
Farrell, R.P., 110, 248

Fausto-Sterling, A., 224, 248


Feigl, H., 10, 34, 41, 59, 248
Feyerabend, P.K., 5, 8, 21, 48, 62,
65, 68, 69, 70, 71, 73, 76, 79,
81, 83, 84, 96, 99, 104, 106,
108, 110, 111, 112, 113, 114,
115, 116, 117, 118, 120, 121,
122, 124, 125, 126, 127, 128,
129, 130, 131, 132, 133, 135,
136, 138, 139, 173, 202, 205,
213, 222, 227, 232, 233, 236,
238, 239, 240, 245, 246, 247,
248, 249, 252, 256, 257, 258,
259
Fleck, L., 87, 88, 89, 118, 130, 173,
210, 245, 246, 249, 261
Foucault, M., 81, 191, 234
Fox, M.F., 177
Fox-Keller, E., 223, 226, 249
Frank, P., 34, 36, 249
Frege, G., 32, 58, 134, 144, 146,
247, 249
Friedman, M., 85, 135, 147, 178,
183, 186, 249
Fuller, S., 11, 86, 204, 209, 249
Galilei, G., 14, 56, 117, 173, 206
Galileo, 13, 22, 23, 32, 37, 54, 112,
116, 122, 129
Galison, P., 135
Garfinkel, H., 177
Gargani, A., 214, 218, 221, 249
Gavroglu, K., 98, 250
Giacomantonio, F., 174, 250
Giere, R., 29, 86, 143, 149, 150,
159, 160, 163, 177, 196, 244,
250
Gilbert, G.N., 178, 190, 191, 250
Gingras, Y., 198, 250
Giordano, G., 86, 250
Girotto, V., 82, 250
Gleick, J., 140, 209, 250
Glymour, C., 135, 239, 250
Gdel, K., 134
Godfrey-Smith, P., 181, 182, 230,
250
Goldman, A., 154, 156, 157, 250
Golgi, C., 66
Goodman, N., 177
Goudaroulis, Y., 98, 250

262

Gramsci, A., 30, 250


Grant, J., 180, 202, 250
Grobler, A., 138, 250
Guillermin, 193
Haack, S., 153, 156, 250
Habermas, J., 177
Hackett, E.J., 174, 199, 209, 245,
250, 262, 264, 265
Hacking, I., 80, 105, 192, 194, 251
Hahlweg, K., 161, 163, 244, 251
Hahn, H., 36, 251
Hanson, N.R., 62, 66, 67, 76, 77,
83, 84, 251
Haraway, D., 224, 251
Harding, S., 221, 223, 226, 230,
231, 251, 255
Harman, G., 139, 154, 251, 253
Harms, W., 163, 244
Hartmann, N., 33
Hegel, G.W.F., 126, 127, 128, 131,
132, 185, 220, 240, 251
Heidegger, M., 19, 20, 21, 134,
200, 233, 234, 240, 241
Hempel, 10, 11, 12, 14, 27, 29, 30,
34, 40, 41, 42, 43, 45, 48, 51,
53, 54, 55, 60, 62, 64, 65, 69,
73, 74, 75, 76, 83, 251, 252,
261
Hempel, C.G., 7
Hesse, M., 137, 177
Hobbes, T., 182, 262
Hffding, H., 162
Holton, G., 144, 145, 252
Hooker, C.A., 161, 163, 244, 251
Horgan, T., 160, 252
Horkheimer, M., 30, 252
Horton, R., 177
Horwich, P., 86, 247, 252
Hoyningen-Huene, P., 80, 86, 96,
110, 252, 258
Hubbard, R., 224, 252
Hughes, T.P., 199, 244
Hull, D., 41, 141, 163, 252
Hume, D., 14, 37, 59, 125, 237
Husserl, E., 125, 152, 188, 189,
253
Huxley, J.S., 162
Huxley, T.H., 161
Izzo, A., 174, 254

