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LA «CARITAS IN VERITATE»,

MAGNA CARTA PER UN NUOVO IMPEGNO DEL LAICATO CATTOLICO

Mario Toso, sdb

Premessa: il significato epocale

La Caritas in veritate (=CIV), 1 enciclica tanto attesa – significativamente


indirizzata non solo ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate ma
anche ai fedeli laici –, apre nuove prospettive sul piano ecclesiale e civile. Può essere
considerata la magna carta dell’evangelizzazione del sociale di questo inizio di Terzo
Millennio e della nuova presenza dei cattolici nella società civile, nelle istituzioni,
nell’economia, nella politica, in una parola, nella famiglia umana, nell’attuale
contesto di globalizzazione.
Il suo impianto teologico ed etico-culturale di ampio respiro la candida ad
essere la Rerum novarum dei nostri tempi.

1. Il tema centrale

La CIV affronta le molteplici problematiche che oggi attanagliano tutti i


popoli: da quelle che denunciano una profonda crisi di senso, con relativa carenza di
prospettive di futuro e di speranza, a quelle legate alla recente crisi finanziaria e alle
perduranti crisi alimentare, energetica ed ambientale.
L’impegno di riflessione dell’enciclica le riconduce entro l’unico alveo dello
sviluppo integrale dell’umanità, facendone il tema centrale. Le grandi questioni
etiche, biologiche, economiche, tecnologiche, ecologiche sono lette come momenti di
un’unica grande questione sociale che, come sottolinea il pontefice, «è divenuta
radicalmente questione antropologica» (CIV n. 75). 2 Secondo la CIV, in ognuna di
esse è in gioco l’identità dell’uomo o, meglio, della persona e delle comunità che
sono costituite da persone. Tali questioni sono, dunque, considerate attinenti allo
sviluppo integrale dell’umanità, uno sviluppo che non può essere soltanto economico

1
Cf BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009. Si vedano anche:
l’edizione LAS (Roma 2009), dal titolo La speranza dei popoli, con lettura e commento da parte di Mario Toso;
l’edizione Cantagalli (2009) con introduzione di S. Ecc. Mons. Giampaolo Crepaldi; l’edizione Libreria Editrice
Vaticana-Ave (Pomezia, Roma 2009) con corredata dal commento di vari Autori (Franco Giulio Brambilla, Luigi
Campiglio, Mario Toso, Francesco Viola, Vera Zamagni); e inoltre: AA.VV., Amore e Verità. Commento e guida alla
lettura dell’Enciclica «Caritas in veritate» di Benedetto XVI, Paoline, Milano 2009. Benedetto XVI ricava l’incipit
della CIV dalla Lettera agli Efesini, capovolgendone la formulazione – san Paolo invitava ad «agire secondo verità
nella carità» di Cristo (cf Ef 4,15) – evitando un’interpretazione platonica ed intellettualistica dell’esistenza, e
assegnando alla carità, al bene, il primato sul vero e sul giusto, nel senso che il vero e il giusto non sono qualcosa di
arbitrario, di producibile dal nulla, di meramente pattuibile a prescindere dall’essere ontologico e morale delle persone:
essi hanno il loro fondamento nella realtà delle cose, nelle relazioni interpersonali di soggetti intrinsecamente etici.
2
La questione sociale che è stata al centro delle varie encicliche secondo diverse prospettive – ossia dal punto di vista
operaio, politico, degli squilibri settoriali, dei rapporti mondiali, dello sviluppo integrale – ora diviene primariamente
antropologica, ossia questione che riguarda direttamente l’uomo, tutti gli uomini, il loro bene universale, in quanto
singoli e in quanto famiglia umana. Nel contesto della globalizzazione il problema centrale è la crescita dell’uomo, il
primo principio morale.

1
o tecnico, bensì è crescita nell’humanum in tutti i suoi aspetti, compresa la
dimensione trascendente.
Detto diversamente, la CIV si interessa di ciò che è il primo principio morale,
letto non solo in termini individuali ma anche comunitari. La globalizzazione, che
nelle prime bozze aveva un rilievo di primo piano, fa da sfondo a tutta l’enciclica e
rende più urgente l’impegno di crescere tutti insieme, non isolatamente, nel
riconoscimento di essere tutti partecipi di una comune ricerca del vero, del bene e di
Dio e di appartenere a un’unica famiglia, composta da fratelli, perché tutti figli di uno
stesso Padre, che convoca ad implementare con la comunione l’unità del genere
umano, superando ogni divisione (cf CIV n. 34).
In ultima analisi, la CIV tratta lo stesso tema della Populorum progressio di
Paolo VI – enciclica che guida il filo dei ragionamenti di Benedetto XVI –, nonché
della Sollicitudo rei socialis e della Centesimus annus di Giovanni Paolo II.

2. La principale novità dell’enciclica e la continuità prospettica col


precedente magistero sociale

Pur trattando un tema già affrontato dal precedente magistero, la novità della
CIV è data dal particolare approccio indicato nel sottotitolo: «Sullo sviluppo umano
integrale nella carità e nella verità». Lo sviluppo umano integrale viene, dunque,
visto ed interpretato non solo secondo gli apporti dei migliori economisti – piace
citare qui l’indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’economia – ma nella
prospettiva della carità nella verità, che costituisce l’incipit dell’enciclica e vuol
essere il punto prospettico da cui guardare e leggere i problemi di rilevanza sociale.
Un tale incipit è scelto come nucleo generatore di un nuovo pensiero e di
quella nuova sintesi umanistica – di quel nuovo Umanesimo (!) – di cui necessitano
le culture per poter meglio affrontare ed orientare lo sviluppo della famiglia umana
verso il bene comune universale.
Fin dall’incipit risulta evidente la continuità prospettica col precedente
magistero. Carità e verità sono, infatti, le parole chiave della Caritas in veritate
(=CIV), che la ricollegano chiaramente alle encicliche di Benedetto XVI, Deus
caritas est 3 e Spe salvi, 4 oltre che all’insegnamento di Giovanni Paolo II, in

3
Cf BENEDETTO XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006. Per un breve commento
dell’enciclica si veda almeno E. DAL COVOLO-M. TOSO (a cura di), Attratti dall’amore. Riflessioni sull’enciclica «Deus
Caritas est» di Benedetto XVI, LAS, Roma 2006.
4
Cf BENEDETTO XVI, Spe salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007. Alcuni rapidi approfondimenti si
possono trovare in G. ZEVINI-M. TOSO, L’Enciclica «Spe salvi» di Benedetto XVI. Introduzione al testo e commento,
LAS, Roma 2008.

2
particolare alla tematica relativa al Vangelo della carità 5 e alle articolazioni morali
della Veritatis splendor. 6
La CIV, in particolare, rappresenta il punto conclusivo di un iter iniziato con la
Deus caritas est (=DCE) e continuato con la Spe salvi. La caritas-agape, che anima
la vita ecclesiale nelle sue molteplici articolazioni (annuncio della Parola, liturgia o
celebrazione dei sacramenti, diaconia), e che nella prima enciclica è declinata
soprattutto con riferimento all’attività caritativa - considerata suo opus proprium,
compito congeniale -, nella CIV è letta ed interpretata soprattutto con riferimento alla
costruzione di un nuovo ordine sociale in contesto di globalizzazione, connettendola
con la luce della verità: la caritas in veritate è la principale forza propulsiva per il
vero sviluppo di ogni persona e di ogni popolo..
Preoccupazione principale della DCE era quella di offrire un adeguato
fondamento teologico all’impegno delle comunità ecclesiali, alla loro vita
sacramentale, apostolica e caritativa, in una prospettiva più ad intra. Nella CIV,
invece, prevale la sollecitudine nell’indicare i fondamenti ecclesiologici e pastorali
dell’azione sociale, intesa in senso ampio, in una prospettiva che appare rivolta più ad
extra. Al centro della nuova enciclica sta soprattutto la vita ecclesiale che si
organizza sul piano della pastorale sociale, come esercizio di un discernimento che
mentre si attua sprigiona energie rinnovatrici e civilizzatrici e dà concretezza storica
alla dimensione pubblica del cristianesimo.

