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Wilhelm Heinse: Sämmtliche Werke. Bd. 7: Tagebücher I.

Von den
Italiänischen Reise. 1780-1783. Hrsg. von Carl Schüddekopf. Leipzig,
Insel 1909, pp. 91-100.
(Avvertenza del traduttore: le espressioni in corsivo sono in italiano nel testo
originale)

Osservazioni fuggevoli su un viaggio da Roma a Firenze passando


per Terni e Perugia
ovvero:
geroglifici per ricordare

Anno del viaggio: 1783

Il sette luglio del 1783, alle tre di notte e alla presenza di una fitta nebbia, che mi ha
accompagnato per quattro o cinque ore, ho lasciato Roma e mi sono avviato a piedi
in compagnia del mio pesante carniere. Ho raggiunto rapidamente, inciampando
talora nel selciato sconnesso, il Ponte molle. Lì, e sul fiume, la nebbia ha offerto una
grande colpo d’occhio: una rappresentazione dell’immensità, nella quale i sensi
vengono meno, mentre le acque sottostanti scrosciano imponenti e spaventose.
Dopo il Ponte molle ho attraversato parecchie colline di lava e peperino. L’azione del
fuoco vi ha prodotto conseguenze meravigliose. Si tratta, di sicuro, di un elemento
più presente sul nostro pianeta di quanto non pensiamo, ed è probabile che tutte le
cose gli debbano dinamicità e vita.
C’è un bel viale di giovani querce lungo tre miglia, fino alla locanda di Castelnuovo.
Il panorama sull’ampia valle e le colline, l’una e le altre folte di alberi, è ameno.
Grandi ruderi della Via Flaminia. Mi sono smarrito: situazione tristissima, nella
tremenda calura del mezzodì di luglio, sotto un cielo color del ferro, in una terra
priva di sorgenti, acque e alberi, e circondata da monti – costituiti di ceneri
vulcaniche – ripidi e aridi. Lo stesso smarrimento che, anche sotto il profilo morale,
avevo vissuto nel corso della giovinezza. È stupefacente la capacità, da parte dei
locali, di sopportare l’afa e le scottature. Ho avuto inoltre una dimostrazione
dell’energia con la quale i ragazzi affrontano gli spostamenti a piedi da un veneziano
cui il mercante Benedetto Giuseppe, dopo la fiera di Senigallia, aveva affidato
duemila pezzi. Ottimo carattere, e assolutamente sincero. Con quale sorprendente
bontà d’animo mi ha imprestato l’ombrellino parasole! Aveva una testa benfatta e il
naso prominente che scendeva dall’alto della fronte, in un volto dai tratti marcati.
Quello romano era un ragazzo altrettanto bravo, ma assai più scaltro e falso, con una
bontà d’animo legata al momento. Le persone del luogo sono estremamente
premurose se spinte dal bisogno: in caso contrario, non vi degnano di uno sguardo. In
particolare i romani. Basta che abbiano la metà di quanto è necessario per vivere: si
danno alla vita comoda e non cercano di guadagnare un centesimo di più. Sono
estremamente avidi, ma non avari.
Rignano è situata in una bella posizione, tra avvallamenti che contribuiscono
presumibilmente a rendere malsana l’aria dei dintorni. Credo che in Italia il
problema, oltre che dalle paludi, abbia origine dalle desolate distese vulcaniche, nelle
quali l’aria salubre perde la propria elasticità e vitalità. È possibile che lo scirocco
libico nasca allo stesso modo.
Il Monte di Sant’Oreste, o Soratte, costituisce la meraviglia del viaggio. Si erge, al
pari di un tiranno, sulla vasta zona circostante e domina ogni altra cosa, saldamente
assiso su sé stesso. I solchi profondi, il profilo scosceso in lungo e in largo ne fanno
un luogo incantevole, imponente e spaventoso, e conferiscono anche al convento –
simile a uno scricciolo posato su di un’aquila – un aspetto sublime. Non lontano da
Civita Castellana il Soratte acquista un colore delizioso: una autentica, solenne
melodia, grazie alle verdi querce che rallegrano la limpidezza del crepuscolo. Civita
Castellana sorprende e allieta, se, una volta attraversate le aride, desolate distese
vulcaniche, gettiamo lo sguardo – smaniosi, colmi di passione e desiderio – nel
meraviglioso, lungo viale e sentiamo scosciare il fiume in lontananza. Eccoci davanti
a uno degli spettacoli più suggestivi, a una vera e propria opera composta dalla
natura.
8 luglio: sosta a Civita Castellana.
Civita Castellana è situata su una rupe lavica e su ceneri vulcaniche diventate poi
peperino. Un tempo, l’intera regione attorno a Roma deve essere stata una fornace
infernale giacché, qualora ci si spinga nei dintorni per venti, trenta, quaranta miglia,
si troveranno vere e proprie colline, e monti che hanno avuto origine da vulcani. La
natura ha fatto del luogo una fortezza, avendolo rivestito di un verde meraviglioso:
dai numerosi corsi d’acqua esso ricava il ristoro, la vita e un’eterna primavera.
Il ponte alto collega la città con l’altra parte del monte vulcanico, spaccatosi in due in
seguito a un terremoto. Il ponte è altissimo, e poggia su sette poderosi pilastri uniti da
piccole arcate. Fu costruito nel 1712 per volontà di Clemente XI. La vallata
sottostante è davvero fantastica, con le rupi colme di verdi cespugli e un limpido
ruscello che vi scroscia, nonché crepacci acuminati, testimoni della terrificante forza
della natura.
La Fortezza è visibile da ogni zona della città, costituendone il punto più elevato. Fu
Giulio II a far costruire il bel bastione superiore, di forma circolare, assieme alla
fontana dell’acqua piovana. Clemente XI ha poi disposto che vi fossero effettuati dei
restauri. Ci sono, al momento, 8 prigionieri politici. Uno è di Benevento, ed ha più o
meno quarant’anni: mise incinta, quando era cadetto, una cameriera personale della
regina di Napoli. Venne quindi espulso e volle sposarsi con una rivendugliola, una
donna di condizione inferiore alla sua. Ragion per cui il padre, un uomo con entrate
pari a 40 mila ducati, lo fece imprigionare qui. Ci sono diversi signori e conti romani,
incarcerati quasi tutti per assassinio: uno, per esempio, ha ucciso la moglie e i figli.
Ognuno ha la propria stanza, e all’esterno un corridoio con colonne lungo il quale
può passeggiare durante il giorno, mentre di notte i detenuti vengono rinchiusi nelle
loro camere.
Il vecchissimo carcere sotterraneo è in condizioni terribili: a causa dell’aria grossa,
nessuno può resistervi per molto. Il cibo viene calato attraverso un’apertura.
Il comandante guadagna 30 scudi al mese, esclusi gli incertis, e dispone attualmente
di 40 uomini.
Il panorama in direzione dei monti Sabini e del Cimino, la montagna di Viterbo, è
bello. Caprarola siede incantevole su un’altura, con un gruppo di abitazioni al centro
e altre che sembrano fare loro ala da ambo le parti. Il monte di Sant’Oreste è visibile
