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Nike di Samotracia

La Nike di Samotracia una scultura in marmo pario (h. 245 cm) di scuola rodia, attribuita a
Pitocrito, databile al 200-180 a.C. circa e oggi conservata nel Museo del Louvre di Parigi.
La statua rappresenta la giovane dea alata, figlia di Pallante, che porta l'annuncio delle vittorie
militari, mentre si posa sulla prua di una nave da battaglia (il basamento, pure in pietra). Un vento
impetuoso investe la figura protesa in avanti, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al
corpo e crea un gioco chiaroscurale di pieghette dall'altissimo valore virtuosistico, in grado di
valorizzare il risalto dello slancio. Dinamismo ed abilit di esecuzione si uniscono quindi in
un'opera che concilia spunti dai migliori artisti dei decenni precedenti: il vibrante panneggio
fidiaco, gli effetti di trasparenza e leggerezza prassitelici e la tridimensionalit lisippea.
Scolpita nel pregiato marmo di Paro, la dea posa con leggerezza il piede destro sulla nave, mentre
per il fitto battere delle ali, che frenano l'impeto del volo, il petto si protende in avanti e la gamba
sinistra rimane indietro. Le braccia sono perdute, ma alcuni frammenti delle mani e dell'attaccatura
delle spalle mostrano che il braccio destro era abbassato, a reggere probabilmente il pennone
appoggiato alla stessa spalla, mentre il braccio sinistro era sollevato, con la mano aperta a compiere,
secondo la conservatrice del Louvre Hamiaux, un gesto di saluto, o meglio a reggere una corona.
L'autore della Nike ha esasperato tutto ci che pu suggerire il movimento e la velocit.
Laocoonte
Il gruppo scultoreo del Laocoonte ed i suoi figli, noto anche semplicemente come Gruppo del
Laocoonte, una scultura in marmo (h 242 cm) degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro,
databile al I secolo d.C. e conservato nel Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani, a Roma.
Raffigura il famoso episodio narrato nell'Eneide che vede il troiano Laocoonte ed i suoi figli assaliti
da serpenti marini.
Il gruppo statuario raffigura la fine di Laocoonte e dei suoi due figli Antifante e Timbreo mentre
sono strangolati da serpenti marini, come narrano varie leggende, tra cui la pi nota quella
contenuta nell'Eneide virgiliana, in cui descritto l'episodio come la vendetta di Atena per il
tentativo del sacerdote di Apollo di opporsi all'ingresso del cavallo di Troia nella citt.
La sua posa instabile perch nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti Laocoonte richiama
tutta la sua forza, manifestando con la pi alta intensit drammatica la sua sofferenza fisica e
spirituale. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia
nello spazio. L'espressione dolorosa del suo viso unita al contesto e la scena danno una resa
psicologica caricata, quasi teatrale, come tipico delle opere del "barocco ellenistico". La resa del
nudo mostra una consumata abilit, con l'enfatica torsione del busto che sottolinea lo sforzo e la
tensione del protagonista. Il volto tormentato da un'espressione pateticamente corrucciata. Il ritmo
concitato si trasmette poi alle figure dei figli.
La statua composta da pi parti distinte, mentre Plinio, in effetti, descrisse una scultura ricavata da
un unico blocco marmoreo (ex uno lapide). Tale circostanza ha creato sempre molti dubbi di
identificazione ed attribuzione.

Venere di Milo
La Venere di Milo si tratta di una scultura di marmo pario (h. 204 cm), priva delle braccia e del
basamento originale, conservata nel Museo del Louvre a Parigi. Sulla base di un'iscrizione riportata
su tale basamento (andato perduto) si ritiene che si tratti di un'opera di Alessandro di Antiochia.
Afrodite si leva stante col busto nudo fino all'addome e le gambe velate da un fitto panneggio. Il
corpo compone una misurata tensione che richiama un tipico chiasmo di derivazione policletea. Il
modellato reso con delicate suggestioni chiaroscurali, col contrasto tra il liscio incarnato nudo e il
vibrare della luce nei capelli ondulati e nel panneggio increspato della parte inferiore.
