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ISSN 2037-6677

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Nota a Corte cost. 238/2014 Il coraggio della Corte costituzionale


nella sentenza n. 238 del 2014 crea unipotesi di rinvio la
carte?
di Roberta Calvano

1. La sentenza n. 238 del 2014 non necessiterebbe quasi di introduzioni che ne illustrino
i contenuti, essendo una delle decisioni che hanno prodotto probabilmente il maggior
numero di iniziative seminariali di discussione negli ultimi anni, oltre ad una ricca messe di
commenti tra gli studiosi delle diverse discipline coinvolte. Si tratta per molti versi di una
decisione importantissima, e non solo dal punto di vista giuridico, ma anche perch essa ha
molto a che fare con la storia, e con il ricordo dei drammatici eventi della seconda guerra
mondiale. Per questo motivo, alcuni passaggi pi discutibili, su cui si torner tra breve, non
possono che essere letti in connessione con la grande responsabilit che il giudice
costituzionale non pu non aver avvertito. Si pu parlare in proposito di responsabilit, sia
ritenendo che la Corte abbia voluto dare finalmente un segnale di giustizia a chi da tanto lo
attendeva, ma anche, in prospettiva ben pi negativa, circa le possibili conseguenze sul
piano internazionalistico di una sentenza che non potr che produrre ripercussioni sui
rapporti dello Stato italiano con la Germania e con la Corte internazionale di giustizia (dora
in poi CIG).
Tra i tanti livelli di lettura possibili, per i costituzionalisti la prospettiva del rapporto tra
Corti invitante ed evidente, sullo sfondo di una sentenza che offre per mille affascinanti
spunti anche sul piano del processo costituzionale, oltre che su quello dei rapporti tra
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ordinamenti. Tra i principali problemi coinvolti, va sottolineato quello del rapporto tra la
sovranit dello Stato (alla base dellantica regola dellimmunit degli Stati dalla giurisdizione)
e la garanzia dei diritti umani, o -dal punto di vista interno- fondamentali, oggi centrali
nellevoluzione del diritto internazionale e chiave di volta dei rapporti tra diversi livelli
ordinamentali di fronte ad una sovranit sempre pi in crisi 1.
2. Ancora una volta, dunque, la Corte costituzionale si trova a dover fare i conti con i
confini tra diritto interno e nel caso di specie con i principi supremi della Costituzione e
diritto proveniente dallesterno dellordinamento italiano. La sentenza n. 238 scioglie
infatti tre questioni di costituzionalit che si potrebbero definire concentriche, perch la
seconda e la terza appaiono serventi e strumentali rispetto alla prima, su cui si
incentreranno prevalentemente queste brevi note.
Si tratta della questione di legittimit costituzionale riguardante la norma di adattamento
al diritto consuetudinario internazionale introdotta nel nostro ordinamento in base allart.
10, comma 1, Cost., cos come interpretata dalla Corte internazionale di giustizia nel 2012, a
seguito di un orientamento della Corte di Cassazione italiana volto a disattendere la
consuetudine stessa 2. Il dubbio di costituzionalit della norma che sottraeva alla
giurisdizione del giudice nazionale gli atti iure imperii di altri stati (in questo caso la
Germania del Terzo Reich) era stato quindi promosso dal Tribunale di Firenze in relazione
agli artt. 2 e 24 Cost.
Le altre due questioni sono come si diceva correlate. La prima riguarda infatti lart. 94
della Carta delle Nazioni Unite (reso esecutivo dalla legge n. 848 del 1957) da cui deriva
lefficacia delle sentenze della Corte internazionale di giustizia ed in particolare la sentenza
del 2012 che obbliga lItalia al rispetto della consuetudine. Infine veniva censurata la norma
della convenzione di New York relativa allistituto contestato dellimmunit dalla
giurisdizione, attuata mediante legge n. 5 del 2013 3, nella parte in cui obbliga il giudice
nazionale ad adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia anche quando
1

