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PERICLE DUCATI

LA SCULTURA GRECA
LARCAISMO
FIRENZE
NOVISSIMA ENCICLOPEDIA MONOGRAFICA ILLUSTRATA
VIA FAENZA, N. 52
ORIGINI DELLA SCULTURA GRECA.
A capo della loro scultura i Greci collocavano la figura mitica di Dedalo ateniese,
che la leggenda metteva in rapporto con Minosse, il possente dominatore dellEgeo, il
re di Cnosso in Creta, quel Minosse, da cui ha tratto denominazione il periodo di civilt
e di arte cretese tra la prima met del III millennio a. C. e la seconda met del II
millennio a. C. In realt il nome di Dedalo si deve associare con le prime
manifestazioni della scultura greca in et ben posteriore, quando cio dallarte, con
formule rigorosamente geometriche del cosiddetto medio-evo ellenico (sec. X-VIII a.
C.), era ormai avvenuto il passaggio alle espressioni di forme vegetali e di forme
animalesche o mostruose dellarte industriale orientalizzante.
Il nome di Dedalo allinizio della grande scultura greca, ove il massimo
problema consiste nella rappresentazione della figura umana, specialmente maschile
ed ignuda. Dedaliche furono chiamate le prime espressioni scultoree e la tradizione
letteraria ci parla di artisti dedalici, cio della scuola di Dedalo esplicatasi in Creta e
passata poi nel Peloponneso.
La scultura greca non ci nota nei suoi primi lavori, che erano eseguiti in legno; i
cosiddetta xoana o sculture lignee, appunto per il deterioramento di questo materiale,
sono andati perduti; erano tronchi di albero, erano travi piallate, in modo che il corpo
non aveva apparenza organica, ma veniva rivestito di stoffe vistose, da cui uscivano la
testa, le braccia, i piedi, parti anatomiche su cui si indirizzava lattivit dellumile
intagliatore e che venivano rivestite di stucco e dipinte.
In compenso noi abbiamo alcuni primi esemplari della scultura in pietra. Essi non
risalgono pi in su della fine del sec. VII a. C. e prevalentemente riproducono la figura
maschile ignuda, imberbe, stante, con la gamba sinistra un po avanzata rispetto alla
destra, con le braccia pendenti lungo i fianchi e con le mani attaccate alle cosce. il
tipo cosiddetto dei kouroi o degli Apollini arcaici; un tipo che, applicato alla figura
muliebre, ci si presenta in piena arte geometrica espresso in modiche proporzioni in
statuette eburnee. Cosi dal cimitero del Dipylon ad Atene, da una tomba, che, pei vasi
dipinti geometrici che vi si rinvennero, non pu discendere pi in gi della met del
sec. VIII a. C., provengono cinque figurine di avorio; sono donne ignude, di cui due
hanno sul capo il berretto cilindrico o polos e perci rappresentano certamente delle
divinit: angolosit nei contorni del corpo, esagerata sottigliezza nella cintura, con
grossolanit ed imprecisione sono resi i tratti del volto e le mani. Ma qui non si tratta
di sculture nel vero senso della parola, s invece di prodromi della scultura.
invece notevole che le prime manifestazioni di scultura (figure maschili ignude
e figure femminili vestite stanti, figure, sia maschili che femminili, vestite e sedute)
cadono nel periodo in cui la Grecia in grande contatto con lEgitto, ove si svolgeva da
secoli una grande arte di scultura, quella grande arte, che manca invece alla Grecia
del medio-evo ellenico e che quasi del tutto estranea alla Grecia della civilt cretesemicenea. La filellena dinastia saitica XXVI a (669-525 a. C.), specialmente con
Psammetico I (663-609 a. C.) e con Amasis (568-526 a. C.) chiama a s i Greci;
sintessono rapporti frequenti assai tra Greci ed Egizi, dopo il lungo periodo in cui e
Grecia ed Egitto avevano condotto una vita isolata e difficile, con la stentata acerbit
in Grecia, con laffannosa debolezza contro Etiopia ed Assiria in Egitto. Mercenari e
mercanti, i Greci penetrano nel meraviglioso paese nilotico, fulgido di memorie
millenarie, vivono in citt egizie e fondano colonie (Naucrati, Dafne).
Si voluto negare linflusso egizio nelle primitive opere di arte scultoria dei Greci;