di sbieco, e perde qualcosa della sua maestosità, ma campeggia sempre in mezzo alla
pianura come un sultano. La Girandola si vede da Roma. Di sera l’aria è
piacevolmente fresca. La città è separata da ogni lato dal crepaccio, fino alla fortezza
che ha davanti a sé un tratto di pianura, e solo in lontananza un fossato; si tratta
probabilmente, o senza dubbio, del motivo per cui è stata eretta in quel punto. Le sue
fondamenta sono costituite da pezzi di roccia lavica e da scorie. L’acquedotto è lungo
solo quattro miglia, essendo quello dell’antica, distrutta città di Falerium.
Sul Soratte hanno sede tre conventi, o per meglio dire romitori, visto che ospitano
solo qualche persona. Non c’è invece alcun castello, a differenza di quanto ha scritto
Volkmann da qualche parte.
La città conta complessivamente cinquemila anime. Il Governatore viene mandato
dalla Camera, e sceglie se rimanere. L’allevamento del bestiame è piuttosto florido.
Il vino giunge dalla Sabina, l’olio non è dei migliori e la frutta è scarsa, mentre
assoluta risulta la mancanza dei limoni. Sono i farmacisti a fare il caffè.
Il Duomo è una chiesa graziosa dalla bella conformazione, ma un po’ troppo
decorata, e le corone hanno un numero eccessivo di rose in pietra. A parte questo, è
stata progettata in maniera del tutto sobria, con un chiostro piccolo e stretto. Nella
parte anteriore, la galleria a colonne ioniche le conferisce un bell’aspetto. Il
pavimento è formato da un mosaico di porfido, marmo e verde antico. L’altare
maggiore si trova in alto, rialzato di dodici gradini. La cupola è in completa armonia
con il resto, se si eccettuano le decorazioni a ghirigori che ricalcano però in misura
eccessiva lo stile francese.
I dipinti sono copie – ce n’è uno, ad esempio, che riprende una tela di Girolamo
Domenichino –, oppure opere di scuola.
Un’altra chiesa concepita in maniera originale che, secondo i buoni propositi del suo
ideatore, non presenta imitazioni, è S. Cremente. Il timpano del tetto poggia al centro
su due colonne e due pilastri, e nella parte anteriore si trovano due altari con quadri
di ottimi artisti romani. È eccellente, per il vivido realismo delle forme e dei colori, la
grande pala d’altare con la Madonna, tre santi e una suora. La Madre di Dio appare
assai leggiadra e affettuosa. Ha sotto di sé due papi. Mi pare che l’opera sia di un
allievo di Raffaello. Ma la Madonna è nel complesso il personaggio meglio
rappresentato: l’espressione degli altri, indipendentemente dal fatto che siano dipinti
in maniera di gran lunga peggiore, rasenta quasi l’insulsaggine.
L’altro dipinto ha per soggetto una Sacra Famiglia insieme a Domineddio e allo
Spirito Santo. Anche in questo caso, c’è una grande naturalezza nelle forme. Fa
sempre piacere trovare qualcosa di simile, visto che si tratta di una qualità rara pure
nei grandi maestri.
S. Giovanni
La grande pala d’altare, presumibilmente del Cavalier d’Arpino, è per molti versi
bella, e ha per tema la decollazione del Battista. Il boia, i soldati e le guardie hanno
un’espressione coraggiosa. Ma la fanciulla, che si trova in una posizione incantevole,
ha la testa rappresentata solo di profilo e in ombra: il che fa un brutto effetto.
L’elemento principale, assieme al boia, è la testa tagliata del Battista. A destra una
Madonna con santi, che portano sopra un panchetto Gesù bambino, ritratto su uno
sfondo dorato, presenta parecchi pregi. In particolare, nella Madonna c’è un qualcosa
di sublime, e un carattere di grande letizia.
La chiesa ha la forma di un quadrilatero allungato, con il tetto simile a un fienile.
In estate la caligine del sole impedisce quasi sempre di osservare la zona, e il cielo
terso è una rarità. Ciò offre al pittore la possibilità di raggiungere risultati gradevoli
lavorando sulla luce: per il filosofo, però, che cerca soltanto la nitidezza, costituisce
un vero fastidio.
È possibile che, nel corso di un infinito numero di anni, la breccia del monte di Civita
Castellana sia stata provocata, almeno in parte, dal fiumicello che la attraversa.
Le case sono per lo più molto vecchie, e il peperino, in genere, conferisce loro un
aspetto assai vetusto. È stata aggiunta la torre a una casetta, e le è stata rinnovata la
facciata. Accanto c’era anche un’altra opera di fortificazione, al momento demolita
per metà e che fa da muro a un giardinetto. Il verde, il pero alto e sottile, il pergolato
e gli ulivi formano in tal modo un insieme suggestivo. E lo scrosciare del fiumicello
nel crepaccio è estremamente piacevole.
Da queste parti, a mezzogiorno, si sente un’ininterrotta melodia: quella delle cicale.
Dietro una casa, non lontano dal ponte alto, c’è un giardinetto con un grande olmo,
tutto circondato da melograni dai bei fiori rossi.
Sdraiandoci un momento nell’erba, saremo attorniati ben presto da ogni sorta di
strani insetti, specie singolari di coleotteri, zanzare, ragni e vermi.
L’acqua viene portata in città da un particolare arco che passa sopra la fessura delle
rocce, assai bassa in quel punto.
I cappuccini, per l’edificazione del proprio convento all’esterno della città, hanno
scelto uno dei luoghi più deliziosi. La loro chiesa campeggia su un ampio,
meraviglioso boschetto, simile alla dimora di un principe.
Una volta raccolto, il loro grano viene buttato in mezzo a qualche strada e fatto
calpestare da una mezza dozzina di cavalli. Quindi, viene pulito mediante un grande
setaccio, appeso nel mezzo a una corda.
La valle davanti a Civita Castellana è davvero fantastica. Serpeggia incontaminata,
con una conca prativa e ogni sorta di cespugli e querce, tra le selvagge rocce
spezzate, e si allarga in lontananza col suo limpido corso d’acqua che si getta
dolcemente sotto il ponte di una diga. Le colline di fronte sono coperte tutte da
piccole foreste. Qua e là, anche la Cremera è circondata da boschetti, per lo più di
pioppi: estremamente alti, sottili e dal fogliame rigoglioso. Il loro verde vivido,
fresco e luminoso, la leggera, tenera, delicata vivacità inducono nell’animo solo
sentimenti soavi. Gli occhi sono appagati dalla bellezza, e se ne nutrono con gioia.
Il ponte porta questa iscrizione:
Jnnocentis XI. Po. M. An. Pont. II.
Viator siste grassum
Renovatam in hoc marmore de Vejentanis Conflictis lege memoriam
restaurantibus Mmis DD. abbate de Mitis, Gubernat. Josepho Sacco et Johanne
Fantibasso Cos.
Vrbanus VIII. P. M.
Ad Cremeram Vej nostri Fabios olim trucidavere Vejentes pontem hunc qua
vetustas exaederat instauravit Anno Pont. XII. cet.