Jacobs, S., 173, 254


James, W., 134, 217, 233, 235,
245, 262
Jameson, F., 191
Jasanoff, S., 177, 199, 201, 202,
254
Jerusalem, W., 162
Jodkowski, K., 77, 89, 254
Joravsky, D., 180, 254
Kahneman, D., 82, 253
Kant, I., 14, 35, 36, 57, 132, 163,
166, 167, 168, 210, 216, 219,
258
Kelly, G., 211
Kemeny, G., 48, 253
Kemp, S., 187, 253
Kempis, G., 98, 253
Keplero, J., 50, 54, 55, 56, 78, 112,
144
Ketchum, R., 147, 253
Kim, J., 146, 147, 253
Kisiel, T., 136, 253
Kitcher, P., 82, 141, 146, 154, 253
Knorr-Cetina, K.D., 193, 196, 198,
253
Kolmogorov, A.N., 35, 74
Kornblith, H., 148, 153, 154, 155,
253, 263
Krajewski, W., 208, 253
Kripke, S., 139, 253
Kristeva, J., 191
Kuhn, T., 5, 8, 46, 48, 62, 65, 67,
69, 76, 82, 83, 84, 85, 86, 87,
88, 89, 90, 91, 92, 93, 94, 95,
96, 97, 98, 99, 100, 101, 103,
105, 108, 110, 111, 128, 130,
136, 137, 138, 139, 142, 144,
145, 173, 177, 178, 179, 199,
210, 211, 222, 227, 231, 236,
237, 243, 244, 245, 246, 247,
249, 250, 252, 253, 254, 256,
257, 258, 260, 261, 264, 265
Kuipers, T.A.F., 136, 254
Kukla, A., 210, 254
Kulka, T., 98, 254
Kulpe, O., 162
Lakatos, I., 5, 8, 94, 97, 98, 99,
100, 101, 102, 103, 104, 105,
106, 107, 108, 109, 110, 111,

263

112, 128, 136, 137, 142, 178,


211, 248, 250, 253, 254, 255,
256, 257, 265
Lamb, D., 110, 259
Lanfredini, R., 66, 255
Laplace, P.-S. de, 222, 225
Latour, B., 177, 189, 192, 193,
194, 195, 196, 197, 198, 201,
205, 243, 244, 255, 261, 264
Laudan, L., 45, 47, 137, 138, 250,
255
Law, J., 192
Legrenzi, P., 82, 250
Leibniz, G.W., 14, 176
Lenin, I., 128, 200
Lenneberg, 171
Lewes, G.H., 162
Licata, I., 205, 216, 255
Lloyd, G., 223, 255
Longino, H., 225, 230, 231, 251,
255
Lorenz, K., 5, 160, 161, 163, 164,
165, 166, 167, 168, 169, 170,
171, 217, 255, 256, 264
Lovelock, J., 223, 228, 229, 256
Lycan, W., 154, 159, 256
Mach, E., 35, 46, 125, 161, 219
Machamer, P., 12, 79, 81, 247,
251, 256, 265
MacIntyre, A., 177
MacKenzie, D.-J., 183, 185, 199,
256
MacLeod, R., 174, 177
Maffie, J., 154, 256
Malolo Dissak, E., 110
Mandelbrot, B., 141, 256
Mannheim, K., 174, 176, 177, 244,
256, 258
Mao Tse-Tung, 128
Marcuse, H., 106, 200
Margulis, L., 228
Marshall, H.R., 162
Marx, K., 177, 220
Masterman, M., 90, 256
Maturana, H., 142, 211, 215, 256
Maxwell, N., 94, 248, 256
Mayr, E., 162
McCauley, R., 160, 256
Meja, V., 174, 256