in realt vi sono indizi che ci persuadono del contrario: nei kouroi, lacconciatura della
chioma coi due spioventi laterali a triangolo sulle spalle, che corrisponde allegiziano
klaft, la mano non pi a dita allungate, come nelle statuette eburnee del Dipylon, ma
con le dita maggiori chiuse e col pollice disteso, la gamba sinistra avanzata, invece
della destra. Ma la completa nudit, ma la perfetta indipendenza della statua
differenziano di un subito i kouroi ellenici dalle statue egizie, ove nella scultura aulica,
ufficiale lo shenti attorno alla cintura ed ove la statua posteriormente si appoggia ai
pilastro istoriato di geroglifici.
Una scintilla anima sin dall inizio la scultura dei Greci: lanelito non mai
smorzato, ma sempre fervido verso una forma ideale di bellezza tipica, per cui luomo
e la donna debbono raggiungere quella perfezione fisica che eguaglia la umanit alla
divinit. Fin dagli albori della scultura lindividuo sparisce, trionfa nelle sue variet il
tipo, onde la scultura greca sin dai primi, faticosi tentativi assoggettata ad una
severa disciplina formale che non frutto di elucubrazione cerebrale, ma una
esigenza dello spirito, un moto spontaneo, una inclinazione che si trasforma in
volont. Aspro il cammino, ma dalla acerbit dellarcaismo, cos pieno di attrattiva
come una campagna dopo il riposo invernale, piena di germogli, sboccer
gradatamente, senza salti n scosse, il saporoso frutto della scultura del pieno secolo
V a. C.
KOUROI ARCAICI
Numerosi sono i kouroi sino a noi pervenuti. Fra pi antichi il cosiddetto Apollo
di Orcomeno del Museo di Atene in duro, grigiastro calcare, dalla grossa testa, dalla
scarsezza sommaria dei particolari; tra i pi interessanti nella loro stranezza il
kouros del Museo Metropolitano di Nuova York, dagli enormi archi amigdaloidi, dal
risalto netto, deciso delle varie parti anatomiche, dalla possanza muscolare del petto e
delle gambe in contrasto con la sottigliezza del torace. In un caso due kouroi sono
insieme riuniti; si ha allora un vero altorilievo; lesempio offertoci dalla curiosa stele
di tufo (poros) di Dermys e Kitylos di Tanagra del Museo di Atene, che palesano una
antichit maggiore per lo schematismo delle sagome e per lassenza dei motivi
anatomici rispetto anche allApollo di Orcomeno.
Ma tipici sopratutto sono da un lato il cosiddetto Apollo di Tenea (vicino a Corinto)
della Glittoteca di Monaco, dallaltro le due statue atletiche (Cleobi e Bitone) del Museo
di Delfi. NellApollo di Tenea, che in realt una statua funeraria, si ha luso del
nobile marmo pario; certo dobbiamo vedere in questo marmo dellinizio del sec. VI
lopera di un artista insulare. Vi snellezza di proporzioni, vi forza disciplinata nel
corpo vigoroso, ma con le spalle un po cascanti, nel corpo elastico, nervoso; vi gi
un raggio di spiritualit nei tratti del volto, pure nel convenzionalismo arcaico. Nel
volto emergono gli occhi di rana a fior di pelle, ma risalta anche il sorriso, che d una
espressione di arguzia. il sorriso arcaico che diventa il motivo predominante nei volti
attraverso tutto il secolo VI ed anche i primi tempi del secolo successivo. infine da
notare che lautore dell Apollo di Tenea pare che abbia seguito un canone speciale
di proporzioni: la testa eguale al piede e lintera figura eguale a circa sette teste e
mezzo.
Se insulare doveva essere lo scultore del marmo di Tenea, argivo era lautore dei
delfici Cleobi e Bitone: invero rimasto un frammento della base con letnico e con la
parte finale del nome dellautore ....ymedes (forse Polimede). Nei due fratelli di Delfi le
braccia sono un po ripiegate e staccate dal corpo, la gamba sinistra pi avanzata e
perci il torso si curva leggermente allinnanzi; da ci nasce un ritmo un po pi
vivace. Ma tozze sono le figure (misurano ciascuna meno di sette teste); non pi il
raggio dellintelligenza per mezzo del sorriso, ma la forza bruta e, mentre nel kouros
di Nuova York con lassenza del sorriso vi una espressione attonita, nelle statue
delfiche con una sfumatura di sorriso nella bocca semidischiusa si palesa la brutalit
massiccia; viso piatto, calotta cranica deficiente, ampiezza di mascelle e di mento,
orecchie grandi e distese. Manifestamente le due statue delfiche sono posteriori

allApollo di Tenea; ma nellApollo avvertiamo la espressione di una corrente


artistica meno antica rispetto a quella a cui appartengono Cleobi e Bitone. Lautore di
queste due statue, Polimede (?) argivo, appartiene invero al Peloponneso, a quel
Peloponneso a cui sarebbe passata larte da Creta, ove sembra che si debbano
supporre gli albori della scultura greca di pietra. Pertanto corrente ionica nella snella e
sorridente statua di Tenea, corrente dorica nelle due pesanti, apatiche statue atletiche
di Delfi.
CORRENTE CRETESE-PELOPONNESIACA.
Di questa corrente dorica o cretese-peloponnesiaca abbiamo cenni nella
tradizione letteraria nei nomi di Chinsofo, cretese, e riconnesso con Dedalo, e di
Dipeno e Scillide, che esplicarono la loro attivit nel Peloponneso. Ma la conferma ci
data dai rinvenimenti archeologici. Sta invero allinizio della scultura greca un torso
tufaceo da Eleuterna (Creta), ora nel Museo di Candia, che rappresenta una figura
muliebre vestita e forse seduta; i capelli sono espressi a trecce graffite a semplici
reticolati e scendenti, tre per parte, sul petto; i tratti del largo volto sono grossolani e
sommari. questa opera una manifestazione analoga, ma di non pochi anni anteriore
ai due atleti delfici.
Forte la somiglianza di questopera darte con una statua tufacea, corrosa
specialmente nel volto e pure rappresentante una donna seduta; proviene da
Aigiorgitika (Arcadia) ed ora nel Museo di Atene; indossa un mantello (himation)
posto a tracolla e scendente con un lembo dalla spalla sinistra sul dorso. Ma la
corrente cretese passa anche nellEgeo; ne prova un torso muliebre di Delo.
Il problema formale della figura seduta in questa corrente cretese-peloponnesiaca
ripreso nelle due statue muliebri scolpite in calcare e che originariamente stavano
sullarchitrave della porta del tempietto A di Prinis (Creta), ora nel Museo di Candia,
in funzione di cariatidi. Il polos, di forma a tronco di cono sulla testa di queste due
figure, indicherebbe una natura divina, ma arduo assai, anzi malsicuro fare
identificazioni; lo schema semplice, poich la figura ripiegata duramente a recisi
angoli retti con le braccia incollate, per cos dire, al corpo; una raggiera di trecce esce
dal polos per cadere rigida sulle spalle e sul dorso.
La tradizione dellarte orientalizzante, quale continua attraverso il sec. VI, in
funzione subordinata rispetto alle scene figurate, nei vasi dipinti, si conserva nella
ornamentazione del vestito con figure di Sfingi e nel fregio (zoophoros) di pantere e di
pascenti cervi che corre sullarchitrave, mentre al di sotto di questo architrave sono
rappresentate a rilievo figure muliebri stanti.
Verosimilmente ad un simulacro seduto, ad un hedos appartiene una grande
testa della dea Hera di calcare, trovata in Olimpia ed esposta nel Museo di Olimpia.
forse il residuo del simulacro onorato di culto dentro il tempio della dea nel santuario
olimpico? la medesima solidit degli atleti delfici; la stessa violenta ossatura; si
ripete anche qui il particolare dellorecchio ampio ed esageratamente disteso. Ma il
contorno del volto un po pi allungato e traspare il sorriso; dobbiamo infine
immaginare la vivacit originaria del volto quando nelle occhiaie, ora vuote, doveva
balenare il luccichio dello smalto.
LE STATUE DEI BRANCHIDI
Ma anche nella corrente ionica ci appare il tipo della figura seduta. Ce ne d
esempio la citt greca di Asia Minore che ebbe con lEgitto i pi intensi rapporti:
Mileto. A circa 16 chilometri a sud di questa citt si innalzava il celebre tempio di
Apollo Filesio o Didimeo; alla volta di questo tempio si svolgevano dal porto Panormo
le sacre processioni per un percorso di cinque chilometri lungo un viale fiancheggiato
da tombe, da statue votive di personaggi seduti, da statue di sfingi e di leoni;
lanalogia coi lunghi viali adorni di opere scultorie e precedenti i santuari egizi del
tutto palese. Noi possediamo alcune statue di questi personaggi dignitosi, gravi, seduti

