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di Pino Ciociola

244 l’intervista 2 «Suicidio» a Londra: Giovedì 4 febbraio 2010 decidono i giudici Quando la scienza
244
l’intervista
2
«Suicidio» a Londra:
Giovedì
4 febbraio 2010
decidono i giudici
Quando la scienza medica
sa trovare la strada per la vita
la denuncia
3
Legge 40 assediata:
e ora chi la difende?
frontiere
4
«Nuove staminali»,
svolta nella ricerca
Pochi minuti prima di chiudere in redazione ieri se-
ra questo numero di «è vita», da Liegi è giunta la no-
tizia (che riportiamo in breve nella pagina seguen-
te) di un uomo da cinque anni in stato vegetativo
che attraverso la risonanza magnetica funzionale ha
dato segni di una capacità di interazione con l’am-
biente sfuggiti agli strumenti conoscitivi usati sinora
in casi analoghi, come quello di Eluana. È un nuo-
vo, eccezionale risultato dell’équipe dell’Università di
Liegi diretta da Steven Laureys, pochi mesi dopo il
"risveglio" di un altro paziente considerato vegetati-
vo. A conferma che va data fiducia alla scienza: per-
ché quando sa scegliere la vita, e non è zittita dall’i-
deologia, presto o tardi trova la strada giusta.
www.avvenireonline.it\vita

Eluana: un anno dopo, l’Italia chiede ancora perché

  • C hi era davvero Eluana? Com’era via via diventata dal 1992? C’era ancora qualcosa in lei della ragazza il cui volto è divenuto familiare a tutti? Durante i 17 anni di stato vegetativo si accorgeva di qualcosa o era

sprofondata in una specie di morte apparente? Era una malata terminale? Di lei che cosa sanno, davvero, i neurologi? Esistono certezze? È una valanga di domande quella che gli italiani si sono posti in questo anno trascorso dalla scomparsa di Eluana. Le stesse che il pubblico, sempre numeroso, ci ha rivolto durante le tante iniziative dedicate alla vita e alla morte della giovane donna, alle quali siamo stati invitati come «persone informate dei fatti», (una per essere entrata nella stanza di Eluana più di una volta e averla vista nel suo stato reale, l’altro per aver ricostruito dalle origini l’intera vicenda, attraverso carte e documenti per lo più sconosciuti al grande pubblico). Da Bolzano a Siracusa, in tutta Italia convegni e dibattiti sono stati organizzati in teatri, università, parrocchie, associazioni, biblioteche, scuole: cessato il circo mediatico attorno a Eluana, la gente ha iniziato a interrogarsi. Soprattutto a voler capire: chi è morto il 9 febbraio del 2009 a «La Quiete» di Udine? E alla fin fine perché? Dubbi che il nostro libro Eluana - I fatti (edito nel maggio 2009 da Ancora con Avvenire) voleva stimolare, offrendo gli elementi perché ognuno potesse farsi un’opinione. E negli otto mesi da quando è uscito la gente ha partecipato riempiendo le sale. Il dibattito è stato sempre animato seppure civile, perché il pubblico non era venuto con idee preconcette e unanimi, ma con diverse posizioni e il reale intento di confrontarsi.

U na spina da staccare? Uno dei punti più dibattuti è stata la comunicazione e i suoi blackout: il pubblico tuttora si

stupisce quando viene a sapere che Eluana non era attaccata ad alcun macchinario, che respirava e viveva autonomamente. Dunque che la famosa frase più volte letta – «staccare la spina» – era un falso: perché morisse bisognava agire. L’impressione che a tutti era rimasta, inoltre, era di un’Eluana «devastata», com’era stata descritta da quasi tutti i giornali: scarnificata, piagata ovunque dal decubito, gravemente sofferente e malata. In queste condizioni, lasciarla vivere sarebbe apparso un accanimento terapeutico, «staccarle la spina» un atto di pietà dovuta. Dall’autopsia e dalle relazioni ad essa allegate sappiamo invece che Eluana a Lecco non soffriva, il suo corpo era ben nutrito e tonico e pesava 65 chili, non c’era traccia di piaghe sulla sua pelle «liscia ed elastica», nessuna

difficoltà nella nutrizione.

MEluana era terminale? Perché tenere in

alata di cosa? Un altro frequente

interrogativo riguarda la sua «malattia»:

di Pino Ciociola 244 l’intervista 2 «Suicidio» a Londra: Giovedì 4 febbraio 2010 decidono i giudici

Il 9 febbraio 2009 la giovane lecchese si spegneva in una stanza della «Quiete»

di

Udine dopo

pochi giorni

di

agonia

In questi mesi

la gente ha continuato a interrogarsi I due cronisti

di

«Avvenire»

autori del libro che riporta l’«altra verità» sul caso hanno girato il Paese incontrando migliaia di persone E registrando le domande profonde che ancora lavorano nelle coscienze

box

Con i liceali di Milano un confronto «rivelatore»

  • C entocinquanta ragazzi faccia a faccia col mistero dello stato vegetativo. Letteralmente: perché di fronte a loro sedeva Max Tresoldi, il giovane ri-

svegliatosi dopo 10 anni di «sonno». È successo al li- ceo classico Manzoni di Milano lo scorso 27 no- vembre, quando anche il libro Eluana. I fatti è stato presentato agli alunni dei cinque anni. Un dibattito "in differita", visto che a maggio il solo Beppino En- glaro era stato invitato dal collettivo degli studenti a trattare di «Scelte personali in campo etico», senza contraddittorio. Un incontro in orario di lezioni (so- spese per l’occasione), quello di Englaro; dopo la

campanella delle 13 il secondo, ma proprio questo ne ha garantito la qualità: gli studenti presenti erano

tutti volontari e, per partecipare, posticipavano il rien- tro a casa. Sono uscite domande vere, anche provo- catorie: «Voi ci parlate di "fatti" e di "verità", ma an- che Englaro ci disse che la sua era la verità. Noi a chi dobbiamo credere?». «Si sono sentiti interpellati per- sonalmente su vita e non vita – dice Olivia Merli, do- cente di Lettere – hanno scritto anche bei temi». La

questione resta aperta, «ma quel che conta è che lo-

ro il dubbio se lo sono posto». (L.B.)

vita artificialmente un paziente destinato a morte rapida e naturale, condannandolo così a un prolungamento inutile delle sofferenze, è accanimento terapeutico? Ma sempre dalle dettagliate relazioni di tutti i medici che per 17 anni l’hanno visitata, compreso il neurologo Defanti (dal 1995 al fianco di Beppino Englaro), risulta chiaro che Eluana non era malata, anzi, era una disabile «molto sana». Addirittura mai colpita da una delle frequenti crisi epilettiche che di solito tormentano lo stato vegetativo. La domanda che allora ci viene rivolta spesso è la seguente: era una persona handicappata, come lei o peggio di lei ce ne sono a migliaia? E se sì, allora perché non si spegne

la vita di tutti i disabili gravi? Una china che i più anziani sentono pericolosa, ma che rischia di coinvolgere i più giovani, ancora privi di memoria storica.

  • L a volontà di morire. «Eluana avrebbe voluto morire?». Si è sostenuto di sì. Ricostruendo

la sua «presunta volontà» sulla base di vaghi indizi, del tipo se era contenta di frequentare la scuola dalle suore o se era uno spirito libero. Da qui la paura a due facce espressa dal pubblico:

da una parte il timore un giorno di dover «vegetare per anni solo perché nessuno sa che io di sicuro vorrei morire»; dall’altra invece il terrore, più frequente, che qualcuno possa un giorno decidere «per il nostro bene» che dobbiamo morire. Un grande buco nero, quello del testamento biologico, che sembra diventare un’esigenza ma che poi non soddisfa né lascia tranquilli: «Chi

lo dice quale sarà la mia volontà, una volta che non potessi più esprimermi? E se avessi cambiato idea?». Molto frequente anche un altro dubbio: di un adulto si può conoscere la volontà, ma di un neonato? Che fare con chi nasce nelle condizioni di Eluana?

  • M ax, il risvegliato. Ha sempre molto emozionato la presenza con noi di Max Tresoldi. Sul palco del teatro di

Longiano, Cesena (lo stesso su cui la settimana prima era salito Beppino Englaro) come davanti agli studenti liceali di Milano (attentissimi per tre ore, scatenati nelle domande), Massimiliano è stato la voce che Eluana non aveva: rimasto come lei in stato vegetativo dopo un incidente d’auto, s’è svegliato dopo 10 anni. «Vi sentivo e vi vedevo, ma non potevo dirvelo. C’ero, ma non lo capivate», ha raccontato. «Avresti mai voluto che ti facessero morire in quei 10 anni?», gli ha chiesto uno studente. Mai. «Sei felice?». Tanto.