Con particolare attenzione alla teoria dei contro limiti, finalmente applicata, la legge, M. LUCIANI, I
controlimiti e leterogenesi dei fini (a proposito della sent. Corte cost. n. 238 del 2014), in corso di
pubblicazione in Scritti in onore di G. Silvestri, nonch in Questione giustizia1/2015, 84. Nella lente
del rapporto tra corti invece, ad es. A. GUAZZAROTTI, Il paradosso della ricognizione delle consuetudini
internazionali. Note minime a Corte cost. n. 238 del 2014, in Forum Quaderni costituzionali, 5
novembre 2014.
2 Corte di Cassazione S. U., sent. n. 5044 del 2004, caso Ferrini, cui segu la sentenza del 3 febbraio
2012, Germania vs. Italia della Corte internazionale di giustizia.
3
Legge 14 gennaio 2013, n. 5, Adesione della Repubblica italiana alla convenzione delle Nazioni Unite
sulle immunit giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, fatta a New York il 2 dicembre 2004, nonch
norme di adeguamento allordinamento interno.

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essa ha stabilito lobbligo del giudice italiano di negare la propria giurisdizione nella
cognizione della causa civile di risarcimento del danno per crimini contro lumanit
commessi iure imperii dal Terzo Reich nel territorio italiano.
3. Il primo problema che la Corte si trova dunque a dover esaminare, nella prima
questione sottopostale, attiene alla sindacabilit della norma di origine consuetudinaria,
nellinterpretazione resane dalla CIG, e quindi allammissibilit del dubbio sottopostole,
sotto diversi punti di vista.
In primo luogo, la Corte aggira piuttosto sinteticamente un ostacolo derivante dal
precedente di cui alla sentenza n. 48 del 1979, che aveva ritenuto sindacabili le sole
consuetudini sorte dopo lentrata in vigore della Costituzione. Infatti, sebbene in base a tale
pronuncia si fosse affermato che, nel contrasto fra norme internazionali immesse
nellordinamento italiano mediante lart. 10, primo comma, Cost. e principi fondamentali
dellordinamento giuridico italiano, devono essere questi ultimi a prevalere, si era allora
ritenuto per quanto attiene alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute
che venissero ad esistenza dopo l'entrata in vigore della Costituzione, che il meccanismo di
adeguamento automatico previsto dall'art. 10 Cost. non potr in alcun modo consentire la
violazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale. Da ci si era
da allora conseguentemente fatto discendere che ci non fosse possibile nella diversa
ipotesi del giudizio su norme consuetudinarie anteriori alla Costituzione.
La sentenza nega la fondatezza di tale assunto, rileggendo lart. 134 Cost.
congiuntamente allart. 1 della legge costituzionale n. 1 del 1948 e alla sentenza n. 1 del
1956, ad ulteriore conferma dellirrilevanza dellessere loggetto del giudizio di
costituzionalit precedente o successivo allentrata in vigore della Costituzione 4.
singolare che la Corte richiami testualmente proprio lart. 134 Cost., senza soffermarsi
a notare per che esso riguarda proprio gli atti sindacabili, un dato testuale questo che
avrebbe forse richiesto di argomentare su come ci permetta di svolgere un giudizio su
norme, quali quelle prodotte ex art. 10, sulla base di consuetudini. Chiaramente il giudizio
non verte, e non potrebbe pretendere di farlo, direttamente sulla norma consuetudinaria
internazionale, ma solo sulla norma interna di adattamento prodotta ex art. 10, a
prescindere dalla questione circa la sua collocazione sul piano costituzionale o su quello
4

Lavvocatura aveva invocato, come argomento sulla non sindacabilit di consuetudini anteriori
alla Costituzione le sentenze nn. 48 del 1979, 471 del 1992, 15 del 1996, 262 del 2009.

