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ROBERTO MENDOZA

La procedura penale nel secondo Novecento

Brevi cenni sul codice di procedura penale del 1930 (codice Rocco) (*)
1. premessa
Parlare dei principi e delle linee guida sui quali si fond il codice di procedura penale del 1930
(cd. codice Rocco) richiederebbe una trattazione assai diffusa che non pu esaurirsi in un breve
compendio destinato a quanti operano nel settore delle fonti giudiziarie conservate o da riversare
negli Archivi di Stato.
Gli Archivi di Stato conservano invero atti della Procure, dei Tribunali, della Corti di Assise di
primo e secondo grado, delle Corti di Appello compiuti dal 1931 fino al 1989 (data di entrata in
vigore del vigente codice di procedura penale) ed anche successivamente in forza delle norme
transitorie. Ebbene, loperatore che esamini gli atti (ad es., un mandato di cattura, una richiesta di
rinvio a giudizio, una sentenza) emessi nel periodo temporale compreso tra le suddette date si
trova in evidente difficolt se non li colloca nel contesto storico giuridico in cui sono sorti, in
considerazione del fatto che il codice Rocco venne promulgato nella vigenza dello Statuto
albertino e che venne gradualmente adattato al mutato sistema costituzionale repubblicano.
Il codice Rocco ha invero subito fin dagli anni 50 progressive e profonde modifiche - lultima
delle quali introdotta a ridosso dellentrata in vigore del vigente codice di rito (cd. codice
Vassalli) - che hanno via via ampliato i diritti della difesa in ossequio allart. 24 Cost.
Sarebbe lungo elencare tutte le modifiche apportate alloriginario testo del 1930 perch
soprattutto a partire dal decennio 1960-1970, oltre a parziali leggi di modifica, si moltiplicarono
gli interventi della Consulta che dichiar lincostituzionalit delle norme processuali ritenute non
pi in linea ed anzi in contrasto con il dettato costituzionale (si ricorda che la Corte
costituzionale entr in funzione solo nel 1956).
A seguito delle pronunce di incostituzionalit il legislatore spesso intervenne con decreti legge
per colmare quei vuoti lasciati liberi dalle sentenze della Consulta.
Pertanto, per fare un esempio, le norme processuali vigenti prima dellanno 1969 presentano un
grado di garanzia per limputato assai meno efficace rispetto alla normativa introdotta negli anni
immediatamente successivi; del pari, pu dirsi che il sistema processuale degli anni 80 complet
in gran parte tale lavoro di adeguamento ai principi costituzionali allorch venne sostituito con il
nuovo codice.
Molti sostengono che con pochi ulteriori interventi il codice del 1930 avrebbe potuto
contemperare le esigenze garantistiche con quelle di efficienza senza la necessit di sostituirlo da
nuovo sistema processuale di importazione anglo-americana.
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(*) Quando nel testo vengono citati gli articoli senza alcuna specificazione (ad es. art. 75) si tratta di articoli del
codice del 1930. Gli articoli del vigente codice di rito o di altre fonti sono invece specificati.

Nel 1989 venne infatti introdotto il sistema processuale di tipo accusatorio, proprio di tali ultimi
ordinamenti, abbandonando il vecchio sistema inquisitorio su cui si basava il codice Rocco.
Al riguardo, occorre per fare alcune brevi precisazioni.
Quando si parla di sistema accusatorio si allude allesperienza giuridica britannica e
successivamente americana, ma si ignora del tutto che nel diritto romano il sistema accusatorio
era la regola per molti tipi di processi penali, tanto vero che nei territori doltre Manica esso
continu ad essere seguito anche dopo la caduta dellImpero romano doccidente (ad es.,
Cicerone poteva indifferentemente agire come accusatore o come difensore dellaccusato, come
risulta dalle sue orazioni che costituiscono una base documentale imprescindibile per la
conoscenza delle regole processuali penali della repubblica).
Quanto al rito inquisitorio, va detto che esso trae origine dal diritto canonico che per ragioni sue
proprie concentrava in ununica persona linquisitore e il giudice.
Tuttavia, questa concentrazione di ruoli in un unico organo non assolutamente presente nel
codice Rocco.
Pertanto, si impone la prima doverosa precisazione: il codice del 1930 pu essere definito come
si vuole ma non pu essere considerato inquisitorio nel senso genuino del termine perch la
figura preponderante della fase predibattimentale non fu il P.M. (laccusatore) bens il G.I. al
quale il primo doveva sottoporre le proprie richieste: il G.I. gestiva in proprio listruzione
formale che era prescritta per i reati pi gravi.
Pertanto, tutto da dimostrare che in assoluto sia pi garantista un P.M. - il quale parte e
dominus assoluto della fase delle indagini nellattuale sistema processuale di tipo accusatorio piuttosto che un G.I. che conduceva le indagini istruttorie pi complesse in una posizione di
terziet.
In altre parole, lopzione operata nel 1989 per il rito accusatorio stata il frutto di una scelta
ideologica e politica piuttosto che la conseguenza di uno stato di necessit.
Tornando al codice del 1930 loperatore che esamina gli atti giudiziari compiuti nel periodo della
sua vigenza deve porre estrema cura alla data in cui essi furono emessi.
Solo cos - ad esempio - potr evitare di censurarli per violazione di una regola processuale in
verit emanata solo in un periodo posteriore a seguito di una sentenza di incostituzionalit e/o di
una novella legislativa.
In materia processuale, vige il principio tempus regit actum per cui la validit di un atto
processuale (ordinanza, sentenza, mandato, ecc.) non pu essere stabilita sulla base di una norma
successivamente introdotta dal legislatore, anche se la norma stessa ha profondamente
modificato una norma precedente: ci in quanto il magistrato deve applicare la legge vigente
anche se non la condivide, a meno di dubitare della sua incostituzionalit, nel qual caso deve
rimettere gli atti al giudizio della Consulta.
Corollario di questo principio che se un atto processuale ha prodotto ed esaurito gli effetti che
da esso scaturiscono anteriormente ad una modifica legislativa, questa non pu togliere validit
allatto medesimo.

Diverso il caso del diritto penale cd. sostanziale secondo cui nessuno pu essere condannato
per un fatto che una norma posteriore (o una sentenza della Corte costituzionale) non considera
pi reato: invero, in questo caso si tratta di evitare che qualcuno possa scontare una pena per un
fatto che la coscienza sociale non ritiene pi meritevole di sanzione penale.
Fatte le precisazioni che precedono, ritengo utile trattare i principi e gli istituti processuali pi
importanti del codice di procedura penale del 1930 seguendoli schematicamente e senza alcuna
pretesa di completezza nel loro sviluppo storico giuridico in considerazione dei mutamenti
intervenuti a seguito delle pronunce di incostituzionalit e degli interventi legislativi.
Ho anche ritenuto di riportare le disposizioni e le norme pi significative confrontandole
alloccorrenza con quelle contenute nel codice di rito penale vigente.
Ho volutamente tralasciato lesecuzione penale, lapplicazione delle misure di sicurezza e altre
parti ancora del diritto processuale penale a causa della loro specificit: loperatore che,
nellambito della sua attivit, ritenesse di dovere approfondire tali aspetti potr sempre
consultare un codice di procedura penale sempre tenendo a mente il periodo in cui gli atti da
esaminare furono emessi.

2. I princpi processuali pi rilevanti


I) Officialit e obbligatoriet dellazione penale
Il principio processuale che regolava lintera materia processuale era che lazione penale era
iniziata obbligatoriamente dufficio, salvo i casi in cui il legislatore avesse riservato a soggetti
privati o pubblici il diritto di chiedere che fosse esercitata dagli organi preposti (v. infra) (art. 1).
Al fine di rendere funzionale e operativo tale principio il codice predispose e disciplin gli
istituti di seguito riportati.

a) Obbligatoriet del rapporto


Lofficialit dellazione penale era garantita dalla previsione dellobbligo del rapporto da parte di
ufficiali di P.G., di pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio per i fatti appresi
nellesercizio delle loro funzioni (art. 2).

b) Esercizio dellazione penale da parte del pubblico ministero o del pretore


Altro istituto che rendeva operativo il principio dellofficialit e obbligatoriet dellazione penale
era la disciplina dellesercizio dellazione penale.
Essa veniva esercitata esclusivamente dal pubblico ministero o dal pretore nei limiti delle loro
competenze in relazione alla tipologia dei reati.
Ci significa che il giudice non poteva procedere dufficio (ne eat judex ex officio) qualora
avesse ravvisato che un fatto costituente reato era stato commesso ma non ancora contestato: in
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una siffatta situazione, infatti, il giudice doveva rimettere gli atti al pubblico ministero o al
pretore affinch provvedessero nei limiti delle loro competenze (art. 74).
Due parole sul pubblico ministero e sul pretore.
Il primo era lorgano incardinato presso ogni tribunale a cui spettava lesercizio dellazione
penale in relazione ai reati pi gravi di competenza del Tribunale o della Corte dAssise.
Il secondo era invece lorgano giudiziario diffuso capillarmente su tutto il territorio che al
contempo esercitava lazione penale e la funzione giudicante in ordine ai reati di minore gravit.
Con il codice di rito del 1989 la figura del pretore rest solo per quanto riguarda la funzione
giudicante.
Successivamente, tale organo stato soppresso e le funzioni giudicanti sono state assegnate al
tribunale in composizione monocratica, cio ad un giudice del tribunale ordinario: ci in quanto
apparso opportuno al legislatore che le funzioni giudicanti di primo grado dovessero essere
attribuite ad un giudice unico, il tribunale.

c) Irretrattabilit dellazione penale


Al fine di rendere effettivo il principio dellobbligatoriet dellazione penale il codice prevedeva
lirretrattabilit dellazione penale.
In altre parole, una volta esercitata, lazione penale non poteva essere sospesa, interrotta o
cessare se non nei casi espressamente previsti dalla legge (art. 75).

d) Richieste e conclusioni del pubblico ministero


In applicazione del principio sopra esposto il codice prescriveva che il giudice non potesse
deliberare se non dopo avere sentito il P.M., salvo i casi previsti dalla legge (art. 76).

Il principio dellobbligatoriet dellazione penale stato recepito nella Costituzione repubblicana


secondo cui il Pubblico ministero ha lobbligo di esercitare lazione penale (art. 112) per cui
pu affermarsi che allindomani dellentrata in vigore della Costituzione, esso ha ricevuto
puntuale conferma assumendo il rango di principio costituzionale.
Anche il vigente codice di procedura penale ha dovuto adeguarsi alla norma costituzionale
predetta riconoscendo che il pubblico ministero esercita lazione penale quando non sussistono i
presupposti per la richiesta di archiviazione (art. 50 comma 1) e prescrivendo che quando non
necessaria la querela, la richiesta, listanza o lautorizzazione a procedere, lazione penale
esercitata di ufficio (art. 50 comma 2).

II) Favor libertatis e favor rei


Il principio del favor libertatis attiene allo stato di libert personale dellimputato che non pu
essere compresso oltre i casi tassativamente previsti dalla legge: ci sta a significare che nella
materia de qua vietato il ricorso allistituto dellanalogia.
Corollario di tale principio lobbligo per il giudice e per il pubblico ministero di ripristinare lo
status libertatis immediatamente quando vengono a mancare le cause che hanno consentito o
imposto la detenzione.
Il principio del favor rei consiste nella prevalenza dellinteresse dellimputato nei confronti
dellinteresse punitivo esercitato dallo Stato nei suoi confronti in tutti i casi in cui si versi in una
situazione di dubbio non ovviabile n altrimenti eliminabile (in dubio pro reo).
In aderenza a tale principio il codice del 1930 prevedeva la formula di proscioglimento o
assoluzione per insufficienza di prove (tale formula stata abolita dal nuovo codice: v. infra).
Ulteriori aplicazioni si rinvengono nel divieto della reformatio in peius qualora ad impugnare
una sentenza di condanna sia il solo imputato (art. 515 comma 3) e nellobbligo per il giudice di
immediata declaratoria di proscioglimento o di assoluzione (art. 152).

III) Libero convincimento del giudice: lobbligo della motivazione


Tale principio direttamente correlato al fatto che nel sistema processuale penale dove sono in
gioco la libert personale e patrimoniale dellimputato non possono essere operanti le cd. prove
legali che di fatto possono rendere inutili le eccezioni e le allegazioni difensive come pure liter
argomentativo e deduttivo del giudice in sede di decisione, tenuto conto del fatto che le prove
legali hanno un carattere astratto che mal si concilia con il principio di responsabilit che pu
essere affermato solo con un accertamento caso per caso: invero, il principio di responsabilit
implica e postula un rimprovero da muoversi ad un soggetto non in astratto ma in un determinato
contesto specifico, quello in cui costui ha operato.
Il codice del 1930 ha quindi riconosciuto al giudice il diritto-dovere di valutare liberamente gli
elementi probatori legittimamente acquisiti in giudizio senza restare vincolato ad atti che
aprioristicamente avessero potuto rendere impossibile una ricostruzione complessiva della
fattispecie concreta posta al suo esame: si parla al riguardo di principio dellaccertamento della
verit materiale.
Detto questo, al fine di non scambiare il libero convincimento in arbitrio, il codice del 1930
aveva prescritto che il giudice dovesse motivare adeguatamente la sua decisione in modo da
rendere possibile conoscere liter argomentativo da lui seguito in punto di fatto e in punto di
diritto.
Deve dunque trattarsi di accertamento giudiziale e non di opinione personale del giudice non
supportata per dai necessari presupposti di fatto o addirittura non rispettosa dei dati acquisiti
acriticamente e immotivatamente esclusi.