3. Il primo fattore dello sviluppo integrale dell’umanità

Per Benedetto XVI, lo sviluppo integrale dell’umanità non è tanto questione di


risorse economiche, di mezzi tecnici, di istituzioni culturali, di innovazione –
certamente, anche di questo, se non si vuole parlare di uno sviluppo velleitario ed
astratto – ma è soprattutto questione di cambio di mentalità e di vita, di una nuova
criteriologia etica.
È questione che postula come soggetto della storia una nuova umanità, con
mente e cuore nuovi. Ma ciò è possibile se gli uomini sanno rispondere al loro
costitutivo anelito con una comunione permanente con Gesù Cristo il Liberatore,
perché Redentore, Colui che affratella donando il suo Spirito, Spirito di Figlio del
Padre.
Non a caso, Benedetto XVI afferma, in maniera netta ed inequivocabile che
l’«annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo» (CIV n. 8).
Va detto, a questo proposito, che spesso non ci si rende conto della portata
rivoluzionaria di questa affermazione per gli stili di vita consumistici, per le
istituzioni ingiuste, per la vitalità degli ethos delle società civili. Essa determina

5
Cf specialmente GIOVANNI PAOLO II, Redemptor hominis (04.03.1979) (=RH), con commento di B. Häring, Paoline,
Roma 1979; ID., Dives in misericordia (30.11.1980) (=DIM), con commento di G. Ravasi, Paoline, Roma 1981. Il tema
del «Vangelo della carità» è stato prontamente ripreso dalla Chiesa italiana. Cf, ad esempio, CEI, Evangelizzazione e
testimonianza della carità, Paoline, Milano 1990.
6
Cf GIOVANNI PAOLO II, Veritatis splendor, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1993. Il testo latino è
rintracciabile in AAS 85 (1993) 1133-1228. Sulla ricezione teologica di questa importante enciclica di Giovanni Paolo
II si veda P. CARLOTTI, Veritatis splendor. Aspetti della ricezione teologica, LAS, Roma 2001.

3
un’inversione nella scala dei valori dominanti in una società tecnocratica,
materialistica e consumistica. Purtroppo da taluni è ritenuta vacua retorica religiosa.
Alcuni di quelli che ieri accusavano la dottrina sociale della Chiesa (=DSC) di essere
un’ideologia conservatrice e borghese, un assoluto terrestre che spodesta Dio e
occulta le esigenze del Vangelo, oggi stentano a riconoscerne la forza riformatrice.
Affermano che dichiarare che l’annuncio di Gesù è il primo e principale fattore di
sviluppo toglie efficacia pratica alla stessa DSC, facendola cadere nel generico.
In realtà, basterebbe anche solo rendersi conto che, se nella vita delle persone -
in particolare degli imprenditori, degli operatori economici e finanziari, dei
ricercatori, dei politici e degli amministratori -, si assegnasse il primato a Gesù
Cristo, alla vita di comunione con Lui, anziché ad altri beni, ciò già provocherebbe la
caduta dei falsi dèi moderni, quali il denaro, la tecnica e il successo. Se, ad es., la
finanza riconoscesse che il profitto non è l’assoluto, bensì un bene importante ma
relativo, funzionale all’economia reale, al bene comune, non sarebbe già un grande
risultato per la realizzazione dello sviluppo integrale?

4. Perché l’annuncio di Gesù Cristo è il primo e principale fattore di


sviluppo?

Dall’opera di evangelizzazione, dall’esistenza di comunità cristiane vive e


vitali in cui si sperimenta e si educa alla comunione con Gesù Cristo, Agápe e Lógos,
Carità e Verità, può derivare al mondo un nuovo pensiero che implementa
quell’Umanesimo cristiano che, sulle orme di Paolo VI, il pontefice definisce «la
maggior forza a servizio dello sviluppo» (CIV n. 78).
Il cristianesimo, in quanto annuncio e testimonianza dell’Uomo nuovo che è
Gesù, è causa e fonte di un rinascimento intellettuale, morale e culturale di cui
necessitano le società globalizzate, liquido-moderne, per dirla con Zygmunt Bauman,
chiamate dagli eventi odierni verso una maggiore unificazione e condivisione.
In breve, per risolvere i complessi problemi dell’umanità, oltre a istituzioni
valide, a risorse, a mezzi tecnici, a innovazioni, a politiche adeguate, è necessario
rifarsi alla vita e al sacrificio del Signore Gesù. Occorre globalizzare la sua Persona,
il suo amore, il suo pensiero. Occorre globalizzare la fraternità, la cui carenza è la
causa principale del sottosviluppo, causa ancor più esiziale della mancanza di
pensiero (cf CIV n. 19).
Le povertà – sottolinea il pontefice – sono spesso generate dal rifiuto
dell’amore di Dio, ciò che porta a un’originaria e tragica chiusura in se stessi (cf CIV
n. 53). Grazie alla vita e allo Spirito che Gesù dona all’uomo – vita di carità nella
verità, vita che riconosce il primato di Dio, che vince il male col bene, che affratella e
che ha come criterio guida la volontà del Padre – è possibile una nuova visione sul
singolo uomo e sulla famiglia dei popoli, sullo sviluppo, sulla storia. È possibile
anche un pensiero in grado di comporre una sintesi orientativa, di offrire una
sapienza ed un’etica permeate di Trascendenza, di propiziare la civiltà dell’amore
fraterno.

4
In questo modo la CIV mostra la forza incisiva della fede cristiana sul piano
etico-culturale, fa capire quale impatto sociale possa avere lo sguardo teologico sulla
storia e sul destino della famiglia umana.
Senza Dio, non solo si perde il senso compiuto della vita e della vicenda
umana, ma è molto difficile seguire una condotta morale responsabile, attenta alle
esigenze del bene comune. Senza Dio, diventa più arduo considerare l’altro come un
fratello da accogliere e da aiutare a crescere in pienezza. Quando non vi siano uomini
retti – afferma chiaramente Benedetto XVI –, ossia quando non vi siano operatori
economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze quell’amore
per Dio che consente di creare una più corretta gerarchia tra i beni e la perseguano
costantemente, è impossibile raggiungere lo sviluppo integrale (cf CIV n. 71).