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della legge ordinaria, che ha impegnato in passato la riflessione costituzionalistica 5. Posto


che lesame si prospetta come volto ad applicare per la prima volta la teoria dei controlimiti
in relazione a norme entrate nel nostro ordinamento in via indiretta, per il tramite
dellart. 10, si evidenzia insomma come sarebbe forse stato utile soffermarsi a motivare in
questo caso circa lammissibilit di un giudizio di costituzionalit che verte su norme (dato
di per s altrimenti normale), ma che non sono recate nellordinamento da disposizioni,
neanche quale risultato interpretativo di un combinato disposto, questione che il giudice
costituzionale preferisce non affrontare 6.
Analogamente non sembra venga offerta unargomentazione circa lammissibilit della
questione a fronte del dato per cui la disposizione di cui allart. 134 chiaramente ritiene
sindacabili solo gli atti imputabili allo Stato o alle Regioni 7. Non potendosi rinvenire
certamente la caratteristica della provenienza dalle Regioni per le norme di adattamento alle
consuetudini internazionali, si poteva forse tentare la via di una riflessione sulla possibilit
di qualificare le stesse come norme imputabili allo Stato, in quanto immesse
nellordinamento in forza del meccanismo del trasformatore permanente di cui allart. 10
Cost., ed ai fini del rispetto dellart. 11 Cost.
La sentenza in commento sorvola invece, piuttosto sorprendentemente sul problema,
approfittando solo per svolgere un interessante inciso sugli atti sindacabili dalla Corte, intesi
come corrispondenti a tutte le leggi, gli atti e le norme le quali, pur provviste della stessa
efficacia delle leggi formali, ordinarie e costituzionali, siano venute ad esistenza per vie
diverse dal procedimento legislativo. Sarebbero cos esclusi solo gli atti con rango inferiore
rispetto alla legge, ma tale assunto solleva immediatamente lulteriore interrogativo circa il
motivo della sottrazione dal sindacato di costituzionalit dei regolamenti parlamentari, da
ultimo ribadita e confermata dal giudice costituzionale nella sua sentenza n. 120 del 2014 8.

Su questi problemi, v. per tutti, S. M. CICCONETTI, Le fonti del diritto italiano, Torino, 2007, 35 ss.
Da questo punto di vista non si pu che rinviare alle indimenticabili pagine di V. CRISAFULLI, Lezioni
di diritto costituzionale, II, Padova 1993, 47 sulle disposizioni senza norma e le norme senza
disposizione.
7
Cos, con una chiara sottolineatura dei problemi processuali, M. LUCIANI, I controlimiti e
leterogenesi dei fini (a proposito della sent. Corte cost. n. 238 del 2014), cit., in Questione
giustizia1/2015. Sullo stesso fascicolo v. anche F. GIRELLI, Alla ricerca di unapplicazione condivisa
dellimmunit degli Stati dalla giurisdizione.
8
Cos anche S. LEONE, Sul dispositivo della sentenza n. 238 del 2014: una soluzione preordinata ad
accentrare il sindacato sulle consuetudini internazionali presso Palazzo della Consulta, in Forum
quaderni costituzionali, 13 novembre 2014, 1, che ritiene linfondatezza della prima questione sia
stata frutto di una strategia per evitare un sindacato diffuso sul rispetto dei principi supremi da
parte delle consuetudini.
6

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4. Accanto agli ostacoli di carattere processuale di non poco conto, gi richiamati, il