In altre parole, alla motivazione stata riconosciuta la funzione di valutare congruit della
decisione adottata dal giudice al fine di consentire di impugnarla adeguatamente adducendo
ragioni specifiche e non solo apodittiche o di principio.
In sintesi, il principio del libero convincimento del giudice deve necessariamente coniugarsi alla
motivazione su cui esso si fonda.

IV) Contraddittorio tra le parti


Tale principio consiste nella partecipazione contemporanea di tutte le parti nel giudizio in modo
che ad ogni contestazione ciascuna parte possa rispondere con specifiche contestazioni,
controbattendo con argomentazioni diverse, indicando o fornendo gli elementi di prova a suo
favore.
Il principio del contraddittorio non costituisce solo la migliore garanzia per le parti in causa ma
anche un ausilio imprescindibile per il giudice perch propedeutico ad una visione degli atti pi
articolata e ad una decisione pi ponderata.

V) Diritto di difesa
Per quanto concerne il diritto di difesa si rinvia al 3.

3. Il procedimento. La fase istruttoria in genere


Atti di istruzione preliminare del pretore e del procuratore della Repubblica. Listruzione
formale e listruzione sommaria
Dunque, ricevuta una notitia criminis, il pretore o il P.M. svolgevano gli atti di indagine ritenuti
necessari, espletati i quali, il procedimento passava ad una diversa fase (art. 231, 232).
In particolare, il pretore, una volta compiuti gli atti di indagine, o pronunciava sentenza di
proscioglimento o emetteva decreto di citazione a giudizio davanti a s.
Il P.M., una volta compiuti tali atti, o chiedeva sentenza di proscioglimento al G.I. ovvero faceva
richiesta di rinvio a giudizio al giudice competente per il giudizio ovvero chiedeva al G.I. di
procedere con istruzione formale.
Cosera listruzione formale e in che cosa si differenziava dallistruttoria sommaria?
Nel procedimento pretorile listruttoria era sempre sommaria (art. 389) nel senso che il giudice
era monocratico e riassumeva in s sia le funzioni inquirenti sia quelle giudicanti.
In altre parole, il pretore doveva compiere tutti gli atti di indagine e gli atti istruttori perch non
esisteva un altro organo con cui condividere la funzione istruttoria: in questo senso va intesa
lespressione istruttoria sommaria.
Nel procedimento di competenza del tribunale o della corte di assise, invece, il pubblico
ministero di regola compiva solo atti di indagine e trasmetteva il fascicolo al G.I. perch
provvedesse allistruzione formale.
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Il pubblico ministero procedeva invece con istruzione sommaria nelle ipotesi tassativamente
prescritte dalla legge (art. 389):
-

nel caso in cui limputato fosse stato sorpreso in flagranza di reato ovvero quando il reato
era stato commesso quando costui era arrestato se non si fosse potuto procedere con
giudizio direttissimo;
nel caso di confessione dellimputato in sede di interrogatorio che non avesse richiesto
altri atti di istruzione;
nel caso di prova evidente.

Al di fuori di tali ipotesi, dunque, il pubblico ministero doveva trasmettere gli atti al G.I. affinch
procedesse con istruzione formale (art. 295 e ss.) per i delitti di competenza della corte di assise
e del tribunale.
Ovviamente il P.M. poteva fare richieste e assisteva al compimento di atti di istruzione nel corso
dei quali poteva proporre istanze, fare osservazioni e avanzare richieste (art. 303).

Arresto obbligatorio e facoltativo in flagranza di reato


Gli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria avevano lobbligo o la facolt di arrestare in
flagranza di reato i relativi autori.
Per distinguere le ipotesi di obbligatoriet o di facoltativit di regola era determinante il criterio
della pena edittale previsto per il singolo reato (oltre 3 anni di reclusione o lergastolo; reclusione
da 2 a 3 anni); tuttavia gli artt. 235 e 236 contenevano altre previsioni del tutto sganciate dalla
pena edittale che non si ritiene di di riprodurre rinviando al testo degli articoli cuitati.

Listruzione formale: diritto di difesa


Il codice del 1930 disciplinava la materia nel libro II titolo II capo I Dellistruzione formale.
E basilare la disposizione che faceva obbligo al G.I. di nominare un difensore allimputato che
non vi avesse provveduto.
Recitava lart. 304:
Il giudice, nel primo atto del procedimento in cui presente limputato, lo invita a scegliersi
un difensore o glielo nomina dufficio se limputato non lo sceglie; lo invita altres, qualora non
sia detenuto o internato, a dichiarare o eleggere il domicilio per le notificazioni, a norma
dellart. 171.
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Tuttavia, nellimpianto originario del codice Rocco, alla nomina del difensore di fiducia da parte
dellimputato o del difensore di ufficio da parte del G.I. non seguivano quelle che appaiono le
garanzie imprescindibili della difesa, la presenza agli atti processuali da compiere, lavviso del
loro compimento, il deposito degli atti.
In altre parole, fino alla novella del 1955 (legge 18 giugno 1955, n. 517) non era riconosciuto ai
difensori alcun diritto di assistere agli atti compiuti dal G.I., tanto vero che non doveva essere
loro dato alcun avviso circa il giorno, lora e il luogo fissato per le operazioni da compiere.
Analogamente, nessun avviso doveva essere spedito per consentire la consultazione degli atti
espletati nonch lestrazione di copie.
Con la novella sopra richiamata furono specificati gli atti ai quali i difensori avevano diritto di
assistere (art. 304-bis) in relazione ai quali i difensori dovevano essere preventivamente avvisati
dellinizio delle operazioni (art. 304-ter) e successivamente avvisati del termine in cui essi
restavano depositati in cancelleria (304-quater).
Ci costitu un primo passo per adeguare il codice ai principi costituzionali e soprattutto al diritto
di difesa stabilito dallart. 24 Cost., secondo comma, secondo cui
La difesa diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Tuttavia, sufficiente leggere lart. 304-bis comma 1 - la cui rubrica era Atti a cui possono
assistere i difensori - per rendersi conto di quanto ladeguamento del codice del 1930 fosse
lontano dal principio sancito dallart. 24 Cost., posto che ai difensori non veniva riconosciuto il
diritto di assistere allinterrogatorio dellimputato:
I difensori delle parti hanno diritto di assistere agli esperimenti giudiziari, alle perizie, alle
perquisizioni domiciliari e alle ricognizioni, salvo le eccezioni espressamente stabilite dalla
legge.
Riassumendo, dal 1930 al 1955 i difensori non avevano diritto di assistere ad alcun atto
processuale compiuto dal giudice.
Con la novella del 1955, venne loro riconosciuto il diritto di assistere ad alcuni atti (esperimenti
giudiziari, perizie, perquisizioni domiciliari, ricognizioni), ma non il diritto di assistere allatto
difensivo per eccellenza, linterrogatorio, per il quale si dovr ancora attendereil 1971
allorquando il legislatore dovette intervenire per colmare il vuoto normativo prodottosi a causa di
ripetute sentenze della Corte costituzionale di accoglimento delle eccezioni di incostituzionalit
sollevate dai giudici di legittimit e di merito relative alla violazione dellart. 24 Costituzione da
parte del codice del 1930.
La legge n. 932 del 1969 stabil dapprima che sin dal primo atto di istruzione il giudice istruttore
- oltre allobbligo di ricevere la nomina del difensore dellimputato o di nominargliene, in
mancanza, uno dufficio - doveva comunicare avviso di procedimento alle parti private che
avessero interesse ad essere informate (art. 8)
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Ma soprattutto la legge 18 marzo 1971, n. 62 a sancire il diritto dei difensori delle parti di
assistere allinterrogatorio dellimputato modificando il primo comma dellart. 304-bis e
aggiungendo un capoverso.
Questo divenne dunque il testo definitivo dellart. 304-bis
I difensori delle parti hanno diritto di assistere allinterrogatorio dellimputato.
Hanno diritto altres di assistere agli esperimenti giudiziari, alle perizie, alle perquisizioni
domiciliari e alle ricognizioni, salvo le eccezioni espressamente stabilite dalla legge. Il giudice
pu autorizzare anche lassistenza dellimputato e della persona offesa dal reato agli atti
suddetti, se lo ritiene necessario, ovvero se il pubblico ministero o i difensori ne fanno richiesta.
Tale legge - che convert con modifiche il decreto-legge 23 gennaio 1971, n. 2 - si era resa
necessaria in conseguenza della dichiarazione di incostituzionalit dellart. 304 bis comma 1 del
c.p.p. nella parte in cui escludeva il diritto del difensore dellimputato di assistere
allinterrogatorio (C. cost., 16 dicembre 1970, n. 190).
Solo da tale momento, dunque, il diritto di difesa dellimputato pot essere esercitato in
conformit allart. 24 Costituzione.
Conseguentemente, la stessa legge (art. 3) modific lart. 225 c.p.p. (sommarie informazioni)
stabilendo che, in caso di urgenza di raccogliere le prove del reato, la polizia giudiziaria poteva
procedere a sommario interrogatorio dellimputato osservando per le norme dellistruzione
formale, compresa dunque quella prevista dallart. 304-bis, per cui allinterrogatorio
dellimputato si doveva procedere con lassistenza del difensore.
In precedenza, cio fino allentrata in vigore della legge da ultimo citata, la polizia giudiziaria,
sia pure solo in caso di urgenza, poteva interrogare limputato senza lassistenza del difensore.
Pertanto, a partire dal periodo 1969-1971 si pot dire completato il percorso di adeguamento del
codice alle esigenze di difesa dellimputato fin dai primi atti di istruzione secondo il dettato
costituzionale.
Va comunque precisato che il diritto di assistere al compimento degli atti processuali non era
limitato al difensore dellimputato ma era esteso a tutti i difensori delle parti private: ad esempio
il difensore della parte civile poteva intervenire facendo domande, sollecitando iniziative,
facendo istanze.
Ci premesso, fa discutere la soluzione adottata dal nuovo codice di procedura penale del 1989
che limita il diritto di assistenza al compimento degli atti del pubblico ministero al solo difensore
dellimputato.
Nella logica seguita dal nuovo codice di rito, infatti, il denunciante o il querelante (e i loro
difensori) non hanno diritto di ricevere alcun avviso circa il compimento di atti compiuti dal
P.M. fino al momento in cui il giudice per le indagini preliminari (G.I.P.) - al quale il P.M.
trasmette gli atti con richiesta di rinvio a giudizio - fissa ludienza preliminare.
Solo allora le parti private diverse dallimputato possono interloquire.

E tutto da dimostrare che tale soluzione sia da considerare preferibile rispetto alla disciplina del
codice del 1930.
Unica eccezione allassistenza obbligatoria del difensore allinterrogatorio dellimputato rimase
lipotesi disciplinata dallart. 304-ter ultimo comma, quella dellurgenza indifferibile
nei casi di assoluta urgenza il giudice pu procedere agli atti menzionati nella prima parte
anche senza darne avviso ai difensori, o prima del termine fissato, ma nel verbale deve, a pena
di nullit, indicare i motivi per i quali ha derogato alle forme ordinarie. E salva in ogni caso la
facolt del difensore di intervenire.
In conclusione, se il codice Rocco nella sua originaria formulazione non riconosceva ai difensori
di partecipare ad atti istruttori compiuti dal giudice, progressivamante venne adattato alle mutate
esigenze costituzionali riconoscendo loro di intervenire via via a tutti gli atti processuali
compreso linterrogatorio degli imputati.
Il vigente codice di rito, invece, mentre riconosce e garantisce il diritto di difesa dellimputato
sin dai primi atti, dallaltra non riconosce, salve sporadiche eccezioni, alle parti offese dal reato
(e ai loro difensori il diritto di essere informate delle attivit processuali svolte dal P.M. (magari
proprio a seguito della loro querela) consentendo il diritto di costituirsi parte civile solo per
ludienza preliminare davanti al G.U.P. (quindi in un momento successivo alla conclusione delle
indagini) e non prima: cfr. art. 79 c.p.p. del 1989.
Pertanto, fa quasi sorridere il riconoscimento alla persona offesa del diritto di presentare
memorie in ogni stato e grado del procedimento e indicare elementi di prova (art. 90 c.p.p. del
1989) perch legittimo chiedersi quali memorie e quali elementi di prova pu mai addurre la
vittima del reato se non posta in grado di partecipare agli atti e quindi di conoscere le risultanze
processuali.
Senza poi tenere conto del fatto che la persona offesa dal reato quello che doveva riferire alla
polizia o al P.M. lo ha gi fatto in sede di denuncia o di querela.
Dunque, salvo il caso in cui il P.M. deve disporre accertamenti tecnici non ripetibili (nel qual
caso deve avvisare senza ritardo anche la persona offesa dal reato: art. 360 c.p.p. del 1989), la
persona offesa rimane alloscuro delle indagini svolte cos che ne viene informata solo dopo la
richiesta di rinvio a giudizio (art. 419 c.p.p. del 1989) o quando il P.M. chiede larchiviazione
(art. 408 c.p.p. del 1989).
Del resto, nella Relazione al progetto preliminare al codice di procedura penale (G.U. del
24.10.1988, Suppl. Ord. n. 2, pag. 37) si legge a chiare lettere il disfavore relativo alla
partecipazione del danneggiato al processo penale
Nella sostanza, quindi, - seguendosi la linea segnata dal Progetto del 1978 - si privilegiata una
disciplina che, favorendo il regime della separarazione fra azione penale e azione civile, sia in
grado di non incoraggiare la partecipazione del danneggiato dal reato al processo penale

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Il tema della tutela della vittima in ambito internazionale (Raccomandazioni dell UE, decisioni
della Corte Europea dei Diritti dellUomo) molto vivo e alcuni passi avanti sono stati fatti;
tuttavia, non questa la sede per seguire tali sviluppi.
Quello che preme ribadire che il codice Rocco, nella sua originaria formulazione, non
riconosceva ai difensori il diritto di assistere a numerosi e qualificanti atti processuali compiuti
nella fase istruttoria.
Le modifiche intervenute dopo la Costituzione, soprattutto dopo i ripetuti interventi della Corte
costituzionale hanno progressivamente condotto al riconoscimento pieno del diritto di difesa.
A seguito di tali modifiche, per, il diritto di difesa stato riconosciuto a tutte le parti e non solo
agli imputati e ai loro difensori come invece previsto dalla normativa del codice vigente.
Et de hoc satis.

