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Note del Corso di Fisica Atmosferica

Laurea Triennale in Fisica. Universit`a di Cagliari


Piero Olla
30 dicembre 2009

Indice
1 Considerazioni generali
1.1 Struttura e composizione
1.2 Bilanci energetici . . . .
1.3 Circolazione atmosferica
1.4 Meteorologia . . . . . . .
1.5 Clima . . . . . . . . . .

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2 Richiami di probabilit`
a e statistica
2.1 Definizioni principali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.2 Somme di variabili aleatorie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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3 Radiazione e ottica atmosferica


3.1 La diffusione di Raileigh . . . . . . . . .
3.2 Diffusione e lunghezza di estinzione . . .
3.3 Il ruolo delle fluttuazioni . . . . . . . . .
3.4 Lassorbimento della luce e il corpo nero
3.5 Bilancio radiativo in atmosfera . . . . . .

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dellatmosfera
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4 Termodinamica atmosferica
4.1 Equilibrio termodinamico ed entropia
4.2 I potenziali termodinamici . . . . . .
4.3 Cambiamenti di fase . . . . . . . . .
4.4 Termodinamica dellaria umida . . .
4.5 Latmosfera adiabatica . . . . . . . .

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5 Elementi di fisica dei fluidi


5.1 Le condizioni per una descrizione fluida . . . . . .
5.2 Interpretazione cinetica di pressione e viscosit`a . .
5.3 Diffusione molecolare . . . . . . . . . . . . . . . .
5.4 Le equazioni fluide . . . . . . . . . . . . . . . . .
5.5 Incomprimibilit`a e approssimazione di Boussinesq
5.6 Il problema delle condizioni al contorno . . . . . .
5.7 Turbolenza e trasporto turbolento . . . . . . . . .
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6 Dinamica atmosferica
6.1 Scale di lunghezza in atmosfera
6.2 Il vento geostrofico . . . . . . .
6.3 Lo strato limite planetario . . .
6.4 Il ruolo della convezione . . . .
6.5 Lo stato di Ekman . . . . . . .
6.6 Dinamica quasi bi-dimensionale

INDICE

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7 Problematiche modellistiche
7.1 Sistemi dinamici ed atmosfera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
7.2 Caos, dinamica stocastica e predicibilit`a . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
7.3 Risonanza stocastica e altre storie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Capitolo 1
Considerazioni generali
1.1

Struttura e composizione dellatmosfera

Latmosfera terrestre `e linvolucro gassoso che circonda il nostro pianeta. La densit`a dellaria decresce con laltezza in maniera approssimativamente esponenziale: al suolo `e di
circa 1Kg/m3 e si riduce a circa un quinto a 10Km di altezza. Il grosso della massa daria
atmosferica `e concentrata in questi primi 10Km; questo strato, detto troposfera, `e la parte
dellatmosfera dove hanno luogo i fenomeni meteorologici, e che influenza in maniera pi`
u
diretta la vita sulla terra.
Latmosfera terrestre `e composta in maniera principale da azoto e ossigeno, con frazioni di volume al suolo rispettivamente di circa 0.78 e 0.20; il rimanente `e principalmente
acqua; le altre componenti entrano in forma di tracce. Va per`o notato che gas serra, quali
lanidride carbonica CO2 , lozono O3 e il metano CH4 , nonostante la loro bassa concentrazione (frazioni in volume, rispettivamente, 3.42 104 , 105 e 1.6 106 ), contribuiscono in
maniera rilevante al bilancio energetico dellatmosfera.
Le diverse componenti dellatmosfera sono mescolate in maniera omogenea nei primi
100Km di atmosfera grazie alla presenza dei fenomeni turbolenti. Fa eccezione il vapore
acqueo: processi quali levaporazione al suolo, la formazione delle nubi e le precipitazioni,
si verificano infatti in maniera spazialmente disomogenea, e pi`
u velocemente dei processi
di rimescolamento necessari a omogeneizzare il tutto.
Al di sopra dei 100Km, i fenomeni di diffusione molecolare diventano rapidamente
dominanti rispetto a quelli di trasporto turbolento. La decrescita esponenziale con laltezza
della densit`a `e difatti associata alla crescita esponenziale del cammino libero medio delle
molecole: si passa da una frazione di micron al suolo a circa 1m a 100Km di altezza,
e, come spiegato nel Capitolo 5, ci`o rende la diffusione molecolare un meccanismo per il
trasporto di materia pi`
u efficiente dei moti collettivi turbolenti. Il risultato `e una situazione
analoga a quella in una cisterna di aria stagnante, in cui i gas pesanti si accumulano sul
fondo: salendo di quota in atmosfera, le frazioni pi`
u leggere, in particolar modo lidrogeno,
diventano prevalenti.
Al di sopra dei 500Km, il cammino libero medio delle molecole diventa esso stesso
5

CAPITOLO 1. CONSIDERAZIONI GENERALI


Reflected
Shortwave Flux

Incident
Shorwave Flux

21

343

69

16

Outgoing
Longwave flux
22

90

125

Atmosphere
Air
20
absorbed
by clouds

Clouds
120

Greenhouse
gases, aerosol
248

Clouds
48
absorbed
by H 2O, O3,
aerosol

Surface

Sensible
heat flux
16

Latent
heat flux
90

11111111111111111111111111111111111111111111
00000000000000000000000000000000000000000000
00000000000000000000000000000000000000000000
11111111111111111111111111111111111111111111
00000000000000000000000000000000000000000000
11111111111111111111111111111111111111111111
169

390

327

Figura 1.1: Bilancio energetico medio globale in W/m2 (tratto da M.L. Salby, pag. 45).

dellordine delle centinaia di Km e si ha di fatto la transizione da atmosfera terrestre a


spazio interplanetario. In questa zona, detta esosfera, diventa infatti sempre pi`
u grande
la frazione di molecole con velocit`a dellordine della velocit`a di fuga, e vi `e uno scambio
continuo di molecole fra gas interplanetario e atmosfera terrestre.

1.2

Bilanci energetici

Il sole costituisce la sorgente energetica principale per latmosfera terrestre. Il flusso di


energia della radiazione solare a una distanza dal sole pari a quella della terra `e di circa
1372W/m2 . La superficie terrestre `e 4 volte la sezione (un cerchio) intercettata dai raggi
solari. Pertanto, il flusso medio sulla superficie terrestre `e pari a circa 1/4 1372W/m2 =
343W/m2 . Allo stato stazionario, evidentemente, un identico flusso di energia deve essere
presente in uscita dalla atmosfera terrestre. Come spiegato nel Capitolo 3, la radiazione
solare `e centrata intorno alla banda del visibile, mentre quella proveniente dalla terra ha
sia una componente nel visibile, dovuta a riflessione e diffusione della radiazione solare,
che una componente di radiazione termica, dovuta a emissione di corpo nero dal suolo e
dallatmosfera.
Il grosso dei processi di diffusione, riflessione e assorbimento di radiazione solare, e
di emissione di radiazione termica, si verificano nella troposfera. Un regime stazionario
suggerirebbe un bilanciamento esatto fra radiazione solare incidente e emissione termica
dal suolo. Come illustrato in Fig. 1.1, per`o, le cose non sono cos` semplici. In particolare,
vi `e una forte differenza tra la radiazione solare assorbita dal suolo: 169W/m2 e lenergia
ceduta dal suolo sotto forma di radiazione termica 390W/m2 , convezione (calore sensibile)
16W/m2 e processi di evaporazione (calore latente) 90W/m2 . Quello che succede `e che
una grossa frazione del calore che latmosfera riceve dal sole (e dal suolo), viene di nuovo

1.3. CIRCOLAZIONE ATMOSFERICA

ceduta al suolo sotto forma di radiazione termica. Per mantenere lequilibrio, a parit`a di
radiazione solare diretta assorbita, il suolo deve quindi emettere pi`
u radiazione termica, e
per far ci`o, come spiegato nel Capitolo 3, deve avere una temperatura pi`
u alta di quanto
succederebbe in assenza di atmosfera. Quanto pi`
u latmosfera `e in grado di assorbire e
restituire al suolo radiazione termica, tanto maggiore sar`a la temperatura di questultimo:
` da notare come il contributo dominante alleffetto
questo `e il cos` detto effetto serra. E
serra venga dalla ridotta frazione di gas serra: 248W/m2 , principalmente dal vapore acqueo
e dalla CO2 . In assenza di questi gas, se latmosfera fosse composta solo di azoto e ossigeno,
la temperatura media della terra sarebbe di gelidi 6o C, di 21o K inferiore a quella attuale.
A parte i 22W/m2 di radiazione termica emessi dal suolo direttamente nello spazio,
corrispondenti alle bande IR a cui latmosfera `e trasparente, il grosso della emissione termica della terra verso lo spazio avviene a partire da met`a della troposfera. La troposfera
di fatto si comporta come una coperta il cui spessore determina la temperatura del suolo,
mentre la temperatura nella sua parte superiore, dove avviene la gran parte dellemissione
nello spazio, rimane grosso modo uguale. (Questo, si intende, a parit`a di assorbimento di
radiazione solare diretta).
Da quanto detto sinora, evidentemente, la temperatura nella troposfera deve diminuire
con laltezza. Le cose cambiano nello strato successivo dellatmosfera, la stratosfera, che si
estende sino a circa 50Km di quota: in questo strato, la temperatura diventa una funzione
crescente della quota. Ci`o `e dovuto allassorbimento di raggi UV solari da parte dellozono,
che ha il suo massimo nella parte superiore della stratosfera. Come si vedr`a nel Capitolo
4, un tale profilo di temperatura `e associato a una stratificazione stabile, e, in conseguenza
di ci`o, fenomeni meterologici in questa regione sono pressoche assenti.
Salendo ulteriormente di quota, lassorbimento UV diminuisce e la temperatura ritorna
a scendere sino a circa 85Km di quota, dove inizia lassorbimento, attraverso ionizzazione
dellossigeno, dei raggi UV pi`
u energetici. Questa fascia `e detta termosfera, mentre la
regione di transizione tra i 50Km e gli 85Km `e detta mesosfera. La presenza di un plasma
ionizzato nella termosfera agisce da specchio per le onde radio a frequenze SW (onde corte)
e inferiori, mentre frequenze maggiori (ad esempio le VHF e UHF televisive) lattraversano
e richiedono satelliti (o ripetitori) per trasmissioni a grande distanza. Di fatto, leffetto
pi`
u importante della media e alta atmosfera (dalla stratosfera in su) sulla vita del nostro
pianeta `e quello di schermo nei confronti delle radiazioni.

1.3

Circolazione atmosferica

Diverse latitudini, a causa della differente inclinazione dei raggi solari, assorbono radiazione
solare in maniera diversa; il risultante gradiente termico `e la sorgente di energia principale
per la circolazione atmosferica. Questa circolazione assume forme diverse alle diverse latitudini e spostandosi dalloceano alla terraferma, ed `e associata a un flusso globale medio
di calore dallequatore ai poli.
Un ruolo centrale nella dinamica, specialmente alle nostre latitudini, `e giocato dalla
rotazione terrestre. Come si vedr`a nel Capitolo 6, le forze di Coriolis dovute alla rotazione

CAPITOLO 1. CONSIDERAZIONI GENERALI

terrestre, fanno s` che i moti atmosferici tendono a disporsi perpendicolarmente ai gradienti


di pressione; in particolare, un gradiente orizontale medio di temperatura non porter`a in
generale a una corrente convettiva nella stessa direzione.
In assenza di rotazione, il trasferimento di calore in atmosfera potrebbe essere realizzato
tramite due celle convettive, una per emisfero, in cui aria sale calda in quota allequatore,
discende al suolo ai poli, e ritorna fredda allequatore scorrendo al suolo. Le forze di
Coriolis dovute alla rotazione terrestre modificano la situazione, e fanno s` che laria in
quota, spostandosi verso nord e verso sud, devi allo stesso tempo sempre pi`
u verso est,
mentre quella che al suolo torna verso lequatore, tenda a spostarsi sempre pi`
u verso ovest.
Ci`o, oltre a risultare in venti lungo i paralleli estremamente intensi, bloccherebbe di fatto
il flusso di calore nord-sud, risultando in gradienti di temperatura altrettanto intensi, ed
in instabilit`a della configurazione.
La rotazione terrestre distrugge una circolazione basata su una cella per emisfero, lasciando al suo posto lo schema di circolazione illustrato in Fig. 1.2. La singola cella
convettiva si rompe di fatto alle medie latitudini, lasciando al suo posto due celle, una al
polo e una a latitudini subtropicali, questultima nota con il nome di circolazione di Hadley.
Il meccanismo, a grandi linee, `e il seguente: a latitudini subtropicali, leffetto della forza di
Coriolis `e piccolo e una cella convettiva si sviluppa come in assenza di rotazione terrestre:
aria calda e umida sale in quota allequatore, si sposta a latitudini pi`
u alte, e torna al
o
suolo a circa 30 di latitudine, dopo aver perso la sua umidit`a in seguito alle precipitazioni.
(Notare che, attraverso le precipitazioni, calore latente `e ceduto allaria in quota, che poi
cede questa energia tramite irraggiamento). Questo genera una zona di clima arido ed alte
pressioni, corrispondente sulla terraferma alla regione dei grandi deserti. Parte dellaria
al suolo ritorna, mista ad aria da latitudini pi`
u alte, verso lequatore, parte entra a far
parte della circolazione alle latitudini intermedie. Le forze di Coriolis causano comunque
una prevalenza di venti occidentali in quota e orientali al suolo. Questi ultimi sono detti
alisei. Nella zona di convergenza allequatore e di divergenza attorno ai 30o , in mare, sono
caratteristiche situazioni di bonaccia.
La cella polare funziona in maniera analoga. Laria umida e calda (relativamente ai
poli) attorno ai 60o di latitudine, sale in quota ed `e trasportata verso il rispettivo polo, dove
arriva priva di umidit`a a causa delle precipitazioni, generando una zona di alta pressione
polare. I venti hanno anche qui una componente da ovest in quota e da est al suolo. In
entrambi i casi della circolazione di Hadley e della cella polare, calore `e estratto dalle basse
latitudini attraverso evaporazione e trasportato tramite convezione alle alte latitudini. Il
meccanismo `e di fatto quello di una macchina termica.
Nella circolazione alle medie latitudini, detta circolazione di Ferrel, il meccanismo non
`e quello della convezione, ma `e bens` di tipo dinamico: linstabilit`a dei margini della zona
di alta pressione tropicale, e di quelli della cella polare. In media, si ha una circolazione in
senso opposto a quella della cella di Hadley, con venti che, come spiegato nel Capitolo 6,
sono prevalentemente occidentali sia al suolo che in quota. Di fatto, per`o, la circolazione di
Ferrel non `e qualcosa di stazionario, e il calore non `e trasportato verso le alte latitudini da
una singola cella convettiva, ma dalleffetto cooperativo di vortici ciclonici e anticiclonici,
in una condizione di fatto di trasporto turbolento. Ruolo importante nel bilancio energe-

1.3. CIRCOLAZIONE ATMOSFERICA

Figura 1.2: Circolazione a scala planetaria (da NASA-JPL).

tico in questa regione `e giocato dalla formazione di fronti, cio`e zone di forti gradienti di
temperatura, che danno origine a forte attivit`a meteorologica. Un esempio `e il margine
della cella polare (fronte polare), che `e la regione di convergenza tra laria fredda della cella
polare e quella pi`
u calda e umida proveniente dalle latitudini inferiori.
La complessit`a del tempo meteorologico a latitudini intermedie `e dovuta in parte alla
presenza di fenomeni che agiscono in maniera cooperativa a scale diverse. Si va dalla
scala planetaria, alla scala delle aree di alta e bassa pressione (scala sinottica), a quella
dei fronti (mesoscala), a quella delle singole nubi (microscala). A tutti i livelli, gioca un
ruolo importante la natura della superficie terrestre, la presenza del mare e lorografia della
terraferma.
Va sottolineato che anche a latitudini subtropicali, la circolazione di Hadley fornisce solo
una descrizione approssimata della dinamica atmosferica. Anche qui, un ruolo importante
`e giocato dalla presenza di terre emerse e oceano, che innescano schemi di circolazione
ad andamento stagionale, e celle convettive non necessariamente orientate in direzione
nord-sud. Un esempio di circolazione non orientata in direzione nord-sud `e la cos` detta
circolazione di Walker, che si sviluppa in direzione est-ovest sullOceano Pacifico, con aria
calda umida che sale nella regione della Polinesia e discende secca sulla costa occidentale
dellAmerica. Su questa, si innescano variabilit`a sulla scala di anni (la ni
na e il ni
no).
Un esempio di circolazione stagionale, invece, `e fornito dai monsoni, che caratterizzano il
clima del sud dellAsia, dallIndia sino al sud del Giappone. Durante la stagione estiva, il
forte riscaldamento della terraferma innesca una cella convettiva dalloceano al continente,
dove la risalita in quota di aria umida in corrispondenza dellHimalaya genera precipitazioni
intense durante il tragitto di ritorno alloceano. Durante linverno, il mare invece `e pi`
u
caldo e si ha un flusso di aria priva di dalla terraferma alloceano. Laria richiamata
dallHimalaya al livello del suolo fa s` che il clima invernale sia prevalentemente secco.

10

CAPITOLO 1. CONSIDERAZIONI GENERALI

Figura 1.3: Un esempio di carta del tempo con isobare (in millibar: linee sottili) e fronti
(linee con triangoli e semicerchi); massimi e minimi di pressione sono indicati con H e L.

1.4

Meteorologia

I fenomeni che determinano la dinamica atmosferica si verificano a scale temporali che


vanno dalla frazione di secondo a svariati anni. La scala che va dai minuti a qualche
giorno `e quella dei fenomeni meteorologici; mediando sulla scala degli anni, si passa a
parlare di clima. La descrizione matematica di questi fenomeni `e resa difficoltosa dal
grande numero di variabili in gioco. Questa difficolt`a `e evidente nel bilancio energetico di
Fig. 1.1. Una stima per ordini di grandezza della temperatura al suolo `e certo possibile
considerando solo leffetto serra. Eventi climatici importanti (aumento del livello del mare
per scioglimento dei ghiacci) dipendono per`o in maniera sensibile sulla temperatura: una
precisione dellordine del grado `e necessaria. Diventa perci`o necessario tenere in conto
anche gli altri contributi, e, mentre quello dei gas serra pu`o essere calcolato in maniera
esatta, ce ne sono alcuni, come quelli che hanno a che fare con nubi e precipitazioni, che
contengono componenti ancora non completamente capite.
Per quanto riguarda la meteorologia, uno dei passi avanti fondamentali `e stato la derivazione di equazioni semplificate in grado di descrivere la dinamica atmosferica. In pratica,
queste comprendono un sistema di equazioni per il moto atmosferico (cio`e per il bilancio
delle forze delle varie masse daria), un sistema di equazioni di bilancio energetico (cio`e
equazione di stato, assorbimento di radiazione, cambiamenti di fase per lumidit`a dellaria)
e un insieme di condizioni al contorno al suolo.
A partire da queste equazioni, `e possibile fare previsioni sullevoluzione di una situazione meteorologica caratterizzata da profili osservati di temperatura, pressione e copertura
nuvolosa. Un esempio `e mostrato nella carta del tempo in Fig. 1.3. In alcuni casi, caratteri generali della evoluzione del tempo possono essere ottenuti in maniera qualitativa
(ad esempio la circolazione attorno alle aree di alta o bassa pressione, o le caratteristiche

1.5. CLIMA

11

dei fronti). In altri casi, levoluzione non `e chiara e la risoluzione numerica delle equazioni
diventa necessaria; oggi come oggi, le previsioni del tempo sono ottenute di solito in questa
maniera. In alcuni casi per`o, come esperienza insegna, le previsioni non ci prendono.
Quello che succede in questi casi `e che evoluzioni diverse a partire da condizioni iniziali
simili sono possibili; si parla in questi casi di forte dipendenza dalle condizioni iniziale e si
dice che il sistema meteorologico, globalmente, `e caotico.
In linea di principio, il problema si potrebbe risolvere rendendo pi`
u precise le condizioni
iniziali del problema. La situazione `e analoga al lancio di una moneta, in cui, controllando
il lancio e studiando in dettaglio lurto con il tavolo, si potrebbe determinare in anticipo se
viene testa o croce. Ci sono per`o diverse limitazioni. In primo luogo, un simile discorso si
applica solo a previsioni a breve scadenza: a tempi lunghi ci sono molti lanci di moneta
nella evoluzione del tempo e fare previsioni richiederebbe una precisione esponenzialmente
alta; si ha difatti il cos` detto effetto farfalla: un battito di ali di una farfalla, contribuisce
a tempi sufficientemente lunghi (diciamo un mese) a determinare se una certa condizione
meteorologica si verifica o meno. La seconda limitazione `e nella natura approssimata delle
equazioni utilizzate. In particolare, vi `e un problema serio di microscala: le equazioni semplificate hanno una risoluzione finita, per cui, eventi al di sotto di una certa scala vengono
tenuti in conto in maniera statistica attraverso parametri nelle equazioni. Un esempio `e
il concetto di eddy diffusivity che si introdurr`a nel Capitolo 5. La situazione `e diversa
da quello che si verifica passando da livello atomico a scala macroscopica, ad esempio in
un gas, in cui le propriet`a atomiche si perdono quando se ne considera la termodinamica.
Nella evoluzione di un fronte, invece, non `e chiaro quanto (per dire) i contributi dei singoli
cumulonembi possano essere mediati a priori attraverso una parametrizzazione. Vi `e quindi
una limitazione intrinseca alla precisione di una previsione, che va oltre quella ottenibile
affinando le misure (per esempio dati da satellite) per le condizioni iniziali.

1.5

Clima

Considerando scale di tempo pi`


u lunghe, si ha la transizione da previsioni meteorologiche a
previsioni a scala stagionale e infine a scala climatica. Quello che si verifica al crescere della
scala di tempo `e il contributo crescente da parte delle condizioni al contorno del problema,
in particolare gli scambi di calore con loceano. Per avere unidea, meno degli ultimi 10m
di oceano contengono la stessa energia termica della atmosfera al di sopra. Nel caso dei
monsoni, si `e visto un esempio del ruolo di serbatoio di energia giocato dalloceano nel
determinare i regimi di precipitazione a scala stagionale.
A scala pi`
u lunga, loceano inizia a giocare un ruolo piuttosto complesso, che va oltre
quello di fornire un volano per il bilancio energetico dellatmosfera. In assenza di volani,
un cambio ad esempio nella percentuale di CO2 dellatmosfera si riperquoterebbe in un
effetto serra maggiore, probabilmente una modificazione della circolazione, e un rapido
adattamento della temperatura terrestre al nuovo regime. Leffetto di volano fa s` che
questo cambiamento non sia istantaneo. Oltre che attraverso la sua inerzia, per`o, loceano
contribuisce alla dinamica atmosferica a scala climatica attraverso le correnti oceaniche;

12

CAPITOLO 1. CONSIDERAZIONI GENERALI

Figura 1.4: Schema di circolazione oceanica; blu acque profonde, rosso superficiali.

un esempio `e la Corrente del Golfo. Queste correnti, il cui percorso `e indicato in Fig.
1.4, portano in superficie le acque profonde delloceano e permettono loro di contribuire al
forzaggio dellatmosfera. Questo sistema di correnti costituisce la cos` detta circolazione
termoalina delloceano, dove il termine termoalino indica che si ha trasporto sia di calore
che di sale. Loceano, `e scaldato in superficie dalla radiazione solare; `e quindi stratificato
in maniera stabile (almeno trascurando leffetto del sale), con acqua pi`
u calda poco densa
in superficie e acqua fredda pi`
u densa in profondit`a. Di fatto, la temperatura non decresce
in maniera graduale con la profondita. Lo strato superficiale, sino a un centinaio di metri
di profondit`a, `e mescolato dalle correnti turbolente innescate in superficie dal vento e dalle
onde. Quindi, la temperatura `e abbastanza uniforme. Al di sotto, si ha una fascia di rapida
decrescita di temperatura (circa un altro centinaio di metri), detto termoclino, al di sotto
del quale, iniziano le acque profonde, in cui si raggiungono temperature dellordine di 0o C.
La fascia di mixing e il termoclino sono evidentemente molto meno pronunciati nei mari
polari a causa delle basse temperature in superficie.
La presenza del sale varia la densit`a dellacqua, in modo che acque meno salate sono
anche meno dense. Le variazioni di salinit`a nellacqua sono il motore che innesca le correnti
oceaniche. Infatti, levaporazione prodotta dal vento e la formazione di ghiaccio nei mari
polari, sono entrambi processi che aumentano la salinit`a dellacqua in superficie (il processo
di congelamento porta a rilascio di sale nellacqua circostante). Il risultato `e la destabilizzazione della debole stratificazione delloceano in area polare e la subsidenza delle acque
superficiali verso il fondo. Queste acque scorrono poi sul fondo verso lequatore (tempo di
percorrenza circa 1000 anni!) da dove ritornano ai poli in superficie, contribuendo cos` al
trasporto di calore verso le alte latitudini.
Un esempio di interazione non banale tra oceano e clima `e leffetto dello scioglimento
dei ghiacci: diminuendo la salinit`a delloceano a latitudini polari e diminuendo la destabilizzazione indotta dai processi di evaporazione e formazione di ghiaccio, si potrebbe

1.5. CLIMA

13

infatti bloccare il processo di subsidenza e modificare la circolazione oceanica. Questo


modificherebbe in conseguenza la circolazione atmosferica.
Purtroppo, spostandosi dalla scala meteorologica a quella climatica, aumenta il numero dei processi che potrebbero influenzare la dinamica atmosferica. Per esempio, grandi
quantit`a di CO2 sono presenti negli abissi oceanici e potrebbero essere destabilizzati anchessi da un cambio nella circolazione termoalina, ed essere rilasciati in atmosfera. Un
altro esempio `e fornito dalla biosfera: `e certo che essa contribuisce in maniera importante
al clima, ma le dinamiche che entrano in gioco sono estremamente complesse e non ancora
ben comprese.
Un illuminante esempio dei complicati feedback che entrano in gioco considerando il
problema dei cambiamenti climatici `e leffetto degli aerosol. Un aumento di aerosol pu`o
portare a una diminuzione di irraggiamento solare alla superficie terrestre (global dimming). Allo stesso tempo per`o, se lquesto aerosol `e anche un buon assorbitore di radiazione
termica, potrebbe contribuire alleffetto serra. Se poi le particelle hanno dimensioni sufficientemente piccole e sono presenti nella bassa troposfera, siccome agiscono come nuclei di
aggregazione per la condensazione dellacqua, potrebbero influenzare, incrementandola, la
formazione di nuvole e quindi di pioggia. Ma se i nuclei sono troppi, si potrebbero formare
nuvole con molte goccioline troppo piccole per permettere poi la formazione di pioggia. E
cos` via.
Non si dispone al momento di un sistema di equazioni semplificate per modellare i cambiamenti climatici, analogo a quello utilizzato a scala meteorologica. In particolare, non
si sa di preciso cosa potrebbe succedere in conseguenza dellincremento di CO2 in atmosfera, se non lovvia osservazione che, date le attuali condizioni di riscaldamento globale,
lumanit`a potrebbe davvero stare giocando col fuoco.

