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La letteratura

Il Trecento
Dante Alighieri l Tanto gentile e tanto onesta pare
l Il conte Ugolino
Francesco Petrarca l Voi chascoltate
Giovanni Boccaccio l Calandrino lapidato*

Vai
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Il Quattrocento e il Cinquecento
Torquato Tasso l Ecco sparir le stelle e spirar laura

Vai

Il Seicento e il Settecento
Giuseppe Parini l Il risveglio del giovin signore

Vai

LOttocento
Ugo Foscolo
Alessandro Manzoni
Giacomo Leopardi
Giosue Carducci
Giovanni Verga

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In morte del fratello Giovanni


Adelchi
La sera del d di festa
Nevicata
La roba

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Tra Otto e Novecento


Giovanni Pascoli l La cavalla storna
Luigi Pirandello l La giara

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* LEditore non riuscito a individuare gli aventi diritto, ed


disponibile alla corresponsione dellequo compenso di norma.

La letteratura

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Dante Alighieri
Lautore
Dante Alighieri uno dei pi grandi geni della letteratura di tutti i tempi.
Nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia della
piccola nobilt decaduta in seguito alle lotte politiche interne al Comune fiorentino. Nonostante le
difficolt economiche ebbe uneducazione raffinata, da cavaliere, gentiluomo e letterato.
In giovent fu amico di alcuni poeti, tra cui il suo
concittadino Guido Cavalcanti, e compose versi,
rime e poemetti seguendo i dettami dello Stil Novo:
lidealizzazione della donna, paragonata a un angelo,
e la celebrazione dellamore puro e disinteressato
come suprema virt.
Nel 1285 spos Gemma Donati, da cui ebbe tre figli.
Per lesperienza umana e artistica del poeta fu fondamentale lincontro con Beatrice, una giovane
donna di Firenze che gli studiosi hanno identificato
in Bice di Folco Portinari, andata sposa a Simone dei
Bardi e morta a ventiquattro anni nel 1290. Dante le
dedic la Vita nuova (1293-95), in cui rievoca, in versi
e in prosa, la figura della donna, lamore spirituale
per lei, il disorientamento seguito alla sua morte.
A partire dal 1295 Dante prese parte alla vita politica fiorentina, allora lacerata da contrasti tra
opposte fazioni.
Nel 1301 prese il potere il partito politico avverso a
Dante. A carico del poeta fu montata unaccusa di
baratteria, cio corruzione in atti pubblici, cui segu
la condanna al pagamento di una forte multa. Dante
rifiut di dichiararsi colpevole e di versare lammenda,
per cui la sentenza fu tramutata in condanna al rogo.
Dante, che in quel momento si trovava fuori Firenze,
non mise mai pi piede nella sua citt.
Da allora condusse vita da esule, soggiornando
presso diverse corti italiane, dove era ospitato come
letterato e diplomatico.
Nel 1321 mor di malaria a Ravenna, dove tuttora
sepolto.

Lopera
La sua fama di poeta legata ad alcune importanti opere: il De vulgari eloquentia, in latino, dove
espone le sue convinzioni sulla validit letteraria
della lingua volgare; il Convivio, in volgare, una
sorta di enciclopedia del sapere dellepoca; il De
monarchia, un trattato in latino in cui esprime i
suoi ideali politici.
Negli anni dellesilio, a partire dal 1308, compose
la Commedia, chiamata Divina solo in seguito: un
poema didascalico-allegorico nel quale, immaginando di compiere un viaggio attraverso i tre regni
ultraterreni, Dante rappresenta simbolicamente il
cammino delluomo verso la salvezza eterna. Nel
poema compare nuovamente la figura di Beatrice
con il ruolo di spirito beato, guida di Dante nei cieli
del Paradiso.

Dante Alighieri.

Il Trecento

Tanto gentile e tanto


onesta pare
Questa poesia un sonetto, un componimento che appartiene alla tradizione
letteraria italiana sin dalle origini. Esso presenta uno schema fisso:
si compone infatti di quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine
e due terzine; i versi sono legati da uno schema di rime che pu variare:
in questo caso, lo schema ABBA ABBA CDE EDC.
Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare tratto dalla Vita nuova, lopera
giovanile in cui Dante descrive e analizza il suo amore per Beatrice. Si tratta
di un sentimento puro e disinteressato, vissuto dal poeta a livello
intellettuale e spirituale: nella donna amata, infatti, egli riconosce il segno
della presenza divina in terra e unanticipazione della beatitudine celeste.
Testo originale

Parafrasi
La mia donna (pare) tanto gentile e tanto virtuosa quando
saluta gli altri, che ogni lingua ammutolisce per lemozione e
gli occhi non osano guardarla.

Tanto gentile tanto onesta pare


la donna mia quandella altrui saluta,
chogne lingua deven, tremando, muta,
e li occhi no lardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,


benignamente dumilt vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Ella procede, mentre si sente lodata, con un atteggiamento


(vestuta) di benevolenza e di umilt; ed evidente (par) che
ella un essere (cosa) sceso dal cielo sulla terra a manifestare la presenza divina (miracol).

Mostrasi s piacente a chi la mira,


che d per li occhi una dolcezza al core,
che ntender no la pu chi no la prova;

Appare (Mostrasi) cos bella a chi la ammira, che infonde attraverso gli occhi una tale dolcezza nel cuore, che non pu essere
compresa da chi non la prova;

e par che de la sua labbia si mova


un spirito soave pien damore,
che va dicendo a lanima: Sospira.

e dal suo volto (labbia) si effonde un dolce spirito damore che


invita lanima a sospirare di beatitudine.

10

(Dante Alighieri, Vita nuova, XXVI)

Il poeta descrive Beatrice non nel suo aspetto fisico, ma nelle sue qualit morali: ella gentile e piena di virt, tanto che il suo saluto fa tremare demozione chi la guarda.

Mentre la donna cammina e intorno a lei si levano voci di lode, appare chiaro che ella unapparizione divina, un angelo sceso dal cielo a manifestare la potenza di Dio e a diffondere la
bont celeste. Chi la ammira, infatti, prova un dolce sentimento damore che si diffonde dal
viso della donna e fa sospirare di beatitudine lanima.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Guida alla lettura

La letteratura

Il conte Ugolino
Inferno, canto XXXIII, vv. 1-90
Dante e Virgilio sono arrivati nel nono e ultimo cerchio dellInferno, dove
crudelmente punito il peccato pi grave, il tradimento. I traditori sono immersi
nelle acque ghiacciate del fiume Cocito in posizioni contorte e dolorose: alcuni
fuoriescono dal ghiaccio con la parte superiore del busto, altri sono
completamente imprigionati. Questa pena, come tutte le altre dellInferno
e del Purgatorio, segue il principio del contrappasso: il castigo, cio, richiama
la colpa commessa in vita. In questo caso, il ghiaccio rappresenta la gelida
determinazione con cui i traditori portarono a compimento i loro piani malvagi.
Mentre i due pellegrini camminano sulla superficie ghiacciata, scorgono una
spettacolo di crudele bestialit: un dannato rode la nuca del suo vicino.
Impressionato, Dante si avvicina e chiede le ragioni del gesto atroce.

K
LIN

La Divina Commedia

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il viaggio ultraterreno
La Divina Commedia il capolavoro di Dante e una
delle pi grandi opere letterarie di tutti i tempi. Si
tratta di un poema didascalico-allegorico: didascalico, perch presenta insegnamenti religiosi e
morali; allegorico, perch tali insegnamenti sono
proposti attraverso un sistema di simboli che il lettore deve interpretare.
Nel poema Dante racconta, in prima persona, un
viaggio immaginario attraverso i tre regni ultraterreni: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Nella finzione narrativa il viaggio si svolge in aprile, nella
settimana santa del 1300. Dante, quindi, autore
del poema e suo protagonista, nella veste del pellegrino che compie e che racconta il viaggio.
I significati allegorici
Per compiere questo viaggio sovrumano Dante
riceve laiuto di tre guide: il poeta latino Virgilio lo
accompagna nei primi due regni, Beatrice lo guida
in Paradiso e infine san Bernardo lo sostiene nellultima tappa del viaggio, la visione sfolgorante di
Dio. Le tre guide hanno un preciso significato allegorico: Virgilio rappresenta la ragione umana, sufficiente per vivere una vita giusta ma insufficiente
per comprendere i contenuti di fede e, dunque, per
poter entrare in Paradiso; Beatrice la teologia, la
disciplina che studia le cose sacre e guida alla salvezza eterna; san Bernardo, infine, lardore di
fede, cio il desiderio bruciante dellanima di ricon-

giungersi a Dio. Nel corso del viaggio Dante incontra


molti personaggi che gli raccontano le proprie
esperienze di vita. Ogni incontro rappresenta per
il pellegrino unesperienza importante, perch gli
mostra quali sono le conseguenze dei peccati e,
al contrario, quali buone azioni bisogna compiere
per meritare la salvezza eterna.
Anche il personaggio di Dante-pellegrino ha un
significato allegorico: egli rappresenta lumanit
intera nel cammino della redenzione, dalla condizione di peccato alla salvezza eterna.
Litinerario seguito da Dante rispecchia tale cammino di redenzione: egli visita dapprima lInferno,
un immenso imbuto suddiviso in nove cerchi che
sprofonda sino al centro della Terra; poi il Purgatorio, la montagna che si trova esattamente agli
antipodi dellInferno; infine il Paradiso, formato da
nove cieli concentrici che avvolgono la Terra. Oltre
il nono cielo si trova lEmpireo, la sede immobile ed
eterna di Dio e di tutti i beati.
La struttura dellopera
La Commedia divisa in tre cantiche, corrispondenti ai tre regni delloltretomba: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ogni cantica a sua volta divisa
in 33 canti, pi uno iniziale che fa da proemio allopera: il totale dei canti, pertanto, di 100. Ogni
canto ha un numero variabile di versi endecasillabi raggruppati in terzine a rima incatenata (ABA
BCB CDC DED...).

Il Trecento
Testo originale

La bocca sollev dal fiero pasto


quel peccator, forbendola a capelli
del capo chelli avea di retro guasto.

A
3

Parafrasi
Quel peccatore sollev la bocca dal pasto crudele, pulendola
con i capelli della testa che aveva roso sulla nuca.

Poi cominci: Tu vuoi che io rinnovi il dolore disperato che mi


opprime il cuore anche solo nel pensiero, prima di parlarne.

Poi cominci: Tu vuo chio rinovelli


disperato dolor che l cor mi preme
gi pur pensando, pria chio ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme


che frutti infamia al traditor chi rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.

Ma se le mie parole saranno il seme che porter infamia al


traditore che sto mordendo, vedrai piangere e parlare nello
stesso momento.
Io non so chi sei, n in quale modo tu sei arrivato quaggi; ma
al sentirti parlare mi sembri fiorentino.

12

Io non so chi tu se n per che modo


venuto se qua gi; ma fiorentino
mi sembri veramente quandio todo.

Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino, e questi larcivescovo Ruggieri: ora ti spiegher perch lo tratto in questo modo.

15

Tu dei saper chi fui conte Ugolino1,


e questi larcivescovo Ruggieri2:
or ti dir perch i son tal vicino.

18

Che per leffetto de suo mai pensieri,


fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non mestieri;

Non necessario (non mestieri) spiegare che io, fidandomi


di lui, venni imprigionato e poi ucciso a causa dei suoi piani
malvagi (mai pensieri);

Guida alla lettura

Il canto ha unapertura formidabile, degna di un film dellorrore: il dannato solleva la bocca


dalla nuca dellaltro, si pulisce con i capelli e poi inizia a parlare.

Egli prova un dolore disperato che non pu essere espresso a parole: ma il desiderio di coprire
dinfamia il suo nemico lo spinge a raccontare.

Sentendolo parlare, il dannato ha capito che Dante di Firenze: perci non ha bisogno di dilungarsi in spiegazioni, poich la sua identit e la sua vicenda erano ben note ai Toscani di quel
tempo. Tutti sapevano che Ugolino era stato tradito e messo a morte dallarcivescovo Ruggieri.

1. conte Ugolino: Ugolino della Gherardesca (1220-89), conte di Donoratico, proprietario di vasti feudi in Toscana e in Sardegna, fu podest di Pisa dal 1284 al 1288.

Era di parte ghibellina, ma pi volte si


alle con i Guelfi per opportunismo e per
convenienza personale.
2. arcivescovo Ruggieri: Ruggieri degli

Ubaldini, arcivescovo di Pisa, nel 1288


convinse Ugolino, con un inganno, ad allontanarsi da Pisa; al suo rientro, il conte
venne imprigionato.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

La letteratura

per quel che non puoi avere inteso,


cio come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai se mha offeso.

ma ascolterai ci che non puoi avere sentito, e cio come fu


crudele (cruda) la mia morte, e cos capirai quanto mi ha offeso.

24

Breve pertugio dentro da la Muda


la qual per me ha l titol de la fame,
e che conviene ancor chaltrui si chiuda3,

La piccola apertura (pertugio) nella torre della Muda, che a


causa mia viene chiamata della fame, e che dovr ancora
tenere prigioniere altre persone

27

mavea mostrato per lo suo forame


pi lune gi, quandio feci l mal sonno
che del futuro mi squarci l velame.

mi aveva gi mostrato, attraverso il suo foro, pi lune [cio,


erano passati alcuni mesi], quando io ebbi lincubo (mal sonno)
che mi rivel il futuro.

Questi pareva a me maestro e donno,


cacciando il lupo e lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Costui [larcivescovo Ruggieri] mi sembrava il capo e il padrone


(maestro e donno) che cacciava il lupo e il lupacchiotto sul
monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca
[il monte San Giuliano].

Con cagne magre, studose e conte


Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
savea messi dinanzi da la fronte.

Davanti a s [larcivescovo] aveva messo i Gualandi, i Sismondi


e i Lanfranchi, insieme con cagne affamate, esperte e ammaestrate (studiose e conte)

In picciol corso mi parieno stanchi


lo padre e figli, e con lagute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Dopo una breve corsa il padre lupo e i suoi figli mi sembravano stanchi, e mi pareva di vedere che le zanne aguzze [delle
cagne] laceravano i loro fianchi.

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O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Ma ecco qualcosa che Dante non pu sapere: quanto fu dolorosa e crudele la sua fine.

Ugolino rievoca le circostanze della sua morte: gi da alcuni mesi era prigioniero nella torre
della Muda, la prigione di Pisa, quando ebbe un incubo rivelatore.

Nel sogno, vide larcivescovo Ruggieri che guidava una battuta di caccia al lupo sul monte San
Giuliano.

Insieme allarcivescovo vi erano i capi delle pi potenti famiglie pisane e un branco di cagne
affamate.

Le cagne sbranavano il lupo e i suoi piccoli.

3. convien... si chiuda: la torre della Muda, prigione pisana, era


destinata a dover tenere rinchiusi altri prigionieri, dopo Ugo-

lino, a causa delle continue lotte tra esponenti delle varie fazioni
politiche.

Il Trecento

Quando fui desto innanzi la dimane,


pianger senti fra l sonno i miei figliuoli
cheran con meco, e dimandar del pane.

Quando la mattina dopo mi svegliai, sentii i miei figli, che erano


con me, piangere nel sonno, e chiedere del pane.

Ben se crudel, se tu gi non ti duoli


pensando ci che l mio cor sannunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Devi essere davvero crudele se gi non ti addolori pensando


a quello che il mio cuore presagiva; e se non piangi per questo,
per che cosa sei abituato a piangere?

Gi eran desti, e lora sappressava


che l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

Si erano gi svegliati, e si avvicinava lora in cui di solito ci


veniva portato il cibo, ma per il sogno fatto ciascuno di noi
sospettava;
e io sentii sprangare la porta dingresso allorribile torre; per
cui guardai in viso i miei figli senza pronunciare parola.

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e io senti chiavar luscio di sotto


a lorribile torre; ondio guardai
nel viso a mie figliuoi sanza far motto.

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Io non piangea, s dentro impetrai:


piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi s, padre! che hai?

Io non piangevo, tanto lorrore mi aveva fatto diventare duro


come pietra: loro piangevano; e il mio Anselmuccio disse:
Padre, tu ci guardi in un modo! Che coshai?

Perci non lagrimai n rispuosio


tutto quel giorno n la notte appresso,
infin che laltro sol nel mondo usco.

Perci non piansi n risposi, per tutto il giorno e per la notte


seguente, sinch il nuovo sole sorse.

Come un poco di raggio si fu messo


nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

Appena un po di luce si diffuse in quella dolorosa prigione, e


io vidi riflesso in quattro visi il mio stesso aspetto,

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Ugolino si sveglia e dai lamenti dei figli, prigionieri insieme a lui, capisce che anche loro hanno
lo stesso incubo.

Il racconto si interrompe e Ugolino rivolge un accorato appello a Dante, chiedendogli di partecipare al suo grande dolore.

Per i prigionieri arriva lora del pranzo, ma a causa dellincubo tutti temono ci che sta per
accadere...

... ed ecco che accade: la porta viene sprangata, i prigionieri sono abbandonati, condannati a
morire di fame.

Ugolino tenta di nascondere il suo dolore per non tormentare i figli.

Ma il giorno dopo, quando nel volto emaciato dei figli vede il suo stesso aspetto...

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

La letteratura
per il dolore mi morsi entrambe le mani; e loro, pensando che
lo facessi per desiderio di mangiare, reagirono immediamente

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ambo le man per lo dolor mi morsi;


ed ei, pensando chio l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi

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e disser: Padre, assai ci fia men doglia


se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.

e dissero: Padre, per noi sarebbe molto meno doloroso se tu


ti nutrissi di noi: tu ci hai dato questo misero corpo, e tu privalo delle carni.

Quetami allor per non farli pi tristi;


lo d e laltro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perch non tapristi?

Allora mi calmai per non renderli ancora pi tristi; quel giorno


e quello dopo rimanemmo in silenzio; ahi, terra crudele, perch
non ti apristi?

Poscia che fummo al quarto d venuti,


Gaddo mi si gitt disteso a piedi,
dicendo: Padre mio, ch non maiuti?

Quando poi arrivammo al quarto giorno, Gaddo si gett ai miei


piedi dicendo: Padre mio, perch non mi aiuti?

Quivi mor; e come tu mi vedi,


vidio cascar li tre ad uno ad uno
tra l quinto d e l sesto; ondio mi diedi,

L mor; e cos come tu vedi me, allo stesso modo io vidi cadere
a uno a uno gli altri tre, tra il quinto e il sesto giorno; per cui
cominciai,

gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,


e due d li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno.

ormai cieco, ad abbracciarli a tentoni, e li chiamai per due


giorni, dopo che furono morti. Poi, pi che il dolore, mi vinse
il digiuno.

Quandebbe detto ci, con li occhi torti


riprese l teschio misero co denti,
che furo a losso, come dun can, forti.

Quando ebbe detto queste parole, con gli occhi stravolti dallodio, riprese il misero teschio con i denti che furono forti come
quelli di un cane che rosicchia losso.