Listruzione formale: le prove e i mezzi di ricerca della prova


Il codice del 1930 disciplinava la materia nel libro II titolo II capi II-IX Dellistruzione
formale senza distinguere tra prove e mezzi di ricerca della prova, posto che listruttoria
formale era condotta sempre dal giudice istruttore.
Con lispezione giudiziale delle cose, delle persone e dei luoghi il G.I. accertava le eventuali
tracce e gli altri effetti materiali lasciati dalla perpetrazione del reato (capo II, artt. 309-311)
Con gli esperimenti giudiziali il G.I. poneva in essere unoperazione diretta ad accertare se un
fatto potesse essere avvenuto o meno in un certo modo (capo II, artt. 312, 313): lart. 304-bis,
introdotto dallart. 14 legge 18 giugno 1955, n. 517, riconobbe ai difensori il diritto di assistere
agli esperimenti giudiziali.
La perizia veniva disposta dal G.I. qualora si rendesse necessaria una indagine che richiedesse
particolari cognizioni di determinate scienze o arti (capo III, art. 314 e ss.): anche per tale
indagine era riconosciuto ai difensori delle parti private il diritto di assistere personalmente o per
mezzo di propri consulenti tecnici i quali potevano interloquire presentando al giudice istanze,
osservazioni e riserve nonch quesiti da porre al perito.
Il P.M. non poteva avvalersi di un proprio consulente.
La perizia veniva letta nelludienza dibattimentale cos come gli elaborati redatti dai consulenti
tecnici delle parti private; successivamente, i periti e i consulenti tecnici venivano sentiti come
testimoni sulla base delle domande poste dal giudice (art. 451).
Il G.I., nelle ipotesi in cui fosse necessario, nominava un interprete per tradurre uno scritto in
lingua straniera o decifrarne uno scritto in un dialetto non facilmente intellegibile.
Lo stesso avveniva nel caso in cui una persona dovesse rendere dichiarazioni in lingua diversa
dallitaliano (capo IV, artt. 326-331).
Il G.I. poteva disporre perquisizione personale quando aveva ragione di sospettare che taluno
potesse occultare sulla persona cose pertinenti al reato; del pari, poteva disporre perquisizione
domiciliare qualora sussistesse fondato sospetto che dette cose potessero trovarsi in un

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determinato luogo (capo V, artt. 332-336): alla perquisizione domiciliare avevano diritto di
assistere i difensori delle parti.
Il sequestro di cose pertinenti il reato veniva disposto dal G.I. con decreto motivato in ordine alla
relazione tra la fattispecie criminosa e le cose stesse (capo VI, artt. 337-347): trattandosi di atto
descrittivo e come tale irripetibile era consentita la lettura del relativo verbale nelludienza
dibattimentale (art. 463 comma 1).
La principale fonte di prova personale era la testimonianza disciplinata dal capo VII (artt. 348359) cui il G.I. ricorreva quando doveva esaminare persone informate sui fatti per cui procedeva
e che riteneva utili ai fini dellaccertamento della verit.
Nessun avviso era riconosciuto ai difensori delle parti, posto che la testimonianza non formava
oggetto di prova, nel senso che il testimone doveva essere poi sentito in contraddittorio tra le
parti nella fase dibattimentale cos che, salvo eccezioni tassativamente previste, la lettura delle
deposizioni testimoniali era vietata a pena di nullit (art. 462, ultimo comma).
Alla ricognizione personale il G.I. ricorreva allorquando una persona era invitata a dire se
riconosceva (o meno) unaltra persona vista in precedenza.
La ricognizione di cose veniva disposta quando una o pi persone erano chiamate a dire se
riconoscevano (o meno) le cose che avessero avuto attinenza con il procedimento in corso.
Alle ricognizioni (capo VIII, artt. 360-364) avevano il diritto di assistere i difensori delle parti in
considerazione del fatto che tali atti potevano assumere la valenza di prova, tanto che i relativi
verbali potevano essere letti nelludienza dibattimentale (art. 463 comma 1).
Linterrogatorio dellimputato, pur essendo un mezzo di difesa dellimputato non poteva non
assurgere anche a mezzo di prova; il G.I. aveva lobbligo di interrogare limputato prima di
rinviarlo a giudizio (art. 376) e del verbale di interrogatorio poteva darsi lettura in dibattimento,
in tutto o in parte, in caso di contestazione delle precedenti dichiarazioni (art. 441 ult. comma)

Mandati o ordini di cattura


La distinzione tra istruzione formale e istruzione sommaria si riverberava sulla competenza ad
emettere provvedimenti restrittivi della libert.
Quando infatti si procedeva con istruzione formale, il G.I., nei casi previsti dalla legge, emetteva
mandato di cattura che, a seconda delle gravit dei reati, poteva essere obbligatorio o facoltativo
(artt. 253 e 254), ma il G.I. prima di emetterlo doveva sentire al riguardo il P.M. (art. 262). Il
pretore procedeva dufficio.
Il P.M. di regola chiedeva al G.I. lemissione del mandato di cattura e poteva impugnarne la
decisione di rigetto (art. 263).
Nel caso in cui il P.M. avesse proceduto con istruzione sommaria, il pubblico ministero poteva
emettere ordine di cattura attenendosi alle norme stabilite per il mandato di cattura (art. 390).
Il pubblico ministero e il pretore potevano poi ordinare la cattura dellimputato nelle ipotesi in
cui era previsto larresto obbligatorio o facoltativo in flagranza di reato (art. 243).

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Libert provvisoria
Fino allentrata in vigore della legge n. 532 del 1982 la libert provvisoria non era ammessa
qualora fosse obbligatoria lemissione del mandato di cattura (art. 277).
Con la suddetta legge venne istituito il cd. Tribunale della libert che divenne lorgano
competente a deliberare sulle impugnazioni avverso provvedimenti restrittivi della libert.
Prima di allora la competenza a decidere sulle istanze di libert provvisoria era demandata
allorgano giudiziario presso cui pendeva il procedimento (art. 279).
Con lordinanza concessiva della libert provvisoria il giudice aveva la facolt di sottoporre
limputato a cauzione o malleveria di cui si dir nel prosieguo (art. 282).

Durata della custodia cautelare


La durata della custodia cautelare era per cos dire modellata sulla distinzione tra mandato di
cattura obbligatorio e mandato di cattura facoltativo e sulla distinzione tra istruzione formale e
istruzione sommaria.
In altre parole, la custodia cautelare non poteva oltrepassare alcuni limiti (art. 272) :
- 2 anni o 1 anno (a seconda della pena edittale), qualora non fosse stata depositata
sentenza di rinvio a giudizio (istruzione formale)
- 40 giorni, qualora il P.M. non avesse richiesto il decreto di citazione a giudizio o il
proscioglimento: in tal caso gli atti dovevano essere trasmessi al G.I. perch procedesse
con istruzione formale)
- 30 giorni nei procedimenti pretorili senza emissione del decreto di citazione a giudizio
Prima dellentrata in vigore di varie leggi di modifica limpianto originario del codice Rocco non
prevedeva altri limiti nelle fasi successive al rinvio a giudizio.
Anzi, lart. 275 vietava la scarcerazione dellimputato detenuto condannato a pena detentiva
anche se la sentenza era soggetta ad impugnazione.
Dopo vari interventi legislativi culminati con la legge n. 398 del 1984 e con la legge n. 8 del
1986 di conversione del d.l. n. 685 del 1985, lart. 272 novellato introdusse precisi limiti di
tempo per la durata dellla custodia cautelare in corrispondenza delle varie fasi processuali.
Tale impianto nelle linee generali non molto dissimile da quello adottato dal codice del 1989:
ovviamente, questultimo deve tenere conto non solo delle varie fasi processuali ma anche della
molteplicit dei riti che conducono alla definizione dei processi.

Cauzione e malleveria
Il codice di procedura penale del 1930 prevedeva che la libert provvisoria potesse essere
sottoposta a cauzione o malleveria (art. 282 e ss.) per armonizzare le opposte esigenze di tutela
della collettivit e di libert personale nelle singole fattispecie.

13

Con legge 5 agosto 1989, n. 330, emanata pochi mesi prima dellentrata in vigore del nuovo
codicedi procedura penale, la cauzione e la malleveria divennero istituti processuali utilizzabili
in alternativa allemissione di un mandato o ordine di cattura.
In effetti, il legislatore del 1930 aveva in un certo senso anticipato la normativa che
nellimmediato dopoguerra sarebbe stata posta dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti
delluomo e delle libert fondamentali (CEDU) - firmata a Roma ol 4 novembre 1955 e del
Protocollo addizionale firmato a Parigi il 20 marzo 1952 - ratificata e posta in esecuzione con
legge 4 agosto 1955, n. 848.
Invero, secondo lart. 5, par. 3 ultima parte, della CEDU, la rimessione in libert pu essere
subordinata ad una garanzia che assicuri la comparizione della persona in udienza.
Il legislatore del 1988, da parte sua, si era adeguato allimpegno internazionale del Consiglio
dEuropa che nel luglio 1965, con risoluzione 65-1, aveva raccomandato i Governi a sostituire
per quanto possibile la carcerazione preventiva con altre misure tra cui la prestazione di una
garanzia.
Infine, nel giugno 1980, a livello di delegati, il Comitato dei ministri adott la raccomandazione
R(80)11 che nella terza parte enunciava analiticamente i principi applicabili alle misure
alternative tra cui:
- prestazione di una cauzione o di altre garanzie da parte della persona, tenuto conto delle sue
risorse
- prestazione di una garanzia da parte di un terzo
Tuttavia, sia la cauzione sia la malleveria sono scomparse nel nuovo codice di procedura penale
del 1989 molto probabilmente per un malcelato timore che tali istituti avrebbero potuto condurre
ad una discriminazione tra gli imputati in ragione delle loro condizioni economiche,
dimenticando per che lammontare della cauzione non avrebbe mai dovuto prescindere dalle
loro risorse.
Ebbene, bisogna convenire con obiettivit che sul tema in argomento il codice Rocco era stato
pi lungimirante.

Chiusura dellistruttoria formale e dellistruttoria sommaria


Listruzione formale si concludeva con la trasmissione degli atti dal G.I. al P.M. : questultimo
presentava le proprie requisitorie (art. 369) che potevano anche contenere ulteriori specifiche
richieste di proseguimento dellistruttoria (art. 370).
Espletate, se del caso, le ulteriori attivit istruttorie, al G.I. non restavano che due strade: rinviare
a giudizio o prosciogliere.
Originariamente, entrambi i provvedimenti erano dati con sentenza, ma con legge 15 dicembre
1972, n. 773 il rinvio a giudizio venne disposto con ordinanza.
Lart. 19 della legge 18 giugno 1955, n. 517 stabil che il G.I. non potesse rinviare a giudizio o
prosciogliere limputato se non dopo averlo interrogato sul fatto costituente loggetto
14

dellimputazione, a meno che il fatto fosse stato enunciato in un mandato rimasto senza effetto,
cio se limputato avesse preferito non presentarsi allinterrogatorio (art. 376 novellato).
Lordinanza di rinvio a giudizio veniva emessa sul presupposto che sussistessero sufficienti
prove a carico dellimputato (art. 374).
La sentenza di proscioglimento (art. 378) doveva invece essere emessa qualora:
1. il fatto non sussiste
2. limputato non lo ha commesso
3. si tratta di persona non imputabile o non punibile perch il fatto non costituisce reato o
per unaltra ragione
4. il reato fosse estinto
5. lazione penale non poteva essere iniziata o proseguita nei casi prescritti dalla legge.
Vale la pena di soffermarsi brevemente sulle ipotesi sub 3) e 4).
Persona non imputabile il soggetto privo della capacit di intendere e di volere (art. 85 c.p.)
La formula il fatto non costituisce reato allude al difetto nellimputato dellelemento soggettivo
del reato: pertanto, se una persona ha commesso un fatto rientrante nella previsione
incriminatrice di una norma penale senza per latteggiamento psichico richiesto dalla norma
stessa, ebbene in questo caso doveva essere pronunciata sentenza di proscioglimento.
(Se ad esempio una persona preleva dal tapis roulant dellaeroporto una valigia non sua ma che
ha le stesse caratteristiche della propria - anchessa viaggiante sul nastro trasportatore - non pu
essere accusato di furto colposo perch il furto, ovviamente, pu sussistere solo nella forma
dolosa; se un chirurgo ha s cagionato materialmente la morte del paziente ma ha adottato tutte le
precauzioni dellarte medico-chirurgica non pu ritenersi provata la colpa su cui si fonda
lincriminazione di omicidio colposo)
Lestinzione del reato si verifica quando ricorrono le fattispecie tassativamente previste e
disciplinate dalla legge penale: ad esempio, amnistia, remissione di querela, prescrizione,
oblazione nelle contravvenzioni, sospensione condizionale della pena qualora il condannato non
commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole nei termini stabiliti.
Va sottolineato inoltre che il G.I. doveva prosciogliere perch il fatto non sussiste o perch
limputato non lo ha commesso sia quando vi era la prova dellinnocenza dellimputato sia
quando mancava del tutto la prova che il fatto sussistesse o che limputato lo avesse commesso.
Il rinvio a giudizio era inoltre inibito quando a carico dellimputato non risultassero sufficienti
prove: in questo caso la sentenza di proscioglimento veniva pronunciata per insufficienza di
prove.
Le sentenze istruttorie di proscioglimento potevano essere appellate dal procuratore generale e
dal procuratore della Repubblica presso la sezione istruttoria della corte di appello; il primo
poteva inoltre ricorrere per cassazione contro la decisione della stessa sezione istruttoria di non
doversi procedere (art. 387).