Riferimenti
M.L. Salby, Fundamentals of atmospheric physics, Chapter 1.
J. Houghton, Global warming

14

CAPITOLO 1. CONSIDERAZIONI GENERALI

Capitolo 2
Richiami di probabilit`
a e statistica
2.1

Definizioni principali

Concetti di probabilit`a e statistica entrano in varie forme in fisica dellatmosfera. La


derivazione di parametrizzazioni delle scale non risolte nelle equazioni per la dinamica atmosferica, richiede una trattazione statistica degli effetti della microscala sulle scale risolte.
A causa della presenza di caos in queste equazioni, le stesse previsioni meteorologiche andrebbero intese in senso probabilistico, e infatti alcune tecniche di previsione (ensemble
forecast) sono basate sulla simulazione tipo Monte Carlo di evoluzione della situazione meteorologica a partire da dati iniziali leggermente diversi. Si richiamano di seguito alcune
definizioni di base di probabilit`a e statistica.
Dato un insieme di possibili risultati, per esempio misure di temperatura T1 e T2 in due
istanti diversi, possiamo calcolare la probabilit`a P (A) di eventi, definiti come insiemi di
possibili risultati. Dal punto di vista probabilistico, le variabili T1 e T2 sono dette variabili
random o aleatorie. Ecco un esempio semplice di evento A:
A = {T1 < 20o C; T2 qualsiasi}
ecco un un esempio pi`
u complicato:
A = {T1 < 20o C e se T1 < 10o C, allora T2 < 5o C}.
Per risultati che variano in modo continuo, definiamo la funzione densit`a di probabilit`a o
PDF. Nel nostro caso bi-dimensionale, la PDF `e definita a partire da un generico evento
A come:
Z
P (A) =
dT1 dT2 (T1 , T2 );
A

Per evitare ambiguit`a, si usa spesso la scrittura T1,2 (T1 , T2 ), con la quale si intende il
valore della PDF per le variabili aleatorie T1,2 calcolata in T1,2 = T1,2 . Possiamo avere
PDF pi`
u complicate in cui una variabile `e integrata e laltra no; ad esempio:
Z
(T1 , B) =
dT2 (T1 , T2 )
B

15

16

` E STATISTICA
CAPITOLO 2. RICHIAMI DI PROBABILITA

Una PDF nella forma (T1 , T2 ) `e detta PDF congiunta di T1 e T2 . Dalla PDF congiunta
possiamo ottenere le cos` dette PDF marginali dei valori di ciascuna delle due variabili
indipendentemente dal valore assunto dallaltra:
Z
Z
(T1 ) = dT2 (T1 , T2 )
(T2 ) = dT1 (T1 , T2 )
Da qui otteniamo le PDF condizionate:
(T1 |T2 ) =

(T1 , T2 )
;
(T2 )

(T2 |T1 ) =

(T1 , T2 )
(T1 )

che hanno senso qualora la PDF dellevento condizionante (la condizione su T2 nel primo
caso, su T1 nel secondo) sia non nulla.
Le due variabili T1 e T2 sono dette statisticamente indipendenti se la PDF congiunta `e
il prodotto delle PDF marginali:
(T1 , T2 ) = (T1 )(T2 )
Notare che dalla definizione di PDF condizionale abbiamo che, se le variabili T1,2 sono
statisticamente indipendenti, le PDF marginali e condizionate coincidono:
(T1 |T2 ) = (T1 );

(T2 |T1 ) = (T2 ).

Ovviamente, se le variabili sono indipendenti, il risultato della misura di una delle due
deve essere indipendente dal fatto che laltra abbia un certo valore o meno.
Notare che levento in cui T1 e T2 hanno valori definiti (per capirsi T1,2 ) pu`o essere
scritto come lintersezione di due eventi
{T1 = T1 e T2 qualsiasi};

{T1 qualsiasi e T2 = T2 }.

La definizione usuale di probabilit`a congiunta `e data infatti di solito in forma insiemistica:


dati due eventi A e B la loro probabilit`a congiunta `e:
P (AB) = P (A B).
Possiamo quindi definire probabilit`a e PDF condizionate ad eventi diversi da T1 = T2 o
T1 = T1 :
P (AB)
({T1,2 = T1,2 } B)
P (A|B) =
,
(T1 , T2 |B) =
P (B)
P (B)
Data una funzione f (T1 , T2 ), definiamo la sua media:
Z
hf i = dT1 dT2 f (T1 , T2 ).
In maniera analoga alle PDF e probabilit`a condizionate, definiamo la media condizionata:
Z
hf |Bi = dT1 dT2 (T1 , T2 |B)f (T1 , T2 ).

17

2.2. SOMME DI VARIABILI ALEATORIE

La media gode di ovvie propriet`a di linearit`a, e cio`e, se f e g sono variabili aleatorie e c `e


una costante:
h(f + g)i = hf i + hgi;
hcf i = chf i.
Lesempio pi`
u semplice di funzione che possiamo prendere `e la variabile aleatoria stessa;
abbiamo quindi la media della distribuzione (nel nostro caso un vettore a due componenti):
Tk = hTk i,

k = 1, 2

Abbiamo poi le due varianze:


T2k = h(Tk k )2 i = hTk2 i 2k ,

k = 1, 2

Unaltra funzione importante `e la cos` detta funzione indicatrice, che non `e altro che la
delta di Dirac:
T1,2 (T1 , T2 ) = (T1 T1 )(T2 T2 )
La sua media per definizione non `e altro che la PDF stessa:
Z
hT1,2 i = dT1 dT2 (T1 , T2 )(T1 T1 )(T2 T2 ) = (T1 , T2 )
Date due funzioni f (T1 , T2 ) e g(T1 , T2 ), definiamo correlazione delle due funzioni la media
del prodotto: hf gi; f e g si diranno scorrelate se la loro correlazione `e uguale al prodotto
delle medie. Abbiamo il risultato ovvio che variabili statisticamente indipendente saranno
anche scorrelate; per esempio, se T1 e T2 sono statisticamente indipendenti, avremo:
Z
Z
Z
hT1 T2 i = dT1 dT2 (T1 , T2 )T1 T2 = dT1 (T1 )T1 dT2 (T2 )T2 = hT1 ihT2 i
Il viceversa non `e vero: possiamo avere variabili aleatorie scorrelate che non sono statisticamente indipendenti.

2.2

Somme di variabili aleatorie

Dal punto di vista statistico, la media `e stimata dalla media campionaria. Se Tk `e il


risultato della k-esima misura della variabile T , la media campionaria sar`a definita come
N
1 X
hT iN =
Tk
N k=1

Questa `e ancora una variabile aleatoria che assumer`a valori diversi in diversi campioni. Nel
limite N ci aspettiamo per`o che hT iN hT i. Questa affermazione `e resa pi`
u precisa
dalla legge dei grandi numeri: se gli esperimenti sono indipendenti e se media e varianza
di T sono finite, la deviazione hT iN hT i sar`a una variabile aleatoria la cui varianza tende
a zero per N come N 1 T2 .

` E STATISTICA
CAPITOLO 2. RICHIAMI DI PROBABILITA

18

Diamo la dimostrazione di questo risultato. La varianza della deviazione hT iN hT i `e


data da
N
N
Dh 1 X
i2 E
i2 E
1 Dh X
hT iN =
[Tk hT i]
Tk hT i
= 2
N k=1
N
k=1
Espandendo il quadrato e portando la somma fuori dalla media troviamo:
N
N
N
1 X
1 X
1 X
2
h[Tk hT i][Tj hT i]i = 2
h[Tk hT i] i + 2
h[Tk hT i][Tj hT i]i.
N 2 k,j=1
N k
N k6=j=1

Ora essendo Tk diversi variabili aleatorie statisticamente indipendenti, le correlazioni nellultima somma nella espressione qui sopra saranno uguali ai prodotti delle medie dei singoli
fattori
h[Tk hT i][Tj hT i]i = h[Tk hT i]ih[Tj hT i]i = 0
giacche hTk i = hT i. Abbiamo quindi che solo i termini diagonali nella somma contribuiscono e otteniamo
1
hT iN = 2 h[Tk hT i]2 i = N 1 T2 .
N
Un ulteriore risultato, detto teorema del limite centrale, ci dice che le deviazioni hT iN hT i
nel limite di grandi N sono distribuite secondo una Gaussiana:
(hT iN ) =

1
(2)1/2 hT iN

exp

 [hT i hT i]2 
N
.
2hT iN

Esercizi
1. Supponiamo le variabili aleatorie T1,2 distribuite in modo equiprobabile nel triangolo
con vertici (0, 0), (0, 1), (1, 1). Calcolare le PDF e probabilit`a condizionate (x|y >
0.5) e P (y > 0.5|x)

Capitolo 3
Radiazione e ottica atmosferica
3.1

La diffusione di Raileigh

La radiazione elettromagnetica interagisce con le molecola daria fondamentalmente in due


modi: pu`o essere assorbita oppure diffusa. Componenti di radiazione con frequenze lontane
da quelle di transizione delle molecole, subiranno principalmente un processo di diffusione,
detto diffusione di Raileigh. Non si ha assorbimento di energia da parte delle molecole
e i fotoni sono semplicemente diffusi dalle molecole. Questa `e linterazione dominante a
frequenze corrispondenti alla finestra del visibile.
Il processo di diffusione pu`o essere descritto in maniera pressoche classica. Le dimensioni delle molecole sono molto minori della lunghezza donda della luce (diciamo 108 cm
per una molecola di O2 contro 4 105 cm per la luce violetta), pertanto, le molecole vedono il campo della radiazione come se fosse uniforme. Le cariche allinterno delle molecole
daria sono non relativistiche; inoltre, il campo elettrico E0 e magnetico B0 in un onda
elettromagnetica hanno uguale intensit`a; pertanto la forza di Lorentz ev/c B0 con cui
il campo elettromagnetico agisce su una carica `e trascurabile rispetto alla forza elettrica
eE0 . Se la molecola `e neutra, essa reagir`a al campo elettrico polarizzandosi e assumendo
un momento di dipolo elettrico d proporzionale a E0
d(t) E0 (x0 , t),

(3.1)

dove x0 `e la posizione della molecola e `e detta la polarizzabilit`a della molecola. La polarizzabilit`a elettrica della molecola pu`o essere espressa in termini di propriet`a macroscopiche
del mezzo, tramite la legge di Clausius-Mossotti:
1 + n,

(3.2)

dove n `e la densit`a numerica (molecole in unit`a di volume) del gas, `e la costante dielettrica
ed `e una costante adimensionale.
Si pu`o vedere la polarizzazione come il risultato della perturbazione delle traiettorie
elettroniche in risposta al campo elettrico. Questa risposta sar`a dipendente dalla intensit`a del campo E0 e dalla frequenza naturale 0 degli elettroni (la molla di richiamo).
19

20

CAPITOLO 3. RADIAZIONE E OTTICA ATMOSFERICA

Nota bene che molecole come N2 ed O2 hanno momento di dipolo elettrico nullo allo
stato fondamentale; nel caso di molecole asimmetriche quali H2 O, una analisi pi`
u accurata dellorientazione del dipolo naturale in risposta al campo, tenendo in conto leffetto
dellagitazione termica, sarebbe necessaria.
In risposta alla presenza di cariche accelerate allinterno del dipolo oscillante, si genera
unonda elettromagnetica diffusa, approssimativamente sferica e in fase con la radiazione
incidente. A partire dalle equazioni di Maxwell `e possibile mostrare che il campo elettrico
dellonda diffusa `e:

|d|
E(x, t) 2
.
(3.3)
c |x x |
Immaginando che il campo elettromagnetico incidente sia quello di unonda piana monocromatica (pi`
u precisamente, focalizzandosi su una delle componenti di Fourier del campo
incidente), `e possibile determinare la frazione di energia dellonda incidente, diffusa dalla
molecola. La frazione di energia diffusa `e definita in maniera precisa a partire dal flusso 0
(pi`
u esattamente densit`a di flusso) di energia dellonda incidente, cio`e lenergia del campo
elettromagnetico che attraversa lunit`a di superficie (perpendicolare alla direzione di propagazione dellonda) nellunit`a di tempo. Dal punto di vista quantistico, 0 /(~) fornisce
il numero di fotoni di energia ~, con ~ 1034 J s la costante di Planck e la frequenza
dellonda, che attraversano lunit`a di superficie nellunit`a di tempo. La probabilit`a che
un fotone che attraversa lunit`a di superficie, venga diffuso dalla molecola, sar`a quindi il
rapporto tra la potenza diffusa W e il flusso 0 , e avr`a le dimensioni di una superficie.
Il rapporto s = W/0 `e detto la sezione di diffusione di Raileigh della molecola e pu`o
essere determinato in funzione della polarizzabilit`a della molecola a partire dalle Eq. (3.1)
e (3.3). Com`e noto, il flusso di energia di un onda elettromagnetica `e dato dal vettore di
Poynting; prendendone il modulo, si ha, nel caso dellonda incidente:
0 =

c
|E0 B0 | cE02
4

(3.4)

Nel caso dellonda diffusa, il flusso sar`a cE 2 e la potenza totale emessa sar`a il flusso
integrale attraverso una superficie chiusa attorno al dipolo. Considerando la superficie
sferica di raggio |x x0 | centrata in x0 , si avr`a
W = 4|x x0 |2 c|x x0 |2 E 2 .
Se `e la frequenza dellonda incidente, si avr`a dalla (3.1) d(t) et e la (3.3) diventer`a
2 E
0
E c2 xx
. Sostituendo in W e utilizzando la (3.4), si ottene per la sezione durto di
0|
diffusione di Rayleigh:
W
24
s =
4
(3.5)
0
c
Lequazione (3.5) ci dice che le alte frequenze sono diffuse in maniera pi`
u efficace. Questo
spiega il colore azzurro del cielo come il risultato della diffusione della componente di pi`
u
alta frequenza della luce solare dalle molecole in atmosfera. In maniera analoga `e spiegato
il colore rosso al tramonto del sole e della porzione di cielo circostante: la luce diretta `e gi`a

3.2. DIFFUSIONE E LUNGHEZZA DI ESTINZIONE

21

stata privata delle componenti di alta frequenza e anche la luce diffusa che ci raggiunge `e
dominata dalla componente di bassa frequenza.
Per frequenze sufficientemente alte, la lunghezza donda della luce incidente diventa
dellordine delle dimensione della particella diffondente e le approssimazioni utilizzate per
raggiungere la Eq (3.5) cessano di essere valide. La sezione durto di diffusione cessa di
crescere con . Questa situazione si verifica nel caso di diffusione da particelle di aerosol,
le quali possono raggiungere dimensioni di svariati micron, ben al di sopra della lunghezza
donda della luce visibile. La diffusione di radiazione elettromagnetica da sfere dielettriche
di dimensioni dellordine o superiori alla lunghezza donda `e detta diffusione di Mie. A
grandi linee, ci aspettiamo che la sezione durto di diffusione di un corpo di dimensioni
a , dove `e la lunghezza donda, sia dellordine dellarea a2 con cui intercetta il fascio
e che cessi quindi di essere dipendente dalla frequenza. Questo spiega il colore bianco delle
nubi, in cui le goccioline dacqua diffondono tutte le componenti spettrali della luce visibile
con uguale intensit`a. Il processo di diffusione per particelle con a `e accompagnato
inoltre da fenomeni di diffrazione e rifrazione i quali portano alla formazione di aloni e altri
effetti ottici.

3.2

Diffusione e lunghezza di estinzione

Conosciamo a questo punto, tramite Eq. (3.5), la potenza emessa da una singola molecola
in atmosfera. Vogliamo determinare il flusso di energia che le molecole in un volume V
centrato in xV determineranno, tramite diffusione di Raileigh, in un osservatore posto in
x che guarda ad un angolo rispetto al sole (vedi Fig. 3.1). Considerando che stiamo
considerando scale spaziali molto superiori a quelle di una molecola, il campo elettrico sar`a
caratterizzato da oscillazioni spaziali molto veloci e bisogna prestare attenzione alle fasi
relative dei contributi da diverse molecole quando si calcola il campo elettrico totale in x.
Se il volume non `e troppo grande, la componente della luce incidente su ciascuna molecola in esso, dovuta a luce diffusa dalle altre molecole nel volume sar`a piccola. Consideriamo
poi losservatore sufficientemente lontano rispetto al volume perche i raggi di luce diffusa lo
raggiungano paralleli. Il campo elettrico generato in x dalla molecola l-esima avr`a pertanto
la forma, utilizzando Eq. (3.3) e (3.1)
El (x, t) =

E0 (xl , t )
,

c2 |x xl | t =t|xxl |/c

dove xl = xl (t ) ed E0 `e il campo elettrico della luce incidente. Per una componente


monocromatica, avremo quindi:
El (x, t) =

2 E0
exp(i(k xl + q (x xl ) t))
c2 |x xl |

Vediamo che El (x, t) dipende dalla posizione della molecola n-esima in forma veloce tramite
la fase (k q) xl , mentre possiamo approssimare |x xl | |x xV |. Il campo dovuto

22

CAPITOLO 3. RADIAZIONE E OTTICA ATMOSFERICA

..
.

k
q

Figura 3.1: Diffusione luminosa da un volume V ad angolo rispetto alla direzione della
luce incidente

alla luce diffusa in x da V sar`a pertanto


E(x, t) =

X
2 E0
exp(i(k

t))
exp(i(k q) xl ).
c2 |x xV |
l

(3.6)

Ora, le molecole in un gas sono disposte in maniera casuale, quindi, a meno che |k q| = 0
(oppure che il volume sia pi`
u piccolo della lunghezza donda della luce), i termini nella
somma in Eq. (3.6) saranno essi stessi dei numeri random. Pertanto, il flusso denergia
sullosservatore sar`a
nV 2 4
cE 2 4
,
c |x xV |2

dove n `e la densit`a numerica dellaria e 0 E02 c `e il flusso di energia del flusso incidente.
Confrontando con Eq. (3.5) per la diffusione da una singola molecola:

nV s 0
.
|x xV |2

(3.7)

Laspetto centrale `e che i contributi al campo elettrico in x dalle singole molecole sono
scorrelati e parliamo infatti in questo caso di diffusione incoerente. La diffusione in avanti
(cio`e = 0) `e prodotta al contrario da onde in fase con la luce incidente e il flusso incidente
sar`a (nV )2 nV . (Di fatto, la sovrapposizione con il fascio incidente della parte
coerente delle onde diffuse costituisce il fascio rifratto).
` interessante notare che, se le molecole fossero state disposte in modo ordinato, i
E
termini in Eq. (3.6) per 6= 0 non sarebbero stati numeri random, ma avrebbero avuto la
forma exp(il), con in genere irrazionale. La somma in Eq. (3.6) sarebbe stata limitata
invece di crescere con la radice quadrata del numero di termini.

23

3.3. IL RUOLO DELLE FLUTTUAZIONI

Moltiplicando il flusso a distanza R = |x xV | (sufficientemente grande rispetto


alle dimensioni del volume) per larea della superficie sferica di raggio R, otteniamo da
Eq. (3.7) la potenza WV emessa dal volume in funzione di W [la potenza emessa da una
singola molecola; vedi Eq. (3.5)]:
WV = nV W = nV s 0 .
Possiamo calcolare a questo punto come un fascio di luce viene attenuato per la diffusione. Se prendiamo come volume uno strato perpendicolare al fascio incidente di spessore
infinitesimo l e area A, la potenza diffusa per unit`a di area dello strato, e persa quindi dal
fascio incidente, sar`a
WV
= nlS 0 .
A
Otteniamo in questo modo lequazione per lattenuazione del flusso:
0
d0
=
dl
ls

ls = (ns )1 .

(3.8)

La quantit`a ls `e detta lunghezza di estinzione del fascio dovuta a diffusione e ci dice a quale
profondit`a nel mezzo la luce diffusa diventa pi`
u intensa della luce trasmessa. Lattenuazione
del flusso in uno spessore dl, calcolata per unit`a di flusso `e dl/ls ; questa `e la frazione di
flusso persa nello spessore e coincide pertanto con la probabilit`a di diffusione di un fotone
in dl.

3.3

Il ruolo delle fluttuazioni

Si `e accennato al fatto che la diffusione in avanti `e fortemente legata alla rifrazione. Si `e


anche accennato al fatto che in un mezzo ordinato (un cristallo), a causa della interferenza
distruttiva delle onde emesse dalle singole molecole, non vi `e diffusione fuori dalla direzione
del raggio incidente.
Una teoria della diffusione alternativa, sviluppata da Einstein e Smoluchowski unifica
diffusione e rifrazione in una singola teoria, dove la diffusione di Raileigh `e il risultato della
rifrazione dalle fluttuazioni di densit`a del gas. Le variazioni di densit`a del gas portano
a fluttuazioni nella costante dielettrica , e quindi nellindice di rifrazione n 1/2 , ed a
rifrazioni casuali dei raggi di luce.
A grandi linee, laspetto centrale `e che le fluttuazioni di densit`a sono maggiori in volumi
piccoli e questo spiega perche `e valida la teoria di Raileigh basata sulla diffusione da singole
molecole. La fluttuazione del numero di particelle in un volume V di gas di densit`a n `e dato
dalla formula di Poisson N 2 N = nV , cio`e n/n (nV )1/2 , che diventa O(1) quando
le dimensioni del volume sono dellordine della distanza tipica intermolecolare n1/3 .
Fluttuazioni di densit`a nellaria sono prodotte oltre che dalla natura discreta del gas
dalla presenza di turbolenza. Queste fluttuazioni hanno dimensioni caratteristiche dellordine di quelle dei vortici, che in atmosfera sono comprese tra svariate centinaia di metri

24

CAPITOLO 3. RADIAZIONE E OTTICA ATMOSFERICA

L
Figura 3.2: Propagazione di un raggio in un mezzo disomogeneo; deviazione del raggio in
corrispondenza di un cambio dellindice di rifrazione della luce incidente

e decimi di millimetro. In ogni caso, siamo ben al di sopra della lunghezza donda della
luce. Queste fluttuazioni sono responsabili del fenomeno della cos`detta scintillazione delle
stelle (le stelle brillano). Questo fenomeno `e legato alla presenza di piccole fluttuazioni
nella direzione dei raggi luminosi che attraversano latmosfera, rispetto la loro direzione
originaria, come illustrato in Fig. 3.2. La rifrazione in presenza di un gradiente nellindice
di rifrazione diretto ad un angolo rispetto alla direzione del fascio incidente `e governata
dalla legge di Snell:
 1/2  1 + n 1/2
sin
n
=

,
sin
n

1 + n
dove abbiamo utilizzato la legge di Clausius-Mossotti (3.2) Espandendo per piccole fluttuazioni di densit`a, otteniamo
1
(n n) tan .
2
In turbolenza, siamo in presenza di una sovrapposizione di vortici di diverse dimensioni.
Focalizziamoci sulla deviazione prodotta da vortici di dimensione l in un cammino di lunghezza L. Risulta in turbolenza che i vortici possono considerarsi in prima approssimazione
indipendenti, cos` che la deviazione L del raggio su un cammino L sar`a mediamente zero,
con varianza:
h(L )2 i (L/l)h(l )2 i (L/l)h(tan )2 ih(l n)2 i.

(3.9)

Dalla teoria della turbolenza, risulta che le fluttuazioni di densit`a associate a vortici di
scala l hanno varianza h(l n)2 i l2/3 (sono proporzionali alle fluttuazioni di temperatura
e queste hanno le stesse propriet`a di scala di quelle della velocit`a, descritte dalla teoria di
Kolmogorov). Sostituendo in Eq. (3.9), vediamo quindi che
hL )2 i l1/3
e il contributo dominante verr`a dalle fluttuazioni alla scala pi`
u piccola nella turbolenza.

3.4. LASSORBIMENTO DELLA LUCE E IL CORPO NERO

3.4

25

Lassorbimento della luce e il corpo nero

Se la frequenza del campo elettromagnetica coincide con una delle frequenze di transizione
della molecole, si pu`o avere assorbimento di radiazione. Il processo di assorbimento `e
puramente quantistico: quanti discreti (fotoni) di energia ~ sono trasferiti dal campo
elettromagnetico alle molecole. Queste passano a uno stato eccitato e cedono poi energia
di nuovo al campo tramite emissione di fotoni (non necessariamente alla stessa frequenza)
o alle altre molecole tramite urti. Le frequenze caratteristiche di assorbimento dei gas
atmosferici sono quelle a cui latmosfera `e opaca alla radiazione elettromagnetica. Nel caso
della radiazione termica, si hanno di fatto bande di assorbimento, corrispondenti ai livelli
vibrazionali e rotazionali di molecole come la CO2 e lacqua, e finestre di trasmissione
corrispondenti alle frequenze a cui latmosfera `e trasparente. Un esempio di finestra `e
evidentemente quella della luce visibile.
Possiamo introdurre in modo analogo alla sezione durto di diffusione, la sezione durto
di assorbimento a come il rapporto fra la potenza assorbita da una molecola e il flusso di
energia della radiazione incidente:
Wa = a 0 .
(3.10)
Tenuto conto della natura discreta dellassorbimento, la potenza assorbita Wa `e in sostanza
il prodotto della energia ~ del fotone e la probabilit`a di assorbimento per unit`a di tempo
pa della molecola. [Quindi la probabilit`a di assorbimento di un fotone in un tempo t di
una molecola sar`a P = pa t = (~)1 a 0 t].
Possiamo ripetere il ragionamento che ci ha portato a defire la lunghezza di estinzione dovuta alla diffusione, in presenza di assorbimento e otteniamo lequazione per
lattenuazione del fascio:
d0
0
= ;
dl
lt

1
1
1
= + ;
lt
ls la

la = (na )1 ,

(3.11)

dove n `e di nuovo il numero di molecole nellunit`a di volume e la `e la lunghezza di estinzione


dovuta allassorbimento.
Il modo in cui la radiazione viene assorbita e riemessa dalle molecole `e caratterizzata
da spettri che dipendono in maniera complessa dalla frequenza. Le cose diventano pi`
u
semplici se ammettiamo che ci sia uno stato di equilibrio termodinamico, cio`e che diverse
zone del gas non subiscano raffreddamento o riscaldamento (in media) in seguito ad assorbimento o emissione di radiazione. A questo punto, la radiazione elettromagnetica nel
mezzo sar`a caratterizzata da uno spettro di frequenze che sar`a lo spettro di equilibrio per
la temperatura data, indipendente quindi dalle propriet`a microscopiche del mezzo.
La condizione perche si abbia equilibrio termodinamico fra le molecole e la radiazione `e
che si verifichi un numero sufficiente di emissioni e assorbimenti nel volume. La condizione
ideale perche questo si verifichi `e quella di avere un corpo nero, definito come un mezzo
perfettamente assorbente.
A partire da Eq. (3.11), vediamo che uno strato assorbente sufficientemente profondo

26

CAPITOLO 3. RADIAZIONE E OTTICA ATMOSFERICA

k
n
k
A
Figura 3.3: Radiazione incidente da un lato su una superficie A

sar`a sicuramente un corpo nero; infatti la soluzione di Eq. (3.11) `e


 Z l dl 
0 (l) = 0 (0) exp
,

0 lt (l )
che tende a zero per l (a patto che n e a rimangano differenti da zero e che prendiamo
il punto l = 0 lontano dai bordi del mezzo).
Richiamo i principali risultati riguardanti la radiazione di corpo nero. La distribuzione
di equilibrio della radiazione in un corpo nero pu`o essere descritta decomponendo il flusso
di energia su un lato di un elemento di superficie A, come illustrato in Fig. 3.3, in termini
dei vettori donda k. Integrando sopra le direzioni dei vettori donda k che attraversano
da un solo lato la superficie, otteniamo la decomposizione in termini della frequenza, che
`e descritta dalla legge di Planck:
i1
~
~ 3 h
exp(
)

1
,
(3.12)
B
(T
)

c2
KT
dove K 1.4 1023 J o K1 `e la costante di Boltzmann. Il flusso totale denergia `e invece
dato dalla legge di Stefan-Boltzmann
Z
B
4
(T ) = B
(3.13)
(T ) d = T ,
dove = 5.7 108 W m2 o K4 `e detta la costante di Stefan-Boltzmann. Vediamo quindi
che la radiazione di corpo nero `e concentrata a frequenze KT /~ che crescono linearmente con la temperatura (il calor bianco corrisponde a pi`
u alte temperature che il calor
rosso). Chiaramente, allinterno di un corpo nero ideale infinito (e quindi omogeneo e
isotropo), i flussi da un lato e laltro della superficie A si cancellano. Se invece A `e un
elemento della frontiera del corpo nero, le espressioni in Eqs. (3.12-3.13) rappresenteranno
i flussi emessi dalla superficie del corpo nero nellambiente circostante.
Nei ragionamenti fatti sinora si `e trascurato il ruolo di eventuali disomogeneit`a spaziali
e di una evoluzione temporale nel mezzo. Il punto cruciale risulta essere la possibilit`a di

3.5. BILANCIO RADIATIVO IN ATMOSFERA

27

un equilibrio termodinamico locale. Questo significa che le scale di variazione devono


essere maggiori di quelle associate al libero cammino medio delle molecole e dei fotoni (e le
relative frequenze di collisione), responsabili dello scambio di calore e del raggiungimento
dellequilibrio termico. In bassa e media atmosfera (per intenderci, sino a circa 60KM di
altezza), la frequenza di collisione delle molecole `e sufficientemente alta da far s` che le
molecole eccitate in seguito ad assorbimento di radiazione termalizzino tramite urti prima
di riemettere. Questo permette una condizione di equilibrio termodinamico locale.
In condizioni di equilibrio termodinamico (anche solo locale), i tassi di emissione e di
assorbimento delle diverse porzioni del mezzo devono essere uguali. Definiamo lassorbanza a, come la percentuale di flusso incidente assorbito dallo stesso, e in modo analogo,
lemittanza , come il contributo ceduto al flusso attraverso emissione:
W in = aA 0 (T );

W out = A B (T ),

(3.14)

dove A `e larea dello strato e W in e W out sono le potenze assorbite ed emesse. Lassorbanza
di uno strato di spessore l la , in particolare, pu`o essere espressa tramite la relazione
W in
l0

= a0 a l/la .
A
la

(3.15)

In modo analogo possiamo definire assorbanze e emittanze a e alla frequenza , e,


se lo strato si comportasse come un corpo nero, avremmo chiaramente a = 1 a tutte le
frequenze; in generale a < 1. In condizioni di equilibrio termodinamico,
la porzione di
R
mezzo assorbe ed emette radiazione con uguale intensit`a: W in W out = [Win Wout ] d =
0, unita alla condizione che B
(T ) sia la distribuzione di equilibrio per la radiazione [e
B
quindi 0 (T ) nella (3.14)], stabilisce leguaglianza fra emittanza ed assorbanza:
a = ,

(3.16)

detta legge di Kirchhoff.

