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Terrore e terrorismo in epoca romana: due

articoli per approfondire lapproccio del


mondo classico a un tema attuale

Roberta Lunetta- DOL- Master on line a.a. 2014/2015

Indice
Premessa__________________________________________________ p. 2
A. Giovannini , Terrorismo a antiterrorismo a Roma________________ p. 4
A. Grilli, Drammaticit e terrore nelle Catilinarie ___________________ p. 10

PREMESSA

Nell'ottica della valorizzazione di risorse spendibili per una didattica rinnovata delle lingue classiche
nei licei, propongo la lettura di questi due articoli che riguardano un tema di grande attualit: il
terrorismo.
Lo scopo della mia proposta quello di contribuire alla attualizzazione di alcuni temi e testi in
latino e/o greco e al dibattito critico sulle fonti classiche come basilari per la riflessione e la
comprensione della realt contemporanea. Non lingue morte, dunque, ma culture vive e pulsanti,
ancora straordinariamente capaci di dialogare con il nostro mondo globalizzato che necessita
memoria delle proprie radici e profonda valorizzazione del proprio passato.
La scelta di questi due articoli in particolare, legata a specifiche esigenze didattiche: quello del
prof. Giovannini presenta e introduce il tema del terrorismo e dell'antiterrorismo con ampi
riferimenti al passato e al presente,individuando analogie e differenze concettuali e culturali legate
alla percezione della paura collettiva e assume funzione introduttiva alla trattazione
dell'argomento; l'articolo del prof. Grilli,punta all'analisi di un episodio storico celeberrimo nella
storia romana, ampiamente legato allo svolgimento del programma di letteratura latina nei licei
- la congiura di Catilina - che viene affrontato attraverso la lettura e l'analisi di passi del De
Coniuratione Catilinae dello storico Sallustio e delle Catilinarie di Cicerone . I testi, bench firmati
da docenti universitari e studiosi di spicco nel panorama della critica letteraria e storica, sono
accessibili agli studenti,magari con la guida del docente in certi passaggi.

Gli articoli sono tratti dagli Atti del Convegno "Terror et pavor- Violenza, intimidazione,
clandestinit nel mondo antico- Atti del convegno internazionale, Cividale del Friuli, 22-24
settembre 2005"
Tutti gli atti del Convegno sono disponibili in editoria elettronica in formato pdf al seguente link:
http://www.fondazionecanussio.org/atti2005.htm
L'articolo del prof. Adalberto Giovannini " Terrorismo a antiterrorismo a Roma" disponibile al link:
http://www.fondazionecanussio.org/atti2005/16Giovannini.pdf
L'articolo del prof Alberto Grilli " Drammaticit e terrore nelle Catilinarie" disponibile al link:
http://www.fondazionecanussio.org/atti2005/11Grilli.pdf

ADALBERTO GIOVANNINI
TERRORISMO E ANTITERRORISMO A ROMA*
Nel Dizionario di Devoto e Oli, i vocaboli terrorismo e terrorista vengono definiti in questi termini:
Terrorismo: metodo di lotta, basato su violenze intimidatorie (uccisioni, sabotaggi, attentati dinamitardi
ecc.), impiegato in genere da organizzazioni rivoluzionarie; Terrorista: appartenente ad una
organizzazione politica clandestina che si avvale, nella sua lotta, di metodi basati sulla violenza fisica e sugli
attentati dinamitardi. Nello Zingarelli le definizioni sono le seguenti: Terrorismo: concezione e pratica di
lotta politica che fa uso della violenza (sotto forma di omicidi, attentati, rapimenti, ecc.) per sconvolgere gli
assetti politici e istituzionali esistenti; Terrorista: chi appartiene a gruppi od organizzazioni che fanno uso
della violenza contro persone o cose con lintento di sconvolgere gli assetti politici e istituzionali esistenti o di
rivendicare lindipendenza di uno stato o una regione.
Di queste definizioni e di altre che ho potuto leggere altrove, vorrei ritenere quattro elementi determinanti:
1. Il terrorismo si manifesta con azioni violente di distruzione destinate a intimidire e terrorizzare le
popolazioni provocando un massimo di perdite umane o di danni materiali.
2. Gli autori di queste azioni di distruzione non sono individui che agiscono per motivi personali come la
vendetta, larricchimento o la pazzia, ma persone che appartengono ad un gruppo o una organizzazione che
difende, con queste azioni, obiettivi comuni.
3. Lorganizzazione clandestina nel senso che i suoi membri cercano di tenere segreta la loro appartenenza
alla detta organizzazione e tentano di commettere le loro azioni violente senza essere identificati. Bande
armate come quelle di Clodio e di Milone al tempo di Cicerone non sono, propriamente, terroristi nel senso
che intendiamo oggi.
4. Lazione terrorista in genere politica nel senso che lorganizzazione cerca di distruggere lordine politico e
sociale esistente o di costringere il potere a cambiare politica in una questione particolare. Bande di
malviventi che terrorizzano e uccidono per rubare o per ricattare non sono terroristi. Nel mondo attuale, le
armi pi frequentemente utilizzate dai terroristi sono gli esplosivi. Nellantichit non esistevano esplosivi ma
esisteva un mezzo di distruzione non meno temibile e efficace: il fuoco. Per ragioni ben conosciute
(costruzioni di legno, strade strette, mezzi di lotta poco efficaci ecc.), molte citt, villaggi, agglomerazioni,
hanno subito fino alla met dellOttocento e anche dopo incendi di grande ampiezza che in alcuni casi hanno
provocato perdite umane e danni materiali enormi. I pi conosciuti sono lincendio di Roma sotto il regno di
Nerone1, lincendio di Londra del 16662, quelli di Amburgo nel 18423, di Chicago nel 18714, di San Francisco
del 1906 e di Tokio del 19235, che fu il pi grande incendio della storia. A Roma come in tutte le citt di una
certa importanza, gli incendi erano estremamente frequenti 6. Gellio riporta una conversazione tra due
capitalisti che assistono a un incendio; uno di loro dice che a causa della frequenza degli incendi esita molto
a investire nellurbs, bench il rendimento vi sia molto favorevole7. Ne conosciamo pi duna decina che
distrussero una parte importante della citt: uno nel 210 durante la Seconda Guerra Punica (Liv. 26,27),
quattro sotto il regno di Augusto (nel 31, nel 26, nel 7 a.C. e nel 6 d.C.) 8, due sotto Tiberio, nel 27 e nel 369,
uno sotto Claudio e uno sotto Nerone10, uno sotto Tito nell80 e unaltro sotto Antonino Pio11. Sono peraltro
riportati dalle fonti un gravissimo incendio a Lione nel 65, due incendi ad Antiochia nel 69 e sotto Antonino
Pio, e due a Nicomedia allinizio del IV secolo12.
Descrizioni e testimonianze oculari, quando esistono, rivelano che nella maggior parte dei casi le cause della
catastrofe furono accidentali. La distruzione di San Francisco nel 1906 e quella di Tokio nel 1923 furono le
conseguenze di terremoti eccezionalmente violenti. Lincendio di Londra del 1666, che conosciamo bene
attraverso il giornale di Samuel Pepys, ebbe inizio in una piccola casa di un quartiere popolare, un incendio
banale come tanti altri, ma che fu propagato da un vento violento con una velocit tale che i mezzi a
disposizione furono totalmente inefficaci a fermarlo. Quasi identiche sono le origini dellincendio di Chicago e
lo furono anche, secondo la descrizione che Tacito fa dellincendio di Nerone, le circostanze della catastrofe:
scoppi nella zona delle botteghe accanto al circo, che Tacito stesso descrive come favorevole alla
propagazione di incendi, la stagione era molto secca (met di luglio) e lo scirocco era molto forte 13: non c
per me nessun dubbio che lincendio imputato a Nerone sia stato accidentale, come lo furono gli incendi di
Londra e di Chicago.
Ma le descrizioni e le testimonianze oculari, quando esistono, rivelano nello stesso tempo che sempre o quasi
sempre la popolazione si convince che lincendio sia doloso. La confusione, il panico, loscurit provocata dal
fumo, le scintille che cadono da tutte le parti e propagano il fuoco, lesasperazione per le perdite umane e i
danni subiti, i saccheggi e la natura umana che, come dice Tacito a proposito dellincendio del 27 d.C.,
tendeva a cercare colpevoli per eventi fortuiti ( Ann. 4,64,1: fortuita ad culpam trahentes), fanno s che
subito, gi durante lincendio, la voce pubblica cerca di identificare e di denunciare gli autori supposti di
quellatto esecrabile. Tali dicerie sono attestate per gli incendi del 210, del 31, del 7 a.C. e del 6 e del 64 d.C.