problema principale sulla strada del giudice costituzionale, nellesaminare questa prima
questione, sicuramente quello relativo al meccanismo del rinvio di cui allart. 10, comma
1, Cost. Tale strumento, come noto, presuppone separatezza e indipendenza tra
ordinamento interno ed esterno, costruendo un raccordo che permette la creazione di
norme identiche o sostanzialmente corrispondenti a quelle di volta in volta richiamate.
Nella sentenza n. 238 si ritiene invece che, la norma cui si rinvia, sia solo parzialmente
entrata nellordinamento italiano, in quanto contrastante con principi e diritti inviolabili
(3.4). Alla luce di tale lettura la questione dichiarata infondata, poich la norma
internazionale alla quale il nostro ordinamento si conformato in virt dellart. 10, primo
comma, Cost., non comprende limmunit degli Stati dalla giurisdizione civile in relazione
ad azioni di danni derivanti da crimini di guerra e contro lumanit, lesivi di diritti inviolabili
della persona (3.5). La consuetudine avrebbe insomma prodotto i suoi effetti
nellordinamento italiano limitatamente alla parte in cui non comporta la violazione di
diritti fondamentali 9.
Una simile lettura della tecnica del rinvio mobile, sembra invero produrre un effetto
anomalo, anzich quello fisiologico e costituzionalmente previsto, di richiamare la norma
come essa vive nellordinamento originario. In altri termini il giudice costituzionale, anzich
scegliere tra rispettare la norma o censurarla (superando tutti gli ostacoli processuali) e
dichiarandola illegittima, procede insomma nei fatti a modificarla.
Si precisa questo aspetto alla luce delle considerazione svolta dal giudice costituzionale
secondo cui esso pu contribuire a modificare una consuetudine (3.3) cos come, in
passato, i giudici comuni avevano fatto con riferimento proprio allimmunit degli Stati
dalla giurisdizione, in regime di Costituzione flessibile. La preoccupazione del giudice
costituzionale di contribuire inoltre ad evitare discutibili operazioni di disapplicazione da
parte dei giudici ordinari sembra poter essere avvertita sullo sfondo di questa scelta
In base alla lettura della sentenza n. 238, la consuetudine insomma, per la parte
confliggente con i principi supremi, non viene a prodursi nellordinamento interno anche in
forza dellart. 11 Cost.
Invero, se pur si comprendono le ragioni di giustizia sostanziale probabilmente sottese
alla scelta operata, e appare pi che apprezzabile la direzione verso cui il giudice
9

Questa posizione confermata dalla Corte costituzionale nella successiva ordinanza n. 30 del
2015, nella quale per si preferisce declinare la questione nella chiave, tutto sommato pi
convincente, dellinammissibilit che della manifesta infondatezza.

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costituzionale intende contribuire ad orientare levoluzione del diritto consuetudinario da


ritenere che, a maggior ragione alla luce dellautorevolezza dellorgano giudicante, la miglior
sede per fare ci sarebbe stato un obiter dictum, ininfluente ai fini della coerenza interna e
della solidit dellarchitettura della decisione. Solo cos la scelta di merito del giudice non si
sarebbe riverberata sullineccepibilit formale della costruzione teorica alla base della
decisione. Infatti, la norma, finch vigente, non pu che essere considerata per quello che
essa dispone; il non rispettarla non ne potr comportarne la modifica, che potr avvenire
solo con la ripetizione nel tempo, accompagnata dallopinio, in quanto norma
consuetudinaria.
Proprio lobiettivo perseguito, quello cio di evitare di attribuire ai giudici comuni un
margine eccessivo di discrezionalit in definitiva affida agli stessi un precedente rischioso,
quello in cui si ritengono modificabili le norme oggetto di rinvio, con il rischio di
scivolosissime ricadute della pronuncia sulla giurisprudenza ordinaria, soprattutto di merito.
Alla luce delle suesposte considerazioni, le opzioni interpretative appaiono due. Da un
lato, se il rinvio di cui allart. 10 opera, come sembra essere inevitabile nel caso in
commento, si deve insomma leggere la norma internazionale che viene a riprodursi
nell'ordinamento interno identica a come la si leggeva nellordinamento di origine.
In caso contrario, qualora si aderisse alla tesi per cui il trasformatore permanente di cui
allart. 10 funga da filtro in relazione alla necessit di rispettare i principi supremi ed i diritti
inviolabili della Costituzione, cos come sembra fare la Corte costituzionale, la questione di
legittimit costituzionale si dovrebbe allora ritenere inammissibile per difetto di rilevanza.
Anzi, sarebbe probabilmente del tutto impossibile configurare una questione di legittimit
costituzionale in presenza di un difetto radicale, trattandosi proprio di norma inesistente
nellordinamento italiano 10.
Da questo punto di vista, non si pu che segnalare peraltro lincongruenza del
dispositivo rispetto alla motivazione della sentenza, poich con esso si dichiara non fondata
nei sensi di cui in motivazione la questione di legittimit costituzionale della norma prodotta
(diversamente da quanto argomentato) nel nostro ordinamento mediante il recepimento ai
sensi dellart. 10, comma 1, Cost.
5. Lantefatto storico, ma soprattutto quello giurisprudenziale, spiegano meglio di ogni
argomentazione di carattere giuridico le incongruenze della decisione, che giunge al termine
10

Cos come del resto la Corte fa poi nellordinanza n. 30 del 2015.

