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IDENTITÀ E RICONOSCIMENTO DELLE PERSONE TRAMITE L’OCCHIO

Dopo l’attentato alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, l’applicazione delle tecnologie
biometriche di riconoscimento individuale ha cominciato ad entrare nell’uso quotidiano.
La biometria misura i caratteri somatici della persona, sapendo che ogni individuo è unico e quindi
riconoscibile: mani, dita, volto, voce, iride, retina e cornea sono caratteristiche uniche di una persona,
sono inequivocabilmente specifici per ogni individuo e quindi sono indicativi della sua identità;
naturalmente i dati vanno confrontati con metodi informatici onde risalire alla identificazione.
Sono state anche proposte, come discriminanti biometriche, la lunghezza delle dita delle mani e dei
piedi, le pliche delle orecchie, i denti, il circuito venoso del palmo della mano letto da uno scanner
all’infrarosso, la fragranza umana (leggi: odore!) rilevata da un “naso elettronico” e, come
discriminanti comportamentali, la voce e la scrittura, ma queste caratteristiche personali non sono
sufficientemente indicative per consentire una precisa identificazione.
Il Gold Standard della differenziazione biometrica viene considerato il DNA, ma l’esame è invasivo e
richiede molto tempo, per cui non può essere utilizzato per l’identificazione personale applicativa,
come l’accesso ad edifici o l’uso di ATM (Automatic Teller Machine)….anche perché i sistemi
computerizzati devono consentire di risalire da uno di questi elementi rapidamente ad un corpo intero,
cioè ad una identità fisica ben definita, con nome e cognome.
La biometria consente due forme di riconoscimento degli individui: autenticazione ed identificazione.
La prima consiste nella verifica dell’identità dichiarata dall’individuo, la seconda nello stabilire
l’identità di un individuo sconosciuto.
L’autenticazione prevede il confronto tra un’informazione biometrica acquisita al momento e
l’informazione biometrica associata all’individuo che si sta autenticando, estratta da un dispositivo di
memorizzazione quale un database. Se il confronto ha esito positivo, l’individuo è autenticato.
L’identificazione prevede invece una serie di confronti tra l’informazione biometrica appena acquisita
ed un insieme di informazioni biometriche conservate in un database centrale, alla ricerca di
un’informazione biometrica che risulti “identica” alla prima. Se il risultato della ricerca è positivo,
l’individuo è identificato.
Da sempre la tecnica più nota e più applicata della biometria è la scansione dell’impronta digitale.
Una impronta digitale può essere definita come lo schema alternato di creste e valli che possono essere
facilmente rilevate sulla superficie delle dita, in particolar modo sull’ultima falange. Le creste variano
in ampiezza da 100 ai 300 micron, mentre lo spazio cresta/valle corrisponde all’incirca ai 500 micron.
Non solo l’impronta digitale viene usata a livello identificativo, in caso di arresto di una persona,
praticamente in tutto il mondo, ma anche la si usa in ministeri statunitensi, nei loro uffici di
immigrazione ed in strutture private al fine di rimpiazzare i badges di presenza ed accesso dei
dipendenti.
In realtà, per tutte le discriminanti biometriche, è importante la grandezza e la qualità del campione: in
caso di impronta digitale, per una piena identificazione sono richiesti 10 punti concordanti. Una
impronta parziale con solo 5 caratteristiche comuni perde molto di validità. Le impronte digitali non
sono registrabili nel 5% della popolazione che ha le impronte congenitamente evanescenti o alterate da
lavori manuali.
Ma altre tecniche stanno entrando in uso. Non tutti lo ricordano, ma nel film “Mai dire mai” in cui 007,
James Bond, è interpretato da Sean Connery, un “cattivo”, agente di Largo (Klaus Maria Brandauer),
accede al sistema di attivazione di un missile nucleare, facendo riconoscere il proprio occhio ad uno
scanner.
Il film, girato nell’anno 1983, presentava una tecnica che era fantascienza, ma che ora è realtà.
