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Kainos. Rivista on line di critica filosofica - ISSN 1827-3750 - derive del lavoro, n.

13 (2013)

Derive post-operaiste e cattura cognitiva


di Carlo Formenti

Analizzando la svolta liberista delle socialdemocrazie europee, Luciano Gallino 1 parla di cattura
cognitiva, riferendosi alla doppia capitolazione delle organizzazioni tradizionali del movimento
operaio di fronte alla controrivoluzione neoliberista: mancata opposizione agli attacchi del nemico
di classe e sostanziale accettazione dei suoi paradigmi teorici (Gramsci avrebbe parlato di egemonia
e di rivoluzione passiva). In un testo recente2, ho tentato di dimostrare come il processo di cattura
cognitiva sia andato ben oltre i confini della socialdemocrazia, coinvolgendo anche la cultura dei
movimenti e delle sinistre radicali. La breccia che ha consentito lo sfondamento del fronte
ideologico anticapitalista stata la rinuncia a descrivere il conflitto sociale in termini di lotta di
classe. Nel testo citato nella nota precedente, ho messo al centro della mia analisi critica: 1) i nuovi
movimenti che, dallinizio degli anni Ottanta, hanno progressivamente spostato lasse dei conflitti
sociali verso le contraddizioni di genere, le tematiche ambientali e la lotta per lestensione dei diritti
individuali nel quadro della democrazia reale (con estrema approssimazione, si potrebbe parlare
di uno slittamento dalla lotta per luguaglianza socioeconomica alla lotta per il riconoscimento delle
differenze culturali); 2) la lunga deriva del pensiero post-operaista, a sua volta in progressivo
allontanamento dal concetto di classe. In questa sede mi occuper esclusivamente di questo secondo
bersaglio polemico, concentrando lattenzione su un testo di Maurizio Lazzarato 3 che ho potuto
leggere solo successivamente alla pubblicazione del mio ultimo libro.
La mia critica di fondo attorno alla quale ruotano tutte le altre a Negri e allievi riguarda
lincapacit di prendere atto della natura storicamente determinata e dunque contingente del
paradigma teorico fondato sulla figura delloperaio massa. Dopo la destrutturazione della fabbrica
fordista, che ha annientato la forza contrattuale della classe operaia occidentale, la tradizione
inaugurata dai Quaderni Rossi si avvitata nella nostalgica ricerca di nuovi soggetti in grado di
incarnare il dogma secondo cui sarebbero sempre i comportamenti del lavoro a determinare il corso
dello sviluppo capitalistico. Il glossario neo/post operaista si cos arricchito di una serie di
categorie operaio sociale, moltitudini, ecc. nello sforzo di mantenere in vita il mito
dellautonomia delle classi subalterne, proprio mentre la guerra di classe dallalto 4 andava
distruggendo luno dopo laltro tutti gli spazi di autonomia reale. Gli ultimi anelli di questa catena
di illusioni sono stati i lavoratori della conoscenza e i lavoratori autonomi di seconda generazione,
descritti, rispettivamente, i primi come nuova avanguardia in grado di incarnare il punto pi alto
della contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione, i secondi come pionieri di un
1 Vedi, fra gli altri testi in cui Gallino usa tale definizione, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino 2013.
2 C. Formenti, Utopie letali. Contro le ideologie postmoderne, Jaca Book, Milano 2013.
3 M. Lazzarato, Il governo delluomo indebitato, Derive Approdi, Roma 2013.
4 Cfr. L. Gallino, la lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 1012.

