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TRACCE DI RIBELLIONE

Influenza sui movimenti italiani dei modelli internazionali di


rivoluzione e liberazione
Rebecca De Fiore

Allindomani della conclusione del secondo conflitto mondiale e superata quella che il
grande storico inglese Eric Hobsbawm ha definito la Pace fredda (in contrapposizione
alla espressione Guerra fredda utilizzata per definire i primi decenni del dopoguerra),
la spettacolare crescita economica registrata a livello mondiale ma soprattutto nei
paesi a economia avanzata condizion le politiche dei partiti socialisti e comunisti
rendendole per molti aspetti pi tolleranti nei confronti dei governi moderati e
conservatori che gestirono una fase di sostanziale transizione: Quello non era un
tempo per cambiamenti, osserva lo stesso autore (Hobsbawm, 1995). A distanza solo
di pochi anni, per, lo scenario sembr mutare: legemonia statunitense fu messa in
discussione e una nuova generazione era diventata adulta mentre si iniziava a
intravedere il possibile rallentamento del boom industriale. Il tono di moderazione e
di calma1 cambi considerevolmente e alla ribellione studentesca fece riscontro una
ben pi incisiva contrapposizione tra lavoratori salariati e industria: quali furono gli
ideali che orientarono e motivarono le aspirazioni della sinistra pi radicale tra gli anni
Sessanta e laprirsi degli anni Ottanta?

LIDEALE

DEL

SOCIALISMO

TRA IL MODELLO SOVIETICO E LA

RIVOLUZIONE

CULTURALE

Allindomani della seconda guerra mondiale, la direzione della sinistra italiana era
prevalentemente orientata dal Partito comunista italiano, alla cui guida era Palmiro
Togliatti che si muoveva nel solco della salda alleanza con lUnione sovietica.
Ciononostante, Togliatti credeva fortemente nella democrazia italiana pur essendo al
tempo stesso un uomo fedele allInternazionale comunista, alla sua tradizione, alla
fede nella superiorit del modello sovietico (Foa, 1996). Anche tra i militanti comunisti,
come per il loro leader, il mito russo era fortissimo; era la speranza rappresentata
dalla Rivoluzione dottobre e dalla bandiera rossa sulla Cancelleria di Hitler a Berlino
nel 1945. Il PCI cerc, dunque, in quegli anni, di equilibrare una politica fedele ai
principi del comunismo ai quali si richiamava la leadership sovietica con le spinte pi
ribelli che continuavano a sollevarsi a causa delle condizioni ancora molto difficili del
1 I virgolettati sono tratti da Eric Hobsbawm, op. cit.