5. Protagonisti nella creazione di un nuovo pensiero e con-costruttori di una


nuova etica in contesto di post-modernità

Si è in parte già detto che il binomio della carità e della verità rappresenta il
nuovo principio ermeneutico, valutativo ed operativo che la CIV indica per il
discernimento sociale e la nuova progettualità. È dalla sua declinazione e dalla sintesi
dei saperi che esso rende disponibile che è possibile prefigurare un Umanesimo
cristiano e una morale capace di superare le aporie dell’«etica secolare», elaborata sul
presupposto groziano dell’etsi Deus non daretur.
Domandiamoci subito, senza attardarci su ragionamenti importanti che tuttavia
non hanno una ricaduta immediata sul vissuto: se l’Umanesimo cristiano, che il
pontefice intende proporre anzitutto ai cattolici, è la principale forza a favore dello
sviluppo integrale, in che modo, nelle istituzioni ecclesiali o di ispirazione cristiana,
dovrebbero essere impostate l’evangelizzazione, la catechesi, l’educazione, la ricerca
e lo studio? L’evangelizzazione non dovrebbe essere sempre all’altezza del suo
compito di far vivere un cristianesimo libero da intimismi spirituali, sentimentalismi
ed emotivismi, come anche da orizzontalismi e da pragmatismi? Che cosa si aspetta
in tante comunità cristiane ad attivare una seria e sistematica catechesi degli adulti,
volta alla formazione di credenti dotati di retto spirito critico, fermi nel denunciare il
male, purtroppo a volte presente anche nella Chiesa, ma soprattutto ad essere persone
capaci di dedicarsi, totalmente e prioritariamente alla costruzione della propria
comunità e di un mondo più giusto e pacifico? Ciò richiede di vivere con coraggio e
fortezza l’anticonvenzionalità del Vangelo, il non-conformismo della fede che
contraddice gli «schemi» culturali ed etici contemporanei. Come ha spiegato
chiaramente Benedetto XVI durante l’Omelia tenuta in occasione dei primi vespri
della solennità dei santi Pietro e Paolo del giugno scorso (2009), offrendo in anticipo
un commento all’allora imminente enciclica, la fede è adulta quando, ad esempio, sa
impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento della sua
esistenza, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, soprattutto
nella difesa delle creature umane più inermi; quando sa riconoscere e promuovere il
matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come era nel disegno del
Creatore ristabilito nuovamente da Cristo.
5
Ma possiamo ancora chiederci se si possono considerare adeguate allo scopo di
promuovere un Umanesimo cristiano quelle istituzioni cattoliche – Scuole primarie e
secondarie, Università, Seminari, Fondazioni culturali – nelle quali si teorizzano
insegnamenti o discipline umanistiche libere di basarsi su antropologie di qualsiasi
estrazione, anche non cristiana, in nome di un falso concetto di laicità del sapere?
Non sarebbe necessario, anche in questo campo, ritornare da quell’esilio di neutralità
in cui talvolta si sono confinati non pochi cattolici? E inoltre: le nostre comunità
cristiane investono sufficientemente in formazione di alto profilo oltre che di base, a
fronte anche del fatto che oggi i credenti sono chiamati dagli stessi mezzi di
comunicazione a confrontarsi con questioni complesse che richiedono
un’informazione più approfondita? Tra i molti esempi al riguardo si possono citare
l’eutanasia – si pensi al caso Eluana –, il testamento biologico, la pillola Ru 486, la
recente sentenza del Tar del Lazio sull’insegnamento della religione, la fecondazione
assistita, le unioni di fatto. Rispetto a problemi così cruciali o si sceglie di informare e
formare su basi scientifiche e correttamente dal punto di vista della morale cristiana o
ci si deve rassegnare a che i credenti ragionino seguendo le categorie propagate dai
mass media.
La Chiesa e, in particolare gli Ordini e le Congregazioni religiose sembrano
investire troppo poco in cultura, in formazione qualificata, in ricerca qualitativa, nella
creazione di un nuovo pensiero. Il livello è spesso mediocre, poiché prevale una certa
preoccupazione che le nuove leve in formazione non occupino troppo tempo nella
preparazione culturale.
Dalla CIV, che ribadisce da più punti di vista la finalizzazione dell’economia e
della finanza al progresso sociale e allo sviluppo integrale dell’uomo, viene un
pressante invito ad amministrare beni e strutture in modo da subordinarli ai fini
pastorali ed educativi. La cultura, la formazione, la crescita spirituale, intellettuale,
morale e professionale devono essere messe al primo posto rispetto alla pur
necessaria cura delle cose materiali, strutturali e tecniche. Come ha ben detto
Benedetto XVI, lo sviluppo integrale dell’uomo è primariamente questione di
conversione etico-culturale, di una nuova gerarchia tra i beni che una vita virtuosa
deve ordinare in rapporto al Bene sommo.

6. Una nuova morale, non soggettivistica, teonoma

Veniamo, pertanto, all’impegno profuso dal pontefice nella CIV perché i


cattolici si facciano portatori convinti e credibili di una nuova morale dal fondamento
universale, ossia accessibile a tutti, capace di orientare e di ordinare stabilmente le
condotte dei cittadini alla fraternità, alla condivisione, alla collaborazione solidale,
alla giustizia e al bene comune.
Per rendersi conto della grande impresa culturale di rinnovamento e di
rivoluzione morale e spirituale che il pontefice intende incentivare, è sufficiente
accennare – raccogliendole qui – alle dicotomie e alle contraddizioni che vive l’etica
attuale, erede della morale moderna, che, specie per il campo sociale, ha Tommaso
Hobbes tra i suoi antesignani. Si tratta di separazioni, tutte censite nella CIV, che i
6
cattolici sono chiamati a superare lavorando lungo le direttrici offerte da Benedetto
XVI, incarnandole nell’ethos dei popoli. Eccole. Sono, ad esempio, le dicotomie:
- tra etica e verità, con la pretesa di prefigurare l’etica pubblica prescindendo
dalla verità sull’uomo, sul suo bene globale;
- tra etica personale (dell’individuo) ed etica politica (della comunità politica),
secondo cui cittadini intrinsecamente asociali ed egoisti possono vivere
eticamente solo nella comunità politica, grazie ad un’autorità che impone con
la forza un ordine sociale giusto (è questa l’eredità culturale derivante dal già
citato Tommaso Hobbes);
- tra etica e consenso civile (le teorie dialogiche e neocontrattualiste
contemporanee fondano l’etica sociale esclusivamente sul dialogo pubblico e
sulla convenzione);
- tra famiglia e giustizia sociale, come se la vita pubblica non dipendesse
strettamente dal bene-essere delle famiglie (cf CIV n. 44);
- tra etica della vita ed etica sociale, quasi che una società potesse avere basi
solide accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione
della vita umana (cf CIV n. 15);
- tra etica ecologia ed etica ambientale, che esige dalle nuove generazioni il
rispetto dell’ambiente naturale, mentre l’educazione e le leggi non le aiutano a
rispettare se stesse, ignorando l’ecologia umana, secondo cui i doveri che si
hanno verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona
(cf CIV n. 51);
- tra etica e tecnica, secondo cui tutto ciò che è tecnicamente possibile è vero
bene e, quindi, è lecito (cf CIV nn. 70-71);
- tra sfera economica e sfera della società: la prima sarebbe sempre e
necessariamente «cattiva», assolutizzando la massimizzazione del profitto
senza curarsi dei diritti dei lavoratori e del bene comune, mentre il fine della
seconda sarebbe quello di intervenire per porre rimedio agli scompensi e
ridistribuire una ricchezza ingiustamente concentratasi nelle mani di pochi (cf
CIV n. 36);
- tra economia, fraternità, gratuità e giustizia sociale: solidarietà, fraternità e
gratuità non potrebbero esistere nella sfera dell’economia, anzi dovrebbero
rimanerne escluse, pena l’inefficienza del sistema economico di un Paese (cf
CIV n. 34);
- tra cultura e natura umana, poiché l’identità della persona sarebbe data solo
dall’immagine elaborata e proposta da una determinata cultura, non esisterebbe
una struttura ontologica ed etica basica dell’essere umano che trascende il
tempo e i diversi contesti socio-culturali in cui egli è storicamente inserito (cf
CIV n. 26).

Il solo elenco delle dicotomie appena esposte aiuta a comprendere la rilevanza


culturale della CIV, il suo significato epocale dal punto di vista della rifondazione o
risemantizzazione del discorso morale, oggi fortemente compromesso nelle sue basi a
causa di premesse secolaristiche e relativistiche.
7
Il grandioso progetto di Benedetto XVI muove da premesse sensibilmente
diverse, ma tutte riconoscono in Dio il fondamento ultimo della morale. L’ordine
morale prima viene scoperto nei suoi elementi basici – si pensi alle regole d’oro: «fa
il bene ed evita il male»; «non fare a nessuno ciò che non vuoi che sia fatto a te» –,
presenti nella coscienza di ogni uomo e, poi, viene costruito finalizzandolo al Sommo
Bene, Dio.
Un umanesimo cristiano implica un umanesimo teocentrico, aperto alla
Trascendenza, non fondato su uno schema etico-culturale antropocentrico. Secondo
tale schema, la condotta umana è guidata da una coscienza ove Dio è considerato
come bene e fine ultimo; e l’unione del cuore e della mente con Dio è il criterio
dell’ordine vero dei fini. Dio, in definitiva, è l’autore primo, anche se non unico,
dell’ordine morale; è l’aiuto per agire secondo quest’ordine; è il giudice e il
remuneratore della vita, sia essa virtuosa o viziosa.
In breve, Benedetto XVI, rilancia nel contesto socio-culturale post-moderno
un’etica che risemantizza i grandi principi della giustizia e del bene comune,
avvalendosi del recupero della legge morale naturale, come base di una morale
universale. 7

7. Prospettive progettuali per una nuova stagione di impegno riformatore del


laicato cattolico

L’ampiezza architettonica della CIV offre una valida piattaforma per elaborare
una progettualità articolata su più fronti. Qui ne consideriamo solo alcuni:
cristianesimo ed istituzioni; sviluppo ed educazione; umanizzazione della
globalizzazione e dell’economia all’insegna della fraternità; lavoro per tutti; ecologia
umana ed ecologia ambientale; l’impegno di globalizzare la DSC.