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esodo consapevole e spontaneo dalla condizione di lavoratore dipendente. Illusioni frustrate dalla
doppia crisi della nuova economia digitale (2001) e dei suprime (2007) che ha fatto strame delle
velleit di leadership economica e culturale delle classi creative e ha evidenziato il carattere
eteronomo dei processi di fuoruscita dal lavoro dipendente. La dura lezione della crisi avrebbe
potuto e dovuto suggerire una riflessione autocritica: occorreva tornare a ragionare sulla relazione
fra conflitto sociale e composizione di classe (allargando necessariamente il campo di analisi al
sistema mondo), ma soprattutto sarebbe stato necessario rispolverare la cassetta degli attrezzi
marxista (sia pure con le ovvie esigenze di aggiornamento e rinnovamento), accantonando le
suggestioni post strutturaliste che hanno ispirato il pensiero tardo operaista. Non successo e
bench lo scossone, come conferma il lavoro di Lazzarato sul quale concentrer lattenzione da qui
in avanti, qualche effetto lo abbia prodotto, la deriva prosegue, continuando a generare i suoi
involontari effetti di cattura cognitiva da parte del campo ideologico avversario.
Lanalisi della crisi da cui prende le mosse largomentazione di Lazzarato ormai condivisa
dalla maggioranza delle sinistre radicali, non solo da quelle di tendenza post operaista; tale analisi si
basa su due assunti di fondo: 1) per il nuovo modello di accumulazione capitalistica la crisi non
rappresenta pi uneccezione bens la norma; 2) tutte le chiacchiere in merito alla necessit di
mettere mano alle regole (o meglio, di reintrodurre regole che da tempo non esistono pi) di
funzionamento del sistema finanziario sono, appunto, chiacchiere, dal momento che oggi ci
significherebbe mettere in discussione il capitalismo stesso. Si potrebbe dire che il primo assunto si
limita a riproporre una tesi che la marxiana critica delleconomia politica aveva avanzato gi pi di
un secolo e mezzo fa: le crisi non sono incidenti delleconomia capitalistica ma ne rappresentano il
normale meccanismo di funzionamento. La novit consiste nel fatto che, nella attuale fase del
capitalismo finanziarizzato e globalizzato, la crisi tende ad assumere un carattere che va al di l
dellevento ciclico: sia perch la volatilit diventa, a mano a mano che i mercati finanziari si
rendono autonomi dai mercati industriali, uno stato permanente, sia, o meglio soprattutto, perch la
crisi oggi il principale strumento di governo delle classi subordinate. Una volta accettato il primo
assunto, il secondo ne discende come un corollario: quanto pi laccumulazione assume carattere
finanziario, tanto pi il sistema tende a divenire irriformabile, per cui i sogni di un nuovo New Deal
sono destinati a rimanere tali.
Non meno condivisibile suona la critica che Lazzarato avanza, proprio a partire dalla
diagnosi sulla natura della crisi, nei confronti del concetto foucaultiano di governamentalit. Il
regime dellausterit comporta infatti, tanto a livello di un potere politico che prescinde ormai dalle
tradizionali forme di ricerca del consenso, sia a livello di un potere aziendale che, accantonati i miti
orizzontalisti degli anni Novanta, regredisce verso forme di accentramento gerarchico, il ricorso a
tecniche di imposizione, divieto, norma, direzione, comando, ordine e normalizzazione (lelenco
di Lazzarato). Ancora pi clamoroso appare il fallimento del progetto ideologico di sostituire
attraverso la categoria del capitale culturale la figura del lavoratore salariato con quella
dellimprenditore di s. Il fallimento non si riferisce tanto allo sforzo di cattura cognitiva delle classi
subalterne da parte del potere politico ed economico, che non subisce alcuna interruzione (basti
pensare alle ossessive celebrazioni mediatiche delle virt taumaturgiche di auto-imprenditoria,
startup, ecc.), quanto alla delegittimazione di tutti quei discorsi che, da sinistra contribuivano ad
alimentare analoghe illusioni (capitalismo molecolare, lavoro autonomo di seconda generazione,
ecc.), attribuendo una patente di ambiguit ai processi di privatizzazione/individualizzazione
finalizzati a smembrare il corpo di classe. Purtroppo Lazzarato non sviluppa queste intuizioni in una
critica coerente e radicale del paradigma teorico che sostanzia il concetto di governamentalit; al
contrario, il suo discorso resta saldamente ancorato al pensiero post strutturalista di Foucault,
2

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Deleuze e Guattari, finendo in questo modo per dare a sua volta il proprio contributo alla cattura
cognitiva. Per dimostrarlo, prender in considerazione alcuni nodi tematici del suo discorso: la
condizione dellindebitato come nuovo criterio dellappartenenza di classe; il capitalismo come
macchina astratta e la distinzione fra capitale e capitalismo; il rapporto fra stato e capitale; la tesi
della natura ciclica dellaccumulazione originaria; la tesi secondo cui il capitale non avrebbe pi
limiti esterni; la riproposizione della categoria del rifiuto del lavoro.