  • C ui prodest? Perché Eluana è morta? È la domanda finale, quella che emerge quando si apprende che fin dal 1995

coloro che nel 2009 riusciranno a portarla alla morte parlavano del loro progetto. E non perché Eluana soffrisse – scrivono loro stessi – ma perché la sua morte sarebbe stata simbolica e utile per «cambiare l’idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria». Qui credenti e non credenti, unanimemente, trasalgono. Un’operazione a

tavolino, dunque? E lo scopo? Legittimare l’eutanasia?

Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola

box

Lecco e Udine, serate parallele dalla parte della speranza

box Lecco e Udine, serate parallele dalla parte della speranza «S e la vita si rianima»

«S e la vita si rianima» è il nuovo libro di Giuseppe Baioc- chi e Patrizia Fumagalli (Ares, 128 pagine, 12 euro) che verrà presentato martedì 9 in un dibattito a Lec-

co (Casa dell’Economia, alle 21) moderato dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio, con il governatore della Lombar- dia Roberto Formigoni, il presidente della Fondazione Ca’ Granda Giancarlo Cesana e Biagio Allaria, direttore del consiglio scientifico di Medical Evidence Italia. Udine vivrà invece sabato 6 la sua serata per Eluana («Il passato e la speranza», ore 18) alla Sala San Paolino d’Aquileia, con Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello, Emanuela Baio, Alessandro Bergonzoni, Mario Melazzini, Fulvio De Nigris e Max Tresoldi, insieme a Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola.

Un dossier per chi non volta le spalle

Un dossier per chi non volta le spalle «T rionfo dell’auto- determinazione del paziente? Rifiuto dell’accanimento

«T rionfo dell’auto-

determinazione

del paziente?

Rifiuto

dell’accanimento

terapeutico?

Oppure uccisione di una disabile che non ha chiesto di morire e che ha subìto la morte a causa della sua condizione, ritenuta indegna di essere vissuta? Un affare privato o una vicenda che riguarda tutti? Una donna che era già morta diciassette anni fa? Davvero aveva chiesto di essere uccisa? Un padre che rispetta la volontà della figlia o che vuole farla morire per le proprie convinzioni? E i giudici: hanno applicato la Costituzione e le leggi o hanno pronunciato una ingiusta condanna a morte? Un processo giusto o iniquo? Molti sono i dubbi che nascono dalla vicenda di Eluana Englaro, molte le domande che bruciano: non

possiamo voltare le spalle per non riflettere su ciò che è accaduto». E cerca di non voltarle Giacomo Rocchi, giudice penale presso il Tribunale di Firenze, autore di Il caso Englaro. Le domande che bruciano (Edizioni Studio Domenicano).

U n testo – scrive lo stesso Rocchi – che «presenta e interpreta il caso Englaro utilizzando come fonte principale le

sentenze e i decreti emessi nel corso degli anni,

oltre alle informazioni di carattere medico- scientifico che sono ampiamente disponibili, sia di carattere generale, quanto alla condizione dei soggetti in stato neuro-vegetativo persistente, sia sulla condizione specifica di Eluana». Le risposte di Rocchi arrivano dopo una prefazione di Clementina Isimbaldi, che

spiega come «se alla domanda "chi è l’uomo?"

rispondiamo a prescindere

dalla dignità

... strutturale che gli conferisce un "valore incondizionato"», dell’uomo stesso «si può fare ciò che si vuole in nome di un diritto inesistente a disporre della sua vita, quando ormai è divenuta "funzionalmente" inutile».

A llora, prosegue la Isimbaldi, «nel caso di E- luana questa cultura è arrivata a stravolgere

la Costituzione

che ha alla propria origine

... l’indisponibilità della vita, l’inesistenza di un diritto a morire, l’inesistenza del concetto di au- todeterminazione». Mentre al contrario «si vor- rebbe far credere che l’uomo è libero di fare ciò che vuole fino a determinare la propria vita in ogni particolare, così come predisposto e desi- derato, Eluana – e chi come lei vive una condi- zione di disabilità grave – è il segno evidente della assurdità di questa convinzione». (P.Cio.)

Tam-tam per un libro «scomodo»

di Pino Ciociola 244 l’intervista 2 «Suicidio» a Londra: Giovedì 4 febbraio 2010 decidono i giudici

« D

a giornali e tivù è stato censurato. Dalla distribuzione certo non è

stato incentivato. Ma zitto zitto ha camminato sulle sue gambe e ha fatto il suo dovere, che poi era quello di costringere le persone ad avere dubbi, a farsi domande». Padre Gilberto Zini, direttore dell’Editrice Ancora, coeditore insieme ad Avvenire del libro Eluana - I fatti di Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola, a otto mesi dall’uscita del volume tira le somme di quello che – da esperto di lungo corso – definisce un piccolo fenomeno editoriale. «Uscito nel maggio 2009, tre mesi dopo la morte di Eluana Englaro, è andato presto esaurito e a settembre è stato ristampato». Per capire ciò che questo significa, bisogna tenere presente il contesto: «Il nostro distributore, l’Rcs, è anche distributore nonché editore dei due libri scritti da Beppino Englaro, fattore certo a noi non favorevole. Inoltre, tranne rarissime eccezioni,

È ormai un caso editoriale il reportage che ha chiarito mistificazioni mirate e manipolazioni giornalistiche Zini (Ancora): un successo, malgrado tanti ostacoli e il silenzio dei media

i media hanno avuto timore a recensire il volume, del quale il grande pubblico non è venuto a conoscenza. Terzo punto: da mesi il clima era arroventato e molti, perfino all’interno della Chiesa, preferivano lasciar sedimentare il tutto. Il libro ha risentito di tutto questo, ma alla fine è emerso nettamente».

  • I l progetto ha avuto origine da Avvenire – racconta Zini –, come risposta concreta a un’esigenza espressa da numerosi lettori del

quotidiano: «Un anno fa in questi giorni il dibattito era ferocissimo. Io stesso seguivo il caso Eluana sulle diverse testate, e ciò che alla fine arrivava al lettore era solo una grande confusione. Anche a me, come a tanta gente, sembrava opportuno sapere come stessero davvero le cose: dalle notizie completamente

opposte che leggevo su Eluana capivo che le sue condizioni erano descritte a seconda delle tesi preconcette di chi le raccontava ... Occorreva che qualcuno dicesse una parola pacata ma anche attenta alla verità dei fatti».

S eguirono le rare quanto autorevoli dichiarazioni delle suore Misericordine, le uniche che potevano metter fine alla ridda

  • di ipotesi campate per aria, «così

apprendemmo che Eluana era una persona non vigile, ma come tante altre in condizioni analoghe, che la lavavano, la portavano in giardino. Tutto questo gli italiani non lo sapevano, andavano raccontati i fatti, come

dice il titolo». E infine «la tristissima notte in

cui il padre se la portò via

anche se io ho

... sempre un’attenzione alle ragioni del cuore di

quest’uomo, dato che, comunque sia andata a finire, per lui è una vicenda estremamente

pesante». Per ora un fatto è già certo: ci dissero che Beppino Englaro aveva aperto la strada a centinaia di altri genitori, «ma dei 2.700 casi

  • di stato vegetativo in Italia, nessun padre e

nessuna madre l’ha imboccata». Il primo

anno è trascorso senza vittime.

stamy di Graz
stamy
di Graz

di Andrea Galli

2 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita
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Avvenire
Giovedì, 4 febbraio 2010
www.avvenireonline.it\vita

«Suicidio assistito»: a Londra decidono i giudici di Elisabetta Del Soldato

Ilora Finlay
Ilora Finlay

Si fa sempre più acceso il dibattito in Inghilterra dopo i primi casi approdati davanti alla Corte penale e la nuova

linea della scelta "caso per caso" decisa l’anno scorso Un’apertura di fatto alla legalizzazione della pratica, finora vietata. L’allarme della baronessa Ilora Finley, da oltre vent’anni impegnata sul fronte delle cure palliative: «Così si scaricano i malati»

  • L a baronessa Ilora Finlay è un membro indipendente della Camera dei Lord ed esperta in cure palliative. Da oltre vent’anni lavora a fianco di malati terminali, da sempre si batte

contro la legalizzazione del «suicidio assistito» in Gran Bretagna. La sua voce è diventata una presenza abituale negli ultimi mesi sui media britannici, in un periodo in cui alcuni casi hanno riacceso il dibattito sulla questione se sia giusto o sbagliato aiutare una persona sofferente a morire. Il suicidio assistito è illegale nel Regno Unito e punibile fino a 14 anni di reclusione come stabilito dal Suicide Act, che però garantisce alle autorità di usare «la loro discrezionalità» nei singoli casi. Lo scorso luglio il direttore della Procura generale Keir Starmer aveva pubblicato nuove linee guida che permettono alla magistratura di considerare ogni caso in maniera a se stante, assegnandogli il potere di scagionare parenti e familiari che aiutano una persona a morire.

