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Enciclopedia-dell'-Arte-Antica

SCENOGRAFIA
1966

di P. E. Arias
SCENOGRAFIA. - Parola di derivazione greca ( = scena; = pittura) che sta ad
indicare tutti quegli accorgimenti destinati a dare l'illusione dell'ambiente nel quale si svolge
l'azione drammatica. Al pittore Agatharchos di Samo, vissuto ad Atene e fiorito intorno al
465 a. C. Vitruvio attribuisce il primo tentativo di una vera e propria S. destinata ad
animare la rappresentazione dell'Orestiade eschilea (Vitr., De arch., vii, praef., 11); questa
prospettiva scenica sulla quale Agatharchos stesso avrebbe scritto un commentarium (forse
un trattato ) avrebbe dato ai filosofi Anassagora e Democrito lo spunto di
scrivere sulla prospettiva. La scena dipinta da Agatharchos doveva rendere con l'illusione
della profondit alcune costruzioni che realmente erano rappresentate su di un piano, assai
probabilmente su pnakes lignei; almeno questo appare dal passo di Vitruvio, nel quale si
spiega che Anassagora e Democrito scrissero sul modo come occorra delineare i raggi che
vanno dai nostri occhi agli oggetti per rendere effettive le rappresentazioni degli edifici ora
arretrati ed ora avanzati sui diversi piani. Per quanto alcuni studiosi siano ancora esitanti ad
ammetterla in et eschilea, il passo vitruviano un'eloquente dimostrazione dell'esistenza
di una prospettiva scenica gi a quel tempo; sar stata una prospettiva a semplici linee, ma
il principio che poi fu svolto matematicamente da Anassagora e dalla aktinographa (cio
rappresentazione lineare dei raggi) di Democrito quanto mai esplicito. Ad Apollodoros di
Atene, pittore fiorito nella seconda met del V sec. a. C. detto skiagrphos e skenogrphos,
risale il merito di avere dato alla prospettiva di Agatharchos l'illusione di una maggiore realt
con chiaroscuro e colore (Plin., Nat. hist., xxxv, 60); un altro scenografo forse fu Kleisthenes
di Eretria fiorito verso la met del IV sec. a. C. e padre del filosofo Menedemo (Diog.
Laert., ii, 18, 1).

In sostanza, quattro possono considerarsi gli sfondi della scena classica nella tragedia: a) il
tempio, con colonne sopraelevate su var gradini e decorazione plastica sui frontoni, mentre
sui lati erano costruzioni varie come il recinto del santuario o il bosco sacro; b) il palazzo,
con la porta reale al centro, tra le porte del gineceo e degli ospiti ai lati; c) la tenda militare
con un portico anteriore e costruzioni provvisorie ai lati (l'Aiace di Sofocle); d) paesaggio
marino (nel Filottete ad esempio) o di campagna (Edipo a Colono, Elettra, Ciclope). Questi
sfondi erano su pannelli o scorrevoli o applicati sulla scena stessa; ma, data la loro
mutevole lunghezza che li rendeva di difficile uso, sembra che anche i Greci conoscessero
il sistema di dividere i pannelli in due met perfettamente combacianti, come nella scaena
ductilis che si conosce nel teatro romano.
Talora era naturalmente necessario un sollecito cambiamento di scena: cos doveva ad
esempio avvenire nella trilogia della Medea, del Filottete e delDitti di Euripide, nella quale
l'azione centrale esigeva un paesaggio marino e la prima e l'ultima parte il palazzo reale;
cos era per il dramma satiresco che chiudeva la trilogia. Per un rapido cambiamento di
scena si inserivano ai lati i la cui origine cronologica peraltro incerta; si trattava
di due prismi triangolari (cfr. Vitr., v, 6, 3, itinera versurarum; cfr. Poll., Onom., iv, 126;
Vitr., v, 6, 8) girevoli sul loro asse, che avevano una scena diversa dipinta su ogni pannello.
Se i due peraktoi giravano contemporaneamente, la scena era totalmente cambiata: cos
nelle Eumenidi di Eschilo il luogo dell'azione passa dal santuario di Delfi ad Atene. Se poi il
solo peraktos di destra era girato, voleva dire che soltanto una scena mutava il luogo
dell'azione: tale il caso della tenda di Aiace nell'omonima tragedia sofoclea dove una
scena si svolgeva in un bosco, dell'Elettra di Sofocle, in cui la scena si svolgeva a Micene
ma si doveva vedere Argo, dell'Elena di Euripide col palazzo reale ed il Nilo in lontananza.
