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Prefazione
Innanzi tutto ringrazio i confratelli con cui ho cercato e cerco di vivere la Parola, in particolare
Filippo Clerici, Beppe Lavelli e Stefano Bittasi, che mi sono stati vicini nella stesura di queste
pagine con i loro suggerimenti preziosi. Ringrazio poi Carlo Maria Martini, Tomaso Beck e
Francesco Rossi de Gasperis, miei iniziatori alla lettura della Parola. Ringrazio pure G. Ronchi, M.
Galli, F. Montagna ed E. Bonalume per la battitura e la correzione del testo. Non ho parole per
ringraziare le persone della comunit di Villapizzone, di Selva e di tanti altri luoghi, con le quali ho
letto la Bibbia: mi hanno insegnato pi di qualunque maestro. In tale contesto nasce questo libretto,
che una chiacchierata familiare sulla Parola.
Da sempre consumiamo acqua e aria, senza pensarci. Di continuo produciamo parole, senza
chiederci come e perch. Sappiamo che la parola fondamento di ogni realt umana. Ma un
fondamento, appunto perch necessario, dato per ovvio. destino: ciche scontato, resta
ignorato.
. La parola come il sole: fa vedere ma non facile da guardare. L'uso che ne facciamo non basta
per capirla. L'esperienza diventa tale quando riflettuta, compresa ed espressa. quanto
cercheremo di fare. Non impresa facile: Non pileggio da picciola barca / quel che fendendo va
l'ardita prora, / n da nocchier ch'a se medesmo parca.
Avverto l'inadeguatezza. Come parlando a mezza voce, far variazioni in tono minore sulla parola.
Grazie ad essa l'uomo uomo: da lei viene il suo sentire, capire e agire, il suo essere intelligente,
libero e responsabile.
Per offrire una visione generale di cos' e cosa fa la parola - ogni parola, da quella umana a quella
divina, da quella falsa a quella vera - citer spesso la Bibbia, che sull'argomento non avara di
indicazioni. La parola Bibbia significa (raccolta di) libri; e un libro altro non che parola
sempre a disposizione di chiunque voglia accostarla.
La Bibbia inizia dicendo che la parola principio dell'universo (Gen 1,1ss). L'ultimo Vangelo fa
eco: In principio era la Parola, aggiungendo che la Parola insieme Dio stesso e principio di
quanto altro da lui. Essa, come vita di quanto esiste, anche lume d'intelletto e d'amore per gli
uomini (cf Gv 1,1-4).
In quanto Parola, Dio comunicazione e comunione. Non quindi tutt'altro dal resto, come
talora si dice, ma il non-aliud il non-altro da ogni altro (N. Cusano, La caccia della Sapienza,
Casale Monferrato 1998, pp. 70-73; pi dettagliatamene l'argomento trattato nella sua opera Nonaltro, Torino 1972). In quanto nonaltro da ogni altro, il Dio Parola talmente altro da essere ogni
altro. Infatti Il Verbo comunicante ed tanto comunicante che non ha nulla che non comunichi
comunicando se stesso (M.M. de' Pazzi, Tutte le opere, Firenze 1960-1966, voI. IV, p. 108).
Essendo comunicazione pura, senza residuo di non comunicazione, Dio veramente pi me stesso
di quanto non lo sia io: intimior intimo meo (Agostino, Confessiones, 3,6,11). Per questo lo
stesso autore pu dire: Quid tam tuum quam tu, quid tam non tuum quam tu? (Agostino, In
Johannis Evangelium, XXIX, 5).
Morte e vita sono in potere della parola (Pr 18,21): quella falsa uccide, quella vera d vita. Qualsiasi
parola, non solo quella di Dio, efficace. Se dico a uno: Sei brutto, stupido e cattivo, anche se
persona bella, intelligente e amabile, subito si rabbuia di tristezza o di rabbia. Se dico invece: Sei
bello, intelligente e buono, subito si illumina e vuole bene a s e a me.
La vocazione dell'uomo, secondo la Bibbia, ascoltare e rispondere a Dio: suo interlocutore, suo
partner. Per questo simile a lui, partecipe della natura divina (2Pt 1,4). Non solo siamo
chiamati, ma siamo realmente figli di Dio (1Gv 3,1s). Chi accoglie la sua Parola infatti ha la

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possibilit di diventare figlio di Dio (Gv 1,12). Come vedremo, l'uomo diventa la parola che
ascolta. Le citazioni sul potere della parola potrebbero essere moltiplicate a piacimento. Basti
dire, sinteticamente, che se vera divinizzante e creatrice, se falsa diabolica e distruttiva
(cf Gv 8,43s).
Spazio tra note, distanza tra cose: cos il silenzio tra le parole. La parola pu fiorire solo nel
silenzio. Nel rumore seme inospitato. Il silenzio diventa sempre pi un genere di lusso, che
nessuno pu comperare. Se scompare, implode l'umanit dell'uomo. possibilit di ascolto: senza
di esso il seme della parola, che genera tutto secondo ,la propria specie, non pu essere accolto.
Parola e silenzio sono seme e terra - grande madre, da cui viene e a cui torna ogni seme, per
moltiplicarsi e ritornare ad essa, in un crescendo di vita senza fine.
Viviamo di parola, detta e scritta, ascoltata e letta. Raccontare e scrivere offrire la propria
esperienza in dono all'altro. Se gli dico quanto sono buone le fragole di bosco, perch desidero che
ne mangi. Da decenni sto dimorando nel bosco della Parola. Desidero indicare ad altri delle tracce
per gustarne i frutti.
Queste considerazioni riguardano l'uomo, credente o meno che sia. E possono favorire il dialogo
interreligioso. Un dialogo onesto non riguarda Dio, ma l'uomo, sua immagine - che per sempre fa
Dio a propria immagine. Dio nessuno l'ha mai visto. Per capirne qualcosa bisogna confrontarsi
sull'uomo. Ma si scelga sempre la proposta migliore, da qualunque bocca venga. L'uomo realizza
pi o meno il sogno che ha di s: se opta per il migliore, bene per lui. .. e per Dio. Quanto bello,
buono e desiderabile, dicibile per analogia, con certa verit e molta cautela, anche di Dio.
Questo fanno i testi sacri. Se il loro tentativo riuscito, lo si vede dal risultato: aiutano l'uomo a
crescere nella libert, intesa come responsabilit di amare. Chi non prende questo criterio, si destina
alla schiavit, nell'irresponsabilit dell'egoismo. Cosa comune nella societ e anche nella Chiesa.
Meister Eckhart diceva che dobbiamo pregare Dio di liberarci da Dio (Beati pauperes spiritu, in
Sermoni Tedeschi, Milano 1985, p. 136). In senso meno ardito del suo, dobbiamo pregarlo perch ci
liberi da quel dio che i religiosi affermano e gli atei, giustamente, negano. Solo cos conosciamo
quel Dio che nessuno ha mai visto e che la carne della Parola ci ha rivelato (Gv 1,18).
Non possiamo non dirci cristiani (B. Croce): se vogliamo capire la nostra cultura, doveroso
leggere i Vangeli. Senza per presupporre alcuna fede religiosa. Questa pu seguire, ma non
precedere la conoscenza dei Vangeli.
Protagonista dei racconti evangelici Ges. Ci che fa e dice dice ci che fa e fa ci che dice risulta scandaloso. Da qui la sua eliminazione da parte dei benpensanti, religiosi e non. Egli vuol
rivelare all'uomo la sua umanit, unico specchio di Dio. Nella sua carne di Figlio dell'uomo, fratello
di ogni carne, vediamo Dio. La storia dell'uomo e del mondo storia di Dio, sua salvezza in noi e
nostra in lui.
Scrisse Pascal: Non solamente non conosciamo Dio se non attraverso Ges Cristo, ma noi non
conosciamo noi stessi che attraverso Ges Cristo. Fuori di Ges Cristo noi non sappiamo cos' n
la nostra vita n la nostra morte, n Dio n noi stessi. Cos senza la Scrittura, che non ha che Ges
Cristo come oggetto, noi non conosciamo niente e non vediamo che oscurit nella natura di Dio e
nella nostra propria (B. Pascal, Penses, 548).
Accostiamo i testi senza feticismo. Nessuna parola pu esprimere ci che sappiamo essere
inesprimibile. Ma, come dice Wittgenstein: L'inesprimibile [] - ineffabilmente - contenuto in
ciche viene espresso (citazione da S. Bongiovanni, Lasciar-essere: riconoscere Dio nel pensare,
Trapani 2007, p. 135). Il testo va letto e fatto oggetto di intelligenza. Intelligenza (intelligere =
intus-Iegere) significa leggere-dentro le righe il non-scritto. L'intelligenza, se non fraintende, nel
detto intende il non-detto.

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Il linguaggio di sua natura sim-bolico (symballo = mettere insieme). Rimanda ad altro: dal dire al
detto, dal detto al dicente e dal dicente all'ascoltante. comunicazione e comunione, dove uno
messo insieme all'altro, diventando se stesso.
Parola deriva dal greco paraballo (da cui anche parabola), che significa gettare-fuori: il dire
getta-fuori il detto dal dicente, anzi il dicente come detto. E lo getta in chi ascolta. Con la parola il
dicente si esprime: si spreme-fuori di s per imprimersi nell'altro che lo accoglie. Ogni realt, grazie
alla parola, esce da s e, in relazione ad altro, diventa se stessa.
La parola coinvolge tutti e tutto in un unico destino, sia quanto c' sulla terra sia quanto sta in cielo.
S. F.
Milano, 22 febbraio 2008
Cattedra di san Pietro apostolo
Introduzione
Una lettura cristiana della Bibbia necessariamente laica
La Bibbia non pane per devoti, per eruditi o per potenti. Una sua lettura non pu che essere laica.
Religiosamente, scientificamente e politicamente laica.
Ges era un semplice laico. Non apparteneva al ceto ricco dei sacerdoti, n a quello pio dei farisei, n a quello
colto degli scribi. Era s discendente dal re David, ma senza maggiori pretese di un facchino di Roma Termini
che possa avere Romolo come capostipite. Sovvertitore di sani equilibri, fu considerato un destabilizzatore del
potere religioso, culturale e politico. Scomodo come tutti i profeti, fu ucciso per bestemmia dai religiosi e per
sedizione dai politici. E giustamente. Il suo messaggio non era funzionale all'ordine costituito. Proclamava un
cambiamento di mente, di cuore e di azione. Chiamava a conversione: Dio Padre, non padrone, gli altri
fratelli, non sudditi o rivali.
Secondo il Vangelo di Marco, inizi l'attivit con cinque polemiche contro la legge e termin con altre cinque
contro il potere. Mai si prest ad avallare il dominio dell'uomo sull'uomo. Tanto meno in nome di Dio. Non si
pu piegare la sua dottrina a giustificazione di reato. Anche se spesso la si usa per paludare le vergogne dei
potenti di turno.
Se Ges apparisse in una chiesa, lo metteremmo l dove simbolicamente sta: sulla croce. Senza sapere
quello che facciamo, ora come allora (cf Lc 23,34). Eppure ha detto con chiarezza che sar con noi tutti i
giorni, fino al compimento della storia (cf Mt 28,20): il suo volto quello di chi emarginiamo, giudichiamo e
condanniamo. Immigrati e barboni, malati e carcerati sono la sua carne (cf Mt 25,31-46).
Come cambierebbe il mondo, se lo prendessimo nella nostra barca cos com'era (Mc 4,36), non come lo
pensiamo noi. I Vangeli non giustificano l'esistente, n mai confermano l'opinione del lettore. Sono ispirati da
altro fine e da altro principio. La perennit della Chiesa, a differenza di altre istituzioni, deriva da questo: i suoi
testi fondanti, invece di giustificarla, con grande amore e cura sempre la sconfessano e richiamano a
conversione.
Una lettura pia, dotta o apologetica della Bibbia la sterilizza: non rende conto di ci che essa ha generato e
genera nella storia. Il suo mistero rivelato non a intelligenti o esperti, ma a infanti (Lc 10,21s), che sanno e
dicono niente. Contro tentativi di sequestro ideologico, risuonano le parole di Ges: Guai a voi, dottori della
legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete
impedito (Lc 11,52).
Una lettura religiosa, a conferma di proprie convinzioni, sistematicamente smentita dal testo. La Bibbia non

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pezza d'appoggio per indubitabili dottrine. Tende a spiazzare certezze, per aprire alla verit. Se uno vuole
certezze, vada a Roma e metta la mano nella Bocca della verit, che si trova nel pronao di S. Maria in
Cosmedin. Oppure si accontenti di una certezza vera, questa, per esempio: anche se ne ignoriamo la cifra,
certamente le salite sono uguali alle discese. Se per vuole pi certezze, consulti l'oroscopo o entri in un
movimento di ipercattolici. O, meglio ancora, entri in una setta qualsiasi di fondamentalisti, che pi sicuro per
lui. .. e meglio per la Chiesa di Dio. Se uno per, invece che certezze, cercasse verit, dischiuda il suo cuore a
un Dio semper maior, altro da ogni nostra idea su di lui e sempre non-altro da tutto ci che pensiamo altro da
lui. Benedetto XVI dice bene dei Magi che incontrano Ges: Il cammino esteriore di quegli uomini era finito.
Ma a questo punto per loro comincia un nuovo cammino. Poich sicuramente avevano immaginato questo Re
neonato in modo diverso. Ora s'inchinano davanti a un bimbo di povera gente. Il nuovo Re si differenziava
molto dalla loro attesa. Cos dovevano imparare che Dio diverso da come noi di solito lo immaginiamo. Ora
vedevano: il potere di Dio diverso dal potere dei potenti del mondo. Il modo di agire di Dio diverso da come
noi lo immaginiamo e da come vorremmo imporlo anche a lui. E ci significa che ora essi stessi devono
diventare diversi, devono imparare lo stile di Dio. Devono imparare a perdere se stessi e proprio cos a trovare
se stessi (Benedetto XVI, Veglia con i giovani, Colonia, Spianata di Marienfeld, 21 agosto 2005).
Il Dio della tradizione biblica non gradisce di abitare nelle nostre idee, inventate dai potenti e confezionate dai
sapienti per una forma di decenza. La sapienza divina, preordinata prima dei secoli per la nostra gloria,
nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla. Se l'avessero conosciuta, non avrebbero
crocifisso il Signore della gloria (cf 1Cor 2,6-8).
Una lettura scientifica - intenta a stabilire il testo, attenta a grammatica e sintassi, a retorica e forme, a
tradizioni e fonti, a redazioni e situazioni diverse - utile, anzi necessaria per fornire strumenti di
comprensione. Ma incompleta. Trascura il fine del testo, che non l'analisi del medesimo, ma ci che esso
risveglia nel lettore. Se una persona mi dice: lo ti amo, non faccio l'analisi grammaticale, logica e retorica
per sapere cosa significa. Certa
lettura scientifica della Bibbia non coglie la realt di cui parla: de- ' scrive i granelli di sabbia senza vedere la
spiaggia. E, soprattutto, senza buttarsi in mare.
Una lettura politica infine, ordinata alla presa o alla conferma di potere, smentisce la sua essenza. La Bibbia
uno scritto profetico: chiama ad abbandonare le proprie vie, tracciate dalla brama di avere, potere e apparire,
per seguire una via di dono, servizio e umilt. La via di Dio.
La Bibbia non mai apologetica. sempre critica. Ma non come gli scritti di parte, che screditano altri per
accreditare se stessi. Critica il suo lettore per aprirlo agli altri e all'Altro, di cui ognuno immagine e
somiglianza. Essendo la critica scomoda, i profeti da sempre soffrono, come Giovanni Battista, di una malattia
pro- fessionale: il taglio della testa. Dove ci non fosse possibile, ogni mezzo ancora buono per farli tacere.
Per costruire un edificio c' bisogno del capo-mastro e di uno che potremmo chiamare il contro-mastro. Il
primo dirige i lavori, il secondo ne cerca gli errori. Per formare il suo popolo, Dio sempre ha abbinato ai pastori
i profeti - spina nel fianco di re e sacerdoti. L'apostolo Paolo ritiene doveroso rimproverare apertamente Pietro
di ipocrisia e mancanza di ortopedia (cf Gai 2,11-14). pericoloso abolire il contro-mastro. Sono disastrosi
gli osannatori del capo-mastro. Rendono il peggior servizio a Dio e al suo popolo. La lettura della Bibbia, se
corretta, ha una funzione precisa: annunciare un amore che chiama a conversione tutti.
Un'esperienza di quasi quarant'anni
Pi o meno sette anni fa ho letto, sulla rivista Concilium, una proposta avveniristica. Non do la citazione,
facilmente rintracciabile, per via di un incendio che mi ha bruciato libri, riviste, scritti e casa. Si proponeva di
utilizzare per la catechesi il Vangelo di Marco, con una lectio alla settimana nell'arco di tre anni.
da circa quarant'anni che faccio questo, sempre in compagnia di un collaboratore, che a turno capo-

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mastro o contro-mastro. A Milano, dove abitiamo, teniamo incontri settimanali (serali) da ottobre a giugno.
Cominciamo con Marco, il Vangelo del catecumeno. il pi adatto per chi inizia. Lo leggiamo in tre anni - il
tempo non secondario perch il seme cresca in pianta e porti frutto -, una sera alla settimana. Riserviamo
altri testi biblici, del Nuovo e dell'Antico Testamento, a un secondo tempo. La Bibbia una proposta di
catechesi continua, che diventa pane quotidiano.
Dopo i tre anni di prima catechesi con il Vangelo di Marco ogni anno termina un corso e ne comincia uno
nuovo - facciamo una lettura degli altri Vangeli, degli Atti e di Paolo, per una durata media di quattro anni
ciascuno. Per l'Antico Testamento offriamo allo stesso modo una lettura del Pentateuco e di vari libri profetici.
La Bibbia una miniera inesauribile di catechesi. Nella chiesa di S. Fedele, per esempio, solo leggendo i
quattro Vangeli, da pi di quattordici anni svolgiamo ogni settimana un argomento nuovo: basta esporre in
successione i singoli passi di ogni libro. Essendo la Bibbia composta di 73 libri, in una catechesi biblica che
continua tutta la vita, solo Matusalem e pochi altri sarebbero passibili di aggiunte o ripetizioni. Comunque, in
caso di ripetizioni, non ci si bagna mai nella stessa acqua.
Durante l'estate invece, in Italia e in altri continenti, teniamo campi scuola intensivi, facendo in due settimane
quanto si fa in un anno nei corsi serali settimanali. Usiamo come testo di catechesi un libro della Bibbia, preso
nella sua interezza e nella sua connessione di fondo con gli altri. Non supponiamo la fede dei partecipanti. La
fede non si trasmette nei cromosomi, ma viene dall'ascolto. La Parola, se supponesse la fede, risulterebbe
inutile. I frequentatori sono soprattutto giovani, in parte non credenti e in gran parte senza cultura religiosa.
sorprendente il frutto che produce la Parola, spiegata in modo semplice e interattivo. L'esperienza, fatta
ormai con decine di migliaia di persone, di et, formazione e culture diverse, andata man mano maturando,
restando aperta a ulteriori acquisizioni.
Uno studio di Christoph Theobald (Dei verbum: dopo quarant'anni la rivelazione cristiana, in il Regnoattualit n. 22/2004, pp. 782-790) mi ha stimolato a riconsiderare il cammino fatto, vederne i risultati e
guardarne i fondamenti teorici. la spinta che mi ha deciso a scrivere qualcosa circa il metodo usato in
quattro decenni. I commenti ai Vangeli che ne sono usciti, tradotti in diverse lingue, portano traccia di questo
percorso e di quanti l'hanno fatto insieme.
Ho scoperto una cosa evidente: ci che noi cristiani riteniamo pi nostro, di tutti. La Bibbia, che ci rivela di
essere figli, per ogni fratello. Essa non offre una salvezza religiosa, ma la salvezza dell'umanit
dell'uomo, nessuno escluso.
La grazia, che la Parola ci comunica, quella di restituirci la nostra identit. Ci rid la nostra natura:
siamo figli di un Dio di lui stirpe noi siamo (At 17,28) - e fratelli tra di noi. Siccome i figli sono uguali al padre,
il problema vedere di che Dio siamo figli. Oltre quello che le religioni affermano contro l'uomo - uguale a
quello che gli atei negano a favore dell'uomo - la Bibbia ne presenta un altro. Tanto umano da essere divino e
tanto divino da essere uomo.
Proprio adesso, mentre mi trovo in Guinea Bissau per leggere il Vangelo con i catechisti (leggerlo il miglior
metodo per imparare a leggerlo!), mi capitato tra le mani il Testo nazionale per l'orientamento della catechesi
in Francia (riportato in il Regno documenti n. 21/2007, pp. 694-707). uno scritto magistrale, come sanno
fare i francesi, sulla catechesi biblica. L'introduzione inizia con le parole di Paolo: Predicare il Vangelo un
dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo (1Cor 9,16) e continua sottolineandone l'importanza, il
contesto, le tappe, i modi, eccetera. Chi legge il testo entra in una bella casa - la Chiesa - con la mensa
imbandita - i sacramenti -, adorna di tovaglie di Fiandra, porcellane di Limoges, cristalli di Boemia e argenteria
di famiglia, la migliore. Non c' che da riempire i piatti con il Vangelo. Spero che qualcuno lo faccia, perch ci
sia sulla mensa anche qualcosa da mangiare. I suggerimenti sono utili, ma non bastano: le cose umane sono
fatte solo se si fanno.
Ho parlato di queste cose con un missionario. Mi ha consolato quanto mi ha detto: da pi di trent'anni usa
come catechesi ai catecumeni il Vangelo di Marco. Senza tanto vasellame pregiato, lo offre nella fragile

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terracotta di una traduzione in lingua felupe, da lui fatta con passione e cura. Chiss quanti altri fanno queste
cose belle, senza che alcuno lo sappia. Sarebbe bene dar voce a loro. Si impara di pi ascoltando chi fa che
ascoltando chi d consigli senza (saper) fare.
La Bibbia va letta come qualunque altro libro
In queste pagine espongo la nostra esperienza. Siamo una comunit di Gesuiti che vive in una cascina alla
periferia di Milano (Villapizzone), inserita in una comunit pi ampia di famiglie aperte ai problemi
dell'emarginazione. Questo contesto - che ha dato origine al movimento A.C.F. (Associazione Comunit e
Famiglia) -, molto frequentato anche da chi non va in Chiesa, un humus fecondo per il nostro servizio della
Parola. A chi in ricerca proponiamo di leggere la Bibbia come qualunque scritto. Non supponiamo fede in Dio
o in particolari scuole esegetiche, anche se siamo credenti e usiamo strumenti esegetici.
Nel libro, fin che sta negli scaffali, la parola carne surgelata. La si scongela, cucina e mangia aprendo il libro,
leggendolo, comprendendolo e applicandolo a se stessi. Il metodo di lettura, come dice una tradizione
monastica, si compendia nell'aforisma: Te totum ad textum applica, rem totam applica ad te (J.A. Bengel).
Spiego, con semplici metafore, come accostiamo un libro.
Un bel testo come il Palazzo Farnese. Le pietre non vanno smontate per vederne dimensione, taglio e
provenienza. Lo si contempla, gustandone l'armonia.
Un bel testo una foresta. Non si tagliano le piante per farne cataste, etichettate secondo tipi e sottotipi. Nel
bosco bello perdersi dentro.
Un bel testo uno spartito musicale. Le note non vanno separate e messe insieme secondo caratteristiche
comuni. Vanno suonate, cos come sono.
Ogni testo un organismo vivo. Non lo si pone sul tavolo di anatomia per sezionarlo. Un brano, staccato dal
resto; morto non a caso si parla di brano biblico, perch si sbrana il testo, riducendolo a pezzi.
Si possono fissare gli occhi in quelli dell'amata. Ma se si strappano per vedere come sono fatti, diventano
ciechi e non sono pi la luce del cuore.
Il testo biblico un corpo bello, che si offre per essere abbracciato: ci si unisce e si diventa con lui una carne
sola mediante la lettura rispettosa e amorosa.
Leggere certi commenti come vedere cumuli ben ordinati di pietre invece che il Palazzo Farnese. O come
entrare nel bosco dove, con caterpillar e motoseghe, si sono tagliate tutte le piante per catalogarle. O come
ascoltare blocchi omofoni dove sono state setacciate e messe insieme le stesse note della sinfonia. O come
ascoltare un frastuono assordante, prodotto da mirabolanti sintesi delle note pi diverse. O come trovarsi sul
tavolo anatomico: invece della persona amata, vederne i pezzi, sezionati e conservati in formalina. Che
scempio.
Ecco, cerchiamo di non leggere la Bibbia in questo modo.
Storia di questa lettura della Bibbia
Base immediata di questa lettura (i commenti pubblicati sono tracce di percorso con finestre da cui guardare)
sono gli studi compiuti dal 1960 al 1970. Come tutti, fin da giovane avevo sete di sapienza e di bellezza.
Soddisfacevo la prima con studi filosofici, aperti a tutto campo, e la seconda con letture di ogni tipo, purch
belle.
Verso i vent'anni cominci ad affascinarmi il linguaggio. Attorno ad esso si coagul la mia riflessione, con
attenzione sia all'aspetto logico-formale sia a quello espressivo-comunicativo. Nella Parola infatti impressa la
realt per l'uomo e si esprime la realt dell'uomo.

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In quegli anni tiravano venti di grandi cambiamenti. Attorno al 1968 si vide, in breve tempo, una mutazione
culturale maggiore di quella che c'era stata dall'uomo delle caverne fino ad allora. E da quella data il processo
in accelerazione, a caduta libera. Era naturale voler capire cosa stava succedendo.
Chi aveva una formazione classica, sentiva di appartenere a una lunga storia, che si apriva a un presente
inedito e a un futuro imprevedibile. Pareva di tener un piede poggiato su un passato remoto, mentre l'altro
cercava di affidarsi a un futuro sempre pi velocemente altro. La distanza tra i due piedi, in termini di tempo,
era di decine di millenni.
L'unico ponte gettato sull'abisso era la Parola, che ci aveva traghettato da una sponda all'altra. merito suo
se l'uomo ha percorso questa distanza pi che astrale. Per questo cercavo di capire, dal punto di vista
filosofico, cosa fosse la parola, che ha umanizzato l'uomo e il mondo.
Dal punto di vista teologico mi ponevo il problema se e come fosse possibile parlare di Dio. Erano gli anni
della secolarizzazione, della morte di Dio, dell'ateismo semantico, eccetera. Era in crisi qualcosa di pi
profondo della fede. Era cambiato il modello di pensare e di vivere. La mia ricerca, condotta attraverso varie
piste, sfoci in un abbozzo di fenomenologia del linguaggio, scritta dal 1968 al 1969 e presentata come tesi di
dottorato a Mnster in Germania con l'allora professor Walter Kasper (S. Fausti, Ermeneutica teologica,
Bologna 1973).
Il mio primo lavoro fu insegnare teologia fondamentale. Impostai il corso sul linguaggio, fondamento di
qualunque pensare. L'anno successivo insegnai cristologia. Cercando opere di cristologia narrativa, trovai
dotte pubblicazioni che auspicavano tale approccio, senza andare oltre l'auspicio. Mi decisi a prendere in
mano il Vangelo di Marco, per vedere cosa e come raccontava su Ges. Mi sorprese un'altra cosa evidente (le
cose evidenti, se si capiscono, sono sempre delle sorprese): il Vangelo non una cava di pietre dottrinali o
normative, n una miniera di perle morali o mistiche. narrazione di una storia.
L'identit di una persona la sua storia, racconto che ne tramanda il ricordo. Tale identit non fissa:
dinamica, aperta ad altro e comunicabile ad altri. L'ascoltatore la capisce secondo l'esperienza che ne fa; e ne
fa esperienza secondo quanto la capisce. Un racconto infinitamente conoscibile e interpretabile, capace di
produrre altre conoscenze. A differenza dei concetti, non mai afferrabile. Afferra per l'ascoltatore e lo porta
dentro la storia raccontata, fin che s'accorge che anche la sua.
Era ci che cercavo: un'opera di cristologia narrativa. Anzi, la prima, fondante per le altre. Ho evitato di usare il
testo per provare le mie idee - come si fa in ogni lettura, anche del giornale. Ho preferito leggerlo come un
racconto. Allo stesso modo di un romanzo, per intenderci. E lasciarmi condurre dal testo dove esso vuole.
In genere abbiamo la preoccupazione di salvare credenze, istituzioni e Dio stesso. Vogliamo difenderci da
questo mondo, che nega quanto giustamente riteniamo giusto. La Bibbia invece ci racconta di un Dio che non
da salvare, ma che ha tanto amato il mondo, questo mondo perduto (cf Gv 3,16), fino a perdersi per
salvarlo. E che sempre rispetta la libert, anche quando l'uomo va contro di lui, o addirittura contro se stesso il che per lui peggio. Lo lascia libero di rifiutarlo e di negargli addirittura l'esistenza. Preferisce essere ucciso
per bestemmia (cf Mc 14,64; cf Mt 26,65), piuttosto che uccidere chi lo bestemmia.
Questo tipo di lettura cambia l'ottica del far teologia. Non bisogna spiegare la verit o portare altri ad essa:
meglio lasciarsi spiegare e portare dalla verit stessa.
Cosa produce la lettura della Bibbia? Dove porta, e per quale cammino? Con queste domande cominci, e
continua, la nostra avventura di leggere la Bibbia. La descriver brevemente.
Chi vuole approfondire questo metodo di lettura, pu vedere lo studio gi citato di Christoph Theobald, con la
bibliografia indicata. Un'ampia e aggiornata descrizione, con relativa valutazione, sui vari tipi di lettura si pu
trovare in Silvia Pellegrini, Elija - Wegberaiter des Gottessohnes, Freiburg i. B. 2000, pp. 1-144.
Tale approccio trova il suo fondamento nel prologo di Giovanni, che echeggia l'incipit della Bibbia: la Parola
principio di tutto, sia nel creare che nel salvare. Non c' Parola neutra. Quella vera ci rende figli di Dio (Gv

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1,12). Quella falsa ci rende figli del divisore, menzognero e omicida fin dall'inizio (Gv 8,44). Se Dio ci padre e
noi siamo suoi figli, necessariamente gli assomigliamo. Portiamo in noi la sua immagine indelebile. La
menzogna vi ha steso sopra uno strato di pece. La parola progressivamente, pezzo a pezzo, la dissolve, per
riportare alla luce il nostro volto originario, della cui bellezza siamo nostalgia. il restauro che il Vangelo opera
in noi.
La Bibbia teo-logia in senso forte, originante: non parola su-Dio, ma di-Dio su di s. Non vuole oggettivarlo.
Sarebbe idolatria. Dio e uomo non sono oggetti, ma soggetti. Lui l'ignoto, che parla e si comunica; l'uomo il
suo interlocutore, che liberamente si crea e ricrea ascoltandolo e rispondendogli.
Parte prima
PAROLA, LIBRO E LETTURA
Cos' la parola
Parola e identit dell'uomo
Premetto qualche nozione fondamentale sulla parola. Per maggiori informazioni, anche se
certamente c' di meglio, rimando per pigrizia ai miei lavori: Ermeneutica teologica, Bologna 1973,
pp. 5-156; Il futuro la parola, Casale Monferrato 2000; oppure, sinteticamente, Elogio del nostro
tempo, Milano 2006, pp. 36-48. Molto illuminante Antonio Spadaro, La grazia della parola,
Milano 2006.
L'imperatore Federico II di Svevia, uomo colto e curioso, sapeva di tedesco e siciliano, di latino e
greco, di arabo ed ebraico. Una volta gli venne voglia di sapere quale fosse la lingua originaria. Era
l'ebraico, nel quale fu scritta la Bibbia? O l'arabo, dato che a Maometto il Corano fu dettato da Dio
in quella lingua? Oppure un altro linguaggio a noi ignoto? Decise di fare un esperimento
scientifico. Prese dei neonati, li sottrasse alle madri, li isol e li affid a delle nutrici. Dovevano
allevarli con cura, ma senza parlare: la lingua che avrebbero parlato spontaneamente, sarebbe stata
quella originaria. Le nutrici furono ligie alla consegna. Ovviamente i bimbi non parlarono. Non
perch, non avendo udito parola, non erano in grado di dirla. Non parlarono mai perch morirono
tutti infanti. Non di solo latte vive il bambino, ma di ogni parola che esce dalla bocca della
madre, disse Jacques Lacan rifacendo il verso al detto biblico Non di solo pane vivr l'uomo, ma
di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3).
Per conservare la vita animale necessario respirare circa tredici volte al minuto e alimentarsi ogni
giorno, se possibile. Per diventare uomo necessario ascoltare e parlare. Come il DNA informa
l'organismo materiale, cos la parola informa quello spirituale. Mentre per il DNA , o meglio era,
fisso, la parola resta aperta ad altro e all'altro: tanto mutabile e mutante che riuscita a mutare
anche il DNA. E fa volare l'uomo verso l'alto, se vera, bella e buona. Ma lo precipita in basso, se
menzognera, brutta e cattiva.
Ogni seme, accolto nella terra, germoglia e la trasforma secondo la propria specie. Ogni parola,
deposta in quell'humus che l'uomo, germoglia e lo trasforma secondo la sua specie. La parola,
accolta nell'orecchio - meglio in due orecchi, perch non entri nell'uno ed esca dall'altro -, si ferma
nella testa e d forma all'intelligenza, sete di verit; scende poi nel cuore e informa la volont,
amore di bellezza; arriva infine ai piedi e alle mani, con cui si cammina e agisce secondo ci che si
capisce e ama. La parola determina il capire, il volere e l'agire, tutto l'essere dell'uomo.
Senza parola non c' n religione n arte, n filosofia n scienza, n politica n economia.
Scompaiono la storia e la cultura. E scompare anche l'uomo, la cui natura cultura. Infatti l'uomo
non ci che : ci che ancora non . E diventa ci che , immagine e somiglianza di Dio, grazie
alla parola. Senza di essa scompare tutto ci che umano. Il creato stesso diventa un non-senso:
abitazione disabitata, libro non letto, spartito non suonato.