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O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

... la rabbia e il dolore hanno il sopravvento: il conte si morde le mani, e i figli offrono se stessi,
credendo che il padre si stia morsicando per la fame.

Di nuovo, Ugolino tenta di dominarsi per tranquillizzare i figli.

Al quarto giorno di digiuno muore un figlio, Gaddo.

Tra il quinto e il sesto giorno muoiono anche gli altri tre.

Il padre, ormai debolissimo per la fame, continua a chiamarli e ad abbracciarli, sino a che, trascorsi altri due giorni, anchegli muore.

Il racconto finito, il conte riprende il suo macabro pasto con rinnovato odio.

Il Trecento

Ahi Pisa, vituperio de le genti


del bel paese l dove l s suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

Ahi Pisa, vergogna delle genti del bel paese dove risuona il s
[lItalia], poich i vicini sono lenti a punirti,

che si muovano Capraia e Gorgona e ostruiscano (faccian siepe)


la foce dellArno, affinch anneghi ogni tuo abitante!

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muovasi la Capraia e la Gorgona,


e faccian siepe ad Arno in su la foce,
s chelli annieghi in te ogne persona!

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Ch se l conte Ugolino aveva voce


daver tradita te de le castella4,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Perch se il conte Ugolino era sospettato di averti tradito per


via dei castelli, non dovevi far subire ai suoi figli un tale supplizio.

90

Innocenti facea let novella,


novella Tebe5, Uguiccione e l Brigata
e li altri due che l canto suso appella.

O nuova Tebe, la loro giovane et li rendeva innocenti, Uguiccione e il Brigata e gli altri due che il canto nomina nei versi
precedenti.

A
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(Dante Alighieri, Divina Commedia,


canto XXXIII, vv. 1-90)

Inizia ora una famosa invettiva di Dante indirizzata contro Pisa, vergogna dItalia per la crudelt dimostrata nella vicenda di Ugolino.

Il poeta si augura che le due isole alla foce dellArno, Capraia e Gorgona, ostruiscano la foce
del fiume provocando uninondazione che cancelli la citt e i suoi abitanti: anche se ritenevano di essere stati traditi da Ugolino, i Pisani non avrebbero mai dovuto uccidere i suoi figli
innocenti.

4. Ch se l conte... castella: Ugolino era


stato imprigionato nella Muda perch ritenuto responsabile di aver ceduto alcune
fortificazioni pisane a Firenze. Dante, per,

mostra di non credere a queste voci. Il


motivo per cui colloca Ugolino fra i traditori un altro: il tradimento dei suoi
alleati ghibellini per conservare alcuni

possedimenti in Sardegna.
5. novella Tebe: Pisa viene definita nuova
Tebe perch, come la citt del mito classico, divisa e lacerata da lotte interne.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

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La letteratura

Francesco Petrarca

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Lautore
Francesco Petrarca nacque nel 1304 ad Arezzo da
una famiglia fiorentina, fuggita dalla citt toscana
a causa di scontri politici e trasferitasi poi ad Avignone, in Francia, al seguito della corte papale. Qui
il giovane Petrarca cominci gli studi di legge, che
prosegu a Bologna: era infatti desiderio della famiglia che diventasse notaio.
Secondo il suo stesso racconto, nel 1327 ad Avignone avvenne lincontro con Laura, la donna che
egli am per tutta la vita e a cui dedic il suo capolavoro, il Canzoniere. Gli studiosi non sono concordi nellidentificare Laura; secondo alcuni, anzi,
non sarebbe una donna realmente esistita ma il
simbolo della gloria poetica cui Petrarca aspirava.
Alla morte del padre, Petrarca lasci la giurisprudenza per dedicarsi interamente alla letteratura;
successivamente, si avvi alla carriera ecclesiastica, grazie alla quale ottenne alcune rendite che
gli garantirono la tranquillit economica. Negli anni
seguenti svolse diverse missioni diplomatiche per
conto della curia papale, viaggiando in tutta Europa;
nel frattempo, cresceva anche la sua fama di poeta
e letterato: nel 1341 venne incoronato poeta in Campidoglio, a Roma. Seguirono altri viaggi in Italia,
alternati a soggiorni presso le corti signorili di
Milano, Padova e Venezia. Nel 1370, ormai anziano,
Petrarca fiss la sua residenza stabile ad Arqu,
nei Colli Euganei. Qui continu a essere un punto
di riferimento per giovani letterati e artisti; insieme
a Boccaccio, di cui fu amico, fu infatti uno dei primi
intellettuali italiani a riscoprire e a studiare con passione i classici latini, contribuendo cos alla formazione della mentalit umanista.
Lopera: il Canzoniere
Che cos il Canzoniere. una raccolta di 365 liriche,
per la maggior parte sonetti e canzoni, tradizionalmente divise in due parti: rime in vita e rime in
morte di Laura, forse scomparsa durante la tremenda epidemia di peste del 1348. Molte poesie
sono dunque di argomento amoroso, ma ve ne sono
anche di contenuto religioso, morale e politico.
La lingua del Canzoniere. Lamore di Petrarca per
la letteratura latina e per la solenne compostezza
del suo stile si riflette nella sua produzione: sono
infatti scritti in latino sia il poema Africa, per cui

ottenne la corona di poeta, sia altri testi, tra i quali


le numerose lettere scritte ad amici, studiosi e personalit dellepoca.
Tuttavia, la sua fama presso i posteri legata al
Canzoniere, scritto in volgare, che Petrarca considerava unopera minore.
I contenuti dellopera. Il Canzoniere si presenta
dunque come la storia dellamore non ricambiato
di Petrarca per Laura; tuttavia, le poesie non raccontano fatti ma emozioni: la complessa e varia
gamma di sensazioni, speranze, gioie e dolori suscitate nellanimo del poeta dal suo sentimento amoroso. Il vero protagonista dellopera, quindi,
Petrarca. Laura vi compare come una donna bionda,
gentile e bella, che con la sua sola presenza riesce
a far tremare e gioire il poeta.
Rispetto alla tradizione poetica del Dolce Stil Novo,
di cui anche Dante aveva fatto parte, le liriche di
Petrarca presentano unimportante novit: anche
se largomento centrale resta lamore per la donna,
questultima non viene pi considerata come una
creatura angelica, tramite tra luomo e Dio, ma come
una persona in carne e ossa, che con il tempo
invecchia e perde la sua bellezza.
Lo stesso sentimento damore, pur essendo sempre
descritto in termini delicati e poetici, diventa tutto
terreno, e non ha pi il valore di strumento per elevarsi a Dio.
Petrarca era consapevole che il suo amore presentava aspetti concreti e terreni, e pertanto
viveva un costante conflitto tra la spiritualit, cui
aspirava, e il richiamo per le attrazioni terrene,
come appunto lamore e il desiderio di raggiungere
la gloria poetica.
Il conflitto interiore tra desiderio di purezza e
tentazione per i piaceri mondani una delle caratteristiche pi importanti del Canzoniere e uno dei
segni della modernit dellautore.
Lo stile e la fortuna. Anche se considerava il Canzoniere unopera minore, Petrarca vi lavor a lungo,
curandone la lingua e lo stile, in particolare la scelta
di vocaboli musicali e dal significato profondo, e
la costruzione di periodi ampi, eleganti e armoniosi. Per queste caratteristiche il Canzoniere
divenne un modello per intere generazioni di poeti
italiani, fino allOttocento.

Il Trecento

11

Voi chascoltate
Il sonetto che ti presentiamo il primo del Canzoniere e svolge una funzione
introduttiva.
Il poeta, ormai avanti con gli anni, ripensa al suo passato considerando
lamore per Laura un errore giovanile dolce e doloroso insieme, di cui ora
si pente poich ha maturato la consapevolezza che i piaceri e le bellezze
terreni sono un breve sogno destinato a terminare in fretta.
Testo originale
A
B
C
D
E

Voi chascoltate in rime sparse il suono


di quei sospiri ondio nudriva l core
in sul mio primo giovenile errore
quandera in parte altruom da quel chi sono,
del vario stile in chio piango et ragiono
fra le vane speranze e l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar piet, nonch perdono.

Parafrasi
O voi che ascoltate in queste rime varie il suono di quei
sospiri con i quali io alimentavo il mio amore al tempo del
mio primo errore giovanile quando ero in parte un uomo
diverso da quello che sono ora,

dello stile vario e mutevole con cui piango e medito fra


speranze illusorie e inutile dolore, semmai vi fosse qualcuno che comprenda, per averlo provato, che cosa sia lamore, spero di suscitare piet, non solo perdono.

Guida alla lettura


A

Le rime sono le poesie del Canzoniere, che Petrarca definisce sparse perch, secondo il suo giudizio, non rappresentano un insieme compatto e unitario come altre sue composizioni.

La ripetizione della consonante s ha una funzione onomatopeica; evoca infatti il suono dei
sospiri dellinnamorato Petrarca, al tempo in cui gioisce e soffre per Laura.

Agli occhi di Petrarca adulto, lamore per Laura appare come un errore giovanile che lo ha
distolto dalla spiritualit e dalla fede.

Questo verso chiarisce bene che Petrarca si sente molto cambiato rispetto al tempo della sua
giovent.
E

Petrarca spera di trovare perdono e di suscitare compassione per il suo vario stile, cio diverso
a seconda del suo stato danimo triste o lieto, soprattutto in chi, come lui, sa che cosa sia lamore.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

12

La letteratura
A

Ma ben veggio or s come al popol tutto


favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

Ma ora vedo bene quanto a lungo fui oggetto di chiacchiere


e derisione (favola), cosa della quale spesso mi vergogno
di me con me stesso;

et del mio vaneggiar vergogna l frutto,


e l pentersi, e l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo breve sogno.

e la vergogna la conseguenza del mio inseguire cose


vane (vaneggiar), e il pentimento, e il vedere chiaramente
che le passioni terrene (quanto piace al mondo) sono un
breve sogno.

(F. Petrarca, Canzoniere, I)

Appare di nuovo il contrasto tra presente e passato, come al v. 4. Petrarca, che ora diverso
dal passato, si vergogna di essere stato deriso e chiacchierato per il suo amore infelice.
B

Ecco il frutto del vaneggiare, cio dellinseguire piaceri vani come lamore per una donna: vergogna e pentimento.
C

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Alla fine del sonetto viene enunciato il tema centrale: la brevit e la vanit delle cose terrene,
uguali a brevi sogni che lasciano solo smarrimento e delusione.

Il Trecento

13

Giovanni Boccaccio

Lopera: il Decameron
Che cos il Decameron. Il Decameron (in greco,
dieci giornate) una raccolta di cento novelle di
argomenti diversi e di varia lunghezza, composta da
Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1351. unopera di
straordinaria importanza per la letteratura italiana
perch introdusse il genere della novella (o racconto,

come lo chiamiamo oggi) sino ad allora sconosciuto,


e perch presenta ambientazioni e personaggi ispirati alla vita reale e quotidiana del Trecento.
Le cento novelle sono collegate tra loro da una
storia-contenitore, detta a cornice: in seguito
allepidemia di peste che ha colpito Firenze, dieci
giovani di buona famiglia (sette ragazze e tre ragazzi)
decidono di allontanarsi dal pericolo del contagio
trovando rifugio in una bella villa di campagna. Per
dieci giorni durante le ore pi calde, i ragazzi si ritrovano nel giardino della villa e raccontano ognuno
una storia: perci, alla fine, le novelle sono cento.
Lo sfondo storico delle novelle. Le novelle del Decameron sono ispirate alla vita quotidiana e materiale dellItalia del Trecento: molte, infatti, sono
ambientate nelle grandi citt dellepoca, come ad
esempio Firenze e Napoli, di cui lo scrittore descrive
quartieri, vicoli, piazze e luoghi di ritrovo; i personaggi sono ugualmente ispirati alla realt e si trovano coinvolti in situazioni molto diverse: a volte
comiche, a volte tragiche, a volte sentimentali.
Lambientazione realistica una grande novit
del Decameron: sino a quel momento, infatti, personaggi e situazioni tratti dalla contemporaneit
erano ritenuti indegni di comparire nelle opere letterarie importanti.
I temi. Principale obiettivo del Decameron divertire. Le novelle sono ricche di battute, colpi di scena,
avventure mozzafiato, amori impossibili, scherzi e
tranelli: tutti ingredienti indispensabili per appassionare e avvincere i lettori.
Il divertimento, per, solo un aspetto dellopera;
il Decameron offre anche molti spunti di riflessione e di conoscenza sia della mentalit dellepoca, sia di vizi e di virt tipiche dellanimo umano.
Tra le qualit umane valorizzate da Boccaccio, la
principale lintelligenza, a patto che essa sia
accompagnata da gentilezza, decoro e cortesia; in
caso contrario, lintelligenza diventa egoismo,
meschinit, indifferenza. Luomo intelligente ha lumilt di imparare qualcosa anche quando la Fortuna (cio il caso imprevedibile e bizzarro) gli complica la vita. Al contrario, il difetto peggiore per
Boccaccio la stupidit: chi stupido e credulone
merita di essere preso in giro, beffato e danneggiato perch non fa uso dellintelligenza.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

La vita
Giovanni Boccaccio nacque nel 1313 a Certaldo (o
a Firenze). Figlio illegittimo di un ricco mercante
e di una donna di umile condizione sociale, quando
comp quattordici anni, il padre lo prese presso di
s e lo condusse a Napoli, per educarlo e istruirlo
nellarte della mercatura. Il soggiorno napoletano
fu un periodo molto felice per il giovane Boccaccio,
che grazie alle conoscenze del padre pot frequentare la migliore societ: partecip cos a feste
di corte, si appassion di letteratura e di poesia,
ebbe avventure amorose, compose varie opere in
versi e in prosa. Questa vita spensierata e benestante si interruppe bruscamente nel 1340, quando
gli affari del padre subirono un tracollo. In seguito
a questo fallimento economico Giovanni Boccaccio
e suo padre tornarono a Firenze, dove condussero
una vita molto modesta. La situazione peggior
ulteriormente nel 1348: quellanno, infatti, Firenze
fu colpita da una tremenda epidemia di peste che
fece migliaia di morti, tra i quali anche il padre di
Boccaccio. In questa drammatica situazione Boccaccio inizi la composizione del suo capolavoro,
il Decameron, che ebbe subito vasta diffusione.
Dopo il 1350 la vita di Boccaccio sub una svolta.
Grazie alla sua fama di scrittore ottenne dal Comune
fiorentino alcuni importanti incarichi diplomatici
che lo portarono a visitare varie citt italiane e a
conoscere personalit prestigiose: tra esse, il poeta
Francesco Petrarca, cui si leg di una duratura amicizia e con cui condivise lamore per gli autori latini
e per i manoscritti antichi.
Nel 1373 il Comune di Firenze gli diede lincarico di
leggere e commentare pubblicamente la Commedia
di Dante Alighieri, opera che Boccaccio defin
divina per la sublime perfezione dello stile e per
limportanza dei contenuti.
Le letture pubbliche ebbero molto successo ma si
interruppero a causa della salute malferma di Boccaccio, che mor nel 1375 a Certaldo.

14

La letteratura

Calandrino lapidato
Riscrittura di Piero Chiara

Guida alla lettura


Linizio delinea in modo
semplice ed efficace i
dati essenziali della
storia: il luogo di ambientazione, i personaggi principali e i rispettivi caratteri.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Calandrino pensa che


ascoltare le conversazioni altrui sia segno di
furbizia.

La conversazione tra
Maso e Calandrino un
bellesempio di comicit:
il primo afferma cose
assurde tanto per fare
colpo; il secondo, anzich insospettirsi,
lusingato e compiaciuto
delle confidenze ricevute.

La novella che ti presentiamo, nella riscrittura dello scrittore contemporaneo


Piero Chiara, tratta dallottava giornata del Decameron e presenta il tema
della beffa, cio uno scherzo organizzato da personaggi furbi a danno di
qualche sciocco. In questo caso lo sciocco protagonista Calandrino, un
pittore squattrinato che si crede molto furbo, ed disposto a credere a
chiunque gli prospetti la possibilit di diventare ricco senza fatica...

Nella citt di Firenze, ricca dogni sorte di gente, viveva un modesto


pittore chiamato Calandrino1, noto per la sua semplicit di mente. Costui
era uso frequentare due altri pittori, Bruno e Buffalmacco2, entrambi
gran mattacchioni, che spesso si divertivano a beffarlo.
Un altro mattacchione fiorentino, chiamato Maso, che non perdeva
occasione di burlare gli sciocchi, avendo visto un giorno Calandrino
che entrava nella chiesa di San Giovanni, gli and dietro insieme a un
amico col quale stava chiacchierando. I due sedettero in un banco fingendo di non aver visto Calandrino, che se ne stava sotto una parete a
studiare alcuni affreschi.
Parlando con lamico, Maso cominci a trattare delle virt di alcune
pietre e a dir cose meravigliose sul potere dello smeraldo e del rubino3.
Calandrino, che orecchiava, si avvicin ai due.
Disturbo? chiese.
Affatto rispose Maso. E and avanti coi suoi discorsi.
Ma dove si trovano codeste pietre? domand a un certo punto il
pittore.
A Berlinzone, terra dei baschi, in una contrada chiamata Bengodi,
dove si legano le vigne con le salsicce e si compra unoca con due denari.
Che posto! esclam Calandrino.
Non solo gli disse Maso. Nel paese di Bengodi si trova una montagna di formaggio parmigiano grattugiato, in cima alla quale c gente
che da mattina a sera non fa altro che cuocere gnocchi e ravioli in brodo
di capponi.
Per mangiarli? chiese Calandrino.
No. Quando sono cotti, li buttano gi lungo i fianchi della montagna e chi pi ne piglia pi ne porta via o, se vuole, se ne ciba. Quando
uno ha sete, non ha che da attingere in un fiumicello di vino prelibato
che scorre ai piedi della montagna di formaggio.
Che paese! diceva Calandrino. Ma dimmi, di tutti quei capponi
cotti, cosa se ne fanno?
Cosa se ne fanno? Se li mangiano i baschi gli rispose Maso.

1. Calandrino: soprannome di un pittore


fiorentino del Trecento, realmente esistito.

2. Bruno e Buffalmacco: pittori fiorentini, anchessi realmente esistiti nel Trecento.

3. virt... rubino: gli uomini del Medioevo


attribuivano ad alcune pietre preziose
virt magiche.

Lingenuo Calandrino
crede che gli Abruzzi
siano una terra favolosa
e lontana.

Visto che Calandrino


cos sciocco da credergli,
Maso rincara la dose.

Ma possibile infilare le
macine con una corda
senza prima forarle al
centro? Evidentemente
no, ma Calandrino crede
anche a questo.

Maso, in effetti, dice la


verit: nessuno pu essere visto in un luogo
dove non ; ma Calandrino, accecato dal desiderio di avere la pietra,
non si accorge di nulla.

Ma tu, ci sei mai stato in questo posto?