su trono ed ammantati; sono essi i Branchidi, cio i membri della famiglia in cui era
ereditario il sacerdozio in onore del nume. Naturalmente queste statue sono di
differenti stili, di diverse et; una delle pi antiche quella del Museo Britannico di
Chares, primate di Teichiussa, avvolto in un lungo chitone ed in un mantello (himation)
che passa sotto lascella destra. Rigida lattitudine con le grosse braccia sui braccioli
del trono e le forme del corpo non sono appariscenti, sicch la stoffa sembra quasi una
rigida cappa plumbea. Vengono alla mente i versi di Asio di Samo, poeta epico della
met del sec. VI a.C. a proposito dei Sam che, ben coperti dagli abiti belli,
trascinavano i chitoni bianchi di neve sulla vasta terra.
IL TIPO STATUARIO MULIEBRE ARCAICO.
Rimane il tipo della statua muliebre, vestita e stante. A capo della serie sta la
figura marmorea di Delo del Museo di Atene, che indicata da una iscrizione
leggermente graffita sul fianco sinistro, come dedica ad Artemide da parte di una
Nicandre di Nasso. palese, in questa primitiva opera darte, il ricordo dellintaglio in
legno, onde essa fa leffetto di uno di quegli xoana che anche ai tempi del periegeta
Pausania (seconda met del sec. II d. C.) nei santuari greci erano circondati da grande
venerazione.
La statua delia una figura incorporea sicch, veduta di fianco, simile ad una
trave sottile, mentre quasi del tutto lisci sono i piani anteriore e posteriore,
rigorosamente paralleli tra di loro. La rigidezza somma e nella figura indossante il
chitone dorico o peplo solo un leggero rigonfiamento, il petto, ed un leggero
restringimento, la cintura, annunziano la femminilit della persona rappresentata. Il
volto, oggi guasto, di Nicandre incorniciato dalla solita acconciatura della chioma a
parrucca.
Pi corporea, ma pi tozza la scultura marmorea, forse di provenienza cretese,
gi esistente nel Museo di Auxerre ed ora nel Museo del Louvre: volto grosso ed
ossuto, anzi arguto in un abbozzo di sorriso ed incorniciato dalle solite trecce, qui
quattro di numero per ciascun lato; mammelle pronunciate e discoste luna dallaltra,
cintura stretta assai e provvista di una mitra o cinturone. Il problema del
panneggiamento qui risolto in modo che alcune parti del corpo sembrano del tutto
ignude; ma ormai in questa figura salda con ambedue i piedi a terra, come la Nicandre
di Delo, le braccia non sono pi immobili, pendenti lungo i fianchi; il braccio destro
ripiegato e la relativa mano distesa si allunga tra le due mammelle. codesta una
prima emancipazione di unarte preannunziante il movimento della persona, lo
scioglimento del rigore del corpo stecchito.
Corrente cretese-peloponnesiaca nella statuetta gi di Auxerre; corrente ionica
nella statua marmorea acefala da Samo, ora al Museo del Louvre. Una iscrizione
graffita sullorlo del mantello esprime la dedica di un certo Cheramyes ad Hera in
Samo; forse anche nel marmo non rappresentata la dea, s invece una figura
muliebre che intercede per Cheramyes presso la divinit.
Nella statua samia non si ha. come nella statua di Nicandre, la idea del trave, ma
invece quella del tronco di albero; la figura tutta racchiusa in un chitone di lino a
sottilissime pieghe verticali, simile ad una fitta e greve maglia; sopra a tracolla uno
himation di lana. Ormai vi appare, ma timido assai, latteggiamento che diventa in
seguito cos comune nelle statue muliebri; e la mano destra abbassata ed attaccata al
corpo solleva un lembo del vestito, la mano sinistra ripiegata al petto stringe un
oggetto, forse un frutto o un fiore. E un lavoro minuzioso e coscienzioso e vi si avverte,
pi che linflusso della tecnica del legno, quello del metallo a lamine battute ed incise.
Forse nella statua dedicata da Cheramyes il ricordo del simulacro di Hera di
Smilide, samio piuttosto che egineta, vissuto dopo Dedalo; probabilmente questo
simulacro era uno xoanon avvolto con lamina metallica ribattuta a martello
(sphyrelata). Si pu ricostruire idealmente la intera figura della statua del Louvre
mediante un torso trovato in Atene sulla acropoli, dal volto con le guancie piatte, con
gli occhi grossi, spalancati, un po obliqui e con un leggero sorriso sulle labbra.