Sono inoltre attestati per lincendio di Antiochia del 69, di Nicomedia del 302 e gli incendi di Londra, di
Amburgo e di Tokio, bench questultimo sia stato la conseguenza di un terremoto.
Com naturale, gli autori del disastro vengono ricercati tra i nemici reali o supposti dello Stato o della
societ, o tra persone che per una ragione o unaltra sono insoddisfatte della situazione esistente. Lincendio
del 210 fu imputato a nobili Capuani, la cui citt era stata presa e distrutta dai Romani lanno precedente.
Lincendio del 31 fu attribuito a liberti infuriati dalle tasse eccezionali imposte da Ottaviano per finanziare la
guerra contro Marco Antonio. Quello del 7 a.C. sarebbe stato lopera di debitori che speravano di ottenere
dallo Stato indennizzi per i danni subiti e quello del 6 d.C. di un certo Rufo e di altre persone sospettate di
preparare un colpo di stato. I cristiani, considerati a quanto dice Tacito nemici del genere umano, furono
ritenuti, come tutti sanno, gli autori dellincendio del 64. Quello di Antiochia del 69 fu attribuito agli Ebrei
allora in guerra contro Roma, quello di Nicomedia del 302 ai cristiani allora perseguitati da Diocleziano.
Nellincendio del 1666, la popolazione di Londra fu convinta che la catastrofe fosse stata lopera degli
Olandesi, allora in guerra contro lInghilterra, e dei papisti, gli Amburghesi accusarono gli Inglesi e gli
abitanti di Tokio gli odiati Coreani. A Londra come ad Amburgo e a Tokio molti nemici furono linciati
durante lincendio stesso. Inversamente, lopinione pubblica poteva e doveva temere che persone o gruppi di
persone ostili allo Stato o alla societ provocassero incendi per terrorizzare e destabilizzare la popolazione, o
per vendicarsi. Nella repressione dei baccanali del 186 a.C., sulla quale torner pi avanti, una delle prime
misure del Senato fu di rinforzare la sicurezza nella citt e pi particolarmente di impedire adunanze
notturne (coetus nocturni) e di essere attenti a eventuali incendi (Liv. 39,14,10). Il Senato prese le stesse
disposizioni
nel 63 quando fu finalmente convinto della realt della congiura di Catilina, e se dobbiamo credere a
Sallustio, Catilina avrebbe effettivamente ordinato a Cetego e a Lentulo di accendere fuochi da tutte le parti
della capitale (Cat. 30,5-7 e 32,2). Molto interessante a questo proposito unosservazione dello stesso
Sallustio sul comportamento della plebe urbana in questa faccenda (Cat. 48,1-2): inizialmente sarebbe stata
piuttosto favorevole a Catilina, poich sperava che una guerra civile fosse loccasione di far bottino e di
arricchirsi; ma poi si sarebbe ravveduta, temendo di perdere i propri beni in un incendio indomabile e
avrebbe finalmente lodato Cicerone per la sua determinazione. Che queste paure non siano state infondate
fu confermato alcuni anni dopo, nel 52, quando i partigiani di Clodio assassinato dalle bande di Milone
incendiarono la Curia. Disordini simili successero dopo la caduta di Seiano nel 31 d.C.: malgrado i
provvedimenti dellimperatore Tiberio, i soldati infuriati incendiarono e saccheggiarono la citt (Dione
58,12,2). Paura ossessiva, ma giustificata, del fuoco, paura ossessiva, ma comprensibile, che nemici dello
Stato o della societ provocassero incendi per intimidire e terrorizzare la popolazione o per vendicarsi,
convinzione generalmente erronea, ma comprensibile, che gli incendi di grande ampiezza siano lopera
di nemici dello Stato o della societ: abbiamo qui riuniti tutti gli elementi che caratterizzano il terrorismo e la
paura dei terroristi. E come fanno gli Stati moderni contrapposti al terrorismo, lo Stato romano tent di
combattere con mezzi adeguati questa forma antica di terrorismo, mezzi che erano, come oggi, la
repressione e la prevenzione. Comincer con la repressione. La legislazione romana contro gli incendiari era
estremamente severa: venivano bruciati vivi ( Dig. 47,9,9 e 48,19,28,12) e fu questa effettivamente la sorte
dei cristiani dopo lincendio del 64. Ma la difficolt era lidentificazione dei criminali, innanzi tutto per
rassicurare la popolazione, ma anche per proteggere gli innocenti. Come ho detto, gli abitanti esasperati
dalla catastrofe e dalle sue conseguenze erano propensi a linciare quanti sospettavano di aver appiccato il
fuoco. Fu esemplare a questo riguardo il comportamento del legato di Siria, Gneo Collega dopo lincendio di
Antiochia del 69: protesse gli Ebrei contro il furore cieco degli abitanti della citt, bench fossero allora in
guerra contro Roma, fece uninchiesta approfondita e scopr che i colpevoli erano in realt debitori che
avevano incendiato larchivio pubblico per distruggere le prove dei loro debiti (Fl. Gius., Bell. Jud. 7,41 sgg.).
La cosa pi importante era tuttavia identificare, arrestare ed eliminare gli autori del fuoco. Negli Stati
moderni, linchiesta su atti terroristici spetta alla polizia giudiziaria o alla polizia di sicurezza dello Stato. Nella
Roma antica non esisteva, almeno fino alla tarda antichit, unistituzione analoga alla polizia giudiziaria o alla
polizia di sicurezza degli Stati moderni. Lo Stato dipendeva pertanto dalla collaborazione degli abitanti, cio
dalla delazione. Per ragioni storiche, lincitamento alla delazione viene generalmente biasimato negli Stati
democratici moderni, ma a Roma era un mezzo indispensabile alla protezione dello Stato e della societ. La
delazione faceva parte del meccanismo giudiziario romano e fu sistematicamente utilizzata dal Senato
quando necessario, promettendo ai delatori premi diversi, denaro e privilegi alle persone di condizione libera,
libert agli schiavi, col rischio evidente di commettere errori giudiziari e di condannare innocenti 14. Ne
unillustrazione molto significativa linchiesta che segu lincendio del 210 a.C. (Liv. 26,27). Come ho detto, gli
abitanti erano convinti che lincendio fosse stato doloso e per far tacere le dicerie il Senato incit con un
editto dei consoli la popolazione a denunciare i colpevoli, promettendo denaro alle persone di condizione
libera e libert agli schiavi. Uno schiavo denunci i propri maestri, che erano Capuani, e cinque altri giovani
nobili di questa citt. In un primo tempo, la sua delazione fu messa in dubbio perch era stato punito
severamente dai suoi maestri il giorno prima; ma finalmente gli accusati sottomessi alla tortura confessarono