Baronessa Finlay, la legge attuale parla

legge sul fine vita

di Pier Luigi Fornari

Respinto l’emendamento del Pd:

la nutrizione assistita non si tocca

B occiato ieri in Commissione Affari sociali della Camera un emedamento del Pd che

avrebbe aperto la strada al rifiuto di alimentazione e idratazione nelle

Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat). La proposta respinta avrebbe

soppresso l’intero comma 5 dell’articolo 3 del testo sul fine vita, che appunto sancisce che si tratta di «forme di sostegno vitale», «fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita». E quindi l’alimentazione e l’idratazione «non possono formare oggetto» di Dat.

capogruppo in Commissione Livia Turco non ha accettato la riformulazione proposta dal relatore, Domenico Di Virgilio (Pdl), con la precisazione che la proibizione deve riguardare sia le modalità attive che quelle passive e con il riferimento agli articoli del Codice penale che le vietano.

  • L a Turco, poi, ha ritenuto di lanciare un monito al centrodestra

affinché «la discussione non prosegua sulla base di costruzioni ideologiche», ma la maggioranza ha replicato contestando il

Alla Camera prosegue in Commissione il confronto sul biotestamento, tra ripetuti tentativi di strappi

tentativo di Pd e Idv di «scardinare l’architettura della legge». Il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, ha assicurato che si sta «lavorando perché con una buona legge, una legge di libertà, quello che è successo a Eluana non accada mai più». Secondo la Roccella, infatti, «è stato il primo caso in cui una sentenza ha portato un cittadino italiano alla morte». Un’anomalia attuata anche «al di fuori delle regole del Servizio sanitario nazionale, che è nato per curare, e possibilmente guarire, i malati».

  • L a commissione ha inoltre accantonato, per riproporlo nell’articolo 4, un emendamento

della Lega che vuole precisare che le Dat non possono essere ricostruite sulla base degli stili di vita e che non ha valore qualsiasi dichiarazione di intenti rilasciata prima dell’entrata in vigore della legge. Un altro emendamento del Pd per ribadire il divieto di inserire nelle Dat indicazioni comportanti forme di eutanasia è stato respinto, perché la

Liegi: vegetativo da cinque anni risponde «sì» e «no» col pensiero

S Un uomo da cinque anni in stato vegetativo a causa di un incidente automobilistico ha risposto «sì» e «no» attraverso il pensiero rilevato dalla risonanza magne-

tica funzionale. L’ha annunciato ieri sera un comunicato dell’Università di Liegi, segnalando che le conclusioni di questo studio sono state pubblicate dal New England Jour- nal of Medicine. L’uomo ha 29 anni, e proviene da un im- precisato Paese dell’Europa dell’Est. La sua attività cere- brale è stata monitorata con la moderna tecnica delle im- magini da risonanza magnetica funzionale, l’Irmf, dall’é- quipe dell’Università belga e da quella di Cambridge: è emerso che quando al paziente venivano poste doman- de semplici come «Tuo padre si chiama Thomas?» si at- tivavano le stesse aree del cervello che si innescano nelle persone sane. Lo studio è stato condotto su 23 pazienti dichiarati in stato vegetativo, e in quattro di loro sono sta- ti rilevati segni di coscienza. La tecnica dell’Irmf potreb- be inoltre «permettere a pazienti di esprimere i propri sentimenti e di rispondere da soli a domande difficili», ha dichiarato Steven Laureys, leader dell’équipe di Liegi.

chiaro riguardo l’illegalità del suicidio assistito. Perché dunque, come dimo- strano alcuni casi recenti, sta diventan- do sempre più facile aiutare una perso- na a morire e non essere puniti per questo?

«L’Atto sul suicidio ha un volto severo e un cuore compassionevole. La legge ci offre un messaggio chiaro: non è permesso uccidere una persona e quando una persona esprime il desiderio di suicidarsi abbiamo il dovere di prendercene cura. In Gran Bretagna avvengono cinquemila sucidi l’anno, e questo nonostante le strategie di prevenzione. Ma la legge sul suicidio assistito funziona in un modo che, quanto all’incriminazione, ogni caso deve essere considerato individualmente. E anche quando un tribunale emette un verdetto è sempre possibile sospendere la sentenza. Questo è già successo in passato anche nel caso in cui l’imputato era stato dichiarato colpevole. Prendiamo per esempio chi ha accompagnato un familiare all’estero a morire. Nessuno di questi è stato fino a oggi incriminato nonostante la legge dica che è illegale aiutare o incoraggiare una persona a morire».

suicidi assistiti è quadruplicato. Una legge in questo senso cambia qualcosa nel cuore di una società e nell’atteggiamento della gente:

togliersi la vita non è più solo una scelta tragica di un momento, ma diventa un’opzione da considerare in anticipo. A ciò si aggiunga le difficoltà sempre più evidenti della scienza nel definire la condizione dei malati "terminali":

sempre più spesso le diagnosi si rivelano errate. I

malati terminali hanno momenti di disperazione e in questi momenti credono che la morte sia la soluzione migliore. Questi sentimenti di angoscia a volte durano una settimana, altre un mese, ma nella mia lunga esperienza ho incontrato tanti malati che, passato il brutto momento, mi hanno detto che non avrebbero mai creduto di poter gioire di nuovo della vita. Il ricovero, anche se breve, anche se non completo, è sempre accaduto dopo cure palliative adeguate, dopo che è stato ridato valore alla vita di un paziente».

Le cure palliative potrebbero dunque essere la vera risposta a questi malati?

«Non ho mai pensato che le cure palliative siano una bacchetta magica: le persone soffrono e la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Ma se eliminiamo il dovere di prenderci cura dei nostri simili dalla nostra società e se ai vulnerabili togliamo la protezione garantita dalla legge, saremo messi di fronte a conseguenze che non avevamo mai desiderato in primo luogo. Alle persone vanno garantite delle scelte, delle vere scelte, affinché possano vivere e morire bene invece di spingerle a pensare che una vita più corta sia l’unica soluzione disponibile».

Il fatto che le incriminazioni siano sempre più rare, infatti, fa intravedere la possibilità di una legalizzazione del suicidio assistito. Cosa sta cambiando in Gran Bretagna?

È stato spesso detto che curare un ma- lato terminale sia molto più caro che aiutarlo a morire. E così?

«Lo scopo delle cure palliative è quello

«La grande preoccupazione è che, scaltramente, si stia lavorando per un cambiamento dell’atteggiamento della società nei confronti del suicidio assistito. Come se si volesse portare la società a credere che legalizzarlo sia ormai diventato inevitabile».

  • di aiutare le persone, di migliorare la

qualità della loro vita. Non è un lavoro facile. Purtroppo viviamo in una società in cui dobbiamo lottare per ottenere

risorse ed è troppo facile fare tagli e sostenere che alcune vite vanno la pena

  • di essere vissute più di altre. Ma nel

Cosa accadrebbe nel caso di un cam- biamento della legge?

«Basta guardare a ciò che è accaduto nell’Oregon. Da quando la pratica è stata legalizzata, dieci anni fa, il numero dei

momento in cui si decide di prendere delle scorciatoie si avvalla la disperazione di questi malati. Il messaggio che ricevono è che sarebbe meglio per tutti se morissero. E questo non è certo dar loro una scelta».