I PRIMI RILIEVI GRECI


Dopo i tipi principali di statue da considerare il rilievo. I primi esempi a noi noti
sono le stele pi o meno frammentane provenienti da Prinis (Creta); ivi lo stadio
precursore del rilievo, il graffito dipinto o con figure muliebri dal solito tipo delle
dee del tempietto A, pure di Prinis, e della statuetta dAuxerre, o con figure di
guerrieri scudati.
Dal graffito il passaggio al rilievo come nel fregio a pantere e a cervi
dellarchitrave del tempietto A di Prinis, nel cui lato sottostante, le figure rilevate
muliebri con polos tanto si avvicinano alla statuetta di Auxerre. Ma nello stesso
tempietto cretese il fregio girante attorno alla cella (zoophros) con le strane figure
di cavalieri minuscoli rispetto ai giganteschi cavalli; essi rivolgono verso lo spettatore il
volto incorniciato dalla solita zazzera. Espressione ingenua, curiosa; strano accozzo
della sodezza degli enormi cavalli e della fragilit dei bambineschi guerrieri che vi
stanno sul dorso.
Ma in questi rilievi di Prinis, come del resto nei graffiti delle stele, pure di Prinis,
la figura umana si muove, non pi rigidamente stecchita come nella scultura a tutto
tondo, ed alla figura umana si accompagna la figura bestiale (pantera, cervo, cavallo),
pure in movimento. Si constatato il passaggio da Creta al Peloponneso per quanto
concerne i tipi statuari; analogo passaggio lecito avvertire per il rilievo. Una prova
il frammento della metopa del tempio dorico dAthena dellacropoli di Micene; il
frammento di una figura muliebre, con la testa incorniciata dallampia parrucca di
prospetto, col corpo di profilo. La data 650-625 espressa per questo frammento, sulla
base di confronti con vasetti configurati proto-corinzi, sembrer un po troppo alta;
forse il frammento della fine del sec. VII a. C.
LA SFINGE DEI NASS, LA NIKE DI DELO, IL MOSCHOPHOROS.
Linizio del movimento si potuto scorgere nella scultura a tutto tondo nella
statuetta gi ad Auxerre e nella statua dedicata da Cheramyes: ripiegamento,
piuttosto che movimento quasi meccanico, innaturale di un braccio, che del resto
rimane aderente al corpo. Ma ben presto si ha uno scioglimento pi accentuato delle
membra. Tre statue debbono essere qui addotte: la Sfinge dedicata dai Nass nel
santuario di Delfi, la Nike di Delo, il moschophoros o portatore di vitello dellacropoli
ateniese.
La Sfinge marmorea dedicata dai Nass nel santuario di Delfi si ergeva
originariamente su di unalta, snella colonna ionica. Questo mostro malefico, dotato di
misterioso, funesto potere vigilava un giorno dallalto sulla folla dei devoti visitatori del
luogo sacro ad Apollo. Volto rudemente, ma fortemente scolpito a grandi occhi
triangolari, bocca dischiusa, che sembra quasi formulare gli enigmi fatali della
leggenda tebana; vigore terribile del crudele essere dal corpo alato di felino,
saldamente piantato sul terreno con le zampe anteriori rigidamente tese e con gli
artigli adunchi, che si raggrinzano, esprime esso magnificamente la idea
dellineluttabile.
La Nike di Delo del Museo Nazionale di Atene forse opera degli artisti di Chio,
Micchiade ed Archermo, menzionati su di una base trovata accanto e che
probabilmente appartiene alla statua. In questo marmo lo schema di una figura in
grande movimento, anzi in volo. La Nike, provvista delle ali aperte, di cui rimangono i
residui sul dorso, rappresentata in volo laterale con una gamba avanzata e con
laltra ripiegata assai; essa accompagna il movimento aereo con le braccia, il sinistro
braccio ripiegato allanca, il destro alzato. Manca in questa opera, satura dingenuit
attraente, la correlazione tra le varie parti del corpo; mentre il corpo dalla cintura
allins esibito di pieno prospetto, dalla cintura allingi del tutto di profilo a
sinistra; lo stridente contrasto ha una linea di brusco accostamento, cio la linea della
cintura.
Ma sagace il modo col quale lautore o gli autori della Nike di Delo hanno

saputo rendere concreta la idea del volo. Nella ricostruzione che si tentata della
mutila figura, i piedi non poggiavano a terra, ma erano librati in aria ed alla base la
figura si attaccava solamente per mezzo del lembo del peplo che scendeva verso
terra, liberando la gamba destra che dal peplo esce ignuda. Cos la dea della vittoria
appariva come librata in aria.
Il moschophoros di marmo dell Imetto, che una iscrizione indica quale dono di un
certo Rhombos o Konbos, ha la posa comune ai noti kouroi o Apollini, ma se ne
distacca per alcuni particolari: la presenza della barba senza i baffi, il mantelletto
(chlaina doppia) ed il motivo delle braccia. Le braccia invero sono sollevate e ripiegate
per stringere saldamente le zampe del vitello destinato al sacrificio. La policromia
doveva accentuare le vane parti del corpo ed invero la policromia, violenta, sfacciata
carattere necessario in questa scultura arcaica greca e va attenuandosi solo allinizio
del sec. V, ma non scompare mai durante tutto lo sviluppo di questa scultura. Cos il
colore doveva accentuare il distacco tra il mantelletto e le parti ignude del
moschophoros, distacco ora espresso da una semplice orlatura; cos la barba, che ora
appare come una specie di frangia del tutto liscia pendente dal mento e dalle guance,
aveva la sua attuale uniformit attenuata dal colore. In Rhombos o Konbos la
superficialit anatomica palese, ma sfugge a tale superficialit il trattamento
vigoroso delle braccia ripiegate nello sforzo, mentre curioso lavvicinamento dello
scialbo muso del vitello al volto di chi lo trasporta, volto animato da un largo sorriso.