7.1. Cristianesimo ed istituzioni

È questo un binomio che non dev’essere trascurato dai cattolici. Promulgando


un’enciclica sociale, mediante cui intende rilanciare l’impegno evangelizzatore ed
umanizzatore della Chiesa nel mondo, ovvero il ruolo pubblico del cristianesimo,
Benedetto XVI tematizza il rapporto tra cristianesimo ed istituzioni. L’idea di fondo
che la CIV vuole comunicare è la seguente: nel momento in cui ci si ripromette di
offrire al mondo un nuovo lievito spirituale, etico-culturale, non ci si può
disinteressare delle istituzioni (politica, economia, mercato, sindacato, partiti, leggi,
ordinamento giuridico, ricerca e formazione), della loro funzione, della loro tenuta,
del loro compito educativo. Dato che da sole non sono sufficienti per creare un buono
stato di cose, il benessere morale degli uomini e del mondo, occorre che le istituzioni
siano supportate da un’opera di redenzione e di formazione delle coscienze che
attingano energie all’esterno. Pur con i loro limiti, le istituzioni sono importanti e
7
Sulla risemantizzazione dei principi della giustizia e del bene comune si rimanda a M. TOSO, La speranza dei popoli.
Lo sviluppo nella carità e nella verità. L’Enciclica sociale di Benedetto XVI letta e commentata, LAS, Roma 2009, pp.
24-27.

8
necessarie per rafforzare e sostenere le pratiche di collaborazione che perseguono
beni umani fondamentali per la società e per la Chiesa stessa: procreazione, salute,
alimentazione, educazione, ordine sociale, arte, libertà religiosa, progresso
scientifico.
Come tutti i cittadini, i cattolici sono chiamati a prestare attenzione al
funzionamento delle istituzioni, perché queste possono influire positivamente o
negativamente sullo sviluppo integrale dei popoli, sul loro stesso progresso
economico e, in particolare, possono incidere sull’esperienza morale dei cittadini.
Bisogna tener presente che quando le istituzioni sono in contrasto con l’ordine
morale, corrompono ed intaccano la stessa integrità dell’esperienza morale. E ciò non
è cosa di poco conto se ci si pone l’obiettivo della creazione di un mondo più giusto e
pacifico. Quando le leggi, i decreti – si pensi anche solo quello sullo scudo fiscale – e
i comportamenti di coloro che ricoprono ruoli pubblici contribuiscono a diffondere la
convinzione che è perfettamente inutile, anzi è dannoso vivere rettamente, è chiaro
che un tale ambiente sociale deteriorato diviene per se stesso diseducativo. Ma
proprio in questi casi, chi desidera conservare la rettitudine e l’integrità
dell’esperienza morale è particolarmente chiamato a vivere un’esistenza eroica. Non
solo. È anche sollecitato a lottare decisamente per modificare quelle istituzioni e
quelle pratiche che gradualmente corrompono ed accecano le coscienze e sgretolano
la tradizione morale alimentata dal cristianesimo.
Lo stesso pontefice ha recentemente attirato l’attenzione sul fatto che la
diffusione – propiziata da leggi piuttosto permissive e liberalizzanti – della
legalizzazione del divorzio e la conseguente proliferazione delle cosiddette famiglie
allargate stanno provocando danni gravi per il «capitale sociale delle società. Il
fenomeno delle famiglie “allargate” e mutevoli moltiplicano i “padri” e le “madri” e
fa sì che la maggior parte di coloro che si sentono “orfani” non siano figli senza
genitori, ma figli che ne hanno troppi». «Questa situazione – soggiungeva Benedetto
XVI –, con le inevitabili interferenze e l’incrociarsi di rapporti, non può non generare
conflitti e confusioni interne, contribuendo a creare e a imprimere nei figli una
tipologia alterata di famiglia, assimilabile in un certo senso alla stessa convivenza a
causa della sua precarietà». 8

7.2. Sviluppo ed educazione

Come già detto, il tema centrale della CIV è lo sviluppo umano integrale. Così
è già stato accennato che la soluzione delle piaghe della fame e del sottosviluppo più
che dalle risorse materiali, dalla tecnica, da ingegnerie finanziarie, dall’apertura dei
mercati, dall’abbattimento dei dazi, da investimenti produttivi, da riforme
istituzionali – senz’altro anche da queste realtà –, dipende primariamente
dall’annuncio di Gesù Cristo, l’Uomo in pienezza. È la sua accettazione che porta a
un cambio di mentalità, a nuovi stili di vita, a una nuova cultura, a un nuovo pensiero

8
BENEDETTO XVI, Discorso ai vescovi delle regioni del Nordeste 1 e 4 della conferenza episcopale del Brasile (venerdì
25 settembre 2009), in «L’Osservatore romano» (sabato 26 settembre 2009), p. 7.

9
che solo il Vangelo può far germogliare e, in ultima analisi, a una grande opera di
educazione.
La CIV non ha un approccio specificamente pedagogico al tema. Vi si possono
trovare alcuni riferimenti diretti all’educazione, ad esempio, quale condizione
essenziale per l’efficacia della cooperazione internazionale (cf CIV n. 61). E, tuttavia,
l’intera enciclica sollecita ad una estesa ed articolata opera pedagogica in ordine alla
realizzazione dello sviluppo inteso in tutta la sua complessità di aspetti. Quelli che
nell’enciclica sono indicati come fattori ed indici dello sviluppo sono i capisaldi
all’educazione allo sviluppo integrale secondo carità e verità.
Fattori interdipendenti con lo sviluppo sono un ininterrotto riferimento a Dio
(cf CIV n. 29), al Vangelo (cf CIV n. 18) e alla carità di Cristo, l’etica della vita, la
libertà responsabile, la verità del bene umano integrale, la fraternità.
Indici dello sviluppo umano, invece, non sono solo quelli materiali o cognitivi,
quali il reddito, la sicurezza della casa, la salute o l’istruzione, le opportunità di scelta
(cf Amartya Sen). Sono, in particolare, un’educazione che consente il riconoscimento
del telos umano, che consente scelte buone e giuste; un multiculturalismo non
eclettico, ma animato da una profonda comunicazione e da un’intensa convivialità
circa il bene; un assetto di istituzioni economiche atto a fronteggiare le necessità dei
beni primari e le emergenze di vere e proprie crisi, siano esse alimentari, energetiche,
ecologiche. Altri indici di importanza primaria sono: una cultura aperta alla vita, il
rispetto del diritto alla libertà religiosa, l’interazione tra i diversi livelli del sapere
umano all’interno di una loro sintesi armonica e sapienziale, l’istituzionalizzazione
etica di tutta l’economia, compresa la finanza, di modo che siano pervase dalla logica
del dono e della gratuità; la coltivazione dell’ecologia umana quale premessa e
condizione di realizzazione dell’ecologia ambientale (cf CIV n. 51).
Inoltre, la stessa DSC può essere considerata come un indice dello sviluppo –
come evidenzia una lettura attenta della CIV – e quindi costituire un caposaldo
imprescindibile dell’educazione, perché rende disponibile quell’interdisciplinarità,
quella sintesi umanistica, culturale e sapienziale che sono necessarie al
conseguimento dello sviluppo umano integrale.
Se da questo incontro in cui si presentano i contenuti della CIV, i vari soggetti
ecclesiali e civili ricavassero la convinzione che la CIV e, in particolare, la DSC sono
bussole indispensabili per cambiare rotta nell’attuale contesto socio-culturale,
dominato dal mercatismo, spesso guidato dall’avidità del denaro, dallo sviluppismo
consumista e distruttore, che mercifica le persone, le aziende e il mondo, si sarebbe
ottenuto un importante risultato.