Cannabis medica, la doppia verità

di Andrea Galli 2 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita «Suicidio assistito»: a Londra decidono i
  • I l governo si impegna «unicamente a verificare l’opportunità e la fattibilità

tecnica e giuridica di una produzione in Italia, presso lo stabilimento farmaceutico militare di Firenze, di medicinali a base di cannabis utilizzando le eccedenze di produzione di cannabis del Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo che, in deroga ai divieti della legge sugli stupefacenti, coltiva tale pianta per scopi scientifici applicati all’agricoltura e alla valorizzazione dei prodotti agroindustriali». È tutto qui, nella precisazione fatta da Carlo

Giovanardi – sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia e al contrasto delle tossicodipendenze – il senso della decisione maturata in Parlamento la settimana scorsa: un impegno del governo – attraverso il ministro della Salute Fazio, che aveva recepito al Senato un ordine del giorno dei radicali – a valutare la fattibilità della produzione italiana di farmaci cannabinoidi che, non essendo commercializzati nel nostro Paese, possono essere richiesti dall’estero ma a costi spesso ingenti. Un impegno a riflettere che tra l’altro, come ha commentato a caldo un decano della farmacologia in Italia, Silvio Garattini, resta molto sul vago: «Bisogna precisare quali sono i farmaci che si vogliono

Dopo il colpo di mano radicale dell’ordine del giorno fatto proprio al Senato dal ministro Fazio, gli esperti smascherano il vero intento dell’operazione parlamentare: aprire un varco «anti-proibizionista»

produrre, per quali malattie e con quale iter autorizzativo. Non è possibile produrre dei farmaci se questi sono brevettati». Eppure il mondo antiproibizionista esulta: a partire dalll’Aduc, associazione diritti utenti e consumatori di orientamento radicale, fino al peana pro-cannabis terapeutica a firma di Guido Blumir, presidente del comitato scientifico «Libertà e droga», ospitato su Repubblica di martedì. Ma il motivo di esultare c’è?

«N on c’è letteratura scientifica che giustifichi l’impiego di questi prodotti – commenta, secco,

sempre Garantini – abbiamo casi aneddotici, lavori di scarso significato. Questa attenzione ai cannabinoidi viene dal mondo radicale. Fa parte di una stretegia per cercare di legittimare l’uso della cannabis. Se questa è vista come terapeutica, acquista una buona nomea, una buona immagine». Insiste Garattini: «Questi prodotti hanno tra l’altro effetti collaterali pesanti, tanto è vero che il Rimonabant è stato tolto dal commercio. Bisognerebbe fare degli studi comparativi per stabilire quel è la

 

«No all’eutanasia in casa» Una città svizzera si ribella

  • L e autorità di Wetzikon, comune del Cantone Zurigo, in Svizzera, hanno presentato ricorso contro la decisione

di consentire a Dignitas, la nota organiz- zazione che mette a disposizione le pro- prie strutture per assistere chi decide di suicidarsi, di operare in una abitazione della stessa città. Era il 15 dicembre del 2009 quando il Tribunale amministrati- vo di Zurigo si era pronunciato a favore dell’ubicazione di una sede operativa di Dignitas in una cosiddetta "zona mista". Le autorità locali però si sono appellate al Tribunale federale, affermando che la zona in questione è principalmente di ti- po residenziale, addirittura con un asilo

nelle immediate vicinanze. Per sostenere la protesta si è anche costituita l’associa-

zione di residenti della zona dal nome

«Wetzikon senza Dignitas». (L.S.)

loro l’efficacia e la loro tossicità rispetto ad altri prodotti che sono già disponibili». Un parere simile lo esprime Marco Maltoni, direttore dell’unità operativa di cure palliative dell’Ausl di Forlì: «Anche un palliativista di riferimento internazionale come Eduardo Bruera ha messo in guardia dagli effetti collaterali dei farmaci cannabinoidi:

anomalie percettive, comprendenti anche alllucinazioni, disforia, depersonalizzazione, vertigini e visioni

alterate, tanto più nelle persone anziane. Avere un’arma in più per affrontare il dolore è sempre utile. Ma direi che il battage sui cannabonoidi, messi sulla bilancia i pro e i contro, sembra giustificato più da motivi che non sono strettamente medici. Usare il piano medico per perseguire fini che stanno magari sul piano voluttuario è controproducente e non rispettoso dei pazienti».

A ugusto Caraceni, responsabile medico dell’hospice Virgilio

Floriani dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, sottolinea invece la presenza di dati della ricerca

scientifica sul rapporto tra cannabinoidi e percezione del dolore, anche in campo oncologico, seppur «di interesse moderato, non entusiasmante: si sa di qualche utilizzo possibile, ma restano da chiarire le piene possibilità terapeutiche». Un campo di ricerca «comunque interessante, nella sua oggettività, e che va perseguito senza ricadere in opposte ideologie. Non si può invocare l’immediata necessità di utilizzo di questi prodotti, né combatterli pregiudizialmente solo perché si teme che siano un cavallo di troia per l’uso di cannabis».

scienza

Vescovi: istituti in rete per una ricerca «etica»

Angelo Vescovi F ar crescere le attività di studio e inserirle in una rete di istituzioni
Angelo Vescovi
F ar
crescere
le
attività
di studio
e
inserirle in una
rete di
istituzioni che
si propongono
  • di fare ricerca in modo eticamente

accettabile. Sono gli obiettivi che

Angelo Luigi Vescovi, nuovo direttore scientifico dell’Irccs «Casa Sollievo della Sofferenza» (Css) ha illustrato ieri durante la conferenza stampa di presentazione, insieme al direttore generale dell’ospedale di San Giovanni Rotondo (Foggia),

Domenico Crupi. «Questo istituto – ha detto il neodirettore – ha una grande esperienza nella diagnosi e cura delle malattie genetiche, merito in gran parte del mio predecessore (il genetista Bruno Dallapiccola, ndr). Da parte mia

  • mi impegno a potenziare la ricerca

traslazionale, cioè che mira a portare al letto del paziente le scoperte del laboratorio».

  • D iverse sono le aree di ricerca che l’Irccs dell’Opera di Padre Pio ha sviluppato, in parte a

San Giovanni Rotondo, in parte all’Istituto Mendel di Roma: «Sono qui da poche settimane – aggiunge Vescovi – ma ho già potuto verificare l’ottimo livello e la qualità dei laboratori; non c’è solo l’ospedale ma anche un intero edificio che ospita sei gruppi di ricerca validi in patologie oncologiche, diabete e altre, che si integrano con le competenze sulle malattie genetiche rare. E d’altra parte all’Istituto Mendel si fanno anche diagnosi cliniche sui

pazienti». Il professor Vescovi è noto soprattutto per i suoi studi con le cellule staminali: «Metterò a frutto le mie competenze anche qui: credo si possa sviluppare un

centro di eccellenza che si occupi

  • di produrre Ips (le cellule adulte

riprogrammate fino a diventare simil-embrionali) a partire dai campioni biologici qui raccolti da persone affette da malattie genetiche. Potrebbe essere un’utile fonte per studiare proprio queste malattie». «Sono tante le patologie

che ci interessano e che stiamo studiando per poter iniziare trial clinici con le cellule staminali:

dalla sclerosi laterale amiotrofica (Sla) al Parkinson, dalla sindrome

  • di Tay-Sachs al morbo di

Canavan».

E come emerge sempre più nelle ricerca medica più avanzata, la direzione scientifica dell’Irccs

  • di San Giovanni Rotondo

permetterà al professor Vescovi di integrare lavori che porta avanti anche in altri laboratori: «Credo si possa integrare molto bene la ricerca della Casa Sollievo della Sofferenza e dell’Istituto Mendel con gli studi che porto avanti al Centro sulle cellule staminali di Terni e in quello di ingegneria dei tessuti di Niguarda a Milano. A Terni siamo in attesa dell’approvazione dell’Agenzia italiana del farmaco per la nostra procedura Gmp (good manifacturing practises) di produzione delle cellule staminali cerebrali umane; poi potremo tornare alla commissione di fase 1 del ministero della Salute per l’approvazione del nostro protocollo sperimentale. A Niguarda invece procedono gli studi di ingegneria dei tessuti anche per la ricostruzione dopo lesioni midollari consolidate. Penso – conclude Vescovi – che le tre attività si integrino bene in una rete di istituzioni che cercano di fare ricerca in modo che non ferisca la sensibilità etica di nessuno».

Enrico Negrotti

di Giulia Galeotti

Avvenire 3 Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita
Avvenire 3
Giovedì, 4 febbraio 2010
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Lobby all’assalto della legge 40. E chi la difende? di Domenico Delle Foglie

di Giulia Galeotti Avvenire 3 Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita Lobby all’assalto della legge 40. E

Usa

In campo per lo spot anti-aborto

  • C ontinua a tenere banco negli Stati Uniti la polemica intorno alla storia di Tim Tebow, quarterback della

squadra di football dell’Università della Florida, nato nel 1987 grazie alla scelta di sua madre che non ascoltò chi le consigliava di abortire. Secondo i medici Tim avrebbe potuto subire gravi malformazioni a causa di una cura a cui si era sottoposta la donna. La storia è diventata simbolo delle difesa dei non nati, tanto da essere al centro di uno spot che verrà trasmesso durante il Super Bowl di domenica prossima grazie al finanziamento del Focus on the Family, un’associazione antiabortista. Trenta

secondi, tanto durerà lo spot dal titolo «Celebrare la vita, celebrare la famiglia», che fanno discutere l’America e che hanno incassato l’approvazione di alcuni giocatori della Nfl, la lega nazionale di football. David Garrard, quarterback dei Jacksonville Jaguars, applaude la scelta di Tebow di manifestare apertamente le sue convinzioni in tema di aborto. A Garrard fa eco David Akers, giocatore dei Philadelphia Eagles che si dichiara deciso sostenitore del diritto alla vita e dunque favorevole alla messa in onda dello spot. Dello stesso avviso è Heath Miller, dei Pittsburgh Steelers, che riconosce nel messaggio implicito nella vita di Tebow un forte incoraggiamento per tutti.

