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Perch beviamo il caff al mattino? Tutta colpa di Caporetto

Lo straniero passa, litaliano no: la battaglia del Piave in campo gastronomico assume un esito opposto rispetto a
quello che avrebbe avuto nelle trincee. La bevanda di origine straniera, ovvero il caff, solo dopo la prima guerra
mondiale entra a far parte della prima colazione di tutti gli italiani. Un alimento che stava alla base della dieta
popolare di parecchie regioni dellItalia settentrionale, il riso, diventa lincubo dei soldati meridionali che, una volta
tornati a casa, si rifiuteranno di mangiarlo ancora per dimenticarsi delle orride minestre di riso che arrivavano in
trincea.
Il tema di Storia di questanno il tradizionale festival della storia che si tiene a Gorizia a fine maggio
Trincee e ci sar ampio spazio anche per questioni di carattere gastronomico.
Le arance sullAdamello
La guerra ha assunto unenorme importanza per la dieta degli italiani. Barbara Bracco, docente di storia
contemporanea allUniversit Bicocca di Milano, ha ricordato di recente il diario di un ufficiale degli alpini in cui si
racconta della sorpresa dei soldati originari dellAbruzzo schierati sullAdamello quando arrivano in prima linea
casse piene di strane palle arancioni, mai viste in precedenza. Gli alpini le afferrano e le mangiano cos come si
trovano e sta allufficiale spiegare che bisogna sbucciarle e che si chiamano arance.
Le miniere di bollito
Si racconta che i soldati meridionali, si ritrovassero in trincea per la prima volta ad avere a che fare con un cibo a
loro sconosciuto, il bollito, che invece uno stato maggiore ad alto tasso di piemontesi fa distribuire in abbondanza
nelle caldaie portate al fronte. La leggenda narra ma forse qualcosa di pi di una storiella che i fanti
settentrionali prendessero in giro i commilitoni meridionali raccontando loro che esistevano le miniere di bollito,
dove la carne si estraeva tagliandola direttamente dalle pareti della gallerie sotterranee, un po come si fa con il
carbone. E pare che invariabilmente qualche ingenuo ci cascasse, con gran divertimento di tutti gli altri.

