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Il sindacato nella crisi italiana.

Sistema politico e rappresentanza sociale di fronte ai problemi di una democrazia in trasformazione.


Roma, 14 gennaio 2010

Pierre Carniti
Per ragioni di tempo devo essere necessariamente schematico. Non vorrei però essere nemmeno
consolatorio. Perché, tenuto conto dei problemi con cui siamo alle prese, credo che abbiamo
bisogno di tante cose, meno che di mettere il cuore in pace confortandoci reciprocamente. Innanzi
tutto qualche breve considerazione sulla democrazia. Che, se ho inteso bene, è giustamente assunta
come il riferimento ed il discrimine di questa nostra discussione. Credo quindi opportuno partire
dalla domanda: cos’è la democrazia? All’osso si può dire che la democrazia è un metodo che
consente di prendere decisioni pubbliche senza spargimento di sangue. Che era appunto ciò che
succedeva spesso prima che la regola democratica venisse adottata. In sostanza, la democrazia è un
insieme di regole e procedure che permettono di prendere decisioni collettive. Attenzione però, non
è solo questo. Essa si sostanzia infatti nel “principio di eguaglianza”. “Ogni testa un voto”,
appunto. Ma anche eguaglianza di fronte alle legge. Cioè “La legge è uguale per tutti”. Come è
scritto in bella evidenza nelle aule dei tribunali. Sappiamo, dalle cronache, che non è sempre così.
Qualcuno, soprattutto in Italia, si ritiene più uguale di altri e si comporta di conseguenza. Ma questa
è proprio una delle ragioni che rendono claudicante la nostra democrazia.
Resta il fatto che, a partire dai greci a cui dobbiamo il concetto di democrazia, essa si contrappone
alle altre forme di governo perché rispetta il “principio di eguaglianza”. Non a caso fin
dall’antichità il sinonimo di democrazia è “isonomia”. Che significa eguaglianza di fronte alla
legge. Questa concezione non è mai stata smentita. Tutta la letteratura politica sta lì a confermarlo.
In un famoso capitolo dei Discorsi, Macchiavelli sostiene che condizione d’esistenza e
sopravvivenza di una Repubblica è “l’equalità” (cioè l’eguaglianza), mentre là dove vi è
diseguaglianza tra i nobili ed i plebei non è possibile altra forma di governo che il “principato”.
Montesquieu ha distinto le forme di governo, non soltanto in base ai criteri tradizionali del numero
dei governanti e del loro modo di governare, ma anche in base ai principi che li guidano. Della
democrazia ha considerato come principio ispiratore “l’amore per l’eguaglianza”. L’avvento,
insieme irresistibile e paventato, della democrazia rappresenta per Tocqueville l’arrivo di una
“società egualitaria”. Uno dei grandi contrasti che contrassegnano il corso del pensiero politico è
quindi quello che contrappone coloro i quali ritengono che, essendo gli uomini nati eguali, la
miglior forma di governo è quella che ristabilisce l’eguaglianza delle condizioni politiche; e coloro i
quali considerano invece gli uomini nati diseguali per i quali quindi la pretesa di renderli uguali è

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assurda e deleteria. Così gli scrittori democratici sono egualitari, gli antidemocratici sono
inegualitari. Tant’è vero che una delle ragioni per cui nel corso dei secoli la democrazia da alcuni è
stata giudicata la peggior forma di governo è proprio perché si fonda sul presupposto
dell’eguaglianza. Contrapponendo la scuola democratica alla scuola liberale, Francesco De Sanctis
definisce la prima come “fondata sulla giustizia distributiva e sull’eguaglianza di diritto che, nei
paesi più sviluppati, è anche eguaglianza di fatto”. In sostanza la democrazia è davvero tale quando
all’eguaglianza dei diritti giuridici si somma l’eguaglianza dei diritti politici ed un’eguaglianza dei
diritti sociali, attraverso i quali si può realizzare una effettiva “eguaglianza di opportunità”.
Questo è quindi il principio ispiratore che sostanzia la democrazia. Naturalmente le forme della
democrazia possono variare. Ricordo, solo per memoria, che la democrazia può essere diretta, ma
anche rappresentativa. Che a sua volta la democrazia rappresentativa può essere di tipo
parlamentare o presidenziale. Ma che, per sua natura, la democrazia rappresentativa non può che
essere pluralista. Che vuol dire, non solo una pluralità di orientamenti politici in Parlamento, ma
anche pluralità di ordinamenti e di poteri. Sia “nelle” che “tra” le istituzioni pubbliche (al fine del
bilanciamento dei poteri). Ma anche tra queste e le istituzioni sociali. Per comporre in una sintesi
politica efficace la dialettica Società/Stato.
Se questi sono gli elementi imprescindibili del quadro, quando ho ricevuto l’invito a partecipare a
questo incontro ed ho letto il sottotitolo che recita: “Sistema politico e rappresentanza sociale di
fronte ai problemi di una democrazia in trasformazione”, debbo confessare di avere avuto un
momento di esitazione, di incertezza. Perché francamente non so cosa significa “democrazia in
trasformazione”. Mi sono perciò chiesto: in cosa mai si può trasformare la democrazia? Non certo
nel suo contrario. Cosa che, per altro, all’Italia è tragicamente accaduta nella prima metà del secolo
scorso. E dovremmo quindi lavorare per impedire che possa ricapitare ancora.
Ho pensato inoltre che la legge: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” è applicabile
alla chimica, alla metallurgia, alla bioingegneria, ma non è applicabile alle funzioni. Ad esempio,
tra le funzioni vitali degli esseri umani c’è la necessità di respirare. Ciascuno di noi può essere in
condizioni di respirare bene, o meno bene. Ma nessuno può mai però fare a meno di respirare. Se
non con esiti catastrofici. Faccio un altro piccolo esempio. Una sedia è sempre una sedia. Può avere
forme, colori, comodità diverse, ma la sua funzione resta quella di consentire alle persone di
sedersi. Ora, se ad una sedia viene tagliata una gamba, magari in qualche modo sta ancora in piedi,
ma non può più servire come sedia. Perché chi la volesse utilizzare per il suo scopo originario
rischierebbe di cadere rovinosamente.
Il punto quindi è che la democrazia in Italia non è “in trasformazione”. Ma, anche se non gli è stata
ancora amputata una gamba, è perlomeno un po’ zoppa. E’ visibilmente claudicante. Siamo infatti
tra i pochi elettori al mondo che non possono eleggere i propri rappresentanti. Perché questi