N on sembrano pensarla così, invece, molte associazioni schierate a

favore dell’aborto, che denunciano il rischio di acuire le divisioni tra americani, chiedendo di conseguenza la cancellazione dello spot. Gli ultimi tentativi in tal senso sono orientati a screditare la storia della madre di Tebow. Secondo Kim Gandy, della Feminist Majority Foundation, la donna avrebbe deciso di non abortire semplicemente perché nelle Filippine, dove si trovava all’epoca dei fatti,

l’aborto è illegale. Molte sono state le repliche a queste insinuazioni: una su tutte quella della editorialista sportiva del Washington Post Sally Jankins, dichiaratamente pro-choice, ma che ha definito "intolleranti" le critiche di chi si oppone allo spot.

Lorenzo Schoepflin

  • I l seminario era a porte chiuse, ma ci ha pensato L’Espresso a far sapere al mondo intero che c’è «un gruppo che si prepara a dare l’assalto all’ultimo tabù della legge 40,

sulla fecondazione assistita, il divieto della fecondazione eterologa». Parole testuali di Chiara Valentini, la giornalista invitata ad Acireale da Nino Guglielmino, ginecologo di Catania. «Dopo la sconfitta del referendum – scrive la giornalista – Guglielmino era stato fra i più decisi a percorrere la strada giudiziaria. E infatti dal suo centro Hera, uno dei più grandi d’Italia, vengono parecchie delle coppie che con i loro ricorsi ai Tribunali e

ai Tar hanno consentito alla Corte

costituzionale di rimettere mano alla legge». Abbiamo preferito utilizzare il testo dell’articolo, piuttosto che sintetizzare, poiché fotografa la situazione e ci dà la misura esatta dell’operazione che sta per prendere le mosse in questi

giorni. Ripropone, infatti, in tutta la sua drammaticità, l’attacco a una legge dello Stato, confermata da un referendum democratico, ma che in questo momento sembra non avere più né padri né difensori all’altezza della sfida. Sembra quasi che sia in Parlamento sia nel governo, fatte alcune debite e virtuose eccezioni, non ci sia nessuno che voglia difendere questa legge dagli assalti

  • di quanti mostrano senza alcuna

remora il loro volto e i loro

interessi di natura marcatamente lobbystica.

E ppure, i sostenitori

dell’eterologa sanno bene che questo è uno dei temi sui quali

c’è, in assoluto, il minor consenso sia da parte dell’opinione pubblica sia da parte delle stesse coppie con problemi di fertilità. Sanno bene che nel profondo delle coscienze degli uomini e

delle donne del nostro Paese c’è la consapevolezza che un figlio debba poter avere certezza sull’identità dei propri genitori, eppure questo non li ferma. Anzi,

  • li rende ancor più aggressivi e

determinati nel pressare alcune coppie perché agiscano in Tribunale. «Ricordatevi – riporta la

giornalista – che pochi accettano

  • di parlare in pubblico della

propria sterilità». E così già prevedono che sarà difficile trovare coppie disposte a ricorrere in Tribunale, ma vedrete che con il loro pressing ci riusciranno. Forti anche dei risultati già ottenuti:

eliminazione del limite dei tre ovociti, che una volta fecondati andavano impiantati tutti (Corte costituzionale dopo sentenza del Tar); abolizione del divieto di crioconservazione degli embrioni e quindi porte aperte alla diagnosi preimpianto (casi specifici previa sentenza, vedi Tribunale di Salerno). In questo scenario svolge un ruolo decisivo la

Forti dei risultati già ottenuti

per via giudiziaria, ora i gruppi legati ai radicali e a interessi ben identificati si apprestano a sfidare anche il divieto

  • di fecondazione eterologa

Ma nella politica molti tra

quelli che potrebbero attivarsi sembrano assistere senza batter ciglio alla guerra dichiarata contro una legge dello Stato, confermata da un referendum popolare

Consulta, chiamata direttamente

in causa dalla lobby dell’eterologa,

  • di cui già presumono un

orientamento accondiscendente. Del resto, già nel caso degli ovociti, la Corte costituzionale ha vestito gli abiti dell’arbitro favorevole, in barba ad ogni principio di precauzione, ma soprattutto incurante della dignità dell’embrione sancita nell’articolo 1 della Legge 40. In sintesi: addio embrione, addio Legge 40.

Ma di questo la Consulta sembra non preoccuparsi, presa com’è dalla foga di sanzionare quelli che a suo avviso sembrano altrettanti sbreghi al principio di eguaglianza. Se ciò che non è ottenibile mediante la natura è raggiungibile mediante una tecnologia, più o meno invasiva –

non importa se il soggetto danneggiato è l’embrione – perché arrendersi dinanzi a questa situazione percepita come un’ineguaglianza? Ecco svelato il meccanismo che sancisce sempre e comunque uno stato di minorità dell’embrione, a cui la Corte non ha inteso sino a oggi porre rimedio.

L’ embrione è percepito dalla Corte costituzionale, in barba alla legge 40, come un

soggetto portatore di diritti inferiori. Fa scuola, insomma, la

legge 194, con la posizione preminente della madre sul concepito. Per estensione, nel caso della Legge 40, mettendo in conflitto «le giuste esigenze della procreazione» e i diritti dell’embrione, si preconizza di far pendere automaticamente la bilancia dalla parte degli adulti. Fra il diritto di una coppia infertile ad avere un figlio anche attraverso

l’eterologa e il diritto del figlio ad avere un’identità genetica certa, state sicuri che prevarranno i diritti dei più forti. Ovvero di tutti gli adulti in campo: genitori, medici, magistrati, lobby. A chi volete che importi il diritto dell’embrione, vero e unico soggetto debole di questa partita? Fermi come siamo nella consapevolezza che le leggi dello Stato siano solo gli strumenti che le democrazie si danno per regolare la vita comune e perciò lungi da noi l’idea di volerne assolutizzare il valore, siamo però sconcertati dalla leggerezza con la quale un Parlamento e un governo possano lasciar morire una legge "ragionevole" come quella sulla procreazione medicalmente assistita. Tocca forse alla società civile fare la guerra alle lobby? E con quali strumenti giuridici a disposizione, visto che ogni refolo viene colto dai tribunali e dalla Consulta come un uragano? È come se in certe aule si sappia dire solo "sì", assecondando ogni desiderio dell’uomo moderno. Perché dire "no" costa una fatica improba. È impopolare, poco chic e anche politicamente scorretto. Sarà che anche i nostri magistrati sono figli di questo tempo del "sì" senza

condizione e del "no" impraticabile. Incapaci di vedere la vita che c’è nell’embrione. Ecco, ci vorrebbe un ministro. Magari un ministro della Salute che alzasse la sua voce per difendere le ragioni dell’embrione e che sapesse fronteggiare le lobby e magari sapesse anche motivare l’opinione pubblica in difesa di una legge dello Stato. Un defensor legis convinto e convincente, forte anche di una maggioranza parlamentare trasversale, altrettanto convinta e convincente.