3.5

Bilancio radiativo in atmosfera

La gran parte della radiazione che raggiunge la terra viene emessa dalla fotosfera solare
ad una temperatura 6000o K. Del flusso associato s , una frazione As , dove A 0.3
`e lalbedo della terra, viene riflessa o diffusa direttamente nello spazio. La rimanente
radiazione di alta frequenza (SW; luce visibile) 0 = (1 A)s viene assorbita dalla
superficie terrestre e riemessa come una radiazione di corpo nero a una temperatura Te
300o K, e quindi anche a frequenza molto pi`
u bassa (LW; radiazione termica). Il coefficiente
aSW = 1 A `e quindi lassorbanza SW della terra.a
Leffetto serra introdotto nel Capitolo 1 pu`o essere riformulato attraverso i concetti di
assorbanza `e emittanza. Giacche tutta la radiazione LW viene assorbita dallatmosfera
o dalla superficie terrestre, la terra vista dallo spazio `e un corpo nero per la radiazione
LW. La superficie terrestre si comporta essa stessa come un corpo nero a queste frequenze,

28

CAPITOLO 3. RADIAZIONE E OTTICA ATMOSFERICA

ma la presenza dellatmosfera ne diminuisce la assorbanza (e quindi lemittanza) misurata


dallo spazio: solo una frazione di fotoni LW provenienti dallo spazio sono assorbiti dalla
superficie; il resto sono assorbiti dalla atmosfera. Per la legge di Kirchhoff, lemittanza LW
`e anchessa ridotta: LW = aLW < 1 e questo non `e altro che il fatto che, dei fotoni emessi
dalla superficie, solo una frazione passa la barriera dellatmosfera. La ridotta emittanza LW
della superficie terrestre nello spazio richiede quindi una maggiore temperatura superficiale
per bilanciare il flusso entrante SW aSW 0 .
La radiazione LW emessa dalla superficie terrestre viene continuamente assorbita e
riemessa dalla atmosfera sovrastante sino a emergere nella alta troposfera, da dove vengono
emessi nello spazio. Come si `e detto, la terra (di fatto latmosfera), vista dallo spazio, `e un
corpo nero per la radiazione termica, e quindi, la temperatura a cui viene emessa questa
radiazione `e quella che avrebbe la superficie terrestre senza effetto serra. Latmosfera, si
comporta come una coperta, calda allinterno e fredda allesterno. Il gradiente termico `e
mantenuto dal flusso di calore verso lesterno, di cui una componente fondamentale, come
illustrato nella Fig. 4.24, `e il trasporto di radiazione.
Per capire il meccanismo di trasporto di radiazione e la conseguente stratificazione
in temperatura dellatmosfera, consideriamo un modello semplificato, in cui lunico flusso
di calore `e quello prodotto da assorbimento e emissione LW delle molecole. Per semplicit`a trascuriamo la diffusione della radiazione. Trascuriamo inoltre la curvatura terrestre
e disomogeneit`a orizzontali, cos` che possiamo limitarci a considerare il flusso LW (x3 )
attraverso una generica superficie orizzontale posta a quota x3 . Una variazione con x3 di
LW vorrebbe dire che viene ceduta o tolta energia, riscaldandoli o raffreddandoli, a diversi
strati atmosferici. In condizioni stazionarie avremo pertanto:
LW (x3 ) = 0 = costante.

(3.17)

Procedendo come in Fig. 3.3, possiamo decomporre il flusso attraverso la superficie, in una
componente dal basso e una dallalto:
LW = LW LW = 0 .

(3.18)

Chiaramente, se il mezzo fosse infinito in direzione verticale, avremmo per simmetria


LW = LW = B e LW = 0. Ora, LW si attenuer`a propagandosi verso lalto da
quota x3 a quota x3 + dx3 , secondo la Eq. (3.11), con un contributo
LW dx3 /la

(3.19)

(trascuriamo la diffusione). A quota x3 + dx3 , latmosfera al di sotto emetter`a verso lalto


un ammontare di radiazione in pi`
u rispetto a quota x3 pari a
B (T (x3 ))na dx3 =

1 B
(T (x3 ))dx3 ,
la

(3.20)

dove T (x3 ) `e la temperatura dellatmosfera a quota x3 [comparare con Eq. (3.15)]. In


maniera simile si comporter`a il flusso di radiazione discendente passando da x3 a x3 dx3 .

29

3.5. BILANCIO RADIATIVO IN ATMOSFERA


Mettendo a sistema Eqs. (3.19-3.20) otteniamo pertanto:
la

dLW
+ LW = B ;
dx3

la

dLW
LW = B ;
dx3

(3.21)

Sommando e sottraendo le due equazioni e definendo


LW = + ,

LW
LW
possiamo riscrivere:
la

dLW
LW = 2B ;
+
dx3

la

LW
d
+ LW = 0.
dx3

(3.22)

Ora, dalla Eq. (3.17) sappiamo che dLW /dx3 = 0 e quindi dalla prima delle (3.22)
LW = 2B ; sostituendo nella seconda insieme ad Eq. (3.17) otteniamo infine:
abbiamo
2la

dB
= 0 .
dx3

(3.23)

Da qui otteniamo la soluzione


B

(T (x3 )) = (T ()) + 0

x3

dx3
,
2la (x3 )

(3.24)

e utilizzando la legge di Planck B (T ) = T 4 , vediamo che la temperatura decresce con


laltezza, come ci aspettavamo.
La costante dintegrazione B (T ()) `e calcolata richiedendo che per x3 LW =
LW 0 ; questo perche, essendo la radiazione incidente interamente SW, LW (x3
) = 0. Utilizzando la Eq. (3.18) e il risultato LW + LW = 2B , otteniamo
LW (x3 ) = B (T (x3 )) +

0
2

e quindi B (T ()) = 0 /2. Sostitutuendo in Eq. (3.24):


Z
0 h
dx3 i
B
(T (x3 )) =
1+
.

2
x3 la (x3 )

(3.25)

(3.26)

In maniera analoga determiniamo la temperatura della superficie terrestre Te , imponendo


il bilancio radiativo
B (Te ) = LW (0) + 0 .
(3.27)
Il flusso LW verso il basso `e determinato analogamente a quello verso lalto
0
2
[pi`
u semplicemente, basta sostituire la (3.18) nella (3.25)]. Sostituendo nella Eq. (3.27)
troviamo infine
0
B (Te ) = B (T (0)) +
;
(3.28)
2
che ci permette di determinare il salto di temperatura tra suolo e atmosfera al di sopra.
LW (x3 ) = B (T (x3 ))

30

CAPITOLO 3. RADIAZIONE E OTTICA ATMOSFERICA

Esercizi
1. Calcolare la temperatura di un piatto che orbita intorno al sole alla stessa distanza
della terra. Supporre il corpo nero, con la superficie orientata al sole nera e quella
opposta totalmente riflettente (cio`e a = 0 a tutte le frequenze). Supporre il piatto
orientato perpendicolare alla luce incidente. Cosa cambia se la superficie posteriore
`e nera? Come cambiano le cose se invece la superficie anteriore ha assorbanza a =
const. < 1?
2. Ripetere lesercizio nel caso la superficie anteriore abbia assorbanze aSW = 1 e aLW =
0.5, mentre quella posteriore sia di nuovo perfettamente riflettente.
3. Uno strato di nebbia ha spessore L la ls ; quindi il sole non si vede, ma c`e
luce diffusa. Calcolare di quanto `e smorzata la luce diffusa al suolo rispetto al caso
la . (Suggerimento: stimare la lunghezza tipica del percorso di un fotone che
viene diffuso di gocciolina in gocciolina dalla cima della nube sino a terra).

Riferimenti
Diffusione: J.D. Jackson, Classical electromagnetism, sezioni 10.1, 10.2
Corpo nero e bilancio radiativo: M.L. Salby, Fundamentals of atmospheric physics,
sezioni 1.3, 1.4, 8.2.1-3, 8.5.1

Capitolo 4
Termodinamica atmosferica
4.1

Equilibrio termodinamico ed entropia

I processi atmosferici sono caratterizzati in genere da forti fluttuazioni spazio-temporali. In


alcuni casi, la scala temporale di questi processi, per esempio per alcune reazioni chimiche,
`e molto pi`
u rapida di quella delle altre variabili, come la temperatura o la pressione, e le
sostanze coinvolte sono in grado di raggiungere uno stato di equilibrio con lambiente circostante. In altri casi, come ad esempio cambiamenti di fase in presenza di vapore acqueo,
questa separazione di scale vale solo in prima approssimazione, ma `e conveniente trascurare
fluttuazioni e relativi processi irreversibili in porzioni di atmosfera il cui comportamento `e
poi modellato come fossero in uno stato di equilibrio termodinamico.
Richiamiamo alcuni concetti fondamentali. Trascurando inizialmente la composizione
chimica e leffetto di cambiamenti di fase, una porzione omogenea di atmosfera (il nostro
sistema termodinamico) `e caratterizzata dalla pressione P , il volume V e la temperatura T .
Microscopicamente, `e possibile derivare una relazione tra pressione, volume e temperatura,
detta legge di stato, che fa s` che solo due variabili siano indipendenti; prendendo V e T :
P = P (T, V ).
Dal punto di vista termodinamico, la temperatura ci dice che le diverse parti della porzione
sono in equilibrio termodinamico fra loro, cio`e non scambiano in media energia sotto forma
di calore. Microscopicamente, la temperatura `e legata allenergia interna U del sistema
tramite una relazione
U = U (T, V ).
Latmosfera `e in prima approssimazione un gas ideale, che significa che i contributi dalle
interazioni molecolari allenergia interna sono trascurabili; in questo caso U = U (T ) e vale
la legge, detta di equipartizione:
lKT
U =N
,
(4.1)
2
dove N `e il numero di molecole nel sistema, K 1.4 1023 J o K1 `e la costante di
Boltzmann e l `e a grandi linee il numero di gradi di libert`a di ciascuna molecola (l = 3 per
31

32

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

una molecola monoatomica). Vale inoltre la legge di stato


P V = N KT.

(4.2)

Il sistema pu`o scambiare energia col sistema circostante compiendo lavoro o scambiando
calore. Lidealizzazione detta processo reversibile consiste nel limite in cui la differenze di
temperatura e di pressione fra sistema e ambiente circostante, responsabili per lo scambio di
energia, tendono a zero. In questo caso la trasformazione si svolge in un regime idealmente
di equilibrio meccanico e termodinamico, ed `e possibile assegnare ad ogni istante valori di
P e T (oltre che di V ) al sistema.
Per differenti trasformazioni reversibili infinitesime, il sistema sar`a caratterizzato da
un trasferimento di calore dU + P dV e un cambio di temperatura dT . La variazione di
energia interna del sistema sar`a associata a un cambio di temperatura e volume. Ora,
mentre la variazione infinitesima di volume `e associata univocamente al lavoro reversibile
P dV effettuato sul sistema, non `e possibile fare lo stesso con la variazione di T e lo
scambio di calore. Per esempio, nel caso di un gas ideale, U = U (T ), e la variazione di T
`e associata a tutta la variazione di energia interna, non solo allo scambio di calore.
Definiamo quindi una variabile di stato del sistema, che si comporti in uno scambio
di calore in maniera analoga al volume nel lavoro reversibile. Chiamiamo questa variabile
entropia S e chiediamo che lo scambio di calore possa essere scritto nella forma f (T, V )dS,
dove f ha lo stesso ruolo della pressione nel lavoro reversibile: Chiediamo inoltre che, come
il volume, lentropia totale nella trasformazione reversibile sia conservata; questo implica,
poiche il calore reversibile assorbito dal sistema `e uguale a quello ceduto dallesterno, che
gli f del sistema e dellesterno siano uguali. In questo modo, come il volume di due sistemi
distinti `e la somma dei relativi volumi, lentropia totale sar`a la somma delle entropie.
Variabili termodinamiche che godono di questa propriet`a sono dette estensive. Ora, perche
lentropia totale si conservi indipendentemente dal volume delle parti (stiamo considerando
il caso reversibile, quindi le temperature sono uguali), dobbiamo avere f = f (T ). Il calore
assorbito dal sistema sar`a quindi
f (T ) dS = dU + P dV.
Considerando V e T come variabili indipendenti ed esplicitando dU = T U (T, V )dT +
V U (T, V )dV :
 U

U
f dS =
dT +
+ P dV.
T
V
Nel caso di un gas ideale, utilizzando le Eqs. (4.1) e (4.2), abbiamo:
dS =

N lK
N KT
dT +
dV.
2f (T )
V f (T )

(4.3)

Imponendo che S sia una funzione delle variabili V e T , sostituendo dS = T S(T, V )dT +
V S(T, V )dV nella Eq. (4.3) e imponendo T V S(T, V ) = V T S(T, V ) (cio`e che dS
sia un differenziale esatto), otteniamo pertanto, a meno di una costante a moltiplicare:

4.2. I POTENZIALI TERMODINAMICI

33

f (T ) = T . Possiamo quindi scrivere lenergia di un gas ideale come una funzione di S e V :


U (T (S, V )) := U (S, V ), il cui differenziale avr`a la forma:
dU = T dS P dV

(4.4)

(per avere una notazione pi`


u leggera, trascuriamo di indicare il tilde; `e chiaro che una
differente scelta di variabili indipendenti corrisponder`a a diverse dipendenze funzionali
` possibile dimostrare
di U e delle altre variabili termodinamiche dal loro argomento). E
che Eq. (4.4) continua ad essere valida per sistemi diversi da un gas ideale, a patto che
` da notare che le
sia soddisfatta la relazione V U (T, V ) = T T P (T, V ) P (T, V ). E
variabili termodinamiche vengono a coppie: due variabili estensive S e V e due associate
alle propriet`a di equilibrio P e T , cos` dette intensive.
Il significato dellentropia, che diventa manifesto in un approccio basato sulla meccanica
statistica, `e quello di quantificare in qualche maniera la transizione allequilibrio termodinamico. Questa transizione `e un processo irreversibile e la caratteristica fondamentale
dellentropia e che il suo valore totale cresce nel processo, al contrario del caso reversibile
in cui, per definizione, si conserva.
Consideriamo prima uno scambio irreversibile di calore a volume costante tra il sistema
a temperatura Ta e lesterno a temperatura Tb e prendiamo per fissare le idee Ta > Tb . I
cambi di entropia saranno quindi
Z T
Z T
dUsys (T )
dUext (T )
Q
Q
Ssys =
S
=
=

=
ext

T
Ta
T
Tb
Ta
Tb
dove T con Tb < T < Ta `e la temperatura finale di equilibrio, Q > 0 `e lenergia passata
dal sistema allesterno e Ta e Tb sono valori di temperatura intermedi in [T, Ta ] e [Tb , T ]
rispettivamente. Chiaramente Ta > Tb e quindi
Q/Ta < Q/Tb S = Ssys + Sext > 0.
Nel caso di lavoro irreversibile in condizioni isoterme, abbiamo una differenza di pressione
tra sistema e ambiente esterno che si trasforma in movimento macroscopico e da qui in
calore per forze dattrito (la viscosit`a). Essendo questultimo positivo, lentropia generata
sar`a di nuovo positiva. Abbiamo quindi per un sistema termodinamicamente isolato la
diseguaglianza
dU T dS P dV
(4.5)
con leguaglianza verificata nel caso reversibile.

4.2

I potenziali termodinamici

La equazione (4.4) permette di intepretare lenergia interna U come labilit`a di svolgere


lavoro e scambiare calore del sistema. In particolare, dU `e il calore scambiato reversibilmente a volume costante e P dV la variazione di energia interna in una trasformazione

34

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

adiabatica. I potenziali termodinamici danno lattitudine di svolgere lavoro o scambiare


calore in condizioni particolari, precisamente in condizioni isobariche o isoterme.
Il primo potenziale che introduciamo descrive lattitudine a scambiare calore in condizioni isobariche ed `e detto entalpia (o funzione termica):
A(S, P ) = U (S, V (S, P )) + P V (S, P );

dA = T dS + V dP,

(4.6)

dove la seconda equazione vale per trasformazioni reversibili. Vediamo che la variazione di
A a pressione costante coincide con il calore scambiato: dA = dU + d(P V ) = dU + P dV .
In conseguenza di ci`o, possiamo scrivere i calori specifici a volume e a pressione costante
in maniera simmetrica:
1  U 
1  A 
cV =
;
cP =
,
(4.7)
N K T V
N K T P
dove i suffissi V e P indicano che la derivata parziale rispetto a T `e effettuata tenendo fissi
V e P rispettivamente (se avessimo lavorato di partenza con T invece di S come variabile
indipendente, i suffissi V e P non sarebbero stati necessari). Nel caso di un gas ideale,
prendendo la differenza delle due definizioni in Eq. (4.7) e utilizzando la legge di stato
V = N KT /P , otteniamo il noto risultato
P  V 
cP cV =
=1
(4.8)
N K T P
Il meccanismo con cui si effettua il cambio di variabili (S, V ) (S, P ) `e una trasformazione
di Legendre la cui costruzione geometrica `e illustrata in Fig. 4.1. Il volume V (S, P ) `e
definito dalla condizione di minimo rispetto a V per U (S, V ) + P V , cio`e
P (S, V ) =

U (S, V )
V

la cui inversa ci fornisce V = V (S, P ). Attraverso questa condizione di minimo, possiamo vedere lentalpia come la somma dellenergia interna del sistema e di uno stantuffo a
pressione P che spinge il volume del sistema ad assumere il valore V (S, P ). Una volta che
abbiamo a disposizione lespressione esplicita dellentalpia, possiamo esprimere in maniera
alternativa il volume in funzione della pressione a partire dalla seconda nella Eq. (4.6):
V (S, P ) =

A(S, P )
P

` da notare il ruolo centrale della trasformata di Legendre nel cambio di variabili. Una
E
semplice redifinizione della energia come funzione di S e P : U = U (S, V (S, P )) avrebbe
fatto s` che la variazione di energia a pressione costante fosse dU = (T P S V )dS che non
`e uguale al calore trasferito nella trasformazione.
Il secondo potenziale che introduciamo descrive lattitudine a compiere lavoro a temperatura costante ed `e detto energia libera, o energia libera di Helmholtz:
F (T, V ) = U (S(T, V ), V ) T S(T, V );

dF = SdT P dV

(4.9)

35

4.2. I POTENZIALI TERMODINAMICI


U
U(S,V)
V

A(S,P)=U(S,V(P))+PV(P)
V=V(P)

PV

Figura 4.1: Costruzione geometrica della trasformazione di Legendre per il passaggio


dallenergia allentalpia.

e di nuovo la seconda vale solo in trasformazioni reversibili. La variazione di energia


libera a temperatura costante dF = dU d(T S) = P dV non `e altro che il lavoro
compiuto sul sistema. In modo analogo allentalpia, la dipendenza dellentropia rispetto
a (T, V ) `e determinata tramite una trasformazione di Legendre di U rispetto a S. In
questo caso la condizione di minimo `e fatta rispetto a S su U (S, T ) T S, la quale ci d`a
S(T, V ) = S U (S, V ), e poi invertendo S(T, V ). Quando lespressione esplicita di F (T, V )
sia nota, possiamo utilizzare la seconda nella Eq. (4.9) per determinare S(T, V ):
S(T, V ) =

F (T, V )
T

Possiamo definire un terzo potenziale termodinamico detto semplicemente potenziale termodinamico o energia libera di Gibbs, funzione delle sole variabili intensive T e P :
G(T, P ) = F (T, V (T, P )) + P V (T, P )

dG = SdT + V dP

(4.10)

dove analogamente a quanto fatto per entalpia ed energia libera, V (T, P ) `e ottenuto da
inversione di P (T, V ) = V F (T, V ), e la seconda nella (4.10) vale per trasformazioni
reversibili.
Passando al caso delle trasformazioni irreversibili, la diseguaglianza (4.5) per variazioni
di energia interna U si traduce in diseguaglianze analoghe per i vari potenziali termodinamici. In particolare, per lenergia libera abbiamo che, se la temperatura del sistema rimane
costante (quindi dT = 0):
P dV dU + T dS = dU + d(T S) = dF ;
cio`e, un sistema in contatto con un bagno termico a temperatura T , pu`o compiere un lavoro
P dV pari al massimo, nel caso di una trasformazione reversibile, alla perdita di energia
libera dF . Lenergia libera di Helmolz diminuir`a, dF < 0, nel caso di una trasformazione

36

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

irreversibile a temperatura e volume costante. In maniera analoga vediamo che il potenziale


termodinamico di Gibbs diminuisce in trasformazioni irreversibili a temperatura e pressioni
costanti:
0 > dU + P dV T dS = dU + d(P V ) d(T S) = dF + d(P V ) = dG.
Pertanto, lenergia libera e il potenziale termodinamico di Gibbs saranno minimi in con` da notare di nuovo il ruolo essenziale svolto dalla
dizioni di equilibrio termodinamico. E
trasformazione di Legendre nel mantenere le propriet`a di estremo dellequilibrio termodinamico. Per esempio, il mero cambiamento di variabili (S, V ) (T, V ) in U non porterebbe
ad altro che alla originaria espressione (4.1), la quale non varia per T costante e non assume
un valore estremo allequilibrio per V e T costanti.

4.3

Cambiamenti di fase

Possiamo descrivere un sistema termodinamico in cui sono presenti differenti fasi della
stessa sostanza, in funzione dei numeri di molecole N1 , N2 , ... in ciascuna fase. Lenergia
interna del sistema, in particolare, sar`a dipendente dai numeri di molecole nelle diverse
fasi:
U = U (T, V, N1 , N2 , ...).
Consideriamo prima il caso di una fase sola. Per la fase gassosa, U (T, V, N ) `e data dalla
Eq. (4.1); Per le fasi liquida e solida, U = U (T, V, N ), con una forte dipendenza da V
(quasi incomprimibilit`a) dovuta alle forze intermolecolari.
Passando ad una descrizione in termini di sole variabili estensive S, V, N , la variazione
di energia dovuta al cambio del numero di particelle generalizzer`a la Eq. (4.4) alla forma:
dU = T dS P dV + dN

(4.11)

dove abbiamo introdotto una nuova variabile intensiva = (S, V, N ), coniugata ad N ,


che, in maniera analoga a pressione e temperatura rispetto a volume e calore, descriver`a
lequilibrio di massa tra le fasi.
` naturale domandarsi quale sar`a la condizione di equilibrio per date condizioni di
E
temperatura e pressione, piuttosto che di volume ed entropia. In effetti, nei sistemi a
cui ci interessiamo, ciascuna molecola interagisce con un piccolo numero di altre molecole
(quelle in un volume di dimensioni dellordine del cammino libero medio) e non con tutto
il sistema. Pertanto, lenergia di una molecola non dipender`a da quantit`a estensive come
N e V , ma solo da quantit`a come P e T o al limite il volume e lentropia specifica V /N e
S/N .
Il potenziale termodinamico introdotto nella Eq. (4.10) `e ci`o che ci permette una
simile descrizione. Analizziamo prima il caso di una singola specie. Considerando variabile
il numero di molecole, possiamo scrivere
dG = SdT + V dP + dN.

37

4.3. CAMBIAMENTI DI FASE

Nelle ipotesi di cui sopra, lenergia (T, P, N ) portata nel sistema a pressione e temperatura
costanti da una singola molecola, sar`a indipendente da N , cio`e = (T, P ). Il potenziale
chimico coincider`a quindi con il potenziale termodinamico specifico per una molecola:
G(T, P, N ) = N (T, P )

(4.12)

Questa espressione si generalizza nel caso di pi`


u fasi nella forma
G(T, P, N ) = N1 1 (T, P ) + N2 2 (T, P ) + . . .

(4.13)

` da notare che se, invece che con cambiamenti di fase avessimo avuto a che fare con
E
reazioni chimiche, i potenziali chimici e quindi i tassi di reazione sarebbero stati dipendenti
in genere da rapporti di concentrazione nella forma Nk /Nj , k 6= j. Nel nostro caso, questa
complicazione `e assente, visto che una molecola `e sempre o in una fase o nellaltra e non
interagisce con una distribuzione di molecole di fasi diverse in rapporto stechiometrico
Nk /Nj . A partire da Eq. (4.13), la variazione del potenziale termodinamico del sistema,
sar`a, nel caso di due fasi:
dG = SdT + V dP + (1 2 )dN1 ,

(4.14)

dove si `e utilizzato la conservazione del numero totale di molecole.


La differenza 1 2 `e il salto di energia di una molecola nel passare dalla fase 2 alla
fase 1 a pressione e temperatura costante. Perche vi sia equilibrio fra le fasi in condizioni
di P e T date, `e quindi necessario che i potenziali chimici rispettivi siano uguali:
1 (T, P ) = 2 (T, P ).

(4.15)

In caso contrario, le molecole transiterebbero nella fase con potenziale chimico minore,
minimizzando in questo modo il potenziale termodinamico G.
Dalla Eq. (4.15), vediamo che differenti fasi possono coesistere solo su una curva P =
P (T ); il fatto che i potenziali chimici sono indipendenti da N1,2 ci dice che le fasi possono
coesistere in rapporti di massa N1 /N2 arbitrari. Questo corrisponde al quadro fornito in
Fig. 4.2. Le porzioni orizzontali ad altezza Pk individuano differenti punti nella curva di
equilibrio P = P (T ), e i corrispondenti cambi di volume isobarici sono associati al passaggio
da una pura fase gassosa (estremo destro) a una pura fase liquida (estremo sinistro).
Possiamo determinare la curva di equilibrio a partire dalla Eq. (4.15), nel caso 1
corrisponda allo stato gassoso e 2 a quello liquido. La pressione P = Pv (T ) corrispondente
a tale condizione di equilibrio `e detta pressione di vapore alla temperatura T . Sfruttando il
fatto che 1,2 (T, P ) sono i potenziali termodinamici specifici di una molecola nelle diverse
fasi, possiamo scrivere:
d1,2 (T, P ) =

1
dG1,2 (T, P ) = s1,2 dT + v1,2 dP
N1,2

(4.16)

dove s1,2 = S1,2 /N1,2 e v1,2 = V1,2 /N1,2 sono lentropie e i volumi specifici delle molecole
nelle due fasi (S1,2 e V1,2 sono lentropia e il volume totali di ciascuna fase). La condizione

38

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

Pv1
Pv2
Pv3
T3

T1
T2

Figura 4.2: Isoterme in presenza di una transizioni di fase liquido-gas, con indicazione delle
rispettive pressioni di vapore

di spostarsi sulla curva di equilibrio sar`a d1 (T, P ) = d2 (T, P ), la quale ci d`a, utilizzando
Eq. (4.16):
dPv
s1 s2
=
(4.17)
dT
v1 v2

Ora, s1 s2 `e la variazione di entropia di una molecola nel cambio di fase, che possiamo
scrivere nella forma s1 s2 = L/T , dove L `e il il calore assorbito dalla molecola durante
la transizione, cio`e il cos` detto calore latente. Per pressioni di tipo atmosferico, abbiamo
v1 v2 e possiamo esprimere v1 in funzione di temperatura e pressione utilizzando la Eq.
(4.2):
KT
v1 v2
P
Sostituendo nella Eq. (4.17), otteniamo lequazione di Clausius-Clapeyron:
LPv
dPv
=
dT
KT 2

(4.18)

` da ricordare che il calore latente `e stato definito attraverso una trasformazione isobarica.
E
Pertanto non coincide con il cambio di energia della molecola (`e infatti il suo cambio di
entalpia: lentalpia di vaporizzazione; se le variazioni di energia ed entalpia nella trasformazione fossero uguali, le macchine a vapore non potrebbero funzionare). Il Cambio di
energia contiene infatti un contributo associato al lavoro:
u = L P (v1 v2 ) (L KT ),
dove si `e utilizzata di nuovo la Eq. (4.2).