Vi sono stato una volta come mille.
E quante miglia distante?
Pi di millanta che tutta notte canta.
Allora pi lontano degli Abruzzi.
Altro che gli Abruzzi!
troppo distante per me concluse Calandrino. Ma se fosse un
po pi vicino, ti assicuro che almeno una volta verrei con te per veder
ruzzolare quei ravioli e farmene una scorpacciata. Ma dimmi, benedetto uomo, qui da noi, se ne trovano di quelle pietre di cui parlavi?
Ce n di due tipi gli rispose Maso ma sono molto rare. Luna,
sono i macigni di Settignano e di Monte Morello, coi quali si fanno le
macine4. una pietra che i baschi apprezzano molto pi degli smeraldi,
perch ne hanno poca, mentre noi non sappiamo che farcene. Loro
invece, guarda un po come mai fatto il mondo, hanno gli smeraldi a
mucchi nelle campagne, che se ne servono per ghiaia nei giardini. Se
gli potessimo portare un po di macine ai baschi, legate come vogliono
loro, chiss gli smeraldi che ci darebbero.
E come le vogliono legate? sinform Calandrino.
Infilate in una corda come anelli, ma prima di venir forate al centro.
Calandrino rest un poco pensoso, poi chiese:
E qual laltra pietra che si trova dalle nostre parti?
quella gli rispose Maso che viene chiamata elitropia5, della
quale parlano anche i libri antichi. Una pietra di straordinaria virt,
perch ha il potere di rendere invisibile chi la tiene addosso. Capisci?
Nessuno lo pu vedere dove non .
E questa seconda chiese Calandrino dove si trova?
Maso gli confid che nel Mugnone, un fiumicello che passa a poca
distanza da Firenze, qualcuna si poteva trovare, cercando accuratamente.
Bisognerebbe sapere insisteva Calandrino di che grossezza e di
che colore sono.
Ce n spieg Maso di varie grossezze, ma tutte di un colore quasi
come nero.
Avute le notizie che desiderava, Calandrino se ne and dicendo che
aveva un suo dipinto da portare a termine, ma si affrett invece a cercare i suoi amici Bruno e Buffalmacco per informarli della sua scoperta
e andar con loro alla ricerca della pietra. Li cerc tutta la mattina, ma
fin col trovarli solo verso sera, nella chiesa di un monastero, dove stavano lavorando. Tutto affannato li chiam in basso dai ponteggi sui
quali affrescavano i muri e tiratili in un angolo, ancora col fiato grosso,
li mise a parte del segreto.
Compagni disse noi possiamo diventare gli uomini pi ricchi di
4. macine: grandi pietre cilindriche, forate
al centro, usate per macinare il grano.

5. elitropia: pietra preziosa di colore verde


a cui erano attribuiti favolosi poteri.

15

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il Trecento

16

La letteratura

Ecco il piano di Calandrino: trovare la pietra


per rubare il denaro al
banco dei cambiavalute.
Oltre che sciocco, Calandrino anche disonesto.

Per trovare la pietra,


Calandrino elabora un
piano davvero infallibile!

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Ed ecco la beffa di Bruno


e Buffalmacco ai danni
di Calandrino.

Firenze! Statemi a sentire: ho saputo da persona degna di fede, che sul


greto del Mugnone si pu trovare una pietra che rende invisibile chi la
porta indosso. Corriamo, prima che ci vadano altri, e vediamo di trovarne qualcuna. Io la conosco, so com, e non avremo che da mettercela in tasca e poi andare ai banchi di quelli che cambiano moneta e
che hanno sempre in vista pezzi doro e dargento. Non visti da alcuno,
ne prenderemo a volont e diventeremo ricchi senza faticare le giornate e spennellare sui muri come fossimo lumache.
Bruno e Buffalmacco si guardarono in faccia e fingendo di credergli
lo ringraziarono daverli associati alla sua fortuna. Posarono i pennelli
e si dissero disposti alla ricerca. Volevano solo sapere il nome della pietra.
Calandrino, che laveva gi dimenticato, rispose:
Cosa ce ne importa del nome, quando ne conosciamo le virt? Non
perdiamo tempo inutilmente e andiamo subito a cercarla.
Bene disse Bruno ma per riconoscerla bisogna sapere come
fatta.
Ce n di molti tipi spieg Calandrino ma tutte sono di colore
quasi nero. Noi raccoglieremo tutte quelle sul nero, fin che ci imbatteremo in quella buona.
Calandrino dice bene osserv Bruno. Ma questa non ora per
andare nel Mugnone, col sole alto che secca tutte le pietre e fa parer
bianche anche le scure. Poi oggi giorno di lavoro e la gente, vedendoci cercare lungo il fiume, potrebbe indovinare il nostro intento. Qualcuno potrebbe trovare la pietra prima di noi. Questa cosa da fare la
mattina, quando con lumidit si distinguono bene le pietre nere. E di
domenica, quando non si lavora e la gente tutta alle messe.
Buffalmacco lod il consiglio di Bruno, ed essendo daccordo Calandrino, si diedero appuntamento per la domenica mattina, dopo che ciascuno aveva giurato di non aprir bocca n in casa n fuori su tutta la
faccenda.
Venuta la tanto attesa domenica, Calandrino si alz prima di giorno
e and a svegliare i due amici, coi quali da porta San Gallo raggiunse
il Mugnone e cominci a cercare su e gi per il greto.
Calandrino, che era il pi volonteroso, andava avanti, saltando di
qua e di l, e appena vedeva una pietra scura vi si gettava sopra, avidamente la raccoglieva e la riponeva dentro la camicia. Anche gli altri
due ne raccoglievano ogni tanto qualcuna, ridendo tra di loro senza
farsi scorgere da Calandrino, il quale, ormai con le tasche e la camicia
piene di pietre, si era alzato le falde della casacca, le aveva assicurate
alla cintura e ne aveva fatto un doppio sacco per mettervi sempre nuove
pietre.
Vedendo che Calandrino ormai era stracarico e che si avvicinava
lora di pranzo, Bruno cominci a chiedere a Buffalmacco:
Dov Calandrino?
Buffalmacco, che gli era a due passi, volgendosi intorno e guardando
da ogni parte, rispose:

Calandrino paga il prezzo della sua stupidit:


gli amici lo prendono a
sassate ma lui, convinto
di essere diventato invisibile, non reagisce:
pensa cos di poter
tenere la pietra tutta per
lui. Oltre che sciocco e
disonesto, Calandrino
anche scorretto con gli
amici.

Ecco lultimo aspetto


negativo di Calandrino:
se una cosa gli va male,
incolpa gli altri. In
questo caso la moglie,
picchiata senza alcun
motivo.

Per fortuna Bruno e Buffalmacco intervengono


a salvare la moglie di
Calandrino.

Non lo so. Era qui un momento fa. Dove pu essere andato?


Sar tornato a casa disse Bruno. A questora forse sta mangiando
a casa sua e se la ride di noi che siamo ancora qui a cercar pietre.
Ce lha fatta diceva Buffalmacco. Ha trovato la pietra e se n
andato. E noi siamo stati cos sciocchi da cadere in questo scherzo. Ci
deve avere ingannati sul colore della pietra, in modo da poterla trovare
solo lui.
Calandrino, sentendo quei discorsi, si convinse daver trovato davvero la pietra e desser divenuto invisibile. Stette zitto e si avvi verso
casa. Intanto Bruno diceva:
Che facciamo ancora qui? meglio che ce ne andiamo anche noi.
Andiamo, andiamo approvava Buffalmacco ch siamo stati presi
in giro quanto basta. Ma giuro a Dio che Calandrino ce la pagher.
Guarda, Bruno! Se fosse qui, davanti a noi, com stato tutta la mattina, gli tirerei questo ciottolo nelle calcagna, da azzopparlo per un
mese.
Cos dicendo, prese un ciottolo di quelli che aveva raccolto e lo tir
nelle calcagna di Calandrino, che trattenne a fatica un urlo, ma continu la sua strada senza fermarsi. Bruno allora, presa anche lui una
pietra, disse a Buffalmacco:
La vedi questa pietra? Bene: vorrei che arrivasse a dare nelle reni
a quel birbante di Calandrino!
Lanci il sasso e colp il povero Calandrino esattamente dove aveva
detto.
Ora con una scusa ora con unaltra e fingendo di volersi liberare
delle pietre tirandole nel vuoto, ma immaginandole dirette a Calandrino, per tutta la strada fino alla porta di San Gallo, lo andarono lapidando senza piet.
Gli uomini che stavano di guardia alla porta, precedentemente avvertiti da Bruno e da Buffalmacco, quando si present Calandrino carico
di pietre finsero di non vederlo e lo lasciarono passare.
Il poveretto, pi convinto che mai dessersi reso invisibile, prese allora
come pot la corsa verso casa sua.
Essendo lora di pranzo, non gli capit neppure dincontrar persona
che lo salutasse e lo riconoscesse.
Arrivato a casa carico di sassi, vide sua moglie Tessa che in cima alla
scala e con le mani sui fianchi lo aspettava.
questa lora di rincasare? gli disse. Possibile che tu non sappia
mai quando tempo di mangiare? Che il diavolo ti porti!
Dunque pens Calandrino costei mi vede, e se mi vede vuol dire
che ho smarrito la pietra, oppure che le donne hanno potere di far perdere la virt ai talismani.
Sal di corsa la scala e, presa la moglie per i capelli, la copr di botte.
Bruno e Buffalmacco, che lo seguivano a distanza, giunti sotto la
casa udirono le strida della donna e il fracasso della gran battitura che
era in corso e che non prometteva di finir tanto presto.

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O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il Trecento

18

La letteratura

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Ecco che cosa accade a


chi stupido, disonesto
e per giunta violento
con i pi deboli.

Attraverso la figura di
Calandrino, Boccaccio
presenta un eroe negativo: lesatto contrario
delluomo intelligente,
cortese e di buon senso
celebrato in tante altre
novelle.

Dal basso chiamarono a gran voce Calandrino, che affacciatosi a


una finestra li chiam di sopra, dove i due trovarono la stanza piena di
pietre sparse sul pavimento e in un angolo la donna, scarmigliata, stracciata e coi lividi delle percosse sul viso.
Cosa te ne fai di tutte queste pietre? Vuoi tirar su un muro? chiese
Bruno.
Laltro gli domand cosa mai gli avesse fatto la sua donna, per doverla
conciare in quel modo.
Calandrino, che si era lasciato andare, spossato, sopra una sedia,
non aveva pi nemmeno il fiato per parlare.
Bruno, con faccia severa, gli si fece davanti e gli disse:
Che maniere sono queste? Ci porti nel Mugnone a cercar la pietra
fatata, poi ci lasci l come due babbei e te ne vieni a far questioni con
tua moglie. Questa lultima che ci farai!
Compagni rispose sforzandosi Calandrino non arrabbiatevi. Le
cose stanno diversamente. Pensate: avevo trovato la pietra! Lavevo proprio trovata, tanto vero che quando vi domandavate luno laltro di
me, io vi ero vicino, a pochi passi. Mi avete perfino colpito con dei sassi
credendo di tirarli nel vuoto! Guardate: ho un piede gonfio, una botta
qui sul fianco e tre o quattro bitorzoli sulla testa. Sono perfino entrato
da porta San Gallo senza che le guardie mi vedessero. Abituati come
sono a mettere il naso anche nella bocca di quelli che entrano, se mi
avessero visto con tutto quel carico mi avrebbero certamente fermato.
Anche per la strada, quelli che incrociavo non si accorgevano di me, ve
lo assicuro. Per mia fortuna non ho incontrato donne. Ma arrivato a
casa, ecco che questa maledetta mi si para davanti e fa perdere ogni
virt alla pietra. Mi vede, capite! Perch dovete sapere che le femmine
hanno potere di sfatare ogni incanto. Cos ha fatto perdere alla pietra
il suo potere e mi ha reso il pi disgraziato uomo del mondo, quando
potevo essere il pi ricco. Per questo gliene ho date fin che ho potuto e
non so chi mi tenga dallammazzarla. Maledetto il momento che lho
sposata.
Si era di nuovo cos infuriato parlando, che si sarebbe gettato daccapo sulla moglie, se Bruno e Buffalmacco non lavessero trattenuto.
Pur avendo voglia di ridere, i due cercarono di fargli capire che la
moglie non aveva nessuna colpa, perch lui, sapendo che le donne hanno
potere di far perdere le propriet delle pietre, non avrebbe dovuto comparirle dinnanzi quel giorno. Se contro ogni buon senso lo aveva fatto,
era segno che Dio voleva punirlo per aver cercato dingannare i suoi
compagni non dicendo daver trovato la pietra.
Vedendo che a quelle parole Calandrino si andava calmando, Bruno
e Buffalmacco se ne andarono a raccontare in giro la nuova beffa,
lasciando lamico con la casa piena di sassi e la moglie pesta e malconcia
da consolare.
(Il Decameron raccontato in 10 novelle, a cura di P. Chiara, Milano, Mondadori, 1984)

Il Quattrocento e il Cinquecento

19

Torquato Tasso
Lautore e lopera
Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1544, figlio
di un poeta e di una nobildonna di origini toscane,
comp i suoi studi a Padova e a Bologna. Nel 1562
scrisse il poema epico Rinaldo, incentrato sulle
avventure di Orlando. Nel 1565, giunto a Ferrara in
occasione del matrimonio del duca Alfonso II, entr
a far parte della corte estense al servizio del cardinale Luigi dEste. A questo periodo risale linizio
della stesura di liriche amorose dedicate a Laura
Peperara, conosciuta a Mantova, e a Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora dEste. Dopo un soggiorno
a Roma e a Napoli, nel 1579 ritorn a Ferrara, ma
non avendo trovato laccoglienza sperata, diede in

escandescenze durante le terze nozze di Alfonso II


con Margherita Gonzaga. Il duca lo rinchiuse quindi
nellOspedale SantAnna, dove rimase per sette
anni. Nel 1580 venne pubblicato il dramma pastorale Aminta e nel 1581 il poema Gerusalemme liberata. Dal 1588 Tasso riprese il frenetico peregrinare tra le corti e le citt italiane, peggiorando le
gi precarie condizioni di salute e le ristrettezze
economiche. Mor a Roma nel 1595 a 51 anni, poco
prima di ricevere la laurea poetica promessagli da
Ippolito Aldobrandini. Fu sepolto nella Chiesa di
SantOnofrio al Gianicolo, presso il cui convento era
stato ospite, in cerca di sollievo spirituale, nellultimo periodo della sua vita.

Ecco sparir le stelle


e spirar laura
La lirica seguente una ballata, un componimento poetico dorigine
provenzale che si diffuse in Italia verso la met del Duecento, e ha un
contenuto lirico, ossia sentimentale.
composta da una sola strofa, con schema metrico XYYX ABCBACCDDX.
Testo originale
A
B

Ecco sparir le stelle e spirar laura1,


e tremolar2 le fronde3
de gli arboscelli al mormorio de londe

Parafrasi
Ecco sparire le stelle e levarsi la brezza,
e muovere le fronde
dei piccoli alberi al mormorio delle onde

Il nome di Laura, a cui la ballata dedicata, compare solo al termine, ma il suo arrivo anticipato
dallalba e in particolare dal gioco di parole tra laura e Laura, ripreso nel verso finale.
La natura riflette lo stato danimo del poeta, che al pensiero della sua amata vede tutto meraviglioso: il vento dolcissimo, gli uccelli sono vaghi e cantano soavemente, la luce dellaurora
imperla le campagne, indora i monti. La musicalit dei versi accentuata dalla presenza di suoni
come sparir... spirar (luno anagramma dellaltro) e da onomatopee (tremolar, mormorio).

1. aura: aria, ma con lidea del movimento,


quindi brezza leggera, venticello.

2. tremolar: muoversi tremando; la parola


onomatopeica, ossia riproduce il suono,

come mormorio nel verso successivo.


3. fronde: ramoscelli con foglie.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Guida alla lettura

20

La letteratura

che l suo spirto dolcissimo ristaura;


e tra frondosi rami i vaghi augelli
cantar soavemente; e gi laurora
ne loriente rugiadosa appare
e le campagne imperla e i monti indora,
e dispiegando al vento i bei capelli
chiaro specchio si fa de lampio mare.
O bella Aurora, al cui venir pi care
sono tutte le cose,
pi liete, pi ridenti e pi gioiose,
laura tua Messaggiera, e tu di Laura.

a cui il suo [del vento] dolcissimo spirare (spirto)


d nuova vitalit (ristaura);
e tra i rami frondosi cantano soavemente
i graziosi (vaghi) uccelli; e gi
a oriente appare laurora che orna
le campagne con perle di rugiada e illumina (indora) i monti,
e sciogliendo al vento i bei capelli
[riflette] il grande mare come un chiaro specchio.
O bella Aurora, al cui arrivo tutte le cose
sono pi amabili (care),
pi liete, pi ridenti e pi gioiose,
la brezza tua Messaggera, e tu [lo sei] di Laura.

(T. Tasso, Opere, a cura di B. Maier, Milano,


Rizzoli, 1963-65)

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Quando lAurora appare (notare la personificazione attraverso luso della lettera maiuscola)
tutte le cose appaiono pi liete, pi ridenti e pi gioiose, come il poeta allarrivo di Laura.

Il Seicento e il Settecento

21

Giuseppe Parini
Lautore e lopera
Giuseppe Parini, nato da famiglia modesta a Bosisio,
in provincia di Lecco, nel 1729, frequent le scuole
superiori a Milano grazie allaiuto di una zia che gli
lasci in eredit i suoi beni a patto che divenisse
sacerdote, cosa che avvenne nel 1754. Nel 1752
pubblic una prima raccolta di poesie e tra il 1754
a il 1762 fu al servizio del duca Gabrio Serbelloni
come precettore del figlio Gian Galeazzo; in casa
Serbelloni il Parini osserv la vita della nobilt e
conobbe il pensiero illuminista francese di Voltaire, Montesquieu, Rousseau e dellEncyclopdie,
che influenz i suoi scritti di questo periodo, tra cui
il Dialogo sopra la nobilt, le odi La vita rustica, La
salubrit dellaria e La impostura.
Nellottobre del 1762 fu licenziato da casa Serbelloni per aver difeso la figlia del compositore e maestro di musica Giovanni Battista Sammartini, che
era stata schiaffeggiata dalla duchessa in uno scatto
dira. Accolto dai nobili Imbonati come precettore

del giovane Carlo, tra il 1763 e il 1765 pubblic Il


Mattino e Il Mezzogiorno, le prime due parti del
poema Il Giorno.
Tale opera ottenne una favorevole accoglienza dalla
critica e gli procur la protezione del governo di
Maria Teresa dAustria, la nomina di poeta ufficiale del Regio Ducale Teatro e, dal 1769, la cattedra
di eloquenza e belle arti presso le Scuole Palatine
(divenute in seguito Regio Ginnasio di Brera).
Dal 1774 fece parte di una commissione per la riforma
delle scuole inferiori; in seguito ricevette da papa
Pio VI una pensione annuale che gli permise di dedicarsi alla produzione letteraria, con numerose odi,
tra cui Leducazione e La caduta, e le ultime due
parti del Giorno, il Vespro e la Notte. Nel 1796,
quando i francesi di Napoleone occuparono Milano,
entr a far parte della Municipalit, ma per tre soli
mesi, rappresentando insieme a Pietro Verri la tendenza pi moderata. Si spense nella sua abitazione
di Brera il 15 agosto 1799.