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vengono scelti e nominati da ristretti ottimati. Siamo l’unico paese democratico al mondo nel quale
il Premier è sistematicamente impegnato nella delegittimazione della Magistratura, della Corte
Costituzionale, del Capo dello Stato, del Parlamento, dell’Opposizione. Siamo quindi in presenza
non di una democrazia in trasformazione (?) ma di una democrazia traballante, malferma. A causa
dei colpi che è costretta a subire quotidianamente.
Questo non significa però, come alcuni dicono e scrivono, che siamo tornati al fascismo.
Fortunatamente gli oppositori non vengono più assassinati, imprigionati, mandati al confino. I
media non sono più sottoposti alla censura preventiva ed all’occhio vigile del Minculpop. C’è
semmai l’autocensura. Che sul piano etico-professionale può, deve essere giudicata con grande
severità. Ma è un problema grave di conformismo verso il potere. Che è comunque cosa diversa dal
fascismo. Per questo personalmente non credo che, come è capitato in tante parti del mondo nel
secolo scorso, la democrazia possa oggi “perire” per un agguato, per una imboscata. Credo piuttosto
che possa “deperire” per denutrizione. Condivido infatti l’opinione del laburista David Crosman il
quale, all’inizio degli anni sessanta del secolo scorso, ammoniva che la libertà e la democrazia sono
sempre potenzialmente a rischio, se una minoranza consapevole non fosse costantemente in grado
di contrastare il privilegio dei pochi e l’apatia dei molti. Questo francamente non mi pare che stia
avvenendo. Da qui i motivi di preoccupazione. Che dovrebbero indurci a qualche considerazione
autocritica. Esigenza che ci interpella certamente anche come singoli, ma che investe soprattutto i
soggetti collettivi.
Perché in un sistema di democrazia pluralista un ruolo decisivo può essere svolto appunto dai
soggetti collettivi. Mario Sai ha giustamente ricordato che negli ultimi anni in Italia è aumentato il
volontariato a sostegno di chi sta ai margini, o comunque ha bisogno di una mano. E’ aumentato
l’associazionismo che si preoccupa dei problemi ambientali, di quelli dei consumatori, e così via. A
mio parere però questi soggetti mentre sono aumentati di numero, hanno visto parallelamente
scemare la loro capacità di influenza sulle decisioni pubbliche. Sia a causa della loro estrema
frammentazione. Ma anche per la mancanza di un referente che, per il suo ruolo ed il suo peso, sia
effettivamente in grado di assolvere ad una funzione aggregante. In passato questa funzione è stata
quasi sempre assolta dal sindacato.
Siamo tutti, più o meno, reduci da incontri rievocativi del 1969. Che è stato un anno di svolta nelle
politiche redistributive, nel superamento di anacronistiche diseguaglianze (ad esempio tra operai ed
impiegati), ma anche di maggiore riconoscimento sociale del lavoro e della sua dignità. Occorre
però riconoscere che oggi il ruolo che il sindacato è stato in grado di esercitare in quegli anni è, in
larga misura, venuto meno. Le ragioni sono tante. Ma quella che a me per molti versi appare
decisiva è il fatto che il sindacato ha conosciuto un progressivo ripiegamento. Passando da una
tensione unitaria ad un esasperato pluralismo organizzativo, di tipo competitivo. Fondamentalmente