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di una lunga vicenda, i cui snodi principali sono ripercorsi nella corposa decisione della
Corte internazionale di giustizia del 2012. In tale pronuncia, come ricorda lodierno giudice
a quo, la CIG ha ritenuto di non dover valutare linterferenza tra la tutela del diritto
fondamentale della persona umana ed il principio di sovranit dello Stato chiamato a
rispondere del fatto illecito, escludendo lesistenza di un conflitto tra norme di ius cogens
materiali e norme (come quella sullimmunit) ritenute formali o processuali in quanto
operanti su piani differenti.
Sul punto, lottica del giudice costituzionale non pu che essere diversa, come sottolinea
il passaggio in cui la sentenza n. 238 ricorda che gli artt. 2 e 24 Cost., nonostante la
diversit di piano, sostanziale e processuale, hanno una comune rilevanza, sottolineando
come sarebbe invero arduo individuare quanto resterebbe di un diritto se non potesse
essere fatto valere dinanzi ad un giudice per avere effettiva tutela.
Su tuttaltro piano, e da una prospettiva completamente differente, si colloca la Corte
internazionale di giustizia, che nella sua sentenza ha ritenuto non sussistere un conflitto tra
le norme di ius cogens che tutelano i diritti fondamentali, nel caso di specie il diritto alla tutela
giurisdizionale, oltre ai diritti inviolabili della persona azzerati dai fatti di deportazione
commessi dalle forze armate del Terzo Reich, e limmunit dalla giurisdizione. La negazione
di unantinomia, ritenuta invece cos evidente dal giudice costituzionale italiano, nella pi
alta sede giurisdizionale internazionalistica, appare invece semplicemente discendere dalla
diversit delle materie trattate dalle due discipline.
Per il giudice internazionale, peraltro, la questione dellimmunit dalla giurisdizione
una questione preliminare, che come tale va esaminata prima di entrare nel merito del
giudizio e prescindendo da esso. questa la ragione per cui la tesi dellItalia, secondo cui,
in caso di violazione di diritti umani e di crimini di guerra limmunit verrebbe meno, in
quella sede non stata accolta. Da questo punto di vista rilevante altres il richiamo alla
giurisprudenza costante della Corte di Strasburgo che esclude che i crimini di guerra e il
diritto umanitario possano far venir meno limmunit dalla giurisdizione degli Stati 11.
La dottrina pi attenta ha in effetti evidenziato come, nella prospettiva
internazionalistica, non si possa che concordare con lasserita assenza di un conflitto, pur
11

V. Corte EDU, Mc Elhinney c. Irlanda, ricorso n. 31253/96 sentenza del 21-11-2001; recenti
orientamenti di senso opposto vanno tuttavia segnalati (Al Skeini c. Regno Unito e Al-Jedda c. Regno
Unito, decisi il 7 luglio 2011). LItalia aveva argomentato dinanzia alla CIG che it was because of the
cumulative effect of the gravity of the violations, the status of the rules violated and the absence of
alternative means of redress that the Italian courts had been justified in refusing to accord
immunity to Germany.