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proletariato industriale e dei contadini italiani, parte dei quali si sentivano traditi
dallesito del conflitto mondiale e della Resistenza.
La continuit dellalleanza con lUrss riusc a superare la crisi ungherese del 1956: il
militante comunista occidentale sub una forte scossa ma conferm complessivamente
la propria disciplina verso lUnione sovietica. Molti intellettuali italiani, per,
profondamente colpiti per la violenta repressione attuata dai sovietici, decisero di
abbandonare il partito. Un caso esemplare fu quello di Italo Calvino, scrittore ligure ed
ex partigiano, che fu tra i 101 intellettuali che firmarono il manifesto di dissenso e
presero, quindi, le distanze dalla linea di Togliatti e del PCI. La delusione dello scrittore
evidente nella lettera che apparse sullUnit, allora organo del Partito comunista, il 7
agosto del 1957. Cari compagni devo comunicarvi la mia decisione ponderata e
dolorosa di dimettermi dal partito. [] La via seguita dal PCI, attenuando i propositi
rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, m apparsa come la rinuncia ad una
grande occasione storica (Calvino, 1957).
Parallelamente allesodo di una parte di intellettuali, non soltanto italiani, la denuncia
degli errori e poi dei crimini di Stalin, conosciuta come destalinizzazione e avvenuta a
opera di Kruscev, la crisi polacca e la stessa efficienza dimostrata nella repressione
dellinsurrezione operaia ungherese del 1956 portarono una parte consistente della
sinistra europea ed italiana a rivalutare il mito dellURSS.
Una frattura seria e tale da scuotere limmaginazione delle sinistre fu, poi, nei primi
anni Sessanta, lo scontro tra lUnione Sovietica e la Cina. LURSS venne, infatti,
accusata di opportunismo dalla Cina per la politica di coesistenza pacifica con il
capitalismo. Le si imput di aver adottato i principi capitalistici che dichiarava di
combattere come lassolutizzazione del progresso economico e la successiva
indifferenza alle condizioni di sfruttamento della classe operaia (Ventrone, 2012).
Interessante la testimonianza di Vittorio Foa che in Questo Novecento scrive: Ho
potuto verificare di persona, a Pechino nel giugno del 1960, linizio di quella frattura.
Ero in Cina per una riunione sindacale. I cinesi non attaccarono ancora direttamente i
sovietici ma riversarono tutte le loro contumelie sui sindacalisti occidentali servi del
capitale. Era un conflitto di potere ma si ammantava di ideali. I cinesi criticavano il
comunismo burocratico sovietico, il primato dellindustria pesante e centralizzata e la
disattenzione verso i contadini. I cinesi proponevano una mobilitazione totale del
lavoro, ugualitaria e dal basso, in ogni punto dellimmenso paese (Foa, 1996). Era un
approccio che non manc di esercitare un potere di forte seduzione nei confronti di
molti militanti della sinistra italiana. Nel 1965, Adriano Sofri, attivo nel movimento
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operaista italiano fin dai primi anni Sessanta e futuro leader di Lotta Continua, elabor
la famosa Controtesi, un documento che si opponeva alla linea guida con cui il PCI si
presentava all XI Congresso. In quelle pagine si sottolineava come il nuovo modello
oppositore allimperialismo americano fosse proprio quello cinese di Mao. Era, infatti,
la Cina maoista che stava tentando pi di tutti di abbattere le disparit e i privilegi
sociali. Il principio su cui si basava la Rivoluzione culturale era la convinzione che la
lotta tra borghesia e proletariato continuasse poich lo sviluppo economico generava
nuovi gruppi privilegiati.
La Rivoluzione culturale cinese suscit grande entusiasmo in Italia poich la sinistra
rivoluzionaria imputava ai dirigenti di partito e dei sindacati di aver assunto, abusando
del potere ottenuto, una mentalit borghese e di essersi allontanati sempre di pi
dalla massa. Come insegnava Mao, invece, non bisognava mai allontanarsi dalle
masse, anzi occorreva insegnare a tutti i compagni ad amarle profondamente, ad
ascoltare con attenzione la loro voce, a non mettersi mai sopra di esse (Mao Tse-Tung,
1967). In Italia il modello cinese venne conosciuto e seguito sempre di pi grazie
anche alla ricca letteratura filo-cinese che, tra le altre, la casa editrice Einaudi
continuava a proporre ai lettori colti del nostro paese. Leggendo Un villaggio cinese
nella rivoluzione culturale di Jan Myrdal e Gun Kessle e Rapporto da un villaggio
cinese di Jan Myrdal, non difficile rendersi conto di come la Rivoluzione culturale