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A differenza del denaro, che da solo produce altro denaro ma non beni o benessere, la parola
deposito e capitalizzazione di sapere che produce sapere. Ma sapere potere: apre l'uomo alle sue
possibilit, per s senza limiti.
Il passato - la storia con tutto ci che c' (stato) - se non ravvivato dalla parola che lo ri-corda,
scompare nel nulla. Il ricordo, che riporta-al-cuore del presente il passato, costituisce la nostra
identit: ci fa essere ci che siamo. Uno la memoria che ha. Infatti sente, pensa e agisce secondo
ci che ri-corda: ci che sta nel cuore e gli sta a cuore, anche nell'inconscio, la sua vita. Per questo
un Padre del deserto si lamentava che i monaci tenessero la Scrittura negli scaffali. Gli antichi,
diceva, la tenevano nel cuore: la sapevano a memoria.
Solo ci che salvato nella memoria, rimane in vita. Diversamente scompare nel buco nero
dell'oblio. Giustamente scrive Czeslaw Milosz: Ci che non espresso tende a non esistere.
stupefacente pensare alla moltitudine di avvenimenti del ventesimo secolo e alle persone che vi
hanno preso parte, e capire che ognuna di queste situazioni sarebbe stata degna di un'epopea, di una
tragedia o di un poema lirico. E invece nulla, si sono inabissate, lasciando dietro di s una traccia
evanescente. Si potrebbe dire che persino la pi possente, sanguigna e vitale personalit solo
un'ombra in confronto a un'efficace combinazione di parole, per quanto poche esse siano, per
quanto non descrivano altro che una luna nascente (Il cagnolino lungo la strada, Milano 2002, p.
74).
Parola, comunicazione e comunione
La parola non solo comunica notizie, ma contiene anche chi parla ed contenuta in chi ascolta:
esprime chi parla, imprimendolo in chi ascolta. Il termine parola, come gi detto, viene da para
ballo: getta-al-di-l di s, comunicandolo all'altro, colui che la dice. Se non un dolo, trappola
per impadronirsi dell'altro, ogni dire (dico viene da deiko = indico, manifesto) indicazione e
manifestazione, dono di s all'altro. Il dire un dirsi; e il dirsi, un darsi. Ogni parola gravida di chi
la trasmette e ingravida chi la riceve. Il suo significato e senso, comunicandosi dall'uno all'altro, si
apre a ventaglio, all'infinito.
Non bene che l'uomo sia solo (Gen 2,18), disse Dio, rimangiandosi il molto buono detto poco
prima (Gen 1,31). La solitudine il male radicale, anteriore a ogni errore. infatti negazione
dell'uomo, il cui essere relazione - come quello di ogni altro, Dio per primo. Siamo tutti relativi,
ognuno a modo suo, da Dio alla minima particella subatomica ancora ignota. Chi solo, relativo a
niente, divorato dal nulla.
La parola mette l'uomo in relazione con il mondo. Egli, dando il nome alle cose, partecipa all'azione
creatrice di Dio. Le fa venire alla luce dell'intelligenza e, siccome sapere potere, ne attua le
potenzialit, che senza di lui mai esisterebbero. Le parole che ci hanno preceduto sono il mondo in
cui nasciamo, eredit dei nostri predecessori. In quanto esseri umani, siamo di casa nella parola che ci precede, ci accompagna e ci segue nel nostro cammino nel mondo. Senza parola non
potremmo vivere: saremmo un orso polare senza pelliccia, un leone senza denti.
Ma l'uomo, anche se conosce le cose e chiama ciascuna per nome, rimane solo. bisognoso della
relazione con il suo simile, altro da lui (cf Gen 2,20s). Non la parola tecnica, dominio sulle cose,
ma la parola scambiata con l'altro gli d la sua identit: lo fa immagine di Dio, che relazione e
compagnia, comunione e dono di s, fecondit e gioia di vita. La parola, collegando gli uomini tra
di loro, crea una societas vivibile, una storia comune e comunicabile, che porta a un cammino di
realizzazione senza fine.
Quando Dio cre vegetali e animali, li cre ciascuno secondo la sua specie. L'uomo invece non
appartiene a una specie: immagine e somiglianza di Dio, in quanto maschio e femmina (Gen
1,27). Ci che ha in comune con gli animali lo rende simile a Dio? Proprio cos. Per l'uomo il limite

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primo, quello sessuale, il luogo dove prende coscienza di s e fa esperienza dell'altro: grazie alla
parola scambiata, anche il sesso diventa reciprocit di conoscenza e amore. L'uomo simile a Dio,
in ultima analisi, grazie alla parola: come lui, d il nome alle cose e ne dispone secondo libert. Ma
soprattutto gli simile perch ascolta l'altro da s, accogliendolo in s, e gli risponde, per farsi da
lui accogliere.
Dio Parola (ogni parola ha un aspetto trinitario: relazione d'amore reciproco che parla, ascolta e
risponde) e l'uomo innanzi tutto ascolto. Se lo ascolta e risponde, suo interlocutore e partner, sua
altra parte. E diventa uguale a lui, perch amor vel pares invenit vel pares facit. Creato al sesto
giorno, il suo destino portare la creazione al settimo giorno, al suo principio. Riconoscendola
come dono di Dio, completa la sua opera, vivendola e vivificandola nell'amore, che Dio stesso.
Parola e compimento della creazione
La Parola di Dio crea il mondo. La parola dell'uomo ne evolve le potenzialit, diversamente
inespresse, e, soprattutto, lo riporta alla sua sorgente di vita. Senza parola niente esce dal nulla e
tutto torna al nulla. L'uomo non solo demiurgo, collaboratore e continuatore dell'opera di Dio.
anche colui che porta la creazione al suo fine: attraverso il suo capire, amare e agire - l'uomo
liturgo del creato - la creazione ricondotta al proprio principio, suo fine senza fine.
La parola, vera o falsa che sia, segna il destino dell'uomo e della creazione. Se vera, stabilisce
relazione e comunione: d vita. Se falsa, produce solitudine e frattura: d morte. Sul potere di vita
o di morte della parola leggi la Lettera di Giacomo 3,1-12. Oggi sappiamo che ogni realt diventa la
parola che l'uomo dice su di essa: Dio condusse ogni cosa da lui creata davanti all'uomo perch in
qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo
nome (Gen 2,19).
L'uomo stesso , o meglio, diventa la parola che ascolta: dono della parola che ascolta e si dona
nella parola che dice. importante che il dare non sia una dose di veleno, ma una dote di
amore, possibilmente reciproco. In tedesco veleno e dono (gift e gabe) hanno la stessa radice
(geben), come, in italiano, i vocaboli dare, dose e dote. Addirittura lo stesso vocabolo gift
significa dono in inglese e veleno in tedesco. La soglia tra dono e veleno in discesa e assai
pervia. Si scivola facilmente dal dono al veleno: basta appropriarsene o usarlo per appropriarsi
dell'altro.
La nostra parola, come quella di Dio nella creazione, opera di distinzione. Cogliendo diversit e
somiglianze - vedendo il simile nel dissimile e il dissimile nel simile - distingue le varie realt nella
loro opposizione e le relaziona tra loro. Conoscere sempre distinguere e mettere in relazione.
Ignorare le distinzioni de-creativo quanto il non mettere in relazione: fa regredire tutto nel caos
del nulla.
Parola e sacramenti
Per i cristiani la parola fa la differenza tra magia e sacramento. La parola sull'acqua del battesimo la
rende partecipazione alla morte/risurrezione di Cristo, quella sul pane e sul vino partecipazione al
suo corpo e al suo Spirito, quella sul matrimonio partecipazione al suo amore sponsale, quella sulla
confessione delle colpe partecipazione alla grazia del suo perdono, quella sull'olio partecipazione
alla sua cura dell'uomo.
La parola fa s che nascere, vivere, amare, peccare e morire diventino incontro con la vita, l'amore,
il perdono e la cura senza fine di Dio. E questo non per magia, ma perch la parola d alla realt il
suo essere specifico. La stessa cosa, accompagnata da altra parola, ha altro significato ed altra
realt. Un gesto, accompagnato da parola d'amore, d gioia e vita. Lo stesso, accompagnato da
parola di violenza, d tristezza e morte.

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Un esempio per illustrare il ruolo della parola nel sacramento. Se, durante una celebrazione
eucaristica all'aperto, una mucca mangia un'ostia portata via dal vento, fa la comunione?.. S, pi o
meno come quei cristiani che partecipano all'Eucaristia senza conoscere la Parola. Solo questa
infatti fa capire che e in che modo quel pane il corpo del Signore. Senza conoscenza della
Parola -la Parola del Vangelo non altro che parola sul corpo di Ges, protagonista di ogni racconto
- non c' Eucaristia.
Mentre facevo questo esempio in Africa, un missionario mi disse che in una celebrazione all'aperto
il gatto delle suore prese al volo un'ostia sollevata dal vento e la mangi. La gente rimase incerta sul
da farsi. Un catechista risolse il problema teologico mangiandosi il gatto.
Libro e lettura
Parola e libro
Il libro uno scrigno che contiene un brillante: se lo apri e leggi, entra la luce e l'occhio gode dei
suoi barbagli.
Il libro parola scritta, sempre disponibile. Lo spartito diventa musica quando e come eseguito, il
libro diventa parola quando e come letto.
Ci che si dice della parola vale anche del libro. Solo che la parola va ascoltata e il libro va letto.
Ma ci che produce la parola, detta o scritta, uguale. vero: nel libro manca chi parla all'orecchio,
ma rimane chi parla direttamente al cuore.
Si dice anche, e giustamente, che verba volant, scripta manent. Esistono tuttavia parole indelebili
nel cuore di chi ascolta; ma se ne vanno con lui. La parola c' quando uno parla; se tace, scompare.
Continua per ad esistere nei suoi effetti: chi l'ha ascoltata, la custodisce ed elabora, modificandola
in tutti i modi possibili e impossibili.
Il libro invece un fiume carsico, che emerge alla luce in chi legge. Anche nel silenzio - anzi,
meglio nel silenzio - parla attraverso i millenni, indipendentemente da chi parla. E resta identico a
se stesso, pur procurando nei lettori le reazioni pi diverse. Infatti si pu sempre confrontare se
quanto capito corrisponde a quanto scritto. una realt oggettiva, che sta davanti: pur
interpretabile quanto si vuole, rimane se stessa e non si pu modificarla, se non falsificandola.
Il libro una parola sganciata, autonoma dal parlante: pu andare da sola in giro per il mondo,
procurando delizie o provocando disastri. potente il libro: parola che si diffonde attraverso lo
spazio e il tempo, raggiungendo ogni persona in ogni tempo. Senza per altro imporsi e sempre
rispettando la libert. A differenza dei mass media!
Il libro una parola che circola liberamente sui mercati, in ogni confezione e misura. come un
cibo: di chi lo compera, lo cucina, lo mangia e lo digerisce. E tutti possono nutrirsi del medesimo,
senza per niente consumarlo. Anzi, pi persone ne mangiano, pi ne possono mangiare.
Grande invenzione la scrittura! Basti pensare ai libri di religione e di poesia, di filosofia e delle
varie scienze. Un singolo libro pu influire nella storia pi di tutti i potenti che ne hanno occupato
la scena. La cultura occidentale senza i suoi potenti, starebbe meglio. Ma cosa sarebbe senza i libri,
e senza la Bibbia? Per volare, le mancherebbero. .. due ali!
La scrittura porta la parola fuori dell'ambito della tradizione orale, ristretta a pochi e di trasmissione
timida e imprecisa - un po' come quel gioco da bambini che si chiamava telefono senza fili.
Il libro fa della parola un essere adulto e rispettabile - anche se si possono pubblicare nugae come
queste mie. Il libro sovranamente libero da tutti, anche da chi l'ha scritto; e sommamente
rispettoso di ognuno, anche dell'ultimo lettore. Si pu permettere questo perch, anche se d tutto a
ciascuno, non perde nulla: pi d, pi diventa ricco e pi pu dare!

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Il libro una bella compagnia, duratura. Come una lettera d'amore. sempre per amore che si
scrive. Altrimenti lo scrivere un atto criminoso, una minaccia o un ricatto.
Lettura, atto di fiducia
Leggo un libro, ascolto una musica, vado a una mostra o mangio un fungo per un atto di fiducia in
chi, avendo letto, ascoltato, guardato o mangiato, mi attesta che ne vale la pena: si tratta di cosa
bella e buona. Il bello aggiunge al bene il piacere, che lo rende desiderabile.
Il desiderio del bello muove ogni azione: bello ci che piace e appaga il desiderio, aprendolo a
orizzonti sempre pi belli. Il piacere che appaga un bene. Male quel piacere apparente che,
invece di appagare, delude il desiderio e produce frustrazione (cf Gen 3,6-10).
Se la fiducia mi fa aprire un libro, leggendolo vedo se soddisfa il mio desiderio. Quando mi piace,
mi interessa: ritengo ben riposta la mia fiducia e continuo la lettura. Altrimenti lo chiudo. Per
questo importante educare il buon gusto. Altrimenti uno pu mangiare con soddisfazione anche
l'hamburger del peggiore McDonald's.
In breve, leggo un libro a tre condizioni: che uno l'abbia scritto perch ha trovato piacere a
scriverlo; che un altro mi abbia detto di aver provato piacere a leggerlo; che io stesso, avendo
cominciato a leggerlo, sperimenti piacere.
Perch provo piacere a leggere un libro? Il piacere legato all'interesse. Inter-esse significa essere
dentro, in mezzo. Provo interesse per una cosa fuori di me che corrisponde al desiderio dentro di
me. Allora la prendo e sono preso. Se ho fame, mi piace e mi interessa il cibo.
Infinite sono le nostre fami: siamo desiderio. E il desiderio di sua natura senza limiti. Oltre ad aver
fame di cibo, siamo fame di amare e conoscere; e, ancora prima, di essere amati e conosciuti. Un
libro mi interessa quando argomenti, personaggi e modi di dire corrispondono e danno forma a
quanto ho dentro: fanno venire alla luce quanto c', come desiderio ancora inespresso.
Leggo con interesse quando ci che leggo mi legge dentro. Evoca i miei ricordi, consci e inconsci,
personali e collettivi, addirittura genetici - fino a raggiungere qualcosa di fontale, origine del mio
essere-desiderio di bello. Mi interessa ci che mi suggerisce quanto ho nel cuore, soprattutto se
archiviato in strati cos profondi da risultare nascosti da altri, pi in superficie e spesso in
contraddizione con essi. Mi interessa ci che rivela la mia identit nascosta, togliendo alla mia
verit il velo (aletheia) dell'oblio, levando le menzogne che la ricoprono. .
Quando una parola mi dice ci che sono, la riconosco perch sgorga in me la gioia: mi chiama
(kaleo) ed bello (kalos, stessa radice di kaleo) essere chiamati per nome. Siamo nella misura in cui
siamo chiamati. la gioia di tornare alla casa dell'infanzia, di ritrovare il volto amato.
Il desiderio, come la fame autentica, non ha oggetto; e neppure lo crea. Lo riceve da fuori,
apprendendolo da un altro che ha soddisfatto il suo desiderio in quel modo. un fatto di imitazione,
che si trasmette dall'uno all'altro, diventando tradizione. Nella quale ognuno lascia traccia della sua
esperienza, buona o cattiva.
necessario prendere coscienza di quale modello imitiamo. Pu essere positivo o negativo: pu
dare intelligenza, amore e bellezza, oppure stupidit, egoismo e orrore. Diventiamo secondo il
modello che ci siamo proposti. Se positivo, siamo contenti. Se negativo, siamo tristi: non
mantiene la sua promessa di felicit. un dolo, una trappola dalla quale possiamo uscire, anche se
non senza difficolt.
Dalla faccia che uno ha, si capisce cosa legge e ascolta. A una certa et uno ha la faccia che si
merita. responsabile del volto che si porta in giro: secondo il modello che ha scelto.

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Perch leggere la Bibbia


Bibbia: opera classica
Leggiamo la Bibbia innanzi tutto per motivo culturale: un'opera classica. Leggiamo un'opera
classica - poetica o sapienziale, storica o scientifica, profana o religiosa - perch ci fidiamo della
tradizione, che la dichiara importante.
Il mondo nato prima di me. La cultura quanto ricevo da chi mi ha preceduto, imitazione ed
elaborazione di modelli che mi sono (stati) proposti. La tradizione memoria del passato: rende
possibile capire il presente e progettare il futuro. Se l'uomo un albero, il passato sono le radici e il
futuro i frutti. Senza radici, non esiste n albero n frutto. Ma tradizione non vuol dire
tradizionalismo. I tradizionalisti, nemici del presente e del futuro, non hanno n albero n frutti: non
hanno tradizione viva, ma solo radici morte e fossilizzate.
Una persona, come un popolo e una civilt, si identifica con le proprie memorie: sono il suo
passato, producono il suo presente e gli aprono il suo futuro. Per questo bene che le feste non
siano memorie di guerre vinte o, peggio ancora, perse. meglio celebrare la bellezza di ogni
stagione oppure di eventi positivi per tutti.
Una persona, come un popolo, la memoria che ha. Senza memoria senza identit; una tabula
rasa, su cui chiunque pu scrivere ci che vuole. Per questo i dittatori cercano di cancellare
memorie, per imprimerne utili alloro scopo. Chi ha una memoria sua, non ne accetta un'altra senza
confronto critico. Chi senza ri-cordi, e ha niente: una spugna secca, che beve tutto e il
contrario di tutto.
Oggi, grazie alla tecnologia, siamo esonerati dal ri-cordo. Abbiamo memorie artificiali a
piacimento, esterne a noi e piene di informazioni immesse da altri. Ma non sono ri-cordo di
esperienze vissute. Le memorie artificiali, pur avendo un aspetto di utilit, nascondono una
trappola: se le usiamo, ci usano, e per fini loro. Grazie a loro, oggi possiamo sapere sempre di pi e
capire sempre di meno, fino a credere di sapere tutto di tutto col risultato di capire niente di niente.
Diventiamo un enorme sacco pieno di vuoto e senza fondo, riempibile all'infinito da chiunque abbia
interesse a farci suo cliente.
Senza memorie personali, non siamo responsabili di quanto facciamo: crediamo di agire, mentre in
realt siamo agiti e agitati da memorie fatte da altri a loro fini. Diventiamo esecutori inconsci di
memoria aliena. Per avere gente soggiogata a propri fini, invece di clonare, meglio indurre
memorie che mutano l'identit.
La retorica, arte di convincere, sovranamente ben usata negli spot, da sempre l'arte della
comunicazione. Oggi, con il moltiplicatore dei mass media, il suo fascino in grado di far
capitolare ogni memoria e indurne una comune a tutti, togliendo identit e libert. La tattica
antica, quella del serpente: far credere bello e buono, quindi desiderabile, ci che tale solo in
apparenza.
Comunque la memoria, di qualunque tipo, toutcourt la condizione per vivere, sia nel bene che nel
male. Non solo per l'uomo, ma anche per l'animale.
Bibbia: codice culturale dell'Occidente
La Bibbia, oltre che opera classica mondiale, con cui si misurano direttamente e criticamente ebrei e
cristiani, diventata il codice culturale dell'Occidente. Dalla Bibbia hanno attinto, a modo loro,
anche i musulmani, seppur acriticamente. Infatti la leggono attraverso il Corano, ritenuto non
ispirato, ma dettato da Dio.
In tutti i campi, dall'arte alla filosofia, dalla letteratura al diritto, dalla vita religiosa a quella civile,

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non si pu capire l'Occidente ignorando la Bibbia. Gli stessi concetti di persona e responsabilit, di
giustizia e solidariet, di storia ed escatologia - con ci che ne consegue per il senso e
l'organizzazione, della vita in genere - vengono dalla tradizione ebraico-cristiana.
Anche le varie scienze hanno trovato il loro humus fecondo nella cultura biblica. In essa la natura
non una divinit o un prodotto della necessit: opera libera di un Dio che l'ha fatta con la parola.
Tutto quindi a disposizione dell'uomo, depositario della medesima parola. Non a caso la nascita e
il progresso delle scienze moderne avvenuto nell'area culturale ebraico-cristiana.
Gli stessi principi di eguaglianza, fratellanza e libert, come pure la carta dei diritti umani, non
vengono da Roma o da Atene, dai germani o dagli arabi, dall'Asia o dall'Africa, dall'America antica
o da quella moderna. Derivano dalla tradizione ebraico-cristiana.
utile anche ricordare che i maggiori abomini del secolo scorso, i pi esecrandi che la storia ricordi
- il comunismo, il nazismo e le varie forme di fascismo - hanno trovato nell'Europa cristiana il
luogo di nascita. E non a caso: imporre o stravolgere ci che il meglio, produce il peggio.
Senza negare che il passato possa ripetersi - il male banale e ripetitivo, monotono e poco
creativo -, oggi incombe un male peggiore: la stupidit universale, di cui neppure si conserver
ricordo, perch annulla ogni memoria. Gi regna sovrana, grazie ai mass media usati come
strumento di massificazione a fini di mercato. Che spettacolo osceno la gente davanti alla
televisione ore e ore, bevendo l'immondezzaio che vi si propina! Anche cose belle, come la lettura
di Dante, attirano masse. Ma ci si guardi dall'esagerare con programmi intelligenti. Sono un
pericolo: ci che fa pensare, nuoce al potere.
Se uno ignora la Bibbia, si taglia fuori dalla cultura occidentale, molto di pi che ignorando i
classici greci e latini o la Historia Longobardorum di Paolo Diacono (prova che nessun padano ha
sentito il bisogno di leggerla, ammesso e non concesso che ne abbia sentito parlare). La Bibbia sta
all'origine di quanto per l'Occidente pi singolare. E ci che pi singolare, paradossalmente,
quanto si offre a tutti come pi universale. I classici latini e greci hanno il corrispettivo in ogni
cultura. La Bibbia invece ha qualcosa di unico: istanza critica contro ogni cultura dominante. Per
questo principio di liberazione e di umanizzazione. Ci sia detto a due condizioni: niente etichette
di propriet e niente presunzione di vivere quanto vi proposto. Qualora tentassimo una delle due
cose, mentiremmo all'evidenza.
Se perdiamo la memoria biblica, la nostra cultura resta un guscio vuoto, infecondo. Se uno
ignorasse la Bibbia, cosa capirebbe della Divina Commedia, della storia della filosofia o dell'arte?
Un critico d'arte che, per esempio, illustrasse la Trinit del Masaccio, manifesto del rinascimento con creazione di spazio, ottenuto facendo coincidere la prospettiva pittorica con l'occhio
dell'osservatore -, parlerebbe di un vecchio che tiene in braccio un uomo nudo in croce con un
piccione in testa. Chi invece conoscesse la Bibbia, vi troverebbe il nocciolo del Vangelo,
mirabilmente formulato da Gv 3,16: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito,
perch chiunque crede in lui non muoia, ma abbia vita eterna. Il quadro, letto sotto questa luce,
mostra il Figlio che dona a ogni fratello l'amore del Padre, pi forte della morte, compresa quella
infame di croce. Qui si fonda la dignit assoluta di ogni persona, che viene dalla rivelazione unica
di un Dio che tutto e solo amore per ogni figlio dell'uomo.
Questa immagine, blasfema per pii, sapienti e potenti, ripresenta la domanda che ci facciamo
davanti ai mali della storia, alla Shoah e alle sofferenze di innocenti: Dov' Dio?. Domanda in
cui echeggia quella tragica che Dio rivolse al primo uomo: Dove sei? (Gen 3,9). Dio l, perch
l'uomo l. Sulla croce. Fino a quando non cambiamo modo di pensare e agire. Cosa possibile se
prendiamo coscienza che Dio proprio l a causa della nostra stupidit.
Se, senza troppi distinguo, considerassimo i crocifissi del mondo come il Signore, smetteremmo di

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angariare i poveri e nascerebbe un mondo nuovo e un uomo nuovo, capace di distinguere il bene dal
male e libero di non fare necessariamente il male. Non secondario conservare la memoria del
crocifisso, non tanto appendendolo ai muri, quanto imprimendolo nel cuore: memoria che salva
l'umanit dell'uomo. A qualunque religione appartenga o non appartenga.
Parte seconda
LETTURA DELLA SACRA SCRITTURA
Come leggere la Bibbia
Cos' la Bibbia
La Bibbia una piccola biblioteca di libri. Contiene scritti di carattere diverso, narrativo e
sapienziale, poetico e profetico, liturgico e giuridico, epistola re e parenetico. I loro redattori/autori
sono per lo pi sconosciuti. La loro stesura abbraccia l'arco di un millennio, ma recupera tradizioni
pi antiche e personaggi famosi, spesso ignoti al di fuori di Israele. La Bibbia ha l'unit di un
organismo differenziato e articolato: lo specchio dell'identit di un popolo, per il quale il ricordo
di ci che stato diventa attesa di ci che sar, con la coscienza che il futuro libera connessione
tra una promessa passata e il modo di vivere il presente.
La storia, per chi conosce la Bibbia, affidata alla responsabilit dell'uomo, fondata su una
conoscenza sempre aperta all'ignoto. La conoscenza che si ferma al noto si chiama stupidit e
irresponsabilit!
La Bibbia tramanda la storia di un popolo: un tesoro di memorie che gli servono per capirsi e
orientarsi nel cammino. I protagonisti sono due, uno visibile e l'altro invisibile: l'uomo e Dio.
L'uomo, con il suo desiderio di vita e verit, di libert e giustizia, sempre in cerca di possibile
felicit; e Dio, che nessuno ha mai visto, se non nel volto dell'uomo, sua immagine e somiglianza. I
vari personaggi e racconti non sono che le infinite sfaccettature del cuore umano, con le sue
grandezze e miserie. Le diverse situazioni, ricche di contraddizioni e sorprese senza fine, sono
un'unica commedia, umana e divina. L'occhio punta sempre su ci che accadr, senso di ci che
accade, significato pieno di ci che accaduto. Per quanto accadr non automatico: lasciato
alla nostra responsabilit nei confronti di un passato che ci offre la libert di un futuro diverso.
Bibbia ebraica e Bibbia cristiana
La Bibbia cristiana consta di 73 scritti, distinti in due gruppi maggiori: l'Antico Testamento con 46
scritti (di cui 24 recepiti anche nel giudaismo e gli altri presi dalla traduzione greca dei Settanta) e il
Nuovo Testamento con 27 scritti. La Bibbia cristiana abbraccia quindi l'Antico Testamento e il
Nuovo Testamento.
Il Nuovo Testamento in continuit discontinua con l'Antico Testamento (cf 2Cor 3,6-18), come la
nascita nei confronti della gestazione o, meglio, come il figlio nei confronti della madre. Ogni figlio
viene dalla madre, ma i due sono distinti, pur avendo lo stesso sangue. Se il tempo dalla promessa al
compimento gestazione e il compimento il venire alla luce di ci che stato promesso, i cristiani
si pensano inseriti nel compimento della promessa fatta ad Israele. Israele madre di tutti i popoli e
la Chiesa sua figlia: tutti da l nasciamo e l troviamo le nostre sorgenti (Sal 87,6s). Come non
bene abortire, non per niente bene uccidere la madre.
Gli eventi fondanti del Nuovo Testamento si compendiano nella vicenda di Ges, raccontata dai
Vangeli. Ad essa si rifanno gli altri testi del Nuovo Testamento, anche quelli scritti prima dei
Vangeli. . L'Antico Testamento riferimento necessario per capire Ges, inconcepibile e
incomprensibile al di fuori di esso.
L'Antico Testamento, come gi detto, un articolato e complesso ricordo/racconto del passato per
vivere il presente e sperare il futuro alla luce della promessa fatta ad Abramo. Per questo resta