Non si conosce precisamente quale episodio mitologico della vita di Venere venga rappresentato: si
ritiene possa essere una raffigurazione della Venus Victrix che reca il pomo dorato a Paride: tale
interpretazione ben si accorderebbe con il nome dell'isola dove stata ritrovata (milos, in lingua
greca, significa infatti "mela"). Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano
recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua stessa. In generale comunque colpisce
l'atteggiamento naturale della dea, ormai lontana dalla compostezza "eroica" delle Veneri classiche
dei secolo precedenti.
Galata morente
Il Galata morente era scultura bronzea attribuita a Epigono, databile al 230-220 a.C. circa e oggi
nota da una copia marmorea dell'epoca romana (lunghezza 185 cm) conservata nei Musei Capitolini
di Roma. Con il Galata suicida e con altre opere di identificazione pi complessa doveva fare parte
del Donario di Attalo nella citt di Pergamo.
La statua raffigura, con grande realismo (specie nel volto), un guerriero galata morente,
semisdraiato e col volto rivolto in basso. Il soggetto presenta i tratti tipici del guerriero celtico,
considerando gli zigomi alti, l'acconciatura dei capelli, dalle folte e lunghe ciocche, e i baffi. In tale
gusto si nota un accento sulla particolare erudizione che circolava alla corte di Pergamo.
Eccezion fatta per un torque intorno al collo (la collana tipica di quelle popolazioni), il guerriero
completamente nudo. Sulla base, attorno ad esso alcune armi abbandonate. Col tipico patetismo
della scuola di Pergamo, l'artista evidenzi il dolore dello sconfitto, accentuandone il coraggio e il
valore e quindi, dall'altro lato, le qualit militare dei vincitori.
Galata suicida
Il Galata suicida, noto anche come Galata Ludovisi, una copia romana in marmo (h. 211 cm) del
I secolo a.C. di una statua in bronzo di Epgono realizzata intorno al 230-220 a.C., oggi conservata
al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps di Roma. L'opera originale, assieme al Galata
morente, faceva parte del Donario di Attalo, un perduto monumento trionfale sull'acropoli di
Pergamo commissionato da Attalo I per celebrare la propria vittoria contro i Galati.
Mostra un guerriero colto nell'atto di suicidarsi conficcandosi una spada corta tra le clavicole. ben
sorretto dalle gambe poste divaricatamente che, insieme al busto, sono protese verso destra, mentre
la testa fieramente rivolta all'indietro. Il corpo nudo, coperto solo sulla schiena da un mantello che
vola dinamicamente, mostra la dettagliata muscolatura del guerriero. L'immagine incentrata sulla
parte dove, con la mano destra, si trova ad impugnare la spada gi penetrata tra le clavicole. La
compagna abbandonata sulle ginocchia, ormai a un passo dal suo "sonno eterno".
La scultura evoca profonde sensazioni di eroismo e pateticit, a evidenziare il valore dei vinti e
quindi, di riflesso, anche quello dei vincitori.
La statua raffigura, con grande realismo, i tratti somatici del guerriero celtico, con gli zigomi alti,
l'acconciatura dei capelli, dalle folte e lunghe ciocche, e i baffi. In tale gusto si nota un accento sulla
particolare erudizione che circolava alla corte di Pergamo. Probabilmente la figura stante si trovava
al centro del donario, per questo fatta per essere apprezzata da molteplici punti di vista,
sviluppandosi nello spazio che la circonda.

Apollo Sauroctono
L'Apollo Sauroctono (dal greco, , "uccisore del rettile") una scultura bronzea,
attribuita a Prassitele, e oggi nota solo da copie marmoree, tra cui la migliore considerata quella
nel Museo del Louvre di Parigi (h. 149).
Apollo raffigurato come efebo: ancora giovanetto, nudo e dalle membra molli, acerbe, quasi
femminee, si appoggia con morbido abbandono ad un tronco d'albero (necessario per reggere la
statua). Il piede sinistro, accostato al tallone destro, fa s che la gamba sinistra sia completamente
rilassata e quasi disarticolata, accrescendo il senso di grazie del tenero corpo flessuoso.
L'importazione non pi verticale e ferma come nelle opere degli scultori precdeneti (si pensi ad
esempio al Doriforo di Policleto), ma pi dinamica e sbilanciata, in grado di creare linee sinuose.