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Listruttoria sommaria poteva concludersi con la richiesta di proscioglimento del P.M. diretta al
G.I. In questo caso, qualora il G.I. fosse stato del medesimo avviso del P.M., emetteva sentenza
con cui dichiarava non doversi procedere; altrimenti, disponeva con ordinanza che listruttoria
proseguisse in via formale (art. 395).
Sempre allesito dellistruttoria sommaria, il P.M., qualora avesse ritenuto di avere raccolto
prove sufficienti contro limputato, chiedeva al presidente della corte di assise o del tribunale il
decreto di citazione a giudizio (art. 396).
Per i reati di competenza pretorile, il pretore provvedeva dufficio sia per quanto concerneva il
proscioglimento sia per quanto rigurdava il rinvio a giudizio davanti a s (art. 398).
Anche per le sentenze istruttorie emesse dal pretore era prevista limpugnazione da parte del
procuratore della Repubblica (art. 399).

Riapertura dellistruzione
Nel caso di sopravvenienza di nuove prove il codice del 1930 prevedeva la possibilit di
sottoporre il prosciolto a nuovo giudizio per il medesimo fatto purch non fosse sopraggiunta una
causa di estinzione del reato (art. 402).
Questa norma si spiega con il fatto che limputato non pu essere sottoposto a nuovo giudizio per
il medesimo fatto solo se il proscioglimento stato pronunciato in giudizio, nel qual caso si
forma il giudicato (artt. 90, 576): v. infra 4, 2, r (b-3).
Nel caso di proscioglimento in istruttoria, invece, non si forma il giudicato per cui possible il
riesame della decisione entro determinati limiti e a determinate condizioni.
I limiti sono quelli della mancata sopravvenienza di cause estintive del reato, nel qual caso
ragioni di economia processuale impediscono di coltivare unimpugnazione o un rimedio
destinate a non produrre effetti.
Le condizioni sono la sopravvenienza di nuove prove (nuove deposizioni di testimoni,
ritrattazioni o nuove dichiarazioni di persone che hanno commesso il reato, nuovi accertamenti
tecnici, atti o documenti non potuti presentare al giudice) che integrano le prove gi esaminate o
forniscono nuovi mezzi per laccertamento della verit .
Accanto alla richiesta di apertura dellistruzione ad opera del P.M., il codice prevedeva la
possibilit che fosse proprio il prosciolto a chiedere la riapertura medesima qualora la formula
fosse stata per insufficienza di prove.
In questa ipotesi, qualora il prosciolto avesse addotto nuove prove, poteva chiedere il
proscioglimento con una formula piena (che avrebbe potuto essere utilizzata in eventuali giudizi
civili di responsabilit o di risarcimento dei danni).

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4. Il giudizio
1. Atti preliminari al dibattimento
A differenza del codice di rito vigente in cui la citazione a giudizio (con lindicazione della data
e dellaula di udienza) avviene ad opera del GUP a chiusura delludienza preliminare ovvero ad
opera del PM nel caso di citazione diretta, nel codice del 1930 essa avveniva per atto dellorgano
giudicante.
Pi precisamente, avveniva ad opera del presidente della corte di appello (per i delitti rientranti
della competenza della corte di assise) e del presidente del tribunale (per i reati di competenza
del tribunale), appena ricevuta la sentenza di rinvio a giudizio (poi divenuta ordinanza di rinvio a
giudizio) a conclusione dellistruttoria formale ovvero dopo avere ricevuto la richiesta di decreto
di citazione a conclusione dellistruttoria sommaria.
Il pretore emetteva invece dufficio il decreto di citazione (artt. 405, 406).
Le parti private dovevano ricevere la notificazione del decreto di citazione a giudizio al quale
erano allegate la sentenza/ordinanza di rinvio a giudizio o la richiesta di decreto.
Il termine per comparire non poteva essere inferiore a 15 giorni per i processi davanti alla corte
di assise, di 8 gg. per quelli di competenza del tribunale e di 5 gg. per i giudizi pretorili.
I difensori ricevevano congruo avviso della data fissata per il dibattimento (art. 410).
Il presidente o il pretore, prima di iniziare il dibattimento, potevano disporre la riunione dei
giudizi in caso di procedimenti connessi, ovvero qualora per il medesimo reato fossero state
emesse pi ordinanze di rinvio a giudizio o pi richieste di decreto di citazione a carico di pi
imputati.
La riunione di procedimenti poteva essere disposta solo se poteva giovare alla speditezza del
giudizio sia nei casi predetti sia nel caso in cui ne fosse evidente la convenienza (art. 413).
Ex adverso, lorgano giudicante poteva disporre in dibattimento la separazione di giudizi a carico
di uno o pi imputati qualora avesse ravvisato ragioni di economia processuale (art. 414).
Le parti private e il pubblico ministero dovevano presentare le proprie liste di testimoni in
termini ristretti (3 gg. prima del dibattimento) mentre nei giudizi pretorili la presentazione dei
testimoni poteva avvenire anche in udienza.
Nel nuovo codice del 1989 il fascicolo per il dibattimento ha un contenuto limitatissimo in virt
del principio secondo cui la prova si forma nel dibattimento nel contraddittorio tra le parti:
corollario di questo principio che lorgano giudicante poteva conoscere solo gli atti irripetibili
compiuti nella fase delle indagini preliminari perch, essendo per lappunto irripetibili, dovevano
essere inseriti nel fascicolo per il dibattimento.
Viceversa, il fascicolo del P.M. resta a disposizione dellorgano dellaccusa ed conosciuto dalle
altri parti private in quanto ha la funzione di consentire a tutti costoro di esplicare le rispettive
attivit in giudizio soprattutto in sede di cross examination.
Nel codice del 1930, gli atti contenuti nellistruzione formale o sommaria venivano
integralmente inviati allorgano giudicante che quindi da subito poteva conoscere le attivit
istruttorie svolte, i rapporti giudiziari redatti, i testimoni sentiti, i rilievi effettuati, ecc.
17

Ci spiega perch il codice del 1930 distingueva tra testimoni gi escussi dal P.M. o dal G.I. e
testimoni mai esaminati nel corso dellistruzione fissando una diversa disciplina per introdurli in
dibattimento.
La ragione risiede nel fatto che dal fascicolo trasmesso allorgano giudicante risultavano sia i
nominativi dei testimoni escussi sia le loro dichiarazioni, cosa che quindi dispensava il P.M. e le
altri parti private a specificare nelle proprie liste testimoniali i fatti e le circostanze in ordine alle
quali i testi sarebbero stati escussi in dibattimento.
Al contrario, i testi mai sentiti prima nellistruzione erano del tutto sconosciuti alle parti diverse
da quella che ne chiedeva lescussione: le suddette parti ignoravano i fatti su cui i testimoni
avrebbero dovuto essere sentiti in dibattimento: ne consegue che la parte interessata ad introdurli
in dibattimento doveva rendere noto alle altre parti e al giudice, a pena di nammissibilit,
loggetto delle circostanze di fatto su cui avrebbe dovuto essere sentito il testimone.
Possono essere richiamate al riguardo le seguenti disposizioni:
se i testimoni non sono stati esaminati nellistruzione, i fatti e le circostanze su cui si chiesto
lesame, devono essere specificatamente indicati nella lista, a pena di inammissibilit (art. 415
comma 3)
Il pubblico ministero e le parti private, nella rispettiva lista, possono chiedere la citazione dei
testimoni assunti dal giudice o dal pubblico ministero nellistruzione con o senza giuramento e
di quelli assunti per richiesta dellAutorit giudiziaria da ufficiali di polizia giudiziaria, ovvero
chiedere solamente che sia data lettura nel dibattimento delle loro deposizioni (art. 415 comma
4)
Nel termine stabilito per la presentazione delle liste testimoniali le parti potevano chiedere il
richiamo di documenti e la citazione di periti e consulenti tecnici che avevano prestato il loro
ufficio nellistruzione (art. 417).
Inoltre, sempre entro tale termine, potevano chiedere allorgano giudicante la nomina di un
perito in ordine ad accertamenti tecnici che non avevano formato oggetto di esame: in caso di
accoglimento della richiesta, il giudice nominava un perito che era ammesso ad esporre il suo
parere in dibattimento (art. 418).
Altra attivit che poteva espletare lorgano giudicante nella fase degli atti preliminari era lesame
dei testimoni a futura memoria nei casi in cui prevedesse la loro impossibilit a comparire in
dibattimento per infermit o per altro grave impedimento (art. 418).
Nella fase degli atti preliminari al dibattimento il codice del 1930 riconosceva al giudice
lobbligo di prosciogliere limputato qualora avesse constatato la ricorrenza di una causa di
estinzione del reato o di una causa di improcedibilit dellazione penale.
In queste ipotesi, qualora per laccertamento di tali cause (di estinzione o di improcedibilit) non
fosse stato necessario procedere al dibattimento, il giudice, sentite le parti, pronunciava sentenza
di proscioglimento enunciandone la causa nel dispositivo (art. 421).
18

Ovviamente, nella fase degli atti preliminari al dibattimento - cos come in ogni altra fase del
procedimento - il giudice doveva prosciogliere limputato nel merito quando gi esistevano
prove che palesavano in modo evidente che limputato non aveva commesso il fatto ascrittogli
ovvero che il fatto non sussisteva o ancora che il fatto non era previsto come reato (artt. 152,
421).

2. Il dibattimento: a) le udienze
Le udienze dibattimentali erano pubbliche, salvo alcune eccezioni (art. 423) correlate ad esigenze
relative:
1. alla sicurezza dello Stato
2. allordine pubblico
3. alla morale
4. alla riprovevole curiosit
5. al pericolo che manifestazioni potessero turbare la serenit del dibattimento
6. al pericolo di morbi epidemici o altre malattie contagiose
In questi casi si procedeva a porte chiuse, ma il provvedimento era revocato quando venivano a
cessare i motivi per cui era stato emesso (art. 424).
Fino al 1982 i procedimenti in cui erano imputati minori degli anni 18 erano celebrati a porte
chiuse, ma dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 222 del 1983 (che dichiar
costituzionalmente illegittimo lart. 9 del r.d. n. 1404 del 1934 ritenendo unico organo
giudiziario competente a giudicare i minorenni il Tribunale per i minorenni) lart. 425 stato
superato.
Alle udienze limputato detenuto assisteva libero nella persona salvo che sussistessero particolari
esigenze per prevenire il pericolo di fuga o di evasione (art. 427).
Se limputato detenuto rifiutava di assistere alludienza senza alcuna valida ragione o evadeva , il
procedimento continuava come se fosse presente (art. 427).
Per quanto concerne limputato libero, il suo allontanamento dalludienza non comportava
alcuna sospensione o rinvio perch costui veniva considerato come se fosse presente.
Nel caso di allontanemnto dellimputato libero prima che questultimo avesse reso interrogatorio,
il giudice sospendeva o rinviava il dibattimento solo se lassenza era dovuta ad assoluta necessit
(art. 428).
Il codice del 1930 - cos come quello del 1988 - riconosceva allimputato la facolt di non
presentarsi in udienza strettamente correlata al diritto di non rispondere: in altre parole, il diritto
di non rispondere era riconosciuto in modo assoluto cos che non era possibile costringere
coattivamente limputato a presenziare alludienza per essere interrogato.
Viceversa, laccompagnamento coattivo dellimputato poteva essere disposto dallorgano
giudicante qualora fosse stato necessario procedere in udienza ad atti di ricognizione e confronto

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che richiedevano s la presenza dellimputato ma che erano diversi e ben distinti


dallinterrogatorio (art. 429).
Una volta che il giudice aveva accertato la rituale costituzione delle parti, la presenza o lassenza
di testimoni, periti, interpreti, faceva dare lettura delle imputazioni dichiarando aperto il
dibattimento (art. 430): la lettura delle imputazioni nella prassi non stata quasi mai demandata
al cancelliere (giudizio pretorile) o a un giudice a latere (giudizio collegiale), avendo di regola
provveduto il pretore o il presidente del collegio a tale adempimento: incidenter tantum, va detto
che le cose non sembrano essere cambiate anche nella vigenza del nuovo codice.
Quando il dibattimento non poteva essere concluso in una sola udienza il codice prevedeva la
possibilit di sospenderlo per uno o pi intervalli per motivi di assoluta necessit (art. 431).
Viceversa, il dibattimento veniva rinviato in caso di assoluta necessit, ad es. quando occorreva
rinnovare la citazione allimputato perch il decreto di citazione non gli era stato notificato: in
questo caso la citazione doveva essere ripetuta e le parti conservavano i propri diritti e facolt
(art. 432), salvo che per la costituzione di parte civile.
In questultimo caso, infatti, lart. 93 comma 3 prevedeva come termine per la costituzione di
parte civile il compimento per la prima volta delle formalit di apertura del dibattimento e
conseguentemente, se la costituzione di parte civile non avveniva nel dibattimento poi rinviato,
non poteva pi essere ripresentata nel dibattimento che prendeva le mosse dalla nuova citazione
a giudizio.
b) la polizia delle udienze e i reati commessi in udienza. Il giudizio immediato
Lart. 433 disponeva che qualora lorgano giudicante si trovava in udienza il potere di polizia
fosse di sua competenza esclusiva, riconoscendo invece analogo potere al pubblico ministero
quando il giudice non fosse presente in aula: sostanzialmente tale disciplina rimasta invariata
anche nella vigenza del nuovo codice di rito (art. 470).
Quanto ai reati commessi un udienza, viceversa, la differenza tra la normativa del codice del
1930 e quella vigente profonda.
Secondo il codice del 1930, infatti, nellipotesi di reato commesso in udienza lorgano giudicante
o in sua assenza il pubblico ministero faceva compilare il processo verbale ordinando larresto
dellautore dello stesso quando per detto reato fosse obbligatorio o facoltativo larresto in
flagranza (art. 435); quindi si procedeva immediatamente al giudizio sospendendo il giudizio nel
corso del quale era stato commesso il reato: ovviamente, si poteva procedere con giudizio
immediato quando il reato non era di competenza di un giudice superiore.
La sentenza emessa era soggetta allordinario regime delle impugnazioni con la seguente
eccezione: la sentenza del tribunale che aveva giudicato in ordine ad un reato di cognizione
pretorile non poteva essere appellata ma era soggetta solo al ricorso per cassazione: va ricordato
al riguardo che le sentenze del pretore erano appellabili davanti al tribunale e che solo con legge
n. 400 del 1984 la corte di appello divenne giudice esclusivo dappello.