Nel poema Il Giorno Parini immagina di essere il precettore di un giovin


signore al quale deve illustrare le attivit che si possono svolgere durante
la giornata. In realt si tratta di un poema satirico in cui lautore si serve
della descrizione dei comportamenti pi umili, ma onesti e laboriosi,
per smascherare i vizi di una nobilt che approfitta dei suoi ingiusti privilegi
per condurre una vita priva di senso e valore morale.
Il componimento, diviso in quattro parti (Il Mattino, Il Mezzogiorno, Il Vespro
e La Notte) in endecasillabi sciolti, versi di undici sillabe senza rime.
La parte che ti presentiamo quella iniziale del Mattino, dove
il comportamento del giovin signore al mattino paragonato a quello del
contadino (il buon villan) e a quello del fabbro, entrambi umili lavoratori.
Testo originale

Sorge il mattino in compagnia dellalba


dinanzi al sol che di poi grande appare
su lestremo orizzonte a render lieti
gli animali e le piante e i campi e londe.

Parafrasi
Sorge il mattino insieme allalba
prima del sole che poi appare grande
sullestremo orizzonte per rendere lieti
gli animali e le piante e i campi e le acque del mare.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il risveglio del giovin


signore

22

La letteratura
A

10

B
15

20

25

Allora il buon villan1 sorge dal caro


letto cui la fedel moglie e i minori
suoi figlioletti intiepidr la notte;
poi sul dorso portando i sacri arnesi2
che prima ritrov Cerere3, e Pale4,
move seguendo i lenti bovi, e scote
lungo il picciol sentier da i curvi rami
fresca rugiada che di gemme al paro
la nascente del sol luce rifrange.
Allora sorge il fabbro, e la sonante
officina riapre, e allopre torna
laltro d non perfette; o se di chiave
ardua e ferrati ingegni allinquieto
ricco larche assecura; o se dargento
e doro incider vuol gioielli e vasi
per ornamento a nova sposa o a mense.
Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo
qual istrice pungente irti i capelli
al suon di mie parole? Ah il tuo mattino
signor questo non . Tu col cadente
sol non sedesti a parca cena, e al lume
dellincerto crepuscolo non gisti
ieri a posar qual ne tugurj suoi
entro a rigide coltri il vulgo vile.
A voi celeste prole a voi concilio
almo di semidei altro concesse
giove benigno: e con altrarti e leggi

Allora il buon contadino si alza dallamato


letto in cui la moglie e i suoi figli minori
hanno reso tiepido il trascorrere della notte;
poi portando sulle spalle gli strumenti sacri
che per prime scoprirono Cerere, e Pale,
va verso il campo con davanti il lento bue,
e lungo lo stretto sentiero fa cadere dai rami ricurvi
la rugiada che, quasi fosse una pietra preziosa,
riflette i nascenti raggi del sole.
Allora si alza il fabbro, e riapre la rumorosa
officina, e torna alle opere
non terminate il giorno precedente; o se deve rendere sicuri
con chiave di difficile fabbricazione e serrature di ferro
gli scrigni per un ricco timoroso; o se vuole incidere
con argento e oro gioielli e vasi
per ornare il corredo di una sposa novella o le tavole.
Ma come? Tu [giovin signore] al suono delle mie parole
inorridisci e mostri sul capo capelli ritti e pungenti
come quelli di un istrice? Ah signore
per te questo non il mattino. Tu al tramonto
non ti sei seduto per una modesta cena, e alla luce
incerta del crepuscolo non andasti
ieri a riposare tra dure coperte
come ha fatto lumile popolo nelle sue povere case.
A voi prole divina (celeste) a voi nobile riuinione (concilio almo)
di semidei Giove benigno concesse ben altro:
e bisogna che io vi guidi su una strada (calle) insolita

Guida alla lettura


A

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il sole sorge e lintera natura si risveglia, lieta di un nuovo giorno. Ecco che il buon villan si
alza, pronto al lavoro. La sua fatica nei campi nobilitata dallaggettivo sacri, riferito agli strumenti che si carica sulle spalle, e dal riferimento delle dee protettrici delle messi, Cerere, e
della pastorizia, Pale.

Quanto al fabbro, il suo lavoro ha limportante compito di rassicurare chi ricco con lavori dingegno o fornire ornamenti alle giovani spose e alla vita familiare con oggetti da porre sulle mense.
Diverso il comportamento del giovin signore. Questa fortunata celeste prole, concilio di
semidei, ha trascorso la notte tra divertimenti e gioco dazzardo, e lalba segna il momento
del ritorno a casa. Alla sonante officina del fabbro si contrappone il fragor di calde e precipitose rote, al tranquillo seguire i lenti bovi del contadino, il calpestio di volanti corsier, allimmagine delle divinit dellagricoltura si contrappone linquietante e fragorosa immagine di Plutone sul suo carro, preceduto dalle fiaccole delle Furie.

1. villan: contadino, abitante della villa,


ossia la fattoria di campagna durante lImpero romano.

2. sacri arnesi: gli attrezzi da contadino,


sacri perch usati per lavorare la terra.

3. Cerere: dea romana delle messi.


4. Pale: dea romana della pastorizia.

Il Seicento e il Settecento

35

40

45

50

55

per novo calle a me guidarvi duopo.


Tu tra le veglie e le canore scene
e il patetico gioco oltre pi assai
producesti la notte: e stanco alfine
in aureo cocchio col fragor di calde
precipitose rote e il calpestio
di volanti corsier lunge agitasti
il queto aere notturno; e le tenbre
con fiaccole superbe intorno apristi
siccome allor che il Siculo terreno
da luno a laltro mar rimbombar fo
Pluto5 col carro a cui splendeano innanzi
le tede6 de le Furie anguicrinite7.
Tal ritornasti a i gran palagi: e quivi
cari conforti a te porge a la mensa
cui ricoprien prurigginosi cibi
e licor lieti di Francesi colli
e dIspani e di Toschi o lUngarese
bottiglia8 a cui di verdi ellere Bromio9
concedette corona, e disse: or siedi
de le mense reina. Alfine il Sonno10
ti sprimacci11 di propria man le cltrici
molle cedenti, ove, te accolto, il fido
servo cal le ombrifere cortine:
e a te soavemente i lumi chiuse
il gallo che li suole aprire altrui.

23

con altri criteri di giudizio (arti e leggi).


Tu hai passato la nottata e anche oltre
tra veglie e spettacoli canori ed emozionanti giochi
dazzardo (patetico gioco): e finalmente stanco
su una carrozza dorata turbasti la quieta atmosfera notturna
col rumore di veloci ruote surriscaldate [per la velocit]
e col rumore dei passi di valletti che corrono
davanti alla carrozza; e allontanasti le tenebre
circostanti con le grandi torce luminose [portate dai valletti]
come avvenne quando Plutone fece rimbombare
la terra siciliana dalluno allaltro mare
col carro preceduto
dalle fiaccole delle Furie dai capelli di serpi.
Simile [a Plutone sul suo carro] ritornasti ai tuoi grandi palazzi:
e qui ti offre piacevoli conforti la tavola
ricoperta da cibi stuzzicanti (prurigginosi)
e piacevoli liquori provenienti dalle colline francesi
e spagnole e toscane o la bottiglia
di vino ungherese a cui Bacco concedette
la corona di verde edera e disse: ora siedi
regina delle mense. Infine il Sonno
ti scosse con le sue mani le morbide (molle cedenti) coperte,
dove, tu ben sistemato, il fedele servo fece scendere
le tende di seta [pendenti dal baldacchino] per far ombra:
e a te dolcemente chiuse gli occhi (i lumi)
il gallo che solito aprirli agli altri.

(G. Parini, Il giorno)

Dopo gli ultimi cibi e gli ultimi bicchieri di vino proveniente da terre lontane, il giovin signore
si abbandona al sonno e i suoi occhi si chiudono al canto del gallo che gli altri risveglia. Quanta
differenza con la vita tranquilla e laboriosa della gente semplice!

5. Pluto: Plutone, re dellAverno o Ade,


loltretomba, rap in Sicilia Proserpina,
figlia di Cerere, e la port nel suo regno,
sul suo carro preceduto dalle Furie.
6. tede: fiaccole.
7. Furie anguicrinite: Aletto, Megera e
Tesifone, dette Erinni dai Greci, erano
divinit infernali, di carnagione scura e
con serpenti al posto dei capelli (angui-

crinite). Vivevano nellErebo, la parte pi


oscura dellAde, da cui uscivano una volta
al mese per salire sulla terra e punire gli
spergiuri e i colpevoli di delitti contro
familiari e amici.
8. Ungarese bottiglia: il Tocai, vino
ungherese.
9. Bromio: in greco il chiassoso, epiteto del dio greco Dioniso (Bacco per i

Romani), in riferimento ai suoi rumorosi


festini.
10. Sonno: il dio greco Morfeo, rappresentato alato e con una cornucopia (un
recipiente a forma di grande corno) dalla
quale escono i sogni.
11. sprimacci: scosse per distribuire limbottitura in modo uniforme.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

24

La letteratura

Ugo Foscolo
Lautore e lopera
Ugo Foscolo nacque nel 1778 a Zante (allepoca
Zacinto, isola appartenente alla Repubblica di
Venezia) e mor in esilio presso Londra nel 1827.
Trascorse parte della sua fanciullezza in Dalmazia,
dove il padre esercitava la professione di medico.
Dopo la morte del padre, nel 1792 si trasfer con la
famiglia a Venezia dove comp gli studi superiori.
Al 1794 risalgono i suoi primi componimenti poetici e al 1796 le prime odi e canzoni. Nel 1797 fu tra
i pi decisi sostenitori dellindipendenza della Repubblica veneziana e quando Napoleone, con il Trattato di Campoformio, cedette Venezia allAustria,
Foscolo, sdegnato, part in volontario esilio e si rec
a Milano, dove conobbe Parini e Monti, frequent

i circoli culturali della citt e negli anni successivi


prese attivamente parte agli avvenimenti politici e
militari italiani. Nel frattempo prosegu la sua attivit letteraria, pubblicando nel 1789 il romanzo
Ultime lettere di Jacopo Ortis e raccogliendo nel
1803 il meglio della sua produzione (dodici sonetti,
tra cui Alla sera, In morte del fratello Giovanni, A
Zacinto, e due odi: A Luigia Pallavicino caduta da
cavallo e Allamica risanata). Nel 1806 pubblic il
carme Dei sepolcri e nel 1813 il poema Le Grazie.
Alla caduta del Regno italico nel 1814, decise di non
prestare giuramento alle nuove autorit austriache
e prefer lesilio volontario, prima in Svizzera, poi
in Inghilterra, dove trascorse gli ultimi anni in
povert.

In morte del fratello


Giovanni
Il sonetto In morte del fratello Giovanni stato composto tra aprile e luglio
1803 per ricordare la morte del fratello Giovanni Dionigi, ufficiale dellesercito
della Repubblica Cisalpina che si era ucciso nel 1801 per debiti di gioco.
Lo schema metrico ABAB, ABAB, CDE, CED.
Testo originale

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Un d, sio non andr sempre fuggendo


di gente in gente, mi vedrai seduto
su la tua pietra1, o fratel mio, gemendo
il fior de tuoi gentili anni2 caduto.

Parafrasi
Un giorno, se io non andr sempre fuggiasco
di popolo in popolo, mi vedrai seduto
presso la tua tomba, o fratello mio, piangendo
la tua precoce morte.

Guida alla lettura


A Il tema autobiografico presente fin dallinizio del sonetto: il poeta si rivolge direttamente al

fratello, paragonando la sua vita affannosa (condotta in esilio, fuggendo di gente in gente)
con quella del fratello morto nel fiore degli anni.
1. pietra: pietra tombale.

2. gentili anni: i lieti anni della giovinezza.

LOttocento
A

10

La madre or sol, suo d tardo3 traendo,


parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo,
e se da lunge i miei tetti saluto,

Solo nostra madre, vivendo i suoi ultimi anni,


parla di me con il tuo spirito ormai silenzioso:
ma io tendo verso di voi le miei mani deluse,
e se da lontano saluto la mia patria,

sento gli avversi numi, e le secrete


cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anchio nel tuo porto quiete.

provo le avversit degli dei, e le sofferenze nascoste


nellintimo che ti fecero vivere tempestosamente,
e prego anchio di trovare la pace nel tuo porto [nella morte].

Questo di tanta speme4 oggi mi resta!


Straniere genti, lossa mie rendete
allora5 al petto della madre mesta.

Questa sola speranza di tante che avevo mi resta oggi!


Genti straniere, quando morir, restituite il mio corpo
allabbraccio della madre sofferente.

25

(U. Foscolo, DallOrtis alle Grazie, a cura di S. Orlando,


Torino, Loescher, 1974)

Tramite e legame tra i due la madre, ormai anziana, che parla delluno con le ceneri ormai
mute dellaltro.

Disilluso, il poeta pu solo salutare da lontano il suo paese (da lunge i miei tetti saluto) ed esprimere lauspicio di trovare quiete nella morte, paragonata al porto in cui ha trovato riposo il fratello. Ultima speranza che, dopo la sua morte, almeno il corpo (lossa) venga restituito alla
madre, perch possa riunirlo a quello del fratello nel pianto.

3. tardo: inoltrato nel tempo, anziano.

4. speme: speranza.

5. allora: al momento della morte.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

26

La letteratura

Alessandro Manzoni

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Lautore
Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785, da
nobile famiglia. La madre Giulia, figlia di Cesare
Beccaria (lautore del saggio Dei delitti e delle pene
contro la pena di morte e la tortura), si separ ben
presto dal marito e si trasfer a Parigi, dove nel
1805 la raggiunse il figlio, che aveva completato
gli studi superiori. Nella citt, divenuta durante il
periodo napoleonico il centro culturale dEuropa,
il ventenne Alessandro ebbe modo di frequentare
i circoli intellettuali che si ispiravano allilluminismo, ma anche al nascente romanticismo.
Manzoni ritorn a Milano nel 1810, dopo il matrimonio con Enrichetta Blondel, di religione calvinista e figlia di un ricco banchiere di Ginevra. La
conversione al cattolicesimo di Enrichetta fu seguita
da quella che viene comunemente definita la conversione religiosa del Manzoni. Il poeta, la cui formazione era avvenuta sulla base delle idee dellIlluminismo razionalista, riscopr un forte interesse
religioso e ritorn alla pratica della fede.
Dal 1810 al 1827 la famiglia visse tra Milano e una
villa a Brusuglio, nella campagna milanese. Manzoni, pur non occupandosi di politica attiva, segu
con interesse le vicende del Risorgimento e
sostenne la corrente liberale, favorevole allunificazione nazionale. Nel 1861 fu nominato senatore
del neonato Regno dItalia e fu tra i sostenitori del
trasferimento della capitale a Roma. Mor a Milano
nel 1873, allet di 88 anni.
Lopera
La produzione letteraria di Manzoni fu vasta e
comprende opere di vario genere.
In prosa fu autore di saggi critico-letterari e ricerche
storiche, tra cui il Discorso sopra alcuni punti della
storia longobardica in Italia (1822), la lettera Sul
Romanticismo (1823), la Storia della colonna infame (1840), il Discorso sul romanzo storico (1845).
Scrisse inoltre opere filosofico-morali, tra cui le
Osservazioni sulla morale cattolica (1855).
Lopera a cui maggiormente legata la sua fama
il romanzo storico I promessi sposi, scritto in una
prima versione nel 1821 col titolo Fermo e Lucia,
rivisto e pubblicato nel 1827 col titolo I promessi
sposi, e ripubblicato in edizione definitiva nel 1840.
Ampia anche la produzione in poesia. A soli sedici
anni scrisse Del trionfo della libert (1801), un poe-

metto che rivel la sua precoce vocazione letteraria. Dopo la conversione, tra il 1812 e il 1822,
compose gli Inni sacri, dedicati alla celebrazione
delle pi importanti festivit religiose: Resurrezione, Il nome di Maria, Natale, Passione, Pentecoste. Di ispirazione civile sono invece le due odi
scritte nel 1821: Marzo 1821, che esprime le speranze per la liberazione della Lombardia da parte
dellesercito piemontese, e Il Cinque Maggio, che
commemora la morte di Napoleone Bonaparte.
Per il teatro Manzoni compose due tragedie storiche di ispirazione etico-religiosa: Il Conte di Carmagnola (1820), che ha come protagonista un
capitano di ventura ingiustamente condannato a
morte durante le contese tra il ducato di Milano
e la repubblica di Venezia nel primo Quattrocento,
e lAdelchi.
La tragedia in cinque atti Adelchi (1820-22) si ispira
a fatti storici avvenuti tra il 772 e il 774, allepoca
della discesa in Italia di Carlo, re dei Franchi, chiamato dal papa Adriano contro Desiderio, re dei
Longobardi, che aveva incominciato a invadere i
territori della Chiesa.
Ermengarda, figlia di Desiderio, stata ripudiata
da Carlo, che vuol sciogliere i legami di parentela
coi Longobardi. La donna, straziata per essere
passata dallamore ricambiato al ripudio e allabbandono, torna dal padre e chiede di potersi rifugiare in un convento, a Brescia, dove in seguito
muore. Carlo intima a Desiderio di restituire al
pontefice Adriano le terre, ma Desiderio rifiuta,
nonostante il figlio Adelchi gli suggerisca di trovare un accordo. Scoppia la guerra e i Franchi,
informati dal diacono Martino, colgono di sorpresa
i Longobardi alle Chiuse di Susa. Adelchi, pur contrario alla guerra, combatte strenuamente per
dovere e amore filiale. Le sorti dei Longobardi volgono al peggio: per lestrema difesa Desiderio si
rifugia a Pavia e Adelchi a Verona. Un traditore
apre allesercito di Carlo le porte di Pavia, dove
Desiderio asserragliato. Caduto prigioniero, Desiderio chiede a Carlo di lasciar libero Adelchi. Ma
nel frattempo Verona si arresa per la defezione
di duchi e soldati longobardi e Adelchi, dopo aver
combattuto coraggiosamente stato ferito. Trasportato nella tenda di Carlo, Adelchi chiede una
dignitosa prigionia per Desiderio, poi offre a Dio
la sua anima stanca e muore.