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aperto a un compimento, di cui si sono fatti portavoce i profeti, autori dei vari libri. Il fedele ebreo
ispira ad essi la propria esistenza. Gli scribi, che li commentano, si riferiscono a quanto sta
scritto, in modo da sapere cosa sperare e cosa fare.
Particolarit del Nuovo Testamento: Ges come svolta definitiva della storia
Nel Nuovo Testamento c' una svolta: i Vangeli sono ricordo e racconto di Ges, capito come
l'evento definitivo. Con lui inizia il tempo della creazione nuova, della nuova ed eterna alleanza
promessa dai profeti. Le prime parole di Ges, chiave di lettura del Vangelo di Marco, proclamano
il passaggio dalla promessa al compimento, dal desiderio al desiderato: Il tempo compiuto! Il
regno di Dio giunto! Convertitevi e credete al Vangelo (Mc 1,15). Il Vangelo Ges stesso,
Messia e Figlio di Dio (cf Mc 1,1). Come prima si seguiva la Parola, ora siamo chiamati a seguire
lui (Mc 1,16-20). La fede nella Parola ora fede in lui, Parola stessa di Dio (Gv 1,1), Dio stesso che
parla. Per questo l'insegnamento di Ges non come quello degli scribi (Mc 1,22), che interpretano
cosa sta scritto. Lui realizza ci che scritto: la Parola che dice.
Anche nel discorso inaugurale del Vangelo di Luca (Lc 4,16-21), Ges si presenta come colui che
compie oggi la promessa (Is 61,1-2): proclama l'anno di grazia, realizzando le condizioni per
abitare la terra (cf Lv 25,8ss). Ascoltare e seguire lui significa entrare oggi nel sabato, riposo di
Dio e compimento della creazione (cf Sal 95,8-11; Eb 3,7-4,11).
Nel discorso sul monte del Vangelo di Matteo, Ges dice esplicitamente: Non pensate che io sia
venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento (Mt
5,17). Il Nuovo Testamento concepisce Ges come il frutto dell'Antico Testamento. Ogni frutto
della specie dell'albero. Se si taglia la pianta, non c' alcun frutto.
Il Vangelo di Giovanni presenta Ges come Parola, Dio stesso, principio, luce e vita di quanto esiste
(Gv 1,1ss). il Figlio, narrazione e ostensione del Padre (Gv 1,18): Chi ha visto me ha visto il
Padre) (Gv 14,9). Il suo primo segno) mutare l'acqua in vino: nelle nozze, simbolo del nostro
rapporto con Dio, grazie a lui l'acqua della legge diventa il vino dell'amore (Gv 2,1ss).
Ges l'evento definitivo di salvezza per l'uomo: gli d accesso a Dio come Padre. Questo non un
dogma che si accetta per fede cieca. l'esperienza di chi ne ascolta la Parola e la vive,
accogliendo il suo Spirito, che amore. Questo gli cambia la vita: lo fa testimone di lui, il Figlio (At
1,8), rendendolo figlio del Padre (cf Gal 4,4-7; Rm 8,14-17) e fratello di tutti. Gli d il cuore nuovo
e lo spirito nuovo, capace di amare come amato. l'alleanza nuova, promessa dai profeti (cf Ger
31,31-34; Ez 36,24-38), che ci fa passare dalla morte alla vita (cf Ez 37,1-14). Infatti l'amore il
compimento della legge (Rm 13,10): quanto la legge dice, ma non d.
La prova, che fonda la fede in Ges come rivelazione definitiva di Dio, che in lui si realizzano due
fatti unici, sommamente desiderabili, ma assolutamente improducibili dall'uomo.
Il primo la vittoria sulla morte con la risurrezione del suo corpo (1Cor 15,14.17): egli primizia
di coloro che sono morti (1Cor 15,20), primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col
1,18), primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29). Ges risorto apre alla vita definitiva la matrice
della terra. Con lui, risorto dai morti che pi non muore (Rom 6,9), annientato l'ultimo nemico, la
morte (1Cor 15,26). E la terra restituisce alla luce tutti i suoi figli che, dopo aver generato, si era
rimangiata nelle tenebre.
Il secondo l'esperienza di essere liberi dal peccato (1Cor 15,17b) - morte dello spirito, frustrazione
di ogni desiderio - per condurre una vita nell'amore. Chi incontra il Risorto, diventa come lui,
capace di amare: Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perch amiamo i fratelli
(1Gv 3,14). Questa vita nuova, da risorti, la testimonianza autentica dell'incontro con il Risorto.
Radice della particolarit del Nuovo Testamento: l'incarnazione

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Ges non ha scritto niente. Il cristianesimo non religione del Libro, composto da qualche uomo
sotto ispirazione o dettatura di un qualche Dio. E neppure della Parola, pi o meno ispirata dall'alto
o dal basso. piuttosto religione della carne, che capovolge ogni ottica religiosa.
Protagonista dei Vangeli il corpo di Ges, nelle sue azioni e passioni. Il suo corpo di figlio
dell'uomo esegesi del Dio invisibile (Gv 1,18). scrittura, anzi epifania di una Parola inaudita:
Parola diventata carne, che rivela un Dio che Padre suo e di ogni figlio dell'uomo, suo fratello.
Il Nuovo Testamento non un insieme di scritti normativi: suo canone la carne crocifissa di
Ges, che per noi crocifigge il mondo e ogni suo, e nostro, male (cf Gai 6,14). Paolo, il grande
teologo del cristianesimo, dichiara di non saper altro che Ges Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2).
La sua carne la Scrittura: sopra il crocifisso c' la didascalia divina, fatta da mano d'uomo, che lo
dichiara come Scrittura indelebile, definitiva: Ci che ho scritto, ho scritto. Ed scritta in
ebraico, latino e greco (Gv 19,19-22), a confusione di ogni potere religioso, politico e culturale.
I Vangeli, opera di testimoni oculari, sono una trascrizione di questo corpo-scrittura (non il corpo
la scrittura di un'esistenza?), al fine di rendere accessibile ai posteri lo stile di Ges. lo stile della
croce: una vita d'amore pi forte della morte, dove ogni uomo percepisce e vede Dio (Mc 15,39; Mt
27,54), il Giusto (Lc 23,47). L tutto compiuto (Gv 19,30), perch l'amore principio e fine di
tutto.
Gli altri scritti del Nuovo Testamento ne sono spiegazione e attualizzazione. L'Antico Testamento
tale davanti al novum di Ges: in lui si compie oggi ci che scritto (Lc 4,21) nella Legge, nei
Profeti e nei Salmi (Lc 24,44). Lui vive il comando di amare Dio e il prossimo (Mc 12,30 s; cf Dt
6,5 e Lv 19,18). Il crocifisso Dio che ama l'uomo con tutto il cuore e l'uomo che ama Dio con
tutto il cuore: il s delle nozze tra Dio e uomo (cf 2Cor 1,20). La relazione con lui ci fa
diventare come lui (Gen 3,5), il Santo (Lv 11,44), che perfetto (Mt 5,48) nell'amore
incondizionato (cf Lc 6,36).
L'affermazione che Dio si fatto uomo (e quale uomo!) la novit assoluta, a cui corrisponde che
l'uomo fatto Dio (e quale Dio!). Il cristianesimo risulta blasfemo per ogni religione e ha un
rispetto assoluto per l'uomo, anche quando sbaglia - il rispetto la qualit prima dell'amore, quindi
di Dio.
Il cristianesimo comporta l'uscita dalla religione, per entrare nella libert dei figli: il passaggio
dalla legge che condanna allo Spirito che d vita. Il centro spostato dalla riverenza dell'uomo per
Dio alla riverenza di Dio per l'uomo. Con le conseguenze che ci comporta.
Dopo questo accenno, che rende conto della peculiarit del Nuovo Testamento all'interno della
Bibbia, riprendiamo il filo per vedere i vari livelli di lettura 'e cosa essi producono nel lettore. La
Bibbia, come ogni libro, ci conduce per un cammino con tappe e scoperte diverse(sull'argomento mi
rifaccio liberamente a Ch. Theobald, Dei Verbum: dopo quarant'anni la rivelazione cristiana, in il
Regno-attualit n. 22/2004).
Primo livello di lettura
Il primo livello di lettura mosso da curiosit culturale. La Bibbia un libro noto: normale,
prima o poi, volerla leggere. Tutti, grazie all'appetito intellettivo, desideriamo sapere cosa dice un
testo classico.
La fame di conoscere propria dell'uomo: dotato d'intelligenza per coltivare e custodire il
giardino affidatogli da Dio (cf Gen 2,15). Prima si parla di coltivare e poi di custodire: la
cultura miglioramento e mantenimento della natura, quasi un lavoro di manutenzione (= tenere
in mano), perch espliciti le sue potenzialit, custodendone !'identit. Coltivare, termine
imparentato con cultura, in ebraico lo stesso che indica il culto di Dio. A sua volta custodire

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indica anche l'osservanza della legge. Il vero culto a Dio il nostro lavoro, inteso come
continuazione del suo. Come si vede, tra natura e cultura non c' opposizione. Anzi, l'uomo di sua
natura cultura: chiamato a sviluppare, sino alla sua forma divina, il seme posto da Dio in ogni
particella del creato.
Ogni uomo, dal cacciatore primitivo all'artista raffinato, dal manovale al filosofo, mosso da
interesse culturale: si d da fare per sviluppare le proprie conoscenze e capacit. Per questo
chiunque sa di un libro ritenuto importante, vuole arricchirsi del tesoro che esso contiene.
Leggendo la Bibbia a questo primo livello, come per qualunque testo, ne scopriamo il messaggio.
La prima cosa che balza agli occhi la sua capacit di leggere l'uomo nei suoi desideri profondi di
amore, di giustizia e di libert.
La semplice lettura, fatta senza pregiudizi (anti) confessionali gli opposti coincidono -, presenta una
storia attraente, un modo di vivere che colpisce per la sua bellezza. La Bibbia sorprende per la sua
capacit di liberare mente e cuore da chiusure e paure: d come la stura ai sogni pi preziosi
dell'uomo. Per questo il lettore invogliato a lasciarsi coinvolgere, per capirne di pi.
Ribadiamo che ascoltare o leggere la parola, qualunque sia, comporta essere trasformati da essa,
trasfigurati o sfigurati, a seconda della sua bellezza o bruttezza.
Secondo livello di lettura
Coinvolgimento
Se non oppone resistenze, chi entra nel primo, passa al secondo livello di lettura: si lascia
coinvolgere e diventa partecipe di ci che narrato. ci che avviene con qualunque libro
interessante.
Ignazio di Loyola racconta nella sua Autobiografia (n. 5-8) che, sia leggendo libri d'amore e d'armi
come Amadigi di Caula, sia leggendo la Vita Christi del Cartusiano o il Flos Sanctorum di Jacopo
da Varazze, restava comunque catturato. Anche a lettura finita il testo continuava a lavorare in lui:
per ore intere riviveva i racconti in prima persona, con intensit e piacere, immaginandosi nei panni
dei protagonisti. Per anche la fantasia, acrobata infaticabile, dopo qualche ora di volteggi si stanca.
Cos, quando tornava con i piedi a terra, Ignazio si accorgeva che dopo le fantasie cavalleresche
cessava il gusto: restava arido e scontento, a stomaco vuoto, come uno che ha sognato di
mangiare. Al contrario, dopo aver immaginato di imitare Cristo o i santi, non cessava il gusto:
restava soddisfatto e allegro, a stomaco pieno, come uno che ha mangiato. Questa prima
esperienza sar il fondamento delle sue considerazioni sul discernimento - un'arte per capire se un
desiderio buono o meno, se dar o meno la felicit che promette. Prima di agire bisogna
prevedere, con certa probabilit, il risultato; altrimenti si irresponsabili e si incorre in pericoli.
Nell'afa estiva bello tuffarsi in piscina. Ma bene accertarsi prima se l'azzurrino che si vede
acqua cristallina, oppure solo vernice di fondo.
Chi legge con attenzione un testo, spontaneamente osserva le persone - chi sono, cosa fanno e cosa
dicono - fino a identificarsi con esse; si coinvolge nella scena, applicando addirittura i cinque sensi:
ascolta, guarda, gusta, odora e tocca ci che lo tocca. Segue, senza accorgersi, il metodo di
contemplazione suggerito da Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali (cf ad esempio i nn. 102109; 111-120; 121-125). O meglio, Ignazio fa prendere coscienza di quello che il modo naturale di
accostarsi a un racconto. Ci che narrato evoca e fa venire alla luce quanto sta dentro. Il testo che
leggo mi conduce nella mia interiorit, illumina siti inesplorati e mostra i miei desideri latenti e
inespressi: il racconto li risveglia presentando loro un oggetto appetibile, finora ignoto. L'occhio
scopre di vedere quando arriva la luce. Se la ignora, si accontenta delle tenebre. Ignoti nulla cupido.
Un testo mi interessa, alla fin fine, perch ci che leggo desta e d forma al desiderio assopito

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dentro di me. Un testo mi parla nella misura in cui mi apre l'accesso al mio cuore. L il luogo
dove sono me stesso, nella mia autenticit. Normalmente l'uomo fuori di s. La prima domanda
rivolta ad Adamo fu: Dove sei?. Ci significa che non era pi al suo posto. Una persona, che non
al proprio posto, slogata dentro: fuori di s, fuori dal suo luogo naturale. L'esistenza gli fa
male, dolorante come un osso fuori posto: si sente estraneo a tutto e a tutti, perch estraneo a s.
Ogni parola bella e buona serve a riportarlo dentro di s, dove incontra se stesso e l'altro.
Di mano in mano che la lettura procede, si evocano e sedimentano nuove memorie, che si collegano
con altre, unificandosi. e crescendo per conto loro. Sia che dormiamo sia che vegliamo, di notte e di
giorno, senza sapere come, la Parola seme che cresce automaticamente (cf Mc 4,27): sa ci che
fa. La parola bella e buona fa venire alla luce la nostra identit, nascosta e da sempre desiderata. La
parola cattiva e brutta ce la copre sotto una falsa identit, da sempre temuta.
Quando, per un motivo o per l'altro, non si giunge a questo secondo livello di lettura, la Bibbia,
come qualunque libro, non interessa e si smette di leggerla. Una lettura interessata, al contrario,
porta ad identificarsi con i vari personaggi: fa partecipare alle esperienze che il testo racconta.
Nuova relazione con Ges
Il Vangelo narra di Ges e dei suoi discepoli. Chi lo legge, vede ci che avviene nella loro relazione
con lui. Se si lascia coinvolgere, il racconto produce in lui ci che dice: parla a lui e di lui,
offrendogli un nuovo orizzonte di vita in compagnia di Ges. Se liberamente accetta, diventa suo
discepolo e impara a essere come lui, Figlio del Padre e fratello di tutti. Ogni parola opera sempre
ci che dice.
Protagonista dei Vangeli il corpo di Ges, cosa fa e dice, come vive e muore, da dove viene e
verso dove va. Questo corpo si rivela come amore e dono assoluto, pi forte della stessa morte.
l'esegesi di quel Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18); in lui abita corporalmente tutta la
pienezza della divinit (Col 2,9). La Parola che Ges - ogni corpo la parola che ascolta - la
stessa del Padre: Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). In lui ogni uomo ritrova la sua
verit di figlio uguale al Padre.
Dove sei? la prima parola di Dio all'uomo (Gen 3,9); dove dimori? la prima parola dei
discepoli a Ges (Gv 1,38). Il Maestro dice di'essere via, verit e vita: via alla verit dell'amore (Gv
14,6). In questo amore lui, vita di quanto esiste (Gv 1,3b-4), dimora. Il Vangelo ci porta alla casa
perduta, all'amore del Padre, dimora del Figlio. Questo il nostro luogo naturale, dove ci sentiamo
a casa. Ascoltare la Parola del Figlio ci fa conoscere la nostra verit, che da schiavi ci fa liberi
(8,31s). Cos, salvati dall'essere ci che non siamo, diventiamo ci che siamo: figli di Dio, uguali al
Padre (cf Gv 1,12; 1Gv 3,1).
La relazione con Ges, mettendo in gioco la verit dell'uomo, interpella la sua libert. Lui stesso
amore di verit e libert, verit nella libert dell'amore e libert nella verit dell'amore. Nessuno pu
restare indifferente a lui. La folla anonima, tra cui c' il lettore/ spettatore, chiamata a dichiararsi.
Lo si accoglie o rifiuta, si diventa suoi amici o nemici, si impara a vivere come lui o si decreta la
sua morte.
Solo l'ignoranza della posta in palio pu far rifiutare il dono. Ma questa ignoranza sar vinta da un
amore illimitato, che sa portare su di s rifiuto e uccisione. Per questo sulla croce il dono d'amore
diventa incondizionato: Padre, perdona loro perch non sanno ci che fanno (Lc 23,34). La morte
di Ges rivelazione unica di Dio (Mc 15,39; Mt 27,54). la theoria, visione di Dio (Lc 23,48) e
vita dell'uomo, che scopre di quale amore amato (cf Gv 3,14-16).
Il racconto della relazione dei vari personaggi con Ges produce il suo effetto sul lettore. Egli,
identificandosi con loro, invitato a prendere posizione rispetto a Ges, rivedendo la propria
relazione con lui. Questo processo di identificazione si verifica anche in qualunque lettura o

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spettacolo. L'effetto diverso a seconda della parola ascoltata o vista. Se cattiva, produce vuoto e
scontentezza; se buona, soddisfazione e allegria.
Evangelizzazione con il Vangelo
L'evangelizzazione non pu esser fatta che con il Vangelo: la lettura integrale di un testo evangelico
introduce e accompagna l'avventura della relazione con Ges. Solo leggendolo si impara a leggerlo
e si capisce per esperienza personale il cammino che propone.
Il Vangelo ha una struttura costante: Ges il soggetto che fa qualcosa per qualcuno che privo di
quella cosa. Liber il posseduto, fa servire l'impedito, monda l'immondo, muove gambe paralizzate
e mani atrofizzate, sana malati, d vita a morti, cibo a famelici, udito a sordi, parola a muti e vista a
ciechi: restituisce all'uomo la sua umanit, che gli idoli gli avevano succhiato, pezzo a pezzo. Uno
realizza l'immagine che ha di s. Se suo modello l'idolo, diventa come lui: ha bocca e non parla,
occhio e non vede, orecchio e non ode, narice e non odora, mano e non tocca, piede e non cammina
(Sal 115,4-8).
La parola, con cui Ges accompagna i gesti, li qualifica come segni e ne dichiara il significato. I
miracolati fanno da specchio al lettore. In essi vede la sua condizione negativa e l'offerta di un esito
positivo. La vista dei miracoli libera il suo desiderio di vita piena, alla quale aveva rinunciato
perch ritenuta impossibile.
I miracolati sono modelli di desiderio realizzato. La trasformazione che avviene in loro la stessa
che la parola del racconto opera in chi legge: il loro incontro con Ges diventa quello del lettore. I
discepoli sono, come lui, spettatori di quanto avviene negli altri. Mentre vedono e annotano, nasce e
cresce in loro una cosa nuova: la relazione con Ges, sorgente dell'esplosione di vita che sta davanti
ai loro occhi. Anche in chi legge capita la medesima cosa.
Cammino
La lettura un cammino che procede, illuminando zone d'ombra e facendo desiderare cose nuove e
belle. La parola lascia tempo per considerare e maturare; invita per, con certa urgenza, al passo
successivo. Ma, a differenza di come fanno certi (pseudo) evangelizzatori, rispetta sempre la libert
dell'altro; anzi la libera dalle sue schiavit, frutto di ignoranze antiche. Ogni racconto fa vedere il
punto in cui ci si trova, facendo progredire di un passo rispetto al precedente e aprendo la strada al
seguente. Senza mai spingere, ma sempre aspettando con pazienza che la verit ascoltata liberi la
libert.
Per questo, leggendo il Vangelo, non bene saltare passi o fame un riassunto. Uno potr scalare
velocemente una montagna, ma non pu sopprimere un tratto della via o fame una sintesi. Sarebbe
un progredire illusorio: crede di volare, quando in realt sta precipitando.
Il testo, seguito con cura, un buon capocordata: garantisce contro le cadute, ancorato alla roccia
con solide assicurazioni. bene approfondire un Vangelo alla volta, come si fa una sola via alla
volta. Non si possono percorrere insieme quattro vie o cavalcare due cavalli, anche se portano alla
stessa meta. Una lettura sinottica pu seguire, ma non precedere la lettura di ogni singolo Vangelo.
Altrimenti come spiegare una cosa ignota con altre tre ignote.
Fine lettura
Alla fine della lettura del Vangelo Ges scompare: condanna, uccisione, sepoltura e risurrezione
interrompono la storia di quel corpo.
Ma ormai il lettore ha capito perch morto: per lo stesso motivo per cui vissuto. C' finalmente
qualcosa nella vita che vale la vita, un desiderio pi forte di ogni paura, una libert pi grande di
ogni limite, anche estremo. C' qualcosa che fa, della stessa morte, il dono totale di s, atto

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compiuto d'amore: l'amore stesso, che non muore mai (1Cor 13,8). Perch Dio, principio e meta di
tutto, amore (1Gv 4,8).
Ci che il lettore ha acquisito attraversando il testo continua in lui. Cessata la lettura, la Parola/seme
sepolta nel suo cuore. Germoglia e cresce in lui mediante il ri-cordo, ponendolo davanti alla sua
verit da sempre desiderata, lasciandogli la responsabilit di decidere liberamente.
Terzo livello di lettura
Qui si apre un terzo livello di lettura. La Parola/seme fruttifica nel cuore di chi l'accoglie. Gli d un
modo nuovo di essere, il suo stesso, con un nuovo sentire, pensare e agire. Lo genera secondo la sua
specie, in un cammino costante che riforma quanto deformato, conforma a s quanto riformato e
conferma quanto conformato. Lo apre a una vita nell'amore: una risurrezione, una
trasfigurazione a immagine e somiglianza del Figlio, che il Padre ha detto di ascoltare (cf Mc
9,7).
Per questo l'evangelista Marco, che si rivolge al catecumeno, alla fine del Vangelo lo rimanda in
Galilea, dove cominciato il cammino (Mc 16,7). Se accetta l'invito iniziale di seguire Ges (Mc
1,14-20), che ora appare motivato, si accorge che la sua vita va cambiando. Avviene in lui ci che
narrato nel racconto: passo dopo passo, esce da una vita morta nell'egoismo e cammina in una vita
nuova nell'amore. La trasfigura zio ne, posta al centro del Vangelo (Mc 9,2ss), sostituisce i racconti
della risurrezione: chi lo segue trasformato in lui. Ha veramente incontrato il Risorto: la prova
che lui stesso risorto, simile a colui che ha imparato ad ascoltare e amare. Chi incontra il fuoco, si
infiamma.
Questo cammino, che il Vangelo fa compiere, comprensibile alla luce di tutta la Bibbia. Essa, pur
essendo una biblioteca di racconti diversi, tuttavia unitaria: contiene la promessa di Dio amore e
vita, principio e fine di tutto. quanto gi il primo livello di lettura fa brillare agli occhi del lettore.
Il secondo livello lo coinvolge. Il terzo lo avvolge di luce e travolge di libert, facendogli
sperimentare ci che ha capito.
Allora comincia a vedere: gli si aprono nuovi orizzonti, personali, comunitari e sociali, che danno
senso a tutto. Nulla cambia: la realt quella che . Cambia per l'occhio e il cuore; e quindi il
modo di vivere. come svegliarsi dal sonno. Prima fissava le ombre dei propri incubi, proiettati su
palpebre chiuse. Ora, venuto alla luce, esce dai deliri della notte: comincia a vedere e vivere ci
che, dal principio, bello e buono.
Pi il lettore entra nella Bibbia, pi percepisce l'ampiezza, la lunghezza, la profondit (cfEf3,18)
dello spazio che si apre davanti a lui; al punto da intuire che il "mondo" che sta scoprendo non sar
mai troppo piccolo perch lui o chiunque altro possano collocarvi il proprio e renderlo cos
abitabile (Ch. Theobald, Dei verbum: dopo quarant'anni la rivelazione cristiana, il Regnoattualit n. 22/2004, p. 784).
Cosa avviene leggendo la Bibbia
Esperienza del potere della parola
Quando leggo un testo, accade una realt mai esistita prima, diversa da qualunque altra che accadr
poi: una realt inedita, che rester unica. Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non
ve ne accorgete? (Is 43,18s). Questa cosa nuova, che nasce proprio ora mentre leggi, la parola
interiore del cuore che viene alla luce.
La parola un seme che automaticamente germoglia e produce frutto in chi l'accoglie (cf Mc
4,28). Se cattiva, sfigura e d morte; se buona, trasfigura e d vita. L'ascolto genera l'uomo a

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immagine e somiglianza di ci che ascolta.


L'esperienza che fa il lettore del Vangelo quella di essere trasformato: il suo cuore si aperto
all'amore, come quello del Figlio che ha ascoltato. Ges infatti chiama suoi fratelli, sorelle e madre
quelli che ascoltano, fanno e osservano la sua Parola (cf Lc 8,21; 11,27s). La Parola ci dona di
vivere da figli e da fratelli, perch siamo generati non da un seme corruttibile, ma immortale, cio
dalla Parola di Dio viva ed eterna (1Pt 1,23), viva ed efficace (Eb 4,12). Essa, uscita dalla bocca
del Signore, compie ci per cui fu mandata (Is 55,11): opera in quanti l'accolgono (cf 1Ts 2,13),
dando loro la possibilit di diventare figli di Dio (Gv 1,12).
Per questo Paolo non si vergogna della Parola: potenza di Dio che salva tutti (cf Rm 1,16; 10,1717). Da qui il suo bisogno di proclamarla: Guai a me se non evangelizzo (1Cor 9,16).
Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale
Normalmente i testi sacri sono in prevalenza normativi e dottrinali: dicono cosa fare e cosa credere.
La Bibbia, invece, ha per lo pi testi narrativi. I Vangeli, a loro volta, raccontano soprattutto dei
fatti. I fatti non sono da fare: sono gi fatti. Neppure da credere: sono fatti, non promesse. Sono
invece da osservare e contemplare. Il loro racconto ci cambia pi di ogni dottrina e norma. La
dottrina da credere, la norma da fare, il racconto da ascoltare. Da quanto esso produce in lui, il
lettore sa cosa pensare, cosa fare e come agire. Dottrina e norma vengono solo dall'esperienza di
quanto raccontato.
I testi dottrinali e normativi hanno la loro utilit. Ma, se non scaturiscono da narrazioni di fatti e non
si misurano con la narrazione di ci che producono, sono sterili, anzi nocivi. Pensare la realt, anche
peggiore, porta a un'intelligenza buona e creativa.
Ma realizzare i pensieri, anche migliori, porta all'ideologia, della quale dovremmo conoscere
l'ottusit e la violenza.
Anche l'ultimo catechismo che ci sar dopo il pi recente, ai fini di una catechesi cristiana, sta alla
Bibbia come una parafrasi alla Divina Commedia, una critica musicale alla Nona di Beethoven, un
menu al pasto. Sono utili le parafrasi, le critiche e i menu, ma non sono poesia, musica o cibo.
La catechesi narrativa era ben nota alla prima Chiesa e ai Padri. I loro grandi commenti biblici non
sono che catechesi fatte al popolo. Anche il Ges di Nazaret dell'attuale Papa va felicemente in
questa direzione. Non si fa molta strada seguendo norme e dottrine, presentate per lo pi in forma di
divieti: cosa non fare e cosa non pensare. Non si pu esimere il cristiano dal seguire il percorso di
Ges raccontato dai Vangeli. certamente pi bello ed entusiasmante seguire e amare lui che
camminare su paletti di norme e divieti.
Questo il passaggio dalla legge al Vangelo compiuto da Paolo, che, di fronte alla sublimit della
conoscenza di Cristo Ges, suo Signore, considera come sterco ci che prima era per lui motivo di
vanto (cf Fil 3,1-10). stato infatti conquistato da Ges Cristo e corre anche lui per conquistarlo
(Fil 3,12).
I catechismi non sono ispirati. Sono considerazioni umane su Dio; ma non presentano la realt di
Dio che parla e si comunica, raccontando si nella vicenda comune, sua e dell'uomo. Rispetto alla
Bibbia, sono come acqua che all'origine era di sorgente cristallina; ma poi lo scrivente, giustamente
e per necessit fisiologica, vi ha mischiato i suoi prodotti, residui pi o meno solidi delle sue ultime
letture - intelligenti, si spera. Come si sa, le acque di scolo sono utilissime per concimare, ma non
per soddisfare la sete. Soprattutto quella del catecumeno.
Dio non si pu confondere con idee nostre su di lui: idolatria. Egli, creatore e principio di tutto, si
esprime attraverso la creazione e la storia, suo racconto oggettivo, e attraverso la risposta che
suscita nel cuore dell'uomo, racconto soggettivo del nostro rapporto con lui. Essendo inoltre Dio

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infinito e la nostra conoscenza finita, ci che di lui sappiamo inadeguato, anche se vero. Se
pretendesse di essere la Verit, sarebbe falso. Solo i pazzi scambiano idee per realt. I teologi
sanno che il loro parlare analogico.
Non possiamo parlare di Dio solo per allegorie, parabole o metafore - per quanto la Bibbia e Ges
le abbiano privilegiate, e saggiamente. Paolo dice che dalla creazione del mondo, le sue perfezioni
invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute (Rm 1,20; cf Sap
13,1-9). Ma solo per analogia (cf Sap 13,5!), senza dimenticare che l'analogo ha dell'equivoco.
Quanto vediamo di positivo nelle creature, lo possiamo e dobbiamo affermare anche del Creatore (
la via affirmationis); negandone per la limitatezza ( la via negationis) ed elevandone all'infinito la
grandezza ( la via elationis).
Ma cos' una perfezione senza limiti e di infinita grandezza? Sappiamo che c', ma non cos' :
fuori dalla nostra esperienza. A ragione dice Cusano che Dio coincidentia oppositorum. La sua
realt, indicata ma non capita dall'intelligenza, compresa dall'amore. Non a caso il comando
amare Dio. Solo il cuore capisce, perch accoglie ci che l'intelletto non pu cogliere.
Le parole sono segni dei concetti e i concetti sono similitudine delle cose, dice Tommaso
d'Aquino, facendo eco ad Aristotele (Summa theologica, 1,31,1). Ma della stessa cosa possiamo
avere infiniti concetti, e nessuno si identifica con essa. Per le creature, essenza ed essere sono
distinti. Fortunatamente l'idea di sasso che mi viene in testa non un sasso che mi viene in testa.
Il modo migliore per parlare di Dio quello con il quale si rivelato: il racconto del suo rapporto
con noi e del nostro con lui. Da qui la necessit di prendere la Bibbia come un'unica, grande
catechesi narrativa, che viene dalla tradizione viva della comunit che la testimonia. La differenza
tra Bibbia e catechismo la stessa che c' tra racconto e saggio, poesia e teorema, note musicali e
note della spesa.
La catechesi una terapia del cuore: nella terapia psicologica
non il sapere concettuale aiuta, ma il rivivere l'esperienza mediante il racconto. Il valore specifico
della catechesi biblica rispetto ad altre forme di catechesi quello del racconto che fa rivivere
l'esperienza.
r catechismi possono servire per indottrinare, ma non per istruire e salvare il popolo di Dio. Ci
che salva Dio stesso, con i fatti salvifici, rivelati e comunicati dal racconto. Le spiegazioni non
sono n salvifiche n di fede. doveroso eliminare quelle fuorvianti e dare quelle illuminanti. Ma la
comprensione del racconto data soprattutto dalla testimonianza viva della comunit: la catechesi
ricordo/racconto della propria esperienza comunicata all'altro.
Che valore ha un catechismo che non comunica esperienze di vita? Non a caso, finito il catechismo
e ricevuta la cresima, c' il congedo dalla Chiesa. Se poi c' un ritorno, non per ci che si
imparato, ma per la testimonianza della famiglia o di amici. Volenti o nolenti, i catechismi partono
da ovviet religiose, che non sempre hanno a che fare con il Dio crocifisso.
L'epoca dei catechismi cominciata come reazione alla Riforma, quando una parte della Chiesa ha
posto polemicamente l'accento sulla Parola e l'altra sul sacramento. Ma non c' l'uno senza l'altra.
come volare con un'ala: ci si avvita su di s e non si decolla. Bisogna tornare alla sorgente. E
ritroveremo ci che ci unisce, al di l di quanto legittimamente ci distingue e facilmente ci divide. r
catechismi, con le loro doverose filosofie e legittime teologie, producono divisioni dagli altri. E,
all'interno della comunit, non creano unione, ma omologazione.
r vari catechismi moral-dottrinali differiscono dalla catechesi narrativa quanto un muro a secco,
fatto di pietre immaginarie, da un muro di blocchi di granito, ben coesi. Con questo non intendo
parlar male della teologia, che tutt'altra cosa. Essa con un occhio guarda la Bibbia e con l'altro

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l'uomo concreto che ha davanti: un' intelligenza attualizzata della rivelazione, perch possa essere
vissuta oggi.
Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli
Per capire meglio la catechesi narrativa, nella sua differenza da quella dottrinale, racconto un fatto.
Anni addietro, durante una visita in Giappone, un missionario mi diceva che il cristianesimo, con la
sua dottrina, non pu entrare nella cultura giapponese, tanto ricca di termini concreti - le parole
sono ideogrammi - quanto povera di concetti astratti. Assistendo alla sua Messa domenicale, mentre
predicava al popolo, cercai di fare qualcosa di simile alla sua fatica. Tentai di spiegare il Vangelo
nel dialetto bresciano della Valtrompia, che avevo succhiato con il latte materno. Ma non riuscivo,
perch quella lingua adatta per parlare di lavoro, cibo, vino, caccia e donne, con annessi e
connessi. Con tali parole un Canossi, poeta di un paese della Valtrompia, notissimo in quel paese,
potrebbe comporre una lirica; ma neppure un Emanuele Severino, grande filosofo della valle
accanto, potrebbe imbastire un discorso decente, se non ricorrendo a ridicoli imprestiti linguistici.
Non riuscendo nel mio intento, aprii il testo greco del Nuovo Testamento, che sempre porto con me.
Si trattava del Vangelo di Marco: provai a tradurlo in dialetto, e lo feci con successo. L'autore un
ebreo che scrive in greco a Roma, dove si parla latino, per gente che non n ebrea, n romana, n
greca. E si fa capire mediante un trucco semplice: usa un migliaio di vocaboli comuni, riferiti
all'ambiente in cui l'uomo vive (via/barca, casa/tempio, deserto/campo, mare/monte, cielo/terrai
acqua/fuoco, luce/tenebra, notte/giorno), alle sue relazioni (uomo/ donna, padre/madre/figlio,
fratello/sorella), alle parti del suo corpo (piedi/mani, orecchi/bocca, occhi/cuore), alle azioni e
passioni corrispondenti (camminare/toccare, udire/parlare, mangiare/vedere, essere sani/malati,
amare/odiare, dormire/svegliarsi, nascere/morire). Inoltre si parla di semi e piante, uccelli e pesci,
lievito e pane, asini e cani, e cos via. A ogni meridiano e parallelo, allora come adesso, il cielo sta
in alto e la terra in basso, l'acqua bagna e il fuoco brucia, la luce illumina e la tenebra buia. Inoltre
in tutte le culture, pi o meno bene o male, si distinguono e relazionano uomo/donna,
padre/madre/figli, fratelli/sorelle. Infine, per lo pi ancora adesso, il piede serve per camminare, la
mano per toccare, l'orecchio per ascoltare, la bocca per comunicare e mangiare, l'occhio per vedere.
E, anche se con certa fatica, si distingue ancora e ovunque tra nascere e morire, amare e odiare.
vero: l'erbario e il bestiario sono un po' cambiati con le mutazioni genetiche. E anche i cagnolini
non stanno sempre sotto la tavola dei padroni. . .
Queste parole, evocative di un immaginario comune a tutti, sono giocate in racconti elementari, che
risvegliano sensazioni, colori, sapori e odori originari, come amore e odio, gioia e tristezza, luce e
tenebra, cibo e fame, vita e morte. Le nostre azioni poi sono governate da questi sentimenti, colori,
sapori e odori contrapposti: amiamo e andiamo verso ci che desideriamo come luce, gioia,
dolcezza e profumo di vita; odiamo e fuggiamo da ci che temiamo come tenebra, tristezza,
amarezza e puzza di morte.
Scrisse un premio Nobel per la poesia: C' una sola lingua che risponda alla legge
dell'immaginazione umana, ed la lingua della Scrittura (C. Milosz, La terra di Ulro, Milano
2000, p. 314). Ci di cui non abbiamo immaginazione anche incomprensibile. Questo il guaio
della teologia, quando si disancora dalla Scrittura e dall'esperienza. Osserv giustamente Aristotele:
Nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu (De Anima, 432a 3-8). Il nostro intelletto,
ribadisce Tommaso d'Aquino, non pu comprendere nisi convertendo se ad phantasmata, se non
volgendosi alle immagini, da cui ha astratto i suoi concetti universali (Summa theologica, L q. 85. 1
ad 5).
Il Vangelo non un'antologia di episodi. Questi sono come una scena, che con altre fa una sequenza
e, con altre ancora, un film. la storia del Dio fatto uomo e dell'uomo fatto Dio. Fotogrammi, scene
e sequenze sono montati al posto giusto: stanno bene dove si trovano, frutto di quanto precede e

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seme di quanto segue.