39

4.4. TERMODINAMICA DELLARIA UMIDA

4.4

Termodinamica dellaria umida

Latmosfera `e una miscela di aria secca ed acqua allo stato liquido e di vapore. Quando la
fase liquida e quella di vapore sono in equilibrio, diciamo che siamo in condizioni sature. Per
capire il meccanismo della saturazione, dobbiamo approfondire il significato della pressione
di vapore nella equazione di Clausius-Clapeyron (4.18). Nel caso di una sostanza pura,
infatti, la pressione della fase gassosa `e data semplicemente dalla legge di stato Eq. (4.2):
P (T ) = nKT
dove n = N/V = 1/v. Dal punto di vista microscopico, possiamo immaginare su una
interfaccia liquido vapore un flusso di condensazione c e uno di evaporazione v che
saranno identici allequilibrio. Il primo sar`a proporzionale al flusso nvth di molecole dalla
fase gassosa verso linterfaccia, dove vth `e la velocit`a termica delle molecole. Il secondo
flusso v sar`a determinato invece (oltre che dalla densit`a costante della fase liquida) dal
rapporto tra lenergia delle molecole KT e lenergia di legame di van der Waals nel
liquido. Vediamo quindi che la pressione di vapore ad una data temperatura, non `e altro
che la pressione corrispondente a quella densit`a numerica n della fase gassosa che fa s` che
i due flussi c e v si bilancino esattamente.
Questo argomento continuer`a a valere in una miscela di aria secca e vapore a patto
che sostituiamo n nv , dove nv `e la densit`a numerica del vapore in aria. Analogamente,
lequazione di Clausius-Clapeyron (4.18) continuer`a a valere a patto che sostituiamo la
pressione totale con la pressione parziale di vapore Pv , data dalla legge di Dalton
Pv = P Pd = nv KT ;

Pd = nd KT.

(4.19)

Nota che Pd sarebbe la pressione atmosferica alla data temperatura in assenza di umidit`a; la
presenza di umidit`a nellaria `e quindi associata ad un aumento di pressione. La condizione
di equilibrio delle fasi sar`a quindi verificata quando la pressione parziale di vapore e la
pressione di vapore definita dalla Eq. (4.18) diventano uguali: Pv = Pv (T ).
Piuttosto che in funzione della densit`a numerica nv , `e conveniente esprimere la pressione
parziale Pv in funzione della umidit`a specifica dellaria q, definita come il rapporto fra massa
di acqua e massa totale nel volume dato:
q=

Nv m v
Nm

(4.20)

dove mv `e P
la massa di una molecola dacqua e m `e la massa media di una molecola daria:
1
m = N
k Nk mk (k = ossigeno, azoto, vapore, etc). Sostituendo nelle Eq. (4.20) e
(4.19):
md
md
nv

q 1.6q;
Pv
qP 1.6qP,
(4.21)
n
mv
mv
dove allordine pi`
u basso in q possiamo approssimare P Pd .
Per date condizioni di pressione e temperatura atmosferiche (P, T ), saremo in condizioni
di saturazione quando Pv 1.6qP = Pv (T ), che definisce lumidit`a specifica in condizioni

40

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

sature:

0.62Pv (T )
,
(4.22)
P
dove Pv (T ) `e la pressione di vapore definita dalla equazione di Clausius-Clapeyron (4.18).
Possiamo determinare il profilo di Pv (T ) in maniera esplicita integrando la (4.18); trascurando la dipendenza del calore latente dalla temperatura:
qsat (P, T )

L 1
1 

Pv (T ) Pv (T0 ) exp
K T0 T
e usando la (4.22):
L 1
qsat (P, T )
1 
exp

.
qsat (P, T0 )
K T0 T
Notare che T0 300o K mentre T T0 `e tipicamente dellordine di qualche grado. Possiamo
quindi espandere in serie di Taylor:
 L(T T ) 
qsat (P, T )
0
exp
.
2
qsat (P, T0 )
KT0

(4.23)

Vediamo quindi che lumidit`a alla saturazione dipende in maniera esponenziale dalla temperatura ed `e una funzione rapidamente crescente della stessa. Se, per date condizioni di
pressione e temperatura, q < qsat , non vi sar`a acqua allo stato condensato in sospensione
in atmosfera. Il rapporto qrel = q/qsat `e detto umidit`a relativa. Abbassando la temperatura a pressione fissata, il rapporto qrel cresce sino a raggiungere la saturazione qrel = 1
ad una temperatura detta punto di rugiada. Abbassando ulteriormente la temperatura,
il vapore presente in atmosfera condenser`a, abbassando lumidit`a specifica q sino allequilibrio q = qsat . Lumidit`a alla saturazione `e quindi il massimo contenuto di umidit`a che
latmosfera pu`o sostenere in forma di vapore ad una certa temperatura.

4.5

Latmosfera adiabatica

Tipicamente lo spostamento verticale di una massa daria in atmosfera avviene in maniera


adiabatica. Il calore viene trasferito allambiente circostante tramite turbolenza ed effetti
molecolari in maniera pi`
u lenta di quanto venga scambiata energia tramite lavoro dovuto
a compressione o espansione. Questo ha delle conseguenze su come si stratifica latmosfera
rispetto a temperatura e pressione.
In condizioni di equilibrio termodinamico, la stratificazione sarebbe quella determinata
dal bilancio idrostatico in un fluido a temperatura uniforme. La radiazione solare cambia le
cose producendo un profilo di temperatura decrescente con laltezza, che si inverte durante
la notte, quando la direzione dellirraggiamento cambia segno (la terra riscalda latmosfera
sovrastante mentre si raffredda tramite irraggiamento). Se il profilo di temperatura diurno
decresce in maniera sufficientemente rapida con laltezza, ci aspettiamo che fenomeni di
convezione entreranno in gioco per ristabilire lequilibrio.

41

4.5. LATMOSFERA ADIABATICA

Consideriamo prima il caso di unatmosfera secca. Il bilancio idrostatico lega la pressione alla densit`a dellaria (massa per unit`a di volume) = nm tramite la relazione
dP
= g.
dx3

(4.24)

Questa relazione `e valida mediando su scale orizontali sufficientemente grandi da trascurare i moti verticali dellatmosfera; utilizzando la legge di stato P = KT /m, vediamo
che in unatmosfera isoterma la densit`a dellaria varierebbe con laltezza con una legge
esponenziale:
KT
(x3 ) = 0 exp(x3 /h),
h=
.
(4.25)
mg
Questa `e laltezza dalla quale dovrebbe cadere una molecola (nel vuoto) per raggiungere
una velocit`a dellordine di quella termica. Ponendo T 300o K, e utilizzando per laria
m Mmol /Nmol , dove Mmol 0.029Kg `e la massa molare dellaria e Nmol 6 1023 `e il
numero di Avogadro, troviamo h 10Km, che `e di fatto laltezza della troposfera.
Nel caso di una atmosfera adiabatica, la temperatura varier`a con laltezza insieme alla
pressione secondo la legge
0 = dU + P dV = N KcV dT + P d

 N KT 
P

= N KcP dT V dP

(4.26)

dove si `e utilizzata la relazione (4.8). Questa relazione, unita alla legge di stato P V =
N KT , ci d`a landamento per la temperatura:
T P 1/cP = const.

(4.27)

Consideriamo lo spostamento dx3 verso lalto di un volume daria in condizioni adiabatiche


(e di equilibrio meccanico con lambiente circostante). Combinando le (4.24) e (4.26),
otteniamo
gV
dT
mg
=
(4.28)
=
dx3 ad
N KcP
KcP

che ci dice che la temperatura decresce con laltezza con il tasso costante mg/(KcP ),
dellordine di 10o K al chilometro. Supponiamo ora che latmosfera sia stratificata con un
profilo di temperatura generico T (x3 ). Vediamo che che il profilo sar`a stabile o instabile a
seconda che
dT
dT
dT
dT
oppure
<
>
dx3 ad dx3
dx3 ad dx3
Scrivendo infatti la legge di stato nella forma
=

mP
,
KT

(4.29)

vediamo che a parit`a di pressione, la densit`a del volume di aria spostato sar`a maggiore di
quella dellambiente circostante nel primo caso, minore nel secondo. Pertanto, la forza di

42

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

Archimede agir`a nel primo caso nel senso di ripristinare le condizioni originarie, mentre
nel secondo continuer`a a spingere verso lalto il volume considerato. Vediamo dalla Eq.
(4.28) che una atmosfera isoterma `e sicuramente stabile, mentre invece il riscaldamento
radiativo spinge latmosfera verso linstabilit`a. Il profilo corrispondente alla transizione al
regime stabile `e detto neutro. In condizioni instabili, si innescheranno correnti convettive
che spingono il profilo verso la neutralit`a.
La stabilit`a atmosferica `e parametrizzata introducendo la cos` detta temperatura potenziale , definita come la temperatura che si avrebbe nel punto se il volume daria
che lo contiene fosse compresso adiabaticamente fino a una pressione di riferimento Pref .
Utilizzando la Eq. (4.27), abbiamo:
= T (Pref /P )1/cP .

(4.30)

Tipicamente si prende per Pref la pressione al livello del mare. Per definizione quindi
la temperatura potenziale rimane costante in una trasformazione adiabatica. Questo ha
la conseguenza che in un profilo neutro, la temperatura potenziale sar`a costante rispetto la quota, mentre crescer`a o diminuir`a con laltezza nei due regimi stabile e instabile
rispettivamente.
Nel caso di aria umida, le cosa cambiano a seconda che siamo in condizioni sature o
meno. Al di sopra del punto di rugiada, lumidit`a relativa q `e una costante e il suo unico
effetto `e una correzione della costante di Boltzmann a partire dalla formula
P V (1 + 1.6q)N KT,
dove N `e il numero di molecole di aria secca nel volume. Questo effetto si pu`o trascurare,
giacche q . 0.01. Leffetto importante `e il contributo di calore latente in una trasformazione
adiabatica in presenza di cambiamenti di fase, essendo L/(KcP ) 500o K. Il cambiamento
di fase si verifica in condizioni di vapore saturo e la legge adiabatica `e in questo caso
dU + P dV = 1.6N Ldqsat

(4.31)

dove 1.6N Ldqsat `e il calore ceduto dallaria per creare una massa di vapore N mdqsat .
Sostituendo nella Eq. (4.26):
N (KcP dT + 1.6Ldqsat ) V dP = 0
La variazione dqsat `e ottenuta differenziando la (4.22):
dqsat =

qsat
qsat
qsat
1.6qsat
dT +
dP =
dT
dP
T
P
T
P

Sostituendo nella (4.31), otteniamo per ladiabatica satura:



qsat 
1.6LN qsat 
N KcP + 1.6L
dT V +
dP = 0.
T
P


(4.32)

4.5. LATMOSFERA ADIABATICA

43

In questo modo, lequazione (4.28) per la variazione di temperatura con laltezza in atmosfera adiabatica, diventa, in condizioni sature:
mg
dT
cP (P, T ) 
1.6Lqsat 1 
1.6L qsat 
;
= 1+
1+
,
(4.33)
=
dx3 ad
K
cP (P, T )
cP
KT
KcP T

dove, in prima approssimazione, si `e usata lequazione di stato in assenza di umidit`a P V =


N KT . Ora, sfruttando la (4.23) abbiamo al numeratore (L/K)qsat /T L2 qsat /(KT )2 ,
da confrontare con il termine Lqsat /(KT ) al denominatore. Ricordando che L/(cp K)
500o K 1 , e ponendo qsat 0.01, vediamo quindi che cP (P, T ) cP . La temperatura
decresce con laltezza in atmosfera adiabatica, in condizioni sature, pi`
u lentamente che in
assenza di umidit`a.
In maniera analoga a quanto fatto in atmosfera secca, possiamo introdurre una temperatura potenziale equivalente che si conserva in trasformazioni adiabatiche umide. Come
nel caso della (4.26), possiamo esprimere la (4.31) in funzione di P e T : N KcP dT V dP =
1.6N Ldqsat . Dividendo ambo i lati per N KcP P T e usando P V N KT :
0=

dT
dP
1.6L
1.6L

+
dqsat = d ln +
dqsat .
T
cP P
cP KT
cP KT

In prima approssimazione, possiamo scrivere T 1 dqsat = d(qsat /T ); abbiamo infatti, dalla


(4.23): [T 1 qsat /T ]1 qsat T 1 /T L/K 1. In una adiabatica satura, varr`a
pertanto:
1.6Lqsat
d ln + d
0.
cP KT
Possiamo quindi definire la seguente temperatura potenziale equivalente
 1.6Lq 
sat
e = exp
,
(4.34)
cP KT
che risulter`a essere conservata in una adiabatica alla saturazione: de |ad,sat = 0.
Unosservazione immediata `e che, mentre un volume daria sale e la sua temperatura
scende, si ha condensazione e cessione di calore alla fase gassosa. In conseguenza di ci`o,
il volume daria si espander`a di pi`
u, e la forza di Archimede risultante sar`a maggiore
rispetto al caso secco. In altre parole, dato un certo profilo di temperatura T (x3 ), una
stratificazione sar`a pi`
u stabile se latmosfera `e priva di umidit`a. Un profilo stabile in
atmosfera secca pu`o quindi destabilizzarsi in presenza di umidit`a. Si parla in questo caso
di atmosfera condizionalmente stabile.
In maniera analoga a , la temperatura potenziale equivalente permette di classificare
le classi di stabilit`a atmosferiche in presenza di umidit`a. Un profilo di e decrescente con
laltezza corrisponder`a a condizioni instabili; un profilo che cresce con laltezza corrisponder`a a condizioni stabili (in modo assoluto o condizionale, a seconda che anche cresca
o decresca con laltezza). Mediamente, latmosfera si trova in condizioni condizionalmente
stabili. Il ruolo destabilizzante dellumidit`a `e evidente nella dipendenza di e da qsat . Un
profilo di temperatura potenziale neutro o anche stabile, se comunque T (x3 ) decresce

44

CAPITOLO 4. TERMODINAMICA ATMOSFERICA

con laltezza, corrisponder`a, in condizioni sature, a un profilo di umidit`a che decresce rapidamente con laltezza secondo la (4.23). La dipendenza esponenziale di e da qsat spinge
quindi e a crescere meno o a decrescere con laltezza e produce quindi instabilit`a.

Esercizi
1. Calcolare il cambio di entropia in una trasformazione reversibile (T0 , V0 ) (T, V )
per un gas ideale. Suggerimento: utilizzare la propriet`a del differenziale esatto che
lintegrale su dS `e indipendente dal percorso e spaccarlo in due pezzi (T0 , V0 )
(T0 , V ) e (T0 , V ) (T, V ).
2. Scrivere la variazione di energia del gas ideale nella trasformazione reversibile (S0 , V0 )
(S, V ) e usare il risultato per scrivere lentalpia.
3. Calcolare il cambio di temperatura di una massa daria sospinta a valle (quota 0)
dalla cima di un altipiano a (quota 2000m), supponendo che la temperatura in cima
fosse 25o C. Come dipender`a la temperatura a valle dallumidit`a dellaria in quota?

Riferimenti
Entropia: E. Fermi, Termodinamica, paragrafi 11-14
Potenziali termodinamici e cambi di fase: E. Fermi, Termodinamica, paragrafi
17-18
Atmosfera adiabatica: M.L. Salby, Fundamentals of atmospheric physics, sezione
2.4
Termodinamica umida: M.L. Salby, Fundamentals of atmospheric physics, sezioni
5.1 e 5.4; G. Marshall & A. Plumb, Circulation of the atmosphere and ocean,
sezione 4.5

Capitolo 5
Elementi di fisica dei fluidi
5.1

Le condizioni per una descrizione fluida

La densit`a dellaria al livello del mare `e di circa n 2 1019 molecole cm3 . Questo
corrisponde a una tipica distanza intermolecolare
lmol = n1/3 3.7 107 cm,

(5.1)

da confrontare con un raggio molecolare


amol 1.5 108 cm.
Il cammino libero medio di una molecola, cio`e la distanza percorsa fra due successive
collisioni, sar`a
(na2mol )1 104 cm;
(5.2)

la probabilit`a di una molecola di incontrarne unaltra mentre attraversa un volume n1 , `e


infatti il prodotto del numero tipico di molecole nel volume (cio`e 1), ed il rapporto tra la
sezione durto a2 e la sezione del volume l02 . Il numero tipico di volumi di dimensioni n1
2
attraversati prima di una collisione sar`a quindi lmol
/(a2mol ) e il percorso effettuato sar`a l0
volte questo numero, cio`e . A partire dalla Eq. (5.2) otteniamo per il tipico tempo di
collisione
coll /vth 3 109 s,
(5.3)
dove si `e stimato per la velocit`a termica delle molecole daria dalla velocit`a del suono
vth c 340 m/s.
Nel caso generale, la condizione perche un gas possa essere descritto come un fluido,
`e che in primo luogo lo si possa considerare un continuo. Questo richiede che le quantit`a
medie, in particolare la densit`a, varino poco sulla scala della separazione intermolecolare
lmol . In principio, potremmo sempre definire la densit`a in modo probabilistico, a partire
in un volumetto di dimensioni l arbitrarie (quindi anche
dal numero di molecole medio N
l . lmol ). Perche questo numero medio fornisca una indicazione concreta del numero tipico
di molecole nel volumetto, `e necessario per`o che le fluttuazioni N di questultima quantit`a
45

46

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

sia grande e che quindi l lmol .


siano piccole in confronto, che richiede per lappunto che N
1/2 ). Se
(Considerando le posizioni delle molecole indipendenti, avremmo infatti N N
queste condizioni sono soddisfatte, la densit`a di massa:
N
1 X
(x, t) =
mk
V k=1

(5.4)

la velocit`a media delle molecole nel volume:


N
1 X
vk (t)
u(x, t) =
N k=1

(5.5)

e la temperatura cinetica, proporzionale alla energia delle molecole dovuta a moto termico:
N
3
1 X
mk |u(x, t) vk (t)|2 ,
KT (x, t) =
2
2N k=1

(5.6)

avranno senso come propriet`a strutturali del mezzo, inteso come un continuo. Nelle precedenti equazioni, vk (t) `e la velocit`a della molecola k-esima nel volumetto, mk la sua massa
e N = n(x, t)V con V il volume in questione; K 1.4 1023 J o K1 `e la costante di
Boltzmann. Avendo allequilibrio le molecole in media la stessa energia, vth,l (T /ml )1/2
sar`a la velocit`a termica delle molecole della specie chimica l.
Una descrizione fluida avr`a senso anche dal punto di vista dinamico, se si possono
scrivere equazioni in forma chiusa per levoluzione di n(x, t), u(x, t) e T (x, t). Questo sar`a
possibile se levoluzione del sistema permette condizioni di equilibrio termodinamico locale.
Dal punto di vista microscopico, il raggiungimento dellequilibrio termodinamico `e associato
alleffetto che hanno le collisioni di eliminare disomogeneit`a spaziali nella distribuzione delle
molecole e delle loro velocit`a. (Questo equilibrio `e associato alla distruzione di ogni moto
ordinato delle molecole, che fa s` che una ipotesi di indipendenza statistica delle molecole
sia in prima approssimazione soddisfatta). In condizioni di equilibrio termodinamico locale,
pertanto, la dinamica del gas consister`a nella evoluzione di volumi di fluido di dimensioni
L , la cui interazione reciproca avviene su una scala di tempi molto pi`
u lunga di
quella interna di raggiungimento di equilibrio coll . In altre parole, la condizione per una
descrizione fluida `e
L e coll .
(5.7)
Siccome linterazione avviene localmente alla scala del cammino libero medio L, ci
aspettiamo che le equazioni che descrivono la dinamica saranno esse stesse locali, e cio`e
che richiedano solo conoscenza delle propriet`a del gas nel punto dato. Se questo non fosse
vero, ed L < , il gas in ogni punto (x, t) sarebbe una sovrapposizione di getti di molecole
provenienti da regioni distanti del sistema e quindi in condizioni differenti; una descrizione
in termini di equazioni locali non sarebbe in questo caso possibile.

`
5.2. INTERPRETAZIONE CINETICA DI PRESSIONE E VISCOSITA

5.2

47

Interpretazione cinetica di pressione e viscosit`


a

Supponiamo di essere in condizioni di equilibrio termodinamico locale; ci domandiamo


quale sar`a levoluzione di un elemento di fluido di dimensioni l, con l L. Per
elemento di fluido, intendiamo un volumetto V i cui bordi sono trasportati dal campo
di velocit`a u(x, t). Siccome u(x, t) `e solo una velocit`a media, le molecole al bordo si
muoveranno, attraversandolo in un senso o nellaltro, rispetto al bordo stesso. Siccome
questi processi di scambio di molecole si verificano ad una scala l, lidealizzazione di
un volume di fluido con una identit`a precisa ha un senso, almeno in prima approssimazione.
Questi processi sono per`o importanti perche attraverso di essi il resto del fluido esercita
forze o scambia calore con il volumetto.
Consideriamo per prima la forza esercitata sul volumetto. Possiamo trattare ciascuna
componente vettoriale dellimpulso dI(t) = F(t )dt comunicato al volumetto, come il risultato di un flusso attraverso la superficie del volumetto stesso. Avremo quindi equazioni
nella forma
Z
dIk
= k (x, t) dA(x),
k = 1, 2, 3
(5.8)
dt
dove dA `e lelemento di superficie di V orientato verso lesterno del volume e k (x, t) `e la
densit`a di corrente associata alla componente k-esima dellimpulso. Loggetto `e individuato da componenti kj a due indici (uno per la componente dellimpulso, uno per quella
della corrente) ed `e detto tensore di pressione (o tensore degli sforzi) del fluido. Vediamo
dalla (5.8) che la componente kj `e il flusso della componente k-esima di momento lineare,
attraverso una superficie perpendicolare a j. Pertanto, jj sar`a la pressione esercitata sulla
superficie orientata perpendicolarmente a j, mentre kj , per k 6= j, sar`a la componente
k-esima dello sforzo di taglio sullo stesso piano.
Utilizzando il teorema della divergenza, otteniamo lequazione di continuit`a t Ik + V
k = 0, e quindi,
fk = k

(5.9)

non `e altro che la componente k-esima della densit`a di forza esercitata sul volumetto.
La quantit`a k dAdt `e la somma delle componenti k-esime dei momenti lineari di
tutte le molecole che hanno attraversato dA uscendo da V nellintervallo dt, meno il
contributo dalle molecole che hanno fatto il percorso inverso. Supponiamo allora che
f(x, v; t)d3 xd3 v sia il numero di molecole nellelemento infinitesimo di spazio delle fasi
d3 xd3 v. Consideriamo prima il caso in cui il gas ha solo una componente per cui tutte le molecole hanno la stessa massa m e mettiamoci nel sistema di riferimento in moto
con lelemento di superficie dA. Come illustrato in Fig. 5.1, vediamo che il contributo al flusso della componente k di momento attraverso una superficie orientata lungo
j, dovuta a velocit`a in d3 v, sar`a mf(x, v; t)vj vk d3 v. [Nel sistema di laboratorio sarebbe mf(x, v; t)(vj uj (x, t))(vk uk (x, t))d3 v]. Per fissare le idee, prendiamo j = 1 e k = 2,
come in figura. Dobbiamo quindi prendere la differenza del contributo delle molecole che
<
vanno da sinistra a destra con quelle che vanno da destra a sinistra, cio`e 21 = >
21 + 21 ,

48

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

x2

dA
d21 d A1dt

x1

=mf(...) d A1 v1 dt v2 d3v
v1 dt

Figura 5.1: Contributo da velocit`a in d3 v a 21 ; f(x, v; t)dA1 v1 dtd3 v `e il numero di molecole


in d3 v che attraversano dA nellintervallo dt.

con
>
<
<
>
21 (x, t) = (x, t)hv2 v1 |v1 > 0i e 21 (x, t) = (x, t)hv2 v1 |v1 < 0i

(5.10)

dove > e < sono le densit`a di particelle che vanno verso destra e verso sinistra (e quindi,
chiaramente, = > + < ).
Nel caso di un gas uniforme, vediamo che per simmetria (pi`
u propriamente, per isotropia), le uniche componenti non nulle del tensore di pressione sono quelle diagonali.
Otteniamo quindi, utilizzando la definizione di temperatura (5.6):
kj = kj P ;

P = hvk2 i = nKT,

(5.11)

che non `e altro che la legge di stato dei gas ideali, con P la pressione del gas.
In presenza di pi`
u specie, la pressione sar`a semplicemente la somma dei contributi delle
molecole delle diverse specie, ciascuna delle quali obbedisce la Eq. (5.11). Avremo quindi
la legge di Dalton:
X
Pl ,
Pl = nl KT
P =
l

dove Pl `e detta la pressione parziale della specie l e nl `e la sua densit`a numerica.


<
In presenza di disomogeneit`a nel gas, i due contributi >
21 e 21 non si bilanceranno
in genere e saranno presenti sforzi di taglio. Questi sono gli sforzi viscosi del fluido e
possono essere stimati osservando che le molecole che attraversano da destra e da sinistra
dA originano da collisioni che si sono verificate a distanza da dA. Fuori da dA,
avremo u 6= 0 e avremo quindi

21 (x, t) (x1 , t)vth (x1 )u2 (x1 )


e otteniamo per 12 , espandendo in serie di Taylor in :
21

(vth u2 ).
x1

49

5.3. DIFFUSIONE MOLECOLARE

vth
u
d = x1dt
2

dA(t+dt)

vth

Figura 5.2: Contributo a 21 dalla rotazione di dA. Le molecole provenienti dallalto


portano componente 2 del momento mvth a destra; quelle dal basso ne tolgono mvth .
Largomento della derivata spaziale in questa formula contiene un fattore puramente di
non equilibrio (la velocit`a fluida u, che sarebbe nulla infatti allequilibrio termodinamico) mentre il resto, per piccole deviazioni dallequilibrio, pu`o essere considerato in prima
approssimazione costante. Possiamo quindi scrivere:
21 =

u2
;
x1

= ;

2 /coll ,

(5.12)

dove e sono dette la viscosit`a dinamica e la viscosit`a cinematica del fluido. La Eq. (5.12)
`e un esempio di relazione flusso-gradiente, in cui il flusso di momento si oppone al gradiente,
spingendo verso una situazione senza porzioni macroscopiche del gas in movimento.
Ulteriori contributi a 21 sono prodotti dalla rotazione della superficie dovuti al gradiente verticale di u1 (vedi Fig. 5.2), e sono quindi proporzionali a u1 /x2 piuttosto che
a u2 /x1 come nella (5.12). Altri termini ancora produrranno correzioni alla pressione
nella forma kk = vth uk /xk . Sostituendo nella Eq. (5.9), `e possibile dimostrare che
la densit`a di forza `e nella forma
f = P + [2 u + k ( u)]

(5.13)

dove il termine 2 u viene dalla (5.12) e k ( u) contiene leffetto della rotazione


descritto nella Fig. 5.2 e delle correzioni alla pressione.