LA SFINGE DI SPATA, LAFRODITE DI MARSIGLIA, LA KORE ATTICA


Due altre opere ci presentano un passo ulteriore nella corrente offertaci dalla
Nike di Delo; sono la Sfinge di Spata del Museo Nazionale di Atene e lAfrodite
cosiddetta di Marsiglia del Museo di Lione. Ma in queste due opere la vigoria comincia
ad attenuarsi un po in mollezza. La Sfinge di Spata dal volto ampio, bonario, non ha
certo quel carattere rude, ermetico nel tempo stesso, cos consono con la natura del
mostro rappresentato, quale noi constatiamo nella Sfinge delfica dei Nass. LAfrodite,
designata come tale dallattributo della colomba, ha tuttora una leggera sfumatura di
mollezza; la parte superiore della figura. Curiose sono in questa Afrodite le trecce
scendenti sul petto e simili a nastri. Se, a quel che pare, lAfrodite di Marsiglia
appartiene allindirizzo dellarte jonico-asiatica, potremmo scorgere nella Sfinge di
Spata una prova dell influsso di questo indirizzo nell Attica.
Unaria di famiglia avvince la Sfinge di Spata ad unaltra scultura attica, forse un
po anteriore; la testa Iacobsen di marmo pario della Glittoteca Ny-Carlsberg: enormi
occhi globulari, carnosit del volto col sorriso un po canzonatorio.
Invece una ben diversa espressione di arte, pure nellAttica, nel minuzioso e che
si ricollega alla tradizione prettamente locale, come vedremo, del rilievo, nella testa
detta Rampin dal suo primo possessore, di uomo barbuto, di provenienza ateniese, ora
nel Museo del Louvre. di marmo pario; il fine reticolato della barba ed i riccioli a
chicchi di collana delimitanti la fronte, incorniciano un volto scarno.
Rimanendo nellAttica si ha nella stessa linea del moschophoros una delle korai
dellacropoli. Gli scavi eseguiti tra il 1885 ed il 1891 sullacropoli di Atene hanno recato
alla luce molteplici e pregevolissime testimonianze di quanto era questo luogo sacro
degli Ateniesi prima che esso fosse stato invaso e rovinato dai Persiani nel 480 e nel
479 a. C. Emergono tra questi relitti, ora raccolti nel Museo dellAcropoli, le cosiddette
korai, settantuna di numero, che riproducono giovani donne ateniesi e che in funzione

di doni votivi affollavano lo spazio attorno al tempio di Athena polis e protettrice della
citt ed erano come mediatrici tra il devoto offerente e la vergine dea.
Gi il frammento di una di queste korai si addotto a proposito della statua
offerta dal samio Cheramyes. Ora tra le pi antiche di queste korai, che indossano
labito ionico costantemente, quella che indossa labito attico, cio chitone di lino e
peplo di lana. Impellente il confronto con la statua delia di Nicandre, ma il progresso
formale accentuato assai; il tipo vetusto di xoanon si appalesa chiaramente nella
parte inferiore della figura, ma nella parte superiore vi gi corporeit, vi gi
movimento; rotonde appaiono le mammelle e distaccate assai luna dallaltra e non
sembrano affatto ricoperte dalla doppia stoffa, di lino del chitone, di lana del peplo. Il
braccio destro pende lungo il fianco, ma la mano non solleva un lembo del vestito,
come invece goffamente espressa nella statua dedicata da Cheramyes; questa mano
invece atteggiata come le mani dei kouroi; invece lavambraccio sinistro doveva
essere arditamente avanzato a porgere lofferta. Il volto sorridente ed avvivato
dalla policromia dei grandi occhi; ma tale policromia si esplica anche nei leggiadri
ornati sul peplo.
LA SCULTURA DECORATIVA DI TEMPLI DELLACROPOLI DI ATENE.
Oltre alla scultura a tutto tondo, oltre cio alle statue, abbiamo le sculture
decorative dei templi, cio i rilievi e le statue nei frontoni, i rilievi delle metope nei
templi di ordine dorico, i rilievi a fregio continuo (zoophoroi) nei templi di ordine jonico.
Per quanto concerne i frontoni, i documenti pi numerosi ci sono offerti dagli scavi
dellacropoli di Atene. Ivi la cosiddetta arte del poros o del tufo, cos chiamata dal
grossolano calcare giallastro usato dagli Ateniesi, sia per larchitettura che per la
scultura nel periodo, che dagli ultimi anni del sec. VII scende gi sino agli anni di poco
posteriori al 550 a. C. Questo tufo, se imbevuto di acqua, diventa cosi molle che si pu
agevolmente tagliare con un coltello, sicch questa arte del poros ha innegabili,
profonde somiglianze con la pi antica scultura di legno.
Si sono riconosciuti residui di decorazione plastica di tufo sullacropoli di Atene
per forse undici edifizi. Il pi antico frontone, a rilievo, quello di Eracle e della idra
lernea. Eccoci ormai nel campo delle scene mitiche, ove la preferenza assoluta data
ad Eracle, leroe nazionale.
Il piccolo frontone (m. 5,80 di lunghezza) che ha laspetto di arabesco, saturo di
ingenuit primitiva, inabile con la gigantesca figura delleroe nel mezzo, con il
groviglio dei tentacoli dell idra a destra e con la minuscola biga in cui sta per montare
Jolao.
In un altro frontone, pure a rilievo, riprodotto lelemento paesistico, sicch
questo frontone si ricollega da un lato alle scene paesistiche della pittura e della
toreutica cretese-micenea del secondo millennio a. C., daltro lato preannunzia, con
grave distacco di tempo, il rilievo paesistico dellellenismo. Con un grave distacco di
tempo, perch nel rilievo ellenico predomina assolutamente la figura umana; solo,
come esigenza del contenuto della scena rappresentata, talora espressa la figura
bestiale o quella mostruosa, mentre ogni elemento di ambiente soppresso oppure fa
una assai timida, quasi simbolica apparizione. Invece in questo frontone di poros
dellacropoli ateniese rappresentato, di fianco, lantico Eretteo o tempio di Athena
polis col recinto da cui sporge in alto lalbero sacro di ulivo; varie figure muliebri sono
dinnanzi, rigide, come pupazzi.
La inabilit compositiva emerge da un altro frontone in poros, ove
rappresentato lingresso di Eracle nellOlimpo; nel mezzo, rivolta a destra, la
gigantesca figura di Zeus, poi, sempre nellala destra, la figura, seduta di fronte, di
Hera; il profilo ed il prospetto hanno qui, in due contigue figure, un accozzo di
stridente durezza; poi, man mano che ci si avvicina ali angolo destro, le figure vanno
impicciolendo di proporzioni; se piccolo Eracle, minuscolo Hermes che lo segue. Il
dettaglio qui regna sovrano, il dettaglio che degenera nella minuzia e che contrasta
con le forme goffe, pesanti, angolose. Minuzia nel rendimento delle chiome e delle

barbe, minuzia nella ornamentazione policroma dei vestiti.