il delitto e furono condannati. Pu darsi che siano stati effettivamente colpevoli, ma altrettanto verosimile
che siano stati le vittime di un errore giudiziario. Il ricorso alla delazione, sempre su iniziativa del Senato,
anche attestato per il gi menzionato affare dei baccanali, per la congiura di Catilina del 63 e per lincendio
del 7 a.C. Sono peraltro abbastanza sicuro che anche i cristiani condannati dopo lincendio del 64 siano stati
le vittime innocenti di delazioni sollecitate dal Senato.
Vengo adesso allaltro aspetto della lotta antiterroristica, che corrisponde al titolo iniziale della mia relazione:
la prevenzione. Una delle caratteristiche, anzi la caratteristica pi importante del terrorismo che gli autori
di atti di distruzione non sono individui che agiscono per motivi personali ma persone che appartengono a un
gruppo che persegue obiettivi comuni di carattere generalmente politico e che ricorre o disposto a ricorrere
ad atti di distruzione per raggiungere questi obiettivi. Per combattere il terrorismo, lo Stato deve pertanto
proibire i gruppi o le associazioni di questo tipo, impedirne la creazione ed eliminare quelli che esistono. E fa
questo attraverso la legislazione sulle associazioni. Il codice penale svizzero contiene un articolo
relativamente recente sulle associazioni criminali (260ter) che corrisponde esattamente a questo obiettivo:
Chiunque fa parte di una organizzazione che tiene segreta la sua struttura e la sua composizione e che ha
per scopo di compiere atti violenti o di arricchirsi con mezzi criminali, chiunque sostiene una tale
organizzazione nelle sue attivit criminali sar condannato a cinque anni di prigione al massimo. Il
commento a questo articolo elenca i reati considerati atti violenti: sono i delitti contro le persone e i beni, il
furto, il ricatto, il rapimento, la presa di ostaggi, lincendio e luso di esplosivi a scopi dolosi. Il punto che
vorrei rilevare in questa sede che questo articolo non punisce atti dolosi effettivamente commessi, ma il
fatto di appartenere a unassociazione o di sostenere unassociazione che ricorre o disposta a ricorrere ad
atti criminali per raggiungere i propri obiettivi, anche in assenza di atti dolosi effettivamente commessi.
Conosciamo relativamente bene, attraverso i Digesti e altre fonti, la legislazione romana sulle associazioni15.
Questa legislazione era molto pi restrittiva di quella vigente negli Stati democratici moderni: legali erano
solo le associazioni che avevano esplicitamente ricevuto dal Senato o dallimperatore lautorizzazione esplicita
ad esistere (Dig. 47,22,3 (Marcianus): nisi ex senatus consulti auctoritate vel Caesaris collegium vel
quodcumque tale corpus coierit, contra senatus consultum et mandata et constitutiones collegium celebrat ).
Tutte le altre associazioni erano illicita, non autorizzate. tuttavia importantissimo rilevare che non
autorizzato non significa proibito: esistevano nellimpero romano centinaia e migliaia di associazioni di ogni
genere che non avevano ricevuto dal Senato o dallimperatore lautorizzazione esplicita ad esistere ma che
erano tollerate o ignorate dal governo. Il fatto di appartenere a unassociazione non autorizzata, a un
collegium illicitum, non era di per s un delitto punibile e il governo interveniva contro tali organizzazioni solo
in caso di disordini, di sovversione o di atti delittuosi effettivamente commessi. In tali casi, il governo
ordinava lo scioglimento dellassociazione, condannava i responsabili dei disordini o degli atti delittuosi e
minacciava di pene severe i membri dellassociazione che non ubbidissero allordine di dissoluzione. Ma per il
resto, i membri dellassociazione disciolta non venivano puniti e potevano anzi ricuperare le loro contribuzioni
alla cassa comune16. Due esempi basteranno. Sotto il regno di Tiberio, il prefetto dEgitto Avillio Flacco
ordin lo scioglimento di tutte le eterie della provincia (lequivalente latino per il greco eteria sodalicium),
col motivo che queste eterie erano il pretesto ad attivit politiche sovversive, e minacci di pene severe
chiunque non avesse ubbidito al suo editto. Ci facendo, Flacco non fece altro che applicare un
provvedimento della legislazione sulle associazioni che prescriveva ai governatori provinciali di non tollerare i
collegia sodalicia (Dig. 47,22,1). Laltro esempio una grave sciagura accaduta nel 58 d.C. a Pompei (Tac.
Ann. 14,17). Durante uno spettacolo di gladiatori organizzato in questa citt scoppi una rissa tra gli
spettatori di Pompei e quelli venuti da Nuceria e molti rimasero uccisi o gravemente feriti. In seguito a
questa strage, che fa pensare a quella accaduta ventanni fa allHeysel di Bruxelles, il Senato ordin la
dissoluzione di tutte le associazioni illecite e condann allesilio i responsabili della sciagura.
Finora ho parlato di associazioni piuttosto innocue. La strage di Pompei doveva essere punita, ma i colpevoli
erano pochi mentre la maggioranza degli spettatori non aveva fatto altro che incoraggiare i propri campioni
e fischiare i loro avversari. Riunirsi per cenare insieme e parlare di politica come facevano le eterie dEgitto
non era di per s unattivit reprensibile. Delle numerose associazioni che conosciamo in Grecia molte,
chiamate eranoi, non avevano altro scopo che aiutare i propri membri in situazioni difficili e tante altre si
riunivano soltanto per celebrare un culto e cenare insieme. Ma laffare dei baccanali al quale ho gi
accennato ci fa conoscere una categoria di associazioni totalmente differenti e molto pi pericolose 17. La
ricerca moderna vede in questo affare innanzi tutto un problema politico-religioso e cos facendo ha
completamente trascurato laspetto legale della repressione del culto di Bacco ordinata dal Senato. Per
evidenziarlo vorrei in primo luogo ricordare la struttura della relazione di Tito Livio nei primi capitoli del
trentanovesimo libro, che comprende quattro parti ben distinte. La prima parte, che la pi lunga, riporta la
rivelazione dei reati commessi dai baccanti con il pretesto di celebrare il culto di Bacco. un racconto
romanzesco i cui eroi sono un ricco giovane, Ebuzio, e la sua amica Hispala. Hispala rivela a Ebuzio i delitti
mostruosi commessi dai baccanti, adulteri, omicidi, falsificazioni di testamenti ecc.; il console Postumio viene
informato della faccenda, fa uninchiesta e finalmente riferisce il tutto al Senato. La seconda parte, molto

breve, elenca le decisioni del Senato, che ordina larresto dei baccanti e d mandato ai consoli di giudicarli e
di condannare i colpevoli. La terza, relativamente lunga, riporta il discorso del console Postumio
alla plebe urbana, nel quale Postumio linforma delle decisioni del Senato e le giustifica. La quarta descrive in
poche frasi larresto, linterrogatorio e la condanna dei baccanti e finisce con lelenco delle decisioni prese dal
Senato dopo il rapporto dei consoli, in particolare il divieto di celebrare in avvenire il culto di Bacco. Dal
punto di vista stilistico, c un assoluto contrasto tra la prima e la terza parte da un lato, e la seconda e la
quarta dallaltro. La storia di Ebuzio e di Hispala che finisce con la rivelazione al console Postumio dei delitti
abominevoli commessi dai baccanti una composizione letteraria elaborata da Tito Livio, come anche il
discorso dello stesso Postumio alla plebe. La seconda e la quarta parte sono allopposto liste aride e
monotone di decisioni e di fatti che non hanno niente di letterario e appartengono al genere dei processi
verbali. Basta conoscere un po lo stile dei senatoconsulti romani per capire immediatamente che Tito Livio
non ha fatto altro che parafrasare documenti ufficiali dellarchivio di Stato e lo conferma una copia del
senatoconsulto finale trovata a Tiriolo. Con questa premessa possiamo ora esaminare laspetto legale della
repressione dei baccanali. Nella seconda parte, che contiene le decisioni del Senato in seguito al rapporto del
console Postumio, i patres danno tra altro mandato ai consoli di investigare in priorit assoluta sui baccanti
che si siano associati e legati con giuramenti allo scopo di commettere reati (Liv. 39,14,8: ante
omnia ut quaestio de iis habeatur, qui coierint coniuraverintve, quo stuprum flagitiumve inferretur ). I termini
stuprum e flagitium sono abbastanza vaghi e servono a designare, luno delitti sessuali di ogni genere e
laltro ogni tipo di reato di diritto comune. Ma troviamo nella quarta parte precisazioni sulla natura dei reati
imputati ai baccanti: secondo il verbale trasmesso da Tito Livio, i baccanti che si erano legati per giuramenti
a commettere reati senza tuttavia avervi partecipato furono semplicemente trattenuti in carcere (39,18,3:

qui tantum initiati erant nec earum rerum ullam in quas iure iurando obligati erant in se aut in alios
admiserant, eos in vinculis relinquebant). Quelli invece che avessero partecipato a delitti sessuali o ad

omicidi, a false testimonianze, a falsificazioni di documenti, a sostituzioni di testamenti e ad altre frodi furono
condannati a morte (39,18,4: qui stupris aut caedibus violati erant, qui falsis testimoniis, signis adulterinis,
subiectione testamentorum, fraudibus aliis contaminati, eos capitali poena adficiebant ). I reati imputati ai
baccanti erano dunque delitti di diritto penale: innanzi tutto omicidi e falsificazione di documenti, in
particolare di testamenti. Insomma: modalit criminali di impadronirsi di eredit.
Ho sostenuto dieci anni fa la tesi che i baccanti abbiano effettivamente commesso questi delitti di diritto
penale e che questo sia stato il solo e unico motivo della repressione18: le vittime sarebbero state giovani
ricchi come lo era Ebuzio, rimasti come lui orfani a causa della guerra annibalica (secondo Tito Livio 23,12
molti senatori e cavalieri morirono nella battaglia di Canne). Ne sono pi che mai convinto ma i fatti che
minteressano in questa sede sono la formula qui coierint coniuraverintve quo stuprum flagitiumve inferretur ,
quelli che si fossero associati e legati con giuramenti allo scopo di commettere reati e la distinzione fatta
dai consoli tra i baccanti che si erano legati per giuramento a commettere reati senza tuttavia avervi
partecipato e quelli che avessero partecipato a delitti sessuali o a omicidi, a false testimonianze, a
falsificazioni di documenti, a sostituzioni di testamenti e altre frodi . Siamo qui messi di fronte a una
definizione giuridica estremamente precisa e concisa del tipo delle associazioni proibite dallarticolo del diritto
penale svizzero che ho citato prima e che chiamiamo oggi associazioni a delinquere.
La caratteristica fondamentale di questo tipo di associazioni che lappartenenza a una tale associazione di
per s un delitto punibile, anche in assenza di reati effettivamente commessi. A quanto ne so, non esiste
nessunaltra attestazione diretta di questa disposizione legale sulle associazioni a delinquere, e ci potrebbe
spiegare perch sia stata trascurata dalla ricerca. Ma ne abbiamo indirettamente unaltra, secondo me, nella
lettera di Plinio a Traiano sui cristiani (ep. 10,96). Di questa lettera trattata e interpretata tante e tante volte
vorrei ritenere qui solo gli elementi importanti sotto laspetto legale 19. Plinio comincia la sua lettera
spiegando allimperatore che ha dubbi sulla maniera di giudicare i cristiani della provincia. Non sa in
particolare se si debba punire lappartenenza alla setta dei Cristiani anche in assenza di atti criminali o se si
debba punire gli atti criminali connessi allappartenenza alla setta (10,96,2: an ... nomen ipsum, si flagitiis
careat, an flagitia cohaerentia nomini puniantur). Vorrei sottolineare in primo luogo che ritroviamo
nellesitazione di Plinio lalternativa dei consoli nei confronti dei baccanti: i baccanti che si erano legati per
giuramento a commettere reati senza tuttavia avervi paromicidi, a false testimonianze, a falsificazioni di
documenti, a sostituzioni di testamenti e altre frodi dallaltro. Plinio non esita perch sia incapace di
assumere le sue responsabilit, ma perch si trova di fronte a un reale problema giuridico. La mia seconda
osservazione che per designare i reati imputati ai cristiani Plinio usa lo stesso vocabolo della disposizione
legale sulle associazioni a delinquere: flagitium (flagitia cohaerentia nomini). E la terza che queste stesse
parole flagitia cohaerentia nomini dimostrano che per Plinio il fatto di appartenere alla setta dei cristiani
implicava atti criminali. Plinio descrive poi allimperatore la procedura che ha finora seguito nei riguardi delle
persone accusate di essere cristiane. Distingue tre categorie di accusati. Alla prima categoria appartengono
gli accusati che riconoscono di essere cristiani e si ostinano a rimanerlo: Plinio li condanna senza nessuna
esitazione alla pena capitale. Della seconda categoria fanno parte gli accusati che negano di essere cristiani