LOttocento

27

Adelchi
Coro dellatto terzo
Il coro seguente si trova a conclusione dellatto terzo della tragedia. in
dodecasillabi, tronchi il terzo e il sesto, piani gli altri, con rima AABCCB.
Protagonisti degli avvenimenti sono tre popoli: i vecchi e i nuovi invasori,
Franchi e Longobardi che si affrontano con le armi, e il popolo italico,
gli eredi della fiera virt dei padri latini ormai ridotti a un imbelle volgo
disperso che nome non ha.
Testo originale
A

10

15

Dagli atrii1 muscosi, dai fori2 cadenti,


dai boschi, dallarse fucine3 stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende lorecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente romor4.

Parafrasi
Dai palazzi ricoperti di muschio, dalle antiche piazze in rovina,
dai boschi, dalle ardenti e rumorose officine,
dai solchi [dellaratro] frutto del lavoro dei servi,
un popolo (volgo) diviso improvvisamente si sveglia;
tende lorecchio, solleva il capo
colpito da un insolito crescente rumore.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,


qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce de padri la fiera virt:
ne guardi, ne volti confuso ed incerto
si mesce e discorda lo spregio sofferto
col misero orgoglio dun tempo che fu.

Dagli sguardi incerti, dai volti timorosi,


traspare lorgoglioso valore (virt) dei padri
come un raggio di sole da dense nubi:
negli sguardi, nei volti il disprezzo sopportato
si mescola e contrasta, confuso e incerto,
con il nostalgico orgoglio per la gloria passata.

Saduna voglioso, si perde tremante,


per torti sentieri con passo vagante,
fra tema e desire, savanza e rist;
e adocchia e rimira scorata e confusa
de crudi signori la turba diffusa,
che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Si raduna speranzoso, si disperde timoroso,


per sentieri tortuosi con passo insicuro del percorso,
fra paura e speranza, avanza e si ferma;
e guarda e riguarda la massa sbandata
dei crudeli signori, che fugge di fronte alle armi
nemiche, che non ha sosta, scoraggiata e disordinata.

Il primo a essere descritto il popolo originario, erede dei latini, di cui si ricordano le grandi ville,
le piazze (fori) ormai in rovina. Un popolo laborioso nelle fucine e nei campi (solchi), la cui fiera
virt dei padri e lorgoglio dun tempo non sono che un ricordo che appare incerto negli sguardi
e nei volti confusi.
I Longobardi (crudi signori) sono presentati come una massa sbandata (turba diffusa), in fuga
davanti ai nemici. Una similitudine li descrive come belve (fere) spaventate, che si rifugiano nelle
tane. Lunica nota di compatimento riguarda le donne, un tempo superbe, che guardano preoccupate i loro figli e la ripetizione (pensose... pensosi) sottolinea il loro stato danimo.

1. atrii: i locali dingresso, qui per indicare i palazzi.


2. fori: le piazze principali delle citt

romane, dove si affacciavano i maggiori


edifici pubblici.
3. arse fucine: le officine in cui si lavo-

rava il metallo, con un calore opprimente.


4. romor: la inattesa notizia della sconfitta dei Longobardi.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Guida alla lettura

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La letteratura

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35

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45

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

B
C

Ansanti li vede, quai trepide fere,


irsuti per tema le fulve criniere,
le note latbre del covo cercar;
e quivi, deposta lusata minaccia,
le donne superbe, con pallida faccia,
i figli pensosi pensose guatar.

Li vede ansanti, come animali spaventati,


con il pelo delle rosse criniere rizzato per la paura,
cercare i nascondigli conosciuti delle loro tane;
e qui, abbandonato il consueto atteggiamento minaccioso,
le superbe donne [longobarde] con il volto pallido
guardare ansiose i figli ansiosi.

E sopra i fuggenti, con avido brando,


quai cani disciolti, correndo, frugando,
da ritta, da manca5, guerrieri venir:
li vede, e rapito dignoto contento,
con lagile speme precorre levento,
e sogna la fine del duro servir.

E contro (sopra) gli uomini in fuga, giungono da ogni parte


i guerrieri, con spade (brando) desiderose di colpire,
come cani finalmente slegati, correndo, cercando:
li vede, e preso da una gioia mai provata,
con la speranza senza ostacoli (agile) immagina il futuro,
e sogna la fine della dura servit.

Udite! Quei forti che tengono il campo,


che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
son giunti da lunge, per aspri sentier:
sospeser le gioie dei prandi festosi,
assursero in fretta dai blandi riposi,
chiamati repente da squillo guerrier.

Udite! Quegli uomini forti che stanno vincendo [i Franchi],


che impediscono la fuga dei tiranni precedenti [i Longobardi],
sono giunti da lontano, per difficili sentieri:
rinunciarono alle gioie di ricchi pranzi,
si alzarono in fretta dai piacevoli (blandi) ozi,
chiamati improvvisamente dal segnale (squillo) di guerra.

Lasciar nelle sale del tetto natio


le donne accorate, tornanti alladdio,
a preghi e consigli che il pianto tronc:
han carca la fronte de pesti cimieri6,
han poste le selle sui bruni corsieri,
volaron sul ponte che cupo son.

Lasciarono le sale della casa paterna


le donne tristi, che continuamente rinnovavano (tornanti) laddio,
preghiere e consigli terminarono in pianto:
hanno posto sulla fronte gli elmi ammaccati,
hanno sellato i cavalli dal mantello bruno,
volarono sul ponte levatoio del castello che suon cupo.

A torme, di terra passarono in terra,


cantando giulive canzoni di guerra,
ma i dolci castelli pensando nel cor:
per valli petrose, per balzi dirotti,
vegliaron nellarme le gelide notti,
membrando i fidati colloqui damor.

A schiere (torme), hanno attraversato territori,


cantando allegre canzoni di guerra,
ma ricordando i loro dolci castelli:
in valli rocciose, tra dirupi inospitali,
trascorsero gelide notte vegliando armati,
ricordando i fiduciosi discorsi damore [con le loro donne].

I Franchi sono invece rappresentati attraverso una similitudine coi cani finalmente liberati
dalle catene (disciolti). E, come i cani, corrono da ogni parte e frugano alla ricerca della preda.
Lautore si rivolge in modo accorato direttamente al popolo italico: Udite!
La possibilit che il popolo asservito migliori la propria condizione solo unillusione.
I nuovi venuti giungono da lontano, hanno lasciato la propria famiglia, i propri castelli (ricordati dai ponti levatoi che risuonano cupi, quasi un presagio del fragore della battaglia), hanno
faticato, marciato, combattuto. Come si pu pensare che rinuncino al loro premio (sperato e
promesso), per cambiare le condizioni di un popolo straniero?

5. da ritta, da manca: da destra, da sinistra, ossia da ogni parte.


6. pesti cimieri: elmi ammaccati dalle battaglie, simboli di un popolo abituato a combattere.

LOttocento

50

55

A
60

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,


per greppi senzorma le corse affannose,
il rigido impero, le fami durr;
si vider le lance calate sui petti,
a canto agli scudi, rasente gli elmetti,
udiron le frecce fischiando volar.

Gli oscuri pericoli di soste (stanze) disagevoli (incresciose)


le corse affannose per alture (greppi) prive di sentieri,
la durezza della disciplina, i lunghi digiuni;
videro le lance indirizzate contro i loro petti,
accanto agli scudi, vicine agli elmi,
udirono il sibilo delle frecce.

E il premio sperato, promesso a quei


[forti,
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
dun volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine7,
allopere imbelli8 dellarse officine,
ai solchi bagnati di servo sudor.

E il premio in cui speravano, che era stato loro promesso,


potrebbe essere, o illusi, cambiare le condizioni,
porre fine alle sofferenze di un popolo straniero?
Tornate alle vostre rovine superbe,
alle opere pacifiche delle ardenti officine,
ai solchi bagnati dal sudore dei servi.

Il forte si mesce col vinto nemico,


col novo signore rimane lantico;
lun popolo e laltro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
si posano insieme sui campi cruenti
dun volgo disperso che nome non ha.

Il vincitore (forte) si mescola col nemico vinto,


col signore nuovo rimane il precedente;
entrambi i popoli vi dominano.
Si spartiscono i servi, si spartiscono gli animali;
si insediano entrambi nei campi [di battaglia] bagnati di sangue
di un popolo senza nazione (disperso) che non ha nome.

29

(A. Manzoni, Adelchi)

Al popolo italico non resta che tornare al suo lavoro servile nelle officine e nei campi, perch
i vecchi e i nuovi padroni si uniranno e si divideranno tutto ci che resta a un popolo privo di
diritti e identit nazionale: volgo disperso che nome non ha.

7. superbe ruine: le rovine dei monumenti romani, superbe per


ci che rappresentavano, ma ormai senza valore.

8. imbelli: pacifiche (lett. non adatte alla guerra), riferito ai


lavori servili che il popolo italico ormai abituato a svolgere.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

30

La letteratura

Giacomo Leopardi

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Lautore
Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati,
nelle Marche allora appartenenti allo Stato pontificio. Figlio primogenito di una famiglia nobile, trascorse una prima infanzia serena, unito nei giochi
e negli studi ai due fratelli Carlo e Paolina, a lui pi
vicini det. La prima istruzione la ricevette dal
padre, il conte Monaldo, uomo molto colto, ma di
idee reazionarie; in seguito fu affidato a precettori
ecclesiastici. Ben presto, per, prefer continuare
per proprio conto gli studi, approfittando della ricca
biblioteca paterna. Da solo impar il latino, il greco,
lebraico e alcune lingue moderne, si dedic alla
traduzione di testi classici e compose le prime
opere di argomento scientifico o filosofico, come
la Storia dellastronomia (1813) e il Saggio sopra gli
errori popolari degli antichi (1815), oltre ad alcuni
sonetti, tra cui AglItaliani (1815). Nel 1819 una grave
malattia agli occhi, che lo costrinse a lunghi mesi
di buio, e altri problemi di salute fecero maturare
in lui una profonda crisi e il desiderio di lasciare la
casa paterna e il soffocante ambiente provinciale
in cui viveva. Finalmente nel 1822 pot recarsi a
Roma, presso parenti materni, ma fu una delusione:
in piena Restaurazione, la societ romana gli apparve
chiusa e reazionaria. Tornato nel 1823 a Recanati,
vi rimase fino al 1825, quando riusc ad allontanarsi nuovamente grazie allassegno mensile offertogli da un editore in cambio di alcuni lavori. Leopardi visse quindi a Bologna, Milano e Firenze,
stringendo relazioni e amicizie; il peggioramento
della salute e il venir meno dellassegno delleditore lo costrinsero a ritornare a Recanati nel 1828,
dove rest per sedici mesi di notte orribile. A salvarlo intervennero degli amici che gli offrirono anonimamente un prestito grazie al quale pot lasciare
definitivamente Recanati. Visse quindi a Firenze e
dal 1932 a Napoli, dove strinse rapporti con diversi
intellettuali e mor nel 1837.
Lopera
Nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, del 1818, Leopardi trasferisce il mondo della
cultura classica, a lui tanto cara, allinterno di una
concezione sentimentale e psicologica moderna,
fissando alcuni punti che resteranno sottesi a tutta
la sua produzione successiva: scopo della poesia
dilettare, rallegrare, ma poich luomo non pu sot-

Recanati, piazza Leopardi.

trarsi a eventi quali la nascita, la sofferenza e la


morte, per sopportare langoscia dellesistenza
bisogna ricorrere alle illusioni. Le speranze della
giovinezza, lamore, la stessa fede in Dio non sono
che illusioni che aiutano a sopportare il dolore, i
disincanti, linesorabile scorrere del tempo, la
nostalgia e il rimpianto.
Studioso attento della lingua italiana, Leopardi introdusse molte innovazioni nella struttura e nel linguaggio delle sue poesie; us strofe e versi di lunghezza variabile (ad esempio, endecasillabi e
settenari), spesso sciolti dalla rima o con rime anche
a met del verso, oltre ad allitterazioni, ossia ripetizioni di lettere con suono simile.
Tra le opere principali ricordiamo:
lo Zibaldone, diario non destinato alla pubblicazione, in cui tra il 1817 e il 1823 annot quotidianamente appunti, ricordi, osservazioni sulla lingua
e considerazioni su vari argomenti;
i Canti, liriche (componimenti poetici che esprimono i sentimenti dellautore) composte tra il 1818
e il 1823, su temi di ispirazione classica;
le Operette morali, scritte in prosa tra il 1823 e
il 1824, in cui espresse le sue concezioni della vita,
a volte in forma di dialogo;
gli Idilli, brevi liriche composte tra il 1819 e il
1821, che prendono spunto da un elemento del paesaggio (in greco il termine idillio significa quadretto, visione); tra le pi note Linfinito e Alla
luna;
i Grandi Idilli, liriche di ampio respiro scritte tra
il 1828 e il 1830; tra le pi note A Silvia, Le ricordanze, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, Il passero solitario, Canto notturno di un
pastore errante dellAsia.

LOttocento

31

La sera del d di festa


La sera del d di festa un idillio composto nel 1820. Il contenuto riflette
molte delle tematiche presenti nelle riflessioni dellautore in quegli anni:
il sentirsi rifiutato dalla natura, che gli nega la felicit dellamore,
presentandosi pi come matrigna che come madre.
Il componimento in endecasillabi (versi di 11 sillabe) sciolti (senza rima).
Testo originale
A

10

C
15

20

Dolce e chiara la notte e senza vento,


e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
gi tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, che taccolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e gi non sai n pensi
quanta piaga mapristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che s benigno
appare in vista, a salutar maffaccio,
e lantica natura onnipossente,
che mi fece allaffanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e daltro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo d fu solenne: or da trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non gi, chio speri,

Parafrasi
La notte dolce e serena e il vento non soffia,
e la luna splende (posa) tranquilla (queta)
sopra i tetti e negli orti, e nella lontananza fa apparire
ogni montagna nitida (serena). O donna
a cui penso, ogni sentiero silenzioso, e la luce (lampa)
notturna appare appena (traluce) sui balconi:
tu dormi, poich un facile sonno ti ha preso
nelle tue tranquille stanze; e non ti disturba
nessuna preoccupazione; e non conosci n pensi
a quanto dolore damore (piaga) mi hai procurato.
Tu dormi: io mi affaccio a salutare questo cielo,
che appare al primo sguardo (in vista) cos favorevole,
e leterna (antica) natura che pu tutto (onnipossente),
che mi cre per la sofferenza (affanno). A te nego
la speranza (speme), mi disse, anche la speranza;
e per altro non brillino i tuoi occhi se non per il pianto.
Questo giorno (d) fu importante: ora [o donna] riposa
dagli svaghi (trastulli); e forse ti ricordi
in sogno a quanti oggi sei piaciuta, e quanti
sono piaciuti a te: non io ti ritorno (ricorro) alla mente (pensier),

Guida alla lettura

Il momento iniziale, descrittivo, anticipa una situazione di serenit.


La donna qui una presenza generica e simbolica, pretesto per il poeta di esprimere la propria sofferenza in contrasto alla sua serenit.
Appare qui il tema della natura, immutabile, onnipossente.
La natura personificata e si rivolge direttamente al poeta per vietargli persino la speranza.
Limmagine consueta degli occhi brillanti di gioia viene qui rovesciata: gli occhi brillano s, ma di
pianto.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

32

La letteratura

30

35

45

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo


quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in cos verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dellartigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco fuggito
il d festivo, ed al festivo il giorno
volgar1 succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov il suono
di que popoli antichi? or dov il grido
de nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e larmi, e il fragorio2
che nand per la terra e loceano?
Tutto pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e pi di lor non si ragiona.
Nella mia prima et, quando saspetta
bramosamente il d festivo, or poscia
chegli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che sudia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
gi similmente mi stringeva il core.

certamente (gi) non oso sperarlo. Intanto io chiedo


quanto mi resti da vivere, e mi getto
al suolo, e grido, e sono tormentato. Oh giorni terribili
e in unet cos giovane! Ahi, dalla via
sento non lontano il canto solitario
dellartigiano che rientra a tarda notte,
dopo i divertimenti, alla sua povera dimora (ostello);
e crudelmente (fieramente) mi si stringe il cuore,
a pensare come tutto al mondo finisce (passa),
e quasi non lascia segno (orma). Ecco finito (fuggito)
Il giorno festivo, e il giorno di lavoro segue
quello festivo, e il tempo porta via
tutti gli avvenimenti umani. Dov ora la risonanza (suono)
[delle imprese] degli antichi popoli? Dov ora il grido dei nostri
antenati famosi, e il grande impero
di Roma, e le armi, e il loro rumore
che si diffuse per la terra e i mari (loceano)?
Tutto pace e silenzio, e tutto riposa
il mondo, e pi non si parla di loro.
Nella giovinezza, quando si aspetta
ansiosamente il giorno festivo, dopo che (or poscia)
era finito (spento), io addolorato, sveglio (in veglia),
giacevo nel letto (premea le piume); e a tarda notte
un canto che si udiva diminuire (morire) a poco a poco
allontanandosi (lontanando) per i sentieri, gi allora
come ora (similmente) mi rattristava (stringeva il core).

(G. Leopardi, Canti)

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il solitario canto dellartigian simboleggia, il trascorrere della vita, il passare inesorabile del
tempo, che tutto cancella, anche le glorie e i popoli del passato.

Il poeta ritorna con il ricordo allinfanzia, a quando attendeva fiducioso il giorno festivo e poi
restava deluso e addolorato al termine della giornata.
A unire il passato e il presente il canto che si ode nella notte, che si allontana morendo a
poco a poco, come le speranze.

1. volgar: destinato al lavoro del popolo, in contrapposizione al giorno festivo.


2. fragorio: fragore, rumore delle armi.

LOttocento

33

Giosue Carducci
Lautore
Giosue Carducci nacque nel 1835 a Valdicastello,
nella Versilia toscana. Dopo la prima educazione
ricevuta direttamente dal padre, frequent un collegio a Firenze e l'Universit Normale di Pisa, dove
si laure in Lettere. Inizi quindi a insegnare, ma
tra il 1857 e il 1859 il suicidio di un fratello, la morte
del padre e le sopraggiunte necessit economiche
lo costrinsero ad affiancare lattivit di insegnante
con quella di consulente editoriale. La situazione
miglior nel 1861, quando, a soli venticinque anni,
gli fu affidata la cattedra di Eloquenza (cio di Letteratura italiana) presso l'Universit di Bologna,
incarico che tenne fino alla morte. Raggiunta la
tranquillit economica, pot quindi dedicarsi completamente allinsegnamento universitario e alla
poesia, con pubblicazioni che gli fecero raggiungere una fama crescente. Nel 1890 fu nominato
senatore del Regno dItalia e nel 1906 ottenne il
premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato
a un italiano. Mor a Bologna nel 1907.

dellarmonia e del bello che si potevano ricavare


dagli esempi dei classici.
Il valore dei modelli classici si ritrova in tutta la produzione poetica di Carducci, tra cui le raccolte Rime
nuove (1861-87), Odi barbare (1877-89), Giambi ed
epodi (1882), Rime e ritmi (1899).