Per lHekatompedon pi antico degli anni di Pisistrato (poco dopo il 560 a.C.), cio
per il tempio lungo cento piedi che si innalzava accanto allantico Eretteo e che
ledificio lontanamente precursore del Partenone pericleo, si ha il celebre frontone, ove
da una parte rappresentata la lotta di Eracle, teso con tutte le forze a terra, lottante
contro il Tritone, e dallaltra parte il cosiddetto Tifone tricorpore. Qui si tratta non pi di
rilievo, ma di scultura a tutto tondo. Singolare il Tifone: sono tre figure fuse insieme,
s da costituire un mostro demonico dai tre corpi alati che finiscono in code serpentine
a spirali ravvolte; le tre sinistre mani tenevano afferrati degli attributi simboleggianti
forse lacqua, il fuoco, laria; la destre erano tese vuote.
Ora laspetto, non gi minaccevole, ma bonario e latteggiamento inerte,
piuttosto che con Tifone o coi Tritopatores (di attici del vento), convengono con
Nereo, cio col vecchio marino, il quale con gli attributi suddetti dimostrerebbe la
prerogativa di trasmutarsi in vario modo. Cos Nereo starebbe ad osservare la lotta tra
il Tritone e leroe Eracle.
Pi dei due volti ultimi ed eguali tra di loro, spicca il primo volto di quasi
prospetto con lunga barba azzurra, attaccata, quale barba posticcia, ad incorniciare il
viso, dai cui occhi spalancati, dalla cui bocca tesa emana un senso di balordaggine.
Ancor pi strano reso laspetto del mostro dalla policromia convenzionale: chioma,
barba e baffi turchini, occhi verdi, spire serpentine variegate di turchino, di bianco, di
rosso. Ma vigoria e flessibilit sono gi nelle parti umane del triplice corpo del mostro
e nellEracle teso nello sforzo della lotta.
Nel secondo frontone, loccidentale, dello Hekatompedon era la maestria assai
grande nella brutalit animalesca, di due poderose figure leonine, che azzannano un
toro disteso morente al suolo; il gruppo era fiancheggiato da due serpenti, sicch tutto
questo complesso bestiale, che ci richiama ancora larte zoomorfa e teratomorfa del
periodo orientalizzante, riempiva in assai acconcio modo il frontone occidentale, che
pertanto, per quanto concerne il principio compositivo, supera il frontone ad est.
IL FRONTONE DI CORF; SCULTURE DELLA MAGNA GRECIA E DELLA SICILIA.
Da Atene e dalla scultura in tenero poros si pu passare alla dorica Corf. Anche
a Corf e precisamente nella localit detta oggi Garitz si possiede un esempio di
grande pregio di un frontone figurato. E anzi il frontone arcaico di maggiori dimensioni
che ci sia pervenuto, in quanto misura una lunghezza di circa sedici metri. Il frontone
di calcare ed ad altissimo rilievo.
probabile che queste troppo ampie dimensioni siano state la causa della
sorprendente incoerenza compositiva, per cui tutto lo spazio triangolare come
suddiviso in scene e in gruppi tra di loro indipendenti. Campeggia nel mezzo una
colossale figura di volante Medusa, che per lo schema (parte inferiore di tutto profilo;
parte superiore di pieno prospetto; ripiegamento angoloso delle gambe) tanto ricorda
la Nike di Delo; ma orrido il volto ampio, schiacciato, dagli occhi bulbosi, sgranati,
dal naso ad aperte froge, dalla bocca mostruosamente ampia con la chiostra dei denti
e con la lingua pendente; a destra era Crisaore, a sinistra Pegaso, cio i due mostri
che nacquero dal sangue di Medusa, quando fu decapitata da Perseo. Qui come una
prolessi del tutto strana e curiosa.
Due pantere accosciate dividono questo gruppo centrale dai due gruppi angolari,
minuscoli assai: a destra Zeus che lancia la folgore contro un gigante inginocchiato:
a sinistra Priamo seduto, in schema irrigidito come le dee del tempio A di Prinis; su
Priamo diretto il colpo di lancia d Neottolemo. Questo assieme frontonale, pieno di
incoerenza compositiva e di s forte sconnessione concettuale, presso a poco
contemporaneo alle sculture tufacee dello Hekatompedon pisistrateo, cio di poco
anteriore al 550 a. C. e costituisce una documentazione di grande importanza, quale
anello di congiunzione tra la scultura dorica del Peloponneso e quella, pure dorica,
delle colonie di Sicilia, cio di Siracusa e di Selinunte.
Ma, prima ancora degli esemplari scultori di queste due localit siciliane