7.3. L’umanizzazione della globalizzazione e dell’economia all’insegna della


fraternità

Riguardo ai temi dell’economia, della finanza, del mercato, l’enciclica va letta


con particolare attenzione, non solo perché relativamente a questi ambiti si
incontrano le maggiori novità, ma anche perché, se viene accostata con superficialità
e saccenteria, si può incorrere facilmente nell’errore in cui è caduto George Weigel,
10
noto teologo cattolico americano. Giudicando l’enciclica una resa alle posizioni
terzomondiste, egli ha dichiarato di non credere all’«economia del dono» di cui parla
la CIV, ritenendo che il pensarla possibile pecchi di ingenuità. In realtà, il discorso
che la CIV svolge sull’economia non si riduce ad una interpretazione solo in termini
di dono e di gratuità. Esso è molto più articolato e meno semplicistico e ruota attorno
ad una riflessione antropologica che appare piuttosto carente presso alcuni cattolici
nordamericani, sia pur del calibro di Michael Novak.
Il pensiero di Benedetto XVI su economia, finanza e mercato muove da
presupposti tutt’altro che ingenui e aprioristici. In primo luogo, va tenuto presente
che la globalizzazione, quale evento epocale che nel suo dinamismo più profondo
sollecita ad una maggior unità e collaborazione tra i popoli, esige un’economia che
sia in sintonia con simile tendenza positiva. In secondo luogo, un’attenta analisi
esperienziale, a valenza induttiva, rimarca che nonostante il prevalere di un’economia
e di una finanza orientate neoliberisticamente, si sta affermando progressivamente sia
il terzo settore o privato sociale o economia civile, costituito da libere associazioni,
volontariato, cooperative di solidarietà sociale, fondazioni e organizzazioni non
profit, sia un’area economica intermedia, molto promettente, tra il for profit e il non
profit, che secondo alcuni rappresenta il futuro (cf CIV n. 46). Da ultimo – ma non
per questo meno importante – la CIV afferma che va massimamente tenuto presente il
presupposto di un’attenta riflessione antropologica ed etica sull’economia, sulla
finanza e sul mercato. Questi settori - essendo espressione delle attività di soggetti
relazionali, ontologicamente ed eticamente strutturati ad immagine della Trinità (cf
CIV nn. 54-55), chiamati da Dio a vivere in unità, con una comunione fraterna, oltre
ogni divisione - devono essere organizzati ed impostati in modo da far spazio a forme
di solidarietà, alla logica del dono, al principio della gratuità. L’economia, la finanza
e il mercato, li portano in se stessi quali esigenze intrinseche. La lettura personalista e
relazionale dell’esistenza umana e della storia, resa possibile dall’approccio della
carità nella verità – ossia da una ragione «allargata» nel suo esercizio, che vede
maggiormente in profondità e non si limita alla considerazione dell’homo
oeconomicus – consente di leggere la globalizzazione, l’economia, il mercato e anche
la politica, con uno sguardo più ampio rispetto a quello meramente tecnico e
produttivo, più incentrato sui fondamenti antropologici ed etici.
Tali realtà non sono costitutivamente prive di una base di gratuità e di fraternità
e, quindi, non sono refrattarie alla logica del dono e del servizio all’altro, al suo bene
umano integrale, alla società tutta. Sono germinalmente predisposte a svilupparle dal
loro grembo e ad ospitarle, come specificazioni di un’umanità che si compie secondo
il disegno di Dio. Per cui, se l’economia viene organizzata senza assecondare le
istanze etiche che reca nel suo grembo, senza cioè rispondere alla sua vocazione di
servizio solidale all’uomo e alla società, è facilmente esposta al pericolo di divenire,
come scriveva don Luigi Sturzo, diseconomia. La crisi finanziaria di questi tempi l’ha
ampiamente dimostrato.
Facendo leva su queste riflessioni antropologiche, Benedetto XVI afferma che
la globalizzazione e il processo economico – come peraltro è già attestato
dall’esperienza – sono chiamati ad attuarsi secondo figure che includono, non già in
11
un secondo tempo o collateralmente, l’attenzione alla giustizia sociale, al bene
comune, a principi diversi da quelli del puro profitto, come espressioni di una
fraternità universale. Ecco come, in particolare, il pontefice articola il suo
ragionamento. Nell’epoca della globalizzazione, «la vita economica ha senz’altro
bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha
altresì bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e
inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono. L’economia globalizzata
sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma
direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica
politica e la logica del dono senza contropartita» (CIV n. 37). Poco dopo aggiunge:
«Oggi possiamo dire che la vita economica dev’essere compresa come una realtà a
più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, dev’essere
presente l’aspetto della reciprocità fraterna. […] Serve, pertanto, un mercato nel
quale possono liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che
perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto,
e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle
organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro
reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione
sensibile alla civilizzazione dell’economia. Carità nella verità, in questo caso,
significa che bisogna dar forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che,
pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli
equivalenti e del profitto fine a se stesso » (CIV n. 38).
In definitiva, la CIV non ignora la complessità delle articolazioni del mondo
economico nel suo pluralismo di forme e di istituzioni e sottintende che non si può
fare a meno della conoscenza tecnica, delle leggi economiche. Non riduce ad uno
solo i diversi tipi di impresa. Non sottostima la cultura imprenditoriale, anzi
l’apprezza. Non dimentica quanti sacrifici e quanta disponibilità al dono debbano
avere gli imprenditori. Contrariamente a quanto affermano i suoi detrattori – pochi in
verità – intende proporre proprio una visione che non sia unidimensionale e
ascientifica dell’attività economica, perché teorizzare un approccio all’economia,
pensare di elaborare una scienza economica senza tener conto della sua intrinseca
dimensione etica è esattamente essere avulsi dalla realtà, ascientifici. L’economia non
può essere concepita come qualcosa di impersonale ed amorale, come un ordine
spontaneo che lasciato a se stesso, ai suoi meccanismi, produce automaticamente
ricchezza e progresso per tutti. Proprio perché posta da individui aventi coscienza
morale e dotati di responsabilità, personale e sociale, la vita economica non può
essere sprovvista di una finalizzazione etica che la pone al servizio del bene comune.
La visione del mercato come realtà in cui le leggi morali sono funzionali
all’efficienza meramente economica – che ritroviamo negli economisti laici quali
Friedrich Hayek 9 e Milton Friedman – è viziata da una visione antropologica

9
Secondo Hayek, le norme morali, anziché essere aperte al bene comune, sono semplicemente aperte al mantenimento
dell’ordine sociale liberale efficiente. Poiché questo è tipico di una società non tribale, ossia di una società grande, ove
non è possibile una comunione di fini e una gerarchia unificata di valori, la giustizia sociale è un miraggio (cf F. A.
HAYEK, Law, Legislation and Liberty: A New Statement of The Liberal Pinciples of Justice and Political Economy; vol.