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concorrenziale. Con esiti discutibili ed in certi casi assai preoccupanti. A questo proposito, vorrei
dire a Gianni Rinaldini, il quale comprensibilmente recrimina per la conclusione non unitaria del
contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici, che sarebbe sempre opportuno afferrare i
problemi dalla testa piuttosto che dalla coda. Voglio dire che, con riferimento alle relazioni
contrattuali, il punto di crisi si manifesta sempre alla presentazione delle piattaforme. Per la buona
ragione che quando si mettono in campo piattaforme rivendicative diverse è piuttosto probabile che
si arrivi anche a conclusioni discordanti. Mi scuso per la banalità. Ma vorrei osservare che se due
persone si mettono in viaggio, avendo come meta: una Firenze e l’altra Bologna, è del tutto
improbabile che poi si ritrovino assieme nella stazione d’arrivo. Quindi, a proposito di democrazia
sindacale e del diritto dei lavoratori di dire la loro sui contratti che li riguardano, personalmente
raccomanderei innanzi tutto un referendum tra tutti i lavoratori quando sciaguratamente venissero
prospettate piattaforme rivendicative separate e le divergenze tra le organizzazioni fossero ritenute
incomponibili.
In ogni caso, proprio per le dinamiche concorrenziali (e persino antagoniste) nei rapporti tra le
organizzazioni venute avanti negli ultimi anni, anche se il numero delle adesioni sindacali (come ha
ricordato Sai) rimane elevato (ammesso che tutte le adesioni siano reali, viste le polemiche sugli
iscritti alla Ugl e quelle dell’incidenza dei pensionati sul totale) la capacità di condizionamento del
sindacato appare in netto declino. Anche a questo riguardo le considerazioni che potrebbero essere
fatte sono numerose. Dal mio punto di vista una risulta però decisiva. Ed è questa: nella dialettica,
nel conflitto sociale non basta avere ragione, occorre anche la forza per farla valere. E questa forza
per il sindacato consiste, prima di tutto, nella capacità di esprimere proposte ed iniziative unitarie.
Negli ultimi tempi le questioni su cui si è consumata una crescente sofferenza sociale sono diverse:
dalla perdita di posti di lavoro, al peggioramento delle politiche distributive a danno di salari e
pensioni. In questo ambito, cruciale è il ruolo negativo assolto dalla politica fiscale. Il tema viene
periodicamente portato agli onori delle cronache in maniera però assolutamente inconcludente.
Possiamo naturalmente fare dell’ironia sulla volubilità di Berlusconi che nei giorni pari promette
una riduzione delle tasse (anche se si guarda bene dal dire a beneficio di chi) e nei giorni dispari
spiega che non è possibile.
Il punto che dovrebbe essere chiarito dal sindacato (ed a me non sembra che lo sia, o che lo sia a
sufficienza) è che con la situazione dei nostri conti pubblici le entrate fiscali non possono
assolutamente essere ridotte. Anzi ci sono serie probabilità che debbano essere aumentate.
Soprattutto se, tenuto conto dell’ammontare del nostro debito pubblico, dovessero aumentare i tassi
di interesse. Cosa purtroppo non certo impossibile. Ma poiché il prelievo fiscale su salari e pensioni
è un intollerabile fattore di aumento delle diseguaglianze (aggravate dalla mancata restituzione del
fiscal drag) non c’è alcun dubbio che sia assolutamente necessario diminuire il prelievo a chi sta in

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basso. Ne consegue che, non potendosi diminuire le entrate complessive (se non al prezzo
inaccettabile di una contrazione della spesa sociale già insufficiente) occorre aumentare il prelievo a
chi sta in alto nella scala dei redditi. Certo in parte il prelievo può anche essere ristrutturato.
Accrescendo il contributo sulle rendite e sui patrimoni. Ma questo non esime dalla necessità che i
redditi più alti debbano contribuire in misura maggiore a finanziare investimenti e spese comuni.
Può darsi benissimo che io non sia adeguatamente informato. Ma lasciatemi dire che sul punto non
vedo una chiara e coerente presa di presa di posizione del sindacato. Siamo fermi ad una generica
invocazione di una diminuzione del prelievo fiscale su salari e pensioni. Con richieste ragionevoli e
persino moderate. Come quelle della Cgil che chiede una diminuzione media di 100 Euro al mese.
Cioè meno di quanto si è portato via il solo fiscal drag. Ma la mia impressione è che si rimanga
colpevolmente elusivi su chi e come debba pagare i costi dell’aggiustamento. Per altro, temo che
questa ambiguità finisca per favorire, anche se involontariamente, il “gioco delle tre carte” condotto
del governo in materia.
La mia conclusione è questa: il corso delle cose può certamente cambiare. A patto però che il
sindacato voglia e sappia ritrovare la via, per quanto faticosa e difficile, dell’impegno unitario. In
caso contrario temo che si rischi di non andare oltre un inutile frastuono sussultorio. Che, come ben
sanno coloro che hanno una più lunga esperienza, non è mai servito a spostare di una virgola le
condizioni sociali del Paese.