Lopera
Carducci pensava che i compiti del poeta fossero:
formare la coscienza civile degli uomini e spronarli a compiere imprese nobili e patriottiche,
mostrando loro gli esempi delle imprese degli antichi;
confortare gli uomini oppressi dalle contraddizioni tra ideali e realt, mostrando loro le immagini

La poesia fa parte della raccolta Odi barbare, cos chiamate da Carducci


perch era convinto che le poesie, in cui aveva cercato di riprodurre le forme
poetiche classiche, sarebbero suonate come barbare, poco armoniose, agli
orecchi di un poeta greco o latino. Nevicata, composta il 24 marzo 1881, poco
dopo la morte di una cara amica, esprime con grande intensit i dolorosi
sentimenti del poeta, che si riflettono nella silenziosa nevicata che nella
notte si anima degli spiriti degli amici e dei cari ormai defunti.
Lo schema metrico un distico elegiaco, un componimento classico
caratterizzato da sentimenti di dolore e tristezza. Le strofe di due versi
(distico) non hanno rime e il secondo verso termina con parole tronche
o monosillabiche.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Nevicata

34

La letteratura
Testo originale

Lenta fiocca la neve pe l cielo cinero: gridi,


suoni di vita pi non salgono da la citt,

Parafrasi
Lenta fiocca la neve attraverso il cielo grigio
(cinero): dalla citt non arrivano pi grida,
suoni di vita,

non derbaiola il grido o corrente rumore di carro,


non damor la canzone ilare e di giovent.

non [arriva] il richiamo della fruttivendola


(erbaiola) o il rumore di un carro che corre, non
lallegra canzone damore e di giovent.

Da la torre di piazza roche per lare le ore


gemon, come sospir dun mondo lungi dal d.

Dalla torre della piazza risuonano tristi (gemon)


nellaria i rintocchi (le ore), come sospiri di un
mondo fuori dal tempo (lungi dal d).

Picchiano uccelli raminghi a vetri appannati: gli amici


spiriti1 reduci son, guardano e chiamano a me.

Uccelli sperduti (raminghi) picchiano contro i vetri


appannati: ritornano (reduci son) le ombre amiche,
guardano e chiamano rivolte verso di me.

In breve, o cari, in breve tu calmati, indomito cuore


gi al silenzio verr, ne lombra riposer.

B
C

Fra poco, o cari, fra poco tu calmati, cuore


non ancora rassegnato scender verso il
silenzio, riposer nelle tenebre della morte (ne
(G. Carducci, Odi barbare)
lombra).

Guida alla lettura


A

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

La descrizione del paesaggio fatta per notazioni brevi, con una tecnica che ricorda la pittura
impressionistica; ci sono colori (cinereo) e suoni (gridi, rumore, canzone).
Forse la torre del Palazzo comunale di Bologna, in piazza San Petronio.

Il rintocco delle campane (le ore gemon) paragonato ai sospiri dei defunti (sospir dun mondo
lungi dal d).
Gli uccelli che volano errando, si trasformano negli spiriti degli amici e di coloro che il poeta
ha amato e che picchiano nel suo cuore come gli uccelli contro i vetri.
Il poeta sembra quasi ansioso di far riposare ne lombra il suo indomito cuore.

1. amici spiriti: le ombre di coloro che il poeta ha conosciuto e amato e che sono morti.

LOttocento

35

Giovanni Verga

Lopera
Giovanni Verga scrisse a soli quindici anni il suo
primo romanzo, Amore e patria, ispirato alla rivoluzione americana e rimasto inedito. Successivamente pubblic a sue spese I carbonari della montagna (1861-62), un romanzo storico che si ispirava
alle imprese della Carboneria calabrese contro il
potere dittatoriale di Gioacchino Murat, cognato di
Napoleone e re di Napoli dal 1808 al 1815. Nel 1863
pubblic a puntate sulla rivista fiorentina La nuova
Europa il suo terzo romanzo,
Sulle lagune, dedicato a Venezia,
ancora sotto il dominio austriaco
dopo la formazione del Regno dItalia. A dargli notoriet fu la pubblicazione dei romanzi Una peccatrice (1866) e Storia di una
capinera (1871). Ladesione al
verismo diede una svolta alla sua
produzione; nel 1880 pubblic
Vita dei campi e nel 1881 I Malavoglia, cui seguirono le raccolte
di racconti Novelle rusticane e
Per le vie. Il primo vero grande
successo fu il dramma Cavalleria
rusticana (1884), interpretato da
Eleonora Duse e successivamente
musicato da Pietro Mascagni
RCS Quotidianix S.p.A. 2006

(1890). In seguito pubblic Mastro don Gesualdo


(1889), la raccolta di novelle Don Candeloro e C.
(1894) e i drammi La lupa (1896) e Dal tuo al mio
(1903), trasformato nel 1906 in romanzo. Dellultima opera a cui stava lavorando, La Duchessa di
Leyra, scrisse solo il primo capitolo, pubblicato
postumo.
Il verismo
Negli ultimi decenni dellOttocento la situazione
degli operai e delle masse di contadini sfruttati ed
emarginati dal potere mise in evidenza quella che
fu definita la questione sociale. Molti scrittori ne
presero coscienza, dando vita a movimenti letterari come:
il realismo, che ebbe tra i suoi massimi esponenti i francesi Stendhal, Honor de Balzac e Gustave
Flaubert, linglese Charles Dickens e il russo Nicolaj
Gogol;
il naturalismo, con i francesi (mile Zola e Guy
de Maupassant;
il verismo, in Italia, con autori tra cui Luigi
Capuana e Giovanni Verga.
Caratteristiche del verismo furono:
la convinzione che al centro della narrazione
dovesse esserci la realt, nelle sue forme pi
genuine;
la rappresentazione delle classi pi povere e
umili, considerate pi vere;
il regionalismo, che presentava i problemi locali
di unItalia unita politicamente,
ma non socialmente;
una visione pessimistica della
vita e della realt, che rifletteva
il timore che il processo unitario
e lo sviluppo economico del Paese
escludessero le classi pi povere;
una narrazione impersonale:
la realt parlava da s e lautore doveva limitarsi a scrivere
ci che essa esprimeva, senza
dare interpretazioni o giudizi;
un linguaggio essenziale, con
un lessico popolare, spesso dialettale, e una sintassi semplificata, in grado di riprodurre il
modo di parlare autentico dei personaggi.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Lautore
Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840, da una
famiglia di possidenti terrieri. Compiuti gli studi
primari e medi, si iscrisse alla Facolt di legge dellUniversit di Catania, ma non termin gli studi,
preferendo dedicarsi allattivit letteraria e al giornalismo politico. Nel 1961, allarrivo di Garibaldi a
Catania, si arruol nella Guardia Nazionale, in cui
prest servizio per circa quattro anni. Tra il 1865
e il 1871 visse a Firenze, dove strinse amicizia con
lo scrittore Luigi Capuana e pubblic romanzi che
gli diedero una certa sicurezza economica. Nel 1972
si trasfer a Milano, divenuta nuovo centro artistico
e letterario per la presenza di scrittori come Arrigo
Boito, Federico De Roberto e Giuseppe Giacosa. Nel
1880 inizi per Verga un nuovo periodo letterario,
caratterizzato dalladesione al verismo. Nel 1894
torn definitivamente a Catania, dove rimase fino
alla morte, avvenuta nel 1922.

36

La letteratura

La roba

Guida alla lettura

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il racconto inizia dalla


descrizione dellambiente e soprattutto della
roba, le immense propriet di Mazzar, che
un viandante sta attraversando.

La novella appartiene alla raccolta delle Novelle rusticane, pubblicate


nel 1883, che descrivono la dura lotta di pescatori, artigiani, braccianti
e contadini per riscattarsi dalla loro condizione di povert ed emarginazione
sociale. Protagonista di La roba Mazzar, un bracciante che da povero
e maltrattato, attraverso umiliazioni, sacrifici e un lavoro durissimo,
riuscito a mettere insieme un enorme patrimonio fatto di terre, uliveti, vigne,
fattorie e animali. Ma tanti anni di lavoro senza riposo o distrazioni non gli
hanno permesso di godersi i frutti della sua crescente ricchezza; quando sta
per morire lo tormenta una sola domanda: che fine far la sua roba?

Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini1, steso l come


un pezzo di mare morto, e le stoppie2 riarse della Piana di Catania, e
gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e
i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco3 dal caldo,
nellora in cui i campanelli della lettiga4 suonano tristemente nellimmensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il
lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere
dal sonno della malaria: Qui di chi ? sentiva rispondersi: Di Mazzar. E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi
magazzini che sembravano chiese, e le galline a stormi accoccolate
allombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi
per vedere chi passava: E qui?, Di Mazzar. E cammina e cammina, mentre la malaria5 vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva allimprovviso labbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva
pi, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse
addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo6,
accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per
vedere chi fosse: Di Mazzar. Poi veniva un uliveto folto come un
bosco, dove lerba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo.
Erano gli ulivi di Mazzar. E verso sera, allorch il sole tramontava
rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzar che tornavano adagio adagio
dal maggese7, e i buoi che passavano il guado8 lentamente, col muso
nellacqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla
pendice brulla9, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzar; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campa-

1. Biviere di Lentini: il lago di Lentini,


nella parte meridionale della provincia di
Catania.
2. stoppie: ci che resta delle piante dopo
la mietitura.
3. fosco: offuscato, reso meno chiaro dal
caldo.
4. lettiga: antico mezzo di trasporto, costi-

tuito da una piccola carrozza trainata da


muli.
5. malaria: malattia presente nelle zone
paludose, dove si riproduce la zanzara
anofele che ne portatrice; qui il richiamo
alla malaria serve per descrivere un
ambiente caldo e umido.
6. il guardiano... schioppo: il sorvegliante

del campo, in posizione abbandonata sul


fucile.
7. maggese: campo lasciato per un certo
tempo senza coltivazioni, prima di essere
nuovamente arato.
8. guado: punto in cui lacqua bassa permette di attraversare un fiume.
9. brulla: con scarsa vegetazione.

La presentazione di Mazzar vuole essere il pi


possibile oggettiva, per
cui egli viene descritto
attraverso le parole che,
in un discorso indiretto,
esprime un osservatore:
un omiciattolo... ricco
come un maiale... ma
aveva la testa chera un
brillante.
Mazzar lunico personaggio descritto in
modo completo: aspetto
fisico, personalit, abitudini.
Da uomo poverissimo, a
cui tutti avevano dato
dei calci nel di dietro,
Mazzar diventato
ricco come uneccellenza, ma ha continuato
a vivere e a lavorare
come prima; unica grandezza un cappello di seta
o di feltro, come i signori, ma solo perch costava meno.

Le abitudini di vita di
Mazzar erano molto
modeste: due soldi di pane e un pezzo di formaggio ingozzato... allimpiedi.

naccio che risuonava ora s ed ora no, e il canto solitario perduto nella
valle. Tutta roba di Mazzar. Pareva che fosse di Mazzar perfino il
sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dellassiolo10 nel bosco. Pareva che Mazzar fosse disteso tutto grande per
quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. Invece
egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato
un baiocco11, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e
non si sapeva come facesse a riempirla, perch non mangiava altro che
due soldi di pane; e s chera ricco come un maiale; ma aveva la testa
chera un brillante, quelluomo.
Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella
roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, collacqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno
straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci
nel di dietro, quelli che ora gli davano delleccellenza, e gli parlavano col
berretto in mano12. N per questo egli era montato in superbia, adesso
che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore; ma egli portava ancora
il berretto13, soltanto lo portava di seta nera, era la sua sola grandezza14,
e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro, perch
costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove
arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga dappertutto, a destra e
a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Pi di cinquemila bocche15, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della
terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la
quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e
un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, allimpiedi, in un
cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i
sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello16,
nelle calde giornate della messe17. Egli non beveva vino, non fumava,
non usava tabacco, e s che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo
il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si
vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, n quello delle donne.
Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che18 sua madre, la quale
gli era costata anche 12 tar19, quando aveva dovuto farla portare al
camposanto.

10. assiolo: piccolo uccello rapace.


11. baiocco: antica moneta dello Stato
pontificio che valeva pochi centesimi.
12. col berretto in mano: a capo scoperto,
in segno di rispetto e deferenza.
13. berretto: il cappello piatto con visiera,
la coppola, portata dai contadini meri-

dionali, mentre i signori portavano il cappello di feltro (di panno semirigido) con
la falda.
14. la sua sola grandezza: lunico segno
della sua ricchezza.
15. bocche: persone dipendenti da lui per
sfamarsi.

16. corbello: cesto di vimini, messo sulla


testa per ripararsi dal sole.
17. messe: mietitura.
18. che: a eccezione di.
19. tar: moneta in uso in Sicilia, corrispondente a 85 centesimi di lira, circa 40
centesimi di euro.

37

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

LOttocento

38

La letteratura
Mazzar non aveva mai
adottato le abitudini n
i vizi dei ricchi.
Fin da quando era bracciante e soffriva lavorando sotto padrone,
era concentrato sul pensiero di che cosa volesse
dire la roba e aveva
avuto quel solo obiettivo: fare della roba.

Mazzar, diventato padrone, si comportava


come un sorvegliante e
controllava i suoi lavoranti a cavallo, armato
di frusta.
Gli sembrava di passare
tutto il tempo a togliersi
denaro di tasca per pagare i suoi braccianti e
le tasse.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Mazzar era un uomo


diffidente nei confronti
delle cose moderne, come la cartamoneta, a cui
preferiva le monete dargento.
Mazzar e la roba sembravano fatti luno per
laltra.
Mazzar era prudente e
molto attento a non
lasciarsi imbrogliare, non
come il barone del cui
patrimonio si era lentamente impadronito.

Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la
roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era
sua, ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tar della giornata,
nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore, col soprastante20 a
cavallo dietro, che vi piglia a nerbate21 se fate di rizzarvi22 un momento.
Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non
fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivano in novembre; e altre file
di muli, che non finivano pi, portavano le sementi; le donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le sue
olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze
che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei
villaggi interi alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna,
era per la vendemmia di Mazzar. Alla messe poi i mietitori di Mazzar sembravano un esercito di soldati, che per mantenere tutta quella
gente, col biscotto23 alla mattina e il pane e larancia amara a colazione,
e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e
le lasagne si scodellavano nelle madie24 larghe come tinozze. Perci
adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col
nerbo in mano, non ne perdeva docchio uno solo, e badava a ripetere:
Curviamoci, ragazzi! Egli era tutto lanno colle mani in tasca a spendere, e per la sola fondiaria25 il re si pigliava tanto che a Mazzar gli
veniva la febbre, ogni volta.
Per ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire26
tutto; e ogni volta che Mazzar vendeva il vino, ci voleva pi di un
giorno per contare il denaro, tutto di 12 tar dargento, ch lui non ne
voleva di carta sudicia27 per la sua roba, e andava a comprare la carta
sudicia28 soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli
armenti29 di Mazzar coprivano tutto il campo, e ingombravano le
strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, colla
banda30, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
Tutta quella roba se lera fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col
non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria,
collaffaticarsi dallalba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la
pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, chera tutto quello che ei avesse al mondo;
perch non aveva n figli, n nipoti, n parenti; non aveva altro che la
sua roba. Quando uno fatto cos, vuol dire che fatto per la roba.

20. soprastante: sorvegliante del padrone.


21. nerbate: frustate.
22. rizzarvi: raddrizzarvi, alzare la
schiena dal lavoro.
23. biscotto: pane cotto due volte per
poterlo conservare pi a lungo, come le
fette biscottate.

24. madie: contenitori; letteralmente le


madie sono dei mobili a forma di casse in
cui un tempo si conservavano la farina e
il pane.
25. fondiaria: tassa sui terreni (fondi)
agricoli.
26. capire: contenere.
27. carta sudicia: il denaro stampato su

carta.
28. comprare la carta sudicia: cambiare le monete dargento con cartamoneta.
29. armenti: mandrie di animali.
30. il santo, colla banda: la processione
con la statua del santo e la banda musicale.

Il barone lunico personaggio, oltre al protagonista, presente nel


racconto. descritto dal
punto di vista di Mazzar, attraverso le sue
parole: pareva un re, ma
era un minchione.
Nelle considerazioni sul
barone emerge la filosofia di vita di Mazzar:
la roba non di chi lha,
ma di chi la sa fare.

Mazzar era analfabeta


(firmava con la sua
brava croce) e disprezzava la nobilt e i suoi
simboli, come lo scudo
nobiliare di pietra.
La gente pensava che
Mazzar fosse fortunato,
ma solo lui sapeva quanti
pensieri, quante fatiche,
quante menzogne, quanti pericoli di andare in
galera aveva sopportato
per riuscire e come avesse lavorato con intelligenza (con quella testa
che era un brillante),
senza mai arrendersi di
fronte ai rifiuti o alle difficolt.
La sua esperienza non
laveva reso generoso e
comprensivo, anzi, le
disgrazie altrui erano
solo seccature.

Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita,
perch la roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel
barone che prima era stato il padrone di Mazzar, e laveva raccolto
per carit nudo e crudo ne suoi campi, ed era stato il padrone di tutti
quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli
armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri dietro,
pareva il re, e gli preparavano anche lalloggio e il pranzo, al minchione31,
sicch ognuno sapeva lora e il momento in cui doveva arrivare, e non
si faceva sorprendere colle mani nel sacco. Costui vuol essere rubato
per forza! diceva Mazzar, e schiattava dalle risa quando il barone gli
dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle mani, borbottando: Chi minchione se ne stia a casa, la roba non di chi lha, ma
di chi la sa fare. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire32 se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e
quando, e come; ma capitava allimprovviso, a piedi o a cavallo alla
mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto
ai suoi covoni33, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
In tal modo a poco a poco Mazzar divenne il padrone di tutta la
roba del barone; e costui usc prima dalluliveto, e poi dalle vigne, e poi
dai pascoli, e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non
passava giorno che non firmasse delle carte bollate34, e Mazzar ci metteva sotto la sua brava croce. Al barone non rimase altro che lo scudo
di pietra35 chera prima sul portone, ed era la sola cosa che non avesse
voluto vendere, dicendo a Mazzar: Questo solo, di tutta la mia roba,
non fa per te. Ed era vero; Mazzar non sapeva che farsene, e non lavrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava ancora del tu, ma non
gli dava pi calci nel di dietro.
Questa una bella cosa, davere la fortuna che ha Mazzar! diceva
la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli
di andare in galera, e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba;
e se il proprietario di una chiusa limitrofa36 si ostinava a non cedergliela,
e voleva prendere pel collo Mazzar, dover trovare uno stratagemma
per costringerlo a vendere, e farcelo cascare, malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la fertilit di una tenuta
la quale non produceva nemmeno lupini37, e arrivava a fargliela credere una terra promessa, sinch il povero diavolo si lasciava indurre a
prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa
e la chiusa, che Mazzar se lacchiappava per un pezzo di pane. E
quante seccature Mazzar doveva sopportare! I mezzadri che venivano a lagnarsi delle malannate38, i debitori che mandavano in pro-

31. minchione: sciocco.