Merchant, C., 226, 227, 256


Merton, R.K., 45, 173, 175, 176,
177, 178, 256
Mies, M., 225, 257
Mill, J.S., 232
Montuschi, E., 231, 257
Mooney, C., 202, 257
Morin, E., 141, 257
Morris, C., 85
Motterlini, M., 98, 101, 102, 257
Mulkay, M.J., 174, 178, 190, 191,
250, 257
Munevar, G., 110, 257, 259
Nagel, 11, 41, 44, 48, 49, 50, 51,
52, 54, 63, 69, 71, 107, 128,
248, 257, 259
Nagel, E., 7
Nelson, 26, 251
Neresini, F., 203, 245
Nersessian, N., 136, 257
Neurath, O., 11, 36, 109, 143, 251,
257
Newton, 14, 34, 50, 54, 56, 102,
129, 132, 176, 204, 213, 250,
257, 258, 261
Nickles, T., 32, 68, 77, 78, 79, 80,
86, 88, 89, 105, 243, 249, 254,
257, 261, 265
Nicolacopoulos, P., 98, 250
Nicolis, G., 140, 258
Nielsen, K., 233, 258
Nietzsche, F., 134, 240
Nola, R., 96, 258
Nowak, L., 84, 103, 258
Nowakowa, I., 103, 208, 258
Nowotny, H., 182, 258
Nozick, R., 30, 258
Oberheim, E., 110, 258
Oeser, E., 163
Okruhlik, K., 231, 258
Oldroyd, D., 66, 258
Omero, 19, 121
Oppenheim, P., 27, 48, 252, 253
Ossterreich, K., 162
Pagnini, A., 146, 258
Paracelso, 226
Parmenide, 120, 121
Parrini, P., 36, 258
Pask, G., 211

264

Pearson, K., 25, 258


Pels, D., 178, 258
Pera, M., 16, 26, 257, 258
Piaget, J., 82, 210, 216, 217
Pickering, A., 174, 182, 246, 258
Pinch, T., 177, 189, 195, 199, 244,
254, 258
Pindaro, 18
Pixten, R., 163
Planck, M., 94
Plantinga, A., 154, 259
Platone, 17, 25, 32, 33, 106, 121,
239
Poincar, H., 35, 47, 161, 259
Polanyi, M., 18, 62, 88, 89, 99,
130, 190, 227, 259
Pollock, E., 180, 259
Popper, 8, 11, 15, 23, 24, 26, 30,
31, 36, 37, 40, 45, 47, 48, 54,
55, 56, 57, 59, 62, 63, 65, 74,
83, 86, 90, 94, 95, 96, 97, 98,
99, 101, 103, 104, 106, 107,
108, 110, 111, 112, 124, 125,
128, 132, 133, 134, 158, 163,
164, 172, 208, 211, 216, 255,
256, 259, 261, 265
Popper, K.R., 7
Preston, J., 110, 259
Prigogine, I., 140, 208, 258, 259
Putnam, H., 12, 40, 64, 66, 72,
139, 140, 259
Quine, Wv.O., 37, 48, 62, 64, 153,
154, 157, 159, 182, 234, 260
Ramsey, F.P., 40, 125, 157, 260
Rapaport, A., 83
Reichenbach, H., 10, 11, 26, 34,
36, 43, 45, 57, 77, 88, 147, 260
Reisch, G., 85, 260
Rescher, N., 163
Richards, R.J., 161, 260
Richardson, A., 135
Riedl, R., 163, 169, 260
Riegler, A., 211
Riehl, A., 162
Robespierre, M., 115
Rorty, R., 5, 84, 135, 144, 149,
153, 233, 234, 235, 236, 237,
238, 239, 240, 241, 260
Rose, H., 182, 258

