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Strumenti Critici

Tecnologia:Lavoro

Gratis per Facebook


In una societ facciale, volti si accavallano, si toccano e proliferano sino a perdersi ad ogni
angolo di mondo. Pubblicit, schermi, cartelloni ne creano in continuazione. Nei vagoni della
metropolitana, piccoli display led si illuminano di un blu innaturale, dita uncinate scorrono
su e gi sul touchscreen. Volti anonimi scrutano febbrilmente maschere sorridenti sul libro
delle facce. Occhi si spremono e sbattono luminosi. Il ritornello dellultimo pezzo dance stri
scia nelle orecchie partendo da una cuffia lontana due posti. Profili personali contendono
venti secondi di gloriosa attenzione a rclame appese come salami sul soffitto del treno. Trilli e
notifiche squillano vibranti suscitando quieti sorrisi e smorfie frustrate.
Facebook il privato che irrompe sul palcoscenico della pubblica piazza. Unautopromozione
di s con lo stesso slancio di una campagna per un nuovo gelato in vaschetta. Qualcuno di
rebbe che un dispositivospecchio1. Uno specchio perch ha inevitabilmente somiglianza
col reale e, allo stesso tempo, consente di promuovere unidentit visiva di s, in un tripudio di
selfie e selfbranding. Un dispositivo perch impone determinati parametri e omologa le mo
dalit di rapportarsi ad esso. E lo fa semplicemente chiedendoti Inserisci unimmagine del pro
filo2.
Si pu parlare, ridere, scherzare, commuoversi, senza rischiare gli imbarazzi della fisicit. Si
pu farlo con degli alter ego forniti soltanto di unimmagine e un nome e secondo gli schemi
prescritti dal dispositivo, come milioni di altri al mondo. Eppure spesso non si pu evitare di
dare a questi surrogati il valore di una presenza reale. Facebook forte laddove le reti sociali
sono pi deboli. Odora la sofferenza e persuasivo e rassicurante riesce a dare uno sbocco
social alla mancanza di socialit. Prolifera laddove atomizzazione e competizione hanno
distrutto i legami sociali. Risponde ai malesseri facendosi mezzo per sfogare i propri rancori in
una pseudocomunit di rifugio senza alcun appiglio col piano della realt. Franco La Cecla
parla di clonazione del vissuto riferendosi al processo per cui i media si pongono come
condizioni necessarie dellesperienza, grazie ad una seduzione "la cui carta vincente sempre
stata il lascivo sussurro all'orecchio io ti servo", e ci conducono in una sorta di fuga nello
schermo in grado di spegnere "la dimensione avventurosa, la scoperta del mondo come
qualcosa che non ha regole di accesso che possano essere attraversate con una password"3.
Un dispositivo che pu insinuarsi dentro i corpi agendo sul bisogno di socialit e, da l, mo
dificare il nostro modo di guardare alle interazioni sociali. Noi vediamo una grafica essenziale
e bottoni blu con cui interagire. Dietro la grafica, c una delle cinque aziende pi importanti
al mondo. Unazienda che produce valore e che lo fa, rullo di tamburi, col nostro lavoro
gratuito. Lo fa grazie ad una macchina in grado di agire sul nostro coinvolgimento emotivo e
muoverci dallinterno come marionette che producono valore aggiornando quotidianamente
uno status o scattando foto al mare. Facebook come un sociopotere, secondo la definizione
del sociologo della rete Evgenij Morozov, "olistico, pervasivo e onnipresente" che "non va []
inteso solo come capacit di determinare con forza la condotta altrui" ma che "piuttosto
concerne la pi sottile e meno evidente capacit di plasmare, indirizzare, persuadere"4. E al
contempo come un potere biopolitico che ci obbliga a ripensare al significato del lavoro. Punta
di diamante di una formazione che pu vantare grandiosi astri nascenti, dal volontariato di
Expo agli stage non pagati e obbligatori per gli studenti delle superiori: la superstar del lavoro
gratuito.