avesse suscitato conflitti radicali con importanti ripercussioni anche nelle campagne
dove furono messi allordine del giorno problemi come la struttura del potere locale, gli
investimenti, la riforma dellinsegnamento e della sanit, il ruolo dei vari gruppi
allinterno della comunit o la liberazione delle donne. Kao Pin-ying, uno degli abitanti
di un villaggio, racconta il suo ingresso nella Rivoluzione: LURSS aveva aperto la
strada al revisionismo. Se non avessimo pienamente realizzato la rivoluzione culturale,
avremmo fatto inevitabilmente la stessa fine. Io e alcuni altri pensammo che era
indispensabile fare pulizia. Cos ci lanciammo nella rivoluzione culturale (Myrdal e
Kessle, 1971). Feng Chang-yeh, altro abitante del villaggio, per ricordare lo scopo
comune dei rivoluzionari di tutto il mondo, dice: Lavoriamo per la rivoluzione
mondiale. Non lavoriamo per noi, per il nostro collettivo, non lavoriamo solo per la
Cina, lavoriamo perch tutti i popoli del mondo siano liberi e la lotta degli altri popoli
anche una lotta per il nostro futuro (Myrdal e Kessle, 1971). E queste parole non
erano solo di Feng chang-yeah, fa notare Jan Myrdal nel suo rapporto dalla Cina: erano
sulla bocca di tutti in forme diverse.
Non a caso, i temi principali affrontati nella Controtesi di Sofri erano la convinzione che
limperialismo contro cui combatteva il Vietnam, quello che si opponeva alla
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liberazione algerina, quello nemico a Che Guevara e Fidel Castro fossero della stessa
specie che opprimeva il proletariato in Italia. Si chiedeva, dunque, al PCI di decidere
finalmente da che parte stare: se adottare la linea riformista o piuttosto quella pi
strettamente rivoluzionaria appoggiando la causa degli insorti. Non era, infatti, pi
plausibile a parere di Sofri la scusa del PCI che bisognasse seguire la linea imposta
dalle due superpotenze poich il Vietnam era riuscito a dimostrare il contrario. I
giovani degli anni del boom, dunque, sembravano muoversi tra due modelli
contrapposti: quelli tradizionali, che per la sinistra italiana coincidevano con lUnione
Sovietica, sempre meno convincenti e accettabili e su un altro versante un mondo
fatto di molteplici seduzioni culturali e politiche. Queste molteplici seduzioni
giungevano soprattutto guardando con maggiore attenzione e interesse a ci che
stava succedendo nel resto del mondo: alla Cina maoista, alla Cuba di Che Guevara e
Fidel Castro, allAlgeria che lottava per la propria indipendenza. Ma si poteva cercare il
modello rivoluzionario per lItalia, paese a capitalismo avanzato, nel Terzo Mondo? O in
un paese non arretrato, come Cina o Cuba, si doveva giungere alla rivoluzione in un
altro modo? Secondo Eugenio Scalfari, allepoca giornalista di grande futuro, neo
capitalismo e spirito rivoluzionario non avrebbero potuto andare daccordo (Scalfari,
1961). A distanza di diversi anni, anche Patrizio Peci, uno dei primi importanti pentiti
delle Brigate Rosse, a conclusione del suo libro sulla formazione armata pi strutturata
e duratura della storia italiana, cos scrisse: Il nostro errore in sostanza qual era?
Credere che lItalia fosse un paese adatto a una rivoluzione comunista. Ma in Italia
mancava lelemento fondamentale: mancava la fame(Peci, 2008). Nelle sue parole si
nota subito come la differenza tra lItalia e i paesi terzomondisti fosse marcata e da
non trascurare.
La domanda che diede avvio a numerose riflessioni divenne, quindi: come fare la
rivoluzione in un paese a capitalismo avanzato? Per Lucio Magri, giornalista e politico
italiano, ad esempio, una societ capitalistica si presentava come una societ in cui
venivano soddisfatti tutti i bisogni elementari. Ma proprio per questo, ormai, le
intenzioni del capitalismo erano evidenti: non si produceva per migliorare le condizioni
di vita delle persone, lavoratori inclusi, ma con il solo scopo di vendere sempre di pi.
Era sotto gli occhi di tutti, quindi, il rischio dellalienazione delluomo, il suo essere
trasformato in merce. Mario Tronti, considerato uno dei primi fondatori delloperaismo
teorico degli anni Sessanta, e Asor Rosa, critico letterario e politico vicino alle posizioni
operaiste di Tronti, sviluppando la riflessione di Magri, si trovarono daccordo nel dire
che da questa situazione poteva nascere il modello della rivoluzione operaia nel
mondo moderno, dal momento che allinterno di uno sviluppo capitalistico
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avanzato che lalienazione operaia raggiunge le sue forme estreme ed essenziali. Le