Ogni Vangelo propone un suo cammino articolato, diverso dall'altro, per giungere allo stesso fine:
conoscere e amare Ges, per essere con lui e come lui. Sono quattro vie diverse che portano sulla
stessa cima, partendo da lati diversi. Questo permette una visione pluridimensionale della realt, la
cui via d'accesso diversa secondo la situazione dell'ascoltatore.
Marco si rivolge al pagano, che crede in molti di, perch capisca dalla croce chi veramente Dio.
Matteo si rivolge a una comunit cristiana di origine ebraica, perch capisca come il Cristo
crocifisso compimento della promessa d'Israele. Luca si rivolge a una comunit mista di credenti
della terza generazione, perch si senta responsabile di aprirsi al mondo intero. Giovanni, aquila che
volteggia in alto, presenta la realt contemplata dal punto d'arrivo: coglie il mistero che gi vive il
credente in Cristo.
Ogni evangelista presenta il Vangelo intero, ognuno a modo suo, con punti di partenza diversi. Ci
che in uno implicito, nell'altro esplicito, e viceversa. Tutti gli evangelisti sanno che si potrebbe
scrivere all'infinito sull'argomento, senza poter dire tutto di colui che tutto. Sono per coscienti di
dire quanto basta alloro scopo.
Il fine dei Vangeli che ogni lettore sia in grado di scrivere quel quinto Vangelo, ancora non scritto,
che la sua vita concreta, trasfigurata in quella del Figlio che ama il Padre e i fratelli. Infatti chi lo
ascolta diventa lui stesso vangelo vivo (cf 2Cor 3;2s). L'intento di ogni scritto del Nuovo
Testamento che colui, di cui si scrive, sia tutto in tutti (1Cor 15,28).
Vangelo come logoterapia: racconto che mi ri-racconta
Ci che leggo, mi legge dandomi una nuova interpretazione di me. Mentre mi applico al testo, vedo
che il testo si applica a me. Pabula de me narratur! Il racconto mi ri-racconta sempre di nuovo in
modo pi bello e pi libero. Mi accorgo che dentro di me, sotto cumuli di paure e strati di
menzogne, c' il volto di Dio: la mia verit di figlio suo.
La Parola come il sole. Dissolvendo menzogne e paure, mi fa vedere la mia verit. Mi riconosco,
entrando in risonanza con la Parola: la stessa nota che fa vibrare le corde della mia identit
nascosta. Il Vangelo, lentamente, me la restituisce alla luce del suo splendore. La mia vita poi altro
non che esecuzione dell'interpretazione che do di me stesso.
In questo senso il Vangelo una logoterapia, nell'accezione precisa del termine. un antivirus, che
mi riconsegna, nella sua integrit, il significato delle parole fondamentali - verit, vita, amore,
libert - che la menzogna aveva stravolto in schiavit, egoismo e morte.
Lettura e fede
Fiducia: come-se
Chi evangelizza non suppone la fede. Il Vangelo di Marco, adatto alla prima catechesi ( il Vangelo
del catecumeno), si rivolge a quanti provano curiosit alla proposta. Anche gli altri Vangeli, rivolti a
credenti, intendono smascherare le false credenze. Gli scribi e farisei ipocriti, di cui parlano, sono
i battezzati stessi, chiamati ad ascoltare le parole che Ges diceva ai suoi ascoltatori per chiamarli a
conversione.
La lettura del Vangelo suppone quella fiducia che naturalmente, anzi necessariamente, accordo a chi
mi presenta una proposta significativa, in cui la posta in gioco il senso della vita. Fiducia che
presto solo a un'ipotesi verosimile e accreditata, che poi, a scanso di errori, sottopongo con cura a
verifica. Ma, per verificarla, devo prenderla come se fosse vera. Se, assetato e affamato, trovo
l'indicazione che a 500 metri c' un rifugio, prendo l'indicazione per buona. Se per principio la
ritengo falsa, non la seguo e mi precludo la possibilit di bere e mangiare.

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In questo caso, andare a vedere una costrizione che ci afferra per le viscere (C. Milosz, La terra
di Ulro, Milano 2000, p. 313). Non la pura scommessa di pascaliana memoria, in cui, per mal
che vada, non perdo niente; una scommessa in cui posso sbancare il monte premi di ogni
desiderio. La convenienza nel bene ci che muove l'intelligenza. Per niente non scodinzola
neanche il cane.
Questo come-se un atto di fiducia che accordo a chi mi vuol far-credere qualcosa. Il far-credere
non vale solo per la fiction della rappresentazione artistica. Vedi a proposito il Make-Believe
analizzato da Kendall L. Walton (Mimesis as Make-Believe: On the Foundations of the
Representational Arts, Cambridge, Massachussets 1990) e l'ottima valutazione di I. Alberini
(Kendall Walton: mimesi e finzione, tesi di laurea, Universit degli Studi di Parma, 2007). Il MakeBelieve (= far-credere) sta a fondamento di ogni comunicazione. Chi parla, scrive e produce suoni o
immagini, comunica all'altro qualcosa; e consegue l'intento se la sua rappresentazione riesce a
far-credere all'altro che si tratta di una cosa buona e bella per lui. Il come-se figlio del far-credere.
Ogni rappresentazione raggiunge il suo obiettivo quando il far-credere di chi trasmette genera il
come-se in chi riceve. Altrimenti non c' comunicazione, fondamento di ogni cultura, che
consegna e capitalizzazione di sapere-potere.
La rappresentazione sta sulla soglia tra immaginario e reale: un' immagine che, indicando una
realt, d la possibilit di (ri) produrla. Da sempre l'uomo ha la capacit di rappresentarsi qualunque
cosa, anche inesistente. Ora, in linea di principio, ha pure la capacit di realizzare qualunque
rappresentazione. La, distanza tra fiction e realt ai nostri giorni tende a scomparire. Siamo al
compimento del mondo come rappresentazione: la tecnologia pu creare qualunque immagine,
anche di ci che non c' o pare(va) impossibile; e presto o tardi, pu tradurla in realt (cf S. Fausti,
Elogio del nostro tempo, Milano 2006, pp. 23-54).
Il come-se, che ora pu espandersi senza limiti, inaugura l'epoca del compimento della libert.
Problema da risolvere sapere se chi mi vuol far-credere testimone o imbroglione - se vuol
comunicarmi ci che ha, oppure togliermi ci che ho. Inoltre, potendo ormai realizzare tutto e il
contrario di tutto, prima di agire devo discernere dove mi porta e cosa produce ci che mi viene
(rap) presentato. Il discernimento ormai questione di vita o di morte, sia per l'uomo che per il suo
ambiente.
Verifica della fiducia
Come in qualunque arte o scienza, ascoltando quanto la Parola dice, faccio come-se fosse per me. E
osservo gli effetti che produce in me e attraverso di me. Dagli effetti, desiderati o meno, posso
verificare se la fiducia ben riposta o meno.
Nei Vangeli il contenuto della fiducia (fides quae creditur) l'esperienza dell'incontro con Ges che
hanno fatto i diversi personaggi, in particolare i discepoli. Questi sono i primi spettatori di quanto
Ges ha fatto ai miracolati. Ci che hanno visto succedere ad altri, ha aperto il loro cuore alla
fiducia, come-se fosse un dono possibile anche per loro. Fatta positivamente questa esperienza,
l'hanno trasmessa a noi con la loro testimonianza, perch anche noi possiamo fare la medesima
esperienza e, a nostra volta, testimoniarla.
L'atto di fiducia (fides qua creditur) il mio s, di cui Maria di Nazaret il prototipo (Lc 1,2638.45). Esso comincia con il mio libero assenso a fare come-se quanto ascolto fosse un dono per
me; e si compie nell'esperienza che ne conferma la fondatezza. Esempio di questa fede sono gli
abitanti di Sichem, che hanno accordato fiducia alla samaritana e alla sua proposta di andare da
Ges. Per questo possono dirle: Non crediamo pi per la tua parola, ma perch noi stessi abbiamo
udito e sappiamo che costui veramente il Salvatore del mondo (Gv 4,42).
L'uomo vive di fede

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Noi viviamo di fede. Crediamo che il cielo non ci cada dall'alto e la terra non ci inghiotti dal basso,
che l'aria sia respirabile e il cibo non avvelenato, che i genitori non ci odino e gli insegnanti non ci
fuorviino, che i negozianti ci imbroglino poco e i politici non troppo, che i libri siano utili e le
persone sincere. Abbiamo fiducia nella vita in genere. Altrimenti impossibile vivere. Facciamo
come-se la vita fosse bella. E allora pu diventare bella.
Il Vangelo ci libera dalla paura e ci apre ai desideri. Ciascuno di noi, alla fine, vive ci a cui presta
fede. A noi decidere se dare credito al male che temiamo o al bene che amiamo. Se crediamo alle
paure, ci chiudiamo in noi stessi e diventiamo tristi, inquieti, insofferenti, malevoli, fragili, duri e
agitati come canne al vento: realizziamo il male che temiamo. Se crediamo ai desideri dello Spirito,
ne sperimentiamo il frutto, che amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bont, mitezza,
dominio di s (Gal 5,22): diamo corpo al bene che amiamo.
Il fare come-se una proposta fosse per me, governa, in bene o in male, ogni mia azione e relazione,
dalla pi banale alla pi sublime, dalla pi pratica alla pi teorica, dalle imprese sportive a quelle
scientifiche, dai miei rapporti con gli altri a quello con l'Altro.
Qualsiasi ipotesi io ritenga falsa o impossibile, non la realizzer mai. Posso realizzare solo ci che
penso sia vero e possibile per me; altrimenti non lo faccio. Spontaneamente accordo fiducia nei vari
ambiti della vita. Mi risulta difficile invece accordare fiducia quando in gioco la vita: avverto
resistenze a buttarmi. Ma, alla fine, pi che la schiavit della paura, pu il desiderio di libert.
Quale vertigine avr provato Abramo davanti alla promessa di un Dio ignoto che vuole allearsi con
lui (Gen 12,1-9)? E Giacobbe nella sua lotta con lui, mentre varca il confine della terra dei suoi
padri (cf Gen 32,23ss)? E Mos davanti al mistero del Nome da cui ogni altro nome (Es 3,1ss)? O
Elia, pieno di delusione, davanti alla Presenza che gli fa continuare la sua missione (IRe 19,1-18)?
L'uomo troppo grande per bastare a se stesso: L'homme passe infiniment l'homme (B. Pascal,
Penses, 434). La vertigine del desiderio prevale sulla paura. Non pu non buttarsi: sua natura
essere come Dio. Diventa ci che , solo se realizza il suo desiderio originario (Gen 3,5). Il male
non consiste nel diventare come Dio in tale caso Dio sarebbe il male! Il male viene dalla falsa
immagine che di lui abbiamo.
Per questo l'ateismo correttivo alle religioni: nega le loro immagini di Dio. In questo parente
della Bibbia, il cui primo comando non farsi immagine alcuna n di Dio, n dell'uomo, n di altra
natura. E soprattutto parente del Vangelo, secondo il quale Dio un uomo che muore condannato
come bestemmiatore dai religiosi e ucciso dai potenti sul patibolo dello schiavo ribelle. Solo perch
amore che supera ogni legge, libert che toglie ogni schiavit.
Legittimit della lettura cristiana
La Bibbia come promessa di vita
La Bibbia memoria di un passato che, informando il presente, offre un futuro. Solo in seconda
battuta contiene indicazioni per vivere la fecondit di vita di cui il racconto promessa.
Gli autori della Bibbia non sono storici o giuristi: non intendono appurare eventi di tempi remoti, n
stabilire norme immutabili per il futuro. I loro testi non sono una finestra sul cortile del passato; e
neppure una raccolta di regole, pi o meno eterne, cui conformare la vita. Sono una finestra sul
cortile del presente, per vedere come stiamo vivendo oggi. Le loro parole aprono una breccia:
squarciano il muro dell'oblio. E il lettore, come gi detto, s'accorge di essere letto da ci che legge.
Gli autori biblici sono dei poeti/profeti. Per aprire il cuore alla speranza, fanno vedere il presente
alla luce del desiderio acceso da promesse antiche. Pi la situazione drammatica - come durante
l'esilio - pi si riaccende la promessa, con gloriose interpretazioni del passato e seducenti visioni del
futuro. Fino a promettere una creazione nuova e un nuovo esodo (cf Is 43,18s), un'alleanza nuova

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scritta non su tavole di pietra, ma su cuori di carne (Ger 31,31-33; cf 2Cor 3,3). Allora tutti saremo
teodidatti, istruiti da Dio (ls 54,13; cf Gv 6,45) e profeti (Gl 3,1-5), con un cuore nuovo e uno
spirito nuovo, con lo stesso modo di pensare e di vivere del Signore (Ez 36,26ss). Allora tutti, dal
pi piccolo al pi grande, conosceremo il Signore: sperimenteremo nel perdono che lui amore
gratuito e senza limiti (cf Ger 31,34). Egli scoperchier i nostri sepolcri e ci far uscire. Allora noi
riconosceremo il Signore della vita (cf Ez 37,13).
La Bibbia un libro vivo, a scrittura aperta, dove ognuno innesta nel passato il proprio presente.
Ruscello sgorgato da piccola sorgente, nel suo corso accoglie tutti gli affluenti. E diventa un grande
fiume, che raggiunge e feconda ogni terra e ogni uomo, che di terra fatto. una promessa di
speranza, nella quale ognuno pu confluire con la propria storia.
Il Nuovo Testamento, compimento oggi di questa promessa
Ges ha scritto solo ci che si pu scrivere con un dito sulla pietra del cortile del tempio (Gv 8,8).
Per sa leggere bene la speranza di cui la Bibbia portatrice: anzi la vive e compie oggi (cf Lc
4,21). infatti la Parola stessa, ascoltata e diventata carne (Gv 1,14), carne diventata Parola.
La sua parola non come quella degli scribi, che la studiano e spiegano (Mc 1,22). Ha potere: fa
ci che dice, perch dice ci che fa, anzi ci che . Ges si rivolge al suo interlocutore perch, come
lui, ascolti oggi la Parola. Il tempo infatti compiuto: giunto il momento propizio, perch il
Regno di Dio qui. Basta che ci volgiamo a lui e lo seguiamo (cf Mc 1,15ss). Il Vangelo, la buona
notizia, lui stesso. Ci che si racconta di lui, lui stesso che si racconta a noi: lui insieme
l'annunciato e l'annunciatore, presente nell'annuncio stesso (cf Mc 1,14 con Mc 1,1).
Quando ascoltiamo il Vangelo che parla di lui, ascoltiamo lui che parla di s a noi: l'annunciato
presente nell'annuncio come il parlante nella sua parola. La parola infatti autodonazione,
comunicazione e comunione tra chi parla e chi ascolta. Come gi abbiamo citato: Il Verbo
comunicante ed tanto comunicante che non ha nulla che non comunichi comunicando se stesso
(M.M. de' Pazzi, Tutte le opere, Firenze 1960-1966, vol. IV, p. 108)
Novit di Ges
Gli scritti del Nuovo Testamento sono in continuit con l'Antico Testamento. Quest'ultimo visto
come promessa di un futuro, che gi venuto alla luce in Ges. Dopo di lui Dio non ha pi nulla da
dire e da dare: ha detto e dato tutto. E nulla di pi pu promettere: si compromesso del tutto,
dando se stesso nel Figlio. Con ci non che finisca la storia o si chiuda la promessa: la promessa
sboccia nella realizzazione, aprendo la storia a un orizzonte di libert e amore, che non avr mai
fine (1Cor 13,8).
Il Nuovo Testamento di carattere escatologico: annuncia il compimento della promessa nel dono
del Figlio. Non si tratta di attendere un futuro. C' da accogliere il presente: il Regno il Figlio, che
si offre a ogni fratello.
Qui e ora siamo chiamati alla decisione di vivere ci che Ges vive e dona a noi. Non occorre per
spingere nessuno a questa decisione. Molti purtroppo fanno cos. Ma questo non evangelizzare,
bens plagiare. L'uomo fatto per la libert, che si attua nell'amore della verit e nella verit
dell'amore. Non bisogna usare pressioni. Queste, invece di favorire, tolgono la libert, presupposto
di ogni atto umano. Il frutto acerbo lega i denti; l'erba, a tirarla, non cresce, ma si strappa!
La Parola stessa, illuminando l'intelligenza e riscaldando il cuore, dissolve ignoranze e scioglie
schiavit: ci fa liberi, capaci di accogliere l'invito del Signore ad andare dietro di lui. Se
liberamente lo seguiamo, nel cammino sperimentiamo in prima persona quanto si racconta dei
personaggi che lo hanno incontrato. Non a caso il primo incontro un esorcismo operato di sabato,
nella sinagoga, in un tempo e in un luogo sacro (Mc 1,21-28): la radice del male la falsa immagine

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di Dio, che viviamo in ogni tempo e luogo. Il Vangelo non che la sdemonizzazione di Dio e
dell'uomo, sua immagine. Il suo annuncio fa cadere Satana dal cielo come folgore (Lc 10,18) e
inaugura sulla terra il sabato di Dio.
La parola di Ges nella sinagoga fa esplodere il male. un anticipo di ci che far la Parola della
croce: distrugger il santuario, simbolo di Dio. Nella sua morte infatti si squarcia il velo del
santuario (Mc 15,38; cf Mt 27,51, Lc 23,45): smentita ogni immagine di Dio, sua dimora definitiva
un corpo d'uomo. Dio diverso da come l'abbiamo pensato. Il nostro modo di concepirlo
blasfemo. Lo vediamo sulla croce: Dio colui che abbiamo condannato per bestemmia (Mc 15,39;
Mt 27,54).
Con Ges inizia il Regno di Dio: Ges il Figlio perch ascolta e fa oggi la Parola del Padre. Fa
il contrario di ogni figlio d'Adamo, che segue il padre della menzogna (Gv 8,43-47). La sua parola
luce che squarcia le tenebre: apre gli occhi sulla verit e chiama a libert, qui e ora. Ignoranza e
schiavit dominano indisturbate, finch verit e libert stanno altrove e dopo, fuori da questo
luogo e da questo tempo. L'esorcismo presenta il dramma, a lieto fine, dell'uomo che si decide qui
e ora per la Parola, facendo come-se fosse per lui, in modo che si realizzi in lui.
Vangelo e Spirito del Figlio
Ci che Ges annuncia gi all'opera in lui. Anzi, lui stesso. Il Vangelo ce lo racconta in ci che
fa. E sar all'opera anche in chiunque, ascoltandolo, in forza del suo Spirito, ne continuer la
testimonianza. E, dove c' lo Spirito, c' la libert (2Cor 3,17): la libert dei figli che hanno un
rapporto di amore con Dio come Padre (cf Gal 4,4-7; Rm 8,14-17) e con gli uomini come fratelli
(1Gv 4,20s).
I testi del Nuovo Testamento interpellano il lettore come Ges ha interpellato i suoi contemporanei.
Come ogni scritto, suppongono l'ascoltatore/lettore. Ci che raccontato avviene anche in chi
legge, se accoglie la Parola e ci che essa opera in lui. La Parola infatti, depositata nel cuore di chi
legge, seme deposto nella terra: nonostante le difficolt, risulta fecondo al di l di ogni attesa (Mc
4,3-9). La Parola creatrice, diventata carne in Ges, tornata Parola nel racconto del Vangelo, per
raggiungere ogni orecchio, entrare in ogni cuore e farsi carne in ogni carne. Come in Maria, madre e
modello del credente (cfLc 1,38.45; 2,19.51; 8,20s; 11,27s).
La Scrittura non pi lettera che uccide: non propone il bene da fare, per accusarci perch incapaci
di farlo. invece Spirito, che d vita (2Cor 3,1-6). La sua lettura diventa il banchetto della
Sapienza: ci toglie il velo di morte (cf Is 25,6ss) e ci rid il nostro volto, in modo che noi tutti, a
viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella
medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore (2Cor 3,18).
Nel giorno di Pentecoste Pietro dice che la gioia sua e dei compagni non ubriachezza, ma
realizzazione di promesse antiche. Sono i giorni ultimi, quando lo Spirito sar effuso su ogni carne:
figli e figlie profeteranno, giovani avranno visioni, anziani faranno sogni, cos pure servi e serve (cf
At 2,17s; Gl 3,1-5). Tutti saranno pervasi dallo Spirito di Dio, che l'amore tra Padre e Figlio
comunicato dal Figlio ad ogni fratello. Non a caso la prima comunit di Gerusalemme descritta
come il popolo che vince le tentazioni della terra promessa (cf Dt 8). Infatti, grazie all'ascolto del
Figlio, vivono da fratelli (At 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16; cf Lc 4,16-21): adempiono le condizioni per
abitare la terra, dono del Padre ai figli (cf Is 61,1-2; Lv 25,1ss).
Per quanti l'ascoltano, la Scrittura Parola di vita. Ogni lettore, insieme a chi fu prima di lui, a chi
con lui e a chi sar dopo di lui, sperimenta la trasformazione del cuore che essa produce. Non si
tratta di magia. semplicemente ci che opera ogni parola, sia falsa che vera. Ambedue seducono
l'ascoltatore: lo deviano, ma in modo diverso e su vie opposte. La seduzione della menzogna
inganna, divide, schiavizza e conduce a morte; la seduzione della verit disincanta, svela, unisce,

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libera e conduce a vita. Paolo ringrazia senza posa Dio perch i Tessalonicesi hanno ascoltato la sua
come parola di Dio, che agisce in coloro che l'accolgono con fede (1Ts 2,13).
Lettura e ri-creazione
Come gi detto, una prima lettura della Bibbia, di tipo culturale, invoglia a identificarsi con quanto
scritto. Questo avviene con ogni libro. In particolare con i classici, che sono tali perch molte
persone, anzi culture intere, ritrovano rispecchiato in essi il proprio volto. La sorpresa di un libro
quanto sa suscitare in noi. Per questo passiamo dal primo livello di lettura ai successivi, che il testo
dischiude.
La Bibbia, risvegliando la nostra sete di verit e amore, giustizia e libert, ci fa il racconto pi
bello possibile di noi stessi: ci schiude a desideri sempre maggiori, aprendoci all'infinto, fino a
farci desiderio d'Infinito. Sotto la patina di menzogna ed egoismo, di ingiustizia e schiavit, ci fa
scoprire un nuovo racconto di noi stessi. una parola che ci ricrea nuovi, nella nostra autenticit: ci
d respiro, ci allarga il cuore e illumina gli occhi.
La Parola, letta e ascoltata, si sedimenta nella memoria e lavora per conto suo, automaticamente
(cf Mc 4,28). Cresce, si collega e confronta con altre memorie, sconfiggendo paure e resistenze.
un seme che germoglia, fiorisce e fruttifica. E il germoglio, il fiore e il frutto siamo noi stessi, della
medesima natura del seme, partecipi della natura divina (2Pt 1,4).
Leggendo la Bibbia nella sua interezza e accettando liberamente ci che produce in noi, vediamo
che sono progressivamente salvati tutti i file, anche i pi perduti, di ci che scritto nella nostra
vicenda umana: salvezza dell'umanit dell'uomo.
La Parola, recuperando ci che il virus della menzogna aveva cancellato o confuso, ripesca nella
nostra memoria di fondo, indelebile al di l di ogni vicissitudine, quanto buono, bello e
desiderabile, secondo il sogno antico (cf Gen 3,6). Aprendoci gli occhi a una bont, bellezza e
desiderio senza fine, ci d la libert di diventare ci che siamo: figli amati da Dio e fratelli di tutti.
Ci fa accettare di essere degni di un amore infinito e chiamati ad amare senza fine. Diversamente la
vita inutile, infelice!
La lettura di ci che buono, bello e desiderabile sempre ricreatrice e liberante: ci restituisce ci
che la menzogna aveva velato, oscurato, quasi soppresso.
Parte terza
ISPIRAZIONE E CANONE
Premessa
Ispirazione e canone si richiamano a vicenda. Una religione ritiene canonici quei libri che riconosce
come fondanti, perch ispirati dall'alto, rivelatori di una sapienza celeste.
L'argomento complesso e difficile, oggetto di riflessione fin dall'antichit. Sarei tentato di tacere.
Ma ho parlato di una lettura laica della Bibbia. Parler quindi dell'ispirazione e del canone in
modo laico. Cercher di non citare teologi posteriori alla Bibbia, ma solo la Bibbia e alcuni poeti.
Non potendo parlare delle cose di Dio, se non con parole umane, utilizziamo le pi divine.
Quanto scrivo parte, come il resto di questo lavoro, da un'ottica antropologica. Questa si serve di un
linguaggio comune, certamente provocatorio rispetto a quello teologico - inevitabilmente
autocitatorio, dove le parole assumono significati propri, che si allontanano sempre di pi da quello
originario, fino a diventare incomprensibili a una persona normale, anche se colta.
Penso che questa prospettiva possa dare nuova luce, originale perch originaria, a posizioni
acquisite. Pur non rimandando a teologi, trattandosi di terreno minato, con questioni aperte o
apribili, aggiunger, dove necessario, note di riferimento a testi autorevoli - necessariamente poche

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e brevi per non uscire dall'intento del libro. Intelligenti pauca, soprattutto dove non c' malevolenza.
Spero che il Sino do dei vescovi sulla Parola di Dio (ottobre 2008) non riprenda questi temi, gi ben
affrontati nel Concilio Vaticano II, ma tratti dei problemi pastorali, secondo quanto brevemente
scrisse il cardinale C.M. Martini, Il prossimo Sinodo dei vescovi, in La Civilt Cattolica 2008 n. l,
pp. 217-223.
Sull' ispirazione
Ispirazione non dettatura
L'ispirazione non da confondere con la dettatura. Quest'ultima un fenomeno che colpisce molti,
che scrivono automaticamente, senza pensare e talora senza sapere il contenuto. Mi capitato di
incontrarne diversi. Tutti si dichiarano inviati da Dio, con messaggi determinanti per la salvezza
dell'umanit. Conosco anche una decina di persone che si ritengono uno dei due testimoni
dell'Apocalisse (Ap 11,1-13). Tutte degne di fede!
Gli antichi maestri discutono di cosa Dio abbia detto a Mos. C' chi dice che gli abbia dettato il
Pentateuco. C' chi ritiene che gli abbia detto solo le Dieci Parole, il resto l'ha capito da s. Per altri
gli ha detto solo la prima delle Dieci Parole, il resto l'ha capito di conseguenza. Per altri ancora gli
ha detto solo 'anoki, che significa lo; il resto l'ha capito un po' alla volta. Per altri infine non gli
ha detto niente. Ha solo aperto la bocca per dire: 'anoki, fermandosi per alla prima lettera, la
Alef, che non si pronuncia, e abbiamo trascritto con l'apostrofo ('). Il fatto che Dio abbia aperto la
bocca per parlargli, ha fatto capire a Mos molto di pi di quanto si possa scrivere.
Nei Vangeli poi non c' altra rivelazione che la carne di Ges: di lui i primi testimoni non hanno
fatto che comunicarci qualcosa di quello che hanno visto, toccato e ascoltato (cf 1Gv 1,1-4).
Il Corano invece fu dettato direttamente da Dio a Maometto nell'arco di circa ventidue anni, dal 609
al 632. Per chi condivide tale dogma - a parte domande stupide, quali perch Dio sia stato cos lento
a dettare o perch non abbia parlato in altra lingua -, ci sono due questioni da risolvere.
La prima questa: a differenza dell'ispirazione, la dettatura annulla la libert dell'uomo. vero che
uno scrive comunque ci che sente lui, ma ci che lui sente non necessariamente ci che ha detto
l'altro. Ognuno infatti capisce ci che vuole o pu capire. Ma di Dio cosa vogliamo o possiamo
capire, se non ci che abbiamo in testa noi? Se cavalli, buoi o leoni avessero mani e potessero
dipingere, dipingerebbero gli di a loro immagine e somiglianza, come gli Etiopi li dipingono neri e
con naso camuso e i Traci con occhi azzurri e capelli rossi, scriveva Senofane di Colofone, (H.
Diels, a cura di W. Kranz, Fragmente der Vorsakatiker, I, Berlin 1934, fr. 15-16). Come prova il
pullulare delle religioni, ognuno ha in testa una sua immagine. La loro concorrenza viene dalla loro
parentela: propinano la stessa merce e hanno lo stesso fine, pi o meno redditizio in termini di
lucro. E il vero lucro, che Dio assicura, la salvezza nel mondo futuro, garantita possibilmente da
benessere e gloria nel mondo presente. Per non cadere inevitabilmente in questi inconvenienti,
anche un testo, che si ritiene dettato, pu e deve essere interpretato e non letto in modo
fondamentali sta.
La seconda questione da risolvere questa: qualunque parola, anche su Dio e di Dio, sempre
umana, storicamente condizionata, da comprendere e interpretare. Altrimenti non parola. Un testo
non si pu ritenere a priori ispirato, tanto meno dettato da Dio. Se viene o no da Dio, si pu vedere
solo a posteriori, valutando cosa produce di buono o di cattivo. Dio non parla nessuna lingua
particolare. Sa per parlare a tutti, anche senza parole. Suo linguaggio indiretto sono i suoi doni, che
ci parlano di lui: tutto il creato parla
di lui (cf Sal 19,1-5). Suo linguaggio diretto la gioia del cuore (cf At 14,17), quando lui stesso ci
parla. E chi ha la gioia nel cuore, non fa male a nessuno e rispetta tutti. Anche questa questione si

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pu risolvere se il testo oggetto di interpretazione e non di lettura fondamentalista.