sarebbero da addurre per larte greca in suolo italiano le metope, quasi tutte
frammentarie, dello Heraion o tempio di Hera argiva, cio del santuario comune alle
stirpi achee in Italia, gi innalzantesi alle foci del Sele. Si tratta di un recente
rinvenimento di metope con figure o scene del mito (in cui appare leroe Eracle), ove
sono tuttora le formule dedaliche, con figure pesanti, tozze, della corrente cretesepeloponnesiaca dei tempi tra il sec. VII ed il sec. VI.
Ai primi anni del sec. VI e a questa corrente cretese-peloponnesiaca risalgono tre
metope calcaree di un tempio selinuntino, ora nel Museo di Palermo. Di queste tre
metope quella con la rappresentazione di Eracle che doma il toro cretese in assai
tristi condizioni, perch profondamente scheggiata. Europa sul toro, una Sfinge, ecco il
contenuto delle altre due metope assai meglio conservate. La giovinetta Europa, che
da Zeus, qui sotto forma di toro, avr poi come figlio Minosse, signore di Cnosso, si
tiene stretta allanimale irruente verso destra; al di sotto le figure di delfini indicano il
mare. Vi contrasto tra la snella figura della rapita e la poderosa figura del toro col
muso di fronte dai grandi occhi intontiti, sbarrati. Forte la differenza tra tale muso e
quello mansueto del vitello nella statua del moschophoros. In questo rilievo primitivo
gi sagacia espressiva di movimenti.
Con la Medusa di Corf si ricollega la Medusa ad alto rilievo policromo, su di una
lastra fittile del santuario di Athena a Siracusa ed ora nel Museo Archeologico di
questa citt; ma la Medusa siracusana di pi energica e perci di pi terrificante
espressione della Medusa corfiota. Questo leffetto della violenta policromia nella
faccia mostruosa, ove ai lati della bocca escono aguzze zanne ed ove le guance e le
sopracciglia sono marcate nelle loro linee ricurve dal colore nero.
Al confronto della figura di Europa sulla metopa selinuntma tozze assai sono le
figure sulle metope, pure calcaree, del tempio C di Selinunte. Sono tre metope e
mentre una rappresenta con brusco scorcio appiattito, di fronte una quadriga, le altre
due illustrano episodi mitici: Perseo che, assistito da Athena, mozza il capo della
Medusa; Eracle che trasporta i folletti Crcopi o due ladroni libici fatti prigionieri. Le
tozze figure, pure avendo la parte inferiore del corpo espressa di profilo, possiedono
nella parte loro superiore una frontalit assoluta e con le loro ampie facce dai tratti
pronunciati guardano intontite, ma insistenti, quasi volessero attrarre su di s
lattenzione dello spettatore.
Il Perseo di una metopa pressoch eguale allEracle dellaltra metopa. E la
ripetizione di schemi e di motivi; di nuovo non vi che la espressione dei Crcopi o dei
ladroni libici esibiti con la testa allingi e con la chioma arrovesciata. Infine lassenza
di spiritualit della corrente dorica o peloponnesiaca, quale si constata, per esempio,
nella Hera e nei due atleti di Delfi, un ulteriore carattere di questi rilievi eseguiti
nella dorica Selinunte.
I RILIEVI DEL TESORO DELFICO DI SICIONE O DI SIRACUSA.
Un altro esempio di arte dorica si possiede nelle metope di un tesoro delfico, o
piccolo edifizio di forma templare, destinato alla custodia dei doni votivi di una
determinata citt. incerto se il tesoro a cui appartengono queste metope fosse della
citt di Sicione, florida nella prima met del sec. VI sotto gli Ortagoridi o della citt di
Siracusa. Strano lallungamento, pronunciassimo, di queste metope, misurando esse
cm. 90 di lunghezza per 55 cm. di altezza, sicch non da escludere la ipotesi che qui
si tratti di un vero fregio continuo a pi episodi. Quattro sono le metope calcaree a noi
pervenute e tutte hanno un mitico contenuto, da cui escluso leroe Eracle; vi sono
anzi due miti rari, come quello dei Dioscuri e degli Afandi che seco conducono la
mandria rubata o come quello della nave Argo in cui, per indicare sinteticamente tutti
gli eroi che presero parte allardimentosa impresa, sono rappresentati il citaredo Orfeo
ed i Dioscuri a cavallo. Ma si aggiungano nelle altre due metope Europa sul trono ed il
gigantesco cignale di Calidone.
Alla regolarit di marcia nella metopa dei Dioscuri e di Idas (manca laltro Afaride,
Linceo), ove al passo cadenzato degli eroi corrisponde il ritmo non meno rigoroso

dellincesso delle bestie bovine rubate, si ricollega la regolarit della composizione nel
rilievo di Argo con le due figure di cavalieri di fronte (si ricordi la quadriga di fronte di
una delle metope del tempio C di Selmunte) e con le due figure di citaredi sulla nave
insieme accostati e pure esibiti di fronte. I Dioscuri e lAfaride Idas cos rappresentati di
profilo richiamano per le proporzioni, per le forme robuste i due atleti Cleobi e Bitone
di Delfi.
Certo che tra le sculture selinuntine e queste, o sicionie o siracusane, di Delfi
esiste un evidente contrasto; l la rudezza grossolana, che ha un accento del tutto
provinciale, qui la precisione del particolare con sottigliezza dincisioni. Queste
metope delfiche dimostrano un carattere comune coi vasi dipinti contemporanei, ma
anche posteriori, a scene mitiche, ove ogni personaggio ha il nome suo scritto
accanto, ed invero tracce chiarissime di questi nomi tracciati col bistro, si osservano
nella metopa dei Dioscuri e degli Afaridi. Consimile uso lecito supporre per altri rilievi
arcaici; ma alla pittura talora si sostituisce il graffito,come nel rilievo di Samotracia del
Museo del Louvre della fine del sec. VI con le figure di Agamennone, di Taltibio, di
Epeio.
SCULTURA JONICA A SPARTA.
Da ambiente puramente dorico proviene un rilievo, nel quale tuttavia lecito
scorgere non pi la pretta corrente di arte dorica. la stele di marmo grigio-azzurro di
Laconia trovata a Chrysapha nelle vicinanze di Sparta, ora nel Museo di Berlino; il
luogo di rinvenimento era un tumulo dentro un recinto dedicato ad Hermes chtonios o
terrestre; dunque un monumento votivo, non sepolcrale. Su di un trono siede una
coppia divina, infernale (Hades e Persephone); il dio col volto di prospetto, s da
accentuare il legame con lo spettatore, indossa la tunica senza maniche ed il mantello;
lunga, femminea la chioma con le prolisse e sottili trecce pendenti simili a collane di
perle; dalla superficie scabra del mento si deduce che la barba doveva essere
espressa col colore. Il dio tiene nella destra un kantharos, mentre la sinistra distesa;
al di l la dea dallampio petto e dalle scarpe a punta sollevata; caratteristico il
gesto del tutto matronale di tener sollevato con la sinistra alzata lo scialle; con la
destra invece essa stringe il frutto infernale, la melagrana, mentre dietro il trono
allunga le sue spire un serpente. Minuscoli assai sono i mortali offerenti; due di
numero, cio un uomo dal lungo abito ed una donna.
Tutto piattezza nel rilievo, solo sulla spalla destra del dio laccenno ad un
podi rotondit, sicch il rilievo come se fosse costituito da strati sovrapposti di
lamine sottili e ritagliate. A ci si accompagna una accentuata durezza di movimento,
ma nella mollezza femminile dellabbigliamento, nella ricerca accurata del particolare
si appalesa una tonalit distinta da quanto si constata nelle opere della corrente
cretese-peloponnesiaca. linflusso jonico che si manifesta in terreno dorico.
Influsso della Jonia asiatica, perch precisamente a partire dagli anni attorno
alla met del sec. VI a. C. che le citt greche dellAsia Minore di stirpe jonica
cominciano a dimostrare una grande attivit nel campo dellarte con caratteri peculiari
anche per quanto si riferisce alla scultura. Verso la met del sec. VI vediamo un
grande artista jonico-asiatico attivo precisamente nella Laconia; Baticle di Magnesia
che, reso celebre dalla esecuzione del simulacro di Artemide Leucofriene per il tempio
della sua citt, incaricato dagli Spartani di costruire e di decorare il trono di Apollo ad
Amicle, del dio che era raffigurato da una enorme colonna di lamina bronzea, a cui si
erano aggiunte la testa e le estremit. Ma prima ancora di Baticle un altro jonico,
Teodoro di Samo, aveva lavorato quale architetto a Sparta. La corrente jonica a Sparta
viene ad intrecciarsi con la corrente locale, dorica, a cui appartiene Gitiada spartano,
architetto, scultore e toreuta, ben noto specialmente per il tempio di Athena
Chalkioikos o della casa di bronzo, cos chiamata a causa delle pareti rivestite di rilievi
di bronzo. Una idea di tali rivestimenti a lamine bronzee sbalzate ci pu essere offerta
dalla lamina a forma trapezoidale ritrovata nel santuario di Olimpia con varie zone e
cio, partendo dallalto: tre aquile (accenno a Zeus ?), due grifoni affrontati, Eracle