La vista più sorprendente di Civita Castellana si ha arrivando da Roma per un bel


viale. Si innalza, perpendicolarmente al di sopra del fiume, una rupe gigantesca,
coperta ovunque di cespugli per la larghezza di circa tre o quattrocento passi e
l’altezza di 300 piedi – proprio come un teatro –, e sembra che entrambe le estremità
siano state staccate da un terremoto, poiché di fronte si erigono altre rupi della stessa
altezza. Alcune però sono estese solo circa dieci passi a destra e sinistra, altre venti.
E non raggiungono tuttavia la stessa altezza, visto che di solito si estendono per
parecchio solo sul versante di sinistra, ma sono più basse.
Le colline dalle quali si arriva sono costituite soltanto da selci calcaree, tenute
insieme da terra calcarea. Si vede chiaramente che qui, un tempo, c’era il letto e lo
sbocco di un fiume. D’altra parte, il fuoco e il terremoto devono avervi provocato dei
cambiamenti spaventosi, poiché è stato distrutto l’intero ordine naturale. Sulla riva
del fiume, prima di giungervi venendo da Roma, sono stati piantati parecchi alberi di
noce. Fichi selvatici e viti serpeggiano e si estendono dappertutto formando cespugli
che, insieme ai faggi e al sambuco, danno vita a un verde delizioso.
Il ponte è costituito da tre alte arcate, che hanno l’ampiezza dei due terzi di un
semicerchio. Sono state costruite con la pietra delle rupi, che sembra una lontana
parente del travertino. La Cremera è un fiume minuscolo, largo circa trenta passi e
profondo tre piedi. Qua e là, naturalmente, si allarga e si restringe. Le sue acque sono
limpidissime.
Sono incantevoli tutte e due le valli, ma lo è in particolare quella di destra, nella
quale non c’è il ponte alto. Nulla è più delizioso della vista del limpido ruscello che
scorre veloce, accompagnato da pioppi e faggi, viti selvatiche e noccioli, e con i
monti che si innalzano all’orizzonte. I grilli stridono, le rane borbottano, gli usignoli
cantano gli ultimi amori. Le piante tenere vivono nella piacevole frescura mentre, in
alto, stanno le nude, terribili rocce infuocate. Il terreno riceve le selci di pietra
calcarea, nonché la terra calcarea, probabilmente dal ruscello.
Non ho saputo resistere alla voglia di fare un bagno. È vero che avevo paura dei
briganti, ma alla fine, una volta impacchettato il denaro, l’ho infilato nelle mutande
che ho poi nascosto, dopo essermi spogliato rapidamente, nell’erba alta e soffice
vicino al ruscello. Che delizia! È stato un vero e proprio congiungimento con la
natura più bella e incantevole. Con quale armonia il verde dei monti lontani si
trasforma in un canto d’amore, con quale intensità tutto quanto mi circonda è
rigogliosamente, lietamente, completamente vivo! Il selvatico, magnifico cespuglio
della vite, che fa discendere nell’acqua i tralci sottili! Le grandi foglie delle piante
acquatiche, la veccia, la lavanda e il timo in fiore che spargono tutto attorno il loro
profumo, gli olmi, i pioppi, il cespuglio del noce, le capinere, gli usignoli, l’ardente
splendore serotino sulle rocce. Con quale irruenza il ruscello vi scroscia, per darmi
refrigerio. E con quale dolcezza il bollente ardore mi esce dalle vene, mentre il cielo
sereno e luminoso mi guarda! Con quale felicità sguazzo, immergo la testa, mi tuffo
all'indietro rigirandomi quindi in continuazione – che peccato, non avere accanto una
ninfa soave! Con quale rapidità mi svaniscono attorno nell’ebbrezza della gioia, per
poi rinascere, il cielo e la terra!
È una vera valle incantata. I monti le si estendono alle spalle come un teatro naturale
di immensa grandezza, e sono tutti ricoperti di foreste. I dolci suoni della sera sono
indescrivibili: la quiete e la solitudine assieme allo scrosciare del ruscello, e al canto
degli uccelli. Chi vi arrivasse di colpo, penserebbe di trovarsi in paradiso. Il pittore
ha a disposizione una moltitudine di paesaggi diversi, e l’artista più grande sarebbe
colui in grado di mostrare, dipingendo la parte più bella, la magia del tutto. Qui è
possibile tracciare i profili, di rara bellezza, dei monti. Possiedono tutti un che di
paurosamente bello, una forza selvaggia di grande fascino. Il contrasto con la valle
ridente conferisce loro un aspetto incantevole. Nei deliziosi eremi, presso la
Madonna di piaggie – la pronuncia qui in uso della parola piaghe – , è invece visibile
l’aspetto selvatico. Nella valle si pianta per lo più la canapa, e nel mezzo alberi di
noce. L’ultima montagna in lontananza spicca, con i suoi grandi alberi, in maniera
assolutamente magnifica. Arrivando all’altezza dell’altra porta, il Soratte è di nuovo
lì come un tiranno spaventoso nella sua conformazione del tutto peculiare. In vita
mia, non avevo mai visto una vegetazione selvatica tanto incantevole. Tale porta
prende il nome di anziana; le altre di porta romana, di porta del Castello, di porta
del ponte e delle varie vie di accesso o uscita.
La prova del fuoco, per un oratore che intenda parlare di un qualcosa di
indeterminato, consiste nel suscitare sensazioni forti, e tante idee, attinenti al suo fine
ultimo. L’intelletto matura facilmente, grazie alla vivacità ereditata dagli avi, se gli si
apre la via con dolcezza. Lo stesso va fatto con le fanciulle.
Civita Castellana è incantevole, come si ricava da queste poche pagine sconnesse. È
un miracolo della natura opera del fuoco e del terremoto, e unica nel suo genere. Gli
abitanti vivono di allevamento del bestiame e di colture cerealicole. I giovani hanno
una corporatura vigorosa e perfetta; le donne sono forti ed energiche, senza le
ampollosità delle olandesi. La loro fisionomia non è quella delle divinità romane, ma
rispecchia un carattere dolce e selvaggio. Gli uomini sono buoni e svegli, tutti molto
loquaci.
Il Marchese Androsilli è il più ricco. Ha vinto tanto al gioco, a Roma.
Ci sono sei grandi chiese, qui. Il duomo, S. Giovanni, che è la chiesa dei francescani,
S. Cremente, un convento di suore e pure un’altra. I cappuccini risiedono al di fuori
della città.
I fiumi sono la Cremera, il Treja, sul quale passa il ponte alto, e il terzo è un torrente
che si ingrossa talvolta in modo spaventoso travolgendo ogni cosa, carri e uomini, sul
versante di Firenze, nelle vicinanze di Nepi e Castello.
Il monte di S. Oreste deve probabilmente il suo nome a un pio eremita che ci ha
vissuto nei secoli bui. È un’idea miseranda quella secondo la quale il nome sarebbe
stato cambiato per un errore ortografico.
9 luglio
Dopo una notte insonne, sono partito con un asinello esausto: così minuscolo che,
con la canna, potevo appoggiarmi a terra. La sella era però tanto spaziosa da farmi
somigliare al Marco Aurelio del Campidoglio. All’esterno della città, ho trovato un
gran numero di civette, e uccelli notturni di ogni specie. Magnifici campi di grano,
alberati con grandi querce. Nei pressi di Borchetti inizia la feconda Sabina: una valle
attraversata dal Tevere, circondata da due montagne, che si percorre in tre ore per
lungo e in due per largo. Il Capo della Sabina, Magnana, risiede su un monte con
uno dei profili più incantevoli che abbia mai visto: sembra proprio greco, alberato
com’è, e dai contorni irregolari, mentre le case, la chiesa e la torretta stanno ridenti ai
suoi piedi. Nelle vicinanze di Otricoli il Tevere ha un andamento a ferro di cavallo, e
fa dunque un giro su sé stesso. Poi si incontrano delle montagne, una più deliziosa
dell’altra: una vera galleria di opere d’arte. I loro tratti sono estremamente spirituali,
e presentano un’enorme affinità con quelli di una creatura colta e arguta.
La città di Ocrea si trovava in una bella posizione, in un fertile anfiteatro, mentre il
fiume le scorreva davanti, sul primo colle. Ora, invece, è tutta interrata. Otricoli
guarda le rovine dall’alto, dal cocuzzolo di una montagna rotonda, e ospita all’incirca
1200 anime. È deplorevole, la povertà degli abitanti. Ciononostante, sono focosi,
belli, e hanno lineamenti eroici. Per un paolo sono stato portato fino a Narni, per un
altro fino a Terni, e mi hanno trattato da signore: mi è stata pure messa a disposizione
una seggiola, e per raggiungere le due città abbiamo percorso una distanza di nove
miglia alla volta. Lungo il cammino c’è uno stupendo anfiteatro formato dai monti,
che ci si lascia alle spalle attraversando un unico, altissimo arco. In una calura che fa
bollire il sangue nelle vene. A due miglia da Narni, si realizza l’ideale supremo: una
sintesi di natura allo stato puro e incantevole eremitaggio. Alti monti scoscesi
scendono a picco, da ogni lato, in profondità spaventose, coperti solo da Elci a nord,
e da olivi a mezzogiorno. Abissi così ripidi, posti durante il cammino, nei quali ci si
romperebbero tutte le ossa. La Nera scorre veloce, verde e schiumante, verso
Viterbo, e passa per una valle romanticamente stretta: si può seguirne il corso per un
lungo tratto. Il profilo dei monti è aspro, ma non in misura eccessiva né inconsueta.
Non tanto irregolare quanto le rocce vulcaniche di Civita Castellana. L’eremo della
S. Annunziata si trova in un luogo splendido che consente di abbracciare con lo
sguardo il panorama fin qui descritto, e appare isolato dal resto del genere umano.

