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Umilt e libert di Corrado Pensa

23/04/12 15.20

in quiete

"La conoscenza di Dio non si pu ottenere cercandola; tuttavia solo coloro


che la cercano la trovano"
(Bayazid al-Bistami)

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Umilt e libert di Corrado Pensa

UMILIATI DAL DISAGIO


La parola umilt ha un profondo legame con la parola libert. Questo
legame non cos evidente, perch spesso noi parliamo di umilt in un
senso diverso dal vero significato di questa parola. Ne parliamo troppo, ne
parliamo a sproposito, e, a forza di parlarne, logoriamo questa parola
delicata e la facciamo diventare inutile e consunta. Essere umili significa
stare con i piedi per terra, sullhumus. Questa dimensione appartiene alla
stessa area indicata da parole come accettazione, equanimit,
oltrepassamento dellio, perch in una modalit umile di vita si impara
pian piano ad andare oltre legocentrismo e si acquista una nuova libert.
Vivere umilmente non affatto il nostro solito modo di vivere, anche se
forse potremmo esserne convinti. stato acutamente osservato da H. Benoit
che ogni forma di disagio che incontriamo da noi vissuta come
unumiliazione: perdiamo il treno e ci sentiamo umiliati; prendiamo un
raffreddore e ci chiediamo perch proprio a noi debba toccare questa
sfortuna, magari nei giorni in cui avevamo bisogno di tutta la nostra
lucidit, e ancora una volta ci sentiamo perci umiliati; e via dicendo.

LA MIA GUIDA SUPEREVA

Qualsiasi sofferenza ci umilia. E ci accade per il semplice motivo che essa ci


costringe ad ammettere che non siamo onnipotenti. Fa cadere il nostro io da
un piedistallo. In un regime in cui lio prevale, anche un piccolo disagio,
anche una minima contrariet minacciano la presunta onnipotenza dellio.
Lio scopre di avere dei limiti, e questo percepito come umiliante.
IO-MIO, UMILT E UMILIAZIONE
Accorgersi di quanto siano strettamente connessi egocentrismo e
umiliazione un primo passo fondamentale verso una diminuzione della
sofferenza che ogni inconveniente provoca nella nostra vita. Non un caso
che nei termini tradizionali del Dharma lio-mio si traduca con linsieme di
attaccamento, avversione e ignoranza. Finch questi tre prosperano, liomio rimane al centro; e, finch permane latteggiamento divisivo e
separativo portato dallio, lumiliazione sempre dietro langolo. Se invece
legocentrismo si indebolisce, c pi umilt, e di conseguenza ci sono minori
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umiliazioni. Infatti chi intraprende il cammino dellumilt non tende pi a