12
riduttiva ed imperfetta, nonché dalla limitata comprensione del fondamento morale
degli stessi mercati. 10
Coerentemente con questa impostazione, sulla base della propria competenza
etico-religiosa, il pontefice tratteggia l’ideale storico e concreto di un’economia
sociale, intesa come pluralità di forme di impresa, non solo capitalistiche, tutte al
servizio del bene comune universale. Non opta per un sistema economico-finanziario
concreto e particolare, ma offre la prospettazione di una progettualità economica
germinale, segnalando alcuni profili istituzionali, già storicamente esistenti, quali
possibili concretizzazioni di un’economia amica delle persone e della loro crescita
globale.
Al centro di una simile proposta emerge chiaramente l’idea che la
cooperazione solidale, non solo come forma di impresa, ma soprattutto come
modalità generale del rapportarsi tra i vari soggetti ed attori economici, tra i vari
settori, rappresenta il futuro dello sviluppo economico ed umano. Ciò vuol dire –
come peraltro è ampiamente documentato dalla realtà quotidiana – che non si fa
economia solo con l’economia quale è comunemente intesa, con le sole risorse
materiali e tecniche, con l’innovazione e la ricerca che la favorisce, ma anche e
soprattutto con il dono di sé, l’impegno etico, con atteggiamenti di servizio, di
responsabilità e di fedeltà alla parola data, di fiducia nell’altro, con la tenuta morale
del tessuto sociale, ossia con «qualcosa» che eccede l’attività economica considerata
solo dal punto di vista organizzativo, tecnologico e finanziario, che sono aspetti
senz’altro imprescindibili ma che non esauriscono la sua realtà globale, il suo senso.
Secondo la CIV, sarà il bene-valore della fraternità a rendere più efficace ed
efficiente la stessa cooperazione solidale sul piano economico e civile. Verrà così
favorito il passaggio da una cultura della concorrenza spietata a quella della
concorrenza leale, da una flessibilità assolutizzata ad una flessibilità funzionale al
progresso economico e al servizio dei lavoratori e delle loro famiglie. Aiuterà, inoltre,
a preservare la solidarietà tipica della cooperazione, secondo cui si è chiamati a
sostenere e a far crescere i più deboli, inserendoli nel mercato e nella vita civile,
rendendoli più consistenti in se stessi e nel loro contributo al bene comune.
Purtroppo oggi sembra che non poche istituzioni di solidarietà e di
cooperazione, anche di ispirazione cristiana, abbiano assunto progetti e

I: Rules and Order (1973); vol. II: The Mirage of Social Justice (1976); vol. III: The Political Order of a Free People
(1979), Routledge & Kegan Paul Ldt., London-New York 1992). La giustizia sociale può valere solo per piccoli gruppi.
Nelle grandi società, società aperte, l’interesse generale è raggiunto mediante il perseguimento degli interessi particolari
– non necessariamente egoistici – degli individui. L’etica proposta da Hayek è, in definitiva, un’etica strumentale
rispetto ad un liberalismo formale, non sostanziale, considerato nella sua efficienza sistemica. È incentrata su norme di
condotta individuali, che ignorano l’intenzionalità del bene in sé. Il bene dell’altro, da me sconosciuto, sarà possibile
solo mediante la mia indifferenza (cf ID., The Fatal Conceit. The Errors of Socialism, in The Collected Works of
Friedrich August Hayek, vol. I, edited by W. W. Bartley III, Routledge, London-New York 1988, p. 81).
10
Cf ad es. B. GRIFFITHS OF FFORESTFACH, «Caritas in veritate». Oltre la dottrina sociale, in «L’Osservatore romano»
(sabato 24 ottobre 2009), p. 1. Secondo B. Griffiths, vicepresidente di Goldman Sachs International, i sostenitori del
liberismo economico hanno accolto tiepidamente la CIV, pur riconoscendo il positivo sostegno al profitto, all’economia
di mercato, alla globalizzazione, alla tecnologia, al commercio internazionale. Secondo alcuni di essi l’enciclica
peccherebbe di terzomondismo e mostrerebbe punti deboli là ove esorta a maggiori aiuti internazionali, al
rafforzamento del potere dei sindacati, alla gestione della globalizzazione da parte di istituzioni internazionali.

13
comportamenti estranei alla loro cultura originaria e prevedano aiuti soltanto a chi è
già forte economicamente. La recente polemica tra il ministro Tremonti e le Banche
italiane, accusate di non prestare adeguata attenzione al territorio e di non erogare a
sufficienza risorse per aiutare le piccole e medie imprese e le famiglie in crisi, non
verteva forse – possiamo presumerlo – anche sul modo di intendere la solidarietà? E
così, molte risorse continuano ad essere distolte per far fronte ai fallimenti dovuti a
speculazioni ad alto rischio, e a onorari eccessivi dei massimi dirigenti – si tratta di
cifre da capogiro che i comuni lavoratori non arriveranno a percepire in tutta la loro
vita – e per sovvenzionare attività sociali di mero consumismo.

7.4. Lavoro per tutti

La CIV non riserva un capitolo e neppure molti paragrafi al tema del lavoro. E,
tuttavia, se la si legge con attenzione, vi si potranno trovare prospettive coraggiose,
tali da costituire un valido supporto per un discernimento critico e costruttivo anche
rispetto alle attuali politiche del lavoro e dello sviluppo.
In un contesto di profonde trasformazioni del mondo lavorativo, di
globalizzazione dell’economia e della sua finanziarizzazione al punto da far toccare
con mano, specie in occasione dell’attuale crisi finanziaria, come spesso il capitale
consideri la mano d’opera come una causa strumentale, una variabile dipendente dei
meccanismi economici e finanziari, ai quali deve venir assegnato il primato; in un
contesto in cui la politica degli Stati non è più in grado di fissare le priorità
dell’economia (cf CIV n. 24) e i sistemi di protezione e di previdenza faticano a
perseguire i loro obiettivi di vera giustizia sociale; in un contesto di delocalizzazione
delle imprese con conseguente diminuzione della loro responsabilità sociale ed
ecologica (cf CIV n. 40); in un contesto in cui crescono le piaghe della fame e della
disoccupazione, Benedetto XVI non rinuncia a proporre come obiettivo prioritario
una politica dell’accesso al lavoro e del suo mantenimento, senza discriminazioni,
per tutti (CIV n. 32).
Le ragioni dell’urgenza di una simile politica non sono utopistiche. Un lavoro
«decente» per tutti (cf CIV n. 63) è richiesto dalla dignità della persona, dalle
esigenze della giustizia, dalla stessa «ragione economica». A questo proposito il testo
è molto chiaro: «La dignità della persona e le esigenze della giustizia – vi si trova
scritto – richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano
aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e
che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo
mantenimento per tutti. A ben vedere, ciò è anche esigito dalla “ragione economica”.
L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all’interno di un
medesimo Paese e tra le popolazioni dei vari Paesi, ossia l’aumento massiccio della
povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per
questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano
economico, attraverso la progressiva erosione del “capitale sociale”, ossia di

