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marted, 10 giugno 2008
La lingua di nessuno (ancora sull'editoria)
Linsana sintesi-fusione editoria/mercato si basa anche sullansia del genere. Quando si scrivono
libri nel genere (peggio ancora se di genere) finita. Tanto meglio poi, per editori e lettori se ci si
prova a riscoprire un genere letterario un po, come dire, ammuffito.
Basta vedere la fregola editoriale degli ultimi anni: la rinascita del romanzo storico, familiare (o
della saga storico/familiare), nuove forme di romanzo postmoderno e/o picaresco e/o davventura, il
noir e le sue declinazioni, la new italian epic (questorrida patria messa in piedi con tanto di storia
generazionale). Ci mettiamo dentro gli scrittori di provenienza: la narrativa di e su Napoli (le
scorreggine di una Parrella, ben scritte, ben dette, compitino da sufficienza), o la narrativa (italiana)
da circolletto/cooperativa stile minimum fax. E mettiamoci anche la narrativa dindagine,
impegnata ma anche un po aulica, tanto per non dimenticare di esser stati educati a pizzette e vati.
La cosa peggiore e che accanto ai critici, sempre pi pronti a spappagallare quello che passa il
convento delle donnine degli uffici stampa editoriali, la promozione del genere e della trama senza
falle da parte di direttori editoriali (o lautopromozione, come il caso della new italian epic) si porta
dentro una bella stiratura della lingua (anche quando pi articolata), secondo il vecchio adagio
sintetizzato da una certa linguistica russa per la quale il linguaggio vale come strumento, mezzo di

trasporto capace di traghettare un concetto, unimmagine da A a B e pace. E allora: perch


leggere un libro illeggibile se ne se pu leggere uno leggibile, da ombrellone, da vigilia di natale, da
autobus, da metropolitana, da giorno di pioggia? E allora perch andarsi a sorbire un ritratto di
Bacon quando c chi le facce le dipinge a dovere? Un po come se un gallerista avesse accusato un
paesaggista della scuola di posillipo di aver sbagliato colore del cielo
Dopotutto le case editrici di massa lo sanno bene (ma chi non lo sa) che la parola non vende, che la
visione (non dico weltanschauung), caso personalissimo e a limiti del patologico, fuori mercato.
Si possono vendere sogni (omologabili), ma con le visioni va malaccio. E qualora si vendano
visioni perch sono entrate a far parte dellumanit, della condizione umana voglio dire: ve lo
immaginate Kafka come fenomeno di massa? Kafka, in quanto classico, semplicemente un
fenomeno dellumanit.
Film e fiction
La differenza che passa tra un libro fondato sul genere (e sulla trama) e un libro in cui il linguaggio
ha ancora una funzione (fossanche quella di fondare un genere) un po come quella che passa tra
due film che oggi tirano molto: Gomorra di Garrone e Il divo di Sorrentino. Se ci limitiamo al caso
(e mi rendo conto che si potrebbero fare ben altri esempi), il primo sembra un film girato da un
operatore di macchina, mentre il secondo appartiene a un regista. Il primo non crea nulla, rimastica
semplicemente il libro e lo sputacchia a mo di bolo intrigante, avvincente; il secondo invece
almeno fa un film, cio capace di visione, ed infatti ben pi violento, bruciante. tutta la
differenza che passa tra un regista, che fa e vede il film, e un operatore di macchina, un tecnico,
esecutore di un disegno a monte (suo malgrado esiste un Gomorra-libro gia molto visto) che si
limita a sbucciare la patata e lessarla.
Tanto pi poi che oggi si va al cinema in genere non per vedere un film ma per seguirlo. La massa
rincretinita (e sovrana) chiede un bel film, una trama (bella o meno), vuole sapere come inizia,
come va a finire e le si d, giustamente e sovranamente, quel che vuole.