e lo dimostrano sacrificando agli dei pagani e maledicendo il nome di Cristo: Plinio si accontenta di questa
prova e li rilascia. La terza categoria quella che pone problemi al governatore e che ci interessa di pi: la
categoria degli accusati che riconoscono essere stati cristiani, ma che pretendono avere abbandonato la
setta. Plinio spiega allimperatore che ha ordinato agli apostati di sacrificare agli dei per assicurarsi che
avessero effettivamente abbandonato la setta dei cristiani e gli trasmette informazioni fornitegli dagli
apostati sulla loro religione. Questi gli hanno detto di non far altro che riunirsi regolarmente prima dellalba,
cantare inni a Cristo e impegnarsi con giuramenti non a commettere reati ( scelus), ma al contrario a non
commettere n furti, n atti di brigantaggio, n adulteri, a rispettare la parola data e a non negare un
deposito reclamato in giustizia ( 7: seque sacramento non in scelus aliquod obstringere, sed ne furta, ne
latrocinia, ne adulteria committerent, ne fidem fallerent, ne depositum appellati abnegarent ). Dissero
peraltro che si riunivano per cenare insieme e che il loro cibo, contrariamente a quanto si poteva sospettare,
era ordinario e innocente. Plinio giudic necessario controllare le loro asserzioni interrogando sotto la tortura
due diaconesse e non scopr altro che una superstizione irragionevole. Ad una prima lettura, e lho pensato
per molti anni, Plinio comunica allimperatore informazioni fornite spontaneamente dagli apostati per
spiegargli chi fossero e per convincerlo della loro innocenza. Ma linterrogatorio sotto la tortura delle due
diaconesse esclude questa interpretazione: non si tratta di una discussione libera ma di un interrogatorio
giudiziario. A Plinio non bastava che gli apostati sacrificassero agli dei pagani per dimostrare che avessero
effettivamente abbandonato il cristianesimo, voleva inoltre sapere che cosa avessero fatto quando erano
membri della comunit dei cristiani, e voleva saperlo perch era convinto, come dice allinizio della sua
lettera, che lappartenenza alla comunit dei cristiani implicava atti delittuosi ( flagitia cohaerentia nomini).
Attraverso le dichiarazioni degli apostati possiamo pertanto ricostituire linterrogatorio di Plinio: voleva sapere
se si fossero impegnati con giuramenti a commettere atti criminali, quali fossero questi reati e se li avessero
effettivamente commessi. Possiamo anzi identificare i delitti che Plinio sospettava che i cristiani
commettessero: adulteri, cannibalismo, furti e false testimonianze. Ma il risultato dellinterrogatorio fu
negativo: non trov altro che unassurda superstizione.
La similitudine tra le risposte degli apostati allinterrogatorio di Plinio e i reati imputati ai baccanti evidente
ed stata riconosciuta da tutti gli studiosi che si sono occupati della questione delle persecuzioni contro i
cristiani. Ma questa similitudine non stata interpretata correttamente perch generalmente ammesso che
sia i baccanti che i cristiani siano stati condannati per motivi politico-religiosi. Non credo in particolare che
Plinio si sia ispirato, nel suo interrogatorio, alla relazione di Tito Livio sullaffare dei baccanali come ha
ipotizzato il Pailler: non siamo nel campo della letteratura ma in quello della giustizia: i governatori di
province avevano il dovere di giudicare secondo le leggi e dovevano tra altro rispettare la legislazione sul
diritto di associazione. A mio avviso, la similitudine tra le risposte degli apostati allinterrogatorio di Plinio e i
reati imputati ai baccanti piuttosto dovuta al fatto che i cristiani furono condannati come i baccanti sulla
base della legge romana sulle associazioni a delinquere definita con lespressione qui coierint
coniuraverintve, quo stuprum flagitiumve inferretur . Posso ora concludere ritornando al tema della mia
comunicazione: il terrorismo e il ricorso allincendio a fini terroristici. Se riconsideriamo i diversi gruppi di
persone sospettate di aver provocato un incendio o di cui si sospettava che potessero provocare un incendio,
possiamo osservare che per quasi tutti lincendio era o poteva essere uno strumento occasionale in
circostanze particolari e per ragioni concrete e precise. Lincendio di Roma nel 210 sarebbe stato una
vendetta di Capuani per la distruzione della loro patria ad opera dei Romani. Gli incendi che temeva il Senato
durante la repressione dei baccanali sarebbero stati una reazione violenta dei baccanti alla detta repressione.
Catilina e i suoi complici volevano il potere ed erano pronti a tutto per ottenerlo. I liberti che provocarono
incendi nel 31 a.C. erano infuriati dalle tasse imposte da Ottaviano. I debitori del 7 a.C. speravano in
indennizzi dello Stato, quelli che incendiarono larchivio pubblico di Antiochia nel 69 d.C. volevano
distruggere le prove dei loro debiti. Secondo me, persone che ricorrono ad azioni di distruzione violenta per
vendicarsi di torti subiti, per trarne vantaggi materiali o per prendere il potere sono criminali, ma non sono
terroristi nel senso che intendiamo oggi.
Il caso dei cristiani fondamentalmente differente. Furono arrestati, giudicati e condannati dopo lincendio
del 64 come autori di questo incendio. Sappiamo tutti che erano innocenti ed anzi praticamente sicuro che
lincendio sia stato accidentale. Ma rimane il fatto che dal punto di vista del governo romano erano gli autori
del reato. E questo reato non lavrebbero commesso per vendicarsi di ingiurie subite, n per trarne vantaggi
materiali e neppure per prendere il potere; lavrebbero commesso, come dice Tacito per odio del genere
umano. A differenza degli altri gruppi di cui abbiamo parlato, i cristiani avrebbero perseguito, sempre dal
punto di vista del governo romano, obiettivi esclusivamente ideologici secondo la definizione del terrorismo
moderno: sconvolgere gli assetti politici e istituzionali esistenti. Infatti i cristiani avrebbero riunito, dal punto
di vista del governo romano, tutti i criteri che definiscono il terrorismo moderno: 1) avrebbero ricorso ad
azioni violente di distruzione destinate a intimidire e a terrorizzare le popolazioni provocando un massimo di
perdite umane o di danni materiali; 2) si sarebbero legati con giuramenti nellintenzione di commettere atti
criminali secondo la definizione qui coierint coniuraverintve, quo stuprum flagitiumve inferretur; 3) sarebbero

stati unorganizzazione clandestina che teneva le sue riunioni di notte ( ante lucem) come lavevano fatto i
baccanti e i congiurati di Catilina; 4) e soprattutto avrebbero perseguito obiettivi esclusivamente politici:
sconvolgere per odio del genere umano gli assetti politici, istituzionali e sociali dello Stato romano. Per i
Romani i cristiani sarebbero stati in definitiva unorganizzazione terroristica nel senso moderno del termine e
non ne conosco nellantichit classica nessunaltra. un paradosso e uningiustizia della storia, ma cos.
* Sono molto grato alla mia collega e amica Alessandra Lukinovich per aver riletto il manoscritto
NOTE
1 Descritto in dettaglio da Tac. Ann. 15,38-44, la cui fonte a mio avviso Plinio il Vecchio. Cfr. A. GIOVANNINI, Tacite, l incendium
Neronis et les chrtiens, in REAug 30 (1984), pp. 3-23.
2 Cfr. W.G. BELL, The Great Fire of London in 1666, London 1920; D. DE FOE, Le Grand Incendie de Londres, tr. fr. di P. CERDAGNE,
Lausanne 1943.
3 Cfr. C.H. SCHLEIDEN, Versuch einer Geschichte des grossen Brandes in Hamburg vom 5. bis 8. Mai 1842, Hamburg 1843.
4 Cfr. H.M. MAYER - R.C. WADE, The Growth of a Metropolis, Chicago 1972; D. LOWE, The Great Chicago Fire, New York 1979.
5 Cfr. N.F. BUSCH, Midi moins deux, tr. fr. di S. FLOUR, Paris 1963. Busch scrisse il suo libro sulla base di testimonianze di
sopravvissuti.
6 Cfr. H.V. CANTER, Conflagration in Ancient Rome, in CJ 27 (1931-1932), pp. 270-288; J. VAN OOTEGHEM, Les incendies Rome, in
LEC 28 (1960), pp. 305-312.
7 Gell. 15,1,3; cfr. anche Giuv. Sat. 3,6-9 e 197-202; Prop. 2,27,9 e Hor. Sat. 1,1,76-77.
8 Dione 50,10; 53,24; 55,8,5; 55,26-27.
9 Tac. Ann. 4,64 e 6,45.
10 Suet. Claud. 18 e Tac. Ann. 15,38-44.
11 Suet. Tit. 8,7; Dione 66,24; Vita Antonini 9.
12 Tac. Ann. 16,13,3; Fl. Gius., Bell. Jud. 7,41 ss.; Eus. H.e. 8,6,6 e Lact. Mort. pers. 14-15.
13 Tac. Ann. 15,38,2: initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id
mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim validus ac vento citus, longitudinem circi corripuit.
14 Cfr. Y. RIVIRE, Les dlateurs sous lEmpire romain, Paris 2002; A. LINTOTT, Delator and Index. Informers and accusers at Rome
from the Republic to the early Principate, in ARP 9 (2001-2003), pp. 105-122; A. GIOVANNINI, Pline et les dlateurs de Domitien, in
A. GIOVANNINI (ed.), Opposition et resistances lEmpire dAuguste Trajan, Entretiens Hardt 33, Genve 1987, pp. 219-248.
15 Cfr. per tutti J.-P. WALTZING, Etude historique sur les corporations professionnelles chez les Romains , I, Louvain 1895, pp. 61-160;
E. KORNEMANN, RE IV 1 (1900), cc. 380-480, s.v. Collegium; F. DE ROBERTIS, Il diritto associativo romano, Bari 1938; ID., Storia delle
corporazioni e del regime associativo nel mondo romano, Bari 1971; J.H. WASZINK, RAC X (1978), s.v. Genossenschaft, cc. 99-117; A.
GIOVANNINI, Linterdit contre les chrtiens: raison dtat ou mesure de police?, in CCG 7 (1996), pp. 103- 134, alle pp. 129-134.
16 Dig. 47,22,3: permittitur eis, cum dissolvuntur, pecunias communes si quas habent dividere pecuniamque inter se partiri.
17 Sullaffare dei baccanali in generale, cfr. J.-M. PAILLER, Bacchanalia. La rpression de 186 av.J.-C. Rome et en Italie: vestiges,
images, tradition, Rome 1988; e per linterpretazione qui proposta, A. GIOVANNINI, art. cit. (supra, n. 15), pp. 104-112.
18 A. GIOVANNINI, art. cit. (supra, n. 15), pp. 104-112.
19 A. GIOVANNINI, art. cit. (supra, n. 15), pp. 112-121.