pesanti condizioni a cui erano sottoposti gli operai in fabbrica dimostravano, infatti,
che non ci poteva essere liberazione dal sistema che non fosse anche rovesciamento
del sistema, che non fosse cio rivoluzione (Tronti , 1962; Asor Rosa, 1962). Inoltre,
secondo Tronti, non era opportuno attendere che si realizzassero le condizioni
internazionali per dare il via alla rivoluzione perch in questo modo ci si sarebbe
limitati a sognare e non a fare la rivoluzione. Una rivoluzione nazionale sarebbe stata,
infatti, lunico modo per mettere in moto un processo che nessuno sarebbe riuscito a
fermare. Da una rivoluzione ne sarebbero seguite tante altre.

CONDIZIONE

OPERAIA E NUOVI MODELLI DI LIBERAZIONE SOCIALE

Come abbiamo detto, la condizione operaia era molto spesso insostenibile; lo


sfruttamento era diventato per gli operai intollerabile. In molti decisero, quindi, di
prendere a esempio i neri americani, decisi a spaccare e a incendiare tutto quello che
negli Usa era stato creato grazie al loro sangue (Il Potere Operaio, 1967). Le rivolte
nei ghetti neri americani avevano, infatti, attirato lattenzione di gran parte del mondo
occidentale poich sembravano dimostrare che fare la rivoluzione era possibile anche
in un paese a capitalismo avanzato. Come sottolineava nel 1967 il n.5 de Il Potere
Operaio i rivoluzionari italiani impararono dai neri americani una grande lezione:
Dobbiamo imparare dai negri oppure continuare a morire per avere lillusione di
vivere. Perch noi non viviamo; vivono i padroni. Noi costruiamo il mondo e loro se lo
godono.
Martin Luther King, leader indiscusso della protesta dei neri americani, sosteneva la
necessit di compiere la rivoluzione in un paese a capitalismo avanzato e di sostenere
quelle terzomondiste: In tutto il mondo gli uomini sono in rivolta contro i vecchi
sistemi di sfruttamento e oppressione. I descamisados, quelli che vanno a piedi nudi,
stanno rizzando il capo come non hanno mai fatto prima. Noi occidentali dobbiamo
sostenere queste rivoluzioni. triste pensare che a causa del lusso, della sufficienza,
della nostra facilit di adattarci allingiustizia, noi nazioni occidentali che avevamo
iniziato lo spirito rivoluzionario del mondo moderno siamo ora diventate le nazioni pi
antirivoluzionarie che esistano. La nostra indecisione deve diventare azione (King,
1968). Limpegno del leader nero fu particolarmente significativo perch rappresent
un momento importante di collegamento tra istanze rivoluzionarie social-comuniste e
lotte di liberazione ispirate alla dottrina cristiana. A questo riguardo, non si pu non
considerare come la Chiesa fosse stata segnata dal Pontificato di Giovanni XXIII, tra il
1958 e il 1963. Guido Panvini nel suo libro Cattolici e violenza politica descrive bene
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come si svolse questo confronto nel contesto internazionale. In Algeria era in atto una
lotta di liberazione, che nel 1962 port il paese allindipendenza dalla Francia, e si
stavano verificando forme di terrorismo e di repressione particolarmente cruente. Di
particolare rilievo fu il contrasto radicale tra la legittimazione teologica, compiuta dalla