Partiamo dal tema del debito. Lindebitamento come tecnica di assoggettamento delle classi
subordinate non una novit storica, anche se indubbio che il peso del debito nei meccanismi
dellattuale crisi finanziaria sia in quanto debito privato (basti pensare alla bolla del debito
immobiliare scoppiata nel 2007 e a quella del debito studentesco destinata a scoppiare nei prossimi
anni), che in quanto debito pubblico sia decisivo; ma basta questo per affermare che la divisione
di classe non pi fra capitalisti e salariati ma fra debitori e creditori? Personalmente penso che si
tratti di unassurdit, come ho gi argomentato a proposito di analoghe tesi avanzate da Antonio
Negri e Michael Hardt5. Lipertrofia del debito privato nasce: 1) dallonda lunga della compressione
dei salari, a sua volta provocata dallesigenza capitalistica di recuperare i margini di profitto erosi
dalla crisi e dalle lotte operaie degli anni Settanta, 2) dalla necessit di sostenere i consumi falcidiati
dai tagli salariali. Invece Lazzarato rovescia la relazione causa effetto: non si costruisce
uneconomia del debito per ovviare agli effetti dei bassi salari ma si abbassano i salari per costruire
uneconomia del debito. grazie a questa inversione prospettica che si arriva ad affermare che la
divisione di classe non pi fra capitalisti e salariati bens fra debitori e creditori, mettendo in
secondo piano la lotta di classe dallalto che ha massacrato i salari (il rifiuto del lavoro salariato,
inteso come tendenziale riduzione a zero del livello salariale, oggi la parola dordine dei capitalisti
piuttosto che quella dei proletari i quali, ridotti a working poor appaiono costretti a pietire un lavoro
qualsiasi in cambio di salari di fame). Lazzarato arriva addirittura ad affermare che gli operai non
rappresentano pi una classe politica e non la rappresenteranno mai pi. Si tratta di una tesi quanto
meno bizzarra, ove si consideri che la classe operaia non mai stata tanto numerosa a livello
mondiale, e che nei Paesi in via di sviluppo le sue lotte sono in continua crescita. Ma soprattutto si
tratta di abdicazione di fronte alla sfida teorica di analizzare le mutazioni di una classe operaia
occidentale che, mentre dimagrisce nelle forme classiche del proletariato industriale, prolifera
sotto forma di una galassia di soggetti (disoccupati e sottoccupati, working poor, migranti,
lavoratori del terziario arretrato, precari, ecc.) che sta a sua volta iniziando a organizzarsi e a lottare
(basti pensare alle mobilitazioni del 18 e 19 ottobre 2013 a Roma e alle lotte dei lavoratori
americani delle grandi catene commerciali).
Tuttavia Lazzarato, esponente di quella curiosa genia di operaisti senza operai in cui si
sono trasformati lui e i suoi compagni di strada, non pu riconoscere lidentit di classe di questi
soggetti perch, intrappolato com nel paradigma foucaultiano, deve fondare i rapporti sociali sulla
genealogia delle tecniche di controllo, piuttosto che sui rapporti di sfruttamento socioeconomico.
Per questo descrive la relazione fra debitori e creditori come un dispositivo che induce i primi a
interiorizzare le relazioni di potere a partire dal debito vissuto come colpa. Tesi che si accompagna a
una riflessione critica nei confronti delle teorie psicoanalitiche e antropologiche che riconducono il
debito al peccato originale, laddove esso sarebbe piuttosto il prodotto delle societ gerarchizzate,
statalizzate, monoteiste, si tratterebbe, dunque, di una dimensione artificialmente indotta dalle
tecniche di dominio politico. Sarebbe agevole dimostrare come lunificazione sotto ununica
5

Cfr. M. Hardt, A. Negri, Questo non un manifesto, Feltrinelli, Milano 2012.