5.3

Diffusione molecolare

Lo stesso tipo di ragionamento utilizzato per definire la viscosit`a si pu`o seguire considerando
lenergia cinetica delle molecole. Avremo in questo caso un flusso di calore proveniente da
sinistra di dA
T1 > (x, t) > (x, t)hv 2 v1 |v1 > 0i (x1 )KT (x1 )vth (x1 )

(5.14)

e analoga espressione per T1 < . Nelle stesse ipotesi della Eq. (5.12) otteniamo quindi per
il flusso di calore
T = cV T KT,
T 2 /coll
(5.15)

50

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

dove T `e detta diffusivit`a termica. Per semplificare le formule che seguiranno, abbiamo
introdotto il fattore cV , uguale a 3/2 o 5/2 a seconda che le molecole del gas siano mono
o bi-atomiche. Di nuovo il flusso di calore `e nella forma di una relazione flusso-gradiente
che opera nella direzione dellequilibrio termico.
Ci domandiamo a questo punto se pu`o esistere un flusso diffusivo di massa accanto a
quelli di momento lineare e di calore. Dalle definizioni (5.4) e (5.5), vediamo che la corrente
di massa totale `e proprio u, quindi non ci sono flussi diffusivi per la massa totale. Le cose
cambiano se consideriamo una miscela di specie, ad esempio vapore acqueo e aria secca.
Ci aspettiamo infatti che in presenza di gradienti nella densit`a relativa delle diverse specie,
si instaurer`a un flusso diffusivo che tender`a ad abbattere i gradienti e omogeneizzare la
miscela. La corrente di massa della specie a in presenza di un gradiente lungo x1 , sar`a
infatti, in analogia alle equazioni (5.10) e (5.14):
T1 (x, t)
a (x, t)hv1 |v1 0ia a (x1 a )va,th (x1 a )
e quindi di nuovo una relazione flusso-gradiente:
a<
a1 = a>
1 + 1 a

a va,th
a
a
x1
x1

(5.16)

o essere interdove a 2a /a,coll `e la diffusivit`a della specie a, e a /a = 1


a a pu`
pretata come la velocit`a con cui la specie a fluisce rispetto al resto del fluido, spinta dal
suo gradiente di concentrazione.
La diffusione termica di calore e sostanze chimiche (ma anche di momento lineare) `e
legata al modo in cui evolve la traiettoria di una molecola in seguito alle collisioni con
le altre nel fluido. Infatti, la distanza percorsa da una particella in un tempo coll
sar`a la somma di Ncoll /coll spostamenti casuali x. Nel pi`
u semplice caso di un
gas spazialmente uniforme, hxi = 0 e h|x|2 i 2 . Abbiamo quindi la somma di Ncoll
variabili aleatorie indipendenti, e la distanza percorsa nel tempo sar`a
2
h|x( ) x(0)| i Ncoll h|x| i
coll
2

(5.17)

Questa `e la legge del moto di un cammino random, in cui la distanza percorsa cresce per
t coll come t1/2 , e non linearmente, come nel caso di un moto rettilineo uniforme. Si
dice in questo caso che la particella diffonde e la diffusivit`a 2 /coll `e il parametro che
fornisce la velocit`a del processo.

5.4

Le equazioni fluide

La dinamica di un fluido potrebbe essere descritta in linea di principio studiando levoluzione dei singoli elementi di fluido nel loro spostamento, mentre si deformano e scambiano
calore con lambiente. Una descrizione di questo genere `e detta Lagrangiana, ma, sebbene

51

5.4. LE EQUAZIONI FLUIDE

naturale dal punto di vista fisico, risulta estremamente complessa dal punto di vista matematico a causa della complessit`a delle traiettorie e delle deformazioni in gioco e del fatto
che queste entrerebbero in forma esplicita gi`a nella scrittura delle equazioni.
La descrizione alternativa, detta Euleriana, si concentra invece sullo studio dellevoluzione della densit`a e delle altre quantit`a fluide in un punto fissato in seguito al moto del
fluido. Le risultanti equazioni sono nella forma di equazioni di continuit`a il cui contenuto `e
essenzialmente la conservazione della massa, del momento lineare e dellenergia. Lultima
equazione risulter`a essere unequazione per il trasporto di calore, mentre il comportamento
meccanico del fluido sar`a descritto essenzialmente dalle prime due.
Lequazione per la conservazione della massa `e ottenuta a partire dal fatto che
f(x, v, t)d3 vv dAdt
`e il numero di particelle con velocit`a in d3 v che attraversa lelemento darea dA nel tempo
dt. Quindi, sommando su tutte le particelle e utilizzando lequazione (5.5)
Z
n(x, t)u(x, t) dAdt = d3 vf(x, v, t)v dAdt
sar`a il numero totale di particelle che attraversano dA nel tempo dt, e J(x, t) = n(x, t)u(x, t)
sar`a la densit`a di corrente associata. Da cui otteniamo immediatamente lequazione di
continuit`a:

+ (u) = 0.
(5.18)
t
Questa equazione si pu`o scrivere in forma alternativa come
D
= u,
Dt

=
+u
Dt
t

(5.19)

dove D/Dt `e detta derivata materiale (o Lagrangiana) e ci dice come varia la quantit`a
su cui opera al passare del tempo, lungo una traiettoria del fluido; u `e detto termine
avvettivo. Il termine u nella equazione rappresenta il tasso di contrazione del volume
V dellelemento di fluido. Infatti, V `e la massa totale dellelemento ed si conserva nel
tempo. Utilizzando la (5.19):
0=

D
DV
DV
DV
=V
+
= V u +
Dt
Dt
Dt
Dt

che ci d`a quindi

1 DV
= u.
(5.20)
V Dt
In presenza di specie diverse, entrano in gioco processi di diffusione descritti dalla Eq.
(5.16) e lequazione di continuit`a per la concentrazione della specie a avr`a la forma
a
+ (a u) = a 2 a ,
t

(5.21)

52

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

che pu`o essere utilizzata ad esempio per descrivere il trasporto di una sostanza chimica
immessa nel fluido.
Passiamo alla equazione per il momento lineare. Consideriamo quindi un volumetto V
di fluido e domandiamoci come varier`a il suo momento lineare p sotto leffetto delle forze
esterne. Lequazione avr`a la forma della seconda legge di Newton:
Dp
= Fext + Fin
Dt

(5.22)

dove Fext e Fin tengono conto rispettivamente delle forze esterne (ad esempio la gravit`a)
e degli sforzi dal resto del fluido. Notare la derivata materiale che ci dice che stiamo
guardando al volumetto in moto. Se questo `e piccolo, il momento in esso contenuto sar`a
p u(x, t)V e la sua variazione potr`a essere scritta, utilizzando la Eq. (5.19):
Dp
Du
D(V )
Du
= V
+u
= V
,
Dt
Dt
Dt
Dt

(5.23)

Usando la Eq. (5.13), otteniamo lequazione di conservazione del momento lineare, detta
equazione di Navier-Stokes:



1
+ u u + P = 2 u + k ( u) + f ext /
t

(5.24)

dove f ext = Fext /V `e la densit`a di forza esterna agente sul fluido [nel caso della gravit`a,
f ext (x, t) = g(x, t)e3 con g 9.8 m s2 laccelerazione di gravit`a]. Il termine avvettivo
u u rende lequazione non-lineare e non risolvibile nel caso generale.
Deriviamo infine lequazione per la temperatura. La temperatura cinetica `e connessa,
tramite la Eq. (5.6), alla densit`a di energia cinetica media delle molecole, che coincide
con la loro energia totale media quando esse sono monoatomiche. Possiamo scrivere in
generale, per lenergia termica di un volume V di gas:
U = nV cV KT
dove cV `e il calore specifico a volume costante, con cV = 3/2 per un molocole monoatomiche
e cV = 5/2 per molecole biatomiche. In analogia con lEq. (5.22), possiamo scrivere:
DU
= W ext + W in
Dt
dove W ext `e una eventuale fonte di calore (per esempio irraggiamento, oppure reazioni chimiche) e W in tiene conto sia del calore ricevuto tramite conduzione termica e dissipazione
viscosa, che del lavoro compiuto dal resto del fluido attraverso compressione. Ci limitiamo
a considerare il caso (di rilevanza nella troposfera) in cui, a parte possibili impurit`a, le specie chimiche dellatmosfera sono ben mescolate e la massa media molecolare m `e costante.
Questo significa che lungo in un elemento di fluido si conserver`a nel tempo non solo la

` E APPROSSIMAZIONE DI BOUSSINESQ
5.5. INCOMPRIMIBILITA

53

massa totale ma anche il numero di molecole. In maniera analoga alla equazione (5.23)
possiamo quindi scrivere
DT
D(nV )
DT
1 DU
= nV
+T
= nV
.
KcV Dt
Dt
Dt
Dt
Il contributo dalla compressione a win = W in /V sar`a semplicemente, usando la Eq. (5.19):
P

DV
P V D
=
= P V u
Dt
Dt

dove P = nKT Combinando con la Eq. (5.15), e scrivendo W ext = V wext , W vis = V wvis ,
otteniamo infine lequazione del calore:


T
1
+ u T + u = 2 T +
(wvis + wext ).
(5.25)
t
cV
nKcV
` da notare la struttura gerarchica delle equazioni fluide. Per ottenere la densit`a dalleE
quazione di continuit`a (5.18) dovremmo conoscere la velocit`a media u. Questa potrebbe
essere ottenuta dalla equazione di Navier-Stokes (5.24) che richiede per`o conoscenza della
pressione, e quindi di T . Fortunatamente, lequazione per T (5.25) non coinvolge nuove
` per`o interessante osservare che la ragione per cui questo si
quantit`a e il sistema `e chiuso. E
verifica, `e la possibilit`a di scrivere il flusso di calore (che ricordiamo `e h|v u|2 (v u)i)
attraverso la relazione flusso-gradiente (5.15). Questultima, come nel caso degli sforzi
viscosi (5.12-5.13), dipende per`o dalla presenza delle collisioni. Vediamo quindi che le collisioni e la condizione di equilibrio termodinamico locale entrano di nuovo in gioco, essendo
vitali alla possibilit`a di avere un sistema chiuso di equazioni fluide per il gas.
Ora, per laria a temperature e pressioni atmosferiche, abbiamo
1.5 105 m2 /s;

2.2 105 m2 /s.

(5.26)

Se ci interessiamo a scale spaziali L & 1m, vediamo quindi che i termini viscosi e diffusivi
nelle equazioni di Navier-Stokes e del calore che agiscono su scale di tempi
L2
L2

& 105 s

che sono estremamente lunghe. Nella equazione del calore, questo implica che il fluido
si muove dal punto di vista termodinamico in maniera adiabatica. Di fatto, le cose sono
complicate dalla turbolenza, che fa s` che vortici di piccole dimensioni siano comunque
generati e tempi scala cos` lunghi non vengano raggiunti.

5.5

Incomprimibilit`
a e approssimazione di Boussinesq

I processi che possono portare a variazioni di densit`a dellaria in atmosfera sono in linea di
principio tre: la variazione della pressione atmosferica con laltezza; le variazioni di pressione che si verificano dinamicamente a causa dei moti atmosferici; i fenomeni di espansione
termica. Consideriamo separatamente i tre effetti.

54

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

t+

L~U
Figura 5.3: Moto di un elemento di fluido di dimensioni L; se la scala di velocit`a `e U,
= L/U dar`a la scala di tempi per la variazione di , u e T in un punto fissato.

Il primo effetto `e associato ai fenomeni di stratificazione descritti nella Sez. 4.5 e


corrispondono al bilancio nella equazione di Navier-Stokes (5.24) tra le componenti verticali
delle forze esterne e di pressione:
P = f ext ,
che conducono alla equazione di bilancio idrostatico (4.24).
Il secondo e il terzo effetto corrispondono a fluttuazioni di densit`a generate in maniera
dinamica in seguito a moti del fluido e variazioni di temperatura. Immaginiamo una zona
di fluido di dimensioni L la cui la velocit`a e la sua variazione sono entrambe U.
Come illustrato in Fig. 5.3, questo significa che la corrispondente scala di tempo sar`a
= L/U. In assenza di forze esterne e viscose, i termini nella equazione di Navier-Stokes
(5.24) avranno pertanto ordine di grandezza, in sequenza:
U
U2
P

L
L
dove P `e la scala di variazione di pressione corrispondente. Utilizzando lequazione di
2
stato P = T /m vth
:
T
P
2
vth
+

m
e sostituendo nella precedente:
 u2 T 

< max 2 ,
.

vth T

(5.27)

Lo stesso risultato pu`o essere ottenuto pi`


u semplicemente domandandosi di quanto potrebbe comprimersi un volume V convertendo la propria energia cinetica 21 M V u2 in energia
termica. La compressione causata dallarresto del volume, a meno che le velocit`a siano
estremamente basse, avverr`a in maniera adiabatica: 21 M V u2 = U = P V . Utilizzando
2
, otteniamo V /V (u/vth )2 .
P = vth

` E APPROSSIMAZIONE DI BOUSSINESQ
5.5. INCOMPRIMIBILITA

55

Ricordiamo che, a meno di un fattore O(1), vth `e per un gas ideale anche la velocit`a del
suono cs . Vediamo quindi che se il numero di Mach M = u/cs e le scala di variazione relativa
della temperatura T /T sono entrambi piccoli, le variazioni di densit`a prodotte saranno
esse stesse piccole, cio`e il moto del fluido sar`a in prima approssimazione incomprimibile. In
troposfera, la prima condizione `e sempre verificata e lunico effetto che produce variazioni
di densit`a `e la stratificazione. Pertanto, moti atmosferici a scala verticale h saranno in
buona approssimazione incomprimibili.
Utilizzando la Eq. (5.19), vediamo che la condizione di incomprimibilit`a si traduce in
una condizione di flusso senza divergenze:
u = 0.

(5.28)

Se il forzaggio del fluido `e puramente meccanico, ed `e portato avanti in un regime di bassi


numeri di Mach, le due equazioni le due equazioni (5.28) e (5.24) saranno sufficienti a
determinare la pressione.
In atmosfera, le cose sono pi`
u complicate, giacche variazioni di temperatura sono associate a variazioni di densit`a, e anche se i moti si verificano a scala h e sono in buona
approssimazione incomprimibili, le piccole variazioni di densit`a prodotte sono comunque
responsabili, attraverso la convezione, del moto stesso. Questi effetti possono essere tenuti
in conto in maniera perturbativa attraverso la cos` detta approssimazione di Boussinesq.
Introduciamo densit`a e temperatura di riferimento 0 (x3 ) e T0 (x3 ), legate dalla condizione
di bilancio idrostatico e dalla legge di stato:
g0 =

dP0
;
dx3

mP0 = 0 KT0 .

Supponiamo che la forza di Archimede dovuta alla differente densit`a di parti di fluido a
temperatura diversa sia lunica sorgente di energia per il moto del fluido. Imponiamo che la
scala di variazione T della temperatura e laltezza L del dominio soddisfino le condizioni
T /T L/h 1, in modo che le condizioni di cui alla (5.27) possano essere soddisfatte.
Scrivendo:
= 0 + ,
T = T0 + T e P = P0 + P ,
lequazione di Navier-Stokes diventer`a:


(0 + )
+ u u + P = 2 u ge3 .
t

(5.29)

Nellequazione del calore entrano in gioco le variazioni di temperatura e densit`a e quindi


gli effetti di comprimibilit`a finita del flusso. Le variazioni di densit`a sono contenute nel
termine di compressione
T D
T0 u3 d0
T0 D
T
u=

cV
cV Dt
cV 0 dx3 cV 0 Dt
dove si `e utilizzata la Eq. (5.19). Notare che i due termini a lato destro dellequazione
sono del medesimo ordine, essendo d0 /dx3 0 /h /L /x3 . La densit`a e la

56

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

temperatura sono legate attraverso la legge di stato = mP/(KT ), dove P = P0 + P


`e fissata ad ogni istante dalla quota e dallequazione di Navier-Stokes sotto la condizione
u = 0. Abbiamo quindi

T0 D
1 h DT T0 DP i
=

cV 0 Dt
cV Dt
P0 Dt

(5.30)

Il primo termine a lato destro `e conseguenza diretta del rimescolamento di zone a temperatura diversa causato dalla convezione; il secondo `e il riscaldamento prodotto dal cambio di
` facile convincersi che il terpressione indotto dalla condizione u = 0 nel flusso (5.29). E

mine DP /Dt allordine pi`


u basso non contribuisce; abbiamo infatti dalla (5.29) P 0 u2 ,
che `e pari al pi`
u al lavoro per unit`a di volume esercitato dalle forze di Archimede nella
convezione. 1
Questultimo `e dellordine di gL (T/T0 )0 gL. Abbiamo quindi
T0 P
gL
L
2 = 1.
vth
h
P0 T
Possiamo quindi trascurare il termine DP /Dt nella (5.30). Procedendo nella stessa maniera
con la fluttuazione di densit`a nella Eq. (5.29), possiamo scrivere

0
T
T0

(5.31)

Vediamo quindi che la convezione termica in condizioni di flusso quasi incomprimibile si


realizza nel fatto che lunica sorgente di fluttuazioni di densit`a `e prodotta dalle fluttuazioni
di temperatura, mentre le fluttuazioni di pressione indotte dal bilancio di momento sono
ininfluenti.
Sostituendo la (5.31) nella (5.29) otteniamo quindi, allordine pi`
u basso in /0 :

1
g T
+ u u + P = 2 u +
e3 .
t
0
T0

(5.32)

In modo analogo, abbiamo per lequazione del calore,



wext
cV  T0 d0 dT0 
cV
u3 +
+ u T =
2 T +

,
t
cP
cP cV 0 dx3 dx3
cp K0

(5.33)

Possiamo utilizzare la (5.30) per calcolare le fluttuazioni di temperatura indotte dal flusso in un fluido
inizialmente in condizioni isoterme e in assenza di fonti di calore. Trascurando il calore generato dalla
dissipazione viscosa, lequazione del calore (5.33) diventa, in assenza di disomogeneit`a nei profili medi di
T0
T
D P
temperatura e densit`a, utilizzando la (5.30): D
Dt = (1+cV )P0 Dt ; trascurando contributi di condizioni al
T0
contorno: T =
P . Prendendo la divergenza dellequazione di Navier-Stokes (5.29), trascurando a
(1+cV )P0

ordine pi`
u basso le fluttuazioni di densit`a, otteniamo per la pressione: 2 P = 0 [(u)u]; sostituendo
0 T0
[(u )u]. Risolvendo lequazione di Poisson, troviamo
nella equazione del calore: 2 T = (1+c
V )P0
quindi la fluttuazione di temperatura generata dal flusso.

5.6. IL PROBLEMA DELLE CONDIZIONI AL CONTORNO

57

dove si `e trascurato il riscaldamento dovuto agli sforzi viscosi, che pu`o essere mostrato
anchesso essere al pi`
u dellordine del lavoro delle forze di Archimede. Il termine proporzionale a u3 a lato destro dellequazione pu`o essere riscritto in funzione della temperatura
potenziale. Utilizzando la definizione (4.30) e la legge di stato, possiamo scrivere
11/cP

0 T0

1/cP

da cui otteniamo

d0
cV  1 d0
1 dT0 
=

0
dx3
cP cV 0 dx3 T0 dx3
Sostituendo nella Eq. (5.33), otteniamo quindi:


1
+ u u + P = 2 u + g e3 ;
t
0
0


ext
= 2
d0 u3 + 0 w ,
+u
t
dx3
cp mP0


(5.34)
(5.35)

dove = (cP /cV ), si `e sfruttata la condizione |P /P0 | |T/T0 | per scrivere, a partire
e si sono trascurate le derivate rispetto a x3 di T0 /0
dalla Eq. (4.30): T = (T0 /0 ),

rispetto a quelle di .
Gli ultimi due termini nella Eq. (5.35) agiscono di fatto come sorgenti di calore nellequazione. Notare in particolare come il penultimo termine scompare in atmosfera neutra,
cambiando segno nel passaggio da atmosfera stabile a atmosfera instabile. Le due equazioni (5.34) e (5.35), insieme alla condizione di divergenza zero per la velocit`a (5.28),
costituiscono lapprossimazione di Boussinesq per il fluido.

5.6

Il problema delle condizioni al contorno

Nellequazione di Navier-Stokes agiscono simultaneamente termini lineari (la forza viscosa), non-lineari [il termine avvettivo (u )u, che rende conto dellinerzia del fluido] e di
forzaggio esterno. Il ruolo della pressione nel caso incomprimibile `e compreso prendendo la
divergenza della equazione di Navier-Stokes (5.34), che, utilizzando la condizione u = 0,
diventa
0 (u )u + 2 P = f ext

e vediamo che la pressione bilancia la parte delle forza dinerzia e di quelle esterne che
tenderebbero a comprimere il fluido.
Supponiamo che U sia lordine di grandezza della variazione della velocit`a in una certa
regione del fluido a separazione L. Lequazione di Navier-Stokes ci fa stimare per lordine
di grandezza del contributo delle forze inerziali e viscose a scala L:
2 u U/L2 ;

(u )u U 2 /L.

(5.36)

Giacche ci aspettiamo variazioni di velocit`a minori a piccole separazioni, le forze viscose


saranno dominanti a piccola scala. Questo effetto diventa importante in prossimit`a di

58

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

t
A

t n+1

tn

?
xm1 xm

xm+1

Figura 5.4: Trasferimento di informazione in una equazione del calore in 1D. Notare come levoluzione nel punto alla frontiera rimane indeterminata in assenza di condizioni al
contorno.

ostacoli solidi; avvicinandosi allostacolo, la dinamica del fluido sar`a dominata dalle forze
viscose, e la velocit`a relativa del fluido rispetto allostacolo tender`a a zero alla superficie
dellostacolo stesso.
Dal punto di vista pratico, questa osservazione si concretizza nel fatto che, per determinare la soluzione della equazione di Navier-Stokes (5.24), `e sufficiente imporre condizioni
al contorno sulla velocit`a sulla frontiera del dominio a cui siamo interessati (oltre che
condizioni iniziali sulla velocit`a nel dominio).
Il significato di questa affermazione diventa pi`
u chiaro, considerando il problema analogo delle condizioni al contorno di una equazione del calore lineare in una dimensione:
T
2T
= 2.
t
x
Discretizzando il problema e scrivendo quindi t tn = nt, x xm = mx, levoluzione
del campo di temperatura sar`a descritta da:
T (xm , tn+1 ) = T (xm , tn ) +

t
[T (xm+1 , tn ) + T (xm1 , tn ) 2T (xm , tn )].
x2

Come illustrato in Fig. 5.4, il valore in un punto ad un istante dato `e determinato dal valore
di T allistante precedente nel punto e nei due adiacenti. Per determinare la soluzione `e
quindi necessaria una condizione su tutto il campo ad un istante iniziale, pi`
u una condizione
sulla frontiera a tutti i tempi successivi.
Nel caso in cui la frontiera sia una superficie solida, le condizioni al contorno sulla
velocit`a assumono il significato evidente di condizioni impermeabilit`a della superficie e di
non-scivolamento (no-slip) sulla stessa. Su di una superficie fissa:
u (x, t) = 0 (impermeabilita); uk (x, t) = 0 (no slip).
Comparando in modo analogo a quanto fatto nella Eq. (5.36), gli ordini di grandezza nella
equazione del calore (5.35), troviamo
2 T T/L2 ;

(u )T U T/L.

(5.37)

5.7. TURBOLENZA E TRASPORTO TURBOLENTO

59

Troviamo anche in questo caso che la diffusivit`a domina per L 0 e questo si traduce
nella possibilit`a di una condizione al contorno sulla temperatura. Dal punto di vista matematico, questo `e vero anche quando la velocit`a fluida alla frontiera sia non nulla, ma
linterpretazione fisica delle condizioni al contorno risulta in questo caso pi`
u complessa.
In generale, la soluzione di equazioni come quella di Navier-Stokes o del calore `e nota
quando si diano condizioni al contorno sulla frontiera del dominio, o sulla variabile (quindi
u e T ), o sul flusso della quantit`a di cui le due equazioni esprimono la legge di conservazione;
nel nostro caso, il momento lineare e il calore. Ricordiamo che il flusso di momento non `e
altro che la densit`a di forza sulla superficie, quindi la soluzione dellequazione di NavierStokes diventa determinata quando siano noti o i valori della velocit`a o le forze che agiscono
sulla frontiera del dominio.
Nota bene che la densit`a di forza ha due componenti: una normale (la pressione) ed
una tangenziale (lo sforzo di taglio viscoso); la condizione sulla pressione si sostituisce
alla condizione di impermeabilit`a mentre quella sullo sforzo di taglio si sostituisce a quella
di no-slip. Ecco un esempio pratico: calcolare il profilo della velocit`a in un canale, nota
la pressione allimbocco e alluscita e trascurando leffetto di trascinamento dellaria al
di sopra. La condizione sulle pareti e sul fondo `e chiaramente u = 0 (impermeabilit`a
pi`
u no-slip). La condizione al pelo dellacqua, in assenza di onde, `e u3 = 0; trascurare
leffetto di trascinamento dellaria, equivale a imporre sforzo tangente nullo, cio`e u1 /x3 =
u2 /x3 = 0 [confrontare con la Eq. (5.12)].
Ritorniamo ora alla temperatura e servendoci di nuovo dellesempio del canale, ci domandiamo che significato hanno diverse condizioni al contorno, specie quando la velocit`a
non `e zero alla frontiera. La condizione sul fondo e le pareti non crea problemi visto che
la velocit`a `e nulla e quindi il calore `e trasportato per pura conduzione. Sulla superficie
superiore, la condizione al contorno `e equivalente a una posta su elementi di superficie
che si spostano con il fluido. Nel caso per`o si vogliano imporre condizioni di flusso sulle
superfici in entrata o in uscita, bisogna ricordarsi che a causa del fatto che u 6= 0, il flusso
ha una componente convettiva e la condizione sulla derivata normale della temperatura da
sola non `e in grado di determinarlo.

5.7

Turbolenza e trasporto turbolento

Lintensit`a delle forze viscose e dellinerzia nella equazione di Navier-Stokes `e data dalla
Eq. (5.36); il loro rapporto `e un numero adimensionale
Re =

UL
,

(5.38)

detto numero di Reynolds, che sar`a tanto pi`


u grande quanto pi`
u `e importante leffetto
dellinerzia.
` noto che se Re 1, il flusso, da laminare diventa turbolento. Questo significa che
E
il flusso, che nel caso laminare aveva un profilo dolce caratterizzato da una singola scala
spaziale L (e una singola scala di velocit`a U), si rompe in correnti a scala sempre pi`
u

60

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

piccola (vortici), che fluttuano in maniera casuale. Misurando differenze di velocit`a l u


a scala l < L, si osserva infatti che, mentre nel caso laminare, questo pu`o essere stimato
espandendo localmente in serie di Taylor il campo di velocit`a
l
l u lu U ,
L
in quello turbolento:

 l 1/3

l
(5.39)
U ;
L
L
in altre parole, il campo di velocit`a sembra non essere differenziabile.
La differenza di velocit`a l u pu`o essere interpretata come la scala di velocit`a tipica di
vortici di dimensione l, che avranno quindi anche tempo tipico di rotazione (e di durata
in vita) l/l u. Vediamo che non abbiamo pi`
u una sola scala L caratteristica del flusso,
ma tutto un intervallo di scale . L caratteristiche delle fluttuazioni turbolente. Possiamo
introdurre un numero di Reynolds caratteristico di fluttuazioni a scala l:
 l 4/3
l ul
Rel =
Re
(5.40)

L
l u U

e questo ci fa vedere che le forze viscose diventano importanti per i vortici pi`
u piccoli. Si
osserva infatti anche che non vi sono vortici al di sotto della scala l0 (la cos` detta scala
interna o scala di Kolmogorov) a cui Rel0 1. Al di sotto di questa scala, il campo di
velocit`a ritorna ad avere un profilo differenziabile. Notare che questo implica che possiamo
stimare il gradiente del campo di velocit`a come
uk
l u
0
xj
l0
Avremo analogamente per derivate di ordine pi`
u alto n u/xn l0 u/l0n (notare come
lordine di grandezza della differenza finita di ordine n continui ad essere l0 u).
Per i flussi incomprimibili a cui siamo interessati, risulta che la scala di Kolmogorov `e
tipicamente dellordine del millimetro o poco meno, ma sempre al di sopra della scala
sotto la quale una descrizione fluida del gas cesserebbe di essere valida.
Tutto ci`o ha una interpretazione dinamica ben precisa. Le forze esterne che mettono in
moto il fluido agiscono alla scala esterna L e portano allo stabilirsi di correnti a velocit`a
U. In atmosfera, prendendo L 1000m e U 10m/s, ci ritroveremmo Re 109 .
Questo significherebbe forze viscose trascurabili, che non potrebbero dissipare in alcun
modo il lavoro delle forze esterne (il fluido dovrebbe quindi continuare ad accelerare). La
transizione ad un regime turbolento fa s` invece che questo lavoro sia trasferito ai vortici
pi`
u piccoli, sino alla scala interna l0 alla quale la dissipazione viscosa `e dominante. I piccoli
vortici innescati dalla turbolenza forniscono perci`o il meccanismo di dissipazione (scala l0 )
per lenergia comunicata al flusso dalle forze esterne (scala L). Questo meccanismo di
trasferimento di energia `e noto con il nome di cascata turbolenta.
Laumentata efficienza della dissipazione viscosa `e associata ad un incremento delle
forze effettive di attrito nel fluido. La maniera in cui si modella di solito questo effetto

5.7. TURBOLENZA E TRASPORTO TURBOLENTO

61

Figura 5.5: Raffigurazione schematica della traiettoria di un elemento di fluido in


turbolenza omogenea.