Cit catholique, delle brutali pratiche adottate dallesercito francese e le reazioni di
molti esponenti cattolici che appoggiarono la causa degli insorti algerini. Enrico Mattei,
presidente dellEni ed ex partigiano cattolico, ad esempio, manifest apertamente
tutta la sua solidariet nei confronti dei popoli che al di l dei mari combattono per le
proprie libert e propose un paragone tra i resistenti italiani e quelli algerini: Essi
sono ribelli, vero, come lo siamo stati noi quando siamo stati costretti a ribellarci
contro lingiustizia, la prepotenza e la sopraffazione, per la sacrosanta difesa dei diritti
umani, e noi siamo convinti che quando un popolo, bianco o di colore, combatte con
tutta lanima per la sua libert, Dio suo alleato (Mattei, 1961).
Numerose figure cattoliche divennero, quindi, personaggi di riferimento per i
rivoluzionari di tutto il mondo. Labate Pierre, frate cappuccino e fondatore della
comunit Emmaus, fu un grande difensore dei Tupamaros movimento di liberazione
uruguagio e tra i primi religiosi a prendere in considerazione la via della lotta
armata. Anche padre Camilo Torres, combattendo nellesercito di liberazione
colombiano, divenne un grande esempio rivoluzionario. Inoltre, nel dicembre del 1967
si tenne una riunione di esponenti cattolici a Santiago del Cile in cui si spieg come la
violenza rivoluzionaria fosse in totale sintonia con gli insegnamenti del Concilio
Vaticano II di qualche mese precedente. Si svolse, poi, nel 1968 a Montevideo un
convegno dal titolo Cristianismo y revolucin e si ebbe la terza assemblea della
conferenza episcopale latinoamericana che diede il via alla teologia della liberazione.
Lassemblea di Medelln, in Colombia, defin in termini non spiritualistici ma
messianici lo stato di dipendenza in cui vivono gli uomini e i popoli alla merc di un
potere esterno in grado di decidere le loro sorti materiali, culturali e morali (Balducci,
1987). La teologia della liberazione sembrava mettere in moto riserve rivoluzionarie
capaci di accerchiare il marxismo, messo esso stesso in difficolt dellindustrialismo
in crisi. La saldatura tra istanze rivoluzionarie e liberazione cristiana sono ben
sintetizzate in questo passo di Frei Betto, frate domenicano impegnato nella lotta al
regime dittatoriale brasiliano: Il dio che negate voi marxisti leninisti lo stesso dio
che nego io, il dio del capitale, il dio dello sfruttamento, il dio nel nome del quale fu
promossa levangelizzazione della Spagna e del Portogallo in America Latina, con il
conseguente genocidio degli indios; il dio che giustific e benedisse i vincoli della
Chiesa con lo Stato Borghese; il dio che oggi legittima dittature militari come quelle di
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Pinochet. Questo dio che voi negate e che Marx a suo tempo denunci lo neghiamo
anche noi. Non il Dio della Bibbia, non il Dio di Ges (Betto, in Boff, 1987). Questi
concetti dallAmerica Latina arrivarono rapidamente in Europa e soprattutto in Italia.
Panvini, a proposito del nostro paese, scrive: colpisce il modo repentino con cui molti
ambienti cattolici passarono dal sostegno alle pratiche e alle teorie della non violenza,
allammissibilit della violenza rivoluzionaria (Panvini, 2014).