14
quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole
indispensabili ad ogni convivenza civile» (CIV n. 32).
Altrettanto importanti sono le indicazioni offerte dalla CIV per contrastare gli
eventuali impedimenti all’attuazione della politica del lavoro per tutti coloro che ne
sono capaci. Secondo Benedetto XVI, la soluzione del problema della
disoccupazione, non si può trovare assecondando l’ideologia liberistica, che confida
eccessivamente nella bontà spontanea dei meccanismi del libero mercato. Nemmeno
sono accettabili i falsi postulati, secondo cui l’economia di mercato ha
strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter
funzionare al meglio. Al contrario, sottolinea il pontefice, vi è tutto l’interesse di
promuovere emancipazione per tutti (cf CIV n. 35).
Per operare un simile capovolgimento di prospettive, il mercato non può
contare solo sulle proprie forze, ma richiede un cambiamento etico-culturale che,
mentre aiuta a vincere tali pregiudizi, pone al centro l’uomo del lavoro con i suoi
bisogni reali. Per una organizzazione del lavoro in funzione delle persone concrete, e
non della supremazia del mercato, del capitale, del profitto, occorre che le società
recuperino anzitutto il senso della fraternità. Solo così potranno vincere la terribile
piaga della disoccupazione, il fatalismo e lo scoraggiamento dovuti alle conseguenze
deleterie della crisi finanziaria, nonché il perdurante ricorso a una logica meramente
difensiva, volta al semplice contenimento degli effetti più negativi. Sono necessarie
politiche attive del lavoro. Occorre costruire sul nuovo lavoro o, meglio, sui nuovi
lavori, compresi quelli propri di una green economy, ciò che implica investimenti in
ricerca, innovazione, formazione e anche – come suggerisce Benedetto XVI – una
coalizione mondiale (cf CIV n. 63).
Secondo la CIV, il lavoro per tutti non va realizzato in modo approssimativo.
Va universalizzato non come una semplice merce o forza produttiva, ma secondo
quell’eccedenza che esso contiene, in quanto actus personae (cf CIV n. 41). Il lavoro
non è solo attività manuale, fisica o intellettuale. Le sue dimensioni, che non possono
assolutamente essere ignorate, sono anche soggettività, spiritualità, tensione al bene,
passione, dono, servizio, disciplina, sacrificio, collaborazione con gli altri. Essendo
un bene per tutti, la sua globalizzazione deve avvenire tenendo conto di questa
eccedenza, creando condizioni e relazioni ove questa si possa estrinsecare. È questo
un imperativo che concerne tutti i soggetti sociali: dagli Stati, agli imprenditori, ai
sindacalisti, ai partiti, agli amministratori, alle comunità religiose. Sarà difficile se
non impossibile universalizzare e organizzare umanamente il lavoro, inteso come
luogo di perfezione di sé e di acquisizione di maggior libertà, se non si terrà conto
dell’eccedenza insita in esso e non la si valorizzerà nella professionalità e
nell’educazione dei lavoratori.

7.5. Ecologia umana ed ecologia ambientale

Per comprendere l’orientamento che deve avere l’impegno nei confronti del
creato è importante prendere coscienza di come la CIV sollecita a rapportarsi con
15
esso. Benedetto XVI invita a vedere il creato come «l’ambiente di vita» in cui noi
siamo accolti all’inizio del nostro cammino d’esistenza. La natura «ci precede e ci è
donata da Dio», scrive il pontefice. Detto diversamente, non è una realtà posta in
essere dall’uomo. Egli la trova, preesiste a lui, la riceve, non come una proprietà
esclusiva, bensì come «casa» da condividere con gli altri uomini.
L’uomo non è gettato nel mondo per un’esistenza solitaria, in una terra
inospitale. L’arrivo di ogni persona nel mondo è, in un certo senso, previsto. Ogni
uomo è atteso nella famiglia umana, in un ambiente che è già stato preparato
secondo un disegno d’amore. Per cui quando nasciamo e prendiamo coscienza ci
incontriamo con una realtà che «ci parla del Creatore (cf Rm 1,20) e del suo amore
per l’umanità» (CIV n. 48).
L’approccio al tema da parte della CIV è, dunque, esplicitamente teologico e
con ciò stesso suggerisce un’ermeneutica precisa del rapporto persona, famiglia
umana ed ambiente. Aiuta a leggerlo e ad interpretarlo muovendo dall’esperienza del
«ricevere», dell’accogliere, della condivisione: l’ambiente naturale, donato da Dio a
tutti, rappresenta una responsabilità, non solo verso l’ambiente stesso, verso se stessi,
ma anche verso gli altri, specie «verso i poveri, le generazioni future e l’umanità
intera» (CIV n. 48).
La prospettiva teologica offerta dalla CIV aiuta ad attivare una conoscenza di
tipo «realista», ossia un processo di analisi della nostra esperienza d’esistenza, del
nostro rapporto con il creato, che rifiuta gli strumenti conoscitivi di una ragione e di
un pensiero monchi, subordinati al fenomenico, allargandoli allo sguardo teologico,
al fondamento, ad una lettura metafisica del mondo reale.
Il contesto teologico sollecita un metodo di approccio che consente di cogliere,
dall’interno dell’esperienza del suddetto rapporto tra i due poli (umanità e natura),
un’interdipendenza per cui il potenziamento o la rovina di uno di essi dipende dal
potenziamento o dalla rovina dell’altro.
Un tale approccio impedisce, a sua volta, di considerare la natura sia un «tabù
intoccabile» sia una «materia» di cui disporre a nostro piacimento, come non recasse
in sé una «grammatica» per il suo utilizzo sapiente, non strumentale ed arbitrario.
Ma, soprattutto, consente di cogliere in tale rapporto l’emergenza dell’originalità
dell’uomo sulla natura. È su questa trascendenza che si costruisce l’etica ecologica. Il
mancato riconoscimento dell’eccedenza dell’uomo – come avviene ad es. nelle teorie
che disperdono il soggetto umano nella comunità biotica – inficia ogni discorso
morale. Se si perdessero i parametri antropologici del rapporto con l’ambiente, perché
l’uomo viene assorbito in un tutto vitalistico, sarebbe impossibile parlare di etica
ecologica, come già detto, e, per conseguenza, di etica ambientale. D’altra parte, la
preminenza dell’uomo sulla natura non implica assolutamente misconoscimento della
dimensione creaturale della natura e, quindi, non giustifica atteggiamenti predatori, di
dominio dispotico.
La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. È chiamata ad
essere «ricapitolata» in Cristo secondo l’ordine intrinseco che Dio Creatore le ha
impresso e che richiede «custodia» e «coltivazione». L’esperienza del rapporto
uomo-natura, secondo il disegno di Dio, prevede l’intervento dell’uomo. Con esso
16
l’ambiente viene modellato mediante una cultura che si incentra su una libertà
responsabile e che si avvale di un ordine morale già abbozzato dall’azione creatrice di
Dio. Ciò, secondo il pontefice, permette di superare un’ecologia moralistica, che
ignora sia i legittimi bisogni dell’umanità sia gli intrinseci equilibri del creato stesso,
nonché i limiti delle risorse disponibili. In particolare, evidenzia, per ogni progetto di
sviluppo, le basi di un’etica della solidarietà e della giustizia, sostenibili ed
intergenerazionali, a loro volta poggianti sulla destinazione universale dell’ambiente
naturale. Proprio facendo leva sulla destinazione universale della terra, la CIV,
esemplifica il suo discorso con riferimento all’uso delle risorse energetiche non
rinnovabili nel quadro della custodia e dello sviluppo delle potenzialità del creato
intero. Grandi ostacoli sulla strada dello sviluppo integrale dei popoli e delle future
generazioni sono rappresentati sia dall’incetta delle risorse naturali da parte di pochi
sia da una mancata ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, sia da una
inadeguata solidarietà nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente
industrializzati.
L’umanità di oggi, sottolinea il pontefice, ha un dovere gravissimo rispetto al
bene dell’ambiente naturale (cf CIV n. 50), bene collettivo. La custodia e la
coltivazione di un tale bene coinvolge in una responsabilità universale, perché bene
destinato a tutto il genere umano.
È importante notare come la CIV chiama in causa la comunità internazionale
perché si trovino le strade istituzionali per un governo responsabile, comunitario,
partecipato sulla natura, per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme
nuove e con tecnologie avanzate in modo che possa degnamente accogliere e nutrire
la popolazione che la abita, specialmente i più poveri, evidenziando anche i costi
economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni perché siano
equamente divisi tra coloro che ne usufruiscono.
Ma per noi è sicuramente più direttamente coinvolgente l’appello che la CIV fa
perché: a) le società odierne rivedano seriamente i loro stili di vita inclini
all’edonismo e al consumismo; b) si prenda coscienza che la solidarietà ecologica tra
i popoli è, in un certo senso, comandata dall’unitarietà degli elementi del pianeta
Terra e, in particolare, dal fatto che c’è un intreccio inscindibile tra dinamiche socio-
culturali e salvaguardia del creato: la desertificazione e l’impoverimento produttivo
di alcune aree agricole sono anche causate dallo sfruttamento e dall’impoverimento
delle popolazioni che le abitano e dalla loro arretratezza; c) si presti attenzione alla
cultura dell’ecologia dell’uomo: il degrado della natura è, infatti, strettamente
connesso alla cultura che modella la convivenza umana: «quando l’”ecologia umana”
è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio». «Per
salvaguardare la natura – soggiunge il pontefice - non è sufficiente intervenire con
incentivi o disincentivi economici e nemmeno basta un’istruzione adeguata. Sono,
questi, strumenti importanti, ma il problema decisivo è la complessiva tenuta morale
della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende
artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano
embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di
ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale» (CIV n. 51); d) la Chiesa
17
assuma le sue responsabilità e le faccia valere anche in pubblico: «… facendolo deve
difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a
tutti. Deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso» (ib.).