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ammettendo che the absence of a normative conflict between the two sets of rules does
not exclude the existence of particular situations in which the application of one fully
deprives the other of its effectiveness 12
La prospettiva interna , come noto, del tutto diversa. In essa, lesigenza profonda di
coerenza complessiva dellordinamento trova un suo punto cardine nellunicit del sistema
delle fonti, che, nonostante le trasformazioni e torsioni che lo stesso subisce, non tollera la
violazione del principio di gerarchia, soprattutto laddove, come in questo caso, vengano in
rilievo i principi supremi della Costituzione, chiaramente enunciati in una pluridecennale
giurisprudenza costituzionale sui limiti alla revisione costituzionale, oltre che allingresso di
norme da altri ordinamenti con essi incompatibili 13. Tra essi, come noto, il pi
chiaramente enucleato da una giurisprudenza che ha spaziato dai rapporti con lUe, al
diritto ecclesiastico, a quello internazionale 14, proprio il diritto alla tutela giurisdizionale,
coinvolto nella sentenza in commento. Tale principio non ha inficiato lorientamento di
apertura dellordinamento italiano nei confronti sia delle norme del diritto internazionale
generalmente riconosciute, sia delle norme internazionali convenzionali, che incontra i
limiti necessari a garantirne lidentit e, quindi, innanzitutto i limiti derivanti dalla
Costituzione 15.
Le esigenze di ununitaria coerenza, se non di garanzia di una gerarchia tra le fonti non
sono naturalmente avvertite, o comunque non lo sono analogamente, nel diritto
internazionale, ambito nel quale, per sua stessa natura, si producono asimmetrie e
deficienze strutturali storicamente derivanti dalla pari sovranit di tutti gli Stati, e quindi
dallinesistenza di unautorit superiore in grado di imporre la prevalenza di una norma
fondamentale 16.
Da questo punto di vista lelaborazione in epoca pi recente della categoria dello jus
cogens, cos come gli orientamenti che tentano di propugnare la costituzionalizzazione del
12

E. Cannizzaro e B. Bonaf, Of Rights and remedies: Sovereign Immunity and Fundamental Homan
Rights, in From Bilateralism to Community Interest. Essays in Honour of Bruno Simma, Oxford, Oxford
University Press, 201 838
13
Basti richiamare qui, per tutte, la sentenza madre n. 1146 del 1988.
14 Sul tema sia consentito rinviare al mio Il ruolo dei principi fondamentali della Costituzione nella
Giurisprudenza costituzionale, in Giurisprudenza costituzionale e principi fondamentali, alla ricerca
del nucleo duro delle Costituzioni, Atti del Convegno annuale del Gruppo di Pisa Capri, 3-4 giugno
2005, a cura di S. Staiano, Torino, 2006, 361 ss.
15 Corte costituzionale, sentenza n. 73 del 2001, sul caso Silvia Baraldini.
16
V. sul punto E. CANNIZZARO, On rights and remedies, cit., ove si fa riferimento tuttavia al diritto
primario e secondario relativamente a diritti e strumenti di tutela, ma in prospettiva diversa da
quella meramente interna; v. anche ID., Diritto internazionale, Torino 2014

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diritto internazionale 17, consentirebbero di ravvisare unevoluzione in atto che potr forse
progressivamente portare ad un avvicinamento tra le due richiamate prospettive. In questo
senso, infatti, oltre al problema del conflitto tra la norma consuetudinaria con i principi
supremi, ci si dovrebbe porre quello del contrasto tra la consuetudine dellimmunit degli
Stati e lo jus cogens in materia di diritti umani. Il collegamento allevoluzione in atto
nellordinamento dellUnione europea, grazie al richiamo che la sentenza n. 238 opera alla
giurisprudenza Kadi della Corte di giustizia UE 18 appare a questo punto non casuale e
mostra la debolezza di una prospettiva tutta legata solo alla tradizione giuridica
internazionalistica e che non tenga conto dellevoluzione pi recente in materia di diritti.
Appare tuttavia illusorio pensare che la plurisecolare elaborazione del diritto internazionale
possa mutare la propria struttura di fondo, ed accomodarsi in una prospettiva dogmatica
completamente diversa.
6. Ritornando sul piano interno, non vanno sottovalutate le debolezze gi ricordate
dellimpianto della sentenza n. 238, che peraltro risultano frutto di una scelta ancor pi
significativa se si riflette sul dato per cui lirrilevanza della questione cos come prospettata
avrebbe consentito una semplice ed impeccabile soluzione politica nellinammissibilit.
Tra i profili che sollevano le maggiori criticit della decisione peraltro vanno inseriti anche
quelli relativi alle sue possibili conseguenze sia dal punto di vista internazionalistico che
interno.
Le prime sono difficili da prevedere, anche perch probabilmente di dimensioni pi
significative, per la possibile responsabilit internazionale dellItalia che potrebbe sorgere
dalla sentenza n. 238. Infatti, a seguito della sentenza della CIG, allItalia era stata richiesto
di privare di efficacia le sentenze italiane ad essa contrarie 19, mentre in capo alla Germania
era stato posto limpegno a negoziare con lItalia forme di compensazione extra giudiziale 20.
17