DALLINTERNAZIONALISMO

ALLE PIAZZE ITALIANE

Lo scopo dei rivoluzionari, dunque, sarebbe dovuto essere comune. Le lotte degli
sfruttati nel Terzo Mondo e nei paesi industrializzati avevano lo stesso scopo:
trasformare gli ultimi nei primi. Sempre Adriano Sofri, in Il Vietnam e noi, scrive a
proposito della guerra del Vietnam che dal 1960 impegnava gli Stati Uniti in un
conflitto con il piccolo paese asiatico. Era soprattutto la dimostrazione che possibile
e necessario, come in ogni altra parte del mondo respingere il dominio capitalistico
(Sofri, 1967). Per i rivoluzionari italiani, infatti, la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam
era destinata a rappresentare una svolta importante per capire che era possibile
sconfiggere limperialismo. Gli sfruttati di tutto il mondo sembravano convincersi che
bisognasse procedere uniti e i movimenti rivoluzionari cominciarono a coordinarsi a
livello mondiale contro il nemico comune. Nel 1966 era nata lOrganizzazione di
solidariet tra i popoli dAfrica, dAsia e America Latina e nel 1967 nel congresso a
LAvana venne dichiarata fondamentale la lotta rivoluzionaria armata. Carlmichael,
leader della protesta dei neri, scrisse: Noi istintivamente ci alleiamo con i popoli del
Terzo Mondo perch ci consideriamo una colonia dentro gli stessi Stati Uniti. Perci,
sebbene i nostri obiettivi siano differenti, sebbene le nostre mete siano distinte e le
nostre ideologie diverse, il nostro nemico lo stesso: il capitalismo internazionale
(Carlmichael, 1967).
Potere Operaio sottoline nuovamente luguaglianza di tutti i capitalisti del mondo alla
morte di Ernesto Che Guevara, leroe della rivoluzione cubana e mito dei rivoluzionari
del mondo. La vita di Guevara, scriveva Potere Operaio nel 1967, pu essere
ripagata soltanto dalla vita dei suoi assassini. E i suoi assassini sono anche, in prima
persona, gli imperialisti degli Stati Uniti, e ancora, hanno i nomi di tutti i capitalisti, di
quelli americani, di quelli europei, di quelli italiani. Era sempre pi chiaro che la lotta
doveva essere una sola, comune in tutti i paesi e per tutti gli sfruttati. Come diceva
Che Guevara, incitando tutti i rivoluzionari, bisognava dar vita a due, tre, molti
Vietnam in giro per il mondo e sconfiggere limperialismo. Inoltre, secondo Che
Guevara un buon rivoluzionario era colui che riusciva a sentire proprie le ingiustizie e
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le prevaricazioni contro cui combattevano i rivoluzionari di tutto il mondo. In una