Cos come la massa rincretinita (sul concetto basta leggersi Freud) non vuole vedere nulla, allo
stesso modo nei film, sempre pi spesso, non c nulla da pi vedere. Si arruolano masse di
scimmiette/sceneggiatori o di scimmiette/scrittori che hanno mandato a memoria i canoni,
hollywoodiani o meno, del buon sceneggiatore perch venga su la trama, lagnizione, il
divertissement, con sempre maggiore scaltrezza, e sempre pi votati a spompinare lattenzione dello
spettatore pi che la sua immaginazione.
Sul versante televisivo, poi, non un caso lormai reiterata e stagionale invasione da parte di una
muta di fiction che da un celebre romanzo ricavano un perfetto cadavere, quella cosa priva di vita e
di senso fatta di nulla e fatta per il nulla, che ci allieta i dopocena.
Ma tant. La massa sovrana e come tale anche alla fine autore di quegli stessi film e fiction (e
libri) per lei confezionati.
Case di produzione libraria
Bisognerebbe rinominare la case editrici di massa case di produzione libraria. lo stesso infatti il
canone che sostiene la produzione di film, finction per la tv e libri. La stessa linsipienza dei critici,
la stessa la mediocrit sovrana, la stessa la tendenza a omologare la lingua e la stessa lossessione
per il genere, per la definizione di una scuola, di una corrente, di una combriccola.
Gli scrittori lo sanno, impastano i loro libri di giri di frase e trama, un occhio al bello stile (ma non
troppo) e uno al dipanarsi della storia. Se proprio non sono deficienti, sono in grado anche di
articolare anche un periodo lungo, tuttavia senza osare passare il segno. Ossessionati dalla lingua

magari lo sono anche, ma non tanto da reinventarla, non tanto da farne il perno della loro visione
della vita, o la ragione stessa, se c, della stessa scrittura.
Lo scrittore di potere
E poi c lo scrittore di potere, in pieno amplesso da salotto, da ricevimento, da giuria letteraria
votante. Con lui c leditor/mercante, il nous dello scrittore, la sua anima e il suo intelletto
nascosto. Talvolta vi si accompagna quel contrabbandiere dellagente letterario, figura
massimamente e devotamente ignorante che gira con la sua poliglotta valigetta di sinossi alla fiera
di Francoforte per vendere/comprare altre sinossi da altri contrabbandieri.
La nota di Busi (da Nudo di Madre)
E per finire questa bella nota, di uno scrittore. Nel 1985 Domenico Porzio buonanima, storica
eminenza grigia delleditoria in tutto meno che in materia cerebrale, letto Vita standard di un
venditore provvisorio di collant, mi fa, Ma Busi, questa parola difficile, e poi intraducibile, e
io, E chi se ne frega!, Porzio, Ma Moravia, quando glielo facevo notare, mi ringraziava e metteva
un sinonimo o cambiava il giro di frase, e io, Infatti, si vede, Porzio, cos che stato
tradotto in cinquanta lingue!, e io, Ah, pensavo che fosse toccato solo allitaliano, poverette anche
loro, Porzio, Ma Busi, questo periodo dura tre pagine, va spezzettato, troppo impegnativo per il
lettore Ma Busi, questa scena un pugno nello stomaco, si pu dire tutto ma con pi stile, e tutto
questo sesso, tutto questo crudo, e cos via affettando di fettina in fettina.

postato da: alessandrocappa alle ore 10:39 | Link | commenti


categoria:e-revolver
gioved, 29 maggio 2008
Il funzionario editoriale
Ho letto un post di Carvelli sul rapporto tra editing e autore, sotto il segno della "deiezione". Poi, mi
capitato di vedere un breve filmato che ritrae un velenoso Bianciardi (tra i miei autori preferiti)
durante unintervista sulla nascente figura delleditor. Era da giorni che riflettevo sullargomento.