N el frattempo, per quello che vale, a noi tocca continuare senza remore e debolezze la

nostra buona battaglia culturale per l’umano, che anche una legge imperfetta come quella sulla procreazione medicalmente assistita in qualche misura tutelava, operando per la riduzione del danno. Perché questo è, e non altro, il divieto alla fecondazione eterologa sancito da una legge dello Stato per tutti i cittadini: pura e

semplice riduzione del danno. Ché i cattolici, per conto loro, alla fecondazione artificiale non dovrebbero fare ricorso in nessun caso. Giusto per parlar chiaro e non essere fraintesi.

di Ilaria Nava

EllaOne: opporsi è possibile

di Ilaria Nava EllaOne: opporsi è possibile A bortivo o contraccet- tivo? È questa la mistifica-

A bortivo o

contraccet-

tivo? È

questa la

mistifica-

zione che

riguarda EllaOne, «la pillola del dopodomani», da assumere entro 120 ore (5 giorni) dal rapporto sessuale. La Commissione europea ha già deciso che si tratta di un contraccettivo d’emergenza che «impedisce l’instaurazione della

gravidanza intervenendo nell’ovulazione e con possibili modificazioni della parete uterina», come recita il riassunto dell’autorizzazione in commercio

pubblicato dall’Emea, l’Ente europeo del farmaco. «Perché inizi la gravidanza – così è scritto in questa sintesi dell’autorizzazione – occorre che si verifichi l’ovulazione (rilascio dell’ovulo) seguita dalla fecondazione dell’ovulo (fusione con uno spermatozoo) e dal suo

impianto nell’utero». Secondo la valutazione compiuta in sede europea, quindi, per l’inizio della gravidanza non è sufficiente l’incontro di ovulo e spermatozoo ma è necessario che l’embrione sia impianti nell’utero. È proprio intorno a questa sottile quanto artificiosa distinzione che nel

Parla il responsabile del servizio

giuridico per l’Ente europeo del farmaco, Vincenzo Salvatore:

l’autorizzazione centralizzata è già definitiva, ora solo i governi potrebbero impugnare la decisione

tempo si è andata creando una nuova categoria di farmaci, i "contraccettivi d’emergenza": prodotti dall’azione potenzialmente abortiva ma classificati come contraccettivi. Disponibili sui banchi della farmacia sotto casa ma in grado di interrompere una vita. Il tutto venduto come un metodo contraccettivo seppur "d’emergenza". «La classificazione è valida a livello europeo per tutti i Paesi dell’Unione – spiega l’avvocato Vincenzo Salvatore, responsabile del servizio giuridico dell’Emea – e i singoli Paesi sono tenuti ad adeguarsi. Le valutazioni compiute dall’Emea sono frutto del lavoro d’esperti appartenenti a tutti i Paesi membri che lavorano in due commissioni separate proprio per garantire l’indipendenza della valutazione».

  • L a procedura scelta dalla casa farmaceutica Hra Pharma, produttrice di EllaOne è quella

centralizzata: «Ciò significa che l’azienda ha presentato la domanda di

autorizzazione al commercio per tutti i Paesi. Per alcune categorie di farmaci la procedura centralizzata è obbligatoria. Nel caso di EllaOne no, è stata una scelta della casa farmaceutica, forse proprio per evitare disparità di valutazioni fra i vari Paesi. Ricevuta la richiesta di autorizzazione, l’Emea ha compiuto un’istruttoria sulla qualità, l’efficacia e la sicurezza del farmaco e la decisione finale è stata presa dalla Commissione europea. Se la Commissione europea non fosse convinta delle valutazioni compiute dall’Emea può chiedere un supplemento di istruttoria».

  • C osa che nel caso in questione non sembra essere stata fatta. In ogni caso il messaggio è chiaro: il

momento di sollevare eccezioni alle valutazioni di carattere scientifico è già passato e ora anche il nostro Paese dovrà introdurre questo nuovo prodotto. «Il singolo Stato ha la possibilità di impugnare entro 2 mesi la decisione della Commissione europea, solitamente su decisione del governo attraverso il ministero competente o l’Agenzia nazionale del farmaco – prosegue l’avvocato Salvatore – ma i vizi che si possono sollevare sono solo quelli di legittimità, relativi alla procedura o alla violazione di regole, e non di merito della decisione o riguardo la classificazione compiuta».

Pro-life d’America, scuola di mobilitazione

di Giulia Galeotti Avvenire 3 Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita Lobby all’assalto della legge 40. E

F ra i tanti messaggi lanciati dalla folla che ha marciato lungo Constitution Avenue lo scorso 22 gennaio, in occasione del trentasettesimo

anniversario della Roe v. Wade (la sentenza che, come è noto, aprì la strada alla legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti), uno ha particolarmente colpito un’infreddolita spettatrice italiana. L’altissima partecipazione (trecentomila manifestanti, cifra mai raggiunta nelle precedenti edizioni della marcia, quest’anno accompagnata anche da una marcia virtuale on line forte di settantacinquemila presenze), ha un significato che trascende nettamente la cronaca. Essa dimostra, infatti, come il movimento dei pro life americani sia riuscito in questi decenni a fare del dibattito sull’aborto un tema di discussione e di confronto culturale. Certo, spesso ciò è avvenuto con manifestazioni sopra le righe o con toni eccessivi (né sono mancati deprecabili episodi di squilibrati) – ma v’è ben poco di non-eccessivo, nel bene e nel male, in questo complesso Paese. Al fondo, però, resta un dato inequivocabile. La capacità dei pro life statunitensi di sentirsi costantemente impegnati e mobilitati, ha fatto sì che

la discussione sull’interruzione della gravidanza sia diventata parte integrante della discussione collettiva. Un risultato che sconfessa quello che è il

La recente Marcia per la vita a Washington insegna che l’impegno esplicito e continuo, l’entusiasmo e la chiarezza d’idee possono fare della vita un tema di confronto nazionale. E nei sondaggi oltre la metà degli americani è contro l’interruzione volontaria di gravidanza

fondamento del diritto costituzionale all’aborto riconosciuto alle donne americane, e cioè il diritto alla privacy (in Italia, invece, la 194 è una legge ordinaria dello Stato). «The right to be left alone», ha però troppo spesso significato – e continua a significare – il peso di essere lasciate sole. Ed è proprio l’aspetto della profonda sofferenza che l’aborto inevitabilmente provoca, il dato sul quale tante e tanti continuano a interrogarsi qui negli Stati Uniti. Nel gennaio 2005, ad esempio, sempre in occasione dell’anniversario della storica sentenza, Hillary Clinton provocò un autentico terremoto nel Paese quando dichiarò sul Washington Times che occorreva riconoscere che l’aborto rappresentava «una tragica scelta per moltissime donne».

N on a caso, il dato eclatante di questa marcia per la vita edizione 2010 è la conferma che il Paese non ha mai dato per scontato questa «scelta tragica»:

per la prima volta i sondaggi hanno attestato che la maggioranza degli americani si definisce pro life. È dunque quel 51% di contrari all’aborto ad essere

stato il vero protagonista della marcia del 22 gennaio, dando agli attivisti pro life un entusiasmo e una forza costruttiva che invece il resto del Paese sembra oggi aver smarrito. Tornando a Washington dodici mesi dopo lo storico giuramento di Obama, sembra infatti di essere finiti in una città diversa. Ma diversi sono anche i manifestanti della marcia per la vita. Se l’anno scorso serpeggiava tra loro un senso di attesa per il nuovo presidente, oggi invece v’è la consapevolezza di aver raggiunto un risultato importante. Forse storico.

  • C erto, il cammino è ancora lungo. Il grande tema è infatti quello della riforma sanitaria in febbrile discussione al Congresso (come hanno attestato

slogan, preghiere e interventi prima, dopo e durante la marcia del 22 gennaio). Una riforma sanitaria di cui il Paese ha urgente bisogno (la Conferenza episcopale americana lo ha ribadito con forza in ripetute occasioni), ma che, così com’è, presenta alcuni punti controversi. L’impegno per garantire cure e salute anche alle fasce più povere della popolazione, deve infatti andare di pari passo con il rispetto della vita umana in ogni sua fase. Un rispetto che inizia dal concepimento. Quel 51% di americani contrari all’aborto pare averlo compreso. Lo sforzo indefesso per mantenere vivo il dibattito pubblico sull’interruzione di gravidanza, ha insomma dato, nel 2010, un frutto importante:

risultati dei sondaggi per nulla scontati. Una bella pagina di democrazia in marcia.

di Tommaso Gomez

4 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita
4
Avvenire
Giovedì, 4 febbraio 2010
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«Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva? di Alessandra Turchetti

di Tommaso Gomez 4 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita «Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva?