Il caff arriva in Europa nel XVI secolo (la prima citazione di un ambasciatore veneziano presso il sultano
ottomano, nel 1573), per circa un centinaio danni viene considerato un medicinale e poi, a met Seicento, si
cominciano ad aprire i primi caff dEuropa (Venezia 1645, Oxford 1650). Lilluminismo trasforma il caff nella
bevanda della borghesia attiva in contrapposizione alla cioccolata propria della molle aristocrazia. E cos lo
descrive il torinese Giuseppe Baretti nel suo Glitaliani, pubblicato nel 1818, ma riferito a un paio di decenni
prima: in citt i borghesi al mattino bevono caff, ma non il popolo. La generalit de nostri contadini e del basso
popolo, fa colezione con della polenta, sulla quale, quando ben calda, sparge del butirro fresco e qualche fetta
di cacio. E infatti, la prima colazione dei soldati al fronte una specie di mix delle prime colazioni contadine di
mezza Italia. La circolare del novembre 1916 stabilisce che mangino fichi secchi o castagne (dai 120 ai 150
grammi), quindi mandorle, noci, nocciole o formaggio (40 grammi), olive, sardine o aringhe (30 grammi) e due etti
di mele fresche.
Caporetto e dopo fu caff a colazione
Ma quando, allindomani della sconfitta di Caporetto, lesercito italiano si rischiera lungo il Piave, c bisogno che i
fanti stiano ben allerta per non far passare lo straniero. E quindi che bevano caff. La circolare del novembre
1917 prevede che al mattino vengano distribuiti otto grammi di caff e dieci di zucchero. Nel tempo le dosi
saranno aumentate fino ad arrivare a venti grammi. I soldati, una volta tornati a casa, continueranno a bere caff
al mattino, determinando in tal modo un cambiamento definitivo della prima colazione di tutti gli italiani.
Anche i nemici fanno colazione col caff. Nella dotazione personale di ogni soldato austroungarico compresa
una confezione di Kaffeeconserve ovvero una sorta di caff liofilizzato che pu essere sciolta in acqua sia
calda, sia fredda, e che viene spesso usata per la prima colazione.
Il riso, invece, viene respinto con perdite. Anche questo alimento di origina araba, ma penetra in Italia qualche
secolo prima del caff, attraverso la Sicilia. Usato allinizio come medicinale in vendita dagli spezieri, a mano a
mano che passa il tempo la sua coltivazione si allarga. Una lettera del 1473 di Galeazzo Maria Sforza, conservata
allarchivio di stato di Milano, riporta: Essendosi principiato a seminare il riso nel ducato di quella nostra citt
Nella seconda met del XV secolo, quindi, il riso esce dalle botteghe di spezierie per entrare, sotto forma di
minestra e di risotto, nella dieta degli italiani del nord: cotto assieme agli avanzi del giorno prima (carne o
verdure), alle rigaglie di pollo, a pesce di scarsissimo valore (il disprezzato ghiozzo, che tuttavia fornisce un brodo
sopraffino) costituisce un piatto popolare, alla portata di chiunque. Ne esistono s anche versioni pi
aristocratiche, tipo il risotto alla milanese, con midollo di bue e zafferano, la spezia gialla che rappresenta loro, o i
risi e bisi che il doge di Venezia mangia ogni 25 aprile, festa di San Marco, patrono della citt, ma la sostanza non
cambia: tutti conoscono il riso. NellItalia meridionale riso se ne mangia poco e quel poco un cibo di lusso:
compone ricchissimi sart napoletani, con pomodori, melanzane fritte, uova sode, polpettine di carne; profumate
tielle pugliesi, con cozze, patate, verdure; fragranti tummale siciliane, con pollo, polpettine, formaggio. Anche nella
versione di cibo da strada, il riso nel meridione un alimento ricco: arancini e suppl sono farciti con rag,
formaggio, piselli. Si capisce bene che non si tratta di nutrimento alla portata di tutti: i poveracci che sopravvivono
a pane, cipolle e pomodori, simili leccornie possono giusto intravederle qualche volta sulle tavole dei signori.
Il riso al fronte sciacquapanza
Il riso viene distribuito al fronte nella versione settentrionalizzata e ha tutto per venire disprezzato dai meridionali.
Alimento da sciacquapanza, da gente nutrita a brodaglia, che mangia cose insulse tipo la polenta, quando
arriva in trincea quel detestabile intruglio bianco, scaldato e riscaldato nelle casse di cottura portate a dorso di
mulo, ormai una specie di pastone tiepido, stracotto, che si mangia solo per non restare a stomaco vuoto.
Come scrive Massimo Alberini, giornalista e storico dellalimentazione: Reclute e anziani di Campania, Puglia,
Calabria, isole, formulano una specie di giuramento: mai pi minestra di riso in vita mia. E lo mantengono,
spesso trasmettendolo in eredit alla famiglia. Questo il motivo per cui, per almeno un cinquantennio, il risotto
penetra con estrema difficolt nellItalia meridionale.
Infine un accenno al valore simbolico del cibo legato alla guerra. Nulla di sorprendente che dagli scavi attorno alle
trincee saltino fuori i cartelli con scritto Makaroni o Spaghetti Stellung con i quali i soldati austriaci indicavano
le posizioni italiane. Pi sorprendente venire a sapere che alcuni soldati di Grado, fino allultimo Kaisertreu (fedeli

allimperatore), si rifiuteranno per sempre di mangiare gli alimenti iconici dellodiato invasore italiano. Riferisce il
libro di Bruno Scaramuzza,Soldati gradesi nella prima guerra mondiale che Stefano Maran, pescatore,
combattente nellimperiale e regio reggimento n. 97 (quello di stanza a Trieste), viene ferito e rimane invalido.
Tornato a casa, ci dicono che rifiut sempre di mangiare gli spaghetti al pomodoro, fatti conoscere a Grado dai
soldati italiani. Il suo compaesano Nicol Lugnan, pescatore pure lui, invece evita per tutta la vita (morir nel
1984) di mangiare il pomodoro in quanto simbolo di italianit