esperire tutto quello che gli capita di disagevole come unumiliazione: al
contrario, comincia ad accogliere le cose in modo radicalmente diverso.
LA PROPOSTA DELLA PRATICA
La pratica della meditazione consiste appunto nellimparare ad accogliere le
contrariet in un modo nuovo. Essa ci propone qualcosa che allinizio pu
sconcertare: non si tratta pi di seguire ciecamente limpulso a fuggire lo
spiacevole a tutti i costi, bens di abitare con calma lumiliazione che tale
spiacevole suscita.
certamente una proposta paradossale, e lo si vede bene dalla difficolt con
cui lio-mio la considera. Per lio-mio questa una prospettiva
assolutamente intollerabile, perch va in senso opposto allindicazione che
esso d in ogni circostanza: ricercare il piacevole e respingere lo spiacevole.
A prima vista la reazione dellio-mio potrebbe sembrare molto ragionevole:
non si vede perch mai dovremmo andare a incontrare il disagio.
Ma questa non che unimpressione superficiale. Se approfondiamo la
questione, ci rendiamo conto che latteggiamento egocentrato assennato
solo in apparenza. In realt ci sono situazioni in cui possibile vedere molto
chiaramente come tale atteggiamento non sia di alcuna utilit, anzi, sia
esclusivamente fonte di sofferenza. Pensiamo per esempio a quelle che
potremmo chiamare le umiliazioni inevitabili della vita: linvecchiamento,
la malattia, la morte. Noi percepiamo il passare del tempo e il mutamento
del corpo come unumiliazione, e facciamo resistenza: questo significa che
non riusciamo ad accettare la vita cos com. E il nucleo portante dellio
costituito proprio da questa contrazione di fondo, da questa incapacit ad
abbracciare la vita come ci si presenta. Di qui nasce lumiliazione, ed in
questo frangente che si crea la sofferenza.
Forse siamo convinti che la contrazione di fondo delle nostre vite non si
possa eliminare. Ma tutte le grandi tradizioni spirituali concordano nel dire
che non cos. Gli esempi nel senso dello scioglimento sono senza numero.
Voglio ricordare a questo proposito il racconto di uninfermiera americana
che, in un ospedale, si occupava di unanziana donna di colore, malata in
maniera terminale. Un giorno la vide nel letto che sorrideva, e le domand:
"Come va?". La donna rispose: "Bene, sto pregando per te".
Un episodio del genere ci tocca proprio perch in esso sorprendentemente
assente quella contrazione di cui parlavamo. In questo racconto c un senso
miracoloso di libert, la libert dallumiliazione che viene inflitta allio-mio
da una malattia incurabile.
IL TIROCINIO DELLA PRESENZA MENTALE
In un percorso meditativo non ci viene chiesto di riuscire immediatamente a
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stare con il disagio. Nella maggior parte dei casi lincontro consapevole con
le contrariet, che permette di abitare saldamente lumiliazione, un
obiettivo per raggiungere il quale occorre un certo tempo. Prima di fare
questa esperienza ci si pu quindi allenare gradualmente con oggetti
piacevoli o neutri. Per esempio, il respiro un oggetto neutro o piacevole
che pu essere usato nella prospettiva di passare poi a un oggetto
spiacevole, perch non bisogna dimenticare che la pratica meditativa non
pu limitarsi allarea del piacevole e del neutro.
Ovviamente dinanzi a una modalit pi impegnativa o spiacevole di pratica
ci si deve rapportare in modo diverso, a seconda della propria esperienza. Le
persone che praticano da molto tempo verificheranno queste indicazioni con
la loro meditazione; le persone che stanno incominciando o hanno
cominciato da poco intenderanno queste parole come una prospettiva
aperta sul futuro.
Non affatto inutile notare la differenza fra queste due situazioni, perch se
non se ne tiene conto si rischia di formulare un giudizio superficiale sulla
propria attitudine a praticare con il disagio. Chi non ha esperienza pu
pensare che, poich non ha alcuna propensione n facilit a stare con
lumiliazione, non il caso che insista in questa direzione.
Tuttavia larte di abitare il disagio non richiede uno speciale talento. Al
contrario, un fatto che pu rivelarsi naturale e organico. Ma questa
naturalezza non in genere immediatamente accessibile, e richiede un
graduale tirocinio. Aiutati da esso, si passa dalla capacit di stare con il
piacevole e il neutro a quella di conservare la presenza mentale anche nelle
situazioni spiacevoli, difficili e umilianti. Questa una transizione di
fondamentale importanza, che pu essere compiuta pi facilmente con
lausilio del sangha, degli insegnanti e della pratica intensiva di ritiro.
LA PACE INCONDIZIONATA
Nel corso di tale transizione si possono incontrare vari equivoci. Un
equivoco notevole quello che ci fa credere che lobbiettivo della pratica sia
una pace condizionata anzich incondizionata. Immaginiamo, per esempio,
di praticare gi da un certo tempo, di essere soddisfatti della nostra pratica e
della sua evoluzione; improvvisamente ci troviamo di fronte a una fase
difficile della nostra vita. Non ce lo aspettavamo e restiamo sconcertati.
Abbiamo limpressione che, a causa delle nuove difficolt, ci manchi la
calma necessaria per praticare. In precedenza, in una situazione di relativa
tranquillit, riuscivamo a proseguire il nostro percorso; ora non pi, perch
il contesto cambiato in peggio.
Questa reazione comprensibile; tuttavia essa fondata su un malinteso.
Infatti vero che la pace uno scopo importante della meditazione di
consapevolezza: essa ne loggetto, il traguardo, la meta. Ma quando
diciamo di non avere abbastanza calma per praticare, ci riferiamo a una
pace dipendente da certe condizioni, quali possono essere, per esempio, la
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buona salute e lassenza di preoccupazioni. Ci riferiamo a una pace che non