`e immaginando che vi sia un trasporto di momento lineare mutuato dai vortici, analogo
a quello generato dai moti termici, descritto dalla Eq. (5.12). Questo approccio `e detto
teoria di lunghezza di mescolamento (teoria di mixing-length).
Nel caso della viscosit`a molecolare, quantit`a come il momento lineare, lenergia termica
e sostanze varie disperse nel fluido, sono trasportate dalle collisioni a distanze dellordine
del cammino libero medio . Questo porta a variazioni delle rispettive medie a scala :
u, T e a .
Nel caso della turbolenza, si procede in maniera analoga a quanto fatto con lo studio
dellequilibrio termodinamico in cui si `e considerato prima il regime di equilibrio globale.
Consideriamo quindi una situazione di turbolenza omogenea, illustrata in Fig. 5.5, in
cui vortici di lunghezza e velocit`a tipiche L e U indipendenti in media dalla posizione,
trasportano un tracciante che si muove con la velocit`a istantanea del fluido nel punto. In
analogia con la Eq. (5.17), questo corrisponde a una diffusivit`a turbolenta.
turb LU.

(5.41)

Si introducono viscosit`a e diffusivit`a termiche turbolente che avranno lo stesso ordine


di grandezza di turb . Questo implica un rapporto tra viscosit`a turbolente e molecolari
turb / Re. La situazione corrispondente a condizioni di equilibrio termodinamico locale
nel caso della diffusione molecolare, sarebbe quindi ottenuta immaginando variazioni dei
(x, t) e parametri
parametri medi del flusso a scala L. Quindi si avrebbero velocit`a u
della turbolenza L(x, t) e U(x, t) ottenuti mediando spazialmente a scala intermedia tra L
e la scala del campo medio.
La situazione reale in flussi turbolenti (e questa `e una delle difficolt`a principali del
problema) `e per`o la scala del campo medio coincide con L. Questo fatto ha conseguenze
del tipo illustrato in Fig. 5.6: scale piccole (ed alla fine quindi diffusione molecolare) sono
prodotte nella sostanza mescolata da un processo che non `e di tipo diffusivo.

62

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI

Nonostante le limitazioni descritte, il concetto di viscosit`a e diffusivit`a turbolente insieme alla procedura di media spaziale a scale confrontabili con L, sono lingrediente fondamentale di qualsiasi modello di turbolenza di utilizzo pratico. In particolare, un codice
numerico per la simulazione di un flusso atmosferico non potrebbe mai risolvere intervalli
di scala che vanno dal chilometro al millimetro (con i calcolatori attuali, si potrebbe pensare al massimo a un fattore mille tra scala interna e scala esterna). Si utilizzano quindi
nei modelli versioni filtrate delle equazioni fluide; per esempio, nel caso della equazione di
Navier Stokes:

u
1
+ f ext /0
+ (u )u + P = 2 u
(5.42)
t
0
dove la barra indica media spaziale ad una scala l che potrebbe in generale non coincidere
con L (tipicamente l . L). Vortici a scala < l non sono quindi tenuti in conto (se l < l0 ,
tutti i vortici sarebbero risolti). In una dimensione avremmo ad esempio
Z l
1
t) =
A(x,
A(x + x , t)dx
2l l
e il risultato delloperazione `e illustrato in Fig. 5.7. Sfortunatamente, essendo in genere la
media di un prodotto differente dal prodotto delle medie:
(u )u 6= (
u )
u.
Una viscosit`a turbolenta e luso di ipotesi di tipo mixing-length permettono di esprimere
in forma chiusa:
il termine u u in funzione di u
(u )u = (
u )
u (turb )
u.

(5.43)

dove turb turb (l) indica qui la viscosit`a turbolenta prodotta dai vortici a scala < l, e
teniamo in conto che in generale turb (l) = turb (l(x, t); x, t). Utilizzando la Eq. (5.39),
possiamo scrivere:
turb (l) l u l Ul4/3 L1/3 .

Sostituendo nella Eq. (5.42) ci ritroviamo una equazione identica a quella di NavierStokes originaria, solo con il termine di viscosit`a turbolenta turb che si aggiunge a quello
molecolare. In maniera analoga, le equazioni del calore e di trasporto di un inquinante
mantengono la loro forma con laggiunta di opportuni termini di diffusivit`a turbolenta.
Notare che il termine viscoso turbolento (turb
uk ) l u2 /l e il termine di avvezione
residuo (
u )
uk sono ora dello stesso ordine di grandezza l u/l, come a dire che il numero
a scala pi`
di Reynolds turbolento l ul/turb `e di ordine uno. Strutture del campo u
u
piccola di l sono quindi smorzate dalla viscosit`a turbolenta nella stessa maniera in cui
vortici a scala < l0 nel campo originario u erano smorzati dalla viscosit`a molecolare.
Notare infine come la dissipazione viscosa turbolenta non sia altro che lenergia trasferita dal flusso medio alla cascata turbolenta e poi dissipata in calore dalla viscosit`a
molecolare. La potenza dissipata dalla viscosit`a turbolenta `e difatti:
U3
( (turb )
u
u)
L

5.7. TURBOLENZA E TRASPORTO TURBOLENTO

63

Figura 5.6: Mescolamento di una bolla di sostanza di dimensioni L da parte di un flusso


anchesso a scala L. Il modello mixing-length si limiterebbe a descrivere lo spostamento in
blocco della bolla da vortice a vortice e non darebbe conto del processo di stiramento.

l
Figura 5.7: Esempio di segnale filtrato a scala l (linea spessa) sovrapposto al segnale
random originale.

l0 u e utilizzando la Eq.
La potenza dissipata dalla turbolenza `e invece, indicando u
(5.39):
U 2 l4/3 L2/3 .
2 u
u

Ma, la relazione Rel0 1 implica Ul4/3 L1/3 1 1, che, sostituita nella equazione
precedente, ci d`a infatti:
U3

2 u
u
L
e la potenza dissipata dalle forze viscose coincide con quella trasferita alla turbolenza dal
campo medio.

Esercizi
1. Lo space-shuttle `e lungo una quarantina di metri. Calcolare laltezza alla quale una
descrizione fluida delle sue propriet`a aerodinamiche risulterebbe inefficace. Come
dipende il risultato dalla velocit`a del veicolo?
2. Una superficie piana scorre a velocit`a costante e ad altezza costante su unaltra superficie parallela fissa. Calcolare la forza per unit`a di superficie che bisogna esercitare
sulla superficie superiore per tenerla in moto. Considerare il limite Re 0, corrispondente a trascurare il termine avvettivo nella equazione di Navier-Stokes e la

64

CAPITOLO 5. ELEMENTI DI FISICA DEI FLUIDI


possibilit`a di turbolenza. Supporre le superfici idealmente infinite e che non vi siano
gradienti di pressione orizontali. Trascurare variazioni di densit`a e di temperatura
dellaria.
3. Nel problema precedente, considerare la met`a inferiore e quella superiore del cuscino
daria tra le due superfici. Qual`e la forza per unit`a di superficie esercitata dalla met`a
superiore su quella inferiore? Perche la porzione inferiore non accelera?

Riferimenti
M.L. Salby, Fundamentals of atmospheric physics, capitolo 10.
Turbolenza: P. Kundu, Fluid Mechanics, capitolo 12 (Sez. 12 e 17; ordinato in
biblioteca).

Capitolo 6
Dinamica atmosferica
6.1

Scale di lunghezza in atmosfera

La presenza di gradienti orizontali di pressione e la destabilizzazione dellatmosfera prodotta dal riscaldamento solare del suolo, fanno s` che latmosfera non sia in uno stato di
quiete. Come si vedr`a, la dinamica `e complicata dalla rotazione terrestre, che fa s` che la
componente orizontale dei moti atmosferici non sia diretta lungo i gradienti di pressione.
Un aspetto in comune con flussi a scala pi`
u piccola (per esempio il flusso in una condotta)
`e invece il ruolo del suolo (le pareti della condotta) nellesercitare una forza di attrito sul
fluido. Questo fa s` che il lavoro esercitato sul fluido dalle forze di pressione non porti a
un incremento di energia cinetica, ma, in condizioni stazionarie, si converta integralmente
in calore. Un secondo effetto `e la formazione di un cos` detto strato limite in prossimit`a
del suolo, dove la dinamica `e dominata dallattrito e la velocit`a media del fluido varia
rapidamente con laltezza.
` facile capire la necessit`a di uno strato limite da considerazioni di bilancio di momento
E
lineare. Immaginiamo di avere una condotta di raggio h in cui il fluido `e in moto grazie
a un gradiente uniforme di pressione P lungo lasse del canale. Per semplificarci la vita,
trascuriamo effetti di tipo termico e leffetto della gravit`a. Il momento lineare comunicato a un elemento di fluido di lunghezza L nellunit`a di tempo (cio`e la forza che agisce
sullelemento di fluido) sar`a h2 LP . Allo stato stazionario, questa `e uguale e opposta
alla forza di attrito della parete del condotto sullelemento di fluido. Consideriamo ora
uno strato cilindrico di fluido di spessore h vicino alla parete del condotto. La forza
di pressione che agisce sullo strato di fluido `e circa 2hLP . La forza di attrito della
parete `e invece h2 LP ; il bilancio di momento `e chiuso dalla condizione che il fluido non
acceleri imponendo che la forza del fluido nella parte interna del canale sullo strato esterno
sia h2 LP + 2hLP , cio`e la forza totale sia nulla. Vediamo quindi che, se h, la
forza di attrito alla parete h2 LP e la forza di trascinamento esercitata sullo strato dalla
regione interna h2 LP + 2hLP h2 LP saranno molto pi`
u intense della forza

di pressione 2hLP . In altre parole, per h, la dinamica nello strato di fluido `e


dominata dal trasferimento di momento lineare dal fluido nella parte interna del condotto,
65

66

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

alla parete, mentre il contributo della pressione `e trascurabile.


In atmosfera, laltezza dello strato limite (detto strato limite planetario) `e dellordine
del chilometro. Lo strato al di sopra, dominato dal bilancio tra forze di pressione e rotazione
terrestre `e detto atmosfera libera. La dinamica in entrambe le regioni `e complicata dalla
convezione. Nello strato limite essa entra in gioco comunque in assenza di vento, quando i
gradienti di pressione sono deboli. La convezione entra in gioco anche nellatmosfera libera,
in particolare durante formazione di nubi.
Come si `e detto precedentemente, i flussi atmosferici sono turbolenti e la loro descrizione quantitativa richiede necessariamente filtrare in modo opportuno le equazioni fluide a
seconda dei casi nella loro versione originale (5.24,5.25) o in approssimazione di Boussinesq
(5.34,5.35). La scala di filtraggio dipende essenzialmente dal tipo di problema in esame.
Per analizzare la formazione di un cumulonembo, la scala orizontale non potr`a superare
di molto il chilometro; per levoluzione di unarea di alta pressione, la scala sar`a dellordine delle decine-centinaia di chilometri. La scala verticale potr`a variare dal centinaio di
metri per risolvere lo strato limite, allaltezza della troposfera nel caso dellatmosfera libera. Notiamo che lapprossimazione di Boussinesq potrebbe non essere applicabile volendo
risolvere fenomeni quali la formazione di cumulonembi, che coinvolgono correnti verticali
che si estendono per tutta laltezza della troposfera.
Focalizziamo lattenzione sullintervallo di scale caratteristico della dinamica delle regioni di alta e bassa pressione e trascuriamo fenomeni intensi quali formazione di cumulonembi.
Ci`o porta a importanti semplificazioni nella forma delle equazioni del modo. Per fissare le
idee, consideriamo lequazione di Navier-Stokes (5.34) nella seguente forma filtrata:



1
+ u u + P = (turb u) ge3 ,
t

(6.1)

in cui non abbiamo eliminato da P il termine di pressione idrostatica. In primo luogo, i


moti verticali, mediando a scale dellordine di 10100KM diventano trascurabili. Pertanto
u (u1 , u2 , 0). In conseguenza di ci`o, anche il termine di galleggiamento ge3 scompare e
lequazione del calore cessa di essere necessaria.
Le equazioni si possono ulteriormente semplificare filtrando verticalmente a scala h,
mediando cio`e su tutta laltezza della troposfera. Questo `e abbastanza naturale, visto che a
scale del centinaio di chilometri, la dinamica atmosferica `e sostanzialmente bidimensionale.
Loperazione di media `e immediata, a parte il contributo di viscosit`a turbolenta

u(x, t) 
turb (x, t)
x3
x3
u da x3 . Ora, questa non `e
nella (6.1), che perde di significato, visto che u non dipende pi`
altro che una parametrizzazione dello sforzo turbolento (/x3 )u1 u3 , evidentemente non
applicabile al caso in questione [confrontare con la (5.43); ricordo che u3 = 0]. Cerchiamone unaltra pi`
u appropriata. Notiamo che la quantit`a u1 u3 , per x3 < , non `e altro che
la forza di attrito per unit`a di superficie (sforzo di attrito) esercitata dal suolo. Mediando
(/x3 )u1 u3 orizontalmente, e poi verticalmente da una quota x3 < alla cima della

67

6.2. IL VENTO GEOSTROFICO

troposfera, otteniamo proprio h1 [u1 u3 (x3 ) u1 u3 (h)] h1 u1 u3 (x3 ), che `e lo sforzo di attrito del suolo diviso h [il termine trascurato u1 u3 (h) `e lo sforzo esercitato sulla troposfera
dalla stratosfera].
` abbastanza naturale supporre la forza di attrito diretta lungo u e possiamo scrivere
E
quindi (/x3 )u1 u3 = u, dove = (u) `e detto attrito di Ekman. Il termine di
viscosit`a turbolenta nella Eq. (6.1) diventa quindi
(turb u) u,

u = u(x1 , x2 , t).

(6.2)

Lattrito di Ekman `e associato ai moti verticali non risolti, mentre (turb u) parametrizza i moti orizontali non risolti, che hanno invece leffetto di smorzare gradienti orizontali
di vento. La necessit`a dellattrito di Ekman `e un esempio delle limitazioni del concetto
di viscosit`a turbolenta: trascurando questo termine nella (6.2), un flusso orizontalmente
uniforme non subirebbe nessun attrito dal suolo.

6.2

Il vento geostrofico

A causa della rotazione della terra, un sistema di riferimento solidale con un punto della superficie terrestre sar`a non inerziale. Saranno quindi presenti forze fittizie: la forza
centrifuga e la forza di Coriolis, che contribuiranno accanto alla gravit`a al termine di forza esterna della equazione di Navier-Stokes. In particolare, per la forza di Coriolis, un
elemento di atmosfera che si muove in direzione polare (equatoriale) sar`a spinto verso est
(verso ovest), mentre uno che si muove verso est (ovest) sar`a spinto in direzione equatoriale
(polare).
Ricordiamo che se le componenti della posizione x sono espresse in un sistema di
riferimento rotante:
3
X
x(t) =
xi (t)ei (t),
i=1

la velocit`a ricever`a un contributo dal cambio di orientazione dei vettori di base:


3

dx X
V=
=
(x i ei + xi e i ) = v + x
dt
i=1
P
dove `e la frequenza di rotazione della terra e v =
x i ei `e la velocit`a misurata nel
sistema di riferimento rotante. In maniera analoga per laccelerazione:
d
dV
= a + v + x = a + 2 v + [ x]
dt
dt
P
dove a =
v i ei `e laccelerazione misurata nel sistema di riferimento rotante, 2 v `e
laccelerazione di Coriolis e [ x] `e laccelerazione centripeta.
Lequazione di Navier-Stokes (5.24) e lapprossimazione di Boussinesq (5.34) sono state
derivate in un sistema di riferimento cartesiano, oltre che inerziale. Questo porterebbe

68

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

ulteriori termini di correzione associati alla curvatura della superficie terrestre che qui non
discutiamo. Trascuriamo inoltre leffetto dellaccelerazione centripeta che produce una
correzione dipendente dalla latitudine alla forza di gravit`a. Ci interessiamo a fenomeni che
riguardano latmosfera libera a scala dellordine del centinaio di chilometri. Con queste
semplificazioni, lequazione di Navier-Stokes opportunamente filtrata diventa:


1
(6.3)
+ u u + 2[ u] + P = (turb u),
t

e in questa equazione le derivate agiscono sulle componenti e non sui versori ei i = 1, 2, 3.


Per fissare le idee, prendiamo la direzione di e1 verso est ed e2 verso nord (e3 continua ad
essere la normale alla superficie terrestre). A scale dellordine del centinaio di chilometri, i
moti verticali sono trascurabili. La componente orizontale dellaccelerazione di Coriolis (in
valore assoluto) `e il cos` detto parametro di Coriolis f = 2 sin , dove `e la latitudine.
Per il momento consideriamo un filtraggio verticale che ci consenta di risolvere la struttura
verticale del campo di velocita; quindi u = (u1 , u2 , 0), ma u = u(x, t), x = (x1 , x2 , x3 ).
Per scale atmosferiche di velocit`a e di lunghezza U e L, limportanza relativa del termine
di Coriolis rispetto al termine avvettivo Du/Dt U 2 /L, `e data dal numero di Rossby:
Ro =

U
.
fL

(6.4)

A latitudini medie per cui f 104 s1 e per U 10m/s, vediamo che Ro < 1 e il termine
di Coriolis diventa importante quando L & 100Km. Considerando lo stato stazionario e
trascurando per il momento leffetto degli sforzi turbolenti, la dinamica sar`a governata da
un bilancio fra pressione e forza di Coriolis:
1
+ P = 0
2 u

la cui soluzione, in coordinate, `e la seguente:


u1 := ug1 =

1 P
f x2

u2 := ug2 =

1 P
.
f x1

(6.5)

Troviamo che gradienti di pressione portano allinstaurarsi di un vento, cos` detto geostrofico, orientato perpendicolarmente al gradiente stesso. Unarea di alta pressione porter`a
pertanto, nellemisfero nord ad una circolazione in senso orario, cos` detta anticiclonica
(contraria al senso di rotazione terrestre). Un esempio importante sono i venti occidentali
nella zona di passaggio dalla alta pressione tropicale alle latitudini temperate.
Il profilo verticale di vento risulta dipendere fortemente dalla stratificazione verticale
di pressione e temperatura. Dal punto di vista del vento geostrofico, abbiamo di fatto due
classi di stratificazione: atmosfera barotropica e atmosfera baroclina, definite rispettivamente come atmosfera in cui pressione e temperatura variano insieme, cio`e P = P (T ), e
atmosfera in cui P e T variano separatamente. Come raffigurato in Fig. 6.1, questo corrisponde a condizioni atmosferiche orizontalmente uniformi. Difatti, la condizione P = P (T )

69

6.2. IL VENTO GEOSTROFICO


x3

P,T crescenti

x3

freddo

x2

caldo

x2

Figura 6.1: Rappresentazione schematica di stratificazione barotropica (sinistra) e


baroclina (destra). Le isobare sono indicate da linea continua; le isoterme sono tratteggiate.

implica che `e possibile scrivere


P = P0 (x3 )f (x1 , x2 |x3 ) e T = T0 (x3 )f (x1 , x2 |x3 ).
Infatti, se P = P (T ), T (x1 , x2 , x3 ) = T (x1 , x2 , x3 ) per x1,2 6= x1,2 , implica P (x1 , x2 , x3 ) =
P (x1 , x2 , x3 ), che significa che T e P devono variare insieme rispetto a x1,2 fissato x3 .
Ora, dalla legge di stato abbiamo = mP/(KT ) = mP0 (x3 )/(KT0 (x3 )), e cio`e che la
densit`a a quota fissata `e indipendente dalla posizione. Ma questo, utilizzando lequazione
di bilancio idrostatico P/x3 = g, implica P (x) = P (x1 , x2 , 0) + P (x3 ), cio`e, lincremento di pressione rispetto al suolo non varia spostandosi orizontalmente. Lo stesso vale
per la temperatura. La soluzione in cui P e T sono indipendenti da x1,2 corrispondono in
genere ad una situazione di calma di vento. (Per una discussione del caso dipendente da
x1,2 , vedere il problema 3 alla fine di questa sezione).
Il profilo verticale del vento geostrofico pu`o essere derivato in forma esplicita derivando
le due equazioni in (6.5) rispetto a x3 e sostituendo in entrambe lequazione di bilancio
idrostatico
P
= g .
x3
Otteniamo in questa maniera:
ug1
g
1 P
=
+ 2
;
x3
f x2 f x3 x2

ug2
g
1 P
=
2
.
x3
f x1 f x3 x1

Utilizzando la legge di stato = mP/(KT ) in /x1,2 e le (6.5) in P /x1,2 , possiamo


scrivere:
 1
 1
1 g
ug2
1 g
g T
g T
ug1
=
+
;
=
+
u1
u2 +
x3
x3 h
x3
x3 h
f T x2
f T x1
dove h = KT /(mg) `e laltezza della troposfera, definita come il valore di
( /x3 )1
in una atmosfera isoterma [vedere la (4.25)]. I termini in parentesi tonda rappresentano

70

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

H
H

+
Figura 6.2: Un esempio schematico di fronte fra due zone di alta pressione; le linee curve
indicano la direzione del vento; le linee diritte isoterme al suolo, on + e per identificare
caldo e freddo.

quindi la deviazione nella stratificazione rispetto al caso isotermo, mentre


ug1,2
g T
.

h
f T x1,2
Il termine di deviazione pu`o essere trascurato e otteniamo cos` le equazioni di vento termico:
g T
ug1
=
;
x3
f T x2

ug2
g T
=
;
x3
f T x1

(6.6)

che descrivono la risposta dellatmosfera alla presenza di gradienti termici orizontali. Come discusso, si tratta di un effetto associato alla atmosfera baroclina. Se i gradienti di
pressione e temperatura sono allineati, anche il gradiente di densit`a sar`a allineato con essi
e confrontando le Eq. (6.5) e (6.6), ug e ug /x3 saranno paralleli. Quindi il vento geostrofico varier`a salendo in quota mantenendo la stessa direzione. Nel caso di Fig. 6.1, una
crescita simultanea di pressione e temperatura spostandosi lungo x2 sar`a associata ad una
intensificazione del vento geostrofico salendo di quota. Questa risulta essere la situazione
tipica nel passaggio dalla alta pressione tropicale alle nostre latitudini; le presenza di correnti a getto nella tropopausa, che sono la parte superiore dei venti occidentali in superficie
citati in precedenza, sono prodotte da questo meccanismo. Nel caso in cui i gradienti di
pressione e temperatura non sono allineati, il vento cambier`a di direzione in quota.
Come illustrato in Fig. 6.2, il non allineamento dei gradienti di temperatura e di
pressione porta alla formazione di fronti, cio`e regioni di forte variazione di temperatura. Il
campo di vento dei due massimi di pressione stirano le isoterme aumentando i gradienti di
temperatura (la temperatura sulle isoterme rimane uguale, ma le isoterme vengono stirate e
avvicinate fra loro). Configurazioni di questo genere sono normalmente instabili e portano
allinstaurarsi di fenomeni meteorologici. Il meccanismo pu`o essere capito considerando il
` quindi
fatto che la regione fredda contiene aria pi`
u densa della regione calda adiacente. E
vantaggioso per laria fredda incunearsi sotto la regione calda, facendo salire laria calda in
quota. Ci`o porta alla formazione di nubi in corrispondenza del fronte. Il fenomeno `e pi`
u
forte quando `e la regione fredda che si sposta verso quella calda (fronte freddo: la parte di
sinistra del fronte in figura).