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Per gravi delitti e per gravi ragioni il giudizio immediato non aveva luogo e il giudice, emesso
mandato darresto nei casi di obbligatoriet o facoltativit dellarresto in flagranza, trasmetteva
gli atti al pubblico ministero perch procedesse nelle forme ordinarie.
Con il codice di procedura penale del 1989 la filosofia dei reati commessi in udienza
radicalmente cambiata perch si guardato con estremo sfavore alla celebrazione di un giudizio
immediato con riguardo al diritto di difesa, per cui il pubblico ministero dispone larresto nelle
ipotesi in cui larresto obbligatorio o facoltativo e procede nelle forme ordinarie.
Non solo.
E anche tassativamente vietato larresto del testimone in udienza per reati concernenti il
contenuto della sua deposizione (art. 476): ci in quanto, in una dialettica processuale in cui il
contraddittorio tra le parti deve essere ad armi pari larresto di un testimone (o la minaccia di
arresto di un testimone) potrebbe incidere sfavorevolmente sulla deposizione.
Nel processo penale romano, se laccusato veniva assolto, poteva avvenire che la medesima
giuria procedesse contro gli accusatori: Q. Asconio Pediano (29, 1-5) a proposito
dellassoluzione di Cinna, difeso da Cicerone cos commenta
Cato praetor cum vellet de accusatoribus in consilium mittere multique e populo manus in
accusatores intenderent, cessit imperitae multitudini ac postero die in consilum de calumnia
accusatorum misit
Il pretore Catone, volendo procedere contro gli accusatori e poich molti tra il popolo
protendevano le mani contro questi ultimi, si sottrasse alla moltitudine e il giorno dopo
procedette contro gli accusatori
Pur essendo il codice del 1989 improntato al sistema accusatorio, il denunciante o il querelante
non pu assurgere ad accusatore alla stregua di quanto avveniva nel diritto romano: infatti, l
accusator esercitatava in proprio laccusa mancando un organo pargonabile al pubblico
ministero, il denunciante o il querelante espongono i fatti e sono sentiti come testimoni ma non
esercitano lazione penale.
Ci non li esimeva - alla luce del codice del 1930 e di quello del 1989 - dallobbligo di agire in
modo non temerario: infatti, a norma degli artt. 382 e 482, in caso di proscioglimento
dellimputato, il querelante poteva essere condannato al pagamento delle spese e dei danni e
analoghe disposizioni si rinvengono negli artt. 427 e 542 c.p.p. del 1989.

c) la direzione del dibattimento


Per assicurare un corretto accertamento della verit e garantire il libero esercizio dei diritti
spettanti alle parti, il codice del 1930 affidava allorgano giudicante la direzione del
dibattimento: il giudice doveva reprimere le intimidazioni, le interruzioni e le altre
manifestazioni illecite vietando le domande suggestive o inopportune dirigendo e moderando la
discussione e facendo i richiami che ritiene necessari contro ogni eccesso in sostegno di accuse
21

o di difese (art. 437). Si ritenuto che tale norma implicitamente consacrasse il principio di lealt
processuale delle parti in giudizio (art. 437).
Incidenter tantum, va sottolineato che anche il sistema processuale penale romano era ispirato al
principio di lealt processuale tanto che chi accusava doveva ad esempio prestare fideiussione e
comunque giurare di non comportarsi in modo temerario al solo fine di danneggiare laccusato;
anche molti statuti medioevali e rinascimentali (cfr. in particolare quello di Subiaco del 1456)
riproducono sostanzialmente analogo precetto.

d) le questioni incidentali e preliminari


Fin dalle battute iniziali le parti potevano sollevare questioni incidentali e preliminari sulle quali
si instaurava il contraddittorio e che dovevano essere prontamente decise dopo la discussione.
Le questioni incidentali potevano avere oggetti svariati e potevano riguardare circostanze di fatto
e circostanze di diritto: in sintesi, consistevano in qualsiasi richiesta formulata da una parte su cui
si era delineato un contrasto in ordine alla quale il giudice doveva decidere con ordinanza (art.
438).
Le questioni preliminari erano invece quelle specificatamente previste e regolate dallart. 439 (la
costituzione di parte civile, la citazione o lintervento del responsabile civile o della persona
civilmente obbligata per lammenda; le eccezioni di nullit della sentenza di rinvio a giudizio):
esse dovevano essere trattate e decise subito dopo il compimento per la prima volta delle
formalit di apertura del dibattimento.
Anche le altre eccezioni previste dal secondo comma dellart. 439 dovevano essere proposte e
trattate dopo il compimento per la prima volta delle formalit di apertura del dibattimento:
tuttavia, quando era possibile proporle solo in corso di dibattimento, le parti dovevano sollevarle
non appena avutane contezza.

e) gli interrogatori (440, 441, 442, 443)


Superata la fase delle questioni preliminari e incidentali, lorgano giudicante procedeva
allinterrogatorio degli imputati (art. 440).
Allinterrogatorio dellimputato il codice del 1930 riservava dunque il primo posto tra le attivit
dibattimentali. Ci segna una marcata differenza con il codice vigente in cui lesame
dellimputato segue e non precede tutte le altre attivit dibattimentali e si spiega con il fatto che
la prova si forma nel dibattimento per cui allimputato riconosciuto linteresse di conoscere i
fatti a suo carico prima di valutare se e come rispondere.
Viceversa, nel codice del 1930, gli elementi di accusa si trovavano gi nel fascicolo dudienza
che raccoglieva tutta lattivit processuale formatasi nel corso dellistruttoria formale o
sommaria.
Ovviamente, in ossequio al diritto di difesa che comprende sia la facolt di non rispondere sia il
la facolt di rendere dichiarazioni in qualsiasi momento, limputato presente poteva avvalersi di
22

entrambe le facolt e il giudice ne dava contezza nel processo verbale di udienza e comunque
poteva contestare allimputato le dichiarazioni da lui rese in precedenza dando lettura in tutto o
in parte dellinterrogatorio avvenuto nel corso dellistruzione formale o sommaria (artt. 441,
443).
Per impedire che un imputato potesse tenere conto delle dichiarazioni rese in precedenza da uno
o pi coimputati (e quindi per meglio garantire la genuinit dellinterrogatorio) il giudice poteva
procedere ad interrogatori separati facendo allontanare gli imputati che avrebbero dovuto essere
interrogati successivamente (art. 442).

f) lesame dei testimoni (450, 452, 453, 454, 458, 459)


Le regole fondamentali in tema di assunzione delle testimonianze erano (art. 448):
- lesame dei testi doveva avvvenire singolarmente luno dopo laltro
- nessuno poteva o doveva comunicare con gli altri
- ciascuno doveva prestare giuramento
- al testimone doveva essere chieste informazioni su vincoli di parentela o dinteressi o su
circostanze idonee a consentire la valutazione della loro credibilit
Dallobbligo di prestare giuramento era esentato il minore degli anni 14 anche se doveva essere
comunque ammonito circa le conseguenze cui andava incontro nel caso di dichiarazioni non
veritiere o false (art. 449).
Lart. 450 richiamava a proposito della testimonianza le regole e i principi disciplinati in sede di
istruttoria formale che sinteticamente possono essere cos riassunti.
Il giudice conduceva lesame testimoniale, anche su sollecitazione del P.M. e dei difensori,
evitando di porre domande suggestive (che suggerissero cio la risposta) o tali da nuocere alla
spontaneit e alla sincerit delle risposte. (art. 348).
I testimoni dovevano essere escussi se informati su fatti ritenuti utili allaccertamento della verit
(art. 348), sempre che tali fatti fossero specifici; non potevano esprimere apprezzamenti
personali n riferire di voci correnti nel pubblico n deporre sulla moralit dellimputato o di
terzi salvo che per fatti specifici idonei a delineare la personalit dellimputato o della persona
offesa (art. 349).
Di regola ogni persona aveva la capacit di testimoniare salvo i casi tassativamente previsti come
quello di prossimi congiunti dellimputato o dei coimputati (artt. 348, 350).
Un principio di civilt connesso al diritto di difesa imponeva di non sentire come testimoni gli
imputati dello stesso reato per il quale si procedeva o di un reato ad esso connesso, salvo che
fossero stati prosciolti o condannati in giudizio per non avere commesso il fatto o perch il fatto
non sussiste (art. 348 u.c.).
La ratio della citata disposizione si fonda sul fatto che fin quando fosse stata possibile una
riapertura delle indagini limputato, anche se prosciolto, avrebbe potuto subire pregiudizi per il
fatto di avere reso dichiarazioni testimoniali.

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Quando invece costui fosse stato prosciolto con formula piena in giudizio (e in questo caso si era
formato un giudicato che non consentiva pi un nuovo giudizio: principio del ne bis in idem, v.
infra), tale pregiudizio non poteva sussistere e quindi la deposizione era ammessa.
Quando veniva escusso un ufficiale o agente di polizia giudiziaria il giudice poteva chiedergli la
fonte delle notizie da essi ricevute ma non poteva obbligarlo a rivelarne lidentit per cui le
eventuali notizie riferite dalla fonte non rivelata non potevano essere ricevute e verbalizzate in
quanto non verificabili (art. 349).
Ad alcune categorie di soggetti era riconosciuto il diritto di astenersi dal testimoniare in ragione
del segreto professionale: ad esempio, ai ministri della religione cattolica e di culti ammessi, agli
avvocati, consulenti tecnici, notai, medici, chirurghi, farmacisti, levatrici e in genere esercenti
una professione sanitaria (art. 351)
Ai pubblici ufficiali, ai pubblici impiegati e incaricati di pubblico servizio era riconosciuto il
diritto di non rispondere su fatti conosciuti per ragioni di ufficio e destinati a restare segreti,
anche se lautorit giudiziaria poteva in via gerarchica far pervenire leccezione opposta da
costoro al Ministro della Giustizia qualora lavesse ritenuta infondata (art. 352).
Nel caso in cui il testimone o il perito non avesse potuto presentarsi per un legittimo
impedimento destinato a durare nel tempo, il tribunale poteva delegare un proprio componente
del collegio a sentirli nel luogo dove si trovavano e lo stesso veniva disposto quando era da
assumere un Cardinale o un Grande Ufficiale dello Stato: le parti potevano intervenire (art. 453,
454).

g) le relazioni tecniche, i pareri e i chiarimenti di periti e di consulenti tecnici


Esaurito lesame dei testimoni, il presidente del collegio o il pretore faceva dare lettura delle
relazioni tecniche e delle osservazioni dei periti e dei consulenti tecnici i quali, se citati dal
pubblico ministero o dai difensori, venivano sentiti subito dopo e rispondevano alle domande
loro rivolte dallorgano giudicante.
Viceversa, quando la perizia era stata disposta negli atti preliminari al dibattimento, periti e
consulenti tecnici dovevano limitarsi al riassunto delle conclusioni presentate al giudice (art.
451).

h) la perizia nel dibattimento


Nel caso in cui in dibattimento fossero emerse circostanze importanti, non conosciute dai periti
assunti nella fase istruttoria, o quando i periti non si fossero espressi su circostanze ritenute
rilevanti, il giudice poteva disporne la citazione. Egualmente, nel caso di assoluta necessit di
unindagine sullo stato di mente dellimputato, lorgano giudicante poteva disporre perizia (art.
455).
Il procedimento invece regrediva nella fase istruttoria nel caso in cui non fosse possibile
procedere con la citazione del perito in giudizio: il dibattimento veniva sospeso, gli atti venivano
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trasmessi allufficio istruzione e, terminata la perizia, venivano restituiti alla cancelleria del
giudice procedente (art. 456)

i) lispezione locale
Laccesso sul luogo del commesso reato da parte dellorgano giudicante era previsto qualora
fosse ritenuto assolutamente necessario per laccertamento della verit (art. 457): in questo caso
di seguivano le analoghe disposizioni prescritte per listruzione formale (art. 461) tra cui la
descrizione dello stato dei luoghi e il compimento dei necessari rilievi (art. 309).
Lobbligo di perseguire laccertamento della verit era alla base del potere dellorgano
giudicante di disporre lesame di nuovi mezzi di prova (art. 457 comma 2).

l) la presentazione del corpo del reato


Qualora ne fosse stata fatta richiesta, ogni cosa che potesse essere utilizzabile a convinzione o a
discolpa veniva presentata alle parti e ai testimoni affench dichiarassero se la riconoscevano
(art. 460).

m) le letture permesse di deposizioni testimoniali


La regola fondamentale in tema di letture era il divieto di lettura di deposizioni testimoniali rese
in istruttoria davanti al G.I. o rese al P.M. perch lorgano giudicante doveva assumere davanti a
s i testi nel contraddittorio delle parti e ci sia perch in giudizio vigeva il principio delloralit
sia perch il principio del libero convincimento del giudice escludeva la precostituzione di prove
(tra cui le deposizioni testimoniali) quando le testimonianze potessero ripetersi nella fase
dibattimentale (art. 462).
Ci spiega la ragione per cui la lettura delle deposizioni poteva avere luogo:
- se le parti vi consentivano (il giudice poteva comunque disporre la citazione dei testimoni
qualora lo ritenesse necessario)
- nel caso in cui vi fossero discrepanze o contraddizioni tra le dichiarazioni rese dal testimone
nellistruzione e quelle rese in dibattimento
- nel caso di morte, assenza dal territorio, irreperibilit o inabilit del testimonio
- nel caso di testimone avesse reso dichiarazioni allestero in seguito a rogatoria
Lart. 462 consentiva inoltre la lettura di altre deposizioni testimoniali tassativamente specificate
ribadendo quindi che si trattava sempre di eccezioni al principio generale del divieto di lettura
delle dichiarazioni rese dai testi nella fase istruttoria.