Innanzitutto, mi faceva sorridere che Bianciardi si riferisse a colui che oggi identifichiamo come
editor chiamandolo, giustamente, il funzionario editoriale; quasi a intendere che,
nellimmaginario del tempo, questa figura sia stata perlopi percepita alla stregua di un tecnico,
lontana dallaura culturale, socratica che oggi emana.
Ma c una cosa che mi ha fatto pensare pi che altro: Bianciardi nega senzindugio che vi possa
essere su un (suo) romanzo un intervento di editing, pena la libert stessa dellautore.
Raccontando poi della vicenda editoriale de La vita agra, ricorda come il primo editore a cui si
rivolse gli aveva proposto una riscrittura integrale del testo a quattro mani; lui insieme al suddetto
funzionario editoriale. Lopera, per fortuna, fu immanente portata a un altro editore e pubblicata
tal quale era. E fu, come si sa, un successo.
E oggi? Come suonerebbe laffermazione di Bianciardi? Assurda, credo. Ridicola. Perch oggi
pubblicare un libro senza un preventivo e decisivo intervento delleditor sembra impensabile. Anzi,
semplicemente, impensabile.
Un testo (un testo pubblicabile sintende), ci vien detto, cos come si presenta in redazione (per
raccomandata, per interposta persona, per mail, se lautore gi affermato) ha sempre e

inevitabilmente, dei problemi; grandi o piccoli, di struttura o di stile, circa la trama o il dialogo, di
coerenza interna tra le sue parti o di registro, ma li ha. Di solito cos. Un manoscritto ha sempre
dei problemi, ecco tutto. Ma resta il fatto che lassunto di base somiglia pi un dogma che non a
unanalisi. Un testo ha problemi, sempre. Ergo: lediting.
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postato da: alessandrocappa alle ore 11:22 | Link | commenti (9)
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marted, 08 aprile 2008
La rimozione dell'inconscio
Ho un amico da pi di ventanni. Da dieci anni quasi questo mio amico in cura per ci che viene
definito disagio mentale. Inizialmente da una psicoterapeuta cognitivista-comportamentale.
Successivamente da uno psicoterapeuta sistemico-relazionale. Nel frattempo questo mio amico
stato in cura da alcuni psichiatri per laggravarsi del suo disagio. Il primo era uno anziano
psichiatra, vecchia scuola, vecchie maniere. Lidea di fondo che questo mio amico fosse malato di
depressione, col che sintende a vita malato di depressione. Poich, sintende, secondo il vecchio
psichiatra che lo ha tenuto in cura eravamo di fronte a un trauma organico-chimico. La cura stata
soprattutto a base di antidepressivi e stabilizzatori dellumore. Successivamente il mio amico ha
abbandonato sia la terapia cognitivista-comportamentale che lo psichiatra vecchia maniera e nel
corso di due anni ci che gli era stato diagnosticato dalla dottoressa come nevrosi ossessiva con
punte psicotiche si aggravata. Lanno scorso il mio amico ha avuto una forte ricaduta. Una notte,
dopo una settimana di deliri paranoici pi o meno acuti il mio amico si inginocchiato sotto larco
della porta dalla sua stanza da letto mi ha pregato di portarlo in una clinica psichiatrica. L lo
hanno sedato. Da ci, non dopo molta fatica, seguita una cura nuova. Il secondo psichiatra, meno
conservatore del primo, si espresso inizialmente in merito a una lieve psicosi, poi ha virato
verso un disturbo ossessivo-compulsivo, infine, a seguito del miglioramento del mio amico, verso si
espresso per un problema in gran parte esistenziale. La cura: neurolettico risperdal (25 ml,
intramuscolare, ogni due settimane) e antidepressivi, con la riserva-promessa che ne sarebbe uscito
solo se si fosse aperto al mondo, alle persone, alle relazioni. Nel frattempo il mio amico ha
intrapreso una terapia sistemico-relazionale. Diagnosi non del tutto pervenuta, ma tendente al
disturbo borderline con elementi di delirio megalomane. Abbandonata anche questa terapia (per
acclarata incapacit da parte del mio amico di affidarsi allo psicoterapeuta) il mio amico ha
consultato un nuovo psichiatra di stampo fenomenologico il quale, nel corso di una seduta assai
breve (scarsa mezzora a quanto mi stato riferito) ha diagnosticato un disturbo borderline
escludendo categoricamente la nevrosi ossessiva e prevedendo come cura laumento del risperdal
(50 ml), soliti antidepressivi e laggiunta del carbonato di litio, per lumore. Il mio amico sbalordito
da simile novit diagnostica (ma anche un po allettato da un eventuale cambiamento del suo stato
offerto da questa nuova terapia) ha contattato nuovamente la prima dottoressa cognitivistacomportamentale, la quale ha per categoricamente escluso trattarsi di un disturbo borderline
affermando che il quadro clinico di riferimento resta la nevrosi ossessiva, bench vi siano state
punte, accessi di psicosi (elementi che presumo se sottolineati in quella mezzora dal mio amico han
lasciato pensare al disturbo borderline).