inginocchiato che saetta un centauro, una dea fornita di quattro ali, che tiene sollevati
per le zampe posteriori due leoni (la cosiddetta Artemide Persica).
SCULTURA JONICO-ASIATICA.
Per la scultura jonico-asiatica si possiede un punto di riferimento cronologico di
grande importanza. La maggior parte delle colonne del tempio di Artemide in Efeso,
secondo la testimonianza di Erodoto (I, 92), fu offerta da Creso, ultimo re della Lidia
dal 560 o dal 555 al 546 o al 541. I faticosi, ma tumultuari scavi inglesi condotti dal
1869 al 1874 hanno prodotto la scoperta dei resti del duplice Artemision di Efeso, di
quello arcaico abbruciato da Erostrato nel 356, e del nuovo Artemision subito
ricostruito dopo lincendio; tra il materiale dellantico Artemision notevoli sono i residui
delle colonne, di quelle colonne, che per gran parte erano state dedicate da Creso. Ora
queste colonne sono, per dirla con Plinio, caelatae, cio adorne di figure a rilievo
attorno alla parte inferiore. I frammenti di alcune di queste figure dimostrano un tipo
alto, ma vigoroso, con accuratezza, anzi con eleganza di particolari; un evidente
progresso rispetto allo stele di Chrysapha.
Altre opere scultorie si ricollegano alle columnae caelatae di Efeso, sono cio due
stele funerarie del Museo di Costantinopoli, quella di Syme (isoletta a nord di Rodi) e
quella di Dorylaion, la prima col defunto stante a destra ed appoggiato ad un bastone
e con la figura di un cignale nellesergo, la seconda con la figura della dea alata
sollevante con la mano sinistra una belva (Artemide Persica) e nel rovescio con la
figura del defunto a cavallo e, al di sotto, con una biga.
Si aggiunga una terza stele, gi trasportata nellantichit a Roma. la stele
Albani Torlonia, nota gi dai tempi di G. G. Winckelmann (met del sec. XVIII). Ivi la
defunta rappresentata come madre felice, perch una giovine schiava con una fascia
nelle mani le ha allungato tra le braccia lultimo suo figlioletto, mentre le due figlie
maggiori, due bimbette, le stanno dinnanzi. In queste rigide figure, pei gesti della
mamma, del puttino, della serva, gesti che insieme le collegano, gi quel carattere
di affettuosit famigliare, serena nella mestizia, che vedremo sbocciata
completamente nelle numerose stele attiche del sec. IV. La finezza e la minuzia nelle
figure, sia negli abiti a regolarissime pieghe e piegoline, sia nelle chiome, rientrano del
tutto nellambiente jonico-asiatico ed aggiungono valore a questo rilievo, che
pregevole anche e sopratutto per una limpida, ingenua nota di umanit.
Peculiare della scultura greca in Asia Minore siamo ormai nella seconda met
del sec. VI sono le forme grasse, molli, senza nerbo; quasi un cosiddetta tryph
(mollezza accompagnata da licenza ed alterigia) jonica, che era proverbiale. Le statue
dei Branchidi della via sacra del santuario di Apollo Filesio presso Mileto, tutte ravvolte
negli ampi mantelli, ci offrono una testimonianza pregevole assai di questo stile largo
e floscio della scultura jonica, di cui un esempio anteriore si possiede nella Afrodite di
Marsiglia, gi sopra accennata.
Gi a proposito di uno di questi Branchidi si addussero le parole di Asios, poeta
samio; qui converr ricordare anche i versi di Senofane concernenti i Colofon, che si
recavano allagor (alla piazza principale) indossando abiti interamente tinti di
porpora pavoneggiandosi per essere adorni di chiome di bella apparenza, irrorati di
unguenti odoriferi.
Uno dei primi esempi di questa floscia carnosit ci offerto dal rilievo di Taso del
Museo di Costantinopoli, in cui rappresentato Eracle, col volto oggi scheggiato,
ginocchioni in atto di scoccare una freccia; la grossezza delle cosce in questa atticciata
figura ha del mostruoso. Vengono quindi i frammenti di un fregio di Cizico, sempre del
Museo costantinopolitano, con corse di bighe; vi si sente, per cos dire, il clima
dellAsia, che qualche cosa richiama per tali rilievi larte mesopotamica, assira.
La testa rodia di giovane chiomato,sempre del Museo di Costantinopoli, col suo
largo volto e dagli allungati, stretti occhi e dalla beffarda espressione, ricorda
fortemente altri volti delle columnae caelatae di Efeso;