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categoria di tutte le forme storiche di dominio sopra elencate non regga: nel corso del tempo il
debito ha assunto forme diversissime, affondando le radici in dimensioni socioculturali che spesso
esulavano dalla sfera politica, la quale, in ogni caso, se ne servita con le modalit pi diverse.
Preferisco tuttavia richiamare lattenzione su un altro aspetto, evidenziato da Federico Chicchi in
una recensione6 peraltro assai elogiativa del lavoro di Lazzarato: oggi la psicanalisi perlomeno
quella di scuola lacaniana non richiama affatto lattenzione sulla colpa bens su un altro, pi
potente, motore inconscio che alimenta lindebitamento, vale a dire su quella ingiunzione al
godimento senza limiti (jouissance) che rappresenta il punto di intersezione fra culture
desideranti e consumismo7.
Passiamo ora alla distinzione fra capitale e capitalismo. Il capitale non conosce n uomo,
n donna, n sesso, n genere, n corpo, n razza: nei flussi di denaro de territorializzati non ci sono
soggetti, oggetti, individuo, collettivi, professioni, mestieri, e nemmeno linguaggi, immagini,
discorsi o classi. Partendo da questa asserzione di Lazzarato ci si potrebbe aspettare lavvio di una
riflessione convergente con le mie critiche8 nei confronti dei movimenti che attribuiscono alle
differenze di genere, etnia, ecc. valenza antagonistica, non solo nei confronti del patriarcato e altre
forme di dominio/oppressione, ma anche del capitalismo illusioni ideologiche smentite dal fatto
che il capitalismo si rivelato capace di integrare questi conflitti nei suoi meccanismi di
accumulazione, trasformando le domande di riconoscimento identitario in altrettanti bisogni da
soddisfare attraverso il mercato. Ma Lazzarato non pu imboccare tale direzione perch il concetto
di capitale cui si riferisce non quello di Marx, bens quello elaborato dalla coppia DeleuzeGuattari. Partendo dal pensiero di questi due autori, egli distingue infatti fra capitale e capitalismo:
il primo coincide con la deleuziana macchina astratta, il secondo, anzi i secondi essendo qui il
plurale dobbligo, sono i capitalismi reali, incarnati nelle differenti forme concrete che hanno
assunto nei differenti contesti nazionali, culturali, istituzionali, ecc. E qui dobbligo aprire una
parentesi epistemologica. A uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare che il capitale descritto da
Marx sia a sua volta una macchina astratta. Come spiegare altrimenti il fatto che molte delle sue
leggi trascendono le contingenze empiriche e funzionano tuttora, pur in un contesto storico
radicalmente mutato? Ma le cose non stanno affatto cos: il capitale descritto da Marx una
astrazione concreta, non , cio, n un idealtipo weberiano, n una struttura (con buona pace
di Althusser e discepoli), piuttosto una descrizione semplificata della realt storica del capitalismo
industriale del XIX secolo, e se molti elementi di tale descrizione hanno ancora senso oggi, ci non
dipende dalla bont del modello, bens dalla capacit di durare nel tempo di alcuni elementi di
quel concreto modo di produzione. Una continuit che si riferisce, in primo luogo, al conflitto di
classe, cio alla categoria fondante di un pensiero che non andava in cerca di leggi
(preoccupazione che lasciava volentieri agli economisti borghesi) ma si poneva come critica
delleconomia politica, come pensiero-azione del tutto interno alla lotta di classe. La marxiana
ontologia dellessere sociale, come ha ben compreso Gyorgy Lukacs 9, non conosce distinzione
fra struttura e sovrastruttura (unopposizione inventata da epigoni maldestri) ma coglie i rapporti
6 Cfr. larticolo di F. Chicchi sul sito di Alfabeta2, consultabile allindirizzo: http://www.alfabeta2.it/2013/12/15/ilgoverno-delluomo-indebitato
7 A tale proposito cfr. M. Fiuman, Linconscio il sociale. Desiderio e godimento nella contemporaneit, Bruno
Mondadori, Milano 2010.
8 Cfr. Utopie letali, op.cit.
9 Cfr G. Lukacs, Ontologia dellessere sociale, 4 voll., Pgreco Edizioni, Milano 2012.

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sociali nella loro concreta unit storica, senza disconoscere la reciproca autonomia delle loro
articolazioni economiche, culturali e politiche.