Alla fine della fiera tutti, chi pi chi meno categoricamente, hanno escluso il ricorso alla terapia
psicoanalitica, sulla base di una non ben chiarita ipotesi che per un soggetto come il mio amico tale
terapia porterebbe ad accentuare quel versante introspettivo (introspettivo hanno detto) del suo
carattere, aspetto che gi troppo lo ha danneggiato.
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postato da: alessandrocappa alle ore 10:25 | Link | commenti (5)
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luned, 18 febbraio 2008

La dottrina della colpa


Ho sempre rifiutato un certo nichilismo daccatto (contemporaneo), la mesta espressione di
uninsoddisfazione qualunque, la debole digressione svalutativa solo formalmente nichilista, che nel
rifiutare ogni fondamento rifiuta anche l'imbarazzo stesso della nascita.
Dal punto di vista filosofico vale ancora laffermazione di Nietzsche a conclusione della
Genealogia della morale: Luomo preferisce ancora volere il nulla, piuttosto che non volere. E chi
conosce il pensiero di Nietzsche sa quanto egli fosse lontano da prospettive ascetiche, quanto poco
gli andasse a genio lideale della rinuncia, la pigra attestazione che, semplicemente, tutto niente
e quanto allo stesso tempo difendesse la vita dallodio contro lumano, pi ancora contro il ferino,
pi ancora contro il corporeo, e da questa ripugnanza ai sensi, alla ragione stessa, e dal timore
della felicit e della bellezza, questo desiderio di evadere da tutto ci che apparenza,
tramutamento, divenire, morte, desiderio, dal desiderare stesso (cito dalla Genealogia).
Prendo a esempio Nietzsche (come avrei potuto altrettanto riferirmi a Leopardi o Dostoevskij)
perch colui che grida Dio morto non altres colui che nel privare la morale e lesistenza stessa
di un fondamento, anzi, del fondamento, paventa allo stesso tempo lidea che la vita sia nulla.
Tuttaltro.
Ma evocare Nietzsche significa anche evocare un pensatore che si battuto contro lidea della colpa
come condizione della morale cristiano-cattolica e della nostra civilt. La cosa mi venuta in mente
leggendo un intervista concessa a la Repubblica (14/02/2008) dal ministro della Sanit vaticano il
cardinale Javier Lozano Barracan a proposito del caso di sequestro di feto della donna di Napoli. Al
di l della questione in s e dei metodi, il cardinale esprime una posizione abbastanza chiara in
merito, quanto indiscutibilmente legittima per un uomo di chiesa come lui: la Chiesa, afferma
citando Agostino, combatte il peccato ma non si prefigge lobiettivo di colpire i peccatori.
Affermazione che in ambito di fede e di dottrina, ripeto, ci sta tutta.
Altra cosa invece tradurre questa posizione in termini laici e farne surrettiziamente il sostrato della
questione morale/esistenziale (certo epocale) alla base della campagna di Giuliano Ferrara in difesa
della vita in ogni sua forma, dal concepimento alla morte naturale.