In generale sui pannelli deiperaktoi erano rappresentati paesaggi, fiumi, il mare. Com'
noto, da destra entravano, attraverso le prodoi, che erano gli accessi laterali, i personaggi
che venivano dalla citt e quindi dall'interno del paese, da sinistra invece quelli che
arrivavano dalla campagna e dall'esterno; ed molto probabile che i peraktoi fossero
appunto dipinti in relazione a questi accessi laterali.
Quanto alle scene per le commedie, si sono potuti stabilire alcuni fatti essenziali: anzitutto,
che non esistono dislivelli tra orchestra e scena e quindi che gli attori giungono addirittura a
contatto del pubblico, che non c'era scena stabile ma elementi costruiti che dovevano
raffigurare contemporaneamente localit assai disparate tra di loro: l'azione che si svolge in
un determinato settore (ad esempio casa di Eracle e palude dell'Acheronte o citt infera
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nelle Rane di Aristofane) ignora l'esistenza degli altri elementi scenici, pur visibili anch'essi
dagli spettatori. Ma non esiste, in sostanza, una costruzione omogenea che veramente
costituisca la scena fissa della commedia antica. Tuttavia, dai numerosi ed abbastanza
precisi accenni topografici delle cinque commedie di Aristofane rappresentate nel Leneo,
cio nel recinto vicino al colle della Pnice in Atene, si ricava l'idea di un edificio scenico
complesso che nulla ha da fare con quello tragico, come hanno voluto alcuni studiosi, e che
variava da commedia a commedia ed era costituito da elementi mobili.
Per molti studiosi la parte centrale della parete di fondo della scena era preceduta da un
portico a colonne che prendeva il nome di ; il termine, usato da Omero
(Odyss., iv, 20; vii, 3), da Platone (Prot., 314 c; Symp., 175 a), da Pindaro (Pyth., iii, 78),
Erodoto (iii, 35), Tucidide (vi, 27) ecc. sembra anche che sia testimoniato da alcuni passi di
autori teatrali, e specialmente da Eschilo (Coeph., 966), Euripide (Alc., 98-102; Troad.,
194;Hypsyp., 30-34; Kresph. = Hygin., Fab., 137; Iph. Taur., 1159; Ion, 38, 510), Aristofane
(Vesp., 800-804) che in realt altro non dicono se non questo: che la facciata della scena
era fornita di un colonnato, senza per parlare di una specie di vestibolo a colonne; ma la
quantit di testimonianze che si possono trarre dalle rappresentazioni figurative sui vasi,
specialmente dell'Italia meridionale, dove il tema essenziale della scena si svolge entro
un'edicola a quattro o a sei colonne non dimostra effettivamente che il prthyron sia esistito
sempre nella scena usuale tragica. Infatti lo stessoprthyron dei vasi che sembrano
abbastanza vicini al teatro, pi che altro perch gli eroi di quelle rappresentazioni sono
tragici (Ifigenia, Medea, Neottolemo, Oreste, Licurgo, ecc.) si trova anche nei vasi dove
sono rappresentate scene della vita nell'Ade che hanno esclusivamente significato
funerario. Sicch l'esistenza di un portico antistante alla parete di fondo della scena non
una regola assoluta, come alcuni studiosi di antichit teatrali hanno voluto sostenere.
Le tracce monumentali dei peraktoi, consistenti in fori per pali lignei di notevole diametro si
ritrovano di fatto in teatri sicuramente ellenistici come Pergamo ed Elide. Non tuttavia
esclusa l'esistenza di peraktoi nel teatro di Dioniso in Atene, mentre qualche studioso
sostiene che nelle Eumenidieschilee (cambiamento della statua di Apollo in quella di Atena)
e nell'Aiace di Sofocle erano pure usati. Ma in generale si preferisce attribuire l'origine di
questo meccanismo all'et ellenistica e specialmente ai teatri greco-asiatici. Altri
meccanismi destinati al mutamento di "quinte" per introdurre nuovi effetti nella scena erano,
secondo Polluce, l', una specie di corpo semicircolare inserito in uno dei
(v. oltre) situato nell'orchestra (ma non si capisce bene perch) e lo ,
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anche esso collocato nei ed usato per apparizioni di mitici legislatori, re, eroi
eponimi, da un lato nel loro aspetto divino e dall'altro in quello umano; esisteva anche
l' (Poll., Onom., iv, 127) il cui uso resta per enigmatico.