Torniamo ora a Lazzarato/Deleuze. Nemmeno nel suo caso la macchina astratta un modello nel
senso weberiano del termine, visto che rispecchia piuttosto il concetto di struttura che sta alla base
di tutto il recente pensiero filosofico transalpino. La struttura qualcosa di assolutamente reale (in
un senso non molto diverso da quello in cui sono reali le idee della filosofia classica) che tuttavia,
per manifestare la propria realt, deve incarnarsi. Ecco perch la macchina capitalistica astratta
(che Lazzarato descrive anche come un operatore semiotico incluso nellinfrastruttura) necessita
di un processo di personificazione. Anche qui siamo dunque in presenza di una tensione verso
limmanenza, che tuttavia, a differenza dellimmanenza marxiana, non originaria, costituiva
dellunit del reale, bens derivata. Se partiamo dalla macchina non troviamo soggetti concreti 10 ma
solo relazioni astratte che, come abbiamo appena visto, devono essere personificate. Questo
compito spetterebbe, secondo Lazzarato, allo Stato: lo Stato a produrre letteralmente dal nulla tutti
i soggetti che le incarnano. In sostanza, ci troviamo di fronte allintersezione fra lanti-statalismo
ideologico della tradizione operaista (sempre pi vicina alla tradizione anarchica) e il pensiero
genealogico di Foucault, che ricostruisce la storia di tutte le forme moderne della soggettivit come
produzioni del potere. La promettente riflessione critica di Lazzarato sui limiti del concetto di
governamentalit (vedi sopra) va cos a farsi benedire, riassorbita da questa idea di una potenza
produttiva in grado di plasmare i soggetti.

Da dove viene questa potenza? La domanda si fa impellente laddove Lazzarato ripropone una tesi
che patrimonio di tutta la tradizione marxista rivoluzionaria, quando afferma cio che il
capitalismo non mai stato liberale, ma sempre stato capitalismo di stato, nel senso che a
garantire il funzionamento della smithiana mano invisibile non sono gli automatismi del mercato,
bens gli effetti di una vittoria politica che sta a monte del mercato . Giusto, ma la vittoria politica
di chi su chi? O si ritorna alla buona immanenza marxiana, vale a dire al concetto dello stato come
comitato di affari della borghesia (che oggi la simbiosi fra lobby finanziarie e caste politiche rende
pi attuale che mai), o ci si smarrisce nella cattiva immanenza foucaultiano-deleuziana, che
neutralizza la soggettivit antagonista ingabbiandola fra la macchina astratta del capitale e la
potenza produttiva del potere. Una volta imboccata la seconda strada, quali sono i soggetti
antagonisti? Gli indebitati? Difficile, visto che lo stesso Lazzarato ammette che faticano a
esteriorizzare il conflitto proiettandolo su un nemico di classe. I lavoratori autonomi? Ancora pi
improbabile, visto che sono gli stessi cantori del Quinto Stato e dei lavoratori autonomi di seconda
generazione i primi a riconoscere lindividualizzazione e la totale assenza di consapevolezza
politica di questo strato sociale11? I cognitari? Purtroppo quella che negli anni Novanta veniva
salutata come la nuova classe emergente, alla fine del primo decennio del XXI secolo non esiste
letteralmente pi: una esigua minoranza stata cooptata nelle stanze dei bottoni delle multinazionali
10 Notiamo, per inciso, che a sparire non sono solo gli operai ma anche i capitalisti: non ci sbarazza solo della fatica di
analizzare la mutazione della composizione del proletariato mondiale, ma anche dello sforzo, di cui si sono fatti carico
autori come Gallino (vedi note precedenti), di dare volto, nome e cognome ai membri della nuove lite che governano il
mondo.
11 Cfr. in proposito, G. Allegri, R. Ciccarelli, la furia dei cervelli, manifestolibri, Roma 2011 e S. Bologna, D. Banfi,
Vita da freelance, Feltrinelli, Milano 2011.

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hi tech, gli altri sono sprofondati nellinferno della sottoccupazione e dei working poor. E allora? La
risposta di Lazzarato, come chiarisce Federico Chicchi nella gi citata recensione, si fonda su tre
classiche categorie neo/post operaiste: bioproduzione, moltitudini, rifiuto del lavoro.