In effetti era talmente fantascienza che testo ed immagini non sono ben corrispondenti; dal dialogo
originale risulta che il cattivo si sottopone a trapianto di cornea per avere lo stesso stampo oculare del
presidente degli Stati Uniti. Quindi lo scanner riconosce la cornea della persona. Ma si vede anche che
porta una lente a contatto. Le immagini quindi sembrano indicare qualcosa d’altro: il riconoscimento
non della cornea, ma dell’iride: infatti si vede un’iride di colore diverso che viene celata da una lente a
contatto colorata, simile all’altro occhio non operato. In realtà il trapianto dell’iride non esiste.
Sicuramente è l’iride il tessuto oculare che viene esaminato nel film “Blade Runner” con Harrison
Ford e la bella Sean Young, per distinguere gli umani dai replicanti. Per inciso l’iride è una membrana
muscolare dell’occhio a forma di diaframma al centro della quale si trova la pupilla da cui entra la
luce. L’iride è la parte dell’occhio che gli dà il colore. La cornea invece è la parte trasparente della
parete del bulbo oculare posta di fronte all’iride ed a forma di vetrino di orologio.

Se poi si va a rivedere la prime versione cinematografica del romanzo di Ian Fleming, intitolata
“Operazione Tuono” (1965), si vede che il “cattivo” agente di Largo (Adolfo Celi), si sottopone ad una
plastica facciale per arrivare alle testate nucleari. Veniva usato il volto come carattere biometrico. Il
riconoscimento facciale ha una accuratezza al massimo del 95%, dato che gli indici morfologici sono
alterati da perdita o aumento di peso, variazioni della peluria facciale, chirurgia cosmetica o indumenti
portati per motivi religiosi.
Tornando a Sean Connery, nel film “Entrapment” (1999) con Catherine Zeta-Jones, si vede la pratica
di eseguire il riconoscimento della retina, per poter arrivare ad un computer di una Banca
internazionale situato nel grattacielo più alto del mondo a Kuala Lumpur in Malesia.
In effetti il primo tessuto oculare preso in considerazione come misura biometrica è stata la retina.
L’idea è comparsa addirittura nel New York State Journal of Medicine del 1935 ! ma allora non
esistevano strumentazioni adeguate a tale rilievo…..
La rete dei capillari della retina, membrana di tessuto nervoso all’interno dell’occhio, è complessa ed
unica per ogni retina di ogni persona: la complessità è tale che gemelli identici non hanno, neanche
parzialmente, un pattern similare ed essa rimane invariata dalla nascita alla morte.
La tecnica di riconoscimento della retina (Retinal Scan) si basa sul fatto che i vasi della retina
assorbono la luce più rapidamente del tessuto circostante: a tale scopo si usa un raggio di infrarossi a
bassa energia ed il risultato della scannerizzazione viene convertito in un codice da computer e
immagazzinato. La possibilità di errore è stimata di 1 su un milione.
L’idea di uno strumento per effettuare il Retinal Scan si è avuta nel 1975, il prototipo è comparso nel
1981 e la commercializzazione è avvenuta nel 1985.
Il riconoscimento della retina viene usato da FBI, NASA, CIA. Alcuni stati degli USA lo richiedono
per guidatori di bus e autocarri per evitare che ottengano licenza in altri stati, se questa è stata loro
tolta.
I vantaggi di questa tecnica biometrica sono: affidabilità, precisione, velocità di esecuzione (circa 1
minuto). Gli svantaggi sono: procedura di difficile esecuzione poiché è richiesta una perfetta
immobilità oculare durante lo scanner; alto costo della apparecchiatura; risultati alterati da malattie
oculari (diabete, glaucoma, cataratta etc.), da inadeguata illuminazione; inoltre l’accuratezza si riduce
nella persona sopra i 60 anni, per iniziale opacamento del cristallino e l’esame può diventare
impossibile se la pupilla è troppo piccola, cosa riscontrabile in molti anziani (inferiore ai 2,75 mm
necessari per l’esame).
Tale esame richiede, oltre ad un contatto molto ravvicinato tra utente e scanner, un perfetto
allineamento tra occhio e strumento e nessun movimento dell’occhio: solo così lo scanner fornisce
risultati precisi ed è anche in grado di riconoscere modificazioni chirurgiche della retina; è un esame
impossibile post-mortem per il rapido degrado della retina e quindi non serve per identificazione di
cadaveri come d’altronde gli altri sistemi oculari di riconoscimento.