Un altro importante meccanismo teatrale destinato ad accrescere gli effetti scenografici
quello dell' (Poll., Onom., iv, 128). Veramente la parola cos com' non si trova
prima del II sec. a. C. mentre in due commedie di Aristofane, gli Acarnesi (vv. 407 ss.) e
le Tesmoforiazuse, (vv. 95-96) appaiono i verbi e . Nel 274 a. C. in
un iscrizione di Delo (C.I.G., xi, 2, 199, linee 94-95) si ricordano degli , cio delle
specie di balconate connesse con la parte superiore della scena ed identificate dai
lessicografi con l' (Poll., Onom., iv, 127, 129; Hesych., s. v.). Attraverso
un esame dettagliato delle fonti antiche si possono raccogliere diverse sfumature di
significato per questo termine: per Polluce l'xostra era una piattaforma piuttosto alta
sostenuta da travi lignee ed essa stessa in legno (Onom., iv, 128; Schol. Aristoph., Acharn.,
408), talora su ruote, che appariva in un apertura del fondo della scena (Schol.
Aesch., Coeph., 973) spinta in avanti (parep. Aristoph., Thesmoph., 276) e girante su se
stessa (Schol. Aristoph., Ran., 184 e argum.), che svelava un interno o almeno portava
oggetti e persone verso l'esterno (Poll., loc. cit.; Clem. Alex.,Protrept., ii, 12 e Schol.
Aristoph., Ach., 408) ed era adoperata per apparizioni divine e talora identificata con la
. Un palco girevole su ruote, dunque, che appariva entro un'apertura della scaenae
frons a livello del piano su cui avveniva la recitazione, ovvero al primo piano come sembra
di poter comprendere dal passo citato degli Acarnesi; in generale o si rivelava l'interno di
una scena ovvero si manifestavano le azioni nascoste compiute dentro la casa. Per tale
motivo gli studiosi moderni hanno spesso creduto di distinguere due tipi di ekkklema, uno
che spingeva fuori attraverso una larga apertura ci che si voleva improvvisamente rivelare
al pubblico, come divinit ed eroi, l'altro che ruotando su se stesso apriva un interno di casa
dove erano accaduti eventi terribili, ad esempio scene di strage. Tracce di meccanismi
ruotanti si sono rinvenute su lastre marmoree nel teatro di Eretria nell'isola di Eubea
all'altezza del logion al di sopra del proscenio del teatro pi tardo; ma sembra che il
meccanismo debba attribuirsi non al primo teatro della fine del V sec. a. C. ma a quello
ellenistico. Nel teatro di Efeso si sono trovate le tracce di larghi thyrmata attraverso i quali
dovevano apparire le divinit o gli eroi spinti sull'ekkklema; questo sistema doveva pure
essere usato nella commedia per le apparizioni soprannaturali (come attestano i passi
aristofanei citati), ma nessun documento ci prova che l'ekkklema fosse un meccanismo
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usato nel teatro dei tragici classici nel V sec. a. C., ed probabile che gli scol alle tragedie
siano stati influenzati da quello che fu un espediente tecnico del teatro ellenistico.
Un termine generico usato per un meccanismo teatrale tuttavia determinato quello di
(Bellerofonte perduto di Euripide, cfr. Aristoph., Pax, 135, 146; Eur., Androm., 1228
ss.; Ion, 1549; Helekt., 1233-37; Rhes., 886-88); si tratta di una specie di gru per
personaggi in volo, divini o umani, usata ad esempio da Aristofane nelle Nubi per Socrate e
negli Uccelli per Iride. Era composta di corde (Poll., Onom., v, 128) e di uncini (id., iv, 131)
per afferrare l'attore (cfr. Aristoph., Pax, 174); non improbabile che simile alla
fosse il (Poll., Onom., iv, 130) che afferrava il corpo di Memnone per mezzo di Eos.
Un altro accorgimento per apparizioni soprannaturali era il (Poll., Onom., iv,
130); si trattava di un'impalcatura sulla quale, a detta di Polluce, fanno le loro apparizioni gli
dei, come Zeus che tiene sulla bilancia le vite di Achille e Memnone avendo Teti ed Eos ai
lati nella Psichostasa di Eschilo. Sembra ad ogni modo che il theologion fosse collocato
sul tetto della scena e, a differenza della mechan, avesse carattere piuttosto stabile.