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n) le letture permesse di altri atti o documenti


Proprio perch non provenienti da testimoni era invece permessa la lettura dei verbali di
ispezioni, esperimenti giudiziali, perquisizioni, sequestri, ricognizioni e confronti compiuti dal
pubblico ministero, dal giudice istruttore o dalla polizia giudiziaria: in questultimo caso, gli
ufficiali di polizia giudiziaria dovevano comparire in udienza se la loro presenza era richiesta
dalle parti per cui la lettura degli atti a loro firma era vietata e poteva avvenire solo entro limiti
prefissati).
Al riguardo, va ancora una volta ribadito che fino al 1971 la polizia giudiziaria poteva procedere
a sommario interrogatorio dellarrestato senza la presenza del difensore. Dopo tale data,
dunque, anche il sommario interrogatorio dellarrestato pot essere letto solo se compiuto nel
rispetto delle garanzie difensive (art. 463).
Qualsiasi documento proveniente dallimputato poteva essere letto, come pure i verbali degli
interrogatori degli imputati del medesimo reato o di un reato connesso: essi potevano essere
sentiti come testimoni solo quando fossero stati prosciolti in giudizio per non avere commesso il
fatto (art. 465).
I rapporti giudiziari, i referti, le denunce, le querele e ogni documento legittimamente acquisito
agli atti poteva essere letto e cos pure le sentenze civili e penali divenute irrevocabili potevano
essere lette se il presidente o il pretore ne avesse constatato la pertinenza e lutilit (art. 466)
o) le letture vietate
Era viceversa vietata perch non riscontrabile con oggettivit - e quindi inattendibile - la lettura
di informazioni sulle voci correnti del pubblico su fatti oggetto del giudizio.
Parimenti, era vietata la lettura di informazioni sulla moralit in genere di imputati e testimoni
fatta eccezione per i certificati del casellario giudiziale, per le sentenze irrevocabili, per le le
informazioni di pubbliche autorit in relazione a fatti specifici atti astabilire la personalit
dellimputato.
Quando poi il fatto contestato allimputato doveva essere valutato unitamente a fatti e qualit
morali della persona offesa, poteva essere data lettura delle informative concernenti la
definizione della personalit della vittima del reato (art. 464).

p) regime delle domande da porre a chi veniva sentito in udienza


Tutte le parti e i giudici a latere potevano fare domande, ma queste, se ammesse, erano
formulate dal presidente o dal pretore e rivolte alla persona destinataria della domanda (art. 467).
Con il codice del 1989 stato invece introdotto listituto della cross examination che consente a
ciascuna parte di rivolgersi direttamente allinterrogato senza alcuna mediazione del giudice, il
quale conserva per i suoi poteri in ordine alla ammissibilit di ogni singola domanda.

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q) la chiusura del dibattimento


Terminata listruttoria dibattimentale, le parti prendevano le loro conclusioni a cominciare dalla
parte civile, proseguendo con il pubblico ministero, con i difensori dei responsabili civili, della
persona civilmente obbligata per lammenda, per terminare con i difensori dellimputato. Entro
determinati limiti era prevista la possibilit di replicare (art. 468) e solo in casi eccezionali la
discussione poteva essere interrotta per lacquisizione di nuove prove (art. 469).
Quando poi le parti divagavano e abusavano della facolt di parlare, il presidente o il pretore
potevano muovere due richiami e in caso di persistente abuso o divagazione, togliere la parola
(art. 470).
Questultima norma non compare nel nuovo codice del 1989 ma il mancato riconoscimento di
una funzione di controllo in capo allorgano giudicante non immune da controindicazioni
anche gravi.

r) la sentenza
Terminata la discussione il giudice (se monocratico) o il collegio entrava in camera di consiglio
per deliberare (art. 472).
Particolari norme regolavano la deliberazione della sentenza che restava sempre segreta (art.
473). Solo con lintroduzione della legge n. 117/1988 sulla responsabilit civile del giudice
venne previsto che in caso di dissenso tra i componenti dellorgano collegiale venisse steso un
verbale in plico sigillato descrittivo delle opinioni e dei voti espressi.
a) relazione tra sentenza e accusa
Poteva accadere - e la questione ha un carattere generale che prescinde dal tipo di codice di rito
adottato e che quindi pu ricorrere sempre - che lorgano giudicante ritenesse che il fatto ascritto
allimputato dovesse essere giuridicamente qualificato in modo diverso rispetto alla
contestazione contenuta nella sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio (quando si era proceduto
con istruttoria formale) ovvero contenuta nella richiesta di decreto di citazione a giudizio o nel
decreto di citazione a giudizio (quando si era proceduto con istruttoria sommaria): ebbene, in
questo caso il giudice poteva ritenere sussistente nel caso di specie un reato anche pi grave e
infliggere pene anche maggiori di quelle previste per il fatto-reato originariamente contestato.
Se invece il fatto ritenuto dal giudice era diverso da quello enunciato negli atti predetti era ovvio
che non vi era correlazione tra accusa e sentenza in quanto limputato non aveva potuto
difendersi in ordine ad un reato diverso (il contraddittorio deve essere garantito senza mutamento
del thema decidendum).
Possono essere assai sottili le linee di demarcazione tra lipotesi di diversa definizione giuridica
del fatto e diversit del fatto.
Anche in questo caso, il tema prescinde dal codice di rito adottato ed sempre dattualit: in
linea generale limmutabilit del fatto ovvero la correlazione fra accusa e sentenza ricorre
quando n lelemento materiale (azione od omissione, evento, rapporto di causalit tra le prime e
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il secondo) n lelemento psicologico (dolo, colpa) n le circostanze della condotta sono


modificate (art. 477).
b) formule di proscioglimento
Fino a quando il Tribunale ordinario o la Corte di assise potevano procedere contro minorenni
coimputati con maggiorenni, il giudice che avesse ritenuto provato che il minorenne era autore
del reato contestatogli, poteva proscioglierlo per perdono giudiziale (art. 478) ai sensi dellart.
169 c.p.
A seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 222 del 1983 (v. supra 4. 2-a) i minorenni,
anche se imputati in concorso con maggiorenni, devono essere giudicati sempre dal loro giudice
naturale che il Tribunale per i minorenni, il quale lunico giudice che pu applicare, se del
caso, il perdono giudiziale.
A differenza del perdono giudiziale, il quale postula un giudizio di responsabilit penale del
minore che per sfocia nellastensione dal pronunciare la condanna, il codice di rito del 1930
prevedeva altre e diverse ipotesi di proscioglimento.
Con il termine proscioglimento il codice comprendeva sia lassoluzione nel merito dellimputato
sia altre cause di improcedibilit (art. 479).
Lassoluzione poteva essere pronunciata con formula piena (perch il fatto non sussiste, perch
limputato non lo ha commesso, perch il fatto non costituisce reato) o con formula dubitativa
per insufficienza di prove sullelemento materiale o psicologico del reato.
La formula perch il fatto non costituisce reato allude principalmente al difetto di dolo o di colpa
a seconda se il reato contestato era doloso o colposo.
Nel codice Rocco, tuttavia, tale formula comprendeva anche le ipotesi di non imputabilit o di
non punibilit e molto opportunamente il codice vigente ne ha fatto dei casi autonomi di
proscioglimento.
Altra riforma introdotta dal codice del 1989 labolizione della formula dubitativa; tuttavia,
linsufficienza o la contraddittoriet della prova che il fatto sussiste, che limputato non lo ha
commesso, che il fatto non costituisce reato o che il reato stato commesso da persona non
imputabile disciplinata autonomamente dal secondo comma dellart. 530 c.p.p. del 1989, per
cui quando la situazione di dubbio persiste e non altrimenti ovviabile la formula dubitativa si
ricava con facilit.
A differenza dellassoluzione nel merito, erano previste altre fattispecie di proscioglimento
qualora il reato fosse estinto o che scattavano quando lazione penale non avrebbe potuto essere
iniziata o proseguita: si parla di sentenze processuali.
Uno dei casi pi noti il divieto del bis in idem che il pi importante degli effetti del giudicato:
lart. 90 c.p.p. del 1930 stabiliva al riguardo che limputato condannato o prosciolto con sentenza
divenuta irrevocabile non poteva pi essere sottoposto a procedimento penale per il medesimo
fatto neppure se il fatto veniva diversamente qualificato per il titolo, per il grado e per le
circostanze, salvo quanto disposto dagli artt. 17, 89, 402.
Le eccezioni al principio erano le seguenti.
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1) Una sentenza che avesse dichiarato limprocedibilit dellazione penale per mancanza o
irregolarit della querela, della richiesta, dellistanza o dellautorizzazione, anche se divenuta
irrevocabile, non poteva essere di ostacolo allesercizio dellazione penale per il medesimo fatto
e contro la medesima persona se i predetti atti fossero stati regolarmente presentati (art. 17): si
pensi alle prerogative del Ministro per la giustizia in tema di perseguibilit di delitti politici
commessi allestero, di delitti comuni commessi in territorio estero, di delitti comuni commessi
da stranieri allestero (art. 8 e ss. c.p.); si vedano i delitti elencati nellart. 313 c.p. in ordine ai
quali non si pu procedere senza lautorizzazione del Ministro per la giustizia.
2) una sentenza che avesse dichiarato limprocedibilit dellazione penale nei confronti di un
soggetto erroneamente ritenuto morto, non era di ostacolo allesercizio dellazione penale per il
medesimo fatto e contro la medesima persona di cui era accertata lesistenza in vita, anche se tale
pronuncia fosse divenuta irrevocabile (art. 89).
3) una sentenza emessa dal giudice istruttore che avesse prosciolto un imputato non poteva
essere di ostacolo allesercizio dellazione penale per il medesimo fatto e contro la medesima
persona qualora fossero emerse nuove prove a carico di questultima (art. 402).
c) condanna
Al di fuori dei casi sopra richiamati il giudice pronunciava sentenza di condanna irrogando le
pene e applicando, se del caso, le pene accessorie e le misure di sicurezza (art. 483).
In talune circostanze, la sentenza di condanna poteva dare immediata esecuzione alle misure di
sicurezza (artt. 485, 486) e fino alla fine degli anni 70 poteva disporre la provvisoria esecuzione
dele pene accessorie.
Il giudice doveva inoltre condannare limputato al pagamento delle spese processuali (art. 488).
Se vi era stata costituzione di parte civile, la sentenza di condanna, su richiesta della persona
offesa dal reato, poteva condannare limputato al risarcimento dei danni se era in condizione di
decidere allo stato degli atti; altrimenti, rimetteva le parti davnti al giudice civile (art. 489).
In ogni caso, poteva concedere alla parte civile una provvisionale da imputarsi nella liquidazione
definitiva che originariamente non era munita della clausola di provvisoria esecuzione:
questultima, infatti, venne introdotta con la legge n. 773 del 1972 (art. 489-bis).

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5. Giudizi speciali: a) giudizio in contumacia


Questo tipo di giudizio - assai contestato dalla Corte Europea dei Diritti dellUomo (ex pluribus,
cfr. sentenza 12 febbraio 1985, Colozza c. Italia; sent. 18 maggio 2004, Somogyi c. Italia) - sia
quando era disciplinato dal codice Rocco sia quando venne regolato dal nuovo codice di rito del
1989, rimasto in vigore - sia pure con modifiche e adattamenti - fino a quando stato
definitivamente abolito in forza della legge n. 67 del 2014.
Per quanto concerne il codice Rocco il giudizio in contumacia si differenziava quello ordinario
solo per alcuni aspetti mentre per il resto si svolgeva secondo le forme generali.
Dunque, quando limputato non era comparso in udienza, il giudice doveva per prima cosa
accertare la ritualit della notifica del decreto di citazione a giudizio; se la notifica era avvenuta
correttamente, doveva poi esaminare se la mancata comparizione era dovuta ad un impedimento
assoluto.
Qualora non fosse stata fornita alcuna prova dellimpedimento o essa fosse stata valutata
negativamente, il giudice sentite le parti, disponeva procedersi in contumacia; in caso contrario,
rinviava il dibattimento.
Dichiarata la contumacia, limputato era rappresentato dal difensore per tutte le attivit che non
richiedevano la presenza del primo.
Le sentenze contumaciali dovevano essere notificate per estratto allimputato con la conseguenza
che il termine per limpugnazione decorreva dalla data della notificazione (artt. 497-500).
Ovviamente, il contumace poteva comparire in udienza prima che iniziasse la discussione finale;
in tal caso la contumacia veniva revocata e il giudice procedeva allinterrogatorio (art. 501).

b) giudizio direttissimo
Il giudizio direttissimo si differenziava da quello ordinario per la soppressione della fase
istruttoria. Esso era previsto:
- in caso di arresto in flagranza di reato
- in caso di ordine di cattura emesso entro 30 gg. dal commesso reato
- in caso di reato commesso da persona detenuta, arrestata o internata
Presupposto dellarresto era la flagranza (o quasi flagranza).
Analogo al giudizio per direttissima era il giudizio immediato nel caso di reati commessi in
udienza (v. supra 4.2-b).
Nel caso di arresto in flagranza, il P.M., dopo avere interrogato limputato, poteva farlo condurre
in stato di arresto davanti al tribunale o in unudienza prossima non oltre il decimo giorno
dallarresto.
Altre norme speciali imponevano il giudizio direttissimo anche senza larresto in flagranza (ad
es., per alcuni reati previsti in materia elettorale e per i reati commessi col mezzo della stampa):
ovviamente, in tali casi non era imposta losservanza del termine di dieci giorni perch
limputato era a piede libero.