cambia la nostra vita, perch dura soltanto finch sono presenti queste
caratteristiche favorevoli. Questa pace certamente positiva, per molto
fragile: essa ha la durata e la consistenza delle condizioni da cui dipende, e
finisce non appena tali condizioni si esauriscono.
Ma la pace che si ripromette un cammino interiore una pace
incondizionata, perch sempre meno dipendente da condizioni, e quindi
sempre pi profonda.
Quando cominciamo a capire che questo tipo di pace esiste e pu essere
avvicinato indipendentemente dallo stato in cui ci troviamo, non ci
soffermiamo pi nel rimpianto della pace condizionata che prima avevamo e
ora abbiamo perso, non diciamo pi che in questo momento non possiamo
praticare perch ci manca la calma e siamo agitati, ma il nostro
orientamento a praticare permane saldo, invece, nellagitazione, e con
lagitazione. Ed solo con la sottile comprensione di questa possibilit, che
il superamento del nostro pregiudizio riguardo allincompatibilit fra
pratica e situazioni difficili, che pu avvenire, a poco a poco, la conversione
a lavorare con lo spiacevole.
ACCENDERE UNA PICCOLA LUCE
Ora tale transizione avviene, come gi si diceva, abitando lumiliazione,
giacch lo spiacevole ci umilia. E ci offende: a volte, incorrendo in qualcosa
che ci contraria, ci sentiamo offesi. Non si tratta di un risentimento di fronte
a uningiustizia o a un insulto, ma di un broncio che mettiamo alla vita
quando le cose non vanno come noi vorremmo che andassero. Per esempio,
viene meno una certa occasione che ci sembrava importante e cala sul
nostro viso un broncio. Ci sentiamo umiliati, perch diminuiti o perch
minacciati.
E, francamente, non avremmo molta voglia di lavorare con le situazioni
disagevoli, frustranti, umilianti. Per farlo occorre un interesse, una piccola
luce nel buio della circostanza sgradevole. Linteresse, in genere, nasce
sempre nello stesso modo: dapprima proviamo fiducia nei confronti di
qualche insegnante o di una tradizione e, un po timorosi, proviamo a
portare il lavoro interiore nella situazione spiacevole. Col tempo, provando e
riprovando, tra alti e bassi, scopriamo che non solo non veniamo sommersi
come temevamo dalla sofferenza, dal disagio, dalla frustrazione,
dallumiliazione, ma che, al contrario, stando dentro alla sofferenza senza
ignorarla, siamo stati in ultima analisi meglio, pur soffrendo. E non
abbiamo neppure dovuto far ricorso a tutte le nostre abituali strategie per
sottrarci a quello che non ci piaceva. Temevamo di rimanere diminuiti,
mentre, al contrario, abbiamo toccato una potenzialit dentro di noi che non
ci aspettavamo: e ci siamo riusciti rimanendo fermi, invece di agitarci
variamente come di solito facciamo.
Questa potenzialit con cui siamo entrati in contatto un inaspettato
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elemento di pace dentro la sofferenza; ed grazie a esso che in noi si sveglia


quello specifico interesse a lavorare con lo spiacevole. Non per questo
preferiamo lo spiacevole al piacevole: preferiamo sempre il piacevole, ma lo
spiacevole non ci umilia pi come un tempo. Ora ci interessa, e sempre di
pi. un interesse che, una volta sorto, non si spegne, e continuamente ci
stimola a lavorare con le situazioni di disagio.
"SOPPORTA TE STESSA CON DOLCEZZA"
Un autore cristiano del XVII-XVIII sec., il Padre Jean-Pierre de Caussade,
scrive in una sua lettera di direzione spirituale:
Sopporta te stessa con dolcezza, senza impazienza esteriore o
interiore, ma tranquillamente. Questa sola cosa ben praticata pu
procurarti la calma interiore che ti far progredire pi di tutto ci che
riusciresti mai a fare. Perch? Perch quando si sente un po di pace e
di dolcezza nel proprio cuore, vi si ritorna con piacere, e ci che si fa
con piacere, lo si fa volentieri, continuamente, senza pena e quasi
senza riflettervi 1.
Le parole del Padre de Caussade descrivono qual secondo lui
latteggiamento da assumere in una situazione di difficolt: linvito alla
dolcezza, alla tranquillit e alla pazienza. Noi diremmo che un invito a
praticare intensamente e con interesse (in questa parola possiamo vedere
un equivalente di ci che il Padre de Caussade chiama piacere), rimanendo
consapevoli di tutto ci che c in noi: consapevoli del contrario della
dolcezza, cio dellamarezza, del contrario della tranquillit, ossia
dellagitazione, e dellimpazienza.
VIPASSANA E METTA
La via della consapevolezza un processo di purificazione che affronta
direttamente gli ostacoli alla pace, alla saggezza, alla compassione. E
dunque, per esempio, per cominciare ad accedere alla pace del non
attaccamento occorrer contemplare lattaccamento stesso. Cos pure tutto
ci che amarezza, impazienza e agitazione, se guardato affettuosamente
(questa la pratica della vipassana), comincia a mutarsi nel contrario, tanto
pi se uniamo a questa modalit la pratica di metta o benevolenza, in virt
della quale evochiamo parole di dolcezza, di pazienza e di tranquillit.
Quindi in una situazione disagevole e umiliante contempliamo
affettuosamente il contrario della dolcezza, cio lamarezza, ed evochiamo
deliberatamente la dolcezza attraverso la pratica di metta. Rimanendo in
questa posizione ossia in questa fermezza vigile e affettuosa, cresciamo e
sviluppiamo interesse; linteresse a sua volta ci induce fruttuosamente alla
pratica.
APPREZZARE CI CHE PIACEVOLE E NEUTRO