Ispirazione e sue fonti
Lo scrittore ispirato dei testi biblici non un amanuense che scrive sotto dettatura o con la mano
guidata da un angioletto - come in un primo Matteo del Caravaggio, sostituito perch ritenuto
indecente e scomparso in modo purtroppo ancor pi indecente. un autore, che pensa ci che dice
e dice ci che pensa: un profeta che osserva con occhi aperti ci che avviene. Se ha visioni, sono
ri-velazioni: gli tolto-il-velo e, al di l di apparenze e deliri, vede la realt.
Un'ispirazione mi pu venire da fonte esterna, quali una parola o uno scritto altrui. Pu anche
sorgere dal mio io; e mi accorgo che un mio pensiero. Ma, anche senza leggere o sentire altri, a
volte sorgono in me suggestioni che non vengono da me o da ci che ho fatto o sto facendo. Non
sono farina del mio sacco: non nascono dal mio, ma da altro spirito. Sar necessario discernere se si
tratta di spirito buono o meno. Ma prima di parlare di discernimento, vediamo cos' l'ispirazione.
Cos' l'ispirazione?
L'ispirazione pu toccare quanti si esprimono con parole, suoni, colori, forme e volumi.
Esaminiamo quella che si esprime in parole, propria di poeti e profeti. Non facile vedere la
differenza tra gli uni e gli altri. Si possono distinguere dall'argomento e dall'intento, rispettivamente
profano o sacro, estetico o etico. Ma, per lo pi, il profeta poeta e il poeta , a modo suo, profeta.
Per questo preferiamo parlare dell'ispirazione comune ad ambedue.
L'ispirazione una forza che investe il poeta/profeta, impossessandosi di lui, penetrandolo e
invadendolo, per traboccare fuori di lui in parole comunicabili. E questo avviene in modi diversi, sia
nei poeti che nei profeti. Per i poeti ne presento quattro che, nella loro diversit, hanno
caratteristiche paradigmatiche, che possiamo riscontrare anche tra i profeti.
Ovidio godeva di un verseggiare spontaneo. Nonostante suo padre lo volesse dedicato a lavori pi
seri, non riusciva che a parlare e scrivere in poesia: Sponte sua carmen numeros veniebat ad
aptos, / et quod temptabam scrivere versus erat. Per lui lo stacco tra ispirazione e parola era nullo:
il verso gli fluiva come l'acqua dalla sorgente. Tale facilit talento naturale, anche se coltivato. Ci
non significa che lui sia migliore o peggiore poeta di altri.
Dante parla di due modi in cui nasce la poesia. Il primo analogo a quello di Ovidio. Circa la sua l
a Canzone afferma che il verso iniziale gli sgorgato dal cuore alla bocca: Allora dico che la mia
lingua parl quasi per se stessa mossa, e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore (Vita Nova, XIX,
2). Ma questo vale per lui solo per singole espressioni, che escono di getto, come se la lingua
parlasse quasi per se stessa mossa.
Il secondo modo - quasi il manifesto della poesia di Dante - contenuto nella sua risposta a
Bonagiunta: ... l' mi son un, che quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo
significando (Purgatorio, XXIV, 52-54). Come il poeta altrove spiega, sono parole che lo cuore
mi disse con la lingua d'Amore. .. parve che Amore parlasse nel cuore e mi dicesse (Vita Nova,
XXIV, 3 e 4). Qui Dante scrive di notare con attenzione ci che amor gli dice nel cuore, esprimendo
con segni (significando) ci ch'e' ditta dentro come sentimento. Ma tra il sentire e il dire c' di
mezzo la fatica di cercare e trovare come esprimere ci che si sente. Il che pu avvenire o no, con
successo o meno. E non senza pena, perch'a risponder la materia sorda (Paradiso, I, 129): il
travaglio del parto poetico. Sentire la lingua d'amore comune a tutti. Ma solo il poeta sa darle
espressione adeguata. Altri mai saranno all'altezza: pur avendo lo stesso sentire, aspettano chi lo
esprima per goderne come se fosse proprio. Una poesia altrui ben fatta mi rispecchia meglio di una
mia, certamente malfatta. necessario un paziente lavoro, perch la parola dia voce all'ispirazione
interna. Poeta chi ha il dono non solo del sentimento - che pi comune ad altri, meglio -, ma
anche della parola che esprima ci che la lingua d'Amore imprime nel cuore.

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Lo stesso vale per l'arte figurativa. Michelangelo vedeva la statua gi presente nel marmo. Bisogna
solo tirarla fuori, liberandola dalla massa informe che la tiene prigioniera. I suoi Prigioni sono
testimonianza plastica del rapporto tra ispirazione ed espressione, sempre incompleta e piena di
sudore. Ispirazione anche traspirazione.
Alda Merini presenta una terza forma d'ispirazione. Se quella di Ovidio si travasa da s in versi e
quella di Dante, salvo eccezioni, deve faticare per significare ci che amore ditta dentro, quella di
Alda Merini una forza che cade addosso, quasi un incubo con cui lottare. Cos essa scrive in una
sua poesia: O Poesia, non venirmi addosso / sei come una montagna pesante / mi schiacci come un
moscerino. / Poesia, non schiacciarmi / l'insetto alacre e insonne / scalpita dentro la rete. / Poesia,
non saltarmi addosso, ti prego. L'ispirazione sentita come qualcosa di eccessivo che sopravviene
e schiaccia. La poetessa si trova irretita come un moscerino nella ragnatela. L'ispirazione trascende
il poeta: fatica a districar si per dare forma a ci che sente.
Questi tre poeti presentano vari tipi di rapporto tra ispirazione e testo: dalla disinvoltura di Ovidio
alla spontaneit del primo e all'impegno del secondo esempio di Dante, fino alla drammaticit della
Merini. Comunque sia, ci che il poeta scrive sgorga per impulso interno e viene fuori in parole, pi
o meno spontanee per lui e pi o meno belle per chi le legge.
Attenzione particolare merita la poetessa Wislawa Szymborska, che tratta direttamente
dell'ispirazione (<<Il Poeta e il mondo. Discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio
Nobel, 7 dicembre 1996, in Vista con granello di sabbia, Milano, 2005, pp. 13-19). Mentre in tutte
le discipline ci sono professori che trasmettono il sapere, ci non vale per la poesia: Non ci sono
professori di poesia (ivi, p. 14). Perch viene dall'ispirazione. E cosa essa sia, difficile
rispondere. Perch non facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo (ivi, p.
16). L'ispirazione riservata non solo agli artisti, ma a quanti coscientemente si scelgono un
lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Essa nasce da un incessante "non so" (ivi, p. 16).
Quando il sapere non resta aperto al non so, pu addirittura essere un pericolo mortale per la
societ (ivi, p. 17). Ogni sapere da cui non scaturiscono altre domande, diventa in breve morto,
perde la temperatura che favorisce la vita (ivi, p. 17). Per questo apprezzo tanto due piccole
paroline: "non so" (ivi, p. 17). Se la mia connazionale Maria Sklodowoska Curie non si fosse detta
"non so", sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona
famiglia, e avrebbe trascorso la sua vita svolgendo questa attivit, peraltro onesta. Ma si ripeteva
"non so" e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono
insignite del premio Nobelle persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca. Anche il poeta,
se un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso "non so" (ivi, pp. 17-18).
Szymborska cos parla di s e della sua poesia: Miei segni particolari: / incanto e disperazione (Il
cielo, in La fine e 1'inizio, ivi, p. 182). Sono una trappola in trappola, / un abitante abitato, / un
abbraccio abbracciato, / una domanda in risposta a una domanda (ivi, pp. 181-182). Altrove scrive:
Ogni inizio infatti / solo un seguito / e il libro degli eventi / sempre aperto solo a met (Amore
a prima vista, in La fine e l'inizio, ivi p. 200). L'altra met, non aperta, il non-so.
Questo non-so il socratico oida hoti ouk oida (so che non so), principio della conoscenza.
Corrisponde alla dotta ignoranza di Nicola Cusano, punto di partenza per il saggio che va a
caccia della Sapienza (N. Cusano, La caccia della Sapienza, Casale Monferrato 1998, pp. 62-65;
dello stesso autore vedi l'opera pi nota: De docta ignorantia). Infatti nihil novit qui aeque
omnia, nulla sa colui che sa egualmente tutte le cose (Varrone, Sententiae 33). L'importanza del
non-so chiara quando si vede uno che sa (tutto) e non capisce (niente).
Il non-so presupposto per ogni atto di conoscere, che sempre riguarda l'ignoto. Anche il noto
resta ignoto prima di un atto di ri-conoscimento. Il non-so, opposto a ci che ovvio, tiene
l'uomo aperto al novum: il motore stesso della conoscenza.

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Il campo proprio della conoscenza, sia nella tecnica che nella filosofia, nell'arte che nella poesia,
nella fede che nella profezia, il non-so, che apre il finito all'infinito. Il sapere dell'istinto
proprio dell'animale, il sapere dell'ovviet proprio dell'imbecille: il non-sapere marchio divino
dell'uomo.
Questo non-so fu principio del cammino di Abramo, nostro padre. Lasci quanto conosceva per
andare verso ci che ignorava e che il futuro gli avrebbe mostrato: Vattene dal tuo paese, dalla tua
patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicher (Gen 12,1).
Anche Mos, padre dei profeti, ebbe la rivelazione del Nome quando volle avvicinarsi a
vedere !'incomprensibile: una fiamma di fuoco in un roveto, che ardeva e non si consumava (Es
3,2ss). Metafora della sua vita, questo fuoco !'ignoto che sempre gli era bruciato dentro senza
consumarlo, anzi ravvivandolo di continuo.
lo stesso ardente fuoco che brucia in Geremia, testimone sia della bellezza che della tragicit
dell'ispirazione. Prima dice che le parole del Signore gli vennero incontro da sole; e lui le ha
divorate con avidit, gioia e letizia (Ger 15,16). Ma, dopo esperienze dolorose, confessa di essere
stato sedotto e violentato (Ger 20,7). Non ne pu pi, ma non pu sottrarsi. Sente come un fuoco
chiuso nelle sue ossa ed vano ogni sforzo per estinguerlo (Ger 20,9). L'ispirazione come un
vento, una tempesta interna, che non pu placarsi se non si sfiata attraverso la parola.
Pi pacificamente, !'ispirazione pu essere sperimentata come sorgente d'acqua viva che zampilla
dentro (cf Gv 4,14), un fiume che sgorga dall'intimo (cf Gv 7,38). Gli esempi si possono
moltiplicare a piacimento, nell'ambito sia artistico che religioso.
Al di l delle metafore, comune all'ispirazione poetica e profetica un sentire interno che si esprime
all'esterno come disvelamento di bellezza e di verit nuove. Se poi il sentire stato espresso da
autentico poeta e profeta, il lettore che giudica.
Per sapere se un testo, profano o sacro, ispirato, non c' altro criterio che la lettura. ispirato se;
a quanti lo leggono con interesse, ispira la stessa esperienza, e-vocando, chiamando-fuori da lui,
gli stessi effetti di energia e senso di cui il testo parla.
Ispirazione e discernimento
L'esperienza insegna che l'ispirazione pu essere buona o cattiva, sia quella che viene da fonte
esterna, sia quella che emerge da me come mio pensiero, sia quella che sorge in me da uno spirito
altro dal mio.
Il nostro cocchio tirato da due cavalli alati, uno bianco e uno nero, uno che ci fa volare e l'altro
che ci fa precipitare. Per guidarlo necessario il discernimento: distinguere il bianco dal nero. lo
Spirito di Dio, amico dell'uomo, che muove e accompagna la mia ispirazione? Oppure lo spirito
del nemico che la muove o che, a un certo punto, interviene per volgerla al male?
Se lo spirito buono oppure cattivo, lo so con certezza dai risultati. Se mi induce a odiare, mentire,
dominare, gonfiare il mio io, non rispettare la libert altrui, uccidere, rubare, eccetera, non certo lo
Spirito di Dio. Se promuove amore, verit, servizio, umilt, libert altrui, vita e solidariet,
certamente buono.
Tutte le religioni pretendono di parlare in nome di Dio e si rifanno a una sua rivelazione, ispirata o
dettata. Come discernere se affermano il vero? Bisogna guardare se ci che dicono rispetta la
dignit dell'uomo, immagine di Dio. Per misurare la validit di ci che pensiamo su Dio, siccome il
nostro pensare sempre umano, guardiamo ci che pensiamo dell'uomo, di qualunque uomo. E
soprattutto della donna, nonch di quanti emarginiamo. Questo criterio di discernimento serve per
valutare non solo le ispirazioni mie, ma anche quelle altrui.

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Il criterio teologico di valutazione sempre antropologico: ci che fa crescere in libert, amore e


verit (pongo prima la libert, perch senza di essa non c' n amore n verit), proprio di Dio.
Possiamo e dobbiamo valutare tutti i testi, anche i presunti ispirati, dai loro effetti sull'uomo e sul
suo ambiente.
Lo stesso criterio vale per le ispirazioni personali. importante sapere, prima di seguirla, se
un'ispirazione viene da Dio oppure no. Nella vita quotidiana tale discernimento indispensabile per
agire responsabilmente, con mente scevra da errori e cuore libero da vizi. Cos hanno fatto, o
avrebbero dovuto fare, anche quelli che scrissero i testi sacri. Questi, tuttavia, non possiamo
prenderli come tali a priori: possiamo e dobbiamo giudicarli da ci che producono. Ogni
affermazione teologica, essendo dell'uomo, sempre antropologica. Prima di mangiare un'erba,
bene sapere se prezzemolo o cicuta: prima di accogliere un'ispirazione bene sapere se buona o
cattiva.
Leggendo, per esempio, il finale del Vangelo apocrifo di Tommaso, una persona di buon senso certamente qualunque donna - capisce perch non fu ritenuto canonico. Infatti termina cos: Dice
ai discepoli Simon Pietro: "Maria se ne vada da noi, perch le femmine non sono degne della vita".
Ges disse: "Ecco, io la prendo per farne un maschio, perch essa pure diventi spirito vivo, uguale a
voi maschi. Poich ogni donna che si fa maschio entrer nel regno dei cieli". Analogamente, per
gli altri apocrifi del Nuovo Testamento, si pu vedere con facilit perch non furono accolti nel
canone dei testi ispirati.
Ispirazione, interpretazione e purificazione
Non ogni singola espressione nella Bibbia ispirata da Dio. Un esempio: il cane di Tobia che torna
a casa davanti al suo padrone scodinzolando (Tb 11,9 vg), certamente una scena bella. Ma per
scrivere questo non occorre scomodare l'ispirazione divina. Basta aver simpatia per un cane e aver
visto cosa fa di solito. A meno di voler conferire al cane particolari significati misteriosi, che solo i
cinofili potrebbero condividere.
pure chiaro che non sono ispirate le concezioni culturalmente legate a epoche passate (1). Per noi
non sono pi un problema le affermazioni scientifiche superate. Come si osserv con la questione di
Galileo, la Bibbia non dice come fatto il cielo, ma come si va in cielo. Ci sono per voluti
millenni per capire questo. Ma oggi, che la ricerca aperta a tutto il possibile e l'impossibile,
sorgono questioni nuove che non sono capibili a priori. Una nuova scoperta pu aprire
all'improvviso una nuova epoca nel suo ambito. Ci vuole modestia e cautela, competenza specifica e
discernimento prima di dire qualcosa. Meglio tacere che applicare principi giusti in modo sbagliato.
Per il loro risvolto etico, sono invece sempre un problema certe affermazioni su Dio, che riteniamo
errate. Che dire di un dio che ordina guerre sante, sterminio di nemici, o cose simili? O gi l'autore
aveva in mente un senso spirituale che va capito, oppure tali affermazioni vanno intese come
tracce del male che esce dal cuore dell'uomo, sua aggiunta a ci che Dio ha ispirato.
Dio, parlando all'uomo, assume il suo linguaggio e la sua cultura, correndo il rischio di vedere
imputate a s idee contrarie alla sue. Anche Pietro, che per rivelazione divina riconosce chi Ges,
subito dopo vi aggiunge idee proprie, contrarie a quelle di Dio. Il Vangelo dice chiaramente che lui
intende in modo errato ci che gli stato rivelato: si possono pensare le cose di Dio in modo
umano, molto umano, anzi satanico (Mt 16,17-23).
Ma dove questo non detto, perch l'autore stesso ancora non l'ha capito, che fare? Anche un testo
ispirato deve essere via via inteso meglio nel suo senso, interpretato nei suoi condizionamenti e
purificato in ci che sbagliato (2).
Una riscrittura costante

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La Bibbia una storia aperta, da vedere nel suo insieme, valutando la distanza dal punto di partenza
a quello di arrivo. In qualche modo necessita di una riscrittura continua. Non del testo canonico, che
bene contenga anche tracce del nostro peccato. Ma una riscrittura costante della nostra
comprensione. Come diceva Gregorio Magno, la Scrittura crescit cum legente (3).
La storia rivelazione continua. Lo scriba, diventato discepolo del regno, tira fuori dal suo tesoro
cose nuove e cose antiche (Mt 13,52): la novit ancora inedita delle cose antiche e l'antichit, finora
non intesa, delle cose nuove. Anche il mondo della Bibbia, come quello delle scienze, presenta
sorprese: con il progredire della conoscenza, si comprendono cose prima impensabili.
Inoltre ricordiamoci che sotto stiamo sempre al dominio dei pregiudizi. Basti ricordare Bernardo di
Chiaravalle, il doctor mellifluus: incaricato dal Papa di predicare la prima crociata, arriv a dire che
il soldato di Cristo uccide tranquillamente e muore con maggior tranquillit. Giova a se stesso se
muore, giova a Cristo se uccide (citazione in A. Marchadour, D. Neuhaus, La terra, la Bibbia e la
storia, Milano 2006, p. 124). un messaggio chiaramente antievangelico, eppure non se ne
accorge.
La cultura infatti una fede implicita pi forte di ogni fede professata: fa leggere alla sua luce tutto,
religione compresa. Fa impressione che un santo, in un argomento tutt'altro che marginale (non
uccidere riguarda le legge naturale e amare i nemici l'essenza del cristianesimo), possa aver
capito meno di un qualunque miscredente attuale che sia pacifista. Come si vede, il
fondamentalismo, con la guerra santa, non questione di religione, ma di male che c' nel cuore
dell'uomo, anche e soprattutto se pio. Diverso da Bernardo sar Francesco d'Assisi. E anche Nicola
Cusano che, circa tre secoli dopo, ricevuto dal Papa lo stesso incarico di Bernardo, in risposta
reagir scrivendo il mirabile, e ancora avveniristico, De pace fidei.
Ancora sul discernimento
Siccome nella lettura della Bibbia, ma anche al di fuori di essa, possiamo avere ispirazioni divine,
utile notare che Dio ispira in due modi diversi, a seconda che ci voglia distogliere dal male o far
crescere nel bene (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 335). All'inizio, quando ancora non lo si
conosce, come un estraneo che deve entrare. Allora si manifesta con rumore e sconvolgimenti,
come con Mos quando gli d le Dieci Parole (cf Es 19,16-24), con i discepoli a Pentecoste (At 2,113) e con Saulo nella sua conversione (At 9,1-19). Quando invece sta gi di casa e non deve
sfondare porte, non si rivela pi nel vento gagliardo, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce del
silenzio (cf 1Re 19,12). Ci avviene anche per ciascuno di noi. Il primo modo inteso a liberarci
dal male, il secondo ad attirarci al bene.
Ma proprio quando facciamo il bene, cominciano le tentazioni. Anche Ges fu tentato, dal
battesimo alla croce. Come gi prima Adamo, fu tentato a fin di bene, per mostrare che lui
Figlio di Dio. sempre a fin di bene che si fa il male, sbagliando la scelta dei mezzi.
Come discernere se una ispirazione viene dalla sapienza di Dio o da inganno del nemico? Oltre a
vari testi utili (A. Gagliardi, Commentaire des exercices spirituels d'Ignace de Loyola, Paris 1996;
C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Milano 1998; S. Fausti, Occasione o tentazione?, Milano
20054), mi piace citare dalla Lettera di Giacomo: Chi saggio e accorto tra voi? Mostri con la
buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e
spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verit. Non questa la sapienza che viene
dall'alto: terrena, carnale, diabolica; poich dove c' gelosia e spirito di contesa, c' disordine e
ogni sorta di cattive azioni. La sapienza
che viene dall'alto invece innanzi tutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia
e di buoni frutti, senza parzialit, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace
per coloro che fanno opere di pace (Gc 3,13-18). In altre parole: ogni ispirazione mia, o di

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qualunque testo sacro, se non pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti,
senza parzialit e ipocrisia, non viene da Dio. Anche se soggettivamente pare dettata dall'amore di
Dio, non ha lo Spirito di Dio: terrena, carnale, diabolica, piena di gelosia e spirito di contesa, di
disordine e di ogni cattiveria.
Discernimento, cantiere aperto
Come accennato parlando delle diverse fonti d'ispirazione, c' ispirazione e ispirazione. Inoltre,
anche nelle ispirazioni buone, si mischiano facilmente cose non buone. Per questo il discernimento
rimane sempre un cantiere aperto. Quando lo si chiude, si estingue tout court lo Spirito Santo (1 Ts
5,19). lui che ci guider nella verit intera di Ges (Gv 16,13s) e ci suggerir, di volta in volta,
come testimoniarlo (Mc 13,11), rendendo ci teodidatti, ammaestrati da Dio (Gv 6,45).
Un esempio in cui oggi siamo chiamati a discernere: si ripete che nel nostro mondo materialistico
necessario riaffermare la cultura cristiana. Questa buona intenzione, e la sua esecuzione, viene
da Dio? Sappiamo che di buone intenzioni lastricata la via della perdizione. Possiamo, per amor di
Cristo, usare i mezzi che lui scart come tentazione satanica. Con tanta devozione, possiamo
dunque fare il contrario di quello che egli fece. Pare che il discernimento non sia un genere che
abbondi nel mercato religioso. Non basta la buona volont. Se Dici d buona volont a chi ha
intelligenza e intelligenza a chi ha buona volont, il nemico aumenta la buona volont degli
imbecilli e lo scoramento degli intelligenti. Cos i primi, con grande zelo, fanno grandi mali; e i
secondi, con tanta critica, fanno male a s e nessun bene ad altri.
Bisogna chiarire cosa s'intende per cultura cristiana. una forma di circoncisione mentale, che
riduce il cristianesimo a un insieme di leggi, appartenenze e convenienze - non da ultimo
economiche -, che ovviamente sono quelle giuste, le nostre, dichiarando immondo ci che Dio, con
il suo sangue, ha purificato (cf At 10,15)? Oppure lo stile di Ges e della sua libert,
testimoniata da Paolo, che si fa servo di tutti per guadagnare il maggior numero possibile di fratelli?
Per questo si fa giudeo con i giudei e senza legge con i senza legge: si fa tutto a tutti, per salvare
ad ogni costo qualcuno (1Cor 9,19-23).
La rilevanza del cristianesimo che proponiamo fondata sulla concorrenza con il mondo o
sull'identit di una cultura delle beatitudini? La prima, chiamata da Ignazio di Loyola strategia di
Satana, insegna a bramare ricchezza, potere e superbia; la seconda, chiamata sacra doctrina,
insegna a desiderare povert, servizio e umilt (cf Esercizi Spirituali, nn. 140-146). Sacra doctrina,
in latino medievale, significa l'essenza del cristianesimo. Questa non consiste nel parlare di Dio, di
Cristo, della Madonna o della Chiesa, ma nel testimoniare lo stile di Ges. Il nostro lo stile
suo o del nemico? Infatti non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrer nel regno dei cieli, ma
colui che fa la volont del Padre mio che nei cieli (Mt 7,21). Su questo argomento, con annessi e
connessi di estrema attualit, consiglio un eccellente saggio, di scrittura elegante e intelligibile, cosa
rara tra filosofi e teologi: Roberta De Monticelli, Sullo spirito e l'ideologia, Milano 2007.
Un altro esempio: in questo mondo materialistico necessario riaffermare il primato di Dio. Questa
intenzione, e la sua esecuzione, ispirata o meno da Dio? Dipende da cosa si intende per primato
di Dio.
Il Dio di Abramo, di Mos, di tutti i profeti e di Ges non pone al centro il proprio culto, ma la
giustizia e la solidariet, la libert e la compassione tra gli uomini. Il suo primato il suo essere
ultimo e servo di tutti (Mc 10,41-45); anzi il suo identificarsi con la carne affamata, assetata e nuda,
intrusa e facilmente estrusa, malata e carcerata (Mt 25,31ss). Detesta le belle cerimonie, con
paramenti e fumo d'incenso, paravento di ingiustizie e oppressioni: Non posso sopportare delitto e
solennit (Is l,B). Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete
giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova (Is 1,17). Questa una religione pura e senza
macchia davanti a Dio nostro Padre (Gc 1,27), che vuole misericordia e conoscenza di Dio, non

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sacrifici e olocausti (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7).


Il vero culto al Padre quello in Spirito e verit (Gv 4,24). Lo Spirito, vita di Dio, l'amore che ci
d la nostra verit di figli perch viviamo da fratelli. Dio vuole che Giona, il (presunto) giusto, si
converta ai peccatori, suoi nemici (cf Gn 4,1ss). Solo nella conversione al fratello minore quello
maggiore diventa figlio e conosce il Padre (cf Lc 15,25-32). E cos diventa come lui, secondo il
comando: Diventate misericordiosi (materni, uterini) come il Padre vostro misericordioso (Lc
6,36).
Oggi, come sempre, il problema vedere quale Dio mettere al centro. Quello del culto, che toglie
spazio all'uomo e fa da copertura a iniquit, o quello che si onora con la vita d'ogni giorno, vissuta
da figli e fratelli? Il vero culto spirituale il nostro stesso corpo che non vive secondo la mentalit
del mondo, ma secondo ci che piace a Dio (cf Rm 12,1s).
Che dire di certe difese di dio? In attesa che tornino i bei tempi quando si poteva lapidare e bruciare,
ci si accontenta di condannare l'uomo in nome di dio. E questo per qualunque cosa metta in crisi le
proprie convinzioni, che vanno da sofisticati dogmi da affermare a semplici vignette da evitare. Un
dio che ha bisogno di essere difeso, vale poco; soprattutto se la sua difesa a spese dell'uomo. Un
dio poi che difende se stesso, fino a togliere la vita all'uomo, ha piuttosto a che fare con Satana.
Certo l'opposto di quel Dio che non si difende dal malvagio, ma d la vita per ogni figlio perduto.
S, l'uomo non deve porre al centro se stesso. Sarebbe egoista. Ma neanche deve porre al centro un
dio che pone al centro se stesso. Tale dio sarebbe il supremo egoista, quello suggerito dal serpente
in Gen 3,1ss. L'uomo, per essere se stesso, deve porre al centro quell'Altro da s, che ha al suo
centro ogni altro da s.
Anche gli apostoli Giacomo e Giovanni - il discepolo amato! - invocano fuoco dal cielo contro i
Samaritani che non vogliono accogliere Ges. E Ges dice loro: Voi non sapete di che spirito siete.
Poich il Figlio dell'uomo non venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle (Lc 9,55 vg).
Il criterio per distinguere lo Spirito di Dio da quello di Satana, secondo Ges, non n l'amore n lo
zelo per lui, ma l'amore e lo zelo per salvare le vite degli uomini. Anche se rifiutano Dio e i suoi
inviati. Chi non ama il proprio fratello che vede, non pu amare Dio che non vede (1Gv 4,20).
Il segno distintivo della presenza di Dio il frutto dello Spirito, che amore, gioia, pace, pazienza,
benevolenza, bont, fedelt, mitezza, dominio di s (Gal 5,22). Chi manca di una di queste
caratteristiche, non ha lo Spirito di Dio. come un pneumatico bucato: sgonfio e pericoloso da
usare.
In sintesi, le caratteristiche per riconoscere in un' ispirazione il dito di Dio sono:
- il non-so di Abramo, che, contro ogni ovviet religiosa, apre ad accogliere tutto ci che altro;
- il rispetto della libert altrui: negarla togliere la possibilit stessa di quel supremo bene che
l'amore;
- il desiderio di liberazione di Mos, che, contro ogni oppressione degli idoli e dei potenti, porta il
popolo alla libert dei figli di Dio;
- la costante conversione di cui parlano i profeti: il passaggio dai sacrifici alla misericordia, dal
culto alla vita fraterna, dall'oppressione alla giustizia, dalla divisione alla solidariet.
Il criterio per discernere la bont di ogni ispirazione , come detto, sempre antropologico: se apre
l'uomo a maggior libert, compassione e comprensione, viene da Dio. Se coarta libert, amore e
intelligenza, viene dallo spirito opposto. Anche se si trova insieme a cose belle, buone e vere. In
questo caso servono da esca per trarre in inganno. La menzogna, per essere efficace, deve
riguardare cose vere e dirle in modo verosimile. Ma la verit vera e il verosimile falso: la pelle

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pelle, la similpelle plastica!