Note al testo:

N19

Titolo: “Osservazioni fuggevoli su un viaggio da Roma a Firenze passando per Terni


e Perugia, ovvero: geroglifici per ricordare.
Datazione: 7-17 luglio 1783?

Il fascicolo è compreso nei tre – N19, N26½ e N20 – che descrivono il viaggio di
ritorno da Roma a Düsseldorf. I tre fascicoli, in ottavo, sono riuniti in un volume in
similpelle marrone chiaro con angoli rinforzati in pelle e cartellino con iscrizione
stampata in oro, recante la scritta: „W. Heinses Reise von Rom nach Düsseldorf“ [Il
viaggio da Roma a Düsseldorf di W. Heinse]. Rilegatura intatta, con l’eccezione del
quinterno iniziale. Quinterni a 8 fogli. Matita.

Carta: italiana, margini spiegazzati. Marchio di fabbrica: stella a sei punte (in parte
con C F) con croce (come N26½).

Paginatura: a foglio (paginatura bibliotecaria) in tutti e tre fascicoli riuniti. Pagine


senza numerazione.

Osservazioni: l’usura delle pagine mostra che i fascicoli, un tempo, erano separati.
Dal fatto che il volumetto di cui sopra non presenti pagine usurate, si potrebbe
concludere che il fascicolo sia stato messo insieme già durante la stesura.

Riguardo alla datazione: le due settimane del viaggio da Roma a Firenze, riportate
dalla datazione di Heinse, non sembrano coincidere con i tempi della stesura del
fascicolo. Non solo perché il taccuino utilizzato durante il viaggio, singolarmente
privo di correzioni, induce a considerare i tre celebri fascicoli – relativi al viaggio di
ritorno – delle copie redatte successivamente. Alla fine dell’N19, ai fogli 48 e 49,
troviamo qualche appunto sulla chiesa di S. Salvatore a Spoleto, sul Tempietto del
Clitunno e la Cascata delle Marmore a Terni, insieme ad alcune iscrizioni copiate
dall’autore. Le due pagine possono essere interpretate come sostegni mnemonici, che
hanno origine in fogli scritti o utilizzati prima di arrivare sui luoghi. Le iscrizioni,
che Heinse di solito non inserisce nel testo, ma anche gli appunti su S. Salvatore,
assai più schematici e chiari, potrebbero essere stati la ragione in virtù della quale
quegli appunti sono stati conservati (il che, vista la rilegatura, significa
probabilmente: copiati). La redazione del diario di viaggio in quel fascicolo, che
potrebbe basarsi su appunti collocati alla fine dell’N19 o su passi già noti del viaggio
di andata (N62), può essere stata effettuata a Firenze (un ulteriore elemento che
depone a favore di questa possibilità, oltre al tipo di carta, è che il diario fino a
Firenze sia stato assemblato in un fascicolo a parte), ma addirittura a Düsseldorf. Il
fatto che il testo sia stato redatto successivamente ne spiegherebbe, tra l’altro, le
imprecisioni.

Argomenti trattati: l’N19 fornisce il resoconto del viaggio attraverso il Lazio e


l’Umbria, fino a Cortona, con le seguenti tappe di considerevole importanza: Civita
Castellana, Terni e Cascata delle Marmore, Spoleto, Fonti e Tempietto del Clitunno,
Foligno, S. Maria degli Angeli, Assisi, Perugia e Cortona. Sul viaggio i.e. cfr. la
postfazione.
Commento al testo

Ponte molle: Il Ponte Milvio, che conduceva, già in epoca romana, in direzione della
Via Flaminia e della Via Cassia (oggi, chiamato di nuovo Ponte Milvio).

Peperino.

Castelnuovo: Castelnuovo di Porto. Un tempo possedimento della famiglia Colonna,


che ne fece una fortezza.

Ruderi …Flaminia: Segnalati da Volkmann (che però li ha situati, con maggior


imprecisione, nei pressi di Rignano) ma con un tono diverso: “Nelle vicinanze di
Rignano ecco mostrarsi i ruderi dell’antica Via Flaminia: si tratta di grosse pietre che
sono però molto lisce, e dunque disagevoli per i cavalli”. La Via Flaminia era la
principale arteria di collegamento tra la capitale e l’Umbria, e l’Adriatico. Continuò a
essere utilizzata, con integrazioni e locali deviazioni, per tutto il Medioevo e l’età
moderna.
Volkmann B Vol. III, p. 402.

Fiera di Senigallia: Città situata sulla costa adriatica (allora appartenente allo Stato
della Chiesa). La fiera di Senigallia (documentata a partire dal XV° secolo, ma le cui
origini datano probabilmente al XIII°), fu, durante il suo periodo aureo, tra il XVII °
e il XVIII° secolo, una delle maggiori fiere d’Europa. L’incontro di venditori e
compratori provenienti dal Levante, dall’Italia e dall’Europa centrale avveniva in un
spazio di quattrocento metri, lungo il canale. In qualche occasione, la città arrivò ad
accogliere fino a 50.000 forestieri. La fiera ‘della Maddalena’ acquistò notorietà
anche grazie alla commedia in musica di Carlo Goldoni La fiera di Sinigaglia (1760).