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1 M. M. Mapelli, Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook, Mimesis, 2011
2 Per approfondire Dinamiche psicologiche: narcisismo, esibizionismo, pornografia emotiva su ippolita.net
3 F. La Cecla, Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana, Mondadori, 2006
4 S. Boni, Culture e Poteri, Eluthera, 2011

benja/fum

strumenti:empirici

Ambiente e identit,
povert e disabilit
Nella letteratura sulle neuro
scienze cognitive compare
sempre pi di frequente
l'espressione ''povert come
disabilit''.
Disabilit certamente una
parola che pu risultare irri
tante. Oltre al danno, la
beffa: sono a stomaco vuoto
da abbastanza tempo per
non essere dellumore di
sentirmi dare della ritardata.
Perch penso invece che do
vremmo andare oltre allirri
tazione e al rifiuto e
addirittura rivendicarci que
sta interpretazione della po
vert?
La tesi sostenuta da chi ha
introdotto questa espressio
ne che condizioni socio
economiche
svantaggiate,
declinate nelle diverse possi
bili implicazioni nella vita di
una persona1, siano preditti
ve di un probabile sottosvi
luppo di alcuni sistemi
cognitivi
fondamentali,
con uno scarto partico
larmente marcato in quelli
prefrontaleesecutivo, peri
silviano sinistro e medio
temporale.
Il sistema prefrontaleesecu
tivo raggruppa le cosiddette
funzioni esecutive, fra i
quali la gestione di processi
cognitivi quali il ragiona
mento, il problem solving e
la memoria di lavoro.
Quello perisilviano sinistro
un sistema complesso e tra
sversale, che comprende le
funzioni
sottostanti
agli
aspetti sintattici e fonologici
del linguaggio.

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Il sistema mediotemporale,
infine,

responsabile
dell'interiorizzazione di un
contenuto informativo imme
diatamente successiva allo
stimolo corrispondente, e
della capacit di consultare
e utilizzare questo contenuto
per affrontare una situazio
ne analoga successivamente;
per capire meglio questa abi
lit, la si pu immaginare
come
contrapposta
all'apprendimento per mera
intensificazione della rispo
sta come effetto dell'esercizio
ripetuto.
Questo sembra suggerire
che chi siamo anche de
terminato dalle condizioni
socioeconomiche della no
stra infanzia nel loro equiva
lente
biofisico2
e
che
lintelligenza di una persona
dipende
da
quanto
lambiente le renda possibile
compiere il proprio po
tenziale genetico3.
Le condizioni socioeconomi
che sembrano essere infatti
il fattore con maggior peso
nel successo accademico e
nel livello delle prestazioni
cognitive che vi sottostanno.
Ricordo non molto nitida
mente le sere che passavo a
casa del mio amico Brad a
respirare
combustioni
psicoattive.
Ci troviamo nell'area nord
est della provincia milanese.
Brad pi grande di me di
un paio danni, originario
di un comune vicino a Napo
li noto per le vicende malavi

tose, ed ha una figlia che ai


tempi aveva due anni.
La madre della bambina,
Angelina, era la fidanzata di
Brad e laveva conosciuto in
spiaggia durante una va
canza di lui a Napoli.
Angelina nata nel mio
stesso anno in Siberia (o in
un altro paese molto freddo
e dellex URRS i suoi
racconti
contenevano
sempre una buona parte di
invenzione, ma il fenotipo e
la conoscenza del russo
confermerebbero queste ori
gini), dove ha perso i genitori
molto precocemente, e ha
poi
trascorso
parte
dellinfanzia in orfanotrofio,
fino a che stata adottata
da una famiglia napoletana.
La figlia di Brad e Angelina a
due anni non era minima
mente in grado di parlare.
Brad e Kevin, un comune
amico, come me allepoca
assiduo
frequentatore
di
questo
salotto,
solevano
riempire il tempo della
combustione commentando i
connotati
delle
giovani
donne che guardavano su
Mediaset e alternandosi a
turni di solitario.
Angelina cercava a volte di
inserirsi nel gruppo di gioco
con difficolt, dato che la
sua imperizia la rendeva uno
sfidante di scarso atletismo.
Una sera per Brad decise di
farla provare a giocare e di
spiegarle le regole.
Angelina
non
riusciva
neanche a posizionare le
carte per cominciare la