Appena 2 anni dopo dalla messa in commercio della Retina Scan, nel 1987, furono disponibili
apparecchiature per il riconoscimento dell’iride (Iris Recognition).
Questo esame, usando una fotocamera con leggera illuminazione all’infrarosso, fornisce immagini
molto ricche di particolari della intricata struttura iridea ed il tutto non viene impedito da occhiali o
lenti a contatto.
Il sistema identifica, mediante analisi delle foto, le varie caratteristiche delle differenti porzioni
dell’iride ed il diametro della pupilla. I pixel vengono trasformati in bit che salvano l’informazione
per la comparazione tra due immagini iridee.
Nel film “Minority Report” (2002) di Steven Spielberg, sempre con Tom Cruise, il riconoscimento
tramite l’occhio (iris recognition) viene utilizzato dall’attore principale, un investigatore che si
sottopone a trapianto dei due occhi al fine di cambiare la sua identità e non farsi rintracciare.
Più recentemente nel libro “Angeli e demoni” di Dan Brown il killer enuclea lo scienziato per
utilizzare il riconoscimento irideo ed uscire dal laboratorio del CERN.
Il sistema assicura che l’immagine dell’iride ottenuta non è alterata da modificazioni della
illuminazione e del colore irideo, il che contribuisce significativamente alla stabilità a lungo termine
dell’immagine biometrica. In effetti la dilatazione e la contrazione della pupilla modificano l’iride, per
cui questo metodo andrebbe bene solo in condizioni di illuminazione controllata e non in condizioni
fotopiche (tanta luce) o scotopiche (poca luce). Ma il sistema permette di compensare variazioni della
illuminazione e quindi di rendere attendibile l’immagine iridea.
I vantaggi del riconoscimento irideo sono: l’iride è un tessuto interno che è ben protetto dai danni, è
strutturalmente invariata già ad un anno dalla nascita e rimane tale fino alla vecchiaia; la distanza tra
occhio e apparecchiatura può variare da 10 cm ad oltre un metro: la persona non entra in contatto con
nessuna strumentazione toccata da altri (obiezione in alcune culture alle impronte digitali o al retina
scan dove è l’occhio molto vicino ad una lente), frequenza di errore quasi nulla (10 elevato alla meno
11), velocità di acquisizione dei dati, di poco superiore ai venti secondi.
Maggiori vantaggi però sono la stabilità/longevità, per cui una singola registrazione dura tutta la vita e
la sua unicità è quindi garantita.
L’iride è quasi piatta e la sua configurazione geometrica viene controllata solo da due muscoli, sfintere
e dilatatore pupillare che controllano il diametro della pupilla; ciò rende la forma dell’iride molto
prevedibile ad es. più di quella del volto.
L’iride ha una struttura fine, come sono anche le creste utilizzate per le impronte digitali per cui anche
individui geneticamente identici hanno una struttura iridea completamente diversa. Mentre ad esempio
il Dna non è unico, infatti circa lo 1,5% della popolazione umana ha un gemello geneticamente
identico monozigotico.
Il colore e la forma dell’iride nel suo insieme possono essere alterate da malattie, procedure mediche e
chirurgiche, ma la fine struttura del tessuto rimane assolutamente stabile per molti decenni.
Gli esperti ritengono che una fotografia digitale dell’iride di circa 200 pixel contenga informazioni
molto più stabili nel tempo di quello di una impronta digitale.
Uno degli svantaggi della tecnica di riconoscimento dell’iride è il fatto che la tecnologia relativamente
nuova e costosa; oltre a ciò presenta difficoltà di esecuzione a distanza superiore ad alcuni metri e
quando la persona non collabora tenendo la testa ferma e fissando la fotocamera; esistono inoltre, sia
pur rare difficoltà in alcuni gruppi razziali: gli aborigeni australiani, hawaiani, maori della Nuova
Zelanda ad esempio hanno superfici anteriori iridee perfettamente lisce, senza cripte di Fuchs o nevi;
in questo caso il riconoscimento irideo è scarsamente accurato.
L’accuratezza del metodo comunque è molto alta e va dal 94 al 99%.
Come per altre tecnologie fotografiche biometriche, una cattiva qualità di immagini si associa a un
fallimento o ad una scarsa attendibilità di acquisizione dei dati.