Approverei nellinterezza il discorso di Ferrara, se non fosse per questa dimensione di colpa che
segue allidea che sopprimere un feto omicidio. C una differenza non da poco tra una madre che
rinuncia a portare a termine la maternit e tutto ci che viene rubricato sotto il concetto di
eugenetica.
La questione eugenetica (pratica dellaborto selettivo, scelta se far vivere o meno un figlio se
malato, manipolazione il patrimonio genetico di un feto in vitro) apre il campo a una rivoluzione dei
rapporti tra vita e morte, e tocca una sorta di disagio nei confronti della vita, della vita e della (sua)
morte, muove dallo spavento (comprensibile, o forse dovrei dire naturale, sul piano individuale)
nei confronti della semplice infondata dimensione mortale, corruttibile, paurosamente temporale
della vita. In nome della vita leugenetica interviene direttamente in ci che la vita umana ha di pi
proprio (penso ad Heidegger), e cio contro la cognizione della propria morte, della propria
capacit di morire, e cos della possibilit stessa di concepirsi in un tempo finito, dinnanzi al
proprio nulla per dirla tutta. Ne segue un rimpasto della stessa idea di vita, ne segue tutta unetica
spaventosamente superficiale, se non criminale.
Ma lintrusione della nozione di peccato (e di peccatore, per quanto emendabile e degno di
compassione) nella questione dellaborto eccezion fatta per i credenti altra cosa ancora. La
trovo una posizione assolutamente inaccettabile sul piano delletica collettiva. La difesa del vita,
qualunque cosa sintenda per vita, non pu passare per la dimensione del peccato n dunque della
colpa. Non si pu dire, n tradurre sottovoce, a una donna che abortisce che sta commendo peccato,
che una peccatrice, che ha commesso un omicidio, non lo si pu dire da non credenti a un non
credente e non si pu credere di aver promosso la vita a condizione inalienabile in questo modo. Se

sancire linviolabilit del diritto alla nascita significa accludere la coscienza di colpa come suo
corollario, lo stesso diritto della/alla maternit che ne viene leso, e non in termini legali, bens sul
piano individuale, morale. Si ritorna cio alla dottrina, al presidio morale del comandamento, alla
coscienza della colpa come fondamento della morale. Non meno svilente.
postato da: alessandrocappa alle ore 10:30 | Link | commenti (7)
categoria:precariet, e-revolver
gioved, 05 luglio 2007
Lettera a Oblomovic'
Caro Oblomovic',
in quanto giocatore di bridge sono avvezzo a giocare col morto. Almeno su questo punto, il gioco
insegna che anche il morto un essere parlante, quanto meno per chi gli rivolge la parola.
E anche il morto, suo malgrado, sottomesso a un sistema simbolico, all'ordine del linguaggio;
anche lui, poveraccio, vuole dire qualcosa. Ma questo volere non l'assicura, proprio in quanto
sottomesso, sul fatto che le sue parole arrivino a destinazione, secondando le sue migliori intenzioni
di morto.
Come ben sai, non tutte le lettere arrivano al destinatario (anche le email). Ricordi Melville in
Bertleby lo scrivano, quel passo bellissimo quasi conclusivo, passo che ogni scrittore, linguista,
filosofo, letterato dovrebbe avere a mente?
Eccola:
"Lettere smarrite lettere morte non vi fanno pensare a uomini morti? Immaginate luomo che,
per natura o sue avventure, sia incline a una squallida disperazione; quale altro lavoro potr
confermarlo in cotal sua inclinazione meglio che il maneggiare ogni giorno quelle lettere smarrite, e
prepararle per le fiamme? Perch ogni anno se ne bruciano a carrate. Talvolta dalle pieghe del foglio
il pallido impiegato estrae un anello, e il dito cui era destinato forse gi imputridisce nella tomba; un
biglietto di banca inviato con tutta urgenza, e colui che ne avrebbe ricevuto giovamento ormai non
mangia pi, non soffre pi la fame; un perdono per quelli che morirono tra i rimorsi; una speranza
per quelli che morirono disperati; buone notizie per quelli che si spensero annientati tra le sventure.