Parlare oggi di rifiuto del lavoro salariato suona quanto meno bizzarro, dal momento che, come
ricordavo in precedenza, a praticarlo assai pi dei proletari sono i capitalisti, i quali nei paesi ricchi
(ex ricchi, per la maggioranza della popolazione) offrono sempre meno lavoro retribuito (se e
quando lo offrono, si tratta di lavoro sotto retribuito, precario saltuario e, non di rado, gratuito),
mentre nei Paesi in via di sviluppo ne offrono tantissimo creando una enorme massa di nuovi operai
che il lavoro non lo rifiutano ma, semmai, lottano per strappare salari pi elevati, riduzioni di orario
e ritmi produttivi accettabili. Ma non a questo lavoro che si riferisce Lazzarato, il quale pensa
piuttosto al concetto di bioproduzione elaborato da Antonio Negri e Michael Hardt, pensa cio alla
tesi secondo cui, grazie ai processi di digitalizzazione e finanziarizzazione, il capitalismo oggi in
grado di mettere al lavoro la vita stessa, di appropriarsi dellintero universo delle relazioni sociali e
di tutto il tempo vita, che divengono materia prima dei nuovi processi di valorizzazione. Chi scrive,
pur non utilizzando il concetto di bioproduzione, ha sviluppato idee analoghe analizzando i
meccanismi di funzionamento del capitalismo digitale, la sua capacit di appropriarsi dei saperi,
delle conoscenze, delle relazioni sociali e delle emozioni dei prosumer interconnessi in Rete12. La
differenza che il sottoscritto non ha mai scambiato la parte per il tutto, le tendenze per la realt
assoluta: il capitalismo digitale non il capitalismo tout court e non sopravvivrebbe un secondo
senza lenorme mole di attivit produttive che si svolgono al di fuori della sua sfera di azione e di
dominio. I post operaisti, che al contrario eleggono la tendenza a realt assoluta, sono costretti a
difendere il dogma secondo cui oggi non esisterebbe pi alcun fuori dal capitalismo, in palese e
stridente contrasto con laltra loro asserzione, assai pi sensata e condivisibile, la quale afferma che
laccumulazione primitiva non un processo che si svolto una volta per tutte nella fase aurorale
del capitalismo ma si ripete ciclicamente, dal momento che il capitalismo non pu evolversi senza
condurre periodiche campagne di appropriazione di risorse, energie, culture, conoscenze,
soggettivit, relazioni, ecc. che stanno appunto fuori (sia dal punto di vista territoriale, sia in
quanto irriducibile scarto di relazioni e attivit extra mercato presenti allinterno dei suoi stessi
confini). Si tratta di una verit ben nota a Rosa Luxemburg, che laveva meglio compresa di Lenin e
dello stesso Marx verit che smaschera lassurdit dellidea un capitalismo infinito, senza limiti
n confini. Del resto, se non esistesse un fuori il capitalismo sarebbe gi morto o agonizzante, il
che, secondo lo sfrenato ottimismo post-operaista, appunto quanto sta avvenendo perch, se
davvero non c pi fuori, la contraddizione non pi quella fra capitale e lavoro bens quella fra
capitale e vita: Oggi il rifiuto del lavoro, chiosa Chicchi commentando le tesi di Lazzarato, mette
in discussione pi profondamente il capitale di quanto non abbia fatto il rifiuto operaio, perch
riguarda la societ nel suo insieme e la soggettivit in tutte le sue dimensioni, ci che in gioco
lantropologia della modernit. Pensiero stupendo ma vuoto, dato che la soggettivit in tutte le
sue dimensioni, privata di ogni connotato di classe, non un soggetto antagonista ma una assurda
astrazione. Unastrazione che, ricondotta con i piedi per terra, non si incarna nelle nuove forme di
lotta del proletariato globale cui accennavo in precedenza, bens nel volto rabbioso delle classi
medie impoverite: populismi cinquestellari, forconi e dintorni.

12 Cfr. C. Formenti, Felici e sfruttati, Egea, Milano 2011.