Rosenberg, A., 141, 243, 261


Rouse, J., 86, 135, 136, 140, 142,
261
Rovatti, P.A., 126, 214, 261, 264
Ruse, M., 41, 141, 163, 172, 261
Russell, B., 17, 26, 32, 38, 150,
151, 159, 246, 261
Ryckman, T., 135
Ryle, G., 233
Salmon, W.C., 10, 41, 62, 65, 85,
261
Sankey, H., 96, 261
Sardar, Z., 86, 261
Sarton, G., 46
Savage, 74
Schaffner.F., 48, 68, 73, 261
Schally, W.A., 193
Scheffler, I., 41, 261
Scheler, M., 174
Schelling, F., 131, 251
Schickore, J., 57, 80, 252, 258, 261
Schiebinger, L., 226, 261
Schlick, M., 11, 14, 17, 19, 33, 36,
43, 151, 159, 217, 261, 262
Schmitt, F.S., 154, 253
Schnelle, T., 88, 246, 249, 261, 262
Schwabe, O., 162
Searle, J., 37, 262
Sellars, W., 62, 139, 262
Senofane, 120, 121
Sesto Empirico, 25, 26
Shaffer, S., 182, 262
Shapere, D., 90, 136, 262
Shapin, S., 177, 179, 182, 184,
198, 262
Shiva, V., 227, 228, 229, 262
Shrum, W., 177
Shulman, S., 202, 262
Simmel, G., 161, 217
Simpson, G.G., 162
Sismondo, S., 199, 202, 209, 262
Skinner, B.F., 41, 262
Sklar, L., 68, 262
Slovic, P., 82, 253
Smart, J.J.C., 139, 262
Sober, E., 141, 262
Sosa, E., 149, 154, 262
Spellman, J., 154
Spencer, H., 161, 168

265

Spinoza, B., 14
Stark, W., 174, 263
Stehr, N., 174, 256
Stein, E., 154, 162, 263
Steinle, F., 57, 80, 252, 258, 261
Stengers, I., 206, 208, 259, 263
Stich, S., 154, 263
Storer, N.W., 176, 256, 263
Stroll, A., 32, 263
Stroud, B., 145, 263
Sturdy, S., 198, 263
Suppe, F., 12, 50, 52, 53, 61, 64,
72, 73, 74, 83, 84, 252, 262,
263
Suppes, P., 34, 41, 48, 73, 74, 75,
76, 83, 259, 263
Tagliagambe, S., 180, 263
Tannery, P., 46
Tarski, A., 31, 259
Thom, R., 141, 263
Thorndike, L., 46
Tgel, C., 162, 163, 247
Tolomeo, C., 120
Toulmin, S., 32, 33, 34, 44, 53, 59,
62, 73, 77, 80, 81, 83, 84, 137,
163, 263
Travis, G.D.L., 189
Turner, S., 173, 264
Tversky, A., 82, 253
Vaihinger, H., 217, 219
Van den Belt, H., 198, 264
van Fraassen, B., 83, 135, 264
Varela, F., 142, 211, 218, 256, 264
Vasta, S., 161, 166, 256, 264
Vattimo, G., 126, 214, 261, 264
Villani, G., 140, 264
Volkman, P., 162
Vollmer, G., 163

von Bertalanffy, L., 141


von Dietze, E., 86, 264
von Foerster, H., 211, 214, 218,
264
von Glasersfeld, E., 211, 214, 215,
216, 217, 218, 264
von Neumann, R., 34, 83
von Uexkll, J., 167, 264
von Wright, R., 28, 264
Wajcman, J., 199, 250, 256
Waldrop, M.M., 140, 264
Washington, G., 79
Watzlawick, P., 142, 211, 219, 220,
264
Weber, M., 30
Weinert, F., 194, 264
Whewell, W., 161
Whitley, R.D., 176, 178, 195, 264
Williams, M., 233, 265
Winch, P., 178
Windelband, W., 162
Wittgenstein, L., 17, 62, 89, 125,
134, 146, 177, 178, 182, 183,
222, 233, 244, 265
Woodard, P., 160, 252
Woodger, J.H., 48, 265
Woolgar, S., 184, 190, 192, 193,
195, 199, 255, 265
Worrall, J., 47, 94, 98, 255, 265
Wuketis, F.M., 161, 265
Wuketits, F.M., 163
Wyatt, S., 199, 200, 265
Wynne, B., 189
Yearley, S., 198, 199, 246, 265
Zanarini, G., 141, 265
Zermelo, E., 34
Zerzan, J., 21, 208, 265
Ziehen, T., 162

266