Unit e pluralismo di ispirazione e di interpretazione (4)
Siamo abituati a dire che Ges Figlio di Dio. Ma non esatto porre Ges come soggetto e Figlio
di Dio come predicato. Il soggetto infatti l'ignoto che conosciamo attraverso il predicato, che deve
essere noto (non si pu spiegare il noto con l'ignoto e tanto meno l'ignoto con l'ignoto!). Dire che
Ges il Figlio di Dio, suppone che si conosca Dio e si applichi a Ges ci che di lui si sa. Cos
Ges ridotto ad attaccapanni delle proprie idee (idoli), anche le pi opposte a lui. Il Vangelo
invece dice il contrario: non che Ges Dio, ma che Dio Ges. Dio infatti nessuno mai l'ha visto e
lo conosciamo attraverso di lui (Gv 1,18). Il predicato, ci che conosciamo di Dio, la carne, la
storia di Ges: Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Ges
Cristo venuto nella carne, da Dio (1Gv 4,2).
Il Vangelo impone alle nostre ovviet religiose un costante capovolgimento tra predicato e
soggetto, dove il predicato, che ci fa conoscere Dio, Ges, la sua carne di crocifisso - che il
Vangelo ci testimonia e che mai abbiamo finito di comprendere. Per questo il Vangelo uno solo, e
non ce n' un altro (Gal 1,6s): lui. La buona notizia che Cristo, Figlio di Dio e Signore benedetto egli sia! - l'uomo Ges.
Eppure sono quattro i racconti, tutti canonici, della sua storia unica. E la narrano in modo diverso:
to on pollakos legetai! Ogni realt se stessa, eppure in relazione con l'osservatore. Da qui
l'unicit e insieme la molteplicit dei suoi aspetti, secondo l'occhio di chi guarda. Della stessa
realt ognuno vede un aspetto e lo comunica all'altro. Per i cristiani quattro sono i racconti canonici
dell'unico Vangelo, e non pi di quattro. Ma quattro non una limitazione: il numero della totalit,
apertura in tutte le direzioni.
Il primo racconto quello di Marco, che ricorda e racconta l'esperienza di Pietro. Il lettore il
destinatario che riceve il ricordo della sua esperienza, per riviverla e raccontarla a sua volta. Ogni
racconto per recepito dall'ascoltatore a modo suo, secondo i suoi condiziona menti e le sue
domande (quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur). E ci che ha capito, a sua volta lo
racconta in modo ancora diverso, per adeguarsi all'ascoltatore che ha davanti, con i suoi condiziona
menti e le sue domande. Diversamente non funziona la comunicazione.
In ogni ricordo raccontato si aggiunge l'esperienza di chi trasmette e di chi riceve: il racconto
arricchito da chiunque l'ascolta e lo propone. Da qui la ricchezza della tradizione. Come dire che
Ges, l'unico Vangelo, vive in ciascuno che l'ascolta e lo annuncia, coinvolgendolo e
trasformandolo in Vangelo vivo, scritto non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non
su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori (2Cor 3,3). Ogni ascoltatore del Vangelo
diventa come il profumo della conoscenza del Signore per il mondo intero (2Cor 2,14ss). Partecipe
della sua sapienza di vita, diventa sale della terra; acceso alla sua luce, luce del mondo (cf Mt
5,13ss).
Per questo, gi nel canone, oltre a Marco, abbiamo altri tre evangelisti, che hanno conosciuto il
racconto di Marco e, con l'aggiunta di altre fonti, hanno scritto diversamente dell'unico Vangelo. La
molteplicit dell'interpretazione quindi suggerita dal canone stesso (non abbiamo anche all'inizio
della Bibbia due racconti diversi della creazione?).
Come gi detto, ogni autore trasmette dell'unico evento la sua esperienza e la sua ottica peculiare.
Marco si rivolge ai pagani per mostrare chi Dio. Matteo invece si rivolge a una comunit
cristiano-giudaica per mostrare come in Ges si compia la promessa fatta ad Israele. Luca, a sua
volta, intende aprire la comunit cristiana alla missione nei confronti del mondo. Giovanni infine
offre una lettura mistica e universale dello stesso unico Vangelo.
Ci che ogni evangelista dice non contraddice l'altro: esplicita ci che nell'altro implicito. Il

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diverso punto di vista rende conto delle diverse esplicitazioni (5). Per questo, il voler concordare i
Vangeli rischia di appiattire l'uno sull'altro, perdendo lo specifico di ciascuno. Ogni evangelista sa
comunque di non aver detto tutto: ha solo aperto una porta d'ingresso al palazzo del re, che la casa
del Padre accessibile a ogni figlio.
Luca, nella sua prefazione, dice di aver raccolto e ordinato con cura quanto si sapeva di Ges (Lc
1,1-4). Ma non pretende di aver esaurito l'argomento: la vicenda di Ges rimane sempre aperta e
continua anche dopo l'Ascensione. Oltre al Vangelo, che racconta ci che Ges principi a fare e a
dire (At l,l), scrive gli Atti degli apostoli, per mostrare come la sua storia prosegue in quella dei
discepoli. Essi continuano a fare e dire nel loro tempo ci che lui, in quel tempo ( l'incipit
liturgico di ogni lettura evangelica), principi a fare e dire. La sua la nostra storia. Se la storia di
Ges rivelazione definitiva di Dio all'uomo e all'uomo di se stesso, quella dopo di lui ne la
prosecuzione, fino a quando la bellezza di Dio riempir la terra come le acque ricoprono il mare
(Is 11,9).
Giovanni dice espressamente che Ges ha fatto molti altri segni: ne ha riferiti solo alcuni che
riteneva necessari per portarci a credere in lui e ottenere vita (Gv 20,30s). La sua comunit, nel
capitolo 21, dice espressamente che, se si scrivesse tutto su Ges, non basterebbe il mondo intero
per contenere i libri che si potrebbero scrivere (Gv 21,25). Il mondo intero, e la storia tutta, non
altro che un libro da leggere di nuovo ogni giorno, perch in esso si rivela sempre pi la Gloria del
Figlio, fino alla sua misura piena (Ef 4,13).
Sulla canonicit
Canonicit e ispirazione continua
Una comunit religiosa chiama canonici quei testi che ritiene normativi perch ispirati. Su di essi
fonda la propria identit, in essi riconosce il proprio volto. .
L'ispirazione dello Spirito continua: dove non spira, cessa la vita e viene la morte. In pratica
l'ispirazione, che sta all'origine dei testi canonici, origina la medesima ispirazione nei lettori: anima
il loro sentire, pensare e agire (6). Come sono parte di un fatto storico i fatti che esso ha prodotto
nella storia, cos fa parte della verit originaria di un testo la verit da esso originata. Il senso
originario si coglie in ci che ha originato: dal figlio si conosce il padre.
L'ispirazione originaria dei testi originante nei confronti di quella originata in chi li legge: le
parole sono spirito e vita (Gv 6,63). Altrimenti chi legge non pu ritenerli ispirati. Ma anche
l'ispirazione originata capace, a sua volta, di originare la medesima ispirazione in altri. Lungo il
fluire del tempo, come un fiume nel suo alveo antico e con acqua sempre nuova, attraverso anni,
secoli e millenni, nei testi canonici ogni singolo, e tutta la comunit, ritrova la sua originariet. In
quei testi c' la comune identit specifica, diversa da quella di chi si rif ad altri. Questa identit non
perde nulla nel confronto con altre identit. Anzi, si arricchisce e corregge: acquista un terzo occhio,
un'altra prospettiva che ridimensiona i suoi pregiudizi. L'altro non solo vede la bisaccia che ho sulle
spalle: vede anche il mio volto meglio di me.
Un testo non ipso facto ispirato da Dio perch ritenuto sacro e canonico. Sarebbe una petitio
principii, un corto circuito che provoca roghi come quello della biblioteca di Alessandria. Una
canonicit cos intesa un letto di Procuste per la dignit umana. L'ispirazione precede la
canonicit: un testo ritenuto sacro e normativo perch ispirato da Dio. E sappiamo che ispirato
da Dio, che non conosco, nella misura in cui ci che ispira all'uomo, che conosco bene, positivo:
apre a libert, compassione e comprensione. Il criterio per valutare l'ispirazione dei testi canonici
chiaro: ci che contro l'uomo, contro Dio, come ripete anche Benedetto XVI. Altrimenti
abbiamo quel dio satanico che contro l'uomo, e quindi contro Dio, perch toglie felicit e libert,
gioia e amore, vita e verit - Dio stesso!

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Ma anche la comprensione di ci che detto per ispirazione di Dio, sempre perfettibile (7). Sia
perch Dio infinitamente perfetto e ogni nostro dire limitato e imperfetto; sia perch l'uomo che
lo ascolta, essendo appunto limitato e imperfetto, capisce poco e male, o comunque pu capire
sempre meglio. Da qui la necessit di non prendere i testi canonici alla lettera, in modo
fondamentalista. Vanno interpretati dai lettori, per ricevere il loro senso adeguato. Altrimenti
producono stupidit e violenza, sopprimendo intelligenza e libert. Chi entra in chiesa, diceva
giustamente don Milani, si leva il cappello, non la testa. Senza lettura non c' scrittura, come senza
esecuzione non c' musica. L'interpretazione del lettore parte integrante dello scritto. A maggior
ragione questo vale per i testi canonici, che pretendono di essere normativi per chi legge.
Per questo la rivelazione cristiana, che ha come unico fondamento Ges Cristo (1Cor 3,11), oltre le
varie teologie espresse in altri testi del Nuovo Testamento, presenta quattro Vangeli. L'unica storia
di Ges raccontata non a una dimensione, in modo lineare, non a due, in modo piatto, non a tre, in
modo solido, ma a quattro dimensioni. Questa quarta dimensione apre l'evento non solo a ogni
spazio e tempo, ma all'Infinito, a Dio stesso ormai presente in ogni tempo e spazio. Da qui la
possibilit di in numeri interpretazioni teologiche: sono tante quante le istanze che ogni uomo
presenta.
La rivelazione resta perci :un cantiere sempre aperto. Ci che accaduto, continua ad accadere
oggi. Il cammino, cominciato allora, continua adesso e in ogni ora, sino al suo fine senza fine. La
rivelazione dell'evento unico di Ges non un fatto isolato in quel tempo: una storia che cresce
e abbraccia ogni tempo. La storia stessa diventa rivelazione progressiva di Dio.
Da qui si capisce perch ogni singolo Vangelo, ciascuno a modo suo, ha una struttura esplicitamente
aperta. Il finale di Matteo annuncia la presenza di Ges oltre ogni tempo: Ecco, io sono con voi
tutti i giorni, sino al compimento del mondo (Mt 28,20b), che altro non che Dio, suo principio.
Quello di Marco, per far incontrare il Risorto, rimanda in Galilea, al principio del Vangelo, che
Ges stesso, insieme annuncio, annunciato e annunciatore, sempre presente nella Parola (Mc 16,7;
1,1.14).
Quello di Luca continua negli Atti degli apostoli, che, nella forza del suo stesso Spirito, proseguono
nel tempo e nello spazio ci che Ges principi a fare e a insegnare (At 1,1).
Quello di Giovanni termina nella comunit descritta al capitolo 21, la quale dichiara che quanto
Ges ha fatto, se lo si scrivesse, non basterebbe il mondo intero per contenerlo. Infatti l'universo
intero -lo comprendiamo attraverso la vicenda di Ges - non che la narrazione infinita dell'amore
del Dio invisibile che abbraccia creato e increato, assumendo la creatura nel Creatore, fin che Dio
sia tutto in tutte le cose (lCor 15,28). Illuminanti a questo proposito sono gli inni di Gv 1,1-18; Rm
8,19-23; Ef 1,3-23; Col 1,12-20; Eb 1,1-4.
Scritti canonici e lettura canonica
Ancora qualche nota circa la necessit di interpretare i testi canonici. Il nostro orecchio sempre
disturbato da rumori e voci che non provengono da Dio. Per questo dobbiamo discernere, anche a
livello di testo, quanto ispirazione sua e quanto aggiunta dell'uomo. A tale scopo va usato il
solito criterio, l'unico che ci possibile: ci che contro l'uomo, contro Dio.
La Bibbia non un libro che proclama certezze o dogmi. L'ambiente culturale in cui nata era
estremamente semplificato. Tutto, in cielo e in terra, era chiaro: Dio in alto, sommamente potente, e
qui in basso il potente di turno, suo rappresentante. Il cielo era proiezione di deliri di potenza,
giustificazione di delitti dei potenti della terra. In questo contesto la Bibbia si pone in
controtendenza: vieta ogni immagine di Dio. Egli , e rimane, invisibile e indescrivibile. Non
quello che le religioni, i potenti o i sapienti propongono con belle statue o imbonenti parole. altro
da ci che immaginiamo e pensiamo. Per si rende noto nell'esperienza che facciamo di lui in una

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storia di esodo dalle nostre schiavit mentali, morali e sociali. La conoscenza, che abbiamo di lui,
di salvatore della nostra umanit: ci restituisce un modo umano di pensare, di sentire e di agire. Tale
conoscenza non data a priori, n attingibile con speculazioni o deducibile da principi superiori:
frutto di una relazione con lui, che relativizza il resto. E rimane una storia, aperta all'infinito - come
infinito Dio e come infinita la vocazione dell'uomo, finito desiderante all'infinito, perch
desiderio d'Infinito.
Dio quindi, pi che conoscerlo, lo riconosco - una persona si riconosce bene dall'altra, ma non mai
conosciuta pienamente
- nella storia della mia relazione con lui. Questa forma di conoscenza, esperienziale e sempre in
crescita, pervade tutta la Bibbia e in particolare i Vangeli. Che conoscenza c' senza esperienza? E
che conoscenza se non resta aperta all'ignoto?
Marco fa di questa conoscenza, che rimanda a un non-so sempre pi grande, il tema del suo
Vangelo. il cosiddetto segreto messianico, che risuona con mille toni, raggiungendo il suo apice
alla fine, nel silenzio stupito che rimanda all'inizio. Nel suo testo ogni conoscenza raggiunta
attraverso un racconto subito tacitata alla fine del racconto stesso (di solito con l'espressione:
Non dire niente a nessuno!) e corretta dal seguente, che la apre a nuova conoscenza. un modo
per esprimere, a livello di testo, la trascendenza di ci di cui si parla. Questo vale non solo per la
conoscenza di Dio, ma, in modo analogo, anche per ogni conoscere che voglia capire in modo meno
inadeguato qualunque realt. Circa la conoscenza dell'universo il noto astrofisico George Coyne
ebbe a dire: La storia dimostra che le leggi dell'universo sono puntualmente smentite dalle scoperte
successive. Ci che si pu dire del cielo, a maggior ragione si pu dire di Dio e dell'uomo, sua
immagine.
L'ispirazione, sia buona che cattiva, non chiusa in un'epoca e non riservata a chi ha scritto il
testo. La sua ispirazione ispira anche gli altri. La parola si comunica a chiunque l'accoglie, in tutti i
tempi, offrendo a ciascuno lo stesso spirito, buono o cattivo che sia.
Ma, essendo l'uomo fatto da Dio a sua immagine, non pu rinunciare alla libert della verit
dell'amore: quando la vede, subito vi si rispecchia con gioia. Per questo la nostra storia rivelazione
progressiva del volto di Dio nel volto dell'uomo. E per questo, al di l del male che vediamo o
facciamo - in genere vediamo il male che fanno gli altri e quello fatto a noi - abbiamo fede che
trionfer il bene. Anche se appare il contrario, ne siamo certi. Perch solo Dio Dio. Ne abbiamo la
prova dalla croce: l'uccisione del Giusto, autore della vita, il maggior male possibile. Ma Dio ne
ha fatto il sommo bene: d la sua vita a chi gli toglie la vita.
Il centro della nostra esistenza cristiana - ci di cui, secondo gli autori del Nuovo Testamento, tutta
la Bibbia parla - la passione del Signore per l'uomo (cf Lc 24,26s.44ss), il suo manikos eros per
noi, come scrisse Nicola Cabasilas. L'Eucaristia, che noi celebriamo, esprime il sommo paradosso:
ringraziamo Dio del massimo male che abbiamo compiuto perch diventato per noi fonte di ogni
bene. La croce infatti rivela Dio come amore assoluto e l'uomo come amato in modo assoluto.
Questo tema ispira tutti i libri del Nuovo Testamento, che vedono nel crocifisso risorto la
realizzazione di ogni promessa fatta ai padri e la premessa di una realizzazione senza fine. Per
questo tutto, anche il male, si volger al bene (Rm 8,28; 5,20; cf Gen 50,20; At 4,27s; Ap 17,17).
L'Eucaristia, memoriale della passione del Signore, come compimento di ogni promessa
dell'Antico Testamento e luogo genetico del Nuovo Testamento, anche chiave interpretativa del
messaggio biblico. il canone del canone, la norma interpretativa dei testi canonici e della storia di
salvezza, nella quale gli scritti intendono introdurre il lettore.
Torniamo a ripetere, in modo sintetico, che il criterio di lettura di ogni testo canonico e di tutta la
storia della salvezza la croce di Ges: essa rivela la libert/necessit dell'amore infinito di Dio per

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l'uomo perduto. Ci che contro questo canone o norma (cf Gal 6,14-16), non ispirato da Dio;
residuo di interpretazione imperfetta dell'uomo, dovuta ai suoi condizionamenti. Ritroviamo tracce
di questa anche all'interno di testi canonici. Per questo, da sempre, stata necessaria una lettura
allegorica: conta non tanto il senso letterale, anche se storico, quanto il messaggio metaforico.
Attraverso la parola ispirata da Dio - le sue parole sono spirito e vita (Gv 6,63) -lo Spirito fa nuove
tutte le cose, trasformandoci di gloria in gloria, secondo la realt di cui siamo immagine e
somiglianza (cf 2Cor 3,18). Quando leggiamo la Bibbia, si realizza il grande desiderio di Mos:
Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito (Nm
11,29).
La lettura della parola dei profeti ci consegna la loro ispirazione: ci comunica il loro stesso Spirito.
Cos continuiamo nel tempo la loro esperienza, perch la nostra storia sia storia di salvezza,
cammino di purificazione dalle false immagini di Dio e di uomo.

NOTE
[1] Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli
uomini, come gi il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece
simile agli uomini (Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 13).
[2] Intendendo un tale processo in questo senso: La: Bibbia essa stessa interpretazione. (...) Nel
corso della formazione della Bibbia, gli scritti che la compongono sono stati, in molti casi,
rielaborati e reinterpretati, per rispondere a situazioni nuove, prima sconosciute (Pontificia
Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, III.A.3).
[3] La Sacra Scrittura un dialogo con la comunit dei credenti: scaturita dalla loro tradizione di
fede. (...) Ne consegue che l'interpretazione della Scrittura si fa in seno alla Chiesa nella sua
pluralit e nella sua unit e nella sua tradizione di fede. (Ivi)
[4] Dato che i testi della Scrittura hanno talvolta rapporti di tensione tra loro, l'interpretazione deve
essere necessariamente pluralistica (Pontificia Commissione Biblica, L'interpretazione della
Bibbia nella Chiesa, III.A.3).
[5] dottrina comune considerare la verit della narrazione in relazione alla condizione
dell'ascoltatore, cf Pontificia Commissione Biblica, La verit storica dei Vangeli, n. 2 [Enchiridion
Biblicum, n. 651].
[6] Infatti esiste una certa circolarit nell'azione dello Spirito tra ispirazione e lettura: La Sacra
Scrittura deve essere letta e interpretata secondo lo stesso Spirito con cui fu scritta (Concilio
Vaticano II, Dei Verbum, n. 12).
[7] Nessuna interpretazione particolare pu esaurire il significato dell'insieme della Scrittura, che
una sinfonia a pi voci: L'interpretazione di un testo particolare deve quindi evitare di essere
esclusivista (Pontificia Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, III.A.3).
Si pu utilmente leggere, a questo riguardo, tutto il capitolo IV dello stesso documento.
Parte quarta
DALLA TESTIMONIANZA ALLA COMUNIONE
Testimonianza

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Parola e testimonianza
Accediamo a un testo attraverso una catena di persone. Il primo anello l'autore, l'ultimo il lettore
che, avendo letto e trovato interessante il testo, ce lo raccomanda. A nostra volta, se ci interessa,
entriamo anche noi a far parte della catena, trasmettendo ad altri ci che abbiamo trovato valido. La
medesima testimonianza, ricevuta, elaborata e trasmessa da ciascuno, fa di tutti un'unica comunit,
fondata sulla tradizione (consegna) della stessa testimonianzatrasmessa dall'uno all'altro e
arricchita dal contributo di ciascuno.
L'esegesi moderna ha mostrato che le parole della Bibbia sono diventate Scrittura attraverso un
processo di sempre nuove riletture: i testi antichi, in una situazione nuova, vengono ripresi,
compresi e letti in modo nuovo. Nella rilettura, nella lettura progrediente, mediante correzioni,
approfondimenti e ampliamenti taciti, la formazione della Scrittura si configura come un processo
della parola che a poco a poco dischiude le sue potenzialit interiori, che in qualche modo erano
presenti come semi, ma si aprono solo di fronte alla sfida di nuove situazioni, nuove esperienze,
nuove sofferenze O. Ratzinger- Benedetto XVI, Ges di Nazaret, Milano 2007, pp. 14-15). Se tale
il nascimento della Scrittura, da pensare che tale sia la sua natura: Natura di cose altro non
che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e
non altre nascon le cose (G.B. Vico, Principj di Scienza Nuova, edizione 1744, Libro I, cap. II,
Dignit XIV). E la natura non si cambia impunemente, neppure quella della Scrittura. A meno di
ridurla a un feticcio, morto e mortifero.
Ci che vale per un testo, vale per la parola stessa, che rende possibile un testo e ogni altro
fenomeno culturale. Ciascuno di noi accede al tesoro della parola attraverso la catena di quelli che
prima di noi hanno parlato. La parola che usiamo per comunicare gi sempre comunicazione
ricevuta. Nessuno pu dare quello che non ha ricevuto: tutto ci che abbiamo, l'abbiamo ricevuto
(1Cor 4,7). Ogni nostra parola condensazione di esperienze che ci hanno preceduto, colorata dalla
nostra esperienza personale.
Sono stati necessari millenni perch nascesse e si sviluppasse la comunicazione in un linguaggio
articolato. Possiamo dire che la natura specifica dell'uomo, in quanto depositario della parola,
cultura. Quanto abbiamo e siamo, quanto ci distingue dall'animale e ci rende esseri umani, ci che
abbiamo ricevuto dalla parola donata dall'altro, che a nostra volta trasmettiamo, arricchita o
impoverita.
Infatti, oltre all'evoluzione, c' anche l'involuzione. L'uomo non programmato dall'istinto, che non
sbaglia. libero, perch desiderio di felicit. Ma il desiderio non ha un oggetto determinato.
un'apertura indefinita - addirittura infinita - che riceve i suoi contenuti da esperienze altrui. Per
imitazione uno desidera ci che l'altro desidera, nella fiducia che sia un bene anche per lui. Bisogna
verificare se questa fiducia ben riposta. Se mal riposta, il desiderio frustrato fa precipitare nel
vuoto, in una catena di infelicit senza fondo. L'inganno che il potere dei mass media pu indurre,
incalcolabile. Oggi la felicit presentata come meta suprema,
addirittura prodotto confezionato e acquistabile. Se non vogliamo essere sistematicamente infelici,
utile ricordare che la felicit il piacere di tirare la freccia, non il bersaglio da raggiungere; il
modo di viaggiare, non la stazione di arrivo.
Testimonianza e credibilit
Viviamo di fede in ci che riceviamo. Ma giustamente vogliamo che la nostra fiducia sia affidabile.
Non accettiamo una parola senza avere prima valutato chi la dice e ci che dice: lui deve essere
veritiero e la sua proposta buona. Chi parla credibile nella misura in cui testimone: ci che dice
deve corrispondere a ci che vive. Se fa il contrario, anche se dice il vero, lo fa per ingannare. In
questo modo rende il peggior servizio alla verit che proclama: la scredita.

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La testimonianza questione di stile, di concordanza tra forma e contenuto: la parola esprime la


vita. Se la forma stride con il contenuto, il contenuto smentito dalla forma. In altre parole: non
possiamo proclamare la gioia del Vangelo con la faccia triste, n il crocifisso (fonte di tale gioia)
con i gemelli d'oro ai polsi. N possiamo fare tante altre cose che facciamo, come sbandierare la
libert dei figli da posizioni di dominio, annunciare le beatitudini vivendo da ricchi o insegnare
l'umilt di Cristo sdottrinando da cattedre prestigiose.
Il cristianesimo non dottrina che si fondi su un particolare
scritto di Ges, che non esiste. La sua novit il modo, o stile, con cui egli ha interpretato e vissuto
ci che dice la Scrittura di Israele (Ch. Theobald, Il cristianesimo come stile, in il Regno 2007/14,
pp. 490-501). Girolamo Fracastoro diceva che l'arte un modus dicendi (moda viene da modus).
Anche il cristianesimo soprattutto un'arte, un modus vivendi: questione di stile. Lo stile
consiste nel fare, con le stesse pietre, la stessa stoffa o le stesse parole, un edificio, un vestito o una
poesia in un modo invece che in un altro. Il cristianesimo non propone un mondo diverso, ma un
modo diverso di vivere la stessa realt che tutti vivono. E la bellezza segno della sua bont, che lo
rende appetibile ad altri.
credibile solo la testimonianza di chi incarna nella vita ci che dice con la bocca. I fatti parlano
pi delle parole. Il testimone non parla ad effetto, come chi vuole imbrogliare. Esprime con
modestia ci che vive come valore; e lo comunica con semplicit ad altri, perch possano goderne
con lui (cf 1Gv 1,1-4).
Se la fiducia nell'altro rende possibile la trasmissione di un valore, la testimonianza affidabile rende
possibile la fiducia. Per questo c' pi bisogno di testimoni che di maestri (cf Paolo VI, Evangelii
nuntiandi, n. 41; ma, dato che l'annunzio si fa con la bocca e la testimonianza con la vita, non
sarebbe stato meglio chiamare il documento: Evangelii testificandi?). Se insegni e non fai, insegni a
non fare ci che dici. Se sai con il cuore, puoi anche tacere con la bocca. Il sapere! sapore interiore
come. .. la tosse: non puoi nasconderlo!
Purtroppo noi uomini di Chiesa siamo preoccupati di insegnare la verit ad altri, pi che di
imparare. Testimone non chi insegna, ma chi impara ( discepolo): impara da Ges ad essere,
come lui, fratello di tutti. E questo lo si impara sempre dall'altro, dal fratello appunto. Soprattutto
dal povero, nostro maestro di umanit.
Testimonianza, carne della Parola
La testimonianza la carne della Parola, che progressivamente unisce gli uomini in un unico corpo,
rispettando e valorizzando ogni differenza. Solo in questa carne possiamo incontrare la Parola.
Secondo Melchior Cano (1509-1560), nella sua opera postuma Libri XII de locis theologieis (prima
edizione Salamanca 1563, ultima Roma 1890), fondamentale per il metodo teologico, la Scrittura
il princeps dei dieci loci teologici - di cui sette proprii, desunti dalla rivelazione, e tre improprii o
ascripticii, desunti dalla ragione.
Ma il luogo primo di verit della Scrittura, secondo il Nuovo Testamento, il corpo di Ges. Chi
non lo riconosce nella sua carne, non ha lo Spirito che viene da Dio, ma quello dell'anticristo (1Gv
4,2-3): la verit di Cristo in Ges (cf Ef 4,20s), l'uomo in cui abita
corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9) e sono nascosti tutti i tesori della sapienza
e della scienza (Col 2,3).
I Vangeli non vogliono mostrare che Ges il Cristo e il Figlio di Dio. Dicono esattamente il
contrario: Cristo e Figlio di Dio, uguale al Padre che non conosciamo, l'uomo Ges, nella sua
rivelazione in croce. Solo qui conosciamo Dio (Mc 15,39 e il parallelo Mt 27,54). Come gi detto,
c' un capovolgimento tra soggetto e predicato, dove il soggetto, ignoto, Dio, mentre il predicato,

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ci che di lui conosciamo, Ges. Egli, pietra scartata dai costruttori (Sal 118,22; Mc 12,10, e i
paralleli Mt 21,42, Lc 20,17), ha la stessa potenza del sassolino di Dn 2,34: manda in frantumi ogni
nostra immagine di Dio, compiendo il passaggio dall'idolo di morte al Dio della vita. Questa
misteriosa sapienza di Dio rimane nascosta ai potenti, che altrimenti non avrebbero crocifisso il
Signore della gloria (1Cor 2,6-9).
Ridurre la carne di Ges a semplice parvenza, o praticamente dimenticarla - cosa normale -,
l'eresia del docetismo. Fu la prima in ordine di tempo, e resta in ogni tempo l'eresia prima della
Chiesa. Nell'umanit di Ges contempliamo, vediamo e tocchiamo la Parola della vita (cf 1Gv 1,13). Solo nella carne del Figlio unigenito incontriamo il Padre: Chi ha visto me, ha visto il Padre
(Gv 14,9). La carne del Figlio dell'uomo, e di ogni figlio d'uomo che lui non si vergogna di
chiamare suo fratello (Eb 2,11; Mt 25,34-45), l'esegesi visibile del Dio invisibile (Gv 1,18).
La sua carne la nostra stessa carne. Unica differenza: la sua carne della Parola di verit, la nostra
carne prestata al padre della menzogna. Per questo la sua umanit rivela e, rivelando, riscatta la
nostra umanit autentica: la verit che ci fa liberi (Gv 8,32).
I poveri, carne di Cristo
Quando si dice carne, si intende limite, fragilit e morte. E anche peccato, pungiglione della
morte (1Cor 15,56), frutto velenoso di limite non accettato. Per Ges, il Giusto, limite estremo da
accettare sar la croce, carica della maledizione e del peccato di ogni carne (Gal 3,13; 2Cor 5,21).
Lui ha promesso di essere sempre con noi fino al compimento del mondo (Mt 28,20). Sar sempre
con noi come i poveri, che sempre saranno con noi (Mt 26,l1a). Anzi, si identifica con loro. La loro
carne la sua stessa carne.
Per questo Cristo pu dire a Saulo, che uccide i cristiani: Perch mi perseguiti? (At 9,4). Nel
discorso escatologico, immediatamente prima della sua passione-risurrezione, Ges ci dice
chiaramente il locus in cui ormai lo incontriamo: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo
di questi miei fratelli pi piccoli, l'avete fatto a me (Mt 25,40.45). Secondo queste parole di Ges,
lui loro e loro sono lui, sempre presente tra noi fino al compimento del mondo, per giudicarci e
salvarci con la sua croce (cf Mt 25,31-46). Se cos (ed cos), possiamo anche affermare che nella
carne di tutti i poveri cristi, lo sappiano o no - ma noi lo sappiamo, perch lui ce l'ha detto -, si
compie ci che ancora manca alla passione di Cristo a favore del suo corpo totale (Col 1,24).
Per questo, secondo la Scrittura, i Padri e la tradizione cristiana, i poveri sono il luogo teologico per
eccellenza dove incontriamo il nostro Salvatore: la loro carne ce lo rivela, il loro corpo la Scrittura
vivente. Ci che scritto scritto, e nessuno potr cambiario, dice Giovanni a proposito della
regalit di Ges, che fu e rester sempre scritta)) sulla croce (Gv 19,21s).
Sulla rilevanza teologica dei poveri utile leggere un testo di Polanco, gesuita spagnolo che non fu
mai in America Latina e non fu mai condannato. Ispirato da Ignazio di Loyola - che invece ha
rischiato ben otto volte la condanna con l'accusa di alumbrado, o riformatore eterodosso
(Sant'Ignazio di Loyola, Gli scritti, Roma 2007, p. 73) - cos scrive ai gesuiti di Padova nel 1574: I
poveri sono tanto grandi dinanzi a Dio che particolarmente per loro fu mandato Ges Cristo sulla
terra: "Per la miseria degli oppressi e per il pianto dei poveri, ecco che io sorgo, dice il Signore"; e
altrove: "Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri". Ges ricorda, facendo rispondere a S.
Giovanni: "I poveri vengono evangelizzati". Essi sono tanto preferiti ai ricchi che Ges Cristo volle
eleggere il collegio santissimo degli apostoli tra i poveri; vivere e conversare con essi e lasciarli
capi della sua Chiesa, costituendoli giudici delle dodici trib d'Israele, cio di tutti i fedeli di cui
essi, i poveri, saranno "assessori". Tanto viene esaltato il loro stato. L'amicizia dei poveri fa
diventare amici del re eterno. L'amore della povert ci fa re, anche sulla terra, e re non della terra,
ma del cielo. Si comprende ci perch, se il regno dei cieli promesso agli altri per l'avvenire, al

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presente viene promesso ai poveri e a quelli che soffrono tribolazioni dalla Verit immutabile che
dice: "Beati i poveri in spirito, perch di essi il regno dei cieli" (Sant'Ignazio di Loyola, Gli
scritti, Roma 2007, p. 1064s).
Ges stesso fu povero, emarginato ed eliminato dall'apparato religioso, politico ed economico del
suo popolo - con l'emblematica collaborazione dell'odiata Roma. Oggi, se venisse, lo tratteremmo
allo stesso modo. Ma egli colui che sempre viene! I santi sono quelli che l'hanno capito bene.
Ignazio di Loyola, per esempio, ebbe alle porte di Roma una visione: il Padre lo metteva con il suo
Figlio che portava la croce, dicendogli che sarebbe stato propizio a lui e ai suoi. Chiedendosi il
significato di tale visione, cos diceva ai suoi compagni: lo non so che cosa sar di noi, forse che
saremo crocifissi in Roma)) (R. Garcia-Villoslada, Sant'Ignazio di Loyola, Milano 1990, p. 497).
Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato
L'attenzione ai poveri indispensabile per rispondere ai problemi che oggi la globalizzazione pone.
Non basta unirsi a livello pi ampio, globale appunto, facendo le stesse cose di prima. Bisogna
assumere atteggiamenti nuovi, e radicati in ogni luogo, che recuperino in concreto i valori negati
dalla globalizzazione. Non dobbiamo diventare un'azienda globale in concorrenza col mondo, ma
una comunit locale che vive ci che il mondo uccide, ossia le relazioni e la qualit di vita - in una
parola: l'umanit dell'uomo.
Possiamo trovare l'uomo universale, il massimo comune divisore di ogni uomo, solo tra quelli ai
quali non resta che la nuda appartenenza alla specie umana. Anche e soprattutto l dove l'apparenza
disumana - sorte che, prima o poi, toccher a ciascuno di noi, quando saremo funzionali all'homo
oeconomicus solo come clienti di imprese assistenziali o funebri.
Il povero, privo di tutto, l'uomo: quel residuo che in tutti. L'essenza ci che resta togliendo il
pi possibile. La soddisfazione negata dei suoi desideri mostra il bisogno che tutti siamo. Il
massimo comune divisore di tutti i numeri interi la cifra uno. Il povero solo un uomo,
niente di pi e niente di meno. l'ecce homo (Gv 19,5), il non-uomo che rivela ci che l'uomo ,
al di l di ci che ha. La sua disumanit di oppresso manifesta l'umanit sua e la disumanit di chi lo
opprime. Per questo l'identificazione con i poveri ci permette di inculturarci con l'umanit dell'uomo
in qualunque situazione, anche nel nostro mondo globalizzato.
Nella sua prima omelia dopo l'elezione a Superiore generale dei gesuiti (20 gennaio 2008), padre
Adolfo Nicolas parl di poveri, emarginati ed esclusi come nuova frontiera di evangelizzazione:
In questo mondo della globalizzazione aumentano coloro che sono esclusi da tutto. Tutti coloro
che vengono diminuiti, perch la societ ha posto per i grandi ma non per i piccoli; tutti coloro che
si trovano in situazioni di svantaggio e sono manipolati; tutti questi sono forse per noi le nuove
nazioni, le nazioni che hanno bisogno del Profeta, del messaggio di Dio che per tutti.
Se la teologia , come deve essere, utile per guidarci alla salvezza, non pu che partire dai poveri:
ci che facciamo di loro, giudica e salva noi stessi, non loro. Chi ignora questo, in quel giorno si
trover lontano dal Signore (Mt 25,31-46): Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non
abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel
tuo nome? lo per dichiarer loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di
iniquit (Mt 7,22s). Voi, che volete essere chiamati maestri, padri e capi, guai a voi: Chiudete il
regno dei cieli davanti agli uomini; per ch cos voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno
quelli che vogliono entrarci (cf Mt 23,8- 13). Dal punto di vista di una teologia cristiana
singolare, anzi scandaloso, non riconoscere questa verit evangelica.
Discepolato e martirio
Testimone, in greco martyr, colui che, avendo visto, ricorda e testimonia ci che ricorda. Per
questo pu passare ad altri il testimone: la sua stessa vita martirio di ci che dice.