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Il giudizio teneva conto della brevit dei termini concessi alle parti per cui i testimoni venivano
citati anche oralmente da ufficiali o agenti di polizia giudiziaria; limputato aveva diritto di
chiedere un termine per preparare la difesa e il giudice glielo doveva concedere entro il termine
massimo di 5 giorni (artt. 502, 503).
Chiuso il dibattimento il giudice poteva disporre che il procedimento proseguisse con istruzione
formale quando riteneva necessario che fosse compiuta una completa istruzione.
Sia prima che dopo linizio del dibattimento il giudice trasmetteva gli atti al P.M. quando
accertava che il giudizio direttissimo era stato promosso fuori delle circostanze previste dallart.
502 ( art. 504).

c) procedimento per decreto


Mentre il procedimento per direttissima si distingueva da quello ordinario per la mancanza della
fase istruttoria, quello per decreto si differenziava per la mancanza della fase dibattimentale.
Esso riguardava i reati di competenza del pretore il quale, per i reati perseguibili di ufficio,
poteva pronunciare condanna con decreto senza procedere a dibattimento qualora riteneva di
infliggere solo la pena della multa o dellammenda.
Il pretore poteva concedere allimputato condannato per decreto i benefici di legge.
Al contrario, il procedimento per decreto non era ammesso qundo gli imputati erano stati
dichiarati delinquenti o contravventori abituali o altrimenti passibili di essere assoggettati a
misure di sicurezza detentive.
Ovviamente era ammessa opposizione davanti al pretore da parte del destinatario del decreto
penale, opposisione che poteva dare luogo alla fase dibattimentale se lopponente compariva.
Se invece non compariva senza addurre alcuna giustificazione, il pretore dava esecuzione al
decreto opposto (artt. 506-510).

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6. Le impugnazioni: a) le impugnazioni in generale


In astratto, le impugnazioni delle decisioni giudiziarie non sono un dato imprescindibile di tutti i
sistemi processuali ben potendo un ordinamento ritenere definitiva la sentenza emessa a seguito
del giudizio di prima (e unica) istanza.
Nel diritto romano, ad esempio, quanto meno durante la repubblica, le decisioni emesse dal iudex
(nei processi civili) e dalle giurie o da altri organi a ci deputati (nei processi penali) erano
definitive perch ritenute espressione della volont popolare.
In verit listituzione dellappello fu intrinsecamente legata allesigenza dellimperatore di
controllare landamento della giustizia soprattutto nella periferia dellimpero cui conseguiva
leffetto di attribuire alle norme e ai principi di diritto un carattere oggettivo sottraendo la loro
interpretazione alla soggettivit delle singole decisioni.
Fatte queste premesse, il codice Rocco, nella formulazione originaria, stabil alcuni principi in
tema di impugnazioni che costituivano un bilanciamento degli opposti interessi tra i singoli
soggetti e lordinamento statuale nellottica della visione politica dellItalia degli anni 30.
1. tassativit delle impugnazioni
I provvedimenti del giudice erano impugnabili solo se tassativamente previsti dalla legge, la
quale poi determinava il mezzo con cui limpugnazione poteva essere esercitata (art. 190).
Gli altri provvedimenti erano dunque inoppugnabili, mentre venivano considerati soggetti a
ricorso per cassazione, se non altrimenti impugnabili, i provvedimenti con i quali il giudice
decideva sulla libert personale e le sentenze (salvo quelle di rinvio a giudizio e quelle relative
alla competenza)
2. interesse ad impugnare
Tale principio mirava a scongiurare gli appelli temerari e linutile appesantimento della
macchina giudiziaria; ovviamente, il termine interesse doveva essere inteso non come pretesa
allesattezza giuridica formale e teorica (verrebbe da dire asettica) della decisione ma come
riflesso dellutilit pratica scaturente dallimpugnazione nel senso che limpugnazione doveva
prevenire un pregiudizio reale dei propri diritti.
3. legittimazione allimpugnazione
Il diritto di impugnazione spettava solo a coloro ai quali la legge espressamente lo riconosceva,
quindi, in primo luogo alle parti (P.M. e parti private, imputato, parte civile, responsabile civile,
ecc.: artt. 191, 192, 194, 195), ma anche al prossimo congiunto del condannato e allerede del
condannato morto in tema di revisione (art. 556), al difensore, ai genitori per i figli minori
sottoposti alla loro potest, al tutore per le persone soggette alla sua tutela (art. 192).
In caso di contrasto con limpugnazione proposta dal proprio difensore, limputato poteva
toglierle ogni effetto con apposita dichiarazione contraria allimpugnazione medesima (art. 193)
4. motivi di impugnazione
I motivi di impugnazione costituivano lesplicazione dello scopo per cui linteressato chiedeva la
riforma o lannullamento del provvedimento impugnato: essi dovevano essere esposti in modo
specifico e non in maniera generica o apodittica; in altre parole, dovevano contenere concrete

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indicazioni delle censure mosse al provvedimento e chiarire lerroneit della decisione con
argomentazioni in fatto e/o in diritto
I motivi dovevano dunque essere specifici a pena di inammissibilit dellimpugnazione (art. 201)
5. Rinuncia allimpugnazione
Il codice Rocco riconosceva alle parti il diritto di rinunciare allimpugnazione gi proposta in
considerazione del fatto che limpugnazione era un diritto di cui esse potevano disporre (art.
206).
6. Divieto di reformatio in peius
Per quanto fosse stabilito solo per lappello, tale principio stato ritenuto applicabile per tutte le
forme di impugnazione in quanto mirava ad evitare qualunque pregiudizio (ulteriore)
allimputato che impugnava una decisione a lui sfavorevole.
Tale principio nasce da unespressione del giurista romano Ulpiano secondo cui
Appellandi usus quam sit frequens quamque necessarius, nemo est qui nescat, quippe cum
iniquitatem iudicantium vel imperitiam recorrigat: licet nonnumquam bene latas sententiam in
peius reformet, neque enim utique melius pronuntiat qui novissimus sententiam laturus est
(D. 49.1.1, ULPIANUS libro primo de appellationibus)
Il giurista romano era ben consapevole che molte decisioni potevano essere errate o infondate e
quindi riconosce la necessit dellappello, pur tuttavia non convinto neppure che chi giudica
dopo giudica meglio per cui fissa un principio basilare secondo cui lappellante non pu vedere
aggravata la propria posizione per effetto della propria impugnazione
Il codice dettava poi precise norme in tema di forma delle dichiarazioni di impugnazione, di
termini tassativi da rispettare, di notificazione delle sentenze ai contumaci e alla diversa
decorrenza dei termini di impugnazione (artt. 197 e ss.).

b) effetti delle impugnazioni


Le impugnazioni producevano effetti rilevanti nellambito del sistema processuale.
1. Il primo era leffetto sospensivo che in sintesi sta a significare che durante il termine per
impugnare un provvedimento e durante il giudizio sullimpugnazione lesecuzione del
provvedimento medesimo restava sospesa, salvo diversa disposizione di legge (art. 205).
Il chiaro tenore della norma non necessita di molte spiegazioni: in pendenza di impugnazione
(appello, ricorso per cassazione) lesecuzione della sentenza restava sospesa, salvo che la legge
disponesse lesecutivit di alcune parti (ad esempio la provvisionale ex art. 489-bis, pene
accessorie e misure di sicurezza: v. supra 2. r, c).
Tale effetto costituisce il cardine del sistema processuale del 1930 ma anche quello su cui si
fonda il nuovo codice di rito penale.

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Al riguardo, va detto che il codice Rocco, ben prima del precetto costituzionale secondo cui
limputato non considerato colpevole sino alla condanna definitiva (art. 27 Cost.) aveva gi
seguito il principio di civilt di non anticipare la condanna rispetto al momento del giudicato,
anche se nello Statuto albertino non si rinviene alcuna norma che vietasse lesecutivit delle
sentenze non definitive.
2. Il secondo era leffetto devolutivo dellimpugnazione previsto per dallappello (art. 515)
secondo cui lappello tanto del pubblico ministero quanto dellimputato attribuisce al giudice
superiore la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si
riferiscono i motivi proposti
Ci significa che a differenza del giudizio di primo grado in cui il giudice non incontra limiti
nella sua attivit di indagine per la ricerca della verit, nel giudizio di appello il giudice invece
vincolato alle domande proposte dalle parti cos che il thema decidendum delimitato dai motivi
di appello, salvo ovviamente la declaratoria di estinzione del reato ex art. 152.
Anche questo effetto dellimpugnazione rimasto integro nellattuale assetto processuale.
3. Il terzo era leffetto estensivo dellimpugnazione.
Al riguardo, potevano ricorrere tre fattispecie.
a) La prima si verificava nel caso di una pluralit di imputati in concorso tra loro in un medesimo
reato, alcuni impugnanti altri no.
In questo caso, la norma (art. 203) prevedeva che la dichiarazione di impugnazione di uno di essi
- unitamente alle motivazioni addotte - poteva giovare anche agli altri coimputati purch i motivi
non fossero quelli esclusivamente personali dellimpugnante.
In altre parole, se ad esempio un imputato condannato per rapina aggravata in concorso con altri
avesse proposto appello adducendo che n lui n gli altri coimputati si trovavano sul luogo e
nellora del commesso delitto perch erano in unaltra citt, i coimputati non impugnanti
avrebbero potuto giovarsi di tale impugnazione partecipando al giudizio di appello.
Pertanto, il giudice di appello che avesse ritenuto la fondatezza dellimpugnazione riformava o
annullava la sentenza di primo grado con riferimento a tutti gli imputati.
b) Altra ipotesi di effetto estensivo si verificava allorquando nel giudizio di primo grado vi fosse
stata una riunione di procedimenti per reati diversi: anche in questo caso, la dichiarazione di
impugnazione di uno degli imputati poteva giovare anche agli altri qualora il motivo di gravame
avesse riguardato la violazione della legge processuale e non fosse esclusivamente personale.
Si prenda ad esempio il fatto che nel giudizio di primo grado vari processi per una pluralit di
furti, commessi ciascuno da una persona diversa ma connessi dal punto di vista probatorio, erano
stati riuniti e che tutti gli imputati erano stati riconosciuti colpevoli e condannati.
Se uno di costoro eccepiva la violazione dei diritti di difesa dellimputato o la mancata presenza
del difensore ad un atto quando essa era obbligatoria, poteva darsi che tale violazione della legge
processuale (e quindi leccezione) riguardasse solo limpugnante e allora non si poneva alcun
problema per gli altri imputati.
Ma se la violazione delle norme processuali avesse riguardato tutti gli imputati (ad es., qualora
fossero stati sentiti dei testimoni senza che gli imputati detenuti fossero stati tradotti in aula), in
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questo caso anche i non impugnanti avrebbero potuto giovarsi del gravame proposto da uno di
loro perch la violazione (e quindi leccezione) riguardava tutti costoro.
c) La terza ipotesi di effetto estensivo ricorreva quando il responsabile civile o la persona
civilmente obbligata per lammenda avessero proposto gravame contestando la sussistenza del
reato ovvero che limputato non lo aveva commesso o che il fatto non costituiva reato ovvero
sostenendo lestinzione o limprocedibilit del reato.
In tali casi, laccoglimento dellimpugnazione giovava anche allimputato non impugnante a
causa dellunicit dellaccertamento giudiziale compiuto dal giudice di appello.
Tali principi stabiliti dal codice Rocco sono stati sostanzialmente recepiti dal vigente codice di
rito penale.
Invero, la fattispecie sub a) rimasta invariata.
La fattispecie sub b) rimasta anchessa invariata
Quella sub c) ha ricevuto una disciplina pi completa, nel senso che lart. 587 comma 3 c.p.p. del
1989 ha previsto che anche limpugnazione dellimputato giova al responsabile civile e alla
persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria.
Il comma 4 dellart. 587 non specifica pi che il gravame del responsabile civile e della persona
civilmente obbligata per giovare allimputato deve contestare la sussistenza del reato ovvero che
limputato non lo aveva commesso o che il fatto non costituiva reato o eccepire lestinzione o
limprocedibilit del reato limitandosi ad affermare che limpugnazione dei primi giova anche
allimputato agli effetti penali.