Bassorilievo con scena di


Amazzonomachia dalla cella
del tempio di Apollo a
Bassae.

ALBERTO GRILLI
DRAMMATICIT DEL TERRORE NELLE CATILINARIE
Rendersi conto di qual la reazione di una collettivit di fronte a un episodio che susciti (o possa suscitare)
terrore o paura difficile, tanto pi quanto pi ci si allontana indietro nel tempo. A parte il fatto che
nemmeno la reazione odierna identica in ognuno di noi, differenze da popolo a popolo, differenze di
situazioni contingenti alterano le forme e lintensit di una reazione in et antica. Ci pu essere di aiuto a
una corretta valutazione il prendere in considerazione come si sono espresse concretamente le fonti
contemporanee allavvenimento, specie se pi duna; bench anche cos occorra esaminare con ogni cura
quali possano essere stati glintendimenti della nostra fonte, tuttavia ci troviamo davanti a molto minori
stratificazioni, almeno temporali.
Negli anni della vita di Cicerone il popolo romano avrebbe avuto pi di unoccasione di panico collettivo.
Ricordo solo la calata di Cimbri e Teutoni negli anni 105-102 o la strage di cittadini romani e italici nell89, in
ossequio a Mitridate. Non cito le proscrizioni sillane, perch non toccarono il popolo, rivolte come erano ai
grandi nobiles, senatori o cavalieri, nemici di Silla 1. Solo per i Cimbri abbiamo tracce di terrore dopo la
sconfitta di Cepione, che caus la morte di 120.000 uomini. Nella scarsit di fonti conservate, dobbiamo
arrivare a un misero cenno di Eutropio (5,1), che sicuramente riflette Livio:

Timor Romae grandis fuit, quantus vix Hannibalis tempore Punico bello, ne iterum Galli Romam redirent.

Ci fu a Roma un timore davvero grande, paragonabile appena a quello per Annibale ai tempi delle guerre
puniche, dun ritorno dei Galli a Roma.
Timor non termine che segnali uno sconvolgimento interiore, termine molto scolastico, se Cicerone lo
definisce metum mali appropinquantis (Tusc. 4,8,19). pi che probabile che realmente il terror sia esistito,
ma certo i colores sono ormai puramente letterari, col doppio riferimento ad Annibale e allinvasione gallica.
Il primo avvenimento, registrato nella letteratura, che dovremmo trovare accompagnato da terrore dovrebbe
essere la congiura di Catilina: ce ne restano due resoconti, uno assolutamente contemporaneo attraverso le
Catilinarie di Cicerone, uno di ben poco posteriore nellopusculo sallustiano.
Senza dubbi, avvenimenti nel lontano passato cerano stati, come il tumultus Gallicus o la vicenda dei
Baccanali. Ma nel primo abbiamo solo qualche cosa che tra leggenda e fantasia; della seconda la
descrizione che c rimasta di Livio quindi posteriore a Cicerone e Sallustio su Catilina, anche se poggia
su fonti annalistiche e per giunta i colori sono molto stemperati e letterari, tanto pi che si tratta depisodio
fin dallorigine manipolato per motivi politici, visto che investe lambito religioso. Non si pu infatti capire
tutto lo svolgimento della vicenda, se non si ha presente che la religione romana religione di stato: come
tale inaccettabile che possa essere incrinata dal di fuori 2.
Ma prendere in esame la congiura di Catilina, che a noi pare clamoroso tentativo di sovvertire lordine
politico costituito nella res publica Romanorum, estremamente problematico. Dire quale sia stata la
reazione del popolo a Roma alla rivelazione del complotto difficile, dato che non ebbe particolare evidenza.
difficile anche mettere Sallustio daccordo con se stesso nella sua Coniuratio Catilinae; per lo storico, se c
un momento di panico, non quando Cicerone rivela al popolo il complotto, ma abbastanza in precedenza,
al comparire delle prime misure di sicurezza (31,1-3):

Quibus rebus permota civitas atque inmutata urbis facies erat. Ex summa laetitia atque lascivia quae
diuturna quies pepererat repente omnis tristitia invasit: festinare trepidare neque loco neque homini
quoiquam satis credere neque bellum gerere neque pacem habere, suo quisque metu pericula metiri. Ad hoc
mulieres, quibus rei publicae magnitudine belli timor insolitus incesserat, adflictare sese, manus supplices ad
caelum tendere, miserari parvos liberos, rogitare omnia, <omni rumore> pavere, <adripere omnia>,
superbia atque deliciis omissis, sibi patriaeque diffidere.

Da queste misure era stata profondamente scossa la cittadinanza e disastrosamente cambiato laspetto
della citt. Da uno stato di somma gioiosit, generato dal lungo periodo di quiete, dun tratto furono presi
tutti dallo sconforto: correvano qua e l, non conoscevano requie, non si sentivano sicuri n dei luoghi n
delle persone, non erano in guerra, ma neanche in pace, ciascuno misurava i rischi in base ai suoi timori. In
pi le donne, in cui era entrato il timore duna guerra (a cui non avevano mai pensato, vista la grandezza
dello stato romano), continuavano a battersi il petto, levavano le braccia al cielo, commiseravano i loro
bambini, continuavano a far domande su tutto, a ogni notizia erano terrorizzate, saggrappavano a tutto,
lasciato perdere fasto e raffinatezze, non confidavano n in s n nella patria.
Il quadro, molto felice formalmente, abbastanza convenzionale, salvo la considerazione della causa del
repentino capovolgimento; tradizionale anche che il metus sia degli uomini, il pavor delle donne; c
unattenta gradazione nelluso dei termini: nellordine metus, terror, pavor. Sallustio parla di civitas,
cittadinanza, e di omnis, senza far distinzioni.
Ma pochi capitoli pi avanti (37,5) una netta distinzione c:

10

Sed urbana plebes, ea vero praeceps erat de multis causis. Primum omnium qui ubique probro atque
petulantia maxume praestabant, item alii per dedecora patrimoniis amissis, postremo omnes quos flagitium
aut facinus domo expulerat ii Romam sicut in sentinam confluxerant.

Ma la plebe urbana, quella s si buttava a ogni disordine per molti motivi. Prima di tutto quelli che si
distinguevano dovunque al massimo grado per infamia e sfrontatezza, ancora altri grazie ad attivit
disonorevoli per la perdita del patrimonio, infine tutti quelli che unazione infamante o delittuosa aveva
cacciato dalla loro terra erano confluiti a Roma come in una sentina.
Dobbiamo pensare quindi che la plebs urbana non faceva parte della civitas e che cittadini erano solo i
benpensanti? Ci che per ci lascia ancor pi sorpresi che quando leggiamo che Cicerone denuncia davanti
al popolo la congiura, tutta quella paura non c, anzi la plebe, che come abbiamo appena visto era stata
fino ad allora ben disposta verso i rumori che le giungevano sulle intenzioni dei congiurati, pass dallaltra
parte:

Interea plebs coniuratione patefacta, quae primo cupida rerum novarum nimis bello favebat, mutata mente
Catilinae consilia exsecrari, Ciceronem ad caelum tollere, veluti ex servitute erepta gaudium atque laetitiam
agitabat: namque alia belli facinora praedae magis quam detrimento fore, incendium vero crudelem
inmoderatum ac sibi maxume calamito sum putabant, quippe quoi omnes copiae in usu cottidiano et cultu
corporis erant.