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Discepolo deriva dal latino discere, che significa imparare. I discepoli di Ges - siamo sempre
tutti discepoli - sono suoi testimoni, nella misura in cui imparano a fare e dire quanto lui ha fatto
e detto (At 1,1).
Quando uno sa tutto, smette di imparare: non pi discepolo n testimone. Gli Atti degli apostoli
sono il commento vivo degli atti di Ges narrati nel Vangelo. Per questo le ultime parole del Risorto
ai discepoli sono: Avrete forza dallo Spirito che scender su di voi e sarete testimoni di me a
Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini della terra (At 1,8).
Testimoniare lui - il Figlio testimone per i fratelli dell'amore del Padre verso i suoi figli - significa
amarci reciprocamente con lo stesso amore con il quale egli ci ha amati (Gv 13,34). In questo modo
continuiamo nel tempo la sua missione, finch tutti gli uomini si riconoscano figli amati dal Padre e
si amino come fratelli.
Cos si realizza l'umanit dell'uomo: partecipa alla vita stessa del Dio amore. E cos si compie il
disegno di Dio: ha fatto l'uomo nel sesto giorno della creazione, perch, attraverso di lui, il creato
raggiunga la bellezza da cui viene e verso cui anela.
Statuto del testimone
Lo statuto del testimone tratteggiato da Paolo in 1Ts 2,1-12, primo scritto del Nuovo Testamento.
Il testo un'istantanea che ritrae al vivo come avvenuta l'evangelizzazione dei tessalonicesi. un
flashback, che scatta nella mente dell'apostolo mentre si trova a Corinto nell'inverno successivo alla
fuga da Tessalonica (anno SO/SI). Scrive a quella comunit appena fondata e bruscamente
abbandonata dopo tre sole settimane di lavoro apostolico (cf At 17,1-10). La lettera tutta
un'eucaristia, un ringraziamento per come stato accolto il Vangelo. L'apostolo ricorda come il suo
annuncio sia avvenuto con assoluta trasparenza - lo dice sei volte in 12 versetti, con le espressioni:
Come sapete, conoscete, Dio mi testimone, eccetera.
L'evangelizzatore non una persona doppia, con secondi fini. A differenza di chi imbroglia, non ha
niente da nascondere. Non un venditore di prodotti o un retore, che campa sulle parole. Il
testimone si gioca la vita su ci che dice. Libero da errore, insincerit e inganno, provato da Dio,
parla non per piacere agli uomini, ma a Dio. Scevro da secondi intenti e adulazioni, senza avarizia e
vanagloria, parla con franchezza e coraggio. Il suo servizio del tutto gratuito: come una madre
che si fa piccola con i suoi piccoli. Li ama fino a voler dare la vita per loro. Ma anche forte come
un padre, che, con fatica e lavoro, sta loro vicino e li incoraggia a crescere. Non vuole aver adepti o
sudditi, ma vuole portare tutti a essere suoi fratelli, figli dello stesso Padre, liberi di amare come
sono amati. Il testimone cristiano diverso da certi guru nostrani, che cercano di rendere grulli i
loro discepoli, doni imperfetti e sempre dipendenti: Voi non fatevi chiamare "rabb", perch uno
solo il vostro maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8).
Per questo Paolo pu dire: Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo (1Cor 11,1; cf 2Ts 3,7).
A loro volta i tessalonicesi, diventati imitatori suoi e di Cristo, sono modello per tutti gli altri (1Ts
1,7s). Modello in greco si dice typos, che viene da typto, il cui significato percuotere, scolpire.
Il testimone modello di ci che dice: colpito e scolpito, formato e modellato dalla Parola che ha
accolto, fino a diventare lui stesso ci che ha ascoltato. Vangelo vivo, racconto che ricorda e
riproduce ci che Ges ha
fatto. Per questo Ges dice in difesa della donna che lo profum a Betania: Ovunque sar
annunciato il Vangelo nel mondo intero, si racconter anche ci che lei ha fatto, in ricordo di lei
(Mc 14,9). Il Vangelo, da ricordo di Ges, diventa ricordo della donna. Ges si identifica con lei: in
lei vediamo lui. la sposa, l'altra parte dello sposo, che ama come amata: quanto lei fa e si fa per
lui, quanto lui fa e si fa per lei e per ciascuno di noi.
Ancora: evangelizzare con il Vangelo

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L'evangelizzazione non una questione complicata, oggetto di acute analisi e accurati progetti.
affare di ogni semplice cristiano. Ritengo utile ribadire qui una verit lapalissiana:
l'evangelizzazione si fa con il Vangelo. Con il Vangelo letto e assimilato, che ci fa diventare Vangelo
vivo. Prima e dopo l'annuncio della bocca, c' la testimonianza della vita: ci che si , parla pi
forte di ci che si dice. Le parole servono se corrispondono ai fatti. Altrimenti non servono che
come trappole. Se adoriamo Cristo nei nostri cuori, siamo sempre pronti a rispondere a chiunque ci
chieda ragione della speranza che vede in noi. E questo con dolcezza, rispetto e retta coscienza (1Pt
3,15s).
La gente non percepisce tanto ci che diciamo, quanto ci che sentiamo dentro. Porto a proposito
alcuni esempi:
1. In comunit con me vive da 18 anni un ragazzo che, vedendo il film Rain Man, disse del
protagonista, un autistico: Ma io non sono cos!. Egli viene abitualmente alle letture bibliche,
sedendo alla mia destra. Ascolta con attenzione e traduce in riso e grida di meraviglia o disappunto
ci che sente. Quando, dopo una giornata faticosa, non sto a pensare quanto dico, nessuno se
n'accorge oso fare cos solo con testi che posseggo bene e posso eseguire automaticamente. Ma
questo ragazzo se n'accorge subito: diventa distratto e irrequieto. Invece di tenere gli avambracci
composti sui fianchi e una mano raccolta nell'altra sul petto - la sua posizione di ascolto -, discosta
le braccia dal corpo e comincia a ruotare le mani verso l'esterno. il segno che, secondo lui, sto
parlando a vanvera. Egli capisce, pi o meno come gli altri, cosa dico. Ma, a differenza degli altri,
cosciente di come parlo: percepisce se sento o meno quanto dico. Ci che resta di un discorso, pi
che la cosa detta, con che sentimento detta. Questo ha a che fare con la parresia e la plerophoria
di cui dice Paolo. Lo sanno bene i professionisti della menzogna: parlano con convinzione, come se
ci credessero, per indurre gli altri a crederci. Basta vedere i comizi
di certi politici. E la loro efficacia, soprattutto se hanno a disposizione i mass media.
2. Da vari anni vado in altri continenti per tenere campi scuola a catechisti. Ultimamente ero in
dubbio se andare. A parte la fatica di parlare una lingua non mia, mi vergognavo di non saper
comunicare bene ci che mi sta a cuore. E dicevo a un amico: Parla tu che conosci meglio la
lingua. La mia sorpresa fu quando qualcuno mi disse: Quando parli tu, capisco bene: parli come
noi, cio in modo semplice, elementare... e con errori.
3. Quando noi preti o professori leggiamo la Scrittura, in genere facciamo l'errore di spiegare. Noi
siamo chi sa e insegna, l'altro chi non sa e impara. Niente di pi errato. Il Vangelo non una teoria
da spiegare. racconto di realt semplici, testimonianza di esperienze che si desidera comunicare.
Al massimo possiamo evidenziare ci che ci ha toccato di un testo. Ma lo stesso testo pu toccare
altri in modo pi illuminante di quanto non abbia toccato noi. Semplicemente perch quel testo
presta voce a un'esperienza che hanno fatto meglio di noi.
4. Altro errore: quando predichiamo o proponiamo la Scrittura, applichiamo ci che diciamo ad
altri, invece che a noi stessi. La Parola un mezzo per convertire me, non un randello per colpire
l'altro. Se bastono gli ascoltatori, questi capiscono la lezione: usano la Parola per bastonare altri.
Cos la Parola non cambia nessuno, se non in peggio: strumentalizzata per criticare e giudicare
tutti, sentendosi soddisfatti di aver difeso la verit sacrosanta del Vangelo. l'uso apologetico e ...
diabolico della verit, fonte di lotte e
divisioni nelle comunit e tra le Chiese. Se invece applico la Parola a me, per convertirmi io, allora
possibile che l'ascoltatore sia invogliato a fare altrettanto.
Comunit di riconciliazione
Parola e comunit di riconciliazione

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La testimonianza della stessa parola, trasmessa dall'uno all'altro, mette in comunicazione e in


comunione le persone: forma la comunit che in quella testimonianza si riconosce.
La testimonianza del Vangelo, compimento della promessa dell'Antico Testamento, ha un fine
preciso: realizzare una comunit di persone riconciliate con se stesse, con gli uomini e con il creato,
perch riconciliate con Dio.
L'uomo, al di l dei progressi della tecnica, si sente perduto. La tecnica potenziamento di
possibilit, ma non salvezza. Se usata bene, pu curare malattie e migliorare condizioni di vita. Se
usata male, pu uccidere l'umanit e il suo ambiente. Ora, che da mezzo diventata fine, un
Moloch, che divora i suoi devoti.
Il nostro mondo sotto la dittatura della tecnologia: l'uomo sempre pi alienato da s, dagli altri e
dalla natura. La chiusura nell'io diventa solitudine infernale; l'altro, da bisogno fondamentale,
minaccia mortale; la natura stessa, grazie a noi, ci toglie aria e fa deserto intorno. L'uomo
relazione: rotte le relazioni, vuoto d'identit.
L'ascolto della Parola evangelica ci offre oggi la salvezza: Ecco ora il momento favorevole, ecco
ora il giorno della salvezza (2Cor 6,2). La salvezza presentata dal testimone e dai suoi compagni
in termini di riconciliazione con l'Altro, che diventa poi riconciliazione con s, con gli altri e con la
natura: Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio (2Cor 5,20b).
La Chiesa fatta di uomini e donne che si sono riconciliati con Dio come Padre; e, grazie a questo,
sono riconciliati con se stessi come figli, con gli altri come fratelli e con il creato come dono di
amore. Se viviamo da figli e da fratelli, anche il creato riscattato: non pi bottino da rubare, ma
eredit del Padre da condividere.
Riconciliazione con Dio
La riconciliazione con Dio intesa talora in modo perverso. Pensiamo di dover rabbonire un dio
arrabbiato per le nostre malefatte. Ma non potendo noi placare adeguatamente la sua maest,
infinitamente offesa, il Figlio crocifisso si offre come espiazione infinita, proporzionata alla dignit
infinita dell'offeso. Ma che dio uno che si placa e si sente soddisfatto dal sangue del figlio?
Sembra piuttosto un vampiro.
Idee di questo tipo, apparentemente pie, ma radicalmente perverse, trovano subito rispondenza nel
cuore dell'uomo: riflettono la falsa immagine di Dio, suggerita da Satana ai progenitori e
confermata da predicatori di tutte le religioni e confessioni all'interno di esse. Questa religiosit
naturale produce sudditanza e buone offerte monetarie per sedare sensi di colpa. Sar utile per
costruire nuove chiese, non certo per formare la Chiesa alla libert dei figli di Dio.
L'apostolo Paolo presenta la cosa in modo opposto. Il Figlio di
Dio non morto per placare il Padre, ma i suoi fratelli, arrabbiati contro il Padre. Fu ucciso dalle
persone religiose perch presentava un Dio il cui giudizio grazia, misericordia e perdono per tutti.
Non Dio che arrabbiato con l'uomo, ma l'uomo con Dio, ritenuto, per la menzogna di Satana
(Gen 3,1-5), suo antagonista mortale.
L'iniziativa della riconciliazione dovrebbe partire da chi ha offeso, non da chi stato offeso. la
riconciliazione cristiana invece parte da Dio, che supplica l'uomo di riconciliarsi con lui (cf 2Cor
5,18-21) - quasi fosse stato lui a fargli del male. Gi nell'Antico Testamento Dio chiede perdono al
suo popolo per averlo abbandonato, anche se in realt lui che stato abbandonato. Se ne addossa
dolore e colpa: come un fidanzato, che ha lasciato la fidanzata, promette che non lo far mai pi
(vedi lo splendido testo di Is 54,7-10).

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Perch Dio chiede perdono all'uomo del male che l'uomo fa? La risposta semplice. Primo, perch
pensiamo che i nostri mali siano punizione di Dio; e lui, gentilmente, si scusa. Secondo, perch,
realmente, chi ama sente il male che fa l'amato che non lo riama. Il male non lo porta chi lo fa, ma
chi, non facendolo, lo subisce. Per questo Dio, che . amore e non fa alcun male, porta su di s il
male che noi facciamo abbandonandolo.
Ges, il Figlio che vive lo stesso amore del Padre, ci rivela tutta la sua con-passione, diventando
l'agnello di Dio che porta il peccato del mondo (Gv 1,29): si carica dei nostri mali, sino a farsi
maledizione e peccato in nostro favore (Gal 3,13; 2Cor 5,21; 1Pt 2,24; cf Is 53,4-12).
Le minacce profetiche e i guai, che troviamo nella Bibbia, vanno letti come la minaccia di una
mamma che dice al figlio: Guai a te se finisci sotto un'automobile!. Al bambino, che non capisce
l'amore e teme il castigo, pare una minaccia. Ed anche efficace. Secondo Paolo questo il senso
della legge: tutela del minore non ancora giunto all'uso della ragione (cf Gal 3,19-29). L'ira di Dio
in realt sempre salvifica: il suo guai a voi! un ahim per voi: sente lui il nostro dolore, pi
che se fosse suo. La croce del Figlio veramente l'ahim! di Dio per il male del mondo.
Noi pensiamo che i nostri peccati offendano Dio; e noi ci riconciliamo con lui perch da nemico ci
diventi alleato. In realt vero il contrario: noi siamo nemici di Dio, perch pensiamo che lui ci sia
nemico. Ed egli ci riconcilia con s, rivelandoci quel tesoro che lui: tutto e solo amore verso di
noi, fino a dare la vita per noi, per noi che lo uccidiamo come nemico. Quando rifulge in noi questa
luce di Dio (cf 2Cor 4,6s), allora moriamo a noi stessi e viviamo non pi nell'egoismo, ma
nell'amore di colui che morto e risorto per noi (cf Rm 6,1-11; Gai 2,20).
Spinto dallo stesso amore che Cristo ha per noi (2Cor 5,14), Paolo si fa servo della nostra
riconciliazione con il Padre. Dio non ci imputa i nostri peccati: se ne fa carico lui stesso. Nel Figlio,
il Giusto trattato da peccato in nostro favore, vediamo che la sua giustizia il suo amore
incondizionato di Padre verso di noi suoi figli (cf 2Cor 5,21). Liberi cos dalla falsa immagine di
lui, origine di ogni male, diventiamo noi stessi giustizia di Dio. .
Il ministero di riconciliazione la sdemonizzazione di Dio. Rende giustizia a lui, riconoscendogli
ci che suo: il suo amore infinito per tutti e per ciascuno. E giustifica (fa giusti) noi, che
accogliamo il suo amore e viviamo finalmente la nostra verit di figli e fratelli.
Riconciliazione con gli uomini
La rottura con il Padre comporta quella con i fratelli. Rifiutare Dio come Padre uccide la fraternit
tra gli uomini (Gen 3-4). Quando si tenta di farla rivivere senza il Padre, un' ideologia. E la storia
insegna come le ideologie, anche le migliori, siano pi devastanti delle peggiori guerre.
La riconciliazione con il Padre si realizza nella riconciliazione con i fratelli. La Parola del Vangelo,
riconciliando ci con il Padre comune, fa di noi un'unica famiglia aperta a tutti, cominciando dagli
esclusi. Una comunit unita, nel rispetto delle differenze, testimonianza credibile del Padre
comune. La credibilit di Dio come Padre affidata alla trasparenza della nostra fraternit (cf Gv
17,20-23).
Una Chiesa lacerata, divisa da altre Chiese, nega la sua essenza: non testimone dell'amore del
Padre e del Figlio. Chiunque conosce la giustizia di Dio Padre, ha verso i fratelli lo stesso amore
del Figlio. L'altro non nemico da odiare, ma fratello da amare.
Ma anche una Chiesa unita all'interno, se si oppone al mondo e non resta aperta a tutti, non ha gli
stessi sentimenti che furono in Cristo Ges (Fil 2,5): non ha l'amore del Padre, che tanto ha amato
il mondo da dare il suo Figlio per salvarlo (Gv 3,16). una cittadella assediata (vedi J.
Delumeau, La paura in Occidente: secoli XIV-XVIII, la citt assediata, Torino 1983): una setta,
non una comunit con lo Spirito di Cristo.

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Senza dilungarmi sulla necessaria apertura a tutti, a scopo illustrativo presento una proposta di
Nicola Cusano. Godendo di stima universale, sia in occidente che in oriente, il papa l'aveva
incaricato di preparare una crociata contro i Turchi. In risposta egli scrisse nel 1453, come gi detto,
il sublime trattato De pace fidei. In esso Dio Padre propone un dialogo per mettere d'accordo gli
uomini di tutte le religioni, perch, invece di ammazzarsi come nemici, si accolgano come figli suoi
e fratelli tra di loro. Tra le tante intuizioni, ne riporto una: invece di costringere altri al battesimo,
propone a cristiani adulti, per i quali basta il battesimo di desiderio, di farsi circoncidere in segno di
fraternit con ebrei o musulmani. Sarebbe bello vedere cristiani, anche vescovi e cardinali, almeno
quanti si ritengono saldi nella fede, farsi circoncidere. Il cristianesimo non si diffonde n si difende
con le crociate. Neanche con quella culturale, oggi di moda, che rischia di farci perdere !'identit
per darci una rilevanza, che tutta e solo mondana.
Anche noi facciamo come tutti: usiamo come mezzo ci che Ges rifiut come tentazione.
Lodevole, anche se con scarso risultato, l'impegno di Giovanni Paolo II per evitare, o almeno
demistificare, le ultime crociate contro l'asse del male.
Mentre l'idolo grande, tremendo e affascinante (Dan 2,31), come il sacro descritto da Rudolf
Otto (Das Heilige, 1917), il segno del nostro Dio, Signore e Salvatore, l'essere piccolo, tremante e
fasciato, adagiato in una mangiatoia, pasto per animali. Cos annunciano gli angeli ai pastori di
Betlemme (Lc 2,11s). C' un dio che va difeso anche uccidendo, se necessario. Questo dio
proiezione e giustificazione ideologica della violenza dell'uomo. Un dio che non rispetta l'uomo,
anche se va contro Dio, non va rispettato: si chiama Satana.
L'esperienza cristiana per tutti. Testimonia semplicemente la verit di ci che ognuno desidera:
essere amato senza condizioni. Altrimenti non pu amare n s n l'altro da s. Essere amati la
sete che abbiamo, la felicit che tutti cerchiamo. Se non la troviamo, ci sentiamo non-uomini,
frustrati nel nostro desiderio pi profondo, defraudati della nostra essenza.
Il cristianesimo per tutti perch non propone leggi o dogmi, decreti o decretini: propone l'amore,
salvezza dell'umanit dell'uomo. E di Dio stesso, che diversamente continua a essere crocifisso. Da
noi, per primi.
Riconciliazione con s
L'uomo, diviso dal Padre e dai fratelli, alienato dalla sua essenza di figlio. Non sentendosi amato
da nessuno, non ama n s n altri. Senza relazioni nessuno: ha perso la propria identit. Come
Adamo, si nasconde con vergogna di s e della sua nudit. Il suo limite non pi luogo di
comunione, amore ricevuto e corrisposto, vita accolta e donata. vissuto come privazione indebita,
ferita da
, cui perde sangue, luogo da coprire e difendere, per non essere attaccato e poter attaccare -la
miglior difesa l'attacco. Diventa lotta la relazione maschio e femmina, pena il nascere e pena il
morire, un unico vasto deserto il tempo tra l'accendersi e lo spegnersi della vita (Gen 3,16-24).
L'uomo, staccato dal suo principio e fine, sotto il segno della paura della morte, che lo tiene
schiavo per tutta la vita (Eb 2,14s): desiderio di vita e coscienza di morte, si aggrappa alla vita
biologica, che inevitabilmente perde. Noi non potremmo andare a fondo nell'acqua: pesiamo di
meno. Anneghiamo perch usiamo la nostra forza... per annegare. Il male viene dal nostro agitarci,
nel vano tentativo di salvarci dall'inevitabile: Tornerai alla terra, perch da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere ritornerai (Gen 3,19).
Male non la morte, ma la paura che ne abbiamo. Morire non la temuta fine di tutto, ma il fine del
cammino: il ritorno a casa, l da dove siamo partiti. Nostro destino non la solitudine, ma la
compagnia con Colui che ci ama di amore eterno (Ger 31,3).

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Nessuno pi perso di chi non sa da dove viene e verso dove va. Soprattutto se, dove si trova, non
pu stare, perch minacciato, dietro e davanti, dall'ignoto. La condizione dell'uomo come quella di
Barabba. Bar-abba, che significa figlio del Padre: il nome che si dava ai figli di nessuno.
Barabba, ribelle e omicida, si trova gettato in carcere, in attesa di ricevere la morte che aveva inferto
ad altri. Ges, Figlio del Padre e fratello di tutti - per volont del popolo e dei capi - prende il posto
di Barabba, figlio di nessuno e fratello di nessuno. E questi diventa libero, figlio del Padre (Mc
15,6-15; cf Mt 27,16-26, Lc 23,17-23). la grazia pasquale che tocca ogni uomo, anche chi ancora
non lo sa - e quanto importante che lo sappia, perch uno vive secondo la coscienza che ha di s!
Barabba immagine di ciascuno di noi, amato dal Figlio e dal Padre di un amore pi forte della
morte. Solo cos siamo liberi di amare noi stessi, Dio e il prossimo. Ama l'altro chi ama se stesso e
ama se stesso chi amato (cf Lc 10,25-37): il male radicale dell'uomo non sentirsi degno di un
amore infinito.e gratuito, suo bisogno primo per vivere con gioia e libert.
Riconciliazione con la natura
La rottura con il Padre implica, oltre alla rottura con s e con gli altri, anche quella con la natura. La
terra da giardino diventa deserto, pieno di spine e cardi (Gen 3,17-19). Prima era benedizione, dono
del Padre da coltivare e conservare in condivisione con i fratelli. Ora oggetto di rapina e contesa
con gli altri. L'avere in propriet, invece che in dono, fonte di morte: nega l'amore, principio di
vita.
L'idolo ha sostituito Dio. Quando l'uomo pone come suo fine possedere la terra, la terra comincia
a possederlo. Invece di servirsene per vivere da figlio e fratello, la serve come padrona: diventa
propriet di ci che ha in propriet!
La terra, che prima dava vita in abbondanza, ora la succhia con avidit. E l'uomo, invece di
coltivarla e custodirla, comincia a violentarla e distruggerla. Non il diritto di propriet ius utendi
et abutendi, diritto di uso e abuso?
Se prima bisognava difenderci dalla natura, oggi bisogna difenderla da noi. Grazie al sapere,
abbiamo il potere di distruggerla migliaia di volte. Quanto 'scrive l'Apocalisse dopo l'apertura del
settimo sigillo, pare la cronaca di quanto abbiamo sotto gli occhi (cf Ap 8-9). Anche senza leggere i
giornali, basta abitare in una citt normale per capire l'improbabile futuro della vita. La natura
devastata, ridotta a campo di battaglia, dove si lotta su tutto e contro tutti. L' ps eh' in gura st
sla tra!
Quando (ma quando!?) l'uomo si riconcilier con Dio, con se stesso e con gli altri, ci saranno cieli e
terra nuova, dove trionfer amore e vita (Ap 21,lss). Quando la saggezza del Signore riempir il
paese come le acque riempiono il mare (Is 11,9b), allora il lupo dimorer insieme con l'agnello; la
pantera si sdraier accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li
guider. La mucca e l'orsa pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si
ciber di paglia come il bue. Il lattante si trastuller sulla buca dell'aspide; il bambino metter la
mano nel covo di serpenti velenosh> (Is 11,6-8).
Il giardino delle origini (Gen 2,lss) torner sulla terra quando scender dal cielo la citt di Dio (Ap
21,2-22,5). E la citt di Dio scender dal cielo quando, grazie all'ascolto della Parola, qui sulla terra
cambieranno le nostre relazioni con l'Altro, con gli altri e con le cose.
La visione finale dell'Apocalisse non l'Eden, ma qualcosa di pi: la citt di Dio. L'uomo di sua
natura relazione: animale civile, zoon politikon. Il paradiso, giardino incontaminato dell'infanzia,
sar la citt dove non si vive pi da lupi: riconosceremo l'altro come fratello, vedendo in lui il volto
del Padre. Allora la terra, da inferno dove domina la sete di avere, di potere e di apparire, sar il
paradiso del dono, del servizio e dell'amore reciproco.

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Libert
L'uomo bisogno di amore. Di amore senza condizioni, altrimenti non amore. Fino a quando non
lo trova, non libero. Come un assetato, lo cerca e mendica ovunque ne scorga una goccia. Quando
lo incontra, soddisfatto: diventa se stesso, libero di amare s e gli altri. Per questo la comunit,
scaturita dalla parolatestimonianza d'amore, luogo di libert. Dove non c' libert, non c'
comunit di amore: c' una massa di schiavi.
Se dimorate nella mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verit e la verit vi
liberer (Gv 8,31s). Se facciamo della Parola di Ges la nostra dimora, impariamo ad essere come
lui. Lui il fratello che ci ama con lo stesso amore del Padre: Come il Padre ha amato me, cos
anch'io ho amato voi (Gv 15,9). Da lui apprendiamo la nostra verit: siamo figli, amati come lui
dal Padre: Li hai amati come hai amato me (Gv 17,23). La verit dell'amore ci fa sempre pi
liberi. In latino liberi sono chiamati i figli, quelli che godono dell'amore dei beni del padre.
Gli altri sono schiavi: fanno parte della famiglia solo come propriet del padrone.
L'amore rende liberi. Cristo ci ha liberati perch restassimo liberi; state dunque saldi e non
lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavit (Gal 5,1), dice Paolo ai cristiani di Galazia.
responsabilizzante e difficile essere liberi. pi tranquillizzante e facile sottostare a delle norme,
osservate le quali uno si sente a posto, con la salvezza in tasca. Da qui il fascino della legge, che pi
schiavizza, pi rassicurante. sempre alla porta la tentazione di diventare schiavi della legge
invece che liberi di amare come siamo amati da Dio (cf Lc 7,36-50). Mediamente i buoni cristiani
sono come Giona, il profeta arrabbiato e depresso perch Dio buono con i peccatori (cf Gn 4,1ss);
o come il fratello maggiore adirato con il padre che accoglie il minore (Lc 15,3-2). Per questo i
pubblicani e le prostitute ci passano avanti nel regno di Dio (Mt 27,31).
Voi, fratelli, siete stati chiamati a libert, dice ancora Paolo. Purch questa libert non divenga
un pretesto per vivere secondo la carne, ossia nell'egoismo, ma mediante l'amore siate a servizio
gli uni degli altri (Gai 5,13). La libert cristiana non quella del libertino: obbediente al capriccio
del suo piacere, schiavo dell'egoismo pi banale, l'edonismo. Non neppure quella dello stoico:
obbediente al compimento del suo dovere, schiavo dell'egoismo pi cieco, il legalismo. La libert
cristiana, distintivo di chi amato e ama, consiste nell'appartenere l'uno all'altro nel reciproco
amore: il mio essere essere-di-te, come il tuo essere essere-di-me. Questa la libert sovrana
dell'amore, unica legge a se stessa. Il nostro Dio rispetta la libert dell'uomo, anche quando
schiava
dell'egoismo. La rispetta comunque, anche se arriva a ribellione e bestemmia. Non si difende
dall'edonista che si ribella, n toglie la vita al legalista che lo bestemmia. Anzi: se accoglie il figlio
minore, esce in cerca del maggiore che lo nega come padre (Lc 15,11ss). Arriva a dare la vita a chi
gliela toglie. Ama ogni uomo come figlio. Solo cos, anche chi non lo ama e lo rinnega, presto o
tardi, avr la libert di amarlo.
Quanto poco rispetto della libert c' nelle chiese! Per tacere di gruppi cristiani, dove il plagio
sistema. La nostra epoca ha fatto della libert il suo stendardo. Sta a noi viverla in trasparenza e
positivit, invece di lamentarci delle sue ambiguit, che non sono poche.
Altissima la posta in gioco della libert: senza di essa non c' amore, e quindi nessun bene. Per
questo il bene pi insidiato. Non tratto a lungo di questo argomento: l'ho svolto come tema di
fondo nel mio libretto Elogio del nostro tempo. Per ignoranza e pigrizia, cito me stesso. Chiedo
scusa, ma sar l'ultima volta.
Compassione
La nostra libert quella di amare. Caratteristica fondamentale dell'amore la compassione. La
parola greca corrispondente, pi simpatica, suona sympatheia. La compassione non fa alcuna

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azione. appunto con-passione, patire-con l'altro: sentire ci che lui sente, percepirlo come se
stesso, nel bene e nel male.
L'azione che non nasce da compassione, non amore, ma oppressione. L'amare, come il capire che
ne consegue, sempre un patire l'altro da s. passione, che muove il cuore in due direzioni:
porta l'altro dentro di me e me fuori da me stesso, nell'altro. Fa dimorare l'altro in me e me nell'altro,
nel duplice o unico, come lo Spirito! - moto di instasi ed estasi. Moto vitale, quando reciproco;
caduta abissale, quando l'altra parte non accoglie l'estasi.
Dove finisce l'azione, anche quella originata dalla compassione, rimane ancora la compassione.
l'unica forza capace di superare la soglia ultima della solitudine: pi forte della morte l'amore, pi
tenace degli inferi la passione (cf Ct 8,6). L'uomo diventa umano davanti al limite estremo
dell'altro, specchio del suo. Per lui non pu far altro che sentirsi come lui, limitato e mortale. Invece
di rimuovere la coscienza del destino comune, lo riconosce fratello, uguale a lui. Ha compassione
ed solidale con lui: humandus, da inumare, come lui. Umano (da humus, terra) imparentato
con il latino humandus. Per la con-passione ogni male, anche l'estremo, non pi separazione, ma
luogo di umanit, comunione riconosciuta nell'unica eredit di tutti.
Quando Dio fece l'universo, vide che era buono; e l'uomo molto buono (Gen 1,31). Ma nella
creazione c' un male, antecedente a ogni peccato, che si radica nel nostro limite. Questo di per s
non un male, ma la condizione per esistere; tuttavia, se non c' alcuno che lo condivide, diventa il
grande male, origine di ogni altro: la solitudine. Essere senza nessuno, di nessuno e per nessuno,
essere nessuno: non essere.
Per questo, quando Dio vide che Adamo era solo, disse: Non buono per l'uomo essere solo!
(Gen 2,18). Infatti, pur conoscendo tutto e avendo potere su tutto, dorme: morto, perch senza
relazione. Allora dal suo fianco Dio fa nascere la donna. Anche l'uomo pu generare. La vita infatti
amore: uno nasce e vive solo se amato e ama. Ognuno generato dall'amore dell'altro - nasce
dalla ferita del suo cuore - ed in grado di amare solo se amato. Questo essere amato e riamare
la nascita dall'alto, diversa da quella animale, che dal basso, dalla carne (cf Gv 3,1ss).
Adamo si risveglia alla vita quando da lui tratta la donna: la nascita dell'amore, finalmente
possibile perch c' l'altra da lui che per lui come lui per lei. Ed esplode nella Bibbia la prima
parola d'uomo, rivolta a chi come lui: il grido di gioia e di riconoscimento di s nell'altra da lui
che. una con lui (Gen 2,23).
Il limite strutturale maschio-femmina, insufficienza a s e per fare altro da s, diventa immagine e
somiglianza di Dio (cf Gen 1,27): alterit e identit d'amore reciproco, accoglienza e dono
scambiato, fecondit di gioia e vita.
Non le mie doti mi rendono simile a Dio. Sono infatti limitate:
un po' di pieno, circondato da infinito vuoto, e anche quel po' di .pieno pieno di buchi. Ci che mi
rende simile a lui sono i miei limiti, vissuti come luogo di compassione e comunione reciproca.
Dove non c' reciprocit, c' un Dio e un uomo dimezzato: amore crocifisso, non ancora risorto. Chi
ama pu vivere solo se e dove amato.
Comunione
Cattolicit e comunione nella diversit
La parola vera come il sole e la pioggia: fa germogliare ogni seme per quello che . Il grano sar
grano e il radicchio radicchio; crescer il fiordaliso e il papavero, la rosa e il pruno, come ogni altro
seme, secondo la sua specie.