lettera ai figli scrive: Crescete come buoni rivoluzionari. Ricordatevi che limportante
la rivoluzione e che ognuno di noi, solo, non vale nulla. Soprattutto, siate sempre
capaci di sentire nel pi profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in
qualunque parte del mondo (Guevara, 1966). Il fascino dellesperienza di Che
Guevara colp unintera generazione di giovani ribelli che, sedotti dallesempio del
guerrigliero sudamericano, sognavano di importarne il modello nelle realt del primo
mondo. Erano le azioni rivoluzionarie a far nascere le situazioni rivoluzionarie.
Come sosteneva Martin Luther King, i giovani teorici della violenza disprezzano ogni
dialogo e propongono una tattica di scontro: glorificano la guerriglia e specialmente il
suo nuovo martire, Che Guevara (King, 1968).
I rivoluzionari italiani iniziarono, cos, a guardare ai movimenti internazionali anche per
la cosiddetta teoria dello scontro di piazza. Per fare in modo che la rivoluzione
riuscisse davvero, bisognava infatti essere perfettamente organizzati ed elaborare
tecniche efficaci di guerriglia urbana. Fu emblematico un episodio che avvenne nel
1968: prima del boicottaggio del congresso del Partito democratico statunitense,
tenutosi a Chicago, il giornale americano Rat pubblic una piantina della citt per
indicare ai rivoluzionari dove andare a farsi medicare, dove nascondersi con sicurezza
dai lacrimogeni e dagli scontri con la polizia, come scappare pi facilmente in caso di
necessit. Questa attenzione allorganizzazione precedente allo scontro suscit
notevole interesse in Italia e divenne anche nel nostro paese prassi comune
perfezionare le tecniche di guerriglia urbana. Il paese che pi attirava per lesempio di
guerriglia rivoluzionaria urbana era lIrlanda. Potere Operaio ne scriveva come del
primo e finora unico campo di battaglia totalmente urbano nelloccidente
democratico europeo, il primo e finora unico campo di battaglia cittadino dove la lotta
armata non si manifesta come insurrezione, ma come guerra di lunga durata
(Ventrone, 2012). In Irlanda, infatti, nel 1969, a causa delluccisione di due
manifestanti in uno scontro con la polizia, venne fuori la rabbia dei cattolici, gi colpiti
da una pesante recessione economica. Luguaglianza tra i rivoluzionari del mondo
veniva ribadita anche se le tecniche di guerriglia adottate e luso pi o meno marcato
della violenza erano differenti. Martin Luther King lo sottolinea esplicitamente nel suo
discorso sui giovani: Ma pur considerando la diversit a volte notevolissima di
atteggiamento nei riguardi della violenza, si pu notare un filo conduttore unitario?
Penso di si. Sia che leggano Gandhi oppure Frantz Fanon, tutti i radicali comprendono
che ora di agire, con unazione diretta che trasformi le coscienze e trasformi le
strutture. questa, secondo me, la nota pi positiva (King, 1968).
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La rivoluzione nel mondo, con le guerriglie terzomondiste e la rivolta nei ghetti neri
americani, era scoppiata. Ora toccava allItalia. Feltrinelli, editore e attivista italiano, fu
uno dei primi a chiedersi come realizzare il passaggio concreto alla rivoluzione. Egli
era convinto che tra le forze rivoluzionarie mondiali ci fosse sostanzialmente ununit
di intenti e cominci, quindi, a stringere rapporti con le organizzazioni armate
internazionali ed europee. Dopo che nel 1971 i GAP di Feltrinelli, una delle prime
organizzazioni armate della sinistra italiana, diedero inizio a una serie di attentati
incendiari. Il 25 Aprile usc il foglio informativo Nuova Resistenza , finanziato dallo
stesso Feltrinelli per cercare di arrivare alla formazione di un partito-guerriglia.
Secondo leditore, infatti, un vero rivoluzionario avrebbe dovuto riconoscere che le
azioni armate non erano solo ammissibili ma anche necessarie. Nella nuova rivista
venivano fuori le simpatie terzomondiste di Feltrinelli: il termine Resistenza veniva,
infatti, usato per intendere quella dei palestinesi, dei popoli latino-americani, quella
del Vietnam, della Cina e dei ghetti neri e non certo per un nostalgico richiamo al
passato.
Allinterno di Potere Operaio, gruppo della sinistra extraparlamentare italiana attivo tra
il 1969 e il 1973, invece, si stavano creando divisioni interne a proposito di quale
strategia adottare per passare ad una fase pi strettamente rivoluzionaria. La parte
guidata da Franco Piperno e Oreste Scalzone era favorevole a combinare azione
politica e militare, mentre quella vicina a Toni Negri era pi favorevole a una guerriglia
di massa diffusa. Entrambe le parti, per, credevano che la scelta della violenza fosse
necessaria sulla scia della Rivoluzione cubana. Che Guevara diceva, infatti, che non
sempre necessario aspettare che si diano tutte le condizioni per la rivoluzione e che
proprio lavvio di un focolaio insurrezionale era capace di crearle. Diversamente da
Potere Operaio, Lotta Continua, una delle maggiori formazioni della sinistra
extraparlamentare italiana attiva tra la fine degli anni Sessanta e linizio degli anni
Settanta, scelse di guardare alla Rivoluzione cinese che rappresent non solo un
modello da imitare, ma un vero e proprio mito. Infatti, la Rivoluzione di Mao
rappresentava il protagonismo dei giovani e delle nuove generazioni, la spontaneit e
la ricerca della libert contro le autorit. Intorno alla met degli anni settanta, per,
alcuni militanti di Lotta Continua, dopo essere stati in Cina e aver visto la realt con i
propri occhi, capirono di averla in passato mitizzata eccessivamente. Unulteriore
posizione riguardo ai movimenti internazionali era quella del Collettivo Politico
Metropolitano (CPM), che sarebbe in seguito diventato il gruppo delle Brigate Rosse.
Essi ritenevano che lo smarrimento e la confusione che avevano colpito i giovani
derivavano dallaver cercato i modelli rivoluzionari in situazioni molto lontane e
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diverse da quella italiana, come Cuba, la Cina e il Vietnam, invece che ricavare
ispirazione dalla realt che ci sta sotto il naso. Il modello, quindi, secondo loro
andava cercato in Europa, paese dove in passato erano state messe in scena
importanti rivoluzioni e dove ancora in quel periodo si era assistito allo sviluppo di un
movimento spontaneo delle masse con le contestazioni studentesche, il maggio
francese e le rivolte operaie.