Il parere di esperti e studiosi dopo l’annuncio da parte di ricercatori americani del nuovo, possibile passo avanti nel campo della medicina rigenerativa

università

Biomedicina, «settimana» a Roma

di Tommaso Gomez 4 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita «Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva?
  • D ocenti

di me-

dicina

a confron- to. Per ri- flettere sul- la vita, la salute e la dignità della persona umana. Prende il via oggi a Roma, e fino all’11 febbraio, la Settimana delle scienze biomediche, un ciclo di in- contri di formazione sulla sofferenza, la maternità, l’autodeterminazione, la sperimentazione clinica. Organizzata dall’Ufficio diocesano della Pastorale universitaria in collabora- zione con l’Università Tor Vergata, il Campus Bio-

medico, La Sapienza, l’U- niversità Europea di Roma e la Cattolica, l’iniziativa diocesana, che si inserisce nell’ambito delle otto set- timane culturali – dedica- te alla filosofia, al diritto, alla scienza e tecnologia, alle scienze umane, alle ar- ti, alle scienze delle co- municazioni e all’econo- mia – quest’anno coinci- de proprio con la 32ma Giornata per la Vita, che sarà celebrata domenica, e avrà come tema: "La forza della vita una sfida nella povertà". Oggi, infatti, «non è possibile ipotizza- re uno sviluppo economi- co sociale se all’interno della società viene a man- care questa forza, che co- stituisce il desiderio di vi- vere –, spiega monsignor Lorenzo Leuzzi, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria – . L’esperienza della vita rappresenta infatti il fon- damento da cui partire per poter fare progetti di ca- rattere sociale e anche po- litico».

E sarà dedicato proprio

alla maternità il conve- gno che si terrà sabato

al Campus biomedico e al quale parteciperanno i re- sponsabili delle Scuole di Ostetricia e Ginecologia delle Università romane. «Bisogna ripensare la ma- ternità con politiche che prevedano anche figure di supporto psicologico e pe- dagogico – sottolinea Giu- seppe Noia, presidente dell’Associazione italiana ginecologi ostetrici catto- lici –. Occorre poi ridi- mensionare la tecnologia, perché l’ipermeccanizza- zione è un boomerang che si sta ritorcendo sulle don- ne stesse». Come nel caso della diagnosi prenatale, che, avverte Noia, ha «un impatto enorme di stress sulla madre e sul bambi- no».

Graziella Melina

  • C hi nel panorama della ricerca se- gue l’evoluzione degli studi sulle staminali adulte in qualche modo si aspettava il risultato reso pub- blico appena una settimana fa dal- l’Università di Stanford: cellule di-

rettamente trasformate in neuroni, senza la necessità della riprogrammazione (cioè del loro ringiovanimento a uno stato si- mil-embrionale). «Si tratta di una notizia molto importante», commenta Paolo De Coppi, il ricercatore italiano che ha scoper-

to la presenza di cellule staminali nel li- quido amniotico con capacità simili a quelle embrionali: «Utilizzando una mix

  • di geni specifici il gruppo di Wernig ha

scoperto che cellule della pelle di embrio-

ne di topo e anche di topo neonato posso- no essere "transdifferenziate" in cellule neuronali». Un’operazione – lo ricordia- mo – che non presuppone la distruzione

  • di embrioni per la ricerca, proprio come

quella con cui Yamanaka ottenne le prime cellule «ringiovaite» (le cosiddette pluripo- tenti indotte). «È un altro grosso passo a- vanti nel campo della medicina rigenerati- va – continua De Coppi – che mostra co- me, probabilmente, non sarà necessario

nemmeno riprogrammare completamente una cellula per ottenerne il cambiamento, evitando così anche i rischi associati a tale processo come ad esempio la tumorigene- si, ma semplicemente basterà indirizzarla verso il tessuto di interesse». Rimane però aperto un quesito, almeno secondo il ricer- catore emigrato a Londra: se tale processo, cioè, «sarà possibile anche per tessuti più distanti, cioè provenienti da foglietti ger- minali diversi (in questo caso, pelle e tes- suto nervoso hanno la stessa origine, n- dr)».

« R

itengo questa scoperta di grande interesse. Come sempre, si aprono orizzonti nuovi per la conoscenza

scientifica», afferma dal canto suo Ornella Parolini, direttore del Centro di ricerca "Eugenia Menni" (Crem) della Fondazione Poliambulanza di Brescia, ricercatrice di fama internazionale nel campo delle staminali isolate da placenta. «Sicuramente in linea con una ricerca etica. Credo però che non si possa concludere che questi risultati tolgano valore o possano cambiare la visione del concetto

box

A Stanford le cellule adulte si trasformano in neuroni

box A Stanford le cellule adulte si trasformano in neuroni L a medicina rigenerativa si avvale
  • L a medicina rigenerativa si avvale di un altro importante risultato: una cellula adulta già specializzata è

stata direttamente trasformata in un’altra, senza il passaggio all’indietro allo stadio di pluripotenzialità. In termini tecnici si chiama "transdifferenziamento" ed è la proce- dura portata a termine da un gruppo dell’Univer- sità californiana di Stanford guidato da Marius Wer- nig. Esattamente, cellule della pelle sono state tra-

sformate in neuroni e l’esperimento è stato con- dotto su fibroblasti di topo prelevati da feti o ani- mali appena nati. Attraverso la manipolazione con tre geni capaci di innescare il cambiamento, isola- ti dopo lunghe analisi fra un gruppo più ampio di geni coinvolti nello sviluppo dei neuroni, in soli 12

giorni le cellule del connettivo sono diventate in provetta neuroni a tutti gli effetti, in quanto testa- te per le loro proprietà specifiche. La procedura, ribattezzata "riprogrammazione di- retta", ha dato risultati rapidi e efficaci ma gli au- tori ipotizzano un miglioramento dei tempi e del- la tecnica attraverso la scelta ottimale del cocktail di geni da inserire nella cellula. L’importanza del- la ricerca pubblicata su Nature, oltre ai possibili nuovi scenari che fa aprire nel settore sempre più indagato e promettente della medicina rigenerati- va, sta nell’essere un’ulteriore dimostrazione di co-

me l’acquisizione di un determinato destino cellu- lare allo stadio adulto sia un fenomeno del tutto reversibile. (A.Tur.)

di staminalità o dell’utilizzo di staminali nella medicina rigenerativa. Gli studi sono infatti preliminari e sono condotti, per il momento, solo su cellule di topo e su una popolazione eterogenea contenente anche cellule non completamente differenziate, pertanto vanno estesi anche ad altre popolazioni cellulari, come gli stessi autori suggeriscono». La Parolini si chiede poi se il fenomeno sia reversibile: se queste cellule, cioè, una volta trapiantate in vivo rimangano neuroni oppure continuino a mantenere anche le caratteristiche delle cellule di partenza, che potrebbero non essere richieste e neppure desiderate là dove vengono impiantate. Altro punto critico per la Parolini sono i lentivirus

impiegati come vettori per introdurre i geni:

«Sappiamo che possono essere pericolosi se si integrano in punti incontrollati del Dna – spiega –. Insomma, complimenti agli autori, ma occorrerà ancora tanto lavoro e verifiche per parlare di rivoluzione nella clinica».

«Q uesto risultato

migliora lo

scenario già

esistente», aggiunge Angelo Vescovi, illustre studioso delle staminali neuronali. «E mi fa molto piacere che ora la tecnica del transdifferenziamento riceva la dovuta attenzione, cosa che non accadeva anni fa.

Nel 1999, infatti, pubblicai un lavoro su Science insieme con il collega canadese Chris Bjornson: riuscimmo a ottenere la trasformazione di staminali adulte neuronali in cellule del

sangue ma allora la notizia non suscitò lo stesso interesse né era facile trovare finanziamenti per questo filone di ricerca. Ben venga, dunque, la svolta. Il risultato raggiunto è coerente con l’espansione degli studi sulle staminali a cui abbiamo assistito negli ultimissimi anni, a partire dal boom della riprogrammazione messa a punto da Yamanaka per ottenere le staminali pluripotenti indotte, le cosiddette "Ips". Qui si salta il passaggio all’indietro ma non si perde affatto il concetto di staminalità che è il presupposto di questo ulteriore avanzamento. Sono, cioè, tutti aspetti di uno stesso fenomeno che dimostrano come il destino di una cellula adulta non è affatto immodificabile».

A Montecassino la «Ru486» In occasione della 32ª Giornata per la vita, la diocesi di Montecassino or-

ganizza nelle parrocchie la «Settima- na per la vita». Tra i momenti forti: do- menica, alle 17, presso l’Aula Pacis di Cassino proiezione del film «Bella» del regista Alejandro Monteverde; sa- bato 13 febbraio alle 16,30 (Aula Pa- cis) convegno: «Ru48: una pillola e

passa

la vita», con Carlo Casini, Pao-

... la Binetti, Assuntina Morresi.

«Bella», anteprima nel Tigullio Venerdì (20.45) proiezione del film «Bella» presso l’auditorium dell’Ope- ra Madonnina del Grappa (p.zza Pa- dre Mauri), Sestri Levante. Promoto- ri: il Movimento per la vita e il Forum delle famiglie del Tigullio, i Cav di Chiavari e Rapallo, l’associazione «Se- mi di speranza».