6.3. LO STRATO LIMITE PLANETARIO

6.3

71

Lo strato limite planetario

Scendendo di quota, la forza di attrito esercitata dalla superficie terrestre sul vento geostrofico inizia a farsi sentire, e modifica la dinamica sostanzialmente inviscida descritta dalle
Eq. (6.5) e (6.6). Come accennato nel paragrafo 6.1, latmosfera `e divisa in uno strato
limite con unaltezza dellordine del chilometro, dominata dagli sforzi turbolenti, e latmosfera libera al di sopra. Di fatto, come si vedr`a nel paragrafo 6.6, anche se la dinamica
dellatmosfera libera, descritta dalle Eq. (6.5) e (6.6) `e sostanzialmente inviscida, effetti
dissipativi, parametrizzati nellattrito di Ekman, giocano comunque un ruolo importante.
Lo strato limite planetario `e ulteriormente suddiviso in uno strato superficiale, dellordine del 15% dellaltezza dello strato limite in cui leffetto della forza di Coriolis `e
trascurabile, e il rimanente, detto strato di Ekman, in cui la forza di Corolis `e importante,
ma gli sforzi turbolenti determinano il profilo verticale del vento.
La gran parte della turbolenza atmosferica `e concentrata nello strato superficiale. In
esso, un ruolo importante `e giocato dal tipo di stratificazione atmosferica e dalla presenza
di convezione. In condizioni puramente neutrali, la dinamica sarebbe dominata dal trasferimento di momento lineare, mediato dalla turbolenza, dallatmosfera libera al suolo. Come
gi`a accennato, questo trasferimento di momento lineare non `e altro che la forza di reazione dellatmosfera allattrito del suolo. In condizioni instabili, i moti convettivi generano
ulteriore turbolenza, che diventa dominante in assenza di vento geostrofico. In condizioni
stabili, invece, laria densa in basso si comporta come se fosse una specie di mare e lenergia
delle fluttuazioni turbolente `e trasferita in parte a delle onde di gravit`a. Conoscenza dei
profili medi di vento e delle fluttuazioni turbolente `e essenziale per la determinazione del
trasporto di sostanze chimiche (in particolare di inquinanti) nello strato limite.
Consideriamo inizialmente il caso neutrale. Supponendo il vento diretto in direzione x1 ,
la componente lungo la direzione del vento dellequazione di Navier-Stokes, mediata sulle
fluttuazioni turbolente, sar`a, allo stato stazionario e trascurando disomogeneit`a orizontali:
u1 u3
= 0.
x3
Il flusso verticale u1 u3 di momento lineare lungo x1 , sar`a costante in x3 (se non fosse cos`, vi
sarebbe accelerazione degli strati daria attraversati). La quantit`a 0 u1 u3 `e quindi la forza
di attrito esercitata dallunit`a di superficie del suolo. Se siamo a quota sufficientemente
maggiore della scala delle asperit`a del suolo, e allo stesso tempo ben allinterno dello strato
superficiale, ci aspettiamo che gli sforzi turbolenti dipendano come unici parametri dalla
quota x3 e dalla scala di velocit`a u = (u1 u3 )1/2 . Questa strategia (seguita da Prandtl e da
von Karman) ci permette di determinare in maniera univoca lespressione per la viscosit`a
turbolenta: turb (x3 ) u x3 . Utilizzando la (5.41), la condizione di flusso di momento
costante diventa quindi
du1 u3
d 
du1 
d  du1 
0=
=
turb
= u
x3
(6.7)
dx3
dx3
dx3
dx3
dx3
la quale ci d`a come soluzione
u1 (x3 ) = ku ln(x3 /r0 )
(6.8)

72

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

dove k `e una costante adimensionale, detta costante di von Karman (sperimentalmente,


k 0.4), e r0 `e una scala di lunghezza che definisce il limite inferiore di validit`a della
equazione (per x3 < r0 , il vento cambierebbe di verso). In atmosfera, r0 `e ci`o che definisce
in pratica la scala di rugosit`a del suolo, cio`e laltezza al di sotto della quale la superficie
terrestre non pu`o essere trattata come una superficie uniforme. (Tipicamente, r0 `e stimata
un decimo della scala delle asperit`a del terreno). La equazione (6.8) `e detta legge di parete.
Scendendo ulteriormente di quota, alla scala delle asperit`a del terreno, si raggiungerebbe prima o poi il livello al quale la velocit`a fluida e la distanza dagli ostacoli diventano
abbastanza piccole da avere Re < 1, cos` che la viscosit`a molecolare entrerebbe a questo
punto in gioco. Notiamo che, nel caso di una superficie levigata, il parametro r0 nella (6.8)
diventerebbe la scala al disotto della quale la viscosit`a molecolare `e dominante.
La dipendenza dallaltezza della viscosit`a turbolenta: turb (x3 ) u x3 , ci fornisce un
quadro della struttura della turbolenza, in cui a quota x3 i vortici hanno dimensione tipica
x3 e velocit`a caratteristica u . Questo ci d`a una scala di tempi caratteristica dei vortici
T (x3 ) x3 /u . Vediamo quindi che salendo di quota i vortici trasferiscono momento
ed energia con un tasso sempre pi`
u lento. Notare che questo tasso di trasferimento ci
fornisce (dimensionalmente) la forza del contributo di viscosit`a turbolenta nella equazione
di Navier-Stokes:
x3 turb (x3 )x3 1/T (x3 ).
Notare che in un canale, il flusso turbolento u1 u3 a distanza x3 dalla parete, deve essere
comunque uguale al momento totale entrato a quote > x3 per effetto della forza di pressione.
Il flusso u1 u3 `e quindi in genere una funzione di x3 e lo spessore dello strato limite `e definito
dalla distanza dalla parete al di sotto della quale la dipendenza da x3 pu`o essere trascurata.
In termini del tasso di trasferimento, 1/T (x3 ), questa condizione pu`o essere interpretata
con il fatto che le forze di pressione fuori dallo strato limite trasferiscono momento con un
tasso non trascurabile rispetto a 1/T (x3 ).
In atmosfera, come si vedr`a, il confronto `e pi`
u diretto e va eseguito con la frequenza di
Coriolis f . Laltezza dello strato superficiale `e quindi determinato dalla quota alla quale
la rotazione terrestre, tramite laccelerazione di Coriolis, diventa il meccanismo dominante
di deformazione dei vortici turbolenti e di trasferimento di momento lineare.

6.4

Il ruolo della convezione

Allontanandosi dal caso neutrale, il termine di sorgente nella equazione di calore nella
approssimazione di Boussinesq (5.35) inizia a produrre fluttuazioni di temperatura, che si
riperquotono nella equazione di Navier-Stokes (5.34) attraverso la forza di galleggiamento.
Nel caso instabile, questo porter`a a una sorgente ulteriore di fluttuazioni turbolente. A
seconda dellintensit`a della convezione, le colonne ascendenti possono penetrare latmosfera
libera, come accade ad esempio durante la formazione di cumulonembi.
Abbiamo visto che i diversi contributi agli sforzi turbolenti possono essere determinati
a partire dalle rispettive frequenze caratteristiche. Abbiamo visto in particolare che la

73

6.4. IL RUOLO DELLA CONVEZIONE


frequenza della componente meccanica pu`o essere stimata come
U/x3

du1
u /x3
dx3

La frequenza N della componente convettiva pu`o invece essere stimata a partire dalla
approssimazione di Boussinesq per la terza componente della equazione di Navier-Stokes e
per lequazione del calore:
iN u3 g

,
0

u3
iN

d0
.
dx3

Da qui otteniamo la definizione della cos` detta frequenza di Brunt-Waisalla N :


N2 =

g d0
.
0 dx3

(6.9)

Notare che la frequenza `e definita immaginaria nel caso instabile, che corrisponde a una
crescita esponenziale piuttosto che ad un comportamento oscillatorio delle fluttuazioni. Nel
caso di stratificazione stabile, questa `e la frequenza di oscillazione delle onde di gravit`a.
Nel caso instabile, il rapporto di N 2 con la corrispondente frequenza al quadrato delle
fluttuazioni meccaniche
gd0 /dx3
Ri =
(6.10)
0 (du1 /dx3 )2
definisce il numero di Richardson, che segnala il passaggio da un regime di turbolenza
meccanica ad uno di turbolenza convettiva.
Comparando le Eq. (6.8) e (6.10), vediamo che la componente meccanica tende a
diventare pi`
u forte mano a mano che ci si avvicina al suolo (regime di convezione forzata),
mentre la convezione `e pi`
u forte al di sopra (regime di convezione libera). Possiamo stimare
laltezza LM O alla quale si ha la transizione da regime meccanico a convettivo, sostituendo
la (6.8) nella (6.10), e imponendo Ri = 1:
L2M O =

0 u2
.
gd0 /dx3

(6.11)

La quantit`a LM O `e detta lunghezza di Monin-Obukhov. Entrambe le Eq. (6.10) e (6.11)


sono state derivate confrontando una frequenza caratteristica turbolenta du1 /dx3 per la
turbolenza meccanica, con la frequenza di Brunt-Waisalla N , che descrive il tasso di crescita
di instabilit`a a partire da un dato profilo iniziale di temperatura 0 .
Questa trattazione `e sotto molti aspetti insoddisfacente. In primo luogo, N `e associata
a un regime lineare di piccole fluttuazioni, mentre du1 /dx3 pu`o essere ricondotto alla legge
di parete (6.8). Pi`
u problematico il fatto che N richiama un profilo 0 che `e rapidamente
modificato dalla convezione, e che quindi non pu`o essere osservato sperimentalmente in
condizioni instabili. Di fatto, la turbolenza convettiva rimescola la temperatura riportando
0 verso un profilo neutrale.

74

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

x3

x3

x3
C
B

Notte

Mattino

Pomeriggio

Figura 6.3: Crescita diurna dello strato limite convettivo; A regione super-adiabatica; B
zona rimescolata; C regione di entrainment.

Una possibile soluzione a questo genere di problemi `e definire i tempi scala a partire dai
Entrambe le quantit`a sono facilmente
flussi turbolenti di momento e di calore u1 u3 e u3 .
determinabili da misure istantanee (tipicamente per mezzo di anemometri sonici) di temperatura e delle componenti orizontali e vericali di velocit`a del vento. Nello strato inferiore
x3 < LM O , la turbolenza `e prevalentemente meccanica (convezione forzata) e possiamo
sfruttare le nostre conoscenze sulla turbolenza di parete, per sostituire nella (6.11):

u3
u3
d0

dx3
turb
u L M O

dove 0 `e il profilo medio di temperatura potenziale effettivamente presente a x3 < LM O .


Sostituendo nella (6.11) otteniamo quindi:
LM O =

0 u3
.

kgu3

(6.12)

` da notare come il profilo di temperatura sia caratterizzato da una variazione rapida per
E
x3 < LM O e lenta al di sopra. Quello che succede `e che il forte gradiente di u1 per x3 < LM O
distrugge le colonne convettive, che invece sono libere di svilupparsi in tutta la loro altezza
nello strato superiore. Questo fa s` che il rimescolamento di temperatura sia pi`
u intenso
nello strato superiore. Di fatto, uno strato di turbolenza meccanica viene generato a bassa
quota, anche in assenza di vento geostrofico, dalle colonne convettive stesse per il risucchio
al suolo che esse causano intorno. In conseguenza di ci`o, anche in condizioni puramente
convettive, 0 `e caratterizzato da una variazione rapida in prossimit`a del suolo e un profilo
piatto in quota.
Come illustrato in Fig. 6.3, la struttura dello strato limite convettivo risulta essere
fortemente non stazionaria. In condizioni di convezione libera, quello che si verifica `e la
destabilizzazione di uno strato daria di altezza via via crescente lungo la durata della
giornata. La destabilizzazione provoca linnesco di correnti convettive, che rimescolano il
profilo di temperatura spingendolo di nuovo verso la neutralit`a. Come discusso in precedenza, una regione instabile rimane presente vicino al suolo, e in questa zona si producono le

6.5. LO STATO DI EKMAN

75

colonne convettive, che si innalzano poi nello strato rimescolato. Il margine superiore della
zona rimescolata `e la regione di entrainment che segnala il passaggio alla regione stabile
residua al di sopra e costituisce di fatto il limite superiore dello strato limite convettivo.
Latmosfera libera al di sopra della zona di entrainment rimane in media in condizioni
neutrali o di debole stabilit`a (stabilit`a condizionale), con regioni di forte convezione e formazione di nubi, alternate a regioni di aria secca e fortemente stabile. Durante la notte, la
forte emissione termica del suolo provoca inversione del profilo di temperatura e di nuovo
stratificazione stabile.
Unaltra situazione in cui si osservano profili stabili `e al confine tra zone tropicali e
zone temperate, in cui si ha la discesa dellaria secca salita in quota in regioni tropicali
e subtropicali. Il riscaldamento adiabatico durante la discesa di questaria, porta alla
formazione di unintenso e persistente strato stabile (inversione) a quote tra 400m e 1Km.
Ci`o porta a sua volta allintrappolamento dellaria (ed eventuali inquinanti) al disotto
dello strato di inversione. Il fenomeno, comune nella stagione estiva alle nostre latitudini,
`e associato a forti picchi di inquinamento nelle citt`a.
Nel caso di atmosfera neutrale, la lunghezza di Monin-Obukhov tende allinfinito; raramente essa scende al di sotto della decina di metri; come gi`a discusso, anche in assenza
di vento geostrofico, si ha in corrispondenza del suolo uno strato limite di tipo meccanico
governato dalla legge di parete (6.8). Nel caso stabile, LM O indica laltezza al di sotto della
quale i vortici turbolenti sono abbastanza energetici da non venire bloccati dalla forza di
galleggiamento.

6.5

Lo stato di Ekman

La dinamica nello strato limite, al di sopra dello stato superficiale `e caratterizzato dalla
formazione di quello che si chiama uno strato di Ekman, in cui il vento cambia direzione con
la quota come risultato del bilancio tra sforzi turbolenti e forza di Coriolis. In condizioni
neutrali, abbiamo visto che la transizione si verifica attorno a x3 sup = u /f , dove la
velocit`a di frizione u `e determinata dalla legge di parete (6.8) ponendo per la velocit`a
media al margine dello strato superficiale u(sup ) ug .
Considerando sempre scale orizontali sufficientemente ampie perche i moti orizontali
possano essere considerati uniformi e quelli verticali medi siano trascurati, lequazione di
Navier-Stokes avr`a la forma:

1

u
+ P =
2 u
turb
(6.13)
0
x3
x3
e P teniamo solo le componenti orizontali. Come sempre, turb parametrizza
dove in u
leffetto dei moti (in particolare quelli turbolenti) a scala inferiore a quella a cui abbiamo
mediato lequazione.
La differenza importante tra lo strato di Ekman ed il sottostante strato superficiale `e
nella struttura della turbolenza. Mentre nello strato superficiale, la dinamica `e dominata
dagli sforzi turbolenti associati allattrito del suolo, nello strato di Ekman, il bilancio `e fra

76

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

gli sforzi turbolenti e la forza di Coriolis. Questo bilancio porta a definire una nuova scala
di lunghezza, a partire dalla velocit`a del vento geostrofico e il parametro di Coriolis:
u /f.

(6.14)

Questa lunghezza determina anche laltezza dello strato di Ekman, che risulta essere in
atmosfera dellordine del chilometro. Allo stesso tempo determina la dimensione dei vortici
pi`
u grandi nella turbolenza generata dallo scorrimento del vento geostrofico sulla superficie
terrestre. Da qui, in analogia alla Eq. (5.41), otteniamo la stima della viscosit`a turbolenta:
turb 2 f . Possiamo utilizzare larbitrariet`a della stima per tenerci come unico parametro
:
2f
turb =
(6.15)
2
Questo fa s` che nella Eq. (6.13), la dipendenza della viscosit`a dalla quota sia trascurata
e si possa scrivere, omettendo dipendenze da x1,2 e t:

d 
d
u
d2 u
turb
turb 2
dx3
dx3
dx3
= ug + u
, e sostituendo nella Eq. (6.13) vediamo che la parte ageostrofica
Decomponendo u
della velocit`a obbedisce lequazione:
u
= turb
2 u
in componenti:

d2 u1
f
u2 ;
=
2
dx3
turb

d2 u
;
dx23

d2 u2
f
u1 .
=
2
dx3
turb

(6.16)

= ug per x3
Le condizioni al contorno di questa equazione devono corrispondere a u
= 0 per x3 0 (cio`e condizione di no-slip
(cio`e vento geostrofico in atmosfera libera) e u
:
al suolo). Prendendo per semplicit`a ug lungo x1 , abbiamo quindi per u
u1 (0) = ug ,

e u2 (0) = u1 () = u2 () = 0.

(6.17)

Per risolvere la (6.16) `e convieniente lavorare nel piano complesso; moltiplicando la seconda
per i e sommando alla prima:
if
d2 V
=
V,
(6.18)
2
dx3
turb
dove V = u1 + i
u2 . La soluzione della (6.18) `e quindi nella forma, utilizzando la (6.15):
V = A exp((1 + i)x3 /) + B exp((1 + i)x3 /);
imponendo le condizioni al contorno (6.17) e sommando a ug :
u1 (x3 ) = ug [1 exp(x3 /) cos(x3 /],

u2 (x3 ) = ug exp(x3 /) sin(x3 /).

(6.19)

77

6.6. DINAMICA QUASI BI-DIMENSIONALE

x3 /

u2
2
nte

sce

re
x 3c

u2
u1

u g u1

ug

Figura 6.4: La spirale di Ekman.

La direzione del vento medio salendo in quota forma una spirale attorno a ug , detta spirale
di Ekman, raffigurata in Fig. 6.4. La deviazione rispetto al vento geostrofico del vento a
terra, predetta dalla Eq. (6.19) `e pari a circa /4. Sperimentalmente si osserva un valore
pi`
u vicino a /8 e un profilo a spirale `e osservato di rado. Va per`o ricordato che, vicino a
terra, lipotesi di viscosit`a turbolente indipendenti dallaltezza non `e pi`
u soddisfatta e la
dinamica `e quella propria dello strato superficiale.

6.6

Dinamica quasi bi-dimensionale

Le equazioni per il vento geostrofico descrivono nel limite spazialmente omogeneo una dinamica atmosferica sostanzialmente bi-dimensionale. Possiamo descrivere questa dinamica
nel caso non omogeneo, mediando lequazione di Navier-Stokes verticalmente su tutto h,
e, orizontalmente, a scala l 100Km. A questa scala, leffetto della curvatura terrestre
rimane trascurabile, e otteniamo:


1
(6.20)
+ u u + P = f e3 u + (turb )u u
t

` da notare che il campo di velocit`a u(x, t) sar`a


dove u, x e hanno solo componenti 1 e 2. E
incomprimibile solo se rimane strettamente bidimensionale. Come illustrato in Fig. 6.5,
se il flusso originario tridimensionale (quindi non filtrato) `e incomprimibile, la presenza di
flussi verticali medi non-nulli sar`a associata automaticamente a una divergenza non nulla
delle componenti orizontali: 1 u1 + 2 u2 = u3 /x3 . Vedremo che solo in prima
approssimazione, `e possibile trascurare le componenti verticali e la divergenza orizontale
di u. Una compressibilit`a orizontale non nulla del flusso rende necessario specificare una
equazione per la pressione. Senza andare nel dettaglio, osserviamo che la pressione pu`o
essere determinata a partire dal bilancio idrostatico attraverso una relazione del tipo
Z
dx3 (x; t),
P (x1 , x2 ; t) = gh(x1 , x2 ; t) =
0

dove la densit`a mediata sullaltezza obbedisce lequazione di continuit`a sul piano:


t + ( u) = 0.

78

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

x3
x2

x1
Figura 6.5: Flusso incomprimibile che diventa comprimibile visto nel piano x1 x2 (una
spirale convergente)

Questo `e il tipo di approccio che conduce alla cos` detta approssimazione shallow water.
Lequazione di Navier-Stokes bi-dimensionale (6.20) pu`o essere riscritta in forma alternativa in funzione della vorticit`a
= e3 [ u] =

u2 u1

.
x1 x2

(6.21)

Prendendo il rotore della (6.20), otteniamo quindi:





+ u = (f + ) u + turb 2 e3 [ u]

(6.22)

e abbiamo considerato la possibilit`a di moti comprimibili nel piano, associati alla presenza
di correzioni u3 6= 0 alla velocit`a filtrata. [Ad essere precisi, si sarebbe quindi dovuto tenere
nella Eq. (6.20) un contributo di viscosit`a turbolenta analogo al termine k nella (5.24)].
La vorticit`a `e legata alla densit`a di momento angolare del campo di velocit`a. Abbiamo
infatti dal teorema di Stokes:
Z
I
u(x, t) dl
(x, t)dA =
A

dove A `e il bordo di A e dl `e il vettore infinitesimo tangente. Prendendo per A un cerchio,


possiamo scrivere il secondo integrale in coordinate polari
I
I
u dl = [R u]d,
(6.23)
A

che `e uguale a 2 volte il valore medio su A della densit`a di momento angolare del campo
di velocit`a. Laspetto fisicamente importante `e che in assenza di forze esterne e termini
dissipativi, lequazione (6.22) prende la forma di una equazione di continuit`a

+ (u) = 0
t

79

6.6. DINAMICA QUASI BI-DIMENSIONALE

u
f e3 x u

u
Figura 6.6: Bilancio fra forza di Coriolis, gradienti di pressione e attrito.

e il contenuto di vorticit`a di un elemento di area A trasportato dal flusso 2D `e conservato.


Notare che, dalla (6.23), il flusso convergente della Fig. 6.5 sarebbe quindi accompagnato
da un incremento di velocit`a allavvicinarsi allasse di simmetria. Una situazione che si
verifica sia nel vortice generato nello scarico di un lavandino che negli uragani.
Possiamo verificare dalle Eq. (6.20) e (6.22) che la situazione illustrata in Fig. 6.5 `e
generata in modo naturale in una zona di bassa pressione dal bilancio tra forza di Coriolis,
gradienti di pressione e attrito del suolo. Come illustrato in Fig. 6.6, lintroduzione di una
forza di attrito perpendicolare a quella di Coriolis, fa s` che il bilancio non sia pi`
u lungo
la direzione del gradiente di pressione. La componente perpendicolare a P della forza di
attrito deve essere cancellata da quella della forza di Coriolis e questo richiede che la velocit`a
abbia una componente nella direzione P , cio`e verso la zona di bassa pressione. Una
descrizione pi`
u quantitativa pu`o essere ottenuta attraverso analisi perturbativa delle Eq.
(6.20) e (6.22), in cui si considera piccolo il termine di attrito. Continuiamo a considerare
un regime di piccoli numeri di Rossby. Pertanto, /f, Ro 1 ed espandiamo:
u = u(0) + u(1) + . . . ;

P = P (0) + P (1) + . . .

Per semplicit`a consideriamo un profilo di pressione decrescente da un massimo in xM AX ,


stazionario ed isotropo rispetto a xM AX ; quindi: P (0) = P (0) (|x xM AX |). Teniamo come
unico meccanismo di dissipazione una forza di attrito lineare: 6= (u); trascuriamo invece
la viscosit`a turbolenta (supponiamo in altre parole che non vi sia turbolenza 2D da filtrare
alla scala del gradiente orizontale di pressione).
Possiamo stimare la forza dattrito a partire dalla velocit`a di frizione u : u2 uh,
quindi, utilizzando la (6.8): u/(h(ln /r0 )2 ), dove 1KM `e laltezza dello strato
limite e r0 la rugosit`a del suolo. Prendendo r0 0.1m, e u 10M/s, otteniamo
105 s1 .
Allordine pi`
u basso, la (6.20) ci d`a il vento geostrofico:
1
P (0) = f e3 u(0)

u(0) ug =

1
e3 P (0) .
f

(6.24)

Dalla (6.21), questo corrisponde ad una vorticit`a:


(0) =

1 2 (0)
P .
f

(6.25)

80

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

Allordine successivo, entra in gioco lattrito e la equazione per la vorticit`a (6.22) diventa:
ug (0) + f u(1) = (0) ,

dove abbiamo sfruttato la stazionariet`a del profilo di P (0) , cos` che (D/Dt)(1) = ug (0) .
Ora, sia P (0) che 2 P (0) hanno simmetria cilindrica, quindi ug `e tangente alle linee di livello
di (0) , cos` che ug (0) = 0. Otteniamo pertanto lequazione per la divergenza del flusso:

u(1) = (0) .
(6.26)
f
Vediamo che in corrispondenza a un minimo di pressione, condizioni cicloniche (che significa
che (0) e f hanno lo stesso segno) portano a una divergenza negativa del campo di velocit`a,
cio`e convergenza delle linee di campo in 2D. Quindi una corrente ascensionale nel minimo
di pressione.
Sostituendo nella Eq. (6.22) otteniamo una equazione per levoluzione della vorticit`a
al secondo ordine in /f e Ro:
 D (2)
(0)2
(0)
(1)
= u =
Dt
f
Vediamo che in condizioni cicloniche la vorticit`a e la sua derivata hanno lo stesso segno
(positivo) e si avr`a una intensificazione del vento. Allo stesso tempo, in presenza di aria
umida, come accennato nel paragrafo 4.5, le correnti ascensionali prodotte, si intensificheranno attraverso rilascio di calore latente (instabilit`a atmosferica, formazione di nubi e
precipitazioni).

Esercizi
1. Stimare lattrito di Ekman in funzione dellaltezza dello strato superficiale, della scala
di rugosit`a e della velocit`a del vento mediata in altezza (consirerare questultima dello
stesso ordine della velocit`a del vento al bordo superiore dello strato superficiale.
2. Calcolare in atmosfera barotropica il campo di temperatura T (x) in funzione del
campo di pressione P (x) = P (x1 , x2 , 0)+P (x3 ) e dimostrare che effettivamente P =
P (T ). Suggerimento: calcolare T0 (x3 ) e mostrare che f (x1 , x2 |x3 ) = P (x)/P0 (x3 ) =
T (x)/T0 (x3 ).
3. Discutere la possibilit`a di condizioni barotropiche con superfici di livello non orizontali (ma ovviamente tutte parallele). Cosa succede vicino al suolo? Suggerimento:
tenere in conto il vento geostrofico e come varia la direzione avvicinandosi al suolo; la soluzione rimarrebbe stazionaria? Come cambierebbero le cose in presenza di
orografia?
4. Descrivere qualitativamente il moto di due vortici bidimensionali nei due casi in cui
il loro senso di rotazione `e identico od opposto. Supporre che il campo di velocit`a
generato dai vortici si estenda allinfinito senza cambiare senso di rotazione.

6.6. DINAMICA QUASI BI-DIMENSIONALE

81

Riferimenti
M.L. Salby, Fundamentals of atmospheric physics, Sez 12.2-12.3 e 13.2-13.3
P. Kundu, Fluid mechanics, Capitolo 12 (Sez. 11 e 14); Capitolo 13 (Sez. 1-7)
(ordinato in biblioteca)

82

CAPITOLO 6. DINAMICA ATMOSFERICA

Capitolo 7
Problematiche modellistiche
7.1

Sistemi dinamici ed atmosfera

Le equazioni per levoluzione dellatmosfera possono nella maggior parte dei casi essere
risolte solo numericamente. Questo richiede discretizzarle opportunamento, o attraverso delle differenze finite o utilizzando delle funzioni di base. Prendendo come caso di
riferimento la temperatura, la sua rappresentazione attraverso differenze finite sarebbe:
T (x, t) Tn (t) T (xn , t),

xn = (n1 x1 , n2 , x2 , n3 x3 ).

Alternativamente, una approssimazione della dinamica tramite un numero finito di funzioni


di base, detto approccio alla Galerkin, condurrebbe a dei Tn (t) che sono le componenti del
campo sulle funzioni di base. Discretizzando il problema fa s` che il sistema fisico non
sia pi`
u descritto da un insieme di campi continui che obbediscono equazioni differenziali
alle derivate parziali, ma da un insieme finito di variabili dinamiche che obbediscono un
sistema di equazioni differenziali ordinarie (ODE), cio`e un sistema dinamico. Scrivendo in
forma compatta:
= F(Y, t),
Y
(7.1)
dove Y = Y(t) contiene i campi discretizzati ed `e tipicamente un vettore con un numero
N molto alto di componenti (i gradi di libert`a del sistema). Il punto Y rappresenta quindi
lo stato istantaneo della porzione di atmosfera in esame, e una traiettoria nello spazio delle
fasi, la sua evoluzione.
Come illustrato con il filtraggio delle equazioni fluide (vedi Sez. 5.7), una difficolt`a
della discretizzazione `e la corretta parametrizzazione delle scale non risolte. Un secondo
problema `e per`o intrinseco alla dinamica ed `e la instabilit`a delle traiettorie, nel senso che
piccole perturbazioni allo stato iniziale del sistema, portano a modificazioni drammatiche
nella sua evoluzione a tempi sufficientemente lunghi. Questo fa s` che, pi`
u della forma
di una singola traiettoria (cio`e levoluzione della porzione di atmosfera data una certa
condizione iniziale), sia importante capire le propriet`a statistiche della evoluzione di un
insieme (un ensemble) di traiettorie. In questo ambito, un ruolo centrale `e giocato da
considerazioni di carattere geometrico.
83

84

CAPITOLO 7. PROBLEMATICHE MODELLISTICHE

Levoluzione di un ensemble di punti di fase Y `e descritto introducendo una funzione di


distribuzione nello spazio delle fasi (Y, t) (numero di punti per unit`a di volume di fase),
che gioca lidentico ruolo della densit`a fluida (x, t) nello spazio fisico con coordinate x
(vedi Sez. 5.4). In modo analogo a u(x, t), il vettore F(Y, t) gioca pertanto il ruolo di
velocit`a generalizzata nello spazio delle fasi, dove varr`a una equazione di continuit`a analoga
alla (5.18):



+ Y (F) = 0,
Y
,
,...
(7.2)
t
Y1 Y2
Questa equazione, detta equazione di Louville, descrive levoluzione di un ensemble di
condizioni iniziali a un tempo t0 distribuite come (Y, t0 ). Ci limitiamo a considerare il
caso in cui le forze che agiscono nel sistema sono sufficienti a prevenire situazioni in cui
Y . Condizioni al contorno naturali per il problema sono pertanto (, t) = 0
Una equazione analoga alla (5.20) descriver`a la contrazione o espansione di volumi dello
spazio delle fasi:
1 DV
= Y F.
(7.3)
V Dt
Se Y 9 e il sistema evolve in una regione finita di spazio delle fasi, la variazione media
di volume di spazio delle fasi non potr`a essere positiva:
hY Fi 0.
La contrazione dei volumi `e associata alla presenza di forze dissipative. Lesempio pi`
u
semplice `e un sistema a un grado di libert`a (N = 1):
Y = Y,

Y F = 1.