Rignano: Oggi Rignano Flaminio, paese cresciuto attorno a un nucleo medievale.


Ancora nel XIX ° secolo c’era una stazione di posta, come ci informa Ferdinand
Gregorovius, che, riguardo al villaggio, si limita a dire: “È piccolo e insignificante,
ma, come tanti paesetti romani, è un ducato. Ora, il figlio maggiore della famiglia
Massimo porta il titolo di Duca di Rignano”.
Ferdinand Gregorovius, Streifzug durch die Sabina und Umbrien. In: Wanderjahre in Italien. Vol. 4,
Von Ravenna bis Mentana. Brockhaus Leipzig 1883, p. 57.

S. Oreste o Soratte: Monte in pietra calcarea che svetta sulla piana sottostante ed è
visibile a grande distanza. Risulta impossibile stabilire se Heinse abbia visitato la
chiesa di S. Silvestro o il paese di Sant’Oreste. Cfr. il presente Commento a N19.

Civita Castellana: Fondata dagli etruschi col nome di ‘Falerii veteres’, la città fu
conquistata una prima volta dai romani nel 395 a.C., e venne definitivamente
distrutta dagli stessi nel 241. Gli abitanti fondarono quindi, in pianura, ‘Falerii novi’.
Tra l’VIII° e il IX° secolo la montagna su cui sorgeva ‘Falerii veteres’, giacché
garantiva una miglior protezione, si popolò di nuovo. La rinata Civita Castellana, al
principio del XII° secolo, fu annessa ai territori papali. Nel XV°, e all’inizio del
XVI° secolo, la città appartenne ai Borgia, che intrapresero la costruzione della
‘Rocca’. Quella del Ponte Clementino, al principio del XVIII° secolo, diede origine a
un nuovo, intenso periodo di crescita economica (v. oltre il presente Commento). Dal
XVI° secolo e fino al completamento degli scavi che portarono alla luce Veio, Civita
Castellana venne identificata da molti nella ‘Veio antica’: ciò ha portato alcuni, tra i
quali Heinse, a confondere la denominazione dei luoghi. Volkmann, che descrive
correttamente la situazione geografica (pur parlando del ponte sulla Cremera), mette
però in dubbio la fondatezza di quella identificazione. Il suo resoconto relativo alla
città si limita a indicazioni topografiche (fatte in parte proprie da Heinse e da altri
viaggiatori), mentre menziona, tra le cose da vedere, solo la Fortezza, il Ponte
Clementino e il Ponte sul Treia. Osserva, d’altro canto, al principio: “Nelle rupi, sulle
quali sorge la città, sono state scavate delle grotte che vengono abitate dai poveri”. Se
Goethe – la notte precedente il suo arrivo a Roma –, ne loda esclusivamente l’altura
della cittadella e il panorama, Karl Philipp Moritz le riserva pur sempre alcune
locuzioni sprezzanti: “Civita Castellana, in sé e per sé, ha un aspetto triste. Le
abitazioni sembrano fatte di sassi ammucchiati, in certo qual modo, alla rinfusa, e
sembrano nate più dal caso che dall’abilità degli artigiani. Sembra che sulle rupi
siano state scavate delle grotte, ora abitate dai poveri”. Come risulta tra l’altro
evidente da queste locuzioni, Moritz deve molte delle sue informazioni a Volkmann.
Lo stesso vale per Heinse, anche se la descrizione della città e delle sue ‘bellezze’
non dovrebbe essere stata influenzata dal testo che gli ha fatto da guida. Colpisce, in
proposito, la grande importanza che vi riveste il paesaggio: Heinse inizia a Civita
Castellana il viaggio attraverso il paesaggio dell’Umbria, della Toscana e dell’Italia
settentrionale, al quale, unitamente alle opere d’arte descritte, viene attribuito un
proprio, grande rilievo. Diversamente dai resoconti di viaggio anteriori e
contemporanei, è presente il lui quell’avvicinamento alla ‘Terra Promessa’ che sarà
dei romantici, e che riconosce alla luce e al paesaggio pari valore rispetto alle opere
d’arte (la ‘vita del popolo’, invece, non è molto considerata, da Heinse). Riguardo a
Civita Castellana, ciò significa che egli introduce quell’interesse per il paesaggio
della città che, nel XIX° secolo, avrebbe spinto tanti viaggiatori – e artisti (Corot!) a
raggiungerla.
Giacomo Pulcini, Civita Castellana. Città trimillenaria. Come ci hanno vissuto gli altri. “Ager
Faliscus”, Quaderno n° 7, 1994; Domenico Mazzocchi, Veio difeso. Discorso […] oue si mostra
l’antico Veio essere hoggi Ciuita Castellana. Lodouico Grigani, Roma 1646; Volkmann B Vol. III,
pp. 402-404; Goethe MA Vol. 15, p. 142; Moritz, Werke, Vol. 2, p. 178.

Il ponte alto: Il Ponte Clementino, edificato nel 1709 sopra la gola del Rio Maggiore,
rese comodamente accessibile l’ingresso in città dalla Via Flaminia – il cui percorso
era stato modificato negli ultimi decenni del XVII° secolo. Civita Castellana diventò
così una tappa sulla strada per Roma per i viaggiatori (tra i quali Goethe) che vi si
recavano. Il ponte poggiava su quattro archi nell’ordine inferiore, e su sei in quello
superiore: il suggestivo scenario della gola e del ponte costituì, nel XIX° secolo, un
modello per i paesaggisti (tra i quali Corot, che soggiornò a più riprese a Civita
Castellana). In seguito a un’inondazione che ne distrusse una parte, il ponte venne
ristrutturato per la prima volta nel 1862: vi furono poi apportati ulteriori cambiamenti
a causa delle necessità imposte dal traffico crescente.

La Fortezza: Edificata da Papa Alessandro VI Borgia per Cesare Borgia nella veste
di palazzo fortificato, fu progettata da Antonio da Sangallo il vecchio. Il cui figlio,
nel 1504, sotto Giulio II, vi procedette a massicci lavori di rinforzo, ad esempio
attraverso la costruzione del “maschio ottogonale” (il ‘bastione circolare’): la
fortezza tornò dunque a perdere importanza sotto il profilo militare, per diventare in
misura sempre maggiore un carcere per prigionieri politici. Le celle descritte da
Heinse, a differenza dei carceri sotterranei, si diramavano (e si diramano) dal grande
cortile del palazzo Borgia (che egli ha chiamato ‘corridoio con colonne’) e sono
relativamente grandi. Il numero dei detenuti viene riportato anche da Bernoulli: nel
1775 erano undici o dodici. Fino al XX° secolo il cosiddetto Forte Sangallo è rimasto
un penitenziario: oggi, ospita il Museo Archeologico dell’Agro Falisco.

Monti Sabini: A ovest di Civita Castellana, sull’altra sponda del Tevere, il cuore
dell’antica Sabina.

Cimino: Dà il nome all’omonima catena montuosa – della quale fa parte – sulle cui
propaggini si trova anche Caprarola.