8. Conclusione: l’impegno di globalizzare la Dottrina sociale della Chiesa,


specie la «Caritas in veritate»

Si è detto che la CIV, data la sua maestosa architettura e la forte proiezione


profetica su più ambiti di rilevanza sociale, ha tutte le carte in regola per divenire la
Rerum novarum del Terzo Millennio. Ma perché le potenzialità della nuova enciclica
diventino realtà, occorre che le comunità cristiane, con tutte le loro componenti e le
loro istituzioni culturali – che includono anche la catechesi degli adulti e gli iter
formativi delle associazioni – assumendola con determinazione, la studino e
l’approfondiscano scientificamente, convocando e coordinando, nei territori e sul
piano nazionale, i molteplici soggetti e le competenze necessarie. Urge che i cattolici
sappiano anzitutto incontrarsi per celebrare l’Amore che li raccoglie per attuare una
missione di verità nel sociale; per discutere ed elaborare collegialmente, per quanto
possibile, una nuova progettualità sociale; per offrire una cittadinanza più estesa al
cristianesimo (cf. CIV n. 56), a partire da un nuovo pensiero, di cui la CIV,
avvalendosi dell’apporto dell’esperienza passata e di quella presente, presenta le linee
maestre.
In secondo luogo, bisognerà individuare strategie e sinergie tra i vari soggetti
– associazioni, movimenti, aggregazioni, partiti, sindacati, organizzazioni
professionali, agenzie informative ed educative – atte a dare maggiore specificazione
storica a tale progettualità nei vari ambiti di vita, quali la politica, l’economia, la
finanza, il lavoro, le famiglie, le scuole di ogni ordine e grado, i mass media. Oggi, in
un momento storico di trapasso, di ricerca di nuovi equilibri politici e di
rappresentanze, ci si attende che i cattolici, come è stato autorevolmente detto, diano
il loro contributo alla realizzazione del bene comune. Non si tratta di incominciare ex
novo. La stessa enciclica, mentre prospetta una civiltà dell’amore fraterno, si avvale
di una riflessione maturata precedentemente e di una sperimentazione incoraggiante,
quale quella relativa all’economia civile, alle banche etiche. Occorre, forse, osare di
più. Occorre, soprattutto, essere disposti a investire maggiormente in formazione
spirituale e culturale. È fondamentale la sinergia tra istituzioni culturali e istituzioni
civili, tra formazione e ambienti di vita pratica. Se un nuovo pensiero dev’essere
diffuso e incarnato, è evidente la necessità dell’educazione, di una straordinaria cura
dei mass media, nonché della formazione all’impegno sociale e politico sia da parte
della Chiesa che degli organismi politici e amministrativi. Accogliamo allora,
finalmente, l’appello di Benedetto XVI – più volte ripetuto, a Cagliari (2008) e a
18
Viterbo (2009) – rivolto ai cattolici e alle loro associazioni ed aggregazioni, affinché
contribuiscano alla formazione di una nuova classe dirigente di politici,
professionalmente preparati e coerenti col Vangelo (cf anche CIV n. 71).
In ordine a tali obiettivi è, però, indispensabile saper praticare autenticamente la
fraternità sul piano civile, nelle comunità cristiane e tra le varie associazioni.
Un’esistenza vissuta secondo carità nella verità è appello insopprimibile anzitutto alla
riconciliazione: non ce n’è forse bisogno sia nelle nostre comunità ecclesiali, 11 sia in
campo politico, anche solo per quanto concerne l’atteggiamento di fondo nei
confronti degli immigrati? 12
Il discorso si apre qui su una pastorale e una pedagogia della fraternità. Per le
associazioni, i movimenti e le aggregazioni la Chiesa dev’essere casa e scuola di
amore e di verità, di comunione e di collaborazione. Quanto detto deve tradursi in un
nuovo ardore e in un nuovo ardimento, pagando il prezzo implicito in ogni
trasfigurazione della realtà.
Oggi, per varie ragioni, i tempi della trasfigurazione sembrano allungarsi e
l’affermazione di una nuova umanità sembra essere ritardata. Non raramente, in varie
Nazioni, si accresce il tempo dell’attesa e, quindi, della pazienza operosa. Purtroppo
in molti luoghi rimane percorribile solo la via stretta della testimonianza silenziosa.
L’umanesimo tragico ed eroico con cui ci hanno ammaestrati i personalisti del secolo
scorso è ancora attuale.
Non è la nuova enciclica che salverà il mondo, lo sappiamo bene.
Tuttavia, se si riuscirà a viverla e a testimoniarla con fermezza a favore di tutti
gli uomini, nostri fratelli, essa sarà luce che indicherà la strada non solo verso la
«civiltà dell’amore fraterno» ma anche verso Colui che salva l’uomo con la sua
Carità senza limiti. È dall’Uomo nuovo che occorre sempre ripartire, per saper osare
di più e mettersi come Lui al servizio della rivoluzione della carità nella verità.

11
Ritornano qui alla mente le riflessioni di Benedetto XVI a proposito delle aspre polemiche che hanno suscitato il suo
tentativo di riconciliazione con un gruppo lefebvriano (cf BENEDETTO XVI, Lettera ai vescovi sulla remissione della
scomunica ai quattro presuli consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, in «L’Osservatore romano» [venerdì 13 marzo
2009], p. 8). Nella sua lettera chiarificatrice sulla remissione della scomunica a quattro vescovi consacrati nel 1988
dall’arcivescovo Lefebvre, egli si riferisce, fra l’altro, al fatto che il mordersi e il divorarsi fra credenti, a cui già faceva
cenno san Paolo nella pericope di Gal 5, 13-15, purtroppo persiste anche nella Chiesa odierna.
12
È con grande dolore che assistiamo tuttora a divisioni in seno alle stesse comunità cristiane, ad atteggiamenti
preconcetti di preclusione nei confronti di chi proviene dai Sud del mondo. A proposito dei flussi di immigrazione nel
nostro Paese è stato giustamente rilevato che vi è la necessità di soluzioni in grado di contemperare esigenze diverse
ma, a ben guardare, non antitetiche. «Il rispetto della legalità e della sicurezza dei cittadini non può essere disgiunto
dalla garanzia dei diritti umani riconosciuti nell’ordinamento nazionale ed internazionale, né può portare a trascurare
stati di necessità e doveri da sempre radicati nel cuore della nostra gente» (A. Card. BAGNASCO, Prolusione al
Consiglio permanente della CEI (21 settembre 2009), in «Avvenire» [martedì 22 settembre 2009], p. 9). Ciò che
preoccupa è che in tanti pronunciamenti e in tante scelte istituzionali non sembra che la dignità delle persona venga
preposta al proprio orientamento politico-partitico, alla propria appartenenza ideologica ed etnico-culturale, spesso
dimenticando che la persona va difesa e promossa per se stessa, indipendentemente dalla militanza in un gruppo o in un
partito particolare. Sono senz’altro miopi, anche se di grande effetto, le affermazioni che gli immigrati debbono, sì,
godere di diritti, ma soltanto nei loro Paesi, senza considerare il fatto che in Italia non pochi immigrati sono in regola
con il permesso di soggiorno e lavorano da anni, accettando incombenze spesso rifiutate dai giovani italiani e
contribuendo alla creazione del reddito nazionale.

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