32. non mandava... a dire: non avvertiva.
33. covoni: i mucchi di grano tagliato.
34. carte bollate: atti di vendita.

35. scudo di pietra: il simbolo nobiliare


del barone, inciso su una lastra di pietra
posta sopra la porta del palazzo.
36. chiusa limitrofa: un terreno recintato (chiusa) confinante con il suo.

37. lupini: semi commestibili, di scarso


valore.
38. malannate: annate cattive, con scarsi
raccolti.

39

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

LOttocento

40

La letteratura

A Mazzar non interessava il denaro, ma solo


la terra, che comprava
appena aveva qualche
soldo.

Mazzar era riuscito a


realizzare il suo progetto: farsi la roba. Ma
era stato sconfitto dalla
vecchiaia e dallavvicinarsi della morte, contro
cui non poteva nulla,
salvo cercare di portare
con s anitre e tacchini,
ammazzandoli a bastonate in un ultimo momento di delirante vivacit.

cessione le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o lasinello, che non avevano da mangiare.
Lo vedete quel che mangio io? rispondeva lui, pane e cipolla! e
s che ho i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba.
E se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva:
Che, vi pare che labbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e raccoglierle? E se gli domandavano un soldo rispondeva che non laveva.
E non laveva davvero. Ch in tasca non teneva mai 12 tar, tanti ce
ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed
usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme
una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perch voleva
arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re,
ch il re non pu n venderla, n dire ch sua.
Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra
doveva lasciarla l dovera. Questa una ingiustizia di Dio, che dopo
di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad
averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto
sul corbello39, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come
un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se
un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un
asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente!
Sicch quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per
pensare allanima, usc nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava
ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: Roba mia, vientene con me!
(G. Verga, Novelle rusticane)

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

39. corbello: cesto di vimini.

Tra Otto e Novecento

41

Giovanni Pascoli
Lautore
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna
nel 1855. Quarto di dieci fratelli, trascorse la sua
infanzia a La Torre, una tenuta agricola di cui il
padre Ruggero era amministratore. Cominciate le
elementari a Savignano nel 1861, lanno successivo
fu ammesso con i fratelli Giacomo e Luigi nel collegio dei padri Scolopi a Urbino. Nel 1867 la morte
del padre costrinse la famiglia a lasciare la tenuta
e a stabilirsi a San Mauro, in difficolt economiche.
Seguirono anche una serie di lutti: nel 1868 morirono la madre e la sorella Margherita, nel 1871 il fratello Luigi e nel 1876 il fratello maggiore Giacomo.
Costretto nel 1871 a lasciare il collegio per difficolt
finanziarie, Pascoli continu gli studi a Rimini e in
seguito a Firenze dove, per interessamento di un
suo professore di Urbino, pot terminare il liceo
dagli Scolopi. Nel 1873, esaminato da Giosue Carducci (Pascoli raccont dellincontro in Ricordi di
un vecchio scolaro), vinse una borsa di studio presso
lUniversit di Bologna, dove si iscrisse alla Facolt
di Lettere. Nel 1877 la perdita della borsa di studio,
per aver manifestato contro il ministro della Pubblica Istruzione in visita a Bologna, lo costrinse a
lasciare lUniversit. Per qualche tempo frequent
ambienti socialisti e nel 1879 fu arrestato e trascorse alcuni mesi in carcere. Assolto, abbandon
lattivit politica e concluse gli studi, laureandosi
nel 1882 con una tesi sul poeta greco Alceo. Dopo

aver insegnato Latino e Greco in diversi licei, nel


1895 si trasfer con la sorella Maria a Castelvecchio e pass allinsegnamento universitario, ottenendo lincarico di Grammatica greca e latina prima
a Bologna, poi a Messina e infine a Pisa (1903-905).
Nel 1905 subentr a Carducci nellinsegnamento
di Letteratura italiana allUniversit di Bologna.
Mor a Bologna nel 1912.
Lopera
In ogni uomo, secondo Giovanni Pascoli, c un fanciullino, un essere dotato di uninfantile e genuina
capacit di cogliere la poeticit, il mistero nascosto
nelle situazioni ed esperienze comuni. La poesia
non quindi invenzione, ma scoperta da parte del
poeta di qualcosa che gi si trova nelle cose e che
possibile riconoscere solo se ci si libera da condizionamenti culturali.
Pascoli si dedic alla poesia fin dagli anni del liceo
e dai primi anni di universit, con componimenti
che furono poi pubblicati in Poesie varie (1912). Nel
decennio 1880-90 si colloca la composizione del
nucleo centrale della raccolta Myricae, pubblicata
per la prima volta nel 1891 e integrata e ripubblicata in edizioni successive fino al 1911. Del 1897 sono
i Primi poemetti, seguiti nel 1903 dai Canti di Castelvecchio, dai Poemi conviviali (1904), da Odi e inni
(1906), Nuovi poemetti (1909), Canzoni di re Enzo
(1909), Poemi italici (1911).

La cavalla storna una delle ultime poesie composte per la raccolta Canti di
Castelvecchio. Rievoca una vicenda familiare drammatica, che aveva segnato
indelebilmente la vita del poeta: il 10 agosto 1867, di ritorno dal mercato di
Cesena, il padre fu ucciso da una fucilata i cui responsabili rimasero ignoti.
La morte del padre, che era allora amministratore della tenuta Torlonia a San
Mauro, costrinse la famiglia a lasciare la casa e a fronteggiare un difficile
cambiamento delle condizioni sociali ed economiche. Nella poesia il poeta
rievoca la morte del padre attraverso il dialogo tra la madre e la cavalla che
tirava il calesse al momento dellomicidio, unica testimone degli eventi.
Il componimento in distici (strofe di due versi) di endecasilabi (versi di
undici sillabe) a rima baciata: AA BB CC ecc.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

La cavalla storna

42

La letteratura
Testo originale

Nella Torre1 il silenzio era gi alto.


Sussurravano i pioppi del Rio Salto2.

Parafrasi
Nella tenuta della Torre il silenzio era profondo.
I pioppi lungo il Rio Salto sussurravano [mossi dal vento].

I cavalli normanni3 alle lor poste


frangean la biada con rumor di croste.

I cavalli normanni nei loro box (poste) spezzavano il foraggio


(biada) facendo rumore con lo strato esterno.

L in fondo la cavalla era, selvaggia,


nata tra i pini su la salsa spiaggia;

In fondo cera la cavalla, appena domata (selvaggia),


nata nella pineta presso la spiaggia ricca di sale marino (salsa);

che nelle froge avea del mar gli spruzzi


ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

tanto che aveva ancora nelle narici (froge) gli spruzzi del mare,
e il rumore delle onde (urli) nelle orecchie appuntite.

Con su la greppia un gomito, da essa


era mia madre; e le dicea sommessa:

Presso di lei cera mia madre, con un gomito sulla mangiatoia


(greppia); e le diceva a bassa voce (sommessa):

O cavallina, cavallina storna4,


che portavi colui che non ritorna;

O cavallina, cavallina storna,


che portavi chi non torner pi [il marito ucciso];

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!


Egli ha lasciato un figlio giovinetto5;

tu capivi i suoi gesti e le sue parole (detto)!


Egli ha lasciato un figlio poco pi che bambino;

il primo dotto tra miei figli e figlie;


e la sua mano non tocc mai briglie.

il primo dei miei otto figli e figlie;


e non ha ancora (mai) guidato un cavallo.

A
B

15

Guida alla lettura


A

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Laggettivo alto, che definisce il silenzio, suggerisce che la scena si svolge in piena notte.

I pioppi sussurravano (verbo onomatopeico che rivela la personificazione), creando un contrasto con il silenzio della notte.

La cavalla giovane e ancora selvaggia, come la pineta e il mare presso cui nata. Queste
caratteristiche dellanimale sono ribadite pi volte nel corso della poesia.

Latteggiamento della madre, che sta appoggiata alla mangiatoia e parla con voce sommessa,
contrasta con limmagine di forza selvaggia della cavalla.

il pi celebre verso della poesia, che si ritrova anche pi avanti come un ritornello.

Il pronome personale tu, ripetuto pi volte a inizio verso, con un accento pi accorato che
imperativo (vv. 17, 18, 19, 39, 50, 51, 53), crea un senso di dialogo e comunicazione diretta
tra la donna e lanimale.

1. Torre: la tenuta con annessa scuderia,


in cui Pascoli trascorse la sua infanzia e
in cui ambientata la vicenda.
2. Rio Salto: corso dacqua che costeggia

la tenuta.
3. cavalli normanni: cavalli originari della
Francia settentrionale, molto robusti e
adatti al lavoro.

4. storna: col mantello pezzato di bianco


e grigio.
5. giovinetto: Giacomo, il fratello maggiore del poeta.

Tra Otto e Novecento

20

25

30

35

40

Tu che ti senti ai fianchi luragano,


tu di retta alla sua piccola mano.

Tu che ti senti [ancora selvaggia] come se avessi di fianco un


uragano, obbedisci al tocco della sua mano da bambino.

Tu chhai nel cuore la marina brulla,


tu di retta alla sua voce fanciulla.

Tu che ha nostalgia (hai nel cuore) la spiaggia deserta (brulla),


tu obbedisci alla sua voce infantile.

La cavalla volgea la scarna testa


verso mia madre, che dicea pi mesta:

La cavalla girava la testa magra (scarna)


verso mia madre, che diceva pi triste:

O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna;

O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu lamavi forte!


Con lui ceri tu sola e la sua morte.

lo so, lo so, che tu lamavi con forza!


Con lui ceri solo tu nel momento in cui moriva.

O nata in selve tra londate e il vento,


tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

O tu che sei nata nella foresta tra le onde e il vento,


hai trattenuto nel cuore la paura;

sentendo lasso nella bocca il morso,


nel cuor veloce tu premesti il corso:

sentendo nella bocca che il morso era allentato (lasso),


smorzasti nel cuore veloce limpeto della corsa:

adagio seguitasti la tua via,


perch facesse in pace lagonia...

adagio proseguisti la tua strada,


perch trascorresse la sua agonia in pace...

La scarna lunga testa era daccanto


al dolce viso di mia madre in pianto.

La magra e lunga testa del cavallo era accanto


al dolce viso di mia madre che piangeva.

O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna;

O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dov pur dire!


E tu capisci, ma non sai ridire.

oh! egli ha certamente detto due parole!


E tu le capisci, ma non le sai ripetere.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,


con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

Tu con le briglie abbandonate tra le zampe,


con negli occhi le fiammate (il fuoco delle vampe) [degli spari],

con negli orecchi leco degli scoppi,


seguitasti la via tra gli alti pioppi:

con leco del rumore degli scoppi nelle orecchie,


hai proseguito la via tra i filari degli alti pioppi:

Limmagine delluragano ai fianchi ricorda il carattere selvaggio della cavalla, che ha nostalgia
delle corse sulla spiaggia dov nata.
Il riferimento alla testa della cavalla un motivo ricorrente nella poesia: scarna (v. 21), scarna
lunga testa (v. 33) e lunga testa fiera (v. 45). Gli aggettivi descrivono laspetto realistico della
testa un po ossuta del cavallo, ma alludono anche alla sua naturalezza, priva di inutili fronzoli.
La donna sa quanto la cavalla doveva essere spaventata per il fuoco delle vampe (v. 40) e per gli
scoppi (v. 41) degli spari; quindi la ringrazia implicitamente per aver dominato lo spavento e il
cuor veloce e per aver proseguito adagio, consentendo al morente di fare in pace lagonia (v. 32).
Dopo il grido precedente (due parole egli dov pur dire!) c una constatazione addolorata: lanimale ha sentito e capito (tu capisci), ma non in grado di pronunciare le parole.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

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La letteratura
A

45

50

C
D

55

60

lo riportavi tra il morir del sole,


perch udissimo noi le sue parole.

lo riportavi mentre il sole tramontava,


perch noi potessimo udire le sue ultime parole.

Stava attenta la lunga testa fiera.


Mia madre labbracci su la criniera.

Stava attenta la lunga testa fiera.


Mia madre labbracci sulla criniera.

O cavallina, cavallina storna,


portavi a casa sua chi non ritorna!

O cavallina, cavallina storna,


portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritorner pi mai!


Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

a me, chi non ritorner mai pi!


Tu fosti buona... Ma non sei in grado di parlare!

Tu non sai, poverina; altri non osa.


Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu non sai [parlare], poverina; altri non osano [dire la verit su


ci che accaduto]. Oh! ma tu devi dirmi una, almeno una cosa!

Tu lhai veduto luomo che luccise:


esso t qui nelle pupille fise.

Tu hai visto luomo che lha ucciso:


la sua immagine (esso) fissata nelle tue pupille.

Chi fu? Chi ? Ti voglio dire un nome.


E tu fa cenno. Dio tinsegni, come,

Chi stato? Chi ? Ti voglio dire un nome.


E tu fa cenno. Dio tinsegni, come.

Ora, i cavalli non frangean la biada:


dormian sognando il bianco della strada.

Ora i cavalli non spezzavano il foraggio (biada):


dormivano sognando le strade bianche.

La paglia non battean con lunghie vuote6:


dormian sognando il rullo delle ruote.

Non raspavano (battean) la paglia con gli zoccoli:


dormivano sognando il girare rumoroso (rullo) delle ruote.

Mia madre alz nel gran silenzio un dito:


disse un nome... Son alto un nitrito.

Mia madre alz un dito nel grande silenzio:


disse un nome... Suon alto un nitrito.

(G. Pascoli, Canti di Castelvecchio)


A

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Il tramonto, descritto come il morir del sole, simboleggia unaltra morte: quella del marito e
padre.

Le variazioni rispetto ai versi precedenti accentuano il senso di dolore, richiamando i legami


familiari (a casa sua) e personali (a me).

C una velata polemica nei confronti di chi per omert non os parlare, lasciando la famiglia
sola col suo lutto.

La ripetizione di una una rende pi dolorosa e quasi supplichevole la richiesta della donna.

Viene ripresa limmagine iniziale dei cavalli, che ora sono silenziosi, perch dormono e sognano,
ignari del dramma che si sta svolgendo accanto a loro.

Dellomicidio fu sospettato un uomo che in seguito prese il posto dellucciso come amministratore della tenuta. Col suo nitrito il cavallo risponde alla domanda della donna.

6. unghie vuote: gli zoccoli del cavallo, al cui interno non vi carne.

Tra Otto e Novecento

45

Luigi Pirandello
Lautore
Luigi Pirandello nacque nel 1867 presso Girgenti
(oggi Agrigento) in Sicilia, in una famiglia di agiate
condizioni economiche. Dopo il liceo, fece studi universitari a Palermo, Roma e infine a Bonn, dove si
laure in Lettere con una tesi sul dialetto di Girgenti. Intanto aveva iniziato a collaborare con diverse
riviste. Tornato in Italia, si spos e si trasfer con la
famiglia a Roma, per insegnare Letteratura italiana
alla Facolt di Magistero. Nel 1904 il fallimento economico del padre e il peggioramento della malattia
mentale della moglie, che degener fino alla pazzia,
segnarono profondamente la sensibilit dello scrittore e fecero maturare in lui una concezione molto
amara della vita, che si riflette nelle sue opere, in
cui nevrosi e pazzia sono motivi ricorrenti. Costretto
a intensificare la sua produzione letteraria per motivi
economici, cominci a pubblicare alcune novelle e
romanzi; nel 1910 inizi la sua attivit per il teatro.
Gli anni successivi furono molto fecondi per la sua
produzione narrativa e teatrale, dandogli notoriet
e riconoscimenti ufficiali: nel 1929 fu insignito del
titolo di Accademico dItalia e nel 1934 ricevette
il Premio Nobel per la Letteratura. Mor a Roma
nel 1936.

Lopera
La produzione di Pirandello presenta una vasta casistica di personaggi, trame e situazioni che svilupp
sia nelle novelle che nei romanzi e drammi teatrali. La realt, come egli stesso scrisse, costituita da una costruzione illusoria continua e
ognuno si illude di poter dare alle cose una forma,
una realt. Ma solo unillusione, perch non esiste
una sola verit valida per tutti, ma tante quante
ognuno di noi d di s e della propria esistenza.
Oltre a poesie e saggi, Pirandello scrisse romanzi,
tra cui Il fu Mattia Pascal, Uno, nessuno e centomila,
e soprattutto numerose commedie e opere teatrali,
come Cos (se vi pare), Sei personaggi in cerca
dautore, Enrico IV. Le novelle, scritte nel corso della
sua vita, furono pubblicate nella raccolta Novelle
per un anno per la prima volta nel 1922 e successivamente tra il 1932 e il 1935, in 15 volumi di 15 novelle
ciascuno. Nelle novelle lautore ha usato uno stile
semplice e una lingua vicina a quella parlata, per
rappresentare in modo pi autentico la realt degli
uomini e delle cose, osservando con grande attenzione i particolari e la psicologia dei personaggi.
Alcune novelle hanno fornito a Pirandello lo spunto
anche per romanzi e opere teatrali.

La giara

Antefatto
La raccolta delle olive si
presentava molto abbondante e per questo
Don Loll Zirafa aveva
comprato una giara nuova per contenere lolio.

Piena1 anche per gli olivi, quellannata. Piante massaje2, cariche


lanno avanti, avevano raffermato3 tutte, a dispetto della nebbia che le
aveva oppresse sul fiorire.
Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro4 nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare5 vecchie di coccio smaltato che

1. Piena: raccolto abbondante.


2. Piante massaje: piante che danno
buoni frutti.

3. raffermato: confermato la loro solita


produzione abbondante.
4. un bel giro: una bella quantit.

5. giare: vasi di terracotta usati per contenere acqua o alimenti.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Guida alla lettura

La giara una novella che Pirandello scrisse nel 1906 e da cui trasse un atto
unico per il teatro nel 1916. La novella fu pubblicata nella raccolta Novelle per
un anno nel 1917. Ambientata nella campagna siciliana, la novella ripropone
temi cari a Pirandello, come la diversit di interpretazione che si pu dare
a uno stesso avvenimento, i conflitti interpersonali, il valore della giustizia,
poich la ragione e il torto possono cambiare a seconda dei punti di vista
dei personaggi. Gli avvenimenti si collocano nello spazio di una giornata.