Caprarola: Il celebre Palazzo Farnese di Caprarola. Una volta che questa, nel 1521,
divenne un possedimento dei Farnese, avrebbe dovuto sorgervi una fortezza
progettata da Sangallo il vecchio. Il cardinale Alessandro Farnese, nel 1558, sulle
fondamenta già ultimate, incaricò invece il Vignola di costruirvi una residenza estiva.
Heinse è stato tratto in inganno dall’aver osservato la scena da lontano: a Caprarola –
il palazzo ha in realtà una pianta pentagonale con cortile interno circolare –, c’è una
costruzione a tre ali ispirata al modello francese.

Sant’Oreste: Il suggestivo panorama del Soratte, osservato dalla fortezza, è stato


celebrato anche da altri viaggiatori, tra i quali Goethe. Heinse ha, tra l’altro, preso la
descrizione del panorama da Volkmann, che l’aveva a sua volta trovata in Lalande!
Goethe MA Vol. 15, p. 145; Volkmann B Vol. III, p. 404sg.; Lalande Vol. VII, p. 273.

Girandola: La banderuola della fortezza di Civita Castellana.

Falerium: La città romana di ‘Falerii Novi’, le cui rovine sono visibili a tutt’oggi
(cfr. il presente Commento alla voce ‘Civita Castellana’).

La città …crepaccio: L’altura, separata dalla regione circostante da pendii scoscesi e


valli profondamente scavate, fornì già all’insediamento etrusco una robusta
protezione naturale. Cfr., tra l’altro, il presente Commento alla voce ‘Fiumi’.
Soratte …Volkmann: I due autori hanno fatto confusione tra Monte Soratte e il paese
di Sant’Oreste, che si trova su un cocuzzolo poco al di sotto della vetta. A
Sant’Oreste c’è effettivamente il Palazzo Canali (1589). Sul Soratte, sul quale già
nell’antichità erano stati edificati dei santuari, si insediarono, fin dall’epoca
paleocristiana, alcuni eremiti. Il più celebre fu Silvestro, che fu convocato
dall’imperatore Costantino perché guarisse il sovrano dalla lebbra (cfr. Dante, Divina
Commedia, Inferno Canto XXVII, v. 94sg.), e il cui pontificato vide poi la
conversione dello stesso Costantino. Si parla di un convento sul Soratte già all’epoca
del papato (590 – 604) di Gregorio il grande. Oltre a S. Silvestro, che probabilmente
fu costruito sui ruderi di un tempio romano (dedicato ad Apollo?), il monte ospita
altre chiesette e romitori: San Sebastiano, Madonna delle Grazie, Sant’Antonio,
Santa Lucia e Santa Romana. Occorre aggiungere che Volkmann, stavolta, non deve
le sue informazioni a Lalande!
Volkmann B Vol. III, p. 404sg.

Duomo …aspetto: Heinse ha visto il Duomo di S. Maria Maggiore – risalente al tardo


XI° e al primo XII° secolo, il cui portico venne ultimato nel 1210 – nella
conformazione barocca che è arrivata fino a oggi. La ristrutturazione, curata
dall’architetto Gaetano Fabrizi, ebbe luogo dal 1736 al 1740. Del vecchio duomo,
sopravvisse solo il portico – menzionato da Heinse – i cui capitelli ionici non sono
del resto degli elementi provenienti da altre chiese, ma furono scolpiti all’epoca della
costruzione della cattedrale.
Silvia Boscolo, Luce Creti, Consuela Mastelloni, La cattedrale di Civita Castellana. Architettura Soc.
Coop. R.L., s.a. [1993].

Chiostro piccolo e stretto: Nell’accezione di Heinse, l’ (angusto) transetto. Heinse


mutua l’uso del termine ‘chiostro’ – per indicare il transetto e la crociera – da
Volkmann, che traduce in tal modo l’espressione francese ‘croisée’ di Lalande.

Pavimento: Opera cosmatesca risalente all’epoca in cui il Duomo venne costruito. Il


materiale utilizzato fu marmo di Carrara con varie sfumature, giallo antico e porfido
verde. A differenza di Volkmann, Bernoulli richiama la nostra attenzione sul Duomo,
mettendone in rilievo il “pavimento a mosaico”.
Silvia Boscolo, Luce Creti, Consuela Mastelloni, La cattedrale di Civita Castellana. Architettura Soc.
Coop. R.L., s.a. [1993], p. 92; Bernoulli Vol. II, p. 338

Dipinti …Girolamo: Annotazione incomprensibile, poiché non esiste alcun pittore


con questo nome. È dunque possibile ipotizzare che Heinse, come gli accadeva di
frequente, abbia frainteso ciò che gli era stato detto. Non è chiaro nemmeno a quale
dipinto intendesse riferirsi.

S. Cremente: È relativamente sicuro che Heinse abbia frainteso, o trascritto in


maniera errata, l’espressione S. Clemente. La chiesa venne chiusa nel 1902 e
trasformata in un’abitazione, che presenta tuttora i due archi della facciata originaria.
All’interno del complesso abitativo, l’abside è rimasta tale e quale. Gli arredi sono
andati dispersi quasi del tutto: la sola opera documentabile è un S. Gregorio Magno
davanti al crocifisso che venne trasferita in Duomo.
Regione Lazio. Dipartimento Promozione della Cultura, Spettacolo, Turismo e Sport / Centro
Regionale per la Documentazione dei Beni Culturali e Ambientali, La Media Valle del Tevere / Riva
destra / Repertorio dei dipinti del Quattrocento e Cinquecento. “Argos”, Roma, 1999, Nr. 27, p. 55
(con ill.)

S. Giovanni: La chiesa di S. Giovanni Decollato apparteneva alla confraternita


omonima, che a Civita Castellana gestiva un ospedale. Fu ristrutturata tra il 1864 e il
1867: in tale conformazione, è oggi la chiesa parrocchiale della comunità di S.
Benedetto (così chiamata). In occasione della ristrutturazione, furono evidentemente
rimossi anche gli arredi: eccettuata la pala dell’altare maggiore, non sono più
rintracciabili.
Augusto Ciarrocchi, Infermi e pellegrini: gli ospedali di Civita Castellana nella gestione della
Confraternita di San Giovanni Decollato dal XVII al XIX secolo. In: “Civita Castellana / Studi I”.
Edizioni Biblioteca Comunale, Civita Castellana, 1995 (Ninfeo rosso: Collana di studi e ricerche della
Biblioteca Comunale; 2), p. 15sg.

Pala d’altare …Arpino: Stando ai documenti della Soprintendenza dei Beni Culturali
del Lazio, si può arrivare a concludere che la pala d’altare di S. Giovanni Decollato
sia identica alla Decollazione del Battista che si trova oggi nella sacrestia di S. Maria
delle Grazie. Anche la descrizione di Heinse sembra concordare col dipinto, se
consideriamo ‘i soldati e le guardie’ una denominazione sommaria per i due
personaggi posti sulla destra. La pala d’altare (olio su tela, 70×50cm) è opera di un
ignoto del tardo XVI° secolo.
Regione Lazio. Dipartimento Promozione della Cultura, Spettacolo, Turismo e Sport / Centro
Regionale per la Documentazione dei Beni Culturali e Ambientali, La Media Valle del Tevere / Riva
destra / Repertorio dei dipinti del Quattrocento e Cinquecento. “Argos”, Roma, Nr. 25, p. 54 (con ill.)