UNA

POSSIBILE CONCLUSIONE

Nel corso degli anni Settanta, per, anche i regimi comunisti che in passato si erano in
vario modo contrapposti al modello sovietico e che avevano conquistato le simpatie
dellopinione pubblica di sinistra in Occidente come protagonisti e simboli della via
rivoluzionaria nella lotta anti-imperialista, attraversarono un una grande crisi. Nella
penisola indocinese, il ritiro americano aveva dato luogo allinstaurazione di regimi
spietatamente autoritari, o addirittura responsabili di genocidio, come quello di Pol Pot
in Cambogia. Il modello cubano aveva perso gran parte del suo fascino, sia per le
denunce dei dissidenti, sia per il continuo flusso di fuggitivi che sbarcavano con ogni
mezzo sulle coste meridionali degli Stati Uniti. Quanto alla Cina, la lunga e oscura
transizione seguita alla fine della Rivoluzione culturale e poi alla morte di Mao stava
sfociando in un inedito capitalismo di Stato. Il sogno latinoamericano, inoltre, svan
definitivamente con la morte di Allende, primo presidente marxista democraticamente
eletto nelle Americhe, avvenuta nel 1973 in seguito ad un colpo di stato militare
appoggiato dagli Stati Uniti. In seguito a questo colpo di stato prese il potere il
generale Augusto Pinochet che govern il suo paese come dittatore fino al 1990.
Nel 1967, Giorgio Bocca pubblic su Il Giorno un articolo che descriveva linsieme
delle suggestioni che vivevano i giovani italiani esposti alle esemplari storie di
ribellione che avvenivano a livello internazionale: Mi sforzo di capire i caratteri
distintivi dei giovani che frequentano le nostre universit. A Roberta piace il Fidel che
dice <voglio dare alla giovent il disgusto per il denaro>, e le piace Guevara che
combatte in Bolivia; si interessa ai negri in rivolta, ai vietnamiti in guerra, a ci che si
muove nellIndia e nel sud Africa. Ed questo laltro carattere che distingue lei e quelli
della sua et, linteresse ai problemi del mondo e ai poveri del mondo.
Alla fine degli anni settanta, il movimento che seguiva i modelli tradizionali rimase
privo di un padre, ma la stessa sorte tocc alla sinistra extraparlamentare che aveva
seguito modelli nuovi e vitali. Stavano crollando, infatti, tutti i miti internazionali:
travolto a Praga quello che restava del mito sovietico, distrutto definitivamente quello
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cinese dopo la morte di Mao, Cuba ridotta a semplice appoggio per le strategie
sovietiche. Nel 1977, cos si poteva leggere sul giornale Lotta Continua: Evviva che
cosa? Non abbiamo pi niente compagni, siamo orfani. Il Vietnam appena dieci anni fa,
le bandiere vietcong alle manifestazioni, a Roma come a Berlino. La Palestina, la Cina,
il Portogallo cosa ci resta? . Due anni dopo, la copertina dellEspresso intitolava:
Noi orfani. E Vittorio Zucconi, sul Corriere della Sera, ammetteva: Non abbiamo pi
ritratti da appendere accanto al letto.

BIBLIOGRAFIA
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Tracce di ribellione Rebecca De Fiore

Tronti, Mario (1962) La fabbrica e la societ. In: Quaderni rossi, n.2, giugno 1962. Cit.
in: Ventrone A. op. cit.
Ventrone, Angelo (2012). Vogliamo tutto. Roma-Bari: Laterza.

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