Altro problema è distinguere una iride vera da una sua imitazione.
Vi sono diversi mezzi per fare ciò: cambiare luce per verificare il riflesso pupillare e registrare le
immagini iridee con diversi diametri, analizzare la presenza di segni causati da incisioni stampate sulle
lenti a contatto con iridi colorate commercialmente disponibili, analizzare la presenza di segni causati
dai display dei computer, usare una analisi spettrale invece di una semplice fotocamera monocromatica
per distinguere il tessuto irideo da altro materiale, osservare il movimento naturale caratteristico degli
occhi (nistagmo, etc), verificare la presenza del riflesso rosso del fondo, controllare che siano presenti i
riflessi delle 4 superfici ottiche dell’occhio (anteriore e posteriore di cornea e cristallino) e verificare la
loro posizione e forma, usare immagini 3D per posizionare l’iride relativamente ad altre strutture
oculari. Almeno fino al 2004, la strumentazione in uso non era sostenuta da queste metodiche; ma le
apparecchiature sono sempre più sofisticate e possono sempre meglio distinguere con sicurezza occhi
vivi e reali da sagome false; ciò rende il riconoscimento biometrico (tramite occhio) ancora più
preciso.
Questo problema di sicurezza (verifica che il tessuto esaminato sia un tessuto vivo) è essenziale per la
affidabilità di qualsiasi identificazione biometrica. Assicurarsi che il segnale acquisito e comparato sia
stato realmente ottenuto da una parte di corpo vivo della persona da identificare e non sia una sagoma
fabbricata, è poco importante in utilizzazioni dove c’è un operatore umano che verifica, mentre è un
problema reale per applicazioni non supervisionate da uomini come sistemi di controllo alle porte.
In un episodio della serie TV “Il Tenente Colombo” del 1991, Dabney Coleman – più noto per il film
“Dalle nove alle cinque orario continuato”- è un avvocato che commette un omicidio ed usa come alibi
una fotografia presa da una telecamera per un eccesso di velocità. Il tenente Colombo riesce a capire
dalle ombre del viso, a confronto con altre foto di altri trasgressori del limite di velocità, che non si
tratta dell’avvocato in carne ed ossa, ma di un’altra persona che porta sul viso una foto a grandezza
naturale del volto dell’avvocato.

L’ultima tecnica biometrica entrata in uso e riguardante l’occhio, è il riconoscimento della cornea che
usa come discriminante biometrico le sue superfici.
E’ un sistema formato da un topografo corneale e da un sistema di riconoscimento dei movimenti
(gaze tracking system); si tratta di strumenti usati nella chirurgia rifrattiva laser.
Il topografo acquisisce alcune caratteristiche percepibili della superficie anteriore del globo oculare,
mentre il sistema di tracking registra le irregolarità e le confronta con il data base per identificare
l’individuo.
Le irregolarità della superficie corneale, o meglio le sue caratteristiche, sono uniche per ogni
individuo; esse sono di piccole dimensioni, ma sono molto stabili, praticamente uguali per tutta la vita,
salvo in caso di traumi, interventi chirurgici o patologie corneali.
L’esame richiede poco più di un minuto ed i dati corneali possono essere registrati ad es.su una smart
card o su una carta di credito.
Ricordiamo infine che con uno strumento, usato sempre per la chirurgia rifrattiva con laser ad
eccimeri, l’analizzatore del fronte d’onda (aberrometro), si può ottenere una discriminazione
biometrica usando la rifrazione interna dell’occhio.
Con questo metodo si ottiene una sequenza di immagini grafiche assolutamente caratteristiche per ogni
singolo bulbo, poiché ogni occhio ha il suo fronte d’onda caratteristico; esso però può modificarsi al
variare dell’età, della grandezza della pupilla, della distanza di osservazione ed è influenzato dalla
trasparenza, dalla densità e dalla forma delle strutture oculari.
Nel film Mission Impossible (1996) con Tom Cruise c’è una parata generale delle tecniche di
riconoscimento. Inizialmente, per entrare in una stanza ad accesso limitato, durante una festa viene
usato il riconoscimento facciale e delle impronte digitali; in seguito, per arrivare ad un computer in una
stanza blindata, viene usato il riconoscimento vocale e quello dell’iride.