Nel frattempo, una volta che la congiura era stata resa pubblica, la plebe urbana, proprio quella che in un
primo momento, avida di mutamenti, era del tutto propensa alla guerra, cambiato modo di pensare, prese a
maledire i piani di Catilina, a portare alle stelle Cicerone; come se fosse stata strappata alla schiavit, si dava
alla pazza gioia: pensava che altre vicende di guerra procurassero piuttosto preda che non danno, che poi
lincendio della citt fosse un atto di ferocia, eccessivo ed estremamente disastroso per loro, dato che tutte
le loro risorse stavano nella roba duso e nel vestiario (48,1-2).
Pu essere che Sallustio, convinto sostenitore di Cesare, avesse un suo interesse a sminuire gli aspetti
terribili della congiura: il discorso di Cesare in senato (cap. 51) duro, ma assolutamente privo di
drammaticit: ancor meno lo nel resoconto che Cicerone ne d nella III Catilinaria (4,7-5,10). Si pu
obiettare che si tratta di una proposta avanzata in senato, cio davanti a un corpo deliberante
particolarmente catafratto di fronte a ogni carica passionale del complotto. Quello per che non posso
dimenticare che la stessa mancanza di passionalit troviamo nelle orazioni di Cicerone, che si sente ben
responsabile di fronte al senato e al popolo della sicurezza dello stato. Questa asetticit pu avere una
spiegazione nella prima orazione, tenuta in senato davanti a Catilina, anzi rivolgendosi a Catilina stesso; cito
il momento pi concitato:

Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris oscurare coetus nefarios nec
privata domus parietibus continere voces coniurationis tuae potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta
iam istam mentem, mihi crede, obliviscere caedis atque incendiorum.

Infatti, Catilina, che aspetti pi, se la notte con le sue tenebre non riesce a nascondere le riunioni nefande
del tuo complotto e una casa privata a trattenere entro i suoi muri i vostri discorsi, se tutto viene alla luce,
se tutto erompe? Cambia le tue intenzioni, dammi retta, dimenticati di strage e incendi (1,3,6).
Le parole sono grosse, sopra tutto laccenno a strage e incendi, messo in rilievo in fine del periodo, che
destinato a essere lelemento battuto e ribattuto anche nelle successive orazioni, a sottolineare latrocit
verso le persone e le cose; ma il tono dato da quel freddo e pesante etenim che introduce questa prima
conclusione. Un discorso freddamente politico; proprio mi si pu dire perch siamo in senato. giusto
dire che nella II Catilinaria, tenuta davanti al popolo, per dar notizia della congiura, i toni sono un po pi
pieni; ma non troppo.

Quod si iam sint id quod summo furore cupiunt adepti, num illi in cinere urbis et in sanguine civium, quae
mente conscelerata ac nefaria concupiverunt, consules se aut dictatores aut etiam reges sperant futuros?
Nel caso poi abbiano ottenuto ci che desiderano come colmo della loro follia, nella citt ridotta in cenere e
nel sangue dei cittadini, sperano ci che hanno sognato nella scelleratezza collettiva dei loro infami progetti,
cio di essere consoli o dittatori o addirittura re? (2,9,19).
Tornano lincendio di Roma e le uccisioni di cittadini, retoricamente rilevate dal rovesciamento delle immagini
(si veda in latino non la citt in cenere, ma la cenere della citt); come mozione degli affetti si veda la
veemenza nel capitolo iniziale:

Quod vero non cruentum mucronem, ut voluit, extulit, quod vivis nobis egressus est, quod ei ferrum e
minibus extorsimus, quod incolumis civis, quod stantem urbem reliquit quanto tandem illum maerore esse
adflictum et profligatum putatis?

Ecco, non ha estratto come avrebbe voluto una lama assetata di sangue, uscito da Roma me vivo, gli
abbiamo strappato dalle mani le sue armi, ha lasciato noi cittadini incolumi e la citt in piedi; alla fin fine per
tutto ci da quanto grande dolore pensate che sia stato abbattuto e annientato? (2,1,2).
C una virulenza nella descrizione delle nefandezze progettate da Catilina, che culmina con lallitterazione
coperta dei due verbi finali e manca quando Cicerone presenta la congiura.

11

Non che sia molto diverso nella III Catilinaria: di nuovo davanti al popolo; c anzi un tono di soddisfatta
esaltazione per aver salvato tutti ex flamma atque ferro (3,1,1). Soddisfazione che si dispiega subito dopo:

Nam toti urbi templis, delubris, tectis ac moenibus subiectos prope iam ignis circumdatosque restinximus,
idemque gladios in rem publicam destrictos rettudimus mucronesque eorum a iugulis vestris deiecimus.

Io ho estinto i focolai gi quasi pronti tuttattorno sotto alla citt intera, ai suoi templi, ai sacrari, alle case e
alle mura, sempre io ho spuntato le spade gi snudate contro lo stato e gettato a terra le loro lame puntate
alla vostra gola (3,1,2).
Qui i particolari saddensano; ancor pi nella confessione di Volturcio: nella lettera di Lentulo a Catilina si
sarebbe detto che si doveva preparare tutto ut, cum urbem ex omnibus partibus quem ad modum

descriptum distributumque erat incendissent caedemque infinitam civium fecissent, praesto esset ille qui et
fuggenti exciperet et se cum his urbanis ducibus coniungeret.

perch, quando avessero messo a fuoco la citt da tutti i punti come era stato determinato e come era
stato assegnato a ciascuno e avessero fatto strage senza fine di cittadini... (3,4,8).
Qui siamo in un netto crescendo: per lincendio si precisa che doveva essere appiccato con un gran numero
di focolai e per la strage compare il terribile aggettivo infinitam. chiaro che Cicerone vuol fare pi
impressione sui suoi ascoltatori non dando queste atrocit come fantasie sue, ma rendendole credibili, in
quanto dichiarate da uno dei congiurati; ma anche chiaro che n negli ordini n nella lettera era detto
niente del genere, dato che si trattava di azioni gi san cite fin dal momento in cui il complotto aveva deciso
di mettersi in moto. Di questa montatura, che chiamerei scenografica, troviamo conferma quando pi oltre
Cicerone fa motivare la supplicatio agli dei con le parole quod urbem incendiis, caede civis, Italiam bello
liberassem (3,6,15). Anche qui lattendibilit del tutto raggiunta attraverso lautorevolezza del senato.
Ancora in questa orazione lo stesso gioco si rivela ma qui con una forma evidente di autoincensazione
quando loratore si presenta come lesecutore prescelto dagli dei, il salvatore di Roma:

Quo etiam maiore sunt isti odio supplicioque digni qui non solum vestris domiciliis atque tectis sed etiam
deorum templis atque delubris sunt funestos ac nefarios ignis inferre conati.

Perci di tanto maggior detestazione e condanna sono degni costoro che hanno avuto lintenzione di metter
a fuoco le vostre abitazioni e le vostre case, ma anche i templi e i santuari degli dei con fiamme luttuose e
delittuose (3,9,22).
Qui, com ovvio, gli ammazzamenti non compaiono, perch in questa unit tra dei salvatori e Romani salvati
gli dei potevano avere i templi incendiati, ma non potevano essere accoppati. naturale che il vertice di
questa scenografia compaia nellultima Catilinaria, in senato; la celebrazione di se stesso condotta da
Cicerone con mossa estremamente abile, fin dallinizio:

Nunc si hunc exitum consulatus mei di immortales esse voluerunt ut vos populumque Romanum ex caede
miserrima, coniuges liberosque vestros virginesque Vestalis ex acerbissima vexatione, templa atque delubra,
hanc pulcherrimam patriam omnium nostrum ex foedissima flamma, totam Italiam ex bello et vastitate
eriperem, quaecumque nmihi uni proponetur fortuna subeatur.
Ora, se gli dei immortali hanno voluto che questa fosse la conclusione del mio consolato, che io strappassi
voi e il popolo romano3 a una sventuratissima strage, le vostre mogli e i vostri figli, le vergini Vestali a una
dolorosissima persecuzione, i templi e i santuari, questa stupenda patria di noi tutti a unatrocissima vampa,
lItalia tutta a una guerra e a una devastazione, qualunque sar il mio destino, di me solo, sono pronto ad
affrontarlo (4,1,2).
la descrizione pi meticolosa delle minacce, ormai eluse, del complotto; ma non certo per suscitare o
spavento o timore come reazione per una congiura che non esiste pi. Il clou di tutte le quattro orazioni, in
particolare della IV, per nel VI capitolo, un quadro veramente passionale:

Videor enim mihi videre hanc urbem, lucem orbis terrarum atque arcem omnium gentium, subito uno
incendio concidentem. Cerno animo sepulta in patria miseros atque insepultos acervos civium, versatur mihi
ante oculos aspectus Cethegi et furor in vestra caede bacchantis. Cum vero mihi proposui ... tum
lamentationem matrum familias, tum fugam virginum atque puerorum ac vexationem virginum Vestalium
perhorresco et, quia mihi vehementer haec videntur misera atque miseranda, idcirco in eos qui ea perficere
voluerunt me severum vehementemque praebebo.
A me pare di vedere questa nostra citt, faro del mondo e roccaforte di tutte le genti, dun tratto crollare in
un unico incendio. Scorgo col pensiero infelici e insepolti cumuli di cittadini nella nostra patria sepolta sotto
le macerie. Mappare davanti agli occhi il fantasma di Cetego e la furia di lui che smania delirando in mezzo
alla vostra strage. Ma quando mi vedo davanti agli occhi il pianto disperato delle madri, la fuga delle ragazze
e dei ragazzi, la persecuzione delle vergini Vestali, sono sconvolto dallorrore e siccome questi fatti mi
appaiono infelici e miserevoli, per questo che mi mostrer rigoroso e determinato nei riguardi di coloro che
ebbero ferma intenzione di compierli (4,6,11).
Un quadro a tinte fosche, come duna citt conquistata da un nemico in armi; si staglia sullo sfondo lo
spettro dellincendio gallico: lunico flagello che conveniva mettere a confronto con la rivoluzione minacciata
da Catilina; in giusto risalto posto il bacchantis, che suscita un altro spettro, quello dei Baccanali. anche

12

lunica volta in cui compare lhorror, un termine che comporta con s, immediata, unimmagine visiva. Ma ci
sono anche altri segnali, che non erano comparsi nelle precedenti orazioni; ad esempio qui compaiono due
allitterazioni iniziali, per giunta ravvicinate e con la seconda quasi in paronomasia: vehementer ... videntur e
misera ... miseranda; coperta ma fortissima, compare una terza allitterazione nel primo periodo: sepulta ...
in-sepultos. Occorre tener presente che la figura arcaica e peculiare del teatro tragico; se ci rivolgiamo al
teatro, allora pi particolari acquistano significato, a cominciare da cerno. Cerno verbo vivissimo in poesia
e Cicerone vi ha aggiunto animo, perch la sua non una vera visione da invasato, ma una fantasia della
mente; sepulta patria un traslato forte, che Cicerone non ama 4, ma evidente, cos com evidente lantitesi
tra la patria sepulta sotto le sue fumanti rovine e i cittadini insepultos; poetico anche insepultos acervos
civium, sia per limmagine, sia per luso di acervos5, sia per lenallage. In pi da cerno a civium c un netto
andamento giambico, che ovviamente non d un verso perfetto (il che in buona prosa non sarebbe stato
consentito), ma che serve a risvegliare attenzione e reminiscenze negli ascoltatori. I poeti che avevano
legato, secondo una tradizione gi greca, le origini di Roma alla caduta di Troia, avevano reso famigliare ai
Romani un altro incendio, quello appunto di Ilio. A Cicerone Roma, minacciata dagli incendi dei catilinari,
appare come la novella Troia che entro le sue stesse mura ha il fatale cavallo da cui le doveva venire la
distruzione improvvisa e totale. Unallusione molto chiara e imponente, che non doveva sfuggire ai qualificati
ascoltatori di Cicerone.
Questo tanto pi vero, se valida lipotesi che ho avanzato tanti anni fa 6 e di cui sono ancora convinto,
cio che lorigine di questa quasi citazione poetica va vista nel canticum di Cassandra nellAlexander di Ennio;
un canticum che per la sua passionalit commoveva Cicerone 7 ed era opera del suo poeta preferito, Ennio.
Ma ora di tornare al nostro tema e vedere quali conclusioni si possono avanzare. Premetto che le quattro
orazioni sono state pronunciate quando ormai Cicerone era riuscito a smascherare il giuoco del complotto,
non per i pericoli che comportava. per questo che avevo preso prima in esame Sallustio; anche in
Sallustio, ad ogni modo, lunico accenno a un trambusto terrorizzato al momento in cui ancora il popolo
nulla sa della congiura, ma spaventato alla vista di misure di sicurezza del tutto insolite. Da tutto linsieme,
a me pare inevitabile trarre almeno una conclusione: nel 63 a.C. i cittadini romani non avevano esperienza di
che cosa volesse dire realmente un terrore politico o militare; tanto che neanche loratoria politica aveva
elaborato un linguaggio ad hoc. La miglior prova data dallultima Catilinaria: per concretizzare le minacce
dei catilinari, Cicerone non ha di meglio che rifarsi al linguaggio della poesia teatrale e agitare davanti al
senato i fantasmi dellincendio, dei massacri dellantica Troia. Tutto questo mondo che non conosceva
lesperienza vissuta del terrore doveva tramontare, travolto da eventi come i tumulti di Clodio (e di Milone),
la guerra tra Cesare e Pompeo, ancor pi quella tra i secondi triumviri e i cesaricidi.
NOTE
1 Nella perorazione della pro Sexto Roscio Amerino Cicerone dichiarava: Nessuno c di voi che non comprenda come il popolo
romano, ritenuto una volta mitissimo verso i nemici, sia ai giorni nostri malato duna crudelt quasi domestica. Questa, o giudici,
espellete dalla societ, questa non lasciate che pi imperversi nel nostro stato: perch non solo ha in s ci di male, daver tolto di
mezzo nel modo pi atroce tanti cittadini, ma anche daver soppresso nel cuore dei pi miti la misericordia per via dellabitudine alle
violenze. Infatti, quando a tutte le ore noi vediamo o sentiamo avvenire qualche cosa datroce, anche se di natura mitissimi, per la
frequenza dei misfatti, dallanimo nostro perdiamo ogni senso dumanit (53,154; trad. A. Rostagni). Non era facile dirlo in quei
momenti, ma non compare neanche una sfumatura del terrore, solo la crudelt.
2 Liv. 39,17,4: Contione dimissa [quella convocata dai consoli per comunicare al popolo la scoperta della coniuratio] magnus terror urbe
tota fuit nec moenibus se tantum urbis aut finibus Romanis continuit, sed passim per totam Italiam ... trepidari coeptum est. Piuttosto
colpisce il termine usato per il senato: patres p a v o r ingens cepit cum publico nomine, ne quid eae coniurationes coetusque nocturni
fraudis aut periculi importarent, tum privatim suorum cuiusque vicem, ne quis adfinis ei noxae esset (14,4). Pavor termine usato
normalmente a indicare una paura irrazionale e mutevole, che di solito caratteristica delle donne; non improbabile che Livio labbia
scelto per sottolineare lo sgomento di chi non riesce a misurare lentit del pericolo. Sullepisodio dei Baccanali si veda il contributo di A.
Luisi, in questi atti.
3 Formula ufficiale: Senatus populusque Romanus.
4 Gli usi di sepelio in traslato sono assai rari e hanno sempre un voluto rilievo, cf. per es. Tusc. 2,13,32.
5 Se ne veda un bellesempio in Accio, Epinausimache 322-323 R.2: Scamandriam undam salso sanctam obtexi sanguine atque acervos

alta in amni corpore explevi hostico.

6 A. GRILLI, Miscellanea latina, RIL 97, 1963, pp. 94-96.


7 Cf. Cic. div. 1,31,66.

13

Cesare Maccari, 1880, " Cicerone denuncia Catilina", affresco a Palazzo Madama,
sede del Senato della Repubblica

Roberta Lunetta- DOL- Master on line a.a. 2014/2015

14