Messaggere di vita, queste lettere precipitano nella morte".
E ricorderai anche il caso, di cui ho scritto altrove, delle missive (inconsapevole il mittente) spedite
a un morto, come nel caso di Nadeza a Mandel'stam. Qual il messaggio in questo caso? Quello
che la lettera contiene o quello che la lettera riceve, suo malgrado, aprs coup? E per chi come te,
spostando la questione, studia la retorica del messaggio politico, come non rendersi conto che
l'equivoco, il fraintendimento precede sempre la "presunta" comunicazione? Non forse questo un
fenomeno globale, che investe tanto il discorso poetico quanto quello politico? Non c' forse
sempre, anche adesso, un miraggio nel parlare? Non questo miraggio inevitabile, o meglio,
invalicabile?
Ci sarebbe molto da dire, ma per ora lascio parlare un altro testo (perdona i suoi metafisici eccessi
di interpunzione), tratto dalla prefazione di Carlo Sini a La voce e il fenomeno di Derrida:
"Il discorso non arriva a destinazione. Perci - bisogna aggiungere - vi gi sempre arrivato. Tutto
si gioca intorno al senso di quel "non" (di quel nulla di destinazione). La sua "comprensione" non
esigerebbe allora un "altro" disocrso (post-metafisico, non-metafisico, meta-letterario ecc.). Una
simile richiesta rivela una perdurante nostalgia di quel discorso pieno (pieno di verit) che si sa
peraltro votato all'impossibile e allo scacco. Ci che resta da fare e "farsi comprendere" dal discorso
(senza voler-dire nella forma del dominio: dell'intenzionalit). Ci non significa non-voler (pi)
dire, ripudiare ogni intenzione. Ma invece: lascir(si) dire accentando l'"errore" dell'intezione e della
destinazione. [...] Dire qualcosa sempre dire nulla; ma dire nulla proprio dire quel qualcosa che
si dice."

K.
postato da: alessandrocappa alle ore 10:27 | Link | commenti (7)
categoria:e-revolver
marted, 19 giugno 2007
Lettera a Oblomovic'
Caro K.,
rispondo per ora qui al tuo premuroso invito. Ed essendo - l'invito - interessato, non posso
esimermi!
L'incipit della mia meta' di questo nuovo lungo litigio (invece di epistolario potremmo chiamarlo erevolver?) e' sicuramente "WALTZauffassung".
Linguistico, ma non solo.

Oblomovic'
*******
Caro Oblomovic, accetto il tuo suggerimento su e-revolver
Eppure non sarei cos categorico nel chiamare questa cosa un litigio, considerata anche la verbosit
che contraddistingue certe nostre discussioni, ben lontane dallapparire un litigio quanto semmai
una disputatio di cui, va detto, non si conserva che la forma secolarizzata.
Se ti invito a parlare, se mi lascio prendere nelle maglie di un discorso allapparenza (solo
allapparenza) ozioso perch ritorna, perch recidivo, esce dalla porta e dalla finestra in un modo
o nellaltro vuol rientrare, segno che non si tratta di un che di effimero, o che quanto meno non lo
vorrebbe essere.
Arrivo al punto, arrivo allarsura che resta dopo certi nostri colloqui: e ti domando a cosa serva tutto
questo? Dico, cosa significa, dopo tanto tempo, voler parlare, ancora, ostinatamente, del
linguaggio?