Col III-II sec. a. C. si hanno sul fondo del proscenio ellenistico grandi aperture fra pilastri,
che erano chiuse da pannelli dipinti; queste aperture dette sono attestate oltre
che dalle tracce esistenti nelle rovine di alcune scene teatrali come quelle di Delo, Oropos,
Priene, Oiniadai, Efeso, Magnesia, Thasos, Pireo (Zea) ed in una fase del teatro di Atene,
anche dalle testimonianze epigrafiche che provano l'uso di questa parola, ad esempio, ad
Oropos (I. G., vii, 423). Il Bulle avrebbe trovato una corrispondenza stretta fra le scene
a thyrmata e certe rappresentazioni pittoriche ellenistico-romane dove al disopra della
scena principale appaiono personaggi secondan affacciati ad una balaustra raffigurati
davanti a larghe aperture intramezzate da colonne; tale il caso della scena di Alcesti e
Admeto della Casa del Poeta Tragico di Pompei, di Teti ed Efesto nella regione IX di
Pompei, di Ares ed Afrodite nella Casa di Frontone, di Piritoo e dei Centauri nella Casa di
Gavio Rufo, di Ifigenia in Tauride nella Casa di Cecilio Giocondo, ecc. Questi confronti,
tuttavia, fra il teatro e le scene dipinte, sono stati ampiamente criticati e qualche studioso,
come il Pickard-Cambridge, ha giustamente richiamato l'attenzione sulla realt della
prospettiva che non soltanto nata sulle scene teatrali. Si notata la presenza piuttosto
frequente di tende tese tra colonne o pilastri sullo sfondo di queste pitture, che si
riporterebbe all'uso di sipar che parzialmente celavano alcuni sfondi scenici, come
sembrerebbe nell'Eracle furente di Euripide (v. 1029) e nelle Vespe e Nubi di Aristofane.
Che una parte della scena potesse essere nascosta da una tenda del resto confermato
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da una glossa di Esichio e Suda s. v. , e dalla


testimonianza interessante di un rilievo di Napoli rappresentante una scena della commedia
nuova in cui una parte dello sfondo appunto occultata da una tenda. Una vera e propria
fossa destinata a contenere il sipario o aulaeum sembra di poter identificare nel teatro di
Siracusa, anche essa per, molto probabilmente, di et ellenistica.
I sistemi scenografici e scenotecnici romani derivati da quelli ellenistici specialmente dal
contatto con i teatri di Asia Minore, in sostanza, non portano alcuna particolare novit.
Ricorderemo infine che un tentativo di ricostruzione di alcune scene della tragedia e della
commedia antica stato fatto dal Bulle e dal Wirsing recentemente con l'illustrazione della
S. dei principali drammi di Eschilo, Sofocle, Euripide ed Aristofane. Disgraziatamente la
perdita del manoscritto della grande opera del Bulle che doveva illustrare queste
ricostruzioni, a causa di eventi bellici, ha diminuito il valore dei disegni del Wirsing che ci
sono rimasti. Tuttavia si pu dire che essi rappresentino la dimostrazione pi notevole finora
di un tentativo di far rivivere la S. antica.
Bibl.: Oltre alle opere fondamentali sul teatro antico che il lettore pu trovare citate alla
voce Teatro, occorrer tenere presenti per la scenografia e la scenotecnica antiche alcuni
lavori speciali: C. Robert, in Hermes, XXXI, 1896, p. 530 ss.; C. Fensterbusch, Die Bhne
des Aristophanes, Lipsia 1912; P. Gardner, in Journ. Hell. Stud., XIX, 1899, p. 252 ss.; R.
Engelmann, Archologische Studien zu den Tragikern, Berlino 1900; L. Bolle, Die Bhne
des Sophokles, 1902; id., Die Bhne des Aischylos, 1906; A. W. Pickard-Cambridge, The
Theatre of Dionysus in Athens, Oxford 1946, pp. 30 ss.; 75 ss.; 210 ss.; H. Bull-H.
Wirsing, Szenenbilder zum griechischen Theater des 5. Jahrh. v. Chr., Berlino 1950.
(P. E. Arias)
Enciclopedia dell' Arte Antica

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