Cappucini …Convento: Costruito quasi alla fine del XVI° secolo su una collina
situata a nord del futuro Ponte Clementino e della gola del Rio Maggiore, in una zona
nella quale oggi si è estesa la città nuova. Il convento fu chiuso nel XIX° secolo, e la
chiesa consacrata di S. Lorenzo Martire è stata adibita a deposito cimiteriale (mentre
il titolo è passato a una chiesa parrocchiale adiacente).
Rinaldo Cordovani, I cappuccini a Civita Castellana (Viterbo). In: “Italia Francescana”. Bimestrale.
Anno 66, 1991 (Nr. 5-6), pp. 376-396.

Ponte: Il ponte sul Treia, sul quale la Via Flaminia oltrepassava tale corso d’acqua
(un fiume che viene spesso confuso con la antica Cremera: cfr. il presente
Commento alla voce ‘Civita Castellana’ e ‘Cremera’), fu aperto nel 1635 e demolito
in seguito. Come è possibile apprendere da Volkmann, che tra l’altro descrive
correttamente la situazione geografica e mette in dubbio l’identificazione tra Civita
Castellana e Veio (cfr. il presente Commento, alla voce ‘Civita Castellana’), sembra
che siano stati proprio gli abitanti della città a mostrargli il ponte: “Gli abitanti sono
molto orgogliosi dei loro impavidi progenitori, e indicano il luogo, situato nei pressi
del ponte sulla Cremera, ai piedi della città, in cui i veienti uccisero trecento fabi”. Il
passo, formulato quasi con le stesse parole, è presente anche nell’opera di Moritz!
Giacomo Pulcini, Civita Castellana. Città trimillenaria. Come ci hanno visto gli altri. “Ager
Faliscus”. Quaderno N. 7, 1994, p. 132 (ill.); Volkmann B Vol. III, p. 403; Moritz, Werke, Vol. 2, p.
177.

Innocentis …cet: La lastra con l’antica iscrizione del ‘Ponte sul Treia’ è stata
conservata (leggibile solo in parte) sotto il portico del Duomo di Civita Castellana.
Heinse aveva evidentemente già incontrato delle difficoltà di lettura: di conseguenza,
riporta “Ad Cremeram Vei” (espressione priva di senso) invece di “AD CREMEAM
VBI”; il ‘cet’ dell’ultima riga (‘e così via’), sta a significare che egli ha omesso gli
ultimi tre nomi dell’iscrizione, che naturalmente non conosceva. Nemmeno
Cardinali, che la pubblicò, era più in grado di decifrare del tutto il testo. Egli legge
dunque: “ABBATE D. D. / ………….. GVBERNAT” e di “EXAEDERAT” riesce a
decifrare solo “EX”. Oggi risultano incomprensibili gli ultimi numeri: quelli omessi
da Heinse. La versione latina che segue è stata ricostruita grazie alle interpretazioni
di Heinse, di Cardinali e a qualche verifica successiva.
INNOCENTIO XI PO[NTIFICIS] M[AXIMI] AN[NO] PONT[IFICATUS] II
VIATOR SISTE GRESSUM
RENOVATAM IN HOC MARMORE DE VEJEN
TANIS CONFLICTIS LEGE MEMORIAM
RESTAVRANTIBUS ILL. M[AXI]MIS DD. [DOMINIS] ABBATE DE
MITIS GVBERNAT[ORE]
IOSEPHO SACCO ET IOANNE FANTIBASSO CO[N]S[ULE]
VRBANUS VIII P[ONTIFEX] M[AXIMUS]
AD CREMERAM VBI NOSTRI FABI[OS] OLIM TRV
CIDAVERE VEJENTES PONTEM HV[N]C QUA
VETVS[T]AS EXÆDERAT INSTAURAVIT ANNO PONT[IFICATUS]
XII.
ANTONIVS BVRANUVS GVBERNATOR
LAVRENTIVS PETRONIVS
IOSEPHVS DE RODVLPHIS MARIVS MORICONIVS CO[N]S[ULES]”.
‘Nell’anno secondo del pontificato di Papa Innocenzo XI°, [che fu papa dal 1676],
fermati, o viandante! Leggi in questo marmo il rinnovato ricordo delle battaglie di
Veio, fatto rivivere da quei nobili signori: il Governatore Abbate de Mitis e i consoli
Giuseppe Sacco e Giovanni Fantibasso. Papa Urbano VIII° ha voluto alla Cremera,
dove un tempo i nostri concittadini di Veio hanno massacrato i fabi, il restauro di
questo ponte, nei punti in cui era stato logorato dagli anni. Antonio Burano,
Governatore; Lorenzo Petronio, Giuseppe de Rodolfo, Mario Moriconio, consoli’.
Riguardo agli eventi (erroneamente) localizzati dall’iscrizione, alla quale fa
riferimento anche Volkmann, (fu nel 479 a.C., nei pressi della Cremera, che 306
membri della gens Fabia vennero battuti e trucidati dai veienti), cfr. Liv. 2.49.
Antonio Cardinali, Cenni storici della Chiesa Cattedrale di Civita Castellana. Tipografia Agostiniana,
Roma, 1935, p. 119.
Cremera: Si tratta di un ruscello che nasce a est del Lago di Bracciano nei pressi di
Baccano, scorre vicino a Veio e sfocia nel Tevere non lontano da Prima Porta, a nord
di Roma. Oggi il ruscello, a sud di Veio, viene chiamato “Fossa di Valca”, ma porta
anche altri nomi. Heinse non intende però riferirsi a questo fiumicello ma, giacché
scambia Civita Castellana con Veio, al Treia (cfr. il presente Commento alla voce
‘Civita Castellana’).

Tutte e due le valli: La valle del Rio Maggiore, dalla cui ‘ansa’, posta alla periferia
occidentale di Civita Castellana, si apre, vicino alla cappella rupestre di S. Cesareo
(XIII° secolo), una veduta sulla valle antistante la città col Ponte Clementino (il
“ponte alto”) e una fenditura, che si snoda verso nord, nella quale si trova un altro
ponte molto antico, il ‘ponte a schiena d’asino’. Il paesaggio, estremamente
romantico, è stato spesso disegnato e dipinto nel corso del XIX° secolo: alcuni
disegni di Corot, fatti a Civita Castellana, hanno avuto appunto origine in questi
luoghi.

Madonna di Piagge: La chiesetta della Madonna delle Piagge, risalente


probabilmente al XVI° o al XVII° secolo, situata sul versante meridionale della città,
esiste tuttora. Heinse, parlando di ‘eremi’, intende fare riferimento al panorama
idilliaco, visibile ancora oggi attorno alla chiesa e nell’ampia valle che dolcemente vi
inizia.

La Porta Anziana …Vie di accesso o uscita: La Porta Lanziana (è stato forse Heinse
a riportare l’espressione in maniera errata) che si trovava nella zona sud della città, è
ormai scomparsa, al pari di quella di settentrione (Porta del Ponte) e di occidente
(Porta del Castello). Esiste invece tuttora la Porta Borgiana che, costruita nel 1494 in
onore di Papa Alessandro VI° (Borgia), portava alla Via Flaminia, la strada per
Roma.