Lelemento di volume `e in questo caso un segmento sullasse Y e la contrazione del volume


`e associata al collasso dei punti nel segmento a Y = 0 per t . Un sottoinsieme dello
spazio delle fasi a cui tendono per t le traiettorie del sistema `e detto attrattore
(nellesempio considerato, un punto).
La presenza di attrattori `e una caratteristica di sistemi dinamici autonomi (in cui F `e
indipendente dal tempo). Anche per sistemi non autonomi (come sicuramente `e latmosfera), il concetto di attrattore pu`o fornire indicazioni sulla struttura delle traiettorie; se la
dipendenza di F da t `e lenta, ci possiamo infatti aspettare che un attrattore continui ad
esistere, sebbene dipendente dal tempo
Come illustrato in Fig. 7.1, lattrattore di un sistema dissipativo con N > 1 sar`a in generale una superficie di dimensione N < 1. Per definizione, punti al di fuori dellattrattore
tenderanno ad avvicinarsi a questultimo al passare del tempo. Coppie di punti sulla stessa
traiettoria nellattrattore, invece, tenderanno a mantenere la stessa separazione. Infatti,
due punti su una traiettoria (nel caso autonomo) sono solo lo stesso punto di fase visto ad
istanti diversi. Collasso dei punti significherebbe quindi F 0 (cio`e punto fisso) mentre
divergenza implicherebbe F (che pu`o essere realizzato per t solo se Y ).
Coppie di punti sullattrattore, ma non sulla stessa traiettoria, potrebbero invece tendere
a separarsi al passare del tempo.

85

7.1. SISTEMI DINAMICI ED ATMOSFERA

Figura 7.1: Attrattori per un sistema dissipativo con N = 2: punto fisso (A); ciclo limite
(B).

S
I

` indicata la traiettoria di uno


Figura 7.2: Compressione e stiramento di un volume di fase. E
dei punti contenuto nel volume. A destra, `e raffigurata la sezione in un piano perpendicolare
alla traiettoria (sezione di Poincar`e) del volume, con lintersezione col piano della sezione,
della variet`a stabile (S) e di quella instabile (I).

La separazione delle traiettorie `e una caratteristica dei sistemi non-lineari. Infatti,


la soluzione
P di un sistema di ODE lineari `e una combinazione di esponenziali complessi
Y(t) = k Yk exp(k t) (in generale gli Yk non sono ortogonali), e la separazione delle
traiettorie, richiedendo Re(k ) > 0 per alcuni k, comporterebbe la presenza di traiettorie
che sfuggono ad infinito. La presenza di non-linearit`a permette che la separazione delle
traiettorie si verifichi solo localmente, saturando invece alla scala della porzione di spazio
delle fasi dove si sviluppano le traiettorie. Come illustrato in Fig. 7.2 nel caso N = 3,
questo comporta un processo di stiramento e piegamento dei volumi di fase, che si ripete
ogni volta che le traiettorie riattraversano le stesse regioni di spazio. Il fatto che il volume
si ripieghi su se stesso mano a mano che viene stirato `e precisamente ci`o che previene la
divergenza allinfinito delle traiettorie. Il volume `e simultaneamente stirato (nelle direzioni
instabili) e assottigliato (in quelle stabili). Consideriamo un intorno abbastanza piccolo

86

CAPITOLO 7. PROBLEMATICHE MODELLISTICHE

es

ei

en

Y
I

S
Figura 7.3: Variet`a stabile (S) e variet`a instabile (I) associate alla traiettoria , insieme
ad un esempio di traiettoria che si separa da nella direzione instabile. Sono indicati
anche i vettori di Lyapunov stabili (es ) instabili (ei ) e neutri (en ) in un punto Y.

di una traiettoria e un tempo non troppo lungo, cos` che il ripiegamento dei volumi sia
trascurabile. Il processo di stiramento pu`o essere descritto introducendo superfici cos` dette
stabili e instabili che si intersecano nella traiettoria in esame, come illustrato in Fig. 7.3.
(Per N > 3 avremo variet`a e non superfici stabili e instabili). La superficie instabile di
una traiettoria `e definita come lattrattore per t di punti inizialmente vicini a
(ma non su ). La superficie stabile `e definita invece come lattrattore per t degli
stessi punti. Punti inizialmente sulla superficie instabile (stabile) rimarranno su di essa
allontanandosi da (avvicinandosi a) al crescere di t.
Per studiare in maniera pi`
u quantitativa questo genere di processi, indichiamo con
Y(t|Y0 , Y0 ; t0 ) il vettore separazione al tempo t di punti, le cui posizioni al tempo t0
sono rispettivamente Y0 e Y0 + Y0 (t0 pu`o quindi essere nel futuro come nel passato
rispetto a t). Indichiamo in maniera analoga con Y(t|Y0 ; t0 ) la posizione del punto al
tempo t sulla traiettoria che passa al tempo t0 per Y0 . Chiaramente:
Y(t|Y0 + Y0 ; t0 ) = Y(t|Y0 ; t0 ) + Y(t|Y0 , Y0 ; t0 )
e abbiamo quindi lequazione per levoluzione della separazione:
dY
= F(Y + Y, t) F(Y, t)
dt

(7.4)

Nel nostro caso, la velocit`a generalizzata F `e differenziabile negli argomenti, [ricordiamo


che la Eq. (7.1) non `e altro che la discretizzazione di equazioni fluide i cui termini sono
tipicamente funzioni lineari e quadratiche degli argomenti]. Considerando piccole separazioni, possiamo espandere la (7.4) in serie di Taylor e otteniamo la seguente equazione
tangente:
dY X
=
F (Y(t|Y0 ; t0 ), t)Y
(7.5)
dt
Y

7.1. SISTEMI DINAMICI ED ATMOSFERA

87

dove F /Y non `e altro che la matrice Jacobiana della Eq. (7.1) nel punto Y. Dalla
linearit`a della Eq. (7.5), possiamo scrivere in generale:
X
Y(t|Y0 , Y0 ; t0 ) =
Y0 (t0 |Y, t)e (t0 |Y, t),
(7.6)

dove i vettori e (t0 |Y, t) e i coefficienti (t0 |Y, t) giocano il ruolo di autovettori e autovalori della trasformazione Y0 Y. Nel nostro caso, Y evolve in una regione limitata
di spazio delle fasi ed F `e priva di singolarit`a, cos` che ci aspettiamo un comportamento
esponenziale rispetto al tempo: ln (t0 |Y, t) t t0 . La dipendenza dei termini a lato
destro nella (7.6) da Y0 `e contenuta in forma implicita nella relazione Y = Y(t|Y0 , t0 ).
Sia il vettore e (t0 |Y, t) che la quantit`a (t0 |Y, t) = (t t0 )1 ln (t0 |Y, t), detti vettore
e esponente di Lyapunov locali in Y, dipendono da Y e dal tempo t t0 . Sia e che
sono quindi quantit`a fluttuanti, che, per t0 t, coincidono con gli autovettori e autovalori
della matrice Jacobiana F /Y in Y. Ci aspettiamo per`o che per t0 , fissati Y e
t, queste quantit`a abbiano limite e (Y) e (Y). Ci aspettiamo inoltre che la somma in
(7.6) sia dominata dal termine con lesponente maggiore:

Y(t|Y0 , Y0 ; t0 ) ei (Y)Y0i exp((Y)(t


t0 ))
dove il versore ei (Y ) giacer`a sulla superficie instabile ed `e detto vettore di Lyapunov nella

direzione instabile in Y, mentre (Y)


`e il cos` detto esponente di Lyapunov dominante del
sistema. Ora, mentre il vettore ei (Y ) dipende necessariamente dal punto della traiettoria,

lesponente (Y)
cumula le separazioni infinitesime lungo tutta la traiettoria. Ci aspettia
mo quindi che per t t0 , (Y)
rimanga una quantit`a dipendente dalla traiettoria,
ma non pi`
u da Y.
Un sistema in cui un esponente di Lyapunov `e positivo (e quindi c`e separazione delle
traiettorie) e non dipende dalla traiettoria su cui `e calcolato, `e detto un sistema caotico.
dalla traiettoria richiede in buona sostanza che ci sia un
Vedremo che lindipendenza di
solo attrattore, e quindi ununica traiettoria caotica del sistema. In questo caso `e possibile
calcolare lesponente di Lyapunov come il limite:
1
|Y(t|Y0 , Y0 ; t0 )|
log
,
Y0 0 t |t t0 |
|Y0 |

= lim lim

(7.7)

dove lerrore nel porre Y0i |Y0 | `e trascurabile nel logaritmo, a meno che Y0 non
sia stato scelto con componente nella variet`a instabile in Y0 rigorosamente nulla.
Notare che tutte queste operazioni si possono ripetere per t e questo ci dir`a come
si separano le traiettorie nel passato, cio`e quanto `e difficile ricostruire la storia passata del
nostro sistema a partire da informazioni nellistante dato. Otterremo quindi un esponente
di Lyapunov negativo e un vettore di Lyapunov es (Y) sulla superficie stabile. Abbiamo
infine un vettore di Lyapunov en (Y) cos` detto neutro, allineato con la traiettoria, associato
ad un esponente di Lyapunov nullo.
Per un sistema a N gradi di libert`a, avremo N esponenti di Lyapunov, alcuni con
parte reale positiva (quelli associati a vettori di Lyapunov nella variet`a instabile), alcuni

88

CAPITOLO 7. PROBLEMATICHE MODELLISTICHE

negativa (quelli associati a vettori di Lyapunov in quella stabile) ed almeno uno nullo (quello
neutro). Gli esponenti di Lyapunov sono chiaramente associati al tasso di contrazione del
volume di fase. I vettori di Lyapunov nel punto Y definiscono infatti un volume che si
deformer`a contraendosi ed espandendosi lungo i diversi assi con il tasso fissato dal rispettivo
esponente. La presenza di esponenti di Lyapunov positivi richiede pertanto, per soddisfare
la condizione che il volume di fase non cresca, che ci siano esponenti di Lyapunov negativi.
Notare che questo ha come conseguenza il fatto, che un sistema (autonomo) potr`a essere
caotico solo per N > 2 (N = 3 `e il minimo per avere una direzione stabile accanto a quella
instabile ed alla necessaria direzione neutrale).

7.2

Caos, dinamica stocastica e predicibilit`


a

A causa delle separazione delle traiettorie, se le condizioni iniziali di un sistema caotico


sono note con una precisione finita Y , il suo stato finale dopo un tempo t sar`a noto con
dove
`e lesponente di Lyapunov pi`
una incertezza Y exp(t),
u grande del sistema.
La perdita di informazione che si verifica `e simile a quella in un un processo stocastico,
cio`e un sistema la cui dinamica contiene una componente aleatoria in modo esplicito.
Analizziamo in dettaglio quello che si verifica considerando lesempio pi`
u semplice di
processo stocastico, cio`e un cammino random in cui lincremento di posizione dx in un
tempo dt ha media nulla e varianza hdx2 i = dt [vedere la Eq. (5.17)]. La PDF (x, t|x0 , 0)
della posizione della particella al tempo t, data una posizione iniziale x0 al tempo 0 coincide
con la densit`a al tempo t di una nuvola di particelle inizialmente in x0 . Il comportamento
di questo sistema in una scatola con pareti riflettenti `e ovvio: la particella al tempo t = 0
`e in x, quindi
(x, 0|x0 , 0) = (x x0 ).
Dopo un tempo piccolo rispetto al tempo di diffusione alle pareti della scatola (che sar`a
L2 / con L la dimensione della scatola), lincertezza sulla posizione della particella sar`a
x (t)1/2 , ed `e possibile dimostrare
(x, t|x0 , 0) (2t)1/2 exp(

|x x0 |2
).
2t

Notiamo subito la differenza con il caso di un sistema dinamico: nel caso di questultimo,
lo stato del sistema, in assenza di errore sulle condizioni iniziali, `e noto esattamente:
(Y, t) = (Y Y(t|Y0 ; 0)).
(Notiamo inoltre il fatto che la separazione x cresce come t1/2 invece che esponenzialmente). Per t , la posizione nella scatola sar`a ignota ed avremo infine
(x, |x0 , 0) = (x) =

1
,
L

che `e detta la PDF di equilibrio del processo stocastico. La propriet`a del processo stocastico, che qualsiasi condizione iniziale conduce alla stessa PDF limite, `e detta propriet`a

`
7.2. CAOS, DINAMICA STOCASTICA E PREDICIBILITA

89

...

Figura 7.4: Struttura frattale generata dal processo di stiramento e piegamento.

ergodica. Questo fa s` che medie temporali su traiettorie che originano da condizione iniziali
diverse coincideranno comunque con la media effettuata direttamente su .
Notare lanalogia con la condizione, nella definizione di un sistema caotico, che le medie
siano indipendenti dalle traiettorie. Per definizione, le traiettorie tendono a disporsi per
t sullattrattore (o sugli attrattori) del sistema. In presenza di esponenti di Lyapunov
positivi, e quindi separazione delle traiettorie, questi attrattori coincidono con le variet`a
instabili del sistema. La condizione di caos pu`o essere quindi vista come la condizione che
ci sia separazione delle traiettorie ed allo stesso tempo un solo attrattore del sistema, e
quindi ununica variet`a instabile associata ad ununica traiettoria asintotica estremamente
convoluta. Come illustrato nelle Figure 7.2 e 7.4 la struttura dellattrattore di un sistema
caotico `e necessariamente frattale. e la PDF di equilibrio (Y) sar`a un oggetto altamente
singolare. Si parla in questo caso di attrattore strano, ed un esempio `e lattrattore di
Lorenz mostrato in Fig. 7.5.
Una descrizione consistente della dinamica atmosferica tramite un sistema caotico, richiederebbe di tenere conto non solo della precisione finita con cui sono assegnate le condizioni iniziali, ma anche del contributo delle scale non risolte alla perdita di informazione
sullo stato del sistema.
Tenendo conto della parte fluttuante del contributo dalle scale non risolte alla dinamica,
avremo al posto della Eq. (7.1) una equazione nella forma
= F(Y, t) + F,

hF|Y,
ti = 0,

(7.8)

ha carattere aleatorio. Le scale non risolte sono anche quelle pi`


dove il termine F
u veloci

e il termine F pu`o essere modellato sfruttando lanalogia con i moti molecolari. Nel caso
del trasporto di una sostanza, leffetto delle collisioni molecolari portava allaggiunta allequazione di continuit`a nella forma (5.18) di un termine diffusivo che portava alla forma
(5.21). A livello di porzione di sostanza, questo portava a un cambio nella sua equazione
di evoluzione da una equazione deterministica:
x = u(x, t)

(7.9)

a una stocastica:
dx = u(x, t)dt + dW,

h|dW|2 i dt

(7.10)

90

CAPITOLO 7. PROBLEMATICHE MODELLISTICHE

Figura 7.5: Lattrattore di Lorenz

dove dW era lo spostamento prodotto dalle collisioni molecolari nel tempo dt, come
descritto dalla Eq. (5.17).
Nel caso presente, il ruolo della (7.9) `e giocato dalla Eq. (7.1), mentre quello della (7.10)
dW, e
sar`a giocato dalla equazione che modella la (7.8). Nella forma pi`
u semplice Fdt
quindi:
dY = F(Y, t)dt + dW
h|dW|2 i Kdt.
(7.11)
La equazione di Louville (7.2) assume quindi un termine diffusivo e diventa

+ Y (F) = K2Y ,
(7.12)
t
conosciuta in questo contesto con il nome di equazione di Fokker-Planck. In maniera
analoga al mescolamento di una sostanza in un fluido, in cui la porzione di sostanza `e
prima stirata da u e poi diffusa da , nello spazio delle fasi, la struttura frattale descritta
nella Fig. 7.4 non raggiunge un limite singolare, ma i suoi punti vengono prima diffusi da
K nel volume circostante.
Va notato che, a causa del numero ridotto di stazioni di misura, il grado di incertezza
sulle condizioni iniziali che vanno assegnate in un modello atmosferico `e piuttosto elevato, e
questo, unito alla difficolt`a nel modellare le scale non risolte, fa s` che leffetto delle scale non
risolte non sia quasi mai preso in considerazione. Un tipico modello atmosferico `e quindi
nella forma di un sistema dinamico (7.1) e la PDF (Y, t) tiene conto dellincertezza sulle
condizioni iniziali del problema, e della sua amplificazione a causa della natura caotica
delle traiettorie. Tecniche, dette di assimilazione dati, sono state introdotte per aumentare
laffidabilit`a delle previsioni da un modello nella forma (7.1). Il problema, in soldoni, `e
come affinare una previsione (per esempio le previsioni del tempo di domani effettuate ieri),
in presenza di nuovi dati osservativi (i dati meteo di oggi).

7.3. RISONANZA STOCASTICA E ALTRE STORIE

91

Il punto di partenza `e laffinamento, in presenza di dati osservativi allistante corrente


t0 , della conoscenza dello stato corrente del sistema. La conoscenza dello stato corrente
del sistema prima dellarrivo dei nuovi dati, `e descritto da una PDF (Y; t0 ), ottenuta a
partire da dati osservativi passati e integrazione del modello (7.1). Siano Zk , k = 1, ...M
i nuovi dati osservativi; tipicamente M N , quindi, essi non individuano in maniera
univoca lo stato Y del modello. Inoltre, le variabili Zk , che sono tipicamente il risultato
di misure puntuali, dipendono dalle scale non risolte dal modello, oltre che da errori osservativi. La relazione tra Z e Y `e quindi espressa in maniera statistica tramite una PDF
di errore osservativo (Z|Y), che ci fornisce la probabilit`a dei risultati delle osservazioni,
suppenendo latmosfera in uno stato compatibile Y. Di solito la PDF (Z|Y) `e stimata

da una Gaussiana centrata intorno a un valore medio Z(Y)


che fornisce la previsione del
risultato della misura, dato lo stato del sistema. Va ricordato che questa `e una stima teorica, essendo il vettore Y non direttamente osservato; lo stesso vale per la relativa matrice
di covarianza.
Una volta disponibile la PDF dellerrore osservativo, laffinamento della PDF `e ottenuta
a partire dal teorema di Bayes:
(Y|Z) =

(Z|Y)(Y; t0 )
(Z|Y)(Y; t0 )
(Z)

dove la PDF affinata `e nota in gergo con il nome di PDF di analisi. La previsione a un
istante successivo t1 sar`a ottenuta propagando la probabilit`a tramite la relazione
Z
(Y; t1 |Z; t0 ) = dY0 (Y; t1 |Y0 , Z; t0 )(Y0 |Z)
dove la PDF di transizione (Y; t1 |Y0 , Z; t0 ) pu`o essere stimata a partire dal modello (7.1) (che per definizione dipende solo da Y), in modo tale che (Y; t1 |Y0 , Z; t0 )
(Y; t1 |Y0 ; t0 ).

7.3

Risonanza stocastica e altre storie

La risoluzione finita di un modello atmosferico fa s` che non si tenga conto dei processi pi`
u
rapidi, o che essi vengano considerati come un contributo stocastico alla dinamica. Allo
stesso tempo, levoluzione dellatmosfera a scale di tempi pi`
u lunghe di quelle di interesse
comporta che gli attrattori che descrivono la dinamica del modello (se esistono) evolvano
essi stessi, oppure corrispondano a stati metastabili piuttosto che asintotici del sistema.
Di fatto, gi`a lattrattore di Lorenz `e caratterizzato dalla presenza di due regimi (i due
lobi dellattrattore) e di una zona critica nel mezzo dove si concentra la separazione di
traiettoria, e dove si decide se il punto continua a girare nella stessa ala oppure no. In
questo caso, il basso numero di gradi di libert`a comporta permanenze non lunghissime nei
due stati del sistema. Il contrario si verifica in atmosfera, dove lintervallo di scale temporali
`e enorme (dalla frazione di secondo sino alla scala climatica, che in linea di principio si
estende sino a t ), e lunghe permanenze in stati metastabili del sistema sono possibili.

92

CAPITOLO 7. PROBLEMATICHE MODELLISTICHE

U
Y

Figura 7.6: Doppia buca di potenziale rappresentativo della coppia di attrattori Y (cio`e
dentro o fuori da unera glaciale).

A questo punto, c`e la possibilit`a che il processo che governa la transizione, se si svolge
ad una scala di tempi sufficientemente breve, sia pi`
u di natura stocastica che caotica. Un
processo che potrebbe essere importante nel causare transizioni tra stati metastabili, e che
di fatto `e stato introdotto come modello per loccorrenza delle ere glaciali, `e la cos` detta
risonanza stocastica.
Ci`o che mantiene stabili lo stato con ghiaccio potrebbe essere ad esempio lalta albedo
del ghiaccio e viceverso nel caso senza. Risulta che la variazione di distanza media terra
sole non `e in grado da solo di generare la transizione da uno stato ad un altro solo a causa
della variazione di dellenergia solare media assorbita. Le fluttuazioni, come ci si potrebbe
immaginare, sono importanti. Linteressante `e che le fluttuazioni e la forza periodica non
agiscono in maniera indipendente. Le fluttuazioni non si comportano come una perturbazione a una dinamica dominata dalle scale di tempo lente, ma forniscono un contributo
non triviale alla stessa.
La risonanza stocastica `e spiegata in maniera pi`
u agevole con un semplice modello unidimensionale, in cui una doppia buca di potenziale simmetrica tiene conto della alternanza
tra ere glaciali e temperate (vedere figura 7.6). Il sistema q
`uindi descritto dalla equazione
differenzial stocastica:
dY = [F (Y ) + A cos t]dt + dW,

hdW 2 i = Kdt,

(7.13)

in cui la variazione periodica della distanza terra-sole `e tenuta in conto dal termine oscillante A cos t, il rumore dW tiene conto dei fenomeni meteorologici, ed F (Y ) = U (Y ) `e
il termine di rilassamento ai due stati metastabili Y Y . Il termine di rumore dW tiene
conto dei processi meteorologici. Il termine di rumore e il forzante periodico sono supposti
piccoli:
A |F (Y )|.
(7.14)
K |U (Y )|
Questo significa che il punto di fase, in assenza di rumore, rimarrebbe sempre nella stessa
buca. La piccolezza del rumore, inoltre, fa s` che il tempo di fuga da una delle buche

7.3. RISONANZA STOCASTICA E ALTRE STORIE

93

di potenziale sia lungo rispetto tempo di rilassamento |Y /F (Y )| 1/U (Y ). Lo stesso


tempo di rilassamento `e supposto piccolo rispetto al periodo di oscillazione della distanza
terra-sole:
(7.15)
|F (Y )/Y | U (Y ).
In assenza di forzaggio periodico, il punto di fase si sposterebbe in maniera casuale da
una buca allaltra, sulla scala di tempi lenta individuata dallampiezza di rumore K e la
profondit`a della buca U (Y . La risonanza stocastica consiste nella sincronizzazione del salto
da uno stato allaltro con il forzaggio periodico. Questa si verifica a livello della equazione
master per la probabilit`a di trovare il sistema in uno stato o in un altro al passare del
tempo. Inoltre,
Per scrivere lequazione master associata alla (7.13), `e necessario conoscere la probabilit`a di transizione per unit`a di tempo (detta frequenza di Kramers) di un punto di fase da
una buca allaltra. Linverso di questa frequenza `e evidentemente il tempo tipico di permanenza in una buca. Possiamo stimare la frequenza di Kramers a partire dalla probabilit`a
che il punto in una delle buche (per fissare le idee, diciamo a sinistra) si trovi nella regione
di transizione Y 0. Come si vedr`a, grazie alla prima delle (7.14) e la (7.15), la PDF del
punto di fase in una buca ha il tempo di rilassare a uno stato di equilibrio. Questa PDF
corrisponder`a a una soluzione della equazione di Fokker-Planck associata alla (7.13):

2
+
[(F + A cos t)] = K
,
t Y
Y 2
in cui si pu`o trascurare la derivata temporale (approssimazione adiabatica). Integrando
questa equazione per /t = 0, otteniamo
(F + A cos t) K

+
Y

`e fissata a zero dalla condizione = /Y = 0 per


dove la costante di integrazione
Y . Abbiamo quindi:
Z Y
(Y, t|Y < 0) C(t) exp[
dY (F (Y ) + A cos t)/K],
0

dove la normalizzazione pu`o essere stimata C(t) |U (Y )/K|1/2 (Y , t); pertanto:


(Y, t|Y < 0) |U (Y )/K|1/2 exp{[U (Y, t) + U (Y , t)]/K},

(7.16)

dove U (Y, t) = U (Y ) AY cos t. La probabilit`a del punto di fase di trovarsi nella regione
Y 0 pu`o essere stimata come P (Y 0) |K/U (0)|1/2 (0). In maniera analoga, il
tempo tr di transito da una buca allaltra per un punto che si trovi gi`a nella regione
Y 0, pu`o essere stimato come il tempo di diffusione a distanza |K/U (0)|1/2 (nella zona
Y 0: F 0). Abbiamo quindi tr 1/|U (0)|, e per la la frequenza di Kramers:
W (t) P (Y 0, t|Y 0, t)/tr |U (0)U (Y )|1/2 exp[U (t)/K]

(7.17)

94

CAPITOLO 7. PROBLEMATICHE MODELLISTICHE

dove si riferisce rispettivamente a fuga dalla buca di destra e di sinistra e U (t) =


U (0, t) U (Y , t) Notare come la Eq. (7.17) coincida sostanzialmente con la formula di
Arrhenius per la probabilit`a di fuga da una buca di potenziale di una particella, a contatto
con un bagno termico a temperatura fissata.
Otteniamo infine, espandendo in serie di Taylor in A:
W (1

AY
;
cos t)W
K

|U (0)U (Y )|1/2 exp(U/K),


W

(7.18)

, con U = U (0) U (Y ), `e il valore della frequenza di Kramers in assenza di


dove W
termine periodico.
In generale, la probabilit`a di avere il punto di fase in una delle due buche di potenziale
(cio`e il numero medio di punti di fase allistante dato in ciascuna delle buche) non sar`a
= 1. Levoluzione di questa probabilit`a sar`a governata dalla master equation:
dp
= (p+ W+ p W );
dt

dp+
= (p W p+ W+ ).
dt

(7.19)

Possiamo parametrizzare la nostra aspettativa di trovare il sistema ad un istante dato in


uno stato o in un altro attraverso la quantit`a
X(t) =

hY (t)i
= p+ (t) p (t),
Y

che sar`a 1 nel caso di certezza massima di trovare il sistema in uno stato fissato,
mentre X(t) = 0 significa che potrebbe essere con eguale probabilit`a in uno dei due stati.
Sottraendo le due equazioni (7.19) e utilizzando la (7.18) insieme a p + p+ = 1, otteniamo
lequazione per X:
X + 2AY W
cos t.
X = 2W
(7.20)
K
Notare la natura non-stazionaria del problema, dovuta al termine oscillatorio cos t. La
risonanza si verifica precisamente nella (7.20). Prendendo la condizione iniziale a t0 ,
cos` da poterne trascurare leffetto, ed integrando, troviamo:
X(t) =

1
AY

cos(t tan1 );
2

K 1+

= .

2W

, il termine in radice quadrata tende ad uno, ma il fattore K


Vediamo che, per W
, invece, il fattore dominante `e evidentemente la radice
cresce logaritmicamente; per W
quadrata e di nuovo lampiezza decresce. Come ci aspettavamo, lampiezza di oscillazione
1. Vediamo quindi che il forzaggio periodico, sebbene non
presenta un massimo per
sarebbe in grado per suo conto di causare la transizione di stato, `e in grado di sincronizzare
le transizioni indotte dal rumore, che altrimenti sarebbero caratterizzate a tempi lunghi da
un andamento X(t) 0.

7.3. RISONANZA STOCASTICA E ALTRE STORIE

95

Esercizi
1. Un sistema `e descritto dalla equazione differenziale stocastica dY = F (Y )dt +
K(Y )dW , dove F (Y ) = (1 Y 2 )Y , K(Y ) = (1 + Y 2 )1 (K0 Y 2 ) e W `e il cammino
random: hdW 2 i = dt. Discutere in quali condizioni il sistema gode della propriet`a
ergodica.
2. Scrivere il sistema dinamico che corrisponde allequazione di vorticit`a (6.22) in rappresentazione di Fourier; considerare il caso di un dominio finito in modo di avere
una serie di Fourier. Calcolare il tasso di contrazione di volume di fase.