1 Fra le altre: alimentazione scarsa e/o di scarsa qualit, povert di stimoli cognitivi (per esempio
l'accesso a libri), carenze affettive e/o sociali, stress tossico (vedi box omonimo).
2 M. J. Farah, K. G. Noble, H. Hurt, Poverty, privilege and brain development: empirical findings and
ethical implications, University of Pennsylvania, 2005

de-genere

Fare l'amore
con la precariet
Quando capisci che la ragazza con cui stai uscendo diventata la tua fidanzata? Quando
smetti di masturbarti pensando a lei!
Il sapere popolare mi ha sempre affascinato, in particolare quando si cristallizza in forme
come questa: rudi e oneste. Analizzare queste forme , tra l'altro, un buon modo per
rendersi conto delle miserie che nascono dei paradossi intrinseci alla condizione umana.
Un buon punto di accesso per analizzare la questione del lieto fine.
Qualche giorno fa correvo sulla bici per la citt, quando tutto a un tratto mi sono dovuto
fermare. Su una pensilina del bus un manifesto pubblicitario di un film recitava: tutti
meritiamo un lieto fine.
Ti senti identificato? Pensi che almeno tu lo meriti veramente? Insomma, dopo tante
burrasche, non ti piacerebbe attraccare in un porto sicuro e confortevole, al riparo da
uragani e piogge torrenziali? A me piacerebbe, e molte volte ne ho sentito il bisogno. Quando
ho visto quel manifesto, questi sono stati i pensieri che hanno inconsciamente fatto
irruzione nella mia testa.
Poi, qualche millesimo di secondo pi tardi, il primo cortocircuito: il messaggio veniva da
una pubblicit, progettata proprio al fine di ricercare l'identificazione rapida attraverso il
recupero di un pensiero diffuso1.
Viviamo di storie, e perci ho sempre considerato molto utile lo schema narrativo canonico
proposto da Greimas. Ogni testo secondo il semiologo lituano termina con una sanzione
conclusiva, un premio, un riconoscimento, per dirne una, la mano della principessa.
Il lieto fine come punto finale di una battaglia, come e vissero felici e contenti, come sanzione
ultima e risolutoria viene quindi interpretato se passato al tornasole dello schema.
Il problema che l'unica sanzione terminale possibile delle nostre vite, anche se storificate,
rimane la morte; mentre nelle storie, nelle relazioni sentimentali ci sembra corrispondere
all'esaurirsi della complicit, l'assopimento della passione, lappagamento: smettere di
masturbarsi pensando a lui.
Da quando abbiamo smesso di credere a una narrazione dominante la giudaicocristiana
passiamo le nostre giornate in un continuo negoziare, praticando e ridefinendo allo stesso
tempo rituali civili, commerciali e intimi. E ci non ci crea grossi problemi.
Eppure, in fondo, non siamo disposti a disfarci di questa sicurezza. Anzi, pi alte e forti
sono le onde che si infrangono sulle nostre esistenze, pi forte cresce il desiderio di lieto
fine. Quasi banale sembra citare la precariet, principale fattore di ansia oggigiorno.
Ne La scimmia nuda Desmond Morris descriveva la nostra tendenza sociobiologica
duplice e contraddittoria: la ricerca del nuovosconosciuto e la riaffermazione del vecchio
conosciuto. l'instabilit che ci fa saldi ormai negli sradicamenti quotidiani, e non c modo
di fuggire dallimmanenza del presente prossimo.
Rivendico che ogni istante della mia vita non vada sprecato, rivendico la mia attualit, non
sacrificandola in nome di una potenziale serenit futura.
La serenit in natura non esiste, un invenzione narrativa delluomo.
Il lieto fine, per tautologia, chiude la narrazione, il film, la storia; significherebbe che oltre
non c' nulla, resta il bianco di una pagina, il buio di uno schermo, il vuoto di un mondo
scomparso. Tutto ci che ci ha portato fino a l, che valeva la pena di essere letto,visto o
vissuto riguarda lo sviluppo, non la conclusione.
La chiusura segna la fine della diegesi, della narrazione, di quel mondo possibile e
immaginabile. Non c' pi niente da dire, n da fare. Si muore, insomma.
la diegesi che ci interessa, non la pagina bianca dopo l'ultimo punto.
ceccomo, kid A, creek
1 Sempre meno diffusa nella propaganda mainstream invece una morale apologetica della
monogamia o della fedelt. Ma la riaffermazione del lieto fine non significa sottendere questi
valori attraverso un espediente narrativo?

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