Androsilli: Un membro della famiglia Andosilla (non Androsilli). Riguardo al


marchese, non è stato possibile sapere nulla. Nel 1831 morì, a Civita Castellana, la
marchesa Orsola Andosilla, forse la vedova oppure una figlia nubile del marchese
menzionato da Heinse. La donna lasciò il suo intero, evidentemente non trascurabile
patrimonio, alla Confraternita di S. Giovanni Decollato, affinché fosse costruito un
nuovo ospedale.
Augusto Ciarrocchi, Infermi e pellegrini: gli ospedali di Civita Castellana nella gestione della
Confraternita di San Giovanni Decollato dal XVII al XIX secolo. In: “Civita Castellana / Studi I”.
Edizioni Biblioteca Comunale, Civita Castellana, 1995. (Ninfeo rosso: Collana di studi e ricerche
della Biblioteca Comunale; 2), pp. 47-51.

Convento dei francescani: Chiuso. Del convento esiste tuttora il chiostro nonché,
nell’odierna Piazza Matteotti, la chiesa di S. Francesco, risalente al XIII° secolo e
che venne ristrutturata nel XVIII°.

S. Cremente: Cfr. il presente Commento alla voce omonima.


Convento di suore: Si tratta del convento delle clarisse. Venne lasciato dalle suore
nel 1897 e vi fu allestito l’ospedale cittadino. La chiesa, oggi, si chiama S. Maria
delle Grazie. Le religiose si trasferirono vicino alla chiesa di S. Maria dell’Arco,
dove fondarono un altro convento, tuttora esistente.

Un’altra: È probabilmente la chiesa di S. Maria dell’Arco, risalente all’VIII° o al IX°


secolo, (allora chiesa parrocchiale, oggi del Carmine e del convento delle clarisse) o
di S. Giorgio – oggi all’interno del complesso nell’Istituto d’Arte – della quale è
osservabile il campanile.

Fiumi: Le indicazioni geografiche riportate da Heinse sono inesatte. Il Treia


costeggia la città a oriente e, come abbiamo già ricordato, viene chiamato
erroneamente Cremera. Nella parte settentrionale della città scorre il Rio Maggiore,
sopra la cui gola passa il Ponte Clementino. Davanti al ponte il Rio Purgatorio sfocia
nel Rio Maggiore, presumibilmente il ‘torrente’ del quale parla Heinse. A sud della
città c’è la dolce valle del Rio Filetto, sul cui versante è situata la Madonna delle
Piagge.

Nepi e Castello: Nepi, una cittadina medievale fondata dagli etruschi, e Castel
Sant’Elia, che le sta a due chilometri e mezzo, si trovano tutte e due a sud-ovest di
Civita Castellana.

Idea miseranda: In disaccordo con Volkmann, il quale spiega in una nota l’origine
del nome S. Oreste ipotizzando che il nome latino ‘Soracte’ sarebbe forse stato
scritto, un tempo, ‘S. Oracte’: “Da ciò, in epoche ingenue, sarebbe nato il culto di un
santo, e alla fine proprio di S. Oreste”.
Volkmann B Vol. III, p. 404 (N.)

Borchetti: Borghetto, un paesino con un appariscente castello in rovina, situato sulla


Flaminia sul tratto che, da Civita Castellana, oltrepassando il ‘Ponte Felice’, si dirige
verso l’Umbria (nei pressi dell’odierna stazione ferroviaria di Civita Castellana-
Magliano).

Magnana: Magliano Sabina, un paese su una collina che domina la valle del Tevere.
Lalande (ma non Volkmann) ci segnala che vi avrebbe risieduto il vicario del
vescovo della regione. Heinse ne annota il soprannome: ‘il Capo della Sabina’,
appunto.

Otricoli: La romana Ocriculum, che è già in Umbria. Volkmann la definisce un


“borgo misero”.
Volkmann B Vol. III, p. 405.

Ocrea: Cfr. Volkmann: “A un miglio da Otricoli, sulla sinistra del Tevere, si vedono
delle rovine, che vengono ritenute quelle dell’antica città sabina di Ocrea od
Otriculum”. In effetti, a circa un chilometro e mezzo sulla la vecchia Via Flaminia,
vicino all’antica chiesa di S. Vittore, ci sono ancora i resti della romana Ocriculum.
Sono osservabili, tra le altre cose, un teatro e le terme.
Volkmann B Vol. III, p. 406.

Eremitaggio: Uso metaforico dell’espressione, riferito certo alle numerose chiese e


cappelle isolate sul territorio, ma palesemente anche ai paesini della zona, formati da
poche case.

Elci: Alberi sempreverdi, assai diffusi in tutto il Mediterraneo.

S. Annunziata: La Chiesa della SS. Annunziata si trova nel paesino di Taizzano,


situato sulla Via Flaminia a qualche chilometro a sud di Narni. La chiesa venne
costruita, nel XIV° o nel XV° secolo, come edificio con una grande sala. In seguito,
nel 1500, vi fu aggiunta una seconda navata. Fanno parte degli arredi, tra l’altro, un
affresco della prima metà del XVI° secolo attribuito a Bartolomeo Torresani (intorno
1500-1567) nonché opere di Michelangelo Braidi (Narni o Venezia 1569-Narni
1599: uno dei dipinti raffigura il contratto firmato dall’artista!). Da una terrazza posta
un po’ più in basso rispetto alla chiesa si gode una vista mozzafiato nella valle della
(verde) Nera e fino alla ‘Rocca’ di Narni.

Nota sull’autore:

Johann Jacob Wilhelm Heinse (Langewiesen 16.2.1746 – Aschaffenburg 22.6.1803),


studiò diritto a Jena ed Erfurt. Fu traduttore di Petronio, Ariosto e Tasso, del quale
scrisse anche una vita (1774) che costituì la fonte per il testo teatrale di Goethe. Entrò
in relazione con quest’ultimo, Lessing e Lavater.
Nel 1780 poté partire per l’Italia. Vi rimase, soprattutto a Roma, fino al 1783.
Un’esperienza che ispirò non solo i Tagebücher, ma fece sentire il proprio influsso
anche sulle opere successive.
In Ardinghello und die glücklichen Inseln (1787), primo romanzo dell’artista
nell’ambito della letteratura tedesca, egli narra le imprese ed espone le opinioni del
personaggio omonimo, che giunge a fondare uno Stato ideale in cui sia possibile
vivere una condizione da “isole felici”. Attraverso un ricchissimo linguaggio
figurato, Heinse descrive un mondo di belle forme e colori nel quale ogni cosa, nella
natura e nell’arte, si offre a un continuo godimento. Ed è questo un aspetto ben
presente anche in Hildegard von Hohenthal, romanzo del 1795 ambientato in gran
parte in Italia, che dedica peraltro grande spazio alle analisi musicali.
Vanno ricordati infine i suoi scritti di storia dell’arte, Die Briefe über die
hervorragendesten Bilder der Düsseldorfer Galerie, pubblicati sul «Teutscher
Merkur» negli anni 1776/77. Essi raccolgono intuizioni e osservazioni sui quadri del
Rinascimento italiano esposti nella galleria di Düsseldorf che troveranno poi una
formulazione compiuta nelle due opere narrative.

(Traduzione e Nota sull’autore a cura di Enrico Paventi)