Roma: tra etica e medicina «Autonomia e autodeterminazione» è il tema del convegno sui temi giu- ridici, etici e bioetici in medicina e nel caso di dichiarazione anticipata di volontà, che si terrà martedì a Roma (ore 9) presso l’Università europea (via degli Aldobrandeschi, 190). Tra i relatori Giuliano Dolce, neurologo, Maria Luisa Di Pietro, bioeticista, Al- berto Gambino, giurista.

Potenza & gli embrioni Il Movimento per la vita e il Cav di Potenza organizzano per domenica una veglia di preghiera presso la chie- sa di Santa Maria del Sepolcro (ore 20); il 12 febbraio (ore 18), presso il cineteatro dell’Istituto Principe di Pie- monte il convegno su: «L’embrione, uno di noi» con la partecipazione del ginecologo Giuseppe Noia.

A Perugia apre Scienza & vita Lunedì alle 21 presso la sala del dot- torato della Cattedrale (piazza IV no- vembre), a Perugia, si terrà il primo appuntamento pubblico della neo co- stituita associazione di Scienza & vi- ta locale su «I registri comunali del te- stamento biologico alla luce della nor- mativa nazionale in corso di appro- vazione». Partecipano Paola Binetti, deputato Pd, Assuntina Morresi, pre- sidente di Scienza & vita di Perugia.

Verona: dibattito in seminario Venerdì, tra le tante iniziative della settimana, presso l’aula magna del seminario di Verona (ore 20.45) si terrà un incontro con il giornalista Piergiorgio Liverani e monsignor Carlo Grandis sul tema proposto del- la Cei in occasione della Giornata per la vita.

fuoriporta

California delusa:

le embrionali non piacciono più

fuoriporta California delusa: le embrionali non piacciono più L’ Istituto per la medicina rigenerativa della California

L’ Istituto per la medicina rigenerativa della California nacque cinque anni or sono, animato dalla convinzione

che le restrizioni dell’amministrazione Bush sulla ricerca con gli embrioni nella sanità pubblica rappresentassero un anacronistico e insopportabile freno al progresso della scienza. E così nei laboratori di Los Angeles si cominciò a lavorare sugli embrioni, e a distruggerli per estrarne cellule staminali, con la certezza che quegli esperimenti prima o poi potessero portare alla panacea di tutti i mali, a partire dal Parkinson e dall’Alzheimer. Si promettevano cure, guarigioni, si lottava in nome della salute dei pazienti, e intanto si muovevano milioni e milioni di dollari – pubblici – di investimento. Risultati? Zero. Come in ogni altro laboratorio del pianeta, gli esperimenti con le staminali embrionali non portavano a nulla. Qualche settimana fa, la svolta: nel silenzio più o meno complice dei media, l’Istituto ha deciso di dirottare la maggior parte dei fondi destinati alla ricerca sullo studio delle staminali adulte, che hanno già offerto alla

scienza e alla medicina dozzine di risposte concrete negli ultimi anni.

U na significativa retromarcia, a cominciare dall’aspetto economico della vicenda: il governo della California – che oggi è sull’orlo

della bancarotta, con tagli alla spesa sociale – nel 2004 finanziò infatti la nascita dell’Istituto con 3 miliardi di dollari. E non stupisce che il 12 gennaio, in un aspro editoriale pubblicato sul

quotidiano economico di Los Angeles Investor’s Business Daily magazine si sottolineasse il clamoroso fallimento del progetto e lo spreco di una così consistente somma di denaro pubblico:

«Non ci sono state cure – recita l’articolo in questione –, né terapie, né alcun tipo di progresso. La ricerca sulle staminali embrionali ha fallito». Ma c’è di più, se nell’editoriale l’Istituto viene anche accusato di aver falsato i dati reali sulle possibilità di progresso nel campo dello studio sulle staminali embrionali con l’unico scopo di estorcere fondi per la ricerca:

«Nel corso degli anni – continua l’articolo – quando c’era bisogno di denaro per la ricerca, veniva utilizzata la scusa delle staminali embrionali. Scusa che poi scompariva quando si parlava dei progressi concreti compiuti dall’Istituto, visto che nessuna cellula di questo tipo è mai uscita dai laboratori».

  • I l cambio di rotta è poi una conferma della svolta scientifica interpretata – va detto, con più tempismo – da quasi tutti i laboratori

americani. Che negli ultimi mesi, nonostante la discussa decisione di Obama di finanziare la

ricerca sugli embrioni (una scelta più politica, che scientifica), hanno concentrato le loro attività nel campo della staminali pluripotenti indotte.

Viviana Daloiso

L’editto del Pronto soccorso

di Tommaso Gomez 4 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita «Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva?
  • L asciate ogni speranza voi ch’entrate. In coma. Melania Rizzoli,

medico e parlamentare Pdl, alighiereggia senza endecasillabi né terzine sul Giornale di lunedì scorso. Titolo: «Lasciate morire i ragazzi in coma. I casi Englaro e Crsafulli». I due casi sono assai diversi, com’è noto anche a molti non medici né parlamentari. Ma sembra che per la Rizzoli siano entrambi «pazienti vegetali permanenti». La tesi fa

sobbalzare: «Per favore, non rianimiamoli più! Non riportiamo più in vita quei giovani che arrivano nei pronto soccorso praticamente morti, e che assistiti con le moderne tecniche non muoiono più, curiamoli certo, ma senza accanimento, lasciandoli andare verso il loro destino

(

...

).

Avete idea di cosa significhi

prendersi cura di questi corpi vegetali per 24 ore al giorno? Vuol dire annullare la propria vita e dedicarsi completamente al nuovo lavoro, imposto dal destino e

dallo Stato, vuol dire lavare e cambiare pannoloni, preparare passati di verdure e di carne da imboccare, fare iniezioni e pulire cateteri, girare e sollevare il corpo

spastico giacente a letto, che sbava, che

geme e non comunica

».

Alt. Chi

... «annulla la propria vita» in tal modo potrebbe non ritenerla una vita annullata, anzi il contrario; nessuno gliela impone. E capire subito se il paziente in coma si riprenderà, e come, è quasi sempre impossibile. Nel dubbio lo lasceremo spegnersi?

  • I l giorno dopo, sempre sul Giornale, le rispondono in due. Rita Formisano, specialista in stati vegetativi (più volte

intervistata da Avvenire), ricorda che Salvatore Crisafulli è caso ben diverso da Eluana: «Oggi ha rapporti con l’esterno, attraverso un comunicatore, e possiamo sapere cosa pensa e cosa vuole». Precisa:

«Da tempo la comunità scientifica ha abbandonato la definizione di stato vegetativo permanente, proprio perché nessuno può davvero stabilire qual è l’intervallo temporale massimo oltre il quale non è possibile alcun recupero della coscienza». E ribadisce: «Come si può lasciar morire un giovane che arriva al pronto soccorso dopo un incidente senza intervenire? Come si può, quando esiste una concreta speranza, non attuare le manovre di rianimazione? Come si può stabilire in fase acuta qual è il punto di non ritorno?». Stesso giorno, stesso

giornale, Giovanni Gennari sospira: per fortuna, quando capitò a me, non c’era nei paraggi la dottoressa Rizzoli. A 16 anni, nel 1956, gli viene diagnosticata la meningite tubercolare, malattia allora mortale o devastante per sempre. Al San Camillo (a Roma) il dottore vorrebbe respingerlo: «Mi portate un morto!». Per farla breve: «Dopo un mese vengo trasferito al Forlanini, e seguono nove mesi di degenza, i primi sei di incoscienza totale, in cui sopravvivo con fleboclisi e 240 lombari di streptomicina e cortisone. La terribile malattia mi porta prima a pesare 24 chili e dovrebbe lasciare segni permanenti, ma passa. Poi la ripresa e la vita. Una fortuna la mia! Se ci si fosse fermati?».

  • D iversi, questi casi, da quello di Eluana Englaro. Beppino torna sui giornali a (quasi) un anno dalla morte della

figlia, che per lui era morta ben prima:

«Mia figlia – dice a Elena Lisa della Stampa di martedì scorso – non c’è più dal giorno dell’incidente. Dal 9 febbraio dell’anno scorso non è più stata violentata da mani altrui e da terapie

senza scopo». Violentata

... In tre parole, tutto l’abisso da cui un

senza scopo ...

padre non ha saputo volgere lo sguardo verso l’alto.

di Tommaso Gomez 4 Avvenire Giovedì, 4 febbraio 2010 www.avvenireonline.it\vita «Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva?

L’appuntamento con le pagine di Avvenire sui temi della bioetica è per giovedì 11 febbraio

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