46

La letteratura
Il protagonista
Don Loll Zirafa era un
proprietario terriero,
ricco e avaro, che vedeva
nemici dappertutto e per
questo era molto litigioso (aveva litigato col
fornaciajo); ricorreva frequentemente alle querele giudiziarie (gli atti)
e per questo sera mezzo
rovinato.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Lavvio della vicenda


La giara nuova, bella
panciuta e maestosa, di
cui Don Loll andava
fiero, viene trovata spaccata in due.

aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto lolio della nuova
raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta pi capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto duomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa6. Neanche a dirlo,
aveva litigato anche col fornaciajo7 di l per questa giara. E con chi non
la attaccava8 Don9 Loll Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca10 di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in citt a fare gli atti11. Cos, a
furia di carta bollata e donorarii12 agli avvocati, citando questo, citando
quello e pagando sempre le spese per tutti, sera mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva
regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perch si scapasse13
a cercare da s il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare.
Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli
gridavano: Sellate la mula! Ora, invece: Consultate il calepino14!
E Don Loll rispondeva:
Sicuro, e vi fulmino tutti, figli dun cane!
Quella giara nuova, pagata quattronze15 ballanti e sonanti, in attesa
del posto da trovarle in cantina, fu allogata provvisoriamente nel palmento16. Una giara cos non sera mai veduta. Allogata in quellantro
intanfato17 di mosto e di quellodore acre e crudo che cova nei luoghi
senzaria e senza luce, faceva pena.
Da due giorni era cominciata labbacchiatura18 delle olive, e Don
Loll era su tutte le furie perch, tra gli abbacchiatori e i mulattieri
venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa
per la favata19 della nuova stagione, non sapeva pi come spartirsi, a
chi badar prima. E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se unoliva, che fosse unoliva, gli fosse mancata,
quasi le avesse prima contate tutte a una a una su gli alberi; o se non
fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri. Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato20, affocato21 in volto
e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di l, girando gli occhi
lupigni22 e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba
prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo. Ora, alla
fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato,
entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono23 alla

6. badessa: la madre superiora di un convento femminile; il termine usato in


senso figurato per indicare che la nuova
giara avrebbe dovuto essere la pi importante di tutte.
7. fornaciajo: il padrone del forno dove
si cuoceva la terracotta.
8. non la attaccava: non attaccava briga,
non litigava.
9. Don: appellativo usato allepoca in Sicilia
per indicare le persone importanti.
10. festuca: filo.

11. fare gli atti: fare la denuncia.


12. onorarii: compensi in denaro.
13. si scapasse: ci perdesse la testa.
14. calepino: libretto di consultazione, in
questo caso il codice delle leggi.
15. onze: monete da unoncia (circa 30
grammi) doro.
16. allogata palmento: sistemata nel
magazzino dove si conservava il mosto
ricavato dalluva spremuta, in attesa che
si trasformi in vino.
17. intanfato: puzzolente.

18. abbacchiatura: battitura dei rami


dolivo per far cadere le olive da raccogliere.
19. favata: semina e successiva raccolta
delle fave, un legume molto nutriente.
20. spettorato: con la camicia aperta sul
torace.
21. affocato: col volto infiammato, arrossato.
22. lupigni: attenti e brillanti come quelli
di un lupo.
23. restarono: si fermarono sorpresi.

La descrizione di Don
Loll si arricchisce di
altri particolari: era diffidente (sarebbe capace
di credere che glielabbiamo rotta noi), controllava senza sosta il
lavoro (Eccolo l sotto la
costa con gli scaricatori
del concime: gesticolava
al solito furiosamente),
era violento coi dipendenti (ne afferr uno per
la gola e lo impicc al
muro) e con se stesso
(rivolse contro se stesso
la rabbia furibonda... si
percosse le guance).

vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con
un taglio netto, prendendo tutta lampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti.
Guardate! guardate!
Chi sar stato?
Oh mamma mia! E chi lo sente ora Don Loll? La giara nuova,
peccato!
Il primo, pi spaurito di tutti, propose di riaccostar subito la porta
e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le
canne.
Ma il secondo:
Siete pazzi? Con Don Loll? Sarebbe capace di credere che glielabbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!
Usc davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiam:
Don Loll! Ah, Don Lollooo!
Eccolo l sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava
al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una
rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo pi strappare dalla nuca e dalla fronte. Gi nel
cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che
scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura,
avventavano24 i gesti di quelluomo sempre infuriato.
Don Loll! Ah, Don Lolloo!
Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire. Si scagli prima contro quei tre; ne afferr uno per la gola e lo impicc al
muro, gridando:
Sangue della Madonna, me la pagherete!
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e
bestiali25, rivolse contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchi a terra
il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a
modo di quelli che piangono un parente morto:
La giara nuova! Quattronze di giara! Non incignata26 ancora!
Voleva sapere chi glielavesse rotta! Possibile che si fosse rotta da s?
Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamit o per invidia! Ma
quando? ma come? Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata
rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!
Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono a esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi
rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche27 lavrebbe
rimessa su, nuova. Cera giusto Zi28 Dima Licasi, che aveva scoperto
un mastice29 miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice,
che neanche il martello ci poteva, quando aveva fatto presa. Ecco, se

24. avventavano: spiccavano, si facevano notare.


25. terrigne e bestiali: grigiastre come
il terreno e inespressive come quelle di

un animale.
26. incignata: usata.
27. conciabrocche: artigiano che ripara
le brocche e altri contenitori di terracotta.

28. Zi: zio, titolo usato un tempo in segno


di rispetto.
29. mastice: colla.

47

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Tra Otto e Novecento

48

La letteratura
Lantagonista
Zi Dima Licasi lunico
personaggio descritto in
modo particolareggiato.
Era un vecchio sbilenco
(Per cavargli una parola
di bocca ci voleva luncino). Era un conciabrocche fiero del suo
mastice e della sua abilit nellaggiustare le
giare, ma convinto che
nessuno potesse capire e
apprezzare giustamente
il suo merito dinventore
non ancora patentato.

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Inizio del contrasto


Zi Dima vorrebbe usare
solo il suo mastice miracoloso, ma Don Loll
non si fida e vuole anche
i punti.

Don Loll voleva, domani, alla punta dellalba, Zi Dima Licasi sarebbe
venuto l e, in quattro e quattrotto, la giara, meglio di prima.
Don Loll diceva di no, a quelle esortazioni: chera tutto inutile; che
non cera pi rimedio; ma alla fine si lasci persuadere, e il giorno
appresso, allalba, puntuale, si present a Primosole Zi Dima Licasi con
la cesta degli attrezzi dietro le spalle.
Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un
ceppo antico dolivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva
luncino. Mutria30, o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o
anche sconfidenza31 che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito dinventore non ancora patentato. Voleva che parlassero i fatti, Zi Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro,
perch non gli rubassero il segreto.
Fatemi vedere codesto mastice, gli disse per prima cosa Don Loll,
dopo averlo squadrato a lungo, con diffidenza.
Zi Dima neg col capo, pieno di dignit.
Allopera32 si vede.
Ma verr bene?
Zi Dima pos a terra la cesta; ne cav un grosso fazzoletto di cotone
rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra lattenzione e la curiosit di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo
docchiali col sellino33 e le stanghe rotti e legati con lo spago, lui sospir
e gli altri risero. Zi Dima non se ne cur; si pul le dita prima di pigliare
gli occhiali; se li inforc; poi si mise a esaminare con molta gravit la
giara tratta su laja34. Disse:
Verr bene.
Col mastice solo per, disse per patto lo Zirafa, non mi fido. Ci
voglio anche i punti.
Me ne vado, rispose senzaltro Zi Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle.
Don Loll lo acchiapp per un braccio.
Dove? Messere e porco, cos trattate? Ma guarda un po che arie
da Carlomagno35! Scannato36 miserabile e pezzo dasino, ci devo metter
olio, io, l dentro, e lolio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice
solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io.
Zi Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti cos!
Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola darte e di dare una prova della virt del suo mastice.
Se la giara disse non suona di nuovo come una campana...
Non sento niente, lo interruppe Don Loll. I punti! Pago mastice
e punti. Quanto vi debbo dare?
Se col mastice solo...

30. Mutria: malinconia.


31. sconfidenza: mancanza di fiducia.
32. Allopera: messa in opera, utilizzata.

33. sellino: la parte della montatura che


si appoggia sul setto nasale.
34. aja: il cortile della fattoria.
35. arie da Carlomagno: atteggiamento

di superbia, come se fosse limperatore


stesso.
36. Scannato: povero, senza nulla.

Il lavoro
Gonfio dira e di dispetto,
Zi Dima esegu il lavoro
come aveva preteso Don
Loll.
Fatti i buchi e preparati
i pezzetti di fil di ferro
per i punti, Zi Dima
spalm il mastice sui
lembi della rottura, si
cacci dentro la pancia
aperta della giara e
inizi a fissare i punti di
fil di ferro.

Limprevisto
Quanto larga di pancia,
tanto quella giara era
stretta di collo. Zi Dima,
nella rabbia, non ci aveva
fatto caso.
Zi Dima si trov cos
imprigionato nella giara
da lui stesso sanata.

Czzica37, che testa! esclam lo Zirafa. Come parlo? Vho detto


che ci voglio i punti. Cintenderemo a lavoro finito: non ho tempo da
perdere con voi.
E se nand a badare ai suoi uomini.
Zi Dima si mise allopera gonfio dira e di dispetto. E lira e il dispetto
gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo
staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il
frullo della saettella38 con grugniti a mano a mano pi frequenti e pi
forti; e il viso gli diventava pi verde dalla bile e gli occhi pi aguzzi e
accesi di stizza. Finita quella prima operazione, scagli con rabbia il
trapano nella cesta; applic il lembo staccato alla giara per provare se
i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le
tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quanterano i punti che doveva
dare, e chiam per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.
Coraggio, Zi Dima! gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.
Zi Dima alz la mano a un gesto rabbioso. Apr la scatola di latta
che conteneva il mastice, e lo lev al cielo, scotendolo, come per offrirlo
a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne la virt: poi col
dito cominci a spalmarlo tuttin giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti39, e si
cacci dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino dapplicare il lembo alla giara, cos come aveva fatto lui pocanzi. Prima di
cominciare a dare i punti:
Tira! disse dallinterno della giara al contadino. Tira con tutta
la tua forza! Vedi se si stacca pi? Malanno a chi non ci crede! Picchia,
picchia! Suona, s o no, come una campana, anche con me qua dentro?
Va, va a dirlo al tuo padrone!
Chi sopra comanda, Zi Dima, sospir il contadino, e chi
sotto si danna! Date i punti, date i punti.
E Zi Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, luno di qua e laltro di l dalla saldatura; e con
le tenaglie ne attorceva i due capi. Ci volle unora a passarli tutti. I sudori,
gi a fontana, dentro la giara. Lavorando, si lagnava della sua mala
sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo.
Ora ajutami a uscirne, disse alla fine Zi Dima.
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Zi
Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non
trovava pi modo a uscirne. E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo
l, si torceva dalle risa. Imprigionato, imprigionato nella giara da lui
stesso sanata, e che ora non cera via di mezzo per farlo uscire, doveva
esser rotta daccapo e per sempre.
Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Loll. Zi Dima, dentro la
giara, era come un gatto inferocito.

37. Czzica: accidenti, esclamazione dialettale.

38. frullo della saettella: il rumore della


punta del trapano.

39. avanti: in precedenza.

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O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Tra Otto e Novecento

50

La letteratura

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

La reazione di Don Loll


Dopo lincredulit iniziale e la rabbia, Don
Loll, seguendo il suo
abituale copione nelle
liti, ricorse allavvocato:
Mi fuma la testa!
Calma! Questo caso
nuovo... La mula!

Fatemi uscire! urlava. Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi


ajuto!
Don Loll rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.
Ma come? L dentro? s cucito l dentro?
Saccost alla giara e grid al vecchio:
Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido40, ma come?
non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio...
cos! e la testa... su... no, piano! Che! gi... aspettate! cos no! gi, gi...
Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma! si
mise a raccomandare tuttintorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui. Mi fuma la testa! Calma! Questo caso nuovo...
La mula!
Picchi con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come
una campana.
Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! disse al prigioniero. Va a
sellarmi la mula! ordin al contadino; e, grattandosi con tutte le dita
la fronte, seguit a dire tra s: Ma vedete un po che mi capita! Questa
non giara! quest ordigno del diavolo! Fermo! Fermo l!
E accorse a regger la giara, in cui Zi Dima, furibondo, si dibatteva
come una bestia in trappola.
Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere lavvocato! Io non mi fido.
La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nellinteresse vostro...
Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco vi pago il lavoro, vi pago
la giornata. Cinque lire. Vi bastano?
Non voglio nulla! grid Zi Dima. Voglio uscire!
Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.
Le cav dal taschino del panciotto e le butt nella giara. Poi domand,
premuroso:
Avete fatto colazione? Pane e companatico41, subito! Non ne volete?
Buttatelo ai cani! A me basta che ve labbia dato.
Ordin che gli si dsse; mont in sella, e via di galoppo per la citt.
Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da s al manicomio, tanto
e in cos strano modo gesticolava.
Per fortuna, non gli tocc di fare anticamera42 nello studio dellavvocato; ma gli tocc dattendere un bel po, prima che questo finisse di
ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizz:
Che c da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara mia!
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, comera
stato, per farci su altre risate. Dentro, eh? Sera, cucito dentro? E lui,
Don Loll, che pretendeva? Te... tene... tenerlo l dentro... ah ah ah...
ohi ohi ohi... tenerlo l dentro per non perderci la giara?
Ce la devo perdere? domand lo Zirafa con le pugna serrate. Il
danno e lo scorno43?

40. stolido: sciocco.


41. companatico: il ripieno del panino.

42. fare anticamera: aspettare a lungo.

43. scorno: umiliazione insopportabile.

Lavvocato
La vicenda suscit nellavvocato pi ilarit che
preoccupazione (quello
seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il
caso, comera stato, per
farci su altre risate). Lintroduzione del personaggio dellavvocato
serve allautore per:
rendere ancora pi
comica la posizione di
Don Loll;
interrompere la tensione narrativa precedente;
preparare il lettore
alla possibile conclusione del racconto.

Due furbi a confronto


Don Loll e Zi Dima
sono molto diversi tra
loro, ma hanno aspetti
comuni: sono entrambi
cocciuti, poco consapevoli dei loro limiti e si
lasciano influenzare dallistinto pi che dalla
ragione. Il loro contrasto permette quindi
allautore di creare una
comicit basata su una
situazione grottesca, in
cui ciascuno dei due era
contemporaneamente
debitore e creditore dellaltro e pensava di aver
vinto.

Ma sapete come si chiama questo? gli disse in fine lavvocato. Si


chiama sequestro di persona!
Sequestro? E chi lha sequestrato? esclam lo Zirafa. S sequestrato lui da s! Che colpa ne ho io?
Lavvocato allora gli spieg che erano due casi. Da un canto, lui,
Don Loll, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di
sequestro di persona; dallaltro, il conciabrocche doveva rispondere del
danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.
Ah! rifiat lo Zirafa. Pagandomi la giara!
Piano! osserv lavvocato. Non come se fosse nuova, badiamo!
E perch?
Ma perch era rotta, oh bella!
Rotta? Nossignore. Ora sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso!
E se ora torno a romperla, non potr pi farla risanare. Giara perduta,
signor avvocato!
Lavvocato gli assicur che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela
pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
Anzi, gli consigli, fatela stimare avanti da lui stesso.
Bacio le mani44 disse Don Loll, andando via di corsa.
Di ritorno, verso sera, trov tutti i contadini in festa attorno alla giara
abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guardia saltando e abbaiando.
Zi Dima sera calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla
sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi45.
Lo Zirafa scost tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
Ah! Ci stai bene?
Benone. Al fresco rispose quello. Meglio che a casa mia.
Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi cost quattronze,
nuova. Quanto credi che possa costare adesso?
Con me qua dentro? domand Zi Dima.
I villani46 risero.
Silenzio! grid lo Zirafa. Delle due luna: o il tuo mastice serve
a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla, tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, cos com, deve avere il suo
prezzo. Che prezzo? Stimala a tu.
Zi Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
Rispondo. Se lei me lavesse fatta conciare col mastice solo, comio
volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe
su per gi lo stesso prezzo di prima. Cos sconciata con questi puntacci,
che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potr avere?
Un terzo di quanto valeva, s e no.
Un terzo? domand lo Zirafa. Unonza e trentatr?
Meno s, pi no.

44. Bacio le mani: espressione di saluto


in uso in Sicilia.

45. gaiezza... tristi: la gioia malevola dei


maligni.

46. villani: contadini.

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O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Tra Otto e Novecento

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La letteratura

O. Trioschi, Leggere nuvole Loescher Editore, 2010

Senza via duscita


Don Loll aveva costretto Zi Dima a valutare la giara (Rompo la
giara per farti uscire... e
tu, dice lavvocato, me la
paghi per quanto lhai
stimata).
Zi Dima, per, aveva
trovato una soluzione
che n Don Loll n lavvocato lavevano previsto... Io pagare... Vossignoria scherza! Qua
dentro ci faccio i vermi

La conclusione
Zi Dima, usando le cinque lire che proprio Don
Loll gli aveva dato in
pagamento dellaggiustatura, aveva organizzato una festa.
Svegliato da un baccano
dinferno, Don Loll,
come un toro infuriato...
mand a rotolare la giara
gi per la costa. Rompendo la sua giara, Don
Loll perse ogni possibilit di rivalersi e la
vinse Zi Dima.

Ebbene, disse Don Loll. Passi la tua parola, e dammi unonza


e trentatr.
Che? fece Zi Dima, come se non avesse inteso.
Rompo la giara per farti uscire, rispose Don Loll, e tu, dice lavvocato, me la paghi per quanto lhai stimata: unonza e trentatr.
Io pagare? sghignazz Zi Dima. Vossignoria scherza! Qua dentro
ci faccio i vermi.
E tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita47, laccese
e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
Don Loll ci rest brutto48. Questaltro caso, che Zi Dima ora non
volesse pi uscire dalla giara, n lui n lavvocato lavevano previsto. E
come si risolveva adesso? Fu l l per ordinare di nuovo: La mula!, ma
pens chera gi sera.
Ah, s disse. Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni i tutti
qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla!
Intanto, poich vuole stare l, domani io lo cito per alloggio abusivo e
perch mi impedisce luso della giara.
Zi Dima cacci prima fuori unaltra boccata di fumo, poi rispose,
placido:
Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare... neanche per
ischerzo, vossignoria!
Don Loll, in un impeto di rabbia, alz un piede per avventare un
calcio alla giara; ma si trattenne; la abbranc invece con ambo le mani
e la scroll tutta, fremendo.
Vede che mastice? gli disse Zi Dima.
Pezzo da galera! rugg allora lo Zirafa. Chi lha fatto il male, io
o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame l dentro! Vedremo chi la vince!
E se nand, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la
mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi Dima pens di
far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per
quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna,
allaperto, su laja. Uno and a far le spese in una taverna l presso. A
farlo apposta, cera una luna che pareva fosse raggiornato49.
A una certora Don Loll, andato a dormire, fu svegliato da un baccano dinferno. Saffacci a un balcone della cascina e vide su laja, sotto
la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi Dima, l dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non pot pi reggere, Don Loll: si precipit come un
toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mand a rotolare la giara gi per la costa. Rotolando, accompagnata
dalle risa degli ubriachi, la giara and a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi Dima.
(L. Pirandello, Novelle per un anno)

47. intartarita: macchiata dalluso.


48. brutto: male.

49. fosse raggiornato: fosse tornato il


giorno.