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La parola falsa invece non rispetta le differenze: crea teste di rapa, talora anche rapate, tutte uguali,
che, senza pensare, agiscono allo stesso modo. La tendenza generale, con l'invasiva onnipotenza dei
mass media, va nel senso di un'omologazione sempre maggiore, con la soppressione delle
differenze. Il mezzo primo il bombardamento di immagini e slogan; segue poi l'emanazione di
normative e leggi. Risultato finale il dominio di un'unica ideologia vuota: l'ideologia del controllo.
la cifra della bestia, il 666 impresso sulla fronte e sulla mano, che esclude dal mercato della vita
chi si sottrae al suo marchio. Oggi trasparente il messaggio di Apocalisse 13,1ss.
Anche all'interno delle Chiese la situazione non allegra. Questo non per criticare, ma per non
cadere nella trappola. Il sentire in ecclesia (non, come erroneamente si dice, sentire cum
ecclesia, che un sentire piuttosto esterno alla Chiesa) raccomandato da Ignazio di Loyola, non
significa essere papa-boy o gridare sempre e comunque: Viva il papa, sottintendendo: Dire cos
la miglior copertura per fare quello voglio io. necessario sentire in ecclesia per poterla
efficacemente aiutare a convertirsi, perch sia sempre pi in grado di sentire in Christo.
Dovremmo anzi, pi profondamente, sentire ecclesiam e sentire Christum - il cui intento che
noi abbiamo il suo stesso sentire mundum, con la medesima compassione del Padre per ogni
uomo perduto (cf Gv 3,16).
La lex orandi lex credendi. Nella Preghiera Eucaristica II! leggiamo cos: Conferma nella fede e
nell'amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il tuo servo e nostro papa. . ., il nostro vescovo. .., il
collegio episcopale, tutto il clero e il popolo. Si prega sempre per ci che manca. Pregare ha la
stessa radice di precario: indica qualcosa che non possiamo avere in proprio e che otteniamo solo
dalla grazia dell'altro. Questo significa che quanti apparteniamo alla Chiesa, dal papa al semplice
credente, dobbiamo sempre pregare per ottenere la fede e l'amore del Figlio, per sentire in
Christo. Dobbiamo infatti avere in noi gli stessi sentimenti che furono in Ges Cristo (leggi Fil
2,5-11). Questo sentire proprio di Ges non mai un possesso: rimane per noi sempre un dono,
precario e frutto di preghiera. Quando pretendiamo di possederlo, ne distruggiamo la radice: non
pi dono.
Solo la Parola pu costruire la Chiesa come cattolica. Cattolico, da kata-holon, significa secondo
la. totalit: indica un'interezza che abbraccia le diverse parti. Se manca una parte, non ancora
raggiunta la cattolicit. La Chiesa non panica od olica, che mangia tutto e tutti, espellendo
ci che non riesce a digerire. L'unione non si fa mangiando o vomitando l'altro, ma amandolo e
accettandolo per quello che .
La Chiesa cattolica in senso dinamico, in quanto tende ad accogliere nell'unit d'amore ogni
diversit. Siamo discepoli del Figlio, se impariamo da lui ad accogliere i fratelli e a essere uno tra
noi come lui e il Padre (Gv 17, 20-23), nell'unico amore, principio e accoglienza di alterit.
Nella Chiesa cattolica le tendenze anticattoliche sono forti. Sono proprio quelle che pretendono di
esibire l'identit cristiana pi forte. il pericolo in cui cadono quei difensori della cultura
cristiana che riducono il cristianesimo a una monocultura, a una setta di quanti si credono gi e da
soli cattolici. Il che un ossimoro. Padre Thomas Beck, mio caro amico convertito dall'ebraismo,
consigliava a preti, a religiosi e a chi ha responsabilit nella Chiesa, di leggere una volta alla
settimana la Lettera ai Galati per uscire costantemente dall'inevitabile fariseismo.
La comunit che nasce dalla Parola di Dio, a differenza di quella dei vari guru cristiani, non
omologazione di adepti n omogeneizzazione di cervelli e cuori. Neppure con-fusione di tutti in
uno, ovviamente divisi da altri che si omologano, omogeneizzano e confondono diversamente.
comprensibile che un movimento abbia un linguaggio comune all'interno. Ma diabolico
quando regna un linguaggio fisso, quello del capo, e gli altri sono replicanti. La mancanza di libert
interna diventa fanatismo e divisione dagli altri. Un siffatto movimento non cristiano: non ha lo

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Spirito del Figlio. Anche se si professa cristiano, anzi il pi cristiano, quello veramente degno di
tale nome: gli altri solo per ignoranza, errore o cattiveria, sono diversi. facile che si trovi questa
mentalit settaria, cos estranea alle prime comunit, anche se piccole (splendido l'universalismo
delle comunit paoline!), soprattutto presso le comunit pi grandi: pensano di essere universali
perch sono in tanti che pensano allo stesso modo.
Se maggioranza equivale a verit, oggi le stupidit diffuse dai mass media sarebbero pi vere di
Dio. Stalin, Mussolini, Hitler avrebbero avuto ragione... come ancora si tende a dar ragione ai loro
attuali successori.
Per, anche se prima di Keplero tutti ritenevano che il sole girasse attorno alla terra, non per questo
era vero. E non diventato vero neppure se, ancora per secoli dopo, i teologi furono costretti ad
affermarlo, anche se non ci credevano - come il geniale Gerolamo Saccheri S.J., che apr il campo
alle geometrie non euclidee. In nessuna epoca - passata, presente e futura - si scherza impunemente
con il fuoco dei roghi o con la stupidit di chi vorrebbe accenderli.
Omologare e omogeneizzare come mettere l'altro nel frullatore e berselo. Su questa via non si fa
comunit. Non c' unione con l'altro, ma antropofagia per assimilarlo a s, o antropoemia per
vomitarlo se indigeribile. Ogni confusione/assimilazione e ogni divisione/espulsione morte. Morte
di chi incapace di amare l'altro; e morte dell'altro, non amato ed escluso dalla vita - moralmente
quando anche non fisicamente.
La vita intesa come amore, unica vita possibile, comunione nella diversit e nella distinzione, che
evita ogni assimilazione/ confusione e ogni divisione. Se vedo una testa assimilata e confusa con i
piedi, significa che una macina da mulino caduta sopra qualcuno. Se vedo una testa divisa dal
corpo, capisco che qualcuno l'ha tagliata. Il vivente ha parti diverse e distinte, non uguali e non
confuse; che per non sono divise, ma unite tra loro organicamente.
La Parola suscita persone che liberamente entrano in comunione tra loro mediante l'amore. E
l'amore non sopprime, ma presuppone l'altro. Anzi crea l'identit nell'alterit: accettando l'altro da
me, faccio vivere lui e nasco io con la mia identit nella mia alterit da lui.
La comunit che nasce dall'amore quindi non mai omologazione, omogeneizzazione o confusione
delle persone che la compongono. E, come ogni persona diversa dall'altra, cos ogni comunit
diversa dall'altra.
Una Chiesa cattolica nella misura in cui accetta le Chiese sorelle, costituendo la Chiesa che
una nell'amore. Ogni persona, come ogni singola comunit e Chiesa, un dono per l'altra ed
diversa dall'altra. Ognuna particolare manifestazione dell'infinita Differenza, principio e fine di
ciascuno e di tutti. Ogni singolo credente, come ogni comunit e ogni Chiesa cristiana, deve
mantenere l'apertura all'altro. Se esclude uno, esclude il suo Signore, il Primo che ultimo di tutti,
l'eterno Altro che nonaltro da ogni altro.
Diversit di carismi a servizio reciproco
Al suo interno ogni comunit ricca di differenze - pi ce n', meglio -, messe a servizio l'una
dell'altra, come diverse membra dell'unico corpo. Ci che le unifica, rispettandole e valorizzandole,
l'amore. Circa la valorizzazione dei doni particolari per il bene di tutti, vedi quanto Paolo scrive in
1Cor 12,1ss. Circa il valore del dono comune a tutti, che crea comunione e vita eterna per ciascuno,
vedi l'inno all'amore in 1Cor 13,1ss.
L'unione nell'amore non pu mai essere un tentativo di dominio sull'altro. Chi ha funzione di guida,
non faccia come i capi di questo mondo, che comandano e spadroneggiano: sia ultimo e servo di
tutti (Lc 22,24-27). Non sopra nessuno, ma a servizio di tutti. Come la guida di montagna, ponga
s e la sua competenza a servizio degli altri, perch possano raggiungere la meta.

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Il principio di comunione, non di dominio, regola il rapporto tra laici e preti, preti e vescovo,
vescovi e vescovo di Roma, vescovo di Roma e vescovi di Chiese sorelle. E il principio, dove c'
comunione, non l'ubi maior minor cessat, ma l'ubi minor maior cessato Al centro della sua
comunit Ges ha posto il piccolo, come criterio di vera grandezza, anzi come condizione per
entrare nel regno (Mt 18,1-4). Questa la gerarchia del regno di Dio.
Ogni uomo che conosce la Parola, battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo,
consacrato sacerdote, re e profeta. Sacerdote perch in comunione con Dio Padre come figlio nel
Figlio; re perch libero e sovrano, a immagine del Padre; profeta perch, nello Spirito, conosce e
testimonia la verit, che l'amore tra Padre e Figlio. Ogni altro dono o autorit nella Chiesa non ha
ragion di fine, ma di mezzo: un ministero, ossia un servizio per aiutare ciascuno a crescere come
sacerdote, re e profeta. Autorit deriva dal latino augeo, che significa crescere. Non so quanti
preti, pastori e profeti, a tutti i livelli, ritengono che il loro ministero sia a servizio del sacerdozio,
della regalit e della profezia comune del credente.
La comunione all'interno della Chiesa e delle varie Chiese tra di loro principio e fine di ogni
azione pastorale. Una Chiesa divisa dentro di s o divisa da altre, mortalmente ferita. Nel suo
testamento, prima di essere preso e ucciso, Ges prega il Padre per i suoi discepoli, perch siano
uno nell'amore, come lui e il Padre. La sua preghiera non solo per i discepoli presenti, ma
estesa a quelli futuri: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola
crederanno in me; perch tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano
anch'essi in noi una cosa sola, perch il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai
dato a me, io l 'ho data a loro, perch siano come noi una cosa sola. lo in loro e tu in me, perch
siano perfetti nell'unit e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come ami me (Gv
17,20-23).
Queste parole non hanno bisogno di commento. Basta l'evidenziazione del corsivo. Dovrebbe essere
il programma pastorale di ogni Chiesa, di ogni vescovo, di ogni prete e di ogni discepolo di Ges.
Ci che impedisce al mondo di credere in Dio come Padre, sono le divisioni nelle e tra le comunit
cristiane.
Solo l'amore fraterno, ospitalit aperta a ciascuno e a tutti nel rispetto dell'alterit di ognuno, pu
testimoniare agli uomini che Dio Padre. Il destino del mondo dipende dal nostro essere uno
nell'amore reciproco. Questa la realizzazione di Dio nel mondo e del mondo in Dio: l'amore, che
da sempre lui , diventa anche vita nostra.
E la via per giungere a questo stare di casa nella parola del Figlio e diventare suoi discepoli. Cos
conosciamo la verit che ci fa liberi (Gv 8,31s), figli del Padre e fratelli di tutti. Sperimentiamo
infatti che vero quanto Ges ha detto: Li hai amati come ami me (Gv 17,23).
Conclusione
Quanto di bello e buono c' al mondo - innanzi tutto le relazioni che fanno del nostro limite un
luogo di comunione, rendendo ci simili al Dio amore -, viene dalla fiducia nella testimonianza
altrui, quando ben riposta. Ci porta infatti a vivere la stessa esperienza che l'altro propone.
Concludo con il Vangelo di Giovanni. L'autore del quarto Vangelo, cosciente di essere l'ultimo
testimone oculare di Ges, elabora il concetto di testimonianza scritta, che rende l'esperienza di uno
fruibile per altri e per sempre. Suo tema fondamentale la testimonianza del Figlio che comunica ai
fratelli l'amore del Padre.
Ges il primo testimone di quanto Dio abbia amato il mondo (cf Gv 3,16): il Padre ama noi come
ama lui (Gv 17,23) e noi vediamo questo amore in lui, che ama noi come il Padre ama lui (Gv 15,9).

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L'autore del Vangelo, identificabile nel discepolo che Ges amava, il secondo testimone. Egli
l'anello che aggancia tutti e ciascuno al primo testimone: ha visto e accolto l'amore di Ges, che lo
stesso del Padre per lui, e lo testimonia a noi perch anche noi possiamo farne esperienza. La parola
del Vangelo la sua testimonianza, sempre disponibile a chiunque l'ascolta. Quando sulla croce
tutto compiuto (Gv 19,30) e dal costato trafitto esce sangue e acqua (Gv 19,34), l'autore dice ai
lettori che lui ha visto e ne d testimonianza, e la sua testimonianza vera: egli sa che dice il vero
perch anche voi crediate (Gv 19,35). E cos conclude il libro, dirigendosi ancora al voi dei
lettori: Questi [segni] sono stati scritti affinch crediate che Ges il Cristo il Figlio di Dio e
affinch credendo abbiate vita nel suo nome (Gv 20,30s).
La comunit, che ha accolto la testimonianza del secondo testimone, il terzo testimone, che
trasmette a noi il libro del Vangelo. Nell'epilogo aggiunge la propria testimonianza in prima persona
plurale, dicendo dell'evangelista: Questi il discepolo che testimonia su queste cose e scrive
queste cose. E sappiamo che la sua testimonianza vera (Gv 21,24). La prima comunit che ha
ascoltato il Vangelo, il voi al quale l'autore si rivolge, diventa ora il noi di chi ha fatto in prima
persona l'esperienza narrata e la trasmette ad altri, testimoniandone la verit.
Noi, attuali lettori, attraverso testimonianze successive, riceviamo lo stesso unico Vangelo. Grazie
alla medesima Parola, facciamo la medesima esperienza e possiamo aggiungere la nostra
testimonianza dicendo: E sappiamo pure noi che vero quanto ci stato testimoniato. Per questo
trasmettiamo il Vangelo ad altri, testimoniandone la verit con la vita.
Fin dall'inizio il Vangelo di Giovanni una catena di testimonianze su Ges: il Battista, il primo che
lo riconosce, testimonia di lui e lo addita a due suoi discepoli. Questi, a loro volta, fanno esperienza
che la sua testimonianza vera e la trasmettono ad altri (Gv 1,19-51).
Analoga, come gi accennato, la testimonianza della Samaritana agli abitanti di Sicar. Essi, alla
sua parola, vanno da Ges e, dopo averlo incontrato, dicono alla donna: Non pi per le tue parole
che noi crediamo, ma perch noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi veramente il
Salvatore del mondo (Gv 4,42).
Fondante, come gi detto, la testimonianza del discepolo che sta ai piedi della croce, quello che
Ges amava: egli, testimone della ferita del suo cuore (cf Gv 19,34s), fissa l'occhio l da dove tutti
nasciamo. Ognuno viene da un altro: nessuno si fatto da s. Sempre siamo generati all'amore da
altro amore, a libert da altra libert.
A questa luce comprendiamo l'esordio della Prima Lettera di Giovanni: Ci che era fin dal
principio, ci che noi abbiamo udito, ci che noi abbiamo visto con i nostri occhi, ci che noi
abbiamo contemplato e ci che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poich la vita
si fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ci rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita
eterna, che era presso il Padre e si resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo
annunziamo anche a voi, perch anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione col
Padre e col Figlio suo Ges Cristo. Queste cose vi scriviamo, perch la nostra gioia sia perfetta
(1Gv 1,1-4).
Postfazione
Se il prologo di Giovanni dice cosa accade a chi legge il Vangelo - in lui la Parola si fa carne e si
rivela la Gloria (Gv 1,14) -, la postfazione di Luca racconta, nei due di Emmaus (cf Lc 24,13ss),
cosa accaduto a chi ha letto il Vangelo.
Il Vangelo narra singoli miracoli, in cui Ges d all'uomo piedi, occhi, orecchi e bocca efficienti.
Ma i miracoli sono tutti parziali e transitori: dopo qualche decennio i piedi dei miracolati si

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arresteranno, i loro occhi diverranno ciechi, gli orecchi sordi e la bocca muta. Anche per il pane si
prodigato solo un paio di volte, lasciando poi che la fame continuasse a prosperare nel mondo. I
pochi morti risuscitati, a loro volta, dovranno morire una seconda volta - come non bastasse una
sola. Non a caso Ges ha osato fare questo solo con un amico, e per amore delle sue sorelle, oltre
che con un ragazzo e una ragazza ancora in credito con la vita.
I miracoli infatti sono segni di qualcos'altro, totale e definitivo, che accade nel lettore. Nel racconto
dei due di Emmaus vediamo il grande miracolo di cui gli altri sono segni. La parola dell'eterno
Pellegrino, che accompagna le fughe dei fratelli, trasforma la loro vita: li fa passare dalla disperanza
alla speranza, dalla tristezza alla gioia, dalla solitudine alla consolazione. In breve: li fa passare
dalla morte alla vita. Ascoltando lo sconosciuto che spiega attraverso le Scritture il mistero della
croce, il loro cuore comincia ad ardere. Il loro andarsene, pieni di delusione, diventa desiderio che
Ges dimori con loro. Prima avevano piedi per fuggire, occhi per non vedere, bocca per litigare,
volto senza luce, testa senza cervello e cuore bradicardico: erano morti come i loro idoli morti. Ora
il loro cuore ha ripreso a pulsare, la testa a capire, il volto a illuminarsi, la bocca a comunicare, gli
occhi a vedere, i piedi a tornare verso casa. Sono uomini rifatti dalla Parola, nuovi dalla testa ai
piedi, partendo dal cuore: sono a immagine e somiglianza del Figlio. Ges diventa invisibile (Lc
24,31), ma senza sparire, come dicono traduzioni errate: il suo volto ormai il loro volto, riflesso
del Volto.
Questo racconto la sintesi finale del cammino proposto da Luca. Il suo Vangelo ispirato perch
anche al lettore, che si lasciato coinvolgere, successo come ai due di Emmaus. Anche in lui
avviene, passo dopo passo, la trasformazione che il Vangelo racconta dei due discepoli.
La Parola opera sempre ci che leggiamo dal primo capitolo della Bibbia al prologo dell'ultimo
Vangelo: Dio con la Parola crea e ricrea tutto, facendo dell'uomo, unica creatura in grado di
ascoltare, il depositario della sua stessa parola. Egli non solo suo portavoce e plenipotenziario, ma
suo partner, capace di dialogare con lui, dando compimento alla creazione stessa. Attraverso la
Parola, ascoltata e detta, responsabile di portare tutto in Dio e Dio in tutto.
Noi, fratelli del Figlio, nella forza del suo Spirito, continuiamo a fare e dire quanto lui ha principiato
a fare e dire. Fino al suo ritorno, che avviene ormai con i nostri piedi: nel nostro ritorno a lui
avviene il suo ritorno a noi. Il compimento sar quando tutti saremo tornati a lui.
Appendice
Cammino catechetico del Vangelo di Marco
Riporto, a mo' di esempio e per utilit pratica, una sintesi del cammino catechetico proposto dal
Vangelo di Marco. (Per i vari livelli di lettura successiva che esso dischiude, rimando brevemente a
quanto ho scritto in Ricorda e racconta il Vangelo. La catechesi narrativa di Marco, Milano 19983,
pp. 545-549).
Nella prima parte (Mc 1,1-8,30) si raccontano i miracoli che il Cristo fa per l'uomo: lo libera da
situazioni negative che bloccano il suo desiderio di vita realizzata. I miracoli non sono fine a se
stessi: sono segni di qualcos'altro, che il lettore deve cogliere e applicare a s. Per aiutarne la
comprensione, c' sempre una parola di Ges che interpreta il segno nel suo significato, quasi una
didascalia della scena.
Questi racconti hanno un intento: liberare nell'uomo il desiderio di felicit e ridargli ci di cui
stato privato. Restituito cos alla sua integrit, egli ritrova la propria umanit perduta. Mentre prima
era come gli idoli che aveva seguito - idoli morti che danno morte (cf Sal 115,4-8)-, ora torna ad
essere immagine e somiglianza del Vivente.
Il Vangelo inizia con l'appello a seguire Ges per ascoltare la sua parola. Il frutto della Parola, ancor

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prima dei miracoli, un esorcismo (Mc 1,21-28). La vittoria della Parola di verit sullo spirito
maligno ha valore programmatico: il Vangelo intende liberarci dalla menzogna su Dio che ci tiene
schiavi del male. Questo il significato di tutto il Vangelo e dei singoli miracoli. Il loro scopo
risvegliare nel lettore il desiderio di vita piena, non rassegnata a ci che sa di male e di morte.
Servono per rivelare la verit dell'uomo e di Dio: homo vivens gloria Dei, perch visio Dei vita
hominis! Sono segni di una vita nuova, non distrutta dai limiti e dal male; neppure dal limite e dal
male estremo, la morte. Al contrario: l'amore capace di fare di ogni limite e male un luogo di dono
e di perdono. Il racconto dei miracoli fa da specchio al lettore: gli racconta la sua identit nascosta.
E gli offre la sua verit, facendolo passare dall'inautenticit all'autenticit, dalla schiavit alla
libert.
Il racconto presenta a noi lettori il dono che Ges fa ai miracolati, perch lo possiamo desiderare e
accogliere. Non nel senso che il racconto della suocera di Pietro guarita dalla febbre ci serva da
tachipirina e ci guarisca dalla febbre, caso mai l'avessimo. Ma nel senso che anche a noi offerta in
dono la realt di cui la guarigione segno: come la suocera, anche noi possiamo guarire da quella
febbre - c' in ogni casa e in ogni relazione - che ei costringe a farei servire invece di servire (cf
Mc 9,33ss). Siccome servire la verit stessa dell'amore (cf Gal 15,13ss), questo miracolo
anticipa il dono finale del Vangelo, la buona notizia di Colui che venuto per servire e dare la vita
(cf Mc 10,41-45). Solo cos, con il lebbroso, morto vivente, scopriamo una vita nuova, non pi
infetta di morte (Mc 1,40ss). Allora, con il paralitico sbloccato dalla colpa, anche noi camminiamo
verso casa (Mc 2,1ss); con l'uomo dalla mano chiusa nel possesso, la apriamo al dono (Mc 3,1ss);
con l'emorroissa guarita, si arresta la nostra perdita di vita e con la ragazza morta rinasciamo a
nuova vita (Mc 5,21ss). Questa un cammino che si alimenta non al banchetto di follia offerto da
Erode nel palazzo, ma a quello di sapienza offerto da Ges nel deserto (Mc 6,17-44). Il nuovo pane
l'amore, che sazia tutti e fa camminare sulle acque della morte e del legalismo religioso che
uccide (Mc 6,45-7,23). Bastano le sue briciole per liberare dal male: il pane dei figli, che fa belle
tutte le cose (Mc 7,24-37). Questo pane sempre di nuovo ridonato al discepolo che ha occhi ma
non vede (Mc 8,1-21), in modo che li apra e venga alla luce della sua verit (Mc 8,22-29).
Perch la lettura dei miracoli sia efficace, bisogna soffermarsi a lungo sull'aspetto umano, che
sempre si d per scontato. Bisogna capire cosa significa essere lebbrosi, paralitici, ciechi, sordi,
muti, perdere sangue e vita: siamo provocati dal racconto a immedesimarci nei protagonisti, prima
nella loro situazione negativa e poi in quella positiva. Quali sono le mie febbri che mi impediscono
di servire, le mie lebbre che mi autoescludono, le mie paralisi che mi bloccano dentro, le mie mani
rattrappite e il mio cuore indurito, i miei orecchi che non ascoltano e le mie parole che non
comunicano, i miei occhi che non vedono se non se stessi? Solo con-siderando a lungo queste
situazioni che mi affliggono, posso de-siderare, quindi volere e chiedere che avvenga anche a me il
dono che sto leggendo.
Se nella prima parte il Vangelo di Marco racconta ci che Cristo fa per noi, nella seconda parte (Mc
8,31-16,8) ne fa vedere la sorgente. Cessano i miracoli-segni; c' solo l'illuminazione del cieco di
Gerico (Mc 1O,46ss), perch possa contemplare non pi ci che Ges fa, ma ci che si fa per noi, in
ci che noi facciamo a lui. La seconda parte del Vangelo un insegnamento riservato ai discepoli,
scandito da tre predizioni della morte e risurrezione di Ges, seguite rispettivamente da istruzioni
su come vivere i rapporti con le cose, con le persone e con se stessi (Mc 8,31-9,29; 9,30-10,31;
10,32-52).
Dopo la guarigione del cieco di Gerico siamo in grado di vedere ci che avviene a Gerusalemme. Il
racconto, che fino a questo punto era accelerato, sotto la pressione del subito, si ferma ora a
scandire i giorni, e alla fine anche le ore, dell'ultima settimana. la settimana della nuova
creazione, che racconta la venuta del Signore sull'asinello (primo giorno: Mc 11,1-11), la

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maledizione del fico sterile e del tempio-mercato (secondo giorno: Mc 11,12-19), l'istituzione del
nuovo tempio fatto di fede-preghiera e perdono, le cinque dispute sul potere di Ges, pietra-scartata,
e il discorso sulla fine del mondo (terzo giorno: Mc 11,20-13,37), l'unzione di Betania che d il la al
racconto della morte risurrezione (quarto giorno: Mc 14,1-11), la preparazione (quinto giorno: Mc
14,12-16) e la realizzazione della pasqua di Ges, che cade al sesto giorno, giorno della creazione
dell'uomo nuovo nella rivelazione del Figlio.
di Dio crocifisso (Mc 15,39). Tutto il Vangelo di Marco una lunga introduzione alla passione, che
comincia con la sera nel cenacolo e termina con la sera nel sepolcro, con l'oscurarsi del sole a
mezzogiorno (Mc 14,17-15,47). /
Il sabato, settimo giorno, compimento della creazione e riposo di Dio, il sepolcro stesso, dove il
Signore della vita compie la sua missione: nel sepolcro incontra ogni singolo uomo. Qui tutti ci
diamo convegno: ci che ci distingue gli uni dagli altri solo l'essere gi o non ancora morti. E
proprio dal sepolcro germina l'ottavo giorno senza tramonto: il giorno della risurrezione e
dell'incontro con il Risorto, che ci rimanda all'inizio del Vangelo, dove lo vedremo, ascoltando ci
che lui ha detto (Mc 16,1-8).
Oltre ai miracoli e ai discorsi, Marco racconta cinque esorcismi: quattro nella prima parte del
Vangelo e uno nella seconda. Sono narrati nei punti strategici per significare che la lotta contro il
male si fa sempre pi ardua. E sono sempre in connessione con la Parola. Il primo, che abbiamo
visto all'inizio dell'attivit di Ges (Mc 1,21ss), ha valore programmatico: chi lo ascolta e segue,
sperimenta il potere della Parola, che costantemente smaschera in lui il male e le sue reazioni, fino
a quando, libero dalla menzogna, diventa creatura nuova, non pi schiava di una falsa immagine di
Dio e di uomo. Il secondo (Mc 5,lss) segue il primo discorso di Ges, che in parabole dice la Parola.
(cf Mc 4,33!); il terzo e il quarto stanno al centro del dono della Parola che si fa pane (Mc 7,2430.31-37). Il quinto (Mc 9,24-29), pi duro di tutti - il figlio muore e risorge! -, sta all'inizio della
seconda parte del Vangelo, subito dopo la trasfigurazione, dove il Padre ha appena detto di ascoltare
il Figlio amato (9,7), che da sei giorni ha cominciato a dire ai discepoli con franchezza la Parola
della croce, capace di stanare il satanico che c' nel pensiero dell'uomo (cf Mc 8,31-33) e porlo alla
sequela del Figlio dell'uomo (cf Mc 8,34-38). I vari esorcismi sono anticipo della croce, esorcismo
radicale, Parola compiuta. Essa sdemonizza la nostra immagine di Dio e ci libera da ogni idolatria,
facendoci conoscere l'unico vero Dio: colui che tutto e solo amore, fino a dare la vita per chi lo
uccide (Mc 15,39).
Si noti che il Vangelo di Giovanni, a differenza degli altri, non contiene n esorcismi n
trasfigurazione: la Parola stessa, che il Vangelo racconta, un unico esorcismo che ci libera dalla
menzogna e ci dona di diventare figli di Dio, trasfigurati a sua immagine.