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Ci accorgiamo a questo punto che una situazione difficile non solo non ci ha
nuociuto, ma, al contrario, vissuta in questo modo, ci ha portato vantaggio.
chiaro che non ci auguriamo di incontrare unaltra situazione di questo
genere, ma importante toccare con mano come la capacit di abitare
consapevolmente lumiliazione porti frutto.
E nello stesso tempo scopriamo che lavorare con il disagio non cambia
soltanto il rapporto che abbiamo con quanto ci umilia, ma modifica anche il
nostro modo di vivere ci che piacevole o neutro. Questo nuovo modo si
pu esprimere in breve con le parole apprezzamento e gratitudine. Non
diamo pi per scontati il positivo, il piacevole, il sereno, il pacifico, il bello,
linteressante; non li accompagniamo pi con qualche lamentela perch non
sono allaltezza delle nostre aspettative; semplicemente cominciamo a
gustarli meglio mentre in noi aumenta la capacit di essere grati e di
apprezzarli.
Quando si cominciano a vedere questi frutti, nella propria esistenza nascono
come una densit e uno spazio che prima non cerano. Un tempo potevamo
anche apprezzare qualcosa di gradevole che era stato detto o fatto, o
qualcosa che avevamo visto, ma si trattava di unannotazione veloce,
occasionale. Non riuscivamo a fermarci e ad apprezzare una piccola cosa
buona, perch subito venivamo catturati dalla mente avida che ne voleva
subito unaltra, pi grande, o dalla mente giudicante che investiva molta
energia a rammaricarsi della piccolezza della cosa. Ora, invece,
spontaneamente, il gradevole, anche se marginale, ci colpisce di pi; come
se finalmente questa continua corsa a fuggire lo spiacevole e ad arraffare il
piacevole prenda a rallentare. Ci svegliamo a minuscole situazioni piacevoli
e non le diamo pi per scontate. E, cos facendo, conosciamo un
rilassamento nuovo.
NEL PRESENTE, SENZA PAURA
in questo modo che cominciamo a stare nel presente. Questa espressione
divenuta ormai fin troppo usata, al punto da sembrare quasi vuota di
significato. Ma il rallentamento generato dalla pratica fa s che noi
sperimentiamo proprio nella sua realt e, verrebbe da dire, nella sua
densit, che cosa vuol dire abitare il presente.
Quando rallentiamo la corsa, come se nella nostra vita nascesse pi spazio
e pi ricchezza. Perch, diventando pi capaci di stare in quello che
potremmo chiamare il presente scuro lumiliazione, la frustrazione ,
raggiungiamo una maggiore facilit a stare nel presente chiaro, cio il
piacevole.
Prima di questa svolta, non riuscivamo a stare realmente nel presente, pur
avendone laspirazione. La realt del presente ci sfuggiva. Ed era la nostra
paura a impedirci di stare pienamente in contatto con esso. Il timore di stare
con lo spiacevole, il timore di perdere il piacevole, in altri termini la
contrazione di fondo, lio-mio, ci facevano correre sempre.
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Per fermarsi fondamentale che la paura cominci a sgretolarsi. Una


posizione iconografica tipica del Buddha quella dellabhayamudra,
posizione della non paura. Se abbiamo paura non possiamo sostare nel
presente e radicarci in esso. Daltra parte soltanto quando riusciamo a
radicarci in questo modo che cominciamo a vedere la realt cos com.
lio che proietta, prolifera, distorce. La paura portata dallio ci fa vedere
una realt deformata e falsa, e ci impedisce di fermarci. Ma una visione
tranquilla della realt vera ha bisogno di un punto fermo in mezzo a tutto
quello che gira, quello still point cantato da T. S. Eliot.
Lo svuotamento, che lumilt, porta pi vita. Un grande maestro, Kalu
Rinpoche, ha detto:
Noi viviamo nellillusione, nellapparenza delle cose, ma c una
realt, e noi siamo quella realt. Quando tu capisci questo, tu vedi
che sei nulla, ed essendo nulla sei tutto.
Se ci si svuota dallegocentrismo si vede la propria interconnessione con gli
altri e con tutto il resto del mondo; di conseguenza ci si sente meno soli,
perch proprio lattivit separativa dellio-mio che genera la solitudine. E
venendo meno il senso di solitudine, comincia a venir meno la paura.

A CURA DI ANTONELLA COMBA

Da: http://digilander.libero.it/Ameco/sati963/corrado.htm

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"Chi non cerca addormentato, chi cerca un accattone" (Yun Men)

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