Il giovane dio, dallo sguardo un po' distratto, colto nell'attimo in cui sta per trafiggere con uno
stilo una lucertola arrampicatasi sul tronco. un dio che sta giocando: si tratta quindi di un'attivit
che nessuno scultore delle et precedenti avrebbe mai pensato di attribuire a un essere divino.
Se la realizzazione dell'Afrodite Cnidia metteva in conto il coinvolgimento diretto dello spettatore,
motore dell'azione considerato un evento chiuso in se stesso, suscettibile solo di essere guardato
dall'osservatore, che quasi rubava al dio un istante di intimit, nell'Hermes con il piccolo Dioniso, si
aggiunge un'ulteriore componente. Prassitele, infatti, raffigura un momento del mito della nascita
del dio dell'ebbrezza e al riguardante dato di contemplare la nuova relazione fatta di spazi, di gesti
e di sguardi che si stabilisce tra i due soggetti divini.
Menade danzante
La Menade danzante una scultura di Skopas, databile al 330 a.C. e conosciuta da una piccola
copia frammentaria in marmo (altezza 45 cm) conservata nella Staatliche Kunstsammlungen di
Dresda.
La statua rappresenta una delle menadi, le fanciulle seguaci del dio Dioniso che ne celebravano il
culto con cerimonie orgiastiche e danze forsennate al suono di flauti e tamburelli, al culmine delle
quali aveva luogo il sacrificio di un capretto o di un capriolo, dilaniato a colpi di coltello e divorato
crudo nel momento del parossismo estatico.
La Menade di Dresda molto danneggiata, senza tuttavia perdere i suoi tratti fondamentali.
L'agitazione che pervade tutta la figura viene resa dall'impetuosa torsione a vortice che, dalla gamba
sinistra, passa per il busto e il collo sino alla testa, gettata all'indietro e girata, a seguire lo sguardo,
verso sinistra; il volto pieno, bocca naso e occhi sono ravvicinati, questi ultimi schiacciati contro
le forti arcate orbitali per conferire maggiore intensit all'espressione. Il panneggio si apre e si volge
verso l'alto, assecondando il ritmo ascensionale della statua. Il totale abbandonarsi del corpo alla
passione sottolineato anche dalla massa scomposta dei capelli, dall'arioso movimento del chitone
che, stretto da una cintura appena sopra la vita, si spalanca nel vortice della danza, lasciando
scoperto il fianco sinistro, e dal forte contrasto chiaroscurale tra panneggi e capigliatura da una
parte e superfici nude dall'altra. Le braccia, perdute, dovevano seguire la generale torsione del
corpo: il braccio sinistro, sollevato, stringeva contro la spalla un capretto; il destro era teso
all'indietro e la mano impugnava un coltello.
In questo lavoro resta poco della razionalit e del controllo delle opere, ad esempio, di Policleto,
raffigurando i nuovi orizzonti sociali, politici, culturali e religiosi che attraversavano la Grecia in un
momento di instabilit come il IV secolo a.C.

Apoxymenos
L'Apoxymenos (traslitterazione dal participio greco , "colui che si deterge") una
statua bronzea di Lisippo, databile al 330-320 a.C. circa e oggi nota solo da una copia marmorea
(marmo pentelico) di et claudia del Museo Pio-Clementino nella Citt del Vaticano. Si conoscono
inoltre varie copie con varianti.
L'Apoxymenos raffigura un giovane atleta nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di
metallo, che i Greci chiamavano e i Romani strigilis, in italiano striglia. Era uno strumento
dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e, principalmente, dagli atleti
per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima
delle gare di lotta. L'atleta quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione, in un
atto che accomuna vincitore e vinto.
La versione dei Musei Vaticani si presume sia stata eseguita in una officina romana di buona
qualit, pure se, ad una pi attenta analisi, resta qualche piccola imperfezione e decadimento di
livello; ne un particolare esempio la resa della zona interna del braccio sinistro. La statua risulta
nella sua totalit sostanzialmente completa e tuttora in condizioni molto buone. Piccoli particolari
rovinati si possono riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative
all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle ed anche allo zigomo sinistro. Esistono due
fratture sul braccio destro; una situata alla met circa del bicipite ed una seconda sopra il polso. Il
braccio sinistro riporta una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di
materiale ed una seconda frattura al polso.