In pochi anni, l’impiego di tecnologie biometriche si è diffuso anche in ambito civile, dopo un lungo
periodo di uso esclusivo in ambito criminale.
La biometria può fornire una risposta alle necessità emergenti nel campo delle transazioni finanziarie e
confidenziali su internet, nella gestione della privacy e dei dati personali.
Le tecniche biometriche continueranno a diffondersi sempre di più, sostituendo completamente, col
tempo, password, tessere magnetiche, PIN; il polpastrello sostituirà la carta di credito, la voce già può
essere usata per azionare computer, cellulare, automobile; in locali, con accesso limitato ad alcune
persone, si entrerà grazie ai dati biometrici dell’occhio.
Recentemente una marca di automobili tedesca ha mandato in onda una pubblicità dove
un’affascinante signorina utilizza un dispositivo di rilevazione dell’occhio e di refertazione vocale per
l’apertura del box dove lei ricovera la macchina.
Il futuro sta entrando nella realtà di ogni giorno!
E presto una o più di una delle tecniche biometriche diventerà sicuramente di uso quotidiano per una
rapida e sicura identificazione delle persone in tutti i campi. Il riconoscimento biometrico si userà nel
commercio, nella difesa, nella finanza, nelle banche, in sanità, nei servizi sociali; ciò perché nel mondo
attuale a rischio di terrorismo, di spionaggio industriale, con il commercio internazionale e con il
mondo del business, dominato da internet, la fiducia nella esercibilità delle transazioni elettroniche è
essenziale per una sana crescita dell’economia; da sola o con altre tecnologie, come le smartcard, le
chiavi di crittografia e la firma elettronica, la biometria è destinata a far parte costante della nostra vita
quotidiana.
Naturalmente i sistemi biometrici usati devono essere accurati e sicuri: i dati biometrici non devono
essere riproducibili, intercettabili ed utilizzabili da nessuno.
Il riconoscimento biometrico deve sempre più essere considerato non come una forma di controllo
sulla nostra persona, ma come una garanzia per noi stessi, una protezione da possibili attacchi alla
nostra identità: il riconoscimento biometrico fa sì che la nostra identità non sia più dimostrata da
qualcosa che “abbiamo” (documento, carta di credito, ecc.) e/o che “conosciamo” (PIN, password,
ecc.), ma sia basata su qualcosa che “siamo” (impronte digitali, riconoscimento dell’iride,
riconoscimento facciale, ecc.).
Hollywood e biometria
Blade Runner (1982) di Ridely Scott: controllo dell’iride per individuare i replicanti
Mission Impossibile (1996) di Brian De Palma: prelievo delle impronte palmari per accesso
all’ascensore nel quartier generale della Cia.
Charlie’s Angels (2000) di Joseph McGinty Nichel: riconoscimento dell’iride e delle impronte digitali
per l’accesso alla sala pc della RedStar.
Mission Impossibile 2 (2000) di John Woo: lettura del volto, scansione della retina attraverso gli
occhiali e riconoscimento vocale.
Ocean’s eleven (2001) di Steven Soderbergh: accesso al caveau del casino “Bellagio” con l’impornta
digitale.
007 La morte può attendere (2002) di Lee Tamahori: i protagonisti attraversano una porta controllata
da un rilevatore della geometria della mano utilizzando la mano tagliata di Mr. Kill.
Minority report (2002) di Steven Spielberg: riconoscimento dell’iride usato dalla Pre- Crime per
identificare i potenziali criminali (locandina in foto).
The Bourne Identity (2002) di Doug Liman: riconoscimento della geometria della mano per accedere
nella banca svizzera.
Paycheck (2003) di John Woo: riconoscimento del palmo e dei vasi sanguigni della mano.
X-Men 2 (2003) di Bryan Singer: Mystica accede all’ufficio di Stryker ingannando il riconoscimento
della geometria della mano ed entra nel pc ingannando il riconoscimento vocale.
Io robot (2004) di Alex Proyas: accesso al laboratorio con il riconoscimento del palmo della mano e
vocale per accedere alla e-mail.
(da www.polizia di statoi.it/polizia moderna)