Il Dottor Lacan, uno dei pochi a mio avviso che abbia avuto qualcosa di interessante e coraggioso
da dire sullargomento linguaggio, qualcosa che uscisse dalla boudoir della filosofia
misticheggiante o poetizzante, cos come dal miraggio newtoniano di certa linguistica delle tue
parti, il dottor Lacan dicevo ha in maniera assai profonda compreso quanto il linguaggio, lungi
dallessere ahim oggetto-strumento dei nostri interessi, delle nostre (e sul nostre avrei molto da
dire) intenzioni, si determina, in primo luogo, per la sua natura costituente pi che costituita
riguardo al soggetto parlante, e questo tanto sul piano della psiche che su quello delletica.
Ecco una citazione, dai suoi scritti, peraltro gi altrove usata, che puoi leggere come meglio credi:
La parola [parole] infatti un dono di linguaggio, e il linguaggio non immateriale. corpo
sottile, ma corpo. Le parole [mots] sono prese in tutte le immagini corporee che imprigionano il
soggetto; possono ingravidare listerica, identificarsi con loggetto del penis-neid, rappresentare il
fiotto dorina dellambizione uretrale, o lescremento ritenuto del godimento avaro.
In altre parole, caro Oblomovic, e preso alla lontana, il fatto che il linguaggio serva a comunicare
non significa che davvero lo faccia, e questa piccola deviazione, questa piccola ovviet, quanto mai
universale e osservabile, non fa altro che molestare i fautori e i mistici di ogni ars retorica, che

come tale non pu che reggersi sullassunto che alla base del linguaggio (alfabetico sintende, o
meglio come un tipo di sistema di simboli) lemittente informa il ricevente di una certa cosa per
mezzo di un certo codice, ossia sulla nozione stessa di comunicazione
Niente di pi ecumenico, se non fosse per il fatto che qualsiasi linguista o studioso sano di mente
non si sognerebbe mai di dire che tutto il linguaggio si riduce alla comunicazione. Eppure non
teme e si sogna ( il caso di dirlo) di dire che questo assunto rimane alla base della nozione di
linguaggio, e quindi del fatto che il linguaggio possa in seconda battuta essere studiato in guisa
scientifica nelle sue componenti immanenti: fonologia, fonematica, semantica, retorica del discorso,
comparativistica.
Alla fin fine, cosa molto triste a mio avviso e sulla quale non posso cedere, resta lassunto di cui
costoro si nutrono che tutto comunicazione e che quanto non lo o rientra nella
mistica/religione oppure viene accolto nellalveo della filosofia/poetica, nella misura in cui un
resto, anzi, un derivato.
Resta cos alla fine Il mio solito sbigottimento (che quanto mi differenzia dalla tua postura
raziocinate, e lo dico senza intenti polemici), e la semplice domanda, che a quanto pare non ti poni,
su cosa voglia dire parlare, sul fatto, semplice, che non va da s, che qualcuno parli, che si parli, e
che non una cosa poi naturale, sottolineo, che si parli.
Al di l del quadrilatero trasmittente-ricevente-contenuto-codice, su cui si erige il claustro del
discorso, mi piacerebbe riportarti al fatto che la natura stessa del segno linguistico, il suo arbitrario
S/s che ci fa andare muso a terra, sgambettando chi si aggira nei suoi paraggi (e su questo, se vuoi,
mi spiegher meglio poi).
Ti ripeto: no basta voler-dire per dire, cos come non basta voler-sognare per sognare. Ovvio, certo.
Ma in entrambi i casi del rapporto soggetto-linguaggio che ne va, rapporto in cui le maglie della
fortezza trasmittente-ricevente-contenuto-codice non tengono; e cos: la certezza di aver assolto al
proprio compito di locutori viene meno, il ricevente fraintende, il contenuto si frantuma (anche se
scritto), il codice, questa bella parolina cos tanto ripetuta da essere diventata vana, non pu che
calare le braghe
Ecco, quel senso di arsura.
La chiudo qui, pero ora, caro Oblomivic.
K.
postato da: alessandrocappa alle ore 18:42 | Link | commenti
categoria:e-revolver
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