Sul tema R. Bifulco, La c.d. costituzionalizzazione del diritto internazionale: un esame del dibattito,
in Rivistaaic 4/2014, del 10-10-2014.
18
Corte di giustizia Ue, sentenza del 3 settembre 2008, cause riunite C-402/05 P e C-415/05 P, Kadi
e Al Barakaat International Foundation c. Consiglio dellUnione europea.
19 Richiesta a cui il legislatore aveva ottemperato con la legge n. 5 del 2013, che prevede la possibile
impugnazione per revocazione di sentenze emesse in contrasto con la pronuncia della CIG,
disciplina poi anchessa censurata nella sent. 238 .
20
Da questo punto di vista si giustificherebbe, come forma di pacifica rappresaglia, la mancata
esecuzione della sentenza CIG da parte dellItalia. Cos, G. Cataldi, Lesecuzione nellordinamento
italiano della sentenza della Corte internazionale di giustizia nel caso Germania c. Italia: quale
equilibrio tra obblighi internazionali e tutela dei diritti fondamentali? in Diritti umani e diritto
internazionale, vol. 7, 2013, 145.

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La situazione si presenta quindi molto complessa sul versante degli obblighi internazionali,
anche in relazione agli artt. 11 e 117 c. 1.
Quanto alle conseguenze sul piano interno, va sottolineato come la sentenza,
dichiarando incostituzionale solo la norma relativa al difetto di giurisdizione dettata in
relazione al caso de quo, sembra lasciare aperto un problema interpretativo (e forse non
solo) enorme, problema che non potr che essere affidato alla soluzione dei giudici
ordinari. Nonostante lintervento della Corte costituzionale, infatti da sottolineare come
sia tuttora in vigore la disciplina posta nella legge n. 5 del 2013 non aggredita dal giudice a
quo, che rende applicabile limmunit dalla giurisdizione, dando esecuzione alla convenzione
di New York (art. 2), oltre a prevedere limpugnabilit per revocazione delle decisioni,
anche se passate in giudicato, in violazione di pronunciamenti della CIG. Resta dunque in
vigore la norma sostanziale sullimmunit dalla giurisdizione, norma che i giudici italiani
sono tenuti ad applicare nei giudizi sorti dopo lentrata in vigore della convenzione (art. 4).
7. Gi nel 1979 era stato sottolineato come sia caratteristico delle immunit
giurisdizionali () che nel momento in cui paiono offuscarsi le ragioni che storicamente ne avevano
determinata la nascita, di esse si finisca per cogliere il solo aspetto di concessione di odiosi ed ingiustificati
privilegi personali, di cui non potrebbe non auspicarsi un qualche ridimensionamento 21.
Sembra ora che il giudice costituzionale si sia voluto rendere artefice proprio di questo
ridimensionamento, anche perch il caso ha voluto che il fatto del giudizio a quo, con la sua
forza, abbia reso i diritti fondamentali fulcro di ogni possibile ragionamento, e abbia cos
fatto apparire la regola che consente di derogare al loro rispetto ancor pi irragionevole.
Con tutti i limiti e le problematiche conseguenze della decisione in commento, essa non
pu che essere salutata tuttavia come un segnale di unimportante sensibilit verso quelle
che sono state vittime, oltre che della storia, anche di una storia giudiziaria infinita. Una
storia nella quale, non si pu che constatare tristemente, la limitazione della portata della
regola dellimmunit, affermatasi per gli atti iure gestionis, a tutela dei rapporti commerciali e
del mercato, non riesce ancora ad affermarsi a garanzia dei diritti umani.

21

R. Nania, nota a prima lettura a sentenza n. 48 del 1979, in Giur. Cost. 1979, 375.

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