Su una vasta zona dell'avambraccio destro sono evidenti le tracce di leggere corrosioni e di
un'antica azione del fuoco. In una delle mani mancano tutte le dita e si notano fori di perni che
risalgono ad un precedente restauro.
Mancano anche il pene ed una parte dei genitali nella zona inferiore. La gamba sinistra rivela una
frattura sotto l'anca. La gamba destra rivela due fratture; sotto la caviglia e sotto il ginocchio.
Col gesto di portare in avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segn una
rottura definitiva con la tradizionale frontalit dell'arte greca: le statue precedenti avevano infatti il
punto di vista ottimale davanti (un retaggio delle collocazioni dei simulacri nelle celle dei templi),
mentre in questo caso per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione
l'opera considerata la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte greca.
La figura si muove ormai nello spazio con una grande naturalezza, con una posizione a
contrapposto che deriva dal Doriforo di Policleto; in questo caso per entrambe le gambe
sostengono l'atleta e la sua figura leggermente inarcata verso la sua sinistra, seguendo quel gusto
per la dinamica e l'instabilit maturato da Skopas qualche anno prima. Esso si protende nello spazio
con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un sostegno a forma di tronco
d'albero) e con una lieve torsione del busto, che spezza irrimediabilmente la razionalit del chiasmo
policleteo, cosicch i pesi non sono pi distribuiti con simmetria sull'asse mediano. Il corpo
dell'opera percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che d l'impressione allo spettatore
che l'opera possa in qualche modo andargli incontro.
Il corpo snello, con una testa pi piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del canone di Policleto,
in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica, che tiene conto del punto di vista dello
spettatore piuttosto che della reale antropometria della figura. Scrisse a tale proposito Plinio che
Lisippo soleva dire comunemente che essi [gli scultori a lui precedenti] riproducevano gli uomini
come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere (Naturalis Historia, XXXIV, 65.).

Atena Parthenos
La statua crisoelefantina raffigurante Atena Parthenos (vergine) fu scolpita da Fidia nel 438
a.C., al culmine della sua fama, e collocata nel Partenone, il tempio dell'Acropoli di Atene che
proprio da essa prese il nome.
Era alta 12 metri; di essa rimangono solo delle copie in scala molto ridotta e qualche raffigurazione
su gemma. Si tramanda che la statua fosse di dimensioni talmente colossali che per la sua
costruzione occorsero 1000 chilogrammi d'oro.
Dalle piccole copie sopravvissute possibile ricostruire l'aspetto della statua: sul braccio destro
della dea, sostenuto da una colonnetta, si trovava la Nike, che simboleggiava le molte vittorie
conseguite, mentre il sinistro reggeva una lancia e poggiava sullo scudo ornato sul lato esterno dalle
scene di una amazzonomachia e su quello interno da una gigantomachia. Tale scudo nascondeva il
serpente Erittonio, sacro ad Atena. La dea indossava il peplo, contraddistinto da pieghe profonde, e
l'egida, l'armatura che spesso presente nelle sue raffigurazioni, ornata al centro dalla testa di una
Gorgone. Sopra la testa si trova un elmo crestato con un cavallo raffigurato sopra di esso. Sui tre
cimieri si trovano anche una sfinge, che rappresenta la grande sapienza degli Egizi, e dei grifi alati.
Vecchia ubriaca
La Vecchia ubriaca una scultura in marmo databile al 300-280 a.C. circa e consociuta da copie
romane, tra cui le migliori sono alla Gliptoteca di Monaco (h 92 cm) e ai Musei Capitolini di Roma.
Plinio cit una "vecchia ubriaca di Smirne", attribuendola a Mirone, artista del V secolo a.C., ma
una cronologia del genere appare impensabile.
Soggetto della scultura un'anziana donna ubriaca, che tiene tra le braccia un otre di vino, distesa a
terra con il busto alzato e la testa riversa all'indietro. Il volto rugoso, disperato e quasi grottesco,
caratterizzato dalla bocca aperta e dallo sguardo perso nel vuoto, a causa dei fumi dell'alcol.
La scrupolosit dei particolari e l'aderenza della composizione alla realt fanno dell'opera scultorea
uno degli esempi pi riusciti del realismo che permea la scultura dell'et ellenistica, attenta per la
prima volta nel mondo greco alla resa di sentimenti personali, quali il dolore e lo sconforto.