c) lappello
Lappello il mezzo di impugnazione con cui una parte chiede al giudice di secondo grado una
nuova decisione in riforma o in annullamento di una sentenza emessa dal giudice di prima
istanza.
I suoi caratteri primari sono costituiti dal fatto di essere uno strumento di impugnazione
ordinario, devolutivo, sospensivo.
Sostanzialmente tali caratteri sono rimasti invariati anche nel nuovo assetto processuale
introdotto nel 1989.
Delleffetto devolutivo dellappello e delleffetto sospensivo si detto rispettivamente al 6, b-2
e b-1 cui si rinvia.
Lappello un mezzo di impugnazione ordinario in contrapposizione ai mezzi straordinari che
nel codice Rocco erano il ricorso straordinario per cassazione contro sentenze di giudici
speciali e la revisione.
Il ricorso straordinario contro sentenze di giudici speciali era previsto dallart. 528 e consentiva il
ricorso per cassazione in ogni tempo per gli stessi motivi per i quali era ammissibiile il ricorso
ordinario per cassazione: la straordinariet risiedeva nel fatto che il ricorso non era legato ad
alcun termine.
Il ricorso straordinario non aveva effetto sospensivo.
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Premesso quanto sopra, va detto che il ricorso straordinario figlio dei tempi in cui sorto il
codice del 1930 in cui erano istituite e regolamentate giurisdizioni penali speciali espressamente
vietate dalla Carta costituzionale del 1948 che allart. 102 comma 2 dispone che non possono
essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali; tale strumento di impugnazione stato
quindi superato dallart. 111 Cost. secondo cui contro ogni sentenza pu essere proposto ricorso
per cassazione e nel vigente codice non ve ne menzione.
La revisione era un mezzo di impugnazione con cui un condannato chiedeva leliminazione di
una sentenza di condanna passata in giudicato nei casi previsti dallart. 554.
Erano appellabili le sentenze del pretore - cos come quelle del tribunale e della Corte di assise sia dallimputato sia dal rappresentante della pubblica accusa nei casi specificatamente previsti
negli artt. 512 e 513: praticamente limputato condannato in primo grado per un reato
contravvenzionale non poteva proporre appello nei soli casi in cui era prevista loblazione (cio
quando la pena inflitta era lammenda) e in limitati casi in cui la formula di proscioglimento
poteva essere pregiudizievole; viceversa, la pubblica accusa poteva appellare contro le sentenze
di proscioglimento e di condanna, sempre che non si trattattasse di contravvenzioni per le quali
era prevista loblazione.
Poteva darsi il caso che appellanti fossero solo limputato o il rappresentante della pubblica
accusa, ma poteva anche accadere che entrambi impugnassero la sentenza.
Era poi previsto dallart. 515 comma 4 che se limputato presentava appello il pubblico ministero
potesse presentare appello incidentale una volta ricevuta comunicazione della dichiarazione di
impugnazione da parte dellimputato: con sentenza n. 177 del 10 novembre 1971 la Corte
costituzionale dichiar illegittimo lappello incidentale perch turbava lequilibrio del
contraddittorio consentendo inoltre al P.M. una inamissibile restituzione del termine dal quale
era decaduto.
Limputato poteva proporre appello anche soltanto per le disposizioni della sentenza che
riguardavano i suoi interessi civili e il risarcimento del danno (art. 516).
Come si visto al 6, a-6, vigeva il principio del divieto di reformatio in peius consacrato
nellart. 515 comma 3 che vale la pena citare per esteso
Quando appellante il solo imputato, il giudice non pu infliggere una pena pi grave per
specie o quantit, n revocare benefici, salva la facolt, entro i limiti indicati nella prima parte
di questo articolo, di dare al reato una diversa definizione anche pi grave, purch non venga
superata la competenza del giudice di primo grado
Ebbene, i limiti cui fa riferimento il comma 3 sono quelli indicati nel primo comma laddove al
giudice di appello viene riconosciuta la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della
decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.
Ovviamente quando appellante era il pubblico ministero sia che appellasse contro una sentenza
di assoluzione sia contro una sentenza di condanna (in questo caso ritenendo, ad es., incongrua la
pena inflitta) non operava detta principio in quanto esso, giova ribadire, costituiva la garanzia
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che lappello del solo imputato non potesse peggiorare il trattamento sanzionatorio o in generale
la decisione del giudice di prima istanza.
Il giudizio di appello seguiva un iter predefinito.
Il presidente o un consigliere relatore esponeva i fatti, illustrava il contenuto della sentenza
appellata, le censure in punto di fatto e di diritto svolte dalle parti impugnanti e le perati
venivano invitate a rassegnare le rispettive conclusioni.
Di regola non intervenivano n testimoni n periti n consulenti tecnici.
La lettura degli atti era limitata solo a quelli ritenuti necessari e solo quando non era possibile
decidere allo stato degli atti il collegio poteva disporre la rinnovazione di tutto o parte del
dibattimento, sentire i testimoni gi escussi su nuove circostanze, assumere nuove prove;
eccezionalmente, poteva essere disposta una nuova perizia (art. 520).
Allesito del giudizio di appello il giudice di secondo grado poteva confermare o riformare la
sentenza appellata. Lappellante prosciolto, se detenuto, veniva immediatamente liberato (art.
523).

d) il ricorso per cassazione


Il ricorso per cassazione pu essere definito come un mezzo di impugnazione ordinario, con
effetto sospensivo, con ambito devolutivo limitato, tramite il quale una parte chiede alla corte
suprema lannullamento di un provvedimento emesso da un giudice di merito.
Relativamente ai concetti di mezzo di impugnazione ordinario e di effetto sospensivo, si fa
riferimento a quanto detto rispettivamente al 6, c) e b) cui si rinvia.
Quanto al concetto di devoluzione limitata occorre tenere presente che la corte di cassazione ha
cognizione delle sole questioni di diritto (e delle altre eventualmente stabilite dalla legge)
prospettate dalle parti in sede di ricorso.
I motivi di ricorso e i provvedimenti impugnabili con ricorso per cassazione erano cos descritti
nellart. 524 (nel testo modificato dallart. 18 legge 18 giugno 1955, n. 517 e dalla legge 29
novembre 1962, n. 1652):
Il ricorso per cassazione pu proporsi per i seguenti motivi:
1) inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche, di cui si
deve tenere conto nellapplicazione della legge penale;
2) esercizio da parte del giudice di una potest riservata dalla legge ad organi legislativi o
amministrativi ovvero non consentita ai pubblici poteri;
3) inosservanza delle norme di questo codice stabilite a pena di nullit, dinammissibilit o di
decadenza.
Il ricorso, oltre che nei casi e con gli effetti determinati da particolari disposizioni, pu essere
proposto entro i termini e nei modi stabiliti nel capo ottavo del titolo quarto del libro primo
contro le sentenze pronunciate nel giudizio inappellabilmente o in grado di appello dallautorit
giudiziaria ordinaria.
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Il ricorso inammissibile se proposto per motivi non consentiti dalla legge o manifestamente
infondati.
Linosservanza o lerronea applicazione menzionate allart. 524 n. 1 riguardavano
rispettivamente la mancata applicazione e lerronea applicazione della legge penale sostanziale
(non quindi quella processuale); concettualmente, lerronea applicazione della legge penale
ricorreva quando lapplicazione della legge medesima era inficiata da errore. Il riferimento alle
altre norme giuridiche di cui si deve tenere conto nellapplicazione della legge penale sta a
significare che il motivo di ricorso in argomento comprendeva le leggi chiamate ad integrare la
norma penale (norme in bianco, rinvii recettizi e non recettizi).
Lesercizio di una potest riservata ad altri organi costituzionali o comunque ai pubblici poteri
(art. 524 n. 2) riguarda invece leccesso di potere che consiste nellesercizio ad opera del giudice
di una potest non spettante ad un potere statale o, al contrario, spettante ad un diverso potere.
Linosservanza delle norme stabilite a pena di nullit, decadenza o inammissibilit (art. 524 n.
3) stata ritenuta estesa a qualsiasi norma processuale anche se collocata in sede diversa dal
codice di rito.
Ci premesso, una considerazione a parte va fatta per la mancanza o contraddittoriet della
motivazione della sentenza previste come causa di nullit della sentenza (art. 475 n. 3) per
violazione del disposto dellart. 474 n. 4 secondo cui la sentenza deve contenere una concisa
esposizione dei motivi di fatto e di diritto sui cui la sentenza fondata.
Sul tema la giurisprudenza della cassazione stata copiosa al fine di delimitare le censure di
merito da quelle in punto di legittimit.
Per mancanza di motivazione si intesa ovviamente lassenza della stessa (che per altro
costituisce un caso limite che si verificava e si verifica anche se non frequentemente), ma
soprattutto lassenza di unesposizione minima, idonea a dare contezza delle ragioni poste a
fondamento dei singoli punti sui quali si fonda la decisione: ad esempio, unesauriente
motivazione sulla condotta materiale del reato non pu ovviare allindicazione del nesso
eziologico tra condotta ed evento; del pari, una puntuale ricostruzione delle condotte e delle
omissioni dei vari coimputati non pu costituire una risposta che possa esonerare il giudice
dallesaminare e valutare la sussistenza dellelemento soggettivo del reato (dolo, colpa) in capo
ad ognuno di costoro.
La casistica estesissima: basti pensare al concetto di altruit della cosa qualora lappartenenza
della res ad un imputato o alla persona offesa rilevi sulla configurazione giuridica del reato; alla
mancata o superficiale disamina della certificazione sanitaria che pu condurre a un giudizio di
colpevolezza apodittico che potrebbe essere grandemente ridimensionato (o escluso) da
unadeguata ponderazione della specificit della situazione clinica concreta; alla valutazione
dellimputabilit di un maggiorenne sulla quale di regola il giudice non si sofferma se fuori
contestazione, mentre invece deve costituire oggetto di esame e di argomentazione logico
giuridica se appare ragionevolmente problematica.

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La contraddittoriet della motivazione stata intesa come lincompatibilit intrinseca di due


parti della motivazione su di un punto rilevante della decisione ovvero tra la motivazione e il
testo del dispositivo letto in udienza: la prima era espressamente prevista dallart. 475 n. 3, la
seconda era assimilata alla prima.
Fin qui le previsioni del codice del 1930.
La giurisprudenza della cassazione non poteva comunque ignorare altre due analoghe figure
sintomatiche del vizio di motivazione, lillogicit della motivazione e il travisamento del fatto,
non previste espressamente dalla norma ma assai ricorrenti.
Lillogicit della motivazione non un giudizio di censura della ricostruzione logico fattuale da
parte del giudice di merito ma controllo della incoerenza logica intrinseca delliter argomentativo
attraverso cui il giudice, partendo da alcune premesse di fatto, giunto a determinate
conclusioni.
In altre parole, la cassazione ha parificato linconciliabilit tra due o pi affermazioni della
motivazione allinconciliabilit di tutta o una parte della motivazione con la logica: se insomma
dati, affermazioni, indagini, conclusioni non seguono uno svolgimento retto e conseguenziale ha pi volte affermato la cassazione - lillogicit della motivazione assimilabile alla
contraddittoriet della motivazione.
Il travisamento del fatto stato invece ravvisato come un vizio sintomatico della motivazione
quando il giudice di merito avesse utilizzato a fini decisionali circostanze essenziali e decisive
manifestamente escluse dagli atti di causa ovvero quando avesse escluso un fatto assolutamente
certo risultante dagli atti.
Per concludere, a fronte delle scarne e troppo generiche indicazioni della legge processuale (art.
524 n. 3), la giurisprudenza del supremo collegio ha operato in profondit sempre tenendo
presente la ratio della norma e non lastratta limitativa previsione testuale, fonte potenziale di
gravi ingiustizie sotto il profilo logico argomentativo se interpretata troppo letteralmente.
Tutto ci ha, per altro verso, comportato una sempre pi stringente valutazione del merito delle
decisioni con la conseguenza che in molti casi il controllo logico della motivazione non ha
riguardato solo liter argomentativo ma la stessa motivazione nel senso di ritenerla congrua o
incongrua secondo parametri valutativi del giudice di legittimit e non del giudice di merito.
Ci ha condotto a discutibili decisioni e a discutibili annullamenti di decisioni di merito a torto
ritenute contraddittorie solo perch non si erano attenute ai parametri di valutazione indicati dalla
suprema corte.
Non certo casualmente il nuovo codice di procedura penale, oltre ai 3 motivi di ricorso sopra
menzionati nellart. 524 del codice del 1930 (sostanzialmente riprodotti nel nuovo testo), ne ha
aggiunti altri 2.
Lart. 606 c.p.p. del 1989 ha infatti previsto come ulteriori casi di ricorso la mancata assunzione
di una prova decisiva richiesta dalla parte (lett. d) e la
mancanza o manifesta illogicit della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del
provvedimento impugnato (lett. e)
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Ebbene, proprio al fine di impedire che la corte di cassazione operasse una scelta tra le
risultanze processuali contenute nel fascicolo del processo finendo per diventare un terzo giudice
di merito, il nuovo codice di rito penale limit il controllo sui vizi di mancanza o manifesta
illogicit della motivazione solo relativamente a quelli - e a quelli soli - che si ricavavano dal
testo della sentenza impugnata.
Non fu pi dunque data la possibilit alla corte di cassazione di riscontrare eventuali vizi logici
tra quanto argomentato nella motivazione della sentenza impugnata e gli atti del fascicolo
processuale legittimamente acquisiti poich il giudizio di legittimit doveva investire solo la
correttezza delliter argomentativo sul quale si fondava la motivazione e non altro.
Ci fino al 2006 quando con la legge 20 febbraio 2006, n. 46 (legge Pecorella) la lett. e) venne
modificata aggiungendo il termine contraddittoriet e la frase ovvero da altri atti del
processo specificatamente indicati nei motivi di gravame
Il testo della lett. e) divenuto quindi
mancanza, contraddittoriet o manifesta illogicit della motivazione, quando il vizio risulta dal
provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificatamente indicati nei motivi
di gravame
Come si vede, il tema del controllo sulla motivazione da parte della suprema corte resta centrale
e passibile di mutamenti.
Solo un consolidato orientamento giurisprudenziale della cassazione improntato ad equilibrio e
alla consapevolezza di essere giudice di legittimit potr evitare che la cassazione divenga e
possa essere definita giudice di terzo grado.

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